tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
Interesse
della testimonianza dei convertiti.
- Noi crediamo volentieri ai testimoni che
si lasciano uccidere; e per questo in apologetica
meritano un posto particolare i martiri che,
in punto di morte, confessano la loro fède
in Gesù Cristo. Ma perché non
dovremmo rivolgerci anche ad altri testimoni,
verso coloro che, magnifico esempio d'apologetica
vivente, dopo lunghe riflessioni sono entrati
o rientrati nella Chiesa cattolica, ritenendo
questa come l'unica capace di saziare la loro
fame spirituale, di calmare la loro inquietudine
religiosa, di dare loro la certezza? Lo studio
di questi itinerari verso Roma, grazie a Dio
cosi numerosi e diversi, è quanto ci
possa essere di più attraente e confortante.
Forse proprio la loro diversità li
rende interessanti, e si direbbe che la Provvidenza
abbia voluto dimostrare che le vie conducenti
alla Chiesa partono dai punti più diversi,
onde si comprenda die, da qualunque parte
si arrivi, nel cammino della verità
non s'incontreranno mai ostacoli insormontabili.
"
Ci sono mille e mille strade, scrive Ugo Benson,
convertito di cui parleremo, che conducono
alla Città. Uno sarà guidato
dal suono dell'organo, l'altro dal profumo
dell'incenso; uno se ne andrà tenendo
una Bibbia in mano; questi è uno storico,
quegli un mistico, il terzo un filantropo;
questi è il peccatore che implora il
perdono; quell'altro un uomo semplice che
vuoi essere illuminato; quello infine è
un santo che reclama l'unione con Dio: uno
è condotto dalla mano di sua madre,
l'altro si strappa agli amici per seguire
Cristo. Cosi se ne vanno, questi mille e mille,
seguendo ciascuno la propria strada, ciascuno
mosso da una potenza che gli resta misteriosa,
ma tutti finiscono con l'incontrarsi davanti
alla stessa porta, quella porta di cui si
parla nell'Apocalisse, che tutti devono varcare
e che è fatta d'una sola perla... ".
Citato da A. De La Gorce, R. H. Benson, prètte
et romancìer, Plon, Paris 1928.
La
conversione e il fatto della Chiesa.
- D'altronde perché stupirci di questa
magnifica molteplicità? Il Concilio
Vaticano ha parole che aprono l'orizzonte
sulle ricchezze delle ragioni di credere e
sulla varietà delle strade del ritorno.
Dopo aver detto come Dio, per rendere il nostro
assenso di fede conforme alla ragione, da
a questa, oltre gli aiuti interiori dello
Spirito Santo, prove esteriori della rivelazione,
cioè argomenti che consistono nei fatti
divini, e prima di tutto nei miracoli e nelle
profezie..., il Concilio accenna ai numerosi
e mirabili segni, disposti da Dio nella Chiesa,
per guidarci a constatare fino all'evidenza
la credibilità della fede cristiana.
I Padri del Concilio rilevano e precisano
alcuni di questi segni o motivi, desumendoli
dalla storia, dalla natura e dalle qualità
della Chiesa, che da sola è una testimonianza
irrefragabile della sua divina missione. (Denz.
1793-1794).
Vi
sono certamente conversioni subitanee e violente,
in cui sembra intervenire direttamente e quasi
instantaneamente la mano di Dio. Basta accennare
la conversione di San Paolo sulla via di Damasco
oppure, poiché la conversione non significa
soltanto il passaggio dal non credere alla
fede, la notte cruciale di Biagio Pascal il
lunedì 23 novembre 1654.
Più
vicino a noi, il 20 gennaio 1842, non abbiamo
forse la folgorante conversione d'Alfonso
Ratisbonne nella chiesa di Sant'Andrea delle
Fratte a Roma, dove l'israelita accompagna
un amico per una commissione in sacrestia,
e da questi, al ritorno, è trovato
in lacrime e sconvolto per la visione avuta
poco prima della Vergine Immacolata? E ancora
più recentemente, il giorno di Natale
1886 a Notre-Dame di Parigi, " vicino
al secondo pilastro dell'ingresso del coro,
dal lato destro della sacrestia ", Paolo
Claudel in un istante ha il cuore tocco e
crede; e Max Jacob, un altro israelita, il
7 ottobre 1909, nella sua camera di via Ravignan,
è condotto subitamente alla fede cattolica
di Cristo, che gli appare a coperto d'una
veste di seta gialla con paramenti bleu ".
Questi
però sono casi eccezionali. I convertiti
del nostro tempo d'ordinario sono stati attratti
a Dio dalla considerazione della Chiesa cattolica,
della sua storia, unità, bellezza,
fecondità passata o presente, dal suo
riflesso nella persona dei suoi santi o dei
suoi membri.
Alcuni
esempi di conversioni. - Come vedremo
dal rapido studio di alcuni casi particolari,
emergerà appunto la parte preponderante
avuta nelle conversioni dal fatto della Chiesa,
sia che un cuore inquieto, venendo da un'altra
religione, trovi finalmente nel cattolicesimo
il riposo che invano cercava altrove, sia
che l'esempio d'un santo, la lettura d'un'opera,
la familiarità con un cristiano sveglino
il desiderio di conoscere meglio questa Chiesa
intravista, sia ancora che un'anima presa
da un certo ideale filosofia), artistico,
umanitario, veda nella Chiesa romana il pieno
appagamento delle sue aspirazioni. Sembra
che qui potremo avere le più belle
lezioni d'apologetica e le più belle
testimonianze in favore della fede cattolica.
E poiché tali convertiti sono legione,
ci accontenteremo d'alcuni nomi, di cui cercheremo
di fissare l'itinerario, di rilevare le ragioni
che li hanno spinti alla conversione, di precisare
che cosa cercarono nella Chiesa e che cosa
ebbero la fortuna di trovare in essa.
PARTE
PRIMA - DEFICIENZE DEGLI AMBIENTI RELIGIOSI
IN CTO VIVEVANO I FUTURI CONVERTITI
CAPITOLO
I. - CARENZA DEL PROTESTANTESIMO: VON RUVILLE
Le
conversioni dei protestanti. - Forse
è difficile trovare molti esempi di
conversioni di luterani o di calvinisti alla
Chiesa romana, non perché siano scarsi
(sono anzi numerosi), ma perché la
maggior parte di questi convertiti aveva abbandonato
da lungo tempo qualsiasi pratica e perfino
ogni fede, tanto che si tratta d'un reale
passaggio dall'ateismo o dal razionalismo
al cattolicesimo, come, per citarne uno tra
molti, lo Stoddard che descrisse il suo itinerario
spirituale nel volume: Ricostruendo una fede
perduta, Milano 1928.
Ci
sono tuttavia persone sinceramente credenti,
che hanno sentito le deficienze del protestantesimo
e lo abbandonarono per la vera fede, come
il dottor Alberto von Ruville, professore
dell'Università di Halle, storico apprezzato
e autore d'un'importante opera su La Baviera
e il ristabilimento dell'impero tedesco e
di studi su Guglielmo Pitt. Le ragioni che
condussero al cattolicesimo (1909) questo
luterano a positivo, risoluto e rigido n,
meritanti la nostra attenzione, perché
illuminano in modo mirabile un difetto capitale
del protestantesimo. Il Ruville narrò
la sua conversione in un libro tradotto anche
in italiano: II mio ritomo, Fiorentina, Firenze
1911.
Von
Ruville e la natura della fede. -
Pieno d'ammirazione verso la persona di Cristo
(che conobbe dalla celebre opera di Harnack,
L'essenza del cristianesimo) e in possesso,
come dice egli stesso, della fede nel simbolo,
Alberto von Ruville non si sentiva più
completamente a suo agio, a Quello che mi
causava fastidio, egli dice, era di dover
riflettere tanto per avere una fede solida.
La mia restava, in sostanza, una fede di riflessione
". Il protestantesimo gli sembrava una
religione puramente intellettuale, in cui
predomina la riflessione: forse alcuni possono
inorgoglirsi e compiacersi d'una fede che
a loro pare avere un'essenza superiore e un
po' raffinata. Con lealtà e carità
egualmente grandi, von Ruville si dichiarava
insoddisfatto di questa costatazione, poiché
il suo pensiero correva subito alla massa,
alla povera gente, ai popoli ancor selvaggi
e incapaci d'una profonda riflessione, "
Questa massa incolta, questi popoli incivili
dovranno rimaner privi della vera convinzione
religiosa, delle benedizioni divine, fintanto
che l'istruzione non li abbia resi capaci
di comprenderne completamente il significato
e l'intima natura? Sarebbe evidentemente un
inconveniente gravissimo ". La vera fede
non può e non dev'essere l'appannaggio
di pochi. Eguale possibilità dev'essere
a data a tutti gli uomini per acquistare e
conservare la fede vera, solida e conforme
al simbolo apostolico ". In questo il
protestantesimo appare singolarmente deficiente,
e von Ruville cerca invano di liberarsi da
tali preoccupazioni che lo assediano. Quanto
al cattolicismo non si poteva affatto parlarne,
poiché egli era troppo imbevuto di
luteranesimo per accettare l'infallibilità
pontificia, la transustanziazione, il celibato
dei preti, senza parlare, naturalmente, delle
indulgenze (che conosceva solo da informazioni
tendenziose) e del culto alla Santissima Vergine,
che in buona fede credeva idolatrico.
Migliore
conoscenza del cattolicesimo. - Ma
i pregiudizi cadranno dopo l'altro. Von Ruville
come storico si mette a studiare prima il
papato:! Di fronte alla confusione dottrinale
imperante nella Chiesa protestante, confusione
che cancellava ogni confine tra protestantesimo
e paganesimo" arriva a comprendere la
necessità d’un punto d’appoggio che
"se pure esiste, può essere solo
il papato" e a riconoscere, senza possibilità
dì dubbio, gli speciali poteri che
Cristo affidò a Pietro. Poi lesse casualmente
un'opera di teologia cattolica del professore
austriaco Reinhold, e s'accorse che, fin dalla
sua giovinezza, era stato u istruito in modo
assolutamente falso sulla Chiesa cattolica.
Il quadro, egli dice, che ora mi veniva presentato,
era assolutamente diverso e, sotto certi aspetti,
proprio il contrario di ciò che m'ero
immaginato.
Tutto
era cosi sapiente, cosi profondamente pensato,
cosi logico! Caratteri questi che non avevo
mai trovato in tal grado nelle dottrine protestanti
propriamente dette, le quali, al confronto,
mi apparivano un pasticcio malaccorto,- in
cui i lineamenti migliori erano stati sacrificati.
Riconobbi che i maestri, i pastori e i teologi,
ai quali ero debitore della mia scienza, non
avevano capito nulla del cattolicesimo, e
tuttavia non esitavano a giudicarlo cattedraticamente
e perfino a colpirlo di frequenti sarcasmi
".
La
conversione. - Infine " il colpo
diretto, presto o tardi inevitabile ",
gli fu dato dalla lettura della Simbolica
di M6hler, che lo illuminò completamente
sulla transustanziazione, che gli restava
oscura. "Allora conobbi il miracolo misterioso
della santa Eucaristia, e credetti ".
Non c'erano più ostacoli, e il 6 marzo
1909 entrò nella Chiesa cattolica.
La
libertà nel protestantesimo...
- Trovò la libertà, te Eccomi
finalmente libero, gridai ". Potrà
sembrare strano, data la troppo frequente
abitudine di opporre l'intransigenza dottrinale
e morale del cattolicesimo al libero esame
e al libero culto dei protestanti; ma von
Ruville, in pagine interessantissime, denuncia
l'equivoco. " Verso i loro obblighi religiosi
i protestanti hanno la massima libertà,
ma in senso negativo. Non hanno bisogno d'andare
in chiesa, di partecipare alla Cena, di fare
preghiere; in sostanza non hanno nessun dovere
religioso da compiere, se non se lo impongono
da se stessi, o se non interviene la legge
civile... Invece dal lato positivo la libertà
è notevolmente ristretta. Il protestante
non può andare liberamente ogni giorno
in chiesa o quando gli piace, perché
essa, fuori del tempo stabilito, è
chiusa... È già molto se gli
permettono di partecipare alla Cena come egli
desidera, e per questo gli sono fissate scadenze
misurate con avarizia... Si considera sconveniente
che uno in chiesa si occupi d'altri esercizi
di devozione, che faccia preghiere che non
siano quelle della comunità, che s'inginocchi
davanti alle immagini o all'altare. Il protestante
non deve venerare le reliquie, nemmeno quelle
autentiche, per quanto siano pii i pensieri
che gli possono suggerire; non deve mai implorare
l'intercessione di persone sante, fossero
pure gli apostoli o la Santissima Vergine;
non deve fare voti, o fondare ordini basati
sui voti... È prima di tutto obbligato
ad astenersi da quanto viene considerato cattolico;
ed ecco spiegato perché il vero credente,
il cristiano entusiasta delle cose divine,
che vorrebbe accostarsi al suo Salvatore e
Maestro il più possibile, si sente
chiuso in una camicia di forza e aborrisce
questa perpetua tutela. A che gli serve dunque
la libertà inferiore, la libertà
dell'indifferenza, dell'inazione?... Egli
vuole agire, servire Dio, fare penitenza,
offrire sacrifici, proprio secondo l'uso comune;
ma questo nella Chiesa protestante gli è
proibito... ".
...e
nel cattolicesimo. - Invece, aggiunge
von Ruville, " nella Chiesa cattolica
avviene tutto il contrario. Sono state fissate
regole per la frequenza alla chiesa, la recezione
dei sacramenti, il modo di pregare e per molti
altri esercizi devoti. Se non vuole peccare,
il cattolico deve osservare tali prescrizioni
e quindiè soggetto a restrizioni dal
lato negativo. Perciò dal lato positivo
io godo d'una libertà quasi illimitata,
per quanto essa non viene sminuita da circostanze
locali sfavorevoli. Nessuno penserà,
nemmeno lontanamente, di criticare gli esercizi
di pietà che il cattolico compie in
chiesa; la casa di Dio gli è sempre
aperta,
tutti i giorni può assistere al santo
sacrificio della Messa... La comunione quotidiana
non è affatto considerata un'esagerazione,
anzi è desiderata e consigliata; ...il
cattolico può venerare le reliquie
e cosi fortificare la sua pietà; può
e deve rivolgersi a un santo o alla Madre
di Dio, per implorare la loro intercessione...
La Chiesa sanziona con gioia nuove forme liturgiche,
purché concordino con le sue dottrine
e spirino la vera fede... Ovunque la Chiesa
lascia germogliare, verdeggiare, fiorire le
piante, anche se talvolta hanno una fisionomia
un po' insolita e non giunge subito brandendo
le forbici potatoie. Che magnifica fioritura
d'ordini religiosi, con innegabili e potenti
effetti sulla Chiesa e sui popoli, nei tempi
antichi e moderni! La Chiesa li ha lasciati
sviluppare nella massima libertà...
". Cosi, conclude von Ruville, "
la libertà, nel vero senso della parola,
non è un bene riservato ai protestanti,
ma un bene che la Chiesa cattolica possiede
molto più largamente ".
Proprio
dunque per aver trovato nel protestantesimo
(assieme al molto di bello e di buono, che
egli realmente riconosce) " gravi difetti
", il dottor von Ruville, desideroso
di apportarvi un rimedio, giudicò possibile
un solo mezzo, k quello che s'esprime in quest'esortazione:
ritorno alla Chiesa".
Alcune
altre testimonianze. -Abbiamo uditala
testimonianza di von Ruville sulla carenza
del protestantesimo, ma la sua è una
voce tra mille. Citiamo qualche altro nome
celebre, limitandoci al secolo ventesimo.
Kund
Krog-Tonning, pastore luterano professore
all'Università di Christiania, entrato
nella Chiesa cattolica il 1900 e chiamato
il a Newman della Norvegia "; Sigrid
Undset, norvegese, romanziera di fama mondiale
e premio Nobel per la letteratura. Erik Peterson,
che attualmente insegna a Roma, discepolo
di Harnack, collega di Karl Barth a Bonn.
Egli è passato al cattolicesimo dopo
una lunga ricerca e personale elaborazione
della teologia, convinto che " senza
autorità dommatica non vi possa essere
Chiesa alcuna; anzi, ciò che è
ancor più grave, non potrà aver
luogo alcuna efficacia della Chiesa ".
P. Marchant, giurista e ministro della pubblica
istruzione d'Olanda, entrato nella Chiesa
il 21 dicembre 1984. Dalla narrazione del
suo itinerario spirituale emerge che egli
è pervenuto al cattolicesimo per la
via del ragionamento puro: e credo perché
rifletto ". Ragionando trovò,
anche lui, che Cristo non aveva scritto un
libro, ma fondato una Chiesa, depositaria
della buona novella; e la buona novella si
trovava intatta nel deposito della Chiesa
di Roma. A petto di essa stavano le confessioni
protestanti con le loro dottrine mutevoli
in sé e contraddittorie tra di loro,
tali da non poter soddisfare uno spirito bramoso
di una verità definita ed eterna, quale
non può non essere quella di Cristo.
<t L'imprecisione e la incomprensione diventano
pericolose" in teologia; e nei teologi
protestanti egli rilevava un procedere a tentoni,
tra mutamenti e oscurità. Di deduzione
in deduzione, anche il Marchant è arrivato
al punto da cui poi la grazia l'ha preso a
volo e portato nella pace della Verità.
CAPITOLO
II. - CARENZA DELL'ANGLICANESIMO: UGO BENSON
E ILARIO KNOX
Anglicanesimo
e anglo-cattolicesimo.
- In Gran Bretagna vediamo ogni giorno uomini
di prim'ordine rifare l'itinerario spirituale
del cardinal Newman.
Pur
sembrando, specialmente alle giovani generazioni,
che l'anglicanesimo sia solo una religione
ufficiale e tradizionale, un'istituzione tipicamente
britannica, come il thè e il cricket,
ci sono in esso molte anime realmente cristiane
e religiose, convinte d'essere nella verità
e d'appartenere alla Chiesa. Tuttavia alcune
di esse percepiscono fino all'evidenza le
deficienze di questa Chiesa n nazionale ",
e, spinte da un ardente desiderio di perfezione,
abbandonano l'anglicanesimo, e anche quello
che esse chiamano l'anglo-cattolicesimo, si
dichiarano incapaci di rimanere in questa
via media, che soddisfaceva Pusey e, alla
fine, giungono al termine obbligato di Roma.
Per le stesse ragioni vennero al cattolicesimo,
l'uno nel 1903 e l'altro nel 1917, Roberto
Ugo Benson e Ronaldo Ilario Knox, che noi
sceglieremo come esempi, senza però
separarli, prima di tutto perché le
loro strade sono quasi identiche, poi perché,
mentre Benson riconosceva che l'agente principale
della sua conversione era stata la lettura
di Newman, Knox dichiara d'aver ricevuto la
prima spinta dalla lettura d'un libro di Benson
(Cfr. R. H. Benson, Confession of a convert,
Long-mans, London 1913; trad. frane. Les confessions
d'un converti, Perrin, Parii 1918; R. H. Knox,
A spiritual Aeneid, Longmans, London 1919).
La
loro posizione di fronte a Roma...
- L'arcivescovo di Cantorbery Edward Benson
passeggiava un giorno con suo figlio Roberto
Ugo, nato nel 1871 e da poco diacono della
Chiesa anglicana, quando il giovane gli rivolse
questa brusca domanda: "I cattolici romani
fanno parte della Chiesa di Cristo? "
E il primate d'Inghilterra gli rispose che
secondo lui, k i cattolici romani avevano
peccato tanto gravemente nelle loro credenze,
da aver perduto il diritto d'appartenere al
corpo di Cristo ". Il dottor Knox, vescovo
di Man-Chester, vent'anni più tardi
avrebbe probabilmente risposto alla stessa
domanda in modo ancor più intransigente,
se il figlio Ronaldo Ilario, nato nel 1888,
gliel'avesse fatta.
...e
di fronte a Cantorbery. - Se i due
giovani avevano una posizione cosi netta verso
Roma (Benson giungeva a chiamare la Chiesa
cattolica la missione italiana), il loro giudizio
sull'anglicanesimo ufficiale non lo era molto
meno. Durante un viaggio in Egitto, Benson
medita sulla cappella anglicana che gli albergatori
britannici hanno fatto costruire a Luxsor
per i loro clienti. La cappella, egli dice,
non è altro che a una specie d'appendice
della vita europea importata da una determinata
nazione attraverso il mondo, un po' come un
tub di caucciù, per dare ai turisti
di questa nazione un sovrappiù di confort,
o per dare loro una sensazione di familiarità
". E Knox, divenuto pastore, nel 1913
farà un sermone che susciterà
scandalo, in cui, risalendo alle fonti dell'anglicanesimo,
dichiarerà die l'Inghilterra non ha
affatto motivo d'essere fiera della riforma
che ha creato due Chiese, scindendo la veste
senza cucitura, e inveirà contro la
regina Elisabetta in questi termini: "Solo
una donna poteva inventare il consolidamento
della Riforma, perché solo una donna
è capace di servirci una colazione
fredda con gli avanzi della cena calda del
giorno prima, di rammendare le calze anziché
comperarle nuove, di tagliare i calzoni del
marito per fare i calzoncini di suo figlio.
La Riforma d'Elisabetta fu una serie di accomodamenti,
di ripieghi e di tagli da cerimonia, non facendo
altro che ridurre a pezzi e brandelli la Chiesa
cattolica. Il risultato non doreva
essere né bello né ideale; era
tutto incerato e verniciato e stava unito
solo i forza di pezzi di spago, ma stava proprio
bene: ecco tutto ".
Fede
dei nostri padri. - Perciò
se l'anglicanesimo, come venne concepito dalla
Riforma, non può soddisfare, non sarà
il caso di cercare che cosa ci posta essere
di buono nella religione dell'Inghilterra
prima d'Enrico Vili e d'Elisabetta? Cosi pensa
Benson, che s'immerge nella lettura dei mistici
inglesi antichi, come Giuliana di Norwick
e Riccardo Rolle e che, intonando il canto
inglese della Fede dei nostri padri, dichiara
che per padri non intende né Cranmer,
né Latimer, né Ridley, o qualche
loro simile, ma i santi del Medioevo. Il suo
primo libro (Benson comincia a coltivare le
sue doti di scrittore), intitolato La luce
invisibile, una serie di racconti dove entrano
la mistica e il meraviglioso cristiano, pare
l'opera d'un cattolico, e un critico lo defini
o una gita sulla via di Roma, un addio alla
casa lasciata per sempre ". Quest'opera
nel Natale del 1903 stimolerà il giovane
Knox sulla via della conversione.
Cattolici
senza Roma. - Tuttavia ambedue intendono
rimanere membri della Chiesa d'Inghilterra
e, con il singolare compromesso di Pusey,
vogliono tentare d'infondere una nuova vita
all'anglicanesimo agonizzante, introducendo
cerimonie, pratiche, usi presi dal cattolicesimo;
entrambi si faranno adepti di quel ritualismo,
che è un miscuglio ibrido di due religioni,
dove si recitano il breviario e il rosario,
in cui si celebra una strana Messa in inglese,
si raccomanda la confessione, s'espone quello
che si crede il Santissimo Sacramento... illogismo
bizzarro che farà di essi, come dirà
Knox, dei " cattolici romani nella Chiesa
d'Inghilterra ", ai quali mancherà
proprio e soltanto d'essere cattolici.
Sempre
desideroso di far meglio, dopo la sua ordinazione
anglicana Benson si rivolgerà verso
una di quelle " comunità ",
assai numerose, con cui i ritualisti tentano
di copiare l'ideale monastico del cattolicesimo,
ed entrerà nella Casa della Resurrezione
a Mirfield (contea di York), fondata dal vescovo
Gore. Per cinque anni prende parte alla vita
di quei monaci, analoghi ai nostri missionari
diocesani, predicatori che a si propongono
di cattolicizzare l'Inghilterra con i sacramenti
". Knox, cappellano del Trinity College
(Cambridge), senz'abbracciare lui stesso il
monachesimo, frequenterà assiduo altre
comunità, come quella dei Padri di
Cowley, dove si cantano i salmi in inglese,
ma in gregoriano; quella dei Benedettini anglicani
di Caldy, che alcuni anni più tardi
si convertiranno in blocco al cattolicesimo,
e saranno ricevuti nella Chiesa da Dom Beda
Camm, un altro convertito. Cfr. Beda Camm,
De l'anglicunisme au monachisme, Desclée,
Paris 1930.
Intanto
nel loro spirito sorge un dubbio ostinato:
la Chiesa anglicana è apostolica? Il
divorzio da Roma non ha spezzato brutalmente
i legami che univano l'Inghilterra alla vera
tradizione religiosa? Assistendo alla prima
Messa anglicana di suo fratello, R. 1. Knox
esclama: "Noi eravamo stati educati assieme,
d eravamo conosciuti a Oxford, come accade
raramente tra fratelli. Per me avrebbe dovuto
essere la più grande felicità
vederlo prete, vederlo compiere per la prima
volta l'augusto mistero della nostra religione,
nella stessa chiesa, allo stesso altare dove
io, tre anni prima, avevo compiuto gli stessi
riti davanti a lui. E improvvisamente vidi
l'altra facciata del quadro. Se questo dubbio,
quest'ombra di scrupolo cresciuto nel mio
spirito, è legittimo, supposto che
sia legittimo, né lui né io
siamo preti, e questa non è una Messa,
e questa non è l'Ostia redentrice;
gli accessori della cerimonia, gli splendidi
paramenti, i fiori freschi appena sbocciati,
la misteriosa luce dei ceri sono soltanto
la montatura d'una falsa pietra. Siamo stati
presi al laccio, ingannati, traditi, pensando
che tutto questo valesse qualcosa. Avremmo
dunque lavorato sulla sabbia, avremmo combattuto
per un'Elena solo immaginaria, in tutti questi
anni di lotta. Durante l'angosciosa rivelazione
era così lontano da ogni santo pensiero,
che all'ultimo Vangelo sentii formularsi nel
mio spirito una maledizione contro Enrico
vili. E cosi andai a baciare la mano al novello
sacerdote... ". Anche Benson, egli pure
torturato dai dubbi, finisce col lasciare
la congregazione di Mirfield, s'immerge nella
lettura del Newman prima, poi nello studio
delle origini della Riforma d'Inghilterra,
e ne trae una serie di romanzi storici appassionati,
dove passano, in secondo piano, i grandi martiri
inglesi, San Tommaso More o il beato Giovanni
Campion, e si presentisce che alla testimonianza
dei martiri presto risponderà quella
del convertito.
L'unica
uscita. - Non ci stupiremo quindi
vedendo Benson abiurare (11 settembre 1903)
nelle mani d'un padre domenicano, e nemmeno
ci sorprenderà il sapere che, nel settembre
1917, R. I. Knox è partito per l'abbazia
benedettina di Farnborough per farvi un ritiro
e che ne esce cattolico. Quest'ultimo esprime
con un paragone l'impressione che provò,
dicendo che era come un uomo senza casa in
cerca d'un rifugio; scorgendo una casa era'
entrato nella rimessa della parte posteriore,
poi nelle dipendenze. Allora aveva cercato
d'aprire dall'esterno la porta per entrare
nell'interno della casa, la serratura aveva
funzionato, ma la porta era rimasta chiusa.
Infine aveva girato molte volte intorno all'edificio
e, all'ultimo momento, quando già lo
vincevano la fatica e lo sconforto, avvicinatosi
all'ingresso principale, s'era accorto che
la porta era sempre stata aperta e aveva avuto
la sensazione d'entrare in casa sua, nella
libertà e nella pace.
Proprio
quello che dirà Benson quando, domandandogli
un protestante. " Che cos'hai
trovato nel cattolicesimo di quanto non avevi
trovato nella religione abbandonata?",
rispose: "La pace assoluta dello spirito".
E in entrambi scoppia la gioia d'appartenere
non a una Chiesa che comunque siano la carità
e la santità di molti suoi membri,
è soltanto una setta nazionale, ma
a quella Chiesa universale che il figlio dell'arcivescovo
di Cantorbery, divenuto Mons. Benson, descriverà
in una magnifica visione : " Io vedo
una grande figura mistica distesa nel mondo.
La testa, coronata di spine, riposa a Roma;
il corpo è ferito, mutilato, spogliato
delle sue brillanti vesti, ma vivo, steso
per terra; le braccia ' e i piedi si spingono
attraverso i mari e i continenti; le dita
delicate cercano , anime fino in Cina; il
cuore palpitante comunica un sangue comune
di preghiera e di fede a tutte le nazioni,
unendole in una vita soprannaturale prima
sconosciuta all'universo... Talvolta... dalla
bocca dolorante esce una parola che calma
i clamori e risolve le discussioni. Quest'essere
immenso è vecchio di diciannove secoli;
le membra che da mille anni s'agitano nella
febbre, giacciono calme , sotto il controllo
d'un cervello infallibile, e il mondo, che
prende gusto a torturarle, si stupisce della
loro vitalità. Infatti i nemici non
hanno esaurito la loro malizia ed eccoli di
nuovo all'attacco. La grande figura mistica
ha trasalito tutta ' quanta, perché
tutto il corpo soffre alla sofferenza d'un
membro. Gli occhi stanchi si volgono al cielo
come per chiedere : "Per quanto tempo?"
e la risposta è l'eco di quelle parole
pronunciate in Galilea, che diedero vita a
quel corpo:
"Tu sei Pietro. Le porte dell'inferno
non prevarranno. Io a te darò le chiavi
del regno dei deli" ".
Altre
testimonianze. - La signora Sheila
Kaye-Smith, nota romanziera inglese, potrebbe
firmare queste righe, avendo un itinerario
spirituale simile a quello di Benson e di
Knox. Legata da molti vincoli all'anglo-cattolicesimo,
del quale nel 1925 scrisse un'apologià,
e che le offrì la trama di parecchi
romanzi, si rende ben presto conto delle sue
deficienze, vedendolo privo di santità,
di cattolicità, d'apostolicità;
nello stesso 1925 s'accorge d'aver cercato
" il cattolicesimo in un cattivo posto
", e attualmente, sottomessa a Roma e
ricordando il tempo in cui credeva di salvarsi
nell'anglo-cattolicesimo, scrive: a Mi sembra
ora che noi siamo una squadra di bambini che
piantano fiori nella sabbia, affondandovi
gambi raccolti nel giardino del vicino. Questi
fiori non hanno radici e non possono crescere
se non nel terreno da cui furono strappati.
Alla fine verrà il mare e li spazzerà
via tutti ".
Certamente
anche il grande scrittore Maurizio Baring
segui un itinerario analogo, ma non ha mai
raccontato la sua conversione. Con passi scelti
dalle sue opere, e specialmente da Cat's cradle,
uno dei suoi migliori romanzi, si potrà
tuttavia comprendere che anche lui ha cercato
la Realtà, l'Unità, l'Autorità,
la Profondità, e le ha trovate nella
Chiesa di Roma.
A
sua volta il Baring influì sulla conversione
di non pochi amici, tra i quali Gilbert Keith
Chesterton, il cui ritorno alla Chiesa cattolica,
nel 1922, ebbe risonanza mondiale. Con l'aria
paradossale con cui presentava lo svolgimento
logico del suo pensiero, Chesterton pose tra
i fattori della sua conversione " i principali
maestri del protestantesimo " inglese:
il decano Inge e il vescovo Henson. "
È evidente per me che una Chiesa, la
quale voglia agire con autorità, debba
essere in grado di dare una risposta alle
grandi questioni morali. Ora, posso io ammettere
il cannibalismo o l'assassinio dei neonati
per ridurre la popolazione o per consimili
riforme scientifiche o progressive? Una Chiesa
provvista di autorità di magistero
deve sapermi dire se si possa o no. Ma le
Chiese protestanti sono in un enorme disorientamento
di fronte a questioni, quali la limitazione
delle nascite, il divorzio, lo spiritismo...
Eccovi gente come il decano Inge che vien
fuori a bandire pubblicamente e perentoriamente
quella che io considero una frode meschina
e velenosa, la quale rasenta l'infanticidio.
So bene che ci sono, nella Chiesa anglicana
e in altre comunità protestanti, persone
le quali denunciano questi gravi vizi pagani
allo stesso modo che faccio io: e il vescovo
Gore ne parlerebbe con lo stesso sdegno del
Papa. Ma il guaio è che la Chiesa anglicana
non ne parla con quello sdegno Essa è
scissa nell'agire; e io non so che fare di
una Chiesa che non è militante e non
sa ordinare una battaglia, né sa combattere
e marciare in una direzione unica". Più
tardi ebbe a spiegare le cinque ragioni per
le quali si sarebbe convertito se non si fosse
dato il caso che convertito già era.
(Cfr. il suo volumetto La Chiesa cattolica
e la conversione, Morcelliana, Brescia 1953).
Pure
degne di nota, perché maturate dopo
lunghi studi e ricerche, le conversioni dello
storico Christopher Dawson, attualmente professore
ad Oxford, che scoperse nel cattolicesimo
la religione dei primordi cristiani, rimasta
immutata nei secoli; di Arnold Lunn, figlio
del moderatore della Chiesa metodista, come
Benson era figlio dell'arcivescovo di Cantorbery;
dei tre romanzieri Bruce Marshall, Evelyn
Waugh e Graham Green annoverati tra i più
grandi scrittori inglesi di oggi.
CAPITOLO
III. - CARENZA DELL'ATEISMO: ADOLFO RETTE
Dal
diavolo a Dio.
- Non abbiamo intenzione di descrivere minutamene
le peripezie del ritorno a D'io del poeta
Adolfo Rette, anche se la sua testimonianza
ci offre un bellissimo esempio della lotta
fra tre personaggi: l'uomo, l'angelo della
luce e l'angelo delle tenebre, che hanno per
posta l'anima dei paziente. Dal racconto biografico
(Dal diavolo a Dio, trad. it. Ediz. Paoline,
Albano, dove Rette narra la sua conversione,
vogliamo semplicemente rilevare un punto che
ci sembra capitale, e cioè la fenditura
nell'edificio ben ordinato del suo ateismo,
per là quale Dio cominciò a
infiltrarsi, per non dargli più riposo
fino alla resa definitiva.
Dunque
Rette, educato senza religione, frequentatore
di circoli letterali dove regna il più
completo amoralismo, dal punto di vista politico
era attratto dalle dottrine anarchiche e socialistiché
("l'innesto individualista sull'albero
del comunismo ") e, da quello filosofico,
da un miscuglio di paganesimo, di buddismo
e di panteismo, che gli facevano scoprire
" le sue divinità, particelle
della sostanza indefinita, sotto la scorza
delle querce e il fogliame dei faggi ",
rivolgere " preghiere alle betulle ",
considerare " la rugiada sui fiori d'oro
delle ginestre come un'acqua lustrale ".
Ma sotto le chimere era nascosto l'ateismo
totale e perfino l'odio violento contro ogni
religione, che da una parte si traduceva in
poesie blasfeme, dall'altra in conferenze,
articoli, dove aveva libero corso la sua "
rabbia antireligiosa ".
Una
domanda diretta. - Una sera del giugno
1903, a Fontainebleau, Rette conclude con
queste parole: "Guerra al capitalista,
guerra al soldato, guerra al prete ",
una conversazione tenuta ad operai nella sala
d'un caffè. Dopo la conferenza molti
ascoltatori lo attorniano per scambiare idee
e bere qualche bicchiere di birra, e un operaio
volge con molta semplicità e sincerità
il discorso alla questione nata nel suo spirito
dalla conversazione di Rette: Poiché,
come ha detto l'oratore, Dio non esiste e
il mondo s'è fatto senza di Lui, poiché
ora non si crede più a quanto la religione
insegnava sull'origine delle cose, quali sono
i dati della scienza su questo punto? a Spiegateci
in poche parole come tutto ebbe origine ".
L'unica
risposta possibile. - " Questa
specie d'intimazione, dice Rette, mi scosse
profondamente. Che cosa rispondere? Erano
li che attendevano, attenti e protesi, esprimendo
con gli occhi la speranza che io snocciolassi
loro gli articoli del Credo scientifico. Quelle
facce attente e protese mi mettevano in imbarazzo;
mi sentivo tormentato da gravi scrupoli...
perché non sono mai stato capace d'affermare
ciò che non conoscevo. Tuttavia poiché
il popolo è ghiottissimo di facondia,
mi sarebbe stato facile di soddisfare i miei
interlocutori, ma tanta buona fede di quella
brava gente mi commuoveva, e mi sarei pentito
da morirne, se li avessi ingannati... Ebbene,
dissi spinto dalla verità, la scienza
non può spiegare come il mondo ebbe
principio ". Gli operai, che attendevano
ben altro, rimasero male e Rette, molto umiliato,
dopo aver fatto un giro nel bosco, se ne tornò
a. casa con la testa piena di pensieri.
Messosi
a letto non riuscì a prender sonno,
e passò in rassegna le varie ipotesi
meccaniciste sull'origine del mondo, constatando
che sono tutte insufficienti e peccano da
qualche lato. Di quando in quando, come una
freccia, gli traversava il cervello l'idea:
se tuttavia Dio ci fosse? Ma tosto udiva scrosciare
dentro di sé un " orrido sogghigno
", e ripetendosi, suo malgrado, sì,
se tuttavia Dio ci fosse? s'addormentò
all'alba.
Come
scrive Mons. Chollet, " il dardo è
scagliato, è entrato nell'anima e vi
resterà. Quando i Romani volevano dichiarare
guerra a un popolo, mandavano alla frontiera
i sacerdoti feciali, che, pronunciavano ad
alta voce la dichiarazione di guerra, lanciavano
un giavellotto sul territorio nemico. Dio
ha gettato il suo giavellotto sul terreno
che vuoi conquistare, e che il demonio possiede
". La fenditura s'allargherà sempre
più; e dopo tre anni Rette sarà
cattolico.
CAPITOLO
IV. - CARENZA DEL SOCIALISMO: 1LLEMO CAMELLI
Un
ideale senza Dio.
- Rette irreligioso possedeva soltanto un
ideale in certo modo negativo e distruttore:
guerra al prete. In altri increduli troviamo
un ideale positivo, costruttivo, molto elevato
e degno di rispetto, fondato sull'amore all'umanità,
sulla pietà per la sofferenza, sulla
carità verso il bisogno. Però,
non poggiando su Dio che ignorano, per soddisfare
al loro desiderio d'apostolato si volgono
allora a una di quelle pseudosoluzioni della
questione sociale, di cui Leone XIII nella
Rerum Novarum ha denunciato i pericoli e le
deficienze, che si potrebbero benissimo illustrare
con il racconto della conversione di Camelli,
condotto dalla fede socialista a quella cristiana.
Cfr. I. Camelli, Dal socialismo al sacerdozio.
Queriniana, Brescia 1913.
Socialismo
rurale. - Siamo in Italia al principio
di questo secolo. Il ministro socialista Bissolati
sentendo, come Jaurès e più
tardi Lenin, le forze immense non ancora impiegate,
che si possono reclutare nei rurali, aveva
cominciato una vasta propaganda tra di loro,
e per organizzare la lega dei contadini non
c'era miglior aiuto del giovane militante
Illemo Camelli, " Per un intero autunno,
dice Camelli, girai di paese in paese, giorno
per giorno. Discorrevo con i contadini, spesso
seguendoli lungo i solchi dell'aratro che
s'aggiungevano l'uno accanto all'altro interminabilmente,
e passavo di campo in campo spargendo la mia
semente. Alla domenica, or nell'uno or nell'altro
paese, tenevo delle riunioni plenarie, e,
per mancanza di locali adatti o per timore
delle persecuzioni padronali, ci riunivamo
o in legnaie appartate o in basse soffitte,
curvi sotto il tetto, sporchi di polvere e
di ragnatele, discorrevamo sommessamente delle
cose nostre... Ben presto gl'iscritti alla
lega furono parecchie migliaia... L'entusiasmo
si comunicava, circolava, diventava spesso
forma di pazzia... la forma d'una follia...
Ogni mia passeggiata assumeva l'aspetto d'un
trionfo di cui ero orgoglioso, perché
non l'attribuivo a me personalmente, ma all'Idea
per cui mi sacrificavo ".
Cristo
e il socialismo. - In quest'atmosfera
ardente e veramente sitibonda d'ideale, che
cosa c'è dal punto di vista religioso?
Prima di tutto nulla, poiché Camelli
conosce Gesù Cristo solo attraverso
Renan. Ma un giorno compera una Bibbia da
un protestante girovago, e la lettura di San
Matteo lo colpisce molto vivamente, ma solo
perché tra le parole di Cristo e le
tesi socialiste trova una grande analogia,
che gli pare interessante. E allora Camelli
immagina la propaganda di Gesù, che
vedeva assiso sopra una collina all'ombra
degli olivi, parlare dolcemente della beatitudine
agli apostoli, che gli sedevano intorno, gustando
la vita nuova che s'insinuava nelle loro vene...
Gli sembra che le sue parole ricevessero un'efficacia
più profonda quando, anche lui seduto
all'ombra d'un albero, annuncia ai poveri
la sua gioia redentrice " Anch'io, anch'io
ho la mia buona novellai "
D'altronde
il cristianesimo, in certo modo, gli sembrava
una tappa verso il socialismo, e in quello
un tempo si diffuse nel mondo, anche questo
un giorno potrà regnare; " il
socialismo è quasi come la realizzazione
di quel sogno comunista, che brillò
ai primi cristiani ".
Disillusione.
- Ma purtroppo il bel sogno di bontà
e di fraternità, accarezzato da Camelli,
doveva presto crollare pezzo per pezzo. In
seguito a un grande sciopero rurale e alla
conseguente e magnifica vittoria politica,
" le organizzazioni dei contadini si
impinguarono di elementi malfidi ed eterogenei
", che entrarono nella lega solo per
opportunismo, e che " quasi sempre soverchiarono
gli antichi compagni di coscienza sicura ".
Con loro vennero le ambizioni, i favoritismi,
i sospetti e tutto l'arsenale degli odi politici.
Camelli aggiunge che appena il partito socialista
uscì dalla pura idealità e si
pose sul terreno pratico conobbe subito l'elemento
della sua degenerazione.
Alle
ardenti conferenze d'un tempo si sostituirono
chiacchiere senz'interesse, dove " le
male piante dei conferenzieri d'occasione
chiedevano applausi per la propria personale
ambizione "; alla stretta disciplina
degl'inizi, che " combatteva accanitamente
l'ubriachezza ", successe il rilassamento
dei costumi, assieme all'alcoolismo, al desiderio
di " godersela ". Tutto era mutato.
Ora ci si riuniva " nelle cantine sociali
", fondate un po' ovunque, " locali
bassi e stretti, dove l'aria puzzava orrendamente
di vino, di tabacco e d'altro ", e, ahimè,
non più " nei campi fioriti, in
cui la parola si cullava nello spirito emergente
delle cose circostanti, come in onda placida
"...
Ma
se nei capi del nuovo movimento Camelli vedeva
con orrore e tristezza passare in primo piano
l'ambizione politica, l'egoismo, la ricerca
del vantaggio materiale, fortunatamente rimaneva
la massa, k sempre schietta e onesta, credente
in una sostanziale elevazione delle cose del
mondo "; in essa pullulavano ancora "
i freschi entusiasmi, le generosità
piene, gli eroismi oscuri, le devozioni profonde
". Più ancora che nell'operaio
delle città, nei contadini trovava
quella freschezza di sentimenti che essi attingevano
nel contatto quotidiano con la natura. La
partita non era perduta, ed era ancora possibile
riprendere in mano quegli uomini rozzi e buoni,
prima che i profittatori della politica non
li avessero guastati. Ma come fare?
Camelli
riflette a lungo e gli parve possibile far
acquistare alle masse contadine una vera elevazione,
se egli fosse stato capace d'imprimere al
movimento socialista un carattere di religiosità
tutta propria.
Cristianesimo
prima di tutto. - La parola è
lanciata. Ecco, Camelli capisce che sopra
l'ideale socialista c'è quello religioso
e che invece di socializzare il cristianesimo,
come aveva pensato prima, occorre cristianizzare
il socialismo. Non indugeremo a raccontare
come il giovane Camelli ritornò allora
al Vangelo e come, con la generosità
abituale, si decise, non senza lotta, a farla
finita col vecchio partito e a seguire la
via che da quel giorno gli parve l'unica capace
di soddisfare le sue aspirazioni. Egli confessa
che molto tempo dopo aver lasciato l'ambiente
della sua giovinezza, volle ritornarci in
una circostanza in cui sapeva die avrebbe
ritrovato i compagni d'un tempo. Che spettacolo!
Sotto una volta bassa, che causava un senso
d'oppressione, fumo diffuso, soffocante e
aspro, tagliato da luci incerte, nelle quali
si muovevano figure umane, curve attorno a
tavoli scuri: questo era l'ambiente in cui
aveva creduto d'aver ragione di vivere, abbagliato
da un'illusione... S'avvicinò al tavolo
dove aveva scorto gli antichi compagni, che
gli cedettero il vecchio posto, dove si sedette.
Fu portata la minestra; e allora egli si alzò
e disse : " Vedete come faccio? "
e si tracciò un grande segno di croce...
Pensava che, dopo tutto, quelli erano stati
begli anni, d'amore romantico, in modo che,
partendo e stringendo a tutti la mano, era
commosso, perché diceva addio alla
giovinezza d'una generazione, all'ideale d'un'età
innamorata di sogni e di nuvole inconsistenti...
Ma
qualche anno più tardi il sacerdote
Illemo Camelli, professore al Seminario maggiore
di Cremona, non seguiva più sogni e
nuvole. Nel 1911 egli stesso mostrò
in poche righe e con chiarezza ammirabile
quello che aveva trovato nel cattolicesimo
e nel sacerdozio, superando, con tutto il
primato spirituale, l'ideale socialista della
sua giovinezza: " il nuovo Illemo, —
scrive egli stesso — si dirige ancora alle
case tetre e nere degli uomini, portando seco
il raggio puro del Sole. Non ai semplici bisogni
materiali, dove spesso s'annida la cupidigia
insaziabile che imbestialisce, egli porta
luce e calore benefico, ma a tutti i dolori,
a tutti i mali che pure colpiscono l'uomo
nel fisico, nel cuore e nell'intelletto. Egli
ha la parola veramente fraterna, perché
a tutti può mostrare il Padre comune,
che fa eguali gli uni agli altri. Tutti può
avviare verso l'Unità... Infine, egli,
con quanti seco lui avranno potuto varcare
l'abisso, sarà, lo spera, eternamente
vivo ne l'Amor che move il sole e l'altre
stelle, più innanzi di ogni sublime
ideale umano, di cui non sarà alcun
ricordo ".
CAPITOLO
V. - CARENZA DELL'IMMANENTISMO: M. F. SCIACCA
L'immanentismo
di stampo hegeliano è un po' il sostrato
di quella cultura moderna che pretende dare
un valore di positivo umanesimo alla negazione
della Trascendenza, cioè di Dio distinto
dal mondo. Siffatta cultura, detta comunemente
laica, ha talvolta la pretesa di essere un
superamento o inveramento del cristianesimo,
e si presenta quindi come una più alta
e più pura religione. Effettivamente
è una più raffinata radicale
negazione della religione di Cristo, e pertanto
assolutamente incapace di risolvere i problemi
della vita concreta dell'uomo. La carenza
della " religione " immanentista
è stata acutamente sentita da un filosofo
italiano, che dall'idealismo attualistico
approdò al cattolicesimo: Michele Federico
Sciacca. Egli narrò la sua conversione
nel volumetto: II mio itinerario a Cristo
(S.E.I., Torino 1944), di cui ci serviamo
largamente.
La
perdita della fede e i primi studi filosofici.
- " A quattordici anni avevo già
perduto completamente — e da qualche anno
— la fede cattolica dei miei genitori. Dicevo
di essere "ateo" e la parola aveva
per me una diabolica suggestione: mi sembrava
di accrescermi, di guadagnare in statura,
di essere libero, emancipato, "tutto
io", dicevo, come ancora ricordo. Ogni
qua! volta pronunciavo quella trista parola,
mi ergevo su me stesso, impettito e a testa
alta: naturalmente con tutto il ridicolo che
comportava un simile atteggiamento, ma il
ridicolo allora non lo vedevo. Dai dodici
anni circa fino ai trenta mi son tenuto lontano,
con spietata coerenza, dalla religione e dai
Sacramenti. Disimparai, in breve, tutte le
preghiere e se qualche volta negli anni senza
Amore di esse ho sentito il bisogno, è
stato più per un senso di rimpianto
e di nostalgia dell'infanzia, più per
un sentimentalismo romantico o romanticheggiante
(le famose preghiere ripetute, da bambini,
accanto alla mamma), che per un risveglio
o per un richiamo, per un bisogno di fede
e di religione. Tristissimo, per un fanciullo,
non saper più pregare; pericoloso per
un giovane, ardente di spirito e di sensi,
non aver fede. Ha molto inciso sulla mia vita
questa penosa e prolungata circostanza ed
è ancora oggi fonte di amarezza e motivo
di pentimento " (p 5-6).
Dotato
di una spiccata inclinazione per gli studi
filosofici, fin dal primo anno del liceo egli
si innamora di Piatone, " Da allora datano
sia l'amore per il mio Piatone, sia il primo
orientamento verso l'idealismo ". Due
anni dopo, il primo entusiastico incontro
con Kant e con Fichte segnò il suo
" decisivo orientamento verso l'idealismo
trascendentale ". Però "
permaneva sempre la mia riserva sul problema
morale. È stato il mio chiodo questo:
non essere mai riuscito a convincermi pienamente,
anche quando ero idealista, che l'idealismo
trascendentale possa fondare saldamente la
morale. Su questo chiodo ho sempre battuto
ed è stato il pungolo che mi ha spinto
fuori dal recinto magico dell'immanentismo
" (p. 12).
Durante
il primo anno di università, a Catania,
la lettura di D'Annunzio e di Nietzsche rinsaldarono
in lui il convincimento che il problema centrale
della filosofia è quello dell'uomo,
del singolo. " L'individualismo, il per
sonalismo dannunziano e nietzschiano contribuirono
a farmi porre fin d'allora in primo piano
il problema della persona. Era, dunque, sempre
il problema morale che teneva da signore il
dominio della mia mente " (p. 14). Alla
fine del primo anno di filosofia, lasciò
l'Università di Catania per quella
di Napoli ove si mise alla scuola dell'Aliotta.
Qui incontra le opere dei massimi esponenti
dell'idealismo italiano: Benedetto Croce e
Giovanni Gentile.
L'incontro
con le opere di B. Croce e di G. Gentile.
- " La lettura delle opere filosofiche
del Croce, tranne che per l'Estetica, fu una
delusione. Studiavo contemporaneamente la
Logica di Hegel (faceva parte del corso di
teoretica dell'anno) e, al paragone, la Logica
del Croce mi parve l'opera di un dilettante.
Ma quello che più mi urtava (e che
in seguito mi ha impedito di riconciliarmi
col Croce filosofo) è la disinvoltura
con cui l'autore tratta problemi gravi e complessi.
Pure apprezzando le sue doti di bello scrittore,
mi sembrava (e mi sembra ancora oggi) che
le attrattive dello stile vi siano apposta
per nascondere un pensiero superficiale. Addirittura
scostante mi risultò la Filosofia della
pratica, a eccezione di qualche pagina. Il
soggetto della morale, la persona umana, vi
è tradito. Croce mi apparve uno scrittore
privo di umanità. Fin d'allora mi resi
conto (leggevo anche i suoi lavori di critica
estetico-letteraria e di storia) dei suoi
grandi meriti nei confronti dei problemi metodologici
e della cultura, di cui il Croce è
indiscutibilmente un rinnovatore. Quel che
non riuscivo a vedere (e mai fino a oggi vi
sono riuscito) era il "filosofo".
Il letterato, il critico, lo storico li trovavo:
il filosofo, no. Non nel teorico dello storicismo,
che riduce la filosofia a metodologia della
storia, che nega l'esistenza di un problema
della verità perché non c'è
la verità, ma ci sono le verità
particolari, proprie di ogni epoca, che passano
per lasciar posto ad altre verità particolari
e cosi via; non nel polemista e nel postillatore,
che invitava e invita ancora a non occuparsi
più di filosofia, a non perdere tempo
con i problemi metafisici, che problemi non
sono, ma pseudo-problemi da acchiappa nuvole,
che non risparmia la sua ironia e a volte
lo scherno a chi ancora si occupa, per esempio,
del problema dell'essere. Mi convinsi die
nel Croce l'idealismo moderno non trova un
continuatore e un approfonditore dei suoi
problemi e che il vero Croce ha stretta parentela
con la mentalità empiristica e positivista.
D'accordo con questa, identifica la realtà
con i fatti (non naturali, è vero)
umani e quel che è peggio l'uomo stesso
con i suoi atti (dissolvimento della personalità),
nega la metafisica e con ciò stesso
la filosofia. Il positivismo, pensavo e penso,
ha ridotto la filosofia a metodologia delle
scienze, il Croce a metodologia della storia.
La differenza è innegabile e ha portato
come conseguenza una rivoluzione, rispetto
al positivismo, nel campo della cultura e
del metodo; ma, nei confronti della filosofia
crocismo e positivismo sono i negatori della
filosofia e dei suoi primi problemi... In
conclusione, dopo la lettura delle opere del
Croce, io ero convinto:
che
lo storicismo non interpreta né approfondisce
l'idealismo trascendentale e l'immanentismo;
anzi che non è una filosofia idealistica
in questo senso, per non dire che non è
una filosofia senz'altro (ma la morte e il
Mar Morto della filosofia), bensì un
insieme di norme metodologiche valevoli per
problemi di cultura; che i problemi
dell'idealismo trascendentale e immanentistico,
come di qualunque altra filosofia, sono di
ordine metafisico, a differenza di quanto
pensa il Croce;
e) che il soggetto della filosofia e il suo
primo problema resta la persona umana, a cui
va ricondotto ogni altro problema. Al contrario
il Croce nega la persona umana o almeno ha
di essa un senso molto affievolito.
Solo
da qualche anno mi sono convinto che anche
la metodologia crociana è molto discutibile.
Oggi, in Italia, sono numerosi i libri, di
marca crociana, di ricerca letteraria, di
storia civile e di storia della filosofia.
Alcuni di essi, o monografie o lavori d'insieme,
sono certo raccomandabili per il rigore del
metodo e per gli indiscutibili contributi
arrecati. Però si nota subito, in quasi
tutti, un'uniformità esasperante: potrebbero
essere (mi riferisco a quelli che trattano
apertamente di storia della filosofia), per
la massima parte, di uno stesso autore. Sono
quasi anonimi, impersonali. L'argomento non
è studiato perché all'autore
interessi studiarlo, perché gli chiarisca
i suoi spirituali problemi, ma come puro argomento
di studio, di cultura. Vi manca qualunque
partecipazione.
Lo
stesso autore potrebbe benissimo trattare
indifferentemente, di Pascal o di Spencer,
di Sant'Agostino o di Marx. Il suo interesse
non è filosofico, ma culturale, non
di ricerca che urge dentro e che s'indirizza
verso un autore perché portata dal
bisogno di incontrarsi con lui, ma di pura
curiosità storica. quasi esercizio
di applicazione di un metodo. Di un metodo,
se è cosi, come e così, che
tradisce il vero scopo per cui si fa storia
della filosofia, la quale è si ricerca
storica e filologica, ma è anche filosofia,
non nel senso di cambiare i connotati dell'autore
studiato per appiccicarvi la maschera dei
propri problemi, ma nell'altro di partecipare
ai problemi dell'autore ricercato. Ricercato
appunto, perché esigenze spirituali
e problemi nostri personali ci hanno spinto
a cercarlo, a studiarlo, a scegliere lui piuttosto
che un altro. Come la filosofia non può
identificarsi con la cultura, perché
sarebbe la morte della filosofia, così
la storia della filosofia non può identificarsi
con la