tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
S'è
visto che i recenti studi storici ed esegetici
ci danno modo di respingere vittoriosamente
gli attacchi razionalisti contro l'autorità
del Nuovo Testamento. 1 Vangeli, anziché
una combinazione di alcune tradizioni vere
e di apporti tardivi, costituiscono dunque
il fondo del Nuovo Testamento, la fonte che
spiega gli altri scritti, e in essi si trovano
tutti gl'insegnamenti che gli apostoli esprimeranno
più esplicitamente.
Il
vero Messia. - Siamo davanti a un duplice
fatto:
1o
Quando Gesù apparve in Palestina, tutta
la nazione era tesa in un'aspirazione verso
l'avvenire religioso d'Israele e del mondo.
Quest'insieme d'idee giudaiche viene concordemente
indicato col nome di messianismo. Però
l'aspettativa messianica dev'essere considerata
sotto un duplice punto di vista: in un senso
generale è l'attesa del regno che unirà
l'intero universo nel culto e nella sommissione
allo stesso Dio, riconosciuto come sovrano
incontestato di tutti gli uomini; in un senso
più ristretto è l'attesa d'un
re, il Messia, che condurrà l'umanità
al Dio d'Israele, l'unico vero Dio, e la governerà
in suo nome.
2.o
Gesù proclamò apertamente d'essere
il Messia e venne respinto dalla sua nazione.
Troviamo
testimonianze che stabiliscono l'esistenza
di questo movimento d'idee e aspirazioni nel
popolo giudaico: I) nella Bibbia; II) nella
letteratura estracanonica.
Le
idee messianiche risalgono a una remota antichità.
Appaiono nelle profezie in forma di predizioni
che annunciano e promettono la realizzazione
d'un nuovo stato di cose sulla terra, che
da parte di Dio consisterà in una sfolgorante
manifestazione di Jahvè, seguita dall'affermazione
definitiva del suo regno; da parte dell'uomo
consisterà in un fedele attaccamento
all'Altissimo, in una perfetta santità
e in un grande benessere. Alle volte i profeti
concretano le loro speranze in un principe
ideale, che in quel tempo uscirà dal
ceppo benedetto di Giacobbe e sarà
il rappresentante santo e potente di Jahvè.
Attraverso
le profezie messianiche l'antica alleanza
si rivela come la preparazione della nuova,
facendone vedere fin da allora le linee. Fin
dal momento della sua promulgazione la nuova
alleanza venne riconosciuta come il complemento
delle profezie, al punto che, per caratterizzarla,
le sue forme religiose vennero definite messianiche.
Quindi
le profezie messianiche sono uno degli elementi
fondamentali della tradizione cristiana, e
sono un punto cui propriamente mira la critica
contemporanea e vi concentra gran parte dei
suoi sforzi. La sicurezza della critica parediminuire
su certi punti, specialmente sull'invasione
degl'influssi sincretistici dopo la morte
di Gesù; però sta cambiando
le vecchie batterie e cerca di collocare tali
influssi negli ambienti giudaici anteriori
a Cristo, che si vuole abbiano subito la contaminazione
dei popoli stranieri. Secondo tale critica
è necessario cercare l'origine del
messianismo giudaico, al quale Gesù
ha espressamente legato la sua persona e il
suo messaggio, in Persia, in Babilonia, o
in Egitto.
D'altronde,
pretese analogie, trovate in altri popoli
antichi, tenderebbero a provare che la speranza
messianica non era affatto un privilegio d'Israele,
anche se, rigorosamente parlando, non si può
dimostrare una dipendenza. Si sarebbero così
trovate somiglianze del messianismo israelitico
tra i Greci, i Romani, gl'Indù, i Germani.
Tutte
queste teorie finiscono per spiegare il messianismo
giudaico in modo puramente naturale.
CAPITOLO
I. - TENTATIVI RAZIONALISTI PER SPIEGARE IL
MESSIANISMO GIUDAICO
Lo
scopo del presente volume c'impone una rapida
rassegna dei principali tentativi di spiegazione
razionalistica.
La
Persia. - Si credette di trovare
in Persia tali accostamenti con la religione
giudaica che si gridò subito alla dipendenza,
a Sono due religioni di salvezza e conducono
al trionfo del Dio unico mediante il giudizio;
hanno fede in un regno divino, cui sono invitati
tutti gli uomini, e nella resurrezione. In
ambedue il culto e il sacrificio cedono il
posto alla morale ed è riconosciuta
l'autorità dei profeti e dei libri
canonici " (Rev. Bibl., 1923, p. 151).
Wellhausen
fu il precursore della critica razionalista,
nel senso d'una spiegazione del messianismo
giudaico mediante il panismo. Il suo sistema
venne ripreso e sviluppato da Hackmann, Volz,
Marti, Novack e, più recentemente,
da A. von Gali nell'opera Barilàia
toù Teoù, eine religionsgeschichtliche
Studie zur vorkirchlkhen Eschatologie (1926).
Però k il sistema più coerente,
esposto con maggior forza e ampiezza ci sembra
quello di Bousset-Gressmann " (1),
dice il P. Lagrange in Le Judaìsme
avant Jésus-Christ (p. 389). Questa
o quella somiglianzà isolata conclude
assai poco; quindi venne istituito.un confronto
tra due sistemi comprendenti gli stessi elementi.
Nell'Iran vediamo l'attenzione del pensatore
religioso concentrata sul destino del mondo
intero, l'universo, che deve finire in una
conflagrazione generale. Per ora il mondo
è la posta d'una battaglia morale,
che finirà con il trionfo del bene,
tra il dio buono Ahura-mazda, e lo spirito
cattivo, Angrà-Mainyu, tra la luce
e le tenebre, la verità e la menzogna.
Il giudizio domina tutta la visuale del futuro
e sarà preceduto dalla resurrezione
dei morti; con la prova del ponte di separazione
i giusti saranno divisi dai cattivi, che cadranno
nel fuoco; anche i cattivi saranno presto
riconciliati e ci sarà una restaurazione
generale, dalla quale saranno esclusi soltanto
Angrà-Mainyu e i suoi angeli, che verranno
annientati. In questo sistema s'insiste poco
sul Salvatore degl'Iranici, il quale assomiglia
troppo poco al Messia dei Giudei; s'insiste
invece preferibilmente sull'accordo dell'escatologia,
che pare comprendere la conflagrazione del
mondo con la resurrezione dei corpi, tutto
fondato sulla concezione dualistica, cioè
sulla lotta tra Dio, che finirà col
vincere, e un principio cattivo, molto potente
nel mondo.
(1)
Bousset, Die Retigion des Iudentums,
ripubblicato da Gressmann a Tubinga nel 1926,
dopo la morte dell'autore.
Ma
dove si trovano raggruppati questi elementi
della religione iranica? Prima di tutto ci
stupisce di constatare che sono presi dal
Bundehesh (oggi si scrive Bundahisn), un libro
religioso del secolo k dopo Cristo.
et
Non si può considerare il Bundahisn
come il rappresentante della religione dell'Avesta.
Perciò occorre consultare l'Avesta,
che è più antico " (P.
Lagrange, Le Judaìsme avant Jésus-Christ,
p. 390).
Ma
sulla data delle varie parti àtll'Avesta
ci sono divergenze. Bisognerebbe quindi fermarsi
alla parte più antica (le Gàtha)
àell'Avesta, per avere una testimonianza
più autentica della religione che si
richiama a Zoroastro. Ma di quale epoca sono
le Gà ihS?
Non
possiamo addentrarci in una discussione sulle
date e nemmeno in un'esposizione dello zoroastrismo.
Si veda per questo l'opera citata del P. Lagrange.
Sulla
quadruplice coincidenza che ha colpito Bousset,
tra il giudaismo e la religione dei Persiani,
il P. Lagrange dichiara: " È facile
constatare che non c'è alcuna coincidenza
se consideriamo soltanto i Persiani contemporanei
al giudaismo ".
Dalla
sua risposta riportiamo i punti che interessano
maggiormente il nostro soggetto:
"
La conflagrazione del mondo non è affatto
una dottrina dell'Iran e non è nemmeno
comune nel giudaismo, perché apparteneva
anche alla Sibilla d'Egitto ".
L'escatologia
biblica non è, in primo luogo, l'attesa
d'un cataclisma cosmico, ma la speranza in
un intervento straordinario del Dio onnipotente.
Anche se " si guarda alla fine del mondo,
essa viene considerata come la trasformazione
delle cose in un mondo migliore, e questa
dottrina è già in Isaia, e non
è particolare dei Persiani " (ivi),
a L'idea della fine del mondo per se stessa
non è affatto una concezione religiosa,
e può essere il risultato d'una meditazione
sul flusso delle cose e della loro rivoluzione.
Essendo quest'idea scientifica, è più
probabile che non venga dalla Persia, ma da
Babilonia " (ivi, p. 403).
Ci
permettiamo di continuare a citare il P. Lagrange,
la cui autorità è riconosciuta
tanto dai critici indipendenti come nel campo
cattolico.
"
Infine l'influsso persiano non può
spiegare una trasformazione nella concezione
del Messia, perché nei testi persiani
più antichi propriamente parlando non
c'è Messia. Zoroastro annette la più
grande importanza alla conversione di Vishtaspa
unicamente per guadagnare l'appoggio reale
alla sua riforma. Non c'è un pallido
riflesso del Messia nemmeno come lo rappresenta
il salmo 17 di Salomone. Il dio che ha immaginato
la trasformazione del mondo in favore degli
uomini, è un dio che ha un compito
speciale e che non ha nulla d'un figlio dell'uomo
e d'un eletto di Dio. È vero però
che esso ha un nome che risponde esattamente
a quello di Salvatore, il Saoshyant, ma occorre
tenere presente che nelle Gàthà
simile nome è comune e viene applicato
tanto a Zoroastro quanto ai suoi compagni.
Solo
nell'Avesta recente e nei testi pahlavici
i saoshyant sono i tre ultimi profeti, che
nasceranno miracolosamente dal seme di Zoroastro
e che regneranno ciascuno alla fine d'un millennio.
L'ultimo Astavat-ereta ha davvero i lineamenti
d'un Messia e, secondo i testi pahlavici,
presiederà alla resurrezione generale
e alla rigenerazione dell'umanità;
ma questa nozione è recente ed è
in contraddizione con quella delle Gàthà,
e perciò ha tutte le apparenze di un
prestito dai cristiani Pur non volendo, lo
stesso Bousset è costretto a riconoscere
che il saoshyant persiano ha ben poco di comune
col Messia giudaico, che ha origini antiche
e autentiche.
Possiamo
quindi concludere. Parlando dell'antica religione
naturista dei Persiani, non si può
pretendere che abbia agito sul giudaismo;
parlando invece delle Gàthà,
le considereremo se non come dipendenti dal
giudaismo, almeno come sorte "la un movimento
parallelo a quello che fece nascere le apocalissi
giudaiche, e che in ogni caso non potè
ispirare al giudaismo né la concezione
del giudizio del mondo, né il domma
della resurrezione dei corpi, né il
dualismo o la credenza nel Messia... In sostanza
ci sembra che tutta la questione della religione
dei Persiani e del giudaismo non sia posta
abbastanza concretamente. I critici leggono
l'Avesta e gli altri libri, ci trovano alcuni
passi elevati, li estraggono, li coordinano
metodicamente, li avvicinano con le dottrine
del giudaismo e pretendono vedervi un influsso
esercitato su questo. Bisognerebbe uscire
dai libri e chiedersi come i Giudei vedessero
questa religione straniera. Essi certamente
la vedevano press'a poco com'era nei tempi
cristiani anche meno remoti, finché
la riforma di Zoroastro si estendeva fino
a prevalere sotto Sapore. I cristiani ci vedevano
solo una religione politeista o, come pensavano
essi, di adoratori dei demoni, un miscuglio
di superstizioni, più che una vera
religione. Lo stesso effetto doveva certamente
produrre l'antica religione dei Persiani sui
Giudei, priva com'era d'uno speciale prestigio
scientifico e filosofia". I Giudei come
avrebbero potuto anche soltanto essere tentati
di mettersi a questa scuola, o di lasciarsi
guadagnare da un'esposizione morale molto
meno precisa della loro? " (ivi, p. 404-405).
Abbiamo
citato a lungo quest'autore, noto per scienza
e probità. Le stesse conclusioni potremo
trovare non solo in studiosi cattolici (si
potrà leggere l'interessante esposizione
di A. Carnoy sulla religione dei Persiani
in Christus, e. vii, e si potrà vedere
il perfetto accordo, se non nelle date, almeno
tra la sua conclusione e quella che ci siamo
permesso di riportare); ma anche in un crescente
numero d'autori non cattolici recenti, tra
i quali Soderblom, Schiìrer, Konig,
Sellin, Albert, Bertholet, Scheftelowitz,
Holscher, che riducono al minimo e spingono
a una data tardiva l'infiltrazione del parsismo.
Della tesi sostenuta da A. von Gali nell'opera:
Basiléia toù Teoù, lo
Holscher, prima ancora che tale volume fosse
pubblicato, diceva che " nonostante i
numerosi e particolareggiati materiali che
se ne potevano attendere, è impossibile
derivare l'escatologia giudaica dal mazdeismo
" (2).
Babilonia.
- I babilonisti fecero vari tentativi
per collegare il messianismo giudaico a una
fonte assiro-babilonese. Prima di "tutto
bisogna osservare che la letteratura divinatrice,
molto importante a Babilonia, non ha alcuna
relazione con le profezie messianiche d'Israele,
perché mira solo alla vita pubblica
o privata e non ha nulla da dire sulla consumazione
del mondo attuale,
(2)
Die Urspnmg dar Iüdischen Eschatologìe,
1925, p. 11.
lasciando
le preoccupazioni morali in secondo piano.
Tuttavia si tentò di scoprirvi il germe
delle dottrine escatologiche del giudaismo.
Gl'indovini annunciano ora la felicità
e ora l'infelicità e si volle vedere
in questo il disegno generale dell'escatologia
che fa sperare un'epoca di pace e di salute,
la quale succederà all'attuale infelicità.
Alcuni autori, specialmente Eichrodt (3),
dichiararono: " Né gl'innumeri
oracoli dell'epatoscopia, né gli altri...
contengono gli elementi d'una speranza simile
a quella d'Israele ".
La
critica si è fermata anche su altri
testi, come le iscrizioni, il cui numero va
crescendo di giorno in giorno, grazie alle
scoperte archeologiche, redatte per lo più
in uno stile enfatico, in cui si descrive
come un'era di felicità il regno di
questo o di quel principe, che dichiara d'aver
fatto brillare la giustizia e annientato l'iniquità.
Il famoso codice di Hammurabi parla in questo
senso e ci fa sapere che il re ha fatto la
felicità del suo popolo ed esteso il
suo dominio su tutti i nemici; allo stesso
modo parlano gli Annali dei Sargonidi e di
Nabuchodonosor (4).
Un testo cuneiforme, invocato come particolarmente
probativo, è quello dove Assurbanipal
cosi parla del suo regno: "Dopo che Assur,
Sin, Samas... nella loro benevolenza mi hanno
messo sul trono di mio padre, Adad lascia
cadere la pioggia, Ea apre gli abissi che
contengono le sorgenti, il grano ha raggiunto
un'altezza di cinque cubiti, le spighe sono
lunghe oltre cinque sesti di cubito...; i
frutteti producono abbondantemente, i greggi
fetano con successo. Durante il mio regno
discese la sovrabbondanza e c'è profusione
di ricchezze " (5).
Un cortigiano d'Assurbanipal scrive al re
che sotto il suo regno vi sono " giorni
di giustizia e annate giuste; piogge abbondanti
e prezzi moderati..., gli dèi sono
rispettati..., i vecchi danzano, i bambini
cantano, le donne e le giovani si dedicano
con piacere ai loro doveri di donne e danno
la vita a bambini e bambine " (6).
Tali
testi non sarebbero altro che a l'eco della
speranza diffusa in tutto l'antico Oriente
per cui, dopo l'epoca attuale d'infelicità,
sarebbe venuto un salvatore del mondo per
realizzare finalmente il benessere. Ogni re
giusto e potente sarebbe stato salutato tipo
di questo re ideale e queste formule avrebbero
quindi un senso essenzialmente escatologico
e messianico " (7).
Però
in questi documenti non c'è nessuna
visuale propriamente messianica o escatologica,
e per interpretarli in questo senso occorre
molta buona volontà.
Gli
assiriologi imparziali, che non forzano i
testi a dire quello che non contengono, riconoscono
lealmente che da parte dei sudditi c'è
soltanto l'espressione dell'adulazione orientale
per il sovrano e, dall'altra parte, l'espressione
della tronfia vanità del potentato
vittorioso.
(3)
Die Hoffnung des ewigen Friedens im alteri
Israèl, 1922, p. 142.
(4) Cfr. Thureau-Dancing,
Die Sumeriscken und akkadischen Koeningsinschrifien,
1907.
(5) Cfr. Streck,
Assurbanipal und die letzen assyrischen
Koenige, t. II, 1916, pp. 6-7.
(6) R. F. Harpee,
Assyrian and Babylonian letters,
p. 1892, n. 2.
(7) Dennefeld,
D. T. C, X, 1554.
Anche
la mitologia offre la base agli studiosi che
ad ogni costo vogliono dare un fondamento
naturale alla religione del popolo giudaico.
Tutte le favole riguardo a Marduk e alla sua
vittoria su Tiamat, a quella di Enlil su Labbu,
ecc, sarebbero l'eco della credenza che dopo
i mali presenti dovrà sorgere sulla
terra un'era felice, cioè un'era messianica
(8). Così
et il mito di Ira, il dio della peste, secondo
il quale, finite le stragi causate da questo
dio, il popolo accadico si rialzerà
e rovescerà tutto, proverebbe che già
i babilonesi attendevano la venuta d'un re
universale, d'un messia a (9).
"
Si può dunque dire con sicurezza che
nei testi cuneiformi finora non fu trovato
nulla che si possa considerare come prototipo,
fonte correlativo o analogo della speranza
messianica d'Israele. Il metodo di confronto,
cosi concepito e applicato, non ha nulla di
scientifico, perché spesso procede
aprioristicamente e trova quello che vuole
trovare; quasi sempre si basa su dati insufficienti,
sopra un'insufficiente conoscenza oggettiva
della religione babilonese, dove c'è
ancora molto da scoprire e interpretare; sopra
un'incompleta conoscenza soggettiva nei riguardi
della religione israelitica, da parte di molti
assìriologi incompetenti in questo
campo " (10).
Egitto.
- Anche qui siamo di fronte a teorie
che vogliono collegare il messianismo giudaico
all'Egitto con accostamenti che, come quelli
precedenti, contengono molte cose congetturali
e arbitrarie.
S'invocano
soprattutto quattro testi, che dovrebbero
contenere oracoli con punti di contatto con
quelli del profetismo giudaico.
Il
testo più lungo è nel papiro
344 di Leyda, che si crede risalga al principio
della XIX dinastia (circa 1300 a. C.) e che
descrive un completo cataclisma dell'Egitto.
" Dopo aver esortato a disfarsi di tutti
i nemici che hanno causato questi malanni,
e a ritornare nella linea del dovere, seguono
riflessioni poco coerenti sul re e sul suo
indirizzo " (11).
Per un momento si potè credere che
il testo contenesse la profezia di un salvatore,
ma sii attuali egittologi e critici generalmente
si oppongono a simile interpretazione (12).
Il testo, dopo la descrizione
dell'infelicità e l'esortazione al
re, esprime ristabilimento senza la minima
sfumatura escatologica.
Il
secondo testo (papiro 1116 B di Pietrogrado)
risale alla xvm dinastia ed è la copia
d'un originale che rimonta al 2000 avanti
Cristo. Il sacerdote Nefer-Rehu è invitato
dal re Snefru a rivelare le cose future. Dopo
la descrizione della devastazione e della
guerra civile, in seguito all'invasione dei
beduini e degli asiatici, parla della trasformazione
della natura: il Nilo si seccherà e
il sole perderà lo splendore e il calore;
ma allora " dal mezzogiorno verrà
un re, che si chiamerà Ameni e sarà
figlio d'una donna della Nubia; egli riceverà
la corona dell'Alto e del Basso Egitto...
gli uomini del suo tempo si rallegreranno,
davanti a lui taceranno per paura coloro che
sono inclini al male e meditano ostilità.
Gli asiatici cadranno sotto la sua spada e
i Libici sotto la sua fiamma... Sarà
costruito il muro dei Principi e gli asiatici
non potranno più scendere in Egitto...;
il diritto occuperà nuovamente il suo
posto e sarà bandita l'ingiustizia.
Si rallegri dunque colui che vedrà
e farà parte del corteo del Re ".
Questo discorso fa naturalmente pensare a
certe profezie bibliche, tanto che, più
ancora del precedente, il testo presente viene
invocato in favore del messianismo egiziano;
però non è altro che un vaiicinium
post eventum: una profezia dopo l'avveramento.
Qui non si parla d'un futuro re ideale, d'un
Messia, ma di Amenemhet I, che è storico.
Anche il ricordo del muro dei Principi è
un'indicazione storica, ed è il muro
di Wàdi-Tamilàt a nord dell'Egitto,
ricostruito e consolidato da Amenemhet I,
che in questo modo pose fine alle incursioni
e alle razzie degl'indesiderabili vicini.
Alla fin fine quest'oracolo, come quelli cuneiformi
esaminati poco fa, è soltanto "
una glorificazione iperbolica " del faraone.
(8)
Cfr. i testi in Dorme, Chmx de textes religieux
assyro-babylotàes, 1907.
(9) Dennefeld,
D. T. C, X, 1555.
(10) Condamin,
D. A. F. C, I, 373.
(11) Dennefeld,
D. T. C, X, 1556.
(12) A. Von Gali.,
Basitela, ed. cit., pp. 55 ss.
Il
terzo oracolo è una predizione fatta
sotto " il saggio e pio re Bocchoris
" (verso il 700 a. C.) riguardo a una
grande calamità dell'Egitto e riguardo
al risorgimento del paese. Il testo è
in pessimo stato, ma è fuori dubbio
che si tratti di fatti storici. D'altronde
non è una legge psicologica che i malanni
facciano desiderare e sperare tempi felici?
Il
quarto testo ricorda il secondo che abbiamo
esaminato: dopo un tempo di calamità
e di fenomeni naturali, un re renderà
cosi felice il suo popolo, che i vivi desidereranno
che i morti risorgano a prendervi parte, mentre
la natura ritroverà il suo corso normale.
Le opinioni sull'origine e il senso di questo
testo sono divise, ma anche Reitzenstein ritiene
che la forma profetica dell'oracolo sia una
pura finzione; il fondo poi risulta probabilmente
da un influsso giudaico proveniente dalla
Diaspora.
Da
quest'inchiesta risulta che i testi suddetti
non sono profetici e non contengono nulla
d'analogo alla speranza messianica d'Israele.
D'altronde occorre notare che i Giudei erano
gelosamente nazionalisti e non professavano
nessuna simpatia per gli Egiziani; i profeti
vigilavano onde la fede del popolo eletto
non venisse contaminata da credenze che essi
consideravano empie. Nella religione egiziana
non c'era nulla che per se stesso potesse
sedurli: il politeismo, il naturismo, l'astrolatria,
la zoolatria della bassa epoca potevano soltanto
suscitare un senso di repulsione. La stessa
resurrezione, concepita al modo degli Egiziani,
" come quella d'Osiride, veniva spiegata
dal mito con particolari così alieni
e scabrosi, che avrebbe piuttosto distolto
i Giudei dal credervi se non vi fossero stati
indotti dalle sublimi ragioni di cui abbiamo
parlato e dall'autorità dei profeti,
riconosciuti come parlanti a nome di Dio "
(13).
Gli
egittologi e gli esegeti contemporanei ritengono
generalmente impossibile la dipendenza del
messianismo giudaico dall'Egitto, per il quale
d sono indizi ancor più lievi che per
Babilonia, dove lo stesso Gressmann ritiene
non esservi nulla di veramente messianico
(14).
La
Grecia e Roma. - Neppure qui, nonostante
tutte le ipotesi emesse, non c'è nulla
che permetta di concludere a una dipendenza
del messianismo d'Israele. Nella Grecia antica
Esiodo descriveva lo sviluppo dell'umanità
in quattro, periodi, senza nessuna attesa
dell'avvento d'un tempo completamente felice.
Nemmeno
Ovidio, che nelle Metamorfosi riprende questa
divisione, non attende l'era della salvezza.
Però alla fine della stessa opera parla
dell'imperatore Augusto in termini che possono
far pensare ad alcune espressioni delle profezie
bibliche. Ma questo modo d'esaltare il principe
non è particolare di Ovidio e l'abbiamo
già incontrato a Babilonia e in Egitto;
così pure ad Atene Demetrio e Antigono
Poliorcéte sono chiamati " dèi
salvatori ".
(13)
Lagrange, Le Judaisme avant Jésus-Christ,
p. 417.
(14) Gressmann,
Der Messias, Gottinga 1929,
p. 445.
Le stesse iperboli troviamo in Orazio e in
Virgilio. Specialmente nella quarta egloga
di Virgilio si vuoi vedere espressa la speranza
messianica, con una sorprendente analogia
con quella d'Israele. La poesia è così
nota, che è inutile richiamarne le
linee, e meritò a Virgilio di figurare
tra i profeti nell'arte medioevale. La pace
tra gli animali, che annuncia e descrive,
fa evidentemente pensare al quadro del regno
ideale del capitolo decimoprimo d'Isaia, e
il bimbo in questione ricorda l'Emmanuele
(cc. 7, 8, 9). Molto si è scritto e
discusso a questo riguardo onde determinare
l'origine dell'idea d'un salvatore in Virgilio.
Per alcuni, " se non direttamente, almeno
indirettamente attraverso i libri sibillini,
Virgilio qui dipende dai profeti d'Israele,
e la dipendenza si spiega senza difficoltà
quando si pensa che al tempo d'Augusto c'erano
ottomila Giudei a Roma (Giuseppe, Ant., xvii,
XI, 1) e che i Giudei della Diaspora facevano
una grande propaganda delle loro idee religiose
" (15).
Altri,
e specialmente quelli che abbiamo citato sopra,
vogliono collegare le idee di questa egloga
a concezioni orientali, dove s'è creduto
di vedere apparire aspirazioni a un salvatore.
Tra questi il più noto è Norden,
che non ci vede alcuna eco della profezia
d'Israele. Per il P. Lagrange
(16) sarebbe certo quest'ultimo punto:
la profezia d'Israele non entra affatto nell'ispirazione
di Virgilio e i suoi versi non contengono
messianismo di sorta. Sono poi stati pubblicati
altri studi sullo stesso soggetto, specialmente
Virgile et le my-stère de la IV églogue,
di J. Carcopino (17),
che sul messianismo conclude come il P. Lagrange:
" II fanciullo non è punto la
causa dell'età dell'oro; tra lui e
il suo tempo c'è soltanto concomitanza;
egli godrà i benefici del bel tempo
che già risplende. Lo stesso Carcopino
non riconosce affatto alcuna traccia della
Sibilla giudaica o dei profeti dell'Antico
Testamento " (18).
Carcopino "'ha rettificato l'opinione
di Salomone Reinach: non orfismo, ma piuttosto
neopitagorismo (che d'altronde nel primo secolo
a. C. aveva assorbito l'orfismo) ed ha pure
aperto una nuova via all'interpretazione dell'egloga
", aggiunge il P. Lagrange (19),
pur non sottoscrivendo pienamente l'opinione.
La
questione è tutt'altro che risolta;
però si deve ritenere che anche nell'ipotesi
che Virgilio abbia un'ispirazione messianica,
non si può parlare di dipendenza delle
concezioni giudaiche da esso; se mai, proprio
le concezioni giudaiche avrebbero ispirato
le linee dell'egloga virgiliana.
L'India.
- Vishnu si rivela agli uomini con
dieci incarnazioni successive, e sarebbe un
parallelo del Messia giudaico. L'ottava incarnazione
di Vishnu è l'apparizione di Krishna,
la nona quella di Buddha; la decima sarà
la più importante, poiché Vishnu
in persona apparirà e distruggerà
il male, costruirà un mondo nuovo e
istituirà un'era di benessere, dando
nello stesso tempo il governo ai giusti.
Paesi
germanici. - L'universo attuale è
destinato alla distruzione, in cui periranno
gli uomini e gli dèi, ma questi risusciteranno,
mentre una nuova umanità uscirà
da una coppia, che sarà sfuggita al
cataclisma. La terra sarà straordinariamente
fertile e regnerà il benessere nel
mondo definitivamente restaurato, che non
conoscerà più nessuna forma
di male.
(15)
Dennefeld T. C, X, 1562.
(16) Remie btblique,
1922.
(17)
Parigi, 1930.
(18) Revue billique,
J930, p. 447.
(19) hi, p. 449.
Conclusione.
- Al termine della nostra inchiesta
sui possibili avvicinamenti tra la speranza
messianica d'Israele e certe manifestazioni
della vita religiosa d'altri popoli, s'impongono
alcune riflessioni: prima di tutto, come dice
in modo eccellente il P. Condamin (20),
u non bisogna dimenticare che la natura umana
è essenzialmente la stessa in tutti
i tempi e in tutti i luoghi, con le sue facoltà
e bisogni, tendenze, debolezze e miserie...
L'atteggiamento della preghiera..., l'idea
del sacrificio..., la purificazione reale
o simbolica, e molte altre pratiche religiose
sono cose conformi alle disposizioni della
natura umana. È puerile stupirsi delle
somiglianze in simili materie e notarle subito
come una scoperta ". Tanto più
" si potranno spiegare alcune somiglianze,
per esempio nelle leggi e nei costumi, con
la comunità di razza tra Babilonesi
ed Ebrei. È naturalissimo che tra i
semiti vi sia qualcosa di comune nel modo
di pensare e di vivere. Cosi si possono spiegare
nel modo più naturale i parallelismi
che la scienza delle religioni potrebbe far
conoscere. Infatti, soprattutto quando si
tratta di dottrine, non bisogna aver fretta
di concludere che c'è prestito a motivo
delle somiglianze, ma chiedersi se vi sia
un legame reale, un rapporto di filiazione.
Molti autori hanno il torto d'insistere su
somiglianze particolari e di perdere di vista
le dissomiglianze essenziali. Con le rivelazioni
propriamente dette, di cui furono favoriti
i profeti d'Israele, col suo monoteismo puro
e per il carattere soprannaturale, la religione
dell'Antico Testamento si pone incomparabilmente
al di sopra di tutte le altre religioni anteriori
al cristianesimo, e non solo in un grado più
elevato, ma in un ordine diverso " (21).
E
resta che " il messianismo é uno
dei grandi fatti miracolosi dell'Antico Testamento
". " Nonostante tutte le ricerche
provocate dalla storia delle religioni, questo
grande fatto resta unico. Qui da parte di
Dio c'è una promessa che fu mantenuta;
in altre parole, ci fu un fatto predetto...
" (22).
CAPITOLO
II. - IL VERO MESSIA PROMESSO E INVIATO
Finora
ci siamo fermati a respingere gli attacchi
contro l'origine divina della promessa; nei
paragrafi seguenti ci fermeremo a studiare
la fedeltà di Dio nel mantenere la
promessa fatta.
(20)
Christus, p. 751.
{21)
Ivi, p. 752.
(22)
II Chaine, citando il P. Lao&angb, Revue
biblique, igo6, p. 555, e. I: "Le sémitisme"
in "L'oeuvre apologétique et Mstoriqiv
du P. Lagrange", p. 57, Bloud et Gay,
Paria J935.
§
1. - Gesù si rivela come il vero Messia
promesso.
Il
termine Messia, molto vago in se stesso, indicava
prima di tutto il sommo sacerdote o il re.
I profeti, annunciando il grande re venturo,
in principio
non gli davano questo nome, ma poi, a poco
a poco, per analogia con il re che spesso
era chiamato l’unto di Jahvè, il nome
del Messia prevalse definitivamente e venne
applicato unicamente al liberatore promesso
e atteso. Il Vangelo riproduce alcuno echi
di questa attesa: Giovanni Battista manda
a dire a Gesù:" Sei tu colui che
deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?
" (Lc. 7,19) . Andrea, fratello di Simon
Pietro, dopo il primo incontro con Gesù
va a trovare il fratello e gli dice esultante:
" Abbiamo trovato il Messia " (Gv.,
1, 41).
Queste
parole manifestano l'attesa del popolo e,
nello stesso tempo, provano pure che c'era
la persuasione dell'imminente venuta del Messia.
Un'altra eco di questo stato d'animo è
l'espressione della samaritana a Gesù:
a So che il Messia....sta per venire "
(Gv., 4, 25), e aggiunge: " Quando verrà
ci farà conoscere ogni cosa ",
mostrando così come tutto il popolo
di Palestina concentrasse in lui la speranza.
Allora Gesù le rispose semplicemente:
" Sono io che ti parlo s (ivi, 26). Infatti
il Vangelo riferisce che Gesù rivendicava
per sé questo titolo, prima davanti
agli apostoli (Mt., 16, 15-17), poi davanti
al sinedrio (Me., 14, 61-62), dichiarando
cosi che la storia giudaica tendeva a lui,
il promesso dei
profeti.
Però
al tempo di Gesù il messianismo s'era
alterato, aveva deviato dal suo ideale primitivo,
s'era involuto con tutte le aspirazioni nazionaliste,
esasperate dal giogo straniero, e con tutte
le fantasie e i sogni delle apocalissi. I
lineamenti del Messia profetico scomparivano
nella massa delle figure e dei simboli e alcuni,
che non quadravano con le ambizioni nazionalistiche,
erano stati dimenticati. Restava certamente
il ricordo della sua discendenza davidica,
ma l'oracolo davidico, che riguardava la sua
nascita miracolosa, non era stato compreso.
Erano stati conservati soltanto gli aspetti
gloriosi, poiché il giudaismo non sognava
affatto che il Servo sofferente potesse essere
l'atteso Messia, a II Messia sofferente sarebbe
stato una contraddizione nei termini "
(1). Per i contemporanei
di Gesù, il Messia doveva essere un
puro uomo, e quindi non erano disposti "
a sentire Gesù e a credergli quando
si presentava come Messia e vero Figlio di
Dio " (2).
In realtà il il cristianesimo non usci,
e non poteva uscire, dall'antica rivelazione
per via di pura interpretazione... Finché
San Paolo interpretò l'Antico Testamento
da solo e come fariseo, restò fariseo.
Per ben comprenderlo era necessaria la nuova
rivelazione, quella di Gesù Cristo,
che non è soltanto la rivelazione delle
antiche profezie, ma le illumina maggiormente;
non è soltanto il punto terminale della
rivelazione, ma la completa e la rende efficace;
egli si collega all'Antico Testamento al di
sopra del giudaismo e ne rivela il vero senso,
che era ancora velato " (3).
§
2. - Dottrine contrarie e loro confutazione.
Esposizione.
- La critica razionalistica ha tentato tutte
le vie per spiegare in modo puramente umano
il fatto di Gesù, del suo Vangelo e
dell'origine della sua Chiesa. Uno dei tentativi
oggi più in voga è quello di
dire in una forma o in un'altra (essendo le
teorie a varie perché impotenti ",
come dice il P. Lagrange), che la fede in
Gesù Cristo è il risultato dell'elaborazione
storica fatta dalla comunità primitiva;
Gesù non è Dio, ma venne divinizzato
da un'apoteosi paragonabile a quella degl'imperatori
romani; Gesù non si presentò
come
(1)
Lagrange, Le Judaisme avant Jésus-Christ,
p. 387.
(2) e (3)
Ivi, p. 589
Messia,
né come Figlio di Dio, non risuscitò,
ma fu la comunità primitiva a immaginarlo
risorto (4).
Allora gli venne attribuito il titolo di Messia
e lo si riconobbe come tale. Diventato Messia
dopo la morte, non restava che un passo per
arrivare a pensare che, almeno nell'aspettativa,
era Messia anche prima della morte; e il passo
fu fatto. Però, ricordando che nessuno
aveva riconosciuto Gesù vivente come
Messia, fu fatto un altro passo, e si fini
naturalmente col dire che Gesù non
era stato riconosciuto come Messia perché
non aveva voluto lui stesso (5).
Questa teoria, spinta fino alle ultime conseguenze,
nega qualsiasi autenticità ai testi
dove Gesù si presenta come' Messia,
i quali non sarebbero altro che un riflesso
della fede della comunità primitiva,
che avrebbe posto senz'altro tali dichiarazioni
sulle labbra del Maestro (6).
Discussione.
- Specialmente nel Vangelo di San Marco la
rivelazione di Gesù come Messia è
veramente progressiva; k si disse molto giustamente...
che Marco è tutto in questo doppio
punto di vista, che sembrava contradditorio:
Gesù manifesta costantemente la sua
gloria messianica, e questo fa capire la sua
qualità soprannaturale di Figlio dell'uomo
e di Figlio di Dio; Marco pronuncia appena
il nome di Messia, e quindi questa qualità
rimane un mistero, che i discepoli non comprendono.
Da principio Gesù insegna come chi
ha il potere d'insegnare, e non come gli scribi
(1, 22); per la loro familiarità con
il mondò soprannaturale, i demoni lo
riconoscono come il Santo di Dio (1, 27),
come il Figlio di Dio (8, 11); egli rimette
i peccati e non nega che questo diritto appartenga
soltanto a Dio, facendo anzi un miracolo per
provare che Egli lo possiede (2, 10); esercita
il potere sugli elementi (4, 85 ss.). Inutile
ricordare i numerosi miracoli. Marco insiste
sullo stupore generale: la gente si domanda
chi egli sia (6, 1, ss.); Gesù si meraviglia
dell'incredulità dei discepoli (6,
6) i quali avrebbero quindi dovuto riconoscerlo;
si congratula con chi gli attribuisce il potere
di guarire. I discepoli non sanno apprezzare
la moltiplicazione dei pani (6, 52) e il viaggio
sulle acque li piomba nello stupore. Gesù
si lamenta pure che i suoi miracoli non servano
ad aprire gli occhi ai discepoli (8, 17 s.
); prevede che il Figlio sarà respinto
come i servi (parabola dei vignaioli, 12,
1 ss.); infine ecco la confessione solenne,
che produce sul sinedrio un effetto così
fulmineo, e la confessione del centurione,
che lo riconosce Figlio di Dio (15, 39). La
lettura più superficiale di Marco lascia
l'impressione che Gesù si fosse imposto
alla fede dei discepoli con i miracoli, malgrado
la loro lunga resistenza (7).
Senza dichiarazioni scottanti e intempestive,
e rifiutando anche il concorso che gli veniva
offerto dai demoni per rivelare la sua vera
personalità, Egli mostrò chiaramente
d'essere il Figlio di Dio (8),
e questo fatto ci dispensa dal spiegare con
l'ignoranza della sua qualità di Messia
il motivo dell'apparente riserva, specialmente
in Marco, fatta da Gesù nel rivelare
questa sua qualità.
(4)
Questa teoria è stata recentemente
sostenuta ancora da Maurizio Goguel,
Lafoi en la résurrection de Jésus
dans le christianisme prìmìtif,
Leroux, Parigi 1933. .
(5) È
il tema di W. Wrede nell'opera: Il segreto
messianico, Gottinga 1901.
(6) È
quanto sostiene R. Bultmann e la sua scuola
che si propone di "demitoIogizzare "
il cristianesimo. Cfr. R. Bultmann, Le christianisme
primitive, Payot, Paris 1950.
Bisogna notare che le proteste più
sincere, come il grido gioioso d'Andrea (Gv.
1, 41)... non sono incompatibili con incertezze
e dubbi posteriori. Opporre questi ritorni
a quelle è frutto d'una psicologia
puerile. Queste alternative sono anzi altamente
verosimili (L. de GRANDMArsoN, Jésus-Ckrist,
I, p. 316, nota).
Però
è meglio cercare il motivo della riserva
nello stato d'animo del popolo, che del Messia
aveva un concetto, per quanto fondamentalmente
tradizionale e per quanto radicato nella più
pura rivelazione divina, non meno deformato
e deviato. La condotta di Gesù quindi
si spiega con la necessità di raddrizzare
e purificare prima la nozione del Messia atteso,
e poi di dichiarare che Egli è il Messia.
Figlio
dell'uomo. - " In questo cammino
verso la luce, il Maestro aveva bisogno d'un
nome che lo indicasse senza comprometterlo,
che stimolasse lo spirito senza fuorviarlo,
con un carattere messianico reale, ma non
provocante. Dai Vangeli sappiamo che adottò
quello di " Figlio dell'uomo "...;
ed è certo che il Signore adoperò
quest'espressione parlando di se stesso, in
modo abituale e, per quanto possiamo giudicarne,
fin da principio del suo ministero "
(9).
Il
nome " Figlio dell'uomo " era capace
d'un senso messianico, perché usato
nella profezia di Daniele, e così inteso
da una parte dell'interpretazione posteriore;
non lo era però affatto per la sua
formula (10).
Il nome effettivamente legava alla persona
e alla missione di Gesù le più
alte prerogative messianiche di Signore e
di Giudice universale; però metteva
anche in risalto i caratteri di debolezza
apparente, di condiscendente fraternità,
di sofferenza redentrice e, per dirla in breve,
d'umanità, che doveva realmente caratterizzare
la carriera del Maestro (11)...
Ma Gesù Messia, che si disse Figlio
dell'uomo, era anche Figlio di
Dio.
"
Gesù si riconosceva Figlio di Dio nel
senso soprannaturale, e per questo venne condannato
come bestemmiatore, perché dirsi Messia
nel senso giudaico e per l'avvenire, non era
affatto una bestemmia " (12).
"
Gesù voleva realizzare pienamente il
messianismo nel senso giudaico autentico,
ma il Messia com'era Lui, superava infinitamente
tutto quello che si poteva concepire e sperare.
Egli " sublimò " la sua qualità
di Messia nel mondo; colui che Dio ha inviato
nel mondo è il suo proprio Figlio.
Non si potrà mai spiegare Gesù
e il Vangelo senza il soprannaturale. La critica
ci mette nell'alternativa di scegliere tra
un Gesù che a torto credette d'avere
una missione soprannaturale, e un Gesù
che era veramente l'essere soprannaturale,
il Figlio di Dio, quale pretendeva di essere.
Bisogna che i cristiani optino... per la soluzione
che unisce i risultati della critica e le
affermazioni della fede " (13).
"
Figlio di Dio era uno dei titoli del Messia:
Jahvè mi ha detto: "Tu sei mio
Figlio; io oggi ti ho generato" (Salm.,
2, 7). U salmista non si era spiegato più
chiaramente. Paolo, parlando della preesistenza
[di Gesù] come d'una dottrina conosciuta
da tutti i cristiani, faceva sufficientemente
capire che tale generazione del Figlio non
aveva nulla in comune con le generazioni pagane
" (cfr. Ebr., I, 5; 5, 5).
(8)
Lagrange, ivi, 1903, p. 304.
(9)
L. de Grandmabon,
ivi, t. I., p. 316.
(10)
In alcuni ambienti
letterali, dove la letteratura apocalittica
era più familiare,
il titolo di Figlio dell'uomo poteva avere
un senso messianico molto chiaro; ma per la
maggior parte dei Giudei aveva solo un senso
indeciso e sarà determinato solo dalla
pre
dicazione di Cristo; il quale può quindi
rivendicarlo fin dai primi tempi del suo ministero,
senza tuttavia farsi riconoscere chiaramente
come Messia (J. Lebreton, Origine* du Dogmi
de la Trinite, voi. I, 7 ed., Beauchesne,
Paris 1928, p. agi.
(11)
L. de Grandmabon,
ioi, p. 384.
(12)
Lagrange, ivi,
1908, pp. 292 ss.
"
D'altronde Paolo adopera questo termine tanto
correntemente che, è evidente, lo deve
aver preso dalla prima catechesi cristiana.
Gesù era stato condannato perché
s'era detto Figlio di Dio, il che, per i Farisei,
era una bestemmia. Per questo il fariseo Paolo
lo perseguitò finché lo stesso
Figlio di Dio si rivelò non solo a
lui, ma in lui (Gai., 1, 16), per essere il
tema della sua predicazione tra i gentili.
L'appellativo te Figlio di Dio " ritorna
così spesso sotto la ' sua penna, perché
lo aveva sempre sulla bocca. Alcuni di questi
testi sono anche un'indicazione esplicita
della preesistenza del Figlio di Dio (Rm.,
8, 3; Gai., 4, 4); tutti hanno lo stesso senso,
poiché una rigenerazione divina, secondo
un monoteista, deve far nascere il Figlio
nell'unica ed eterna divinità "
(14).
(13)
Im, '908. P- 293-
(14) Ivi, 1936,
pp. 12 e 13.