la testimonianza della moderna letteratura
- l'incontro con cristo
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
II - L'INCONTRO CON CRISTO
§
1. - Fjodor Dostoievski (1821-1881). L'uomo
fra due abissi.
Nell'anno
1849, in un convoglio di condannati ai lavori
forzati in Siberia, stava un giovane pallido
e taciturno. Si era compromesso lui pure,
ufficiale dell'esercito, nei moti rivoluzionari
socialisti, e la condanna a morte gli era
stata per grazia commutata nell'ergastolo
siberiano. Ad una sosta agli Urali, donne
pietose vennero a confortare i detenuti, e
il giovane taciturno ebbe in dono un piccolo
Vangelo. Fu questo per F. Dostoievski il viatico
nei duri anni della prigionia e il compagno
ispiratore per tutta la vita. Da quell'incontro,
in momenti di disperazione, prendeva le mosse
il più grande scrittore e testimone
di Cristo della Russia moderna.
Dostoievski
è uno di quegli ingegni colossali che
abbracciano in sé le esperienze di
un'epoca e prevengono i tempi. Quanto turbinava
nello scorso secolo al fondo delle coscienze
ed oggi è maturato in crisi spirituale,
la lotta aperta tra l'ateismo e la fede, tra
la personalità e la collettività,
tra cristianesimo e comunismo, è passato
nell'anima di Dostoievski in lucidità
di visione e fu tradotto con l'arte in rara
potenza di rappresentazione.
Nei
circoli rivoluzionari dell'ìntellighentia
russa egli ebbe modo di scoprire l'orgoglio
satanico dell'uomo moderno, infatuato di cultura,
col suo proposito di rovinare trono e altare
per innalzare la sua libertà e volontà
di potenza. Poi, negli anni dell'ergastolo,
potè sperimentare e scrutare il fondo
nudo dell'uomo, tanto oscuro e caotico; un
impasto di tendenze al male e di aspirazioni
al bene, di egoismo, di 'Crudeltà,
di sensualità sfrenata, ma pure di
desideri e momenti di bontà, di purezza,
di sacrificio. Più volontà che
razionalità. Questo tt l'uomo del sottosuolo
o del fondaccio d'osteria " quale Dostoievski
analizza in una delle prime opere: Memorie
del sottosuolo (1864).
Molti
anni prima di Malraux e di Camus, il grande
russo aveva denunciato l'assurdità
di una condizione umana così contraddittoria,
per l'incapacità di risolvere gl'intimi
contrasti, per le smisurate aspirazioni cui
l'uomo tende senza potere realizzare mai:
le muraglie dell'impossibilità contro
le quali egli viene a cozzare. Ma pure il
Vangelo gli aveva fatto luce in questo s terribile
mistero " come già ad Agostino,
a Pascal, a quanti geni cristiani si sono
affacciati sugli abissi del cuore umano. "
Troppi enigmi opprimono l'uomo su questa terra...
Quello che io non posso sopportare è
che un uomo, magari nobile di cuore e di ingegno
elevato, cominci con l'ideale della Madonna
e finisca con quello di Sodoma. Ancora più
tremendo è che qualcuno, che ha già
nell'anima l'ideale di Sodoma, non rigetti
neppure l'ideale della Madonna, e ne arda
in cuor suo sinceramente, come nei giovani
anni innocenti. Vasto davvero l'uomo, fin
troppo vasto. Qui il diavolo lotta con Dio,
e il campo di battaglia sono i cuori degli
uomini" (/ Fratelli Karamazoff, ed. Einaudi,
Torino 1949, voi. I, pp. 167-1C8).
È
l'intuizione base non solo di questo romanzo,
ma di tutta l'opera di Dostoievski. A volte
sembra prevalere il demonio, in questa lotta
tremenda, in cui è in gioco l'umano
destino. Soffiando ora nella fucina dell'orgoglio,
ora nel fomite della concupiscenza carnale,
il diavolo spinge l'uomo a ripetere il gesto
di ribellione, a disfrenare il suo arbitrio,
fino a volersi sostituire a Dio. Nessun'altro
scrittore ha reso con tanta potenza la ribellione
satanica della moderna civiltà, immanentistica
è materialistica, al pari di Dostoievski.
E con la ribellione le conseguenze: l'inferno
nei cuori, lo scatenamento delle forze bestiali
nella società e il caos che prelude
al finimondo. L'uomo che voleva essere tutto,
finisce con l'annientarsi.
Ma
la vittoria, in definitiva, è sempre
di Dio. La natura umana ha un fondo di bontà,
di verità, che la porte irresistibilmente
a Dio. Anche l'uomo del sottosuolo, che ha
abbandonato la sua libertà all'anarchia,
cerca infine " qualcosa di diverso, di
molto diverso, a cui aspiro sopra ogni cosa
e che non riesco a trovare in nessun modo
".
I
Personaggi di Dostoievski caduti nelle spire
del male, come Raskolnikof di Delitto e Castigo,
Mitia e Ivan dei Fratelli Karamazoff; Kirillov
de 1 Demoni, sono tormentati da profonda angoscia,
che è in fondo rimorso, sofferenza
e noia, paura dell'abisso, in cui il male
precipita. D'altra parte l'uomo, solo, è
impotente a sollevarsi, a risolvere l'interiore
conflitto. La stessa impressione egli prova
di fronte al dolore e di fronte alla morte.
Qui
avviene l'incontro con Cristo. Lui, l'innocente
che si è caricato delle sofferenze
e delle colpe umane; Lui, l'uomo completo,
die concilia in sé tutte le antinomie;
l'ideale concreto delle aspirazioni umane:
l'uomo fatto Dio!
"
Vi sono molti grandi evolutori dell'umanità...
ma l'ultimo e più grande
ideale della evoluzione umana, che si è
rivelato nella nostra carne e secondo i
dati della storia umana, è Cristo...
La natura sintetica di Cristo è straordinaria.
Eppure è la natura stessa di Dio; Cristo
è perciò l'immagine di Dio sulla
terra...
Cristo è completamente penetrato nell'umanità
e l'uomo s'affanna a trasfor-marsi nell'io
cristiano come nel suo ideale ".
Questo
Dostoievski scriveva nelle Meditazioni presso
la bara, allorché, prostrato dalla
perdita della prima moglie, cercò nel
Vangelo salvezza dalla disperazione. Anche
allora, tome negli anni della Siberia, Cristo
gli venne incontro per additargli in chiara
luce il destino dell'uomo.
La
fede di questo genio, grande e sventurato,
passerà ancora altre prove, prima di
giungere al canto dispiegato, a II mio osanna
è passato attraverso ii tremendo purgatorio
del dubbio" (Pensieri). Ma ogni prova
sarà una nuova conquista di certezza,
più ancora di amore appassionato, "
Mai ho potuto immaginarmi gli uomini senza
di Lui ", segnava nell'abbozzo de L'adolescente,
e in quello de I Demoni il bruciante messaggio:
e A voi, negatori di Dio e del Cristo, non
è mai venuto in mente che tutto sarebbe
fango e peccato nel mondo, senza Cristo? "
Nei
grandi romanzi di Dostoievski vediamo, dal
fondo indistinto e torbido della comune umanità,
distaccarsi le creature del peccato e le creature
della grazia. In mezzo, nel momento decisivo,
sta il Cristo, segno di contraddizione, di
salvezza o di rovina.
Il
giovane Raskolnikof in Delitto e Castigo,
esaltato dalla teoria del superuomo, crede
di poter legittimare un orribile omicidio;
ma poi sperimenta in sé l'angoscia
del rimorso e della condanna. Non ostante
la sua pretesa di essere audace, superiore
alla comune società degli ipocriti,
abile nel giocare la polizia, sente pure il
bisogno di essere umano, compassionevole,
benefico. L'incontro con Sonia, la fanciulla
che accetta una vita disonorata per salvare
la famiglia, lo commuove profondamente e gli
fa scoprire la propria viltà. Più
ancora quando entra nel segreto di quest'anima:
la sua fede e la sua dedizione eroica.
Tu dunque, Sonia, preghi molto Dio?
Che
cosa sarei mai senza Dio? sussurrò
ella rapida, con energia.
E Dio, che cosa fa per te?
Sonia tacque a lungo, come se non potesse
rispondere...
Tutto fa! sussurrò rapidamente"
(ed. Slavia, Torino 1980, voi.
II, p. 59).
E
quando, dopo queste battute, Sonia prende
il libro del Nuovo Testamento, che tiene sul
cassettone, e legge a Raskolnikof il vangelo
della resurrezione di Lazzaro, sentiamo di
essere al punto cruciale del dramma.
Il
giovane esce da quell'incontro sconvolto.
L'indomani torna per confessare il suo tremendo
segreto e il selvaggio catechismo che l'ha
spinto al delitto. Ed è ancora la fanciulla
a segnargli in nome di Dio la via della espiazione
e della redenzione. Gli dona la sua crocetta
di legno e si offre di accompagnarlo nella
prigionia, a Andremo insieme ad espiare, porteremo
la croce insieme ".
In
Sonia abbiamo una di quelle creature care
a Dostoievski, la cui nativa bontà,
sorretta dalla fede, è appena esteriormente
sfiorata dal male. Il peso dei peccati del
mondo grava su di loro come una croce che
esse portano con umile ed eroica accettazione,
salvando se stesse e gli altri. Là
dove manca almeno una di queste anime, non
c'è neppure la presenza del Cristo,
e le potenze demonia che hanno il sopravvento.
Come nei Demoni, il terribtte romanzo in cui
Dostoievski ha voluto dimostrare a quale grado
di pervertimento e di disgregazione morale
arrivino gli uomini, senza Dio.
Stavròghin,
il dominatore di quella banda di terroristi,
è un senza cuore, un cinico, che ama
piegare le donne alle sue voglie e gli uomini
a strumenti esecutori delle sue idee estremiste.
Tormentato in fondo dall'angoscia del nulla
in cui precipite, tenta l'evasione con nuovi
errori e più gravi eccessi, fino al
suicidio.
Tra
quelli presi nel vortice demoniaco, si distingue
Kirillov, il mistico del nichilismo, che svolge
fino in fondo il tragico duello dell'uomo
con Dio. "Dio mi ha tormentato tutta
la vita", dichiara apertamente (ed. Mondadori
1942, p. 179). L'uomo, per lui, è tormentato
perennemente dalla paura della morte, dell'aldilà,
di Dio, che si erge come schiacciante assoluto
di fronte al limite umano. "Vi sarà
l'uomo nuovo, felice e superbo. Colui al quale
sarà indifferente vivere e non vivere,
quello sarà l'uomo nuovo! Chi vincerà
il dolore e la paura, quello sarà Dio
" (p. 177).
Kirillov
sa bene che da secoli l'umanità guarda
a Cristo come al vincitore del dolore e della
morte; ed egli stesso prova per Lui un'ammirazione
sconfinata, k Ascolta: quest'uomo era il più
alto su tutta la terra, costituiva ciò
per cui essa doveva vivere. Tutto il pianeta,
con tutto ciò che è sopra di
esso, sena quest'uomo non è che una
pazzia" (p. 931). Ma Cristo non può
essere il salvatore dell'umanità, secondo
Kirillov, perché non è Dio,
anzi, perché non c'è Dio. Allora
egli stesso prenderà il coraggio di
trame le conseguenze.
"
Se non c'è Dio, io sono un dio.
Ecco,
non ho mai potuto capire questo vostro punto:
perché siete
voi un dio?
Se Dio c'è, tutta la volontà
è sua, e sottrarmi alla sua volontà
io non
posso. Sé no, tutta la volontà
è mia, e sono costretto a proclamar
l'arbitrio.
L'arbitrio? Ma perché siete costretto?
Perché tutta la volontà è
diventata mia. Possibile che nessuno, su tut
to il pianeta, avendola finita con Dio e avendo
posto fede nell'arbitrio, osi
proclamar l'arbitrio, nel massimo punto?...
Sia pure da solo, lo farò ...Io sono
obbligato a uccidermi, perché il punto
più pieno del mio arbitrio è
uccidere
me stesso " (p. 929).
Con questo gesto motivato e cosciente, Kirillov
pensa di distruggere la paura della morte
e aprire l'era della nuova umanità.
Siamo agli antipodi della redenzione cristiana:
l'uomo che si distrugge per proclamare la
sua assoluta libertà.
Le
pagine più cupe dei Demoni hanno assunto
nei tempi moderni la portata di una lucida,
terribile profezia.
La
testimonianza cristiana più alta e
compiuta di Dostoievski è nei Fra-telli
Karamazoff, dove la presenza di Cristo è
portata nel vivo dell'esistenza umana. "
Nel mio romanzo parlerò del demonio
contro Dio, e il campo di battaglia sarà
il cuore dell'uomo a, scriveva nell'abbozzo
dell'opera.
Un'analisi
approfondita del cuore umano, dunque, ma sul
piano metafisico e religioso dell'immanenza
e della trascendenza, dell'egoismo e della
carità, dellio e di Dio. I fratelli
Karamazoff sono presi come tra due poli opposti:
la tendenza sensuale, egoista, del padre Fedor,
praticamente ateo e lattrattiva spirituale
dello Starez Zosima, luomo di Dio sul cui
volto spira compassionevole e sorte la bontà
di Cristo.
Le
sue parole di conforto e di luce, a quanti
accorrono a lui, hanno, il puro accento del
Vangelo. " Abbi fede che Dio ti ama tanto,
che tu non puoi neppure immaginartelo: ti
ama- non ostante il tuo peccato... Se provi
pentimento, vuoi dire che ami. E se amerai,
tu sarai già di Dio " (Ed. cit.,
voi. I, p. 80).
Ad
una donna che soffre per mancanza di fede
e domanda come credere nell'immortalità,
risponde: "Con l'esperienza dell'amore
attivo. Sforzatevi dì amare il vostro
prossimo attivamente e ininterrottamente.
Nella misura in cui avanzerete nell'amore,
acquisterete anche la convinzione dell'esistenza
di Dio e quella dell'immortalità dell'anima
" (p. 87).
Il
maggiore dei fratelli Karamazoff, Dmitri o
Mitia, mostra più apertamente la contraddizione
delle due tendenze: sensuale e violento, come
il padre, che odia a morte per gelosia; e
in fondo credente in Dio, generoso e sensibile
ai nobili ideali.
Ivan,
il secondo, l'intellettuale, svolge teoricamente
e fino alle estreme conseguenze l'ateismo
pratico del padre. Alioscia, il minore, è
uno di quei giovani onesti per natura, i quali
cercano la verità e quando l'hanno
trovata, si consacrano ad essa fino a sacrificare
la vita, se occorre. " Non appena, seriamente
meditando, aveva raggiunto la convinzione
che l'anima è immortale e che Dio esiste,
senza por tempo in mezzo si era detto: Voglio
vivere per l'immortalità, e compromessi
o mezze vie non ne tollero " (p. 40).
Per questo si fa monaco, figlio spirituale
dello starez Zosima, e poi obbedisce alla
consegna di tornare nel mondo a cercare la
felicità nelle lacrime, a portare la
pace di Dio nella sua famiglia.
A
contatto di Alioscia, il padre, sospettoso
e triste, si rasserena; i fratelli sentono
il bisogno di aprire l'anima e di agitare
gli eterni problemi dell'esistenza. Soprattutto
Ivan, che ha nell'anima un fondo di disperazione.
Egli vive in uno stato di ribellione all'esistenza,
così com'è, a questo mondo in
cui c'è tanto male, dove l'innocente
viene torturato ed ucciso.
A
questi interrogativi Alioscia risponde additando
il Crocifisso : a Tu, hai detto un momento
fa: esiste in tutto l'universo un essere che
avrebbe la pos-sibEità e il diritto
di perdonare? Ma questo Essere esiste, ed
Esso può tutto perdonare, tutti quanti
e di tutto quanto, perché Lui per primo
ha donato l'innocente sangue Suo a favore
di tutti e in riparazione di tutto. Tu ti
sei scordato di Lui, e invece su Lui per l'appunto
sta fondato l'edificio, e sarà a Lui
die salirà l'inno: Giusto sei Tu, o
Signore, dacché si sono svelate le
vie Tue " (voi. I, p. 371). Allora Ivan
controbatte con la famosa leggenda.
Cristo
ritorna in terra di Spagna, mentre fumano
i roghi della Inquisizione. Spinto da una
forza irresistibile, il popolo accorre a Lui,
lo segue, si rinfranca al calore della sua
pietà, strappa i miracoli, leva l'Osanna.
Ma il Grande Inquisitore fa imprigionare anche
Lui, che viene con le sue utopie guastare
l'opera del regime teocratico, inteso a procurare
agli uomini quello che essi vogliono, il pane
e il regno di questo mondo.
In
questa leggenda Dostoievski ripete un luogo
comune della critica ortodossa al Cattolicesimo,
il quale avrebbe travisato il Vangelo, valendosi
della potenza politica, per cercare i regni
del mondo. Ma non sta qui il senso proprio
della leggenda, come nota bene R. Guardini
nel suo studio: II mondo religioso di Dostoievski
(Morcelliana, Brescia 1951, p. 156). Nella
fantasia di Ivan, ribelle al mondo e a Dio,
Cristo diventa un sognatore che prospetta
agli uomini un ideale impossibile. Ivan non
accetta la salvezza per la via della fede,
del dolore, della croce; finirà uccisore
di suo padre e preda delle allucinazioni diaboliche.
Il capo nono del libro undecimo è una
diagnosi paurosa della disgregazione dell'uomo
che ha rinnegato Dio e vuole farsi creatore
di una nuova umanità.
Al
contrario, Dmitri, che abbraccia la fede e
l'espiazione, si riscatta dal fondo torbido
e dall'angoscia, fino a sentirsi uomo nuovo
e a trovare, pure nella condanna, la gioia
di Dio. " Oh sì, noi staremo in
catene, e non avremo la libertà, ma
allora, nel profondo dolore nostro, di nuovo
risusciteremo alla gioia, senza la quale non
può vivere l'uomo, e Dio non può
esistere: giacché è Dio che
da la gioia, è questo il privilegio
suo, sublime... Se loro scacceranno Dio dalla
terra, noi sotto terra lo ritroveremo!...
E allora noi, gli uomini sotterranei, intoneremo
dalle viscere della terra il nostro tragico
inno a Dio, presso il quale è la gioia!
" (voi. II, p. 837).
È
stato Alioscia lo strumento della grazia rigeneratrice
in quel cuore: Alioscia che è riuscito
a superare le tendenze disordinate della natura,
a rafforzare la fede nella prova, a fare risplendere
la luce e l'amore di Cristo. E quando il fratello
è in cammino verso l'ergastolo della
Siberia, egli ancora lo raggiunge, prende
su di sé i suoi ceppi e i cenci e si
pone, innocente, tra i condannati, onde far
balenare in quei cervelli oscurati a il lampo
della misericordiosa bontà che sola
illumina il mondo ". Cosi terminava una
prima redazione dell'opera.
Nessuna
apologia di Cristo vince quella dei suoi membri
che lo mostrano vivo e operante nel mondo.
Questo comprese Dostojewski, e persegui in
altre opere, cercando d'innalzare sempre più
la divina figura.
Cosi
ne L'Idiota, il principe Miskin, disprezzato
dapprima per la ingenuità e straordinaria
umiltà, diventa. centro di attrazione
per il candore e la bontà del suo animo,
la compassione delle debolezze umane e il
perdono delle offese, la fiducia, la serenità,
la gioia che riversa ovunque. Segno di contraddizione
in un mondo che qualifica come " idioti
" i buoni e i puri di cuore, proprio
mentre li cerca e li invoca.
Ma
in fine Dostojewski dovette sentire quanto
fosse impresa disperata tradurre in un uòmo
la figura divina ed umana del Cristo. Annotava
negli ultimi propositi: a Scrivere un libro
su Gesù Cristo ". Non potè
attuare questo disegno, ma basta quanto scrisse
per definire Dostoievski a indubbiamente,
al di fuori della vera Chiesa, il più
appassionato cristiano del secolo XIX "
(Mau-riac). Forse in nessun'altra opera il
mondo moderno ha potuto specchiarsi cosi a
fondo, precisare i termini del suo dramma,
misurare l'immensa portata dell'assenza o
della presenza del Cristo.
§
2. - Giovanni Papini (1881-1956). La rinascita
di un uomo finito.
"
Figliolo di padre ateo; battezzato di nascosto;
cresciuto senza prediche e senza messe, non
ho mai avuto quelle che si chiamano crisi
d'anima o scoperte della morte d'Iddio. Per
me Dio non è mai morto perché
non è stato mai vivo nell'anima mia
".
Questi
i connotati che dava Papini all'inizio del
suo libro di confessioni: Un uomo finito (ed.
Vallecchi 1912). Ma leggendo il libro, ti
accorgi che la vita di quest'uomo, scontroso
e battagliero, prima della conversione è
stata tutta una crisi di anima e una continua
ricerca di Dio. Poiché " Gianfalco
", come usò chiamarsi nelle riviste
di punta fondate all'inizio del secolo, il
Leonardo (1903) e Lacerba (1913), è
uno di quegli spiriti insofferenti di mediocrità,
che alla brama di tutto sapere uniscono quella
di tutto possedere quanto di nobile e grande
sogna l'uomo; spiriti assetati di assoluto,
per i quali il mondo è troppo piccolo,
" O tutto o nulla! " è il
suo motto a 15 anni, quando incomincia a dar
fondo alle biblioteche, e concepisce il disegno
di una nuova enciclopedia,
che superi tutte le altre; poi di una storia
universale, poi di una somma del razionalismo,
poi di una letteratura universale. Ma ogni
volta che si addentra in un argomento, si
perde nei labirinti delle ricerche, arrena
nelle secche della filologia. Dal tutto si
vede franare nel nulla dei a minuzzoli ",
costretto a doversi fermare in un cantuccio,
a E tutta la mia vita è stata cosi:
un eterno slancio verso il tutto, verso l'universo,
per dopo ricascare nel nulla... un succedersi
di ambizioni enormi e di rinunzie precipitose
" (Un uomo finito, p. 44, ed. Vallecchi
1947).
Ma
ogni rinunzia lo porta a slanciarsi verso
una più alta conquista. Dopo un periodo
di pessimismo, in cui l'intelletto maggiorenne
a si buttò su questa vita miserabile...
a scoprirne il vuoto e il rinchiuso dolore...
il nulla mascherato in cento maniere"
(p. 69), Gianfalco cominciò ad esaltarsi
con i primi successi, all'incontro di amici
che condividevano le sue stesse aspirazioni.
Abboccò all'idealismo e gli parve di
aver scoperto per un momento il principio
creativo unitario del tutto; ma volendo stringerne
l'essenza, si trovò chiuso (come Pirandello)
nel vortice del solipsimo, e infine, abbandonato
al completo relativismo, e Nulla è
vero e tutto è permesso ". È
il Crepuscolo dei filosofi (1906).
Bisognava
uscire fuori da questo giro stregato del pensiero:
agire! rifare il mondo. Ecco Gianfalco a capo
d'una nuova filosofia dell'azione, banditore
di un nuovo vangelo di forza, di arditezza,
di volontà; ma non limitato al meschino
programma borghese del pragmatismo anglosassone.
Si tratta di rinnovare gli uomini, a cominciare
dagli Italiani, di arricchire il loro spirito
per elevarli dall'infraumano in cui diguazzano,
al sopraumano. Imitazione di Dio, questo il
superbo programma sbandierato dal Leonardo.
Uscire dalla meschina realtà, dai luoghi
comuni, dal tragico quotidiano; rifare il
mondo con la potenza dello spirito, la forza
di volontà, l'evocazione creatrice
della poesia. (Cfr. poesie e racconti straordinari
di quel tempo, in Tragico quotidiano, 1906).
Per
arrivare a tanto, il profeta di questo avvenire
si da con la verga della stroncatura ad abbattere
gl'idoli del secolo, a svegliare i dormienti;
ma pure sente egli stesso per primo il bisogno
di farsi un'anima grande, di assoluta purezza,
di perfezione, onde arrivare alla k conquista
della divinità ". Si butta nello
studio delle religioni, esplora i segreti
dei mistici, tenta la magia. Conclusione:
la discesa dalla vetta di quello sforzo con
una confusione profonda ed una disperata delusione.
" Tutto è finito, tutto è
perduto... Io non sono più nulla, non
conto più, non voglio niente. Sono
una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo
come una pietra, freddo come un sepolcro.
Qui è sotterrato un uomo che non potè
diventare Dio a (Un uomo finito, p. 269).
Ma
in questo sepolcro fermentavano i germi di
nuove battaglie. Morto il Leonardo, Gianfalco
entra nella Voce la rivista fondata da G.
Prezzolali per agitare problemi, allargare
la cultura degli Italiani, a indicare le loro
inferiorità per farli migliori ".
Nel 1913 fonda con A. Soffici Lacerba, rivista
di avanguardia del futurismo e del nazionalismo.
La
prima grande guerra fu il campo di prova delle
teorie e delle audacie. Per Papini, come per
molti altri, segnò la crisi decisiva
e l'incontro con Cristo (1919). Sentiamo dalla
sua stessa confessione come questo incontro
è avvenuto.
a
Durante la guerra, e specialmente negli ultimi
tempi, fui profondamente rattristato dallo
spettacolo di tante rovine e di tanti dolori.
Rilessi in quegli anni molti libri di Tolstoi
e di Dostojewski e da essi venni risospinto
alla lettura del Vangelo, che avevo letto
più volte ma spesso con spirito diffidente
e ostile. E meditando sul Vangelo, e specie
sul Sermone del Monte, venni a pensare che
l'unica salvezza per gli uomini, e una salvaguardia
sicura contro gli orrori presenti, non poteva
essere che un mutamento radicale dell'ani
me: il passaggio, cioè, dalla ferinità
alla santità, dall'odio per il nemico
(e perfino per l'amico) all'amore anche per
il nemico. Il Cristianesimo mi appaIVe dunque,
in un primo tempo, come un rimedio ai mali
dell'umanità ma, proseguendo nelle
mie solitàrie e ansiose meditazioni,
venni a persuadermi che il Cristo, maestro
di una morale così opposta alla natura
degli uomini, non poteva essere stato soltanto
uomo ma Dio. E a questo punto inteIVenne,
io credo, l'opera segreta ma infallibile della
Grazia " (La pietra infernale, Morcelliana
19S4, p. 151 seg.).
Allora,
preso dall'amore di Lui, sente il bisogno
di fare qualcosa perché le sue parole
di salvezza giungano a quelli che non le conoscono
o non le ap prezzano; e scrive La Storia di
Cristo (1921), con amore di credente e con
mano di artista. Colui che " ha consumato
in se stesso le ambizioni di un'epoca instabile
e irrequieta " (L'autore a chi legge
p. 32), fino a voler diventare dio, ha compreso
finalmente come soltanto nel Dio che si fece
uomo è possibile aver la risposta agl'interrogativi
ed alle aspirazioni umane.
Nel
messaggio di Gesù, Papini ha colto
il senso rivoluzionario e rigeneratore del
mondo, l'imperativo a rinnovellarsi, a rovesciare
mentalità, tendenze, gerarchle di valori,
tutto ciò che è meschino e terreno,
per trascendersi ed essere " perfetti
come il Padre che è nei deli ".
(Cfr. i capitoli sul discorso della Montagna).
Ma pure ha egli saputo scoprire l'Amore infinito
che si fa misericordia per i peccatori, sdegno
rovente agli ipocriti, esigenza totalitaria
verso i discepoli: tutto per scuotere gli
uomini ciechi e torpidi e sollevarli a quell'Assoluto
cui ogni cuore aspira.
Papini
ha confidato che più volte, mentre
scriveva questa Storia, provò la sensazione
viva della presenza di Cristo in mezzo a noi,
fino a voltarsi talora di soprassalto, quasi
gli stesse a fianco. E veramente ha scritto
la Storia di un Vivo, di Uno eternamente presente
e del quale non si può fare a mena
La preghiera finale è l'appello bruciante
dell'uomo del Novecento, il quale ha bisogno
di Cristo più che non mai, per non
inabissarsi nell'inferno che si è scatenato
dentro e fuori di lui. " Ma noi, gli
ultimi, ti aspettiamo. Ti aspetteremo ogni
giorno, a dispetto della nostra indegnità
e d'ogni impossibile. E tutto l'amore che
potremo torchiare dai nostri cuori devastati
sarà per te, Crocifisso, che fosti
tormentato per amor nostro e ora ci tormenti
con tutta la potenza del tuo implacabile amore
".
L'incontro
col Cristo vivente ha portato il ribelle Gianfalco
nel seno della Chiesa cattolica. " Finita
che fu (la Storia di Cristo) mi si presentò
l'esigenza di appartenere alla società
fondata da Cristo. E tra le Chiese innumerevoli
che si dicono sue fedeli interpreti scelsi,
non senza contrasti interni e qualche ripugnanza
ora superata, quella cattolica, sia perché
essa rappresenta veramente il tronco maestro
dell'albero piantato da Gesù ma anche
perché, a dispetto delle debolezze
e degli errori umani di tanti suoi figli,
essa è quella, a parer mio, che ha
offerto all'uomo le condizioni più
perfette per una integrale sublimazione di
tutto l'esser suo e perché in essa
soltanto mi parve che fiorisse abbondante
e splendente il tipo d'eroe che ritengo il
più alto: il Santo " (La pietra
infernale, p. 152).
Questa
conclusione d'un laborioso itinerario non
fu per Papini la resa armi, l'insediamento
in una raggiunta certezza; fu anzi l'inizio
di nuove battaglie e di un aspro cammino.
L'uomo che già prima aveva lottato
e odiato " per amore agli uomini ",
ora si sente mosso da un a prepotente desiderio
di seIVire a loro, di essere un militante
per il Regno di Dio. Gli scritti programmatici:
Lo scrittore come maestro, La moralità
nella letteratura, (in La pietra infernale)
stanno a indicare la battaglia ingaggiata
da G. Papini in Italia per richiamare la letteratura
al suo compito nobilissimo di formare gli
uomini e non di limitarsi al gioco dei dilettanti
o all'esercizio degli esteti. Peccato che
il gusto del paradosso e della stroncatura
abbiano spesso soverchiato la creazione d'un
artista, l'intimità d'uno scrittore
pure molto dotato, il quale s'impone con la
sua nuda sincerità e con la forza d'uno
stile incandescente.
Le
Lettere di Papa Celestino VI agli uomini (Vallecchi
1946) sembrano scritte con le lacrime e col
sangue, come un pastorale messaggio all'umanità
in pericolo di naufragio. E gli ultimi libri
di " schegge " La spia del mondo,
La felicità dell'infelice, dettati
in una clausura di cecità e di sofferenza;
sono un distillato di cristiana saggezza dell'uomo
che attraverso le lotte e il dolore ha raggiunto
la serenità dello spirito. " Un
miracolo ancor più incredibile, raro
ma stupendo, si avvera in certe anime di santi
e di poeti : il dolore, arrivato alla sua
estrema pienezza, esplode in gioia, fiorisce
in felicità " (La felicità
dell'infelice, p. 19).
§
3. - Francois Mauriac (1906). L'Amore che
tormenta finché non sia posseduto.
C'è
una pagina in Giovedì Santo che può
offrire la chiave di tutta l'esperienza di
vita e di arte di F. Mauriac. Là dove
egli si ritrova adolescente nella cappella
del collegio, a cantare l'Ufficio delle tenebre,
e si sente nell'intimo sollecitato da opposti
richiami: la voce di Cristo che gli giunge
dalle lamentazioni del profeta e dal mistero
eucaristico, e la voce dell'istinto che si
desta e urge col fremito della primavera.
"
In quegli anni innocenti io cominciavo a sentire
il mio cuore diviso e la Settimana Santa me
ne dava la rivelazione. Tutti gl'incanti del
mondo facevano lega contro il fanciullo che
avrebbe voluto unirsi all'agonia di Cristo...
Cosi il rinnovellarsi della grazia e della
natura si scatenavano nel giovane cristiano,
iniziando tra le due primavere una singolare
tenzone, che doveva cessare solo dopo molti
anni. Ed è proprio finita? " (ed.
Morcelliana pp. 27-31).
Nella
sua vasta opera di narratore, Mauriac svolge
questo intcriore conflitto, che l'uomo cerca
il più delle volte di nascondere agli
altri e perfino a se stesso. Gli è
che troppo spesso il richiamo dell'istinto
prevale su quello dello Spirito, e la vita
diventa una catena ingarbugliata di errori
e di colpe. Mauriac intuì, fin dalle
prime armi, il tremendo impegno dell'artista
cristiano, che è quello di aiutare
l'uomo a comprendere se stesso, per trovare
la via, e gli parve un dovere e un atto di
amore farsi anche spietato nello scoprire
piaghe nascoste, fondi d'infezione; nell'abbattere
costruzioni fittizie, facili compromessi,
che incrostano l'anima e ne inceppano il libero
volo. " 11 più sporco di noi assomiglia
al velo di Veronica. Tocca all'artista rendere
visibile a tutti gli occhi questo volto estenuato
". (Il romanzo, cap. IX, cfr. pure gli
altri saggi: Dio e Mammona; La letteratura
e il peccato, tee).
Sono
note le polemiche suscitate dall'opera di
Mauriac in campo cattolico. Chi l'accusa di
eccessivo pessimismo e di fatalismo, nel rappresentare
una umanità irrimediabilmente guasta;
chi addirittura di dilettazione morosa in
quel suo indugiare sulle attrattive e sul
peccato dei sensi. I giudici più benigni
ci vedono un fondo persistente di giansenismo,
che lo induce a palleggiare l'uomo tra il
peccato e la grazia. Si potranno fare tutte
le riseIVe possibili, specialmente di fronte
a certi fondi mostruosi rovistati nei due
romanzi di Teresa Dusqueyroux, in Genitrìx,
in Sagouin, in Galigat; ma non si può
misconoscere all'opera di Mauriac, artisticamente
cosi vàlida, la positiva impostazione
ed il pregio di un'alta testimonianza cristiana,
in un'epoca in cui la letteratura che analizza
l'uomo, da Flaubert, a Proust, a Moravia,
a Sartre, scopre in fondo solo fango, angoscia,
disperazione.
"
In qualsiasi scrittore che al centro della
propria opera abbia posto la creatura umana
fatta a immagine del Padre, riscattata dal
Figlio, illuminata dallo Spirito, io non potrò
mai riconoscere un maestro di disperazione,
per quanto tetra possa essere la sua pittura.
Se tale risulta, è perché egli
crede nella natura ferita, se non corrotta,
dell'uomo. La storia umana narrata da un romanziere
cristiano non può avere colori d'idillio,
per il fatto che egli non può prescindere
dal mistero del male. Ma in questa ossessione
del male è implicita quella per la
purezza, per l'infanzia " (nella rivista
Ecclesia, IL 1953). In questa estrema difesa
c'è tutto Mauriac: la nostalgia per
la purezza dell'infanzia, il mistero del male,
l'impronta viva nel cuore umano dell'Eterno
Amo re. L'uomo per Mauriac è un essere
fatto per amare ed essere amato. In questo
sta la felicità ch'egli è portato
a cercare, irresistibilmente. Ma impastato
com'è di carne e di sangue, con in
fondo all'anima un'eredità di orgoglio
ribelle, crede ostinatamente che l'amore sia
fatto di carne e la felicità consista
nel soddisfare l'avidità, l'ambizione,
l'orgoglio. Solo la dura esperienza della
vita vale a disingannarlo, e solo la grazia
può aprire gli occhi alla verità.
Nei a deserti dell'amore ", nell'esasperata
ricerca di trarre " l'infinito dal finito
", l'uomo avverte l'inadeguatezza delle
creature rispetto ai suoi desideri, scopre
con orrore il fondo di malizia che lo rende
odioso e spregevole, ma pure si trova sempre
in attesa di Qualcuno che, al di là
del limite umano, lo comprenda e lo ami.
a
Mi sono sempre ingannato sull'oggetto dei
miei desideri. Non sappiamo quel che desideriamo,
non amiamo quel che crediamo di amare "
(Groviglio di vipere, Mondadori 1952, p. 179).
Il personaggio che così si confessa,
stende per tutto il romanzo un'analisi spietata
della sua vita, trascorsa nell'incomprensione
verso la sposa e nell'urto con i figli, fino
a scoprire in sé e in questi "
l'orrendo groviglio di vipere ", rappresentato
dall'avidità del denaro, dall'odio
represso, dalla sete di vendetta. In questo
riconoscimento è già l'ansia
d'una rigenerazione. Ma com'è possibile?
"
Ci vorrebbe una forza, mi dicevo. Ma quale?
Qualcuno. Sì, qualcuno in cui poter
ricongiungerci tutti e che fosse, agli occhi
dei miei, garante della mia vittoria interiore;
qualcuno che testimoniasse per me, che mi
alleggerisse del fardello immondo, che se
lo prendesse... Anche i migliori non imparano
da soli ad amare; per passare al di là
del ridicolo, dei vizi e soprattutto della
bestialità umana, bisogna avere in
sé un amore arcano che la gente non
conosca. Finché questo segreto non
sarà scoperto, cerchereste invano di
mutare lo stato degli uomini. Credevo che
fosse l'egoismo a rendermi estraneo a tutto
ciò
che non riguardava che l'economia della società;
e sono stato infatti un mostro di solitudine
e d'indifferenza; ma verrà anche in
me la sensazione, la certezza oscura che a
nulla serve cambiare la faccia della gente;
bisogna saper raggiungere il suo cuore. Cerco
soltanto chi sarà capace di riportare
questa vittoria; dovrebbe essere il Cuore
dei cuori, il centro bruciante di ogni amore"
(p. 190).
L'autore
ha scortato quest'anima infelice fino all'approdo
nella luce e nell'Amore; ma in tutta l'avventura
grava l'ombra di tcmediocri cristiani che
nascondono questa luce... e allontanano il
peccatore da una verità che, attraverso
essi, non risplende più! " (breve
prefazione all'opera).
Mauriac,
comprensivo e indulgente verso i peccatori
d'ogni specie, è spietato verso i cristiani
che si fasciano di devozione e di zelo, senza
portare nel mondo la carità di Cristo.
Nella Pietra di scandalo (ed. Fiorentina 1952)
egli ha dato sfogo all'amarezza e allo sdegno
per i cristiani borghesi, incapsulati nel
loro egoismo; stoccate anche forti su forme
esteriori del culto e del costume ecclesiastico,
che andrebbero rivedute. Testimonianze anche
queste d'un cristianesimo militante, cui è
facile sconfinare nell'intemperanza. Quando
invece Mauriac si tiene nel campo che gli
è proprio, quello dell'arte, il suo
zelo riprende la misura e forza anche maggiore.
Nessuna sua critica al fariseismo di certi
cristiani vale quanto il romanzo La Farisea
(Mondadori 1947), dove è rivelato il
substrato di orgoglio che ispira lo zelo indiscreto
e la falsa devozione, ma più ancora
" l'orrore della tortura che infliggono
a se stessi i servi di Dio che ignorano l'Amore
".
La
conclusione è come il risveglio tremendo
del giudizio: "Alla sera della sua vita,
Brigida Pian aveva finalmente scoperto che
non bisogna assomigliare a un seIVitore orgoglioso,
preoccupato di abbagliare il padrone pagando
il suo debito fino all'ultimo obolo, e che
il Padre Nostro non s'aspetta da noi che si
sia i contabili minuziosi dei nostri meriti.
Ella sapeva adesso che non importa meritare,
bensì amare ".
Si
comprende ora il significato della Vita di
Gesù scritta dal Mauriac nella piena
maturità (1936, traduz. di A. Silvio
Novaro, Mondadori 1944). E' la testimonianza
all'Amore infinito che ha preso la nostra
carne e il nostro sangue per risanarli dall'impurità,
per riempire il vuoto dei nostri cuori, per
stringerci nell'amplesso d'un solo Cuore.
La
penetrazione dello psicologo, l'arte del poeta,
l'ardore del credente hanno creato il capolavoro,
concentrato in un solo soggetto: " II
segreto dei segreti: cioè che l'amore
non è un sentimento, una passione,
ma una persona, Qualcuno. Un uomo? Appunto,
un uomo. Dio? Appunto, Dio. Lui che è
qui. Che bisogna preferire a chicchessia?
Non basta: che bisogna unicamente adorare
" (pag. 87).
In
rapidi scorci, d'una penetrazione talora folgorante,
Mauriac segue il cammino del Cristo alla conquista
dei cuori, attraverso le pagine di quella
storia evangelica che ancora " respira
".
La
Madre e i discepoli apprendono le esigenze
d'un amore divorante, che non tollera mezze
misure; i poveri e i sofferenti sono attratti
dal fascino di un cuore smisuratamente compassionevole,
fino al miracolo; i superbi spregia-tori degli
altri si vedono smascherati nel fondo della
loro meschinità e della loro malizia;
i peccatori fermati d'un tratto e sconvolti
nell'intimo da uno sguardo che scava nel profondo,
da una potenza di amore che vince ogni resistenza.
Le
pagine migliori di questa Vita sono le storie
di conversione. Senza lasciarsi prendere la
mano dal romanziere, Mauriac vi ha portato
la sua rara penetrazione del cuore umano,
sempre inquieto e facile alle seduzioni perché
lanciato i in questa corsa dietro l'infinito,
in questa caccia all'assoluto attraverso il
sensibile" (p. 114). Affinchè
la nostra corsa non fosse vana e disperata,
l'infinito Amore si è mosso incontro,
alla ricerca di quanti si sono smarriti. "
D'ora innanzi, nel destino di ciascun uomo,
vi sarà questo Dio in agguato "
(p. 291). La fede di Mauriac poggia tutta
sulla realtà divina e umana del Cristo,
vivente nella Chiesa, dove ancora possiamo
incontrarlo, sentire la sua parola, avere
il suo perdono e il Pane di Vita. " Questo
grand'albero cattolico non ci sembra così
bello se non perché è realmente
vivo, e, malgrado tanti rami secchi, gorgoglia
di succhi e il sangue di Cristo seguita a
circolaIVi, dalle radici ai minimi ramoscelli,
e fino all'ultima foglia. Il Cattolicesimo
senza il Cristo sarebbe un guscio vuoto, curiosamente
lavorato. Per contro, che un maremoto distrugga
i templi e i chiostri, i palazzi delle opere:
nulla in realtà sarà distrutto,
poiché resterà l'Agnello di
Dio " (p. 22). E la Chiesa fa come Lui,
prende tutta la nostra umanità, fatica
e soffre a purificarne le sozzure, ad elevarci
in alto, anche col più semplice rito,
a e cosi le lacrime e i baci nostri giungono
fino a Colui che ci ha fatto la promessa:
Tutto trarrò a me " (Giovedì
Santo, p. 29).
§
4. Riccardo Bacchetti (1891). Lo sguardo di
Gesù.
Bacchelli
narratore non ha bisogno di presentazione
a chi conosca l'a b e delle nostre lettere,
tale è la mole dei suoi libri e più
la forza dello scrittore. Il quale va annoverato
nella serie, oggi sparuta, dei romanzieri
" morali " non per la castigatezza
delle sue pagine (talora apertamente veriste
e perfino boccaccesche), ma per il senso morale
che illumina ogni vicenda e riporta i fatti
umani ad un giusto giudizio di valore.
Basti
riferirci all'opera maggiore Il mulino del
Po (8. voli. 1938-40), dove in ritmo largo
e fluente, come il corso del grande fiume,
svolge la quotidiana vicenda del popolo italiano
nel secolo del risorgimento, rannodata alle
avventure di una famiglia di mugnai. Epoca
turbinosa di lotte, di rivolgimenti politici
e sociali, di crisi religiosa; tempi nei quali
sembra fatale il prevalere della forza e dell'astuzia,
l'oscurarsi della coscienza. Invece il Bacchelli
mostra la vitalità del popolo italiano
proprio nella sua sanità morale: la
dedizione al lavoro e alla famiglia, la fiducia
nel bene e nell'avvenire, ispirate dalla fede
in Dio, alimentate dalla pratica religiosa.
"
Non poteva più farlo senza ricordarsi
del male che v'era attaccato, tanto più
che suo padre, uomo molto pio, l'aveva allevato
nel timor di Dio, e se la vita militare l'aveva
offuscato, quella solitudine pregna di ricordi
glielo rendeva. Aveva infatti preso a dire
assai esattamente le sue orazioni, e né
poteva cancellar dalla memoria le parole del
malvissuto e peggio morto Maz-zacorati, né
fingere di non sapere che cosa fosse la scomunica.
Inoltre l'offesa alla Madonna gli pareva la
più odiosa, per un verso, e la più
temeraria per un altro, come fatta alla Madre
in eterno pietosa : e chi intercederebbe più
per lui davanti a Cristo giudice, in cui credeva?
" (voi. I, p. 75). E' il protagonista
Lazzaro Scacerni mugnaio, il quale dalla campagna
napoleonica in Russia riporta un documento
che gli fa ricuperare un tesoro rubato da
altri in un santuario, compra un mulino e
inizia la sua piccola fortuna. Ma non ha pace
e sicurezza fin tanto che non penserà
seriamente a regolare le cose con Domineddio
e con la Chiesa. Cosi, ogni volta che si compromette
nel male o è tentato di disperazione,
sarà sempre la coscienza cristiana
a non lasciarlo in pace e a salvarlo nelle
braccia dell'infinita Misericordia. In questa
fede e con la dura esperienza, il popolano
acquista la saggezza della vita e scopre il
senso della storia. <c Quando si è
stati al mondo un pezzo, e se ne son viste
tante, a ripensarci si conosce che il mondo
è una matassa: o che vogliamo dipanarla
o che vogliamo arruffarla, il capo sta sempre
in mano di chi ci ha fatto, e sa lui come
e perché. Quando s'è capito
questo, ragazzi, possiamo ben studiare le
stelle e la luna, le comete e H sole di notte.
Da capire non c'è altro: Dio ha il
capo della'matassa " (p. 579). Per questo
ha fatto scrivere sul suo mulino: "Dio
ti salvi! ". Passano i giorni e gli anni,
passano le generazioni umane tra un turbine
di lotte e di errori, e la vita continua,
come il fluire del fiume " nel tempo
che volge e rivolge coi giorni e con noi ogni
cosa nel segreto di Dio " (voi. Ili,
p. 786).
Annota
F. Casnati : " La prima parola del primo
titolo è Dio; l'ultima parola di tutta
l'opera è Dio. Da Dio a Dio: tale l'itinerario
di una grande opera letteraria italiana a
un secolo dai Promessi Sposi. E' tal fatto
da gridarlo dai tetti in questi anni di stremata,
arida, e spesso ignobile letteratura "
(Favole degli uomini d'oggi, Vita e Pensiero
1952, p. 91).
Tra
i romanzi storici del Bacchelli ce n'è
uno a soggetto biblico particolarmente ricco
di psicologia e vivamente attuale di significato:
Lo sguardo di Gesù (Garzanti, 1948).
Sull'episodio dell'indemoniato di Gerasa,
liberato da Cristo (Me. 5, 1-20) lo scrittore
costruisce un'appassionante avventura, intrecciata
nella storia evangelica.
Prendimi con te supplica Itamar, l'uomo
liberato dalla legione di demoni. Ma Gesù
la rinvia a casa, mentre il suo sguardo si
posa su di lui, come a penetrarne il mistero
dell'anima. Alla luce di quello sguardo in
una coscienza appena ridesta, l'uomo scopre
con spavento il fondo di orgoglio, di ribellione,
di angoscia che aveva portato lui, ebreo ellenizzante,
colto e raffinato, all'ossessione diabolica.
Gesù risale col drappello dei discepoli
sulla barca, e Itamar rimane solo, come un
segregato dal numero degli eletti. "
Si domandò allora che cosa era mancato
o mancava a lui, e gli attraversò l'anima
una risposta certa e inesplicabile: egli aveva
qualcosa di troppo... Gli ricadde sull'anima
il peso d'una tristezza più seIVa e
più travagliata dei demoni che l'avevano
posseduto e travagliato. Egli era risanato
soltanto per conoscere e soggiacere a cotesta
tristezza, anzi per riconoscerla e ravvisarla
perpetua, statuita e preesistente... Come
mai non s'era accorto subito che quell'uomo
gliela leggeva nell'anima, e che lo respingeva
a causa d'essa?... Non v'era mica affezionato,
non n'era geloso, non mica l'amava... Si arrestò
spaurito: in verità, non aveva amato
mai altro, orgogliosamente, viziato ed ozioso
" (pp. 18-28). Una tristezza pregnante
di orgoglio intellettuale e di incapacità
morale: proprio il vizio che porta l'uomo
moderno a macerarsi in se stesso, senza via
di scampo. L'essere preda dei demoni immondi
verrà di conseguenza.
Itamar
ritorna alla nativa Gadara, ma si trova spaesato
tra gente che vive di piccoli fastidi e povere
soddisfazioni. La passione per Egla, la fidanzata
di un tempo, gli consente momenti di oblio;
e un periodo di stordimento passerà
"Ila corte di Erode, ricercato dal tetrarca
per l'abilità militare e diplomatica.
Ma ogni esperienza mondana non fa che acuirgli
in fondo la tristezza e accendergli il desiderio
di riavvicinare il Profeta di Nazaret.
II
racconto si stringe via via intorno ai due
personaggi, l'uomo e il Cristo, sbalzati in
potente rilievo, sullo sfondo delle descrizioni
d'ambiente e sulle pagine fosche di depravazione
e d'intrigo della corte di Erode. Dapprima
è la luce di quello sguardo penetrato
in fondo all'anima, che continua a macerarsi
nella sua .tristezza orgogliosa e impotente;
poi è il riflesso d'una forza sconvolgente
passata nell'anima dei discepoli; quindi sarà
la parola sentita con un misto di attrattiva
e di ripulsione dall'uomo confuso in mezzo
alla folla. " ...dal profondo dell'animo
sorgeva la persuasione d'aver accolto nelle
parole di quell'uomo un che d'inaudito e di
nuovo al mondo... Qualcosa di simile Itamar
si ricordava d'aver trovato descritto nel
greco contemplativo delle idee, in Piatone;
ma descritto, e in ciò stava l'incomparabile
ed incolmabile differenza. Nel filosofo altissimo,
la parola era pur sempre un velo, su cui la
verità traluceva per nascosto splendore,
per simboli ed immagini. In questo santo di
Nazaret, la parola era il corpo di luce della
verità presente, che, della parola
vestendosi, vi si rivelava, e rapiva lo spirito,
e rinnovava l'anima... Quest'uomo Gesù
non diceva la verità: era la verità,
incarnata in. innocenza di spirito, in carità
d'anima, perfette e viventi " (pp. 148-49).
Itamar si sente estraneo al mondo, perfino
all'amore: si metterà ancora sulle
tracce di Gesù, per avere la luce e
la pace dello spirito. Lo decide l'esempio
del fratello minore, il più puro e
il più buono, che parte con due discepoli
del Maestro; lo decide Egla stessa, la quale
ha compreso la profonda inquietudine di lui.
a ...intendo ora che la bellezza e l'amore
di una donna non possono riempir l'anima e
compier la vita di un uomo... Va' Itamar.
Soltanto dopo che tu l'avrai rivisto, potremo
ritrovarci... mi guarderai e mi parlerai con
occhi e voce che mi rendono quel che adesso
mi tolgono: la vita, la gioia" (pp. 223-224).
La
ricerca d'Itamar incrocia i pàssi di
Gesù in cammino verso Gerusalemme,
per l'estremo sacrificio. Nell'ammirazione
e nello scandalo della gente, nei contrasti
tra credenti ed increduli, tra amici e nemici,
l'uomo avverte sempre più chiaramente
il segno di contraddizione entrato nel mondo,
come nella sua anima. La serenità e
la mansuetudine del Cristo, nelle ore di passione,
finiscono col piegare le ultime resistenze
e disporre quest'anima alla povertà
dello spirito, cui fu promessa la prima beatitudine.
Itamar segue il Cristo sulla via dolorosa,
col cuore trepidante di pietà e di
amore. Raccoglie le ultime parole del Crocifisso,
e, mentre prega fra sé: " Gesù
misericordioso, abbi pietà della mia
miseria d'uomo! ", vede accostarsi un
tipo losco, Masma, il ladrone che gli fu compagno
di bestialità al tempo dell'ossessione
diabolica. Questi aveva giurato ad Itamar
odio e morte, ed ora gli s'avventa contro
e lo trafigge. Cosi l'agonia dell'uomo si
consuma con quella del Cristo, in una gioiosa
certezza di perdono e di liberazione.
S'è
accennato alla coincidenza tra il tormento
di Itamar e l'angoscia dei moderni. Quel k
qualcosa di troppo " che l'avrebbe fatto
respingere da Gesù, fa pensare stranamente
al " di troppo " della nausea di
Sartre. La tristezza di Itamar è di
natura intellettuale e metafisica come l'angoscia
degli esistenzialisti. Quella libertà
che non riconosce limiti né legge,
che scambia l'amore con l'egoismo dei sensi
e finisce in orgogliosa ed esasperata solitudine
è
la stessa che troviamo in Malraux, in Camus,
in Sartre, in Moravia. Questo personaggio,
eccezionale in tutta la vasta produzione del
suo autore, "sembra raccogliere il confluire
di tutti i più vitali motivi fermentanti
nella crisi spirituale dell'uomo del nostro
tempo... E sembra che Bacchelli abbia voluto
impostare i termini del problema religioso
della nostra epoca seguendo una linea che
porta dritto ad una soluzione cristocentrica.
Che, oggi, certe forme di religiosità
sfumate di evanescenze deistiche non appagherebbero
e non appassionerebbero nessuno: oggi, per
la nostra società disgregata e disorientata,
come per Itamar, l'incontro col Cristo, quale
ne sia il risultato, è un incontro
da cui non si può prescindere "
(I. Scaramucci, Romanzi del nostro tempo,
La Scuola, Brescia 1956).
§
5. - Graham Greene (1904). Il nocciolo della
questione.
Quando
nel 1928 fu mandato nel Messico in qualità
di reporter di un grande periodico londinese,
Graham Greene era già cattolico per
convenienze di matrimonio, ma senza convinzioni
né impegno. L'eroismo dei cattolici
messicani resistenti alla persecuzione lo
colpi fortemente, " Una fede che provoca
tali testimonianze, scrive, doveva essere
presa sul serio. M'interessai con un fascino
sempre più irresistibile alla vita
della Chiesa sotterranea e, a poco a poco,
sentii il desiderio di approfondire la mia
conoscenza del domma, la necessità
di mutare la mia vita ".
Oggi
Graham Greene è ritenuto il più
forte scrittore cattolico inglese, per la
concentrazione spirituale a cui spinge la
sua analisi del cuore umano. Al riguardo dei
suoi ultimi romanzi si parla addirittura di
ossessione religiosa, di casistica morale,
di scarnificazione della coscienza. Al di
là d'una vicenda poliziesca o di un
dramma d'amore, G. Greene vi squaderna dò
che in fondo tormenta veramente il cuore umano:
la vita in contrasto con la coscienza, la
libertà resistente alla grazia, l'uomo
che sfugge all'inseguimento di Dio. Qui non
si tratta solo di coscienza morale, più
o meno riducibile al soggetto, ma di coscienza
religiosa, dove risuona una voce inconfondibile,
e la grazia, ha il tocco di un Vivente, il
volto di Cristo.
Il
potere e la gloria (Mondadori 1945) sarebbe
l'avventura poliziesca della caccia al prete,
durante la rivoluzione messicana. Ma il titolo
stesso ci avverte che l'avventura viene trasferita
sul piano del Regno di Dio. S. Paolo ha parlato
di kenosis, di annientamento della Divinità
nel Cristo. Che cosa sarà allora nel
suo ministro, in un povero uomo carico delle
debolezze umane, in tempi tristi di persecuzione?
Il
padre José è l'unico prete rimasto
in quel paese, non tanto per una resistenza
eroica, quanto piuttosto per un richiamo del
dovere, più forte di lui, che lo riporta
ogni volta egli tenta di fuggire. Nell'anima
di quest'uomo è l'avvilimento e te
tempesta. A lui s'inginocchiano i fedeli per
essere assolti, benedetti; ed egli si sente
peccatore e indegno. Gli portano i bimbi perché
li rigeneri alla grazia, mentre lui è
in peccato. Chiedono che consacri il pane,
dia loro il Cristo, lui che ha le mani immonde!
Nella sua infermità di uomo reca un
potere che lo trascende e testimonia la gloria
di Dio in quel mondo dove Dio lo si vuole
bandire. Senza di lui a sarebbe stato come
se in tutto quello spazio tra il mare e le
montagne Dio avesse cessato di esistere. Non
era suo dovere di restare, anche se lo disprezzavano?
" (p. 87).
Il
dramma di quest'anima si rasserena di fronte
alla morte, al risveglio nel carcere, prima
dell'esecuzione. " Che individuo impossibile
sono pensò e come sono inutile.
Non ho fatto nulla per nessuno. Tanto valeva
non aver vissuto mai... Lacrime corsero
sul suo viso: in quel momento non aveva paura
della dannazione, perfino la paura della sofferenza
fisica era in seconda linea. Provava soltanto
una delusione immensa, perché doveva
andare verso Dio a mani vuote, senza aver
fatto nulla. Gli pareva che sarebbe stato
così facile essere un santo! Ci sarebbe
stato bisogno soltanto di un po' di freno
e di un po' di coraggio. Si sentiva come qualcuno
che per pochi secondi avesse perduto l'appuntamento
con la felicità. Sapeva ora che alla
fine c'era soltanto una cosa che contasse:
essere un santo " (p. 272).
Il
srvo inutile se ne va, dopo aver fatto la
sua parte con tante deficienze, ma almeno
senza orgoglio. Quel giorno stesso arriva
in incognito un altro prete, a portare in
quel paese a il potere e la gloria "
del Cristo.
Il
nocciolo della questione (Mondadori 1952)
concentra più ancora nel tormento di
un'anima la contraddizione portata da Cristo
nel mondo.
Scobie
è un vicecommissario di polizia, onesto,
di cuore, religioso anche. Preso da senso
di pietà per una donna scampata al
naufragio, finisce con l'innamorarsi di costei
e cadere in colpa. La moglie, nel dubbio geloso,
lo mette alla prova, invitandolo a fare insieme
la Comunione. Ecco il nocciolo della questione:
dovrà egli abbandonare quella donna
al suo destino, alla disperazione, oppure
tradire il Signore? Una vera ossessione tormenta
l'uomo in questo dilemma, specialmente dopo
che si lascia trarre a comunicarsi indegnamente.
Gli pare di essere diventato la croce su cui
inchioda il suo Dio e di aver mangiato con
quel Pane la propria dannazione (Cfr. pp.
262 seg.).
Pochi
scrittori moderni han reso cosi evidente,
al pari di G. Greene. il senso teologico del
peccato, come di un tradimento dell'anima
che preferisce la creatura al Creatore, crocifigge
in sé il Cristo, scatena nel cuore
le torture dell'inferno. " Gli si formò
d'improvviso davanti agli occhi l'immagine
di un volto sanguinante, di occhi chiusi sotto
la continua pioggia di colpi; la testa di
Dio stordita dai colpi che dondolava da una
parte" (p. 276). E quando, per uscire
dalla morsa, Scobie medita il suicidio, un
dialogo serrato si apre tra lui e il Cristo,
" Diceva: oh Dio, solo io ho peccato,
perché conosco le risposte da sempre.
Ho preferito dar dolore a te piuttosto che
ad Elena o a mia moglie, perché la
tua sofferenza non posso vederla, posso solo
immaginarla, Ma ci sono limiti a ciò
ch'io posso fare a te, o a loro... Io non
posso andare avanti, un mese dopo l'altro,
insultandoti. Non posso affrontar di venire
all'altare, a Natale il giorno del tuo compleanno
ad assumere il tuo corpo e il tuo sangue
per amore di una menzogna. Non posso far questo.
Tu sarai più libero, quando mi avrai
perduto una volta per sempre "... Ma
k non potè far tacere l'altra voce;
parlava dalle profondità del suo corpo:
era come se il Sacramento, che ci aveva abitato
per sua dannazione, si mettesse a favellare.
Tu dici d'amarmi, e tuttavia mi fai questo:
mi privi di te per sempre. Io ti ho creato
con amore. Io ho pianto le tue lacrime. Io
ti ho risparmiato più di quanto tu
non possa mai sapere. Ho radicato in te questa
brama di pace soltanto per poter un giorno
soddisfarla e vedere la tua felicità.
E adesso tu mi cacci via, mi metti fuori della
tua portata. Non ci sono lettere maiuscole
a separarci, quando parliamo assieme: io non
sono un Tu, ma semplicemente te stesso quando
tu mi parli... " (p. 299, 300).
Un
dialogo interrotto e poi ripreso, fino all'ultimo,
come un bisogno dell'anima angosciata che
tenta giustificare la sua ostinazione, e come
una ricerca altrettanto ostinata d'un Amore
che non si rassegna a perdere la sua creatura.
Ancor quando l'infelice si dibatte nella stretta
della morte, col cuore che gli si serra dentro,
" qualcuno vagava, cercando di entrare,
qualcuno che chiedeva aiuto, che aveva bisogno
di lui. E automaticamente, a quel richiamo
di aiuto, a quel grido di una vittima, Scobie
si tese tutto per agire. Richiamò la
sua coscienza da un'infinita distanza per
dare una risposta. Disse forte: "Mio
Dio, io amo..."" (p. 308).
Per
G. Greene l'amore umano non si limita mai
al cerchio angusto d'una creatura, al ritmo
breve della vita presente: è sempre
il palpito che sale a Dio di un'anima, in
gesto di offerta o di ribellione.
La
fine dell'avventura (Mondadori 1953) scava
ancora in questo motivo, da cui dipende il
destino dell'uomo.
Sara
Miles, donna di forte passione, si trova ad
un certo momento legata a due uomini, ad uno
dal vincolo d'un matrimonio civile, tenuto
saldo da un senso di pietà e di obbigazione
morale, all'altro dalla forza di un ardentissimo
amore. Sara non è credente, come Scobie
del romanzo precedente; ma è pur lei
prevenuta da Cristo in forza del battesimo
ricevuto da bambina. Nella ricerca di uscire
dalla situazione impossibile, essa trova le
vie della carità e del sacrificio,
trova quel Dio che per amore ha dato tutto.
Il suo diario intimo occupa tanta parte del
romanzo, ed è come un itinerario alla
fede che salva, per la strada dell'amore che
si sacrifica.
"
Buon Dio, ho cercato di amare, e ne ho fatto
un tale imbroglio. Se potessi amare Te, saprei
come amare loro. Io credo alla leggenda. Credo
che Tu sia nato. Credo che Tu sia morto per
noi. Credo che Tu sia D'io. Insegnami ad amare.
Non m'importa del mio dolore... È il
loro che non posso soffrire. Buon Dio, se
solo Tu potessi scendere dalla Tua Croce per
un momento e farci salire me, invece. Se potessi
soffrire come Te potrei come Te guarire "
(p, 174). E al termine dell'avventura, riconosce
a suo modo che tutto è stato una
corsa a Dio; che l'amore qui dissipa e strugge,
per non lasciare altri all'infuori di Lui.
" Tu eri 11, che c'insegnavi a dissipare
come l'insegnasti al ricco, in modo che un
giorno non ci rimanesse più nulla salvo
questo amore di Te. Ma sei troppo buono verso
di me. Quando Ti chiedo dolore mi dai pace.
Dalla anche a lui. Dagli la mia pace; è
lui che ne ha più bisogno " (p.179).
Fa
specie trovare in un romanzo del genere, tra
l'aperta mondanità e nel torbido della
sensualità, una ricerca tanto appassionata
di fede religiosa, da cui trarre la forza
per una eroica rinuncia. Vero che a volte
la preghiera si alterna con la bestemmia,
la religione si confonde con la superstizione;
ma è quello che avviene in molte anime,
fluttuanti nel mondo.
Procedendo
nella sua esplorazione, Mauriac è arrivato
a scoprire negli ultimi racconti " l'abisso
che l'assenza di Dio spalanca nel mondo "
(La vita e la morte d'un poeta). Graham Greene
scopre invece la presenza di Uno a] quale
non si può restare indifferenti: o
lo si ama, o si odia; o ci si arrende finalmente,
o gli si sfugge per sempre. Può parer
sconcertante l'audacia con cui egli osa calare
Dio e il Cristo nel mondo del peccato; eppure
è la realtà perenne del Vangelo:
Non veni vocare iustos sed peccatores.
Quanto
sia positivo il risultato, sentiamo da Brace
Marshall: a Non è solo per la superiorità
sui contemporanei che Greene e Waugh (altro
giovane scrittore cattolico inglese) mi piacciono.
È anche perché mi pare sentire
il bisogno di essere santo; mentre gli scrittori
dei libri santi mi fanno spesso desiderare
la bigamia, il comunismo o il furto, tanto
sono urtanti ".
§
6. - La voce dei poeti.
Per
quanto possa sembrare fasciata di ermetismo,
non si negherà che la poesia pura è
voce genuina dell'anima. Tanto più
indicativa la sua testimonianza. Al di là
delle orge che celebrano la politica e la
scienza con le loro conquiste, la voce del
poeta si leva a far sentire quanto siamo poveri
e tristi in un mondo fatto estraneo e deserto
per la deficienza di carità, per l'assenza
di Dio dai cuori. Ma proprio nello scavo del
dolore, sui sentieri dell'inferiore solitudine
o Ira le macerie di un mondo in rovina, il
poeta scopre come l'uomo non è mai
del tutto solo, né la terra può
andare distrutta, perché in mezzo a
noi c'è ancora il Cristo.
Inglesi.
- F. Thompson, dopo che si è arreso
al celeste Inseguitore, non vive più
in una fuga continua per un paese straniero:
ha trovato il Regno di Dio in ogni angolo
di natura, come nel trambusto della metropoli:
quello stupefacente commercio tra la terra
e il cielo, tra gli uomini e gli angeli, di
cui è mediatore Cristo.
Quando
sei cosi triste più che non mai, gridai
e sopra tal dolente perdita il moto della
scala di Giacobbe risplenderà fra il
Cielo e Charing Cross. Si, nella notte, o
anima, mia figlia, grida! ...e aggrappati
agli orli del Cielo. Ecco, Cristo cammina
sulle acque, non di Genezarcth, ma del Tamigi,
(trad. A. Castelli, in Liriche religiose inglesi,
Morcelliana 1948, p. 153).
II
brillante discepolo di Newman, Gerard Hophins
(1844-89), ha lasciato un tesoro di poesia
che appena l'età nostra ha scoperto.
La forma concentrata, il ritmo originale,
Io rendono a noi contemporaneo. Orbene, tutta
la poesia di Hopkins è una testimonianza
di quella fede e di quell'amore a Cristo che
l'affascinò, giovane studente, a Oxford
e lo trasse a schierarsi nella Compagnia di
Gesù {Poesie, a cura di A. Guidi, Guanda,
Parma 1953).
Nel
poemetto Il naufragio del Deuischland, il
poeta vede in uno tutti i naufragi delle costruzioni
e delle speranze umane, che gettano tanto
sconcerto e disperazione nel mondo. Ma al
di sopra delle tempeste, s'alza quale iride
la Croce di Cristo. Della sua passione è
intessuta la storia, e in questo mistero s'illuminano
le contraddizioni mondane.
È
dunque il naufragio un raccolto,
per
Te trasporta grano la tempesta?...
Orgoglio,
principe, eroe nostro, pontefice,
fuoco
sul focolare del nostro caldo cuore,
Signore
del galoppante stormo dei nostri pensieri!
A
Hopkins e al Simbolismo in genere, si riallaccia
il più grande poeta vivente del mondo
anglosassone: Thomas Stearns Eliot (Poesie,
trad. di L. Berti, con testo a fronte, Guanda,
Parma 1949).
Passato
nelle grandi città, a contatto delle
correnti di cultura e della vita moderna,
Eliot ne ha sentito e sofferto la povertà
di senso umano, il disorientamento spirituale,
la disperazione latente. Una inquieta e sincera
ricerca, sotto la scorta dei grandi geni (di
Dante soprattutto), l'ha condotto gradualmente
alla fede cristiana, di cui s'è fatto
militante nella Chiesa Anglo-cattolica (1927).
La
sua poesia raggiunge con viva intuizione e
forza suggestiva l'anima del nostro tempo:
anima inquieta e stanca, nel chiasso della
vita moderna, ma pure nostalgica d'una fede
e d'una gioia perduta.
Terra
deserta (1922) è il mondo di oggi,
delle grandi città, in sequenze cinematografìche:
gente che si muove col ritmo delle macchine,
che si attacca a delle futilità e vive
per consumare i suoi prodotti. Pagliacci mascherati
che si dimenano in una pantomima.
"
Siamo gli uomini vuoti Siamo gli uomini
imbottiti
Che
appoggiano l'un all'altro La testa piena
di paglia.
Le
nostre voci esauste, quando L'uno all'altro
sussurriamo
Son
calme e senza senso...
Non
ci sono occhi In questa valle di stelle
cadenti
In
questa cupa vallata Questa rotta voragine
dei nostri regni
perduti
".
E
una voce interiore ripete, alle cadenze di
questo coro triste: " Perché tuo
è il Regno! " (Gli uomini vuoti).
Mercoledì
delle ceneri (1930) ci porta in un'atmosfera
rarefatta e calma di purgatorio dantesco.
Sulla terra disseminata di ossa, s'alza come
alba di speranza una figura che riassume l'anelito
della terra e la grazia celeste:
"
Signora in veste bianca Signora dei Silenzi
affranta e calma.
Rosa
della rimembranza Giardino ove ogni amore
finisce ".
In
questa luce di crepuscolo, col cadere degli
anni e dei sogni infranti, appare il senso
della vita e si sente il bisogno di "
redimere il tempo ", non più nel
frastuono e nella facile illusione, ma nell'ascoltazione
del n Verbo silente " :
"
In questo transito breve ove incrociano i
sogni È tempo questo di tensione fra
nascita e morte ".
Allora
l'uomo si mette in cammino, come un giorno
i Magi, in mezzo alle derisioni del mondo,
per trovare la Parola, il segreto di vita,
"
guidati per tutta quella strada per Nascita
o Morte? " Un incontro sconcertante:
it ...Questa Nascita un'aspra e amara agonia
era per noi, come la Morte, la morte nostra
".
Ma
al ritorno, non si trovano più a loro
agio e nell'antica legge, fra un popolo straniero
che s'aggrappa ai suoi idoli ".
(Viaggio
dei'Magi)
I
cori da a La rocca " (1934) cantano la
ricostruzione della vita e della so
cietà umana sull'unico fondamento possibile:
il Cristo vivente nella sua Chiesa.
II
ciclo indefinito di pensiero e di azione,
d'invenzione e di produzione,
non è riuscito effettivamente a darci
una vita.
"
Porta conoscenza del moto, ma non della quiete;
Conoscenza
del discorso, ma non del silenzio;
Conoscenza
di parole, ma ignoranza del Verbo.
...Dov'è
la Vita che abbiamo sprecato vivendo? a
Ma
ecco, agli uomini che " non han più
bisogno di Chiesa " e non si comprendono
più, parla la Rocca (la Pietra posta
da Cristo a fondamento), " L'inviato
da Dio, in cui la verità è innata
", e ammonisce a ben costruire, per non
cadere in rovina.
a
Voi, avete ben costruito, se avete dimenticato
la pietra angolare?
Parlando
di giuste relazioni di uomini, ma non di relazioni
con Dio.
...Che
vita è la vostra, se non vivete insieme?
Non
c'è vita se non si svolge nella comunità,
e
nessuna comunità se non vissuta in
grazia di Dio ". Agli uomini abbattuti,
sulle loro rovine, viene additata l'opera
degli umili, i quali nella fede e nell'ordine
costruiscono la nuova Città e cantano:
"
C'è un lavoro comune! Una Chiesa
per tutti.
E
un compito per ciascuno. Ogni uomo ha il
suo lavoro ".
Francesi.
- Non ho mai capito il senso umano e cristiano
di tanta parte della moderna poesia come il
giorno in cui visitai a Parigi la prima grande
mostra di Rouault (estate '52).
Nella
prima sala era un mondo di figure contorte
e tristi, dai lincamemi scuri; uomini vuoti
e stanchi, donne sfiorite e abbandonate, arlecchini
e pagliacci dal riso amaro come una beffa.
Un clima di aridità spirituale, di
terra desolata. Ma ecco, tra quelli ossessi
e sperduti, apparire la figura de', Cristo,
dolce e accorato, chino sulle sofferenze e
sulle tristezze umane. Volto insanguinato,
con uno sguardo penetrante sino al cuore;
crocifisso che stende le braccia e parla con
le sue ferite. Sembra allora che quella gente
abbattuta s: ridesti. L'uomo muto solleva
il capo e le mani in segno d'implorazione
e di attesa; il disperato si attacca alla
croce; la peccatrice scoppia in lacrime; il
pagliaccio prende sul volto una serietà
che Io rende umano. È la serie stupenda
del Miserere, tramata su di una via crucis
di dolore e di speranza. Da ultimo, paesaggi
aperti, squarci di cielo, serenità
nel lavoro, volti trasfigurati in una nuova
luce.
Mi
parve ravvisare qui, come in una sintesi visiva,
la grande poesia della Francia contemporanea,
da Baudelaire a Rimbaud, da Claudel a Max
Jacob: l'avventura spirituale di un mondo
tornato pagano, che avverte nella sua disperazione
la presenza del Cristo. Rimbaud, Verlame lo
sentono battere con insistenza ai loro cuori
devastati; Claudel è folgorato dalla
sua luce nel Natale 1886; Germain Nouveau,
il poeta randagio, lo scorge nel piccolo e
nel povero: Max Jacob, mistico e poeta, lo
vede entrare nella sua stamberga di Montparnasse,
apparirgli sullo schermo del cinema.
A
questo incontro l'anima resta scossa nel profondo;
sente come una spaccatura attraverso la quale
entra la luce a mostrare il disordine e a
scovare il fondo buono. Una battaglia incomincia,
con alternative di vittorie e di scoti fitte,
di diserzioni e di ritorni. La redenzione
è in cammino.
Dovrei
qui riferire una ricca antologia di esperienze
e di testimonianze: Peguy, J. Rivière,
F. Jammes,... oltre i citati. Di Claudel vedremo
appresso. Ci basti ora fermarci su uno degli
ultimi e più originali: Max Jacob (1876-1944).
Ingegno
tra i più brillanti dell'avanguardia
parigina, amico di Apollinaire, Picasso, Salmon
e di quanti artisti nuovi popolano, a principio
del secolo, i tabarins di Montmartre. Anima
di mistico in un corpo di satiro, tenta invano
di soffocare nei disordini le aspirazioni
all'alto; di mascherare sotto le pose eccentriche
il fondo d'inquieta tristezza; di riempire
la disperata solitudine del suo spirito in
mezzo ai frastuoni mondani.
Cristo
gli appare nel suo tugurio (1909), poi una
seconda volta al cinematografo, sullo schermo.
" Guarda la mia faccia di sangue; guarda
la mia figura di lacrime, libertino... Guarda
la mia croce!... Ah! tu non comprendi? Io
sono qui affaticato! ".
Questo
incontro è registrato in Saint Matorel
(1910), storia in prosa e in versi di un tipo
bizzarro, cabalista e randagio, che si converte
e si fa frate, portandosi dietro le visioni
allucinate dei diavoli e degli angeli, in
lotta per l'anima sua. Nella caricatura è
lo stesso Jacob, combattuto tra la carne e
lo spirito, il cielo e l'inferno. L'incontro
con Cristo Io decide per la fede cristiana
(era ebreo), e Picasso gli è padrino
al battesimo (1915). Ma il mondo tosto riafferra
quest'uomo incapace di regolarità,
di disciplina. Meditazioni religiose e preghiere
in lui si alternano a vanità e gozzoviglie;
fino a che il bisogno di purificazione e di
ascesi lo porta a ritirarsi presso l'antica
abbazia di St. Benoit-sur-Loire. Di qui verrà
strappato per la deportazione e la morte in
campo di foncentramento. Una morte da santo.
"
Mistico e peccatore " si è definito
Max Jacob in Défense de Tartufe, l'opera
dove rispecchia intero se stesso e il mondo
in cui vive. Un volto di arlecchino che ha
per sorriso una beffa; " sotto l'espressione
gioiosa è una disperazione muta".
E il mondo intorno gli rivela la medesima
tristezza: il chiasso, il riso, l'agitazione
è maschera; sotto, il vuoto, la noia,
l'angoscia. " Oh come il mondo è
deserto, senza di Te, mio Dio! ".
In
questo deserto, tra i pagliacci vuoti, compare
Cristo a ridestare le anime morte. (Cfr. i
due poemetti Le Christ au cinématographe;
Le Christ à Montpar nasse, nella stessa
Défense de Tartufe).
Le
opere seguenti, in versi e in prosa, segnano
una contrastata ma sicura ascesa di quest'anima
verso l'Assoluto, fino alla piena chiarificazione
artistica e spirituale di L'homme de cristal.
" II saltimbanco dell'assurdo e del vuoto,
scrive E. Cassi Salvi, scopre, a un certo
momento sotto gli inganni del reale, non soltanto
il surreale, ma il sovrannaturale. Il suo
senso dell'occulto si trasfigura in senso
del divino. Sotto il cadere delle maschere
resta il volto piangente e rapito del peccatore
ravveduto. Sotto l'amaro e il deluso traspare
e si illumina il fidente amico di Dio. Il
peso doloroso della carne si levifica, l'inquietudine
dell'anima si acquieta in una speranza piena
di pace. "Il fiume della mia vita e-
divenuto un lago. Ciò che si riflette
in esso non è più che l'amore.
Amore di Dio, amore in Dio" " (Max
Jacob, Meditazioni religiose, Morcelliana
1952, p. 45).
Italiani.
- Un discorso sulla testimonianza cristiana
dei poeti Italiani moderni, dovrebbe incominciare
almeno da Giovanni Pascoli.
In
anni grigi di positivismo e di laicismo, il
poeta di Myricae, dei Canti di Castelvecchio,
dei Poemi Conviviali, dischiuse orizzonti
di mistero, patì il dramma della fede,
prevenne le istanze spirituali dei nostri
giorni, senza pur giungere ad una chiara soluzione.
Rimase in lui fino all'ultimo l'ansia d'una
ricerca, l'attesa d'una risposta.
La
sincerità e l'intimità della
poesia pascoliana si sfibra con i Crepuscolari
in grigia tristezza, nell'ironia e nel pianto,
per l'inconsistenza d'una vita priva di valori
assoluti. " Passò quasi vent'anni
- la cosa fatta di giorni, che si chiama la
vita " (Guido Gozzano). a I miei perduti
sogni - pieni di una mortale nostalgia "
(Sergio Corazzini). Ma la loro nostalgia più
grande, come già in Pascoli, è
la fede dell'infanzia, alla quale alcuni ritornano,
come Gozzano. attraverso un lungo calvario
di dolore.
I
poeti ultimi (Montale, Ungaretti, Quasimodo...)
ci portano, con un linguaggio scarno e liricamente
puro, alla nudità dell'anima. È
qui che si sperimenta l'insufficienza di tutte
le cose, i limiti in cui si dibatte l'uomo
con le sue infinite aspirazioni; qui che si
avverte la solitudine esasperante d'un'Assenn
infinita, oppure la misteriosa Presenza che
fa scaturire nel deserto una fontani d'acqua
viva.
Vedete
l'uomo di Montale, errante tra i ciotoli e
gli ossi levigati d'una spiaggia assolata,
o fisso ad una " muraglia che ha in cima
cocci aguzzi di bottiglia
".
Si
può pensare ad una maggiore aridità
di spirito, ad una più tragica confessione
del limite umano?
"
Non domandarci la formula che mondi possa
aprirti,
sì
qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto
solo oggi possiamo dirti,
ciò
che non siamo, ciò che non vogliamo
".
Dal
fondo di questo limite, battuto da contrasti
insoluti, si levano g! interrogativi e l'invocazione,
ora umile, ora ribelle, di Salvatore Quasimodo.
"
Mi trovo deserto, Signore, - nel tuo giorno,
serrato
ad ogni luce.
Di
te privo spauro - perduta strada d'amore a
(Si china il giorno, Giuseppe Ungaretti ha
percorsa intera la via dolorosa dello smarrimento
della sofferenza, della solitudine, fino ai
piedi della Croce, fino al cuore de: Crocifisso.
La macerazione del dolore, a cominciare dalla
vita di trincea, h: scavato in lui un'umiltà
consapevole, una forza di accettazione, una
cosi intensi sensibilità spirituale,
da rendere la sua fede, raggiunta ed espressa
nel canto un'esperienza di vita cristiana
tra le più significative del nostro
tempo. (Poesv Mondadori 1943-47).
L'uomo
de L'allegria ha in fondo tanta tristezza,
perché sente il vanire della vita in
nulla, " una corolla di tenebre "
(I fiumi), a Tra un fiore colto t l'altro
donato - l'inesprimibile nulla " (Eterno).
Solo rimane la comunione coi vivi e coi morti,
in un comune destino (Fratelli). La sospensione
dell'uomo, tr; l'effimero sfuggente e l'Eterno
irraggiungibile, gli sembra una dannazione
" Chiuso fra cose mortali - perché
bramo Dio? " (Dannazione). Allora inizia
: colloquio con le cose e con Dio, nell'ansia
di trovare una certezza, un punì' fisso
(Cfr. in Sentimento del tempo: La pietà,
Preghiera).
"
Da ciò che dura a ciò che passa
Signore,
sogno fermo,
Fa
che torni a correre un patto.
...Sii
la misura, sii il mistero.
Purificante
amore,
Fa
ancora che sia scala di riscatto
La
carne ingannatrice " (Preghiera).
Questo
bisogno di riscatto cresce con la sofferenza
degli anni, che gli strappano le persone più
care; cresce con lo strazio della guerra che
impietra gli uomini nell'odio e nel terrore.
Tremenda passione dell'umanità, che
ha scordato il messaggio di Cristo.
"
Vedo ora nella notte triste, imparo, So che
l'inferno s'apre sulla terra Su misura di
quanto L'uomo si sottrae, folle, Alla purezza
della Tua passione ".
Ma
pure sente, il poeta, che ogni umano dolore
non può cadere invano, dopo che Cristo
aperse in croce le braccia e prese su di sé
le nostre colpe e i nostri dolori; sente che
in ogni sofferenza c'è la sua misteriosa
presenza per fare di ogni pena croce di salvezza.
"
Fa piaga nel Tuo cuore - La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l'uomo; II Tuo
cuore è la sede appassionata Dell'amore
non vano. Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato
nelle umane tenebre, Fratello che t'immoli
Perennemente per riedificare Umanamente l'uomo,
Santo, Santo che soffri Maestro e fratello
e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che
soffri Per liberare dalla morte i morti E
sorreggere noi infelici vivi, D'un pianto
solo mio non piango più, Ecco, Ti chiamo,
Santo,
Santo,
Santo che soffri " (Mio fiume anche tu,
da II dolore). Clemente Rebora ha fatto della
poesia una ricerca di verità da illuminare
la vita, in nudità di spirito e di
parola. Sul cammino di tale ricerca, Rebora
ha incontrato la Verità fatta parola
in carne d'uomo, il Cristo, e a Lui si è
votato nel sacerdozio, tra i rosminiani Figli
della carità (1936). Tal la speranza
in Cristo -fa sicuri per
la croce alla gloria i cuori puri (Speranza,
da Poesie, 1948). Dopo anni di silenzio operoso
e meditativo, passato attraverso le macerazioni
d'una lunga malattia, Rebora ha dato i suoi
Canti dell'infermità (1956), vibranti
di mistici accenti.
Il
sangue ferve per Gesù che affuoca.
Bruciami!, dico: e la parola è vuota.
Salvami tutto crocifisso grido insanguinato
di Te! Ma chiodo al muro, in fisiche miserie
io son conflitto... (Notturno).
Si
è tentati di citare, qui, per intero,
il canto del Natale 1956, " un inno che
ha la vastità, la profondità,
la maestà d'un canto liturgico, e tutta
la forza dolce e solenne della poesia "
(G. Caproni). Almeno un tratto: Gesù,
il Fedele, il Verace, è il Giudice
che prese a esprimere visibile
nel
giorno del Santo Natale
l'inesprimibile
misericordia del Padre:
prese
a irraggiar malvisto nel volto sublime
la
bellezza divina e materna compiendo:
e
nuovo incanto di beltà peIVase
con
intimo fremito l'universo
fra
linee terrene presagio di Ciclo
per
educarci lassù, al Paradiso;
ma
prima ancora la. Bontà rifulse,
accese
d'esser buono il gran tormento,
accese
d'esser buono un vasto incendio
che
a somiglianzà divina
cresce
e arde per ogni cuore
in
carità di Dio trasfigurato;
cura
d'una vita mondana, sete d'innocenza...
E
l'antologia dovrebbe proseguire per lungo
tratto ancora, se dovessimo citare i poeti
italiani dell'ultima generazione (David Maria
Turoldo, Giovanni Cristini, Gherardo del Colle,
Barbara M. Tosatti...) presso i quali l'accento
cristiano si fa scoperto e vibrante, dettato
da fede sentita come impegno totale e condizionamento
di tutta l'esistenza.
Spagnoli.
-Anche per Miguel de Unamuno (1864-1937) la
passione di Cristo è il punto convergente
della storia, l'istanza incalzante di ogni
vita. Egli è arrivato alla fede cristiana
(anche se non integralmente ortodossa) attraverso
un laborioso cammino, in cui si può
scorgere lo smarrimento spirituale della Spagna
dalla sconfitta del 1898 alla rivoluzione
del 1936 (cfr. Tueci, Itinerario spirituale
di M. de Unamuno, in Civiltà Catt.,
voi. II, 1957, pag. 146 seg.).
Il
suo saggio L'agonia del Cristianesimo non
è già l'epicedio di una fine.
ma lo squillo di una battaglia (agonia = lotta)
che impegna il cristiano ne! mondo contro
ogni lassismo o conformismo, contro ogni mondano
compromesso. Solo attraverso la lotta, la
rinuncia, il martirio, il cristiano vive il
suo Ideale e porta salvezza nel mondo.
Non
tutto è ortodosso in questo e in altri
saggi di Unamuno, ma non si può sottovalutare
la forza del suo messaggio, avvalorato dalla
serietà dell'esempio. M. De Unamuno
è arrivato alla fede cristiana (anche
se non integralmente cattolica) attraverso
un laborioso cammino, in cui si può
scorgere lo smarrimento spirituale della Spagna
dalla sconfitta del 1898 alla rivoluzione
del 1936.
I
saggi: Del sentimento tragico della vita -
Agonia del Cristianesimo, furono messi all'Indice,
con decreto del S. Uffizio 23-1-57, per i
gravi errori e le confusioni che vi sono mescolati
a balenanti intuizioni di verità. Scorie
die sembrano purificarsi nella poesia, cui
Unamuno affidò la confessione del suo
anelito cristiano.
Il
Cristo di Velasquez (1920; trad. Gasparetti,
Morcelliana 1948) è il canto meditativo
e solenne di questa fede. Un canto che si
complica a volte in folto simbolismo, di gusto
barocco, ma pure è librato in mistico
fervore, spiegato come una salmodia, sostanziato
di significazioni bibliche.
Dinanzi
alla bianca figura del Crocifisso, che stacca
sul fondo di tenebra, Unanrano vede la lotta
fra la luce e le tenebre, la santità
e il peccato, la vita e la morte. Vede la
rivelazione del mistero; vede l'amore verginale
e divino del Cristo aperto sul mondo.
"
Scopristi l'umanità di Dio per gli
occhi nostri con le tue braccia il manto del
mistero aprendo, rivelasti la divina essenza
del Dio umano, che dell'uomo scopre il divino.
Sul recinto santo del tuo corpo che è
chiesa, in Dio tuo Padre noi saremo, vivremo
ed agiremo, divina stirpe, noi, fratelli tuoi,
(va, p. 34). ...Senza di Te, Gesù,
nasciamo solo per poi morire; ma con Te moriamo
per nascere " (xxiv, p. 120).
Dovremmo
citare per intero la preghiera finale, di
un'altezza lirica e di un mistico ardore unici
in tutta la moderna letteratura.
Da
Unamuno prende avvio la poesia religiosa della
nuova generazione, dalle luci balenanti in
Garcia Lorca, al canto della fede di un Rosales
e di Vivanco.
Nell'Ode
al SS. Sacramento, di Garcia Lorca, sembrano
convergere l'inquieta ricerca dell'ingegno
e la fede secolare del popolo spagnolo. "
Solo il tuo Sacramento di luce in equilibrio
calmava l'angoscia dell'amore dissolto. Solo
il tuo Sacramento, manometro che salva cuori
lanciati a cinquecento all'ora. ...Mondo,
ormai hai una meta per il tuo abbandono. Per
il tuo orrore perenne il buco senza fondo.
O Agnello prigioniero di tre voci ugualil
Sacramento immutabile d'amore e disciplina
". (Poesie di G. Lorca, trad. di C. Bo,
Guanda, Parma 1945).
Russi.
- L'anima mistica dei popoli russi
ha trovato nella poesia la libera voce dello
spirito contro la montante marea del materialismo.
Dovremmo
rifarci ai simbolisti di fine Ottocento e
del primo Novecento per sentire la forza irresistibile
di questa voce, oggi soffocata ma non spenta.
Dostojewski
e Soloviev sono i geni ispiratori, i profeti
di un'età che dal caos dell'Anticristo
si dibatte per orientarsi nuovamente verso
Cristo e ricomporre, nel suo mistico corpo,
l'umanità lacerata e dispersa.
Oltre
che pensatore-teologo, Vladimiro Soloviev
(1853-1900) è anche poeta, specialmente
là dove canta la Vergine Maria (Giglio
Bianco, Tre Convegni), " l'Eterna Compagna
" portatrice e simbolo a volte della
divina Sapienza che rigenera il mondo.
"
Sappiate che l'Eterno Femminino già
discende in un corpo immateriale ".
È
noto come il cammino a Cristo ha portato Soloviev
nel seno della Chie-h cattolica. Così
il suo discepolo più fedele, Venceslao
Ivanov (1866-1949), poeta e teorico del simbolismo
mistico.
II
poeta per Ivanov è un rivelatore del
divino, un " mistagogo ", un pastore
di anime. Nella sua complessa sintesi poetica,
egli ha tentato abbracciare i valori spirituali
dell'umanità di tutti i tempi. Per
questa strada si .è trovato anche lui
nell'universalità della Chiesa cattolica
(1925) e ha cantato il suo cammino in La strada
di Emmaus e nei. Sonetti romani.
All'opposto,
altri poeti del gruppo simbolista, Belyj e
Alessandro Blok, si orientarono verso un naturalismo
paganeggiante, fino a confondere l'eterno
Femminino in una donna di carne e il Regno
messianico nella Rivoluzione
di
ottobre.
L'anima
russa è portata a vedere in termini
religiosi, messianici, ogni rinnovamento della
società umana. Il ritorno di Cristo,
descritto nella leggenda del Grande Inquisitore
di Dostojewski, in pagine di Turghenev e di
Leone Tolstoi; l'avvento del Regno preconizzato
da Soloviev e da altri pensatori, sono espressioni
mistiche del fermento rivoluzionario che agitò
fin dal secolo scorso la " Santa Russia
". Ancora alla vigilia della Rivoluzione
bolscevica, Belyj iniziava così un
suo poemetto: cc Qualcuno mi ha confidato
- che tra breve tornerà Cristo ",
e in Cristo risorto cantò la Rivoluzione
in un alone di avvento messianico.
Celebre
fra tutti Alessandro Blok (1880-1921) col
suo poemetto I Dodici, ondeggiante come un
film neorealista fra quadri di cruda evidenza
e sospensioni musicali di spirituale suggestione
(traduz. di R. Poggioli, II fiore del verso
russo, Einaudi, Torino 1949).
Notte
cupa, neve bianca, turbini di vento per le
vie di Leningrado, sotto il terrore. Col passo
rivoluzionario, fucili spianati, avanzano
dodici guardie rosse.
"
Senza un nome benedetto - vanno ad uno ad
uno. Pronti alla vendetta, - pietà
per nessuno... ".
Al
loro passaggio si riga la neve di sangue e
il borghese si nasconde stringendo i denti,
come un " cane famelico ". Ma sotto
i gesti violenti e le voci baldanzose, quegli
uomini celano smarrimento e tristezza.
a
Placa, o Signore, l'anima tua schiava... -
Che tedio! ". Tutta qui la loro smania
di rinnovare il mondo? Gelo nelle ossa, spari
di fucili, urla nella notte...
"
Cosi vanno nella sera - ed il cane è
ormai laggiù, ma davanti alla bandiera
- camminando lieve nel vortice di neve, -
di rose inghirlandato in un nembo imperlato
- avanti marci tu, non veduto, o Gesù!
".
È
la finale del poema, l'attesa dell'anima russa,
anche nella tormenta rivoluzionaria. "
Egli è presente dovunque, anche là
dove s'innalzano insegne che non portano il
simbolo della Croce. Egli è il grande
pescatore d'anime: dietro a lui, anche senza
vedere e sapere, dodici guardie rosse possono
diventare dodici apostoli " (Poggioli,
introduz. ai Dodici, op. e).
Ma
quando vide allontanarsi sempre più
il regno messianico di liberti e di giustizia,
sperato dalla Rivoluzione, Blok si chiuse
in una desolata tristezza fino a lasciarsi
morire d'inedia (1921):
"
Se voi sapeste, amici, il freddo e il buio
che ci attende nel prossimo futuro! ".
Una
fine ancor più tragica toccava qualche
anno dopo al poeta trenteri" ne Sergio
Esenin, figlio e cantore nostalgico della
terra russa. Anch'egli aveva inneggiato alla
Rivoluzione e al " nuovo Salvatore ";
ma dopo aver girato per il mondo, non si trovò
più nel regime poliziesco instaurato
nel suo paese. La vita disordinata e più
ancora una " ruggine di tristezza "
lo portò a eccessi di pazzia ed al
suicidio (1925). a Morire non è nuovo
sotto il sole, - ma più nuovo non è
nemmeno vivere ", scrisse col sangue
prima d'impiccarsi. La vita non ha più
senso né speranze per l'anima mistica
del contadino russo, al quale fu tolta la
fede.
Pure,
nella poesia di Esenin rivive a tratti la
fede dei padri; e là dove non vive
c'è la memoria dolorosa d'un bene perduto.
"
Io vedo : in azzurrina veste, - sulle lievi
nuvole alate,
va
la Madre adorata - col Figlio purissimo in
braccio.
Per
la pace Ella porta nuovamente - il Cristo
risorto a crocifiggere ".
(Esenin,
Poesie, a cura di F. De Luca, Firenze, Fussi
1947).
§
7. - Diego Fabbri: Processo a Gesù.
Il
teatro italiano, dopo Pirandello, ha proseguito
sulla stessa strada di serietà morale
e di problematica esistenziale, giungendo
a conclusioni anche più confortanti.
I
drammi di Ugo Betti (1892-1953: Frana allo
scalo Nord - Corruzione al palazzo di giustizia
- Lotta fino all'alba...) ripropongono i temi
della solitudine umana nell'incomprensione
vicendevole, della corresponsabilità
nel male, della vana corsa che è la
vita intessuta di errori; ma, anziché
a soluzioni disperate, arriva a fondare la
pietà reciproca, l'esigenza di una
incorruttibile giustizia, l'attesa d'una purificazione
e pacificazione oltre i mondani errori. L'uomo
di Betti, appunto perché non rinuncia
a vivere, postula una trascendente Giustizia,
Bontà, Misericordia.
Per
Diego Fabbri questi postulati di Betti assumono
la personale concretezza della rivelazione
cristiana, e il dramma in ultima istanza giunge
al dibattito tra l'uomo e Dio.
Fabbri
s'è nutrito di teologia e s'è
messo fin da giovane sul piano dell'impegno
cristiano che coinvolge tutta la vita, anche
la letteratura. I saggi Cristo tradito e Ambiguità
cristiana (Cappelli 1954) dicono fino a quale
punto egli abbia visto soprannaturalmente
chiaro nei problemi che travagliano l'umanità
di oggi. Il bisogno anzitutto di comprendere
l'uomo, col mettersi: " dalla sua parte
", sollevandosi dai piani inferiori dell'economia,
della politica, uscendo dai vicoli ciechi
di una filosofia immanentistica e d'un esistenzialismo
disperato. Riproporre l'uomo in tutte le sue
dimensioni: nell'individualità psicologica,
nelle insopprimibili esigenze morali, nella
consistenza metafisica, nell'apertura alla
mistica realtà della grazia. E una
volta compreso l'uomo; accettarlo così
come Dio l'ha fatto, e amarlo con quell'amore
che scaturisce da Dio e per Cristo passa in
noi.
"
Non dobbiamo aver paura dell'uomo. E' tempo
di scoprirgli i larghi confini, le sostanziali
valutazioni che Cristo gli ha acquistato e
attribuito stabilmente... E' l'equivoco più
inquietante della Cristianità; aver
aspettato che l'uomo diventasse un altro,
diverso per le parole di Cristo. Ma Cristo
è venuto per salvare l'uomo cosi com'è.
Non ci si rassegna ancora a credere alla immutabilità
degli esseri. E' la legge più spaventosa
delle cose create. Doverle accettare, non
poterle mutare... Si accettano cosi come sono.
Si amano. E' il loro amore che deve cambiare,
non il loro essere. Non può. Ma il
loro amore, si, può mutare. E allora
si salvano ".
Il
dramma Inquisizione (1950) mostra dapprima
la tortura che si infliggono gli uomini ribellandosi
alla loro sorte, col non sopportarsi a vicenda.
Ad
un Santuario di montagna, custodito da un
vecchio prete, arriva un giovane sacerdote,
professore di Seminario, affetto da esaurimento
nervoso e da crisi di razionalismo. Il Vescovo
l'ha inviato lassù, nell'estate, per
riposarsi e ricuperare la fede, a contatto
col venerando e santo Abate del Santuario.
Invece Don Sergio è fisso nella sua
ribellione e nelle idee corrosive della fede,
per cui decide di andarsene. Al Santuario
giungono quel giorno due giovani coniugi,
per tentare l'ultima carta, il miracolo, che
valga a tenerli ancora insieme. Angela accusa
il marito di non amarla; Renato rinfaccia
alla moglie di averlo reso infelice trascinandolo
fuori strada. I due son tanto diversi di carattere
e divisi negli intimi sentimenti: lui un credente,
un puro, attratto in gioventù da una
vocazione religiosa; lei incredula, sensuale,
pronta a lottare contro tutti anche contro
Dio per la sua passione. Renato si è
legato a questa donna vinto da un senso di
pietà e dall'ansia di salvarla. Angela
non sa che farsi della pietà di lui
: vuole l'amore. E quando Renato le risponde
: " Forse ero fatto per un altro amore
", essa si avventa con ribellione blasfema:
"SI, ecco! Ci siamo finalmente arrivati!
Vuoi sapere quel che ci divide?... Proprio
l'amore di Cristo. Io non amo Cristo, per
me Cristo non c'è, non c'è stato...
Per me Cristo non è venuto, non è
passato... E invece tu l'adori. Il nostro
nemico è lui ".
Don
Sergio, per parte sua, porta la ribellione
sul piano della libertà ch'egli crede
tradita da Dio, il quale ci chiama ad impegnarci
tutta la vita (nel matrimonio, come nel sacerdozio),
quando l'inesperienza ci rende incapaci d'una
decisione irrevocabile. E propone baldanzoso
di riprendersi ciascuno la propria libertà
e andarsene.
A
questo punto interviene il vecchio Abate,
rimasto prima quasi in silenzio, sgranando
la sua corona, a Vuoi dire, allora, che rimarrò
io solo ad aver paura per tutti e tre. Prima
io vi guardavo e mi siete sembrati l'umanità:
ciechi e ossessi come l'umanità intera...
ecco, pensavo, tra un po' usciranno di qui
divisi, nemici, soli soli ricominderanno
a vivere credendo di aver deciso " liberamente
" e non sanno invece d'aver deciso
spinti da un inganno perché tutta
la vostra preoccupazione è stata di
ingannarvi, di ingannarvi atrocemente senza
nemmeno conoscere tutte le facce dell'inganno...
".
Le
parti si capovolgono: su quei tre disperati
s'è schiusa la luce di Dio, riflessa
in verità e misericordia delle parole
umili e grandi del vecchio Abate, il quale
accusa il bisogno di compagnia insito in ognuno
di noi e gli errori che si fanno in questa
ricerca: pretendere di trovare la pienezza
nel limite delle creature e la meschina pretesa
di cambiarci: " E' che noi pretendiamo
di cambiarci. Mi capite? Uno vuoi cambiare
l'altro e l'altro l'altro... e così.via...
L'origine di tutto il male è qui. Questa
pretesa, questo diritto-alla tirannia che
crediamo di avere... Noi non riusciamo a restare
insieme da uguali. Il miracolo è tutto
qui: riuscire ad accettarci cosi come siamo".
E
ai
tre' che si domandano attoniti come è
possibile questo miracolo, l'Abate risponde:
a Chiamare tra noi Colui che ci ha fatto così...
Quando noi, insieme lo chiamiamo, ognuno
per sé, per la propria salvezza, per
quella degli altri... e Lui scende ecco
che il miracolo si compie: i vincoli si ricostituiscono...
un regno si forma, un regno di tutti uguali
tutti ugualmente debitori e creditori
la sua compagnia rende allora possibile la
nostra, un altro mondo già in questo
mondo... ".
Processo
a Gesù (1956) porta fino in fondo quello
scandaglio che in Inquisizione e in altri
drammi di Fabbri (II Seduttore Processo
in famiglia...) ha cercato di sondare l'uomo.
Poiché solo in Cristo l'uomo trova
la misura di se stesso, il superamento nella
Misericordia infinita di tutte le sue miserie,
la composizione delle antinomie che lo dilacerano
nell'intimo della coscienza.
Singolare
processo, in cui il soggetto chiamato in causa
non compare mai, eppure è sempre presente
alla coscienza degli uomini, i quali non possono
fare a meno di pronunciarsi: o per Lui o contro
di Lui.
Nel
1933 un gruppo di giuristi Ebrei anglosassoni
volle rifare a Gerusalemme il processo a Gesù
di Nazareth, riconoscendone infine l'innocenza.
Fabbri trasferisce l'episodio agli anni dopo
la guerra, che ha scatenato nuove persecuzioni
ed eccidi contro gli Ebrei. Sarà ancora
il sangue di quel Giusto invocato un giorno
dai loro padri? Per mettere fine a tale ossessione,
una distinta famiglia di Ebrei va rifacendo
il processo a Gesù; in una ricerca
spassionata dì verità e di giustizia.
Nel
primo tempo si interrogano i testimoni e gli
attori dei fatti evangelici, con un riandare
a ritroso che ha tutta l'aria di voler ricercare
le fonti della vita straordinaria di Gesù.
Si giunge ad interrogare la Madre Maria, Giuseppe
il custode del parto verginale, i discepoli
testimoni dei miracoli e delle parole del
Profeta di Nazareth.
Ed
ecco levarsi il grande capo di accusa: è
tutta una mistificazione, poiché i
discepoli per primi non hanno creduto in lui,
l'hanno rinnegato, tradito, abbandonato. Risponde
Pietro per tutti: "Noi credemmo in Lui!...
E' vero: non morimmo... anzi lo rinnegammo,
chi apertamente, come me, chi con la fuga
o rinchiudendosi in casa... Ma quel che non
volete capire, e che purtroppo io non riuscirò
a farvi intendere, è che si può
nello stesso tempo credere e tradire, amare
e rinnegare ".
Caifa,
a sua volta, riferisce l'incanto, il fascino
esercitato da Gesù ("Vi dico che
incantava... "), onde il proposito da
parte del Sinedrio di sbarazzarsi di lui.
a Lo stavamo interrogando... Ma come si interroga
qualcuno che è considerato già
colpevole e deve essere condannato. E invece
scoprivamo che non era colpevole di nulla...
e non era nemmeno esaltato, né un mistificatore...
oso dire che le sue risposte avevano il timbro
non solo della buona fede ma della verità.
Fu allora che avemmo paura ".
Gesù
è uno che inquieta un po' tutti e bisogna
in qualche modo pronunciarsi di fronte a lui.
Anche Pilato, che avrebbe voluto rimanere
estraneo a quella faccenda, ne fu coinvolto.
Ma egli continua a proclamarsi innocente del
sangue di quel Giusto, e nessuno degli altri,
neppure Caifa, è disposto ad assumersi
la responsabilità di averlo messo a
morte. Forse era una grande speranza che muoveva
Giuda, il Sinedrio, il popolo d'Israele, i
Romani contro Gesù: costringerlo a
dichiararsi con un gran miracolo?
Noi
risponde Maria Maddalena, spingendosi dinanzi
al fratello Lazzaro, il miracolo l'avevano
davanti, se volevano vedere: questo morto
redivivo. " Ma non capite nemmeno voi,
come non capirono loro, che quello che contava
per Gesù era l'amore, e che i miracoli
non erano altro che gesti e parole e fatti
d'amore!... Dovete imbattervi per forza nell'amore,
se volete continuare a parlare di Gesù
".
Da
una situazione cosi complessa è difficile
trarre una conclusione, anche se Davide, l'accusatore
spregiudicato, vorrebbe tagliar corto : Gesù
era rimasto solo, incompreso da tutti; estinta
la virtù taumaturgica, fallita la sua
opera. " Voglio dire che non furono soltanto
Pilato, Caifa, e il Sinedrio a volerlo morto,
ma tutti: il popolo e Giuda e i discepoli,
tutti vollero che Gesù morisse sulla
crocei La sua morte allora non è imputabile
a qualcuno, ma a tutti: direttamente o indirettamente
: ai giudici, a noi giudei come ai romani,
cioè anche a voi! ".
Quando
la scena riprende, per la sentenza, qualcosa
è mutato in seno alla troupe, che fino
allora, durante il dibattito, aveva ostentato
quasi una impassibilità giuridica.
Nell'intermezzo, tra Davide e Sara è
avvenuto uno scontro. Lei si rifiuta di continuare
in questa commedia, perché si sente
" chiamata in causa ad ogni momento ".
Le torna dinanzi il marito Daniele, ch'ella
tradiva con Davide, proprio mentre andavano
discutendo in altra sede il processo a Gesù.
La "era in cui Daniele le confidava che
si era persuaso che Gesù fosse davvero
il Salvatore di tutti, Davide cercava di liberarsi
del rivale col darlo in mano ai tedeschi.
D'allora Sara non ebbe più pace, sentendosi
"accusata personalmente: condannata".
Nel
secondo tempo si ha il dilatarsi repentino
della corresponsabilità che inquieta
Sara, fino a prendere tutti attori e spettatori
tutti responsabili nel processo a Gesù.
Il
vecchio ebreo, che fa da giudice istnittore
dichiara il suo disappunto di non poter giungere
a capo in questa faccenda. Gesù di
Nazareth rimane per noi un grande enigma.
Le testimonianze storiche sono passibili di
varie interpretazioni. Pensavamo con questo
dibattito di sollecitare una testimonianza
da voi, cristiani di oggi, una prova imprevista
che ci avrebbe aperto una strada nuova. "
Purtroppo quest'attesa rivelazione non s'è
ancora manifestata, almeno ai nostri occhi...
II mondo cristiano non sembra aver abbracciato
il messaggio di Gesù di Nazareth in
modo talmente vivo ed evidente da rivelarlo
nella sua vita. Forse la vera civiltà
cristiana dovrà ancora incominciare...
".
Ora
sono tutti i seguaci del Cristo chiamati in
causa: il dibattito si estende dal palco alla
platea degli spettatori. S'avanza un intellettuale
razionalista a rincalzare l'accusa. La traccia
lasciata da. Cristo nell'umanità è
troppo scarsa perché si possa ragionevolmente
credere che è la traccia lasciata da
un Dio. " Non trovo l'uomo nuovo, non
trovo il cristiano! E' proprio l'uomo che
non è cambiato, nonostante il passaggio
di Cristo! E' questo il fatto spaventoso,
disperante, che rende questo "processo"
perduto per la causa di Cristo, perduto senza
possibilità d'appello ".
Interviene
nella difesa un sacerdote, additando i santi,
questi uomini nuovi, imitatori del Cristo,
che sono entrati nella vita degli uomini e
l'hanno lievitato di nuove speranze. Laltro
insiste opponendo il fatto del mondo che non
è cambiato dopo venti secoli, "anzi
il messaggio di Cristo, quello autentico,
quello evangelico, sta morendo nella vita
degli uomini di oggi. E', l'agonia ".
II
diverbio si fa serrato, come sul piano esistenziale
il duello tra le forze cristiane e quelle
del laicismo d'ogni colore. C'è la
forza della Chiesa nel mon- : do obietta
il sacerdote ma più ancora c'è
l'inquietudine per Cristo che non cessa di
tormentare gli uomini, a ...quei fermenti
che lei crede siano stati crocifissi col Cristo,
si sono invece sparsi, da allora, per la terra
e hanno' inquietato gli uomini... e l'inquietano
sempre di più, oggi come mai! ".
Tra
gli spettatori s'alzano altri a testimoniare
di questa inquietudine cristiana, che non
da tregua nel male e salva dalla disperazione
con la speranza d'un perdono. E' una "
Bionda " compagna del giovane razionalista,
la quale si ribella ai sofismi di lui, lo
smaschera nella sua vergogna, e qua] nuova
Maddalena, proclama appassionatamente la sua
fede in Gesù. " La gente come
me ce n'è tanta di gente come me
se non avesse la certezza che Gesù
è venuto in terra per capire e perdonare
e per salvare anche noi... sarebbe disperata!
C'è sempre un momento della nostra
vita in cui rimane soltanto Lui a difenderci,
a prendere le nostre parti proprio quando
non abbiamo più difese, e la vita,
tutt'intera ci sputa addosso... ".
E'
un giovane provinciale fuggito di casa, che
ha dissipato tutto come il figlio prodigo
e gli manca perfino il coraggio di tornare.
Solo in Gesù trova il padre che lo
comprende e lo accoglie, cosi com'è.
E' un infelice, cieco dalla nascita, che supplica:
" Lasciatemi almeno la speranza! ".
E' la donnetta addetta alla pulizia del teatro,
cui hanno fucilato l'unico figlio, ed ora
se lo sente vivo ancora, per la fede in Gesù
" ...non ce lo dovete toccare, Gesù.
Noi non abbiamo niente, neanche l'intelligenza
per stare delle giornate intere per ragionare...
noi siamo veramente poveri. Non dovete allora
toglierci quel poco che abbiamo, ma che per
noi è tutto, Gesù è tutto,
per noil a.
Con
questi interventi spontanei, a catena, il
dramma afferra come la propagazione rapida
e incontenibile di un incendio tra materiali
secchi. Nessuno può restare indifferente
o estraneo a questo dramma vivo: " la
coscienza cristiana che si risveglia un po'
in tutti e reagisce in difesa di Gesù"
e si accusa di fronte allo stupore del giudice
ebreo, il quale riconosce che' con questa
certezza i cristiani potrebbero cambiare il
mondo, se avessero il coraggio di manifestarla.
"Non ci pensiamo" risponde uno;
e un altro: ' " ci vergognamo... la stessa
vergogna che deve aver provato san Pietro
quando ha detto: Non lo conosco! ".
E il sacerdote: " nel nostro caso non
si tratta né di dimenticanza né
di vergogna... noi, forse, non abbiamo imitato
Cristo a sufficienza".
Si
giunge così alla confessione di una
colpevolezza comune e all'attesa d'un unico
perdono. Lo ammette Davide stesso, l'ebreo
accusatore scopertosi pure lui reo di tradimento,
come Giuda: " Non vi siete ancora accorti
che' da "allora" non ci sono più
ebrei e cristiani, ma soltanto un'unica famiglia
di peccatori che domandano un unico perdono?
".
Il
processo si chiude con una corale implorazione
a Gesù, " che ali- ' menta e sostiene
tutte le speranze del mondo ", a Gesù,
che è ancora tra noi, vivo:
"
Resta - in mezzo a noi - fino alla fine -
del mondo! ".
L'enorme
successo che ha riscosso e va riscuotendo
quest'opera sulle "cene del mondo, dice
come Di Fabbri abbia raggiunto in essa la
statura del dramma cristiano moderno. A differenza
del Claudel, i cui personaggi si muovono in
un'atmosfera rarefatta di simbolo, Fabbri
ci immette nella concretezza della vita vissuta,
ma con la totalità delle sue prospettive,
quella naturale e quella soprannaturale. Il
male che tormenta gli uomini è il peccato,
ribellione alla creazione di Dio; la loro
ansia di libertà è anelito di
redenzione; la loro sete di amore si placa
solo in Dio; i loro passi di corsa in. questo
mondo, prima o poi, incrociano quelli di Cristo,
il " contemporaneo " d'ogni umana
generazione, " il primo e l'ultimo amore
".