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la testimonianza dei convertiti

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE

Interesse della testimonianza dei convertiti. - Noi crediamo volentieri ai testimoni che si lasciano uccidere; e per questo in apologetica meritano un posto particolare i martiri che, in punto di morte, confessano la loro fède in Gesù Cristo. Ma perché non dovremmo rivolgerci anche ad altri testimoni, verso coloro che, magnifico esempio d'apologetica vivente, dopo lunghe riflessioni sono entrati o rientrati nella Chiesa cattolica, ritenendo questa come l'unica capace di saziare la loro fame spirituale, di calmare la loro inquietudine religiosa, di dare loro la certezza? Lo studio di questi itinerari verso Roma, grazie a Dio cosi numerosi e diversi, è quanto ci possa essere di più attraente e confortante. Forse proprio la loro diversità li rende interessanti, e si direbbe che la Provvidenza abbia voluto dimostrare che le vie conducenti alla Chiesa partono dai punti più diversi, onde si comprenda die, da qualunque parte si arrivi, nel cammino della verità non s'incontreranno mai ostacoli insormontabili.

" Ci sono mille e mille strade, scrive Ugo Benson, convertito di cui parleremo, che conducono alla Città. Uno sarà guidato dal suono dell'organo, l'altro dal profumo dell'incenso; uno se ne andrà tenendo una Bibbia in mano; questi è uno storico, quegli un mistico, il terzo un filantropo; questi è il peccatore che implora il perdono; quell'altro un uomo semplice che vuoi essere illuminato; quello infine è un santo che reclama l'unione con Dio: uno è condotto dalla mano di sua madre, l'altro si strappa agli amici per seguire Cristo. Cosi se ne vanno, questi mille e mille, seguendo ciascuno la propria strada, ciascuno mosso da una potenza che gli resta misteriosa, ma tutti finiscono con l'incontrarsi davanti alla stessa porta, quella porta di cui si parla nell'Apocalisse, che tutti devono varcare e che è fatta d'una sola perla... ". Citato da A. De La Gorce, R. H. Benson, prètte et romancìer, Plon, Paris 1928.

La conversione e il fatto della Chiesa. - D'altronde perché stupirci di questa magnifica molteplicità? Il Concilio Vaticano ha parole che aprono l'orizzonte sulle ricchezze delle ragioni di credere e sulla varietà delle strade del ritorno. Dopo aver detto come Dio, per rendere il nostro assenso di fede conforme alla ragione, da a questa, oltre gli aiuti interiori dello Spirito Santo, prove esteriori della rivelazione, cioè argomenti che consistono nei fatti divini, e prima di tutto nei miracoli e nelle profezie..., il Concilio accenna ai numerosi e mirabili segni, disposti da Dio nella Chiesa, per guidarci a constatare fino all'evidenza la credibilità della fede cristiana. I Padri del Concilio rilevano e precisano alcuni di questi segni o motivi, desumendoli dalla storia, dalla natura e dalle qualità della Chiesa, che da sola è una testimonianza irrefragabile della sua divina missione. (Denz. 1793-1794).

Vi sono certamente conversioni subitanee e violente, in cui sembra intervenire direttamente e quasi instantaneamente la mano di Dio. Basta accennare la conversione di San Paolo sulla via di Damasco oppure, poiché la conversione non significa soltanto il passaggio dal non credere alla fede, la notte cruciale di Biagio Pascal il lunedì 23 novembre 1654.

Più vicino a noi, il 20 gennaio 1842, non abbiamo forse la folgorante conversione d'Alfonso Ratisbonne nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte a Roma, dove l'israelita accompagna un amico per una commissione in sacrestia, e da questi, al ritorno, è trovato in lacrime e sconvolto per la visione avuta poco prima della Vergine Immacolata? E ancora più recentemente, il giorno di Natale 1886 a Notre-Dame di Parigi, " vicino al secondo pilastro dell'ingresso del coro, dal lato destro della sacrestia ", Paolo Claudel in un istante ha il cuore tocco e crede; e Max Jacob, un altro israelita, il 7 ottobre 1909, nella sua camera di via Ravignan, è condotto subitamente alla fede cattolica di Cristo, che gli appare a coperto d'una veste di seta gialla con paramenti bleu ".

Questi però sono casi eccezionali. I convertiti del nostro tempo d'ordinario sono stati attratti a Dio dalla considerazione della Chiesa cattolica, della sua storia, unità, bellezza, fecondità passata o presente, dal suo riflesso nella persona dei suoi santi o dei suoi membri.

Alcuni esempi di conversioni. - Come vedremo dal rapido studio di alcuni casi particolari, emergerà appunto la parte preponderante avuta nelle conversioni dal fatto della Chiesa, sia che un cuore inquieto, venendo da un'altra religione, trovi finalmente nel cattolicesimo il riposo che invano cercava altrove, sia che l'esempio d'un santo, la lettura d'un'opera, la familiarità con un cristiano sveglino il desiderio di conoscere meglio questa Chiesa intravista, sia ancora che un'anima presa da un certo ideale filosofia), artistico, umanitario, veda nella Chiesa romana il pieno appagamento delle sue aspirazioni. Sembra che qui potremo avere le più belle lezioni d'apologetica e le più belle testimonianze in favore della fede cattolica. E poiché tali convertiti sono legione, ci accontenteremo d'alcuni nomi, di cui cercheremo di fissare l'itinerario, di rilevare le ragioni che li hanno spinti alla conversione, di precisare che cosa cercarono nella Chiesa e che cosa ebbero la fortuna di trovare in essa.

PARTE PRIMA - DEFICIENZE DEGLI AMBIENTI RELIGIOSI IN CTO VIVEVANO I FUTURI CONVERTITI

CAPITOLO I. - CARENZA DEL PROTESTANTESIMO: VON RUVILLE

Le conversioni dei protestanti. - Forse è difficile trovare molti esempi di conversioni di luterani o di calvinisti alla Chiesa romana, non perché siano scarsi (sono anzi numerosi), ma perché la maggior parte di questi convertiti aveva abbandonato da lungo tempo qualsiasi pratica e perfino ogni fede, tanto che si tratta d'un reale passaggio dall'ateismo o dal razionalismo al cattolicesimo, come, per citarne uno tra molti, lo Stoddard che descrisse il suo itinerario spirituale nel volume: Ricostruendo una fede perduta, Milano 1928.

Ci sono tuttavia persone sinceramente credenti, che hanno sentito le deficienze del protestantesimo e lo abbandonarono per la vera fede, come il dottor Alberto von Ruville, professore dell'Università di Halle, storico apprezzato e autore d'un'importante opera su La Baviera e il ristabilimento dell'impero tedesco e di studi su Guglielmo Pitt. Le ragioni che condussero al cattolicesimo (1909) questo luterano a positivo, risoluto e rigido n, meritanti la nostra attenzione, perché illuminano in modo mirabile un difetto capitale del protestantesimo. Il Ruville narrò la sua conversione in un libro tradotto anche in italiano: II mio ritomo, Fiorentina, Firenze 1911.

Von Ruville e la natura della fede. - Pieno d'ammirazione verso la persona di Cristo (che conobbe dalla celebre opera di Harnack, L'essenza del cristianesimo) e in possesso, come dice egli stesso, della fede nel simbolo, Alberto von Ruville non si sentiva più completamente a suo agio, a Quello che mi causava fastidio, egli dice, era di dover riflettere tanto per avere una fede solida. La mia restava, in sostanza, una fede di riflessione ". Il protestantesimo gli sembrava una religione puramente intellettuale, in cui predomina la riflessione: forse alcuni possono inorgoglirsi e compiacersi d'una fede che a loro pare avere un'essenza superiore e un po' raffinata. Con lealtà e carità egualmente grandi, von Ruville si dichiarava insoddisfatto di questa costatazione, poiché il suo pensiero correva subito alla massa, alla povera gente, ai popoli ancor selvaggi e incapaci d'una profonda riflessione, " Questa massa incolta, questi popoli incivili dovranno rimaner privi della vera convinzione religiosa, delle benedizioni divine, fintanto che l'istruzione non li abbia resi capaci di comprenderne completamente il significato e l'intima natura? Sarebbe evidentemente un inconveniente gravissimo ". La vera fede non può e non dev'essere l'appannaggio di pochi. Eguale possibilità dev'essere a data a tutti gli uomini per acquistare e conservare la fede vera, solida e conforme al simbolo apostolico ". In questo il protestantesimo appare singolarmente deficiente, e von Ruville cerca invano di liberarsi da tali preoccupazioni che lo assediano. Quanto al cattolicismo non si poteva affatto parlarne, poiché egli era troppo imbevuto di luteranesimo per accettare l'infallibilità pontificia, la transustanziazione, il celibato dei preti, senza parlare, naturalmente, delle indulgenze (che conosceva solo da informazioni tendenziose) e del culto alla Santissima Vergine, che in buona fede credeva idolatrico.

Migliore conoscenza del cattolicesimo. - Ma i pregiudizi cadranno dopo l'altro. Von Ruville come storico si mette a studiare prima il papato:! Di fronte alla confusione dottrinale imperante nella Chiesa protestante, confusione che cancellava ogni confine tra protestantesimo e paganesimo" arriva a comprendere la necessità d’un punto d’appoggio che "se pure esiste, può essere solo il papato" e a riconoscere, senza possibilità dì dubbio, gli speciali poteri che Cristo affidò a Pietro. Poi lesse casualmente un'opera di teologia cattolica del professore austriaco Reinhold, e s'accorse che, fin dalla sua giovinezza, era stato u istruito in modo assolutamente falso sulla Chiesa cattolica. Il quadro, egli dice, che ora mi veniva presentato, era assolutamente diverso e, sotto certi aspetti, proprio il contrario di ciò che m'ero immaginato.

Tutto era cosi sapiente, cosi profondamente pensato, cosi logico! Caratteri questi che non avevo mai trovato in tal grado nelle dottrine protestanti propriamente dette, le quali, al confronto, mi apparivano un pasticcio malaccorto,- in cui i lineamenti migliori erano stati sacrificati. Riconobbi che i maestri, i pastori e i teologi, ai quali ero debitore della mia scienza, non avevano capito nulla del cattolicesimo, e tuttavia non esitavano a giudicarlo cattedraticamente e perfino a colpirlo di frequenti sarcasmi ".

La conversione. - Infine " il colpo diretto, presto o tardi inevitabile ", gli fu dato dalla lettura della Simbolica di M6hler, che lo illuminò completamente sulla transustanziazione, che gli restava oscura. "Allora conobbi il miracolo misterioso della santa Eucaristia, e credetti ". Non c'erano più ostacoli, e il 6 marzo 1909 entrò nella Chiesa cattolica.

La libertà nel protestantesimo... - Trovò la libertà, te Eccomi finalmente libero, gridai ". Potrà sembrare strano, data la troppo frequente abitudine di opporre l'intransigenza dottrinale e morale del cattolicesimo al libero esame e al libero culto dei protestanti; ma von Ruville, in pagine interessantissime, denuncia l'equivoco. " Verso i loro obblighi religiosi i protestanti hanno la massima libertà, ma in senso negativo. Non hanno bisogno d'andare in chiesa, di partecipare alla Cena, di fare preghiere; in sostanza non hanno nessun dovere religioso da compiere, se non se lo impongono da se stessi, o se non interviene la legge civile... Invece dal lato positivo la libertà è notevolmente ristretta. Il protestante non può andare liberamente ogni giorno in chiesa o quando gli piace, perché essa, fuori del tempo stabilito, è chiusa... È già molto se gli permettono di partecipare alla Cena come egli desidera, e per questo gli sono fissate scadenze misurate con avarizia... Si considera sconveniente che uno in chiesa si occupi d'altri esercizi di devozione, che faccia preghiere che non siano quelle della comunità, che s'inginocchi davanti alle immagini o all'altare. Il protestante non deve venerare le reliquie, nemmeno quelle autentiche, per quanto siano pii i pensieri che gli possono suggerire; non deve mai implorare l'intercessione di persone sante, fossero pure gli apostoli o la Santissima Vergine; non deve fare voti, o fondare ordini basati sui voti... È prima di tutto obbligato ad astenersi da quanto viene considerato cattolico; ed ecco spiegato perché il vero credente, il cristiano entusiasta delle cose divine, che vorrebbe accostarsi al suo Salvatore e Maestro il più possibile, si sente chiuso in una camicia di forza e aborrisce questa perpetua tutela. A che gli serve dunque la libertà inferiore, la libertà dell'indifferenza, dell'inazione?... Egli vuole agire, servire Dio, fare penitenza, offrire sacrifici, proprio secondo l'uso comune; ma questo nella Chiesa protestante gli è proibito... ".

...e nel cattolicesimo. - Invece, aggiunge von Ruville, " nella Chiesa cattolica avviene tutto il contrario. Sono state fissate regole per la frequenza alla chiesa, la recezione dei sacramenti, il modo di pregare e per molti altri esercizi devoti. Se non vuole peccare, il cattolico deve osservare tali prescrizioni e quindiè soggetto a restrizioni dal lato negativo. Perciò dal lato positivo io godo d'una libertà quasi illimitata, per quanto essa non viene sminuita da circostanze locali sfavorevoli. Nessuno penserà, nemmeno lontanamente, di criticare gli esercizi di pietà che il cattolico compie in chiesa; la casa di Dio gli è sempre aperta, tutti i giorni può assistere al santo sacrificio della Messa... La comunione quotidiana non è affatto considerata un'esagerazione, anzi è desiderata e consigliata; ...il cattolico può venerare le reliquie e cosi fortificare la sua pietà; può e deve rivolgersi a un santo o alla Madre di Dio, per implorare la loro intercessione... La Chiesa sanziona con gioia nuove forme liturgiche, purché concordino con le sue dottrine e spirino la vera fede... Ovunque la Chiesa lascia germogliare, verdeggiare, fiorire le piante, anche se talvolta hanno una fisionomia un po' insolita e non giunge subito brandendo le forbici potatoie. Che magnifica fioritura d'ordini religiosi, con innegabili e potenti effetti sulla Chiesa e sui popoli, nei tempi antichi e moderni! La Chiesa li ha lasciati sviluppare nella massima libertà... ". Cosi, conclude von Ruville, " la libertà, nel vero senso della parola, non è un bene riservato ai protestanti, ma un bene che la Chiesa cattolica possiede molto più largamente ".

Proprio dunque per aver trovato nel protestantesimo (assieme al molto di bello e di buono, che egli realmente riconosce) " gravi difetti ", il dottor von Ruville, desideroso di apportarvi un rimedio, giudicò possibile un solo mezzo, k quello che s'esprime in quest'esortazione: ritorno alla Chiesa".

Alcune altre testimonianze. -Abbiamo uditala testimonianza di von Ruville sulla carenza del protestantesimo, ma la sua è una voce tra mille. Citiamo qualche altro nome celebre, limitandoci al secolo ventesimo.

Kund Krog-Tonning, pastore luterano professore all'Università di Christiania, entrato nella Chiesa cattolica il 1900 e chiamato il a Newman della Norvegia "; Sigrid Undset, norvegese, romanziera di fama mondiale e premio Nobel per la letteratura. Erik Peterson, che attualmente insegna a Roma, discepolo di Harnack, collega di Karl Barth a Bonn. Egli è passato al cattolicesimo dopo una lunga ricerca e personale elaborazione della teologia, convinto che " senza autorità dommatica non vi possa essere Chiesa alcuna; anzi, ciò che è ancor più grave, non potrà aver luogo alcuna efficacia della Chiesa ". P. Marchant, giurista e ministro della pubblica istruzione d'Olanda, entrato nella Chiesa il 21 dicembre 1984. Dalla narrazione del suo itinerario spirituale emerge che egli è pervenuto al cattolicesimo per la via del ragionamento puro: e credo perché rifletto ". Ragionando trovò, anche lui, che Cristo non aveva scritto un libro, ma fondato una Chiesa, depositaria della buona novella; e la buona novella si trovava intatta nel deposito della Chiesa di Roma. A petto di essa stavano le confessioni protestanti con le loro dottrine mutevoli in sé e contraddittorie tra di loro, tali da non poter soddisfare uno spirito bramoso di una verità definita ed eterna, quale non può non essere quella di Cristo. <t L'imprecisione e la incomprensione diventano pericolose" in teologia; e nei teologi protestanti egli rilevava un procedere a tentoni, tra mutamenti e oscurità. Di deduzione in deduzione, anche il Marchant è arrivato al punto da cui poi la grazia l'ha preso a volo e portato nella pace della Verità.

CAPITOLO II. - CARENZA DELL'ANGLICANESIMO: UGO BENSON E ILARIO KNOX

Anglicanesimo e anglo-cattolicesimo. - In Gran Bretagna vediamo ogni giorno uomini di prim'ordine rifare l'itinerario spirituale del cardinal Newman.

Pur sembrando, specialmente alle giovani generazioni, che l'anglicanesimo sia solo una religione ufficiale e tradizionale, un'istituzione tipicamente britannica, come il thè e il cricket, ci sono in esso molte anime realmente cristiane e religiose, convinte d'essere nella verità e d'appartenere alla Chiesa. Tuttavia alcune di esse percepiscono fino all'evidenza le deficienze di questa Chiesa n nazionale ", e, spinte da un ardente desiderio di perfezione, abbandonano l'anglicanesimo, e anche quello che esse chiamano l'anglo-cattolicesimo, si dichiarano incapaci di rimanere in questa via media, che soddisfaceva Pusey e, alla fine, giungono al termine obbligato di Roma. Per le stesse ragioni vennero al cattolicesimo, l'uno nel 1903 e l'altro nel 1917, Roberto Ugo Benson e Ronaldo Ilario Knox, che noi sceglieremo come esempi, senza però separarli, prima di tutto perché le loro strade sono quasi identiche, poi perché, mentre Benson riconosceva che l'agente principale della sua conversione era stata la lettura di Newman, Knox dichiara d'aver ricevuto la prima spinta dalla lettura d'un libro di Benson (Cfr. R. H. Benson, Confession of a convert, Long-mans, London 1913; trad. frane. Les confessions d'un converti, Perrin, Parii 1918; R. H. Knox, A spiritual Aeneid, Longmans, London 1919).

La loro posizione di fronte a Roma... - L'arcivescovo di Cantorbery Edward Benson passeggiava un giorno con suo figlio Roberto Ugo, nato nel 1871 e da poco diacono della Chiesa anglicana, quando il giovane gli rivolse questa brusca domanda: "I cattolici romani fanno parte della Chiesa di Cristo? " E il primate d'Inghilterra gli rispose che secondo lui, k i cattolici romani avevano peccato tanto gravemente nelle loro credenze, da aver perduto il diritto d'appartenere al corpo di Cristo ". Il dottor Knox, vescovo di Man-Chester, vent'anni più tardi avrebbe probabilmente risposto alla stessa domanda in modo ancor più intransigente, se il figlio Ronaldo Ilario, nato nel 1888, gliel'avesse fatta.

...e di fronte a Cantorbery. - Se i due giovani avevano una posizione cosi netta verso Roma (Benson giungeva a chiamare la Chiesa cattolica la missione italiana), il loro giudizio sull'anglicanesimo ufficiale non lo era molto meno. Durante un viaggio in Egitto, Benson medita sulla cappella anglicana che gli albergatori britannici hanno fatto costruire a Luxsor per i loro clienti. La cappella, egli dice, non è altro che a una specie d'appendice della vita europea importata da una determinata nazione attraverso il mondo, un po' come un tub di caucciù, per dare ai turisti di questa nazione un sovrappiù di confort, o per dare loro una sensazione di familiarità ". E Knox, divenuto pastore, nel 1913 farà un sermone che susciterà scandalo, in cui, risalendo alle fonti dell'anglicanesimo, dichiarerà die l'Inghilterra non ha affatto motivo d'essere fiera della riforma che ha creato due Chiese, scindendo la veste senza cucitura, e inveirà contro la regina Elisabetta in questi termini: "Solo una donna poteva inventare il consolidamento della Riforma, perché solo una donna è capace di servirci una colazione fredda con gli avanzi della cena calda del giorno prima, di rammendare le calze anziché comperarle nuove, di tagliare i calzoni del marito per fare i calzoncini di suo figlio. La Riforma d'Elisabetta fu una serie di accomodamenti, di ripieghi e di tagli da cerimonia, non facendo altro che ridurre a pezzi e brandelli la Chiesa cattolica. Il risultato non doreva essere né bello né ideale; era tutto incerato e verniciato e stava unito solo i forza di pezzi di spago, ma stava proprio bene: ecco tutto ".

Fede dei nostri padri. - Perciò se l'anglicanesimo, come venne concepito dalla Riforma, non può soddisfare, non sarà il caso di cercare che cosa ci posta essere di buono nella religione dell'Inghilterra prima d'Enrico Vili e d'Elisabetta? Cosi pensa Benson, che s'immerge nella lettura dei mistici inglesi antichi, come Giuliana di Norwick e Riccardo Rolle e che, intonando il canto inglese della Fede dei nostri padri, dichiara che per padri non intende né Cranmer, né Latimer, né Ridley, o qualche loro simile, ma i santi del Medioevo. Il suo primo libro (Benson comincia a coltivare le sue doti di scrittore), intitolato La luce invisibile, una serie di racconti dove entrano la mistica e il meraviglioso cristiano, pare l'opera d'un cattolico, e un critico lo defini o una gita sulla via di Roma, un addio alla casa lasciata per sempre ". Quest'opera nel Natale del 1903 stimolerà il giovane Knox sulla via della conversione.

Cattolici senza Roma. - Tuttavia ambedue intendono rimanere membri della Chiesa d'Inghilterra e, con il singolare compromesso di Pusey, vogliono tentare d'infondere una nuova vita all'anglicanesimo agonizzante, introducendo cerimonie, pratiche, usi presi dal cattolicesimo; entrambi si faranno adepti di quel ritualismo, che è un miscuglio ibrido di due religioni, dove si recitano il breviario e il rosario, in cui si celebra una strana Messa in inglese, si raccomanda la confessione, s'espone quello che si crede il Santissimo Sacramento... illogismo bizzarro che farà di essi, come dirà Knox, dei " cattolici romani nella Chiesa d'Inghilterra ", ai quali mancherà proprio e soltanto d'essere cattolici.

Sempre desideroso di far meglio, dopo la sua ordinazione anglicana Benson si rivolgerà verso una di quelle " comunità ", assai numerose, con cui i ritualisti tentano di copiare l'ideale monastico del cattolicesimo, ed entrerà nella Casa della Resurrezione a Mirfield (contea di York), fondata dal vescovo Gore. Per cinque anni prende parte alla vita di quei monaci, analoghi ai nostri missionari diocesani, predicatori che a si propongono di cattolicizzare l'Inghilterra con i sacramenti ". Knox, cappellano del Trinity College (Cambridge), senz'abbracciare lui stesso il monachesimo, frequenterà assiduo altre comunità, come quella dei Padri di Cowley, dove si cantano i salmi in inglese, ma in gregoriano; quella dei Benedettini anglicani di Caldy, che alcuni anni più tardi si convertiranno in blocco al cattolicesimo, e saranno ricevuti nella Chiesa da Dom Beda Camm, un altro convertito. Cfr. Beda Camm, De l'anglicunisme au monachisme, Desclée, Paris 1930.

Intanto nel loro spirito sorge un dubbio ostinato: la Chiesa anglicana è apostolica? Il divorzio da Roma non ha spezzato brutalmente i legami che univano l'Inghilterra alla vera tradizione religiosa? Assistendo alla prima Messa anglicana di suo fratello, R. 1. Knox esclama: "Noi eravamo stati educati assieme, d eravamo conosciuti a Oxford, come accade raramente tra fratelli. Per me avrebbe dovuto essere la più grande felicità vederlo prete, vederlo compiere per la prima volta l'augusto mistero della nostra religione, nella stessa chiesa, allo stesso altare dove io, tre anni prima, avevo compiuto gli stessi riti davanti a lui. E improvvisamente vidi l'altra facciata del quadro. Se questo dubbio, quest'ombra di scrupolo cresciuto nel mio spirito, è legittimo, supposto che sia legittimo, né lui né io siamo preti, e questa non è una Messa, e questa non è l'Ostia redentrice; gli accessori della cerimonia, gli splendidi paramenti, i fiori freschi appena sbocciati, la misteriosa luce dei ceri sono soltanto la montatura d'una falsa pietra. Siamo stati presi al laccio, ingannati, traditi, pensando che tutto questo valesse qualcosa. Avremmo dunque lavorato sulla sabbia, avremmo combattuto per un'Elena solo immaginaria, in tutti questi anni di lotta. Durante l'angosciosa rivelazione era così lontano da ogni santo pensiero, che all'ultimo Vangelo sentii formularsi nel mio spirito una maledizione contro Enrico vili. E cosi andai a baciare la mano al novello sacerdote... ". Anche Benson, egli pure torturato dai dubbi, finisce col lasciare la congregazione di Mirfield, s'immerge nella lettura del Newman prima, poi nello studio delle origini della Riforma d'Inghilterra, e ne trae una serie di romanzi storici appassionati, dove passano, in secondo piano, i grandi martiri inglesi, San Tommaso More o il beato Giovanni Campion, e si presentisce che alla testimonianza dei martiri presto risponderà quella del convertito.

L'unica uscita. - Non ci stupiremo quindi vedendo Benson abiurare (11 settembre 1903) nelle mani d'un padre domenicano, e nemmeno ci sorprenderà il sapere che, nel settembre 1917, R. I. Knox è partito per l'abbazia benedettina di Farnborough per farvi un ritiro e che ne esce cattolico. Quest'ultimo esprime con un paragone l'impressione che provò, dicendo che era come un uomo senza casa in cerca d'un rifugio; scorgendo una casa era' entrato nella rimessa della parte posteriore, poi nelle dipendenze. Allora aveva cercato d'aprire dall'esterno la porta per entrare nell'interno della casa, la serratura aveva funzionato, ma la porta era rimasta chiusa. Infine aveva girato molte volte intorno all'edificio e, all'ultimo momento, quando già lo vincevano la fatica e lo sconforto, avvicinatosi all'ingresso principale, s'era accorto che la porta era sempre stata aperta e aveva avuto la sensazione d'entrare in casa sua, nella libertà e nella pace.

Proprio quello che dirà Benson quando, domandandogli un protestante. " Che cos'hai trovato nel cattolicesimo di quanto non avevi trovato nella religione abbandonata?", rispose: "La pace assoluta dello spirito". E in entrambi scoppia la gioia d'appartenere non a una Chiesa che comunque siano la carità e la santità di molti suoi membri, è soltanto una setta nazionale, ma a quella Chiesa universale che il figlio dell'arcivescovo di Cantorbery, divenuto Mons. Benson, descriverà in una magnifica visione : " Io vedo una grande figura mistica distesa nel mondo. La testa, coronata di spine, riposa a Roma; il corpo è ferito, mutilato, spogliato delle sue brillanti vesti, ma vivo, steso per terra; le braccia ' e i piedi si spingono attraverso i mari e i continenti; le dita delicate cercano , anime fino in Cina; il cuore palpitante comunica un sangue comune di preghiera e di fede a tutte le nazioni, unendole in una vita soprannaturale prima sconosciuta all'universo... Talvolta... dalla bocca dolorante esce una parola che calma i clamori e risolve le discussioni. Quest'essere immenso è vecchio di diciannove secoli; le membra che da mille anni s'agitano nella febbre, giacciono calme , sotto il controllo d'un cervello infallibile, e il mondo, che prende gusto a torturarle, si stupisce della loro vitalità. Infatti i nemici non hanno esaurito la loro malizia ed eccoli di nuovo all'attacco. La grande figura mistica ha trasalito tutta ' quanta, perché tutto il corpo soffre alla sofferenza d'un membro. Gli occhi stanchi si volgono al cielo come per chiedere : "Per quanto tempo?" e la risposta è l'eco di quelle parole pronunciate in Galilea, che diedero vita a quel corpo: "Tu sei Pietro. Le porte dell'inferno non prevarranno. Io a te darò le chiavi del regno dei deli" ".

Altre testimonianze. - La signora Sheila Kaye-Smith, nota romanziera inglese, potrebbe firmare queste righe, avendo un itinerario spirituale simile a quello di Benson e di Knox. Legata da molti vincoli all'anglo-cattolicesimo, del quale nel 1925 scrisse un'apologià, e che le offrì la trama di parecchi romanzi, si rende ben presto conto delle sue deficienze, vedendolo privo di santità, di cattolicità, d'apostolicità; nello stesso 1925 s'accorge d'aver cercato " il cattolicesimo in un cattivo posto ", e attualmente, sottomessa a Roma e ricordando il tempo in cui credeva di salvarsi nell'anglo-cattolicesimo, scrive: a Mi sembra ora che noi siamo una squadra di bambini che piantano fiori nella sabbia, affondandovi gambi raccolti nel giardino del vicino. Questi fiori non hanno radici e non possono crescere se non nel terreno da cui furono strappati. Alla fine verrà il mare e li spazzerà via tutti ".

Certamente anche il grande scrittore Maurizio Baring segui un itinerario analogo, ma non ha mai raccontato la sua conversione. Con passi scelti dalle sue opere, e specialmente da Cat's cradle, uno dei suoi migliori romanzi, si potrà tuttavia comprendere che anche lui ha cercato la Realtà, l'Unità, l'Autorità, la Profondità, e le ha trovate nella Chiesa di Roma.

A sua volta il Baring influì sulla conversione di non pochi amici, tra i quali Gilbert Keith Chesterton, il cui ritorno alla Chiesa cattolica, nel 1922, ebbe risonanza mondiale. Con l'aria paradossale con cui presentava lo svolgimento logico del suo pensiero, Chesterton pose tra i fattori della sua conversione " i principali maestri del protestantesimo " inglese: il decano Inge e il vescovo Henson. " È evidente per me che una Chiesa, la quale voglia agire con autorità, debba essere in grado di dare una risposta alle grandi questioni morali. Ora, posso io ammettere il cannibalismo o l'assassinio dei neonati per ridurre la popolazione o per consimili riforme scientifiche o progressive? Una Chiesa provvista di autorità di magistero deve sapermi dire se si possa o no. Ma le Chiese protestanti sono in un enorme disorientamento di fronte a questioni, quali la limitazione delle nascite, il divorzio, lo spiritismo... Eccovi gente come il decano Inge che vien fuori a bandire pubblicamente e perentoriamente quella che io considero una frode meschina e velenosa, la quale rasenta l'infanticidio. So bene che ci sono, nella Chiesa anglicana e in altre comunità protestanti, persone le quali denunciano questi gravi vizi pagani allo stesso modo che faccio io: e il vescovo Gore ne parlerebbe con lo stesso sdegno del Papa. Ma il guaio è che la Chiesa anglicana non ne parla con quello sdegno Essa è scissa nell'agire; e io non so che fare di una Chiesa che non è militante e non sa ordinare una battaglia, né sa combattere e marciare in una direzione unica". Più tardi ebbe a spiegare le cinque ragioni per le quali si sarebbe convertito se non si fosse dato il caso che convertito già era. (Cfr. il suo volumetto La Chiesa cattolica e la conversione, Morcelliana, Brescia 1953).

Pure degne di nota, perché maturate dopo lunghi studi e ricerche, le conversioni dello storico Christopher Dawson, attualmente professore ad Oxford, che scoperse nel cattolicesimo la religione dei primordi cristiani, rimasta immutata nei secoli; di Arnold Lunn, figlio del moderatore della Chiesa metodista, come Benson era figlio dell'arcivescovo di Cantorbery; dei tre romanzieri Bruce Marshall, Evelyn Waugh e Graham Green annoverati tra i più grandi scrittori inglesi di oggi.

CAPITOLO III. - CARENZA DELL'ATEISMO: ADOLFO RETTE

Dal diavolo a Dio. - Non abbiamo intenzione di descrivere minutamene le peripezie del ritorno a D'io del poeta Adolfo Rette, anche se la sua testimonianza ci offre un bellissimo esempio della lotta fra tre personaggi: l'uomo, l'angelo della luce e l'angelo delle tenebre, che hanno per posta l'anima dei paziente. Dal racconto biografico (Dal diavolo a Dio, trad. it. Ediz. Paoline, Albano, dove Rette narra la sua conversione, vogliamo semplicemente rilevare un punto che ci sembra capitale, e cioè la fenditura nell'edificio ben ordinato del suo ateismo, per là quale Dio cominciò a infiltrarsi, per non dargli più riposo fino alla resa definitiva.

Dunque Rette, educato senza religione, frequentatore di circoli letterali dove regna il più completo amoralismo, dal punto di vista politico era attratto dalle dottrine anarchiche e socialistiché ("l'innesto individualista sull'albero del comunismo ") e, da quello filosofico, da un miscuglio di paganesimo, di buddismo e di panteismo, che gli facevano scoprire " le sue divinità, particelle della sostanza indefinita, sotto la scorza delle querce e il fogliame dei faggi ", rivolgere " preghiere alle betulle ", considerare " la rugiada sui fiori d'oro delle ginestre come un'acqua lustrale ". Ma sotto le chimere era nascosto l'ateismo totale e perfino l'odio violento contro ogni religione, che da una parte si traduceva in poesie blasfeme, dall'altra in conferenze, articoli, dove aveva libero corso la sua " rabbia antireligiosa ".

Una domanda diretta. - Una sera del giugno 1903, a Fontainebleau, Rette conclude con queste parole: "Guerra al capitalista, guerra al soldato, guerra al prete ", una conversazione tenuta ad operai nella sala d'un caffè. Dopo la conferenza molti ascoltatori lo attorniano per scambiare idee e bere qualche bicchiere di birra, e un operaio volge con molta semplicità e sincerità il discorso alla questione nata nel suo spirito dalla conversazione di Rette: Poiché, come ha detto l'oratore, Dio non esiste e il mondo s'è fatto senza di Lui, poiché ora non si crede più a quanto la religione insegnava sull'origine delle cose, quali sono i dati della scienza su questo punto? a Spiegateci in poche parole come tutto ebbe origine ".

L'unica risposta possibile. - " Questa specie d'intimazione, dice Rette, mi scosse profondamente. Che cosa rispondere? Erano li che attendevano, attenti e protesi, esprimendo con gli occhi la speranza che io snocciolassi loro gli articoli del Credo scientifico. Quelle facce attente e protese mi mettevano in imbarazzo; mi sentivo tormentato da gravi scrupoli... perché non sono mai stato capace d'affermare ciò che non conoscevo. Tuttavia poiché il popolo è ghiottissimo di facondia, mi sarebbe stato facile di soddisfare i miei interlocutori, ma tanta buona fede di quella brava gente mi commuoveva, e mi sarei pentito da morirne, se li avessi ingannati... Ebbene, dissi spinto dalla verità, la scienza non può spiegare come il mondo ebbe principio ". Gli operai, che attendevano ben altro, rimasero male e Rette, molto umiliato, dopo aver fatto un giro nel bosco, se ne tornò a. casa con la testa piena di pensieri.

Messosi a letto non riuscì a prender sonno, e passò in rassegna le varie ipotesi meccaniciste sull'origine del mondo, constatando che sono tutte insufficienti e peccano da qualche lato. Di quando in quando, come una freccia, gli traversava il cervello l'idea: se tuttavia Dio ci fosse? Ma tosto udiva scrosciare dentro di sé un " orrido sogghigno ", e ripetendosi, suo malgrado, sì, se tuttavia Dio ci fosse? s'addormentò all'alba.

Come scrive Mons. Chollet, " il dardo è scagliato, è entrato nell'anima e vi resterà. Quando i Romani volevano dichiarare guerra a un popolo, mandavano alla frontiera i sacerdoti feciali, che, pronunciavano ad alta voce la dichiarazione di guerra, lanciavano un giavellotto sul territorio nemico. Dio ha gettato il suo giavellotto sul terreno che vuoi conquistare, e che il demonio possiede ". La fenditura s'allargherà sempre più; e dopo tre anni Rette sarà cattolico.

CAPITOLO IV. - CARENZA DEL SOCIALISMO: 1LLEMO CAMELLI

Un ideale senza Dio. - Rette irreligioso possedeva soltanto un ideale in certo modo negativo e distruttore: guerra al prete. In altri increduli troviamo un ideale positivo, costruttivo, molto elevato e degno di rispetto, fondato sull'amore all'umanità, sulla pietà per la sofferenza, sulla carità verso il bisogno. Però, non poggiando su Dio che ignorano, per soddisfare al loro desiderio d'apostolato si volgono allora a una di quelle pseudosoluzioni della questione sociale, di cui Leone XIII nella Rerum Novarum ha denunciato i pericoli e le deficienze, che si potrebbero benissimo illustrare con il racconto della conversione di Camelli, condotto dalla fede socialista a quella cristiana. Cfr. I. Camelli, Dal socialismo al sacerdozio. Queriniana, Brescia 1913.

Socialismo rurale. - Siamo in Italia al principio di questo secolo. Il ministro socialista Bissolati sentendo, come Jaurès e più tardi Lenin, le forze immense non ancora impiegate, che si possono reclutare nei rurali, aveva cominciato una vasta propaganda tra di loro, e per organizzare la lega dei contadini non c'era miglior aiuto del giovane militante Illemo Camelli, " Per un intero autunno, dice Camelli, girai di paese in paese, giorno per giorno. Discorrevo con i contadini, spesso seguendoli lungo i solchi dell'aratro che s'aggiungevano l'uno accanto all'altro interminabilmente, e passavo di campo in campo spargendo la mia semente. Alla domenica, or nell'uno or nell'altro paese, tenevo delle riunioni plenarie, e, per mancanza di locali adatti o per timore delle persecuzioni padronali, ci riunivamo o in legnaie appartate o in basse soffitte, curvi sotto il tetto, sporchi di polvere e di ragnatele, discorrevamo sommessamente delle cose nostre... Ben presto gl'iscritti alla lega furono parecchie migliaia... L'entusiasmo si comunicava, circolava, diventava spesso forma di pazzia... la forma d'una follia... Ogni mia passeggiata assumeva l'aspetto d'un trionfo di cui ero orgoglioso, perché non l'attribuivo a me personalmente, ma all'Idea per cui mi sacrificavo ".

Cristo e il socialismo. - In quest'atmosfera ardente e veramente sitibonda d'ideale, che cosa c'è dal punto di vista religioso? Prima di tutto nulla, poiché Camelli conosce Gesù Cristo solo attraverso Renan. Ma un giorno compera una Bibbia da un protestante girovago, e la lettura di San Matteo lo colpisce molto vivamente, ma solo perché tra le parole di Cristo e le tesi socialiste trova una grande analogia, che gli pare interessante. E allora Camelli immagina la propaganda di Gesù, che vedeva assiso sopra una collina all'ombra degli olivi, parlare dolcemente della beatitudine agli apostoli, che gli sedevano intorno, gustando la vita nuova che s'insinuava nelle loro vene... Gli sembra che le sue parole ricevessero un'efficacia più profonda quando, anche lui seduto all'ombra d'un albero, annuncia ai poveri la sua gioia redentrice " Anch'io, anch'io ho la mia buona novellai "

D'altronde il cristianesimo, in certo modo, gli sembrava una tappa verso il socialismo, e in quello un tempo si diffuse nel mondo, anche questo un giorno potrà regnare; " il socialismo è quasi come la realizzazione di quel sogno comunista, che brillò ai primi cristiani ".

Disillusione. - Ma purtroppo il bel sogno di bontà e di fraternità, accarezzato da Camelli, doveva presto crollare pezzo per pezzo. In seguito a un grande sciopero rurale e alla conseguente e magnifica vittoria politica, " le organizzazioni dei contadini si impinguarono di elementi malfidi ed eterogenei ", che entrarono nella lega solo per opportunismo, e che " quasi sempre soverchiarono gli antichi compagni di coscienza sicura ". Con loro vennero le ambizioni, i favoritismi, i sospetti e tutto l'arsenale degli odi politici. Camelli aggiunge che appena il partito socialista uscì dalla pura idealità e si pose sul terreno pratico conobbe subito l'elemento della sua degenerazione.

Alle ardenti conferenze d'un tempo si sostituirono chiacchiere senz'interesse, dove " le male piante dei conferenzieri d'occasione chiedevano applausi per la propria personale ambizione "; alla stretta disciplina degl'inizi, che " combatteva accanitamente l'ubriachezza ", successe il rilassamento dei costumi, assieme all'alcoolismo, al desiderio di " godersela ". Tutto era mutato. Ora ci si riuniva " nelle cantine sociali ", fondate un po' ovunque, " locali bassi e stretti, dove l'aria puzzava orrendamente di vino, di tabacco e d'altro ", e, ahimè, non più " nei campi fioriti, in cui la parola si cullava nello spirito emergente delle cose circostanti, come in onda placida "...

Ma se nei capi del nuovo movimento Camelli vedeva con orrore e tristezza passare in primo piano l'ambizione politica, l'egoismo, la ricerca del vantaggio materiale, fortunatamente rimaneva la massa, k sempre schietta e onesta, credente in una sostanziale elevazione delle cose del mondo "; in essa pullulavano ancora " i freschi entusiasmi, le generosità piene, gli eroismi oscuri, le devozioni profonde ". Più ancora che nell'operaio delle città, nei contadini trovava quella freschezza di sentimenti che essi attingevano nel contatto quotidiano con la natura. La partita non era perduta, ed era ancora possibile riprendere in mano quegli uomini rozzi e buoni, prima che i profittatori della politica non li avessero guastati. Ma come fare?

Camelli riflette a lungo e gli parve possibile far acquistare alle masse contadine una vera elevazione, se egli fosse stato capace d'imprimere al movimento socialista un carattere di religiosità tutta propria.

Cristianesimo prima di tutto. - La parola è lanciata. Ecco, Camelli capisce che sopra l'ideale socialista c'è quello religioso e che invece di socializzare il cristianesimo, come aveva pensato prima, occorre cristianizzare il socialismo. Non indugeremo a raccontare come il giovane Camelli ritornò allora al Vangelo e come, con la generosità abituale, si decise, non senza lotta, a farla finita col vecchio partito e a seguire la via che da quel giorno gli parve l'unica capace di soddisfare le sue aspirazioni. Egli confessa che molto tempo dopo aver lasciato l'ambiente della sua giovinezza, volle ritornarci in una circostanza in cui sapeva die avrebbe ritrovato i compagni d'un tempo. Che spettacolo! Sotto una volta bassa, che causava un senso d'oppressione, fumo diffuso, soffocante e aspro, tagliato da luci incerte, nelle quali si muovevano figure umane, curve attorno a tavoli scuri: questo era l'ambiente in cui aveva creduto d'aver ragione di vivere, abbagliato da un'illusione... S'avvicinò al tavolo dove aveva scorto gli antichi compagni, che gli cedettero il vecchio posto, dove si sedette. Fu portata la minestra; e allora egli si alzò e disse : " Vedete come faccio? " e si tracciò un grande segno di croce... Pensava che, dopo tutto, quelli erano stati begli anni, d'amore romantico, in modo che, partendo e stringendo a tutti la mano, era commosso, perché diceva addio alla giovinezza d'una generazione, all'ideale d'un'età innamorata di sogni e di nuvole inconsistenti...

Ma qualche anno più tardi il sacerdote Illemo Camelli, professore al Seminario maggiore di Cremona, non seguiva più sogni e nuvole. Nel 1911 egli stesso mostrò in poche righe e con chiarezza ammirabile quello che aveva trovato nel cattolicesimo e nel sacerdozio, superando, con tutto il primato spirituale, l'ideale socialista della sua giovinezza: " il nuovo Illemo, — scrive egli stesso — si dirige ancora alle case tetre e nere degli uomini, portando seco il raggio puro del Sole. Non ai semplici bisogni materiali, dove spesso s'annida la cupidigia insaziabile che imbestialisce, egli porta luce e calore benefico, ma a tutti i dolori, a tutti i mali che pure colpiscono l'uomo nel fisico, nel cuore e nell'intelletto. Egli ha la parola veramente fraterna, perché a tutti può mostrare il Padre comune, che fa eguali gli uni agli altri. Tutti può avviare verso l'Unità... Infine, egli, con quanti seco lui avranno potuto varcare l'abisso, sarà, lo spera, eternamente vivo ne l'Amor che move il sole e l'altre stelle, più innanzi di ogni sublime ideale umano, di cui non sarà alcun ricordo ".

CAPITOLO V. - CARENZA DELL'IMMANENTISMO: M. F. SCIACCA

L'immanentismo di stampo hegeliano è un po' il sostrato di quella cultura moderna che pretende dare un valore di positivo umanesimo alla negazione della Trascendenza, cioè di Dio distinto dal mondo. Siffatta cultura, detta comunemente laica, ha talvolta la pretesa di essere un superamento o inveramento del cristianesimo, e si presenta quindi come una più alta e più pura religione. Effettivamente è una più raffinata radicale negazione della religione di Cristo, e pertanto assolutamente incapace di risolvere i problemi della vita concreta dell'uomo. La carenza della " religione " immanentista è stata acutamente sentita da un filosofo italiano, che dall'idealismo attualistico approdò al cattolicesimo: Michele Federico Sciacca. Egli narrò la sua conversione nel volumetto: II mio itinerario a Cristo (S.E.I., Torino 1944), di cui ci serviamo largamente.

La perdita della fede e i primi studi filosofici. - " A quattordici anni avevo già perduto completamente — e da qualche anno — la fede cattolica dei miei genitori. Dicevo di essere "ateo" e la parola aveva per me una diabolica suggestione: mi sembrava di accrescermi, di guadagnare in statura, di essere libero, emancipato, "tutto io", dicevo, come ancora ricordo. Ogni qua! volta pronunciavo quella trista parola, mi ergevo su me stesso, impettito e a testa alta: naturalmente con tutto il ridicolo che comportava un simile atteggiamento, ma il ridicolo allora non lo vedevo. Dai dodici anni circa fino ai trenta mi son tenuto lontano, con spietata coerenza, dalla religione e dai Sacramenti. Disimparai, in breve, tutte le preghiere e se qualche volta negli anni senza Amore di esse ho sentito il bisogno, è stato più per un senso di rimpianto e di nostalgia dell'infanzia, più per un sentimentalismo romantico o romanticheggiante (le famose preghiere ripetute, da bambini, accanto alla mamma), che per un risveglio o per un richiamo, per un bisogno di fede e di religione. Tristissimo, per un fanciullo, non saper più pregare; pericoloso per un giovane, ardente di spirito e di sensi, non aver fede. Ha molto inciso sulla mia vita questa penosa e prolungata circostanza ed è ancora oggi fonte di amarezza e motivo di pentimento " (p 5-6).

Dotato di una spiccata inclinazione per gli studi filosofici, fin dal primo anno del liceo egli si innamora di Piatone, " Da allora datano sia l'amore per il mio Piatone, sia il primo orientamento verso l'idealismo ". Due anni dopo, il primo entusiastico incontro con Kant e con Fichte segnò il suo " decisivo orientamento verso l'idealismo trascendentale ". Però " permaneva sempre la mia riserva sul problema morale. È stato il mio chiodo questo: non essere mai riuscito a convincermi pienamente, anche quando ero idealista, che l'idealismo trascendentale possa fondare saldamente la morale. Su questo chiodo ho sempre battuto ed è stato il pungolo che mi ha spinto fuori dal recinto magico dell'immanentismo " (p. 12).

Durante il primo anno di università, a Catania, la lettura di D'Annunzio e di Nietzsche rinsaldarono in lui il convincimento che il problema centrale della filosofia è quello dell'uomo, del singolo. " L'individualismo, il per sonalismo dannunziano e nietzschiano contribuirono a farmi porre fin d'allora in primo piano il problema della persona. Era, dunque, sempre il problema morale che teneva da signore il dominio della mia mente " (p. 14). Alla fine del primo anno di filosofia, lasciò l'Università di Catania per quella di Napoli ove si mise alla scuola dell'Aliotta. Qui incontra le opere dei massimi esponenti dell'idealismo italiano: Benedetto Croce e Giovanni Gentile.

L'incontro con le opere di B. Croce e di G. Gentile. - " La lettura delle opere filosofiche del Croce, tranne che per l'Estetica, fu una delusione. Studiavo contemporaneamente la Logica di Hegel (faceva parte del corso di teoretica dell'anno) e, al paragone, la Logica del Croce mi parve l'opera di un dilettante. Ma quello che più mi urtava (e che in seguito mi ha impedito di riconciliarmi col Croce filosofo) è la disinvoltura con cui l'autore tratta problemi gravi e complessi. Pure apprezzando le sue doti di bello scrittore, mi sembrava (e mi sembra ancora oggi) che le attrattive dello stile vi siano apposta per nascondere un pensiero superficiale. Addirittura scostante mi risultò la Filosofia della pratica, a eccezione di qualche pagina. Il soggetto della morale, la persona umana, vi è tradito. Croce mi apparve uno scrittore privo di umanità. Fin d'allora mi resi conto (leggevo anche i suoi lavori di critica estetico-letteraria e di storia) dei suoi grandi meriti nei confronti dei problemi metodologici e della cultura, di cui il Croce è indiscutibilmente un rinnovatore. Quel che non riuscivo a vedere (e mai fino a oggi vi sono riuscito) era il "filosofo". Il letterato, il critico, lo storico li trovavo: il filosofo, no. Non nel teorico dello storicismo, che riduce la filosofia a metodologia della storia, che nega l'esistenza di un problema della verità perché non c'è la verità, ma ci sono le verità particolari, proprie di ogni epoca, che passano per lasciar posto ad altre verità particolari e cosi via; non nel polemista e nel postillatore, che invitava e invita ancora a non occuparsi più di filosofia, a non perdere tempo con i problemi metafisici, che problemi non sono, ma pseudo-problemi da acchiappa nuvole, che non risparmia la sua ironia e a volte lo scherno a chi ancora si occupa, per esempio, del problema dell'essere. Mi convinsi die nel Croce l'idealismo moderno non trova un continuatore e un approfonditore dei suoi problemi e che il vero Croce ha stretta parentela con la mentalità empiristica e positivista. D'accordo con questa, identifica la realtà con i fatti (non naturali, è vero) umani e quel che è peggio l'uomo stesso con i suoi atti (dissolvimento della personalità), nega la metafisica e con ciò stesso la filosofia. Il positivismo, pensavo e penso, ha ridotto la filosofia a metodologia delle scienze, il Croce a metodologia della storia. La differenza è innegabile e ha portato come conseguenza una rivoluzione, rispetto al positivismo, nel campo della cultura e del metodo; ma, nei confronti della filosofia crocismo e positivismo sono i negatori della filosofia e dei suoi primi problemi... In conclusione, dopo la lettura delle opere del Croce, io ero convinto:

che lo storicismo non interpreta né approfondisce l'idealismo trascendentale e l'immanentismo; anzi che non è una filosofia idealistica in questo senso, per non dire che non è una filosofia senz'altro (ma la morte e il Mar Morto della filosofia), bensì un insieme di norme metodologiche valevoli per problemi di cultura;  che i problemi dell'idealismo trascendentale e immanentistico, come di qualunque altra filosofia, sono di ordine metafisico, a differenza di quanto pensa il Croce;
e) che il soggetto della filosofia e il suo primo problema resta la persona umana, a cui va ricondotto ogni altro problema. Al contrario il Croce nega la persona umana o almeno ha di essa un senso molto affievolito.

Solo da qualche anno mi sono convinto che anche la metodologia crociana è molto discutibile. Oggi, in Italia, sono numerosi i libri, di marca crociana, di ricerca letteraria, di storia civile e di storia della filosofia. Alcuni di essi, o monografie o lavori d'insieme, sono certo raccomandabili per il rigore del metodo e per gli indiscutibili contributi arrecati. Però si nota subito, in quasi tutti, un'uniformità esasperante: potrebbero essere (mi riferisco a quelli che trattano apertamente di storia della filosofia), per la massima parte, di uno stesso autore. Sono quasi anonimi, impersonali. L'argomento non è studiato perché all'autore interessi studiarlo, perché gli chiarisca i suoi spirituali problemi, ma come puro argomento di studio, di cultura. Vi manca qualunque partecipazione.

Lo stesso autore potrebbe benissimo trattare indifferentemente, di Pascal o di Spencer, di Sant'Agostino o di Marx. Il suo interesse non è filosofico, ma culturale, non di ricerca che urge dentro e che s'indirizza verso un autore perché portata dal bisogno di incontrarsi con lui, ma di pura curiosità storica. quasi esercizio di applicazione di un metodo. Di un metodo, se è cosi, come e così, che tradisce il vero scopo per cui si fa storia della filosofia, la quale è si ricerca storica e filologica, ma è anche filosofia, non nel senso di cambiare i connotati dell'autore studiato per appiccicarvi la maschera dei propri problemi, ma nell'altro di partecipare ai problemi dell'autore ricercato. Ricercato appunto, perché esigenze spirituali e problemi nostri personali ci hanno spinto a cercarlo, a studiarlo, a scegliere lui piuttosto che un altro. Come la filosofia non può identificarsi con la cultura, perché sarebbe la morte della filosofia, così la storia della filosofia non può identificarsi con la storia della cultura, se è vero che l'amore personalissimo e impegnativo di tutto lo spirito per la verità è cosa molto diversa dalla concupiscenza anonima della curiosità culturale, dei fatti da intendere puramente e puramente conoscere, di un metodo, ancora, che ha finito per svirilizzare non solo la filosofia, ma la cultura in generale, per spersonalizzare e disumanizzare lo studio e la ricerca. È questa una ricerca ineluttabile, fatale, e non perciò meno condannabile, dello storicismo crociano, il quale manca di un vero interesse filosofia), è sordo alla filosofia. Alla base di ciò c'è uno scetticismo radicale, che consente l'indifferenza (la non-partecipazione e la non-comprensione di qualunque problema o sistema) verso tutte le filosofie, ciascuna verità contingente e particolare, fatto e non valore, che si coglie all'esterno e che resta all'esterno della vita spirituale. "Gusto" di certi problemi, "curiosità" per certi altri: nient'altro. Estetismo culturale e come ogni estetismo, superficialità (tutto resta alla superficie della coscienza, perché non sale dal fondo né dal fondo della coscienza scende) e amoralismo. Con tutti i meriti che il Croce e i crociani possono avere nei confronti della cultura italiana e che sarebbe ingiusto negare, resta il fatto che il Croce e i crociani hanno creato una cultura senza personalità e sono i responsabili dello scetticismo, dell'amoralismo e del dilettantismo che da alcuni anni infiacchiscono alcune classi di "intellettuali" italiani " (p. 16-20).

" Allo studio delle opere del Croce seguì quello delle opere del Gentile. L'impressione fu del tutto diversa e quasi opposta. Notai subito che in Gentile manca quella ricchezza di problemi culturali, di questioni particolari, propria del Croce; che il Gentile, come scrittore non è certo paragonabile al Croce; ma avvertii anche che il Gentile ha la stoffa del filosofo, la tempra del metafisico. I suoi problemi sono veramente quelli propri della filosofia; il suo è un sistema compatto, una visione della vita, davvero una ricerca della verità. Nel Gentile, io, come ho detto, orientato verso l'idealismo, trovai il sistema idealistico più conseguente e più soddisfacente. Il Sommario di pedagogia, la Teorìa generale dello spirito come atto puro, il Sistema di logica, i Discorsi dì religione furono per alcuni anni della mia vita giovanile non solo libri di frequente lettura e di assidua meditazione, ma la mia filosofia, la mia adesione al sistema dell'immanenza assoluta. Il Gentile, dicevo allora, è il "Fichte esplicito attraverso lo Hegel", e perciò è la consapevolezza piena dell'idealismo a se stesso. Nel Gentile mi colpì ancora la ricchezza di umanità: il senso sempre vivo e presente della drammaticità inferiore, essenziale del pensiero; la centralità del problema della persona; l'acuta sensibilità del problema morale; l'afflato di religiosità che anima il suo immanentismo; un romanticismo non decadente; un umanesimo concreto; una concezione quasi eroica della vita, tanto diversa da quella dello storicismo borghese del Croce. Salvo dissensi su problemi particolari e su questioni marginali, io ero allora un "gentiliano"... icolaro dell'Aliotta " (p. 20-21).

Incertezze teoriche e influenza della Neoscolastica, di Dostoievski e di Pirandello. - Finiti gli studi universitari, iniziò una lettura sistematica di classici di filosofia da Piatone a Kant Frutto di questo approfondimento sono i due volumi col titolo di Studi sulla filosofia antica e Studi sulla filosofia medìoevale pubblicati nel 1935. A questo punto a l'attualismo non era più per me la filosofia, ma una filosofia e non una fede filosofica " (p. 25). Cade pure in questo tempo l'incontro con la filosofia Neoscolastica e la lettura di Dostoievski e di Pirandello.

" Liberatomi da ogni partito preso e dalla passionalità, mi volli informare dell'attività speculativa della Neoscolastica di Milano. Sfogliai (lessi con attenzione quasi tutti gli studi teoretici e le discussioni) le varie annate della Rivista di filosofia neoscolastica, oltre a opere dei suoi maggiori collaboratori. Le critiche rivolte all'idealismo fecero su di me un certo effetto e servirono non poco a scuotere la mia "fede" idealistica e immanentistica " (p. 25-26).

Altrove così descrive l'influenza degli "studiosi seri" della Neoscolastica: " Essi hanno agito soprattutto sull'animo dei giovani che, usciti dalle Università, illusi di avere in pugno l'universo e di essere gli ideatori della realtà, hanno sventolato per alcuni anni la bandiera della filosofia dello Spirito o dell'atto puro, predicando il Logo concreto senza Dio, nelle aule della Università e delle scuole medie. Ma quando, lontani dai maestri, nel loro studio, hanno riletto quei libri senza gli occhiali degli altri e si sono trovati vis à vis con la loro coscienza e con i loro problemi, man mano che la filosofia degli altri diventava filosofia propria, allora hanno cominciato a sentire un certo vuoto in quei "Verbi" senza verità e a chiedersi se fosse vero quello che dice, per esempio, Benedetto Croce che "in principio non c'era né il Verbo né l'Atto; ma il Verbo dell'Atto e l'Atto del Verbo"; che "la vita universale è finita, il giudizio è vano (lode vana o paradiso; crudeltà vana o inferno)" o quello che scrive Giovanni Gentile che "la sola immortalità la quale si possa pensare... è la immortalità dell'Io trascendentale".

Si sono udite, accanto a queste, altre voci, le quali hanno ricordato che "in principio era il Logos e il Logos era presso Dio", e reclamato la realtà dell'Essere realissimo fuori del Pensiero pensante e difeso l'immortalità dell'anima individuale. E la Neoscolastica italiana ripetendoci questa ed altre verità ha sempre attirato a lei i nostri sguardi avidi di divino. Abbiamo avuto un bel beffeggiarla e scrivere contro, dandoci arie di sapienti e di saputi: essa ci è stata alle calcagna presentandoci ad ogni passo il corpo vivente della metafisica dell'essere che noi credevamo per sempre tramontato. Quell'essere, che non si adegua al pensiero, ci è stato, nostro malgrado, appiccicato come un campanello alla cavezza che, ogni volta che scrivevamo Autocoscienza assoluta, suonava l'allarme; ci ricordava che vi è qualcosa che non facilmente si adatta ad essere un anello dell'ingranaggio dialettico e ci faceva per un momento impuntare la penna sulla carta e pensare " (p. 81-32).

" Dostoievski ha avuto su di me un'influenza in profondità, ancora oggi operante. È stata la lettura dei suoi romanzi che mi ha imposto il problema del dolore e del male. Egli mi ha fatto comprendere che soltanto il Cristianesimo può risolvere questo problema, perché solo il Cristianesimo ha rivelato l'essenza del dolore e il suo fondamento religioso. Dostoievski mi portò a considerare attentamente e con rispetto la vita di Cristo. Dostoievski mi ha fatto vedere quanto ridicolo copra la minuscola testa dell'ateo. I personaggi dei suoi romanzi, dico i suoi assassini e forzati, i suoi umiliati e offesi, mi chiarirono come l'umiliazione, il dolore, la sofferenza, il castigo siano potenti forze di rigenerazione e di riscatto e come solo, attraverso al suo calvario, l'anima riesca a trovare la strada del bene e percorrerla. Ancora oggi l'ardente e sincero suo Cristianesimo mi fa perdonare a Dostoievski (e credo anche gli altri cattolici possano essere d'accordo) la sua incomprensione del Cattolicismo. Dostoievski è l'umanità reietta, respinta dalla società (non migliore ma peggiore, perché ignora la scuola del dolore e del pentimento), prostrata dal peccato, ma sofferente per il peccato; ed è anche l'umanità redenta dal dolore e dalla fede. Il suo mondo, sotto un certo aspetto, è il mondo del Vangelo; la folla dei suoi derelitti, la stessa folla che segui Gesù e lo amò. Al contrario, gli uomini della società o nobile o ricca sono della stessa stoffa di quelli che perseguitarono, martoriarono e uccisero Cristo, ignari che nella sofferenza e nel dolore sta il riscatto dal male e la vittoria su di esso, ignari di ciò, proprio perché non soffrono e non sanno soffrire. Dostoievski, per primo, m'insegnò che il problema della vita dello spirito, il problema della morale nel suo complesso (problema del bene e del male, del dolore e della sua giustificazione, del peccato e della liberazione, della lotta e della speranza nell'immortalità), può soltanto risolverlo il Cristianesimo. Cioè, Dostoievski, per la mia posizione filosofica di allora, significò questo: il problema morale, che s'identifica con il problema dell'uomo (proprio quel problema che negli anni della mia primissima giovinezza si formulò in una riserva nei confronti di Kant e del Fichte), non è risolto dall'idealismo trascendentale o da quello attualistico o da qualunque altra filosofia, ma dal Cristianesimo e da una filosofia cristiana. Può sembrare paradossale che, accanto alla Neoscolastica di Milano e ai romanzi di Dostoievski, abbiano contribuito a tirarmi fuori dall'idealismo gli scritti di Pirandello. Quasi sempre, Pirandello esercita un'azione deprimente, specie sull'animo dei giovani, e in genere genera sfiducia e scetticismo. Su di me ebbe l'effetto opposto... Nulla da scandalizzarsi: fossero solo questi i misteri e le contraddizioni dell'anima umana! Pirandello mi apparve (ed ancora oggi mantengo questo convincimento) la conseguenza ultima dell'idealismo, l'idealismo portato all'assurdo, cioè: la filosofia della persona, dello spirito lanciato, dell'azione come conquista e slancio, si risolve nella negazione della persona e dell'azione e perciò di tutti i valori umani. Se è scetticismo quello di Pirandello, lo è come conclusione scettica dell'idealismo. Pirandello fu per me l'anti d'annunzio in questo senso: D'Annunzio è l'esaltatore dell'individualismo, che ha radici nell'idealismo romantico; Pirandello è lo scrittore che mette a nudo l'inconsistenza di questo individualismo, la vacuità della persona idealistica; D'Annunzio riveste di carne la larva dell'uomo idealistico e te lo fa sembrare un eroe realissimo (non è che un'allucinazione creata dalla magia dello stile); Pirandello ti libera da questa allucinazione, ti scarnifica la persona idea Iistica e te la presenta così com'è: una larva, un'ombra di persona, un'allucinazione. L'uomo reale, profondo, è altrove: è quello che nessuno comprende, che non sa esprimersi interamente e per quel che si esprime resta incompreso o frainteso. Perciò l'uomo permane sempre in un'affannosa ricerca di se stesso, nell'angoscia di chi cerca la propria personalità. E tragedia vi è, non perché

il personaggio muoia (potrebbe anche essere l'apparenza a morire), ma perché muore cercandosi senza trovarsi, perché hai l'impressione che si cerchi ancora dopo morte, come un'ombra di anima greca che vaga fuori degli inferi, perché gli eredi non hanno pagato il tributo al santuario. Pirandello completò il mio atteggiamento critico nei confronti dell'idealismo e mi pose perentoriamente il problema: dove riporre la consistenza della persona? Qual è questa consistenza? " (p. 26-28).

Verso lo spiritualismo cristiano e conversione al cattolicesimo. - n Posizione, dunque, la mia d'incertezza e d'inquietudine. L'insoddisfazione dell'idealismo non era bastevole ancora per tirarmi fuori di esso e l'attrattiva verso una filosofia cristiano-cattolica non era così decisa e convinta da tirarmi dentro. Intanto seguivo con simpatia l'evoluzione del pensiero degli illustri amici, A. Carlini ed A. Guzzo e i loro libri studiavo con amore e con profitto. Mi valsero a meglio penetrare l'idealismo neohegeliano e a meglio orientarmi verso la porta di uscita. Fu in quel tempo che tornai allo studio della filosofia dell'Aliotta e la consuetudine, a Napoli, col Maestro mi favorì un maggior approfondimento di essa. Così io fui scolaro dell'Aliotta più ora che al tempo degli anni universitari. Pure in quell'epoca mi accostai al Blondel e meditai a lungo sulla sua speculazione. Con gli anni, l'influsso del maestro di Aix si è fatto sempre più preciso e profondo. Seguivo con attenzione e diligenza il movimento filosofia) europeo ed extraeuropeo.

Dalla critica dell'idealismo, dal ripensamento personale del relativismo dell'Aliotta (memorabili per me le discussioni a casa sua, qualche volta con l'intervento dei carissimi amici Carbonara e Lazzarini, al quale mi legano anche incontri di pensiero) e dagli influssi vari da più parti ricevuti nacquero le Linee di uno spiritualismo critico, pubblicate nel maggio del 1936 (Roma, Perella), primo acerbo abbozzo di un sistema. Oggi poche tesi sostenute in quel libro sono da me ancora accettate, ma le Linee segnano, nell'itinerario della mia mente, il primo tentativo sistematico di far valere, dentro l'idealismo stesso e attraverso l'integrazione metafisica del relativismo aliottiano, le esigenze di una filosofia cristiana, la necessità di fondare solidamente il problema morale. Ciò significò il riconoscimento dei diritti della trascendenza deistica. In quel libro la mia formazione idealistica trapela a ogni riga, ma a ogni pagina si vede lo sforzo, mai riuscito, di uscir fuori dell'idealismo e in maniera da giustificare le sue esigenze. Il lavoro riflette incertezze da una coscienza incerta " (p. 32-33).

Nel 1937-38, per rispondere ad un invito di Gentile, cominciò a studiare e meditare profondamente e ampiamente Rosmini, dando poi alle stampe il saggio che guadagnò tante adesioni, La filosofia morale di Antonio Rosmini. Poco dopo riprende lo studio di Piatone e pubblica il volume La metafisica platonica: II problema cosmologico.

" Con le due opere su Piatone e Rosmini io ero già un pensatore cattolico. Anche come uomo, dopo circa diciotto anni, tornai alla Chiesa Cattolica. Debbo principalmente a Rosmini la mia conversione intellettuale; alla grazia di Dio quella del cuore. La mia riconoscenza va anche a Monsignor F. Olgiati, che conobbi in un Congresso di filosofia nel 1936 e che mi è stato sempre prodigo di consigli affettuosi e paterni, che mai mi scoraggiò nel periodo delle mie incertezze, che, anzi, con lettere frequenti, mi confortò e mi fece sembrare, più vicino di quanto non fosse, il momento della soluzione. Conforti e lumi debbo pure a P. Bozzetti, Generale dei Rosminiani, al quale mi legano sentimenti di profonda stima, di riconoscenza e di affetto e, certo non ultimo, l'amore, da me condiviso, che egli nutre per il nostro Rosmini " (p. 37).

Critica dell'attualismo. - " Da quanto ho riferito appare evidente die il punto cruciale dell'itinerario della mia mente è segnato dal passaggio dall'attualismo a una mia filosofia cristiana. Ho già accennato sia alle meditazioni e agli studi che hanno preparato e determinato questo passaggio, sia ai motivi intrinseci all'idealismo stesso, che mi mossero a uscirne. Tuttavia, credo che possa avere un certo interesse illustrare meglio questo punto.

Come il lettore ha potuto notare, la mia è ricerca della Verità: non della verità che diviene (e che è solo tale di nome), ma della Verità che è, eterna, immutabile; non della verità che nasce dalla contingenza ed è contingenza essa stessa (come la pseudo-verità dello storicismo), ma della Verità che guida il contingente, di cui è prima, indipendente e dopo, sempre; della Verità che non è creata dall'uomo, ma che l'uomo scopre. Per me, la filosofia è metafisica ed è ricerca della verità metafisica. È vero, come ho detto, che l'attualismo è una filosofia che non ha perduto il senso della metafisica, ma è anche vero che esso si risolve nella negazione della metafisica e perciò stesso della filosofia. Di ciò mi ha convinto l'identificazione che, in ultima analisi, fa il Gentile tra la filosofia e la vita. Credo che nessuno, e meno degli altri chi scrive, vorrà volontariamente rinunciare alla concretezza della filosofia, che è poi l'essenziale umanità di questa; ma credo che nessuno vorrà dissolvere il ritmo del pensiero nel ritmo della vita, cioè far scaturire la verità dalla contingenza della pratica, come fa certo storicismo che ha già rinunciato in partenza alla filosofia. Ora precisamente l'attualismo arriva anch'esso a questa conclusione: lungi dal potenziare la concretezza e l'umanità della filosofia, finisce per dare all'una e all'altra un signicato empirico e perciò stesso ancora non filosofia). Come ho scritto nel Secolo xx, rielaborando un motivo critico di alcuni anni prima e che contribuì a farmi uscire dall'attualismo, ad un certo punto l'idealismo gentiliano, per logica necessità del suo proclamato immanentismo, facendo nascere la verità dal tempo, perde il senso della verità come guida e genitrice del tempo, cioè dell'azione, e dissolve l'eternità e l'universalità del vero nella contingenza e particolarità del fatto. Paga il suo contributo, al pari dello storicismo del Croce e dell'attivismo contemporaneo e rischia di far disperdere la filosofia e con essa etica e pedagogia.

Ma il motivo centrale di tutta la mia vita meditativa è stato sempre e rimane ancora oggi il problema della persona indissolubilmente unito al problema morale. Che cosa è la persona umana? Che cosa fonda la persona umana, fondamento nel quale essa consiste? Il suo fondamento è nell'essere, nell'essere da e per l'essere, cioè dalla e per la Verità, dal e per il Bene. Il suo essere è morale e la morale ha basi metafisiche. Credetti, in primo tempo, che l'attualismo fondasse la persona e la morale; mi avvidi dopo, attraverso gli studi e " meditazioni sopra ricordate che l'attualismo non "fonda" né l'una né l'altra, ma le "affonda" tutte due. Perché?

L'attualismo è la filosofia dell'Io trascendentale: gli io empirici sono reali solo in quanto momenti dell'Io trascendentale, nel quale si unificano. Gli io, dunque, sono in quanto sono nell'Io trascendentale. Ma allora, come io, non sono: quando sono non sono io, ma l'unico Io trascendentale. Il Gentile viene a negare la realtà della persona umana, dei singoli, proprio perché la riduce a un momento dell’unico Soggetto assoluto. E’ vero che egli si sforza di tenersi in equilibrio tra gli empirici e l’Io trascendentale, tra la coscienza e l’Autocoscienza, ma è proprio qui uno dei punti più vulnerabili del sistema. O l’accento batte sull’io empirico e l’attualismo rischia di capovolgersi in un soggettivismo empiristico (come è capitato ad alcuni attualisti che hanno voluto eliminare quel che di metafisico e di dualistico vi ha nella gentiliana filosofia); o l'accento batte sull'Io trascendentale e l'attualismo va a perdersi in una splendida astrattissima vuota unità. È la difficoltà che lacera le viscere dell'attualismo: l'io empirico non ha senso senza l'Io trascendentale e, d'altra parte, in questo non trova la sua vita, ma la sua morte.

A questo punto, mi è nata spontanea la domanda: come una filosofia che non riesce a fondare la persona, può solidamente instaurare una morale? Non giustificare l'uomo è non poter spiegare tutto ciò che è umano e soprattutto quel che di più umano ha l'uomo: il male e il dolore. Dostoievski mi era sempre presente. Obiettavo alcuni anni fa e obietto ancora oggi: se la realtà dell'oggetto è posta solo dall'atto e nell'atto della coscienza, dov'è mai la realtà dell'oggetto? Che è oggetto se non il proiettarsi stesso della coscienza, che lo insegue, come il cane la propria ombra? E che è la coscienza stessa, quasi moltiplicata in infinite ombre? L'oggetto è dunque illusorio: non "risolto", ma "dissolto" nell'Io, che non può fare a meno di porlo e di dissolverlo per la legge fatale e crudele della dialettica, insaziabile Saturno che eternamente si ciba dei propri figli, che ossa e carne non hanno, ma apparenza. L'Io trascendentale è come un colossale sogno d'inesauribile fecondità, che genera mostruosamente altri sogni infiniti che fa sparire, come nebbia al vento, nel nulla del suo nulla. Il divenire non è che una finzione e con esso sono finzione la storia, finzione il mondo degli uomini. L'alone romantico che sembra circondare la filosofia del Gentile (che tanta suggestione aveva avuto su di me) e che ad essa proviene dalla concezione fichtiana dell'azione, non è che l'illusione creata da un'apparente concezione eroica della vita, apparente perché apparente è la lotta. Bene e male, verità ed errore sono e non sono e, in definitiva, non sono, perché sempre posti in un rapporto dialettico, che nega in partenza la loro realtà.

Come gli io non sono se non in quanto posti dall'Io, cosi l'Io non è se non in quanto pone gli io. L'immanentismo attualistico, malgrado le difese del Gentile, è panteismo; e, come tale, è la negazione della creazione. È perciò stesso una filosofia, non solo anticristiana, ma costituzionalmente impotente a fondare la morale. Il panteismo, infatti, rende assurda ogni esortazione morale. Se la mia anima è della stessa sostanza di Dio, essa, in eterno, non può cambiare in meglio; non può cambiare affatto e, se cambiasse, cambierebbe in peggio; cosa che è anche assurda. Oppure, se si ammette il divenire, dato che il mondo è della stessa essenza di Dio, anche Dio sarebbe mutabile. L'idealismo trascendentale è un panteismo dinamico che nega Dio senza spiegare il mondo e l'uomo: non può spiegarli appunto perché nega Dio. Inoltre ogni filosofia immanentistica si riduce all'adorazione delle cose: a volta a volta adora un idolo o il Dio-Natura, o il Dio-Progresso o il Dio-Storia, ecc. Per essere contro ogni religione, si condanna a essere una superstizione, una idolatria. In conclusione: l'idealismo non spiega l'uomo e non riesce a fondare la morale; nega l'uomo e la morale; assegna all'uomo un compito che non è il suo, ma di Dio e perciò conferma la negazione dell'uomo, ignora la vera finalità dell'uomo e perciò non può risolvere il problema della sua destinazione. L'idealismo è una filosofia disumana. Non poteva, dunque, essere la mia filosofia definitiva. Come ho scritto altrove: "l'attualismo pone le giuste e irrefutabili istanze di una concezione etica della vita, del valore imprescindibile della persona, della libertà, della storia; ma proprio in nome di queste esigenze è necessario essere decisamente e radicalmente anti-attualisti". Invece, queste esigenze sono soddisfatte dal Cristianesimo; dunque, uscito dall'idealismo, mi proposi di costruire una filosofia cristiana " (p. 41-45).

PARTE SECONDA. - L'IRRAGGIAMENTO DI ANIME CRISTIANE

Negli esempi finora studiati la conversione fu determinata dalla constatazione riflessa di qualche deficienza dell'ambiente religioso (o irreligioso) in cui viveva il soggetto: carattere troppo intellettuale e instabilità dottrinale del protestantesimo, nazionalismo della Chiesa anglicana, impotenza dell'ateismo davanti a gravi problemi, insufficienza della mistica socialista di fronte al problema sociale, insufficienza della filosofia immanentistica di fronte ai veri problemi della persona umana.

In altri convertiti s'osserva un processo un po' diverso: scoprono casualmente una persona, che prima li interessa con la sua vita e le sue opere, poi li entusiasma: ora si tratta d'un cattolico, e proprio dal suo cattolicesimo deriva in gran parte la potenza d'attrazione, l'irraggiamento che forza l'ammirazione. Allora sorge il desiderio di studiare più da vicino questa religione capace di produrre tali frutti, e poi, ben presto, la conversione definitiva. Giovanni Joergensen è condotto al cattolicesimo da San Francesco d'Assisi; Agostino Gemelli per aver incontrato quella grande anima che fu Vico Necchi. Esaminiamo un caso o due di questo genere.

CAPITOLO I. - L'AZIONE D'UNA SANTA: VERNON JOHNSON

"Un inglese molto ordinario". - Anche qui si tratta d'un anglicano, e più precisamente d'un anglo-cattolico; ma la sua conversione si differenzia da quella di Benson e di Knox per la parte primordiale che vi svolge Santa Teresa di Lisieux. Cfr. Vernon Johnson, Un solo Dio, una sola fede, Milano 1931.

Nato nel 1886 e ordinato nel 1911 nella Chiesa anglicana, poi, dal 1914, membro della congregazione ritualista della Divina Compassione, Vernon Johnson si dedica soprattutto alla predicazione; predica dappertutto, nelle chiese e nei teatri, nelle sale della City, a Oxford, a Cambridge, e ovunque accorrono le folle a sentirlo. Fu uno dei pochi predicatori che riempirono l'Albert Hall, la più vasta sala di Londra.

Di fronte alla Chiesa romana la sua posizione è molto netta: non se ne preoccupa affatto. " Io, dice egli stesso, non mi ero mai affannato nei riguardi della Chiesa cattolica... Sono un inglese molto ordinario e, come tale, avevo nel sangue tutto il timore, l'orrore, il sospetto di Roma, la diffidenza per quanto consideravo intrigo ecclesiastico e governo italiano, ostilità latente, che proveniva dalla mia educazione e dalla tradizione inglese, che era in me in grado straordinario. Insulare fino al fondo, non ero mai uscito dal mio paese, avevo parlato solo due volte con un sacerdote cattolico e sempre in modo puramente occasionale; non avevo mai assistito a una liturgia cattolica e solo a caso avevo gettato qualche sguardo nelle chiese cattoliche... Per me il cattolicesimo e l'anglo-cattolicesimo, fino al 1925, erano, due mondi assolutamente separati ".

Scoperta di Santa Teresa. - Che cos'avvenne dunque nel fatidico 1925? Questo: benché prevenuto contro il libro che, a prima vista, giudica et sentimentale, artificiale, antinglese ", d'altronde per consiglio d'una religiosa anglicana, Vernon legge l'autobiografia di Santa Teresa di Lisieux: "i primi due capitoli non mi fecero alcuna impressione: a stento arrivai in fondo. Poco a poco però quelle pagine cominciarono ad attirarmi, e non saprei descrivere il mio stato d'animo quando, molto dopo la mezzanotte, posai il libro ".

Ed ecco le ragioni del mutamento interiore: o Avevo trovato un'anima che aveva amato nostro Signore in un grado superiore a quanto mai avevo incontrato: un amore forte e generoso come quello dei martiri dei tempi antichi e al tempo stesso cosi tenero e delicato come quello d'un fanciullo. Soprattutto mi colpì il suo vangelo della sofferenza, come il più prezioso dei doni di Dio e il solo che a Lui ci unisce in una intimità senza pari, e la sua interpretazione del dolore come qualcosa che può offrirsi a Dio insieme ai meriti della Croce di Cristo per il bene della Chiesa e per la salvezza delle anime... Per la prima volta compresi la frase di San Paolo: "Io compio nella mia carne quanto manca alla passione di Cristo per la salute del suo corpo, che è la Chiesa" (Coloss., 1, 24) ".

Primo viaggio a Lisieux. - Pieno l'animo di questi pensieri, letto e riletto il libro, Vernon Johnson decide di recarsi a Lisieux, per passarvi qualche giorno del maggio 1925 e per vedere i luoghi in cui era vissuta la Santa che s'era impadronita del suo spirito. Arrivato a Le Havre, entrò in una chiesa per ascoltarvi la Messa. Dopo la cerimonia si iniziò una processione composta di un vecchio prete con due accoliti portanti un crocefisso e seguiti da un sacrestano assai ridicolo, e tutti e quattro cantavano una litania in lingua straniera. L'insieme gli parve molto strano ed esclamò: te Se questo è il cattolicesimo romano, son ben contento di non appartenervi! "

Ed eccolo a Lisieux, dove il primo contatto con Santa Teresa è alquanto urtante. Davanti a quella cassa indorata e a quei festoni di rose di carta, prova soltanto una grande ripulsione. Però le reliquie della Santa, gli oggetti di cui essa si serviva ogni giorno, posate, sandali, vestiti e disciplina, lo commuovono; lo interessa molto la visita ai Buissonnets, dove ha l'impressione di sfiorare il soprannaturale e d'essere veramente vicino alla Santa; l'indomani, dopo una nuova visita alla casa della Santa (per una distrazione rimane chiuso nel giardino e deve scavalcare il muro con molta difficoltà), si reca al cimitero di Lisieux, dove fu prima seppellita la Santa, e 11 una signora francese gli parla a lungo della piccola Suor Teresa; infine, con l'aiuto della stessa signora, ottiene un breve colloquio con la supcriora del Carmelo, Paolina, la sorella maggiore della Santa. Il terzo e ultimo giorno, fuggendo dalla cappella dell'urna che lo urta fortemente, non può fare a meno di ritornare ai suoi cari Buis-sonnets, dove la custode, venendo a sapere che egli è anglicano, per uno speciale favore gli permette di vedere e di toccare diversi ricordi, che ordinariamente non vengono mostrati ai pellegrini.

In sostanza quale fu la lezione di quei tre giorni a Lisieux: " Un'esperienza spirituale prima assolutamente sconosciuta ", la presenza del soprannaturale mai provata prima a quel modo e, davanti alle reliquie moderne, la costatazione che " il tempo della santità eroica non è ancora tramontato ", infine il sentimento chiarissimo che una mano misteriosa aveva guidato anche le minime circostanze di quella visita.

Così, sempre più pieno di venerazione per Santa Teresa, ma senz'avere per questo il minimo desiderio di farsi cattolico e nemmeno di studiare il cattolicesimo, Vernon Johnson ritornò al suo ministero di predicazione.

Secondo viaggio a Lisieux e sue conseguenze. - L'anno successivo qualche volta gli capitò di chiedersi con vaga inquietudine perché non aveva incontrato nella sua Chiesa niente che somigliasse alle meraviglie di Lisieux. Però la risposta veniva facilmente e lo tranquillizzava: " È solo una questione di tempo, poiché l'espansione dell'anglo-cattolicesimo le avrebbe rese senza dubbio possibili anche nella Chiesa d'Inghilterra ". Tuttavia nel maggio 1926 ritorna a Lisieux.

" Questa volta, egli dice, la Santa si era ritirata in secondo piano; tutta l'attività del mio spirito non si concentrava più in lei, ma su questo pensiero: che cosa aveva reso possibile quella vita? che cosa aveva prodotto Teresa? "

Evidentemente la fede personale della Santa. Ma che origine aveva avuto quella fede? Con la riflessione, Vernon percepisce la differenza tra la fede di Santa Teresa del Bambin Gesù e la sua: "La fede per me era soprattutto un prodotto della mia ragione; accettavo, è vero, quello die non potevo provare, ma a condizione che non fosse in contrasto con il mio modo di pensare; invece per Santa Teresa la fede era l'assoluta credenza in verità rivelate da Dio ed insegnate da un'autorità divina, che aveva il diritto di esigere la sua obbedienza assoluta... Per me il centro della fede stava in me stesso; Teresa invece lo trovava nella Chiesa". Frutto della seconda visita a Lisieux, che trascorse specialmente riflettendo e meditando per l'amena campagna dei dintorni, fu la risoluzione di studiare il Nuovo Testamento nel modo più minuzioso, mettendo in primo piano queste tre questioni fondamentali: Autorità, Unità, Papato.

Tre anni di studio, di lotte, d'angoscie: la conclusione s'impone evidente: " Nonostante quanto conteneva di buono, l'anglo-cattolicesimo non possiede né l'Autorità, né l'Unità... e si dimostra incapace a realizzare i voleri di Nostro Signore ", che solo la Chiesa cattolica realizza. " Per quanto grande fosse il mio attaccamento alle associazioni che s'erano formate attorno alla Chiesa d'Inghilterra, per quanto stretti i legami d'amicizia con molte anime del suo gregge, quella Chiesa non poteva più avere la mia adesione; non potevo fare a meno di sottomettermi all'unica Chiesa che si riferisce a un'autorità divina, e che risponde alla volontà e ai disegni di Nostro Signore ".

Nel 1929 il convertito di Santa Teresa abiura il protestantesimo e parte per Roma, onde prepararsi a ricevere il sacerdozio cattolico.

CAPITOLO II. - L'AZIONE D'UN'ANIMA CRISTIANA LEOPOLDO LEVAUX

Leopoldo Levaux. La sua posizione religiosa. - " Mentre agisce egli stesso dentro di noi, scrive Giacomo Maritain, Dio si compiace di mandarci un nostro fratello come testimone della sua verità e strumento della sua misericordia, per rompere finalmente lo stampo e liberare la sua opera. Quest'inviato del Signore per Leopoldo Levaux e per molti altri fu Leone Bloy ".

Leone Bloyl Non è strano che questo Mendicante ingrato, questo Vecchio della montagna, come chiamava se stesso, malgrado il carattere bizzarro e difficile, abbia avuto tale irraggiamento su quelli che lo avvicinavano! Se molti hanno conservato il silenzio sul ritorno alla fede, che devono a lui, alcuni hanno proclamato la sua azione: Giacomo Maritain con la sposa Rai'ssa e Pietro Van der Meer con la famiglia sono gli esempi più noti. Chiediamo piuttosto a Leopoldo Levaux come ritrovò Dio. Cfr. L. Leveaux, Quand Dieu parie, Bloud et Gay, Paris.

Leopoldo Levaux, uno dei migliori critici belgi contemporanei, aveva abbandonato il cattolicesimo verso i quattordici anni e ci dice che considerava o il cristianesimo come finito, come definitivamente superato ", perché egli stesso ne era uscito. Nel 1911 scrive: " Io non sono più né cristiano né cattolico; credo nella bellezza morale come credo nella bellezza assoluta, nella Bellezza, semplicemente... Sento una certa simpatia per Gesù di Nazareth, ma detesto la religione, le preghiere, i riti; tutto questo mi sembra un formalismo umiliante... Il cattolicesimo insegna a profanare la preghiera; è privo di pietà, di raccoglimento, di fervore nel culto. Per l'uomo di valore poco importa la forma di religione che lo seduce. Tutto risiede nel sentimento del divino ". E legge, rilegge, annota Spinoza, che con il suo panteismo talvolta lo getta <t in un vero giubilo "; s'appassiona per Nietzsche (" Nietzschismo: la terra e la sua gioia; Cristianesimo : creazione d'un mondo invisibile, ostile alla gioia terrena "); poi per Gide. Come accade molto spesso in simili casi, l'irreligione è il segno di un'anima inquieta e insoddisfatta. " Incessante, confessa Levaux, la tormenta un bisogno, quello di riposarsi nell'Assoluto, nell'Infinito dell'Essere... ma un tale Essere esiste? " D'altronde ha un'erudizione letteraria molto vasta, cospar gè il suo " Journal " di citazioni di Baudelaire, di Poe, Rimbaud, Laforgue. Nell'angoscia metafisica in cui si dibatte pensa di prendere contatto con uno di questi scrittori che ama e di cui conosce le ferme certezze e, come alcuni anni più tardi Giacomo Rivière a Claudel, cosi egli scrive a Francis Jammes, senza tuttavia attingere la calma da questa corrispondenza, che presto viene interrotta. Più duratura l'amicizia che egli stringe a Liegi con l'ingegnere Wal-ter Dewé, cattolico praticante, con cui ha conversazioni lunghe e interessanti Ma né Jammes, né Dewé dovevano essere la selce che fa scaturire la scintilla.

Scoperta di Leone Bloy. - Un giorno del 1913 (Levaux s'era fidanzato con una signorina non credente come lui) in una conversazione un amico gli annuncia di aver scoperto in una bottega di libri usati un volume d'uno scrittore straordinario che si chiama Leone Bloy dal bel titolo: Quatte ans de capti-vite sur Cochons-Marne. Levaux conosceva Bloy solo di nome, attraverso il Livre des Mascjues di Remigio de Gourmont, e per di più lo confondeva vagamente con Giulio Bois. L'amico si dice " sconvolto dalla potenza, dalla magnificenza, dalla verve formidabile, dallo spirito corrosivo di quello scrittore, di cui nessuno parla " e che, d'altronde, egli ritiene " un odioso fanatico ". Intanto passa il libro a Leopoldo Levaux...

Questi allora scrisse nel suo " Journal " : " 26 febbraio, mezzanotte e venti. Ammirazione illimitata per Leone Bloy; sono portato al culmine della mia inquietudine; aspiro un odore di speranza, sento Dio, sono convinto di avere qui un libro divino ". Trascrive pagine intere di Bloy, ne divora tutti i libri: " Non mi posso staccare da Bloy; quest'uomo mi ha ferito in modo strano. Bloy, dispensiere di D'io, un cristiano superiore... Bloy: entro in Dio attraverso la porta violenta". E ripetendo la frase di Péguy in Jeanne d'Are: "Ci furono santi d'ogni specie; ci volevano santi e sante d'ogni specie, e forse ne occorrerebbe una specie in più", egli aggiunge: "Ne occorrerebbero della specie di Bloy". Levaux ha la sensazione di toccare davvero il porto: " Finalmente lio incontrato, un po' diverso da come l'immaginavo, l'essere vitale che sognavo e chiamavo ".

A quest'uomo tormentato l'Assoluto di Bloy apparve allora come l'unica certezza possibile; ma, per allora, si trattava soltanto di desiderio e d'ammirazione. Levaux non era pronto a seguire Bloy. D'altronde lo capiva davvero? Per allora in Bloy vedeva soltanto colui che egli chiamava " l'unico ", che lo attira con le sue rivolte, e le sue violenze contro la viltà, la stupidità comune, con la veemenza contro la mediocrità religiosa contemporanea. Per un po' di tempo, come Bernard Shaw, che fece di Giovanna d'Arco una protestante " ante litteram ", egli opponeva Bloy al cattolicesimo, a quel cattolicesimo-del quale odiava ancora i dommi e i riti, e non sembrava accorgersi (come capirà più tardi) fino a che punto la fede di Leone Bloy è conforme alla dottrina della Chiesa, e quanto sia liturgica la sua pietà. È possibile vedere altro, in questo cristiano " innamorato ", in questo Bloy che, molto prima del decreto di Pio X, faceva la comunione quotidiana e die, nella vita e nelle opere, voleva soltanto essere il pellegrino del Santo Sepolcro? Levaux non vedeva ancora questo. Intanto s'è sposato (1913), è stato nominato professore in Russia e, per qualche mese, pur continuando a leggere e scrivere, dimentica un po' il suo idolo.

Corrispondenza con Leone Bloy. - Però non è facile dimenticare Leone Bloy. Come ha scritto Stanislao Fumet (nel suo bel volume: Mission de Leon Bloy, ed. Desclée), k allorché lo zelo di molti continua a fare fallimento, Leone Bloy, con i suoi diretti, le sue esagerazioni e violenze, riesce prodigiosamente. Le anime si attaccano come istintivamente alla verità assoluta, che quel cristiano, che le ama, presenta senza molti riguardi per la loro suscettibilità. Ma il Dio di cui parla è cosi evidente ed è così incostatabilmente il Pane e il Vino di cui ciascuno ha fame e sete da morirne, che esse, generose, non resistono a lungo all'affermazione d'un uomo che scopre perentoriamente il mistero del loro abisso ". Sei mesi dopo l'arrivo in Russia, Leopoldo Levaux ritorna a Bloy in modo inatteso, per mezzo della sua donna.

" Stavo leggendo nel mio studio, scrive il 15 gennaio 1914. Elena venne a trovarmi, in lagrime, con in mano il Meridiani ingrat. Da quando Bloy era stato sul punto di rapirmi alla sua via, mai essa aveva accettato di leggerne una sola riga. Quando queste cose erano già lontane, dopo un anno, essa apre il libro per curiosità. L'accento di Bloy l'ha immediatamente afferrata ed essa legge con emozione crescente. L'artista prodigioso, l'eroe dell'anima, il povero sublime, lo sposo e il padre traboccante d'amore e crudelmente torturato hanno agito su di lei con tale forza, che piangeva di compassione, d'ammirazione e di rimorso. Piangemmo insieme e decidemmo di scrivere a Bloy ". Così fecero e il 26 febbraio ricevettero da Bloy una lettera piena d'affetto. Levaux ne fu sconvolto: "Fu come se, tutto d'un colpo, una voce vivificante fosse venuta a spezzare il silenzio pesante in cui mi muovevo e che io prendevo come rumore della vita. Questa voce mi attraversa come un ferro e mi da consistenza. Lo slancio violento del mio cuore, che si getta a Bloy, superando le distanze, mi fissa e mi consolida ".

La corrispondenza continua. Nella seconda lettera Bloy pone con fermezza la soluzione del grande problema : " Pare che mi diciate che siete lontano dalla mia vita religiosa. Non posso rispondervi che quanto ho già risposto a molti altri: questa lontananza è infinitamente deplorevole. Finché non sarete cattolico morrete d'inedia, perché solo la Chiesa romana è capace di nutrirvi. I miei libri non vi diranno altro. E questo è assoluto ". Questa volta Levaux comincia a capire che Bloy non esisterebbe senza il suo cristianesimo, ma egli s'impenna, ritorna a Kant e si dibatte di nuovo nell'angoscia : " In chi credere? che cosa credere? " Però dopo la crisi giunge a una conclusione che segna un passo sicuro verso la verità: se si ammette come un fatto l'esistenza di Dio e la rivelazione, l'unico atteggiamento logico è il cattolicesimo romano.

Visita a Leone Bloy. - S'avvicina il tempo delle vacanze. Levaux e la moglie tornano in Belgio, poi a Parigi, e il sette luglio picchiano alla porta di Leone Bloy.

Colloquio inaudito ed emozione intensa: "t Gli occhi di Bloyl Non posso dire la pienezza di felicità provata a bagnarmi negli sguardi con cui mi avvolgeva. Gli sguardi di Leone Bloy sono quelli della luce; irraggiano una forza, una dolcezza, una serietà che m'incitano alla più perfetta confidenza... Leone Bloy è l'uomo dolce e terribile per eccellenza; e in questo è simile a Gesù Cristo e solo come lui posso concepire il cristiano ". E alla sera, mentre Bloy legge ad alta voce la prefazione scritta per il libro in cui il suo figlioccio Pietro Van der Meer racconta la propria conversione, a Levaux pare che " una palla d'angoscia, da molto concentrata ", gli scoppi in gola.

Il posdomani, dopo un'altra visita a Bloy, Leopoldo Levaux rientra in Belgio. Nella sala d'aspetto di Mezières, dove tra due treni si è fermato per salutare il busto di Rimbaud, subisce ancora una crisi dolorosa: " O io sinora sono vissuto nell'errore e Bloy è nella verità, oppure ho ragione io ed egli s'inganna. Nel primo caso Gesù è la seconda persona divina e noi siamo in un abisso indicibile, nel cui centro zampilla una sorgente infinita di speranza. Nel secondo caso Gesù è soltanto un uomo d'una grandezza sovrumana, e Bloy e un disperato sublime, appoggiato a un'idolatria ammirabile ". Anche se incapace d'uscire dal dilemma, Levaux in ogni caso ha capito chi è Leone Bloy, cioè un cristiano. Attraverso lo scrittore ha intravveduto il cristianesimo, che gli resta da approfondire per fare poi il passo definitivo.

Per ottenere la fede di Leone Bloy. - Poche settimane dopo scoppia la guerra. Ridotto all'inazione in Liegi occupata, Levaux ha tempo per leggere e meditare. Si provvede d'una Bibbia, di vite di santi, d'alcune opere dei Padri della Chiesa. " Leggo le Confessioni di Sant'Agostino, per vedere che cosa significa credere in Dio e come questo grande uomo è giunto a credere ".

Eccolo scoprire a poco a poco la Chiesa, sulla quale finora s'era informato solo " da libri d'eretici, giudei, liberi pensatori, apostati, come Spinoza, Novalis, Michelet, Renan, Nietzsche... " Studia la veracità dei Vangeli, la storia della Chiesa; non esita a rileggere Renan e con gioia vede a svanire questo miserabile ridicolo fantasma ", mentre Enrico Poincaré gl'insegna la relatività d'ogni scienza. Ora la perennità della Chiesa gli appare con un'evidenza ab bagliante ed è prossima la vittoria completa. Il 24 ottobre scrive : •" Vorrei poter chiedere preghiere a Bloy, perché ci venga accordata la grazia di non ; esilare più, assieme alla forza d'uccidere l'uomo vecchio... Carissimo Leone Bloy, ( vi prego umilmente e filialmente, in nome dell'anima mia, di gettarmi sulle j vostre spalle ". Il 15 novembre: " Non vado più oltre nella resistenza, e rotolo ! sui pendii dell'amore... ". Due giorni dopo chiede un sacerdote all'amico Dewé.

Il 28 novembre, nella cappella dei Domenicani, Leopoldo ed Elena Levaux ritornano a Cristo. " Siamo soltanto più due fanciullini, ai quali Dio ha perdonato; due pecorelle perdute e ritrovate. Non abbiamo mai gustato una felicità i come questa. O pace di Gesù, noi ti assaporiamo; lume di Cristo, noi ti i vediamo; e in te ormai vediamo tutte le cose ". L'indomani, prima domenica dell'Avvento 1914, messa e comunione: "A te, o mio Dio, ho innalzato la mia anima; mi affido a te, che io non sia affatto confuso ", dice l'Introito della Messa del giorno. Ma Levaux non dimentica colui che fu lo strumento della sua felicità: " II nostro ritorno a Cristo eucaristico lo offriamo a Dio per Leone Bloy, per i suoi e per tutti quelli che hanno da ricevere da lui. Mio Dio, benedite quest'uomo, che ha tanto sofferto perché noi vedessimo! "

PARTE TERZA. - ALCUNE VIE SPECIALI DELLA GRAZIA

Ad altri convertiti il cattolicesimo s'impone non per il confronto con altre religioni, né con l'irraggiamento delle virtù fatte sbocciare in alcuni suoi figli, ma perché esso solo s'accorda pienamente con le loro aspirazioni intime, esso solo permette la piena espansione delle loro tendenze innate, di qualsiasi genere esse siano, purché sincere. In realtà Dio sa far germogliare la fede in terreni che, a prima vista, sembravano assolutamente e per sempre sterili. Non sembra che una passione malsana per l'artificiale e l'artefatto, oppure che un culto esclusivo del sentimento militare siano propizi allo sbocciare del sentimento religioso, e invece la grazia sa trarre partito anche da queste disposizioni. La grazia fa di simili scherzi, e sa orientare tutti i mezzi allo scopo che si propone. Essa trasformerà i desideri, utilizzerà quanto di retto e di buono c'è in essi: poiché Huysmans, pur essendo completamente chiuso nelle bellezze naturali, sente profondamente le bellezze artistiche, Dio gli farà gustare l'arte religiosa, e per questa via lo condurrà alla Chiesa; poiché Psichari, nel deserto vuoi apparire agli occhi dei Mauri come il tipo del soldato francese, Dio gli mostrerà che a quest'ideale deve necessariamente aggiungere l'ideale cristiano. Dopo aver considerato un po' più da presso quali furono le ragioni di credere di questi due scrittori faremo un cenno, in un capitolo a parte, di alcuni recenti ritorni avvenuti sotto l'influsso del fascino della Chiesa.

CAPITOLO I. - L'ARTISTA CHE TROVA DIO: J. K. HUYSMANS

" Sì la vera prova del cattolicesimo era quell'arte, che esso aveva fondato e che nessuno aveva ancora superato! In pittura e scultura erano i primitivi; i mistici nella poesia e nella prosa; in musica il canto gregoriano; in architettura il romanico e il gotico. E tutto questo era e ardeva in un solo fascio sopra un solo altare; tutto questo si conciliava in un intreccio unico di pensieri: riverire, servire adorare il Dispensatore, mostrandogli, riverberato nella sua creatura come in uno specchio, il prestito ancora immacolato dei suoi doni ". Cfr. Huysmans, En route, Plon, Paris.

Checché si pensi di quest'apologetica, evidentemente singolare e senza dubbio alquanto insufficiente, non resta meno vero che nel ritorno a Dio del romanziere J. K. Huysmans, l'arte cristiana svolse la parte principale: " Insomma (farà dire al suo portavoce) riassumendosi, egli poteva credere che San Severino con i suoi effluvi e l'arte religiosa della vecchia navata, che San Sulpizio con le sue cerimonie e i suoi canti, lo avevano ricondotto all'arte cristiana, che a sua volta lo aveva diretto a Dio ". Ad ogni modo l'itinerario di Huysmans merita d'essere studiato prima di tutto per la sua stessa originalità, poi per il grande influsso dei suoi scritti sull'attuale rinnovamento liturgico, senza parlare delle conversioni che ha operato.

Des Esseintes e arte sacra. - Joris Karl Huysmans verso il 1880 era uno dei pilastri del naturalismo e, insieme con Zola, Céard, Hennique, ecc., membro del Gruppo di Médan, capace di scrivere una lunga novella, quasi un piccolo romanzo sulle difficoltà d'un impiegato d'ufficio, celibatario e poco fortunato nonché sofferente di stomaco, a trovarsi un albergo adatto. Nonostante questo è un artista, ma che ama solo l'artificiale e che detesta la natura: a Essa, scrive Huysmans, ha fatto il suo tempo; con la disgustosa uniformità dei suoi paesaggi e dei suoi cieli ha definitivamente disgustato la pazienza dei raffinati. In sostanza che piattezza di specialista chiuso nel suo settore, che piccolezza da bottegaio che tiene solo un determinato articolo, escludendo tutti gli altri, che monotono magazzino di praterie e di alberi, che banale agenzia di montagne e di mari! " E ancora: o La natura è interessante solo se debole e ferita ", cioè al margine delle città, nella zona tra i detriti e i mucchi d'immondizie. Come fiori egli accetta soltanto le orchidee, perché hanno un'aria falsa, fatta con pezzi di tubi di stufa, di pezzi di calicò inamidati, di taffetà d'Inghilterra. Egli concretizza i suoi odi e le sue ammirazioni nell'eroe d'uno dei suoi primi romanzi (A. Rebours) il patrizio Des Esseintes, il dilettante dell'artificiale che vive fuori della società, e in una casa, dice un critico, in cui tutto, dal mobilio fino alle ore e al menu dei pasti, è organizzato in modo da beffare il costume e la natura ".

Ora in arte e in letteratura, il Des Esseintes (cioè Huysmans, o quello che allora rappresentava il suo ideale), tra le poche sue preferenze, fa un posto all'arte sacra e alla letteratura cristiana. Si diletta nella lettura dei poemi religiosi della letteratura cristiana latina, come Prudenzio, Sedulio, Commodiano di Gaza, Fortunato, " i cui inni e il Vexilla Regis, tagliati nella vecchia carogna della lingua latina, cosparsi degli aromi della Chiesa, certi giorni lo ossessionavano "; si diletta anche di Valafrido Strabone e di qualche altro. Negli autori moderni, pochi dei quali trovano grazia ai suoi occhi, consente a lodare due o tre scrittori cattolici, come Hello e Luigi Veuillot. Dell'arte religiosa parla già con una certa tenerezza, e lo si vede prendere quell'interesse che più tardi lo porterà al canto gregoriano, che chiama " il verbo dell'antica Chiesa, l'anima del Medioevo, la preghiera eterna cantata e modulata secondo gli slanci dell'anima, l'inno permanente lanciato da secoli verso l'Altissimo ". D'altra parte notiamo che nel bizzarro A Rebours, dove si parla costantemente di cose religiose, sempre con rispetto, le ultime parole del dilettante nevrastenico sono una vera preghiera: "Signore, abbiate pietà del cristiano che dubita, dell'incredulo che vorrebbe credere, del forzato della vita, che s'imbarca da solo nella notte, sotto un firmamento che non è più rischiarato dai vecchi fanali della speranza ". Barbey d'Aurevilly, recensendo il volume propose a Huysmans il dilemma che aveva già proposto a Baudelaire dopo Les fteurs du Mal: a Dopo un simile libro all'autore non resta che scegliere tra un colpo di rivoltella e la Croce ".

Una tappa: Là-Bas. - Huysmans scelse la Croce, ma non subito. Per giungere a Dio passò per Satana. A Rebours è del 1884; nel 1891 esce Là-Bas, romanzo in cui Huysmans si personifica nel protagonista Durtal, che ritroveremo nelle opere successive, e in cui, con un abilissimo intreccio, studiava il satanismo dal medioevo ai nostri giorni, nelle sue manifestazioni più svariate, come lo spiritismo, i malefizi, le messe nere, ecc. Giunge a constatare scientificamente l'esistenza del soprannaturale diabolico, d'un soprannaturale certamente di poco valore, ma d'un soprannaturale tangibile. Ora credere al diavolo in certo modo significa già credere a Dio. In questo terreno così preparato, l'arte cristiana, meglio studiata e compresa che al tempo del Des Esseintes, sarà lo strumento della grazia. Huysmans, sempre col nome di Durtal, in un nuovo romanzo, En Route, comparso nel 1895, ci racconta come tre anni prima era ritornato alla fede.

Saint-Séverin e Saint-Sulpice. - " Durtal, dice Huysmans, era stato ricondotto alla religione dall'arte. Più che il disgusto della vita medesima, l'arte era stata la sua amante irresistibile, che lo aveva attirato verso Dio ". Lunghe visite ai musei, davanti alle tele dei primitivi: già in Là-Bas aveva scritto pagine ammirabili sulla crocefissione di Griinewald; soste prolungate a Saint-Séverin, la chiesa che gli sarà prediletta: " Si sentiva a casa sua solo là; credeva che se, alla fine voleva pregare per davvero doveva farlo in questa chiesa, e si diceva: qui c'è l'anima delle volte. È impossibile che le preghiere ardenti e i singulti disperati del Medioevo non abbiano impregnato per sempre questi pilastri e colorato questi muri; è impossibile che questa vigna dei dolori, dove un tempo i santi vendemmiarono i caldi grappoli delle lacrime, non abbia conservato di quei tempi ammirabili emanazioni che fortificano ed effluvi che sollecitano ancora l'onta dei peccati, la confessione dei piantil " Infine a San Sulpizio Huysmans ha la rivelazione della bellezza della liturgia cattolica: splendore della liturgia mortuaria, del Dies trae, " che fa vedere la terra atterrita davanti al Dio inflessibile, che minaccia di sconvolgere le acque, di fracassare i monti, di sventrare dal cielo a colpi di folgore gli oceani "; del De profundis, cantato da voci infantili, che all'ultimo versetto " si lacerano in un grido doloroso di seta, in un singulto affilato, tremulo, sulla parola eis, che resta sospesa nel vuoto... "; del Libera, durante il quale " il prete fa il giro del catafalco a grandi passi, lo irrora di perle d'acqua benedetta, l'incensa, offre riparo alla povera anima che piange, la consola, la prende vicino a sé, in certo modo la copre col suo piviale... "; sconvolgimento della Settimana Santa, con o l'incomparabile liturgia di quei giorni di lutto, con il dolore infinito della Passione, cosi nobilmente, così profondamente espresso negli Uffici delle Tenebre dalle lente salmodie, dal canto delle lamentazioni e dei salmi... ".

A che furore si abbandona Durtal davanti alle messe mondane di mezzogiorno, dove il canto gregoriano è sostituito da " marce da ghironda, da valzer di bettola, da arie per fuochi d'artifizio ", oppure vedendo le sepolture borghesi alla Maddalena, dove " si suona Messenet o Doibois, Beniamino Godard o Widor, o, peggio ancora, musica da caffè-concerto cantata dalle donne iscritte alle confraternite del Mese di Maggio ", con tutto l'atroce mobilio che ostentano le pompe funebri, " tutta una chincaglieria del tempo del primo impero, scolpita in rilievo di patere, di foglie d'acanto, di clessidre alate, di losanghe e di greche! " Come si sente più vicino a Dio nella povera cappella dei Francescani missionari di Via dell'Ebre, dov'è entrato casualmente il pomeriggio del Natale e dove sente " vespri intimi, in canto fermo, seguiti dai fedeli con fervore prodigioso, in un raccoglimento silenzioso e inaudito" e prende parte a una benedizione in cui, con sua grande vergogna, gli viene posto un cero in mano ed è pregato d'inginocchiarsi alla balaustra, e resta là, impietrito col cero che sgocciola, impacciato dalla posizione insolita e die lo fa, come dice egli stesso, " sudare d'angoscia ".

Dalle rue Monsieur alla Trappa. - Nel suo peregrinare per i santuari parigini, scopre soprattutto i Benedettini e quindi il gregoriano in tutta la sua purezza. Forse nella cappella di rue Monsieur, che per molti motivi sarà sempre cara a molti di noi, Huysmans ricevette gli ultimi colpi della grazia, a Saint-Séverin, Saint-Sulpice ora gli sembravano profane; si trovava di fronte a un canto secco, affilato e nervoso come quello dei primitivi; vedeva la rigidità ascetica della linea, la risonanza del suo colorito, sentiva il fragore del metallo martellato con l'arte barbara e incantevole dei gioielli gotici; sotto la veste pieghettata dei suoni sentiva palpitare l'anima nativa, l'amore ingenuo delle età ". Il lento lavoro della grazia, appoggiato all'arte e alla bellezza, sarà ben presto finito; superando le sue ultime ripugnanze ("bisognerà costringersi a un cumulo d'osservanze, piegarsi a una serie d'esercizi, andare a messa la domenica, osservare l'astinenza il venerdì... "), Huysmans va a trovare un sacerdote suo conoscente e che nel romanzo chiama abate Gevresin. Dopo mesi di lotta nell'uscire da una vestizione dei Benedettini, che lo ha sconvolto, l'abate gli strappa la promessa d'andare al più presto in una Trappa per un ritiro e per " il grande bucato ". Dalla Trappa d'Igny, nella Marne, dove va realmente, finalmente vinto, dove ha giorni angosciosi e deve subire violenti attacchi demoniaci, nel 1892 ritorna purificato, consolato, pacificato.

La sua opera e il suo influsso. - Ora metterà la sua arte di scrittore al servizio di Dio. Dapprima, in seguito a un lungo studio dell'architettura e della scultura nel Medioevo, particolarmente a Chartres, scriverà la Cathèdrale, il romanzo della simbolica medioevale; a Ligué, dove in seguito si stabilirà all'ombra dell'abazia dei Benedettini, ai quali si legherà come oblato e che lascerà soltanto nel momento in cui la fede lo costringerà ad espatriare, nascerà Yoblat, il romanzo della liturgia; più tardi, stabilitosi a Parigi, scriverà la Vie de Sainte Lydwine de Schiedam, il poema della sostituzione mistica, e le Foules de Lourdes, il poema dell'Immacolata, in cui si risveglierà la sua antica collera contro la laidezza e il cattivo gusto perché, egli dice, a Lourdes il demonio si prende la rivincita sulla Vergine. Infine questo cristiano ebbe una splendida fine: torturato da un cancro alla faccia, pronunciò eroicamente il suo fiat, rifiutò il sollievo della morfina, propostogli dai medici, e si spense in mezzo a sofferenze, atroci, privato anche dell'aiuto della comunione, che la sua bocca piena di pus non poteva più ricevere, ma nella serenità e nell'abbandono totale. Considerevole fu l'influsso di questo convertito del quale, a motivo del suo curioso itinerario, si disse che: "trovò Dio come potè, ma lo trovò". " L'architettura cristiana, il canto fermo della Chiesa, la sacra liturgia, scrive il Calvet, sono i soggetti che Huysmans ha introdotto a forza nella letteratura, proprio in nome dei principi naturalistici che fanno una legge allo scrittore di trattare tutto il reale; e questi temi egli impose con il prestigio d'un'arte che la conversione non aveva indebolito, ma che trova nel campo della fede la materia scelta, invano cercata tra le laidezze e le bassezze del mondo soggetto a Satana. Non è poco aver operato questa rivoluzione nel romanzo, e aver aperto agli scrittori della nostra generazione la via in cui molti si sono impegnati". Quest'arte cristiana, che lo ha ricondotto a Dio, Huysmans fece conoscere, ai suoi contemporanei; a molti diede il gusto della bellezza religiosa e dobbiamo considerarlo tra i principali artefici di quel movimento liturgico desiderato dal beato Pio X e appoggiato dai Benedettini, e che ai nostri giorni ha fatto progressi così magnifici.

CAPITOLO II. - IL SOLDATO CHE TROVA DIO: ERNESTO PSICHARI

II nipote di Renan. - " Era impossibile vivere più lontani da Cristo ", disse Giacomo Maritain di questo nipote di Renan, suo amico. Ernesto Psichari leggeva il Vangelo e i mistici cristiani, ma come dilettante, per trame pretesto alla letteratura. E in realtà, finiti gli studi, che cosa faceva se non sfiorare tutto, rifiutare qualsiasi disciplina, rigettare ogni regola? E proprio perché ben presto s'accorse che m questo modo non avrebbe prodotto nulla, ebbe il coraggio di imporsi la disciplina più rigida, facendo prima il suo servizio militare, poi, interamente preso dalla mistica del soldato restò nel deserto, fece due soggiorni in Mauritania, dal 1904 al 1908 come sottufficiale d'artiglieria coloniale, dal 1909 al 1912 come ufficiale.

Come il soldato Psichari sia ritornato a Dio lo ha raccontato egli stesso in due libri, Les voi" qui crient dans le dèsert, e Le voyage du Centurion, due opere che si completano, che anzi ne fanno una sola:'se il primo libro è un diario personale, nel secondo l'autore si personifica nel protagonista Massenzio, nome che gli conserveremo.

Alla conversione di Massenzio sembra abbiano contribuito tre fattori fondamentali: l'Africa, l'esercito e il compito storico del cristianesimo di fronte all'Islam.

Il deserto. - Prima l'Africa. Massenzio l'ama, e vi si sente a casa sua. " A lui, umile luogotenente degli eserciti della Repubblica, la patria aveva dato questo paese come un parco immenso, dove poteva divertirsi e annoiarsi, andare e venire a suo capriccio e fare a modo suo ". Soprattutto vi si sente migliore. Egli parla di " quella brezza vivificante, che esalta quanto di meglio c'è in noi "; di quel deserto, " dove occorre uno sguardo fermo sulla vita, uno sguardo puro, che va diritto davanti a sé, uno sguardo tutto franchezza, tutto chiarezza ". E poi " la Regola dell'Africa è il silenzio. Come il monaco nel chiostro tace, cosi il deserto nel manto bianco tace. Improvvisamente il giovane francese si piega alla stretta osservanza, ascolta pio le ore cadere nell'eternità che le inquadra, muore al mondo che lo ha deluso". Così l'Africa gl'impartisce una lezione di vita interiore.

Servitù e grandezza. - Nella solitudine del deserto Massenzio riflette sul suo mestiere di soldato. Già la sua prima campagna in Mauritania aveva ispirato a Psichari un'opera, L’Appel des Armes, dove egli mostra quale arricchimento l'anima può trarre dalla disciplina militare giudiziosamente applicata e compresa. " L'esercito, scrive di lui il Calvet, gli diede un vero tesoro morale... Nulla assomiglia a Servitude et grandeur militaires come L’Appel des Armes, ma Psichari supera i punti di vista di Vigny. Vigny opponeva servitù e grandezza, e cercava di consolare il soldato della sua servitù con la meditazione della sua grandezza; Psichari gli propone una meditazione più alta, la grandezza stessa della sua servitù, la sommissione all'ordine sovrano attraverso l'amore all'ordine sovrano. Questa concezione mistica della disciplina militare aveva un carattere nettamente religioso, e i termini di cui si serviva il giovane scrittore per esprimerla avrebbero potuto convenire anche alla disciplina cattolica ". In ogni caso Massenzio sarà cosi preparato in modo meraviglioso ad accettare quest'ultima disciplina e, come scrisse Paolo Bourget, k spingendo a fondo l'analisi del suo mestiere di soldato, il sognatore scoprirà in se stesso il cristiano ".

Di fronte all'Islam. - Ma costui è un soldato francese in terra africana. b Egli è l'inviato della potenza occidentale ", e come nota ancora Paolo Bourget nella sua Prefazione al Voyage du Centurion, in ogni coloniale ci dovrebbe essere qualcosa del crociato. " In fondo, dice Massenzio, nulla da fare; venti secoli di cristianesimo lo separano dai Mauri. Questa potenza, di cui porta la bandiera, è quella che ha ripreso le sabbie alla mezzaluna ed è quella che trascina l'immensa croce sulle sue spalle... I Mauri gli hanno fatto capire com'era pura e salubre l'aria cristiana che si respira in Francia ". Egli sente l'antagonismo fondamentale non delle due razze, ma delle due religioni, quella la quale proclama che " l'inchiostro dei saggi è più prezioso del sangue dei martiri ", e quella che esalta la virtù soprannaturale del sacrificio. " Il suo nome è per sempre legato al nome cristiano, e la sua fierezza davanti ai Mauri non è altro che fierezza cattolica ".

Improvvisamente si trova in certo modo costretto a confessare pubblicamente la fede religiosa, che non possiede ancora. La sua guida, Sidia, un giorno gli dice: a Io so che Issa è un grande profeta, ma che dite voi Nazzareni a suo riguardo? " (Issa è il nome arabo di Gesù Cristo). " Io esitai un minuto, dice Psichari, e risposi a Sidia: Amico mio, Issa non è un profeta, ma è veramente il Figlio di Dio... ". Ma eccolo arrestarsi con la gola serrata e gli occhi pieni di lacrime: " L'ammirabile storia era la mia? Avevo il diritto di farla mia, di confessare Gesù Cristo senza crederci? ". :

Da allora in poi soffrirà crudelmente per questa sua continua menzogna, del divorzio tra quello che è e quello che vuoi apparire, e il desiderio di Cristo non lo lascierà più. A contatto della vita religiosa dell'Islam, spinto da emulazione, prova il bisogno di studiare a fondo il cattolicesimo, che sente di rappresentare, bene o male che sia, in quelle terra; poiché a il viaggiatore cristiano in terra africana, checché faccia o voglia, è sempre Cristoforo con il suo lungo bastone, portante sulle sue spalle il Bambino con il globo e l'aureola di luce invisibile... ".

Il Centurione del Vangelo. - Cosi la meditazione di Massenzio diverrà necessariaménte religiosa; egli nella calma del deserto non sarà più un soldato che riflette sulla grandezza del suo mestiere, ma un cristiano che conversa con il suo Dio. L'ufficiale d'artiglieria coloniale è ora " come il centurione con dietro la sua centuria, che dice all'uno: Va, e quegli va; e all'altro: Vieni, e quegli viene ". Ora i suoi modelli saranno " quegli umili ufficiali delle coorti romane, che ogni tanto compaiono nel Vangelo, perché si manifesti la preferenza di Dio "; quello di cui il Signore proclama che " non ha affatto trovato in Israele una fede come la sua "; quello che ai piedi della croce confessa che " quest'uomo era veramente il Figlio di Dio "; e più tardi quel Cornelio che, " primo tra i gentili, ricevette lo Spirito Santo con la parola di Gesù Cristo ". Infine, comprendendo che non si combatte contro la misteriosa forza che s'è impadronita di lui e non lo lascierà più, finirà col cadere in ginocchio e dire " dolcemente, come un viandante molto stanco, alla fine del giorno: Mio Dio, io vi parlo, ascoltatemi. Abbiate pietà di me: Voi sapete che non mi hanno insegnato a pregare. Ma io vi dico, come vostro Figlio ci ha detto di dire, e come un tempo vi dissero i padri miei: Padre nostro, che sei nei deli... ".

Il viaggio del centurione Massenzio è terminato. Psichari rientra in Francia, ritorna al cattolicesimo, è accolto nel Terz'Ordine di San Domenico, e allora sembra avere solo più un pensiero: espiare l'apostasia del nonno, a riprendere il calice caduto dalle sue mani infedeli ", portare a termine la Messa che Renan non ha mai finito. Ma siamo nel 1914, e il 22 agosto il luogotenente Psichari cadeva davanti al nemico, e Paolo Claudel poteva far dire a uno dei bambini della sua Nuit de Noil; " Io vedo il nipote di Renan... È a terra, con le braccia in croce, con il cuore lacerato e la sua figura è come quella d'un angelo! Ha indosso il segno del gregge di San Domenico ".

CAPITOLO III. - IL FASCINO DELLA CHIESA

Abbiamo detto da principio che il fatto ossia la vita della Chiesa ha una parte preponderante nelle conversioni al cattolicesimo. Vogliamo ora raccogliere, nella loro parte essenziale, alcune testimonianze recenti dalle quali la cosa emerge in modo ancor più evidente che non dalle conversioni finora esaminate.

Un filosofo indiano: Chuni Mukeryi. - Sarebbe assai interessante studiare l'itinerario spirituale di un uomo di vasta cultura, come Chuni Mukeryi, che dall'induismo approda al cattolicesimo. Rompendo ogni legame con il bramanesimo ufficiale, egli dapprima si uni alla corrente Brahmo Somai, movimento teistico di riforma, al quale apparteneva anche il noto scrittore indiano Tagore.
Per mezzo degli anglicani unitari conobbe il cristianesimo e, finalmente, egli scrive, "il 24 aprile 1948, nella cappella di Crisnagar, feci la mia professione di fede e promisi fedeltà al Papa e alla Chiesa ". Ma noi ci limitammo al motivo della sua adesione al cattolicesimo.

" Che cosa mi indusse dunque, egli si chiede, a sottomettermi a Roma? La mia risposta potrebbe essere subito questa: il mirabile esempio dei missio-nari, padri, fratelli e suore; il meraviglioso ed incessante esempio di grandezza d'animo, che riscontriamo in tutto il mondo cattolico... L'abnegazione e la carità dei missionari cattolici, padri, fratelli e suore sono una prova vivente della verità della Chiesa cattolica. Sono convinto che proprio in grazia di questa sincerità ed onestà la Chiesa, malgrado le lotte e gli ostacoli, ha potuto resistere attraverso i secoli. La sua stupenda fraternità è unica nella storia dell'umanità, ed è alimentata dalla vita esemplare dei suoi preti, dei frati e delle suore ".

E parlando della sua fede nel Papato, scrive: " Quando ancora facevo parte della Chiesa anglicana, il reverendo George Hubback, metropolita anglicano per l'India, mi chiese se credevo nella supremazia del Papa. Gli confessai che ero arrivato a questa convinzione, effettivamente, ma per esclusione: l'anarchia spirituale che regnava nella Chiesa anglicana mi aveva costretto a credere nella supremazia che il Santo Padre pretende di avere. Sono ora più che mai convinto che è la fede nel Papato a tenere saldamente unita tutta la Chiesa cattolica. Questa fede è giustificata in pieno dalle testimonianze di secoli. Il Papato è la pietra angolare che sostiene il maestoso edificio della Chiesa romana; è il fondamento e la corona della Chiesa cattolica ". Cfr. B. Schafer, Hanno sentito la voce, Vita e Pensiero, Milano 1950, pp. 76-89.

Un figlio del confucianesimo: Lon-Tsen-Tsiang. - Insigne diplomatico e statista cinese, Lon-Tsen-Tsiang, arrivò alla vera Chiesa colpito dalla sua trascendenza, dalla sua fecondità in ogni opera di bene, e dalla sua capacità di comprendere e di salvare, elevandoli, tutti i veri valori umani e, nel caso, quelli del confucianesimo. Sentiamo qualche tratto della sua testimonianza.

" II punto di vista dal quale son partito io per arrivare alla Chiesa cattolica è quello dell'uomo di governo. In uno dei primi incontri avuti col mio maestro, Shu-King-Shen, la mia attenzione fu attratta dal fatto straordinario, unico al mondo, della Chiesa romana, di questo governo spirituale universale, la cui azione aveva conferito alla società europea una forza morale che tanto avrei desiderata al mio paese. Il maestro mi invitò a studiare da vicino la religione cristiana e, in modo particolare, la Chiesa cattolica, la quale essendo la più antica risale alle origini, e mi tracciò come programma di ricercarne la forza profonda allo scopo di procurare lo stesso prestigio anche alla Cina. Uomo d'azione alla ricerca del bene, ho dunque studiato il cattolicesimo partendo dal principio annunciato da Gesù Cristo stesso: conoscerete l'albero dai frutti... ".

"Il confucianesimo, che ha norme di vita morale profonde e benefiche, trova nella religione cristiana e nell'esistenza della Chiesa cattolica la più luminosa giustificazione di tutto ciò che esso possiede di umano e di immortale, e nello stesso tempo vi trovo quel complemento di luce e di potenza morale che risolve problemi innanzi ai quali i nostri saggi non hanno avuto l'umiltà di fermarsi, comprendendo che non sta all'uomo penetrare il mistero del Cielo, e che, venerando la provvidenza del Cielo, bisogna attendere che il Creatore stesso lo riveli.

Io vorrei dire ai miei compatrioti: leggete il Vangelo, gli Atti degli Apostoli, le Epistole; leggete la storia delle persecuzioni dei primi secoli della Chiesa e gli Atti dei suoi martiri; prendete tutte le pagine della storia della Chiesa, senza escludere quelle macchiate dalla debolezza di uomini che vissero in modo contrastante con la loro predicazione; prendete anche le pagine innumerevoli nelle quali la carità cristiana è stata dispensata e si dispensa con sollecitudine materna instancabile e spesso eroica. Fate la parte delle cose, la parte degli uomini e la parte di Dio, e voi concluderete che vi trovate di fronte a un fatto sociale assolutamente superiore, anzi unico. Allora forse voi porrete la domanda: II creatore si è rivelato?

La fede è un dono di Dio, ma l'atto di fede presuppone la conoscenza, l'investigazione. Osservate l'opera della Chiesa nelle coscienze e la sua fecondità nella vita familiare e sociale, civica e politica. Gesù Cristo disse ai suoi discepoli: Cercate innanzitutto il regno di Dio, e tutto vi sarà dato per soprappiù. Pesate questa parola: essa indica una strada sicura verso quella vetta di grandezza umana e di magnanimità che è l'ideale millenario del confucianesimo: pacificare l'universo.... ". Cfr. G. Rossi, Uomini incontro a Cristo, 1 ed. Assisi 1951, pp. 50-60.

Un medico materialista: Rodolfo M. Hynek. - Nato da famiglia cattolica a Kunstadt il 1S83, fatti gli studi universitari in un ambiente saturo di positivismo materialistico, divenne, com'egli scrive di sé, " un medico ateo, un vero homo animalis, che si fidava solo della ragione, dell'istinto, del progresso della materia ". Per motivi di studi visitò poi molti paesi stranieri e, a contatto di vari indirizzi di pensiero, si orientò dapprima verso lo spiritismo e la metapsichica. Di qui attraverso la lettura di S. Paolo che gli rivelò le " meraviglie del cristianesimo e del Corpo mistico di Cristo, la Chiesa ", per la consuetudine con persone eli forte orientamento spiritualista, aiutato dalla Storia di Cristo di Giovanni Papini, l’8 giugno 1925, ritornò ufficialmente alla Chiesa cattolica, che l'aveva rapito con la sua grandezza.

"La Maestà della Chiesa aveva colpito la mia attenzione e mi ispirava stupore e rispetto; non avevo mai riconosciuto la sua grandezza prima di aver imparato a vedere in Lei il corpo mistico di cui Cristo è Capo e Centro, la sorgente della vita e del pensiero cattolico, vivificata dalla comunione dei santi: Chiesa militante sulla terra, Chiesa purgante nel purgatorio e Chiesa trionfante nel cielo. Quale altra comunità religiosa può mostrarci un quadro cosi stupendo della sua struttura e della sua storia? Per mezzo dei sacramenti e della liturgia che sono una continua adorazione dell'unico vero Dio, la Chiesa non è soltanto santa, ma santificante. Che sia realmente cattolica ed universale l'ho potuto constatare io stesso nei miei viaggi in lutto il mondo. È cattolica anche nel senso che non solo vuole abbracciare tutti i popoli, ma anche tutti gli stati e tutte le classi. Tutti possono trovare in Lei la felicità e i mezzi di perfezione. Che sia poi apostolica, nessuno che conosca la storia di Roma lo potrà negare.

Fin dagli ultimi anni prima del mio ritorno alla Chiesa pensavo che qualche cosa doveva unire tra di loro e con Dio i fedeli che ricevevano gli stessi sacramenti. A poco a poco arrivai a capire che l'Eucarestia è il legame di questa comunità, il SS. Sacramento dell'altare dal quale si riversano nella Chiesa e nel mondo fiumi continui di vita soprannaturale e divina; il sacramento che racchiude in sé Cristo sorgente di vita, di luce, di amore. La santa Eucarestia è il dono più sublime di Dio sulla terra. Ho compreso anche che il Corpo di Cristo nascosto e realmente presente sotto le specie consacrate è il mezzo migliore, il più semplice, il più efficace, accessibile a chiunque per vivere intimamente e misticamente uniti al Signore ". Cfr. Schafer, Op. cit., pp. 149-160.

Un luterano socialista: Otto Jserland. - Nato a Berlino il 1898, da giovane cadde nell'indifferentismo " non solo verso la Chiesa ma verso qualsiasi credo religioso ". Per dare un contenuto alla sua vita abbracciò il socialismo a perché, egli scrive, ero convinto -che la soluzione del problema sociale fosse il grande compito del nostro tempo. Non mi tentavano le soluzioni del materialismo, ma mi pareva sufficiente, per dare un senso completo alla vita personale e sociale, un umanesimo fondato su una generica fede in Dio. Ma a poco a poco cominciai a rendermi conto che questo non poteva bastare. Si faceva strada in me oscuramente la sensazione che esiste un qualche cosa che il linguaggio cristiano chiama peccato e la cui realtà può spezzare una vita umana. Ma insieme vedevo sempre più chiaro che il socialismo religioso non aveva né solide basi, né la formula giusta per la soluzione della questione sociale ".

Ritornato al protestantesimo volle approfondirne le dottrine, ma incontrò non poche delusioni. " Conobbi dei teologi liberali che non ammettevano, o per lo meno scalzavano dalle sue basi la fede in Gesù Cristo figlio di Dio e Salvatore, colmandomi di sdegno e di tristezza. Ma fu con entusiasmo che cominciai a leggere la Lettera ai Romani di Carlo Barth, convinto di trovare in lui un alleato contro il liberalismo. Amara delusione anche questa. Cercavo un pensiero chiaro ed obbiettivo, e ho trovato invece uno spirito settario e violento che pareva voler ridurre il Vangelo a una costruzione polemica, da cui la rivelazione divina era stata sopraffatta. Insomma, vi sentivo il lavorio di uno spirito strano ed intelligente, il quale però non vuole piegarsi ad ascoltare la parola divina, ma se ne impossessa arditamente, e magari in nome di quella stessa umiltà che vuoi difendere la parola divina dalla prepotenza e dall'orgoglio dell'uomo. Non voglio pretendere di giudicare il valore teologico di questa opera; mi basta solo dire l'impressione che ho provato nel leggere la Lettera ai Romani. Se non ci fosse stata via di scelta tra il liberalismo e Carlo Barth, avrei dubitato della possibilità della teologia protestante ".

Cade a questo punto il suo primo incoraggiante incontro con i cattolici, nella città di Nagasaki in Giappone, dov'erasi recato come insegnante nella scuola superiore di commercio. Ritornato in Europa, si impiegò a Ginevra in una sezione del Consiglio internazionale delle missioni protestanti e si interessò vivamente al movimento ecumenico. Ciò gli diede la possibilità di venire a contatto con influenti personalità del mondo protestante e di comprendere sempre meglio l'instabilità dottrinale della Riforma. Cercando di chiarire a sè stesso la vera natura del cristianesimo lesse, tra l'altro, l'Essenza del cattolicesimo di Carlo Adam. Ne ebbe una salutare impressione, a Mi balzò subito agli occhi, egli scrive, una constatazione: tutto quello che ritenevo essenzialmente cristiano si trovava conservato in modo puro e totale nella Chiesa cattolica ". Un amico cattolico, Oskar Bauhofer, conosciuto attraverso il movimento ecumenico, lo aiutò a superare alcune difficoltà e a percepire la bellezza e la grandezza della Chiesa, in cui entrò nel 1935.

" Se il fascino che la Chiesa esercitava su di me era sempre più forte mancava però la spinta della Grazia per portarmi alla grande decisione. E la grazia la ricevetti ad Heidelberg. Le conferenze del sacerdote cattolico Giovanni Pinsk sul mondo sacramentale furono l'ultima preparazione. Mi resi conto della bellezza e dell'efficacia meravigliosa dei Sacramenti, il loro significato, la loro azione di grazia. Compresi che, istituiti da Gesù Cristo, essi sono simboli i quali operano veramente, nel piano spirituale ed in maniera soprannaturale, quello che stanno a significare. Per di più potei assistere a delle funzioni in cui la liturgia si svolgeva in tutta la sua perfezione. E venne infine anche il colloquio decisivo con un vecchio cappellano: storpio nelle membra, ma dal cuore elevatissimo, uomo di grande cultura e di estrema delicatezza, seppe far si che io avessi finalmente il coraggio di parlargli di ogni cosa e di decidere la mia strada.

Da quel momento tutto quello che mi era sembrato difficile e complicato divenne semplice e chiaro, colmandomi di felicità. Con profonda gioia lessi il piccolo catechismo scolastico e l'insegnamento della Chiesa mi sembrò una grande cattedrale di granito, in cui le pietre angolari sono gli immensi benefici portati dalla redenzione. Immensi e visibili benefici, meravigliosamente e intimamente legati tra loro in modo vitale. E niente da fare per la moderna malattia dell'intellettualismo: la ragione aveva sì la sua funzione, ma al servizio del soprannaturale. E cosi di ogni cosa: la natura umana deve servire ai due grandi fini: la glorificazione di Dio e la vita soprannaturale in Cristo. Come risplende la Chiesa, realtà di salvezza! La Chiesa die è fondata da Cristo riunisce tutti i credenti nel Corpo mistico di Cristo e nella sua opera di redenzione, applicando i meriti del Salvatore, e continua la sua opera per tutti i secoli a venire.

Finalmente potevo credere con l'anima esultante che Cristo rinnova ogni giorno nella Messa il sacrificio della Croce, potevo offrire a Dio insieme col sacerdote il sacrificio più alto ed unirvi le mie piccole offerte umane, potevo ricevere i frutti di questo sacrificio per me e per i miei cari, potevo unirmi intimamente con Lui nella comunione. Tutte cose che pur nella dottrina luterana, tra tante sovrastrutture, mi avevano attirato ed erano divenute ora la mia piena e splendente realtà ". Cfr. Schafer, Op. cit., pp. 13-26.

Un pastore episcopaliano: Paolo Van E. Thomson, - " Fui ministro della Chiesa episcopaliana protestante degli Stati Uniti d'America per nove anni. Alla vigilia dell'Anno Santo, nel settembre 1949, fui ricevuto nella Chiesa cattolica con mia moglie e i miei tre bambini". Nella narrazione del suo itinerario spirituale il Thomson spiega minutamente il motivo della sua conversione. Da essa stralciamo due passi significativi

" Un'altra esperienza mi fece vedere la illogicità della mia posizione. Per la prima volta in vita mia mi trovai per motivi di lavoro a contatto con la Chiesa Cattolica. Vissi con sacerdoti cattolici che mi divennero amici. Scoprii come nell'attività dei cattolici non vi era nessuna incertezza, nessun astrattismo; ma vi rifulgevano invece l'antica praticità romana e più ancora la forza vitale della Chiesa sempre giovane che sa servirsi di uomini di varie tendenze e di diverse possibilità per il raggiungimento dell'unico scopo: la salvezza delle anime.

Qui risaltava l'unità vivente, la pace universale, la sostanziale fraternità dei buoni e dei cattivi, figli di un Padre comune, unità che io avevo desiderato ardentemente, e che mai, con mio grande dolore, avevo trovato. Capii che l'unità della Chiesa Cattolica non consiste in statuti scritti o nell'efficenza di una potente organizzazione. Non si tratta di una unificazione che viene dall'esterno, ma dell'unità che viene da un corpo vivente. In quel Corpo il pensiero è uno: le credenze e la fede di uno sono le credenze e la fede di tutti. In quel Corpo il cuore è forte perché batte sotto l'impulso di un motore vivo che porta tutti i membri ad adorare Cristo Eucarestia, solleva i loro spiriti a chiedere l'amorevole intercessione della Madre di Dio e li considera fratelli dei santi nel Cielo. In quel Corpo la volontà è intrepida nell'accettazione del dovere per amor di Dio. E quando la malattia, in forma di peccato, affligge i membri di quel Corpo, il Sacramento della penitenza è pronto a sanarne le ferite. Questo Corpo dell'unità cattolica vede e agisce come il Corpo di Cristo descritto da San Paolo nella sua Lettera agli Efesini. Non avevo mai sperimentato, prima, tale organica unità, e questo accentuò in me il senso di disgregazione di quel mondo anglicano già così dolorosamente diviso...

Non so quando vidi la via chiara dentro di me, ma so che avvenne così. Era come se a volte Cristo mi parlasse come parlò a S. Tommaso Apostolo: "Guarda i segni del mio Corpo Mistico. Guarda l'unità della fede, guarda il suo costante insegnamento apostolico, la cattolicità della sua vita e dei suoi propositi, la sua abbondante soprannaturale santità che produce ancora oggi dei santi, che fa della sua casa la dimora di miracoli nella quale, ancora ai giorni nostri, la Madre Divina appare a Fatima a semplici bambini. Tendi le mani più vicino, mettile nella ferita che la recente persecuzione apre nel mio Corpo mistico. Vi sono i segni dei chiodi e della corona di spine. Non essere incredulo, ma pieno di fede".

Credetti e compresi tutto quello che avevo fatto prima, tutto quello che ho scritto sopra. Il mondo è teatro di divisione e di confusione, corrotto dal materialismo e dalla ferocia, lacerato dagli interessi, sviato da falsi ragionamenti. La Chiesa è invece una città unita, rinnovata e perfezionata dalla presenza dello Spirito Santo, maestra infallibile di verità, ferma sopra la pietra scelta e sostenuta dal suo Signore divino. La Chiesa Cattolica è il Tempio di Cristo, la Città santa sui cui baluardi sta scritto: una, santa, cattolica, apostolica; eretta contro quelle porte dell'Inferno, il male e la morte, che mai prevarrano contro di essa.

II Signore ha condotto me e i miei in quel Tempio. Qui abbiamo trovato il Cristo che tutti gli uomini cercano. Qui abbiamo sentito la potenza della grazia che egli ha concesso per intercessione della Madonna con la quale ripetiamo: "La mia anima magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore" " Cfr. G. Rossi, Op. cit, pp. 226-236.

C'è bisogno di concludere? I pochi convertiti, di cui abbiamo tracciato l'itinerario spirituale, sono abbastanza eloquenti per se stessi. Li abbiamo scelti volutamente facendoli venire dai punti più diversi possibile, con preoccupazioni molto diverse, temperamenti molto dissimili. Ma qualunque sia stata la via verso Roma, tutti hanno poi tenuto a testimoniare, non certo per una gloriola o per letteratura, ma per l'edificazione dei loro fratelli; tutti hanno mostrato, facendo un'opera apologetica di cui dobbiamo ringraziarli, che arricchimento aveva portato loro questo ritorno alla Santa Chiesa; hanno detto quello che vi hanno trovato: pace, gioia, libertà, espansione, certezza; essi firmerebbero volentieri e tutti quanti la frase con cui il romanziere inglese Baring nelle memorie (M. Baring, The puppet show of memory, Little et Broun, Boston 1923) segnala con brevità e semplicità magnifica la sua conversione e le conseguenze: "La vigilia della Candelora del 1909 io fui ricevuto nella Chiesa cattolica; è l'unica azione della mia vita che sono certo di non aver mai rimpianto ".

P. H. e N. B.

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