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la testimonianza della moderna letteratura - il superuomo

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO II - IL SUPERUOMO

§ 1. - Arturo Rimbaud (1854-1891). L'Angelo ribelle.

" Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi. In tutte le forme d'amore, di sofferenza, di follia egli cerca se stesso; consuma in sé tutti i veleni per non serbarne che l'essenza. Ineffabile tortura in cui il poeta ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana e in cui diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto - e il supremo Sapiente! - Infatti, egli giunge all'ignoto! "

Con questa lettera del 15-V-1871 al maestro Izambard, il diciasettenne Rimbaud scriveva il manifesto della sua vita e della sua arte. Una vita di ragazzo prodigio e terribile, per profondità d'intuito, orgoglio scontroso, spregiudicatezza temeraria.

Carriera rapidissima e sconvolgente la sua. A vent'anni ha già tutto provato e tutto detto.

L'esperienza di A. Rimbaud rimane, al pari dell'opera, tra le più significative dell'età moderna. Ci è dato scoprirla in un documento poetico, l'unico libro da lui pubblicato: Una stagione all'inferno (1873; traduz. con testo a fronte, Longanesi, Milano 1951).

Impresa assai ardua rilevare la storia di un'anima da queste pagine ermetiche. Tra un balenare d'immagini e folgorazioni discontinue, balza viva la ribellione di uno spirito che vuole forzare i limiti del contingente e raggiungere l'Assoluto; la lotta titanica dell'uomo che ambisce di colpo conquistare il Paradiso perduto.

Un motivo che ritorna insistente in Rimbaud è l'incanto dell'innocenza, perduto col risveglio e l'esperienza triste della vita: quel senso di gioiosa pienezza, di purità, di eternità, " d'una giovinezza amabile, eroica, favolosa " cui tutto sorride e dona felicità, a O purezza! O purezza! è stato questo istante di risveglio a darmi la visione della purezza! " (L'Impossibile, op. cit., p. 77). Mentre, col violento sboccio della pubertà e le prime esperienze del mondo, agli occhi disincantati dell'adolescente la vita umana si rivela gravida di meschinità, di falsità, di colpe, di tristezza. Per ritrovare " la purezza e l'eternità " dell'infanzia, Rimbaud si tuffa nell'immensità della natura, del mare, del sole; in una vita gioiosa e selvaggia di pura sensività, fino a proclamarsi un primitivo, un pagano, un negro, un figlio del sole. (Cfr. la lirica: Sole e carnè).

" Preti, professori, maestri, v'ingannate consegnandomi alla giustizia. Non sono mai stato di questo popolo; non sono mai stato cristiano; sono della razza che cantava al supplizio; non capisco le leggi; non ho il senso morale, sono un bruto " ( Una stagione all'inferno, p. 25).

E per forzare il limite umano e mettersi al di là del bene e del male, il poeta passerà attraverso le più spericolate avventure; "par un long déréglément de tous les sens ", andrà oltre le comuni apparenze e si farà veggente di mondi nuovi e sconfinati, dove potrà liberamente muoversi, creare e cantare.

Onde lo sforzo di " trovare un linguaggio " oltre quello comune e logico, un linguaggio evocatore, allusivo, capace di esprimere la magica avventura dello spirito intento a superare i confini ristretti del mondo e crearsi nuove vite oltre lo spazio e il tempo, un'eternità che abbraccia l'infinito.

" Ecco è ritrovata! - Che mai? L'Eternità! - E il mare mescolato al sole " (Alchimia del verbo, ivi, p. 67. Cfr. pure la celebre lirica il Battello ebbro).

Arrivato a questo punto, l'uomo si è accomunato all'angelo ribelle e ne segue le sorti: nella sua anima si scatena l'inferno.

" Ho tracannato un famoso sorso di veleno. Le viscere mi bruciano... È l'inferno, l'eterno castigo! Guardate come il fuoco riprendel Brucio davvero... Avevo intravisto la conversione al bene e alla felicità, la salvezza... Un uomo che vuole mutilarsi è dannato, nevvero? Io mi credo nell'inferno, dunque ci sono. È l'esecuzione del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo " (Notte dell'inferno, ivi, p. 85).

Non solo di un inferno metaforico parla Rimbaud, ma di quello teologico ("la teologia è una cosa seria") in cui s'immerge lo spirito ribelle a Dio, l'anima destinata allo Sposo divino e che - vergine stolta! - si unisce allo Sposo infernale. (Cfr. Lo Sposo infernale, ivi, p. 43).

Nessun altro dei moderni, tranne Dostojewski, ha espresso con tanta forza le pene dell'inferno che agitano il cuore, rodono l'anima e struggono la carne dell'uomo ribelle a Dio, fino all'ossessione furiosa, fino alla pazzia.

Dopo aver intravisto e provato le vertigini dell'abisso, Rimbaud si ritrae inorridito.

" La mia salute fu in pericolo. Il terrore avanzava... Ero maturo per il trapasso, e lungo una strada di pericoli la mia debolezza mi guidava ai confini
del mondo con la Cimmeria, patria dell'ombra e dei turbini... Sul mare, che
amavo come se avesse dovuto lavarmi da ogni sozzura, vedevo levarsi la croce
consolatrice... La Felicità era il mio destino, il mio rimorso, il mio verme... La
Felicità! il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo, - ad
matutinum, al Christus venit - nelle più oscure città"

(Alchimia del ver
bo, ivi, p. 69).

Il ribelle in cerca di eternità non poteva strapparsi il sigillo battesimale e restare sordo del tutto alle sollecitazioni della grazia. Quando sentiva urgere dal fondo l'onda del sangue pagano esclamava:

"Perché Cristo non mi aiuta dando all'anima mia nobiltà e libertà? Ahimè, il Vangelo è passato! il Vangelo! il Vangelo... Aspetto Dio con ingordigia.

Ah! sono talmente abbandonato che offro a non so quale divina immagine slanci verso la perfezione... De profundis, Domine, sono una bestia! " (Cattivo sangue, ivi, pp. 19 e 23).

E quando viene l'ora della grazia: " Bisogna sottomettersi al battesimo, vestirsi, lavorare... M'è arrivato al cuore il colpo della grazia. Ah non l'avevo previsto. Presto! Vi sono altre vite?... Solo l'amor divino concede le chiavi della scienza. Vedo che la natura è soltanto uno spettacolo di bontà. Addio chimere, ideali, errori! " (ivi, p. 27).

L'ultimo tratto è la resa del ribelle che, vinto, si sente per grazia vincitore in questa tremenda battaglia.

Autunno della natura e autunno d'una vita precocemente esaurita. " Perché rimpiangere il sole - dice il poeta - se siamo impegnati nelle scoperte della chiarezza divina? ".

S'appressa il giudizio. Anche il ragazzo satanico, che ha " tentato d'inventare nuovi fiori, nuovi astri, nuove carni, nuove lingue... di acquistare poteri soprannaturali " (Addio, p. 87), si vede ricondotto nei limiti dell'umano e costretto ad accettare il dovere. " Io! io che mi sono detto mago o angelo, dispensato da ogni morale, sono reso alla terra, con un dovere da cercare e la rugosa realtà da stringere!... Il combattimento spirituale è brutale come la battaglia d'uomini; ma la visione della giustizia è piacere solo di Dio " (ivi).

Ormai la vita che ancora gli resta non sarà che una et vigilia nella notte, armato d'una ardente pazienza ", nell'attesa dell'aurora, per entrare nelle città splendenti... E conclude: a Un bel vantaggio per me quello di poter ridere dei vecchi amori menzogneri;... e mi sarà dato possedere la verità in un'anima e in un corpo " (ivi, p. 91). La vigilia di attesa, prima di possedere la verità, fu per Rimbaud ancor lunga e tortuosa. Rotti i ponti con la letteratura, con l'amico, Verlaine e coi circoli parigini, trascorre in Africa parecchi anni come soldato, impresario, commerciante, esploratore. Al fine torna in Francia, malato, e muore di cancrena, cristiano, a 37 anni.

Il Cristo " eterno rapitore delle energie " (Prime Comunioni), aveva lungamente perseguitato col suo amore e atteso fino all'ultimo questo ribelle, questo " mistico selvaggio " (come lo disse Claudel) assetato di eternità.

Il sacerdote che l'amministrò da ultimo poteva rassicurare la sorella: "Vostro fratello ha la fede. Egli crede! Di rado ho incontrato una fede come la sua ".

E l'opera, anticipazione ardita della poesia pura del Novecento, rimane a segnare il cammino, coi suoi bagliori d'inferno e le Illuminazioni, a molti artisti traviati.

Claudel attesta: " Les Illuminations e Une Saison en Enfer mi diedero l'impressione viva e quasi fisica del soprannaturale " (La mia conversione).

Daniel Rops cosi conclude il suo interessante studio su Rimbaud (trad. di Pizzolari, Morcelliana, Brescia 1947): " Rimbaud, per una sorte unica, racchiude in sé tutto il dramma umano. Egli rappresenta nella sua vita la tragedia fondamentale, e gli accenti che trova per esprimerla hanno un valore universale. Cosi questo giovane sorto nell'epoca del razionalismo, sfugge a queste "paludi, come dice Claudel, e bandisce le nuove tavole d'una legge eterna".

La sua opera viene ancora oggi, rivendicata come qualche cosa di permanente, di attuale, ancora unita alle nostre battaglie e rispondente a taluno dei nostri problemi più gravi. Si potrebbe dire che l'opera di Rimbaud è una testimonianza dell'uomo moderno, una testimonianza a carico, una di quelle che denunciano le nostre dimenticanze.

Rimbaud ha reintrodotto io spirito nell'ordine del tragico, non solamente attraverso la via psicologica e metafisica, ma anche attraverso quella che si potrebbe chiamare apocalittica. Nella sua opera abbondano le allusioni ad una minaccia generale, incombente nello stesso tempo sull'uomo e sulla civiltà. Lo si sente evocare le guerre, le evasioni, le distruzioni selvagge i cui fantasmi s'aggirano sull'orizzonte della terra:

Questo religioso pomeriggio di tempesta sulla vecchia Europa, ove cento orde passeranno...

e sappiamo che la responsabilità di questi orrori incombe non su un destino cieco, ma sulla coscienza più segreta, quella che sa d'aver tradito " (pp. 186-137).

 

§ 2. - Enrico Ibsen (1828-1906), L'uomo proteso all'assoluto.

Con altri termini, ma forse con più vasta risonanza, Ibsen poneva lo stesso dramma tragico della vita, che prima o poi s'impone come ricerca di assoluto ed impegna nella scelta tutto l'uomo.

Per 50 anni questo Norvegese solitario battagliò con la sua arte austera e sconvolgente per liberare l'uomo dalle tare familiari e sociali, dalle incrostazioni del conformismo, dalle facili abitudini che soffocano e deformano la personalità. Ma al fondo della visione di Ibsen stavano due posizioni irriducibili: l'imperativo kantiano, che impone il dovere per se stesso, e il pessimismo protestante, che scopre nell'uomo un'irreparabile rovina.

" Insegnare a pensare e a vivere con grandezza ", questo il proposito generoso di Ibsen, E dopo aver lungamente lottato con se stesso e con tutti, dopo aver esaltato in drammi potenti l'ideale dell'uomo libero, superiore ad ogni compromesso e ad ogni cedimento, il vecchio Norvegese sembrò ripiegare su di sé ed accusare la sconfitta.

Scriveva nel 1884: " Ho rinunciato da un pezzo ad enunciare norme di valore universale, perché non credo più che sia equo farle valere ". Nell'ultimo dramma Quando noi morti ci destiamo (1899) il protagonista Rubeck, che tutto ha sacrificato per il suo obbiettivo di arte e di grandezza, confessa amaramente: a Ascoltate come io rappresento me stesso. Davanti ad una sorgente sta seduto un uomo ricco di colpe. Quell'uomo io lo chiamo il rimorso d'una vita perduta. Egli tiene immerse le mani nell'acqua corrente per lavarle... ma non può staccarvi completamente il fango della terra e soffre e spasima al pensiero che non potrà mai riuscirvi. Egli resterà schiavo per sempre; resterà per sempre incatenato al suo tormento. Non potrà mai vivere! Mai risorgere!i ".

Questo è un po' il fondo di ogni dramma ibseniano. Ad un certo momento l'uomo pare destarsi per la prima volta alla vita e deve riconoscere di non aver vissuto, di non aver realizzato se stesso, perché fasciato nell'incoscienza, portato dall'abitudine, coinvolto nella menzogna. Quando si decide per il dovere e lotta per ascendere, finisce di trovarsi solo, in uno sforzo vano e disperato.

Brand è l'eroe tipico di Ibsen, votato alla rinuncia e alla lotta per conquistare pienamente se stesso. Pastore di un popolo, non più al Dio in alto, troppo accomodante e bonario, egli cerca di portare le anime; ma a al Dio di dentro ", all'imperativo del dovere che esige assoluta rinuncia e lotta incessante, a Quanto durerà la lotta? Durerà fino al vostro ultimo giorno, fino al sacrificio supremo, fino a che voi siate liberi da compromessi, padroni assoluti della vostra volontà e che non esitiate di vile esitanza davanti a questo motto: o tutto o nulla! " (Brand, Atto I).

Ed egli andrà sino in fondo, salirà sino alla vetta dell'aspro cammino, strappandosi dal cuore ogni tenerezza ed ogni pietà, lasciandosi dietro i cadaveri della madre, del figlio, della sposa e quanti hanno tentato di seguirlo.

Brand ha avuto l'orgoglio di credersi nuovo Messia, di rifare in se stesso l'uomo e redimere dalle bassezze il suo popolo. Giunto sulla vetta ghiacciata del nuovo Calvario, flagellato dall'uragano, sente tutta l'angoscia della sua inumana solitudine e la vanità degli sforzi cui è mancata la vera fede, la speranza, la carità.

" Oh, quanto desidero intimamente la luce e il sole e la dolcezza, il silenzio della chiesa che da pace, l'estate della vita! (scoppia in pianto). Gesù, io ho invocato il tuo nome; tu non mi hai concesso il tuo abbraccio; scivolasti via da lato come una parola ch'io non seppi trovare. Lasciami toccare un lembo della tua veste di Redentore, bagnata dal vero vino di penitenza! " Nel vuoto spaventoso del mondo e del cuore, la preghiera finale, col precipitare della valanga, ha lo strazio d'un interrogativo disperato: "Rispondimi, Dio, nel momento della morte! Non basta il quanlum satis della volontà umana per conseguire un briciolo di salvezza? ". Una voce grida tra i bagliori del fulmine: a Egli è Deus Charitatis" (Trad. di C. Giannini, Garzanti, Milano 1946).

Nei drammi di ambiente borghese è la stessa presa di coscienza che emerge, ad un certo momento, dalla trama comune della vita, e, di conseguenza, la confessione d'un irrimediabile fallimento (Gli Spettri; L'Anitra selvatica); oppure la ribellione della volontà che tende ad affermare se stessa nel tentativo dì rifarsi un'esistenza. (Casa di bambola; La donna del mare...).

In Casa di bambola Nora si crede regina della casa e del cuore di suo marito; ma quando al primo urto le pare svegliarsi alla realtà della vita, si trova come una bambola in quella casa, vezzeggiata per egoismo e onorata per decoro. Allora si chiude in se stessa, abbandona la casa e la famiglia, per rifarsi una vita cosciente del suo essere e del suo destino; ed è la rovina per tutti.

Le poche volte che i personaggi di Ibsen raggiungono " la purezza di coscienza, sola fonte di gioia a e " la conciliazione tra felicità e dovere ", ciò avviene a spese d'una totale rinuncia, oltre la quale è la morte. Cosi per Rosmer e Rebecca in Rosmersholm, uno dei drammi più puri ed alti del NoIVegese; cosi per Rubek ed Irene in Quando noi morti ci destiamo.

Quest'ultimo è l'estremo messaggio di Ibsen allo spirare del secolo (1899) e al termine della sua lunga carriera.

Quando noi, morti nell'incoscienza, perduti in falsi miraggi di ricchezza e di gloria, ci destiamo alla realtà della nostra esistenza e del nostro destino, ci sentiamo allora divorati dal rimorso di non aver vissuto, gravati dal peso di peccati che ci hanno incatenati alla terra.

Si può aver spenta la fede nei cuori, ma dal fondo dell'uomo s'alza sempre l'appello all'Assoluto e l'esperienza triste del peccato invoca redenzione. Gli eroi di Ibsen tentano redimersi con la forza di volontà, ma l'esito è sempre la rovina, la morte. Sull'abisso che inghiotte i suoi ultimi personaggi, il poeta fa tracciare un segno di croce e invocare la pace.

§ 3. - I Moderni Ulissidi.

Per quanto seducente la figura del Faust goethiano, a molti dei moderni non garba trovarsi a fianco un Mefistofele che in qualche modo richiama alla presenza di forze spirituali oltre l'uomo. Essi amano rifarsi alla figura poliedrica di Ulisse, sposo e padre, re e soldato, artista ed avventuriero, senza rimorso per quello che ha fatto, senza rimpianti per quello che lascia: l'uomo dalle mille vite.

Ma l'Ulisse omerico ha pure un cuore che lo porta irresistibilmente alla casa; l'Ulisse dantesco ha una levatura morale che lo spinge oltre la patria a tentare l'ignoto " per seguir virtute e conoscenza " (Inferno, Jcxvi, 120). I suoi compagni di oggi, quelli che D'Annunzio chiamò orgogliosamente Ulissidi, non hanno più né cuore, né dignità morale, avidi come sono non di cercare quello per cui l'uomo si distingue dai bruti, ma di lanciarsi all'avventura, al rischio, al brivido di tutto provare e tutto osare, per vivere il più intensamente possibile. Si dicono mossi dall'amor vitae, ma è la vita irrazionale, istintiva. La loro legge è quella del superuomo nietzschiano: voluttà, egoismo, passione di dominio, in un'ansia continua di superamento, di originalità a qualunque costo.

Il movente segreto è l'inquietudine dell'uomo scardinato, fluttuante, senza più una certezza, una fede, una norma.

È un nuovo umanesimo che si propongono di affermare questi figli del moderno soggettivismo, spinto alle estreme conseguenze.

L'umanesimo classico e cristiano poneva la nobiltà e l'originalità dell'uomo nell'intelligenza scopritrice del vero e nella volontà dominatrice della natura, tendente al bene. In questo l'uomo è fatto ad immagine di Dio, creatore e signore, e tende irresistibilmente a Dio, ha l'apertura dell'infinito.

Ma da quando si è chiuso orgogliosamente in se stesso, l'uomo non si riconosce più. Nell'età illuministica credette bastargli la ragione; ma la ragione non ha scoperto che limiti (leggi fisiche, leggi economiche, uguaglianza democratica, categorie mentali, ecc.) e non gli ha dato delle supreme certezze. Allora l'uomo si è appellato a ciò che trova in se stesso di originale e proprio; ha frugato nell'" io profondo " in cui turbinano impulsi primordiali ed irrazionali, e si è affidato ad essi. Non vuole più sentir parlare di ragione, d'imperativo morale, d'impegno sociale, di ascesi religiosa. La ragione lo limita nelle sue sconfinate aspirazioni, ed egli vuole vivere, a dispetto di qualunque logica. La morale lo mortifica nei suoi appetiti, ed egli vuoi affidarsi alla forza naturale dell'istinto. Ogni imperativo lo lega ad un dovere, ed egli non vuoi essere legato che a se stesso. L'ascesi impone rinunce per arrivare a Dio, ma egli ha riposto Dio in se stesso e in ogni cosa che piace. Occorre una nuova religione per rivelare questo Dio presente in tutte le cose e portare l'uomo alla comunione con l'assoluto.

Tra le forme nuove di religione (la Filosofia, la Sociologia, la Politica...) l'età nostra ha visto pure l'Estetica. Per non pochi scrittori ed artisti, l'Arte è diventata l'" Assoluto " creatore, signore e redentore. Per essa avvengono le nuove creazioni e le nuove rivelazioni; con essa si riscattano i torbidi e si risolvono i contrasti della vita; in essa lo spirito raggiunge la pienezza e l'eternità. L'esperimento satanico di Rimbaud è indicativo. Ma egli ha il merito di aver bruciate le tappe e consumata la parabola dell'estetismo. Altri dopo di lui, e fino ad oggi, si crogiolano in questa pseudo-religione di creatività e di bellezza, che ha portato a fare tante brutte cose nel costume e pure nell'arte. Non per nulla a questa corrente soprattutto è legato il nome di Decadentismo. Accenniamo ad alcuni esponenti:

Gabriele D'Annunzio (1865-1935). - È per noi esempio clamoroso di un artista grandissimo, eppure morto in tanta parte dell'opera, perché umanamente povero, spiritualmente vuoto.

La sua lezione di eroismo rimane affidata alla storia dell'ultimo Risorgimento; quando passa nella poesia, sa troppo di retorica. Non era qui il suo accento poetico. "Vedo che il mio segreto lirico è in una sensualità rapita fuor dai sensi ".

Il primo tempo dell'arte dannunziana è segnato dall'estetismo decadente che induce il poeta a raffinate esperienze di vita mondana. I romanzi della Rosa (71 piacere, L'Innocente, II Trionfo della morte) costituiscono un vero ciclo dei vinti dalla sensualità voluttuosa e morbida, conducente al pessimismo e alla malattia della volontà. " Dopo, una immensa tristezza la invase; la occupò l'oscura tristezza che è in fondo a tutte le felicità umane, come alla foce di tutti i fiumi è l'acqua amara ". (Il Piacere). " La sua analisi diveniva un crudele giuoco distruttore. Da un'ora di riflessione su se medesimo egli usciva confuso, disfatto, disperato, perduto... e in lui il disprezzo di se stesso era pari all'ignavia della volontà " (ivi).

In un secondo tempo D'Annunzio crede di superare la crisi morale appigliandosi alla forza vitale, che dall'impulso prepotente dei sensi sfocia in una volontà di rinascita, di conquista, di potenza.

Scriveva (1904) in una lettera al Michetti, di prefazione al Trionfo della morte: " Noi tendiamo l'orecchio alla voce del magnanimo Zaratustra e prepariamo nell'arte con sicura fede l'avvento del Superuomo ".

Ed è per seguire questo intento che D'Annunzio cerca di farsi un'anima pagana, di rivivere i miti dell'antichità, di tuffarsi con gioia nella vita selvaggia della natura. Le Laudi sono il canto orgiastico di questa vita nuova, in comunione col grande Pan, il Dio-Natura ognora rifiorente; al seguito dell'infaticabile Ulisse, sovrano dei liberi uomini; all'incontro coi miti di ogni tempo.

Oggi ci vien da sorridere nel leggere le strofe ditirambiche del Laus Vitae, rigonfie di fatua baldanza; e se ancora ci seduce la musica di Sera fiesolana, della Pioggia nel pineto, di Undulna, ci sentiamo più convinti dai rari momenti d'intimità da cui scaturirono, ad esempio, i tratti migliori del Poema Paradisiaco, come i versi alla Nutrice, cui il Poeta si augura di tornare, per

" ritrovar l'innocenza di quel biondo

pargolo; e lungi queste cose orrende!

Lungi sempre dall'anima rinata

e del candor natale circonfusa.

Una immensa bianchezza immacolata,

una forma d'amore angelicata,

e per tutto l'imagine diffusa

d'un Bene Sommo che quivi s'attende!"

Ma anziché il Bene Sommo, D'Annunzio ha perseguito voracemente, per tutta la vita, le gioie della terra, ed ha continuato a scrivere " cento e cento pagine " di versi e di racconti, fascinanti e vuoti, come quell'Elena Muti dei suo primo romanzo che aveva ..." l'espressione passionata, intensa, ambigua, sopraumana, che solo qualche moderno spirito, impregnato di tutta la profonda corruzione dell'arte, ha saputo infondere in (simili) tipi di donna ".

Ma l'arte corrotta, come la carne, genera inevitabile sazietà, tristezza e morte. Sentiamo una delle ultime confessioni del D'Annunzio: a Tristezza atroce della carne immonda, quando la fiamma del desio nel gelo del disgusto si spegne ".

Andre Gide (1869-1951).. Consuma il tradimento netto e cosciente del Vangelo: un vero figliuol prodigo senza ritorno.

La sua giovinezza si svolge in intimo contrasto tra i princìpi puritani della famiglia e le tendenze disordinate della natura. Col primo affacciarsi alla carriera letteraria, nei circoli parigini, la crisi si risolve in una scelta radicale. Gide fa getto di tutto onde buttarsi libero per il mondo e trovare solo se stesso, ogni giorno diverso.

" Ero come il figliuol prodigo che dilapida tutte le sue ricchezze... Ripudiai ogni opinione personale, ogni abitudine, pudore anche, ogni virtù, come si getta via una tunica per offrire senza veli il corpo alle onde... Forte di questi rinnegamenti non sentii più la mia anima che come una volontà amorosa (sì, la definivo cosi) palpitante, aperta ad ogni sensazione, simile al tutto impersonale, una ingenua coesistenza di desideri, di appetiti, d'ingordigie. Mi abbandonai dunque a questo disordine provvisorio, confidando in un ordine più sincero e naturale che si sarebbe formato da sé " (Brani scelti, 1921). Ecco "l'uomo nuovo" che si affida all'impulso dell'istinto, all'avventura, all'improvviso: tt un ésprit non prévenu " né da una fede e da un ideale, né da legge morale, neppure dalla logica, " Chi libererà il mio spirito dalle pesanti catene della logica? " (Nutrimenti terrestri).

C'è da restare inorriditi all'audacia semplicistica e diabolica con cui Gide si appella continuamente al Vangelo per convalidare la sua irrazionale ed immorale posizione. La libertà dello spirito egli riduce a libertinaggio dei sensi e del pensiero; la sincerità a spregiudicatezza di tutto osare e tutto dire; la semplicità dell'infanzia, predicata da Cristo, alla incoscienza -del fanciullo che si abbandona lietamente ad ogni impulso, senza conoscere ombra di peccato, " Chi ama la sua anima la perderà ". Ecco, dice Gide, bisogna fare getto anche dell'anima, della personalità costruita dalle tradizioni, dalle idee acquisite, dalle abitudini: tutte cose che perdono l'uomo, lo fissano, lo mortifiaino. Bisogna vendere tutto quello che si ha e andare... Dietro a Cristo? Non fa bisogno. Dio lo si porta con sé e lo si trova dappertutto. " Io parto in viaggio. Dove? non so... Ma, caro mio, comprendi come se io sapessi dove vado e a che fare, non uscirei dalla mia pena. Io parto semplicemente per partire; la stessa sorpresa è il mio scopo : l'imprevisto, comprendi, l'imprevisto " (Paludi). Nei Nutrimenti terrestri (1897) Gide scrive il libro delle sue confessioni e il vangelo dell'uomo fatto natura, il quale trova Dio in ogni cosa che piace. Al giovane Natanaele (in quo non est dolus) si pone a fianco il saggio Menalca e così, alla buona, lo conduce per i sentieri della vita, " Natanaele, io t'insegnerò che tutte le cose sono divinamente naturali. Non sperare, Natanaele, di trovare Dio altrove che dappertutto. Dio è quel che ti sta dinnanzi... Agisci senza giudicare se l'azione è buona o cattiva... ama senza curare se si tratta di bene o di male... Tutto dò che deve essere sia! Ecco l'unica norma dell'ut mo che vuole essere veramente tale".

E ai precetti, il saggio che ha sperimentato la vita aggiunge l'esempio, per lanciare avidamente il giovane nella sua stessa strada, dove si trova l'ebbrezza e la mistica della vita intensamente goduta. " Ho portato arditamente la mia mano su ogni cosa e ho avanzato diritti su ogni oggetto dei miei desideri... Quanto riso ho incontrato sulle labbra ho voluto coglierlo, quanto sangue sulle gote, quante lacrime sugli occhi ho voluto berle, mordere la polpa di tutti i frutti protesi sul mio cammino... Da quel giorno ogni istante della mia vita ebbe per me il sapore della novità, di un dono assolutamente ineffabile. Anche tu, Natanaele, ogni istante del giorno puoi possedere Dio nella sua totalità... Dio non Io si può attendere. Attendere Dio vuoi dire non capire che lo si possiede già. Non distinguere Dio dalla tua gioia e poni ogni tua gioia nell'attimo " (op. e).

In questa opera è tutto Gide, quale sarà fino a 90 anni e nelle molte opere, la più parte a sfondo autobiografico: l'uomo sempre in cammino per nuove esperienze; il " saggio " della vita senza regole, che ama porsi a modello e padre spirituale dei giovani. Sulla strada della anarchia morale Gide farà molto cammino, fino a proporre come cose legittime le perversioni sessuali (L'Immoralista), come bella originalità l'atto immotivato, gratuito, fosse anche il delitto (I sotterranei del Vaticano), come norma di vita autentica il farsi ciascuno la propria legge (I fàlsari).

Ci fu un momento in cui Gide parve colto dal rimorso per la sua vita scandalosa e sfiorato dalla grazia. È la crisi religiosa tra il 1916-18, registrata nel diario intimo Numquid et tu?

" O tremendo orrore, o sozzura del peccatol cenere lasciata da questa fiamma impura, scorie. Mi puoi purificare di tutto ciò, o Signore?

Non so più pregare e nemmeno ascoltare Dio!... eppure io disprezzo la mia saggezza e se mi manca la gioia ch'egli mi da, ogni altra sfuma.

...È tempo che Tu venga. Ah! non far che il Maligno prenda il tuo posto nel mio cuore! Non mi confondere con Lui! Non lo amo poi tanto, credimi. Ricordati che ti ho potuto amare! ".

Nel frattempo si misero intorno amici e scrittori cattolici, come F. Jammes, P. Claudel, C. Du Bos, per conquistarlo al regno di Dio; ma Gide era ormai prevenuto dal suo stile di vita e dalle regole del suo gioco d'artista.

Nel dramma blasfemo, II ritorno del figliuol prodigo (1907), aveva rappresentato se stesso nel figlio che, preso da nostalgia, torna a rivedere la casa e i parenti, ma non si trova più, tanto ci ha fatto il gusto alla strada; spia il buco attraverso la siepe ed apre la porta anche al fratello minore. Claudel pregava l'amico di risparmiare almeno lo scandalo nei suoi scritti, ma Gide rispondeva di non poter fare a meno di tutto rivelare, pena di tradire la sua vocazione. Protestava di fare opera di " moralista " nel chiarificare e mettere in luce coll'arte tutto ciò che è nell'uomo, anche i fondi più torbidi e gli atti inconsulti. Ma in ogni sua opera è un sottile e radicale tradimento della morale in nome dell'arte, ritenuta il solo valore capace di orientare, sublimare, eternare l'uomo. Tale posizione assolutista ed ultraromantica dell'arte di fronte alla vita avrà lunga eco e conseguenze funestissime, fino ai giorni nostri. Altri svolgeranno fino all'assurdo le premesse che Gide ha saputo contenere nella misura d'una classica compostezza.

Quanto alle promesse d'una vita piena, gioiosa, autentica, ecco i risultati che la sincerità dello scrittore ha registrato:

l.o L'ambiguità, vale a dire l'uomo distrutto come persona, ridotto a fascio di tendenze e di esperienze, a Non sarà facile tracciare la traiettoria del mio spirito... Se qualcuno nel mio ultimo scritto pensa di cogliere finalmente la mia immagine, si disinganni: è sempre dal mio ultimo nato che io differisco di più " (Diario, Febbr. 1912). L'uomo disgregato sul piano morale e metafìsico, si discioglie anche sul piano psicologico, non si trova, non si riconosce più.

2.o L'inquietudine portata dall'insoddisfazione, dal vuoto interiore. In tante belle pagine di Gide si sente questa segreta angoscia traspirare da tutti i pori (La porta stretta, Sinfonia pastorale, Diario). Confidava in ultimo: ni successi mi hanno invecchiato. I successi mi hanno intristito. Ho scritto e continuo a scrivere per spegnere questa infelicità che mi perseguita ". Cosi riferisce Elio D'Aurora da un incontro col vecchio Gide, presso uno scrittore svizzero (estate 1947); e continua: "Nei giorni in cui si fermò a Neuchàtel scrisse un piccolo poema: Le Cattedrali del dolore, versi stupendi che ci lesse in più sere. Non vorrei che i versi che erano, una segreta confessione della ricerca di Dio andassero perduti. C'era in quelle fontane meravigliose la speranza di una vita migliore, che quaggiù non aveva trovato " (su Il Nostro Tempo, 4 marzo 1951).

James Joyce (1882-1941). - Cattolico irlandese, paganizzato come il D'Annunzio, ma segretamente tormentato come Gide dal problema religioso.

Nel Ritratto del giovane artista, Joyce presenta la storia intima della crisi giovanile e delle lotte che lo portarono a lasciare la casa, la patria, la fede, per consacrarsi totalmente all'arte.

Di buona famiglia, dalle antiche tradizioni cristiane, incomincia a sentire l'insofferenza per l'ambiente angusto della casa e per le pratiche religiose. Alle scuole dei Gesuiti si accresce l'insofferenza, col risvegliarsi dello spirito critico e di torbidi istinti. Alla prima caduta in colpa grave è tale il rimorso e l'abiezione che prova, da disperar del perdono. E quando col perdono riacquista la pace, preso da feIVore entusiasta, propone di dedicarsi per il regno di Dio.

Ma ben tosto riprendono il sopravvento gl'istinti ribelli e la sensibilità quasi morbosa dell'artista. Sensibilità che, maturata in coscienza, lancia il giovane in una ribellione orgogliosa verso genitori, educatori e verso quella fede che gli impone un freno alla smania di libertà e di licenza.

In uno degli ultimi colloqui con l'amico Cranly, Stefano Dedalus (Joyce) afferma spregiudicatamente: a Ti dirò ciò che voglio fare e ciò che non vo glio fare. Io non voglio servire a ciò in cui non credo più, si chiami tal cosa la mia casa, la mia patria o la mia Chiesa; e voglio sforzarmi di esprimere me stesso in qualche maniera di vita o di arte, il più liberamente e il più completamente che mi sarà possibile, usando in mia difesa le sole armi che permettono di usare, il silenzio, l'esilio e l'astuzia... Tu mi hai fatto confessare le paure che ho. Ma io ti voglio dire anche ciò di cui non ho paura. Io non ho paura di essere solo, di essere disprezzato o di lasciare ciò che debbo lasciare. E non ho paura di commettere uno sbaglio, magari uno sbaglio grosso, uno sbaglio per tutta la vita, o fosse anche per tutta l'eternità ".

Ma allorché l'amico lo tenta con interrogazioni da spregiudicato e con bestemmie, Stefano Dedalus si mostra colpito.

" Ma perché ne sei colpito, incalzò Cranly con lo stesso tono nella voce, se ti senti sicuro che la nostra religione è falsa e che Gesù non è figlio di Dio? "

"Non ne sono completamente sicuro, disse Stefano. Egli è più simile a un figlio di Dio, che non a un figlio di Maria ".

E più avanti insinua ancora Cranly: "Allora, non intendi diventare protestante? "

"Ti dissi che avevo perduto la fede, ma non che avevo perduto il rispetto di me stesso. Che razza di liberazione ci sarebbe nell'abbandonare una assurdità che è logica e coerente per abbracciarne una che è illogica ed incoerente? "

E se ne va per il mondo, per le grandi città d'Europa (a Trieste compone le due opere più celebri) portando nel cuore la sua mamma, che tanto aveva

amareggiato, la sua Dublino e, in fondo all'anima, il segno della sua Chiesa "lo ho due padroni... due tiranni dei quali sono lo schiavo: un inglese e una italiana ".

" Una italiana? — chiese Haines. — Che cosa intendete dire? "

" Voglio dire — rispose Stefano accalorandosi — l'Impero britannico e la Chiesa romana, cattolica ed apostolica ".

Queste battute si trovano nell'Ulisse, l'opera maggiore, con la quale Joyce intese scrivere l'Odissea dei tempi moderni. Un viaggio non più per mari e per isole, ma attraverso una metropoli — Dublino — nel giro di una giornata. Tutte le attrattive curiose, le varietà, i contrasti, le brutture di una città moderna diventano per l'artista un universo da scoprire e da sperimentare. Ma soprattutto l'inconscio dell'uomo viene qui esplorato e frugato, anche nei fondi più fangosi. Non per nulla ogni episodio s'incentra in una parte del corpo: cervello, occhi, orecchi, naso, bocca, stomaco, e via via più in basso.

" Una pittura dello stato dell'uomo, senza grazia, quale avrebbero potuto offrirci Paolo o Agostino, se si fossero interessati d'arte letteraria " (J. Beach).

Sotto il velo d'un umorismo piccante e caricaturale, è in Joyce la visione disperata di un'umanità fatalmente corrotta, meschina e stupida, che ripete sempre gli stessi gesti e non sa uscire dal cerchio stregato della sconcia banalità.

N. B. - Tutte le opere del D'Annunzio e di Gide sono all'Indice, e le due opere citate di Joyce sono moralmente negative, da leggersi soltanto per ragioni di studio.