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la testimonianza dei convertiti

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE

Interesse della testimonianza dei convertiti. - Noi crediamo volentieri ai testimoni che si lasciano uccidere; e per questo in apologetica meritano un posto particolare i martiri che, in punto di morte, confessano la loro fède in Gesù Cristo. Ma perché non dovremmo rivolgerci anche ad altri testimoni, verso coloro che, magnifico esempio d'apologetica vivente, dopo lunghe riflessioni sono entrati o rientrati nella Chiesa cattolica, ritenendo questa come l'unica capace di saziare la loro fame spirituale, di calmare la loro inquietudine religiosa, di dare loro la certezza? Lo studio di questi itinerari verso Roma, grazie a Dio cosi numerosi e diversi, è quanto ci possa essere di più attraente e confortante. Forse proprio la loro diversità li rende interessanti, e si direbbe che la Provvidenza abbia voluto dimostrare che le vie conducenti alla Chiesa partono dai punti più diversi, onde si comprenda die, da qualunque parte si arrivi, nel cammino della verità non s'incontreranno mai ostacoli insormontabili.

" Ci sono mille e mille strade, scrive Ugo Benson, convertito di cui parleremo, che conducono alla Città. Uno sarà guidato dal suono dell'organo, l'altro dal profumo dell'incenso; uno se ne andrà tenendo una Bibbia in mano; questi è uno storico, quegli un mistico, il terzo un filantropo; questi è il peccatore che implora il perdono; quell'altro un uomo semplice che vuoi essere illuminato; quello infine è un santo che reclama l'unione con Dio: uno è condotto dalla mano di sua madre, l'altro si strappa agli amici per seguire Cristo. Cosi se ne vanno, questi mille e mille, seguendo ciascuno la propria strada, ciascuno mosso da una potenza che gli resta misteriosa, ma tutti finiscono con l'incontrarsi davanti alla stessa porta, quella porta di cui si parla nell'Apocalisse, che tutti devono varcare e che è fatta d'una sola perla... ". Citato da A. De La Gorce, R. H. Benson, prètte et romancìer, Plon, Paris 1928.

La conversione e il fatto della Chiesa. - D'altronde perché stupirci di questa magnifica molteplicità? Il Concilio Vaticano ha parole che aprono l'orizzonte sulle ricchezze delle ragioni di credere e sulla varietà delle strade del ritorno. Dopo aver detto come Dio, per rendere il nostro assenso di fede conforme alla ragione, da a questa, oltre gli aiuti interiori dello Spirito Santo, prove esteriori della rivelazione, cioè argomenti che consistono nei fatti divini, e prima di tutto nei miracoli e nelle profezie..., il Concilio accenna ai numerosi e mirabili segni, disposti da Dio nella Chiesa, per guidarci a constatare fino all'evidenza la credibilità della fede cristiana. I Padri del Concilio rilevano e precisano alcuni di questi segni o motivi, desumendoli dalla storia, dalla natura e dalle qualità della Chiesa, che da sola è una testimonianza irrefragabile della sua divina missione. (Denz. 1793-1794).

Vi sono certamente conversioni subitanee e violente, in cui sembra intervenire direttamente e quasi instantaneamente la mano di Dio. Basta accennare la conversione di San Paolo sulla via di Damasco oppure, poiché la conversione non significa soltanto il passaggio dal non credere alla fede, la notte cruciale di Biagio Pascal il lunedì 23 novembre 1654.

Più vicino a noi, il 20 gennaio 1842, non abbiamo forse la folgorante conversione d'Alfonso Ratisbonne nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma, dove l'israelita accompagna un amico per una commissione in sacrestia, e da questi, al ritorno, è trovato in lacrime e sconvolto per la visione avuta poco prima della Vergine Immacolata? E ancora più recentemente, il giorno di Natale 1886 a Notre-Dame di Parigi, " vicino al secondo pilastro dell'ingresso del coro, dal lato destro della sacrestia ", Paolo Claudel in un istante ha il cuore tocco e crede; e Max Jacob, un altro israelita, il 7 ottobre 1909, nella sua camera di via Ravignan, è condotto subitamente alla fede cattolica di Cristo, che gli appare a coperto d'una veste di seta gialla con paramenti bleu ".

Questi però sono casi eccezionali. I convertiti del nostro tempo d'ordinario sono stati attratti a Dio dalla considerazione della Chiesa cattolica, della sua storia, unità, bellezza, fecondità passata o presente, dal suo riflesso nella persona dei suoi santi o dei suoi membri.

Alcuni esempi di conversioni. - Come vedremo dal rapido studio di alcuni casi particolari, emergerà appunto la parte preponderante avuta nelle conversioni dal fatto della Chiesa, sia che un cuore inquieto, venendo da un'altra religione, trovi finalmente nel cattolicesimo il riposo che invano cercava altrove, sia che l'esempio d'un santo, la lettura d'un'opera, la familiarità con un cristiano sveglino il desiderio di conoscere meglio questa Chiesa intravista, sia ancora che un'anima presa da un certo ideale filosofia), artistico, umanitario, veda nella Chiesa romana il pieno appagamento delle sue aspirazioni. Sembra che qui potremo avere le più belle lezioni d'apologetica e le più belle testimonianze in favore della fede cattolica. E poiché tali convertiti sono legione, ci accontenteremo d'alcuni nomi, di cui cercheremo di fissare l'itinerario, di rilevare le ragioni che li hanno spinti alla conversione, di precisare che cosa cercarono nella Chiesa e che cosa ebbero la fortuna di trovare in essa.

PARTE PRIMA - DEFICIENZE DEGLI AMBIENTI RELIGIOSI IN CTO VIVEVANO I FUTURI CONVERTITI

CAPITOLO I. - CARENZA DEL PROTESTANTESIMO: VON RUVILLE

Le conversioni dei protestanti. - Forse è difficile trovare molti esempi di conversioni di luterani o di calvinisti alla Chiesa romana, non perché siano scarsi (sono anzi numerosi), ma perché la maggior parte di questi convertiti aveva abbandonato da lungo tempo qualsiasi pratica e perfino ogni fede, tanto che si tratta d'un reale passaggio dall'ateismo o dal razionalismo al cattolicesimo, come, per citarne uno tra molti, lo Stoddard che descrisse il suo itinerario spirituale nel volume: Ricostruendo una fede perduta, Milano 1928.

Ci sono tuttavia persone sinceramente credenti, che hanno sentito le deficienze del protestantesimo e lo abbandonarono per la vera fede, come il dottor Alberto von Ruville, professore dell'Università di Halle, storico apprezzato e autore d'un'importante opera su La Baviera e il ristabilimento dell'impero tedesco e di studi su Guglielmo Pitt. Le ragioni che condussero al cattolicesimo (1909) questo luterano a positivo, risoluto e rigido n, meritanti la nostra attenzione, perché illuminano in modo mirabile un difetto capitale del protestantesimo. Il Ruville narrò la sua conversione in un libro tradotto anche in italiano: II mio ritomo, Fiorentina, Firenze 1911.

Von Ruville e la natura della fede. - Pieno d'ammirazione verso la persona di Cristo (che conobbe dalla celebre opera di Harnack, L'essenza del cristianesimo) e in possesso, come dice egli stesso, della fede nel simbolo, Alberto von Ruville non si sentiva più completamente a suo agio, a Quello che mi causava fastidio, egli dice, era di dover riflettere tanto per avere una fede solida. La mia restava, in sostanza, una fede di riflessione ". Il protestantesimo gli sembrava una religione puramente intellettuale, in cui predomina la riflessione: forse alcuni possono inorgoglirsi e compiacersi d'una fede che a loro pare avere un'essenza superiore e un po' raffinata. Con lealtà e carità egualmente grandi, von Ruville si dichiarava insoddisfatto di questa costatazione, poiché il suo pensiero correva subito alla massa, alla povera gente, ai popoli ancor selvaggi e incapaci d'una profonda riflessione, " Questa massa incolta, questi popoli incivili dovranno rimaner privi della vera convinzione religiosa, delle benedizioni divine, fintanto che l'istruzione non li abbia resi capaci di comprenderne completamente il significato e l'intima natura? Sarebbe evidentemente un inconveniente gravissimo ". La vera fede non può e non dev'essere l'appannaggio di pochi. Eguale possibilità dev'essere a data a tutti gli uomini per acquistare e conservare la fede vera, solida e conforme al simbolo apostolico ". In questo il protestantesimo appare singolarmente deficiente, e von Ruville cerca invano di liberarsi da tali preoccupazioni che lo assediano. Quanto al cattolicismo non si poteva affatto parlarne, poiché egli era troppo imbevuto di luteranesimo per accettare l'infallibilità pontificia, la transustanziazione, il celibato dei preti, senza parlare, naturalmente, delle indulgenze (che conosceva solo da informazioni tendenziose) e del culto alla Santissima Vergine, che in buona fede credeva idolatrico.

Migliore conoscenza del cattolicesimo. - Ma i pregiudizi cadranno dopo l'altro. Von Ruville come storico si mette a studiare prima il papato:! Di fronte alla confusione dottrinale imperante nella Chiesa protestante, confusione che cancellava ogni confine tra protestantesimo e paganesimo" arriva a comprendere la necessità d’un punto d’appoggio che "se pure esiste, può essere solo il papato" e a riconoscere, senza possibilità dì dubbio, gli speciali poteri che Cristo affidò a Pietro. Poi lesse casualmente un'opera di teologia cattolica del professore austriaco Reinhold, e s'accorse che, fin dalla sua giovinezza, era stato u istruito in modo assolutamente falso sulla Chiesa cattolica. Il quadro, egli dice, che ora mi veniva presentato, era assolutamente diverso e, sotto certi aspetti, proprio il contrario di ciò che m'ero immaginato.

Tutto era cosi sapiente, cosi profondamente pensato, cosi logico! Caratteri questi che non avevo mai trovato in tal grado nelle dottrine protestanti propriamente dette, le quali, al confronto, mi apparivano un pasticcio malaccorto,- in cui i lineamenti migliori erano stati sacrificati. Riconobbi che i maestri, i pastori e i teologi, ai quali ero debitore della mia scienza, non avevano capito nulla del cattolicesimo, e tuttavia non esitavano a giudicarlo cattedraticamente e perfino a colpirlo di frequenti sarcasmi ".

La conversione. - Infine " il colpo diretto, presto o tardi inevitabile ", gli fu dato dalla lettura della Simbolica di M6hler, che lo illuminò completamente sulla transustanziazione, che gli restava oscura. "Allora conobbi il miracolo misterioso della santa Eucaristia, e credetti ". Non c'erano più ostacoli, e il 6 marzo 1909 entrò nella Chiesa cattolica.

La libertà nel protestantesimo... - Trovò la libertà, te Eccomi finalmente libero, gridai ". Potrà sembrare strano, data la troppo frequente abitudine di opporre l'intransigenza dottrinale e morale del cattolicesimo al libero esame e al libero culto dei protestanti; ma von Ruville, in pagine interessantissime, denuncia l'equivoco. " Verso i loro obblighi religiosi i protestanti hanno la massima libertà, ma in senso negativo. Non hanno bisogno d'andare in chiesa, di partecipare alla Cena, di fare preghiere; in sostanza non hanno nessun dovere religioso da compiere, se non se lo impongono da se stessi, o se non interviene la legge civile... Invece dal lato positivo la libertà è notevolmente ristretta. Il protestante non può andare liberamente ogni giorno in chiesa o quando gli piace, perché essa, fuori del tempo stabilito, è chiusa... È già molto se gli permettono di partecipare alla Cena come egli desidera, e per questo gli sono fissate scadenze misurate con avarizia... Si considera sconveniente che uno in chiesa si occupi d'altri esercizi di devozione, che faccia preghiere che non siano quelle della comunità, che s'inginocchi davanti alle immagini o all'altare. Il protestante non deve venerare le reliquie, nemmeno quelle autentiche, per quanto siano pii i pensieri che gli possono suggerire; non deve mai implorare l'intercessione di persone sante, fossero pure gli apostoli o la Santissima Vergine; non deve fare voti, o fondare ordini basati sui voti... È prima di tutto obbligato ad astenersi da quanto viene considerato cattolico; ed ecco spiegato perché il vero credente, il cristiano entusiasta delle cose divine, che vorrebbe accostarsi al suo Salvatore e Maestro il più possibile, si sente chiuso in una camicia di forza e aborrisce questa perpetua tutela. A che gli serve dunque la libertà inferiore, la libertà dell'indifferenza, dell'inazione?... Egli vuole agire, servire Dio, fare penitenza, offrire sacrifici, proprio secondo l'uso comune; ma questo nella Chiesa protestante gli è proibito... ".

...e nel cattolicesimo. - Invece, aggiunge von Ruville, " nella Chiesa cattolica avviene tutto il contrario. Sono state fissate regole per la frequenza alla chiesa, la recezione dei sacramenti, il modo di pregare e per molti altri esercizi devoti. Se non vuole peccare, il cattolico deve osservare tali prescrizioni e quindiè soggetto a restrizioni dal lato negativo. Perciò dal lato positivo io godo d'una libertà quasi illimitata, per quanto essa non viene sminuita da circostanze locali sfavorevoli. Nessuno penserà, nemmeno lontanamente, di criticare gli esercizi di pietà che il cattolico compie in chiesa; la casa di Dio gli è sempre aperta, tutti i giorni può assistere al santo sacrificio della Messa... La comunione quotidiana non è affatto considerata un'esagerazione, anzi è desiderata e consigliata; ...il cattolico può venerare le reliquie e cosi fortificare la sua pietà; può e deve rivolgersi a un santo o alla Madre di Dio, per implorare la loro intercessione... La Chiesa sanziona con gioia nuove forme liturgiche, purché concordino con le sue dottrine e spirino la vera fede... Ovunque la Chiesa lascia germogliare, verdeggiare, fiorire le piante, anche se talvolta hanno una fisionomia un po' insolita e non giunge subito brandendo le forbici potatoie. Che magnifica fioritura d'ordini religiosi, con innegabili e potenti effetti sulla Chiesa e sui popoli, nei tempi antichi e moderni! La Chiesa li ha lasciati sviluppare nella massima libertà... ". Cosi, conclude von Ruville, " la libertà, nel vero senso della parola, non è un bene riservato ai protestanti, ma un bene che la Chiesa cattolica possiede molto più largamente ".

Proprio dunque per aver trovato nel protestantesimo (assieme al molto di bello e di buono, che egli realmente riconosce) " gravi difetti ", il dottor von Ruville, desideroso di apportarvi un rimedio, giudicò possibile un solo mezzo, k quello che s'esprime in quest'esortazione: ritorno alla Chiesa".

Alcune altre testimonianze. -Abbiamo uditala testimonianza di von Ruville sulla carenza del protestantesimo, ma la sua è una voce tra mille. Citiamo qualche altro nome celebre, limitandoci al secolo ventesimo.

Kund Krog-Tonning, pastore luterano professore all'Università di Christiania, entrato nella Chiesa cattolica il 1900 e chiamato il a Newman della Norvegia "; Sigrid Undset, norvegese, romanziera di fama mondiale e premio Nobel per la letteratura. Erik Peterson, che attualmente insegna a Roma, discepolo di Harnack, collega di Karl Barth a Bonn. Egli è passato al cattolicesimo dopo una lunga ricerca e personale elaborazione della teologia, convinto che " senza autorità dommatica non vi possa essere Chiesa alcuna; anzi, ciò che è ancor più grave, non potrà aver luogo alcuna efficacia della Chiesa ". P. Marchant, giurista e ministro della pubblica istruzione d'Olanda, entrato nella Chiesa il 21 dicembre 1984. Dalla narrazione del suo itinerario spirituale emerge che egli è pervenuto al cattolicesimo per la via del ragionamento puro: e credo perché rifletto ". Ragionando trovò, anche lui, che Cristo non aveva scritto un libro, ma fondato una Chiesa, depositaria della buona novella; e la buona novella si trovava intatta nel deposito della Chiesa di Roma. A petto di essa stavano le confessioni protestanti con le loro dottrine mutevoli in sé e contraddittorie tra di loro, tali da non poter soddisfare uno spirito bramoso di una verità definita ed eterna, quale non può non essere quella di Cristo. <t L'imprecisione e la incomprensione diventano pericolose" in teologia; e nei teologi protestanti egli rilevava un procedere a tentoni, tra mutamenti e oscurità. Di deduzione in deduzione, anche il Marchant è arrivato al punto da cui poi la grazia l'ha preso a volo e portato nella pace della Verità.

CAPITOLO II. - CARENZA DELL'ANGLICANESIMO: UGO BENSON E ILARIO KNOX

Anglicanesimo e anglo-cattolicesimo. - In Gran Bretagna vediamo ogni giorno uomini di prim'ordine rifare l'itinerario spirituale del cardinal Newman.

Pur sembrando, specialmente alle giovani generazioni, che l'anglicanesimo sia solo una religione ufficiale e tradizionale, un'istituzione tipicamente britannica, come il thè e il cricket, ci sono in esso molte anime realmente cristiane e religiose, convinte d'essere nella verità e d'appartenere alla Chiesa. Tuttavia alcune di esse percepiscono fino all'evidenza le deficienze di questa Chiesa n nazionale ", e, spinte da un ardente desiderio di perfezione, abbandonano l'anglicanesimo, e anche quello che esse chiamano l'anglo-cattolicesimo, si dichiarano incapaci di rimanere in questa via media, che soddisfaceva Pusey e, alla fine, giungono al termine obbligato di Roma. Per le stesse ragioni vennero al cattolicesimo, l'uno nel 1903 e l'altro nel 1917, Roberto Ugo Benson e Ronaldo Ilario Knox, che noi sceglieremo come esempi, senza però separarli, prima di tutto perché le loro strade sono quasi identiche, poi perché, mentre Benson riconosceva che l'agente principale della sua conversione era stata la lettura di Newman, Knox dichiara d'aver ricevuto la prima spinta dalla lettura d'un libro di Benson (Cfr. R. H. Benson, Confession of a convert, Long-mans, London 1913; trad. frane. Les confessions d'un converti, Perrin, Parii 1918; R. H. Knox, A spiritual Aeneid, Longmans, London 1919).

La loro posizione di fronte a Roma... - L'arcivescovo di Cantorbery Edward Benson passeggiava un giorno con suo figlio Roberto Ugo, nato nel 1871 e da poco diacono della Chiesa anglicana, quando il giovane gli rivolse questa brusca domanda: "I cattolici romani fanno parte della Chiesa di Cristo? " E il primate d'Inghilterra gli rispose che secondo lui, k i cattolici romani avevano peccato tanto gravemente nelle loro credenze, da aver perduto il diritto d'appartenere al corpo di Cristo ". Il dottor Knox, vescovo di Man-Chester, vent'anni più tardi avrebbe probabilmente risposto alla stessa domanda in modo ancor più intransigente, se il figlio Ronaldo Ilario, nato nel 1888, gliel'avesse fatta.

...e di fronte a Cantorbery. - Se i due giovani avevano una posizione cosi netta verso Roma (Benson giungeva a chiamare la Chiesa cattolica la missione italiana), il loro giudizio sull'anglicanesimo ufficiale non lo era molto meno. Durante un viaggio in Egitto, Benson medita sulla cappella anglicana che gli albergatori britannici hanno fatto costruire a Luxsor per i loro clienti. La cappella, egli dice, non è altro che a una specie d'appendice della vita europea importata da una determinata nazione attraverso il mondo, un po' come un tub di caucciù, per dare ai turisti di questa nazione un sovrappiù di confort, o per dare loro una sensazione di familiarità ". E Knox, divenuto pastore, nel 1913 farà un sermone che susciterà scandalo, in cui, risalendo alle fonti dell'anglicanesimo, dichiarerà die l'Inghilterra non ha affatto motivo d'essere fiera della riforma che ha creato due Chiese, scindendo la veste senza cucitura, e inveirà contro la regina Elisabetta in questi termini: "Solo una donna poteva inventare il consolidamento della Riforma, perché solo una donna è capace di servirci una colazione fredda con gli avanzi della cena calda del giorno prima, di rammendare le calze anziché comperarle nuove, di tagliare i calzoni del marito per fare i calzoncini di suo figlio. La Riforma d'Elisabetta fu una serie di accomodamenti, di ripieghi e di tagli da cerimonia, non facendo altro che ridurre a pezzi e brandelli la Chiesa cattolica. Il risultato non doreva essere né bello né ideale; era tutto incerato e verniciato e stava unito solo i forza di pezzi di spago, ma stava proprio bene: ecco tutto ".

Fede dei nostri padri. - Perciò se l'anglicanesimo, come venne concepito dalla Riforma, non può soddisfare, non sarà il caso di cercare che cosa ci posta essere di buono nella religione dell'Inghilterra prima d'Enrico Vili e d'Elisabetta? Cosi pensa Benson, che s'immerge nella lettura dei mistici inglesi antichi, come Giuliana di Norwick e Riccardo Rolle e che, intonando il canto inglese della Fede dei nostri padri, dichiara che per padri non intende né Cranmer, né Latimer, né Ridley, o qualche loro simile, ma i santi del Medioevo. Il suo primo libro (Benson comincia a coltivare le sue doti di scrittore), intitolato La luce invisibile, una serie di racconti dove entrano la mistica e il meraviglioso cristiano, pare l'opera d'un cattolico, e un critico lo defini o una gita sulla via di Roma, un addio alla casa lasciata per sempre ". Quest'opera nel Natale del 1903 stimolerà il giovane Knox sulla via della conversione.

Cattolici senza Roma. - Tuttavia ambedue intendono rimanere membri della Chiesa d'Inghilterra e, con il singolare compromesso di Pusey, vogliono tentare d'infondere una nuova vita all'anglicanesimo agonizzante, introducendo cerimonie, pratiche, usi presi dal cattolicesimo; entrambi si faranno adepti di quel ritualismo, che è un miscuglio ibrido di due religioni, dove si recitano il breviario e il rosario, in cui si celebra una strana Messa in inglese, si raccomanda la confessione, s'espone quello che si crede il Santissimo Sacramento... illogismo bizzarro che farà di essi, come dirà Knox, dei " cattolici romani nella Chiesa d'Inghilterra ", ai quali mancherà proprio e soltanto d'essere cattolici.

Sempre desideroso di far meglio, dopo la sua ordinazione anglicana Benson si rivolgerà verso una di quelle " comunità ", assai numerose, con cui i ritualisti tentano di copiare l'ideale monastico del cattolicesimo, ed entrerà nella Casa della Resurrezione a Mirfield (contea di York), fondata dal vescovo Gore. Per cinque anni prende parte alla vita di quei monaci, analoghi ai nostri missionari diocesani, predicatori che a si propongono di cattolicizzare l'Inghilterra con i sacramenti ". Knox, cappellano del Trinity College (Cambridge), senz'abbracciare lui stesso il monachesimo, frequenterà assiduo altre comunità, come quella dei Padri di Cowley, dove si cantano i salmi in inglese, ma in gregoriano; quella dei Benedettini anglicani di Caldy, che alcuni anni più tardi si convertiranno in blocco al cattolicesimo, e saranno ricevuti nella Chiesa da Dom Beda Camm, un altro convertito. Cfr. Beda Camm, De l'anglicunisme au monachisme, Desclée, Paris 1930.

Intanto nel loro spirito sorge un dubbio ostinato: la Chiesa anglicana è apostolica? Il divorzio da Roma non ha spezzato brutalmente i legami che univano l'Inghilterra alla vera tradizione religiosa? Assistendo alla prima Messa anglicana di suo fratello, R. 1. Knox esclama: "Noi eravamo stati educati assieme, d eravamo conosciuti a Oxford, come accade raramente tra fratelli. Per me avrebbe dovuto essere la più grande felicità vederlo prete, vederlo compiere per la prima volta l'augusto mistero della nostra religione, nella stessa chiesa, allo stesso altare dove io, tre anni prima, avevo compiuto gli stessi riti davanti a lui. E improvvisamente vidi l'altra facciata del quadro. Se questo dubbio, quest'ombra di scrupolo cresciuto nel mio spirito, è legittimo, supposto che sia legittimo, né lui né io siamo preti, e questa non è una Messa, e questa non è l'Ostia redentrice; gli accessori della cerimonia, gli splendidi paramenti, i fiori freschi appena sbocciati, la misteriosa luce dei ceri sono soltanto la montatura d'una falsa pietra. Siamo stati presi al laccio, ingannati, traditi, pensando che tutto questo valesse qualcosa. Avremmo dunque lavorato sulla sabbia, avremmo combattuto per un'Elena solo immaginaria, in tutti questi anni di lotta. Durante l'angosciosa rivelazione era così lontano da ogni santo pensiero, che all'ultimo Vangelo sentii formularsi nel mio spirito una maledizione contro Enrico vili. E cosi andai a baciare la mano al novello sacerdote... ". Anche Benson, egli pure torturato dai dubbi, finisce col lasciare la congregazione di Mirfield, s'immerge nella lettura del Newman prima, poi nello studio delle origini della Riforma d'Inghilterra, e ne trae una serie di romanzi storici appassionati, dove passano, in secondo piano, i grandi martiri inglesi, San Tommaso More o il beato Giovanni Campion, e si presentisce che alla testimonianza dei martiri presto risponderà quella del convertito.

L'unica uscita. - Non ci stupiremo quindi vedendo Benson abiurare (11 settembre 1903) nelle mani d'un padre domenicano, e nemmeno ci sorprenderà il sapere che, nel settembre 1917, R. I. Knox è partito per l'abbazia benedettina di Farnborough per farvi un ritiro e che ne esce cattolico. Quest'ultimo esprime con un paragone l'impressione che provò, dicendo che era come un uomo senza casa in cerca d'un rifugio; scorgendo una casa era' entrato nella rimessa della parte posteriore, poi nelle dipendenze. Allora aveva cercato d'aprire dall'esterno la porta per entrare nell'interno della casa, la serratura aveva funzionato, ma la porta era rimasta chiusa. Infine aveva girato molte volte intorno all'edificio e, all'ultimo momento, quando già lo vincevano la fatica e lo sconforto, avvicinatosi all'ingresso principale, s'era accorto che la porta era sempre stata aperta e aveva avuto la sensazione d'entrare in casa sua, nella libertà e nella pace.

Proprio quello che dirà Benson quando, domandandogli un protestante. " Che cos'hai trovato nel cattolicesimo di quanto non avevi trovato nella religione abbandonata?", rispose: "La pace assoluta dello spirito". E in entrambi scoppia la gioia d'appartenere non a una Chiesa che comunque siano la carità e la santità di molti suoi membri, è soltanto una setta nazionale, ma a quella Chiesa universale che il figlio dell'arcivescovo di Cantorbery, divenuto Mons. Benson, descriverà in una magnifica visione : " Io vedo una grande figura mistica distesa nel mondo. La testa, coronata di spine, riposa a Roma; il corpo è ferito, mutilato, spogliato delle sue brillanti vesti, ma vivo, steso per terra; le braccia ' e i piedi si spingono attraverso i mari e i continenti; le dita delicate cercano , anime fino in Cina; il cuore palpitante comunica un sangue comune di preghiera e di fede a tutte le nazioni, unendole in una vita soprannaturale prima sconosciuta all'universo... Talvolta... dalla bocca dolorante esce una parola che calma i clamori e risolve le discussioni. Quest'essere immenso è vecchio di diciannove secoli; le membra che da mille anni s'agitano nella febbre, giacciono calme , sotto il controllo d'un cervello infallibile, e il mondo, che prende gusto a torturarle, si stupisce della loro vitalità. Infatti i nemici non hanno esaurito la loro malizia ed eccoli di nuovo all'attacco. La grande figura mistica ha trasalito tutta ' quanta, perché tutto il corpo soffre alla sofferenza d'un membro. Gli occhi stanchi si volgono al cielo come per chiedere : "Per quanto tempo?" e la risposta è l'eco di quelle parole pronunciate in Galilea, che diedero vita a quel corpo: "Tu sei Pietro. Le porte dell'inferno non prevarranno. Io a te darò le chiavi del regno dei deli" ".

Altre testimonianze. - La signora Sheila Kaye-Smith, nota romanziera inglese, potrebbe firmare queste righe, avendo un itinerario spirituale simile a quello di Benson e di Knox. Legata da molti vincoli all'anglo-cattolicesimo, del quale nel 1925 scrisse un'apologià, e che le offrì la trama di parecchi romanzi, si rende ben presto conto delle sue deficienze, vedendolo privo di santità, di cattolicità, d'apostolicità; nello stesso 1925 s'accorge d'aver cercato " il cattolicesimo in un cattivo posto ", e attualmente, sottomessa a Roma e ricordando il tempo in cui credeva di salvarsi nell'anglo-cattolicesimo, scrive: a Mi sembra ora che noi siamo una squadra di bambini che piantano fiori nella sabbia, affondandovi gambi raccolti nel giardino del vicino. Questi fiori non hanno radici e non possono crescere se non nel terreno da cui furono strappati. Alla fine verrà il mare e li spazzerà via tutti ".

Certamente anche il grande scrittore Maurizio Baring segui un itinerario analogo, ma non ha mai raccontato la sua conversione. Con passi scelti dalle sue opere, e specialmente da Cat's cradle, uno dei suoi migliori romanzi, si potrà tuttavia comprendere che anche lui ha cercato la Realtà, l'Unità, l'Autorità, la Profondità, e le ha trovate nella Chiesa di Roma.

A sua volta il Baring influì sulla conversione di non pochi amici, tra i quali Gilbert Keith Chesterton, il cui ritorno alla Chiesa cattolica, nel 1922, ebbe risonanza mondiale. Con l'aria paradossale con cui presentava lo svolgimento logico del suo pensiero, Chesterton pose tra i fattori della sua conversione " i principali maestri del protestantesimo " inglese: il decano Inge e il vescovo Henson. " È evidente per me che una Chiesa, la quale voglia agire con autorità, debba essere in grado di dare una risposta alle grandi questioni morali. Ora, posso io ammettere il cannibalismo o l'assassinio dei neonati per ridurre la popolazione o per consimili riforme scientifiche o progressive? Una Chiesa provvista di autorità di magistero deve sapermi dire se si possa o no. Ma le Chiese protestanti sono in un enorme disorientamento di fronte a questioni, quali la limitazione delle nascite, il divorzio, lo spiritismo... Eccovi gente come il decano Inge che vien fuori a bandire pubblicamente e perentoriamente quella che io considero una frode meschina e velenosa, la quale rasenta l'infanticidio. So bene che ci sono, nella Chiesa anglicana e in altre comunità protestanti, persone le quali denunciano questi gravi vizi pagani allo stesso modo che faccio io: e il vescovo Gore ne parlerebbe con lo stesso sdegno del Papa. Ma il guaio è che la Chiesa anglicana non ne parla con quello sdegno Essa è scissa nell'agire; e io non so che fare di una Chiesa che non è militante e non sa ordinare una battaglia, né sa combattere e marciare in una direzione unica". Più tardi ebbe a spiegare le cinque ragioni per le quali si sarebbe convertito se non si fosse dato il caso che convertito già era. (Cfr. il suo volumetto La Chiesa cattolica e la conversione, Morcelliana, Brescia 1953).

Pure degne di nota, perché maturate dopo lunghi studi e ricerche, le conversioni dello storico Christopher Dawson, attualmente professore ad Oxford, che scoperse nel cattolicesimo la religione dei primordi cristiani, rimasta immutata nei secoli; di Arnold Lunn, figlio del moderatore della Chiesa metodista, come Benson era figlio dell'arcivescovo di Cantorbery; dei tre romanzieri Bruce Marshall, Evelyn Waugh e Graham Green annoverati tra i più grandi scrittori inglesi di oggi.

CAPITOLO III. - CARENZA DELL'ATEISMO: ADOLFO RETTE

Dal diavolo a Dio. - Non abbiamo intenzione di descrivere minutamene le peripezie del ritorno a D'io del poeta Adolfo Rette, anche se la sua testimonianza ci offre un bellissimo esempio della lotta fra tre personaggi: l'uomo, l'angelo della luce e l'angelo delle tenebre, che hanno per posta l'anima dei paziente. Dal racconto biografico (Dal diavolo a Dio, trad. it. Ediz. Paoline, Albano, dove Rette narra la sua conversione, vogliamo semplicemente rilevare un punto che ci sembra capitale, e cioè la fenditura nell'edificio ben ordinato del suo ateismo, per là quale Dio cominciò a infiltrarsi, per non dargli più riposo fino alla resa definitiva.

Dunque Rette, educato senza religione, frequentatore di circoli letterali dove regna il più completo amoralismo, dal punto di vista politico era attratto dalle dottrine anarchiche e socialistiché ("l'innesto individualista sull'albero del comunismo ") e, da quello filosofico, da un miscuglio di paganesimo, di buddismo e di panteismo, che gli facevano scoprire " le sue divinità, particelle della sostanza indefinita, sotto la scorza delle querce e il fogliame dei faggi ", rivolgere " preghiere alle betulle ", considerare " la rugiada sui fiori d'oro delle ginestre come un'acqua lustrale ". Ma sotto le chimere era nascosto l'ateismo totale e perfino l'odio violento contro ogni religione, che da una parte si traduceva in poesie blasfeme, dall'altra in conferenze, articoli, dove aveva libero corso la sua " rabbia antireligiosa ".

Una domanda diretta. - Una sera del giugno 1903, a Fontainebleau, Rette conclude con queste parole: "Guerra al capitalista, guerra al soldato, guerra al prete ", una conversazione tenuta ad operai nella sala d'un caffè. Dopo la conferenza molti ascoltatori lo attorniano per scambiare idee e bere qualche bicchiere di birra, e un operaio volge con molta semplicità e sincerità il discorso alla questione nata nel suo spirito dalla conversazione di Rette: Poiché, come ha detto l'oratore, Dio non esiste e il mondo s'è fatto senza di Lui, poiché ora non si crede più a quanto la religione insegnava sull'origine delle cose, quali sono i dati della scienza su questo punto? a Spiegateci in poche parole come tutto ebbe origine ".

L'unica risposta possibile. - " Questa specie d'intimazione, dice Rette, mi scosse profondamente. Che cosa rispondere? Erano li che attendevano, attenti e protesi, esprimendo con gli occhi la speranza che io snocciolassi loro gli articoli del Credo scientifico. Quelle facce attente e protese mi mettevano in imbarazzo; mi sentivo tormentato da gravi scrupoli... perché non sono mai stato capace d'affermare ciò che non conoscevo. Tuttavia poiché il popolo è ghiottissimo di facondia, mi sarebbe stato facile di soddisfare i miei interlocutori, ma tanta buona fede di quella brava gente mi commuoveva, e mi sarei pentito da morirne, se li avessi ingannati... Ebbene, dissi spinto dalla verità, la scienza non può spiegare come il mondo ebbe principio ". Gli operai, che attendevano ben altro, rimasero male e Rette, molto umiliato, dopo aver fatto un giro nel bosco, se ne tornò a. casa con la testa piena di pensieri.

Messosi a letto non riuscì a prender sonno, e passò in rassegna le varie ipotesi meccaniciste sull'origine del mondo, constatando che sono tutte insufficienti e peccano da qualche lato. Di quando in quando, come una freccia, gli traversava il cervello l'idea: se tuttavia Dio ci fosse? Ma tosto udiva scrosciare dentro di sé un " orrido sogghigno ", e ripetendosi, suo malgrado, sì, se tuttavia Dio ci fosse? s'addormentò all'alba.

Come scrive Mons. Chollet, " il dardo è scagliato, è entrato nell'anima e vi resterà. Quando i Romani volevano dichiarare guerra a un popolo, mandavano alla frontiera i sacerdoti feciali, che, pronunciavano ad alta voce la dichiarazione di guerra, lanciavano un giavellotto sul territorio nemico. Dio ha gettato il suo giavellotto sul terreno che vuoi conquistare, e che il demonio possiede ". La fenditura s'allargherà sempre più; e dopo tre anni Rette sarà cattolico.

CAPITOLO IV. - CARENZA DEL SOCIALISMO: 1LLEMO CAMELLI

Un ideale senza Dio. - Rette irreligioso possedeva soltanto un ideale in certo modo negativo e distruttore: guerra al prete. In altri increduli troviamo un ideale positivo, costruttivo, molto elevato e degno di rispetto, fondato sull'amore all'umanità, sulla pietà per la sofferenza, sulla carità verso il bisogno. Però, non poggiando su Dio che ignorano, per soddisfare al loro desiderio d'apostolato si volgono allora a una di quelle pseudosoluzioni della questione sociale, di cui Leone XIII nella Rerum Novarum ha denunciato i pericoli e le deficienze, che si potrebbero benissimo illustrare con il racconto della conversione di Camelli, condotto dalla fede socialista a quella cristiana. Cfr. I. Camelli, Dal socialismo al sacerdozio. Queriniana, Brescia 1913.

Socialismo rurale. - Siamo in Italia al principio di questo secolo. Il ministro socialista Bissolati sentendo, come Jaurès e più tardi Lenin, le forze immense non ancora impiegate, che si possono reclutare nei rurali, aveva cominciato una vasta propaganda tra di loro, e per organizzare la lega dei contadini non c'era miglior aiuto del giovane militante Illemo Camelli, " Per un intero autunno, dice Camelli, girai di paese in paese, giorno per giorno. Discorrevo con i contadini, spesso seguendoli lungo i solchi dell'aratro che s'aggiungevano l'uno accanto all'altro interminabilmente, e passavo di campo in campo spargendo la mia semente. Alla domenica, or nell'uno or nell'altro paese, tenevo delle riunioni plenarie, e, per mancanza di locali adatti o per timore delle persecuzioni padronali, ci riunivamo o in legnaie appartate o in basse soffitte, curvi sotto il tetto, sporchi di polvere e di ragnatele, discorrevamo sommessamente delle cose nostre... Ben presto gl'iscritti alla lega furono parecchie migliaia... L'entusiasmo si comunicava, circolava, diventava spesso forma di pazzia... la forma d'una follia... Ogni mia passeggiata assumeva l'aspetto d'un trionfo di cui ero orgoglioso, perché non l'attribuivo a me personalmente, ma all'Idea per cui mi sacrificavo ".

Cristo e il socialismo. - In quest'atmosfera ardente e veramente sitibonda d'ideale, che cosa c'è dal punto di vista religioso? Prima di tutto nulla, poiché Camelli conosce Gesù Cristo solo attraverso Renan. Ma un giorno compera una Bibbia da un protestante girovago, e la lettura di San Matteo lo colpisce molto vivamente, ma solo perché tra le parole di Cristo e le tesi socialiste trova una grande analogia, che gli pare interessante. E allora Camelli immagina la propaganda di Gesù, che vedeva assiso sopra una collina all'ombra degli olivi, parlare dolcemente della beatitudine agli apostoli, che gli sedevano intorno, gustando la vita nuova che s'insinuava nelle loro vene... Gli sembra che le sue parole ricevessero un'efficacia più profonda quando, anche lui seduto all'ombra d'un albero, annuncia ai poveri la sua gioia redentrice " Anch'io, anch'io ho la mia buona novellai "

D'altronde il cristianesimo, in certo modo, gli sembrava una tappa verso il socialismo, e in quello un tempo si diffuse nel mondo, anche questo un giorno potrà regnare; " il socialismo è quasi come la realizzazione di quel sogno comunista, che brillò ai primi cristiani ".

Disillusione. - Ma purtroppo il bel sogno di bontà e di fraternità, accarezzato da Camelli, doveva presto crollare pezzo per pezzo. In seguito a un grande sciopero rurale e alla conseguente e magnifica vittoria politica, " le organizzazioni dei contadini si impinguarono di elementi malfidi ed eterogenei ", che entrarono nella lega solo per opportunismo, e che " quasi sempre soverchiarono gli antichi compagni di coscienza sicura ". Con loro vennero le ambizioni, i favoritismi, i sospetti e tutto l'arsenale degli odi politici. Camelli aggiunge che appena il partito socialista uscì dalla pura idealità e si pose sul terreno pratico conobbe subito l'elemento della sua degenerazione.

Alle ardenti conferenze d'un tempo si sostituirono chiacchiere senz'interesse, dove " le male piante dei conferenzieri d'occasione chiedevano applausi per la propria personale ambizione "; alla stretta disciplina degl'inizi, che " combatteva accanitamente l'ubriachezza ", successe il rilassamento dei costumi, assieme all'alcoolismo, al desiderio di " godersela ". Tutto era mutato. Ora ci si riuniva " nelle cantine sociali ", fondate un po' ovunque, " locali bassi e stretti, dove l'aria puzzava orrendamente di vino, di tabacco e d'altro ", e, ahimè, non più " nei campi fioriti, in cui la parola si cullava nello spirito emergente delle cose circostanti, come in onda placida "...

Ma se nei capi del nuovo movimento Camelli vedeva con orrore e tristezza passare in primo piano l'ambizione politica, l'egoismo, la ricerca del vantaggio materiale, fortunatamente rimaneva la massa, k sempre schietta e onesta, credente in una sostanziale elevazione delle cose del mondo "; in essa pullulavano ancora " i freschi entusiasmi, le generosità piene, gli eroismi oscuri, le devozioni profonde ". Più ancora che nell'operaio delle città, nei contadini trovava quella freschezza di sentimenti che essi attingevano nel contatto quotidiano con la natura. La partita non era perduta, ed era ancora possibile riprendere in mano quegli uomini rozzi e buoni, prima che i profittatori della politica non li avessero guastati. Ma come fare?

Camelli riflette a lungo e gli parve possibile far acquistare alle masse contadine una vera elevazione, se egli fosse stato capace d'imprimere al movimento socialista un carattere di religiosità tutta propria.

Cristianesimo prima di tutto. - La parola è lanciata. Ecco, Camelli capisce che sopra l'ideale socialista c'è quello religioso e che invece di socializzare il cristianesimo, come aveva pensato prima, occorre cristianizzare il socialismo. Non indugeremo a raccontare come il giovane Camelli ritornò allora al Vangelo e come, con la generosità abituale, si decise, non senza lotta, a farla finita col vecchio partito e a seguire la via che da quel giorno gli parve l'unica capace di soddisfare le sue aspirazioni. Egli confessa che molto tempo dopo aver lasciato l'ambiente della sua giovinezza, volle ritornarci in una circostanza in cui sapeva die avrebbe ritrovato i compagni d'un tempo. Che spettacolo! Sotto una volta bassa, che causava un senso d'oppressione, fumo diffuso, soffocante e aspro, tagliato da luci incerte, nelle quali si muovevano figure umane, curve attorno a tavoli scuri: questo era l'ambiente in cui aveva creduto d'aver ragione di vivere, abbagliato da un'illusione... S'avvicinò al tavolo dove aveva scorto gli antichi compagni, che gli cedettero il vecchio posto, dove si sedette. Fu portata la minestra; e allora egli si alzò e disse : " Vedete come faccio? " e si tracciò un grande segno di croce... Pensava che, dopo tutto, quelli erano stati begli anni, d'amore romantico, in modo che, partendo e stringendo a tutti la mano, era commosso, perché diceva addio alla giovinezza d'una generazione, all'ideale d'un'età innamorata di sogni e di nuvole inconsistenti...

Ma qualche anno più tardi il sacerdote Illemo Camelli, professore al Seminario maggiore di Cremona, non seguiva più sogni e nuvole. Nel 1911 egli stesso mostrò in poche righe e con chiarezza ammirabile quello che aveva trovato nel cattolicesimo e nel sacerdozio, superando, con tutto il primato spirituale, l'ideale socialista della sua giovinezza: " il nuovo Illemo, — scrive egli stesso — si dirige ancora alle case tetre e nere degli uomini, portando seco il raggio puro del Sole. Non ai semplici bisogni materiali, dove spesso s'annida la cupidigia insaziabile che imbestialisce, egli porta luce e calore benefico, ma a tutti i dolori, a tutti i mali che pure colpiscono l'uomo nel fisico, nel cuore e nell'intelletto. Egli ha la parola veramente fraterna, perché a tutti può mostrare il Padre comune, che fa eguali gli uni agli altri. Tutti può avviare verso l'Unità... Infine, egli, con quanti seco lui avranno potuto varcare l'abisso, sarà, lo spera, eternamente vivo ne l'Amor che move il sole e l'altre stelle, più innanzi di ogni sublime ideale umano, di cui non sarà alcun ricordo ".

CAPITOLO V. - CARENZA DELL'IMMANENTISMO: M. F. SCIACCA

L'immanentismo di stampo hegeliano è un po' il sostrato di quella cultura moderna che pretende dare un valore di positivo umanesimo alla negazione della Trascendenza, cioè di Dio distinto dal mondo. Siffatta cultura, detta comunemente laica, ha talvolta la pretesa di essere un superamento o inveramento del cristianesimo, e si presenta quindi come una più alta e più pura religione. Effettivamente è una più raffinata radicale negazione della religione di Cristo, e pertanto assolutamente incapace di risolvere i problemi della vita concreta dell'uomo. La carenza della " religione " immanentista è stata acutamente sentita da un filosofo italiano, che dall'idealismo attualistico approdò al cattolicesimo: Michele Federico Sciacca. Egli narrò la sua conversione nel volumetto: II mio itinerario a Cristo (S.E.I., Torino 1944), di cui ci serviamo largamente.

La perdita della fede e i primi studi filosofici. - " A quattordici anni avevo già perduto completamente — e da qualche anno — la fede cattolica dei miei genitori. Dicevo di essere "ateo" e la parola aveva per me una diabolica suggestione: mi sembrava di accrescermi, di guadagnare in statura, di essere libero, emancipato, "tutto io", dicevo, come ancora ricordo. Ogni qua! volta pronunciavo quella trista parola, mi ergevo su me stesso, impettito e a testa alta: naturalmente con tutto il ridicolo che comportava un simile atteggiamento, ma il ridicolo allora non lo vedevo. Dai dodici anni circa fino ai trenta mi son tenuto lontano, con spietata coerenza, dalla religione e dai Sacramenti. Disimparai, in breve, tutte le preghiere e se qualche volta negli anni senza Amore di esse ho sentito il bisogno, è stato più per un senso di rimpianto e di nostalgia dell'infanzia, più per un sentimentalismo romantico o romanticheggiante (le famose preghiere ripetute, da bambini, accanto alla mamma), che per un risveglio o per un richiamo, per un bisogno di fede e di religione. Tristissimo, per un fanciullo, non saper più pregare; pericoloso per un giovane, ardente di spirito e di sensi, non aver fede. Ha molto inciso sulla mia vita questa penosa e prolungata circostanza ed è ancora oggi fonte di amarezza e motivo di pentimento " (p 5-6).

Dotato di una spiccata inclinazione per gli studi filosofici, fin dal primo anno del liceo egli si innamora di Piatone, " Da allora datano sia l'amore per il mio Piatone, sia il primo orientamento verso l'idealismo ". Due anni dopo, il primo entusiastico incontro con Kant e con Fichte segnò il suo " decisivo orientamento verso l'idealismo trascendentale ". Però " permaneva sempre la mia riserva sul problema morale. È stato il mio chiodo questo: non essere mai riuscito a convincermi pienamente, anche quando ero idealista, che l'idealismo trascendentale possa fondare saldamente la morale. Su questo chiodo ho sempre battuto ed è stato il pungolo che mi ha spinto fuori dal recinto magico dell'immanentismo " (p. 12).

Durante il primo anno di università, a Catania, la lettura di D'Annunzio e di Nietzsche rinsaldarono in lui il convincimento che il problema centrale della filosofia è quello dell'uomo, del singolo. " L'individualismo, il per sonalismo dannunziano e nietzschiano contribuirono a farmi porre fin d'allora in primo piano il problema della persona. Era, dunque, sempre il problema morale che teneva da signore il dominio della mia mente " (p. 14). Alla fine del primo anno di filosofia, lasciò l'Università di Catania per quella di Napoli ove si mise alla scuola dell'Aliotta. Qui incontra le opere dei massimi esponenti dell'idealismo italiano: Benedetto Croce e Giovanni Gentile.

L'incontro con le opere di B. Croce e di G. Gentile. - " La lettura delle opere filosofiche del Croce, tranne che per l'Estetica, fu una delusione. Studiavo contemporaneamente la Logica di Hegel (faceva parte del corso di teoretica dell'anno) e, al paragone, la Logica del Croce mi parve l'opera di un dilettante. Ma quello che più mi urtava (e che in seguito mi ha impedito di riconciliarmi col Croce filosofo) è la disinvoltura con cui l'autore tratta problemi gravi e complessi. Pure apprezzando le sue doti di bello scrittore, mi sembrava (e mi sembra ancora oggi) che le attrattive dello stile vi siano apposta per nascondere un pensiero superficiale. Addirittura scostante mi risultò la Filosofia della pratica, a eccezione di qualche pagina. Il soggetto della morale, la persona umana, vi è tradito. Croce mi apparve uno scrittore privo di umanità. Fin d'allora mi resi conto (leggevo anche i suoi lavori di critica estetico-letteraria e di storia) dei suoi grandi meriti nei confronti dei problemi metodologici e della cultura, di cui il Croce è indiscutibilmente un rinnovatore. Quel che non riuscivo a vedere (e mai fino a oggi vi sono riuscito) era il "filosofo". Il letterato, il critico, lo storico li trovavo: il filosofo, no. Non nel teorico dello storicismo, che riduce la filosofia a metodologia della storia, che nega l'esistenza di un problema della verità perché non c'è la verità, ma ci sono le verità particolari, proprie di ogni epoca, che passano per lasciar posto ad altre verità particolari e cosi via; non nel polemista e nel postillatore, che invitava e invita ancora a non occuparsi più di filosofia, a non perdere tempo con i problemi metafisici, che problemi non sono, ma pseudo-problemi da acchiappa nuvole, che non risparmia la sua ironia e a volte lo scherno a chi ancora si occupa, per esempio, del problema dell'essere. Mi convinsi die nel Croce l'idealismo moderno non trova un continuatore e un approfonditore dei suoi problemi e che il vero Croce ha stretta parentela con la mentalità empiristica e positivista. D'accordo con questa, identifica la realtà con i fatti (non naturali, è vero) umani e quel che è peggio l'uomo stesso con i suoi atti (dissolvimento della personalità), nega la metafisica e con ciò stesso la filosofia. Il positivismo, pensavo e penso, ha ridotto la filosofia a metodologia delle scienze, il Croce a metodologia della storia. La differenza è innegabile e ha portato come conseguenza una rivoluzione, rispetto al positivismo, nel campo della cultura e del metodo; ma, nei confronti della filosofia crocismo e positivismo sono i negatori della filosofia e dei suoi primi problemi... In conclusione, dopo la lettura delle opere del Croce, io ero convinto:

che lo storicismo non interpreta né approfondisce l'idealismo trascendentale e l'immanentismo; anzi che non è una filosofia idealistica in questo senso, per non dire che non è una filosofia senz'altro (ma la morte e il Mar Morto della filosofia), bensì un insieme di norme metodologiche valevoli per problemi di cultura;  che i problemi dell'idealismo trascendentale e immanentistico, come di qualunque altra filosofia, sono di ordine metafisico, a differenza di quanto pensa il Croce;
e) che il soggetto della filosofia e il suo primo problema resta la persona umana, a cui va ricondotto ogni altro problema. Al contrario il Croce nega la persona umana o almeno ha di essa un senso molto affievolito.

Solo da qualche anno mi sono convinto che anche la metodologia crociana è molto discutibile. Oggi, in Italia, sono numerosi i libri, di marca crociana, di ricerca letteraria, di storia civile e di storia della filosofia. Alcuni di essi, o monografie o lavori d'insieme, sono certo raccomandabili per il rigore del metodo e per gli indiscutibili contributi arrecati. Però si nota subito, in quasi tutti, un'uniformità esasperante: potrebbero essere (mi riferisco a quelli che trattano apertamente di storia della filosofia), per la massima parte, di uno stesso autore. Sono quasi anonimi, impersonali. L'argomento non è studiato perché all'autore interessi studiarlo, perché gli chiarisca i suoi spirituali problemi, ma come puro argomento di studio, di cultura. Vi manca qualunque partecipazione.

Lo stesso autore potrebbe benissimo trattare indifferentemente, di Pascal o di Spencer, di Sant'Agostino o di Marx. Il suo interesse non è filosofico, ma culturale, non di ricerca che urge dentro e che s'indirizza verso un autore perché portata dal bisogno di incontrarsi con lui, ma di pura curiosità storica. quasi esercizio di applicazione di un metodo. Di un metodo, se è cosi, come e così, che tradisce il vero scopo per cui si fa storia della filosofia, la quale è si ricerca storica e filologica, ma è anche filosofia, non nel senso di cambiare i connotati dell'autore studiato per appiccicarvi la maschera dei propri problemi, ma nell'altro di partecipare ai problemi dell'autore ricercato. Ricercato appunto, perché esigenze spirituali e problemi nostri personali ci hanno spinto a cercarlo, a studiarlo, a scegliere lui piuttosto che un altro. Come la filosofia non può identificarsi con la cultura, perché sarebbe la morte della filosofia, così la storia della filosofia non può identificarsi con la