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la testimonianza della moderna letteratura
- l'assalto all'assoluto
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection PARTE
PRIMA. - IL VUOTO DI DIO Sembra
scavarsi sempre più largo e profondo
nel cuore dei moderni pagani, rhe non possono
strapparsi dall'anima il segno cristiano;
atei che non ignorano ma lottano contro Dio.
A volte si danno per vinti e trovano le vie
della salvezza; spesso s'induriscono nell'ostinazione
ribelle e si scavano la tomba della rovina
morale, l'inferno della disperazione. Proprio
come avviene oggi nel mondo, dove una civiltà
che ha rinnegato il Vangelo distrugge l'uomo,
apre gli abissi della discordia tra le classi
e tra le nazioni, scatena le guerre mondiali
in cui affonda se stessa. Nelle
confessioni degli scrittori ci è dato
scoprire la genesi e anticipare i tempi di
questa terribile storia che tutti ossessiona. Mauriac
scrive: " Ho sempre creduto ch'esistesse
uno stretto legame tra le colpe legali e i
crimini collettivi, e il giornalista che è
in me non fa che decifrare giorno per giorno,
nelle quotidiane turpitudini della storia
politica, la conseguenza visibile dell'invisibile
storia che si svolge nei segreti dei cuori
". Possiamo
segnare tre tempi di questa storia, dall'Ottocento
ai nostri giorni: Primo tempo: L'assalto all'Assoluto.
Inebriato di razionalismo e del progresso
scientifico, l'uomo crede di bastare a se
stesso, di poter tutto abbracciare e tutto
divenire; ma poi deve pur riconoscere il suo
limite ed appellarsi al Trascendente. È
la vicenda del Faust, passata nella vita e
nell'opera dei romantici della prima e della
seconda generazione, da Goethe a Byron a Baudelaire. Secondo
tempo: II Superuomo. L'uomo tenta di superare
ogni limite morale e metafisico imposto alla
creatura, di farsi assoluto e sostituirsi
a Dio. È il proposito folle che inebriò
per un momento Rimbaud e si afferma nel nuovo
vangelo di Nietzsche: " Dio è
morto!... Io vi scongiuro, o miei fratelli,
restate fedeli alla terra e non prestate ascolto
a coloro che vi parlano di ultraterrene speranze...
morti sono tutti gli dèi; ora noi vogliamo
che trionfi la vita del Superuomo ".
(Cosi parlò Zaratustra, IV). Ed ecco
la schiera dei moderni superuomini, degli
"ulissidi" protesi a tutte le audacie,
lanciati ad ogni avventura: D'Annunzio, Jovce.
Gide ecc. Il dramma di Ibsen vai bene a rappresentare
la tensione dell'uomo che lotta per superare
il comune limite e raggiungere le mete di
una assoluta autonomia. Terzo
tempo: La tragedia dell'uomo, a Dio è
morto, ha detto Nietzsche, ma forse è
morto anche l'uomo ", così A.
Malraux, uno dei tanti testimoni dell'assurda
e disperata condizione in cui è precipitato
l'uomo senza Dio. Pirandello ce lo rappresenta
sbattuto dalle onde mobili di un relativismo
che rende impossibile non solo l'intesa con
gli altri, ma pure la coerenza con se stesso.
Gli scrittori analitici, o di introspezione,
mettono spietatamente a nudo i fondi oscuri
e torbidi che finiscono di soverchiare la
ragione e la volontà (Lawrancc, Proust,
Moravia). Gli esistenzialisti denunciano l'assurdo
di una esistenza rinchiusa nel limite e brancicante
nel buio. Nel
vuoto lasciato da Dio si è aperto un
abisso intorno all'uomo, il quale si vede
tragicamente sospeso e giocato da un ignoto
destino, e un abisso di forze oscure e di
aspirazioni vane dentro l'uomo stesso. A completare
il quadro, scrittori apocalittici preannunciano
l'esito pauroso di una società materialista
che finisce di stritolare l'uomo entro il
suo ingranaggio tecnico e politico (Huxley
Gheorghiu, Orwell...). Senza
la pretesa di essere completi ' nella rassegna,
esamineremo quegli autori e quelle opere in
cui apertamente si esprime la crisi spirituale
dei nostri tempi. CAPITOLO
I - L'ASSALTO ALL'ASSOLUTO §
1. - Wolfang Goethe (1749-1832). L'avventura
dell'uomo moderno. Nella
leggenda medioevale del dottor Faust, che
vende l'anima al diavolo pur di arrivare al
culmine dei suoi desideri, Goethe trasferisce
la storia dell'uomo moderno, agitato da profonda
inquietudine, lanciato a tutti gli ardimenti
del pensiero e della scienza, teso nello sforzo
di creazione e di conquista, col miraggio
di costruirsi in terra il suo paradiso. Chiave
di tutta l'opera è la scena iniziale
dello studio, dove si tormenta giorno e notte
il dottor Faust, curvo sui libri e sui lambicchi,
e già dispera di arrivare alla mèta
della sua orgogliosa ricerca: sapere tutto,
essere come Dio. Ma ecco balenargli la nuova
rivelazione, un vangelo capovolto: a In principio
era l'azione! "; il fatto, anziché
il vero; il divenire invece dell'essere; la
volontà al di sopra della razionalità
e della legge. Allora l'uomo si protende nello
slancio gioioso e. frenetico delle sue energie,
disposto a tutto osare e tutto provare, pur
di svolgere le sue brame di avventura e di
conquista, "È
la tensione d'ogni umana energia onde son
vivo; - è solamente questa, - che nella
mia promessa includo e impegno. - D'un trasmodato
orgoglio io mi gonfiai; - ed al tuo rango
ormai - solo appartengo (è Faust
che parla a Mefistofele). Entro
i profondi gorghi - della sensualità
- lascia ch'io plachi le passioni ardenti!
- Nei veli impenetrabili di un'ascosa malia,
- sbocci per noi d'incanto ogni prodigio!
- Nello scrosciar del tempo, - nel roteante
rombo degli eventi; - scagliamoci d'un balzo!
- Cosi, dolori e gioia, appagamento e noia,
- come sanno - si alternino confusi; - Uomo
si afferma solamente l'uomo - che non si da
riposo. Alla
vertigine io mi consacro, - all'ebbrezza,
ch'è spasimo mortale. - Ciò
che all'umanità toccava in sorte, -
interamente - io vo' goder nel fondo di me
stesso; - attingerne col volo del mio spirito
i vertici e gli abissi, - addensarne nel cuore
il bene e il male; - farmi vasto così,
da dilatare - nel suo essere il mio; - e in
fine, come lei - naufragare anch'io ".
(I Faust, Studio; trad. di V. Errante, Sansoni,
Firenze 1942). Per
questo Faust verrà anche a patti col
diavolo, quel Mefistofele astuto e beffardo,
che par servire all'orgoglio smisurato dell'uomo,
in realtà ne fa lo zimbello dei suoi
inganni. Col
Mefistofele goethiano entra ufficialmente
nella moderna letteratura il diavolo e lo
troveremo quasi costantemente, in una forma
o nell'altra, là dove si è fatto
il vuoto di Dio. Non
è qui il caso di percorrere le varie
tappe dell'avventura di Faust, dal piccolo
mondo del villaggio al gran mondo della città
e del continente; ma è facile scorgerei
la tortuosa parabola dell'uomo moderno, che
non fa più appello alla coscienza nel
suo agire, ma alla brama di successo, e va
dalla corsa al piacere (dramma di Margherita)
agli intrighi per la carriera (Atto I del
II Faust); dalla ricerca di bellezza e di
creazione artistica (Atto II e III) all'esplosione
della volontà di potenza (Atto IV e
V). E tuttavia la parabola si chiude con l'approdo
all'Eterno. Strappata
al demonio, l'anima incomincia nuove ascensioni
nell'aldilà, scortata dai cori delle
anime innocenti e delle anime penitenti, fino
al trono della Regina dei cieli, ad ottenere
grazia. L'uomo che tutto ha tentato, cercando
di spremere " da questa terra le sue
gioie " (I Faust) deve accusare via via
il fallimento dei suoi sforzi, il vuoto che
si è scavato sempre più profondo
nella sua anima, e " insonne lotta per
ascendere " (II Faust, Gole Montane);
fino a riconoscere come " tutto l'effimero
- è solo un simbolo ", che la
Realtà è al di sopra del mondo
e dell'uomo. Quando
Goethe scriveva le strofe del Chorus mysticus,
a chiusura del Faust e di tutta l'opera sua,
aveva ottant'anni. In
lui si riassumeva un secolo intenso di storia
e si preveniva tanta parte dell'età
futura. Morendo
egli esclamava: " Luce! più luce
". §
2. Giacomo Leopardi (1798-1837). Il cadere
delle illusioni. Nell'anima
del più squisito poeta del nostro primo
Ottocento passò come veleno dissolvitore
il razionalismo e il naturalismo allora dominanti
nel pensiero. L'ingegno precoce, lo studio
" matto e disperatissimo "; l'incomprensione
dei familiari contribuirono ad accelerare
nel giovane la maturità ed a precipitare
la crisi spirituale. Rimaneva
l'uomo solo; solo con l'analisi spietata del
pensiero, che gli rivelava a il terribile
vero "; solo col suo cuore di fanciullo
che ancora palpitava per ogni cosa bella e
lo faceva vivere di dolci et illusioni ".
Il terribile vero leopardiano è il
mondo senza Dio, quale l'hanno lasciato i
pensatori empiristi e sensisti dell'età
illuministica; il mondo d'una Natura non più
madre benigna e provvida alle sue creature,
ma cieca e matrigna, la quale fa e disfa senza
scopo e, mentre dona la vita, condanna al
dolore e alla morte. Questo il tema dominante
delle Operette Morali. Le illusioni che fanno
vivere l'uomo, nonostante tutto, sono gli
affetti, le idealità, le speranze,
la fede: in una parola, tutto quanto di bello,
di buono, di grande il cuore vagheggia, costituisce
per l'uomo la vera realtà, fuori della
quale non c'è che a l'infinita vanità
del tutto ". Ogni
canto del Leopardi si svolge da una vivace
e commossa intuizione di quella umana e spirituale
realtà, e muore nell'ironìa
amara della ragione che addita nel disinganno,
nella morte, nel nulla la fine di ogni speranza. Spesso
il cuore del poeta si porta all'età
favolosa dell'antica innocenza (Inno ai Patriarchi,
la Primavera o delle favole antiche), ritorna
nostalgicamente alla prima giovinezza (A Silvia,
Le ricordanze, La sera del di di festa), e
in questo ritorno sembra vivere i momenti
migliori della vita. Talora si abbandona a
intuizioni d'infinito (L'infinito, La vita
solitària), o si da a indagare l'universo
sul senso della vita e di tutte le cose, come
nel Canto notturno d'un pastore errante dell'Asia,
stupenda raffigurazione dell'uomo che va per
il mondo sperduto, quando non lo soccorra
una fede, con 'in cuore interrogativi angosciosi
che rimangono in sospeso, senza risposta. Gli
esistenzialisti chiameranno angoscia quel
senso di vuoto e di scoramento che prova l'uomo
di fronte alla nullità di tutte le
cose e di fronte allo scacco d'una vita che
vorrebbe essere tutto e si risolve in nulla.
Molti anni prima il Leopardi, come il Foscolo
ed altre anime profonde, lacerate dalla crisi
spirituale dei tempi, chiamarono questo stesso
sentimento noia e videro in esso un segno
della nobiltà dell'uomo, il quale non
può appagarsi di tutto quanto al mondo
è finito ed effimero. "
La noia è in qualche modo il più
sublime dei sentimenti umani. Non che io creda
che dall'esame di tale sentimento nascano
quelle conseguenze che molti filosofi hanno
stimato di raccontare, ma nondimeno il non
poter essere soddisfatto da alcuna cosa terrena,
né, per dir cosi, dalla terra intera;
considerare l'ampiezza inestimabile dello
spazio, il numero e la mole meravigliosa dei
mondi, e trovare che tutto è poco e
piccino alla capacità dell'animo proprio;
immaginarsi il numero dei mondi infinito e
l'universo infinito, e sentire che l'animo
e il desiderio nostro sarebbe ancora più
grande che siffatto universo; e sempre accusare
le cose d'insufficienza e di nullità,
e patire mancamento e voto, e però
noia, pare a me il maggior segno di grandezza
e di nobiltà che si vegga della natura
umana. Perciò la noia è poco
nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo
o nulla agli altri animali " (Pensieri,
68). Ma
quando viene a mancare una base di certezza
metafisica e il sostegno di una fede, anche
i più nobili sentimenti finiscono di
cadere quali fragili illusioni, alle prove
della vita. Gli ultimi canti del Leopardi
(A se stesso, Aspasia) sono grida angosciose
di un disperato per il quale a amaro e noia
- La vita, altro mai nulla; e fango è
il mondo ". Ci
par di vederlo, solo, seduto sulle falde del
Vesuvio sterminatore, riflettere nel desolato
paesaggio la desolazione del suo animo, in
cui il crollo della fede e d'ogni speranza
ha lasciato un deserto (La ginestra). In questo
deserto interiore, più che in quello
della natura, risuona angosciosa l'invocazione
dell'uomo, confitto al suo dolore.
Tra
i molti studiosi del Leopardi, A. Levi ha
visto il senso cristiano del suo intimo dramma:
a II Nostro fu imitatore inconsapevole di
Cristo, non solo nella mansueta bontà,
ma nell'ufficio tremendo di scontare il peccato
del suo tempo. L'età era incredula:
incredula nei più, a cuor leggero e
con gioia. Occorreva che un'anima profonda
assumesse quell'incredulità e ne gustasse
tutto il veleno. Questo fece il Leopardi.
L'opera sua in molta parte è una mirabile
parafrasi del grido di Cristo sulla croce:
Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
" (A. Levi, Leopardi, Principato, Messina,
1931). §
3. - Carlo Baudelaire (1821-1867).Il male
del secolo. Quando
Leopardi moriva nella solitudine della campagna
napoletana presso l'amico Ranieri, C. Baudelaire
aveva sedici anni e la posa ribelle dell'enfant
terrible. L'ambiente
della borghesia parigina affarista e scettica,
inguantata d'onorabile ipocrisia, lo nausea
fino all'irritazione. Egli preferisce andare
libero per il mondo e, quando ritorna a Parigi,
si mette in contraddizione con la società
borghese, ostenta un costume aristocratico
ed eccentrico, ama destare scandalo coi gesti
e con gli scritti, prende a lottare contro
gli idoli del secolo: la religione del progresso,
l'uguaglianza democratica, l'impero dell'affarismo. La
poesia di Baudelaire cerca sondare e mettere
in luce quello che turbina in fondo all'uomo
del suo tempo, al cittadino che si è
fatto del progresso un idolo e della città
il paradiso artificiale, in cui crede trovare
la beatitudine, dando libero sfogo a tutte
le sue voglie. In questo nuovo Eden che si
è fabbricato, l'uomo si trova ancora
vicino il Maligno a tentarlo di cogliere "
i fiori del male " e i frutti proibiti,
belli allo sguardo e dilettevoli al gusto,
ma che lasciano, passato il momento dell'ebbrezza,
un appetito più grande e mostrano l'uomo
nella sua nudità, miseria, decadenza. Les
fleurs du mal meritarono un processo al tribunale
civile k per oltraggio alla morale pubblica
e ai buoni costumi ", e la condanna all'Indice
dei libri proibiti. Eppure A. Suarès
ha potuto affermare che è il libro
che ha avuto in questi ultimi tempi più
edizióni e traduzioni, fatta eccezione
della Bibbia. Ciò si spiega per il
fascino dell'arte, certamente; per il gusto
dello scandalo, forse; ma soprattutto si spiega
per il fatto che una civiltà si è
specchiata in questo libro e vi ha trovato
un po' la rivelazione di se stessa. Una civiltà
che ostenta il paganesimo, e non può
strapparsi dall'anima il sigillo cristiano;
lavora a foggiarsi il paradiso in terra, e
si scava nell'anima l'inferno del vuoto, della
noia, della disperazione: quel male del secolo
che Baudelaire ha saputo meglio di ogni altro
diagnosticare e rappresentare. "
La stoltezza, l'errore, il peccato, la grettezza
ci occupano lo spirito e tormentano il corpo;
e noi alimentiamo i nostri amabili rimorsi
come i mendicanti nutrono i loro vermi. I
nostri peccati son testardi, i pentimenti
fiacchi, e lietamente torniamo al cammino
fangoso, credendo con vili pianti di lavare
ogni macchia... È il Diavolo che tiene
i fili che ci muovono! Agli oggetti ripugnanti
noi troviamo attrattive; ogni giorno verso
l'Inferno scendiamo d'un passo... Serrato,
formicolante, come un milione di elminti,
nei nostri cervelli gozzoviglia un popolo
di Demoni; e quando respiriamo, la Morte ci
entra nei polmoni, fiume invisibile, con gemiti
sordi... Ma tra tutti i mostri striscianti,
ruggenti, assaltanti nell'infame serraglio
dei nostri vizi, ve n'ha uno più laido,
più tristo ed immondo. Ancorché
non faccia né gesti né grida,
esso vorrebbe fare della terra un deserto
e in un baratro sprofondare il mondo: è
la Noia!". Questa
la lirica introduttiva che Baudelaire volle
apporre al " terribile libro " dove
il poeta s'aggira tra le seduzioni, le 'turpitudini
e l'empietà mondane; ma tutte queste
cose egli chiama col loro nome ed in faccia
al secolo incredulo parla di peccato, di demonio,
di morte, di rimorso, d'Inferno, di Cristo,
di Dio. Il
significato dell'opera si può riassumere
in queste parole dello stesso Baudelaire:
" C'è in ogni uomo, ad ogni ora,
due istanze simultanee: l'una verso Dio, l'altra
verso Satana. L'appello a Dio, o spiritualità,
è un desiderio di salire; quello di
Satana, o animalità, è una gioia
di discendere ". Ma
la gioia del discendere è sempre amareggiata
dall'abiezione, dal vuoto che lascia nell'anima,
dall'esito triste d'ogni cosa mondana, condannata
alla corruzione e alla morte. (Cfr. Una carogna,
Danza macabra). In questo vuoto, largo come
un abisso, l'uomo sente il richiamo dell'infinito. "
Pascal aveva il suo abisso, che si muoveva
con lui. Ahimè! tutto è abisso:
azione, desiderio, sogno, parolai... In alto,
in basso, dappertutto, la profondità,
il silenzio, lo spazio vertiginoso e attirante...
Sul fondo delle mie notti, Dio col suo dito
sapiente disegna un incubo multiforme e senza
tregua... Da tutte le finestre io non vedo
che infinito (L'Abisso). Sospeso
in questo abisso che gli da le vertigini,
l'uomo si muove a tentoni nel mondo, cercando
di afferrarsi a un qualche cosa di sicuro,
guardando per le finestre aperte sull'infinito,
tendendo l'orecchio alle voci misteriose che
gli giungono da ogni parte. "La
Natura è un tempio dove pilastri viventi
lasciano sfuggire talora parole confuse. L'uomo
vi passa attraverso foreste di simboli, che
lo osservano con sguardi familiari "
(Corrispondenze). E se, tuffato nel mondo,
l'uomo rimane insensibile a queste voci, opaco
a queste luci, ecco sopraggiungere la sofferenza
a strapparlo alle illusioni, a purificare
la carne e il cuore. "
Siate benedetto, mio Dio, che date la sofferenza
come un divino rimedio alle nostre impurità
e come la migliore e più pura essenza
che prepara i forti alle sante voluttà
" (Benedizione). Barbey
D'Aurevilly scriveva all'amico : " Dopo
i Fleurs du mal non vi resta più logicamente
che la bocca d'una pistola o i piedi della
croce ". Baudelaire scelse i piedi della
croce. In De profundis clamavi pregava : "
Io imploro la tua pietà, o Tu, il solo
che amo, dal fondo dell'abisso oscuro ove
il mio cuore è caduto. È un
universo grigio, dall'orizzonte plumbeo, dove
nella notte vagolano l'orrore e la bestemmia". Dalle
pagine del diario intimo, II mio cuore a nudo,
si può vedere quanta sincerità
e quanta debolezza era in quest'anima cristiana,
prigioniera in un corpo di peccato; i suoi
propositi generosi, i suoi sforzi, le preghiere
accorate (Giornali intimi, Einaudi, Torino
1942). "
Datemi la forza di fare immediatamente il
mio dovere, tutti i giorni, e di diventare
cosi un eroe e un santo. Il piacere ci logora,
il lavoro ci fortifica... Conosci le gioie
di una vita aspra e prega, prega senza sosta.
La preghiera è riserva di forza ". L'uomo
che aveva scandalizzato il suo secolo, mostrandone
in se stesso e nell'opera le aberrazioni,
chiude la vita coll'imporsi la regola d'un
religioso: sobrietà, lavoro, preghiera,
e lascia questo monito: " La vera civiltà
non è nel gas, nel vapore o nei tavolati
danzanti. Essa è nella diminuzione
delle tracce del peccato originale "
(II mio cuore a nudo). Alla
poesia egli apre le vie del Simbolismo, che
cercherà di attingere alla " realtà
profonda dell'anima " e fare del poeta
un " veggente " al di là
di questo piccolo mondo.
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