la testimonianza della moderna letteratura
- la scoperta della chiesa
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III. - LA SCOPERTA DELLA CHIESA
§
1. - Gilbert K. Chesterton (1874-1936). La
scoperta dell'Ortodossia
Prima
di essere un cattolico militante, originale
e simpatico, Chesterton confessava di essersi
trovato a dodici anni pagano, a sedici completamente
agnostico. Nel marasma delle moderne ideologie,
la sua fede anglicana, priva del sostegno
di un'autorità sicura, era stata sommersa.
Ma l'uomo era rimasto a galla, forte della
sua sanità fisica e morale, incapace
di lasciarsi dimezzare o soffocare da tutti
gli -ismi della moderna civiltà che
minacciano questa creatura di Dio esuberante
di vita. E allora impugnò la penna
dello scrittore e del giornalista, come don
Chisciotte la sua lancia, unendo all'amore
per l'ideale il buon senso e l'umorismo di
un Sancio Panza. In mezzo alle strombazzate
dei superuomini, alle pazzie dei decadenti,
alla disperazione degli scettici, si propose
di rivendicare l'uomo comune ed il suo diritto
alla vita intera, naturale, gioiosa, senza
falsificazioni né decurtazioni.
Ingegni
perspicaci, come Chesterton, hanno una logica
che sventa di botto ogni sofisma. Con un lampo
di spirito ti colgono il lato debole di un
sistema, con un paradosso t'impongono l'evidenza
della verità.
I
volumi Eretici e L'Uomo eterno (trad. Ferruzzi,
La Nuova Italia, Firenze 1930 e 1932) sono
le battaglie contro gl'idoli del secolo: il
materialismo e l'idealismo, il pragmatismo
e lo scetticismo, in nome dell'uomo che non
si può mutare a piacimento con i sistemi
filosofici o con i regimi politici.
L'errore
fondamentale dei moderni sistemi, dice Chesterton,
è quello di dimezzare l'uomo nella
sua natura, che è sintesi di opposti.
L'uomo è materia e, spirito, ragione
e sentimento, individuo e società.
È geloso della sua libertà,
ma non può esercitarla senza un'autorità.
Ama l'avventura, il nuovo, l'imprevisto, ma
ha pure bisogno di principi fermi, di certezza.
Svolge la sua vita nel contingente, ma tende
irresistibilmente all'Assoluto, all'eterno.
Questa la grande scoperta che credette di
aver fatto Chesterton: la scoperta dell'uomo
vivo, secondo " la filosofia della sanità
di mente ". Si accorse ad un certo momento
che era la filosofia perenne dell'ortodossia
cattolica: come l'esploratore che, dopo lunga
ricerca, crede di scoprire un nuovo mondo
e si ritrova nell'antica patria.
"
Io confesso qui liberamente tutte le stupide
velleità della fine del secolo XIX;
Come tutti i ragazzi che si rispettano, ho
voluto essere in anticipo sulla mia
età. Come loro, ho voluto essere qualche
diecina di minuti in anticipo sulla verità.
La conclusione è stata che mi sono
trovato in ritardo di diciotto secoli... Quando
fantasticavo di stare in piedi da me solo,
mi trovavo in questa ridicola posizione: che
mi appoggiavo, senza saperlo, a tutto il Cristianesimo...
Non sono riuscito ad inventare, da me, che
una copia peggiorata delle tradizioni già
esistenti nella civiltà religiosa...
Ho tentato di fondare di mia testa una eresia;
e quando stavo per darle gli ultimi tocchi,
ho capito che non era altro che l'ortodossia
" (L'Ortodossia, trad. Ferruzzi, Morcelliana
1932).
Nel
secolo nostro non fu scritto un altro libro
di apologetica cosi straordinario e vivo come
questo: il romanzo intellettuale di Chesterton
in cerca della verità che spieghi l'uomo
e risponda alle sue aspirazioni. Di fronte
a tali esigenze, i pensatori immanentisti
gli fanno la figura dei maniaci che si esaltano
in un'idea fissa e mulinano a vuoto nel loro
cervello. L'uomo è una realtà
misteriosa e complessa: non la geometria del
razionalismo, non il circolo chiuso dell'immanentismo
rispondono ai suoi interrogativi e svolgono
le sue infinite possibilità. Ci vuole
una dottrina vitale, com'è il Cristianesimo,
a equilibrio di apparenti contraddizioni ",
mistero che getta tanta luce sul mondo. o
La croce, che ha nel proprio centro una collisione
ed una contraddizione, . può stendere
le sue quattro braccia all'infinito, senza
alterare la sua forma. Per il paradosso centrale
che essa contiene può crescere senza
cambiare. Il circolo ritorna su se stesso
ed è chiuso. La croce apre le sue braccia
ai quattro venti, è un segnale indicatore
per viaggiatori in libertà " (L'Ortodossia,
p. 33). Per senso di onestà e di giustizia,
Chesterton ha voluto esaminare le contraddizioni
del Cristianesimo, bersagli alle accuse da
una parte e dall'altra. In realtà,
conclude, sono gli accusatori in falso, perché
unilaterali e preconcetti, mentre il Cristianesimo
è il centro dinamico in cui gli opposti
coesistono in tensione e in equilibrio. Per
questo è fonte di armonia, ma più
ancora di rivoluzione, di quel vero progresso
che consiste nel partire da una base ferma
di principi e tendere verso un ideale tanto
bello da attrarre le migliori energie, tanto
alto da consentire infinite possibilità.
Nel Cristianesimo c'è posto per lo
stupore, la curiosità, il desiderio
di avventure morali e politiche, la giusta
ribellione". Vivere il Cristianesimo
è impresa difficile, ma anche la più
meravigliosa avventura, la sola che consenta
all'uomo di essere pienamente se stesso, di
dilatarsi nell'amore e quindi nella gioia,
et La gioia, che fu la piccola appariscenza
del pagano, è il grande segreto del
cristiano " (ivi, p. 260).
Da
questo motivo fondamentale Chesterton dipana,
con fantasia indiavolata, le Avventure di
un uomo vivo (trad. di E. Cecchi, Milano 1933)
e i racconti che hanno come protagonista quel
simpatico padre Brown, apostolo e poliziotto,
raddrizzatore di torti e di storture, seminatore
di bontà e di gioia.
Da
quando scrisse l'Ortodossia (1908) passarono
ancora 14 anni prima che Chesterton entrasse
a far parte ufficialmente della Chiesa cattolica.
Nell'Autobiografia
(I. P. L., Milano 1936) egli ci racconta la
dura lotta dell'uomo preso al laccio della
verità. Alla gioia della prima scoperta,
succede un duello di attrazioni e di repulsioni,
di fughe e di ritorni. La rete dei pregiudizi,
la pressione dell'ambiente, la forza delle
abitudini, un cumulo di timori trattiene l'uomo,
già convinto, dall'ultimo passo. Ma
la verità, incarnata in Cristo e nella
Chiesa, prende ognor più l'attrattiva
d'un grande e irresistibile amore. "Nel
momento in cui si cessa di attaccare (la Chiesa),
ci si sente attratti verso di lei. Nel momento
in cui si cerca di gridare: Abbasso, si comincia
ad ascoltare con piacere. Nel momento in cui
si tenta comportarsi verso di lei in buona
fede, si comincia ad innamorarsene ".
Superata
la porta stretta per entrare, l'uomo sente
di aver conquistato la libertà dello
spirito, l'universalità dei valori,
la cittadinanza del mondo. Egli può
dire con la nerezza di Paolo: Givis Romanus
sum.
La
risurrezione di Roma (I. P. L., Milano 1951)
è l'opera della maturità di
Chesterton apologista, un saggio a sfondo
storico, ove il destino temporale ed eterno
dell'uomo s'inserisce concretamente nella
costruzione del Corpo mistico di Cristo. Scorrendo
la storia a grandi tappe, lo scrittore addita
la vitalità ognora rifiorente della
Chiesa cattolica, in un mondo che vede fatalmente
invecchiare le sue dottrine, i suoi sistemi,
i suoi idoli. Fino ai nostri tempi, dove ancora
sussiste in mezzo al caos " l'Isola sacra
", la Chiesa Romana, portata sulla rocca
della cittadella vaticana, a levare in alto
la luce, a far sentire la voce. "...
Nel tremendo silenzio che segue ogni appassionata
interrogazione, una voce ha sempre parlato
e un gesto ha salvato l'umanità ".
§
2. - Paul Claudel (1869-1955). La santa realtà.
Il
più grande tra i poeti cattolici contemporanei,
prese le mosse assai di lontano. Scontò
in gioventù l'eredità dei "
tristi anni intorno all'80 " quando "
tutto ciò che aveva un nome nell'arte,
nella scienza e nella letteratura era irreligioso.
Renan regnava... E proprio dalle sue mani
io, alunno, ricevetti la corona " {La
mia conversione, nel voi. Come ci siamo contieniti,
S. E. I., Torino 1918). Ma dopo il tuffo nella
sfrenatezza dei giovani anni, cominciò
a provare il disgusto per una vita senza scopo,
per gli esercizi raffinati e vuoti della poesia
parnassiana, per la concezione materialista
del mondo e della società.
Il
1886 fu l'anno di grazia per Claudel. L'opera
di A. Rimbaud schiuse al giovane inquieto
gli orizzonti del soprannaturale. a La vera
vita è assente; noi non siamo al mondo",
aveva confessato il poeta veggente. Claudel
allora si volse al simbolismo, in cerca della
misteriosa realtà. Nel Natale di quell'anno
entrò in Nótre Dame durante
la funzione vespertina. I piccoli cantori
intonavano il Magnificat, e mille e mille
volti fissavano l'immagine del Bambino raggiante
di luce. Il simbolo di quell'immagine appariva
nella fede e nel lampo di tutti quegli occhi
una meravigliosa realtà: il mistero
di un Dio che viene fanciullo a ringiovanire
i vecchi uomini.
"
Allora accadde in me l'avvenimento straordinario
e misterioso che avrebbe dominato tutta la
mia vita. A un tratto, mi sentii toccare il
cuore, ed io credei. Credei con una tal forza
di adesione, con tale un sollevamento di tutto
il mio essere, con si profonda convinzione,
con una certezza così esente da ogni
dubbio possibile^ che, dopo, tutti i libri,
tutti i ragionamenti, tutte le peripezie di
una vita agitatissima, non furono capaci di
scuotere la mia fede e nemmeno d'intaccarla.
Fu: una rivelazione improvvisa e ineffabile;
fu la sensazione netta e tagliente dell'innocenza
purissima e dell'eterna infanzia di Dio. ...Felici
quelli che credono! Se fosse vero! — Si, è
vero! — Dio esiste, è là, è
qualcuno, un essere personale come me! — Egli
mi ama e mi chiama" (op. cit., p. 56).
Ci
vollero quattro anni ancora di lotta per vincere
tutte le resistenze della
natura, ma infine trionfò la grazia
di Dio e la sincerità dell'uomo. Fu
una vera rinascita; un passaggio dal mondo
delle vane paIVenze a quello della divina
realtà. La fede cattolica gli schiuse
via via il significato e- l'armonia dell'universo;
i misteri liturgici lo immisero nel mirabile
commercio che trascorre fra cielo e terra,
tra l'uomo e Dio. Il poeta che già
fanciullo sentiva il fremito della vita universa,
e poi tentava incerto la sua via, trovò
la fonte dell'ispirazione, la voce del suo
messaggio, " Se una missione mi è
stata- imposta, è quella di portare
nuovamente ad un mondo corroso dal dùbbio
e abbruttito dal materialismo l'idea della
gioia e dell'amore, nella certezza e nella
fede di un Dio personale, a noi legato da
un religioso contratto ".
È
il motivo ispiratore della poetica daudeliana,
intesa come " vocazione " di verità,
di bontà, di gioia in mezzo agli uomini.
Per questo il poeta è chiamato a scoprire
e mostrare ai fratelli et tutta la santa realtà
che ci è stata data e in mezzo alla
quale siamo posti ".
La
realtà anzitutto delle cose visibili,
non solo nella mutevole bellezza, ma nell'armonia
dei loro rapporti, che fanno del mondo creato
un poema sinfonico. Quanto più si addentra
nella lettura di questo poema, l'uomo scopre
che tutto il sensibile ha valore di simbolo,
oltre il quale traspare il mondo delle realtà
invisibili, " Noi sappiamo che il mondo
è un testo e ci parla umilmente e gioiosamente
della propria assenza, ma altresì della
presenza eterna di qual-cun altro, cioè
del suo Creatore " (Positions et Propositions,
p. 205, Galli-mard, Paris 1929).
Qui
spazia Io spirito; qui ognuno è chiamato
a inserirsi nel concerto e far suonare le
sue note, perché si svolga il poema
architettato dal supremo Artista. Il quale
ha rivelato il suo disegno, prima con vaghi
accenni, poi sempre più chiaramente,
fino a manifestarsi nel suo Verbo, ad infondere
nei cuori il suo Spirito, onde si accordino
tutte le voci e si compia la divina realtà
del suo Regno.
Vivere
per l'uomo è fare tale continua scoperta
e una continua scelta del proprio destino.
" Vivre c'est connaìtre ",
un nascere con le cose, partecipare alla creazione
in atto, dove ognuno di noi è chiamato
a svolgere il suo compito. Questa la poetica
" cattolica " cioè universalistica
espressa dal Claudel in Art poétique
(trad. P. Jaher, Milano 1913), in Positions
et Propositions, nel discorso Ne impedias
musicam (in La Vie Intellectuelle, giugno,
1986).
La
piena espressione lirica ci è data
in Cinque grandi Odi (1910) e in Corona Benignilatis
Anni Dei: poemi folti di simbologia e non
facili ad una prima lettura, melodici e corali
nel loro ritmo, splendidi e solenni come una
Liturgia. " Io canterò il gran
poema dell'uomo sottratto al caso ",
incomincia l'ode La Musa che è la Grazia.
Tutto nell'universo ha una sua finalità,
un suo significato; il poeta è messo
come Adamo nell'Eden per dare il nome alle
cose, per rivelarne il segreto; quale sacerdote
per raccogliere le voci e gli aneliti di tutto
il creato, formare la cattedrale di simboli,
dove ogni cosa prenda la sua significazione
sacra, elevi il suo canto di lode e comunichi
agli uomini, come sotto le specie di un'Ostia,
il Verbo di Dio. k È il mondo intero
ch'io devo condurre al suo fine con un'ecatombe
di parole " {ivi), a Salve adunque, o
mondo nuovo ai miei occhi, mondo finalmente
totale! — O Credo intero delle cose visibili
e invisibili, io ti accetto con un cuore cattolico
" (Lo Spirito e l'Acqua).
In
questa accettazione gioiosa entra tutto il
mistero cristiano, nella perennità
della sua presenza e nell'universalità
della sua estensione. Il mondo materiale prende
nell'uomo unità, coscienza, elevazione;
gli uomini, a loro volta, in Cristo. In ogni
cosa opera il soffio creatore di Dio, e nelle
anime il Santo Spirito, n Mille e novecento
anni sono passati, ed è sempre la medesima
Pentecoste " (Corona Benignitaiis, Pentecoste).
" E se per spiegarci tutto non ci si
presentano che misteri, sono misteri come
tra gli sposi e come tra il figlio e la madre:
reali, quelli di cui avevam bisogno, sorgente
d'interesse divorante, di gioia pregnante
e di vita " (Ode: La Messa laggiù).
Fin
qui abbiamo il poeta della Creazione e dell'Incarnazione;
nei drammi il poeta della Redenzione.
Poiché
la realtà non è tutta luce e
armonia; gli uomini tante volte gettano delle
ombre scure e delle note stonate. Essi dovrebbero
inserirsi liberamente nel concerto dell'universo
e fare la propria parte; invece preferiscono
andare a capriccio. Anziché il canto
di lode, portano la bestemmia; invece di elevare
in alto ogni cosa, vogliono tirare tutto a
sé. Allora è un dramma tragico
che si svolge tra la volontà di Dio
e la volontà dell'uomo, tra la grazia
e la libertà. Per quanto si agiti,
l'uomo non sfugge al disegno divino e all'inseguimento
della Grazia. Le sue ribellioni ne fanno un
" incomposto ", uno spostato, causa
di dolori e di rovine, a sé ed agli
altri. Solo quando si arrende, capisce il
senso della vita, può ancora riparare
o, almeno in estremis, salvarsi.
Cosi
Testa d'Oro, l'avventuriero dalla smisurata
ambizione, il quale riesce dopo tante vittorie
ad imbrancar la corona e, nella finale rovina,
riconosce che l'uomo r non prevarrà
mai contro la potenza che mantiene le cose
a posto ". L'anarchico Avare de La Città,
dopo gli eccidi e le distruzioni rivoluzionarie,
avverte la necessità di una legge,
di un'autorità. E un altro dei personaggi
proclama : s Va restituito l'uomo che si è
sottratto a Dio.
Ivors:
— Che vuoi dire?
Coeuvre:
— Voglio dire: sostituitoli.
Al
ribelle e demoniaco, bisogna sostituire la
creatura che Dio ha fatto e nella quale egli
abita.
Rodrigo,
in Scarpino di raso, insegue vanamente la
bellezza, l'amore, la gioia in una donna che
non può essere sua, fino a comprendere
nel fallimento totale che Dio solo può
bastare alla sua ricerca.
Ma
le creature umanamente complete e poeticamente
più alte di Claudel sono quelle che
con eroismo cosciente accettano la loro vocazione
e arrivano al sacrificio totale di sé.
Come avviene il più delle volte, esse
non sanno da principio che cosa sarà
loro richiesto. Vanno incontro alla vita col
sorriso di una gioia istintiva e in cuore
un sogno d'amore. Poi, quasi violentemente,
sono messe di fronte alla realtà del
dolore, della prepotenza, dell'iniquità
umana. Sarà in grazia del loro sacrificio
che si ripara il male, si ravvedono i traviati,
si salva il mondo. È il mistero della
redenzione di Cristo che continua nella Chiesa.
In
Ostaggio Sygne, che ha restaurato il nome
e la fortuna dei Coùfontaine, dopo
il ciclone rivoluzionario, è messa
di fronte ad un tragico dilemma: rinunciare
all'amore per il nobile cugino Giorgio e sposare
Toussaint Turlure, d'ignobile origine e carnefice
dei suoi, o tradire il prezioso Ostaggio nascostole
in casa, il Papa Pio VII, sottratto da Giorgio
alla prigionia di Fontainebleau. Le sorti
della Chiesa sono legate alla sua scelta.
Questo le fa intendere il curato
Badilon in un drammatico colloquio. Non un'esigenza
di giustizia, ma l'amore di Dio può
spingere questa fragile creatura a far violenza
al suo cuore, a spezzare l'orgoglio di casta,
a proclamare in fine: " Signore, si faccia
la tua volontà e non la mia "
(Atto II, Scena II).
L'Annuncio
a Maria (traduz. di F. Casnati, Vita e Pensiero,
Milano 1931) segna il vertice dell'arte di
Claudel, ove la storia di un'anima, d'una
famiglia, di un'epoca è proiettata
nella luce di sacro mistero.
In
terra di Provenza, allo spirare del Medioevo,
vive felice una dolce fanciulla, Violaine.
Ignara dei grandi mali che travagliano la
Francia e la Chiesa, essa sogna e canta il
suo primo amore. Passa un giorno di là
Pietro di Craon, il costruttore di chiese,
colpito da lebbra per aver nutrito impuro
desiderio su Violaine. Ora comprende che l'uomo
propone e Dio dispone, e dice semplicemente
alla fanciulla tutta in festa: " Non
sta alla pietra scegliersi il posto, ma al
costruttore dell'opera che l'ha scelta ".
Violaine
lo vede cosi triste, mentre lei si sente tanto
felice; e in un trasporto ingenuo di carità
lo bacia in viso, quasi a voler condividere
il dolore di lui e fargli parte della propria
gioia. Infatti Pietro guarisce, ma Violaine
s'è presa il suo male. Calunniata dalla
sorella gelosa, diffidata dallo sposo promesso,
deve abbandonare la casa per ridursi a vivere
in una grotta, al pari dei lebbrosi. Ma in
questa solitudine e in questo lento martirio
la sua anima si affina, rende su di sé
le colpe di molti per espiarle, i dolori di
tutti per purificali.
Quanti
accorrono a quella grotta, traggono conforto
e ritrovano Dio. Dalle carni lacerate e dall'anima
ardente di Violaine sgorgano invisibili torrenti
di grazia che si riversano sulla sua famiglia,
sulla patria, sulla cristianità intera.
Quando
sta per morire, squillano le campane a festa.
È Natale ed è tornata finalmente
la pace. Cristo rinasce in molti cuori; la
Francia ha di nuovo il suo re, la Chiesa il
suo Capo. Il vecchio padre ha compreso il
mistero operatosi nel sacrificio di questa
fanciulla e lo rivela a Giacomo, il fidanzato
d'un tempo, desolato di tanta perdita.
"
Anna Vercors —Giacomo, figlio mio, la stessa
chiamata che senti il padre, l'ha sentita
la figlia e vi ha dato ascolto.
Giacomo
Hury — Quale chiamata?
Anna
V. — L'Angelo di Dio jece l'annunzio a Maria,
ed ella concepì di Spirito Santo.
Giacomo
— Che cosa ha ella concepito?
Anna
V. — Tutto il gran dolore del mondo intorno
a lei, e la Chiesa divisa in due, e la Francia
per cui Giovanna fu arsa viva... Per questo
ella ha baciato il lebbroso sulla bocca, sapendo
quel che faceva.
Giacomo
— Ella ha salvato il mondo, ed io sono perduto!
Anna
V. — No, nulla è perduto! e la Francia
non è perduta; ed ecco, dalla terra
fino al cielo, uno slancio irresistibile si
leva di speranza e di benedizione!... Forse
che scopo della vita è di vivere? e
i piedi dei figli di Dio sono attaccati a
questa terra miserabile? Non è di vivere,
ma di morirei e non di Squadrare la croce,
ma di salirvi e donare quello che abbiamo,
sorridendo! Che vale il mondò oltre
la vita? e la vita che vale se non per essere
data?' Qui sta la gioia, la libertà,
la grazia, la giovinezza eterna ".
§
3. - Gertrud voti Le Fort (1876). Dal Fiat
al Magnificat.
Toccava
ad una discendente di protestanti Ugonotti
innalzare nel nostro secolo gl'Inni alla Chiesa.
Di
nobile famiglia tedesca, Gertrud von Le Fort
giunse al Cattolicesimo a 50 anni, dopo un
lungo travaglio interiore. Fu per lei una
vera rinascita, spirituale e artistica. Prima
di allora neppure i suoi compatrioti sapevano
di avere in G. von Le Fort un poeta ed una
scrittrice originale; oggi essa è conosciuta
in tutto il mondo.
Nella
gioia della verità raggiunta e con
la rigenerazione dell'anima, si schiuse in
lei come da occulta sorgiva la vena poetica.
Nell'anno stesso della conversione (1924)
compose gli Inni alla Chiesa, ch'ebbero straordinario
successo in Germania e in Europa. Nel 1928
il romanzo della conversione, Il velo della
Veronica (I. P. L., Milano 1936) dove già
si delinea l'intimo contrasto dell'anima femminile:
l'orgoglio di bastare a se stessa, di farsi
centro d'attrazione; e il bisogno di donarsi,
nell'umiltà che tutto accetta e tutto
offre.
Esperienze
ed analisi svolte più a fondo nelle
Nozze di Magdeburgo (1938; Sperling e Kupfer,
Milano 1940) e concentrate nel saggio teologico
e lirico: La Donna eterna (1934; I. P. L.,
Milano 1945).
La
" donna eterna " è l'ideale
dell'umanità, la creatura in cui si
riflette viva l'immagine di Dio Amore, tutta
offerta e docile a collaborare con Lui per
la creazione e la redenzione del mondo. Ideale
che si è pienamente realizzato nella
Madonna, Vergine-Sposa-Madre, e al quale deve
mirare ogni donna per essere se stessa e non
fallire il proprio destino. Nella vergine
si ha la formazione della personalità
cristiana; nella sposa si attua il "mistero
di carità " che redime l'uomo
mediante l'amore; nella madre è il
dono di sé, nel sacrificio e nel silenzio,
perché fiorisca nel mondo dei corpi
e delle anime la vita. Mistero del Fiat mihi!
su cui si edifica il Corpo di Cristo, la Chiesa.
Questa mi pare l'intuizione fondamentale che
ispira tutta l'opera della Le Fort: l'accettazione
di Maria contrapposta alla ribellione di Èva:
i due momenti contrastanti dell'intera storia,
di ogni vita.
Le
preferenze della scrittrice vanno per la storia,
rivissuta nelle forme più originali,
da quelle immediate dell'epistolario e della
cronaca, alla trasfigurazione dell'epopea.
Ma in ogni racconto è la vita della
Chiesa che interessa l'artista, sia la straordinaria
vicenda di un'anima mistica: L'estasi della
vergine von Barby; o la lotta intima di anime
consecrate, fino al martirio: L'ultima al
patibolo (I. P. L., 1939); oppure i contrasti
e le divisioni della Chiesa nei momenti più
tempestosi della sua storia: II papa del ghetto
(ivi, 1952). Il secondo di questi racconti,
L'ultima al patibolo, prese G. Bernanos talmente
da ispirargli I dialoghi delle Carmelitane.
Se
un elemento manca alla Le Fort,, per essere
una scrittrice da grande pubblico, è
un po' di quella chiarezza latina che rende
lineare e perspicua anche una vicenda complessa
o una storia di anime.
In
questo quadro dell'opera lefortiana s'innalzano
con la freschezza del
primo
canto gli Inni alla Chiesa (trad. di Rodolfo
Paoli, Morcelliana 1947).
Siamo
sulla linea dei poemi religiosi di un Claudel
a di Peguy, ove il
ritmo
salmodico, ricco d'immagini e di parallet'.nni,
introduce di per sé nell'atmosfera
di sacro mistero.
Dapprima
l'invocazione dell'anima sperduta nel mondo,
inquieta e stanca di aver camminato invano,
spinta da una vaga nostalgia d'infinito, a
Signore, un sogno di Te è sepolto nell'anima
mia, ma non posso giungere a Te, ogni porta
è sigillatal " Nel fluttuare di
tutte le cose, l'anima trova la Chiesa che
sta a come colonna fiorita in un cumulo di
macerie morte ".
Nel
rintronare di tante voci vane, sente una voce
che varca i secoli, che parla di eterno, che
impone sincerità di vita. L'anima resiste
alla voce e si difende; ma la voce si fa irresistibile:
"
Sono spietata con te e crudele
per
eccesso di pietà e misericordia:
Ti
ho accecato per annientare i tuoi limiti.
...Come
il mare inghiotte un'isola, così t'ho
inghiottito
per
trasportarti nell'Eternità ".
Quando
l'anima si arrende, nelle braccia di questa
Madre, non si sente più sperduta e
sola. Si trova in una grande famiglia che
abbraccia l'umanità, membro di un corpo
nel quale pulsa una potente vita. Allora,
in una rivelazione crescente, l'anima scopre
il volto della santa Madre Chiesa ed effonde
il suo canto di ammirazione e di giubilo.
È
il canto dell'universalità, in cui
convergono le voci, i sospiri, gli sforzi
di tutti i popoli verso l'Eterno:
"
Porto nel mio grembo i misteri del deserto
e
sulla mia testa il tessuto di canuti pensatori.
In
me s'inginocchiano popoli che son da tempo
scomparsi
e
dalla mia anima splendono molti pagani.
...Ero
anelito, la luce, il compimento di tutti i
tempi.
Sono
la loro grande conclusione, la loro eterna
unità.
Sono
la via in cui sfociano tutte le loro vie:
e
i secoli mi percorrono per andare a Dio ".
Il canto della stabilità:
"
Sei come roccia che affonda nell'Eternità.
Non
ti pieghi al giogo degli uomini
e
non presti la tua voce alla loro caducità.
...La
tua ora non scocca mai e i tuoi limiti son
senza limiti,
perché
in te porti la misericordia del Signore! "
II
canto della maternità:
"
La tua pace riposa sempre sulle spine
perché
ami tutti coloro che ti avversano...
Hai
mille ferite da cui scorre la tua misericordia...
Ogni
diritto umano deriva da te.
Ogni
sapienza umana ha imparato da te.
Sei
la scrittura nascosta sotto tutti i segni,
la
vena invisibile nel profondo d'ogni acqua
".
Il
canto della santità magnifica la Chiesa,
unico segno dell'Eterno sa questa terra, forgiatrice
di eroi della carità, della dottrina,
della penitenza, del martirio. La sua preghiera
che da un respiro divino al mondo, ne deterge
continuamente dalle sozzure il volto, per
levarlo puro al Signore e irradiarlo di grazia.
C'è
come un crescendo lirico e sinfonico in questi
canti, culminante nel mistero del Corpus Christi
Mysticum, nel quale tutte le cose si ricapitolano
e l'umanità organicamente si unifica:
"
Colui che noi fuggimmo, si è riunito
a noi. Ci ha raggiunti nel grembo della nostra
miseria e si è umiliato nelle tue mani.
Abita nel vino dei tuoi calici e nel pane
bianco dei tuoi altari. Tu lo stendi sulla
nostra nostalgia, Tu lo sprofondi nel cuore
della nostra solitudine... Siamo un solo corpo
e un solo sangue. Siamo la fiamma di una sola
beatificazione! ".
Poi
è la voce della Chiesa, che accompagna
l'anima attraverso i misteri del suo anno
liturgico e le fa scoprire nel tempo i segni
dell'eterno, fino al compimento delle ultime
cose.
Ora,
dice la Chiesa, a i miei piedi sono coperti
di cenere sino alle ossa; ...la mia testa
è sepolta nel grembo di Dio. Sono avvolta
nei veli del mio fidanzamento. ...Ma quando
un giorno verrà la fine di tutti i
misteri,... allora il Disvelato solleverà
la mia testa e sotto il suo sguardo i miei
veli si dilegueranno... 1E gli astri riconosceranno
in me la loro luce lodante, i tempi quel che
avevano d'eterno e le anime quel che avevano
da Dio e Dio riconoscerà in me il suo
amore ".
§
4. - Georges Bernanos (1888-1948). La comunione
dei santi e dei peccatori.
"
II mondo del peccato sta di fronte al mondo
della grazia, come la immagine riflessa di
un paesaggio, al margine d'un'acqua nera e
profonda. C'è una comunione dei Santi,
e c'è anche una comunione dei peccatori"
(Diario di un Curato di campagna, Mondadori
1952, p. 187).
In
questa visione soprannaturale e tragica della
realtà si muove l'opera narrativa di
Bernanos e la lotta del polemista. Visione
evangelica di Satana, principe di questo mondo,
e di Cristo coi suoi che gli contende il passo;
il dibattersi di questo duello in ogni anima,
e la solidarietà che lega fra loro
tutte le anime.
Dopo
Dostoievski non si è avuto forse nell'arte
moderna posizione più netta ed escavazione
più profonda di motivi spirituali.
Fu
rimproverato a Bernanos di avere l'ossessione
del diavolo, un certo rigore e pessimismo
giansenistico nei confronti dell'uomo e della
grazia, il disdegno per la comune umanità,
l'intemperanza nella polemica. Accuse giustificate
in parte, ma superate da un valore grandissimo:
quello di aver immerso il mondo indifferente
e pagano di oggi nella viva realtà
del mistero cristiano; di aver fatto sentire
come, al di là delle contese politiche,
sociali, economiche, è la battaglia
del Regno di Dio quella che conta veramente;
di aver richiamato al rischio tremendo che
è per ognuno la vita: una posta tra
Dio e il
Maligno,
una scelta tra la salvezza o la dannazione:
" il rischio immenso della salute eterna,
che forma tutto il divino dell'esistenza umana
" (Diario di un Curato, p. 111).
Per
quanto l'artista si concentri nella vicenda
di alcune anime, egli svolge questo dramma
nella comunione che lega tra loro gli spiriti,
nel bene come nel male. L'anima che cade,
trae altre con sé, nel gorgo della
perdizione; l'anima che si eleva, anche in
un'ascesi solitària, nell'affinamento
di una sofferenza intima, solleva con sé
il mondo. Per questo Bernanos ha messo il
prete in primissimo piano nei suoi romanzi.
La consecrazione che lo lega intimamente a
Cristo, la sua stessa posizione in faccia
al mondo, rendono quest'uomo il protagonista
della grande battaglia.
Chi
legge Bernanos prova da principio un senso
di paura e quasi di vertigine. Negli abissi
delle coscienze scoperchiate si intravede
più oscurità che luce, più
torbido che purezza, e un fondo di orgoglio
che contrasta tenacemente alla grazia; un'eredità
di peccato derivante fin dalle origini, appesantita
ancora dalle tare ereditarie. Su questo terreno
di fango e di sterpi passeggia il Maligno
e tiene l'impero del mondo.
Con
occhio di chiaroveggenza evangelica, Bernanos
lo vede appressarsi ad ognuno, dar l'assalto
alle anime, avvolto in un'ombra ingannevole
o illuminato da una luce sinistra. Quando
si avvicina all'abate Donissan, sotto le vesti
d'un mercante, questi lo riconosce dal respiro
e al bacio immondo, " Non spaventarti
per cosi poco: ne ho baciati ben altri che
te, molti altri. Vuoi che te lo dica? Io vi
bacio tutti, svegli o addormentati, morti
o vivi... Nessuno di voi mi sfugge. Io riconoscerei
all'odore ogni bestia del mio piccolo gregge
" (Sotto il sole di Satana, Corbaccio,
Milano 1946).
Lampi
di luce infernale, vampate di passione, aridità
di spirito fino alla disperazione segnano
per tutto questo romanzo la presenza del Nemico,
contro il quale combatte violentemente l'abate
Donissan. La posta del gioco è l'anima
d'una fanciulla, diventata una " piccola
serva di Satana ", rovina di molti altri.
Con la preghiera ed aspra penitenza, l'umile
parroco lotta per liberare quest'anima, fino
a sperimentare in se stesso l'ossessione del
Maligno.
Il
curato d'Ambricourt confessa, ad un certo
momento: "Io credo che se Dio ci desse
una chiara idea della solidarietà che
ci lega gli uni agli altri nel male, noi in
realtà non potremmo più vivere
" (Diario d'un curato).
L'austero
curato di Lumbres ha ricevuto appunto questo
dono terribile. Egli passa lunghe ore al confessionale,
e nella sua chiaroveggenza ha di fronte i
tristi segreti delle anime: " L'avaro,
roso dal suo cancro; il lussurioso come un
cadavere, l'ambizioso pieno d'un unico sogno,
l'invidioso senza pace. Quale prete non ha
pianto d'impotenza dinnanzi al mistero della
sofferenza umana; di un Dio oltraggiato nell'uomo,
suo ricetto!... No, non siamo degli addormentatori.
Siamo in prima fila per una lotta all'ultimo
sangue ed i nostri fedeli dietro di noi "
(Sotto il sole di Satana).
Quando
Satana trova degli emissari più scaltri
e più tenaci dei pastori di anime,
allora si propaga la zizzania, e fermenta
la corruzione.
Il
romanzo II signor Ouine (Mondadori 1949) nella
prima intenzione dell'autore aveva per titolo:
La parrocchia morta. È la morta gora
dell'indifferenza religiosa e morale, che
cede tosto alla decomposizione, quando entra
un principio corruttore. Il signor Ouine (Sl-No)
un gidiano, con le sue belle maniere, la raffinata
cultura, la compiacente anarchia morale, una
certa penetrazione psicologica, diventa il
direttore di coscienze in quel paese, la guida
dei giovani soprattutto, per la facile strada
della perdizione. In questo e in qualche altro
romanzo (Un crime; Histoire de Mouchette...)
Bernanos s'è lasciato prendere a sua
volta dall'ossessione del male, da quella
presenza demoniaca che insidia i nostri passi,
ammorba anche il respiro, serpeggia perfino
nel sangue. Ma in nessuno raggiunse la potenza
di analisi come ne L'Impostura. Qui il peccato
è colto nella sua radice prima: l'orgoglio
dello spirito ribelle che vuole tutto conoscere,
tutto provare. " Sarete come dèi
conoscendo il bene e il male " (Gen.
3, 5).
L'abate
Cénabre, dotto teologo e direttore
di coscienze, ha l'ambizione di scrutare anche
i segreti di Dio, di sostituirsi a lui, di
afferrare con l'analisi scientifica i misteriosi
procedimenti della grazia. Perde la fede;
ma l'orgoglio lo tiene al suo posto, mascherando
con abile impostura il tradimento. Alle anime
non darà che vuota scienza e l'aridità
del suo spirito.
Quando
anche i capi passano al nemico, è vicina
la disfatta. Invece l'esercito di Cristo,
non ostante le diserzioni e le parziali sconfitte,
è sempre in campo e strappa le vittorie
finali. Questo in grazia delle piccole anime
che portano in sé la forza di Dio e
compensano con il loro eroismo a tutte le
viltà. Bernanos mette abbastanza in
evidenza come il segreto di queste anime sta
nelle Beatitudini evangeliche, in opposizione
alla saggezza e alla prepotenza del mondo.
Soprattutto la prima Beatitudine, che contrasta
con il peccato di orgoglio.
L'umile
abate Chevance, nella sua modestia e ignoranza,
ha tanta sensibilità da intuire l'abisso
di perdizione in cui precipita l'anima del
dotto confratello, e tanta forza da prendere
su di sé la causa della sua salvezza,
fino al sacrificio. E la giovane Chantal de
Clergerie, che da Chevance ha appreso la piccola
via della santità, subentra nella stessa
immolazione, sacrificando la sua gioia perché
il sorriso di Dio torni a splendere in quell'anima
ed in altre ancora, quando si accorge, assai
presto, come " gli uomini sono tristi,
così tristi! i (La Jote).
La
stessa povertà nello spirito caratterizza
il giovane Curato di campagna del celebre
Diario. Un fare dimesso e quasi impacciato,
un sentire cosi umile da diffidare continuamente
di sé; una tristezza derivata non solo
dal gelo e dal male che vede intorno, ma infissagli
da una tara ereditaria che sconta in se stesso.
Eppure questo giovane, povero e inesperto,
incapace di tenere contabilità e di
curarsi la salute, ha un'anima ardente che
sghiaccia i cuori, una forza di penetrazione
da rovesciare le coscienze. Basterebbe l'incontro
drammatico con la contessa.
Questa
donna, che chiude in cuore l'odio contro il
marito infedele, un astio verso la figlia
ribelle e una ostinata ribellione contro Dio,
dopo la morte del figlio, il giovane parroco
l'affronta con tatto e con coraggio, le scoperchia
l'animo, la mette in faccia a Dio, col suo
fondo di disperazione; la rende infine al
perdono e alla pace.
La
solitudine ch'egli prova in mezzo al mondo,
non gli toglie di sentire la parrocchia come
una comunità vivente di anime, cui
ha sposato la sua vita, a La mia parrocchia!
Una frase, questa, che non si può pronunciare
senza emozione— che dico — senza uno slancio
d'amore. So che la mia parrocchia esiste realmente,
che siamo l'uno dell'altra per l'eternità,
che è una cellula vivente della Chiesa
imperitura e non una funzione amministrativa
" (p. 39). E immaginandosi di vederne
il volto, riconosce che è " quello
della povera razza umana. Lo sguardo che Dio
ha visto dall'alto della croce: — Perdona
loro perché non sanno quello che fanno...
a (ivi). Tale sguardo, reso più chiaro
ad ogni esperienza, spiega tutto il fondo
di tristezza di questo a prigioniero della
santa Agonia ". È la vocazione
del cristiano, tanto più del sacerdote,
di scontare nella carne e nello spirito i
peccati del mondo.
Ciò
non toglie di godere, come Cristo, un'intima
gioia, e di poterla riversare al di fuori:
la gioia del cuore puro, il godimento delle
cose semplici e naturali, la sicurezza di
riposare sul cuore paterno di Dio. Questo
ricorda al giovane prete il buon decano di
Torcy, un pezzo d'uomo cui non difetta l'energia
e la fede e che ha bene in mente come il compito
della Chiesa sia quello di formare nel mondo
la famiglia sempre giovane dei figli di Dio.
r
II contrario di un popolo cristiano è
un popolo triste, un popolo di vecchi... Ebbene,
la Chiesa è stata incaricata dal buon
Dio di mantenere nel mondo questo spirito
d'infanzia, questa ingenuità, questa
freschezza. Il paganesimo non era il nemico
della natura, ma soltanto il cristianesimo
la ingrandisce, l'esalta, la mette alla misura
dell'uomo, del sogno dell'uomo... La Chiesa
dispone della gioia, di tutta la parte di
gioia riservata a questo triste mondo "
(p. 31).
In
due figure complementari di sacerdoti Bernanos
ha scolpito la straordinaria ricchezza del
Cristianesimo cattolico: lo spirito d'infanzia
e quello di passione, l'umiltà e la
forza, la contemplazione e l'azione. Il santo
concilia in uno questi opposti. I preti di
Bernanos hanno un po' tutti qualche scompenso,
ma i migliori di essi lottano per raggiungere
la santità.
Il
curato d'Ambricourt si ritrova in fine col
candore del fanciullo, capace di gustare la
gioia delle piccole cose, e, dopo tanta lotta,
anche riconciliato con se stesso, k Quella
specie di diffidenza che avevo di me, della
mia persona, si è dissipata, credo,
per sempre. Questa lotta è giunta al
suo termine. Non la capisco più. Sono
riconciliato con me stesso, con questa povera
spoglia. Odiarsi è più facile
di quanto si creda. La grazia consiste nel
dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni
orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe di
amare umilmente se stessi, allo stesso modo
di qualunque altro membro sofferente dì
Gesù Cristo " (p. 272).
La
morte serena, pur nello strazio della carne,
e le ultime parole riassumono l'estrema conquista
d'un mondo cristiano: "Che cosa importa?
Tutto è grazia ".
L'ultima
opera di Bernanos: Dialoghi delle Carmelitane
(Morcelliana 1952) è un ulteriore approfondimento
della lotta che impegna il cristiano con se
stesso e con il mondo. Passione della Chiesa
e passione di un'anima, nella tormenta rivoluzionaria.
Ma è appunto per queste vie ardue e
misteriose, sconvolgenti gli umani disegni,
che si opera l'affinamento dello spirito.
La Chiesa ritrova la povertà ed il
feIVore delle origini; le anime conquistano
l'umiltà e l'eroismo dei martiri. Liberate
da ogni forma di orgoglio e di paura, rinascono
a quell'infanzia spirituale cui è dato
di entrare nel Regno dei Cieli. oUna volta
usciti dall'infanzia, bisogna soffrire a lungo
per rientrarci, come all'estremo limite della
notte si ritrova un'altra aurora " (p.
40). Ma allora si può affrontare la
morte cantando.
Nei
Saggi polemici (I grandi cimiteri sotto la
luna; Noi Francesi; Scandalo della verità,
ecc) Bernanos agita i problemi e i compiti
della cristianità nel mondo di oggi.
Sguardi d'aquila, frasi roventi alla Leon
Bloy, pagine dettate da un appassionato amore
alla Chiesa, ma non disciplinate da quella
misura e dall'inserimento nell'ordine che
rendono costruttiva la critica, concreto il
piano di azione. Un bel rischio, che ha portato
altri spiriti " liberi a fuori della
Chiesa. Ma Bernanos tiene a precisare: "lo
non vivrei cinque minuti fuori della Chiesa
e, se ne venissi cacciato, vi rientrerei subito,
a piedi scalzi, la corda al collo, a qualunque
condizione, insomma, non importai " (Noi
Francesi).
I
suoi attacchi più forti sono rivolti
contro i cristiani " ben pensanti "
tiepidi, borghesi, e contro i preti mediocri:
lui che si era " esaurito letteralmente
— come dichiarava — a comprendere il prete...
a penetrare un po' più nella tragica
semplicità di questa esistenza, dove
nulla è mediocre, perché la
mediocrità stessa qui provoca scandalo,
vi appare come intollerabile ".
Ma
troppe pagine polemiche di Bernanos sono magma
incandescente, piene di scorie caduche. Rimane
il metallo puro dell'opera letteraria, una
viva testimonianza alla Chiesa a scandalo
degli spiriti forti, delusione degli spiriti
deboli, prova e consolazione delle anime intcriori
".
CONCLUSIONE
Dovremmo
continuare per molte pagine ancora la rassegna
degli scrittori che sentono viva la presenza
della Chiesa nel mondo. Soprattutto nella
persona del sacerdote, dove l'umano e il divino,
che caratterizzano il mistico corpo di Cristo,
si rivelano con maggior evidenza. Romanzi
di grande successo, come quelli di Bruce Marshall;
il Cardinale, di Robinson; I Santi vanno all'inferno,
di Cesbron, ecc sono belle testimonianze alla
vitalità della Chiesa nel nostro tempo.
L'interesse
degli artisti è indicativo al riguardo,
più ancora del successo editoriale.
Si dice che il prete è oggi di moda
nella letteratura e nel film: una moda imposta
dalla sua presenza. Si faccia il confronto
con le scialbe figure di ecclesiastici del
romanzo ottocentesco, da Balzac a Stendhal,
dal Fogazzaro al Verga. Qui è una classe
di borghesi, sfaccendati e intriganti, nella
quale sono eccezione i padri Cristoforo; nei
moderni è un drappello di apostoli,
dove non fa meraviglia trovare qualche don
Abbondio. Dallo studio appassionato per la
persona e la storia di Cristo, gli artisti
si sono accostati con rispetto a colui che
Io rappresenta e lo porta vivo nel mondo.
Ma
c'è pure chi si lancia più al
largo e lavora con impegno per dare al nostro
secolo la vita di Cristo nella Chiesa. Daniel
Rops ha lasciato il saggio e il romanzo per
dedicarsi totalmente a questo compito, con
precisione di storico e con passione di artista.
I primi due volumi dell'opera: La storia sacra;
Gesù e il suo tempo si trovano in bella
traduzione presso l'editore Sansoni, Firenze.
Gli altri 6 volumi, sulla storia della Chiesa
fino ai nostri tempi, sono in corso di pubblicazione
presso Marietti, Torino.
II
nostro studio si è limitato alla storia
delle anime, quale risalta dalle ine di poesia
e di confessione dei moderni scrittori. Gli
uni ci hanno rivelato
la crisi spirituale del nostro tempo, lo scacco
e il vuoto di una Assenza infinita; gli altri
ci testimoniano la Presenza di Dio e del Cristo
nel segreto dei cuori, nella trama di ogni
vita. Un'apologetica che, oltre le ragioni
e i fatti, dispone di argomenti vitali, può
avere mordente su chiunque abbia in fondo
un po' di buona volontà.
Ma
più ancora della nostra argomentazione,
conta il tocco misterioso della Grazia, come
molti scrittori ci hanno mostrato. Anche l'uomo
più lontano e ribelle, ad un certo
momento avverte un richiamo, non sfugge ad
Uno che insegue. Ce lo conferma Julien Green,
al termine del suo Diario che registra un
lungo itinerario (voi. V, Paris, Plon 1951):
a Se dovessi morire questa sera e mi si domandasse
ciò che mi commuove di più in
questo mondo, direi forse che è il
passaggio di Dio nel cuore degli uomini ".
A.
S.
BIBLIOGRAFIA.
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Sansoni, Firenze 1949. C. Pfleger, In lotta
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Opera in corso di pubblicazione che studia
i principali scrittori contemporanei di fronte
al cristianesimo secondo i seguenti paragrafi,
che costituiscono altrettanti volumi: i)Il
silenzio di Dio; 2) La fede in G. Cristo;
3) La speranza in G. Cristo; 4) La carità
di G. Cristo; 5) La grazia di G. Cristo, traduz.
Vita e Pensiero, 1957-58. A. Fiocco, Correnti
spirituali nel teatro moderno, Studium 1955.
M. Apollonio, Vespilazione al divino nella
Letteratura ccnttrr.poranea, in Religione,
Poesia, Arte; Vita e Pensiero 1956. .G. Colombo,
Aspetti della narratila conUmporanea, in Letture
IV 1956. B. Mattedccs, II sentimento cristiano
nella poesia contemporanea, in Humanitas,
1948 p. 413 segg. E. Petrini, Dell'ispirazione
religiosa nella moderna lirica italiana, in
Humanitas, 1953, p. 518-599.
2.
Sui singoli autori presentati, segnaliamo
i. volumi della collana / compagni di Ulisst,
ed. Morcelliana, Brescia, ad opera di studiosi
cristiani particolarmente competenti, come
Bauddaire di F. Casnati; Rimbaud di Daniel-Rops;
Gide di H. Massh; Ibsen di M. Apox.-lonio;
Pirandello di Nelle Zoja; Kqfka di R. Paoli;
Pascoli di G. Bianconi; Thompson
di F. Olivero; Hopkins di S. Baldi; Claudel
di E. Francia; Dostojewski di R. Guardini;
Bernanos di L. Estano. Inoltre, i saggi e
profili di autori, pubblicati sulle riviste:
Civiltà Cattolica, Roma; Vita e Pensierii
0, Milano; Humanitai, Brescia; Ragguaglio
Librario, I. P.L. Milano; Letture, dei Gesuiti
di Milano.
3. Su gl'Italiani. M. Sticco,
La poesia religiosa del Risorgimento, a ed.,
Vita e Pensiero, Milano 1945. L. Tonelli,
Leopardi, Corbaccio, Milano 1937; Manzoni,
a ed., ivi 1936. Momigliano, A. Manzoni, 3
ed., Principato, Messina 1933. V. Schilirò,
Itinerario spirituale di A. Negti, I. P. L.,
Milano 1938. A. Di Pietro, Pirandello, Ed.
Vita e Pensiero, Milano 1950. F. Piemontese,
Pascoli il pellegrino del mistero, Guanda,
Modena 1938. U. Monti, Luci cristiane nel
Pascoli,S. E. L,Torino 1943. A. Viviani, Gianfalco.
Vita e storia di G. Papini, Barbera, Firenze
1934. F. Casnati, Cinque Poeti (Ungaretti,
Montale, Quasimodo, Gatto, Cardarelli), Vita
e Pensiero, Milano 1944. V. Volpini, Antologia
della poesia religiosa italiana contemporanea,
Vallecchi, Firenze 1958. M. Sticco, II romanzo
italiano contemporaneo, Vita e Pensiero, Milano
1953. Per una visione generale cfr. Baroellini
Ottocento e Hovecenta
Vallecchi, Firenze 1949-50. I, Scaramucci,
Romanzi del nostro tempo. Filosofia di crisi
nel romanzo del dopoguerra. La Scuola, Brescia
1956.
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