Argomenti

Il fatto religioso

Il bisogno religioso

Le grandi affermazioni spiritualiste: l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima 

L'esistenza di Dio

Natura e origine della religione

Le varie categorie di religioni

I surrogati della religione

La teosofia

La rivelazione

L'atto di fede

La testimonianza del miracolo

L'Antico Testamento come preparazione evengelica

Gesù Cristo e il Suo Vangelo

La Divinità di Gesù Cristo

Il Vero Messia

Gesù Cristo è il Messia

L'insegnamento di Gesù

La persona di Cristo: la sua incomparabile santità

I miracoli di Gesù

I miracoli

I nemici del miracolo

La resurrezione

Il Cristo sempre vivente

Le origini Cristiane

La dottrina della Chiesa

L'eccellenza e i caratteri della Chiesa

La morale della Chiesa

L'azione della Chiesa

La santità della Chiesa

I miracoli della Chiesa

Eresie d'altri tempi

Il Protestantesimo luterano e calvinista

L'Anglicanesimo e le chiese non conformiste

Le chiese separate d'oriente

La Chiesa Cattolica e le chiese cristiane separate

Il fascino delle religioni asiatiche

Lo scandalo dell'Islam

L'incredulità

La testimonianza dei convertiti

Psicologia e metodologia della conversione

La testimonianza della moderna letteratura

Sommario storico dell'apologetica

La Bibbia in generale

Obiezioni contro l'Antico Testamento

Obiezioni contro il Nuovo Testamento

Obiezioni generali contro la teologia dogmatica

Lo sviluppo dei dogmi

Dogmi cattolici in particolare

La morale cattolica

Difficoltà desunte dalla storia della Chiesa

Scienza e religione

Teorie cosmologiche moderne e dogma della creazione

Preistoria e natura dell'uomo

Le scienze psicologiche e storico-sociali

Fu un palo o una croce? Il supplizio della crocifissione

La verità del cattolicesimo

  L'infallibilità del Papa

 I primati della Chiesa di Roma

San Pietro ha soggiornato a Roma?

 Il culto dei Santi e la Comunione dei Santi

 Il culto delle immagini sacre

Immacolata Concezione

Perfetta Verginità di Maria

La Madonna contestata

I fratelli e le sorelle di Gesù

I Sacramenti nel Nuovo Testamento

 La confessione dei peccati

 Il celibato dei sacerdoti

Il Purgatorio

L'Eucaristia e la Santa messa

    I libri apocrifi e la tradizione

  Il caso Galilei

  Giordano Bruno

 L'Inquisizione

 Le crociate

 Contro l'anticristo Freud

 Il Talmud Smascherato

 Contro il Codice da Vinci

 I Testimoni di Geova

 La Massoneria

Il problema dell'ateismo

Gli errori dello spiritismo e della reincarnazione

Il laicismo

Elogio di Pio IX

Pio XII la "leggenda nera"

Il caso

Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

la testimonianza della moderna letteratura - la tragedia dell'uomo

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO III - LA TRAGEDIA DELL'UOMO

§ 1. - Luigi Pirandello (1867-1936). L'uomo chiuso in se stesso.

C'è una novella, svolta poi in commedia (La giara), che ci mostra la situazione ridicola e tragica insieme dell'uomo chiuso in se stesso, quale lo vede Pirandello.

Zi' Dima il gobbo si è calato nella giara spaccata di Lolò Zifara, per accomodarla col suo mastice di grande effetto; ma quando si tratta di uscirne fuori, non ci riesce più. Tra i due succede un litigio indiavolato, con intervento di testimoni e d'un legale, fino a che Lolò Zifara indignato manda la giara in pezzi.

Non che Pirandello avesse proprio l'intento di fare ne La giara la caricatura del soggettivismo: gli è che a lui, preso nelle maglie dell'idealismo immanentistico e portato dal suo temperamento di artista a guardare la realtà della vita, l'uomo finiva di apparirgli cosi, chiuso vivo da se stesso in un vaso di forme rigide, incapace più di uscirne se non col frantumare tutto.

Le disgrazie familiari, che angustiarono Pirandello un po' tutta la vita, contribuirono a velare di pessimismo la sua visione del mondo. (Cfr. Nardelli, Vita e croci di L. Pirandello, Mondadori, Milano 1944). Ma la disgrazia più grande fu la perdita della fede, che gli spense dentro e intorno -ogni luce.

Non fondata su salde convinzioni, la fede religiosa del giovane si sfaldò con le prime crisi e con gli attacchi della filosofia moderna. Ma anche la nuova fede nell'idealismo, appresa all'università di Bonn, doveva cadere in pezzi alle prove della vita. L’ " Io trascendentale " non risolveva alcun problema , vitale e si rivelava inconsistente di fronte alla realtà d'ogni giorno. L'uomo rimane a se stesso un doloroso enigma.

L'arte del Pirandello più grande, quella delle Novelle per un anno e dei drammi, prende le mosse da una rappresentazione immediata della realtà, condotta con fine umorismo, e finisce nel riso amaro e sconcertante della beffa.

Nella prefazione a Sei personaggi in cerca d'autore, Pirandello si pone tra gli scrittori " di natura filosofica, o significativi, i quali, oltre al gusto descrittivo, sentono un più profondo bisogno spirituale, per cui non ammettono figure, vicende, personaggi che non s'imbevano, per cosi dire, d'un particolare ; senso della vita, e non acquistino con esso un valore universale. Io ho la disgrazia di appartenere a questi ultimi ".

Disgrazia non soltanto perché la sua serva di casa, un po' stramba — la Fantasia — " ha il gusto di vestir di nero e si diverte a portargli in casa la gente più scontenta del mondo, avvolta in casi strani da cui non trova più modo a uscire", ma perché la sua visione del mondo è velata di nero, tutta buia, senza luce di provvidenza né di razionalità. Un caos il mondo, in cui gioca il destino cieco e ti combina situazioni strane, matasse ingarbugliate, con esiti sconcertanti e buffi a volte. In questo caos l'uomo ha la disgrazia di esservi buttato con un barlume di ragione; e allora si domanda dei perché, vuoi sapere, cerca lui di mettere con la sua logica un po' di ordine, di dare un senso alle cose.

Crede che quella sia la verità, ma è una costruzione soggettiva, die varia di tempo in tempo, spesso da uomo a uomo.

In Così è se vi pare, Pirandello rappresenta la verità nella figura di quella donna inconoscibile, oggetto d'interminabili discussioni e di opposte inter-pretazioni. Citata in giudizio, appare anch'essa velata e risponde: "Per me, io sono colei che mi si crede ". E il giudice finisce con una sonora e amara risata.

Anche la giustizia diventa in questo mondo una cosa ambigua, stirata per ogni verso, impossibile. I valori universali, su cui si regge la vita umana, rimangono pure convenzioni che alimentano una civiltà per un certo tempo e poi si dissolvono nei momenti di crisi, lasciando gli uomini nel completo disorientamento. Celebre il Lanternino, Cap. XIII de Il fu Mattia Pascal

Il lanternino è il barlume della nostra coscienza, che ci fa vedere sperduti sulla terra e si alimenta ai lanternoni dei " termini astratti: Verità, Virtù, Bellezza, Onore, e che so io... Il lume d'un'idea comune è alimentato dal sentimento collettivo; se questo sentimento però si scinde, rimane si in piedi la lanterna del termine astratto, ma la fiamma dell'idea vi crepita dentro e vi guizza e vi singhiozza, come suole avvenire in tutti i periodi che sono detti di transizione. Non sono poi rare nella storia certe fiere ventate che spengono d'un tratto tutti quei lanternoni. Che piacere! Nell'improvviso buio, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi va di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa... Tutti i lanternoni spentii A chi dobbiamo rivolgerci? Indietro forse? Alle lucernette superstiti, a quelle che i grandi morti lasciarono accese sulle loro tombe?" (Tutti i romanzi, Mondadori 1944, pp. 369-370).

L'opera di Pirandello è tutta costellata di simili interrogativi da parte dell'uomo che si è visto crollare le impalcature delle costruzioni filosofiche, dei conformismi morali e religiosi, delle montature politiche, e si trova sospeso nel vuoto, su di un mare mobile di opinioni, di mode, di umori, di forme mutevoli. Viene quindi a mancare ogni base di intesa e di comprensione reciproca: ciascuno pensa e intende a modo suo, e neppure sempre alla stessa maniera, non avendo alcuna certezza.

" Chi sei tu? Chi sono io? Tutti quanti qua? Sappiamo di noi reciprocamente e ciascuno sa di sé qualche piccola certezza d'oggi, che non è quella di ieri, che non sarà quella di domani... La vita, dentro e fuori di noi — andateci, andateci appresso! — è una tale rapina continua che, se non han forza di resistervi neppure gli affetti più saldi, figuratevi le opinioni, le finzioni che riusciamo a formarci, tutte le idee che appena appena, in questa fuga senza requie, riusciamo a intravedere!... Cari miei, dopo la farsa della volubilità, dei nostri ridicoli mutamenti, la tragedia di un'anima scompigliata, che non sa più raccapezzarsi " (Ciascuno a modo suo, Primo intermezzo).

Anche senza ragionare sempre con tanta lucidità, i personaggi pirandelliani dei drammi e dei racconti si trovano un po' tutti così: anime scompigliate che non sanno più raccapezzarsi quando, ad un certo momento, i casi strani della vita, " che non hanno bisogno di parer verosimili, perché sono veri ", li pongono l'uno di fronte all'altro e ciascuno di fronte a se stesso.

Allora è inutile tentare di fuggire alle angustie e all'assurdità d'una vita divenuta impossibile, come Il fu'Mattia Pascal, perché dovunque vada o comunque faccia, l'uomo si trova nel circolo chiuso di un cervello che gira a vuoto su se stesso: è Uno, Nessuno, Centomila.

Pochi scrittori come Pirandello hanno saputo rappresentare con tanta evidenza la crisi spirituale insita nel moderno soggettivismo, sia quello filosofico, sia quello pratico di un mondo borghese, chiuso nel giro d'una esistenza gretta e banale, senza vie d'uscita. Spinto da un amore spietato di sincerità e di verità, Pirandello ha strappato tutte le maschere, ha fatto cadere tutte le illusioni. Le " Maschere nude a dei suoi personaggi accusano l'impossibilità d'una esistenza cui manca l'essenza, l'inconsistenza d'un relativo cui manca l'Assoluto, e vanno cercando disperatamente un Autore che li faccia vivere.

" Ma questo supremo Autore non può essere uomo, sia pure di genio, perché ogni uomo è anche lui, secondo lo stesso Pirandello, un personaggio, cioè una larva d'anima che ha bisogno d'un creatore per vivere, per conoscersi, per affermarsi, per durare sempre " (Papini, Epigrafe per Luigi Pirandello, in Santi e Poeti, Ed. Fiorentina 1948).

§ 2. - Marcello Proust (1871-1922). Alla ricerca del tempo perduto.

E' un po' una malattia del nostro tempo, di analizzarsi senza pietà e di confessarsi in pubblico, senza pudore. Misero surrogato della confessione religiosa. Diari, confidenze, confessioni... non si contano più. Da quando Freud ha insegnato che l'io autentico sta nel profondo e che l'uomo si redime liberando gl'istinti ed i sentimenti repressi nell'inconscio, ci si è ritenuti in diritto di tutto mettere a nudo, anche i fondi più torbidi.

Perfino il racconto, il romanzo oggi si svolgono su d'un fondo di esperienze autobiografiche e spesso sulla trama di un'analisi introspettiva: indice di una ricerca appassionata dell'uomo.

Esempio classico, i sédici volumi delle Recherches di Marcello Proust: opera apparsa negli anni intorno alla l.a guerra mondiale, senza destare rumore, al suo apparire, nella repubblica delle lettere, poi ascesa a grande successo per l'intrinseco valore d'arte e per la rispondenza al gusto moderno di intima esplorazione. Una bella traduzione italiana, in sette volumi, fu curata dall'editore Einaudi tra il 1950-52: il che ha contribuito a diffondere anche da noi la conoscenza di un'opera poco raccomandabile a lettori sprovveduti di senso critico, tanto meno ai giovani.

Il titolo generale: A' la recherche du temps perdu, dice il proposito di voler rivivere nell'opera d'arte un'esistenza che si sbriciola col tempo, per coglierne un qualche significato. Al primo incontro l'opera proustiana appare un libro di memorie minutamente narrate e romanzate; ma poi si scopre assai più complessa. Ai richiami della memoria sensitiva, ritornano fresche alla coscienza dello scrittore le vicende della vita trascorsa, gli ambienti, le persone, i costumi, in un quadro che si allarga gradatamente, dall'ambiente domestico dell'infanzia, a quello delle famiglie aristocratiche fine Ottocento, ai ritrovi mondani della grande città, che nasconde le turpitudini di Sodoma e di Gomorra.

Di ogni personaggio, a cominciare da se stesso, Proust va esplorando, attraverso alle azioni più comuni, lo svolgersi dei pensieri e dei sentimenti, il movente segreto dell'agire, i risultati di attese, di sforzi, di esperienze che intessono la vita di ogni giorno.

" Voyage de decouvertes dans les profondeurs ", ha definito egli stesso la sua opera. E in questo viaggio nelle profondità dell'anima Proust sembra avanzare con la lucidità d'uno psico-analista, che rovescia tutte le pieghe segrete e fruga i fondi più oscuri. Ma ad una tale analisi, pur tanto ricca di penetrazione psicologica e di sensibilità artistica, manca il senso morale per un giudizio di valore e manca una fede religiosa che valga ad illuminare il mistero dell'uomo. La scoperta che ne risulta è sconcertante.

Gli uomini, guardati dal basso, appaiono spinti da impulsi irrazionali, tendenti a soddisfare i sensi e l'orgoglio. Mossa da tali impulsi, l'immaginazione lavora a costruire seducenti fantasmi (di amore, di felicità, di successo...) che poi si cercano nella realtà esterna o si tende a realizzare nella vita. Di qui i contrasti tra l'io e gli altri, tra il soggetto e gli oggetti che non rispondono alle aspettative sognate, che non soddisfano mai. Con le esperienze della vita e col passare del tempo, cadono le illusioni e si scopre amaramente la nullità di tutte le cose. Questa analisi applicata da Proust lungamente all'amore, in cui aveva riposto la ragion d'essere della vita, lo porta alla più dolorosa delle scoperte, a lacrime senza fine.

Quale scoperta? Questa: che nell'amore l'uomo cerca l'infinito nel finito, l'assoluto nel relativo e nel fallace, la realizzazione d'un sogno bello in un pugno di fango.

Eppure la ricerca non ha sosta, fino a quando lo scrittore non arriva a qualcosa di valido e di assoluto, a un qualche cosa capace di purificare l'uomo dal torbido inquietante delle passioni, di dare alla vita e alle cose l'eternità dello spirito. Questo valore il Proust lo trova nell'arte. E' la conclusione cui arriva quasi al termine dell'opera e della vita.

In ogni opera d'arte parla e vive l'autore, col mondo che egli ha vissuto in se stesso, come in una bella musica l'anima del musicista, tesa a raggiungere la sfera di un'immortalità oltre -il tempo. Nell'arte si attua l'ideale lungamente vagheggiato e si rende la vita degna di essere vissuta.

" Quanto più me lo sembrava ora, ora ch'io sapevo ch'era possibile illuminarla, la vita che viviamo nelle tenebre, e ricondurla alla sua verità, essa che di continuo viene mistificata, per realizzarla alfine in un'operai Felice chi riuscirà a scrivere un tal libro — pensavo — quale impresa gli si offre dinanzi! Per darne un'idea, dovremmo chiedere a prestito dei paragoni alle arti più nobili e più diverse; che uno scrittore simile dovrà preparare il proprio libro minuziosamente, con costanti raggruppamenti di forze come per un'offensiva, sopportarlo come una fatica, accettarlo come una disciplina, costruirlo come una chiesa, crearlo come un universo, senza trascurare quei misteri che probabilmente hanno la loro spiegazione soltanto in altri mondi e il cui presentimento è ciò che più ci commuove nella vita e nell'arte " (II tempo ritrovato, p. 821, ed. Einaudi).

Ma a questo assoluto intuito nell'arte, oltre il tempo e oltre il nulla di tutte le cose, Proust non arrivò mai, perché chiuso nel suo et io " e troppo lontano da Dio.

" Dell'opera di Proust, immensa e putrida, l'impressione che mi rimane è l'immagine d'una voragine aperta, la sensazione d'un'assenza infinita. Nell'umanità proustiana, ciò che colpisce è questo scavo, questo vuoto, in una parola, l'assenza di Dio " (F. Mauriac, Dio e Mammona).

§ 3. - A. Moravia. L'uomo in preda agl'istinti.

Il parigino Proust ha analizzato la dissoluzione della famiglia aristocratica, nel mezzo secolo che va dal II Impero alla III Repubblica; il romano Alberto Moravia (1907) rappresenta lo sfacelo della famiglia e dell'uomo borghese, del nostro tempo.

Cai primo romanzo Gl'indifferenti (1929), scritto a 22 anni, fino.agli ultimi, II disprezzo (1954), La ciociara (1957), A. Moravia non ha fatto che scavare nei fondi oscuri dell'uomo, con l'occhio d'uno psico-analista, il quale non sa vedere altro che istinto sessuale represso, deviato, o scatenato. Non si pensi che il Moravia diguazzi avidamente in questa a belletta negra "; anzi, procede con distacco e con certa amarezza, nell'idea fissa che lo scrittore deve " dir la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, senza compromesso " (Estremismo e Letteratura, su Fiera Letteraria 25 IV 46). Il guaio si è che questa " verità " rimane nella sfera angusta di un'umanità in preda agl'istinti, di famiglie in sfacelo, di poveri esseri senza volontà e senza grazia.

L'uomo del Moravia è ridotto a queste due dimensioni: un fondo di ciechi istinti e un barlume di coscienza cui affiora con lucidità — almeno in alcuni — la situazione d'una natura guasta, senza possibilità di riscatto.

" Tutto doveva essere impuro, basso, non doveva esserci né amore, né simpatia, ma solamente un senso cupo di rovina" (Gl'indifferenti, p. 50). E' la scoperta che fa del mondo e della vita un personaggio del primo romanzo: dramma d'una famiglia borghese, che nasconde, dietro la vernice dell'onorabilità sociale, la dissoluzione economica e morale. La madre vedova tresca con un affarista donnaiolo, il quale prende nella sua rete anche la giovane figlia: una ragazza annoiata e vuota, in attesa dell'avvenimento che dia uno scopo all'esistenza, che porti l'alba d'una vita nuova. E invece, quale triste rivelazione! Un istante di esitazione, di intima ribellione: k Dove va la mia vita? " e poi il lasciarsi andare, come ad una fatalità.

" Una nuova vita? — Scoraggiata Carla si avvicinò alla finestra. — No, disse, non credo che una nuova vita sia possibile... meglio non far più tentativi, restar cosi " (p. 857).

Ma c'è pure un fratello. Michele, che vorrebbe levarsi a difendere l'onore della famiglia, e invece "quella storia l'aveva sorpreso nel bel mezzo della sua più grande indifferenza... — E' enorme, — pensava, e nello stesso tempo si accorgeva di non sapere in che consìstesse questa enormità ".

Ragazzo viziato, cresciuto senza principi e senza ideali, capisce bene che è sconcio tutto quello che gli succede intorno, ma non ha volontà per prendere posizione, per tentare di uscire in qualche modo, lui e la famiglia, da quella brutta faccenda. Una vita, anche la sua, fallita in partenza, perché senza scopo. Eccolo come si riconosce in una sera grigia, di pioggia e di fango: " ...questa strada piovosa era la sua vita stessa, percorsa senza fede e senza entusiasmo, con gli occhi affascinati dalla pubblicità luminosa... L'angoscia l'opprimeva: avrebbe voluto fermare uno di quei passanti, prenderlo per il bavaro, domandargli dove andasse, perché corresse a quel modo; avrebbe voluto avere uno scopo qualsiasi, anche ingannevole, e non scalpicciare cosi, di strada in strada, tra la gente che non ne aveva uno.... ".

Nel romanzo breve Agostino (1943), Moravia presenta lo sbocciare violento della crisi nell'adolescente, messo brutalmente di fronte ai misteri del sesso, nella luce sinistra del peccato. Come spesso succede, sono ragazzacci che stracciano i veli al compagno ancora ingenuo, e lo spingono dalla curiosità inquieta, al disgusto, alla foga impaziente. Nessuna difesa è data al ragazzo di fronte alla marea del male, neppure da parte della madre che lo tratta sempre da bimbo innocente, e intanto gli si offre sotto gli occhi smaliziati motivi di scandalo. Solo dal profondo del cuore sale, per un momento, il rimpianto per la serenità e la purezza perduta, quasi appello dell'anima prima di affogare nel fango. " Ora provava un vago, disperato desiderio di varcare il fiume e allontanarsi lungo il litorale, lasciando alle spalle i ragazzi, la madre e tutta la vecchia città. Chissà che forse, camminando sempre dritto davanti a sé, lungo il mare, sulla rena bianca e soffice, non sarebbe arrivato in un paese dove tutte quelle brutte cose non esistevano. In un paese dove sarebbe stato accolto come voleva il cuore, e dove gli fosse possibile dimenticare tutto quanto aveva appreso, per poi riapprenderlo senza vergogna né offesa, nella maniera dolce e naturale che pur doveva esserci e che oscuramente avrebbe voluto " (p. 90).

Aspirazioni vaghe del cuore, inconsistenti alle pressioni di un mondo in preda alle concupiscenze, dal momento che non esiste per l'Autore e per i suoi personaggi un ordine di valori morali cui ancorarsi. E allora la analisi spietata delle coscienze, che il Moravia s'ostina a perseguire in ogni opera, non giunge alla responsabilità morale, per volgersi ad uno sforzo, ad un appello di liberazione, ma alla constatazione amara, .esasperata, che tale è la situazione umana: non c'è altro da fare che accettarla. Questa l'unica liberazione dell'angoscia in cui si dibattono i personaggi moraviani. Come Adriana del lungo e lubrico romanzo La Romana (1947): una ragazza del popolo, esuberante di vita, spinta dalle strettezze familiari e dalla madre stessa al meretricio. L'abfotezione e la monotonia del mestiere vengono rotte dal frequente pensare di questa ragazza, sul significato dell'esistenza, del disagio in cui versa la sua coscienza di popolana, fino a quando si acquieta, accettando lietamente la sua .situazione.

" In quelle ore di solitudine giungeva sempre un momento in cui mi colpiva uno smarrimento intenso, sembrandomi ad un tratto di vedere con chiaroveggenza glaciale tutta la mia vita... Pensavo che ero uscita da un buio senza fine e che sarei rientrata presto in un altro buio egualmente illimitato, e che questo mio breve passaggio sarebbe stato contrassegnato da atti assurdi e casuali. Allora capivo che la mia angoscia non era dovuta alle cose che facevo, ma, più profondamente, al nudo fatto di vivere, che non era né bene né male, ma soltanto doloroso e insensato. " (p. 203).

Un pò troppo fare d'una ragazza del genere quasi una pensatrice esistenzialista. Peggio ancora quando il Moravia contamina il vago residuo di fede, d'un figliola del popolo romano, con un relativismo morale tendente a giustificare ogni operato, fosse anche il più turpe. " Mi sentii confortata dal l'idea che ci fosse un Dio che vedeva chiaro dentro di me, e vedeva che non c'era niente di male, e che io, per il solo fatto di vivere, ero innocente, come, del resto, tutti gli uomini. Sapevo che questo Dio non era 11 per giudicarmi e condannarmi, ma per giustificare la mia esistenza, la quale non poteva essere che buona, perché dipendeva direttamente da Lui... e capivo che la questione non ,era se io dovessi comportarmi in questo o quest'altro modo, bensì, più radicalmente, se io dovessi ritenermi incoraggiata a vivere o no. E mi parte ad un tratto che questo incoraggiamento partisse dalla figura scura dietro i ceri dell'altare, in forma di calore improvviso che mi avvolse tutta la persona. Si, io ero incoraggiata a vivere, sebbene nulla capissi della vita e del perché si vivesse. " (p. 250).

II Dio chiamato qui in causa è solo più un pretesto, tanto pare assurdo. Poco dopo sarà " il destino " insito nella propria natura, di fronte al quale non c'è altra liberazione che abbandonarsi senza rimorsi e senza rimpianti. Una redenzione rovesciata, come quel Dio su accennato. "Così, dopo poche ore di angoscia, io rinunziai a lottare contro quello che pareva essere il mio destino e anzi lo abbracciai con più amore, come si abbraccia un nemico che non si può abbattere: e mi sentii liberata".

A. Moravia continuerà su questa linea, nei successivi racconti, tesi tra la rappresentazione verista di un'umanità corrotta e l'inquisizione lucida di una coscienza che non da tregua. Oscillazione " tra esistenzialismo e freudismo " che 'spiega la condanna all'Indice di tutta l'opera, pure così artisticamente valida. Testimonianza di una società senza Dio. e senza redenzione, chiusa nel peccato che l'avvince come un'ossessione e la riempie, al tempo stesso, d'infinita amarezza.

§ 4. - Franz Kafka (1883-1924). L'uomo in sospeso.

" Io ho assunto la negatività del mio tempo, che d'altronde mi è molto vicina. Io non ho il diritto di combatterla, ma in una certa misura ho il diritto di rappresentarla ". Questo scriveva nel suo Diario F. Kafka, quando già l'esperienza della vita e le esplorazioni della sua arte gli avevano fatto scontare in lucidità di coscienza l'isolamento e lo smarrimento dell'uomo, cui una fede convenzionale e una filosofia soggettivista non danno più certezze sui valori dell'esistenza, fiducia nella vita, capacità d'intesa coi suoi simili.

Il Diario, la Lettera al padre, i Colloqui con Kafka dell'amico G. Janouch (ed. Martello, Milano 1953) ci danno il filo a penetrare nell'anima di questo solitario scrittore ed a scoprire il significato di un'opera in cui ogni momento ed ogni gesto della comune esistenza assumono valore di simbolo.

I dati biografici di Kafka fanno pensare al nostro Leopardi: la stessa incomprensione da parte della famiglia, la crisi precoce della fede, una sensibilità acuta in un fisico minato da malattia nervosa e finalmente dalla tisi, che lo spense a 41 anno.

Nato a Praga da famiglia di Ebrei tedeschi, fu avviato allo studio delle leggi; fu impiegato alle Assicurazioni Generali, e visse per lo più ritirato in se stesso, dedito a pensare e a scrivere. " Io fui sempre profondamente preoccupato di affermare la mia esistenza spirituale poiché tutto il resto mi era indifferente. Questa indifferenza era il solo modo di preservarmi contro la snervante angoscia e il sentimento della colpa " (Diario).

Donde questa angoscia e questo sentimento di colpa? Dallo svolgersi fino al parossismo della crisi profonda e complessa che travaglia l'uomo di oggi: crisi degli affetti, della fede, di tutta l'esistenza.

Crisi degli affetti, per lo sgretolarsi della famiglia e di una società dove gli uomini non si incontrano più. Nel Castello e in vari racconti abbiamo la registrazione esatta ed esasperante di tale situazione, ma occorre rifarsi prima dalla Lettera al padre. Di fronte al ragazzo debole e schivo, la figura del genitore robusto ed autoritario, abile negli affari, pieno di fiducia in se stesso, ma di poca confidenza con i familiari si erge come una minaccia. " Seduto sulla tua poltrona tu governi il mondo... Tu possedevi per me la dote enigmatica dei tiranni che fondano il loro diritto sulla loro persona e non sulla ragione. Dinanzi a te avevo perduto la fiducia in me stesso e l'avevo sostituita con uno sterminato senso di colpa ". Di qui " la perpetua paura davanti a tutti... e il pensiero sempre rivolto ad una fuga il più delle volte interiore ". Onde il bisogno di ritirarsi in se stesso, di esplorare cautamente la realtà e di cercare fl proprio posto nel mondo. " Di fatto io ero espulso d'un tratto dalla società... e in seno al mio stesso sentimento familiare mi si apriva la vista sullo spazio glaciale del mondo, che io avrei dovuto scaldare con un fuoco che anzitutto bisognava accendessi" (Diario, 19-1-1911).

La crisi della fede scavò più a fondo la solitudine nell'anima di Kafka e gli tolse anche la scintilla per accendere quel fuoco da sghiacciare un po' il mondo. Al giovane pensoso il ritualismo della religione ebraica in cui veniva allevato " era in effetto un nulla, una farsa, meno che una farsa " (Lettera al padre). Il Dio della Bibbia diveniva sempre più inaccessibile, " l'Inafferrabile " col quale ogni accesso ed ogni colloquio è precluso. Una apertura sulla rivelazione cristiana l'ebbe soltanto dall'opera di Kierkegaard che gli valse ad acuire il senso del peccato, del timore e dell'angoscia, ma non per arrivare a Cristo liberazione e amore. Aveva troppo bisogno di chiarezza il suo spirito per fare il salto nella cieca fiducia, come il pensatore protestante. E continuò sempre a cercare per avere la risposta, sempre ad attendere che gli venisse la grazia, come dimostra tutta la sua opera.

Al giovane Janouch, che lo interroga sulla fede, Kafka risponde: a Chi la possiede non la può definire, e quando uno non la possiede la sua definizione è aggravata dalla mancanza di grazia. Il credente quindi non può e il miscredente non dovrebbe parlare ". E Cristo? Kafka chinò la fronte: " Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare... ". (Colloqui con Kafka, p. 94).

Le crisi precedenti nel loro sviluppo sfociano alla crisi più vasta e radicale dell'intera esistenza. Non più confortato dalla comprensione dei suoi simili, non sorretto da una fede religiosa, non fondato su alcuna certezza metafisica, l'uomo si aggira solitario in questo mondo, sospeso nel vuoto, libero e prigioniero, animale pensante cui non basta la terra e impotente di levarsi al di sopra, a Egli è un cittadino della terra, libero e prigioniero; giacché legato ad una catena abbastanza lunga da permettergli di esplorare liberamente tutti gli spazi terrestri, ma non abbastanza perché egli possa essere attirato al di là delle frontiere della terra. Nello stesso tempo egli è un cittadino del cielo, libero e prigioniero, perché ugualmente legato ad una catena celeste concepita nel medesimo modo. Vuole egli raggiungere la terra, è la catena celeste a trattenerlo; vuole egli raggiungere il cielo, lo trattiene quella della terra " (Considerazioni sul peccato).

Da questo senso tragico dell'esistenza si svolge l'arte narrativa di Kafka, dai racconti brevi o lunghi avvolti nel velo dell'allegoria, come la Tana, la Metamorfosi, il Messaggio dell'imperatore, ai romanzi il Processo e il Castello, dove le vicende della vita esteriore vengono trasferite in una atmosfera di magico realismo e diventano simbolo, cioè trascrizione della vita interiore dell'uomo.

Nel Processo (ed. Frassinelli, Torino), l'impiegato Josef K. si vede citato in tribunale, dichiarato in arresto, senza sapere il perché. Pur continuando nel suo impiego, deve recarsi periodicamente alle udienze del tribunale, subire interrogatori senza fine, dichiararsi colpevole. E scopre, via via che tenta sfuggire alla morsa del processo, di trovarsi solo in un mondo dove tutti lo sospettano e lo spiano, di fronte ad un tribunale misterioso, dove non vale difesa e il giudice superiore è inaccessibile. Da ultimo gli sembra di riconoscere la sua vera colpa: la solitudine dell'uomo senza affetti e senza scopo, che ha rinunciato alla vita; ma d'altra parte non sa come uscirne fuori e finisce di morire " come un cane a. Abbiamo qui la posizione drammatica della responsabilità personale, della colpa e dell'esigenza di giustizia; ma il soggettivismo in cui l'uomo si è chiuso impedisce di scoprire il senso stesso della colpa sulla base di una legge oggettiva, toglie ogni accesso al Giudice per tentare una giustificazione, implorare clemenza, sperare in una possibile riparazione.

Il Castello presenta l'uomo in cerca del suo posto nel mondo. K. arriva una sera al villaggio del Castello per assumeIVi l'impiego di agrimensore; ma qui nessuno lo conosce, non c'è chi voglia riceverlo perché non si hanno ordini in merito. K. briga per sistemarsi provvisoriamente, per entrare in contatto d intesa coi dirigenti e coi signori del Castello. Impresa esasperante. Un'aria di mistero, una serie di vaghe promesse e di rimandi lo stringono nel labirinto d una rete burocratica senza via di soluzione. K. cerca di tagliare corto: entrare nel castello, parlare direttamente col signore, vederci chiaro in questa faccenda. Ma il Castello è inaccessibile agli estranei e il signore nessuno del villaggio l'ha visto mai. K. morirà di esaurimento in questa ricerca e nella vana attesa.

Nella tensione allucinante e nell'ironia gelida di questi racconti c'è la denuncia d'una società inumana, dominata dalla macchina burocratica, in cui il singolo è considerato pezzo d'ingranaggio, livellato e squadrato, o eliminato coi processi scientifici. " SI, l'uomo è sconsolante, perché in mezzo al costante montare delle masse si fa di momento in momento più solitario" (Colloqui, p. 101).

Quest'uomo, sempre più solo, sente dentro e fuori l'assenza infinita di Uno cne e stato estromesso dai cuori, senza del quale non ci può essere giustizia, non amore, non armonia nel mondo, e torna d'istinto alla ricerca. Questo senso religioso, al fondo dell'opera kafkiana, rilevava l'amico Max Brood, nel curare la pubblicazione postuma delle opere maggiori.

" Si può dire che questo castello a cui K. non ottiene il diritto di accedere e esattamente quello che i teologi chiamano la grazia, il governo di Dio che regge il destino umano... Il Processo e il Castello rappresenterebbero le due forane della divinità: la giustizia e la grazia " (Nota finale al Castello, ed. Mon- ' dadon, Milano 1948).

Che tale fosse il senso della ricerca e dell'attesa, lo attesta lo stesso Kafka nei colloqui citati: " Mi sforzo di essere un vero aspirante alla grazia. Aspetto I e sto a guardare. Forse verrà... forse anche no " (ivi, p. 94). E qualche battuta appresso: " La poesia è sempre e soltanto una spedizione in cerca della verità... 'E impossibile vivere senza verità ". ;

§ 5. - Andre Malraux. La disperata condizione umana.

" La realtà assoluta è stata per voi Dio, poi l'uomo; ma l'uomo è morto dopo che è morto Dio, e voi cercate con angoscia a chi poter confidare la sua strana eredità" (La tentazione dell'Occidente, Grasset, Paris 1926). Strana profezia davvero, se pensiamo che fu scritta negli anni in cui andava bene, come si suoi dire comunemente. Eppure Malraux aveva girato abbastanza il mondo, aveva scrutato a fondo la società e il cuore dell'uomo, da poter concludere che si è arrivati ad una situazione impossibile, " ai regni metallici della assurdità ".

Nato a Parigi nel 1901, A. Malraux percorse il mondo dall'Occidente all'Oriente, cercò attraverso il linguaggio dell'arte l'anima delle antiche civiltà; si addentrò nei rivolgimenti sociali e politici del nostro tempo, militante egli stesso prima del comunismo, poi del gollismo. Quali le conclusioni di tanto stadio e di tante esperienze?

L'uomo del passato viveva al cospetto terrificante ed estasiante della divinità. Tutte le grandi arti del passato sono religiose; ovunque l'uomo si trova immerso in una immensità che pietrifica o esalta la sua vita effimera.

Non bastando questo mondo a se stesso, non si è mai cessato di deformarlo, di ricomporlo secondo valori non inumani, come ha creduto la nostra mediocrità, ma sovrumani. Ovunque e sempre, se si eccettua il nostro piccolo mondo moderno, l'uomo è vissuto nel fascino del divino. L'occidentale è l'uomo tagliato fuori a poco a poco dal divino, " l'uomo ridotto all'uomo ". In Edipo che impietra la Sfinge è l'umanità che si erge di fronte al mistero del destino. Il genio greco ha umanizzato la religione e l'arte, ha staccato l'uomo da ciò che l'oltrepassa (Psicologie de l'Art, Skira, Paris 1947-48).

Non è venuto il Cristo a rivelare Dio, a divinizzare l'uomo? Malraux, come tutti i moderni che vivono d'una eredità cristiana senza più la fede, vede in Cristo il Prometeo che ha rapito al cielo il fuoco divino per darlo ai mortali, l'eroe die ha rivelato all'uomo la sua dignità di persona intelligente e libera, arbitra del proprio destino, con la tendenza a diventare " Dio ".

Una volta acceso nel cuore questo fuoco, non ci si ferma più. Col xvi secolo, l'uomo esce abbagliato e ingigantito dal suo lungo commercio con Dio, ma si accorge che ha fatto solo metà del cammino. Perché mendicare dalla grazia di un altro la propria grandezza? Come le potenze astrali e cosmiche, anche il Dio personale va rigettato in nome della dignità umana. L'anima primitiva e orientale mescolava inestricabilmente l'umano al divino; il cristiano pone Dio e l'uomo, ma il moderno vuole scegliere: Dio o l'uomo? e sceglie l'uomo, a Alla fine del diciannovesimo secolo Nietzsche ha proclamato: Dio è morto. Ciò significa che si deve aspettare il regno dell'uomo... far risplendere la condizione dell'uomo con dei mezzi umani ".

Ma che cosa si è fatto sin'ora? Alla tensione verso Dio avrebbe dovuto succedere la tensione dell'uomo verso se stesso, al proprio superamento. Al contrario è un appiattimento che ci tocca di constatare: una vita borghese sdraiata nella comodità e nel piacere; un'arte d'acquietamento, chiusa nella natura, non più di creazione e di conquista. La morte dell'uomo ha seguito quella di Dio. Ci occorre una fede per dare un senso e uno slancio alla vita: fede nell'uomo, nelle sue possibilità, nel suo avvenire (Conferenze dell'UNESCO: L'uomo e la Cultura, Revue Fontaine, 1947. Riferisco il sunto di A. Blanchet su Études, vi, 1949, p. 290 seg.).

Ed ecco Malraux farsi apostolo di questa nuova fede, che costituisce oggi il miraggio di molti. Ma quando l'entusiasmo dell'agitatore cede il posto alla sensibilità dell'artista, viene meno questa fede e cade ogni speranza.

La condizione umana (1933; Bompiani 1946) è il romanzo più celebre di Malraux, che anticipa di alcuni anni i temi e le situazioni degli odierni scrittori esistenzialisti. Un episodio della rivoluzione cinese in cui agiscono quali protagonisti agenti del comunismo terrorista. Nel corso della lotta bestiale, questi atei votati all'eroismo, col proposito di creare un mondo nuovo, scoprono l'assurdità della condizione umana. In un mondo angusto, dominato da una fatalità oscura, l'uomo si trova ad essere prigioniero delle sue ambizioni, a dover lottare contro i suoi simili, condannato a dare morte o a morire.

" II fondo dell'uomo è l'angoscia, la coscienza della propria fatalità da cui nascono tutte le paure, anche quella della morte ", dice uno dei protagonisti. Ad acuire l'angoscia è l'esperienza della propria solitudine, in ogni situazione, ma soprattutto nel dolore e di fronte alla morte.

Duecento comunisti feriti sono ammassati in uno stanzone in attesa di venir giudicati e fucilati. Katow, uno dei capi, li guarda: si assomigliano tutti, con gli stessi sguardi pieni di terrore e di disperazione, tutti rattrappiti nella stessa posizione, in attesa d'un comune destino. Eppure ognuno è chiuso nel suo dolore, separato dal compagno di gomito " da tutta l'estensione della sofferenza ".

All'uomo non resta che tentare di evadere in qualche modo dall'assurda condizione. Nei protagonisti del romanzo sono rappresentati vari tentativi. Negli uni è l'eroismo ispirato a volontà di potenza, raramente a motivi umani-tari; in altri è l'amore della donna che riempie in qualche modo la solitudine; in altri ancora sono i sogni di felicità e di grandezza nutriti di illusioni; in uno è l'ubriacatura degli stupefacenti che mette in euforia; in qualche spirito superiore è l'arte; in uno finalmente è la religione. Ma il pastore Stimhson, " un intellettuale tisico, che si sforzava con pazienza di vincere nella carità una inquietudine religiosa intensa..., ossessionato dall'onta del corpo " è ben lungi dal possedere la pace inferiore e la certezza che si sforza di prodigare agli altri. Ecco il regno dell'uomo scoperto e rappresentato da A. Malraux in questo e negli altri suoi romanzi: / conquistatori, sulla stessa rivoluzione cino-comuni-sta; La speranza, sulla rivoluzione di Spagna; I naufraghi di Altembourg, sulla disfatta francese del '40. Un regno dominato dalla fatalità assurda, dall'egoismo feroce, dallo scacco, dall'angoscia e — scacco finale — dalla morte, senza speranza. Questo l'assurdo di cui tutti sono costretti a fare il gioco e dal quale non c'è via di scampo. Nonostante che gli uomini si agitino nell'ansia di " sfuggire alla condizione umana, di diventare non solo potenti ma onnipotenti. La malattia chimerica, di cui la volontà di potenza non è che la giustificazione intellettuale, è la volontà di divino: ogni uomo sogna d'essere Dio " (Condizione umana). Appunto nel persistere di questa sete d'infinito, di divino, nell'uomo che ha spento Dio in se stesso, sta l'assurdo più grande per Malraux e per gli esistenzialisti.

§ 6. - Alberto Camus. L'uomo assurdo.

Nato in Algeria nel 1918, Camus raggiunse la celebrità nel 42 con Lo Straniero. Un racconto nudo e serrato intorno alla figura del protagonista Meursault, un impiegato di Algeri che vive smarrito e quasi incosciente, in un paese a lui estraneo. Cosi indifferente al mondo e quasi privo di affetti, da non versare una lacrima al capezzale e al funerale di sua madre. Lo si crede un bruto, un eccentrico pericoloso; e quando, spinto da circostanze involontarie, uccide un arabo, viene condannato a morte. Durante il processo e al momento della i condanna, si desta d'improvviso alla coscienza di quest'uomo l'assurdità della esistenza umana. Quando si avvicina il cappellano per recargli il perdono e la pace di Dio, il disgraziato si rivolta, diventa furioso fino ad avventarsi contro: non vuole rassegnarsi a quello che gli pare tanto assurdo. " Dal fondo del mio ; futuro, in tutta questa assurda esistenza che avevo vissuto, un alito oscuro risaliva verso di me... Cosa m'importavano la morte altrui, l'amore di una madre, che cosa mi importava il suo Dio, il destino che ogni uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e con me miliardi di privilegiati che come lui ; si dicevano i miei fratelli?... Anche gli altri saranno condannati un giorno. Anche lui sarà condannato " (Lo Straniero, Bompiani, 1947). ,

Ecco l'uomo di Camus, straniero in questa terra, sotto un delo muto di azzurro e di stelle, certo di questo solo, di essere condannato a morte. Condizione assurda, come quella di un Sisifo, destinato a spingere il macigno fino alla -cima del monte, senza via di uscita da questo gioco inumano, tranne l'interiore ribellione.

Nel Mito di Sisifo (1942; ed. Bompiani, 1947), Camus teorizza la sua sconsolata visione dell'esistenza, tentando rispondere al quesito fondamentale: se la vita valga o no la pena di esser vissuta, ti In un mondo subitamente spogliato di illusione e di luci l'uomo si sente un estraneo, e tale esilio è senza rimedio, perché privato dei ricordi di una patria perduta o della speranza d'una terra promessa " (p. 80).

Il confronto, anzi l'urto tra l'irrazionale ch'è nel mondo e il desiderio violento di chiarezza ch'è nell'uomo; il vedersi portati dall'effimero, mentre si ha nel cuore un bisogno prepotente di assoluto; sentirsi lacerati dal dolore e dalla morte, con una sete inestinguibile di vivere: ecco l'assurdo dell'esistenza, la prigione in cui si dibatte l'uomo.

Molti hanno tentato l'evasione, o col suicidio o col salto nel trascendente, che Camus dice " suicidio filosofia" . L'uomo assurdo accetta con mente lucida i propri limiti e affronta coraggiosamente la sua condizione senza speranza. "Egli vuoi sapere se è possibile vivere senza ricorso... Il corpo, la tenerezza, la creazione, l'azione, la nobiltà umana riprenderanno allora il proprio posto in questo mondo insensato. L'uomo vi troverà infine il vino dell'assurdo e il pane dell'indifferenza di cui nutrire la sua grandezza " (pag. 81). Questo vino che tonifica l'uomo è la rivolta: coscienza dell'inumano destino, rifiuto della sofferenza, della morte e quindi dell'angoscia, lotta senza quartiere contro ogni avversità. Morale di questa vita assurda non sarà più quella etica, fondata su una legge eterna, ma quella della condizione umana senza speranza di un domani. " Ciò che importa non è vivere il meglio, ma il più possibile. Una volta per tutte i giudizi di valore sono qui scartati in favore dei giudizi di fatto" (pag. 89).

I due drammi II Malinteso e Caligola rappresentano appunto l'uomo sulla strada di una simile morale. Ma le brutali esperienze della guerra vennero a dimostrare proprio ex absurdis quanto tale etica sia inumana; ed allora Camus rivide le sue posizioni.

Nelle Lettere ad un amico tedesco (in Saggi, NFR, Paris 1945) egli levò la protesta in nome dell'uomo contro la morale dell'azione e della conquista. " Io credevo di pensare come te e non vedevo altro argomento da opponi se non un gusto violento della giustizia... Ma tutto ciò è cosi grave che bisogna pure fermarsi! Io continuo a credere che il mondo non ha un senso superiore, e assurdo; ma pure l'uomo deve avere un senso; perché è il solo ad esigere di averlo... Egli non deve accrescere l'atroce miseria di questo mondo, ma deve affermare la giustizia per lottare contro l'ingiustizia eterna, creare felicità per protestare contro l'universo dell'infelicità ".

Alla base della posizione irrazionale e irreligiosa di Camus sta il problema del male insoluto. Egli stesso confessa di trovarsi un po' come Agostino prima della conversione, tormentato da questo problema, senza via d'uscita. Questo lo pone continuamente di fronte a Dio; ma egli non sa superare " il paradosso d'un Dio onnipotente e malefico, o benefico e sterile ". Cosi afferma in una delle ultime opere L'uomo in rivolta (1951), dove passa attraverso la storia le soluzioni puramente umane del problema ed ha parole forti, tendenziose anche, contro i cristiani che avrebbero tradito la loro missione nel mondo: quella di lottare contro le ingiustizie e le sofferenze umane. Ora, al pensiero della mezzanotte dei Tedeschi e dei Russi, i quali hanno spinto la rivoluzione alla violenza sistematica ed alla tirannia, in vista d'un avvenire utopistico, bisogna sostituire il pensiero del mezzogiorno, dell'Europa maestra di civiltà, che insegna all'uomo la rivolta nella moderazione e a donare se stesso per amore dei fratelli... " La rivolta che dona senza tardare la sua forza d'amore e rifiuta senza indugio l'ingiustizia. Il suo onore è nulla calcolare e tutto distribuire alla vita presente e ai fratelli viventi. Cosi essa si prodiga per gli uomini che verranno. La vera generosità verso l'avvenire consiste nel donare tutto al presente ". Dove si sente l'eco del messaggio evangelico che ancora ispira la civiltà meridiana dell'Europa, in grado di superare la notte della barbarie.

La Peste (1947; Bompiani 1948) è il capolavoro di Camus. Qui la sconsolata visione del mondo si rischiara alla luce dell'umana fraternità. Il morbo misterioso che serpeggia insidiosamente, poi dilaga e sconvolge la tranquilla cittadina africana, sotto un cielo azzurro e un sole implacabile, assurge a simbolo di tutto il male del mondo. Di fronte a questo male inesorabile, gli uomini tentano dapprima illudersi con facili speranze, poi di sfuggire in qualche modo, finalmente si sentono affratellati da uno stesso destino e impegnati in una lotta comune. Nei due personaggi di primo piano l'autore presenta due posizioni àntitetiche: nel padre Paneloux il ricorso alla fede, nel dottor Rieux, umanitario ma incredulo, la rivolta all'assurdo. Per due volte troviamo il P. Paneloux predicare al popolo sul flagello. La prima col tono veemente del profeta, che addita nel morbo il castigo della divina Giustizia per i peccati del popolo; la seconda in tono assai più accorato e dimesso. Spinto dalla carità e dal dovere, l'ardente gesuita è venuto a contatto con le sofferenze dei fratelli, ha visto i bimbi innocenti morire tra gli spasimi, ha sofferto nella sua anima e nella sua carne la passione di quel popolo, ha messo a dura prova la propria fede. Affranto e malato, si presenta per l'ultima volta sul pulpito a dire parole di conforto, ma anche la parola della fede messa all'estrema prova: & Bisogna tutto credere o tutto negare... Dio ha fatto oggi alle sue creature il favore di metterle in una disgrazia tale da far loro ritrovare e assumere la più grande virtù, che è quella del Tutto o del Nulla. Bisognava saltare al cuore di questo inaccettabile perché facessimo la nostra scelta. La sofferenza dei bimbi era il nostro pane amaro, ma senza questo pane, la nostra anima perirebbe nella sua fame spirituale " (ed. Gallimard, Paris 1947, p. 184).

La fede del cristiano è fondata sullo scandalo della Croce, e in questa egli trova la sua salvezza. Ma Camus non comprende tutto l'amore e tutto il bene racchiuso nella Croce, perciò si rifiuta di credere. La sua posizione rimane quella del dott. Rieux, il quale trae dalla sua intima ribellione all'assurdo del male una disperata compassione che lo spinge a lottare e a prodigarsi per combatterlo. Indimenticabile la scena della notte, in cui dottore e sacerdote assistono impotenti all'agonia straziante di un bambino. Quando tutto è finito, il dottore esasperato apostrofa il prete:

" Questo almeno era innocente: voi lo sapete! ". E se ne andò... " Capisco, mormorò Paneloux. Ciò è rivoltante perché passa la nostra capacità; ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire ".

Rieux si rizzò di colpo. " No, padre. Io ho un'altra idea dell'amore. E rifiuterò fino alla morte di amare questo mondo, dove dei bimbi sono torturati ".

" Ah dottore! disse con tristezza Paneloux, capisco che cos'è che si chiama Grazia ".

Rieux rispose con più dolcezza: e È questa che non ho; lo so. Ma non voglio discuterne con voi. Lavoriamo insieme per qualcosa che ci riunisce al di là della bestemmia e della preghiera. Ciò solo è importante ".

Paneloux aveva l'aria commossa: a Sì, disse, sì, voi pure lavorate per la salvezza dell'uomo " (ivi, pp. 178-179).

Una letteratura che dibatte con tanto accanimento i problemi morali e religiosi ci pare assai più vicina a Dio, anche nella bestemmia, di certa letteratura borghese chiusa in un ostentato scetticismo. Ma mentre un Sartre, ad esempio, si avventa contro Dio per denigrarlo e distruggerlo, Camus è passato dalla posizione blasfema a quella dell'inquieta ricerca, a Io sono nella notte e cerco di vederci chiaro " (La Peste).

§ 7. - Cesare Pavese (1908-1950). Il mestiere di vivere.

Interessante sarebbe a questo punto un discorso sul neorealismo, per saggiare più a fondo le anime del nostro tempo.

A differenza del realismo ottocentesco, che guardava alla realtà della vita con obbiettività quasi scientifica, il neorealismo guarda il mondo e la vita soggettivamente, attraverso la sensibilità e l'esperienza del personaggio, dello scrittore, quindi nell'atto di scoprirsi, del suo farsi nella coscienza dell'uomo. Si mira a ritrarre la vita quale fluisce giorno per giorno, in fatti e parole il più delle volte comuni e banali, ma che rivelano qualcosa dell'uomo e costituiscono la trama della sua esistenza. Ora, qual'è il mondo delle anime che registrano e rilevano gli scrittori neorealisti, dagli Americani di fama (Hemingwey, Steinbeck, Faulkner...), ai nostri Vittorini, Pavese, Micheli, Pratolini, Berto ecc? L'ha detto Carlo Levi intitolando il suo libro Cristo si è fermato a Eboli (Einaudi, Roma 1945): è il mondo ancora in attesa della redenzione, un mondo su cui grava la fatalità del destino cieco, in cui gli uomini sono portati da passioni istintive, schiavi della miseria i proletari, schiavi delle loro ambizioni e della corruzione i borghesi. Gli scrittori che hanno fatto il tt salto " a sinistra (Bilenchi, Micheli, Pratolini), amano caricare le tinte sulla dissoluzione di questo mondo, cui soltanto il verbo marxista potrebbe recare una rigenerazione. Ma i loro giudizi di valore risultano troppo unilaterali e gratuiti per convincere, e la tesi preconcetta rischia di viziare nell'opera la verità dell'indagine e la validità dell'arte. Quando invece è solo " l'appassionante ricerca di verità " e l'umana partecipazione a guidare lo scrittore, abbiamo quadri d'un'evidenza drammatica e commossa. Come in certe pagine di Vittorini e di Pavese, ad esempio, dove sembra continuare il ciclo dei vinti iniziato dal Verga: anime per le quali il vivere è un po' sempre una pena.

Per i limiti della nostra ricerca, ci fermeremo alla confessione di C. Pavese. Leggendo uno dei suoi racconti migliori (La bella estate, La luna e i falò), ci si trova a contatto di gente travagliata da una vaga inquietudine e spinta come da un'avversa fatalità. Gente sospesa fra l'ansia dell'ignoto e il richiamo familiare della propria terra, condotta il più delle volte dalla forza cieca dell'istinto e portata, in fine, allo scacco della delusione amara, della rovina. Bisogna sfogliare le pagine del Diario 1935-50 (Einaudi 1952) per cogliere la radice di questa inquietudine e dello scacco die rende cosi triste e fallimentare per Pavese il mestiere di vivere. È il titolo che fu dato a tutto il libro.

Si scopre, attraverso le annotazioni del Diario, quale base di cultura classica e moderna, quale studio attento, quale sorvegliato esercizio abbiano portato un provinciale della cultura, come Pavese, a crearsi uno stile capace di rendere lucidamente la sostanza delle cose e di assumere, a tratti, il magico ritmo della poesia. Ma pure si scopre l'orizzonte angusto, il basso livello morale di quest'arte (poesie e racconti), in cui l'ossessione freudiana del sesso e l'inclinazione al pessimismo contribuiscono a creare un clima spirituale arido, opprimente, desolato. Di maggior interesse per noi è la confessione che di giorno in giorno ci mette a nudo un'anima ricca di sensibilità e di sincerità, aperta alle istanze spirituali; un'anima inquieta e spesso dolorante, spinta da una logica senza pietà né speranza al suicidio.

Il fanciullo sensibile e timido, che " alla prima Comunione non deglutiva la saliva per non rompere il digiuno " (p. 86), a contatto con la vita della grande città e di letture di ogni1 genere, perde presto la fede e si abbandona agli impulsi istintivi. Indicativo l'esame di coscienza all'inizio dell'anno 1946, ove si accusa di leggerezza morale, nel senso di aver seguito sempre impulsi sentimentali, edonistici, perfino nel lavoro, e al tempo stesso " mi sono sempre carezzato con l'illusione di sentire la vita morale, passando attimi deliziosi a farmi dei casi di coscienza, senza risoluzione di risolverli nell'azione... Ho mai fatto qualcosa io nella vita che non fosse da fesso? Da fesso nel senso più banale e irrimediabile, da uomo che non sa vivere, che non è cresciuto moralmente, che è vano, che si sorregge col puntello del suicidio, ma non lo commette " (p. 42). E nonostante il proposito di o bandire il voluttuoso dall'arte e dalla vita ", gli manca per sollevarsi una fede ed un'energia morale.

L'abbandono e la solitudine degli anni 1943-44-45 maturano la serietà dell'uomo e la tempra dello scrittore, ma aggravano la sofferenza della solitudine spirituale, del vuoto, dello scacco. I tratti dove è analizzato questo stato d'animo sono i più vivi e accorati di tutto il Diario. " Non c'è altro al mondo che sofferenza. Il problema è solo come portare una coscienza pura... Idiota e lurido Kant - se Dio non c'è tutto è permesso. Basta con la morale. Solo la carità è rispettabile, Cristo e Dostoievski, tutto il resto sono balle " (p. 96). a La massima sventura è la solitudine, tant'è vero che il supremo conforto - la religione - consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio. La preghiera è lo sfogo come un amico... Tutto il problema della vita è dunque questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri " (p. 161).

Anche lui in fondo sente l'appello di Dio, nell'ora della delusione e del dolore, soprattutto; sente la nobiltà del Cristianesimo che a non può morire perché è la possibilità di tutte le discipline " (p. 94); ma non ha il coraggio di fare il salto e più ancora gli manca una via di certezza, " Ci si umilia nel chiedere una grazia e si scopre l'intima dolcezza del regno di Dio. Quasi si dimentica ciò che si chiedeva: si vorrebbe soltanto goder sempre quello sgorgo di divinità. È questa senza dubbio la mia strada per giungere alla fede, il mio modo di esser fedele. Una rinuncia a tutto, una sommersione in un mare di amore. Forse è tutto qui: in questo tremito del "se fosse verol" Se davvero fosse vero! " (p. 277).

Gli anni del successo e della celebrità letteraria ('48-49) gli arrecano una certa euforia, nella fiducia di essere finalmente riuscito e di poter contare su

di un avvenire. Ma d'altro canto egli è abbastanza sincero con se stesso per riconoscere che tutto questo non basta, che il suo spirito rimane angosciosamente sospeso nel vuoto e si domanda incessantemente: a E poi? e poi?... ".

a Qualcosa finisce, Te ne accorgi dal fatto che quando ti abbandoni e ti siedi a fumare, sei inquieto e ansioso. Temi cose della pratica? No. Temi il tuo vuoto ". (p. 316). E quando questo vuoto, questa a inquieta angoscia " diventa sofferenza che gli stringe il cuore e gli rode anche le ossa, senza dargli riposo, trova una sola risposta: il suicidio (pp. 401-402). a Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla " (p. 400).

Il consuntivo finale è veramente desolante: " Nel mio mestiere sono dunque re. In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esitazioni di allora. Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Non ho più nulla da desiderare su questa terrà, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono... Scrivo: o Tu, abbi pietà. E poi? " (p. 406). Con questo grido di invocazione disperata si chiude il Diario e la vita di Cesare Pavese, morto suicida a 42 anni, nel pieno successo letterario.

Riferisce Diego Fabbri, in Fiera Lett. 4-1-53, la testimonianza d'un amico del tutto degno di fede. Il giorno prima di suicidarsi, C. Pavese andò a trovare a uno a uno i suoi amici più cari, nella speranza che qualcuno — parlando dei problemi che a loro stavano più a cuore — sapesse dirgli la parola che gli desse in extremis una ragione di vivere. Erano amici di indole diversissima e di diverse convinzioni religiose e sociali; c'erano i marxisti e c'era — pare — anche il cattolico. Ma nessuno seppe dirgli, spontaneamente, qualcosa di cosi importante da rendere a Pavese la vita degna di essere vissuta. Non irraggiavano, quotidianamente, nessuna luce di certezzaI All'indomani si uccise.

§ 8. - Jean-Paul Sartre - L'uomo nauseato.

Vi sono certi individui, terribilmente coerenti e spregiudicati, che s'incaricano di "volgere fino in fondo le premesse poste da altri, i quali si sono arrestati di fronte alle conseguenze sconcertanti e crudeli dei loro principi. Sartre è uno di quelli, forse tra tutti il più spregiudicato.

Destò scandalo fin dalla prima opera letteraria, La nausea (1938), un grigio racconto in forma di diario, sbilanciato tra la narrativa e la filosofia. Sono le confessioni d'un intellettuale, Antonio Roquetin, il quale dopo una vita avventurosa si ferma a scrivere un libro di storia. Ma il passato è morto, non gli dite più nulla. E il presente? Le cose intorno gli si rivelano mute, urtanti, senza ragion d'essere: gli fanno nausea. I suoi simili, chiusi in se stessi, ciascuno nelle sue idee e nelle sue passioni, sono anch'essi motivi di urto, di disgusto. E lo stesso soggetto che prende coscienza di sé, in questo mondo muto e senza scopo, sentirà almeno lui di esistere per uno scopo, di poter fare qualcosa che dia senso alla vita, un qualche valore al mondo? Affatto, k Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati di noi stessi, non avevamo la minima ragione di essere là, né gli uni né gli altri, ogni esistente confuso, vagamente inquieto, si sentiva di troppo, in rapporto agli altri... E anch'io, fiacco languido, osceno, digerente, sballottando pensieri tristi, anch'io ero di troppo... Sognavo vagamente di sopprimermi, per annichilare almeno una di quelle esistenze superflue. Ma la mia morte stessa sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei sassi, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne rosicchiata, sarebbe stata di troppo nella terra che l'avrebbe accolta, e le misere ossa infine, levigate, "corticate, pulite e lucide come i denti, sarebbero state ancora di troppo: ero di troppo per l'eternità ". (La nausea, pp. 181-182).

Questo -l'orizzonte tetro dell'esistenzialismo sartriano: un'accozzaglia di esistenze senza ragion d'essere e senza scopo, motivo di angoscia profonda, di bnausea" per la coscienza che avverte tutto ciò; motivo di limite, di urto per la libera volontà. Le cose inanimate e i viventi, anche i proprii simili, si parano dinanzi come dei muri opachi e rigidi, entro i quali l'uomo si trova come imprigionato. " Lucida, immobile, deserta, la coscienza è posta fra due muri. Nessuno l'abita più... Ecco quello che c'è: due muri, una piccola trasparenza viva e impersonale " (La nausea, p. 239). E se tenta di liberarsi, di andarsene solo e a suo arbitrio, che cosa trovar " Sono solo in questa strada bianca fiancheggiata di giardini. Solo e libero. Ma questa libertà somiglia un poco alla morte " (p. 221).

In queste pagine c'è già tutto Sartre, con la lucidità d'una prosa tagliente e tesa, in un'introspezione senza pietà e senza pudore; con l'impostazione metafisica dell'esperienza della vita, anche nella stesura d'un racconto o nelle battute d'un dramma; tutto Sartre nella conclusione nichilista e disperata: il mondo, la vita sono per nulla. Un'impostazione falsa in partenza del problema, perché vuoi spiegare l'esistente senza l'Ente, far agire la volontà senza il suo oggetto, il Bene, affermare l'uomo senza Dio.

Sartre rimane uno degli esempi clamorosi di successo letterario su scala mondiale, dovuto non tanto all'intrinseco valore, quanto allo scandalo d'un'opera che rispecchia un clima diffuso di esasperazione e di smarrimento morale. Se l'umanità fosse tutta quale Sartre analizza, nelle opere filo-sofiche e rappresenta in quelle letterarie, dovremmo dichiararne il fallimento senza possibilità di riscatto. Ma era l'esperienza d'una guerra disastrosa ai vinti e ai vincitori, il disorientamento di quel mondo privato di ogni base metafìsica e d'ogni luce dall'alto ad offrire terreno favorevole per l'epidemia esistenzialista. Infatti l'opera sartriana ebbe successo nel decennio 1943-53, gli anni cruciali della guerra calda e della guerra fredda.

L'uomo per Sartre è una coscienza che ad un certo momento si desta nel caos d'un mondo senza razionalità né finalità. Dalla " nausea d che lo invade di fronte alle cose mute, agli esseri in sé, esistenti a caso e senza ragion d'essere, egli si riscatta con l'essere per sé, vale a dire, quello che avrà pensato e deciso. E' il vivere autentico, cosciente, originale.

" L'uomo dapprima esite, si ritrova, sorge nel mondo, e poi si definisce. Come lo concepisce l'esistenzialismo, l'uomo non è concepibile in sé; dapprima non è nulla. Egli non sarà che in seguito, e sarà quale egli stesso si sarà fatto ". (L'esistenzialismo è un umanesimo). Ma questo implica per ila libertà un tremendo impegno, una continua scelta che distrugge tutti gli altri modi possibili di esistenza, cui pure l'uomo aspira. Per esistere, l'uomo deve continuamente annientarsi, rinunciare agl'infiniti altri modi di essere. Questo il dramma angoscioso dell'uomo libero: voler essere tutto, l'Assoluto, Dio, e doversi annientare per essere qualcuno. " L'uomo è una passione inutile". Questa la conclusione de L'essere e il nulla (1943).

L'opera letteraria di Sartre è tutta " engagée " impegnata a diffondere questo messaggio esasperato di libertà e a difendere la libertà contro ogni Jimite, perfino contro Dio. Nella visuale immanentistica di questo umanesimo, non è concepibile Dio, perché è l'uomo che k progetta di farsi Dio " e " Se Dio esiste, l'uomo non esiste; e se esiste l'uomo, non esiste Dio " (II diavolo e il buon Dio).

Vediamo qualche personaggio che incarni tale concezione dell'uomo.

Sartre ha scritto una trilogia di romanzi intitolata appunto Le vie della libertà. Nel primo, L'età della ragione (1945) il protagonista Matteo Delarue, un professore di filosofia, svolge -la sua esperienza nell'affermazione della propria libertà, da quando incomincia a prendere coscienza e si sente gravato dall'eredità d'un mondo borghese, fasciato d'ipocrisia. Si tuffa allora nella vita libertina degli ambienti parigini e si trova implicato in parecchi guai, costretto a dover pure decidersi, assummersi delle responsabilità; ma egli sfugge con ogni mezzo, anche vilmente, pur di mantenersi libero. Fa il comunista, ma non s'iscrive al partito; fa all'amore, ma non si sposa; fa dei debiti, ma non ne risponde. Ad un certo momento s'accorge d'essere una nullità, un vile. Vorrebbe superare questo complesso, ma non sa risolversi a fare la sua scelta, per non doversi impegnare tutta la vita e sacrificare la propria libertà. " Era solo in mezzo a un silenzio mostruoso, libero e solo, senza aiuto e senza scusa, condannato a decidere senza possibilità di ricorso, condannato per sempre ad essere libero... Di attesa in attesa, di avvenire in avvenire, la vita di Matteo scivolava dolcemente... verso che cosa? Verso nu'Ha " (L'età della ragione, pp. 212 e 249).

Ma c'è pure l'uomo che s'impegna, che tenta un gesto liberatore: Oreste nel dramma Le mosche (1943). Fatto ormai uomo, dopo una cura pedagogica di libertà, Oreste ritorna ad Argo e la trova in preda al terrore, sotto la tirannia di Egisto e i castighi di Giove, piombati sulla città dopo l'uccisione di Agamennone. Dalle confidenze della sorella Elettra, Oreste comprende la situazione e l'impegno di dover lui compiere il gesto liberatore: spazzare la città dalla tirannia politica e dalla superstizione religiosa, ora che ha scoperto il tremendo segreto che i re e gli dei tengono gelosamente nascosto. Quale? Che gli uomini sono liberi, " Una volta che la libertà è esplosa in un'anima d'uomo, gli dei non possono più nulla contro quell'uomo ", dice Giove al re Egisto.

Cosi Oreste contenderà con Giove, che lo invita a rientrare nell'ordine delle cose e della legge. " ...Io sono condannato a non aver altra legge che la mia, a seguire soltanto la mia strada... Ogni uomo deve inventare la propria strada ". E per liberare gli uomini di Argo, dopo di aver ucciso 3 tiranno e rovesciato gli altari dei sacrifici, cercherà di aprire loro gli occhi in questo senso. Con quale risultato? " Povera gente! Farai loro il regalo della solitudine e della vergogna, strapperai loro i vestiti di cui l'avevo ricoperta e mostrerai d'improvviso la loro esistenza, la loro oscena e insipida esistenza, che fu data loro per niente! ".

Nel dramma II diavolo e il buon Dio (1951) Sartre dibatte il problema del bene e del male, ma per concludere in caricature blasfeme che non c'è né bene né male: c'è soltanto l'uomo lasciato a se stesso, poiché " Dio è morto ". E il protagonista conclude : " Resterò solo con questo cielo vuoto sopra il mio capo, poiché non ho altro modo di essere con tutti ".

Fosse almeno possibile trovarsi con tutti, espanderai nelle -relazioni umane, costruire nell'amore un'esistenza degna di essere vissuta. Affatto.

L'amore per Sartre è soltanto possesso sessuale, in cui uno finisce: succube 'dell'altro, diventa cosa, oggetto di godimento, non più persona. E in tutti i rapporti sociali c'è sempre questo conflitto di un soggetto che tratta, gli altri come oggetto di giudizio, di calcolo, di sfruttamento egoistico. Ognuno è murato in se stesso e trova negli altri un limite, un motivo di urto e di tormento. In Porta chiusa (1945) Sartre ha rappresentato l'ossessione di questo inferno in cui si trovano gli uomini ridotti a quelle dimensioni, condannati a vivere l'uno accanto all'altro senza intendersi né amarsi, vedersi l'un l'altro nella propria vergogna e disperazione.

Un uomo e due donne in una sala d'albergo : tre soli personaggi, con un cameriere. La porta è chiusa e non c'è via di scampo al fastidio della presenza e dello sguardo altrui, all'urto di gente capace solo di egoismo e di odio, o t questo dunque l'Inferno? Non lo avrei mài creduto. Vi ricordate? il solfo, il rogo, la graticola... buffonate! Nessun bisogno di graticole; l'Inferno, sono gli Altri ".

La conclusione s'impone da sé. L'immanentismo moderno, negatore di Dio, ha firmato la sua condanna.