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la testimonianza della moderna letteratura - l'incontro con cristo

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO II - L'INCONTRO CON CRISTO

§ 1. - Fjodor Dostoievski (1821-1881). L'uomo fra due abissi.

Nell'anno 1849, in un convoglio di condannati ai lavori forzati in Siberia, stava un giovane pallido e taciturno. Si era compromesso lui pure, ufficiale dell'esercito, nei moti rivoluzionari socialisti, e la condanna a morte gli era stata per grazia commutata nell'ergastolo siberiano. Ad una sosta agli Urali, donne pietose vennero a confortare i detenuti, e il giovane taciturno ebbe in dono un piccolo Vangelo. Fu questo per F. Dostoievski il viatico nei duri anni della prigionia e il compagno ispiratore per tutta la vita. Da quell'incontro, in momenti di disperazione, prendeva le mosse il più grande scrittore e testimone di Cristo della Russia moderna.

Dostoievski è uno di quegli ingegni colossali che abbracciano in sé le esperienze di un'epoca e prevengono i tempi. Quanto turbinava nello scorso secolo al fondo delle coscienze ed oggi è maturato in crisi spirituale, la lotta aperta tra l'ateismo e la fede, tra la personalità e la collettività, tra cristianesimo e comunismo, è passato nell'anima di Dostoievski in lucidità di visione e fu tradotto con l'arte in rara potenza di rappresentazione.

Nei circoli rivoluzionari dell'ìntellighentia russa egli ebbe modo di scoprire l'orgoglio satanico dell'uomo moderno, infatuato di cultura, col suo proposito di rovinare trono e altare per innalzare la sua libertà e volontà di potenza. Poi, negli anni dell'ergastolo, potè sperimentare e scrutare il fondo nudo dell'uomo, tanto oscuro e caotico; un impasto di tendenze al male e di aspirazioni al bene, di egoismo, di 'Crudeltà, di sensualità sfrenata, ma pure di desideri e momenti di bontà, di purezza, di sacrificio. Più volontà che razionalità. Questo tt l'uomo del sottosuolo o del fondaccio d'osteria " quale Dostoievski analizza in una delle prime opere: Memorie del sottosuolo (1864).

Molti anni prima di Malraux e di Camus, il grande russo aveva denunciato l'assurdità di una condizione umana così contraddittoria, per l'incapacità di risolvere gl'intimi contrasti, per le smisurate aspirazioni cui l'uomo tende senza potere realizzare mai: le muraglie dell'impossibilità contro le quali egli viene a cozzare. Ma pure il Vangelo gli aveva fatto luce in questo s terribile mistero " come già ad Agostino, a Pascal, a quanti geni cristiani si sono affacciati sugli abissi del cuore umano. " Troppi enigmi opprimono l'uomo su questa terra... Quello che io non posso sopportare è che un uomo, magari nobile di cuore e di ingegno elevato, cominci con l'ideale della Madonna e finisca con quello di Sodoma. Ancora più tremendo è che qualcuno, che ha già nell'anima l'ideale di Sodoma, non rigetti neppure l'ideale della Madonna, e ne arda in cuor suo sinceramente, come nei giovani anni innocenti. Vasto davvero l'uomo, fin troppo vasto. Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini" (/ Fratelli Karamazoff, ed. Einaudi, Torino 1949, voi. I, pp. 167-1C8).

È l'intuizione base non solo di questo romanzo, ma di tutta l'opera di Dostoievski. A volte sembra prevalere il demonio, in questa lotta tremenda, in cui è in gioco l'umano destino. Soffiando ora nella fucina dell'orgoglio, ora nel fomite della concupiscenza carnale, il diavolo spinge l'uomo a ripetere il gesto di ribellione, a disfrenare il suo arbitrio, fino a volersi sostituire a Dio. Nessun'altro scrittore ha reso con tanta potenza la ribellione satanica della moderna civiltà, immanentistica è materialistica, al pari di Dostoievski. E con la ribellione le conseguenze: l'inferno nei cuori, lo scatenamento delle forze bestiali nella società e il caos che prelude al finimondo. L'uomo che voleva essere tutto, finisce con l'annientarsi.

Ma la vittoria, in definitiva, è sempre di Dio. La natura umana ha un fondo di bontà, di verità, che la porte irresistibilmente a Dio. Anche l'uomo del sottosuolo, che ha abbandonato la sua libertà all'anarchia, cerca infine " qualcosa di diverso, di molto diverso, a cui aspiro sopra ogni cosa e che non riesco a trovare in nessun modo ".

I Personaggi di Dostoievski caduti nelle spire del male, come Raskolnikof di Delitto e Castigo, Mitia e Ivan dei Fratelli Karamazoff; Kirillov de 1 Demoni, sono tormentati da profonda angoscia, che è in fondo rimorso, sofferenza e noia, paura dell'abisso, in cui il male precipita. D'altra parte l'uomo, solo, è impotente a sollevarsi, a risolvere l'interiore conflitto. La stessa impressione egli prova di fronte al dolore e di fronte alla morte.

Qui avviene l'incontro con Cristo. Lui, l'innocente che si è caricato delle sofferenze e delle colpe umane; Lui, l'uomo completo, die concilia in sé tutte le antinomie; l'ideale concreto delle aspirazioni umane: l'uomo fatto Dio!

" Vi sono molti grandi evolutori dell'umanità... ma l'ultimo e più grande
ideale della evoluzione umana, che si è rivelato nella nostra carne e secondo i
dati della storia umana, è Cristo... La natura sintetica di Cristo è straordinaria.
Eppure è la natura stessa di Dio; Cristo è perciò l'immagine di Dio sulla terra...
Cristo è completamente penetrato nell'umanità e l'uomo s'affanna a trasfor-marsi nell'io cristiano come nel suo ideal
e ".

Questo Dostoievski scriveva nelle Meditazioni presso la bara, allorché, prostrato dalla perdita della prima moglie, cercò nel Vangelo salvezza dalla disperazione. Anche allora, tome negli anni della Siberia, Cristo gli venne incontro per additargli in chiara luce il destino dell'uomo.

La fede di questo genio, grande e sventurato, passerà ancora altre prove, prima di giungere al canto dispiegato, a II mio osanna è passato attraverso ii tremendo purgatorio del dubbio" (Pensieri). Ma ogni prova sarà una nuova conquista di certezza, più ancora di amore appassionato, " Mai ho potuto immaginarmi gli uomini senza di Lui ", segnava nell'abbozzo de L'adolescente, e in quello de I Demoni il bruciante messaggio: e A voi, negatori di Dio e del Cristo, non è mai venuto in mente che tutto sarebbe fango e peccato nel mondo, senza Cristo? "

Nei grandi romanzi di Dostoievski vediamo, dal fondo indistinto e torbido della comune umanità, distaccarsi le creature del peccato e le creature della grazia. In mezzo, nel momento decisivo, sta il Cristo, segno di contraddizione, di salvezza o di rovina.

Il giovane Raskolnikof in Delitto e Castigo, esaltato dalla teoria del superuomo, crede di poter legittimare un orribile omicidio; ma poi sperimenta in sé l'angoscia del rimorso e della condanna. Non ostante la sua pretesa di essere audace, superiore alla comune società degli ipocriti, abile nel giocare la polizia, sente pure il bisogno di essere umano, compassionevole, benefico. L'incontro con Sonia, la fanciulla che accetta una vita disonorata per salvare la famiglia, lo commuove profondamente e gli fa scoprire la propria viltà. Più ancora quando entra nel segreto di quest'anima: la sua fede e la sua dedizione eroica.

— Tu dunque, Sonia, preghi molto Dio?

Che cosa sarei mai senza Dio? — sussurrò ella rapida, con energia.
E Dio, che cosa fa per te?
Sonia tacque a lungo, come se non potesse rispondere...

— Tutto fa! — sussurrò rapidamente" (ed. Slavia, Torino 1980, voi.
II, p. 59).

E quando, dopo queste battute, Sonia prende il libro del Nuovo Testamento, che tiene sul cassettone, e legge a Raskolnikof il vangelo della resurrezione di Lazzaro, sentiamo di essere al punto cruciale del dramma.

Il giovane esce da quell'incontro sconvolto. L'indomani torna per confessare il suo tremendo segreto e il selvaggio catechismo che l'ha spinto al delitto. Ed è ancora la fanciulla a segnargli in nome di Dio la via della espiazione e della redenzione. Gli dona la sua crocetta di legno e si offre di accompagnarlo nella prigionia, a Andremo insieme ad espiare, porteremo la croce insieme ".

In Sonia abbiamo una di quelle creature care a Dostoievski, la cui nativa bontà, sorretta dalla fede, è appena esteriormente sfiorata dal male. Il peso dei peccati del mondo grava su di loro come una croce che esse portano con umile ed eroica accettazione, salvando se stesse e gli altri. Là dove manca almeno una di queste anime, non c'è neppure la presenza del Cristo, e le potenze demonia che hanno il sopravvento. Come nei Demoni, il terribtte romanzo in cui Dostoievski ha voluto dimostrare a quale grado di pervertimento e di disgregazione morale arrivino gli uomini, senza Dio.

Stavròghin, il dominatore di quella banda di terroristi, è un senza cuore, un cinico, che ama piegare le donne alle sue voglie e gli uomini a strumenti esecutori delle sue idee estremiste. Tormentato in fondo dall'angoscia del nulla in cui precipite, tenta l'evasione con nuovi errori e più gravi eccessi, fino al suicidio.

Tra quelli presi nel vortice demoniaco, si distingue Kirillov, il mistico del nichilismo, che svolge fino in fondo il tragico duello dell'uomo con Dio. "Dio mi ha tormentato tutta la vita", dichiara apertamente (ed. Mondadori 1942, p. 179). L'uomo, per lui, è tormentato perennemente dalla paura della morte, dell'aldilà, di Dio, che si erge come schiacciante assoluto di fronte al limite umano. "Vi sarà l'uomo nuovo, felice e superbo. Colui al quale sarà indifferente vivere e non vivere, quello sarà l'uomo nuovo! Chi vincerà il dolore e la paura, quello sarà Dio " (p. 177).

Kirillov sa bene che da secoli l'umanità guarda a Cristo come al vincitore del dolore e della morte; ed egli stesso prova per Lui un'ammirazione sconfinata, k Ascolta: quest'uomo era il più alto su tutta la terra, costituiva ciò per cui essa doveva vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò che è sopra di esso, sena quest'uomo non è che una pazzia" (p. 931). Ma Cristo non può essere il salvatore dell'umanità, secondo Kirillov, perché non è Dio, anzi, perché non c'è Dio. Allora egli stesso prenderà il coraggio di trame le conseguenze.

" — Se non c'è Dio, io sono un dio.

Ecco, non ho mai potuto capire questo vostro punto: perché siete
voi un dio?
Se Dio c'è, tutta la volontà è sua, e sottrarmi alla sua volontà io non
posso. Sé no, tutta la volontà è mia, e sono costretto a proclamar l'arbitrio.
L'arbitrio? Ma perché siete costretto?
Perché tutta la volontà è diventata mia. Possibile che nessuno, su tut
to il pianeta, avendola finita con Dio e avendo posto fede nell'arbitrio, osi
proclamar l'arbitrio, nel massimo punto?... Sia pure da solo, lo farò ...Io sono
obbligato a uccidermi, perché il punto più pieno del mio arbitrio è uccidere
me stesso " (p. 929).
Con questo gesto motivato e cosciente, Kirillov pensa di distruggere la paura della morte e aprire l'era della nuova umanità. Siamo agli antipodi della redenzione cristiana: l'uomo che si distrugge per proclamare la sua assoluta libertà.

Le pagine più cupe dei Demoni hanno assunto nei tempi moderni la portata di una lucida, terribile profezia.

La testimonianza cristiana più alta e compiuta di Dostoievski è nei Fra-telli Karamazoff, dove la presenza di Cristo è portata nel vivo dell'esistenza umana. " Nel mio romanzo parlerò del demonio contro Dio, e il campo di battaglia sarà il cuore dell'uomo a, scriveva nell'abbozzo dell'opera.

Un'analisi approfondita del cuore umano, dunque, ma sul piano metafisico e religioso dell'immanenza e della trascendenza, dell'egoismo e della carità, dell’io e di Dio. I fratelli Karamazoff sono presi come tra due poli opposti: la tendenza sensuale, egoista, del padre Fedor, praticamente ateo e l’attrattiva spirituale dello Starez Zosima, l’uomo di Dio sul cui volto spira compassionevole e sorte la bontà di Cristo.

Le sue parole di conforto e di luce, a quanti accorrono a lui, hanno, il puro accento del Vangelo. " Abbi fede che Dio ti ama tanto, che tu non puoi neppure immaginartelo: ti ama- non ostante il tuo peccato... Se provi pentimento, vuoi dire che ami. E se amerai, tu sarai già di Dio " (Ed. cit., voi. I, p. 80).

Ad una donna che soffre per mancanza di fede e domanda come credere nell'immortalità, risponde: "Con l'esperienza dell'amore attivo. Sforzatevi dì amare il vostro prossimo attivamente e ininterrottamente. Nella misura in cui avanzerete nell'amore, acquisterete anche la convinzione dell'esistenza di Dio e quella dell'immortalità dell'anima " (p. 87).

Il maggiore dei fratelli Karamazoff, Dmitri o Mitia, mostra più apertamente la contraddizione delle due tendenze: sensuale e violento, come il padre, che odia a morte per gelosia; e in fondo credente in Dio, generoso e sensibile ai nobili ideali.

Ivan, il secondo, l'intellettuale, svolge teoricamente e fino alle estreme conseguenze l'ateismo pratico del padre. Alioscia, il minore, è uno di quei giovani onesti per natura, i quali cercano la verità e quando l'hanno trovata, si consacrano ad essa fino a sacrificare la vita, se occorre. " Non appena, seriamente meditando, aveva raggiunto la convinzione che l'anima è immortale e che Dio esiste, senza por tempo in mezzo si era detto: — Voglio vivere per l'immortalità, e compromessi o mezze vie non ne tollero " (p. 40). Per questo si fa monaco, figlio spirituale dello starez Zosima, e poi obbedisce alla consegna di tornare nel mondo a cercare la felicità nelle lacrime, a portare la pace di Dio nella sua famiglia.

A contatto di Alioscia, il padre, sospettoso e triste, si rasserena; i fratelli sentono il bisogno di aprire l'anima e di agitare gli eterni problemi dell'esistenza. Soprattutto Ivan, che ha nell'anima un fondo di disperazione. Egli vive in uno stato di ribellione all'esistenza, così com'è, a questo mondo in cui c'è tanto male, dove l'innocente viene torturato ed ucciso.

A questi interrogativi Alioscia risponde additando il Crocifisso : a Tu, hai detto un momento fa: esiste in tutto l'universo un essere che avrebbe la pos-sibEità e il diritto di perdonare? Ma questo Essere esiste, ed Esso può tutto perdonare, tutti quanti e di tutto quanto, perché Lui per primo ha donato l'innocente sangue Suo a favore di tutti e in riparazione di tutto. Tu ti sei scordato di Lui, e invece su Lui per l'appunto sta fondato l'edificio, e sarà a Lui die salirà l'inno: Giusto sei Tu, o Signore, dacché si sono svelate le vie Tue " (voi. I, p. 371). Allora Ivan controbatte con la famosa leggenda.

Cristo ritorna in terra di Spagna, mentre fumano i roghi della Inquisizione. Spinto da una forza irresistibile, il popolo accorre a Lui, lo segue, si rinfranca al calore della sua pietà, strappa i miracoli, leva l'Osanna. Ma il Grande Inquisitore fa imprigionare anche Lui, che viene con le sue utopie guastare l'opera del regime teocratico, inteso a procurare agli uomini quello che essi vogliono, il pane e il regno di questo mondo.

In questa leggenda Dostoievski ripete un luogo comune della critica ortodossa al Cattolicesimo, il quale avrebbe travisato il Vangelo, valendosi della potenza politica, per cercare i regni del mondo. Ma non sta qui il senso proprio della leggenda, come nota bene R. Guardini nel suo studio: II mondo religioso di Dostoievski (Morcelliana, Brescia 1951, p. 156). Nella fantasia di Ivan, ribelle al mondo e a Dio, Cristo diventa un sognatore che prospetta agli uomini un ideale impossibile. Ivan non accetta la salvezza per la via della fede, del dolore, della croce; finirà uccisore di suo padre e preda delle allucinazioni diaboliche. Il capo nono del libro undecimo è una diagnosi paurosa della disgregazione dell'uomo che ha rinnegato Dio e vuole farsi creatore di una nuova umanità.

Al contrario, Dmitri, che abbraccia la fede e l'espiazione, si riscatta dal fondo torbido e dall'angoscia, fino a sentirsi uomo nuovo e a trovare, pure nella condanna, la gioia di Dio. " Oh sì, noi staremo in catene, e non avremo la libertà, ma allora, nel profondo dolore nostro, di nuovo risusciteremo alla gioia, senza la quale non può vivere l'uomo, e Dio non può esistere: giacché è Dio che da la gioia, è questo il privilegio suo, sublime... Se loro scacceranno Dio dalla terra, noi sotto terra lo ritroveremo!... E allora noi, gli uomini sotterranei, intoneremo dalle viscere della terra il nostro tragico inno a Dio, presso il quale è la gioia! " (voi. II, p. 837).

È stato Alioscia lo strumento della grazia rigeneratrice in quel cuore: Alioscia che è riuscito a superare le tendenze disordinate della natura, a rafforzare la fede nella prova, a fare risplendere la luce e l'amore di Cristo. E quando il fratello è in cammino verso l'ergastolo della Siberia, egli ancora lo raggiunge, prende su di sé i suoi ceppi e i cenci e si pone, innocente, tra i condannati, onde far balenare in quei cervelli oscurati a il lampo della misericordiosa bontà che sola illumina il mondo ". Cosi terminava una prima redazione dell'opera.

Nessuna apologia di Cristo vince quella dei suoi membri che lo mostrano vivo e operante nel mondo. Questo comprese Dostojewski, e persegui in altre opere, cercando d'innalzare sempre più la divina figura.

Cosi ne L'Idiota, il principe Miskin, disprezzato dapprima per la ingenuità e straordinaria umiltà, diventa. centro di attrazione per il candore e la bontà del suo animo, la compassione delle debolezze umane e il perdono delle offese, la fiducia, la serenità, la gioia che riversa ovunque. Segno di contraddizione in un mondo che qualifica come " idioti " i buoni e i puri di cuore, proprio mentre li cerca e li invoca.

Ma in fine Dostojewski dovette sentire quanto fosse impresa disperata tradurre in un uòmo la figura divina ed umana del Cristo. Annotava negli ultimi propositi: a Scrivere un libro su Gesù Cristo ". Non potè attuare questo disegno, ma basta quanto scrisse per definire Dostoievski a indubbiamente, al di fuori della vera Chiesa, il più appassionato cristiano del secolo XIX " (Mau-riac). Forse in nessun'altra opera il mondo moderno ha potuto specchiarsi cosi a fondo, precisare i termini del suo dramma, misurare l'immensa portata dell'assenza o della presenza del Cristo.

§ 2. - Giovanni Papini (1881-1956). La rinascita di un uomo finito.

" Figliolo di padre ateo; battezzato di nascosto; cresciuto senza prediche e senza messe, non ho mai avuto quelle che si chiamano crisi d'anima o scoperte della morte d'Iddio. Per me Dio non è mai morto perché non è stato mai vivo nell'anima mia ".

Questi i connotati che dava Papini all'inizio del suo libro di confessioni: Un uomo finito (ed. Vallecchi 1912). Ma leggendo il libro, ti accorgi che la vita di quest'uomo, scontroso e battagliero, prima della conversione è stata tutta una crisi di anima e una continua ricerca di Dio. Poiché " Gianfalco ", come usò chiamarsi nelle riviste di punta fondate all'inizio del secolo, il Leonardo (1903) e Lacerba (1913), è uno di quegli spiriti insofferenti di mediocrità, che alla brama di tutto sapere uniscono quella di tutto possedere quanto di nobile e grande sogna l'uomo; spiriti assetati di assoluto, per i quali il mondo è troppo piccolo, " O tutto o nulla! " è il suo motto a 15 anni, quando incomincia a dar fondo alle biblioteche, e concepisce il disegno di una nuova enciclopedia, che superi tutte le altre; poi di una storia universale, poi di una somma del razionalismo, poi di una letteratura universale. Ma ogni volta che si addentra in un argomento, si perde nei labirinti delle ricerche, arrena nelle secche della filologia. Dal tutto si vede franare nel nulla dei a minuzzoli ", costretto a doversi fermare in un cantuccio, a E tutta la mia vita è stata cosi: un eterno slancio verso il tutto, verso l'universo, per dopo ricascare nel nulla... un succedersi di ambizioni enormi e di rinunzie precipitose " (Un uomo finito, p. 44, ed. Vallecchi 1947).

Ma ogni rinunzia lo porta a slanciarsi verso una più alta conquista. Dopo un periodo di pessimismo, in cui l'intelletto maggiorenne a si buttò su questa vita miserabile... a scoprirne il vuoto e il rinchiuso dolore... il nulla mascherato in cento maniere" (p. 69), Gianfalco cominciò ad esaltarsi con i primi successi, all'incontro di amici che condividevano le sue stesse aspirazioni. Abboccò all'idealismo e gli parve di aver scoperto per un momento il principio creativo unitario del tutto; ma volendo stringerne l'essenza, si trovò chiuso (come Pirandello) nel vortice del solipsimo, e infine, abbandonato al completo relativismo, e Nulla è vero e tutto è permesso ". È il Crepuscolo dei filosofi (1906).

Bisognava uscire fuori da questo giro stregato del pensiero: agire! rifare il mondo. Ecco Gianfalco a capo d'una nuova filosofia dell'azione, banditore di un nuovo vangelo di forza, di arditezza, di volontà; ma non limitato al meschino programma borghese del pragmatismo anglosassone. Si tratta di rinnovare gli uomini, a cominciare dagli Italiani, di arricchire il loro spirito per elevarli dall'infraumano in cui diguazzano, al sopraumano. Imitazione di Dio, questo il superbo programma sbandierato dal Leonardo. Uscire dalla meschina realtà, dai luoghi comuni, dal tragico quotidiano; rifare il mondo con la potenza dello spirito, la forza di volontà, l'evocazione creatrice della poesia. (Cfr. poesie e racconti straordinari di quel tempo, in Tragico quotidiano, 1906).

Per arrivare a tanto, il profeta di questo avvenire si da con la verga della stroncatura ad abbattere gl'idoli del secolo, a svegliare i dormienti; ma pure sente egli stesso per primo il bisogno di farsi un'anima grande, di assoluta purezza, di perfezione, onde arrivare alla k conquista della divinità ". Si butta nello studio delle religioni, esplora i segreti dei mistici, tenta la magia. Conclusione: la discesa dalla vetta di quello sforzo con una confusione profonda ed una disperata delusione. " Tutto è finito, tutto è perduto... Io non sono più nulla, non conto più, non voglio niente. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non potè diventare Dio a (Un uomo finito, p. 269).

Ma in questo sepolcro fermentavano i germi di nuove battaglie. Morto il Leonardo, Gianfalco entra nella Voce la rivista fondata da G. Prezzolali per agitare problemi, allargare la cultura degli Italiani, a indicare le loro inferiorità per farli migliori ". Nel 1913 fonda con A. Soffici Lacerba, rivista di avanguardia del futurismo e del nazionalismo.

La prima grande guerra fu il campo di prova delle teorie e delle audacie. Per Papini, come per molti altri, segnò la crisi decisiva e l'incontro con Cristo (1919). Sentiamo dalla sua stessa confessione come questo incontro è avvenuto.

a Durante la guerra, e specialmente negli ultimi tempi, fui profondamente rattristato dallo spettacolo di tante rovine e di tanti dolori. Rilessi in quegli anni molti libri di Tolstoi e di Dostojewski e da essi venni risospinto alla lettura del Vangelo, che avevo letto più volte ma spesso con spirito diffidente e ostile. E meditando sul Vangelo, e specie sul Sermone del Monte, venni a pensare che l'unica salvezza per gli uomini, e una salvaguardia sicura contro gli orrori presenti, non poteva essere che un mutamento radicale dell'ani me: il passaggio, cioè, dalla ferinità alla santità, dall'odio per il nemico (e perfino per l'amico) all'amore anche per il nemico. Il Cristianesimo mi appaIVe dunque, in un primo tempo, come un rimedio ai mali dell'umanità ma, proseguendo nelle mie solitàrie e ansiose meditazioni, venni a persuadermi che il Cristo, maestro di una morale così opposta alla natura degli uomini, non poteva essere stato soltanto uomo ma Dio. E a questo punto inteIVenne, io credo, l'opera segreta ma infallibile della Grazia " (La pietra infernale, Morcelliana 19S4, p. 151 seg.).

Allora, preso dall'amore di Lui, sente il bisogno di fare qualcosa perché le sue parole di salvezza giungano a quelli che non le conoscono o non le ap prezzano; e scrive La Storia di Cristo (1921), con amore di credente e con mano di artista. Colui che " ha consumato in se stesso le ambizioni di un'epoca instabile e irrequieta " (L'autore a chi legge p. 32), fino a voler diventare dio, ha compreso finalmente come soltanto nel Dio che si fece uomo è possibile aver la risposta agl'interrogativi ed alle aspirazioni umane.

Nel messaggio di Gesù, Papini ha colto il senso rivoluzionario e rigeneratore del mondo, l'imperativo a rinnovellarsi, a rovesciare mentalità, tendenze, gerarchle di valori, tutto ciò che è meschino e terreno, per trascendersi ed essere " perfetti come il Padre che è nei deli ". (Cfr. i capitoli sul discorso della Montagna). Ma pure ha egli saputo scoprire l'Amore infinito che si fa misericordia per i peccatori, sdegno rovente agli ipocriti, esigenza totalitaria verso i discepoli: tutto per scuotere gli uomini ciechi e torpidi e sollevarli a quell'Assoluto cui ogni cuore aspira.

Papini ha confidato che più volte, mentre scriveva questa Storia, provò la sensazione viva della presenza di Cristo in mezzo a noi, fino a voltarsi talora di soprassalto, quasi gli stesse a fianco. E veramente ha scritto la Storia di un Vivo, di Uno eternamente presente e del quale non si può fare a mena La preghiera finale è l'appello bruciante dell'uomo del Novecento, il quale ha bisogno di Cristo più che non mai, per non inabissarsi nell'inferno che si è scatenato dentro e fuori di lui. " Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d'ogni impossibile. E tutto l'amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore ".

L'incontro col Cristo vivente ha portato il ribelle Gianfalco nel seno della Chiesa cattolica. " Finita che fu (la Storia di Cristo) mi si presentò l'esigenza di appartenere alla società fondata da Cristo. E tra le Chiese innumerevoli che si dicono sue fedeli interpreti scelsi, non senza contrasti interni e qualche ripugnanza ora superata, quella cattolica, sia perché essa rappresenta veramente il tronco maestro dell'albero piantato da Gesù ma anche perché, a dispetto delle debolezze e degli errori umani di tanti suoi figli, essa è quella, a parer mio, che ha offerto all'uomo le condizioni più perfette per una integrale sublimazione di tutto l'esser suo e perché in essa soltanto mi parve che fiorisse abbondante e splendente il tipo d'eroe che ritengo il più alto: il Santo " (La pietra infernale, p. 152).

Questa conclusione d'un laborioso itinerario non fu per Papini la resa armi, l'insediamento in una raggiunta certezza; fu anzi l'inizio di nuove battaglie e di un aspro cammino. L'uomo che già prima aveva lottato e odiato " per amore agli uomini ", ora si sente mosso da un a prepotente desiderio di seIVire a loro, di essere un militante per il Regno di Dio. Gli scritti programmatici: Lo scrittore come maestro, La moralità nella letteratura, (in La pietra infernale) stanno a indicare la battaglia ingaggiata da G. Papini in Italia per richiamare la letteratura al suo compito nobilissimo di formare gli uomini e non di limitarsi al gioco dei dilettanti o all'esercizio degli esteti. Peccato che il gusto del paradosso e della stroncatura abbiano spesso soverchiato la creazione d'un artista, l'intimità d'uno scrittore pure molto dotato, il quale s'impone con la sua nuda sincerità e con la forza d'uno stile incandescente.

Le Lettere di Papa Celestino VI agli uomini (Vallecchi 1946) sembrano scritte con le lacrime e col sangue, come un pastorale messaggio all'umanità in pericolo di naufragio. E gli ultimi libri di " schegge " La spia del mondo, La felicità dell'infelice, dettati in una clausura di cecità e di sofferenza; sono un distillato di cristiana saggezza dell'uomo che attraverso le lotte e il dolore ha raggiunto la serenità dello spirito. " Un miracolo ancor più incredibile, raro ma stupendo, si avvera in certe anime di santi e di poeti : il dolore, arrivato alla sua estrema pienezza, esplode in gioia, fiorisce in felicità " (La felicità dell'infelice, p. 19).

§ 3. - Francois Mauriac (1906). L'Amore che tormenta finché non sia posseduto.

C'è una pagina in Giovedì Santo che può offrire la chiave di tutta l'esperienza di vita e di arte di F. Mauriac. Là dove egli si ritrova adolescente nella cappella del collegio, a cantare l'Ufficio delle tenebre, e si sente nell'intimo sollecitato da opposti richiami: la voce di Cristo che gli giunge dalle lamentazioni del profeta e dal mistero eucaristico, e la voce dell'istinto che si desta e urge col fremito della primavera.

" In quegli anni innocenti io cominciavo a sentire il mio cuore diviso e la Settimana Santa me ne dava la rivelazione. Tutti gl'incanti del mondo facevano lega contro il fanciullo che avrebbe voluto unirsi all'agonia di Cristo... Cosi il rinnovellarsi della grazia e della natura si scatenavano nel giovane cristiano, iniziando tra le due primavere una singolare tenzone, che doveva cessare solo dopo molti anni. Ed è proprio finita? " (ed. Morcelliana pp. 27-31).

Nella sua vasta opera di narratore, Mauriac svolge questo intcriore conflitto, che l'uomo cerca il più delle volte di nascondere agli altri e perfino a se stesso. Gli è che troppo spesso il richiamo dell'istinto prevale su quello dello Spirito, e la vita diventa una catena ingarbugliata di errori e di colpe. Mauriac intuì, fin dalle prime armi, il tremendo impegno dell'artista cristiano, che è quello di aiutare l'uomo a comprendere se stesso, per trovare la via, e gli parve un dovere e un atto di amore farsi anche spietato nello scoprire piaghe nascoste, fondi d'infezione; nell'abbattere costruzioni fittizie, facili compromessi, che incrostano l'anima e ne inceppano il libero volo. " 11 più sporco di noi assomiglia al velo di Veronica. Tocca all'artista rendere visibile a tutti gli occhi questo volto estenuato ". (Il romanzo, cap. IX, cfr. pure gli altri saggi: Dio e Mammona; La letteratura e il peccato, tee).

Sono note le polemiche suscitate dall'opera di Mauriac in campo cattolico. Chi l'accusa di eccessivo pessimismo e di fatalismo, nel rappresentare una umanità irrimediabilmente guasta; chi addirittura di dilettazione morosa in quel suo indugiare sulle attrattive e sul peccato dei sensi. I giudici più benigni ci vedono un fondo persistente di giansenismo, che lo induce a palleggiare l'uomo tra il peccato e la grazia. Si potranno fare tutte le riseIVe possibili, specialmente di fronte a certi fondi mostruosi rovistati nei due romanzi di Teresa Dusqueyroux, in Genitrìx, in Sagouin, in Galigat; ma non si può misconoscere all'opera di Mauriac, artisticamente cosi vàlida, la positiva impostazione ed il pregio di un'alta testimonianza cristiana, in un'epoca in cui la letteratura che analizza l'uomo, da Flaubert, a Proust, a Moravia, a Sartre, scopre in fondo solo fango, angoscia, disperazione.

" In qualsiasi scrittore che al centro della propria opera abbia posto la creatura umana fatta a immagine del Padre, riscattata dal Figlio, illuminata dallo Spirito, io non potrò mai riconoscere un maestro di disperazione, per quanto tetra possa essere la sua pittura. Se tale risulta, è perché egli crede nella natura ferita, se non corrotta, dell'uomo. La storia umana narrata da un romanziere cristiano non può avere colori d'idillio, per il fatto che egli non può prescindere dal mistero del male. Ma in questa ossessione del male è implicita quella per la purezza, per l'infanzia " (nella rivista Ecclesia, IL 1953). In questa estrema difesa c'è tutto Mauriac: la nostalgia per la purezza dell'infanzia, il mistero del male, l'impronta viva nel cuore umano dell'Eterno Amo re. L'uomo per Mauriac è un essere fatto per amare ed essere amato. In questo sta la felicità ch'egli è portato a cercare, irresistibilmente. Ma impastato com'è di carne e di sangue, con in fondo all'anima un'eredità di orgoglio ribelle, crede ostinatamente che l'amore sia fatto di carne e la felicità consista nel soddisfare l'avidità, l'ambizione, l'orgoglio. Solo la dura esperienza della vita vale a disingannarlo, e solo la grazia può aprire gli occhi alla verità. Nei a deserti dell'amore ", nell'esasperata ricerca di trarre " l'infinito dal finito ", l'uomo avverte l'inadeguatezza delle creature rispetto ai suoi desideri, scopre con orrore il fondo di malizia che lo rende odioso e spregevole, ma pure si trova sempre in attesa di Qualcuno che, al di là del limite umano, lo comprenda e lo ami.

a Mi sono sempre ingannato sull'oggetto dei miei desideri. Non sappiamo quel che desideriamo, non amiamo quel che crediamo di amare " (Groviglio di vipere, Mondadori 1952, p. 179). Il personaggio che così si confessa, stende per tutto il romanzo un'analisi spietata della sua vita, trascorsa nell'incomprensione verso la sposa e nell'urto con i figli, fino a scoprire in sé e in questi " l'orrendo groviglio di vipere ", rappresentato dall'avidità del denaro, dall'odio represso, dalla sete di vendetta. In questo riconoscimento è già l'ansia d'una rigenerazione. Ma com'è possibile?

" Ci vorrebbe una forza, mi dicevo. Ma quale? Qualcuno. Sì, qualcuno in cui poter ricongiungerci tutti e che fosse, agli occhi dei miei, garante della mia vittoria interiore; qualcuno che testimoniasse per me, che mi alleggerisse del fardello immondo, che se lo prendesse... Anche i migliori non imparano da soli ad amare; per passare al di là del ridicolo, dei vizi e soprattutto della bestialità umana, bisogna avere in sé un amore arcano che la gente non conosca. Finché questo segreto non sarà scoperto, cerchereste invano di mutare lo stato degli uomini. Credevo che fosse l'egoismo a rendermi estraneo a tutto ciò che non riguardava che l'economia della società; e sono stato infatti un mostro di solitudine e d'indifferenza; ma verrà anche in me la sensazione, la certezza oscura che a nulla serve cambiare la faccia della gente; bisogna saper raggiungere il suo cuore. Cerco soltanto chi sarà capace di riportare questa vittoria; dovrebbe essere il Cuore dei cuori, il centro bruciante di ogni amore" (p. 190).

L'autore ha scortato quest'anima infelice fino all'approdo nella luce e nell'Amore; ma in tutta l'avventura grava l'ombra di tcmediocri cristiani che nascondono questa luce... e allontanano il peccatore da una verità che, attraverso essi, non risplende più! " (breve prefazione all'opera).

Mauriac, comprensivo e indulgente verso i peccatori d'ogni specie, è spietato verso i cristiani che si fasciano di devozione e di zelo, senza portare nel mondo la carità di Cristo. Nella Pietra di scandalo (ed. Fiorentina 1952) egli ha dato sfogo all'amarezza e allo sdegno per i cristiani borghesi, incapsulati nel loro egoismo; stoccate anche forti su forme esteriori del culto e del costume ecclesiastico, che andrebbero rivedute. Testimonianze anche queste d'un cristianesimo militante, cui è facile sconfinare nell'intemperanza. Quando invece Mauriac si tiene nel campo che gli è proprio, quello dell'arte, il suo zelo riprende la misura e forza anche maggiore. Nessuna sua critica al fariseismo di certi cristiani vale quanto il romanzo La Farisea (Mondadori 1947), dove è rivelato il substrato di orgoglio che ispira lo zelo indiscreto e la falsa devozione, ma più ancora " l'orrore della tortura che infliggono a se stessi i servi di Dio che ignorano l'Amore ".

La conclusione è come il risveglio tremendo del giudizio: "Alla sera della sua vita, Brigida Pian aveva finalmente scoperto che non bisogna assomigliare a un seIVitore orgoglioso, preoccupato di abbagliare il padrone pagando il suo debito fino all'ultimo obolo, e che il Padre Nostro non s'aspetta da noi che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti. Ella sapeva adesso che non importa meritare, bensì amare ".

Si comprende ora il significato della Vita di Gesù scritta dal Mauriac nella piena maturità (1936, traduz. di A. Silvio Novaro, Mondadori 1944). E' la testimonianza all'Amore infinito che ha preso la nostra carne e il nostro sangue per risanarli dall'impurità, per riempire il vuoto dei nostri cuori, per stringerci nell'amplesso d'un solo Cuore.

La penetrazione dello psicologo, l'arte del poeta, l'ardore del credente hanno creato il capolavoro, concentrato in un solo soggetto: " II segreto dei segreti: cioè che l'amore non è un sentimento, una passione, ma una persona, Qualcuno. Un uomo? Appunto, un uomo. Dio? Appunto, Dio. Lui che è qui. Che bisogna preferire a chicchessia? Non basta: che bisogna unicamente adorare " (pag. 87).

In rapidi scorci, d'una penetrazione talora folgorante, Mauriac segue il cammino del Cristo alla conquista dei cuori, attraverso le pagine di quella storia evangelica che ancora " respira ".

La Madre e i discepoli apprendono le esigenze d'un amore divorante, che non tollera mezze misure; i poveri e i sofferenti sono attratti dal fascino di un cuore smisuratamente compassionevole, fino al miracolo; i superbi spregia-tori degli altri si vedono smascherati nel fondo della loro meschinità e della loro malizia; i peccatori fermati d'un tratto e sconvolti nell'intimo da uno sguardo che scava nel profondo, da una potenza di amore che vince ogni resistenza.

Le pagine migliori di questa Vita sono le storie di conversione. Senza lasciarsi prendere la mano dal romanziere, Mauriac vi ha portato la sua rara penetrazione del cuore umano, sempre inquieto e facile alle seduzioni perché lanciato i in questa corsa dietro l'infinito, in questa caccia all'assoluto attraverso il sensibile" (p. 114). Affinchè la nostra corsa non fosse vana e disperata, l'infinito Amore si è mosso incontro, alla ricerca di quanti si sono smarriti. " D'ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato " (p. 291). La fede di Mauriac poggia tutta sulla realtà divina e umana del Cristo, vivente nella Chiesa, dove ancora possiamo incontrarlo, sentire la sua parola, avere il suo perdono e il Pane di Vita. " Questo grand'albero cattolico non ci sembra così bello se non perché è realmente vivo, e, malgrado tanti rami secchi, gorgoglia di succhi e il sangue di Cristo seguita a circolaIVi, dalle radici ai minimi ramoscelli, e fino all'ultima foglia. Il Cattolicesimo senza il Cristo sarebbe un guscio vuoto, curiosamente lavorato. Per contro, che un maremoto distrugga i templi e i chiostri, i palazzi delle opere: nulla in realtà sarà distrutto, poiché resterà l'Agnello di Dio " (p. 22). E la Chiesa fa come Lui, prende tutta la nostra umanità, fatica e soffre a purificarne le sozzure, ad elevarci in alto, anche col più semplice rito, a e cosi le lacrime e i baci nostri giungono fino a Colui che ci ha fatto la promessa: Tutto trarrò a me " (Giovedì Santo, p. 29).

§ 4. Riccardo Bacchetti (1891). Lo sguardo di Gesù.

Bacchelli narratore non ha bisogno di presentazione a chi conosca l'a b e delle nostre lettere, tale è la mole dei suoi libri e più la forza dello scrittore. Il quale va annoverato nella serie, oggi sparuta, dei romanzieri " morali " non per la castigatezza delle sue pagine (talora apertamente veriste e perfino boccaccesche), ma per il senso morale che illumina ogni vicenda e riporta i fatti umani ad un giusto giudizio di valore.

Basti riferirci all'opera maggiore Il mulino del Po (8. voli. 1938-40), dove in ritmo largo e fluente, come il corso del grande fiume, svolge la quotidiana vicenda del popolo italiano nel secolo del risorgimento, rannodata alle avventure di una famiglia di mugnai. Epoca turbinosa di lotte, di rivolgimenti politici e sociali, di crisi religiosa; tempi nei quali sembra fatale il prevalere della forza e dell'astuzia, l'oscurarsi della coscienza. Invece il Bacchelli mostra la vitalità del popolo italiano proprio nella sua sanità morale: la dedizione al lavoro e alla famiglia, la fiducia nel bene e nell'avvenire, ispirate dalla fede in Dio, alimentate dalla pratica religiosa.

" Non poteva più farlo senza ricordarsi del male che v'era attaccato, tanto più che suo padre, uomo molto pio, l'aveva allevato nel timor di Dio, e se la vita militare l'aveva offuscato, quella solitudine pregna di ricordi glielo rendeva. Aveva infatti preso a dire assai esattamente le sue orazioni, e né poteva cancellar dalla memoria le parole del malvissuto e peggio morto Maz-zacorati, né fingere di non sapere che cosa fosse la scomunica. Inoltre l'offesa alla Madonna gli pareva la più odiosa, per un verso, e la più temeraria per un altro, come fatta alla Madre in eterno pietosa : e chi intercederebbe più per lui davanti a Cristo giudice, in cui credeva? " (voi. I, p. 75). E' il protagonista Lazzaro Scacerni mugnaio, il quale dalla campagna napoleonica in Russia riporta un documento che gli fa ricuperare un tesoro rubato da altri in un santuario, compra un mulino e inizia la sua piccola fortuna. Ma non ha pace e sicurezza fin tanto che non penserà seriamente a regolare le cose con Domineddio e con la Chiesa. Cosi, ogni volta che si compromette nel male o è tentato di disperazione, sarà sempre la coscienza cristiana a non lasciarlo in pace e a salvarlo nelle braccia dell'infinita Misericordia. In questa fede e con la dura esperienza, il popolano acquista la saggezza della vita e scopre il senso della storia. <c Quando si è stati al mondo un pezzo, e se ne son viste tante, a ripensarci si conosce che il mondo è una matassa: o che vogliamo dipanarla o che vogliamo arruffarla, il capo sta sempre in mano di chi ci ha fatto, e sa lui come e perché. Quando s'è capito questo, ragazzi, possiamo ben studiare le stelle e la luna, le comete e H sole di notte. Da capire non c'è altro: Dio ha il capo della'matassa " (p. 579). Per questo ha fatto scrivere sul suo mulino: "Dio ti salvi! ". Passano i giorni e gli anni, passano le generazioni umane tra un turbine di lotte e di errori, e la vita continua, come il fluire del fiume " nel tempo che volge e rivolge coi giorni e con noi ogni cosa nel segreto di Dio " (voi. Ili, p. 786).

Annota F. Casnati : " La prima parola del primo titolo è Dio; l'ultima parola di tutta l'opera è Dio. Da Dio a Dio: tale l'itinerario di una grande opera letteraria italiana a un secolo dai Promessi Sposi. E' tal fatto da gridarlo dai tetti in questi anni di stremata, arida, e spesso ignobile letteratura " (Favole degli uomini d'oggi, Vita e Pensiero 1952, p. 91).

Tra i romanzi storici del Bacchelli ce n'è uno a soggetto biblico particolarmente ricco di psicologia e vivamente attuale di significato: Lo sguardo di Gesù (Garzanti, 1948). Sull'episodio dell'indemoniato di Gerasa, liberato da Cristo (Me. 5, 1-20) lo scrittore costruisce un'appassionante avventura, intrecciata nella storia evangelica.

— Prendimi con te — supplica Itamar, l'uomo liberato dalla legione di demoni. Ma Gesù la rinvia a casa, mentre il suo sguardo si posa su di lui, come a penetrarne il mistero dell'anima. Alla luce di quello sguardo in una coscienza appena ridesta, l'uomo scopre con spavento il fondo di orgoglio, di ribellione, di angoscia che aveva portato lui, ebreo ellenizzante, colto e raffinato, all'ossessione diabolica. Gesù risale col drappello dei discepoli sulla barca, e Itamar rimane solo, come un segregato dal numero degli eletti. " Si domandò allora che cosa era mancato o mancava a lui, e gli attraversò l'anima una risposta certa e inesplicabile: egli aveva qualcosa di troppo... Gli ricadde sull'anima il peso d'una tristezza più seIVa e più travagliata dei demoni che l'avevano posseduto e travagliato. Egli era risanato soltanto per conoscere e soggiacere a cotesta tristezza, anzi per riconoscerla e ravvisarla perpetua, statuita e preesistente... Come mai non s'era accorto subito che quell'uomo gliela leggeva nell'anima, e che lo respingeva a causa d'essa?... Non v'era mica affezionato, non n'era geloso, non mica l'amava... Si arrestò spaurito: in verità, non aveva amato mai altro, orgogliosamente, viziato ed ozioso " (pp. 18-28). Una tristezza pregnante di orgoglio intellettuale e di incapacità morale: proprio il vizio che porta l'uomo moderno a macerarsi in se stesso, senza via di scampo. L'essere preda dei demoni immondi verrà di conseguenza.

Itamar ritorna alla nativa Gadara, ma si trova spaesato tra gente che vive di piccoli fastidi e povere soddisfazioni. La passione per Egla, la fidanzata di un tempo, gli consente momenti di oblio; e un periodo di stordimento passerà "Ila corte di Erode, ricercato dal tetrarca per l'abilità militare e diplomatica. Ma ogni esperienza mondana non fa che acuirgli in fondo la tristezza e accendergli il desiderio di riavvicinare il Profeta di Nazaret.

II racconto si stringe via via intorno ai due personaggi, l'uomo e il Cristo, sbalzati in potente rilievo, sullo sfondo delle descrizioni d'ambiente e sulle pagine fosche di depravazione e d'intrigo della corte di Erode. Dapprima è la luce di quello sguardo penetrato in fondo all'anima, che continua a macerarsi nella sua .tristezza orgogliosa e impotente; poi è il riflesso d'una forza sconvolgente passata nell'anima dei discepoli; quindi sarà la parola sentita con un misto di attrattiva e di ripulsione dall'uomo confuso in mezzo alla folla. " ...dal profondo dell'animo sorgeva la persuasione d'aver accolto nelle parole di quell'uomo un che d'inaudito e di nuovo al mondo... Qualcosa di simile Itamar si ricordava d'aver trovato descritto nel greco contemplativo delle idee, in Piatone; ma descritto, e in ciò stava l'incomparabile ed incolmabile differenza. Nel filosofo altissimo, la parola era pur sempre un velo, su cui la verità traluceva per nascosto splendore, per simboli ed immagini. In questo santo di Nazaret, la parola era il corpo di luce della verità presente, che, della parola vestendosi, vi si rivelava, e rapiva lo spirito, e rinnovava l'anima... Quest'uomo Gesù non diceva la verità: era la verità, incarnata in. innocenza di spirito, in carità d'anima, perfette e viventi " (pp. 148-49). Itamar si sente estraneo al mondo, perfino all'amore: si metterà ancora sulle tracce di Gesù, per avere la luce e la pace dello spirito. Lo decide l'esempio del fratello minore, il più puro e il più buono, che parte con due discepoli del Maestro; lo decide Egla stessa, la quale ha compreso la profonda inquietudine di lui. a ...intendo ora che la bellezza e l'amore di una donna non possono riempir l'anima e compier la vita di un uomo... Va' Itamar. Soltanto dopo che tu l'avrai rivisto, potremo ritrovarci... mi guarderai e mi parlerai con occhi e voce che mi rendono quel che adesso mi tolgono: la vita, la gioia" (pp. 223-224).

La ricerca d'Itamar incrocia i pàssi di Gesù in cammino verso Gerusalemme, per l'estremo sacrificio. Nell'ammirazione e nello scandalo della gente, nei contrasti tra credenti ed increduli, tra amici e nemici, l'uomo avverte sempre più chiaramente il segno di contraddizione entrato nel mondo, come nella sua anima. La serenità e la mansuetudine del Cristo, nelle ore di passione, finiscono col piegare le ultime resistenze e disporre quest'anima alla povertà dello spirito, cui fu promessa la prima beatitudine. Itamar segue il Cristo sulla via dolorosa, col cuore trepidante di pietà e di amore. Raccoglie le ultime parole del Crocifisso, e, mentre prega fra sé: " Gesù misericordioso, abbi pietà della mia miseria d'uomo! ", vede accostarsi un tipo losco, Masma, il ladrone che gli fu compagno di bestialità al tempo dell'ossessione diabolica. Questi aveva giurato ad Itamar odio e morte, ed ora gli s'avventa contro e lo trafigge. Cosi l'agonia dell'uomo si consuma con quella del Cristo, in una gioiosa certezza di perdono e di liberazione.

S'è accennato alla coincidenza tra il tormento di Itamar e l'angoscia dei moderni. Quel k qualcosa di troppo " che l'avrebbe fatto respingere da Gesù, fa pensare stranamente al " di troppo " della nausea di Sartre. La tristezza di Itamar è di natura intellettuale e metafisica come l'angoscia degli esistenzialisti. Quella libertà che non riconosce limiti né legge, che scambia l'amore con l'egoismo dei sensi e finisce in orgogliosa ed esasperata solitudine è la stessa che troviamo in Malraux, in Camus, in Sartre, in Moravia. Questo personaggio, eccezionale in tutta la vasta produzione del suo autore, "sembra raccogliere il confluire di tutti i più vitali motivi fermentanti nella crisi spirituale dell'uomo del nostro tempo... E sembra che Bacchelli abbia voluto impostare i termini del problema religioso della nostra epoca seguendo una linea che porta dritto ad una soluzione cristocentrica. Che, oggi, certe forme di religiosità sfumate di evanescenze deistiche non appagherebbero e non appassionerebbero nessuno: oggi, per la nostra società disgregata e disorientata, come per Itamar, l'incontro col Cristo, quale ne sia il risultato, è un incontro da cui non si può prescindere " (I. Scaramucci, Romanzi del nostro tempo, La Scuola, Brescia 1956).

§ 5. - Graham Greene (1904). Il nocciolo della questione.

Quando nel 1928 fu mandato nel Messico in qualità di reporter di un grande periodico londinese, Graham Greene era già cattolico per convenienze di matrimonio, ma senza convinzioni né impegno. L'eroismo dei cattolici messicani resistenti alla persecuzione lo colpi fortemente, " Una fede che provoca tali testimonianze, scrive, doveva essere presa sul serio. M'interessai con un fascino sempre più irresistibile alla vita della Chiesa sotterranea e, a poco a poco, sentii il desiderio di approfondire la mia conoscenza del domma, la necessità di mutare la mia vita ".

Oggi Graham Greene è ritenuto il più forte scrittore cattolico inglese, per la concentrazione spirituale a cui spinge la sua analisi del cuore umano. Al riguardo dei suoi ultimi romanzi si parla addirittura di ossessione religiosa, di casistica morale, di scarnificazione della coscienza. Al di là d'una vicenda poliziesca o di un dramma d'amore, G. Greene vi squaderna dò che in fondo tormenta veramente il cuore umano: la vita in contrasto con la coscienza, la libertà resistente alla grazia, l'uomo che sfugge all'inseguimento di Dio. Qui non si tratta solo di coscienza morale, più o meno riducibile al soggetto, ma di coscienza religiosa, dove risuona una voce inconfondibile, e la grazia, ha il tocco di un Vivente, il volto di Cristo.

Il potere e la gloria (Mondadori 1945) sarebbe l'avventura poliziesca della caccia al prete, durante la rivoluzione messicana. Ma il titolo stesso ci avverte che l'avventura viene trasferita sul piano del Regno di Dio. S. Paolo ha parlato di kenosis, di annientamento della Divinità nel Cristo. Che cosa sarà allora nel suo ministro, in un povero uomo carico delle debolezze umane, in tempi tristi di persecuzione?

Il padre José è l'unico prete rimasto in quel paese, non tanto per una resistenza eroica, quanto piuttosto per un richiamo del dovere, più forte di lui, che lo riporta ogni volta egli tenta di fuggire. Nell'anima di quest'uomo è l'avvilimento e te tempesta. A lui s'inginocchiano i fedeli per essere assolti, benedetti; ed egli si sente peccatore e indegno. Gli portano i bimbi perché li rigeneri alla grazia, mentre lui è in peccato. Chiedono che consacri il pane, dia loro il Cristo, lui che ha le mani immonde! Nella sua infermità di uomo reca un potere che lo trascende e testimonia la gloria di Dio in quel mondo dove Dio lo si vuole bandire. Senza di lui a sarebbe stato come se in tutto quello spazio tra il mare e le montagne Dio avesse cessato di esistere. Non era suo dovere di restare, anche se lo disprezzavano? " (p. 87).

Il dramma di quest'anima si rasserena di fronte alla morte, al risveglio nel carcere, prima dell'esecuzione. " Che individuo impossibile sono — pensò — e come sono inutile. Non ho fatto nulla per nessuno. Tanto valeva non aver vissuto mai... — Lacrime corsero sul suo viso: in quel momento non aveva paura della dannazione, perfino la paura della sofferenza fisica era in seconda linea. Provava soltanto una delusione immensa, perché doveva andare verso Dio a mani vuote, senza aver fatto nulla. Gli pareva che sarebbe stato così facile essere un santo! Ci sarebbe stato bisogno soltanto di un po' di freno e di un po' di coraggio. Si sentiva come qualcuno che per pochi secondi avesse perduto l'appuntamento con la felicità. Sapeva ora che alla fine c'era soltanto una cosa che contasse: essere un santo " (p. 272).

Il srvo inutile se ne va, dopo aver fatto la sua parte con tante deficienze, ma almeno senza orgoglio. Quel giorno stesso arriva in incognito un altro prete, a portare in quel paese a il potere e la gloria " del Cristo.

Il nocciolo della questione (Mondadori 1952) concentra più ancora nel tormento di un'anima la contraddizione portata da Cristo nel mondo.

Scobie è un vicecommissario di polizia, onesto, di cuore, religioso anche. Preso da senso di pietà per una donna scampata al naufragio, finisce con l'innamorarsi di costei e cadere in colpa. La moglie, nel dubbio geloso, lo mette alla prova, invitandolo a fare insieme la Comunione. Ecco il nocciolo della questione: dovrà egli abbandonare quella donna al suo destino, alla disperazione, oppure tradire il Signore? Una vera ossessione tormenta l'uomo in questo dilemma, specialmente dopo che si lascia trarre a comunicarsi indegnamente. Gli pare di essere diventato la croce su cui inchioda il suo Dio e di aver mangiato con quel Pane la propria dannazione (Cfr. pp. 262 seg.).

Pochi scrittori moderni han reso cosi evidente, al pari di G. Greene. il senso teologico del peccato, come di un tradimento dell'anima che preferisce la creatura al Creatore, crocifigge in sé il Cristo, scatena nel cuore le torture dell'inferno. " Gli si formò d'improvviso davanti agli occhi l'immagine di un volto sanguinante, di occhi chiusi sotto la continua pioggia di colpi; la testa di Dio stordita dai colpi che dondolava da una parte" (p. 276). E quando, per uscire dalla morsa, Scobie medita il suicidio, un dialogo serrato si apre tra lui e il Cristo, " Diceva: oh Dio, solo io ho peccato, perché conosco le risposte da sempre. Ho preferito dar dolore a te piuttosto che ad Elena o a mia moglie, perché la tua sofferenza non posso vederla, posso solo immaginarla, Ma ci sono limiti a ciò ch'io posso fare a te, o a loro... Io non posso andare avanti, un mese dopo l'altro, insultandoti. Non posso affrontar di venire all'altare, a Natale — il giorno del tuo compleanno — ad assumere il tuo corpo e il tuo sangue per amore di una menzogna. Non posso far questo. Tu sarai più libero, quando mi avrai perduto una volta per sempre "... Ma k non potè far tacere l'altra voce; parlava dalle profondità del suo corpo: era come se il Sacramento, che ci aveva abitato per sua dannazione, si mettesse a favellare. Tu dici d'amarmi, e tuttavia mi fai questo: mi privi di te per sempre. Io ti ho creato con amore. Io ho pianto le tue lacrime. Io ti ho risparmiato più di quanto tu non possa mai sapere. Ho radicato in te questa brama di pace soltanto per poter un giorno soddisfarla e vedere la tua felicità. E adesso tu mi cacci via, mi metti fuori della tua portata. Non ci sono lettere maiuscole a separarci, quando parliamo assieme: io non sono un Tu, ma semplicemente te stesso quando tu mi parli... " (p. 299, 300).

Un dialogo interrotto e poi ripreso, fino all'ultimo, come un bisogno dell'anima angosciata che tenta giustificare la sua ostinazione, e come una ricerca altrettanto ostinata d'un Amore che non si rassegna a perdere la sua creatura. Ancor quando l'infelice si dibatte nella stretta della morte, col cuore che gli si serra dentro, " qualcuno vagava, cercando di entrare, qualcuno che chiedeva aiuto, che aveva bisogno di lui. E automaticamente, a quel richiamo di aiuto, a quel grido di una vittima, Scobie si tese tutto per agire. Richiamò la sua coscienza da un'infinita distanza per dare una risposta. Disse forte: "Mio Dio, io amo..."" (p. 308).

Per G. Greene l'amore umano non si limita mai al cerchio angusto d'una creatura, al ritmo breve della vita presente: è sempre il palpito che sale a Dio di un'anima, in gesto di offerta o di ribellione.

La fine dell'avventura (Mondadori 1953) scava ancora in questo motivo, da cui dipende il destino dell'uomo.

Sara Miles, donna di forte passione, si trova ad un certo momento legata a due uomini, ad uno dal vincolo d'un matrimonio civile, tenuto saldo da un senso di pietà e di obbigazione morale, all'altro dalla forza di un ardentissimo amore. Sara non è credente, come Scobie del romanzo precedente; ma è pur lei prevenuta da Cristo in forza del battesimo ricevuto da bambina. Nella ricerca di uscire dalla situazione impossibile, essa trova le vie della carità e del sacrificio, trova quel Dio che per amore ha dato tutto. Il suo diario intimo occupa tanta parte del romanzo, ed è come un itinerario alla fede che salva, per la strada dell'amore che si sacrifica.

" Buon Dio, ho cercato di amare, e ne ho fatto un tale imbroglio. Se potessi amare Te, saprei come amare loro. Io credo alla leggenda. Credo che Tu sia nato. Credo che Tu sia morto per noi. Credo che Tu sia D'io. Insegnami ad amare. Non m'importa del mio dolore... È il loro che non posso soffrire. Buon Dio, se solo Tu potessi scendere dalla Tua Croce per un momento e farci salire me, invece. Se potessi soffrire come Te potrei come Te guarire " (p, 174). E al termine dell'avventura, riconosce — a suo modo — che tutto è stato una corsa a Dio; che l'amore qui dissipa e strugge, per non lasciare altri all'infuori di Lui. " Tu eri 11, che c'insegnavi a dissipare come l'insegnasti al ricco, in modo che un giorno non ci rimanesse più nulla salvo questo amore di Te. Ma sei troppo buono verso di me. Quando Ti chiedo dolore mi dai pace. Dalla anche a lui. Dagli la mia pace; è lui che ne ha più bisogno " (p.179).

Fa specie trovare in un romanzo del genere, tra l'aperta mondanità e nel torbido della sensualità, una ricerca tanto appassionata di fede religiosa, da cui trarre la forza per una eroica rinuncia. Vero che a volte la preghiera si alterna con la bestemmia, la religione si confonde con la superstizione; ma è quello che avviene in molte anime, fluttuanti nel mondo.

Procedendo nella sua esplorazione, Mauriac è arrivato a scoprire negli ultimi racconti " l'abisso che l'assenza di Dio spalanca nel mondo " (La vita e la morte d'un poeta). Graham Greene scopre invece la presenza di Uno a] quale non si può restare indifferenti: o lo si ama, o si odia; o ci si arrende finalmente, o gli si sfugge per sempre. Può parer sconcertante l'audacia con cui egli osa calare Dio e il Cristo nel mondo del peccato; eppure è la realtà perenne del Vangelo: Non veni vocare iustos sed peccatores.

Quanto sia positivo il risultato, sentiamo da Brace Marshall: a Non è solo per la superiorità sui contemporanei che Greene e Waugh (altro giovane scrittore cattolico inglese) mi piacciono. È anche perché mi pare sentire il bisogno di essere santo; mentre gli scrittori dei libri santi mi fanno spesso desiderare la bigamia, il comunismo o il furto, tanto sono urtanti ".

§ 6. - La voce dei poeti.

Per quanto possa sembrare fasciata di ermetismo, non si negherà che la poesia pura è voce genuina dell'anima. Tanto più indicativa la sua testimonianza. Al di là delle orge che celebrano la politica e la scienza con le loro conquiste, la voce del poeta si leva a far sentire quanto siamo poveri e tristi in un mondo fatto estraneo e deserto per la deficienza di carità, per l'assenza di Dio dai cuori. Ma proprio nello scavo del dolore, sui sentieri dell'inferiore solitudine o Ira le macerie di un mondo in rovina, il poeta scopre come l'uomo non è mai del tutto solo, né la terra può andare distrutta, perché in mezzo a noi c'è ancora il Cristo.

Inglesi. - F. Thompson, dopo che si è arreso al celeste Inseguitore, non vive più in una fuga continua per un paese straniero: ha trovato il Regno di Dio in ogni angolo di natura, come nel trambusto della metropoli: quello stupefacente commercio tra la terra e il cielo, tra gli uomini e gli angeli, di cui è mediatore Cristo.

Quando sei cosi triste più che non mai, gridai e sopra tal dolente perdita il moto della scala di Giacobbe risplenderà fra il Cielo e Charing Cross. Si, nella notte, o anima, mia figlia, grida! ...e aggrappati agli orli del Cielo. Ecco, Cristo cammina sulle acque, non di Genezarcth, ma del Tamigi, (trad. A. Castelli, in Liriche religiose inglesi, Morcelliana 1948, p. 153).

II brillante discepolo di Newman, Gerard Hophins (1844-89), ha lasciato un tesoro di poesia che appena l'età nostra ha scoperto. La forma concentrata, il ritmo originale, Io rendono a noi contemporaneo. Orbene, tutta la poesia di Hopkins è una testimonianza di quella fede e di quell'amore a Cristo che l'affascinò, giovane studente, a Oxford e lo trasse a schierarsi nella Compagnia di Gesù {Poesie, a cura di A. Guidi, Guanda, Parma 1953).

Nel poemetto Il naufragio del Deuischland, il poeta vede in uno tutti i naufragi delle costruzioni e delle speranze umane, che gettano tanto sconcerto e disperazione nel mondo. Ma al di sopra delle tempeste, s'alza quale iride la Croce di Cristo. Della sua passione è intessuta la storia, e in questo mistero s'illuminano le contraddizioni mondane.

È dunque il naufragio un raccolto,

per Te trasporta grano la tempesta?...

Orgoglio, principe, eroe nostro, pontefice,

fuoco sul focolare del nostro caldo cuore,

Signore del galoppante stormo dei nostri pensieri!

A Hopkins e al Simbolismo in genere, si riallaccia il più grande poeta vivente del mondo anglosassone: Thomas Stearns Eliot (Poesie, trad. di L. Berti, con testo a fronte, Guanda, Parma 1949).

Passato nelle grandi città, a contatto delle correnti di cultura e della vita moderna, Eliot ne ha sentito e sofferto la povertà di senso umano, il disorientamento spirituale, la disperazione latente. Una inquieta e sincera ricerca, sotto la scorta dei grandi geni (di Dante soprattutto), l'ha condotto gradualmente alla fede cristiana, di cui s'è fatto militante nella Chiesa Anglo-cattolica (1927).

La sua poesia raggiunge con viva intuizione e forza suggestiva l'anima del nostro tempo: anima inquieta e stanca, nel chiasso della vita moderna, ma pure nostalgica d'una fede e d'una gioia perduta.

Terra deserta (1922) è il mondo di oggi, delle grandi città, in sequenze cinematografìche: gente che si muove col ritmo delle macchine, che si attacca a delle futilità e vive per consumare i suoi prodotti. Pagliacci mascherati che si dimenano in una pantomima.

" Siamo gli uomini vuoti — Siamo gli uomini imbottiti

Che appoggiano l'un all'altro — La testa piena di paglia.

Le nostre voci esauste, quando — L'uno all'altro sussurriamo

Son calme e senza senso...

Non ci sono occhi — In questa valle di stelle cadenti

In questa cupa vallata — Questa rotta voragine dei nostri regni

perduti ".

E una voce interiore ripete, alle cadenze di questo coro triste: " Perché tuo è il Regno! " (Gli uomini vuoti).

Mercoledì delle ceneri (1930) ci porta in un'atmosfera rarefatta e calma di purgatorio dantesco. Sulla terra disseminata di ossa, s'alza come alba di speranza una figura che riassume l'anelito della terra e la grazia celeste:

" Signora in veste bianca — Signora dei Silenzi — affranta e calma.

Rosa della rimembranza — Giardino ove ogni amore finisce ".

In questa luce di crepuscolo, col cadere degli anni e dei sogni infranti, appare il senso della vita e si sente il bisogno di " redimere il tempo ", non più nel frastuono e nella facile illusione, ma nell'ascoltazione del n Verbo silente " :

" In questo transito breve ove incrociano i sogni È tempo questo di tensione fra nascita e morte ".

Allora l'uomo si mette in cammino, come un giorno i Magi, in mezzo alle derisioni del mondo, per trovare la Parola, il segreto di vita,

" guidati per tutta quella strada — per Nascita o Morte? " Un incontro sconcertante: it ...Questa Nascita un'aspra e amara agonia era per noi, come la Morte, la morte nostra ".

Ma al ritorno, non si trovano più a loro agio e nell'antica legge, fra un popolo straniero che s'aggrappa ai suoi idoli ".

(Viaggio dei'Magi)

I cori da a La rocca " (1934) cantano la ricostruzione della vita e della so
cietà umana sull'unico fondamento possibile: il Cristo vivente nella sua Chiesa.

II ciclo indefinito di pensiero e di azione, d'invenzione e di produzione,
non è riuscito effettivamente a darci una vita.

" Porta conoscenza del moto, ma non della quiete;

Conoscenza del discorso, ma non del silenzio;

Conoscenza di parole, ma ignoranza del Verbo.

...Dov'è la Vita che abbiamo sprecato vivendo? a

Ma ecco, agli uomini che " non han più bisogno di Chiesa " e non si comprendono più, parla la Rocca (la Pietra posta da Cristo a fondamento), " L'inviato da Dio, in cui la verità è innata ", e ammonisce a ben costruire, per non cadere in rovina.

a Voi, avete ben costruito, se avete dimenticato la pietra angolare?

Parlando di giuste relazioni di uomini, ma non di relazioni con Dio.

...Che vita è la vostra, se non vivete insieme?

Non c'è vita se non si svolge nella comunità,

e nessuna comunità se non vissuta in grazia di Dio ". Agli uomini abbattuti, sulle loro rovine, viene additata l'opera degli umili, i quali nella fede e nell'ordine costruiscono la nuova Città e cantano:

" C'è un lavoro comune! — Una Chiesa per tutti.

E un compito per ciascuno. — Ogni uomo ha il suo lavoro ".

Francesi. - Non ho mai capito il senso umano e cristiano di tanta parte della moderna poesia come il giorno in cui visitai a Parigi la prima grande mostra di Rouault (estate '52).

Nella prima sala era un mondo di figure contorte e tristi, dai lincamemi scuri; uomini vuoti e stanchi, donne sfiorite e abbandonate, arlecchini e pagliacci dal riso amaro come una beffa. Un clima di aridità spirituale, di terra desolata. Ma ecco, tra quelli ossessi e sperduti, apparire la figura de', Cristo, dolce e accorato, chino sulle sofferenze e sulle tristezze umane. Volto insanguinato, con uno sguardo penetrante sino al cuore; crocifisso che stende le braccia e parla con le sue ferite. Sembra allora che quella gente abbattuta s: ridesti. L'uomo muto solleva il capo e le mani in segno d'implorazione e di attesa; il disperato si attacca alla croce; la peccatrice scoppia in lacrime; il pagliaccio prende sul volto una serietà che Io rende umano. È la serie stupenda del Miserere, tramata su di una via crucis di dolore e di speranza. Da ultimo, paesaggi aperti, squarci di cielo, serenità nel lavoro, volti trasfigurati in una nuova luce.

Mi parve ravvisare qui, come in una sintesi visiva, la grande poesia della Francia contemporanea, da Baudelaire a Rimbaud, da Claudel a Max Jacob: l'avventura spirituale di un mondo tornato pagano, che avverte nella sua disperazione la presenza del Cristo. Rimbaud, Verlame lo sentono battere con insistenza ai loro cuori devastati; Claudel è folgorato dalla sua luce nel Natale 1886; Germain Nouveau, il poeta randagio, lo scorge nel piccolo e nel povero: Max Jacob, mistico e poeta, lo vede entrare nella sua stamberga di Montparnasse, apparirgli sullo schermo del cinema.

A questo incontro l'anima resta scossa nel profondo; sente come una spaccatura attraverso la quale entra la luce a mostrare il disordine e a scovare il fondo buono. Una battaglia incomincia, con alternative di vittorie e di scoti fitte, di diserzioni e di ritorni. La redenzione è in cammino.

Dovrei qui riferire una ricca antologia di esperienze e di testimonianze: Peguy, J. Rivière, F. Jammes,... oltre i citati. Di Claudel vedremo appresso. Ci basti ora fermarci su uno degli ultimi e più originali: Max Jacob (1876-1944).

Ingegno tra i più brillanti dell'avanguardia parigina, amico di Apollinaire, Picasso, Salmon e di quanti artisti nuovi popolano, a principio del secolo, i tabarins di Montmartre. Anima di mistico in un corpo di satiro, tenta invano di soffocare nei disordini le aspirazioni all'alto; di mascherare sotto le pose eccentriche il fondo d'inquieta tristezza; di riempire la disperata solitudine del suo spirito in mezzo ai frastuoni mondani.

Cristo gli appare nel suo tugurio (1909), poi una seconda volta al cinematografo, sullo schermo. " Guarda la mia faccia di sangue; guarda la mia figura di lacrime, libertino... Guarda la mia croce!... Ah! tu non comprendi? Io sono qui affaticato! ".

Questo incontro è registrato in Saint Matorel (1910), storia in prosa e in versi di un tipo bizzarro, cabalista e randagio, che si converte e si fa frate, portandosi dietro le visioni allucinate dei diavoli e degli angeli, in lotta per l'anima sua. Nella caricatura è lo stesso Jacob, combattuto tra la carne e lo spirito, il cielo e l'inferno. L'incontro con Cristo Io decide per la fede cristiana (era ebreo), e Picasso gli è padrino al battesimo (1915). Ma il mondo tosto riafferra quest'uomo incapace di regolarità, di disciplina. Meditazioni religiose e preghiere in lui si alternano a vanità e gozzoviglie; fino a che il bisogno di purificazione e di ascesi lo porta a ritirarsi presso l'antica abbazia di St. Benoit-sur-Loire. Di qui verrà strappato per la deportazione e la morte in campo di foncentramento. Una morte da santo.

" Mistico e peccatore " si è definito Max Jacob in Défense de Tartufe, l'opera dove rispecchia intero se stesso e il mondo in cui vive. Un volto di arlecchino che ha per sorriso una beffa; " sotto l'espressione gioiosa è una disperazione muta". E il mondo intorno gli rivela la medesima tristezza: il chiasso, il riso, l'agitazione è maschera; sotto, il vuoto, la noia, l'angoscia. " Oh come il mondo è deserto, senza di Te, mio Dio! ".

In questo deserto, tra i pagliacci vuoti, compare Cristo a ridestare le anime morte. (Cfr. i due poemetti Le Christ au cinématographe; Le Christ à Montpar nasse, nella stessa Défense de Tartufe).

Le opere seguenti, in versi e in prosa, segnano una contrastata ma sicura ascesa di quest'anima verso l'Assoluto, fino alla piena chiarificazione artistica e spirituale di L'homme de cristal. " II saltimbanco dell'assurdo e del vuoto, scrive E. Cassi Salvi, scopre, a un certo momento sotto gli inganni del reale, non soltanto il surreale, ma il sovrannaturale. Il suo senso dell'occulto si trasfigura in senso del divino. Sotto il cadere delle maschere resta il volto piangente e rapito del peccatore ravveduto. Sotto l'amaro e il deluso traspare e si illumina il fidente amico di Dio. Il peso doloroso della carne si levifica, l'inquietudine dell'anima si acquieta in una speranza piena di pace. "Il fiume della mia vita e- divenuto un lago. Ciò che si riflette in esso non è più che l'amore. Amore di Dio, amore in Dio" " (Max Jacob, Meditazioni religiose, Morcelliana 1952, p. 45).

Italiani. - Un discorso sulla testimonianza cristiana dei poeti Italiani moderni, dovrebbe incominciare almeno da Giovanni Pascoli.

In anni grigi di positivismo e di laicismo, il poeta di Myricae, dei Canti di Castelvecchio, dei Poemi Conviviali, dischiuse orizzonti di mistero, patì il dramma della fede, prevenne le istanze spirituali dei nostri giorni, senza pur giungere ad una chiara soluzione. Rimase in lui fino all'ultimo l'ansia d'una ricerca, l'attesa d'una risposta.

La sincerità e l'intimità della poesia pascoliana si sfibra con i Crepuscolari in grigia tristezza, nell'ironia e nel pianto, per l'inconsistenza d'una vita priva di valori assoluti. " Passò quasi vent'anni - la cosa fatta di giorni, che si chiama la vita " (Guido Gozzano). a I miei perduti sogni - pieni di una mortale nostalgia " (Sergio Corazzini). Ma la loro nostalgia più grande, come già in Pascoli, è la fede dell'infanzia, alla quale alcuni ritornano, come Gozzano. attraverso un lungo calvario di dolore.

I poeti ultimi (Montale, Ungaretti, Quasimodo...) ci portano, con un linguaggio scarno e liricamente puro, alla nudità dell'anima. È qui che si sperimenta l'insufficienza di tutte le cose, i limiti in cui si dibatte l'uomo con le sue infinite aspirazioni; qui che si avverte la solitudine esasperante d'un'Assenn infinita, oppure la misteriosa Presenza che fa scaturire nel deserto una fontani d'acqua viva.

Vedete l'uomo di Montale, errante tra i ciotoli e gli ossi levigati d'una spiaggia assolata, o fisso ad una " muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia ".

Si può pensare ad una maggiore aridità di spirito, ad una più tragica confessione del limite umano?

" Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.

Codesto solo oggi possiamo dirti,

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo ".

Dal fondo di questo limite, battuto da contrasti insoluti, si levano g! interrogativi e l'invocazione, ora umile, ora ribelle, di Salvatore Quasimodo.

" Mi trovo deserto, Signore, - nel tuo giorno,

serrato ad ogni luce.

Di te privo spauro - perduta strada d'amore a (Si china il giorno, Giuseppe Ungaretti ha percorsa intera la via dolorosa dello smarrimento della sofferenza, della solitudine, fino ai piedi della Croce, fino al cuore de: Crocifisso. La macerazione del dolore, a cominciare dalla vita di trincea, h: scavato in lui un'umiltà consapevole, una forza di accettazione, una cosi intensi sensibilità spirituale, da rendere la sua fede, raggiunta ed espressa nel canto un'esperienza di vita cristiana tra le più significative del nostro tempo. (Poesv Mondadori 1943-47).

L'uomo de L'allegria ha in fondo tanta tristezza, perché sente il vanire della vita in nulla, " una corolla di tenebre " (I fiumi), a Tra un fiore colto t l'altro donato - l'inesprimibile nulla " (Eterno). Solo rimane la comunione coi vivi e coi morti, in un comune destino (Fratelli). La sospensione dell'uomo, tr; l'effimero sfuggente e l'Eterno irraggiungibile, gli sembra una dannazione " Chiuso fra cose mortali - perché bramo Dio? " (Dannazione). Allora inizia : colloquio con le cose e con Dio, nell'ansia di trovare una certezza, un punì' fisso (Cfr. in Sentimento del tempo: La pietà, Preghiera).

" Da ciò che dura a ciò che passa

Signore, sogno fermo,

Fa che torni a correre un patto.

...Sii la misura, sii il mistero.

Purificante amore,

Fa ancora che sia scala di riscatto

La carne ingannatrice " (Preghiera).

Questo bisogno di riscatto cresce con la sofferenza degli anni, che gli strappano le persone più care; cresce con lo strazio della guerra che impietra gli uomini nell'odio e nel terrore. Tremenda passione dell'umanità, che ha scordato il messaggio di Cristo.

" Vedo ora nella notte triste, imparo, So che l'inferno s'apre sulla terra Su misura di quanto L'uomo si sottrae, folle, Alla purezza della Tua passione ".

Ma pure sente, il poeta, che ogni umano dolore non può cadere invano, dopo che Cristo aperse in croce le braccia e prese su di sé le nostre colpe e i nostri dolori; sente che in ogni sofferenza c'è la sua misteriosa presenza per fare di ogni pena croce di salvezza.

" Fa piaga nel Tuo cuore - La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l'uomo; II Tuo cuore è la sede appassionata Dell'amore non vano. Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nelle umane tenebre, Fratello che t'immoli Perennemente per riedificare Umanamente l'uomo, Santo, Santo che soffri Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, D'un pianto solo mio non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo,

Santo, Santo che soffri " (Mio fiume anche tu, da II dolore). Clemente Rebora ha fatto della poesia una ricerca di verità da illuminare la vita, in nudità di spirito e di parola. Sul cammino di tale ricerca, Rebora ha incontrato la Verità fatta parola in carne d'uomo, il Cristo, e a Lui si è votato nel sacerdozio, tra i rosminiani Figli della carità (1936). Tal la speranza in Cristo -fa sicuri per la croce alla gloria i cuori puri (Speranza, da Poesie, 1948). Dopo anni di silenzio operoso e meditativo, passato attraverso le macerazioni d'una lunga malattia, Rebora ha dato i suoi Canti dell'infermità (1956), vibranti di mistici accenti.

Il sangue ferve per Gesù che affuoca. Bruciami!, dico: e la parola è vuota. Salvami tutto crocifisso — grido — insanguinato di Te! Ma chiodo al muro, in fisiche miserie io son conflitto... (Notturno).

Si è tentati di citare, qui, per intero, il canto del Natale 1956, " un inno che ha la vastità, la profondità, la maestà d'un canto liturgico, e tutta la forza dolce e solenne della poesia " (G. Caproni). Almeno un tratto: Gesù, il Fedele, il Verace, è il Giudice che prese a esprimere visibile

nel giorno del Santo Natale

l'inesprimibile misericordia del Padre:

prese a irraggiar malvisto nel volto sublime

la bellezza divina e materna compiendo:

e nuovo incanto di beltà peIVase

con intimo fremito l'universo

fra linee terrene presagio di Ciclo

per educarci lassù, al Paradiso;

ma prima ancora la. Bontà rifulse,

accese d'esser buono il gran tormento,

accese d'esser buono un vasto incendio

che a somiglianzà divina

cresce e arde per ogni cuore

in carità di Dio trasfigurato;

cura d'una vita mondana, sete d'innocenza...

E l'antologia dovrebbe proseguire per lungo tratto ancora, se dovessimo citare i poeti italiani dell'ultima generazione (David Maria Turoldo, Giovanni Cristini, Gherardo del Colle, Barbara M. Tosatti...) presso i quali l'accento cristiano si fa scoperto e vibrante, dettato da fede sentita come impegno totale e condizionamento di tutta l'esistenza.

Spagnoli. -Anche per Miguel de Unamuno (1864-1937) la passione di Cristo è il punto convergente della storia, l'istanza incalzante di ogni vita. Egli è arrivato alla fede cristiana (anche se non integralmente ortodossa) attraverso un laborioso cammino, in cui si può scorgere lo smarrimento spirituale della Spagna dalla sconfitta del 1898 alla rivoluzione del 1936 (cfr. Tueci, Itinerario spirituale di M. de Unamuno, in Civiltà Catt., voi. II, 1957, pag. 146 seg.).

Il suo saggio L'agonia del Cristianesimo non è già l'epicedio di una fine. ma lo squillo di una battaglia (agonia = lotta) che impegna il cristiano ne! mondo contro ogni lassismo o conformismo, contro ogni mondano compromesso. Solo attraverso la lotta, la rinuncia, il martirio, il cristiano vive il suo Ideale e porta salvezza nel mondo.

Non tutto è ortodosso in questo e in altri saggi di Unamuno, ma non si può sottovalutare la forza del suo messaggio, avvalorato dalla serietà dell'esempio. M. De Unamuno è arrivato alla fede cristiana (anche se non integralmente cattolica) attraverso un laborioso cammino, in cui si può scorgere lo smarrimento spirituale della Spagna dalla sconfitta del 1898 alla rivoluzione del 1936.

I saggi: Del sentimento tragico della vita - Agonia del Cristianesimo, furono messi all'Indice, con decreto del S. Uffizio 23-1-57, per i gravi errori e le confusioni che vi sono mescolati a balenanti intuizioni di verità. Scorie die sembrano purificarsi nella poesia, cui Unamuno affidò la confessione del suo anelito cristiano.

Il Cristo di Velasquez (1920; trad. Gasparetti, Morcelliana 1948) è il canto meditativo e solenne di questa fede. Un canto che si complica a volte in folto simbolismo, di gusto barocco, ma pure è librato in mistico fervore, spiegato come una salmodia, sostanziato di significazioni bibliche.

Dinanzi alla bianca figura del Crocifisso, che stacca sul fondo di tenebra, Unanrano vede la lotta fra la luce e le tenebre, la santità e il peccato, la vita e la morte. Vede la rivelazione del mistero; vede l'amore verginale e divino del Cristo aperto sul mondo.

" Scopristi l'umanità di Dio per gli occhi nostri con le tue braccia il manto del mistero aprendo, rivelasti la divina essenza del Dio umano, che dell'uomo scopre il divino. Sul recinto santo del tuo corpo che è chiesa, in Dio tuo Padre noi saremo, vivremo ed agiremo, divina stirpe, noi, fratelli tuoi, (va, p. 34). ...Senza di Te, Gesù, nasciamo solo per poi morire; ma con Te moriamo per nascere " (xxiv, p. 120).

Dovremmo citare per intero la preghiera finale, di un'altezza lirica e di un mistico ardore unici in tutta la moderna letteratura.

Da Unamuno prende avvio la poesia religiosa della nuova generazione, dalle luci balenanti in Garcia Lorca, al canto della fede di un Rosales e di Vivanco.

Nell'Ode al SS. Sacramento, di Garcia Lorca, sembrano convergere l'inquieta ricerca dell'ingegno e la fede secolare del popolo spagnolo. " Solo il tuo Sacramento di luce in equilibrio calmava l'angoscia dell'amore dissolto. Solo il tuo Sacramento, manometro che salva cuori lanciati a cinquecento all'ora. ...Mondo, ormai hai una meta per il tuo abbandono. Per il tuo orrore perenne il buco senza fondo. O Agnello prigioniero di tre voci ugualil Sacramento immutabile d'amore e disciplina ". (Poesie di G. Lorca, trad. di C. Bo, Guanda, Parma 1945).

Russi. - L'anima mistica dei popoli russi ha trovato nella poesia la libera voce dello spirito contro la montante marea del materialismo.

Dovremmo rifarci ai simbolisti di fine Ottocento e del primo Novecento per sentire la forza irresistibile di questa voce, oggi soffocata ma non spenta.

Dostojewski e Soloviev sono i geni ispiratori, i profeti di un'età che dal caos dell'Anticristo si dibatte per orientarsi nuovamente verso Cristo e ricomporre, nel suo mistico corpo, l'umanità lacerata e dispersa.

Oltre che pensatore-teologo, Vladimiro Soloviev (1853-1900) è anche poeta, specialmente là dove canta la Vergine Maria (Giglio Bianco, Tre Convegni), " l'Eterna Compagna " portatrice e simbolo a volte della divina Sapienza che rigenera il mondo.

" Sappiate che l'Eterno Femminino già discende in un corpo immateriale ".

È noto come il cammino a Cristo ha portato Soloviev nel seno della Chie-h cattolica. Così il suo discepolo più fedele, Venceslao Ivanov (1866-1949), poeta e teorico del simbolismo mistico.

II poeta per Ivanov è un rivelatore del divino, un " mistagogo ", un pastore di anime. Nella sua complessa sintesi poetica, egli ha tentato abbracciare i valori spirituali dell'umanità di tutti i tempi. Per questa strada si .è trovato anche lui nell'universalità della Chiesa cattolica (1925) e ha cantato il suo cammino in La strada di Emmaus e nei. Sonetti romani.

All'opposto, altri poeti del gruppo simbolista, Belyj e Alessandro Blok, si orientarono verso un naturalismo paganeggiante, fino a confondere l'eterno Femminino in una donna di carne e il Regno messianico nella Rivoluzione

di ottobre.

L'anima russa è portata a vedere in termini religiosi, messianici, ogni rinnovamento della società umana. Il ritorno di Cristo, descritto nella leggenda del Grande Inquisitore di Dostojewski, in pagine di Turghenev e di Leone Tolstoi; l'avvento del Regno preconizzato da Soloviev e da altri pensatori, sono espressioni mistiche del fermento rivoluzionario che agitò fin dal secolo scorso la " Santa Russia ". Ancora alla vigilia della Rivoluzione bolscevica, Belyj iniziava così un suo poemetto: cc Qualcuno mi ha confidato - che tra breve tornerà Cristo ", e in Cristo risorto cantò la Rivoluzione in un alone di avvento messianico.

Celebre fra tutti Alessandro Blok (1880-1921) col suo poemetto I Dodici, ondeggiante come un film neorealista fra quadri di cruda evidenza e sospensioni musicali di spirituale suggestione (traduz. di R. Poggioli, II fiore del verso russo, Einaudi, Torino 1949).

Notte cupa, neve bianca, turbini di vento per le vie di Leningrado, sotto il terrore. Col passo rivoluzionario, fucili spianati, avanzano dodici guardie rosse.

" Senza un nome benedetto - vanno ad uno ad uno. Pronti alla vendetta, - pietà per nessuno... ".

Al loro passaggio si riga la neve di sangue e il borghese si nasconde stringendo i denti, come un " cane famelico ". Ma sotto i gesti violenti e le voci baldanzose, quegli uomini celano smarrimento e tristezza.

a Placa, o Signore, l'anima tua schiava... - Che tedio! ". Tutta qui la loro smania di rinnovare il mondo? Gelo nelle ossa, spari di fucili, urla nella notte...

" Cosi vanno nella sera - ed il cane è ormai laggiù, ma davanti alla bandiera - camminando lieve nel vortice di neve, - di rose inghirlandato in un nembo imperlato - avanti marci tu, non veduto, o Gesù! ".

È la finale del poema, l'attesa dell'anima russa, anche nella tormenta rivoluzionaria. " Egli è presente dovunque, anche là dove s'innalzano insegne che non portano il simbolo della Croce. Egli è il grande pescatore d'anime: dietro a lui, anche senza vedere e sapere, dodici guardie rosse possono diventare dodici apostoli " (Poggioli, introduz. ai Dodici, op. e).

Ma quando vide allontanarsi sempre più il regno messianico di liberti e di giustizia, sperato dalla Rivoluzione, Blok si chiuse in una desolata tristezza fino a lasciarsi morire d'inedia (1921):

" Se voi sapeste, amici, il freddo e il buio che ci attende nel prossimo futuro! ".

Una fine ancor più tragica toccava qualche anno dopo al poeta trenteri" ne Sergio Esenin, figlio e cantore nostalgico della terra russa. Anch'egli aveva inneggiato alla Rivoluzione e al " nuovo Salvatore "; ma dopo aver girato per il mondo, non si trovò più nel regime poliziesco instaurato nel suo paese. La vita disordinata e più ancora una " ruggine di tristezza " lo portò a eccessi di pazzia ed al suicidio (1925). a Morire non è nuovo sotto il sole, - ma più nuovo non è nemmeno vivere ", scrisse col sangue prima d'impiccarsi. La vita non ha più senso né speranze per l'anima mistica del contadino russo, al quale fu tolta la fede.

Pure, nella poesia di Esenin rivive a tratti la fede dei padri; e là dove non vive c'è la memoria dolorosa d'un bene perduto.

" Io vedo : in azzurrina veste, - sulle lievi nuvole alate,

va la Madre adorata - col Figlio purissimo in braccio.

Per la pace Ella porta nuovamente - il Cristo risorto a crocifiggere ".

(Esenin, Poesie, a cura di F. De Luca, Firenze, Fussi 1947).

§ 7. - Diego Fabbri: Processo a Gesù.

Il teatro italiano, dopo Pirandello, ha proseguito sulla stessa strada di serietà morale e di problematica esistenziale, giungendo a conclusioni anche più confortanti.

I drammi di Ugo Betti (1892-1953: Frana allo scalo Nord - Corruzione al palazzo di giustizia - Lotta fino all'alba...) ripropongono i temi della solitudine umana nell'incomprensione vicendevole, della corresponsabilità nel male, della vana corsa che è la vita intessuta di errori; ma, anziché a soluzioni disperate, arriva a fondare la pietà reciproca, l'esigenza di una incorruttibile giustizia, l'attesa d'una purificazione e pacificazione oltre i mondani errori. L'uomo di Betti, appunto perché non rinuncia a vivere, postula una trascendente Giustizia, Bontà, Misericordia.

Per Diego Fabbri questi postulati di Betti assumono la personale concretezza della rivelazione cristiana, e il dramma in ultima istanza giunge al dibattito tra l'uomo e Dio.

Fabbri s'è nutrito di teologia e s'è messo fin da giovane sul piano dell'impegno cristiano che coinvolge tutta la vita, anche la letteratura. I saggi Cristo tradito e Ambiguità cristiana (Cappelli 1954) dicono fino a quale punto egli abbia visto soprannaturalmente chiaro nei problemi che travagliano l'umanità di oggi. Il bisogno anzitutto di comprendere l'uomo, col mettersi: " dalla sua parte ", sollevandosi dai piani inferiori dell'economia, della politica, uscendo dai vicoli ciechi di una filosofia immanentistica e d'un esistenzialismo disperato. Riproporre l'uomo in tutte le sue dimensioni: nell'individualità psicologica, nelle insopprimibili esigenze morali, nella consistenza metafisica, nell'apertura alla mistica realtà della grazia. E una volta compreso l'uomo; accettarlo così come Dio l'ha fatto, e amarlo con quell'amore che scaturisce da Dio e per Cristo passa in noi.

" Non dobbiamo aver paura dell'uomo. E' tempo di scoprirgli i larghi confini, le sostanziali valutazioni che Cristo gli ha acquistato e attribuito stabilmente... E' l'equivoco più inquietante della Cristianità; aver aspettato che l'uomo diventasse un altro, diverso per le parole di Cristo. Ma Cristo è venuto per salvare l'uomo cosi com'è. Non ci si rassegna ancora a credere alla immutabilità degli esseri. E' la legge più spaventosa delle cose create. Doverle accettare, non poterle mutare... Si accettano cosi come sono. Si amano. E' il loro amore che deve cambiare, non il loro essere. Non può. Ma il loro amore, si, può mutare. E allora si salvano ".

Il dramma Inquisizione (1950) mostra dapprima la tortura che si infliggono gli uomini ribellandosi alla loro sorte, col non sopportarsi a vicenda.

Ad un Santuario di montagna, custodito da un vecchio prete, arriva un giovane sacerdote, professore di Seminario, affetto da esaurimento nervoso e da crisi di razionalismo. Il Vescovo l'ha inviato lassù, nell'estate, per riposarsi e ricuperare la fede, a contatto col venerando e santo Abate del Santuario. Invece Don Sergio è fisso nella sua ribellione e nelle idee corrosive della fede, per cui decide di andarsene. Al Santuario giungono quel giorno due giovani coniugi, per tentare l'ultima carta, il miracolo, che valga a tenerli ancora insieme. Angela accusa il marito di non amarla; Renato rinfaccia alla moglie di averlo reso infelice trascinandolo fuori strada. I due son tanto diversi di carattere e divisi negli intimi sentimenti: lui un credente, un puro, attratto in gioventù da una vocazione religiosa; lei incredula, sensuale, pronta a lottare contro tutti — anche contro Dio — per la sua passione. Renato si è legato a questa donna vinto da un senso di pietà e dall'ansia di salvarla. Angela non sa che farsi della pietà di lui : vuole l'amore. E quando Renato le risponde : " Forse ero fatto per un altro amore ", essa si avventa con ribellione blasfema: "SI, ecco! Ci siamo finalmente arrivati! Vuoi sapere quel che ci divide?... Proprio l'amore di Cristo. Io non amo Cristo, per me Cristo non c'è, non c'è stato... Per me Cristo non è venuto, non è passato... E invece tu l'adori. Il nostro nemico è lui ".

Don Sergio, per parte sua, porta la ribellione sul piano della libertà ch'egli crede tradita da Dio, il quale ci chiama ad impegnarci tutta la vita (nel matrimonio, come nel sacerdozio), quando l'inesperienza ci rende incapaci d'una decisione irrevocabile. E propone baldanzoso di riprendersi ciascuno la propria libertà e andarsene.

A questo punto interviene il vecchio Abate, rimasto prima quasi in silenzio, sgranando la sua corona, a Vuoi dire, allora, che rimarrò io solo ad aver paura per tutti e tre. Prima io vi guardavo — e mi siete sembrati l'umanità: ciechi e ossessi come l'umanità intera... — ecco, pensavo, tra un po' usciranno di qui — divisi, nemici, soli — soli ricominderanno a vivere credendo di aver deciso " liberamente " — e non sanno invece d'aver deciso spinti da un inganno — perché tutta la vostra preoccupazione è stata di ingannarvi, di ingannarvi atrocemente senza nemmeno conoscere tutte le facce dell'inganno... ".

Le parti si capovolgono: su quei tre disperati s'è schiusa la luce di Dio, riflessa in verità e misericordia delle parole umili e grandi del vecchio Abate, il quale accusa il bisogno di compagnia insito in ognuno di noi e gli errori che si fanno in questa ricerca: pretendere di trovare la pienezza nel limite delle creature e la meschina pretesa di cambiarci: " E' che noi pretendiamo di cambiarci. Mi capite? Uno vuoi cambiare l'altro e l'altro l'altro... e così.via... L'origine di tutto il male è qui. Questa pretesa, questo diritto-alla tirannia che crediamo di avere... Noi non riusciamo a restare insieme da uguali. Il miracolo è tutto qui: riuscire ad accettarci cosi come siamo". E

ai tre' che si domandano attoniti come è possibile questo miracolo, l'Abate risponde: a Chiamare tra noi Colui che ci ha fatto così... Quando noi, insieme lo chiamiamo, — ognuno per sé, per la propria salvezza, per quella degli • altri... e Lui scende — ecco che il miracolo si compie: i vincoli si ricostituiscono... un regno si forma, un regno di tutti uguali — tutti ugualmente debitori e creditori — la sua compagnia rende allora possibile la nostra, un altro mondo già in questo mondo... ".

Processo a Gesù (1956) porta fino in fondo quello scandaglio che in Inquisizione e in altri drammi di Fabbri (II Seduttore — Processo in famiglia...) ha cercato di sondare l'uomo. Poiché solo in Cristo l'uomo trova la misura di se stesso, il superamento nella Misericordia infinita di tutte le sue miserie, la composizione delle antinomie che lo dilacerano nell'intimo della coscienza.

Singolare processo, in cui il soggetto chiamato in causa non compare mai, eppure è sempre presente alla coscienza degli uomini, i quali non possono fare a meno di pronunciarsi: o per Lui o contro di Lui.

Nel 1933 un gruppo di giuristi Ebrei anglosassoni volle rifare a Gerusalemme il processo a Gesù di Nazareth, riconoscendone infine l'innocenza. Fabbri trasferisce l'episodio agli anni dopo la guerra, che ha scatenato nuove persecuzioni ed eccidi contro gli Ebrei. Sarà ancora il sangue di quel Giusto invocato un giorno dai loro padri? Per mettere fine a tale ossessione, una distinta famiglia di Ebrei va rifacendo il processo a Gesù; in una ricerca spassionata dì verità e di giustizia.

Nel primo tempo si interrogano i testimoni e gli attori dei fatti evangelici, con un riandare a ritroso che ha tutta l'aria di voler ricercare le fonti della vita straordinaria di Gesù. Si giunge ad interrogare la Madre Maria, Giuseppe il custode del parto verginale, i discepoli testimoni dei miracoli e delle parole del Profeta di Nazareth.

Ed ecco levarsi il grande capo di accusa: è tutta una mistificazione, poiché i discepoli per primi non hanno creduto in lui, l'hanno rinnegato, tradito, abbandonato. Risponde Pietro per tutti: "Noi credemmo in Lui!... E' vero: non morimmo... anzi lo rinnegammo, chi apertamente, come me, chi con la fuga o rinchiudendosi in casa... Ma quel che non volete capire, e che purtroppo io non riuscirò a farvi intendere, è che si può nello stesso tempo credere e tradire, amare e rinnegare ".

Caifa, a sua volta, riferisce l'incanto, il fascino esercitato da Gesù ("Vi dico che incantava... "), onde il proposito da parte del Sinedrio di sbarazzarsi di lui. a Lo stavamo interrogando... Ma come si interroga qualcuno che è considerato già colpevole e deve essere condannato. E invece scoprivamo che non era colpevole di nulla... e non era nemmeno esaltato, né un mistificatore... oso dire che le sue risposte avevano il timbro non solo della buona fede ma della verità. Fu allora che avemmo paura ".

Gesù è uno che inquieta un po' tutti e bisogna in qualche modo pronunciarsi di fronte a lui. Anche Pilato, che avrebbe voluto rimanere estraneo a quella faccenda, ne fu coinvolto. Ma egli continua a proclamarsi innocente del sangue di quel Giusto, e nessuno degli altri, neppure Caifa, è disposto ad assumersi la responsabilità di averlo messo a morte. Forse era una grande speranza che muoveva Giuda, il Sinedrio, il popolo d'Israele, i Romani contro Gesù: costringerlo a dichiararsi con un gran miracolo?

Noi — risponde Maria Maddalena, spingendosi dinanzi al fratello Lazzaro, — il miracolo l'avevano davanti, se volevano vedere: questo morto redivivo. " Ma non capite nemmeno voi, come non capirono loro, che quello che contava per Gesù era l'amore, e che i miracoli non erano altro che gesti e parole e fatti d'amore!... Dovete imbattervi per forza nell'amore, se volete continuare a parlare di Gesù ".

Da una situazione cosi complessa è difficile trarre una conclusione, anche se Davide, l'accusatore spregiudicato, vorrebbe tagliar corto : Gesù era rimasto solo, incompreso da tutti; estinta la virtù taumaturgica, fallita la sua opera. " Voglio dire che non furono soltanto Pilato, Caifa, e il Sinedrio a volerlo morto, ma tutti: il popolo e Giuda e i discepoli, tutti vollero che Gesù morisse sulla crocei La sua morte allora non è imputabile a qualcuno, ma a tutti: direttamente o indirettamente : ai giudici, — a noi giudei — come ai romani, cioè anche a voi! ".

Quando la scena riprende, per la sentenza, qualcosa è mutato in seno alla troupe, che fino allora, durante il dibattito, aveva ostentato quasi una impassibilità giuridica. Nell'intermezzo, tra Davide e Sara è avvenuto uno scontro. Lei si rifiuta di continuare in questa commedia, perché si sente " chiamata in causa ad ogni momento ". Le torna dinanzi il marito Daniele, ch'ella tradiva con Davide, proprio mentre andavano discutendo in altra sede il processo a Gesù. La "era in cui Daniele le confidava che si era persuaso che Gesù fosse davvero il Salvatore di tutti, Davide cercava di liberarsi del rivale col darlo in mano ai tedeschi. D'allora Sara non ebbe più pace, sentendosi "accusata personalmente: condannata".

Nel secondo tempo si ha il dilatarsi repentino della corresponsabilità che inquieta Sara, fino a prendere tutti — attori e spettatori — tutti responsabili nel processo a Gesù.

Il vecchio ebreo, che fa da giudice istnittore dichiara il suo disappunto di non poter giungere a capo in questa faccenda. Gesù di Nazareth rimane per noi un grande enigma. Le testimonianze storiche sono passibili di varie interpretazioni. Pensavamo con questo dibattito di sollecitare una testimonianza da voi, cristiani di oggi, una prova imprevista che ci avrebbe aperto una strada nuova. " Purtroppo quest'attesa rivelazione non s'è ancora manifestata, almeno ai nostri occhi... II mondo cristiano non sembra aver abbracciato il messaggio di Gesù di Nazareth in modo talmente vivo ed evidente da rivelarlo nella sua vita. Forse la vera civiltà cristiana dovrà ancora incominciare... ".

Ora sono tutti i seguaci del Cristo chiamati in causa: il dibattito si estende dal palco alla platea degli spettatori. S'avanza un intellettuale razionalista a rincalzare l'accusa. La traccia lasciata da. Cristo nell'umanità è troppo scarsa perché si possa ragionevolmente credere che è la traccia lasciata da un Dio. " Non trovo l'uomo nuovo, non trovo il cristiano! E' proprio l'uomo che non è cambiato, nonostante il passaggio di Cristo! E' questo il fatto spaventoso, disperante, che rende questo "processo" perduto per la causa di Cristo, perduto senza possibilità d'appello ".

Interviene nella difesa un sacerdote, additando i santi, questi uomini nuovi, imitatori del Cristo, che sono entrati nella vita degli uomini e l'hanno lievitato di nuove speranze. L’altro insiste opponendo il fatto del mondo che non è cambiato dopo venti secoli, "anzi il messaggio di Cristo, quello autentico, quello evangelico, sta morendo nella vita degli uomini di oggi. E', l'agonia ".

II diverbio si fa serrato, come sul piano esistenziale il duello tra le forze cristiane e quelle del laicismo d'ogni colore. C'è la forza della Chiesa nel mon- : do —obietta il sacerdote — ma più ancora c'è l'inquietudine per Cristo che non cessa di tormentare gli uomini, a ...quei fermenti che lei crede siano stati crocifissi col Cristo, si sono invece sparsi, da allora, per la terra e hanno' inquietato gli uomini... e l'inquietano sempre di più, oggi come mai! ".

Tra gli spettatori s'alzano altri a testimoniare di questa inquietudine cristiana, che non da tregua nel male e salva dalla disperazione con la speranza d'un perdono. E' una " Bionda " compagna del giovane razionalista, la quale si ribella ai sofismi di lui, lo smaschera nella sua vergogna, e qua] nuova Maddalena, proclama appassionatamente la sua fede in Gesù. " La gente come me — ce n'è tanta di gente come me — se non avesse la certezza che Gesù è venuto in terra per capire e perdonare e per salvare anche noi... sarebbe disperata! C'è sempre un momento della nostra vita in cui rimane soltanto Lui a difenderci, a prendere le nostre parti — proprio quando non abbiamo più difese, e la vita, tutt'intera ci sputa addosso... ".

E' un giovane provinciale fuggito di casa, che ha dissipato tutto come il figlio prodigo e gli manca perfino il coraggio di tornare. Solo in Gesù trova il padre che lo comprende e lo accoglie, cosi com'è. E' un infelice, cieco dalla nascita, che supplica: " Lasciatemi almeno la speranza! ". E' la donnetta addetta alla pulizia del teatro, cui hanno fucilato l'unico figlio, ed ora se lo sente vivo ancora, per la fede in Gesù " ...non ce lo dovete toccare, Gesù. Noi non abbiamo niente, neanche l'intelligenza per stare delle giornate intere per ragionare... noi siamo veramente poveri. Non dovete allora toglierci quel poco che abbiamo, ma che per noi è tutto, Gesù è tutto, per noil a.

Con questi interventi spontanei, a catena, il dramma afferra come la propagazione rapida e incontenibile di un incendio tra materiali secchi. Nessuno può restare indifferente o estraneo a questo dramma vivo: " la coscienza cristiana che si risveglia un po' in tutti e reagisce in difesa di Gesù" e si accusa di fronte allo stupore del giudice ebreo, il quale riconosce che' con questa certezza i cristiani potrebbero cambiare il mondo, se avessero il coraggio di manifestarla. "Non ci pensiamo" risponde uno; e un altro: ' " ci vergognamo... la stessa vergogna che deve aver provato san Pietro quando ha detto: — Non lo conosco! ". E il sacerdote: " nel nostro caso non si tratta né di dimenticanza né di vergogna... noi, forse, non abbiamo imitato Cristo a sufficienza".

Si giunge così alla confessione di una colpevolezza comune e all'attesa d'un unico perdono. Lo ammette Davide stesso, l'ebreo accusatore scopertosi pure lui reo di tradimento, come Giuda: " Non vi siete ancora accorti che' da "allora" non ci sono più ebrei e cristiani, ma soltanto un'unica famiglia di peccatori che domandano un unico perdono? ".

Il processo si chiude con una corale implorazione a Gesù, " che ali- ' menta e sostiene tutte le speranze del mondo ", a Gesù, che è ancora tra noi, vivo:

" Resta - in mezzo a noi - fino alla fine - del mondo! ".

L'enorme successo che ha riscosso e va riscuotendo quest'opera sulle "cene del mondo, dice come Di Fabbri abbia raggiunto in essa la statura del dramma cristiano moderno. A differenza del Claudel, i cui personaggi si muovono in un'atmosfera rarefatta di simbolo, Fabbri ci immette nella concretezza della vita vissuta, ma con la totalità delle sue prospettive, quella naturale e quella soprannaturale. Il male che tormenta gli uomini è il peccato, ribellione alla creazione di Dio; la loro ansia di libertà è anelito di redenzione; la loro sete di amore si placa solo in Dio; i loro passi di corsa in. questo mondo, prima o poi, incrociano quelli di Cristo, il " contemporaneo " d'ogni umana generazione, " il primo e l'ultimo amore ".