LE
OSSA DELL'APOSTOLO PIETRO SONO ANCORA NELLA
SUA TOMBA SOTTO LA BASILICA VATICANA?
di Don Angelo Albani
e Don Massimo Astrua
PRESENTAZIONE
La fatica di condensare
un libro in poche pagine non è sempre
facile, soprattutto per il pericolo di travisare
il pensiero dell'Autore.
Ma il libro La tomba di Pietro della
Prof.ssa Margherita Guarducci, edito da Rusconi
nel 1989, è così limpido e documentato
da ridurre al minimo le possibilità
di un fraintendimento.
Noi abbiamo cercato di inquadrare i fatti
descritti dall'illustre epigrafista in un
contesto storico più vasto, così
da aiutare il Lettore a collocarli nella bimillenaria
Tradizione cattolica, Tradizione che essi
vengono a confermare e ad illuminare di luce
nuova e certissima.
Questo "condensato" potrà
essere utilmente distribuito nelle Parrocchie,
nelle Scuole e ovunque laverità
storica,sempre affascinante, potrà
demolire pregiudizi e fondare certezze.
Don
Angelo Albani e Don Massimo Astrua
LE
OSSA DI SAN PIETRO SONO ANCOR OGGI NELLA SUA
TOMBA SOTTO L'ALTARE PAPALE DELLA BASILICA
VATICANA
Dal punto di vista storico non sono mai esistiti
dubbi sulla venuta di San Pietro a Roma, sulla
sua crocifissione e sulla sua sepoltura nella
necropoli vaticana, a breve distanza dal luogo
del martirio.
Egli era giunto a Roma nell'anno 41, al tempo
dell'imperatore Claudio e vi rimase, salvo
una breve interruzione, fino alla morte che
subì nell'anno 64, all'inizio della
persecuzione di Nerone.
Questo pazzo imperatore che aveva già
fatto avvelenare il fratello, assassinare
la madre Agrippina, la moglie Ottavia e aveva
ucciso personalmente la seconda moglie Poppea
in un raptus di pazzia mise a fuoco la città
di Roma.
Quindi, come afferma lo storico Tacito, (per
distogliere da sé l'ira del popolo
ne fece ricadere la colpa sui cristiani scatenando
contro di essi una feroce persecuzione.
Fu durante questa persecuzione che, secondo
la testimonianza di Clemente romano (AdChorinthios, 1, 56), nell'anno 64 Pietro
subì il martirio per crocifissione
proprio nel circo di Nerone che sorgeva sul
colle Vaticano.
Lo storico Eusebio di Cesarea ci informa che
Pietro, non ritenendosi degno di morire come
il suo Maestro, chiese ed ottenne di essere
crocifisso con il capo all'ingiù.
Il suo corpo fu seppellito nello stesso colle
Vaticano, in un cimitero vicino al luogo del
martirio e sulla sua tomba, divenuta subito
oggetto di venerazione, i cristiani innalzarono,
nel II secolo, un "trofeo" (detto
di "Gaio", dal nome dello scrittore
cristiano del II secolo che ne parla, come
ci riferisce lo storico Eusebio) che, in base
agli scavi effettuati negli anni '40, è
stato ricostruito così:
Agli
inizi del IV secolo, Costantino, l'imperatore
che decretò la libertà religiosa
per il Cristianesimo, fece erigere, sul luogo
dell'antico "trofeo" una grande
Basilica a cinque navate, il cui altare maggiore
era ubicato esattamente sopra la tomba dell'Apostolo.
Ecco la ricostruzione generale del complesso
monumentale:
Costantino
aveva anche raccolto le ossa di San Pietro
dal luogo della sepoltura primitiva (un umido
loculo interrato) e le aveva poste in un loculo
più asciutto, ricavato in un muro che
già sorgeva accanto al luogo della
sepoltura primitiva.
Ma di questo diremo diffusamente più
sotto, quando parleremo degli scavi ordinati
nel 1939 da Pio XII.
Qui vogliamo solo anticipare che nel Rinascimento
l'intera Basilica costantiniana fu demolita
da Papa Giulio II e ricostruita dalle fondamenta
su disegno del Bramante poi modificato da
Michelangelo, dal Maderno e dal Bernini: è
l'attuale Basilica Vaticana dominata dalla
cupola di Michelangelo, sotto il cui altare,
disegnato dal Bernini ed eretto da Papa Clemente
VIII, sono ancor oggi custodite le sacre ossa
dell'Apostolo.
Il lettore si chiederà: come sappiamo
che le ossa dell'Apostolo Pietro si trovano
ancor oggi là sotto?
Lo sappiamo (oltre che dalla secolare tradizione
storica) dai positivi e inconfutabili risultati
degli scavi archeologici iniziati nel 1939
e tuttora in fase di sviluppo, come diremo
ora.
GLI
SCAVI ORDINATI DA PIO XII NEL 1939 CHE PORTARONO
AL RINVENIMENTO DELLA TOMBA DELL'APOSTOLO
PIETRO.
Per molti secoli, praticamemte
fino all'inizio del secolo ventesimo, nessun
Papa osò ordinare una ispezione archeologica
della tomba di San Pietro. La tomba dell'Apostolo
incuteva in tutti un sacro timore reverenziale.
Fu Pio XII che, pochi mesi dopo la sua elezione
a Pontefice, volle iniziare gli scavi sotto
il pavimento della Basilica Vaticana e specialmente
sotto l'altare della Confessione dove, secondo
l'ininterrotta tradizione, si sarebbe dovuta
trovare la tomba dell'Apostolo.
Questi scavi Ñdiretti da Mons. Ludovico
Kaas coadiuvato dagli archeologi professor
Enrico Josi,
Padre Antonio Ferrua e Padre Engelbert Kirschbaum
e dall'architetto Bruno Maria Apollonj GhettiÑ
durarono circa un decennio (dal 1941 al 1950)
e portarono dapprima alla scoperta, sotto
la Basilica Vaticana, di una vasta necropoli
di epoca precristiana, orientata da Ovest
ad Est. La sua posizione rispetto alla Basilica
è visibile (in nero) nella figura sottostante:
Il
lettore potrà notare che l'estrema
zona Ovest della necropoli viene a trovarsi
proprio sotto la "cupola" michelangiolesca,
ossia sotto l'Altare papale detto "della
Confessione".
Se ora osserviamo una pianta più dettagliata
di tale necropoli, potremo constatare che
l'estrema zona Ovest comprende un cortile
abbastanza vasto chiamato dagli archeologi
campo "P".
In
questo ulteriore ingrandimento della zona
Ovest della necropoli, possiamo notare che
il campo "P" è delimitato,
sulla sinistra di chi guarda, da un muro che
va da Nord a Sud, detto "Muro rosso",dal colore dell'intonaco che lo ricopre.
Al
centro di questo "Muro rosso" è
visibile una piccola nicchia semicircolare
e un poco più in alto un piccolo muro,
detto muro "G", ricoperto sul lato
Nord da numerosi graffiti.
La figura seguente ritrae in modo molto dettagliato
la zona della piccola nicchia e del muro "G".
In
essa sono chiaramente visibili il tratto
del "Muro Rosso" con la nicchia
che fa da sfondo alla Edicola del II secolo
e la base delle due colonnine marmoree che
sostenevano la lastra di travertino che
costituivano l'Edicola o "Trofeo di
Gaio" del II secolo.
Tra la nicchia e la base delle due colonnine,
ossia proprio al centro del "Trofeo",
gli archeologi di Pio XII ritrovarono il
luogo della primitiva sepoltura di Pietro
(dell'anno 64), ma lo trovarono vuoto. Come
spiegare questo mistero?
La risposta verrà dal rinvenimento,
a nord della sepoltura primitiva, di un
loculo, rivestito di marmo, di epoca costantiniana
(inizio del IV secolo) che l'Imperatore
aveva fatto scavare all'interno di un muro
già esistente (il cosiddetto muro
"G"). e dove vi aveva deposto,
avvolte in prezioso tessuto di porpora e
d'oro, le ossa dell'Apostolo.
La parete nord del Muro "G", era
ripiena di graffiti col nome di Cristo,
di Maria e di Pietro, ma gli archeologi
non vi fecero gran conto.
*
* *
Di
enorme importanza fu invece il ritrovamento
di un graffito di sette lettere greche (ricordiamo
che il greco era allora la seconda lingua
dell'impero), inciso sul "Muro rosso"
nella zona di esso alla quale veniva ad appoggiarsi
il lato Nord del muro "G". In tal
modo il graffito veniva a trovarsi all'interno
del Loculo, come risulta dal suo perfetto
adattamento alla lacuna rimasta nell'intonaco
del "Muro rosso". Ciò ha
portato giustamente la professoressa Guarducci
ad arguire che quella scritta fosse stata
graffita da una mano insinuatasi nel loculo
prima della sua chiusura in età
costantiniana.
Tale
graffito diceva:
La
storia di questo graffito è, a dir
poco, rocambolesca. Esso fu trovato su una
carriola di detriti dal padre Ferrua, uno
dei quattro scavatori ufficiali, il quale
(per motivi inspiegabili o, come lui disse,
per salvarlo) se l'era portato a casa sua
finché, quando nel 1952 la cosa fu
risaputa, per ordine di Pio XII dovette restituirlo
al Vaticano.
Le sette lettere greche sono così
state interpretate esattamente dalla professoressa
Margherita Guarducci, epigrafista di fama
mondiale:
Facciamo
notare che l'esistenza del prezioso graffito
essendo venuta a conoscenza purtroppo solo
nel 1952 quando la campagna di scavi indetta
da Pio XII era da tempo ufficialmente conclusa
non poté essere annunciata da Pio XII
nel suo solenne annuncio del ritrovamento
della Tomba fatto alla chiusura dell'Anno
Santo 1950.
*
* *
Al
termine dei lavori, gli archeologi diretti
da Mons. Kaas giunsero anche a stabilire con
certezza che i successivi rifacimenti dell'altare
della Confessione, che vari Papi avevano operato
nei secoli (l'altare maggiore della Basilica
costantiniana fu rifatto da Gregorio Magno
nel VI secolo e poi da Papa Callisto II nel
XII secolo e infine da Clemente VIII nel XVI
secolo) giacciono tutti uno sopra l'altro
e poggiano tutti sull'antico monumento
costantiniano.
Lo spaccato verticale della zona archeologica
rappresentato nella fprossima immagine mostra,
in basso, il luogo terrigno della primitiva
sepoltura del corpo di Pietro' avvenuta subito
dopo il martirio, sulla quale, nel II secolo
è stata innalzata l' edicola funeraria
o ''Trofeo" detto di Gaio. Sulla destra
si vede il muro "G'' con il loculo marmoreo
dove Costantino trasportò, nel IV secolo,
le ossa dell'Apostolo. Il tutto ha come sfondo
la parete orientale del ''Muro rosso".
Alla
base del disegno si vede il livello del pavimento
costantiniano; più in su la base dell'altare
di Callisto II (secolo XII) che circondava
quello più piccolo eretto nel VI secolo
da Gregorio Magno; più in su ancora
il piano dell'attuale altare con le colonne
a tortiglione del Bernini.
In sostanza, gli scavi fatti effettuare da
Pio XII confermarono archeologicamente quanto
già storicamente si sapeva con certezza:
che la tomba di San Pietro esiste
ancor oggi sotto l'altare papale detto della
"Confessione" della Basilica Vaticana,
tanto che Pio XII poté dichiarare al
mondo nel radiomessaggio natalizio a chiusura
dell'Anno Santo 1950: «É stata
veramente trovala la tomba di San Pietro?
A tale domanda la conclusione dei lavori e
degli studi risponde con un chiarissimo "Si":
la tomba del Principe degli Apostoli è
stata ritrovata!».
IL
PROSEGUIMENTO DELLE RICERCHE ARCHEOLOGICHE
DA PARTE DELLA PROFESSORESSA GUARDUCCI E IL
RINVENIMENTO DELLE OSSA DI SAN PIETRO.
Al
termine degli scavi suddetti, se si era ritrovata
con certezza la tomba di San Pietro, non altrettanto
si poteva dire per le ossa del Santo.
Tali scavi infatti misero in luce sia la primitiva
tomba interrata sia quella costantiniana ricavata
nello spessore del muro "G", ma
delle ossa non se ne seppe almeno - ufficialmente
- nulla.
Il merito del rinvenimento delle ossa dell'Apostolo
va principalmente alla professoressa Margherita
Guarducci, il cui nome resterà per
sempre legato al ritrovamento e alla identificazione
scientifica delle ossa del Santo; e quel che
ora diremo non è che il riassunto di
quanto la stessa professoressa Guarducci ha
scritto nel suo libro: La Tomba di San Pietro
edito nel 1989 dalla Editrice Rusconi di Milano.
A questo libro appassionante rimandiamo il
lettore che volesse approfondire l'argomento.
La storia del ritrovamento ha veramente del
romanzesco. Perché infatti le ossa
di San Pietro non furono ritrovate nel Loculo
del muro ''G" nel quale Costantino le
aveva certamente riposte?
Per comprenderlo bisogna rifarsi al 1941.
In quell'epoca, mons Kaas, che era il sovrintendente
agli scavi, per controllare personalmente
il procedere dei lavori era solito fare, verso
sera, a Basilica chiusa, un giro di ispezione
nella zona degli scavi, accompagnato dal "sampietrino"
(i "sampietrini" sono gli operai
addetti alla manutenzione della Basilica di
San Pietro) Giovanni Segoni.
Una sera, durante l'ispezione, mons. Kaas
notò che all'interno del Loculo del
muro "G'", in mezzo a vari detriti
ivi caduti dalle pareti in seguito alle forti
scosse causate dagli scavi, affioravano alcune
ossa umane.
La presenza di queste ossa era sfuggita ai
quattro archeologi che vi lavoravano durante
il giorno, forse perché giudicarono
di nessuna rilevanza archeologica i detriti
crollati nel
Loculo o forse pensarono di esaminarli in
un secondo tempo.
Ma l'occhio più attento di mons. Kaas
o forse quello del "sampietrino"
Segoni notarono le ossa; e fu un innato senso
di pietà verso i trapassati che Mons
Kaas decise di separare subito le ossa dai
detriti e di farle mettere dal Segoni in una
cassetta di legno che lo stesso Segoni e Mons.
Kaas depositarono in un magazzino nelle grotte
vaticane.
Con ciò, scrive la Guarducci, mons.
Kaas aveva salvato, pur non sapendolo, le
reliquie di Pietro».
* * *
Ed
ora dobbiamo fare un salto di oltre 10 anni
ed arrivare al 1953, anno in cui la professoressa
Guarducci ebbe il permesso di scendere a ispezionare
le grotte vaticane.
Il suo compito era quello di studiare i numerosi
graffiti esistenti sul muro ''G'' che i precedenti
archeologi non erano riusciti a decifrare
che in minima parte.
Ma sentiamo ora il racconto della stessa professoressa:
«Mentre mi scervellavo per trovare una
via dentro quella selva selvaggia [dei graffiti],
mi venne in mente che forse mi sarebbe stato
utile sapere se qualche altra cosa fosse stata
trovata nel sottostante Loculo, oltre i piccoli
resti descritti dagli scavatori nella relazione
ufficiale.
Era, per caso, vicino a me Giovanni Segoni,
da poco promosso al grado di "capoccia"
[capo] dei sampietrini. A lui, che sapevo
aver preso viva parte agli scavi, rivolsi
dunque la mia domanda, ed egli mi rispose
senza esitare:
Si, qualche altra cosa ci deve essere, perché
ricordo di averla raccolta io con le mie mani.
Andiamo a vedere se la troviamo".
Egli mi guidò allora verso il deposito
dei materiali ossei, davanti alla cappella
di San Colombano. Entrai dunque dietro il
Segoni, per la prima volta, in quell'ambiente.
Lì, fra casse e canestri pieni di materiali
ossei e di altre cose varie, giaceva ancora
al suolo la cassetta che più di dieci
anni prima il Segoni stesso e mons. Kaas vi
avevano deposta...
Un biglietto, infilato tra la cassetta e il
coperchio, molto umido ma ancora perfettamente
leggibile, dichiarava che quel materiale proveniva
dal muro "G". II Segoni mi disse
di averlo scritto egli stesso sotto dettatura
di mons. Kaas, ciò che, del resto,
era prassi usuale.
Credetti
opportuno e doveroso portare subito la cassetta
nello studio dell'Ing. Vacchini [direttore
dell'Ufficio tecnico della Fabbrica di San
Pietro] e qui, davanti alla finestra, la cassetta
fu aperta e ne estraemmo il contenuto.
Vi trovammo una certa quantità di ossa,
di colore spiccatamente chiaro, frammiste
a terra, un paio di scaglie di marmo, frammenti
di laterizii e di malta, frammenti d'intonaco
rosso, piccolissimi frammenti di stoffa rossastra
intessuta di fili d'oro, e una moneta medioevale
d'argento, che poi risultò battuta
a Lucca nell'XI secolo [questa moneta risultò
poi far parte di altre monete gettate dai
fedeli intorno alla tomba di Pietro lungo
i secoli, ed anche introdotte nel Loculo attraverso
una fessura dell'intonaco tuttora esistente.
Il tutto era fortemente impregnato di umidità.
Nessuno
avrebbe potuto ragionevolmente mettere in
dubbio la provenienza di quel materiale dal
Loculo del muro "G": la dichiarazione
del Segoni e l'indicazione del biglietto erano
infatti clamorosamente confermate dalla perfetta
omogeneità del materiale contenuto
nella cassetta con quello del Loculo. Specialmente
significativa era la presenza dei frammenti
di intonaco rosso nell'una e nell'altro».
Poi la professoressa Guarducci fa questa confessione
che rivela la sua serietà scientifica:
«Debbo dire, a questo punto, che già
mi era balenata nella mente l'idea, ovvia
del resto, che il loculo del muro "G"
fosse destinato in origine ad accogliere le
reliquie di Pietro, e che quest'idea si presentò
in seguito, come ipotesi, anche ad altri studiosi.
Allora però, davanti ai resti recuperati,
io mi sentii fortemente scettica...».
La professoressa voleva evidentemente che
il riconoscimento di quelle ossa fosse condotto
con estremo rigore scientifico e da diversi
specialisti nelle varie scienze mediche, paleoantropologiche,
storiche, ecc. E di fatto tali esami iniziarono
subito e si protrassero per ben 10 anni, fino
al giugno del 1963.
Nel 1956, come antropologo fu scelto dalle
autorità della Fabbrica di San Pietro
il celebre professor Venerando Correnti che,
dopo aver esaminato altri reperti ossei (che
risultarono però appartenere a più
persone) prese a studiare le ossa contenute
nella cassetta che chiamò VMG perché
sapeva che provenivano dal Vano del Muro "G".
Ed
ecco il risultato dei suoi studi:
-
le ossa appartenevano ad un unico individuo;-
esse appartenevano a un individuo di sesso
maschile e di robusta costituzione vissuto
circa 2000 anni fa;
-
l'età dell'individuo oscillava tra
i 60 e i 70 anni;
-
esse costituivano, in volume, circa la metà
del totale dello scheletro e rappresentavano
tutte le parti del corpo, cranio compreso
(27 frammenti), esclusi i piedi;
-
tutte le ossa erano incrostate di terra;
-
alcune ossa sporgenti presentavano tracce
regolari di colore rossastro che facevano
pensare a un involucro di tessuto.
Ora, tutte queste caratteristiche si adattavano
perfettamente ella persona di Pietro.
Continua
la professoressa Guarducci:
«Pensai anche al graffito del "Muro
rosso" "PETROS ENI'"(Pietro
è qui dentro), esistente nell'interno
del loculo, al di sopra delle ossa.
Si fece allora strada nella mia mente un illuminante
pensiero: che fossero veramente quelle le
ossa di Pietro?...
L'affascinante idea andava sempre più
affermandosi. Tutti gli elementi convergevano
verso tale soluzione con impressionante coerenza,
tanto che già il 25 novembre 1963 potei
annunciare a Paolo VI che, con estrema probabilità,
le ossa di Pietro erano state identificate».
Intanto le indagini scientifiche venivano
estese al campo merceologico e chimico, condotte
dalla professoressa Maria Luisa Stein e dal
professor Paolo Malatesta dell'Università
di Roma e portarono, per quanto riguardava
i tessuti, a risultati importanti. Esse dimostrarono
che si trattava di un finissima stoffa tinta
con autentica porpora di murice e che l'oro
era autentico e purissimo: lo stesso tipo
di tessuto porporino intrecciato con oro nel
quale venivano avvolti i corpi degli Imperatori
o dei personaggi degni di altissimo onore!
Anche la terra incrostata alle ossa fu sottoposta
ad esame petrografico dai professori Carlo
Lauro e Giancarlo Negretti: si trattava di
terra (sabbia marnosa) perfettamente analoga
alla terra del campo "P", il che
confermava la provenienza di quelle ossa dal
Loculo interrato che giaceva sotto l'edicola
del II secolo.
*
* *
A
conclusione di tali accertamenti e di altri
rigorosissimi fatti negli anni seguenti da
scienziati di tutto il mondo, Paolo VI, durante
l'udienza pubblica nella Basilica Vaticana
del 26 giugno 1968, annunciò ai fedeli
che le ossa di Pietro erano state ritrovate
e identificate.
Il giorno seguente' giovedì 27 giugno
1 l968, le reliquie del corpo di Pietro furono
solennemente riportate nel Loculo del muro
"G" dove Costantino le aveva deposte
sedici secoli prima e da dove, 27 anni prima,
mons. Kaas le aveva inconsapevolmente tolte,
salvandole però in tal modo da quasi
sicura dispersione.
Le ossa dell'Apostolo erano precedentemente
state racchiuse in 19 contenitori di plexiglas
a tenuta stagna, legati da un filo di rame
argentato fermato con il sigillo della Fabbrica
di San Pietro.
L'ENORME
PORTATA STORICA, TEOLOGICA ED ECUMENICA DEL
RITROVAMENTO DELLE OSSA DI PIETRO.
1
- L'archeologia è, tra le scienze,
forse la più ''concreta'': essa ha
per oggetto realtà materiali, visibili,
palpabili. I reperti storici sono lì
da vedere e ognuno li può studiare,
analizzare, datare in modo oggettivo col sussidio
di quasi tutte le altre scienze sperimentali
come la fisica, la chimica, ecc.
Essa è, a sua volta, una scienza sussidiaria
della storia. É vero che la storia
ha le sue proprie fonti letterarie e di tradizione
orale, ma trova nella archeologia una fonte
sussidiaria che conferma in modo oggettivo
e palpabile i dati delle altre fonti e talvolta
li corregge e li precisa.
Ebbene, con il rinvenimento della tomba e
delle ossa di Pietro, la bimillenaria ed ininterrotta
tradizione storica della venuta di San Pietro
a Roma, della sua permanenza come Vescovo,
del suo martirio e della sua sepoltura, riceve
una conferma irrefutabile e consolantissima.
2 - Inoltre non è chi non veda quanto
questo rinvenimento conforti ciò che
da sempre la teologia cattolica ha sostenuto:
ossia che il Primato sugli altri Apostoli
conferito da Cristo a Pietro si trasmette,
in forza della successione nella Cattedra
di Pietro, ai Vescovi di Roma, fino alla fine
del mondo.
Si deve qui ricordare che tutto il mondo protestante
aveva sempre negato, cominciando dallo stesso
Lutero, la presenza della tomba (e delle ossa)
di Pietro a Roma. Ma questa negazione
era evidentemente strumentale, dato che Lutero
stesso, il quale conosceva benissimo le tradizioni
letterarie al riguardo, non poteva ignorare
la verità di questo dato storico.
Ma, tant'è, quando un'ideologia offusca
la mente di un uomo questi non arretra neppure
davanti alla negazione e al capovolgimento
delle più evidenti realtà storiche!
Questa negazione ha percorso e sostenuto tutta
la polemica teologica anticattolica dei protestanti
(e degli ortodossi), fino ai nostri giorni,
ed il ritrovamento della tomba e delle ossa
di Pietro dovrebbe indurre al ripensamento
gli attuali negatori del Primato del Vescovo
di Roma su tutta l'unica Chiesa di Cristo!
Un bell'esempio di ravvedimento ci è
offerto da un grande studioso protestante,
che fu anche Osservatore al Concilio Vaticano
II, Oscar Cullmann: dopo l'annuncio di Pio
XII del ritrovamento della Tomba, egli uscì
a dire alla Guarducci: «Ma che tomba
avete trovato? Non c'è il nome, non
ci sono le ossa...»; ma quando, quattordici
anni dopo, la stessa professoressa Guarducci
gli sottopose la documentazione archeologica
della presenza del nome di Pietro accanto
e nella tomba, e le ossa identificate con
assoluta certezza, allora sul suo volto si
dipinse lo sbalordimento e una mal repressa
vena di disappunto, superato però subito
dal desiderio di sapere tutto sulla straordinaria
scoperta (Cfr. O.C. pag. 99).
3
- Da ultimo ci piace sottolineare l'enorme
portata ecumenica di questo ritrovamento archeologico.
Il
vero ecumenismo non è il cammino verso
l'Unione per giungere alla Verità,
ma è il cammino verso la Verità
per giungere all'Unione; perché la
Verità precede e fonda l'Unione, come
Cristo, che è la Verità, precede
e fonda l'unica Chiesa.
Il ritrovamento della tomba e delle ossa di
Pietro sono un provvidenziale richiamo a tutti
noi su come dobbiamo condurre il nostro impegno
ecumenico: anzitutto nella fedeltà
personale al Magistero della Chiesa Cattolica;
poi nella proposizione integrale dell'umica
Verità ai fratelli separati; e, solo
dopo, nella ricerca fraterna di un dialogo
che appiani le loro difficoltà e li
conduca ad accettare la Verità tutta
intera.
Non è certamente merito nostro se siamo
nati e cresciuti nell'unica vera Chiesa che
Cristo ha fondato su Pietro; ma sarebbe nostro
eterno demerito se ci lasciassimo sedurre
dal desiderio di far presto l'Unione e di
farla a qualunque costo. Quanti sbagli sono
stati commessi e quanto tempo è stato
perduto da chi ha voluto percorrere questa
via! Che le sacre Reliquie del Principe degli
Apostoli (le uniche fino ad oggi ritrovate
di un Apostolo!) ci richiamino costantemente
a perseguire l'Unità solo passando
per la Verità, che è Cristo!