la testimonianza della moderna letteratura
- la tragedia dell'uomo
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III - LA TRAGEDIA DELL'UOMO
§
1. - Luigi Pirandello (1867-1936). L'uomo
chiuso in se stesso.
C'è
una novella, svolta poi in commedia (La giara),
che ci mostra la situazione ridicola e tragica
insieme dell'uomo chiuso in se stesso, quale
lo vede Pirandello.
Zi'
Dima il gobbo si è calato nella giara
spaccata di Lolò Zifara, per accomodarla
col suo mastice di grande effetto; ma quando
si tratta di uscirne fuori, non ci riesce
più. Tra i due succede un litigio indiavolato,
con intervento di testimoni e d'un legale,
fino a che Lolò Zifara indignato manda
la giara in pezzi.
Non
che Pirandello avesse proprio l'intento di
fare ne La giara la caricatura del soggettivismo:
gli è che a lui, preso nelle maglie
dell'idealismo immanentistico e portato dal
suo temperamento di artista a guardare la
realtà della vita, l'uomo finiva di
apparirgli cosi, chiuso vivo da se stesso
in un vaso di forme rigide, incapace più
di uscirne se non col frantumare tutto.
Le
disgrazie familiari, che angustiarono Pirandello
un po' tutta la vita, contribuirono a velare
di pessimismo la sua visione del mondo. (Cfr.
Nardelli, Vita e croci di L. Pirandello, Mondadori,
Milano 1944). Ma la disgrazia più grande
fu la perdita della fede, che gli spense dentro
e intorno -ogni luce.
Non
fondata su salde convinzioni, la fede religiosa
del giovane si sfaldò con le prime
crisi e con gli attacchi della filosofia moderna.
Ma anche la nuova fede nell'idealismo, appresa
all'università di Bonn, doveva cadere
in pezzi alle prove della vita. L’ "
Io trascendentale " non risolveva alcun
problema , vitale e si rivelava inconsistente
di fronte alla realtà d'ogni giorno.
L'uomo rimane a se stesso un doloroso enigma.
L'arte
del Pirandello più grande, quella delle
Novelle per un anno e dei drammi, prende le
mosse da una rappresentazione immediata della
realtà, condotta con fine umorismo,
e finisce nel riso amaro e sconcertante della
beffa.
Nella
prefazione a Sei personaggi in cerca d'autore,
Pirandello si pone tra gli scrittori "
di natura filosofica, o significativi, i quali,
oltre al gusto descrittivo, sentono un più
profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono
figure, vicende, personaggi che non s'imbevano,
per cosi dire, d'un particolare ; senso della
vita, e non acquistino con esso un valore
universale. Io ho la disgrazia di appartenere
a questi ultimi ".
Disgrazia
non soltanto perché la sua serva di
casa, un po' stramba — la Fantasia — "
ha il gusto di vestir di nero e si diverte
a portargli in casa la gente più scontenta
del mondo, avvolta in casi strani da cui non
trova più modo a uscire", ma perché
la sua visione del mondo è velata di
nero, tutta buia, senza luce di provvidenza
né di razionalità. Un caos il
mondo, in cui gioca il destino cieco e ti
combina situazioni strane, matasse ingarbugliate,
con esiti sconcertanti e buffi a volte. In
questo caos l'uomo ha la disgrazia di esservi
buttato con un barlume di ragione; e allora
si domanda dei perché, vuoi sapere,
cerca lui di mettere con la sua logica un
po' di ordine, di dare un senso alle cose.
Crede
che quella sia la verità, ma è
una costruzione soggettiva, die varia di tempo
in tempo, spesso da uomo a uomo.
In
Così è se vi pare, Pirandello
rappresenta la verità nella figura
di quella donna inconoscibile, oggetto d'interminabili
discussioni e di opposte inter-pretazioni.
Citata in giudizio, appare anch'essa velata
e risponde: "Per me, io sono colei che
mi si crede ". E il giudice finisce con
una sonora e amara risata.
Anche
la giustizia diventa in questo mondo una cosa
ambigua, stirata per ogni verso, impossibile.
I valori universali, su cui si regge la vita
umana, rimangono pure convenzioni che alimentano
una civiltà per un certo tempo e poi
si dissolvono nei momenti di crisi, lasciando
gli uomini nel completo disorientamento. Celebre
il Lanternino, Cap. XIII de Il fu Mattia Pascal
Il
lanternino è il barlume della nostra
coscienza, che ci fa vedere sperduti sulla
terra e si alimenta ai lanternoni dei "
termini astratti: Verità, Virtù,
Bellezza, Onore, e che so io... Il lume d'un'idea
comune è alimentato dal sentimento
collettivo; se questo sentimento però
si scinde, rimane si in piedi la lanterna
del termine astratto, ma la fiamma dell'idea
vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozza,
come suole avvenire in tutti i periodi che
sono detti di transizione. Non sono poi rare
nella storia certe fiere ventate che spengono
d'un tratto tutti quei lanternoni. Che piacere!
Nell'improvviso buio, allora è indescrivibile
lo scompiglio delle singole lanternine: chi
va di qua, chi va di là, chi torna
indietro, chi si raggira; nessuna più
trova la via: si urtano, s'aggregano per un
momento in dieci in venti; ma non possono
mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi
in gran confusione, in furia angosciosa...
Tutti i lanternoni spentii A chi dobbiamo
rivolgerci? Indietro forse? Alle lucernette
superstiti, a quelle che i grandi morti lasciarono
accese sulle loro tombe?" (Tutti i romanzi,
Mondadori 1944, pp. 369-370).
L'opera
di Pirandello è tutta costellata di
simili interrogativi da parte dell'uomo che
si è visto crollare le impalcature
delle costruzioni filosofiche, dei conformismi
morali e religiosi, delle montature politiche,
e si trova sospeso nel vuoto, su di un mare
mobile di opinioni, di mode, di umori, di
forme mutevoli. Viene quindi a mancare ogni
base di intesa e di comprensione reciproca:
ciascuno pensa e intende a modo suo, e neppure
sempre alla stessa maniera, non avendo alcuna
certezza.
"
Chi sei tu? Chi sono io? Tutti quanti qua?
Sappiamo di noi reciprocamente e ciascuno
sa di sé qualche piccola certezza d'oggi,
che non è quella di ieri, che non sarà
quella di domani... La vita, dentro e fuori
di noi — andateci, andateci appresso! — è
una tale rapina continua che, se non han forza
di resistervi neppure gli affetti più
saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni
che riusciamo a formarci, tutte le idee che
appena appena, in questa fuga senza requie,
riusciamo a intravedere!... Cari miei, dopo
la farsa della volubilità, dei nostri
ridicoli mutamenti, la tragedia di un'anima
scompigliata, che non sa più raccapezzarsi
" (Ciascuno a modo suo, Primo intermezzo).
Anche
senza ragionare sempre con tanta lucidità,
i personaggi pirandelliani dei drammi e dei
racconti si trovano un po' tutti così:
anime scompigliate che non sanno più
raccapezzarsi quando, ad un certo momento,
i casi strani della vita, " che non hanno
bisogno di parer verosimili, perché
sono veri ", li pongono l'uno di fronte
all'altro e ciascuno di fronte a se stesso.
Allora
è inutile tentare di fuggire alle angustie
e all'assurdità d'una vita divenuta
impossibile, come Il fu'Mattia Pascal, perché
dovunque vada o comunque faccia, l'uomo si
trova nel circolo chiuso di un cervello che
gira a vuoto su se stesso: è Uno, Nessuno,
Centomila.
Pochi
scrittori come Pirandello hanno saputo rappresentare
con tanta evidenza la crisi spirituale insita
nel moderno soggettivismo, sia quello filosofico,
sia quello pratico di un mondo borghese, chiuso
nel giro d'una esistenza gretta e banale,
senza vie d'uscita. Spinto da un amore spietato
di sincerità e di verità, Pirandello
ha strappato tutte le maschere, ha fatto cadere
tutte le illusioni. Le " Maschere nude
a dei suoi personaggi accusano l'impossibilità
d'una esistenza cui manca l'essenza, l'inconsistenza
d'un relativo cui manca l'Assoluto, e vanno
cercando disperatamente un Autore che li faccia
vivere.
"
Ma questo supremo Autore non può essere
uomo, sia pure di genio, perché ogni
uomo è anche lui, secondo lo stesso
Pirandello, un personaggio, cioè una
larva d'anima che ha bisogno d'un creatore
per vivere, per conoscersi, per affermarsi,
per durare sempre " (Papini, Epigrafe
per Luigi Pirandello, in Santi e Poeti, Ed.
Fiorentina 1948).
§
2. - Marcello Proust (1871-1922). Alla ricerca
del tempo perduto.
E'
un po' una malattia del nostro tempo, di analizzarsi
senza pietà e di confessarsi in pubblico,
senza pudore. Misero surrogato della confessione
religiosa. Diari, confidenze, confessioni...
non si contano più. Da quando Freud
ha insegnato che l'io autentico sta nel profondo
e che l'uomo si redime liberando gl'istinti
ed i sentimenti repressi nell'inconscio, ci
si è ritenuti in diritto di tutto mettere
a nudo, anche i fondi più torbidi.
Perfino
il racconto, il romanzo oggi si svolgono su
d'un fondo di esperienze autobiografiche e
spesso sulla trama di un'analisi introspettiva:
indice di una ricerca appassionata dell'uomo.
Esempio
classico, i sédici volumi delle Recherches
di Marcello Proust: opera apparsa negli anni
intorno alla l.a guerra mondiale, senza destare
rumore, al suo apparire, nella repubblica
delle lettere, poi ascesa a grande successo
per l'intrinseco valore d'arte e per la rispondenza
al gusto moderno di intima esplorazione. Una
bella traduzione italiana, in sette volumi,
fu curata dall'editore Einaudi tra il 1950-52:
il che ha contribuito a diffondere anche da
noi la conoscenza di un'opera poco raccomandabile
a lettori sprovveduti di senso critico, tanto
meno ai giovani.
Il
titolo generale: A' la recherche du temps
perdu, dice il proposito di voler rivivere
nell'opera d'arte un'esistenza che si sbriciola
col tempo, per coglierne un qualche significato.
Al primo incontro l'opera proustiana appare
un libro di memorie minutamente narrate e
romanzate; ma poi si scopre assai più
complessa. Ai richiami della memoria sensitiva,
ritornano fresche alla coscienza dello scrittore
le vicende della vita trascorsa, gli ambienti,
le persone, i costumi, in un quadro che si
allarga gradatamente, dall'ambiente domestico
dell'infanzia, a quello delle famiglie aristocratiche
fine Ottocento, ai ritrovi mondani della grande
città, che nasconde le turpitudini
di Sodoma e di Gomorra.
Di
ogni personaggio, a cominciare da se stesso,
Proust va esplorando, attraverso alle azioni
più comuni, lo svolgersi dei pensieri
e dei sentimenti, il movente segreto dell'agire,
i risultati di attese, di sforzi, di esperienze
che intessono la vita di ogni giorno.
"
Voyage de decouvertes dans les profondeurs
", ha definito egli stesso la sua opera.
E in questo viaggio nelle profondità
dell'anima Proust sembra avanzare con la lucidità
d'uno psico-analista, che rovescia tutte le
pieghe segrete e fruga i fondi più
oscuri. Ma ad una tale analisi, pur tanto
ricca di penetrazione psicologica e di sensibilità
artistica, manca il senso morale per un giudizio
di valore e manca una fede religiosa che valga
ad illuminare il mistero dell'uomo. La scoperta
che ne risulta è sconcertante.
Gli
uomini, guardati dal basso, appaiono spinti
da impulsi irrazionali, tendenti a soddisfare
i sensi e l'orgoglio. Mossa da tali impulsi,
l'immaginazione lavora a costruire seducenti
fantasmi (di amore, di felicità, di
successo...) che poi si cercano nella realtà
esterna o si tende a realizzare nella vita.
Di qui
i contrasti tra l'io e gli altri, tra il soggetto
e gli oggetti che non rispondono alle aspettative
sognate, che non soddisfano mai. Con le esperienze
della vita e col passare del tempo, cadono
le illusioni e si scopre amaramente la nullità
di tutte le cose. Questa analisi applicata
da Proust lungamente all'amore, in cui aveva
riposto la ragion d'essere della vita, lo
porta alla più dolorosa delle scoperte,
a lacrime senza fine.
Quale
scoperta? Questa: che nell'amore l'uomo cerca
l'infinito nel finito, l'assoluto nel relativo
e nel fallace, la realizzazione d'un sogno
bello in un pugno di fango.
Eppure
la ricerca non ha sosta, fino a quando lo
scrittore non arriva a qualcosa di valido
e di assoluto, a un qualche cosa capace di
purificare l'uomo dal torbido inquietante
delle passioni, di dare alla vita e alle cose
l'eternità dello spirito. Questo valore
il Proust lo trova nell'arte. E' la conclusione
cui arriva quasi al termine dell'opera e della
vita.
In
ogni opera d'arte parla e vive l'autore, col
mondo che egli ha vissuto in se stesso, come
in una bella musica l'anima del musicista,
tesa a raggiungere la sfera di un'immortalità
oltre -il tempo. Nell'arte si attua l'ideale
lungamente vagheggiato e si rende la vita
degna di essere vissuta.
"
Quanto più me lo sembrava ora, ora
ch'io sapevo ch'era possibile illuminarla,
la vita che viviamo nelle tenebre, e ricondurla
alla sua verità, essa che di continuo
viene mistificata, per realizzarla alfine
in un'operai Felice chi riuscirà a
scrivere un tal libro — pensavo — quale impresa
gli si offre dinanzi! Per darne un'idea, dovremmo
chiedere a prestito dei paragoni alle arti
più nobili e più diverse; che
uno scrittore simile dovrà preparare
il proprio libro minuziosamente, con costanti
raggruppamenti di forze come per un'offensiva,
sopportarlo come una fatica, accettarlo come
una disciplina, costruirlo come una chiesa,
crearlo come un universo, senza trascurare
quei misteri che probabilmente hanno la loro
spiegazione soltanto in altri mondi e il cui
presentimento è ciò che più
ci commuove nella vita e nell'arte "
(II tempo ritrovato, p. 821, ed. Einaudi).
Ma
a questo assoluto intuito nell'arte, oltre
il tempo e oltre il nulla di tutte le cose,
Proust non arrivò mai, perché
chiuso nel suo et io " e troppo lontano
da Dio.
"
Dell'opera di Proust, immensa e putrida, l'impressione
che mi rimane è l'immagine d'una voragine
aperta, la sensazione d'un'assenza infinita.
Nell'umanità proustiana, ciò
che colpisce è questo scavo, questo
vuoto, in una parola, l'assenza di Dio "
(F. Mauriac, Dio e Mammona).
§
3. - A. Moravia. L'uomo in preda agl'istinti.
Il
parigino Proust ha analizzato la dissoluzione
della famiglia aristocratica, nel mezzo secolo
che va dal II Impero alla III Repubblica;
il romano Alberto Moravia (1907) rappresenta
lo sfacelo della famiglia e dell'uomo borghese,
del nostro tempo.
Cai
primo romanzo Gl'indifferenti (1929), scritto
a 22 anni, fino.agli ultimi, II disprezzo
(1954), La ciociara (1957), A. Moravia non
ha fatto che scavare nei fondi oscuri dell'uomo,
con l'occhio d'uno psico-analista, il quale
non sa vedere altro che istinto sessuale represso,
deviato, o scatenato. Non si pensi che il
Moravia diguazzi avidamente in questa a belletta
negra "; anzi, procede con distacco e
con certa amarezza, nell'idea fissa che lo
scrittore deve " dir la verità,
tutta la verità e nient'altro che la
verità, senza compromesso " (Estremismo
e Letteratura, su Fiera Letteraria 25 IV 46).
Il guaio si è che questa " verità
" rimane nella sfera angusta di un'umanità
in preda agl'istinti, di famiglie in sfacelo,
di poveri esseri senza volontà e senza
grazia.
L'uomo
del Moravia è ridotto a queste due
dimensioni: un fondo di ciechi istinti e un
barlume di coscienza cui affiora con lucidità
— almeno in alcuni — la situazione d'una natura
guasta, senza possibilità di riscatto.
"
Tutto doveva essere impuro, basso, non doveva
esserci né amore, né simpatia,
ma solamente un senso cupo di rovina"
(Gl'indifferenti, p. 50). E' la scoperta che
fa del mondo e della vita un personaggio del
primo romanzo: dramma d'una famiglia borghese,
che nasconde, dietro la vernice dell'onorabilità
sociale, la dissoluzione economica e morale.
La madre vedova tresca con un affarista donnaiolo,
il quale prende nella sua rete anche la giovane
figlia: una ragazza annoiata e vuota, in attesa
dell'avvenimento che dia uno scopo all'esistenza,
che porti l'alba d'una vita nuova. E invece,
quale triste rivelazione! Un istante di esitazione,
di intima ribellione: k Dove va la mia vita?
" e poi il lasciarsi andare, come ad
una fatalità.
"
Una nuova vita? — Scoraggiata Carla si avvicinò
alla finestra. — No, disse, non credo che
una nuova vita sia possibile... meglio non
far più tentativi, restar cosi "
(p. 857).
Ma
c'è pure un fratello. Michele, che
vorrebbe levarsi a difendere l'onore della
famiglia, e invece "quella storia l'aveva
sorpreso nel bel mezzo della sua più
grande indifferenza... — E' enorme, — pensava,
e nello stesso tempo si accorgeva di non sapere
in che consìstesse questa enormità
".
Ragazzo
viziato, cresciuto senza principi e senza
ideali, capisce bene che è sconcio
tutto quello che gli succede intorno, ma non
ha volontà per prendere posizione,
per tentare di uscire in qualche modo, lui
e la famiglia, da quella brutta faccenda.
Una vita, anche la sua, fallita in partenza,
perché senza scopo. Eccolo come si
riconosce in una sera grigia, di pioggia e
di fango: " ...questa strada piovosa
era la sua vita stessa, percorsa senza fede
e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati
dalla pubblicità luminosa... L'angoscia
l'opprimeva: avrebbe voluto fermare uno di
quei passanti, prenderlo per il bavaro, domandargli
dove andasse, perché corresse a quel
modo; avrebbe voluto avere uno scopo qualsiasi,
anche ingannevole, e non scalpicciare cosi,
di strada in strada, tra la gente che non
ne aveva uno.... ".
Nel
romanzo breve Agostino (1943), Moravia presenta
lo sbocciare violento della crisi nell'adolescente,
messo brutalmente di fronte ai misteri del
sesso, nella luce sinistra del peccato. Come
spesso succede, sono ragazzacci che stracciano
i veli al compagno ancora ingenuo, e lo spingono
dalla curiosità inquieta, al disgusto,
alla foga impaziente. Nessuna difesa è
data al ragazzo di fronte alla marea del male,
neppure da parte della madre che lo tratta
sempre da bimbo innocente, e intanto gli si
offre sotto gli occhi smaliziati motivi di
scandalo. Solo dal profondo del cuore sale,
per un momento, il rimpianto per la serenità
e la purezza perduta, quasi appello dell'anima
prima di affogare nel fango. " Ora provava
un vago, disperato desiderio di varcare il
fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando
alle spalle i ragazzi, la madre e tutta la
vecchia città. Chissà che forse,
camminando sempre dritto
davanti a sé, lungo il mare, sulla
rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato
in un paese dove tutte quelle brutte cose
non esistevano. In un paese dove sarebbe stato
accolto come voleva il cuore, e dove gli fosse
possibile dimenticare tutto quanto aveva appreso,
per poi riapprenderlo senza vergogna né
offesa, nella maniera dolce e naturale che
pur doveva esserci e che oscuramente avrebbe
voluto " (p. 90).
Aspirazioni
vaghe del cuore, inconsistenti alle pressioni
di un mondo in preda alle concupiscenze, dal
momento che non esiste per l'Autore e per
i suoi personaggi un ordine di valori morali
cui ancorarsi. E allora la analisi spietata
delle coscienze, che il Moravia s'ostina a
perseguire in ogni opera, non giunge alla
responsabilità morale, per volgersi
ad uno sforzo, ad un appello di liberazione,
ma alla constatazione amara, .esasperata,
che tale è la situazione umana: non
c'è altro da fare che accettarla. Questa
l'unica liberazione dell'angoscia in cui si
dibattono i personaggi moraviani. Come Adriana
del lungo e lubrico romanzo La Romana (1947):
una ragazza del popolo, esuberante di vita,
spinta dalle strettezze familiari e dalla
madre stessa al meretricio. L'abfotezione
e la monotonia del mestiere vengono rotte
dal frequente pensare di questa ragazza, sul
significato dell'esistenza, del disagio in
cui versa la sua coscienza di popolana, fino
a quando si acquieta, accettando lietamente
la sua .situazione.
"
In quelle ore di solitudine giungeva sempre
un momento in cui mi colpiva uno smarrimento
intenso, sembrandomi ad un tratto di vedere
con chiaroveggenza glaciale tutta la mia vita...
Pensavo che ero uscita da un buio senza fine
e che sarei rientrata presto in un altro buio
egualmente illimitato, e che questo mio breve
passaggio sarebbe stato contrassegnato da
atti assurdi e casuali. Allora capivo che
la mia angoscia non era dovuta alle cose che
facevo, ma, più profondamente, al nudo
fatto di vivere, che non era né bene
né male, ma soltanto doloroso e insensato.
" (p. 203).
Un
pò troppo fare d'una ragazza del genere
quasi una pensatrice esistenzialista. Peggio
ancora quando il Moravia contamina il vago
residuo di fede, d'un figliola del popolo
romano, con un relativismo morale tendente
a giustificare ogni operato, fosse anche il
più turpe. " Mi sentii confortata
dal l'idea che ci fosse un Dio che vedeva
chiaro dentro di me, e vedeva che non c'era
niente di male, e che io, per il solo fatto
di vivere, ero innocente, come, del resto,
tutti gli uomini. Sapevo che questo Dio non
era 11 per giudicarmi e condannarmi, ma per
giustificare la mia esistenza, la quale non
poteva essere che buona, perché dipendeva
direttamente da Lui... e capivo che la questione
non ,era se io dovessi comportarmi in questo
o quest'altro modo, bensì, più
radicalmente, se io dovessi ritenermi incoraggiata
a vivere o no. E mi parte ad un tratto che
questo incoraggiamento partisse dalla figura
scura dietro i ceri dell'altare, in forma
di calore improvviso che mi avvolse tutta
la persona. Si, io ero incoraggiata a vivere,
sebbene nulla capissi della vita e del perché
si vivesse. " (p. 250).
II
Dio chiamato qui in causa è solo più
un pretesto, tanto pare assurdo. Poco dopo
sarà " il destino " insito
nella propria natura, di fronte al quale non
c'è altra liberazione che abbandonarsi
senza rimorsi e senza rimpianti. Una redenzione
rovesciata, come quel Dio su accennato. "Così,
dopo poche ore di angoscia, io rinunziai a
lottare contro quello che pareva essere il
mio destino e anzi lo abbracciai con più
amore, come si abbraccia un nemico che non
si può abbattere: e mi sentii liberata".
A.
Moravia continuerà su questa linea,
nei successivi racconti, tesi tra la rappresentazione
verista di un'umanità corrotta e l'inquisizione
lucida di una coscienza che non da tregua.
Oscillazione " tra esistenzialismo e
freudismo " che 'spiega la condanna all'Indice
di tutta l'opera, pure così artisticamente
valida. Testimonianza di una società
senza Dio. e senza redenzione, chiusa nel
peccato che l'avvince come un'ossessione e
la riempie, al tempo stesso, d'infinita amarezza.
§
4. - Franz Kafka (1883-1924). L'uomo in sospeso.
"
Io ho assunto la negatività del mio
tempo, che d'altronde mi è molto vicina.
Io non ho il diritto di combatterla, ma in
una certa misura ho il diritto di rappresentarla
". Questo scriveva nel suo Diario F.
Kafka, quando già l'esperienza della
vita e le esplorazioni della sua arte gli
avevano fatto scontare in lucidità
di coscienza l'isolamento e lo smarrimento
dell'uomo, cui una fede convenzionale e una
filosofia soggettivista non danno più
certezze sui valori dell'esistenza, fiducia
nella vita, capacità d'intesa coi suoi
simili.
Il
Diario, la Lettera al padre, i Colloqui con
Kafka dell'amico G. Janouch (ed. Martello,
Milano 1953) ci danno il filo a penetrare
nell'anima di questo solitario scrittore ed
a scoprire il significato di un'opera in cui
ogni momento ed ogni gesto della comune esistenza
assumono valore di simbolo.
I
dati biografici di Kafka fanno pensare al
nostro Leopardi: la stessa incomprensione
da parte della famiglia, la crisi precoce
della fede, una sensibilità acuta in
un fisico minato da malattia nervosa e finalmente
dalla tisi, che lo spense a 41 anno.
Nato
a Praga da famiglia di Ebrei tedeschi, fu
avviato allo studio delle leggi; fu impiegato
alle Assicurazioni Generali, e visse per lo
più ritirato in se stesso, dedito a
pensare e a scrivere. " Io fui sempre
profondamente preoccupato di affermare la
mia esistenza spirituale poiché tutto
il resto mi era indifferente. Questa indifferenza
era il solo modo di preservarmi contro la
snervante angoscia e il sentimento della colpa
" (Diario).
Donde
questa angoscia e questo sentimento di colpa?
Dallo svolgersi fino al parossismo della crisi
profonda e complessa che travaglia l'uomo
di oggi: crisi degli affetti, della fede,
di tutta l'esistenza.
Crisi
degli affetti, per lo sgretolarsi della famiglia
e di una società dove gli uomini non
si incontrano più. Nel Castello e in
vari racconti abbiamo la registrazione esatta
ed esasperante di tale situazione, ma occorre
rifarsi prima dalla Lettera al padre. Di fronte
al ragazzo debole e schivo, la figura del
genitore robusto ed autoritario, abile negli
affari, pieno di fiducia in se stesso, ma
di poca confidenza con i familiari si erge
come una minaccia. " Seduto sulla tua
poltrona tu governi il mondo... Tu possedevi
per me la dote enigmatica dei tiranni che
fondano il loro diritto sulla loro persona
e non sulla ragione. Dinanzi a te avevo perduto
la fiducia in me stesso e l'avevo sostituita
con uno sterminato senso di colpa ".
Di qui " la perpetua paura davanti a
tutti... e il pensiero sempre rivolto ad una
fuga il più delle volte interiore ".
Onde il bisogno di ritirarsi in se stesso,
di esplorare cautamente la realtà e
di cercare fl proprio posto nel mondo. "
Di fatto io ero espulso d'un tratto dalla
società... e in
seno al mio stesso sentimento familiare mi
si apriva la vista sullo spazio glaciale del
mondo, che io avrei dovuto scaldare con un
fuoco che anzitutto bisognava accendessi"
(Diario, 19-1-1911).
La
crisi della fede scavò più a
fondo la solitudine nell'anima di Kafka e
gli tolse anche la scintilla per accendere
quel fuoco da sghiacciare un po' il mondo.
Al giovane pensoso il ritualismo della religione
ebraica in cui veniva allevato " era
in effetto un nulla, una farsa, meno che una
farsa " (Lettera al padre). Il Dio della
Bibbia diveniva sempre più inaccessibile,
" l'Inafferrabile " col quale ogni
accesso ed ogni colloquio è precluso.
Una apertura sulla rivelazione cristiana l'ebbe
soltanto dall'opera di Kierkegaard che gli
valse ad acuire il senso del peccato, del
timore e dell'angoscia, ma non per arrivare
a Cristo liberazione e amore. Aveva troppo
bisogno di chiarezza il suo spirito per fare
il salto nella cieca fiducia, come il pensatore
protestante. E continuò sempre a cercare
per avere la risposta, sempre ad attendere
che gli venisse la grazia, come dimostra tutta
la sua opera.
Al
giovane Janouch, che lo interroga sulla fede,
Kafka risponde: a Chi la possiede non la può
definire, e quando uno non la possiede la
sua definizione è aggravata dalla mancanza
di grazia. Il credente quindi non può
e il miscredente non dovrebbe parlare ".
E Cristo? Kafka chinò la fronte: "
Questo è un abisso di luce. Bisogna
chiudere gli occhi per non precipitare...
". (Colloqui con Kafka, p. 94).
Le
crisi precedenti nel loro sviluppo sfociano
alla crisi più vasta e radicale dell'intera
esistenza. Non più confortato dalla
comprensione dei suoi simili, non sorretto
da una fede religiosa, non fondato su alcuna
certezza metafisica, l'uomo si aggira solitario
in questo mondo, sospeso nel vuoto, libero
e prigioniero, animale pensante cui non basta
la terra e impotente di levarsi al di sopra,
a Egli è un cittadino della terra,
libero e prigioniero; giacché legato
ad una catena abbastanza lunga da permettergli
di esplorare liberamente tutti gli spazi terrestri,
ma non abbastanza perché egli possa
essere attirato al di là delle frontiere
della terra. Nello stesso tempo egli è
un cittadino del cielo, libero e prigioniero,
perché ugualmente legato ad una catena
celeste concepita nel medesimo modo. Vuole
egli raggiungere la terra, è la catena
celeste a trattenerlo; vuole egli raggiungere
il cielo, lo trattiene quella della terra
" (Considerazioni sul peccato).
Da
questo senso tragico dell'esistenza si svolge
l'arte narrativa di Kafka, dai racconti brevi
o lunghi avvolti nel velo dell'allegoria,
come la Tana, la Metamorfosi, il Messaggio
dell'imperatore, ai romanzi il Processo e
il Castello, dove le vicende della vita esteriore
vengono trasferite in una atmosfera di magico
realismo e diventano simbolo, cioè
trascrizione della vita interiore dell'uomo.
Nel
Processo (ed. Frassinelli, Torino), l'impiegato
Josef K. si vede citato in tribunale, dichiarato
in arresto, senza sapere il perché.
Pur continuando nel suo impiego, deve recarsi
periodicamente alle udienze del tribunale,
subire interrogatori senza fine, dichiararsi
colpevole. E scopre, via via che tenta sfuggire
alla morsa del processo, di trovarsi solo
in un mondo dove tutti lo sospettano e lo
spiano, di fronte ad un tribunale misterioso,
dove non vale difesa e il giudice superiore
è inaccessibile. Da ultimo gli sembra
di riconoscere la sua vera colpa: la solitudine
dell'uomo senza affetti e senza scopo, che
ha rinunciato alla vita; ma d'altra parte
non sa come uscirne fuori e finisce di morire
" come un cane a. Abbiamo qui la posizione
drammatica della responsabilità personale,
della colpa e dell'esigenza di giustizia;
ma il soggettivismo in cui l'uomo si è
chiuso impedisce
di scoprire il senso stesso della colpa sulla
base di una legge oggettiva, toglie ogni accesso
al Giudice per tentare una giustificazione,
implorare clemenza, sperare in una possibile
riparazione.
Il
Castello presenta l'uomo in cerca del suo
posto nel mondo. K. arriva una sera al villaggio
del Castello per assumeIVi l'impiego di agrimensore;
ma qui nessuno lo conosce, non c'è
chi voglia riceverlo perché non si
hanno ordini in merito. K. briga per sistemarsi
provvisoriamente, per entrare in contatto
d intesa coi dirigenti e coi signori del Castello.
Impresa esasperante. Un'aria di mistero, una
serie di vaghe promesse e di rimandi lo stringono
nel labirinto d una rete burocratica senza
via di soluzione. K. cerca di tagliare corto:
entrare nel castello, parlare direttamente
col signore, vederci chiaro in questa faccenda.
Ma il Castello è inaccessibile agli
estranei e il signore nessuno del villaggio
l'ha visto mai. K. morirà di esaurimento
in questa ricerca e nella vana attesa.
Nella
tensione allucinante e nell'ironia gelida
di questi racconti c'è la denuncia
d'una società inumana, dominata dalla
macchina burocratica, in cui il singolo è
considerato pezzo d'ingranaggio, livellato
e squadrato, o eliminato coi processi scientifici.
" SI, l'uomo è sconsolante, perché
in mezzo al costante montare delle masse si
fa di momento in momento più solitario"
(Colloqui, p. 101).
Quest'uomo,
sempre più solo, sente dentro e fuori
l'assenza infinita di Uno cne e stato estromesso
dai cuori, senza del quale non ci può
essere giustizia, non amore, non armonia nel
mondo, e torna d'istinto alla ricerca. Questo
senso religioso, al fondo dell'opera kafkiana,
rilevava l'amico Max Brood, nel curare la
pubblicazione postuma delle opere maggiori.
"
Si può dire che questo castello a cui
K. non ottiene il diritto di accedere e esattamente
quello che i teologi chiamano la grazia, il
governo di Dio che regge il destino umano...
Il Processo e il Castello rappresenterebbero
le due forane della divinità: la giustizia
e la grazia " (Nota finale al Castello,
ed. Mon- ' dadon, Milano 1948).
Che
tale fosse il senso della ricerca e dell'attesa,
lo attesta lo stesso Kafka nei colloqui citati:
" Mi sforzo di essere un vero aspirante
alla grazia. Aspetto I e sto a guardare. Forse
verrà... forse anche no " (ivi,
p. 94). E qualche battuta appresso: "
La poesia è sempre e soltanto una spedizione
in cerca della verità... 'E impossibile
vivere senza verità ". ;
§
5. - Andre Malraux. La disperata condizione
umana.
"
La realtà assoluta è stata
per voi Dio, poi l'uomo; ma l'uomo è
morto dopo che è morto Dio, e voi cercate
con angoscia a chi poter confidare la sua
strana eredità" (La tentazione
dell'Occidente, Grasset, Paris 1926). Strana
profezia davvero, se pensiamo che fu scritta
negli anni in cui andava bene, come si suoi
dire comunemente. Eppure Malraux aveva girato
abbastanza il mondo, aveva scrutato a fondo
la società e il cuore dell'uomo, da
poter concludere che si è arrivati
ad una situazione impossibile, " ai regni
metallici della assurdità ".
Nato
a Parigi nel 1901, A. Malraux percorse il
mondo dall'Occidente all'Oriente, cercò
attraverso il linguaggio dell'arte l'anima
delle antiche civiltà; si addentrò
nei rivolgimenti sociali e politici del nostro
tempo, militante egli stesso prima del comunismo,
poi del gollismo. Quali le conclusioni di
tanto stadio e di tante esperienze?
L'uomo
del passato viveva al cospetto terrificante
ed estasiante della divinità. Tutte
le grandi arti del passato sono religiose;
ovunque l'uomo si trova immerso in una immensità
che pietrifica o esalta la sua vita effimera.
Non
bastando questo mondo a se stesso, non si
è mai cessato di deformarlo, di ricomporlo
secondo valori non inumani, come ha creduto
la nostra mediocrità, ma sovrumani.
Ovunque e sempre, se si eccettua il nostro
piccolo mondo moderno, l'uomo è vissuto
nel fascino del divino. L'occidentale è
l'uomo tagliato fuori a poco a poco dal divino,
" l'uomo ridotto all'uomo ". In
Edipo che impietra la Sfinge è l'umanità
che si erge di fronte al mistero del destino.
Il genio greco ha umanizzato la religione
e l'arte, ha staccato l'uomo da ciò
che l'oltrepassa (Psicologie de l'Art, Skira,
Paris 1947-48).
Non
è venuto il Cristo a rivelare Dio,
a divinizzare l'uomo? Malraux, come tutti
i moderni che vivono d'una eredità
cristiana senza più la fede, vede in
Cristo il Prometeo che ha rapito al cielo
il fuoco divino per darlo ai mortali, l'eroe
die ha rivelato all'uomo la sua dignità
di persona intelligente e libera, arbitra
del proprio destino, con la tendenza a diventare
" Dio ".
Una
volta acceso nel cuore questo fuoco, non ci
si ferma più. Col xvi secolo, l'uomo
esce abbagliato e ingigantito dal suo lungo
commercio con Dio, ma si accorge che ha fatto
solo metà del cammino. Perché
mendicare dalla grazia di un altro la propria
grandezza? Come le potenze astrali e cosmiche,
anche il Dio personale va rigettato in nome
della dignità umana. L'anima primitiva
e orientale mescolava inestricabilmente l'umano
al divino; il cristiano pone Dio e l'uomo,
ma il moderno vuole scegliere: Dio o l'uomo?
e sceglie l'uomo, a Alla fine del diciannovesimo
secolo Nietzsche ha proclamato: Dio è
morto. Ciò significa che si deve aspettare
il regno dell'uomo... far risplendere la condizione
dell'uomo con dei mezzi umani ".
Ma
che cosa si è fatto sin'ora? Alla tensione
verso Dio avrebbe dovuto succedere la tensione
dell'uomo verso se stesso, al proprio superamento.
Al contrario è un appiattimento che
ci tocca di constatare: una vita borghese
sdraiata nella comodità e nel piacere;
un'arte d'acquietamento, chiusa nella natura,
non più di creazione e di conquista.
La morte dell'uomo ha seguito quella di Dio.
Ci occorre una fede per dare un senso e uno
slancio alla vita: fede nell'uomo, nelle sue
possibilità, nel suo avvenire (Conferenze
dell'UNESCO: L'uomo e la Cultura, Revue Fontaine,
1947. Riferisco il sunto di A. Blanchet su
Études, vi, 1949, p. 290 seg.).
Ed
ecco Malraux farsi apostolo di questa nuova
fede, che costituisce oggi il miraggio di
molti. Ma quando l'entusiasmo dell'agitatore
cede il posto alla sensibilità dell'artista,
viene meno questa fede e cade ogni speranza.
La
condizione umana (1933; Bompiani 1946) è
il romanzo più celebre di Malraux,
che anticipa di alcuni anni i temi e le situazioni
degli odierni scrittori esistenzialisti. Un
episodio della rivoluzione cinese in cui agiscono
quali protagonisti agenti del comunismo terrorista.
Nel corso della lotta bestiale, questi atei
votati all'eroismo, col proposito di creare
un mondo nuovo, scoprono l'assurdità
della condizione umana. In un mondo angusto,
dominato da una fatalità oscura, l'uomo
si trova ad essere prigioniero delle sue ambizioni,
a dover lottare contro i suoi simili, condannato
a dare morte o a morire.
"
II fondo dell'uomo è l'angoscia, la
coscienza della propria fatalità da
cui nascono tutte le paure, anche quella della
morte ", dice uno dei protagonisti. Ad
acuire l'angoscia è l'esperienza della
propria solitudine, in ogni situazione, ma
soprattutto nel dolore e di fronte alla morte.
Duecento
comunisti feriti sono ammassati in uno stanzone
in attesa di venir giudicati e fucilati. Katow,
uno dei capi, li guarda: si assomigliano tutti,
con gli stessi sguardi pieni di terrore e
di disperazione, tutti rattrappiti nella stessa
posizione, in attesa d'un comune destino.
Eppure ognuno è chiuso nel suo dolore,
separato dal compagno di gomito " da
tutta l'estensione della sofferenza ".
All'uomo
non resta che tentare di evadere in qualche
modo dall'assurda condizione. Nei protagonisti
del romanzo sono rappresentati vari tentativi.
Negli uni è l'eroismo ispirato a volontà
di potenza, raramente a motivi umani-tari;
in altri è l'amore della donna che
riempie in qualche modo la solitudine; in
altri ancora sono i sogni di felicità
e di grandezza nutriti di illusioni; in uno
è l'ubriacatura degli stupefacenti
che mette in euforia; in qualche spirito superiore
è l'arte; in uno finalmente è
la religione. Ma il pastore Stimhson, "
un intellettuale tisico, che si sforzava con
pazienza di vincere nella carità una
inquietudine religiosa intensa..., ossessionato
dall'onta del corpo " è ben lungi
dal possedere la pace inferiore e la certezza
che si sforza di prodigare agli altri. Ecco
il regno dell'uomo scoperto e rappresentato
da A. Malraux in questo e negli altri suoi
romanzi: / conquistatori, sulla stessa rivoluzione
cino-comuni-sta; La speranza, sulla rivoluzione
di Spagna; I naufraghi di Altembourg, sulla
disfatta francese del '40. Un regno dominato
dalla fatalità assurda, dall'egoismo
feroce, dallo scacco, dall'angoscia e — scacco
finale — dalla morte, senza speranza. Questo
l'assurdo di cui tutti sono costretti a fare
il gioco e dal quale non c'è via di
scampo. Nonostante che gli uomini si agitino
nell'ansia di " sfuggire alla condizione
umana, di diventare non solo potenti ma onnipotenti.
La malattia chimerica, di cui la volontà
di potenza non è che la giustificazione
intellettuale, è la volontà
di divino: ogni uomo sogna d'essere Dio "
(Condizione umana). Appunto nel persistere
di questa sete d'infinito, di divino, nell'uomo
che ha spento Dio in se stesso, sta l'assurdo
più grande per Malraux e per gli esistenzialisti.
§
6. - Alberto Camus. L'uomo assurdo.
Nato
in Algeria nel 1918, Camus raggiunse la celebrità
nel 42 con Lo Straniero. Un racconto nudo
e serrato intorno alla figura del protagonista
Meursault, un impiegato di Algeri che vive
smarrito e quasi incosciente, in un paese
a lui estraneo. Cosi indifferente al mondo
e quasi privo di affetti, da non versare una
lacrima al capezzale e al funerale di sua
madre. Lo si crede un bruto, un eccentrico
pericoloso; e quando, spinto da circostanze
involontarie, uccide un arabo, viene condannato
a morte. Durante il processo e al momento
della i condanna, si desta d'improvviso alla
coscienza di quest'uomo l'assurdità
della esistenza umana. Quando si avvicina
il cappellano per recargli il perdono e la
pace di Dio, il disgraziato si rivolta, diventa
furioso fino ad avventarsi contro: non vuole
rassegnarsi a quello che gli pare tanto assurdo.
" Dal fondo del mio ; futuro, in tutta
questa assurda esistenza che avevo vissuto,
un alito oscuro risaliva verso di me... Cosa
m'importavano la morte altrui, l'amore di
una madre, che cosa mi importava il suo Dio,
il destino che ogni uomo si elegge, quando
un solo destino doveva eleggere me e con me
miliardi di privilegiati che come lui ; si
dicevano i miei fratelli?... Anche gli altri
saranno condannati un giorno. Anche lui sarà
condannato " (Lo Straniero, Bompiani,
1947). ,
Ecco
l'uomo di Camus, straniero in questa terra,
sotto un delo muto di azzurro e di stelle,
certo di questo solo, di essere condannato
a morte. Condizione assurda, come quella di
un Sisifo, destinato a spingere il macigno
fino alla -cima del monte, senza via di uscita
da questo gioco inumano, tranne l'interiore
ribellione.
Nel
Mito di Sisifo (1942; ed. Bompiani, 1947),
Camus teorizza la sua sconsolata visione dell'esistenza,
tentando rispondere al quesito fondamentale:
se la vita valga o no la pena di esser vissuta,
ti In un mondo subitamente spogliato di illusione
e di luci l'uomo si sente un estraneo, e tale
esilio è senza rimedio, perché
privato dei ricordi di una patria perduta
o della speranza d'una terra promessa "
(p. 80).
Il
confronto, anzi l'urto tra l'irrazionale ch'è
nel mondo e il desiderio violento di chiarezza
ch'è nell'uomo; il vedersi portati
dall'effimero, mentre si ha nel cuore un bisogno
prepotente di assoluto; sentirsi lacerati
dal dolore e dalla morte, con una sete inestinguibile
di vivere: ecco l'assurdo dell'esistenza,
la prigione in cui si dibatte l'uomo.
Molti
hanno tentato l'evasione, o col suicidio o
col salto nel trascendente, che Camus dice
" suicidio filosofia" . L'uomo assurdo
accetta con mente lucida i propri limiti e
affronta coraggiosamente la sua condizione
senza speranza. "Egli vuoi sapere se
è possibile vivere senza ricorso...
Il corpo, la tenerezza, la creazione, l'azione,
la nobiltà umana riprenderanno allora
il proprio posto in questo mondo insensato.
L'uomo vi troverà infine il vino dell'assurdo
e il pane dell'indifferenza di cui nutrire
la sua grandezza " (pag. 81). Questo
vino che tonifica l'uomo è la rivolta:
coscienza dell'inumano destino, rifiuto della
sofferenza, della morte e quindi dell'angoscia,
lotta senza quartiere contro ogni avversità.
Morale di questa vita assurda non sarà
più quella etica, fondata su una legge
eterna, ma quella della condizione umana senza
speranza di un domani. " Ciò che
importa non è vivere il meglio, ma
il più possibile. Una volta per tutte
i giudizi di valore sono qui scartati in favore
dei giudizi di fatto" (pag. 89).
I
due drammi II Malinteso e Caligola rappresentano
appunto l'uomo sulla strada di una simile
morale. Ma le brutali esperienze della guerra
vennero a dimostrare proprio ex absurdis quanto
tale etica sia inumana; ed allora Camus rivide
le sue posizioni.
Nelle
Lettere ad un amico tedesco (in Saggi, NFR,
Paris 1945) egli levò la protesta in
nome dell'uomo contro la morale dell'azione
e della conquista. " Io credevo di pensare
come te e non vedevo altro argomento da opponi
se non un gusto violento della giustizia...
Ma tutto ciò è cosi grave che
bisogna pure fermarsi! Io continuo a credere
che il mondo non ha un senso superiore, e
assurdo; ma pure l'uomo deve avere un senso;
perché è il solo ad esigere
di averlo... Egli non deve accrescere l'atroce
miseria di questo mondo, ma deve affermare
la giustizia per lottare contro l'ingiustizia
eterna, creare felicità per protestare
contro l'universo dell'infelicità ".
Alla
base della posizione irrazionale e irreligiosa
di Camus sta il problema del male insoluto.
Egli stesso confessa di trovarsi un po' come
Agostino prima della conversione, tormentato
da questo problema, senza via d'uscita. Questo
lo pone continuamente di fronte a Dio; ma
egli non sa superare " il paradosso d'un
Dio onnipotente e malefico, o benefico e sterile
". Cosi afferma in una delle ultime opere
L'uomo in rivolta (1951), dove passa attraverso
la storia le soluzioni puramente umane del
problema ed ha parole forti, tendenziose anche,
contro i cristiani che avrebbero tradito la
loro missione nel mondo: quella di lottare
contro le ingiustizie e le sofferenze umane.
Ora, al pensiero della mezzanotte dei Tedeschi
e dei Russi, i quali hanno spinto la rivoluzione
alla violenza sistematica ed alla tirannia,
in vista d'un avvenire utopistico, bisogna
sostituire il pensiero del mezzogiorno, dell'Europa
maestra di civiltà, che insegna all'uomo
la rivolta nella moderazione e a donare se
stesso per amore dei fratelli... " La
rivolta che dona senza tardare la sua forza
d'amore e rifiuta senza indugio l'ingiustizia.
Il suo onore è nulla calcolare e tutto
distribuire alla vita presente e ai fratelli
viventi. Cosi essa si prodiga per gli uomini
che verranno. La vera generosità verso
l'avvenire consiste nel donare tutto al presente
". Dove si sente l'eco del messaggio
evangelico che ancora ispira la civiltà
meridiana dell'Europa, in grado di superare
la notte della barbarie.
La
Peste (1947; Bompiani 1948) è il capolavoro
di Camus. Qui la sconsolata visione del mondo
si rischiara alla luce dell'umana fraternità.
Il morbo misterioso che serpeggia insidiosamente,
poi dilaga e sconvolge la tranquilla cittadina
africana, sotto un cielo azzurro e un sole
implacabile, assurge a simbolo di tutto il
male del mondo. Di fronte a questo male inesorabile,
gli uomini tentano dapprima illudersi con
facili speranze, poi di sfuggire in qualche
modo, finalmente si sentono affratellati da
uno stesso destino e impegnati in una lotta
comune. Nei due personaggi di primo piano
l'autore presenta due posizioni àntitetiche:
nel padre Paneloux il ricorso alla fede, nel
dottor Rieux, umanitario ma incredulo, la
rivolta all'assurdo. Per due volte troviamo
il P. Paneloux predicare al popolo sul flagello.
La prima col tono veemente del profeta, che
addita nel morbo il castigo della divina Giustizia
per i peccati del popolo; la seconda in tono
assai più accorato e dimesso. Spinto
dalla carità e dal dovere, l'ardente
gesuita è venuto a contatto con le
sofferenze dei fratelli, ha visto i bimbi
innocenti morire tra gli spasimi, ha sofferto
nella sua anima e nella sua carne la passione
di quel popolo, ha messo a dura prova la propria
fede. Affranto e malato, si presenta per l'ultima
volta sul pulpito a dire parole di conforto,
ma anche la parola della fede messa all'estrema
prova: & Bisogna tutto credere o tutto
negare... Dio ha fatto oggi alle sue creature
il favore di metterle in una disgrazia tale
da far loro ritrovare e assumere la più
grande virtù, che è quella del
Tutto o del Nulla. Bisognava saltare al cuore
di questo inaccettabile perché facessimo
la nostra scelta. La sofferenza dei bimbi
era il nostro pane amaro, ma senza questo
pane, la nostra anima perirebbe nella sua
fame spirituale " (ed. Gallimard, Paris
1947, p. 184).
La
fede del cristiano è fondata sullo
scandalo della Croce, e in questa egli trova
la sua salvezza. Ma Camus non comprende tutto
l'amore e tutto il bene racchiuso nella Croce,
perciò si rifiuta di credere. La sua
posizione rimane quella del dott. Rieux, il
quale trae dalla sua intima ribellione all'assurdo
del male una disperata compassione che lo
spinge a lottare e a prodigarsi per combatterlo.
Indimenticabile la scena della notte, in cui
dottore e sacerdote assistono impotenti all'agonia
straziante di un bambino. Quando tutto è
finito, il dottore esasperato apostrofa il
prete:
"
Questo almeno era innocente: voi lo sapete!
". E se ne andò... " Capisco,
mormorò Paneloux. Ciò è
rivoltante perché passa la nostra capacità;
ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo
capire ".
Rieux
si rizzò di colpo. " No, padre.
Io ho un'altra idea dell'amore. E rifiuterò
fino alla morte di amare questo mondo, dove
dei bimbi sono torturati ".
"
Ah dottore! disse con tristezza Paneloux,
capisco che cos'è che si chiama Grazia
".
Rieux
rispose con più dolcezza: e È
questa che non ho; lo so. Ma non voglio discuterne
con voi. Lavoriamo insieme per qualcosa che
ci riunisce al di là della bestemmia
e della preghiera. Ciò solo è
importante ".
Paneloux
aveva l'aria commossa: a Sì, disse,
sì, voi pure lavorate per la salvezza
dell'uomo " (ivi, pp. 178-179).
Una
letteratura che dibatte con tanto accanimento
i problemi morali e religiosi ci pare assai
più vicina a Dio, anche nella bestemmia,
di certa letteratura borghese chiusa in un
ostentato scetticismo. Ma mentre un Sartre,
ad esempio, si avventa contro Dio per denigrarlo
e distruggerlo, Camus è passato dalla
posizione blasfema a quella dell'inquieta
ricerca, a Io sono nella notte e cerco di
vederci chiaro " (La Peste).
§
7. - Cesare Pavese (1908-1950). Il mestiere
di vivere.
Interessante
sarebbe a questo punto un discorso sul neorealismo,
per saggiare più a fondo le anime del
nostro tempo.
A
differenza del realismo ottocentesco, che
guardava alla realtà della vita con
obbiettività quasi scientifica, il
neorealismo guarda il mondo e la vita soggettivamente,
attraverso la sensibilità e l'esperienza
del personaggio, dello scrittore, quindi nell'atto
di scoprirsi, del suo farsi nella coscienza
dell'uomo. Si mira a ritrarre la vita quale
fluisce giorno per giorno, in fatti e parole
il più delle volte comuni e banali,
ma che rivelano qualcosa dell'uomo e costituiscono
la trama della sua esistenza. Ora, qual'è
il mondo delle anime che registrano e rilevano
gli scrittori neorealisti, dagli Americani
di fama (Hemingwey, Steinbeck, Faulkner...),
ai nostri Vittorini, Pavese, Micheli, Pratolini,
Berto ecc? L'ha detto Carlo Levi intitolando
il suo libro Cristo si è fermato a
Eboli (Einaudi, Roma 1945): è il mondo
ancora in attesa della redenzione, un mondo
su cui grava la fatalità del destino
cieco, in cui gli uomini sono portati da passioni
istintive, schiavi della miseria i proletari,
schiavi delle loro ambizioni e della corruzione
i borghesi. Gli scrittori che hanno fatto
il tt salto " a sinistra (Bilenchi, Micheli,
Pratolini), amano caricare le tinte sulla
dissoluzione di questo mondo, cui soltanto
il verbo marxista potrebbe recare una rigenerazione.
Ma i loro giudizi di valore risultano troppo
unilaterali e gratuiti per convincere, e la
tesi preconcetta rischia di viziare nell'opera
la verità dell'indagine e la validità
dell'arte. Quando invece è solo "
l'appassionante ricerca di verità "
e l'umana partecipazione a guidare lo scrittore,
abbiamo quadri d'un'evidenza drammatica e
commossa. Come in certe pagine di Vittorini
e di Pavese, ad esempio, dove sembra continuare
il ciclo dei vinti iniziato dal Verga: anime
per le quali il vivere è un po' sempre
una pena.
Per
i limiti della nostra ricerca, ci fermeremo
alla confessione di C. Pavese. Leggendo uno
dei suoi racconti migliori (La bella estate,
La luna e i falò), ci si trova a contatto
di gente travagliata da una vaga inquietudine
e spinta come da un'avversa fatalità.
Gente sospesa fra l'ansia dell'ignoto e il
richiamo familiare della propria terra, condotta
il più delle volte dalla forza cieca
dell'istinto e portata, in fine, allo scacco
della delusione amara, della rovina. Bisogna
sfogliare le pagine del Diario 1935-50 (Einaudi
1952) per cogliere la radice di questa inquietudine
e dello scacco die rende cosi triste e fallimentare
per Pavese il mestiere di vivere. È
il titolo che fu dato a tutto il libro.
Si
scopre, attraverso le annotazioni del Diario,
quale base di cultura classica e moderna,
quale studio attento, quale sorvegliato esercizio
abbiano portato un provinciale della cultura,
come Pavese, a crearsi uno stile capace di
rendere lucidamente la sostanza delle cose
e di assumere, a tratti, il magico ritmo della
poesia. Ma pure si scopre l'orizzonte angusto,
il basso livello morale di quest'arte (poesie
e racconti), in cui l'ossessione freudiana
del sesso e l'inclinazione al pessimismo contribuiscono
a creare un clima spirituale arido, opprimente,
desolato. Di maggior interesse per noi è
la confessione che di giorno in giorno ci
mette a nudo un'anima ricca di sensibilità
e di sincerità, aperta alle istanze
spirituali; un'anima inquieta e spesso dolorante,
spinta da una logica senza pietà né
speranza al suicidio.
Il
fanciullo sensibile e timido, che " alla
prima Comunione non deglutiva la saliva per
non rompere il digiuno " (p. 86), a contatto
con la vita della grande città e di
letture di ogni1 genere, perde presto la fede
e si abbandona agli impulsi istintivi. Indicativo
l'esame di coscienza all'inizio dell'anno
1946, ove si accusa di leggerezza morale,
nel senso di aver seguito sempre impulsi sentimentali,
edonistici, perfino nel lavoro, e al tempo
stesso " mi sono sempre carezzato con
l'illusione di sentire la vita morale, passando
attimi deliziosi a farmi dei casi di coscienza,
senza risoluzione di risolverli nell'azione...
Ho mai fatto qualcosa io nella vita che non
fosse da fesso? Da fesso nel senso più
banale e irrimediabile, da uomo che non sa
vivere, che non è cresciuto moralmente,
che è vano, che si sorregge col puntello
del suicidio, ma non lo commette " (p.
42). E nonostante il proposito di o bandire
il voluttuoso dall'arte e dalla vita ",
gli manca per sollevarsi una fede ed un'energia
morale.
L'abbandono
e la solitudine degli anni 1943-44-45 maturano
la serietà dell'uomo e la tempra dello
scrittore, ma aggravano la sofferenza della
solitudine spirituale, del vuoto, dello scacco.
I tratti dove è analizzato questo stato
d'animo sono i più vivi e accorati
di tutto il Diario. " Non c'è
altro al mondo che sofferenza. Il problema
è solo come portare una coscienza pura...
Idiota e lurido Kant - se Dio non c'è
tutto è permesso. Basta con la morale.
Solo la carità è rispettabile,
Cristo e Dostoievski, tutto il resto sono
balle " (p. 96). a La massima sventura
è la solitudine, tant'è vero
che il supremo conforto - la religione - consiste
nel trovare una compagnia che non falla, Dio.
La preghiera è lo sfogo come un amico...
Tutto il problema della vita è dunque
questo: come rompere la propria solitudine,
come comunicare con gli altri " (p. 161).
Anche
lui in fondo sente l'appello di Dio, nell'ora
della delusione e del dolore, soprattutto;
sente la nobiltà del Cristianesimo
che a non può morire perché
è la possibilità di tutte le
discipline " (p. 94); ma non ha il coraggio
di fare il salto e più ancora gli manca
una via di certezza, " Ci si umilia nel
chiedere una grazia e si scopre l'intima dolcezza
del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò
che si chiedeva: si vorrebbe soltanto goder
sempre quello sgorgo di divinità. È
questa senza dubbio la mia strada per giungere
alla fede, il mio modo di esser fedele. Una
rinuncia a tutto, una sommersione in un mare
di amore. Forse è tutto qui: in questo
tremito del "se fosse verol" Se
davvero fosse vero! " (p. 277).
Gli
anni del successo e della celebrità
letteraria ('48-49) gli arrecano una certa
euforia, nella fiducia di essere finalmente
riuscito e di poter contare su
di
un avvenire. Ma d'altro canto egli è
abbastanza sincero con se stesso per riconoscere
che tutto questo non basta, che il suo spirito
rimane angosciosamente sospeso nel vuoto e
si domanda incessantemente: a E poi? e poi?...
".
a
Qualcosa finisce, Te ne accorgi dal fatto
che quando ti abbandoni e ti siedi a fumare,
sei inquieto e ansioso. Temi cose della pratica?
No. Temi il tuo vuoto ". (p. 316). E
quando questo vuoto, questa a inquieta angoscia
" diventa sofferenza che gli stringe
il cuore e gli rode anche le ossa, senza dargli
riposo, trova una sola risposta: il suicidio
(pp. 401-402). a Non ci si uccide per amore
di una donna. Ci si uccide perché un
amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra
nudità, miseria, inermità, nulla
" (p. 400).
Il
consuntivo finale è veramente desolante:
" Nel mio mestiere sono dunque re. In
dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni
di allora. Nella mia vita sono più
disperato e perduto di allora. Che cosa ho
messo insieme? Niente. Non ho più nulla
da desiderare su questa terrà, tranne
quella cosa che quindici anni di fallimenti
ormai escludono... Scrivo: o Tu, abbi pietà.
E poi? " (p. 406). Con questo grido di
invocazione disperata si chiude il Diario
e la vita di Cesare Pavese, morto suicida
a 42 anni, nel pieno successo letterario.
Riferisce
Diego Fabbri, in Fiera Lett. 4-1-53, la testimonianza
d'un amico del tutto degno di fede. Il giorno
prima di suicidarsi, C. Pavese andò
a trovare a uno a uno i suoi amici più
cari, nella speranza che qualcuno — parlando
dei problemi che a loro stavano più
a cuore — sapesse dirgli la parola che gli
desse in extremis una ragione di vivere. Erano
amici di indole diversissima e di diverse
convinzioni religiose e sociali; c'erano i
marxisti e c'era — pare — anche il cattolico.
Ma nessuno seppe dirgli, spontaneamente, qualcosa
di cosi importante da rendere a Pavese la
vita degna di essere vissuta. Non irraggiavano,
quotidianamente, nessuna luce di certezzaI
All'indomani si uccise.
§
8. - Jean-Paul Sartre - L'uomo nauseato.
Vi
sono certi individui, terribilmente coerenti
e spregiudicati, che s'incaricano di "volgere
fino in fondo le premesse poste da altri,
i quali si sono arrestati di fronte alle conseguenze
sconcertanti e crudeli dei loro principi.
Sartre è uno di quelli, forse tra tutti
il più spregiudicato.
Destò
scandalo fin dalla prima opera letteraria,
La nausea (1938), un grigio racconto in forma
di diario, sbilanciato tra la narrativa e
la filosofia. Sono le confessioni d'un intellettuale,
Antonio Roquetin, il quale dopo una vita avventurosa
si ferma a scrivere un libro di storia. Ma
il passato è morto, non gli dite più
nulla. E il presente? Le cose intorno gli
si rivelano mute, urtanti, senza ragion d'essere:
gli fanno nausea. I suoi simili, chiusi in
se stessi, ciascuno nelle sue idee e nelle
sue passioni, sono anch'essi motivi di urto,
di disgusto. E lo stesso soggetto che prende
coscienza di sé, in questo mondo muto
e senza scopo, sentirà almeno lui di
esistere per uno scopo, di poter fare qualcosa
che dia senso alla vita, un qualche valore
al mondo? Affatto, k Eravamo un mucchio di
esistenti impacciati, imbarazzati di noi stessi,
non avevamo la minima ragione di essere là,
né gli uni né gli altri, ogni
esistente confuso, vagamente inquieto, si
sentiva di troppo, in rapporto agli altri...
E anch'io, fiacco languido, osceno, digerente,
sballottando pensieri tristi, anch'io ero
di troppo... Sognavo vagamente di sopprimermi,
per annichilare almeno una di quelle esistenze
superflue. Ma la mia morte stessa sarebbe
stata di
troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio
sangue su quei sassi, tra quelle piante, in
fondo a quel giardino sorridente. E la carne
rosicchiata, sarebbe stata di troppo nella
terra che l'avrebbe accolta, e le misere ossa
infine, levigate, "corticate, pulite
e lucide come i denti, sarebbero state ancora
di troppo: ero di troppo per l'eternità
". (La nausea, pp. 181-182).
Questo
-l'orizzonte tetro dell'esistenzialismo sartriano:
un'accozzaglia di esistenze senza ragion d'essere
e senza scopo, motivo di angoscia profonda,
di bnausea" per la coscienza che avverte
tutto ciò; motivo di limite, di urto
per la libera volontà. Le cose inanimate
e i viventi, anche i proprii simili, si parano
dinanzi come dei muri opachi e rigidi, entro
i quali l'uomo si trova come imprigionato.
" Lucida, immobile, deserta, la coscienza
è posta fra due muri. Nessuno l'abita
più... Ecco quello che c'è:
due muri, una piccola trasparenza viva e impersonale
" (La nausea, p. 239). E se tenta di
liberarsi, di andarsene solo e a suo arbitrio,
che cosa trovar " Sono solo in questa
strada bianca fiancheggiata di giardini. Solo
e libero. Ma questa libertà somiglia
un poco alla morte " (p. 221).
In
queste pagine c'è già tutto
Sartre, con la lucidità d'una prosa
tagliente e tesa, in un'introspezione senza
pietà e senza pudore; con l'impostazione
metafisica dell'esperienza della vita, anche
nella stesura d'un racconto o nelle battute
d'un dramma; tutto Sartre nella conclusione
nichilista e disperata: il mondo, la vita
sono per nulla. Un'impostazione falsa in partenza
del problema, perché vuoi spiegare
l'esistente senza l'Ente, far agire la volontà
senza il suo oggetto, il Bene, affermare l'uomo
senza Dio.
Sartre
rimane uno degli esempi clamorosi di successo
letterario su scala mondiale, dovuto non tanto
all'intrinseco valore, quanto allo scandalo
d'un'opera che rispecchia un clima diffuso
di esasperazione e di smarrimento morale.
Se l'umanità fosse tutta quale Sartre
analizza, nelle opere filo-sofiche e rappresenta
in quelle letterarie, dovremmo dichiararne
il fallimento senza possibilità di
riscatto. Ma era l'esperienza d'una guerra
disastrosa ai vinti e ai vincitori, il disorientamento
di quel mondo privato di ogni base metafìsica
e d'ogni luce dall'alto ad offrire terreno
favorevole per l'epidemia esistenzialista.
Infatti l'opera sartriana ebbe successo nel
decennio 1943-53, gli anni cruciali della
guerra calda e della guerra fredda.
L'uomo
per Sartre è una coscienza che ad un
certo momento si desta nel caos d'un mondo
senza razionalità né finalità.
Dalla " nausea d che lo invade di fronte
alle cose mute, agli esseri in sé,
esistenti a caso e senza ragion d'essere,
egli si riscatta con l'essere per sé,
vale a dire, quello che avrà pensato
e deciso. E' il vivere autentico, cosciente,
originale.
"
L'uomo dapprima esite, si ritrova, sorge nel
mondo, e poi si definisce. Come lo concepisce
l'esistenzialismo, l'uomo non è concepibile
in sé; dapprima non è nulla.
Egli non sarà che in seguito, e sarà
quale egli stesso si sarà fatto ".
(L'esistenzialismo è un umanesimo).
Ma questo implica per ila libertà un
tremendo impegno, una continua scelta che
distrugge tutti gli altri modi possibili di
esistenza, cui pure l'uomo aspira. Per esistere,
l'uomo deve continuamente annientarsi, rinunciare
agl'infiniti altri modi di essere. Questo
il dramma angoscioso dell'uomo libero: voler
essere tutto, l'Assoluto, Dio, e doversi annientare
per essere qualcuno. " L'uomo è
una passione inutile". Questa la conclusione
de L'essere e il nulla (1943).
L'opera
letteraria di Sartre è tutta "
engagée " impegnata a diffondere
questo messaggio esasperato di libertà
e a difendere la libertà contro ogni
Jimite, perfino contro Dio. Nella visuale
immanentistica di questo umanesimo, non è
concepibile Dio, perché è l'uomo
che k progetta di farsi Dio " e "
Se Dio esiste, l'uomo non esiste; e se esiste
l'uomo, non esiste Dio " (II diavolo
e il buon Dio).
Vediamo
qualche personaggio che incarni tale concezione
dell'uomo.
Sartre
ha scritto una trilogia di romanzi intitolata
appunto Le vie della libertà. Nel primo,
L'età della ragione (1945) il protagonista
Matteo Delarue, un professore di filosofia,
svolge -la sua esperienza nell'affermazione
della propria libertà, da quando incomincia
a prendere coscienza e si sente gravato dall'eredità
d'un mondo borghese, fasciato d'ipocrisia.
Si tuffa allora nella vita libertina degli
ambienti parigini e si trova implicato in
parecchi guai, costretto a dover pure decidersi,
assummersi delle responsabilità; ma
egli sfugge con ogni mezzo, anche vilmente,
pur di mantenersi libero. Fa il comunista,
ma non s'iscrive al partito; fa all'amore,
ma non si sposa; fa dei debiti, ma non ne
risponde. Ad un certo momento s'accorge d'essere
una nullità, un vile. Vorrebbe superare
questo complesso, ma non sa risolversi a fare
la sua scelta, per non doversi impegnare tutta
la vita e sacrificare la propria libertà.
" Era solo in mezzo a un silenzio mostruoso,
libero e solo, senza aiuto e senza scusa,
condannato a decidere senza possibilità
di ricorso, condannato per sempre ad essere
libero... Di attesa in attesa, di avvenire
in avvenire, la vita di Matteo scivolava dolcemente...
verso che cosa? Verso nu'Ha " (L'età
della ragione, pp. 212 e 249).
Ma
c'è pure l'uomo che s'impegna, che
tenta un gesto liberatore: Oreste nel dramma
Le mosche (1943). Fatto ormai uomo, dopo una
cura pedagogica di libertà, Oreste
ritorna ad Argo e la trova in preda al terrore,
sotto la tirannia di Egisto e i castighi di
Giove, piombati sulla città dopo l'uccisione
di Agamennone. Dalle confidenze della sorella
Elettra, Oreste comprende la situazione e
l'impegno di dover lui compiere il gesto liberatore:
spazzare la città dalla tirannia politica
e dalla superstizione religiosa, ora che ha
scoperto il tremendo segreto che i re e gli
dei tengono gelosamente nascosto. Quale? Che
gli uomini sono liberi, " Una volta che
la libertà è esplosa in un'anima
d'uomo, gli dei non possono più nulla
contro quell'uomo ", dice Giove al re
Egisto.
Cosi
Oreste contenderà con Giove, che lo
invita a rientrare nell'ordine delle cose
e della legge. " ...Io sono condannato
a non aver altra legge che la mia, a seguire
soltanto la mia strada... Ogni uomo deve inventare
la propria strada ". E per liberare gli
uomini di Argo, dopo di aver ucciso 3 tiranno
e rovesciato gli altari dei sacrifici, cercherà
di aprire loro gli occhi in questo senso.
Con quale risultato? " Povera gente!
Farai loro il regalo della solitudine e della
vergogna, strapperai loro i vestiti di cui
l'avevo ricoperta e mostrerai d'improvviso
la loro esistenza, la loro oscena e insipida
esistenza, che fu data loro per niente! ".
Nel
dramma II diavolo e il buon Dio (1951) Sartre
dibatte il problema del bene e del male, ma
per concludere in caricature blasfeme che
non c'è né bene né male:
c'è soltanto l'uomo lasciato a se stesso,
poiché " Dio è morto ".
E il protagonista conclude : " Resterò
solo con questo cielo vuoto sopra il mio capo,
poiché non ho altro modo di essere
con tutti ".
Fosse
almeno possibile trovarsi con tutti, espanderai
nelle -relazioni umane, costruire nell'amore
un'esistenza degna di essere vissuta. Affatto.
L'amore
per Sartre è soltanto possesso sessuale,
in cui uno finisce: succube 'dell'altro, diventa
cosa, oggetto di godimento, non più
persona. E in tutti i rapporti sociali c'è
sempre questo conflitto di un soggetto che
tratta, gli altri come oggetto di giudizio,
di calcolo, di sfruttamento egoistico. Ognuno
è murato in se stesso e trova negli
altri un limite, un motivo di urto e di tormento.
In Porta chiusa (1945) Sartre ha rappresentato
l'ossessione di questo inferno in cui si trovano
gli uomini ridotti a quelle dimensioni, condannati
a vivere l'uno accanto all'altro senza intendersi
né amarsi, vedersi l'un l'altro nella
propria vergogna e disperazione.
Un
uomo e due donne in una sala d'albergo : tre
soli personaggi, con un cameriere. La porta
è chiusa e non c'è via di scampo
al fastidio della presenza e dello sguardo
altrui, all'urto di gente capace solo di egoismo
e di odio, o t questo dunque l'Inferno? Non
lo avrei mài creduto. Vi ricordate?
il solfo, il rogo, la graticola... buffonate!
Nessun bisogno di graticole; l'Inferno, sono
gli Altri ".
La
conclusione s'impone da sé. L'immanentismo
moderno, negatore di Dio, ha firmato la sua
condanna.