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la testimonianza della moderna letteratura
- il superuomo
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection CAPITOLO
II - IL SUPERUOMO §
1. - Arturo Rimbaud (1854-1891). L'Angelo
ribelle. "
Io dico che bisogna essere veggente, farsi
veggente. Il poeta si fa veggente attraverso
una lunga, immensa, ragionata sregolatezza
di tutti i sensi. In tutte le forme d'amore,
di sofferenza, di follia egli cerca se stesso;
consuma in sé tutti i veleni per non
serbarne che l'essenza. Ineffabile tortura
in cui il poeta ha bisogno di tutta la fede,
di tutta la forza sovrumana e in cui diventa
fra tutti il grande malato, il grande criminale,
il grande maledetto - e il supremo Sapiente!
- Infatti, egli giunge all'ignoto! " Con
questa lettera del 15-V-1871 al maestro Izambard,
il diciasettenne Rimbaud scriveva il manifesto
della sua vita e della sua arte. Una vita
di ragazzo prodigio e terribile, per profondità
d'intuito, orgoglio scontroso, spregiudicatezza
temeraria. Carriera
rapidissima e sconvolgente la sua. A vent'anni
ha già tutto provato e tutto detto. L'esperienza
di A. Rimbaud rimane, al pari dell'opera,
tra le più significative dell'età
moderna. Ci è dato scoprirla in un
documento poetico, l'unico libro da lui pubblicato:
Una stagione all'inferno (1873; traduz. con
testo a fronte, Longanesi, Milano 1951). Impresa
assai ardua rilevare la storia di un'anima
da queste pagine ermetiche. Tra un balenare
d'immagini e folgorazioni discontinue, balza
viva la ribellione di uno spirito che vuole
forzare i limiti del contingente e raggiungere
l'Assoluto; la lotta titanica dell'uomo che
ambisce di colpo conquistare il Paradiso perduto. Un
motivo che ritorna insistente in Rimbaud è
l'incanto dell'innocenza, perduto col risveglio
e l'esperienza triste della vita: quel senso
di gioiosa pienezza, di purità, di
eternità, " d'una giovinezza amabile,
eroica, favolosa " cui tutto sorride
e dona felicità, a O purezza! O purezza!
è stato questo istante di risveglio
a darmi la visione della purezza! " (L'Impossibile,
op. cit., p. 77). Mentre, col violento sboccio
della pubertà e le prime esperienze
del mondo, agli occhi disincantati dell'adolescente
la vita umana si rivela gravida di meschinità,
di falsità, di colpe, di tristezza.
Per ritrovare " la purezza e l'eternità
" dell'infanzia, Rimbaud si tuffa nell'immensità
della natura, del mare, del sole; in una vita
gioiosa e selvaggia di pura sensività,
fino a proclamarsi un primitivo, un pagano,
un negro, un figlio del sole. (Cfr. la lirica:
Sole e carnè). "
Preti, professori, maestri, v'ingannate
consegnandomi alla giustizia. Non sono mai
stato di questo popolo; non sono mai stato
cristiano; sono della razza che cantava al
supplizio; non capisco le leggi; non ho il
senso morale, sono un bruto " (
Una stagione all'inferno, p. 25). E
per forzare il limite umano e mettersi al
di là del bene e del male, il poeta
passerà attraverso le più spericolate
avventure; "par un long déréglément
de tous les sens ", andrà
oltre le comuni apparenze e si farà
veggente di mondi nuovi e sconfinati, dove
potrà liberamente muoversi, creare
e cantare. Onde
lo sforzo di " trovare un linguaggio
" oltre quello comune e logico, un linguaggio
evocatore, allusivo, capace di esprimere la
magica avventura dello spirito intento a superare
i confini ristretti del mondo e crearsi nuove
vite oltre lo
spazio e il tempo, un'eternità che
abbraccia l'infinito. "
Ecco è ritrovata! - Che mai? L'Eternità!
- E il mare mescolato al sole "
(Alchimia del verbo, ivi, p. 67. Cfr. pure
la celebre lirica il Battello ebbro). Arrivato
a questo punto, l'uomo si è accomunato
all'angelo ribelle e ne segue le sorti: nella
sua anima si scatena l'inferno. "
Ho tracannato un famoso sorso di veleno.
Le viscere mi bruciano... È l'inferno,
l'eterno castigo! Guardate come il fuoco riprendel
Brucio davvero... Avevo intravisto la conversione
al bene e alla felicità, la salvezza...
Un uomo che vuole mutilarsi è dannato,
nevvero? Io mi credo nell'inferno, dunque
ci sono. È l'esecuzione del catechismo.
Sono schiavo del mio battesimo "
(Notte dell'inferno, ivi, p. 85). Non
solo di un inferno metaforico parla Rimbaud,
ma di quello teologico ("la teologia
è una cosa seria") in cui s'immerge
lo spirito ribelle a Dio, l'anima destinata
allo Sposo divino e che - vergine stolta!
- si unisce allo Sposo infernale. (Cfr. Lo
Sposo infernale, ivi, p. 43). Nessun
altro dei moderni, tranne Dostojewski, ha
espresso con tanta forza le pene dell'inferno
che agitano il cuore, rodono l'anima e struggono
la carne dell'uomo ribelle a Dio, fino all'ossessione
furiosa, fino alla pazzia. Dopo
aver intravisto e provato le vertigini dell'abisso,
Rimbaud si ritrae inorridito.
" La mia salute fu in pericolo. Il
terrore avanzava... Ero maturo per il trapasso,
e lungo una strada di pericoli la mia debolezza
mi guidava ai confini
del mondo con la Cimmeria, patria dell'ombra
e dei turbini... Sul mare, che
amavo come se avesse dovuto lavarmi da ogni
sozzura, vedevo levarsi la croce
consolatrice... La Felicità era il
mio destino, il mio rimorso, il mio verme...
La
Felicità! il suo dente, dolce da morire,
mi avvertiva al canto del gallo, - ad
matutinum, al Christus venit - nelle più
oscure città"
(Alchimia del ver
bo, ivi, p. 69). Il
ribelle in cerca di eternità non poteva
strapparsi il sigillo battesimale e restare
sordo del tutto alle sollecitazioni della
grazia. Quando sentiva urgere dal fondo l'onda
del sangue pagano esclamava: "Perché
Cristo non mi aiuta dando all'anima mia nobiltà
e libertà? Ahimè, il Vangelo
è passato! il Vangelo! il Vangelo...
Aspetto Dio con ingordigia. Ah!
sono talmente abbandonato che offro a non
so quale divina immagine slanci verso la perfezione...
De profundis, Domine, sono una bestia!
" (Cattivo sangue, ivi, pp. 19 e 23). E
quando viene l'ora della grazia: " Bisogna
sottomettersi al battesimo, vestirsi, lavorare...
M'è arrivato al cuore il colpo della
grazia. Ah non l'avevo previsto. Presto! Vi
sono altre vite?... Solo l'amor divino concede
le chiavi della scienza. Vedo che la natura
è soltanto uno spettacolo di bontà.
Addio chimere, ideali, errori! "
(ivi, p. 27). L'ultimo
tratto è la resa del ribelle che, vinto,
si sente per grazia vincitore in questa tremenda
battaglia. Autunno
della natura e autunno d'una vita precocemente
esaurita. " Perché rimpiangere
il sole - dice il poeta - se siamo impegnati
nelle scoperte della chiarezza divina? ". S'appressa
il giudizio. Anche il ragazzo satanico, che
ha " tentato d'inventare nuovi fiori,
nuovi astri, nuove carni, nuove lingue...
di acquistare poteri soprannaturali "
(Addio, p. 87), si vede ricondotto nei limiti
dell'umano e costretto ad accettare il dovere.
" Io! io che mi sono detto mago o angelo,
dispensato da ogni morale, sono reso alla
terra, con un dovere da cercare e la rugosa
realtà da stringere!... Il combattimento
spirituale è brutale come la battaglia
d'uomini; ma la visione della giustizia è
piacere solo di Dio " (ivi). Ormai
la vita che ancora gli resta non sarà
che una et vigilia nella notte, armato d'una
ardente pazienza ", nell'attesa dell'aurora,
per entrare nelle città splendenti...
E conclude: a Un bel vantaggio per me quello
di poter ridere dei vecchi amori menzogneri;...
e mi sarà dato possedere la verità
in un'anima e in un corpo " (ivi, p.
91). La vigilia di attesa, prima di possedere
la verità, fu per Rimbaud ancor lunga
e tortuosa. Rotti i ponti con la letteratura,
con l'amico, Verlaine e coi circoli parigini,
trascorre in Africa parecchi anni come soldato,
impresario, commerciante, esploratore. Al
fine torna in Francia, malato, e muore di
cancrena, cristiano, a 37 anni. Il
Cristo " eterno rapitore delle energie
" (Prime Comunioni), aveva lungamente
perseguitato col suo amore e atteso fino all'ultimo
questo ribelle, questo " mistico selvaggio
" (come lo disse Claudel) assetato di
eternità. Il
sacerdote che l'amministrò da ultimo
poteva rassicurare la sorella: "Vostro
fratello ha la fede. Egli crede! Di rado ho
incontrato una fede come la sua ". E
l'opera, anticipazione ardita della poesia
pura del Novecento, rimane a segnare il cammino,
coi suoi bagliori d'inferno e le Illuminazioni,
a molti artisti traviati. Claudel
attesta: " Les Illuminations e Une Saison
en Enfer mi diedero l'impressione viva e quasi
fisica del soprannaturale " (La mia conversione). Daniel
Rops cosi conclude il suo interessante studio
su Rimbaud (trad. di Pizzolari, Morcelliana,
Brescia 1947): " Rimbaud, per una sorte
unica, racchiude in sé tutto il dramma
umano. Egli rappresenta nella sua vita la
tragedia fondamentale, e gli accenti che trova
per esprimerla hanno un valore universale.
Cosi questo giovane sorto nell'epoca del razionalismo,
sfugge a queste "paludi, come dice Claudel,
e bandisce le nuove tavole d'una legge eterna". La
sua opera viene ancora oggi, rivendicata come
qualche cosa di permanente, di attuale, ancora
unita alle nostre battaglie e rispondente
a taluno dei nostri problemi più gravi.
Si potrebbe dire che l'opera di Rimbaud è
una testimonianza dell'uomo moderno, una testimonianza
a carico, una di quelle che denunciano le
nostre dimenticanze. Rimbaud
ha reintrodotto io spirito nell'ordine del
tragico, non solamente attraverso la via psicologica
e metafisica, ma anche attraverso quella che
si potrebbe chiamare apocalittica. Nella sua
opera abbondano le allusioni ad una minaccia
generale, incombente nello stesso tempo sull'uomo
e sulla civiltà. Lo si sente evocare
le guerre, le evasioni, le distruzioni selvagge
i cui fantasmi s'aggirano sull'orizzonte della
terra: Questo
religioso pomeriggio di tempesta sulla vecchia
Europa, ove cento orde passeranno... e
sappiamo che la responsabilità di questi
orrori incombe non su un destino cieco, ma
sulla coscienza più segreta, quella
che sa d'aver tradito " (pp. 186-137). §
2. - Enrico Ibsen (1828-1906), L'uomo proteso
all'assoluto. Con
altri termini, ma forse con più vasta
risonanza, Ibsen poneva lo stesso dramma tragico
della vita, che prima o poi s'impone come
ricerca di assoluto ed impegna nella scelta
tutto l'uomo. Per
50 anni questo Norvegese solitario battagliò
con la sua arte austera e sconvolgente per
liberare l'uomo dalle tare familiari e sociali,
dalle incrostazioni del conformismo, dalle
facili abitudini che soffocano e deformano
la personalità. Ma al fondo della visione
di Ibsen stavano due posizioni irriducibili:
l'imperativo kantiano, che impone il dovere
per se stesso, e il pessimismo protestante,
che scopre nell'uomo un'irreparabile rovina. "
Insegnare a pensare e a vivere con grandezza
", questo il proposito generoso di Ibsen,
E dopo aver lungamente lottato con se stesso
e con tutti, dopo aver esaltato in drammi
potenti l'ideale dell'uomo libero, superiore
ad ogni compromesso e ad ogni cedimento, il
vecchio Norvegese sembrò ripiegare
su di sé ed accusare la sconfitta. Scriveva
nel 1884: " Ho rinunciato da un pezzo
ad enunciare norme di valore universale, perché
non credo più che sia equo farle valere
". Nell'ultimo dramma Quando noi morti
ci destiamo (1899) il protagonista Rubeck,
che tutto ha sacrificato per il suo obbiettivo
di arte e di grandezza, confessa amaramente:
a Ascoltate come io rappresento me stesso.
Davanti ad una sorgente sta seduto un uomo
ricco di colpe. Quell'uomo io lo chiamo il
rimorso d'una vita perduta. Egli tiene immerse
le mani nell'acqua corrente per lavarle...
ma non può staccarvi completamente
il fango della terra e soffre e spasima al
pensiero che non potrà mai riuscirvi.
Egli resterà schiavo per sempre; resterà
per sempre incatenato al suo tormento. Non
potrà mai vivere! Mai risorgere!i ". Questo
è un po' il fondo di ogni dramma ibseniano.
Ad un certo momento l'uomo pare destarsi per
la prima volta alla vita e deve riconoscere
di non aver vissuto, di non aver realizzato
se stesso, perché fasciato nell'incoscienza,
portato dall'abitudine, coinvolto nella menzogna.
Quando si decide per il dovere e lotta per
ascendere, finisce di trovarsi solo, in uno
sforzo vano e disperato. Brand
è l'eroe tipico di Ibsen, votato alla
rinuncia e alla lotta per conquistare pienamente
se stesso. Pastore di un popolo, non più
al Dio in alto, troppo accomodante e bonario,
egli cerca di portare le anime; ma a al Dio
di dentro ", all'imperativo del dovere
che esige assoluta rinuncia e lotta incessante,
a Quanto durerà la lotta? Durerà
fino al vostro ultimo giorno, fino al sacrificio
supremo, fino
a che voi siate liberi da compromessi, padroni
assoluti della vostra volontà e che
non esitiate di vile esitanza davanti a questo
motto: o tutto o nulla! " (Brand, Atto
I). Ed
egli andrà sino in fondo, salirà
sino alla vetta dell'aspro cammino, strappandosi
dal cuore ogni tenerezza ed ogni pietà,
lasciandosi dietro i cadaveri della madre,
del figlio, della sposa e quanti hanno tentato
di seguirlo. Brand
ha avuto l'orgoglio di credersi nuovo Messia,
di rifare in se stesso l'uomo e redimere dalle
bassezze il suo popolo. Giunto sulla vetta
ghiacciata del nuovo Calvario, flagellato
dall'uragano, sente tutta l'angoscia della
sua inumana solitudine e la vanità
degli sforzi cui è mancata la vera
fede, la speranza, la carità. "
Oh, quanto desidero intimamente la luce e
il sole e la dolcezza, il silenzio della chiesa
che da pace, l'estate della vita! (scoppia
in pianto). Gesù, io ho invocato il
tuo nome; tu non mi hai concesso il tuo abbraccio;
scivolasti via da lato come una parola ch'io
non seppi trovare. Lasciami toccare un lembo
della tua veste di Redentore, bagnata dal
vero vino di penitenza! " Nel vuoto spaventoso
del mondo e del cuore, la preghiera finale,
col precipitare della valanga, ha lo strazio
d'un interrogativo disperato: "Rispondimi,
Dio, nel momento della morte! Non basta il
quanlum satis della volontà umana per
conseguire un briciolo di salvezza? ".
Una voce grida tra i bagliori del fulmine:
a Egli è Deus Charitatis" (Trad.
di C. Giannini, Garzanti, Milano 1946). Nei
drammi di ambiente borghese è la stessa
presa di coscienza che emerge, ad un certo
momento, dalla trama comune della vita, e,
di conseguenza, la confessione d'un irrimediabile
fallimento (Gli Spettri; L'Anitra selvatica);
oppure la ribellione della volontà
che tende ad affermare se stessa nel tentativo
dì rifarsi un'esistenza. (Casa di bambola;
La donna del mare...). In
Casa di bambola Nora si crede regina della
casa e del cuore di suo marito; ma quando
al primo urto le pare svegliarsi alla realtà
della vita, si trova come una bambola in quella
casa, vezzeggiata per egoismo e onorata per
decoro. Allora si chiude in se stessa, abbandona
la casa e la famiglia, per rifarsi una vita
cosciente del suo essere e del suo destino;
ed è la rovina per tutti. Le
poche volte che i personaggi di Ibsen raggiungono
" la purezza di coscienza, sola fonte
di gioia a e " la conciliazione tra felicità
e dovere ", ciò avviene a spese
d'una totale rinuncia, oltre la quale è
la morte. Cosi per Rosmer e Rebecca in Rosmersholm,
uno dei drammi più puri ed alti del
NoIVegese; cosi per Rubek ed Irene in Quando
noi morti ci destiamo. Quest'ultimo
è l'estremo messaggio di Ibsen allo
spirare del secolo (1899) e al termine della
sua lunga carriera. Quando
noi, morti nell'incoscienza, perduti in falsi
miraggi di ricchezza e di gloria, ci destiamo
alla realtà della nostra esistenza
e del nostro destino, ci sentiamo allora divorati
dal rimorso di non aver vissuto, gravati dal
peso di peccati che ci hanno incatenati alla
terra. Si
può aver spenta la fede nei cuori,
ma dal fondo dell'uomo s'alza sempre l'appello
all'Assoluto e l'esperienza triste del peccato
invoca redenzione. Gli eroi di Ibsen tentano
redimersi con la forza di volontà,
ma l'esito è sempre la rovina, la morte.
Sull'abisso che inghiotte i suoi ultimi personaggi,
il poeta fa tracciare un segno di croce e
invocare la pace. §
3. - I Moderni Ulissidi. Per
quanto seducente la figura del Faust goethiano,
a molti dei moderni non garba trovarsi a fianco
un Mefistofele che in qualche modo richiama
alla presenza di forze spirituali oltre l'uomo.
Essi amano rifarsi alla figura poliedrica
di Ulisse, sposo e padre, re e soldato, artista
ed avventuriero, senza rimorso per quello
che ha fatto, senza rimpianti per quello che
lascia: l'uomo dalle mille vite. Ma
l'Ulisse omerico ha pure un cuore che lo porta
irresistibilmente alla casa; l'Ulisse dantesco
ha una levatura morale che lo spinge oltre
la patria a tentare l'ignoto " per seguir
virtute e conoscenza " (Inferno, Jcxvi,
120). I suoi compagni di oggi, quelli che
D'Annunzio chiamò orgogliosamente Ulissidi,
non hanno più né cuore, né
dignità morale, avidi come sono non
di cercare quello per cui l'uomo si distingue
dai bruti, ma di lanciarsi all'avventura,
al rischio, al brivido di tutto provare e
tutto osare, per vivere il più intensamente
possibile. Si dicono mossi dall'amor vitae,
ma è la vita irrazionale, istintiva.
La loro legge è quella del superuomo
nietzschiano: voluttà, egoismo, passione
di dominio, in un'ansia continua di superamento,
di originalità a qualunque costo. Il
movente segreto è l'inquietudine dell'uomo
scardinato, fluttuante, senza più una
certezza, una fede, una norma. È
un nuovo umanesimo che si propongono di affermare
questi figli del moderno soggettivismo, spinto
alle estreme conseguenze. L'umanesimo
classico e cristiano poneva la nobiltà
e l'originalità dell'uomo nell'intelligenza
scopritrice del vero e nella volontà
dominatrice della natura, tendente al bene.
In questo l'uomo è fatto ad immagine
di Dio, creatore e signore, e tende irresistibilmente
a Dio, ha l'apertura dell'infinito. Ma
da quando si è chiuso orgogliosamente
in se stesso, l'uomo non si riconosce più.
Nell'età illuministica credette bastargli
la ragione; ma la ragione non ha scoperto
che limiti (leggi fisiche, leggi economiche,
uguaglianza democratica, categorie mentali,
ecc.) e non gli ha dato delle supreme certezze.
Allora l'uomo si è appellato a ciò
che trova in se stesso di originale e proprio;
ha frugato nell'" io profondo "
in cui turbinano impulsi primordiali ed irrazionali,
e si è affidato ad essi. Non vuole
più sentir parlare di ragione, d'imperativo
morale, d'impegno sociale, di ascesi religiosa.
La ragione lo limita nelle sue sconfinate
aspirazioni, ed egli vuole vivere, a dispetto
di qualunque logica. La morale lo mortifica
nei suoi appetiti, ed egli vuoi affidarsi
alla forza naturale dell'istinto. Ogni imperativo
lo lega ad un dovere, ed egli non vuoi essere
legato che a se stesso. L'ascesi impone rinunce
per arrivare a Dio, ma egli ha riposto Dio
in se stesso e in ogni cosa che piace. Occorre
una nuova religione per rivelare questo Dio
presente in tutte le cose e portare l'uomo
alla comunione con l'assoluto. Tra
le forme nuove di religione (la Filosofia,
la Sociologia, la Politica...) l'età
nostra ha visto pure l'Estetica. Per non pochi
scrittori ed artisti, l'Arte è diventata
l'" Assoluto " creatore, signore
e redentore. Per essa avvengono le nuove creazioni
e le nuove rivelazioni; con essa si riscattano
i torbidi e si risolvono i contrasti della
vita; in essa lo spirito raggiunge la pienezza
e l'eternità. L'esperimento satanico
di Rimbaud è indicativo. Ma egli ha
il merito di aver bruciate
le tappe e consumata la parabola dell'estetismo.
Altri dopo di lui, e fino ad oggi, si crogiolano
in questa pseudo-religione di creatività
e di bellezza, che ha portato a fare tante
brutte cose nel costume e pure nell'arte.
Non per nulla a questa corrente soprattutto
è legato il nome di Decadentismo. Accenniamo
ad alcuni esponenti: Gabriele
D'Annunzio (1865-1935). - È
per noi esempio clamoroso di un artista grandissimo,
eppure morto in tanta parte dell'opera, perché
umanamente povero, spiritualmente vuoto. La
sua lezione di eroismo rimane affidata alla
storia dell'ultimo Risorgimento; quando passa
nella poesia, sa troppo di retorica. Non era
qui il suo accento poetico. "Vedo che
il mio segreto lirico è in una sensualità
rapita fuor dai sensi ". Il
primo tempo dell'arte dannunziana è
segnato dall'estetismo decadente che induce
il poeta a raffinate esperienze di vita mondana.
I romanzi della Rosa (71 piacere, L'Innocente,
II Trionfo della morte) costituiscono un vero
ciclo dei vinti dalla sensualità voluttuosa
e morbida, conducente al pessimismo e alla
malattia della volontà. " Dopo,
una immensa tristezza la invase; la occupò
l'oscura tristezza che è in fondo a
tutte le felicità umane, come alla
foce di tutti i fiumi è l'acqua amara
". (Il Piacere). " La sua analisi
diveniva un crudele giuoco distruttore. Da
un'ora di riflessione su se medesimo egli
usciva confuso, disfatto, disperato, perduto...
e in lui il disprezzo di se stesso era pari
all'ignavia della volontà " (ivi). In
un secondo tempo D'Annunzio crede di superare
la crisi morale appigliandosi alla forza vitale,
che dall'impulso prepotente dei sensi sfocia
in una volontà di rinascita, di conquista,
di potenza. Scriveva
(1904) in una lettera al Michetti, di prefazione
al Trionfo della morte: " Noi tendiamo
l'orecchio alla voce del magnanimo Zaratustra
e prepariamo nell'arte con sicura fede l'avvento
del Superuomo ". Ed
è per seguire questo intento che D'Annunzio
cerca di farsi un'anima pagana, di rivivere
i miti dell'antichità, di tuffarsi
con gioia nella vita selvaggia della natura.
Le Laudi sono il canto orgiastico di questa
vita nuova, in comunione col grande Pan, il
Dio-Natura ognora rifiorente; al seguito dell'infaticabile
Ulisse, sovrano dei liberi uomini; all'incontro
coi miti di ogni tempo. Oggi
ci vien da sorridere nel leggere le strofe
ditirambiche del Laus Vitae, rigonfie di fatua
baldanza; e se ancora ci seduce la musica
di Sera fiesolana, della Pioggia nel pineto,
di Undulna, ci sentiamo più convinti
dai rari momenti d'intimità da cui
scaturirono, ad esempio, i tratti migliori
del Poema Paradisiaco, come i versi alla Nutrice,
cui il Poeta si augura di tornare, per "
ritrovar l'innocenza di quel biondo pargolo;
e lungi queste cose orrende! Lungi
sempre dall'anima rinata e
del candor natale circonfusa. Una
immensa bianchezza immacolata, una
forma d'amore angelicata, e
per tutto l'imagine diffusa d'un
Bene Sommo che quivi s'attende!" Ma
anziché il Bene Sommo, D'Annunzio ha
perseguito voracemente, per tutta la vita,
le gioie della terra, ed ha continuato a scrivere
" cento e cento pagine
" di versi e di racconti, fascinanti
e vuoti, come quell'Elena Muti dei suo primo
romanzo che aveva ..." l'espressione
passionata, intensa, ambigua, sopraumana,
che solo qualche moderno spirito, impregnato
di tutta la profonda corruzione dell'arte,
ha saputo infondere in (simili) tipi di donna
". Ma
l'arte corrotta, come la carne, genera inevitabile
sazietà, tristezza e morte. Sentiamo
una delle ultime confessioni del D'Annunzio:
a Tristezza atroce della carne immonda, quando
la fiamma del desio nel gelo del disgusto
si spegne ". Andre
Gide (1869-1951).. Consuma il tradimento
netto e cosciente del Vangelo: un vero figliuol
prodigo senza ritorno. La
sua giovinezza si svolge in intimo contrasto
tra i princìpi puritani della famiglia
e le tendenze disordinate della natura. Col
primo affacciarsi alla carriera letteraria,
nei circoli parigini, la crisi si risolve
in una scelta radicale. Gide fa getto di tutto
onde buttarsi libero per il mondo e trovare
solo se stesso, ogni giorno diverso. "
Ero come il figliuol prodigo che dilapida
tutte le sue ricchezze... Ripudiai ogni opinione
personale, ogni abitudine, pudore anche, ogni
virtù, come si getta via una tunica
per offrire senza veli il corpo alle onde...
Forte di questi rinnegamenti non sentii più
la mia anima che come una volontà amorosa
(sì, la definivo cosi) palpitante,
aperta ad ogni sensazione, simile al tutto
impersonale, una ingenua coesistenza di desideri,
di appetiti, d'ingordigie. Mi abbandonai dunque
a questo disordine provvisorio, confidando
in un ordine più sincero e naturale
che si sarebbe formato da sé "
(Brani scelti, 1921). Ecco "l'uomo nuovo"
che si affida all'impulso dell'istinto, all'avventura,
all'improvviso: tt un ésprit non prévenu
" né da una fede e da un ideale,
né da legge morale, neppure dalla logica,
" Chi libererà il mio spirito
dalle pesanti catene della logica? "
(Nutrimenti terrestri). C'è
da restare inorriditi all'audacia semplicistica
e diabolica con cui Gide si appella continuamente
al Vangelo per convalidare la sua irrazionale
ed immorale posizione. La libertà dello
spirito egli riduce a libertinaggio dei sensi
e del pensiero; la sincerità a spregiudicatezza
di tutto osare e tutto dire; la semplicità
dell'infanzia, predicata da Cristo, alla incoscienza
-del fanciullo che si abbandona lietamente
ad ogni impulso, senza conoscere ombra di
peccato, " Chi ama la sua anima la perderà
". Ecco, dice Gide, bisogna fare getto
anche dell'anima, della personalità
costruita dalle tradizioni, dalle idee acquisite,
dalle abitudini: tutte cose che perdono l'uomo,
lo fissano, lo mortifiaino. Bisogna vendere
tutto quello che si ha e andare... Dietro
a Cristo? Non fa bisogno. Dio lo si porta
con sé e lo si trova dappertutto. "
Io parto in viaggio. Dove? non so... Ma, caro
mio, comprendi come se io sapessi dove vado
e a che fare, non uscirei dalla mia pena.
Io parto semplicemente per partire; la stessa
sorpresa è il mio scopo : l'imprevisto,
comprendi, l'imprevisto " (Paludi). Nei
Nutrimenti terrestri (1897) Gide scrive il
libro delle sue confessioni e il vangelo dell'uomo
fatto natura, il quale trova Dio in ogni cosa
che piace. Al giovane Natanaele (in quo non
est dolus) si pone a fianco il saggio Menalca
e così, alla buona, lo conduce per
i sentieri della vita, " Natanaele, io
t'insegnerò che tutte le cose sono
divinamente naturali. Non sperare, Natanaele,
di trovare Dio altrove che dappertutto. Dio
è quel che ti sta dinnanzi... Agisci
senza giudicare se l'azione è buona
o cattiva... ama senza curare se si tratta
di bene o di male... Tutto dò che deve
essere sia! Ecco l'unica norma dell'ut mo
che vuole essere veramente tale". E
ai precetti, il saggio che ha sperimentato
la vita aggiunge l'esempio, per lanciare avidamente
il giovane nella sua stessa strada, dove si
trova l'ebbrezza e la mistica della vita intensamente
goduta. " Ho portato arditamente la mia
mano su ogni cosa e ho avanzato diritti su
ogni oggetto dei miei desideri... Quanto riso
ho incontrato sulle labbra ho voluto coglierlo,
quanto sangue sulle gote, quante lacrime sugli
occhi ho voluto berle, mordere la polpa di
tutti i frutti protesi sul mio cammino...
Da quel giorno ogni istante della mia vita
ebbe per me il sapore della novità,
di un dono assolutamente ineffabile. Anche
tu, Natanaele, ogni istante del giorno puoi
possedere Dio nella sua totalità...
Dio non Io si può attendere. Attendere
Dio vuoi dire non capire che lo si possiede
già. Non distinguere Dio dalla tua
gioia e poni ogni tua gioia nell'attimo "
(op. e). In
questa opera è tutto Gide, quale sarà
fino a 90 anni e nelle molte opere, la più
parte a sfondo autobiografico: l'uomo sempre
in cammino per nuove esperienze; il "
saggio " della vita senza regole, che
ama porsi a modello e padre spirituale dei
giovani. Sulla strada della anarchia morale
Gide farà molto cammino, fino a proporre
come cose legittime le perversioni sessuali
(L'Immoralista), come bella originalità
l'atto immotivato, gratuito, fosse anche il
delitto (I sotterranei del Vaticano), come
norma di vita autentica il farsi ciascuno
la propria legge (I fàlsari). Ci
fu un momento in cui Gide parve colto dal
rimorso per la sua vita scandalosa e sfiorato
dalla grazia. È la crisi religiosa
tra il 1916-18, registrata nel diario intimo
Numquid et tu? "
O tremendo orrore, o sozzura del peccatol
cenere lasciata da questa fiamma impura, scorie.
Mi puoi purificare di tutto ciò, o
Signore? Non
so più pregare e nemmeno ascoltare
Dio!... eppure io disprezzo la mia saggezza
e se mi manca la gioia ch'egli mi da, ogni
altra sfuma. ...È
tempo che Tu venga. Ah! non far che il Maligno
prenda il tuo posto nel mio cuore! Non mi
confondere con Lui! Non lo amo poi tanto,
credimi. Ricordati che ti ho potuto amare!
". Nel
frattempo si misero intorno amici e scrittori
cattolici, come F. Jammes, P. Claudel, C.
Du Bos, per conquistarlo al regno di Dio;
ma Gide era ormai prevenuto dal suo stile
di vita e dalle regole del suo gioco d'artista. Nel
dramma blasfemo, II ritorno del figliuol prodigo
(1907), aveva rappresentato se stesso nel
figlio che, preso da nostalgia, torna a rivedere
la casa e i parenti, ma non si trova più,
tanto ci ha fatto il gusto alla strada; spia
il buco attraverso la siepe ed apre la porta
anche al fratello minore. Claudel pregava
l'amico di risparmiare almeno lo scandalo
nei suoi scritti, ma Gide rispondeva di non
poter fare a meno di tutto rivelare, pena
di tradire la sua vocazione. Protestava di
fare opera di " moralista " nel
chiarificare e mettere in luce coll'arte tutto
ciò che è nell'uomo, anche i
fondi più torbidi e gli atti inconsulti.
Ma in ogni sua opera è un sottile e
radicale tradimento della morale in nome dell'arte,
ritenuta il solo valore capace di orientare,
sublimare, eternare l'uomo. Tale posizione
assolutista ed ultraromantica dell'arte di
fronte alla vita avrà lunga eco e conseguenze
funestissime, fino ai giorni nostri. Altri
svolgeranno fino all'assurdo le premesse che
Gide ha saputo contenere nella misura d'una
classica compostezza.
Quanto
alle promesse d'una vita piena, gioiosa, autentica,
ecco i risultati che la sincerità dello
scrittore ha registrato: l.o
L'ambiguità, vale a dire l'uomo distrutto
come persona, ridotto a fascio di tendenze
e di esperienze, a Non sarà facile
tracciare la traiettoria del mio spirito...
Se qualcuno nel mio ultimo scritto pensa di
cogliere finalmente la mia immagine, si disinganni:
è sempre dal mio ultimo nato che io
differisco di più " (Diario, Febbr.
1912). L'uomo disgregato sul piano morale
e metafìsico, si discioglie anche sul
piano psicologico, non si trova, non si riconosce
più. 2.o
L'inquietudine portata dall'insoddisfazione,
dal vuoto interiore. In tante belle pagine
di Gide si sente questa segreta angoscia traspirare
da tutti i pori (La porta stretta, Sinfonia
pastorale, Diario). Confidava in ultimo: ni
successi mi hanno invecchiato. I successi
mi hanno intristito. Ho scritto e continuo
a scrivere per spegnere questa infelicità
che mi perseguita ". Cosi riferisce Elio
D'Aurora da un incontro col vecchio Gide,
presso uno scrittore svizzero (estate 1947);
e continua: "Nei giorni in cui si fermò
a Neuchàtel scrisse un piccolo poema:
Le Cattedrali del dolore, versi stupendi che
ci lesse in più sere. Non vorrei che
i versi che erano, una segreta confessione
della ricerca di Dio andassero perduti. C'era
in quelle fontane meravigliose la speranza
di una vita migliore, che quaggiù non
aveva trovato " (su Il Nostro Tempo,
4 marzo 1951). James
Joyce (1882-1941). - Cattolico irlandese,
paganizzato come il D'Annunzio, ma segretamente
tormentato come Gide dal problema religioso. Nel
Ritratto del giovane artista, Joyce presenta
la storia intima della crisi giovanile e delle
lotte che lo portarono a lasciare la casa,
la patria, la fede, per consacrarsi totalmente
all'arte. Di
buona famiglia, dalle antiche tradizioni cristiane,
incomincia a sentire l'insofferenza per l'ambiente
angusto della casa e per le pratiche religiose.
Alle scuole dei Gesuiti si accresce l'insofferenza,
col risvegliarsi dello spirito critico e di
torbidi istinti. Alla prima caduta in colpa
grave è tale il rimorso e l'abiezione
che prova, da disperar del perdono. E quando
col perdono riacquista la pace, preso da feIVore
entusiasta, propone di dedicarsi per il regno
di Dio. Ma
ben tosto riprendono il sopravvento gl'istinti
ribelli e la sensibilità quasi morbosa
dell'artista. Sensibilità che, maturata
in coscienza, lancia il giovane in una ribellione
orgogliosa verso genitori, educatori e verso
quella fede che gli impone un freno alla smania
di libertà e di licenza. In
uno degli ultimi colloqui con l'amico Cranly,
Stefano Dedalus (Joyce) afferma spregiudicatamente:
a Ti dirò ciò che voglio fare
e ciò che non vo glio fare. Io non
voglio servire a ciò in cui non credo
più, si chiami tal cosa la mia casa,
la mia patria o la mia Chiesa; e voglio sforzarmi
di esprimere me stesso in qualche maniera
di vita o di arte, il più liberamente
e il più completamente che mi sarà
possibile, usando in mia difesa le sole armi
che permettono di usare, il silenzio, l'esilio
e l'astuzia... Tu mi hai fatto confessare
le paure che ho. Ma io ti voglio dire anche
ciò di cui non ho paura. Io non ho
paura di essere solo, di essere disprezzato
o di lasciare ciò che debbo lasciare.
E non ho paura di commettere uno sbaglio,
magari uno sbaglio grosso, uno sbaglio per
tutta la vita, o fosse anche per tutta l'eternità
". Ma
allorché l'amico lo tenta con interrogazioni
da spregiudicato e con bestemmie, Stefano
Dedalus si mostra colpito. "
Ma perché ne sei colpito, incalzò
Cranly con lo stesso tono nella voce, se ti
senti sicuro che la nostra religione è
falsa e che Gesù non è figlio
di Dio? " "Non
ne sono completamente sicuro, disse Stefano.
Egli è più simile a un figlio
di Dio, che non a un figlio di Maria ". E
più avanti insinua ancora Cranly: "Allora,
non intendi diventare protestante? " "Ti
dissi che avevo perduto la fede, ma non che
avevo perduto il rispetto di me stesso. Che
razza di liberazione ci sarebbe nell'abbandonare
una assurdità che è logica e
coerente per abbracciarne una che è
illogica ed incoerente? " E
se ne va per il mondo, per le grandi città
d'Europa (a Trieste compone le due opere più
celebri) portando nel cuore la sua mamma,
che tanto aveva amareggiato,
la sua Dublino e, in fondo all'anima, il segno
della sua Chiesa "lo ho due padroni...
due tiranni dei quali sono lo schiavo: un
inglese e una italiana ". "
Una italiana? — chiese Haines. — Che cosa
intendete dire? " "
Voglio dire — rispose Stefano accalorandosi
— l'Impero britannico e la Chiesa romana,
cattolica ed apostolica ". Queste
battute si trovano nell'Ulisse, l'opera maggiore,
con la quale Joyce intese scrivere l'Odissea
dei tempi moderni. Un viaggio non più
per mari e per isole, ma attraverso una metropoli
— Dublino — nel giro di una giornata. Tutte
le attrattive curiose, le varietà,
i contrasti, le brutture di una città
moderna diventano per l'artista un universo
da scoprire e da sperimentare. Ma soprattutto
l'inconscio dell'uomo viene qui esplorato
e frugato, anche nei fondi più fangosi.
Non per nulla ogni episodio s'incentra in
una parte del corpo: cervello, occhi, orecchi,
naso, bocca, stomaco, e via via più
in basso. "
Una pittura dello stato dell'uomo, senza grazia,
quale avrebbero potuto offrirci Paolo o Agostino,
se si fossero interessati d'arte letteraria
" (J. Beach). Sotto
il velo d'un umorismo piccante e caricaturale,
è in Joyce la visione disperata di
un'umanità fatalmente corrotta, meschina
e stupida, che ripete sempre gli stessi gesti
e non sa uscire dal cerchio stregato della
sconcia banalità. N.
B. - Tutte le opere del D'Annunzio e di Gide
sono all'Indice, e le due opere citate di
Joyce sono moralmente negative, da leggersi
soltanto per ragioni di studio.
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