tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
Interesse
della testimonianza dei convertiti.
- Noi crediamo volentieri ai testimoni che
si lasciano uccidere; e per questo in apologetica
meritano un posto particolare i martiri che,
in punto di morte, confessano la loro fède
in Gesù Cristo. Ma perché non
dovremmo rivolgerci anche ad altri testimoni,
verso coloro che, magnifico esempio d'apologetica
vivente, dopo lunghe riflessioni sono entrati
o rientrati nella Chiesa cattolica, ritenendo
questa come l'unica capace di saziare la loro
fame spirituale, di calmare la loro inquietudine
religiosa, di dare loro la certezza? Lo studio
di questi itinerari verso Roma, grazie a Dio
cosi numerosi e diversi, è quanto ci
possa essere di più attraente e confortante.
Forse proprio la loro diversità li
rende interessanti, e si direbbe che la Provvidenza
abbia voluto dimostrare che le vie conducenti
alla Chiesa partono dai punti più diversi,
onde si comprenda die, da qualunque parte
si arrivi, nel cammino della verità
non s'incontreranno mai ostacoli insormontabili.
"
Ci sono mille e mille strade, scrive Ugo Benson,
convertito di cui parleremo, che conducono
alla Città. Uno sarà guidato
dal suono dell'organo, l'altro dal profumo
dell'incenso; uno se ne andrà tenendo
una Bibbia in mano; questi è uno storico,
quegli un mistico, il terzo un filantropo;
questi è il peccatore che implora il
perdono; quell'altro un uomo semplice che
vuoi essere illuminato; quello infine è
un santo che reclama l'unione con Dio: uno
è condotto dalla mano di sua madre,
l'altro si strappa agli amici per seguire
Cristo. Cosi se ne vanno, questi mille e mille,
seguendo ciascuno la propria strada, ciascuno
mosso da una potenza che gli resta misteriosa,
ma tutti finiscono con l'incontrarsi davanti
alla stessa porta, quella porta di cui si
parla nell'Apocalisse, che tutti devono varcare
e che è fatta d'una sola perla... ".
Citato da A. De La Gorce, R. H. Benson, prètte
et romancìer, Plon, Paris 1928.
La
conversione e il fatto della Chiesa.
- D'altronde perché stupirci di questa
magnifica molteplicità? Il Concilio
Vaticano ha parole che aprono l'orizzonte
sulle ricchezze delle ragioni di credere e
sulla varietà delle strade del ritorno.
Dopo aver detto come Dio, per rendere il nostro
assenso di fede conforme alla ragione, da
a questa, oltre gli aiuti interiori dello
Spirito Santo, prove esteriori della rivelazione,
cioè argomenti che consistono nei fatti
divini, e prima di tutto nei miracoli e nelle
profezie..., il Concilio accenna ai numerosi
e mirabili segni, disposti da Dio nella Chiesa,
per guidarci a constatare fino all'evidenza
la credibilità della fede cristiana.
I Padri del Concilio rilevano e precisano
alcuni di questi segni o motivi, desumendoli
dalla storia, dalla natura e dalle qualità
della Chiesa, che da sola è una testimonianza
irrefragabile della sua divina missione. (Denz.
1793-1794).
Vi
sono certamente conversioni subitanee e violente,
in cui sembra intervenire direttamente e quasi
instantaneamente la mano di Dio. Basta accennare
la conversione di San Paolo sulla via di Damasco
oppure, poiché la conversione non significa
soltanto il passaggio dal non credere alla
fede, la notte cruciale di Biagio Pascal il
lunedì 23 novembre 1654.
Più
vicino a noi, il 20 gennaio 1842, non abbiamo
forse la folgorante conversione d'Alfonso
Ratisbonne nella chiesa di Sant'Andrea delle
Fratte a Roma, dove l'israelita accompagna
un amico per una commissione in sacrestia,
e da questi, al ritorno, è trovato
in lacrime e sconvolto per la visione avuta
poco prima della Vergine Immacolata? E ancora
più recentemente, il giorno di Natale
1886 a Notre-Dame di Parigi, " vicino
al secondo pilastro dell'ingresso del coro,
dal lato destro della sacrestia ", Paolo
Claudel in un istante ha il cuore tocco e
crede; e Max Jacob, un altro israelita, il
7 ottobre 1909, nella sua camera di via Ravignan,
è condotto subitamente alla fede cattolica
di Cristo, che gli appare a coperto d'una
veste di seta gialla con paramenti bleu ".
Questi
però sono casi eccezionali. I convertiti
del nostro tempo d'ordinario sono stati attratti
a Dio dalla considerazione della Chiesa cattolica,
della sua storia, unità, bellezza,
fecondità passata o presente, dal suo
riflesso nella persona dei suoi santi o dei
suoi membri.
Alcuni
esempi di conversioni. - Come vedremo
dal rapido studio di alcuni casi particolari,
emergerà appunto la parte preponderante
avuta nelle conversioni dal fatto della Chiesa,
sia che un cuore inquieto, venendo da un'altra
religione, trovi finalmente nel cattolicesimo
il riposo che invano cercava altrove, sia
che l'esempio d'un santo, la lettura d'un'opera,
la familiarità con un cristiano sveglino
il desiderio di conoscere meglio questa Chiesa
intravista, sia ancora che un'anima presa
da un certo ideale filosofia), artistico,
umanitario, veda nella Chiesa romana il pieno
appagamento delle sue aspirazioni. Sembra
che qui potremo avere le più belle
lezioni d'apologetica e le più belle
testimonianze in favore della fede cattolica.
E poiché tali convertiti sono legione,
ci accontenteremo d'alcuni nomi, di cui cercheremo
di fissare l'itinerario, di rilevare le ragioni
che li hanno spinti alla conversione, di precisare
che cosa cercarono nella Chiesa e che cosa
ebbero la fortuna di trovare in essa.
PARTE
PRIMA - DEFICIENZE DEGLI AMBIENTI RELIGIOSI
IN CTO VIVEVANO I FUTURI CONVERTITI
CAPITOLO
I. - CARENZA DEL PROTESTANTESIMO: VON RUVILLE
Le
conversioni dei protestanti. - Forse
è difficile trovare molti esempi di
conversioni di luterani o di calvinisti alla
Chiesa romana, non perché siano scarsi
(sono anzi numerosi), ma perché la
maggior parte di questi convertiti aveva abbandonato
da lungo tempo qualsiasi pratica e perfino
ogni fede, tanto che si tratta d'un reale
passaggio dall'ateismo o dal razionalismo
al cattolicesimo, come, per citarne uno tra
molti, lo Stoddard che descrisse il suo itinerario
spirituale nel volume: Ricostruendo una fede
perduta, Milano 1928.
Ci
sono tuttavia persone sinceramente credenti,
che hanno sentito le deficienze del protestantesimo
e lo abbandonarono per la vera fede, come
il dottor Alberto von Ruville, professore
dell'Università di Halle, storico apprezzato
e autore d'un'importante opera su La Baviera
e il ristabilimento dell'impero tedesco e
di studi su Guglielmo Pitt. Le ragioni che
condussero al cattolicesimo (1909) questo
luterano a positivo, risoluto e rigido n,
meritanti la nostra attenzione, perché
illuminano in modo mirabile un difetto capitale
del protestantesimo. Il Ruville narrò
la sua conversione in un libro tradotto anche
in italiano: II mio ritomo, Fiorentina, Firenze
1911.
Von
Ruville e la natura della fede. -
Pieno d'ammirazione verso la persona di Cristo
(che conobbe dalla celebre opera di Harnack,
L'essenza del cristianesimo) e in possesso,
come dice egli stesso, della fede nel simbolo,
Alberto von Ruville non si sentiva più
completamente a suo agio, a Quello che mi
causava fastidio, egli dice, era di dover
riflettere tanto per avere una fede solida.
La mia restava, in sostanza, una fede di riflessione
". Il protestantesimo gli sembrava una
religione puramente intellettuale, in cui
predomina la riflessione: forse alcuni possono
inorgoglirsi e compiacersi d'una fede che
a loro pare avere un'essenza superiore e un
po' raffinata. Con lealtà e carità
egualmente grandi, von Ruville si dichiarava
insoddisfatto di questa costatazione, poiché
il suo pensiero correva subito alla massa,
alla povera gente, ai popoli ancor selvaggi
e incapaci d'una profonda riflessione, "
Questa massa incolta, questi popoli incivili
dovranno rimaner privi della vera convinzione
religiosa, delle benedizioni divine, fintanto
che l'istruzione non li abbia resi capaci
di comprenderne completamente il significato
e l'intima natura? Sarebbe evidentemente un
inconveniente gravissimo ". La vera fede
non può e non dev'essere l'appannaggio
di pochi. Eguale possibilità dev'essere
a data a tutti gli uomini per acquistare e
conservare la fede vera, solida e conforme
al simbolo apostolico ". In questo il
protestantesimo appare singolarmente deficiente,
e von Ruville cerca invano di liberarsi da
tali preoccupazioni che lo assediano. Quanto
al cattolicismo non si poteva affatto parlarne,
poiché egli era troppo imbevuto di
luteranesimo per accettare l'infallibilità
pontificia, la transustanziazione, il celibato
dei preti, senza parlare, naturalmente, delle
indulgenze (che conosceva solo da informazioni
tendenziose) e del culto alla Santissima Vergine,
che in buona fede credeva idolatrico.
Migliore
conoscenza del cattolicesimo. - Ma
i pregiudizi cadranno dopo l'altro. Von Ruville
come storico si mette a studiare prima il
papato:! Di fronte alla confusione dottrinale
imperante nella Chiesa protestante, confusione
che cancellava ogni confine tra protestantesimo
e paganesimo" arriva a comprendere la
necessità d’un punto d’appoggio che
"se pure esiste, può essere solo
il papato" e a riconoscere, senza possibilità
dì dubbio, gli speciali poteri che
Cristo affidò a Pietro. Poi lesse casualmente
un'opera di teologia cattolica del professore
austriaco Reinhold, e s'accorse che, fin dalla
sua giovinezza, era stato u istruito in modo
assolutamente falso sulla Chiesa cattolica.
Il quadro, egli dice, che ora mi veniva presentato,
era assolutamente diverso e, sotto certi aspetti,
proprio il contrario di ciò che m'ero
immaginato.
Tutto
era cosi sapiente, cosi profondamente pensato,
cosi logico! Caratteri questi che non avevo
mai trovato in tal grado nelle dottrine protestanti
propriamente dette, le quali, al confronto,
mi apparivano un pasticcio malaccorto,- in
cui i lineamenti migliori erano stati sacrificati.
Riconobbi che i maestri, i pastori e i teologi,
ai quali ero debitore della mia scienza, non
avevano capito nulla del cattolicesimo, e
tuttavia non esitavano a giudicarlo cattedraticamente
e perfino a colpirlo di frequenti sarcasmi
".
La
conversione. - Infine " il colpo
diretto, presto o tardi inevitabile ",
gli fu dato dalla lettura della Simbolica
di M6hler, che lo illuminò completamente
sulla transustanziazione, che gli restava
oscura. "Allora conobbi il miracolo misterioso
della santa Eucaristia, e credetti ".
Non c'erano più ostacoli, e il 6 marzo
1909 entrò nella Chiesa cattolica.
La
libertà nel protestantesimo...
- Trovò la libertà, te Eccomi
finalmente libero, gridai ". Potrà
sembrare strano, data la troppo frequente
abitudine di opporre l'intransigenza dottrinale
e morale del cattolicesimo al libero esame
e al libero culto dei protestanti; ma von
Ruville, in pagine interessantissime, denuncia
l'equivoco. " Verso i loro obblighi religiosi
i protestanti hanno la massima libertà,
ma in senso negativo. Non hanno bisogno d'andare
in chiesa, di partecipare alla Cena, di fare
preghiere; in sostanza non hanno nessun dovere
religioso da compiere, se non se lo impongono
da se stessi, o se non interviene la legge
civile... Invece dal lato positivo la libertà
è notevolmente ristretta. Il protestante
non può andare liberamente ogni giorno
in chiesa o quando gli piace, perché
essa, fuori del tempo stabilito, è
chiusa... È già molto se gli
permettono di partecipare alla Cena come egli
desidera, e per questo gli sono fissate scadenze
misurate con avarizia... Si considera sconveniente
che uno in chiesa si occupi d'altri esercizi
di devozione, che faccia preghiere che non
siano quelle della comunità, che s'inginocchi
davanti alle immagini o all'altare. Il protestante
non deve venerare le reliquie, nemmeno quelle
autentiche, per quanto siano pii i pensieri
che gli possono suggerire; non deve mai implorare
l'intercessione di persone sante, fossero
pure gli apostoli o la Santissima Vergine;
non deve fare voti, o fondare ordini basati
sui voti... È prima di tutto obbligato
ad astenersi da quanto viene considerato cattolico;
ed ecco spiegato perché il vero credente,
il cristiano entusiasta delle cose divine,
che vorrebbe accostarsi al suo Salvatore e
Maestro il più possibile, si sente
chiuso in una camicia di forza e aborrisce
questa perpetua tutela. A che gli serve dunque
la libertà inferiore, la libertà
dell'indifferenza, dell'inazione?... Egli
vuole agire, servire Dio, fare penitenza,
offrire sacrifici, proprio secondo l'uso comune;
ma questo nella Chiesa protestante gli è
proibito... ".
...e
nel cattolicesimo. - Invece, aggiunge
von Ruville, " nella Chiesa cattolica
avviene tutto il contrario. Sono state fissate
regole per la frequenza alla chiesa, la recezione
dei sacramenti, il modo di pregare e per molti
altri esercizi devoti. Se non vuole peccare,
il cattolico deve osservare tali prescrizioni
e quindiè soggetto a restrizioni dal
lato negativo. Perciò dal lato positivo
io godo d'una libertà quasi illimitata,
per quanto essa non viene sminuita da circostanze
locali sfavorevoli. Nessuno penserà,
nemmeno lontanamente, di criticare gli esercizi
di pietà che il cattolico compie in
chiesa; la casa di Dio gli è sempre
aperta,
tutti i giorni può assistere al santo
sacrificio della Messa... La comunione quotidiana
non è affatto considerata un'esagerazione,
anzi è desiderata e consigliata; ...il
cattolico può venerare le reliquie
e cosi fortificare la sua pietà; può
e deve rivolgersi a un santo o alla Madre
di Dio, per implorare la loro intercessione...
La Chiesa sanziona con gioia nuove forme liturgiche,
purché concordino con le sue dottrine
e spirino la vera fede... Ovunque la Chiesa
lascia germogliare, verdeggiare, fiorire le
piante, anche se talvolta hanno una fisionomia
un po' insolita e non giunge subito brandendo
le forbici potatoie. Che magnifica fioritura
d'ordini religiosi, con innegabili e potenti
effetti sulla Chiesa e sui popoli, nei tempi
antichi e moderni! La Chiesa li ha lasciati
sviluppare nella massima libertà...
". Cosi, conclude von Ruville, "
la libertà, nel vero senso della parola,
non è un bene riservato ai protestanti,
ma un bene che la Chiesa cattolica possiede
molto più largamente ".
Proprio
dunque per aver trovato nel protestantesimo
(assieme al molto di bello e di buono, che
egli realmente riconosce) " gravi difetti
", il dottor von Ruville, desideroso
di apportarvi un rimedio, giudicò possibile
un solo mezzo, k quello che s'esprime in quest'esortazione:
ritorno alla Chiesa".
Alcune
altre testimonianze. -Abbiamo uditala
testimonianza di von Ruville sulla carenza
del protestantesimo, ma la sua è una
voce tra mille. Citiamo qualche altro nome
celebre, limitandoci al secolo ventesimo.
Kund
Krog-Tonning, pastore luterano professore
all'Università di Christiania, entrato
nella Chiesa cattolica il 1900 e chiamato
il a Newman della Norvegia "; Sigrid
Undset, norvegese, romanziera di fama mondiale
e premio Nobel per la letteratura. Erik Peterson,
che attualmente insegna a Roma, discepolo
di Harnack, collega di Karl Barth a Bonn.
Egli è passato al cattolicesimo dopo
una lunga ricerca e personale elaborazione
della teologia, convinto che " senza
autorità dommatica non vi possa essere
Chiesa alcuna; anzi, ciò che è
ancor più grave, non potrà aver
luogo alcuna efficacia della Chiesa ".
P. Marchant, giurista e ministro della pubblica
istruzione d'Olanda, entrato nella Chiesa
il 21 dicembre 1984. Dalla narrazione del
suo itinerario spirituale emerge che egli
è pervenuto al cattolicesimo per la
via del ragionamento puro: e credo perché
rifletto ". Ragionando trovò,
anche lui, che Cristo non aveva scritto un
libro, ma fondato una Chiesa, depositaria
della buona novella; e la buona novella si
trovava intatta nel deposito della Chiesa
di Roma. A petto di essa stavano le confessioni
protestanti con le loro dottrine mutevoli
in sé e contraddittorie tra di loro,
tali da non poter soddisfare uno spirito bramoso
di una verità definita ed eterna, quale
non può non essere quella di Cristo.
<t L'imprecisione e la incomprensione diventano
pericolose" in teologia; e nei teologi
protestanti egli rilevava un procedere a tentoni,
tra mutamenti e oscurità. Di deduzione
in deduzione, anche il Marchant è arrivato
al punto da cui poi la grazia l'ha preso a
volo e portato nella pace della Verità.
CAPITOLO
II. - CARENZA DELL'ANGLICANESIMO: UGO BENSON
E ILARIO KNOX
Anglicanesimo
e anglo-cattolicesimo.
- In Gran Bretagna vediamo ogni giorno uomini
di prim'ordine rifare l'itinerario spirituale
del cardinal Newman.
Pur
sembrando, specialmente alle giovani generazioni,
che l'anglicanesimo sia solo una religione
ufficiale e tradizionale, un'istituzione tipicamente
britannica, come il thè e il cricket,
ci sono in esso molte anime realmente cristiane
e religiose, convinte d'essere nella verità
e d'appartenere alla Chiesa. Tuttavia alcune
di esse percepiscono fino all'evidenza le
deficienze di questa Chiesa n nazionale ",
e, spinte da un ardente desiderio di perfezione,
abbandonano l'anglicanesimo, e anche quello
che esse chiamano l'anglo-cattolicesimo, si
dichiarano incapaci di rimanere in questa
via media, che soddisfaceva Pusey e, alla
fine, giungono al termine obbligato di Roma.
Per le stesse ragioni vennero al cattolicesimo,
l'uno nel 1903 e l'altro nel 1917, Roberto
Ugo Benson e Ronaldo Ilario Knox, che noi
sceglieremo come esempi, senza però
separarli, prima di tutto perché le
loro strade sono quasi identiche, poi perché,
mentre Benson riconosceva che l'agente principale
della sua conversione era stata la lettura
di Newman, Knox dichiara d'aver ricevuto la
prima spinta dalla lettura d'un libro di Benson
(Cfr. R. H. Benson, Confession of a convert,
Long-mans, London 1913; trad. frane. Les confessions
d'un converti, Perrin, Parii 1918; R. H. Knox,
A spiritual Aeneid, Longmans, London 1919).
La
loro posizione di fronte a Roma...
- L'arcivescovo di Cantorbery Edward Benson
passeggiava un giorno con suo figlio Roberto
Ugo, nato nel 1871 e da poco diacono della
Chiesa anglicana, quando il giovane gli rivolse
questa brusca domanda: "I cattolici romani
fanno parte della Chiesa di Cristo? "
E il primate d'Inghilterra gli rispose che
secondo lui, k i cattolici romani avevano
peccato tanto gravemente nelle loro credenze,
da aver perduto il diritto d'appartenere al
corpo di Cristo ". Il dottor Knox, vescovo
di Man-Chester, vent'anni più tardi
avrebbe probabilmente risposto alla stessa
domanda in modo ancor più intransigente,
se il figlio Ronaldo Ilario, nato nel 1888,
gliel'avesse fatta.
...e
di fronte a Cantorbery. - Se i due
giovani avevano una posizione cosi netta verso
Roma (Benson giungeva a chiamare la Chiesa
cattolica la missione italiana), il loro giudizio
sull'anglicanesimo ufficiale non lo era molto
meno. Durante un viaggio in Egitto, Benson
medita sulla cappella anglicana che gli albergatori
britannici hanno fatto costruire a Luxsor
per i loro clienti. La cappella, egli dice,
non è altro che a una specie d'appendice
della vita europea importata da una determinata
nazione attraverso il mondo, un po' come un
tub di caucciù, per dare ai turisti
di questa nazione un sovrappiù di confort,
o per dare loro una sensazione di familiarità
". E Knox, divenuto pastore, nel 1913
farà un sermone che susciterà
scandalo, in cui, risalendo alle fonti dell'anglicanesimo,
dichiarerà die l'Inghilterra non ha
affatto motivo d'essere fiera della riforma
che ha creato due Chiese, scindendo la veste
senza cucitura, e inveirà contro la
regina Elisabetta in questi termini: "Solo
una donna poteva inventare il consolidamento
della Riforma, perché solo una donna
è capace di servirci una colazione
fredda con gli avanzi della cena calda del
giorno prima, di rammendare le calze anziché
comperarle nuove, di tagliare i calzoni del
marito per fare i calzoncini di suo figlio.
La Riforma d'Elisabetta fu una serie di accomodamenti,
di ripieghi e di tagli da cerimonia, non facendo
altro che ridurre a pezzi e brandelli la Chiesa
cattolica. Il risultato non doreva
essere né bello né ideale; era
tutto incerato e verniciato e stava unito
solo i forza di pezzi di spago, ma stava proprio
bene: ecco tutto ".
Fede
dei nostri padri. - Perciò
se l'anglicanesimo, come venne concepito dalla
Riforma, non può soddisfare, non sarà
il caso di cercare che cosa ci posta essere
di buono nella religione dell'Inghilterra
prima d'Enrico Vili e d'Elisabetta? Cosi pensa
Benson, che s'immerge nella lettura dei mistici
inglesi antichi, come Giuliana di Norwick
e Riccardo Rolle e che, intonando il canto
inglese della Fede dei nostri padri, dichiara
che per padri non intende né Cranmer,
né Latimer, né Ridley, o qualche
loro simile, ma i santi del Medioevo. Il suo
primo libro (Benson comincia a coltivare le
sue doti di scrittore), intitolato La luce
invisibile, una serie di racconti dove entrano
la mistica e il meraviglioso cristiano, pare
l'opera d'un cattolico, e un critico lo defini
o una gita sulla via di Roma, un addio alla
casa lasciata per sempre ". Quest'opera
nel Natale del 1903 stimolerà il giovane
Knox sulla via della conversione.
Cattolici
senza Roma. - Tuttavia ambedue intendono
rimanere membri della Chiesa d'Inghilterra
e, con il singolare compromesso di Pusey,
vogliono tentare d'infondere una nuova vita
all'anglicanesimo agonizzante, introducendo
cerimonie, pratiche, usi presi dal cattolicesimo;
entrambi si faranno adepti di quel ritualismo,
che è un miscuglio ibrido di due religioni,
dove si recitano il breviario e il rosario,
in cui si celebra una strana Messa in inglese,
si raccomanda la confessione, s'espone quello
che si crede il Santissimo Sacramento... illogismo
bizzarro che farà di essi, come dirà
Knox, dei " cattolici romani nella Chiesa
d'Inghilterra ", ai quali mancherà
proprio e soltanto d'essere cattolici.
Sempre
desideroso di far meglio, dopo la sua ordinazione
anglicana Benson si rivolgerà verso
una di quelle " comunità ",
assai numerose, con cui i ritualisti tentano
di copiare l'ideale monastico del cattolicesimo,
ed entrerà nella Casa della Resurrezione
a Mirfield (contea di York), fondata dal vescovo
Gore. Per cinque anni prende parte alla vita
di quei monaci, analoghi ai nostri missionari
diocesani, predicatori che a si propongono
di cattolicizzare l'Inghilterra con i sacramenti
". Knox, cappellano del Trinity College
(Cambridge), senz'abbracciare lui stesso il
monachesimo, frequenterà assiduo altre
comunità, come quella dei Padri di
Cowley, dove si cantano i salmi in inglese,
ma in gregoriano; quella dei Benedettini anglicani
di Caldy, che alcuni anni più tardi
si convertiranno in blocco al cattolicesimo,
e saranno ricevuti nella Chiesa da Dom Beda
Camm, un altro convertito. Cfr. Beda Camm,
De l'anglicunisme au monachisme, Desclée,
Paris 1930.
Intanto
nel loro spirito sorge un dubbio ostinato:
la Chiesa anglicana è apostolica? Il
divorzio da Roma non ha spezzato brutalmente
i legami che univano l'Inghilterra alla vera
tradizione religiosa? Assistendo alla prima
Messa anglicana di suo fratello, R. 1. Knox
esclama: "Noi eravamo stati educati assieme,
d eravamo conosciuti a Oxford, come accade
raramente tra fratelli. Per me avrebbe dovuto
essere la più grande felicità
vederlo prete, vederlo compiere per la prima
volta l'augusto mistero della nostra religione,
nella stessa chiesa, allo stesso altare dove
io, tre anni prima, avevo compiuto gli stessi
riti davanti a lui. E improvvisamente vidi
l'altra facciata del quadro. Se questo dubbio,
quest'ombra di scrupolo cresciuto nel mio
spirito, è legittimo, supposto che
sia legittimo, né lui né io
siamo preti, e questa non è una Messa,
e questa non è l'Ostia redentrice;
gli accessori della cerimonia, gli splendidi
paramenti, i fiori freschi appena sbocciati,
la misteriosa luce dei ceri sono soltanto
la montatura d'una falsa pietra. Siamo stati
presi al laccio, ingannati, traditi, pensando
che tutto questo valesse qualcosa. Avremmo
dunque lavorato sulla sabbia, avremmo combattuto
per un'Elena solo immaginaria, in tutti questi
anni di lotta. Durante l'angosciosa rivelazione
era così lontano da ogni santo pensiero,
che all'ultimo Vangelo sentii formularsi nel
mio spirito una maledizione contro Enrico
vili. E cosi andai a baciare la mano al novello
sacerdote... ". Anche Benson, egli pure
torturato dai dubbi, finisce col lasciare
la congregazione di Mirfield, s'immerge nella
lettura del Newman prima, poi nello studio
delle origini della Riforma d'Inghilterra,
e ne trae una serie di romanzi storici appassionati,
dove passano, in secondo piano, i grandi martiri
inglesi, San Tommaso More o il beato Giovanni
Campion, e si presentisce che alla testimonianza
dei martiri presto risponderà quella
del convertito.
L'unica
uscita. - Non ci stupiremo quindi
vedendo Benson abiurare (11 settembre 1903)
nelle mani d'un padre domenicano, e nemmeno
ci sorprenderà il sapere che, nel settembre
1917, R. I. Knox è partito per l'abbazia
benedettina di Farnborough per farvi un ritiro
e che ne esce cattolico. Quest'ultimo esprime
con un paragone l'impressione che provò,
dicendo che era come un uomo senza casa in
cerca d'un rifugio; scorgendo una casa era'
entrato nella rimessa della parte posteriore,
poi nelle dipendenze. Allora aveva cercato
d'aprire dall'esterno la porta per entrare
nell'interno della casa, la serratura aveva
funzionato, ma la porta era rimasta chiusa.
Infine aveva girato molte volte intorno all'edificio
e, all'ultimo momento, quando già lo
vincevano la fatica e lo sconforto, avvicinatosi
all'ingresso principale, s'era accorto che
la porta era sempre stata aperta e aveva avuto
la sensazione d'entrare in casa sua, nella
libertà e nella pace.
Proprio
quello che dirà Benson quando, domandandogli
un protestante. " Che cos'hai
trovato nel cattolicesimo di quanto non avevi
trovato nella religione abbandonata?",
rispose: "La pace assoluta dello spirito".
E in entrambi scoppia la gioia d'appartenere
non a una Chiesa che comunque siano la carità
e la santità di molti suoi membri,
è soltanto una setta nazionale, ma
a quella Chiesa universale che il figlio dell'arcivescovo
di Cantorbery, divenuto Mons. Benson, descriverà
in una magnifica visione : " Io vedo
una grande figura mistica distesa nel mondo.
La testa, coronata di spine, riposa a Roma;
il corpo è ferito, mutilato, spogliato
delle sue brillanti vesti, ma vivo, steso
per terra; le braccia ' e i piedi si spingono
attraverso i mari e i continenti; le dita
delicate cercano , anime fino in Cina; il
cuore palpitante comunica un sangue comune
di preghiera e di fede a tutte le nazioni,
unendole in una vita soprannaturale prima
sconosciuta all'universo... Talvolta... dalla
bocca dolorante esce una parola che calma
i clamori e risolve le discussioni. Quest'essere
immenso è vecchio di diciannove secoli;
le membra che da mille anni s'agitano nella
febbre, giacciono calme , sotto il controllo
d'un cervello infallibile, e il mondo, che
prende gusto a torturarle, si stupisce della
loro vitalità. Infatti i nemici non
hanno esaurito la loro malizia ed eccoli di
nuovo all'attacco. La grande figura mistica
ha trasalito tutta ' quanta, perché
tutto il corpo soffre alla sofferenza d'un
membro. Gli occhi stanchi si volgono al cielo
come per chiedere : "Per quanto tempo?"
e la risposta è l'eco di quelle parole
pronunciate in Galilea, che diedero vita a
quel corpo:
"Tu sei Pietro. Le porte dell'inferno
non prevarranno. Io a te darò le chiavi
del regno dei deli" ".
Altre
testimonianze. - La signora Sheila
Kaye-Smith, nota romanziera inglese, potrebbe
firmare queste righe, avendo un itinerario
spirituale simile a quello di Benson e di
Knox. Legata da molti vincoli all'anglo-cattolicesimo,
del quale nel 1925 scrisse un'apologià,
e che le offrì la trama di parecchi
romanzi, si rende ben presto conto delle sue
deficienze, vedendolo privo di santità,
di cattolicità, d'apostolicità;
nello stesso 1925 s'accorge d'aver cercato
" il cattolicesimo in un cattivo posto
", e attualmente, sottomessa a Roma e
ricordando il tempo in cui credeva di salvarsi
nell'anglo-cattolicesimo, scrive: a Mi sembra
ora che noi siamo una squadra di bambini che
piantano fiori nella sabbia, affondandovi
gambi raccolti nel giardino del vicino. Questi
fiori non hanno radici e non possono crescere
se non nel terreno da cui furono strappati.
Alla fine verrà il mare e li spazzerà
via tutti ".
Certamente
anche il grande scrittore Maurizio Baring
segui un itinerario analogo, ma non ha mai
raccontato la sua conversione. Con passi scelti
dalle sue opere, e specialmente da Cat's cradle,
uno dei suoi migliori romanzi, si potrà
tuttavia comprendere che anche lui ha cercato
la Realtà, l'Unità, l'Autorità,
la Profondità, e le ha trovate nella
Chiesa di Roma.
A
sua volta il Baring influì sulla conversione
di non pochi amici, tra i quali Gilbert Keith
Chesterton, il cui ritorno alla Chiesa cattolica,
nel 1922, ebbe risonanza mondiale. Con l'aria
paradossale con cui presentava lo svolgimento
logico del suo pensiero, Chesterton pose tra
i fattori della sua conversione " i principali
maestri del protestantesimo " inglese:
il decano Inge e il vescovo Henson. "
È evidente per me che una Chiesa, la
quale voglia agire con autorità, debba
essere in grado di dare una risposta alle
grandi questioni morali. Ora, posso io ammettere
il cannibalismo o l'assassinio dei neonati
per ridurre la popolazione o per consimili
riforme scientifiche o progressive? Una Chiesa
provvista di autorità di magistero
deve sapermi dire se si possa o no. Ma le
Chiese protestanti sono in un enorme disorientamento
di fronte a questioni, quali la limitazione
delle nascite, il divorzio, lo spiritismo...
Eccovi gente come il decano Inge che vien
fuori a bandire pubblicamente e perentoriamente
quella che io considero una frode meschina
e velenosa, la quale rasenta l'infanticidio.
So bene che ci sono, nella Chiesa anglicana
e in altre comunità protestanti, persone
le quali denunciano questi gravi vizi pagani
allo stesso modo che faccio io: e il vescovo
Gore ne parlerebbe con lo stesso sdegno del
Papa. Ma il guaio è che la Chiesa anglicana
non ne parla con quello sdegno Essa è
scissa nell'agire; e io non so che fare di
una Chiesa che non è militante e non
sa ordinare una battaglia, né sa combattere
e marciare in una direzione unica". Più
tardi ebbe a spiegare le cinque ragioni per
le quali si sarebbe convertito se non si fosse
dato il caso che convertito già era.
(Cfr. il suo volumetto La Chiesa cattolica
e la conversione, Morcelliana, Brescia 1953).
Pure
degne di nota, perché maturate dopo
lunghi studi e ricerche, le conversioni dello
storico Christopher Dawson, attualmente professore
ad Oxford, che scoperse nel cattolicesimo
la religione dei primordi cristiani, rimasta
immutata nei secoli; di Arnold Lunn, figlio
del moderatore della Chiesa metodista, come
Benson era figlio dell'arcivescovo di Cantorbery;
dei tre romanzieri Bruce Marshall, Evelyn
Waugh e Graham Green annoverati tra i più
grandi scrittori inglesi di oggi.
CAPITOLO
III. - CARENZA DELL'ATEISMO: ADOLFO RETTE
Dal
diavolo a Dio.
- Non abbiamo intenzione di descrivere minutamene
le peripezie del ritorno a D'io del poeta
Adolfo Rette, anche se la sua testimonianza
ci offre un bellissimo esempio della lotta
fra tre personaggi: l'uomo, l'angelo della
luce e l'angelo delle tenebre, che hanno per
posta l'anima dei paziente. Dal racconto biografico
(Dal diavolo a Dio, trad. it. Ediz. Paoline,
Albano, dove Rette narra la sua conversione,
vogliamo semplicemente rilevare un punto che
ci sembra capitale, e cioè la fenditura
nell'edificio ben ordinato del suo ateismo,
per là quale Dio cominciò a
infiltrarsi, per non dargli più riposo
fino alla resa definitiva.
Dunque
Rette, educato senza religione, frequentatore
di circoli letterali dove regna il più
completo amoralismo, dal punto di vista politico
era attratto dalle dottrine anarchiche e socialistiché
("l'innesto individualista sull'albero
del comunismo ") e, da quello filosofico,
da un miscuglio di paganesimo, di buddismo
e di panteismo, che gli facevano scoprire
" le sue divinità, particelle
della sostanza indefinita, sotto la scorza
delle querce e il fogliame dei faggi ",
rivolgere " preghiere alle betulle ",
considerare " la rugiada sui fiori d'oro
delle ginestre come un'acqua lustrale ".
Ma sotto le chimere era nascosto l'ateismo
totale e perfino l'odio violento contro ogni
religione, che da una parte si traduceva in
poesie blasfeme, dall'altra in conferenze,
articoli, dove aveva libero corso la sua "
rabbia antireligiosa ".
Una
domanda diretta. - Una sera del giugno
1903, a Fontainebleau, Rette conclude con
queste parole: "Guerra al capitalista,
guerra al soldato, guerra al prete ",
una conversazione tenuta ad operai nella sala
d'un caffè. Dopo la conferenza molti
ascoltatori lo attorniano per scambiare idee
e bere qualche bicchiere di birra, e un operaio
volge con molta semplicità e sincerità
il discorso alla questione nata nel suo spirito
dalla conversazione di Rette: Poiché,
come ha detto l'oratore, Dio non esiste e
il mondo s'è fatto senza di Lui, poiché
ora non si crede più a quanto la religione
insegnava sull'origine delle cose, quali sono
i dati della scienza su questo punto? a Spiegateci
in poche parole come tutto ebbe origine ".
L'unica
risposta possibile. - " Questa
specie d'intimazione, dice Rette, mi scosse
profondamente. Che cosa rispondere? Erano
li che attendevano, attenti e protesi, esprimendo
con gli occhi la speranza che io snocciolassi
loro gli articoli del Credo scientifico. Quelle
facce attente e protese mi mettevano in imbarazzo;
mi sentivo tormentato da gravi scrupoli...
perché non sono mai stato capace d'affermare
ciò che non conoscevo. Tuttavia poiché
il popolo è ghiottissimo di facondia,
mi sarebbe stato facile di soddisfare i miei
interlocutori, ma tanta buona fede di quella
brava gente mi commuoveva, e mi sarei pentito
da morirne, se li avessi ingannati... Ebbene,
dissi spinto dalla verità, la scienza
non può spiegare come il mondo ebbe
principio ". Gli operai, che attendevano
ben altro, rimasero male e Rette, molto umiliato,
dopo aver fatto un giro nel bosco, se ne tornò
a. casa con la testa piena di pensieri.
Messosi
a letto non riuscì a prender sonno,
e passò in rassegna le varie ipotesi
meccaniciste sull'origine del mondo, constatando
che sono tutte insufficienti e peccano da
qualche lato. Di quando in quando, come una
freccia, gli traversava il cervello l'idea:
se tuttavia Dio ci fosse? Ma tosto udiva scrosciare
dentro di sé un " orrido sogghigno
", e ripetendosi, suo malgrado, sì,
se tuttavia Dio ci fosse? s'addormentò
all'alba.
Come
scrive Mons. Chollet, " il dardo è
scagliato, è entrato nell'anima e vi
resterà. Quando i Romani volevano dichiarare
guerra a un popolo, mandavano alla frontiera
i sacerdoti feciali, che, pronunciavano ad
alta voce la dichiarazione di guerra, lanciavano
un giavellotto sul territorio nemico. Dio
ha gettato il suo giavellotto sul terreno
che vuoi conquistare, e che il demonio possiede
". La fenditura s'allargherà sempre
più; e dopo tre anni Rette sarà
cattolico.
CAPITOLO
IV. - CARENZA DEL SOCIALISMO: 1LLEMO CAMELLI
Un
ideale senza Dio.
- Rette irreligioso possedeva soltanto un
ideale in certo modo negativo e distruttore:
guerra al prete. In altri increduli troviamo
un ideale positivo, costruttivo, molto elevato
e degno di rispetto, fondato sull'amore all'umanità,
sulla pietà per la sofferenza, sulla
carità verso il bisogno. Però,
non poggiando su Dio che ignorano, per soddisfare
al loro desiderio d'apostolato si volgono
allora a una di quelle pseudosoluzioni della
questione sociale, di cui Leone XIII nella
Rerum Novarum ha denunciato i pericoli e le
deficienze, che si potrebbero benissimo illustrare
con il racconto della conversione di Camelli,
condotto dalla fede socialista a quella cristiana.
Cfr. I. Camelli, Dal socialismo al sacerdozio.
Queriniana, Brescia 1913.
Socialismo
rurale. - Siamo in Italia al principio
di questo secolo. Il ministro socialista Bissolati
sentendo, come Jaurès e più
tardi Lenin, le forze immense non ancora impiegate,
che si possono reclutare nei rurali, aveva
cominciato una vasta propaganda tra di loro,
e per organizzare la lega dei contadini non
c'era miglior aiuto del giovane militante
Illemo Camelli, " Per un intero autunno,
dice Camelli, girai di paese in paese, giorno
per giorno. Discorrevo con i contadini, spesso
seguendoli lungo i solchi dell'aratro che
s'aggiungevano l'uno accanto all'altro interminabilmente,
e passavo di campo in campo spargendo la mia
semente. Alla domenica, or nell'uno or nell'altro
paese, tenevo delle riunioni plenarie, e,
per mancanza di locali adatti o per timore
delle persecuzioni padronali, ci riunivamo
o in legnaie appartate o in basse soffitte,
curvi sotto il tetto, sporchi di polvere e
di ragnatele, discorrevamo sommessamente delle
cose nostre... Ben presto gl'iscritti alla
lega furono parecchie migliaia... L'entusiasmo
si comunicava, circolava, diventava spesso
forma di pazzia... la forma d'una follia...
Ogni mia passeggiata assumeva l'aspetto d'un
trionfo di cui ero orgoglioso, perché
non l'attribuivo a me personalmente, ma all'Idea
per cui mi sacrificavo ".
Cristo
e il socialismo. - In quest'atmosfera
ardente e veramente sitibonda d'ideale, che
cosa c'è dal punto di vista religioso?
Prima di tutto nulla, poiché Camelli
conosce Gesù Cristo solo attraverso
Renan. Ma un giorno compera una Bibbia da
un protestante girovago, e la lettura di San
Matteo lo colpisce molto vivamente, ma solo
perché tra le parole di Cristo e le
tesi socialiste trova una grande analogia,
che gli pare interessante. E allora Camelli
immagina la propaganda di Gesù, che
vedeva assiso sopra una collina all'ombra
degli olivi, parlare dolcemente della beatitudine
agli apostoli, che gli sedevano intorno, gustando
la vita nuova che s'insinuava nelle loro vene...
Gli sembra che le sue parole ricevessero un'efficacia
più profonda quando, anche lui seduto
all'ombra d'un albero, annuncia ai poveri
la sua gioia redentrice " Anch'io, anch'io
ho la mia buona novellai "
D'altronde
il cristianesimo, in certo modo, gli sembrava
una tappa verso il socialismo, e in quello
un tempo si diffuse nel mondo, anche questo
un giorno potrà regnare; " il
socialismo è quasi come la realizzazione
di quel sogno comunista, che brillò
ai primi cristiani ".
Disillusione.
- Ma purtroppo il bel sogno di bontà
e di fraternità, accarezzato da Camelli,
doveva presto crollare pezzo per pezzo. In
seguito a un grande sciopero rurale e alla
conseguente e magnifica vittoria politica,
" le organizzazioni dei contadini si
impinguarono di elementi malfidi ed eterogenei
", che entrarono nella lega solo per
opportunismo, e che " quasi sempre soverchiarono
gli antichi compagni di coscienza sicura ".
Con loro vennero le ambizioni, i favoritismi,
i sospetti e tutto l'arsenale degli odi politici.
Camelli aggiunge che appena il partito socialista
uscì dalla pura idealità e si
pose sul terreno pratico conobbe subito l'elemento
della sua degenerazione.
Alle
ardenti conferenze d'un tempo si sostituirono
chiacchiere senz'interesse, dove " le
male piante dei conferenzieri d'occasione
chiedevano applausi per la propria personale
ambizione "; alla stretta disciplina
degl'inizi, che " combatteva accanitamente
l'ubriachezza ", successe il rilassamento
dei costumi, assieme all'alcoolismo, al desiderio
di " godersela ". Tutto era mutato.
Ora ci si riuniva " nelle cantine sociali
", fondate un po' ovunque, " locali
bassi e stretti, dove l'aria puzzava orrendamente
di vino, di tabacco e d'altro ", e, ahimè,
non più " nei campi fioriti, in
cui la parola si cullava nello spirito emergente
delle cose circostanti, come in onda placida
"...
Ma
se nei capi del nuovo movimento Camelli vedeva
con orrore e tristezza passare in primo piano
l'ambizione politica, l'egoismo, la ricerca
del vantaggio materiale, fortunatamente rimaneva
la massa, k sempre schietta e onesta, credente
in una sostanziale elevazione delle cose del
mondo "; in essa pullulavano ancora "
i freschi entusiasmi, le generosità
piene, gli eroismi oscuri, le devozioni profonde
". Più ancora che nell'operaio
delle città, nei contadini trovava
quella freschezza di sentimenti che essi attingevano
nel contatto quotidiano con la natura. La
partita non era perduta, ed era ancora possibile
riprendere in mano quegli uomini rozzi e buoni,
prima che i profittatori della politica non
li avessero guastati. Ma come fare?
Camelli
riflette a lungo e gli parve possibile far
acquistare alle masse contadine una vera elevazione,
se egli fosse stato capace d'imprimere al
movimento socialista un carattere di religiosità
tutta propria.
Cristianesimo
prima di tutto. - La parola è
lanciata. Ecco, Camelli capisce che sopra
l'ideale socialista c'è quello religioso
e che invece di socializzare il cristianesimo,
come aveva pensato prima, occorre cristianizzare
il socialismo. Non indugeremo a raccontare
come il giovane Camelli ritornò allora
al Vangelo e come, con la generosità
abituale, si decise, non senza lotta, a farla
finita col vecchio partito e a seguire la
via che da quel giorno gli parve l'unica capace
di soddisfare le sue aspirazioni. Egli confessa
che molto tempo dopo aver lasciato l'ambiente
della sua giovinezza, volle ritornarci in
una circostanza in cui sapeva die avrebbe
ritrovato i compagni d'un tempo. Che spettacolo!
Sotto una volta bassa, che causava un senso
d'oppressione, fumo diffuso, soffocante e
aspro, tagliato da luci incerte, nelle quali
si muovevano figure umane, curve attorno a
tavoli scuri: questo era l'ambiente in cui
aveva creduto d'aver ragione di vivere, abbagliato
da un'illusione... S'avvicinò al tavolo
dove aveva scorto gli antichi compagni, che
gli cedettero il vecchio posto, dove si sedette.
Fu portata la minestra; e allora egli si alzò
e disse : " Vedete come faccio? "
e si tracciò un grande segno di croce...
Pensava che, dopo tutto, quelli erano stati
begli anni, d'amore romantico, in modo che,
partendo e stringendo a tutti la mano, era
commosso, perché diceva addio alla
giovinezza d'una generazione, all'ideale d'un'età
innamorata di sogni e di nuvole inconsistenti...
Ma
qualche anno più tardi il sacerdote
Illemo Camelli, professore al Seminario maggiore
di Cremona, non seguiva più sogni e
nuvole. Nel 1911 egli stesso mostrò
in poche righe e con chiarezza ammirabile
quello che aveva trovato nel cattolicesimo
e nel sacerdozio, superando, con tutto il
primato spirituale, l'ideale socialista della
sua giovinezza: " il nuovo Illemo, —
scrive egli stesso — si dirige ancora alle
case tetre e nere degli uomini, portando seco
il raggio puro del Sole. Non ai semplici bisogni
materiali, dove spesso s'annida la cupidigia
insaziabile che imbestialisce, egli porta
luce e calore benefico, ma a tutti i dolori,
a tutti i mali che pure colpiscono l'uomo
nel fisico, nel cuore e nell'intelletto. Egli
ha la parola veramente fraterna, perché
a tutti può mostrare il Padre comune,
che fa eguali gli uni agli altri. Tutti può
avviare verso l'Unità... Infine, egli,
con quanti seco lui avranno potuto varcare
l'abisso, sarà, lo spera, eternamente
vivo ne l'Amor che move il sole e l'altre
stelle, più innanzi di ogni sublime
ideale umano, di cui non sarà alcun
ricordo ".
CAPITOLO
V. - CARENZA DELL'IMMANENTISMO: M. F. SCIACCA
L'immanentismo
di stampo hegeliano è un po' il sostrato
di quella cultura moderna che pretende dare
un valore di positivo umanesimo alla negazione
della Trascendenza, cioè di Dio distinto
dal mondo. Siffatta cultura, detta comunemente
laica, ha talvolta la pretesa di essere un
superamento o inveramento del cristianesimo,
e si presenta quindi come una più alta
e più pura religione. Effettivamente
è una più raffinata radicale
negazione della religione di Cristo, e pertanto
assolutamente incapace di risolvere i problemi
della vita concreta dell'uomo. La carenza
della " religione " immanentista
è stata acutamente sentita da un filosofo
italiano, che dall'idealismo attualistico
approdò al cattolicesimo: Michele Federico
Sciacca. Egli narrò la sua conversione
nel volumetto: II mio itinerario a Cristo
(S.E.I., Torino 1944), di cui ci serviamo
largamente.
La
perdita della fede e i primi studi filosofici.
- " A quattordici anni avevo già
perduto completamente — e da qualche anno
— la fede cattolica dei miei genitori. Dicevo
di essere "ateo" e la parola aveva
per me una diabolica suggestione: mi sembrava
di accrescermi, di guadagnare in statura,
di essere libero, emancipato, "tutto
io", dicevo, come ancora ricordo. Ogni
qua! volta pronunciavo quella trista parola,
mi ergevo su me stesso, impettito e a testa
alta: naturalmente con tutto il ridicolo che
comportava un simile atteggiamento, ma il
ridicolo allora non lo vedevo. Dai dodici
anni circa fino ai trenta mi son tenuto lontano,
con spietata coerenza, dalla religione e dai
Sacramenti. Disimparai, in breve, tutte le
preghiere e se qualche volta negli anni senza
Amore di esse ho sentito il bisogno, è
stato più per un senso di rimpianto
e di nostalgia dell'infanzia, più per
un sentimentalismo romantico o romanticheggiante
(le famose preghiere ripetute, da bambini,
accanto alla mamma), che per un risveglio
o per un richiamo, per un bisogno di fede
e di religione. Tristissimo, per un fanciullo,
non saper più pregare; pericoloso per
un giovane, ardente di spirito e di sensi,
non aver fede. Ha molto inciso sulla mia vita
questa penosa e prolungata circostanza ed
è ancora oggi fonte di amarezza e motivo
di pentimento " (p 5-6).
Dotato
di una spiccata inclinazione per gli studi
filosofici, fin dal primo anno del liceo egli
si innamora di Piatone, " Da allora datano
sia l'amore per il mio Piatone, sia il primo
orientamento verso l'idealismo ". Due
anni dopo, il primo entusiastico incontro
con Kant e con Fichte segnò il suo
" decisivo orientamento verso l'idealismo
trascendentale ". Però "
permaneva sempre la mia riserva sul problema
morale. È stato il mio chiodo questo:
non essere mai riuscito a convincermi pienamente,
anche quando ero idealista, che l'idealismo
trascendentale possa fondare saldamente la
morale. Su questo chiodo ho sempre battuto
ed è stato il pungolo che mi ha spinto
fuori dal recinto magico dell'immanentismo
" (p. 12).
Durante
il primo anno di università, a Catania,
la lettura di D'Annunzio e di Nietzsche rinsaldarono
in lui il convincimento che il problema centrale
della filosofia è quello dell'uomo,
del singolo. " L'individualismo, il per
sonalismo dannunziano e nietzschiano contribuirono
a farmi porre fin d'allora in primo piano
il problema della persona. Era, dunque, sempre
il problema morale che teneva da signore il
dominio della mia mente " (p. 14). Alla
fine del primo anno di filosofia, lasciò
l'Università di Catania per quella
di Napoli ove si mise alla scuola dell'Aliotta.
Qui incontra le opere dei massimi esponenti
dell'idealismo italiano: Benedetto Croce e
Giovanni Gentile.
L'incontro
con le opere di B. Croce e di G. Gentile.
- " La lettura delle opere filosofiche
del Croce, tranne che per l'Estetica, fu una
delusione. Studiavo contemporaneamente la
Logica di Hegel (faceva parte del corso di
teoretica dell'anno) e, al paragone, la Logica
del Croce mi parve l'opera di un dilettante.
Ma quello che più mi urtava (e che
in seguito mi ha impedito di riconciliarmi
col Croce filosofo) è la disinvoltura
con cui l'autore tratta problemi gravi e complessi.
Pure apprezzando le sue doti di bello scrittore,
mi sembrava (e mi sembra ancora oggi) che
le attrattive dello stile vi siano apposta
per nascondere un pensiero superficiale. Addirittura
scostante mi risultò la Filosofia della
pratica, a eccezione di qualche pagina. Il
soggetto della morale, la persona umana, vi
è tradito. Croce mi apparve uno scrittore
privo di umanità. Fin d'allora mi resi
conto (leggevo anche i suoi lavori di critica
estetico-letteraria e di storia) dei suoi
grandi meriti nei confronti dei problemi metodologici
e della cultura, di cui il Croce è
indiscutibilmente un rinnovatore. Quel che
non riuscivo a vedere (e mai fino a oggi vi
sono riuscito) era il "filosofo".
Il letterato, il critico, lo storico li trovavo:
il filosofo, no. Non nel teorico dello storicismo,
che riduce la filosofia a metodologia della
storia, che nega l'esistenza di un problema
della verità perché non c'è
la verità, ma ci sono le verità
particolari, proprie di ogni epoca, che passano
per lasciar posto ad altre verità particolari
e cosi via; non nel polemista e nel postillatore,
che invitava e invita ancora a non occuparsi
più di filosofia, a non perdere tempo
con i problemi metafisici, che problemi non
sono, ma pseudo-problemi da acchiappa nuvole,
che non risparmia la sua ironia e a volte
lo scherno a chi ancora si occupa, per esempio,
del problema dell'essere. Mi convinsi die
nel Croce l'idealismo moderno non trova un
continuatore e un approfonditore dei suoi
problemi e che il vero Croce ha stretta parentela
con la mentalità empiristica e positivista.
D'accordo con questa, identifica la realtà
con i fatti (non naturali, è vero)
umani e quel che è peggio l'uomo stesso
con i suoi atti (dissolvimento della personalità),
nega la metafisica e con ciò stesso
la filosofia. Il positivismo, pensavo e penso,
ha ridotto la filosofia a metodologia delle
scienze, il Croce a metodologia della storia.
La differenza è innegabile e ha portato
come conseguenza una rivoluzione, rispetto
al positivismo, nel campo della cultura e
del metodo; ma, nei confronti della filosofia
crocismo e positivismo sono i negatori della
filosofia e dei suoi primi problemi... In
conclusione, dopo la lettura delle opere del
Croce, io ero convinto:
che
lo storicismo non interpreta né approfondisce
l'idealismo trascendentale e l'immanentismo;
anzi che non è una filosofia idealistica
in questo senso, per non dire che non è
una filosofia senz'altro (ma la morte e il
Mar Morto della filosofia), bensì un
insieme di norme metodologiche valevoli per
problemi di cultura; che i problemi
dell'idealismo trascendentale e immanentistico,
come di qualunque altra filosofia, sono di
ordine metafisico, a differenza di quanto
pensa il Croce;
e) che il soggetto della filosofia e il suo
primo problema resta la persona umana, a cui
va ricondotto ogni altro problema. Al contrario
il Croce nega la persona umana o almeno ha
di essa un senso molto affievolito.
Solo
da qualche anno mi sono convinto che anche
la metodologia crociana è molto discutibile.
Oggi, in Italia, sono numerosi i libri, di
marca crociana, di ricerca letteraria, di
storia civile e di storia della filosofia.
Alcuni di essi, o monografie o lavori d'insieme,
sono certo raccomandabili per il rigore del
metodo e per gli indiscutibili contributi
arrecati. Però si nota subito, in quasi
tutti, un'uniformità esasperante: potrebbero
essere (mi riferisco a quelli che trattano
apertamente di storia della filosofia), per
la massima parte, di uno stesso autore. Sono
quasi anonimi, impersonali. L'argomento non
è studiato perché all'autore
interessi studiarlo, perché gli chiarisca
i suoi spirituali problemi, ma come puro argomento
di studio, di cultura. Vi manca qualunque
partecipazione.
Lo
stesso autore potrebbe benissimo trattare
indifferentemente, di Pascal o di Spencer,
di Sant'Agostino o di Marx. Il suo interesse
non è filosofico, ma culturale, non
di ricerca che urge dentro e che s'indirizza
verso un autore perché portata dal
bisogno di incontrarsi con lui, ma di pura
curiosità storica. quasi esercizio
di applicazione di un metodo. Di un metodo,
se è cosi, come e così, che
tradisce il vero scopo per cui si fa storia
della filosofia, la quale è si ricerca
storica e filologica, ma è anche filosofia,
non nel senso di cambiare i connotati dell'autore
studiato per appiccicarvi la maschera dei
propri problemi, ma nell'altro di partecipare
ai problemi dell'autore ricercato. Ricercato
appunto, perché esigenze spirituali
e problemi nostri personali ci hanno spinto
a cercarlo, a studiarlo, a scegliere lui piuttosto
che un altro. Come la filosofia non può
identificarsi con la cultura, perché
sarebbe la morte della filosofia, così
la storia della filosofia non può identificarsi
con la storia della cultura, se è vero
che l'amore personalissimo e impegnativo di
tutto lo spirito per la verità è
cosa molto diversa dalla concupiscenza anonima
della curiosità culturale, dei fatti
da intendere puramente e puramente conoscere,
di un metodo, ancora, che ha finito per svirilizzare
non solo la filosofia, ma la cultura in generale,
per spersonalizzare e disumanizzare lo studio
e la ricerca. È questa una ricerca
ineluttabile, fatale, e non perciò
meno condannabile, dello storicismo crociano,
il quale manca di un vero interesse filosofia),
è sordo alla filosofia. Alla base di
ciò c'è uno scetticismo radicale,
che consente l'indifferenza (la non-partecipazione
e la non-comprensione di qualunque problema
o sistema) verso tutte le filosofie, ciascuna
verità contingente e particolare, fatto
e non valore, che si coglie all'esterno e
che resta all'esterno della vita spirituale.
"Gusto" di certi problemi, "curiosità"
per certi altri: nient'altro. Estetismo culturale
e come ogni estetismo, superficialità
(tutto resta alla superficie della coscienza,
perché non sale dal fondo né
dal fondo della coscienza scende) e amoralismo.
Con tutti i meriti che il Croce e i crociani
possono avere nei confronti della cultura
italiana e che sarebbe ingiusto negare, resta
il fatto che il Croce e i crociani hanno creato
una cultura senza personalità e sono
i responsabili dello scetticismo, dell'amoralismo
e del dilettantismo che da alcuni anni infiacchiscono
alcune classi di "intellettuali"
italiani " (p. 16-20).
"
Allo studio delle opere del Croce seguì
quello delle opere del Gentile. L'impressione
fu del tutto diversa e quasi opposta. Notai
subito che in Gentile manca quella ricchezza
di problemi culturali, di questioni particolari,
propria del Croce; che il Gentile, come scrittore
non è certo paragonabile al Croce;
ma avvertii anche che il Gentile ha la stoffa
del filosofo, la tempra del metafisico. I
suoi problemi sono veramente quelli propri
della filosofia; il suo è un sistema
compatto, una visione della vita, davvero
una ricerca della verità. Nel Gentile,
io, come ho detto, orientato verso l'idealismo,
trovai il sistema idealistico più conseguente
e più soddisfacente. Il Sommario di
pedagogia, la Teorìa generale dello
spirito come atto puro, il Sistema di logica,
i Discorsi dì religione furono per
alcuni anni della mia vita giovanile non solo
libri di frequente lettura e di assidua meditazione,
ma la mia filosofia, la mia adesione al sistema
dell'immanenza assoluta. Il Gentile, dicevo
allora, è il "Fichte esplicito
attraverso lo Hegel", e perciò
è la consapevolezza piena dell'idealismo
a se stesso. Nel Gentile mi colpì ancora
la ricchezza di umanità: il senso sempre
vivo e presente della drammaticità
inferiore, essenziale del pensiero; la centralità
del problema della persona; l'acuta sensibilità
del problema morale; l'afflato di religiosità
che anima il suo immanentismo; un romanticismo
non decadente; un umanesimo concreto; una
concezione quasi eroica della vita, tanto
diversa da quella dello storicismo borghese
del Croce. Salvo dissensi su problemi particolari
e su questioni marginali, io ero allora un
"gentiliano"... icolaro dell'Aliotta
" (p. 20-21).
Incertezze
teoriche e influenza della Neoscolastica,
di Dostoievski e di Pirandello. -
Finiti gli studi universitari, iniziò
una lettura sistematica di classici di filosofia
da Piatone a Kant Frutto di questo approfondimento
sono i due volumi col titolo di Studi sulla
filosofia antica e Studi sulla filosofia medìoevale
pubblicati nel 1935. A questo punto a l'attualismo
non era più per me la filosofia, ma
una filosofia e non una fede filosofica "
(p. 25). Cade pure in questo tempo l'incontro
con la filosofia Neoscolastica e la lettura
di Dostoievski e di Pirandello.
"
Liberatomi da ogni partito preso e dalla passionalità,
mi volli informare dell'attività speculativa
della Neoscolastica di Milano. Sfogliai (lessi
con attenzione quasi tutti gli studi teoretici
e le discussioni) le varie annate della Rivista
di filosofia neoscolastica, oltre a opere
dei suoi maggiori collaboratori. Le critiche
rivolte all'idealismo fecero su di me un certo
effetto e servirono non poco a scuotere la
mia "fede" idealistica e immanentistica
" (p. 25-26).
Altrove
così descrive l'influenza degli "studiosi
seri" della Neoscolastica: " Essi
hanno agito soprattutto sull'animo dei giovani
che, usciti dalle Università, illusi
di avere in pugno l'universo e di essere gli
ideatori della realtà, hanno sventolato
per alcuni anni la bandiera della filosofia
dello Spirito o dell'atto puro, predicando
il Logo concreto senza Dio, nelle aule della
Università e delle scuole medie. Ma
quando, lontani dai maestri, nel loro studio,
hanno riletto quei libri senza gli occhiali
degli altri e si sono trovati vis à
vis con la loro coscienza e con i loro problemi,
man mano che la filosofia degli altri diventava
filosofia propria, allora hanno cominciato
a sentire un certo vuoto in quei "Verbi"
senza verità e a chiedersi se fosse
vero quello che dice, per esempio, Benedetto
Croce che "in principio non c'era né
il Verbo né l'Atto; ma il Verbo dell'Atto
e l'Atto del Verbo"; che "la vita
universale è finita, il giudizio è
vano (lode vana o paradiso; crudeltà
vana o inferno)" o quello che scrive
Giovanni Gentile che "la sola immortalità
la quale si possa pensare... è la immortalità
dell'Io trascendentale".
Si
sono udite, accanto a queste, altre voci,
le quali hanno ricordato che "in principio
era il Logos e il Logos era presso Dio",
e reclamato la realtà dell'Essere realissimo
fuori del Pensiero pensante e difeso l'immortalità
dell'anima individuale. E la Neoscolastica
italiana ripetendoci questa ed altre verità
ha sempre attirato a lei i nostri sguardi
avidi di divino. Abbiamo avuto un bel beffeggiarla
e scrivere contro, dandoci arie di sapienti
e di saputi: essa ci è stata alle calcagna
presentandoci ad ogni passo il corpo vivente
della metafisica dell'essere che noi credevamo
per sempre tramontato. Quell'essere, che non
si adegua al pensiero, ci è stato,
nostro malgrado, appiccicato come un campanello
alla cavezza che, ogni volta che scrivevamo
Autocoscienza assoluta, suonava l'allarme;
ci ricordava che vi è qualcosa che
non facilmente si adatta ad essere un anello
dell'ingranaggio dialettico e ci faceva per
un momento impuntare la penna sulla carta
e pensare " (p. 81-32).
"
Dostoievski ha avuto su di me un'influenza
in profondità, ancora oggi operante.
È stata la lettura dei suoi romanzi
che mi ha imposto il problema del dolore e
del male. Egli mi ha fatto comprendere che
soltanto il Cristianesimo può risolvere
questo problema, perché solo il Cristianesimo
ha rivelato l'essenza del dolore e il suo
fondamento religioso. Dostoievski mi portò
a considerare attentamente e con rispetto
la vita di Cristo. Dostoievski mi ha fatto
vedere quanto ridicolo copra la minuscola
testa dell'ateo. I personaggi dei suoi romanzi,
dico i suoi assassini e forzati, i suoi umiliati
e offesi, mi chiarirono come l'umiliazione,
il dolore, la sofferenza, il castigo siano
potenti forze di rigenerazione e di riscatto
e come solo, attraverso al suo calvario, l'anima
riesca a trovare la strada del bene e percorrerla.
Ancora oggi l'ardente e sincero suo Cristianesimo
mi fa perdonare a Dostoievski (e credo anche
gli altri cattolici possano essere d'accordo)
la sua incomprensione del Cattolicismo. Dostoievski
è l'umanità reietta, respinta
dalla società (non migliore ma peggiore,
perché ignora la scuola del dolore
e del pentimento), prostrata dal peccato,
ma sofferente per il peccato; ed è
anche l'umanità redenta dal dolore
e dalla fede. Il suo mondo, sotto un certo
aspetto, è il mondo del Vangelo; la
folla dei suoi derelitti, la stessa folla
che segui Gesù e lo amò. Al
contrario, gli uomini della società
o nobile o ricca sono della stessa stoffa
di quelli che perseguitarono, martoriarono
e uccisero Cristo, ignari che nella sofferenza
e nel dolore sta il riscatto dal male e la
vittoria su di esso, ignari di ciò,
proprio perché non soffrono e non sanno
soffrire. Dostoievski, per primo, m'insegnò
che il problema della vita dello spirito,
il problema della morale nel suo complesso
(problema del bene e del male, del dolore
e della sua giustificazione, del peccato e
della liberazione, della lotta e della speranza
nell'immortalità), può soltanto
risolverlo il Cristianesimo. Cioè,
Dostoievski, per la mia posizione filosofica
di allora, significò questo: il problema
morale, che s'identifica con il problema dell'uomo
(proprio quel problema che negli anni della
mia primissima giovinezza si formulò
in una riserva nei confronti di Kant e del
Fichte), non è risolto dall'idealismo
trascendentale o da quello attualistico o
da qualunque altra filosofia, ma dal Cristianesimo
e da una filosofia cristiana. Può sembrare
paradossale che, accanto alla Neoscolastica
di Milano e ai romanzi di Dostoievski, abbiano
contribuito a tirarmi fuori dall'idealismo
gli scritti di Pirandello. Quasi sempre, Pirandello
esercita un'azione deprimente, specie sull'animo
dei giovani, e in genere genera sfiducia e
scetticismo. Su di me ebbe l'effetto opposto...
Nulla da scandalizzarsi: fossero solo questi
i misteri e le contraddizioni dell'anima umana!
Pirandello mi apparve (ed ancora oggi mantengo
questo convincimento) la conseguenza ultima
dell'idealismo, l'idealismo portato all'assurdo,
cioè: la filosofia della persona, dello
spirito lanciato, dell'azione come conquista
e slancio, si risolve nella negazione della
persona e dell'azione e perciò di tutti
i valori umani. Se è scetticismo quello
di Pirandello, lo è come conclusione
scettica dell'idealismo. Pirandello fu per
me l'anti d'annunzio in questo senso: D'Annunzio
è l'esaltatore dell'individualismo,
che ha radici nell'idealismo romantico; Pirandello
è lo scrittore che mette a nudo l'inconsistenza
di questo individualismo, la vacuità
della persona idealistica; D'Annunzio riveste
di carne la larva dell'uomo idealistico e
te lo fa sembrare un eroe realissimo (non
è che un'allucinazione creata dalla
magia dello stile); Pirandello ti libera da
questa allucinazione, ti scarnifica la persona
idea Iistica e te la presenta così
com'è: una larva, un'ombra di persona,
un'allucinazione. L'uomo reale, profondo,
è altrove: è quello che nessuno
comprende, che non sa esprimersi interamente
e per quel che si esprime resta incompreso
o frainteso. Perciò l'uomo permane
sempre in un'affannosa ricerca di se stesso,
nell'angoscia di chi cerca la propria personalità.
E tragedia vi è, non perché
il
personaggio muoia (potrebbe anche essere l'apparenza
a morire), ma perché muore cercandosi
senza trovarsi, perché hai l'impressione
che si cerchi ancora dopo morte, come un'ombra
di anima greca che vaga fuori degli inferi,
perché gli eredi non hanno pagato il
tributo al santuario. Pirandello completò
il mio atteggiamento critico nei confronti
dell'idealismo e mi pose perentoriamente il
problema: dove riporre la consistenza della
persona? Qual è questa consistenza?
" (p. 26-28).
Verso
lo spiritualismo cristiano e conversione al
cattolicesimo. - n Posizione, dunque,
la mia d'incertezza e d'inquietudine. L'insoddisfazione
dell'idealismo non era bastevole ancora per
tirarmi fuori di esso e l'attrattiva verso
una filosofia cristiano-cattolica non era
così decisa e convinta da tirarmi dentro.
Intanto seguivo con simpatia l'evoluzione
del pensiero degli illustri amici, A. Carlini
ed A. Guzzo e i loro libri studiavo con amore
e con profitto. Mi valsero a meglio penetrare
l'idealismo neohegeliano e a meglio orientarmi
verso la porta di uscita. Fu in quel tempo
che tornai allo studio della filosofia dell'Aliotta
e la consuetudine, a Napoli, col Maestro mi
favorì un maggior approfondimento di
essa. Così io fui scolaro dell'Aliotta
più ora che al tempo degli anni universitari.
Pure in quell'epoca mi accostai al Blondel
e meditai a lungo sulla sua speculazione.
Con gli anni, l'influsso del maestro di Aix
si è fatto sempre più preciso
e profondo. Seguivo con attenzione e diligenza
il movimento filosofia) europeo ed extraeuropeo.
Dalla
critica dell'idealismo, dal ripensamento personale
del relativismo dell'Aliotta (memorabili per
me le discussioni a casa sua, qualche volta
con l'intervento dei carissimi amici Carbonara
e Lazzarini, al quale mi legano anche incontri
di pensiero) e dagli influssi vari da più
parti ricevuti nacquero le Linee di uno spiritualismo
critico, pubblicate nel maggio del 1936 (Roma,
Perella), primo acerbo abbozzo di un sistema.
Oggi poche tesi sostenute in quel libro sono
da me ancora accettate, ma le Linee segnano,
nell'itinerario della mia mente, il primo
tentativo sistematico di far valere, dentro
l'idealismo stesso e attraverso l'integrazione
metafisica del relativismo aliottiano, le
esigenze di una filosofia cristiana, la necessità
di fondare solidamente il problema morale.
Ciò significò il riconoscimento
dei diritti della trascendenza deistica. In
quel libro la mia formazione idealistica trapela
a ogni riga, ma a ogni pagina si vede lo sforzo,
mai riuscito, di uscir fuori dell'idealismo
e in maniera da giustificare le sue esigenze.
Il lavoro riflette incertezze da una coscienza
incerta " (p. 32-33).
Nel
1937-38, per rispondere ad un invito di Gentile,
cominciò a studiare e meditare profondamente
e ampiamente Rosmini, dando poi alle stampe
il saggio che guadagnò tante adesioni,
La filosofia morale di Antonio Rosmini. Poco
dopo riprende lo studio di Piatone e pubblica
il volume La metafisica platonica: II problema
cosmologico.
"
Con le due opere su Piatone e Rosmini io ero
già un pensatore cattolico. Anche come
uomo, dopo circa diciotto anni, tornai alla
Chiesa Cattolica. Debbo principalmente a Rosmini
la mia conversione intellettuale; alla grazia
di Dio quella del cuore. La mia riconoscenza
va anche a Monsignor F. Olgiati, che conobbi
in un Congresso di filosofia nel 1936 e che
mi è stato sempre prodigo di consigli
affettuosi e paterni, che mai mi scoraggiò
nel periodo delle mie incertezze, che, anzi,
con lettere frequenti, mi confortò
e mi fece sembrare, più vicino di quanto
non fosse, il momento della soluzione. Conforti
e lumi debbo pure a P. Bozzetti, Generale
dei Rosminiani, al quale mi legano sentimenti
di profonda stima, di riconoscenza e di affetto
e, certo non ultimo, l'amore, da me condiviso,
che egli nutre per il nostro Rosmini "
(p. 37).
Critica
dell'attualismo. - " Da quanto
ho riferito appare evidente die il punto cruciale
dell'itinerario della mia mente è segnato
dal passaggio dall'attualismo a una mia filosofia
cristiana. Ho già accennato sia alle
meditazioni e agli studi che hanno preparato
e determinato questo passaggio, sia ai motivi
intrinseci all'idealismo stesso, che mi mossero
a uscirne. Tuttavia, credo che possa avere
un certo interesse illustrare meglio questo
punto.
Come
il lettore ha potuto notare, la mia è
ricerca della Verità: non della verità
che diviene (e che è solo tale di nome),
ma della Verità che è, eterna,
immutabile; non della verità che nasce
dalla contingenza ed è contingenza
essa stessa (come la pseudo-verità
dello storicismo), ma della Verità
che guida il contingente, di cui è
prima, indipendente e dopo, sempre; della
Verità che non è creata dall'uomo,
ma che l'uomo scopre. Per me, la filosofia
è metafisica ed è ricerca della
verità metafisica. È vero, come
ho detto, che l'attualismo è una filosofia
che non ha perduto il senso della metafisica,
ma è anche vero che esso si risolve
nella negazione della metafisica e perciò
stesso della filosofia. Di ciò mi ha
convinto l'identificazione che, in ultima
analisi, fa il Gentile tra la filosofia e
la vita. Credo che nessuno, e meno degli altri
chi scrive, vorrà volontariamente rinunciare
alla concretezza della filosofia, che è
poi l'essenziale umanità di questa;
ma credo che nessuno vorrà dissolvere
il ritmo del pensiero nel ritmo della vita,
cioè far scaturire la verità
dalla contingenza della pratica, come fa certo
storicismo che ha già rinunciato in
partenza alla filosofia. Ora precisamente
l'attualismo arriva anch'esso a questa conclusione:
lungi dal potenziare la concretezza e l'umanità
della filosofia, finisce per dare all'una
e all'altra un signicato empirico e perciò
stesso ancora non filosofia). Come ho scritto
nel Secolo xx, rielaborando un motivo critico
di alcuni anni prima e che contribuì
a farmi uscire dall'attualismo, ad un certo
punto l'idealismo gentiliano, per logica necessità
del suo proclamato immanentismo, facendo nascere
la verità dal tempo, perde il senso
della verità come guida e genitrice
del tempo, cioè dell'azione, e dissolve
l'eternità e l'universalità
del vero nella contingenza e particolarità
del fatto. Paga il suo contributo, al pari
dello storicismo del Croce e dell'attivismo
contemporaneo e rischia di far disperdere
la filosofia e con essa etica e pedagogia.
Ma
il motivo centrale di tutta la mia vita meditativa
è stato sempre e rimane ancora oggi
il problema della persona indissolubilmente
unito al problema morale. Che cosa è
la persona umana? Che cosa fonda la persona
umana, fondamento nel quale essa consiste?
Il suo fondamento è nell'essere, nell'essere
da e per l'essere, cioè dalla e per
la Verità, dal e per il Bene. Il suo
essere è morale e la morale ha basi
metafisiche. Credetti, in primo tempo, che
l'attualismo fondasse la persona e la morale;
mi avvidi dopo, attraverso gli studi e "
meditazioni sopra ricordate che l'attualismo
non "fonda" né l'una né
l'altra, ma le "affonda" tutte due.
Perché?
L'attualismo
è la filosofia dell'Io trascendentale:
gli io empirici sono reali solo in quanto
momenti dell'Io trascendentale, nel quale
si unificano. Gli io, dunque, sono in quanto
sono nell'Io trascendentale. Ma allora, come
io, non sono: quando sono non sono io, ma
l'unico Io trascendentale. Il Gentile viene
a negare la realtà della persona umana,
dei singoli, proprio perché la riduce
a un momento dell’unico Soggetto assoluto.
E’ vero che egli si sforza di tenersi in equilibrio
tra gli empirici e l’Io trascendentale, tra
la coscienza e l’Autocoscienza, ma è
proprio qui uno dei punti più vulnerabili
del sistema. O l’accento batte sull’io empirico
e l’attualismo rischia di capovolgersi in
un soggettivismo empiristico (come è
capitato ad alcuni attualisti che hanno voluto
eliminare quel che di metafisico e di dualistico
vi ha nella gentiliana filosofia); o l'accento
batte sull'Io trascendentale e l'attualismo
va a perdersi in una splendida astrattissima
vuota unità. È la difficoltà
che lacera le viscere dell'attualismo: l'io
empirico non ha senso senza l'Io trascendentale
e, d'altra parte, in questo non trova la sua
vita, ma la sua morte.
A
questo punto, mi è nata spontanea la
domanda: come una filosofia che non riesce
a fondare la persona, può solidamente
instaurare una morale? Non giustificare l'uomo
è non poter spiegare tutto ciò
che è umano e soprattutto quel che
di più umano ha l'uomo: il male e il
dolore. Dostoievski mi era sempre presente.
Obiettavo alcuni anni fa e obietto ancora
oggi: se la realtà dell'oggetto è
posta solo dall'atto e nell'atto della coscienza,
dov'è mai la realtà dell'oggetto?
Che è oggetto se non il proiettarsi
stesso della coscienza, che lo insegue, come
il cane la propria ombra? E che è la
coscienza stessa, quasi moltiplicata in infinite
ombre? L'oggetto è dunque illusorio:
non "risolto", ma "dissolto"
nell'Io, che non può fare a meno di
porlo e di dissolverlo per la legge fatale
e crudele della dialettica, insaziabile Saturno
che eternamente si ciba dei propri figli,
che ossa e carne non hanno, ma apparenza.
L'Io trascendentale è come un colossale
sogno d'inesauribile fecondità, che
genera mostruosamente altri sogni infiniti
che fa sparire, come nebbia al vento, nel
nulla del suo nulla. Il divenire non è
che una finzione e con esso sono finzione
la storia, finzione il mondo degli uomini.
L'alone romantico che sembra circondare la
filosofia del Gentile (che tanta suggestione
aveva avuto su di me) e che ad essa proviene
dalla concezione fichtiana dell'azione, non
è che l'illusione creata da un'apparente
concezione eroica della vita, apparente perché
apparente è la lotta. Bene e male,
verità ed errore sono e non sono e,
in definitiva, non sono, perché sempre
posti in un rapporto dialettico, che nega
in partenza la loro realtà.
Come
gli io non sono se non in quanto posti dall'Io,
cosi l'Io non è se non in quanto pone
gli io. L'immanentismo attualistico, malgrado
le difese del Gentile, è panteismo;
e, come tale, è la negazione della
creazione. È perciò stesso una
filosofia, non solo anticristiana, ma costituzionalmente
impotente a fondare la morale. Il panteismo,
infatti, rende assurda ogni esortazione morale.
Se la mia anima è della stessa sostanza
di Dio, essa, in eterno, non può cambiare
in meglio; non può cambiare affatto
e, se cambiasse, cambierebbe in peggio; cosa
che è anche assurda. Oppure, se si
ammette il divenire, dato che il mondo è
della stessa essenza di Dio, anche Dio sarebbe
mutabile. L'idealismo trascendentale è
un panteismo dinamico che nega Dio senza spiegare
il mondo e l'uomo: non può spiegarli
appunto perché nega Dio. Inoltre ogni
filosofia immanentistica si riduce all'adorazione
delle cose: a volta a volta adora un idolo
o il Dio-Natura, o il Dio-Progresso o il Dio-Storia,
ecc. Per essere contro ogni religione, si
condanna a essere una superstizione, una idolatria.
In conclusione: l'idealismo non spiega l'uomo
e non riesce a fondare la morale; nega l'uomo
e la morale; assegna all'uomo un compito che
non è il suo, ma di Dio e perciò
conferma la negazione dell'uomo, ignora la
vera finalità dell'uomo e perciò
non può risolvere il problema della
sua destinazione. L'idealismo è una
filosofia disumana. Non poteva, dunque, essere
la mia filosofia definitiva. Come ho scritto
altrove: "l'attualismo pone le giuste
e irrefutabili istanze di una concezione etica
della vita, del valore imprescindibile della
persona, della libertà, della storia;
ma proprio in nome di queste esigenze è
necessario essere decisamente e radicalmente
anti-attualisti". Invece, queste esigenze
sono soddisfatte dal Cristianesimo; dunque,
uscito dall'idealismo, mi proposi di costruire
una filosofia cristiana " (p. 41-45).
PARTE
SECONDA. - L'IRRAGGIAMENTO DI ANIME CRISTIANE
Negli
esempi finora studiati la conversione fu determinata
dalla constatazione riflessa di qualche deficienza
dell'ambiente religioso (o irreligioso) in
cui viveva il soggetto: carattere troppo intellettuale
e instabilità dottrinale del protestantesimo,
nazionalismo della Chiesa anglicana, impotenza
dell'ateismo davanti a gravi problemi, insufficienza
della mistica socialista di fronte al problema
sociale, insufficienza della filosofia immanentistica
di fronte ai veri problemi della persona umana.
In
altri convertiti s'osserva un processo un
po' diverso: scoprono casualmente una persona,
che prima li interessa con la sua vita e le
sue opere, poi li entusiasma: ora si tratta
d'un cattolico, e proprio dal suo cattolicesimo
deriva in gran parte la potenza d'attrazione,
l'irraggiamento che forza l'ammirazione. Allora
sorge il desiderio di studiare più
da vicino questa religione capace di produrre
tali frutti, e poi, ben presto, la conversione
definitiva. Giovanni Joergensen è condotto
al cattolicesimo da San Francesco d'Assisi;
Agostino Gemelli per aver incontrato quella
grande anima che fu Vico Necchi. Esaminiamo
un caso o due di questo genere.
CAPITOLO
I. - L'AZIONE D'UNA SANTA: VERNON JOHNSON
"Un
inglese molto ordinario". -
Anche qui si tratta d'un anglicano, e più
precisamente d'un anglo-cattolico; ma la sua
conversione si differenzia da quella di Benson
e di Knox per la parte primordiale che vi
svolge Santa Teresa di Lisieux. Cfr. Vernon
Johnson, Un solo Dio, una sola fede, Milano
1931.
Nato
nel 1886 e ordinato nel 1911 nella Chiesa
anglicana, poi, dal 1914, membro della congregazione
ritualista della Divina Compassione, Vernon
Johnson si dedica soprattutto alla predicazione;
predica dappertutto, nelle chiese e nei teatri,
nelle sale della City, a Oxford, a Cambridge,
e ovunque accorrono le folle a sentirlo. Fu
uno dei pochi predicatori che riempirono l'Albert
Hall, la più vasta sala di Londra.
Di
fronte alla Chiesa romana la sua posizione
è molto netta: non se ne preoccupa
affatto. " Io, dice egli stesso, non
mi ero mai affannato nei riguardi della Chiesa
cattolica... Sono un inglese molto ordinario
e, come tale, avevo nel
sangue tutto il timore, l'orrore, il sospetto
di Roma, la diffidenza per quanto consideravo
intrigo ecclesiastico e governo italiano,
ostilità latente, che proveniva dalla
mia educazione e dalla tradizione inglese,
che era in me in grado straordinario. Insulare
fino al fondo, non ero mai uscito dal mio
paese, avevo parlato solo due volte con un
sacerdote cattolico e sempre in modo puramente
occasionale; non avevo mai assistito a una
liturgia cattolica e solo a caso avevo gettato
qualche sguardo nelle chiese cattoliche...
Per me il cattolicesimo e l'anglo-cattolicesimo,
fino al 1925, erano, due mondi assolutamente
separati ".
Scoperta
di Santa Teresa. - Che cos'avvenne
dunque nel fatidico 1925? Questo: benché
prevenuto contro il libro che, a prima vista,
giudica et sentimentale, artificiale, antinglese
", d'altronde per consiglio d'una religiosa
anglicana, Vernon legge l'autobiografia di
Santa Teresa di Lisieux: "i primi due
capitoli non mi fecero alcuna impressione:
a stento arrivai in fondo. Poco a poco però
quelle pagine cominciarono ad attirarmi, e
non saprei descrivere il mio stato d'animo
quando, molto dopo la mezzanotte, posai il
libro ".
Ed
ecco le ragioni del mutamento interiore: o
Avevo trovato un'anima che aveva amato nostro
Signore in un grado superiore a quanto mai
avevo incontrato: un amore forte e generoso
come quello dei martiri dei tempi antichi
e al tempo stesso cosi tenero e delicato come
quello d'un fanciullo. Soprattutto mi colpì
il suo vangelo della sofferenza, come il più
prezioso dei doni di Dio e il solo che a Lui
ci unisce in una intimità senza pari,
e la sua interpretazione del dolore come qualcosa
che può offrirsi a Dio insieme ai meriti
della Croce di Cristo per il bene della Chiesa
e per la salvezza delle anime... Per la prima
volta compresi la frase di San Paolo: "Io
compio nella mia carne quanto manca alla passione
di Cristo per la salute del suo corpo, che
è la Chiesa" (Coloss., 1, 24)
".
Primo
viaggio a Lisieux. - Pieno l'animo
di questi pensieri, letto e riletto il libro,
Vernon Johnson decide di recarsi a Lisieux,
per passarvi qualche giorno del maggio 1925
e per vedere i luoghi in cui era vissuta la
Santa che s'era impadronita del suo spirito.
Arrivato a Le Havre, entrò in una chiesa
per ascoltarvi la Messa. Dopo la cerimonia
si iniziò una processione composta
di un vecchio prete con due accoliti portanti
un crocefisso e seguiti da un sacrestano assai
ridicolo, e tutti e quattro cantavano una
litania in lingua straniera. L'insieme gli
parve molto strano ed esclamò: te Se
questo è il cattolicesimo romano, son
ben contento di non appartenervi! "
Ed
eccolo a Lisieux, dove il primo contatto con
Santa Teresa è alquanto urtante. Davanti
a quella cassa indorata e a quei festoni di
rose di carta, prova soltanto una grande ripulsione.
Però le reliquie della Santa, gli oggetti
di cui essa si serviva ogni giorno, posate,
sandali, vestiti e disciplina, lo commuovono;
lo interessa molto la visita ai Buissonnets,
dove ha l'impressione di sfiorare il soprannaturale
e d'essere veramente vicino alla Santa; l'indomani,
dopo una nuova visita alla casa della Santa
(per una distrazione rimane chiuso nel giardino
e deve scavalcare il muro con molta difficoltà),
si reca al cimitero di Lisieux, dove fu prima
seppellita la Santa, e 11 una signora francese
gli parla a lungo della piccola Suor Teresa;
infine, con l'aiuto della stessa signora,
ottiene un breve colloquio con la supcriora
del Carmelo, Paolina, la sorella maggiore
della Santa. Il terzo e ultimo giorno, fuggendo
dalla cappella dell'urna che lo urta fortemente,
non può fare a meno di ritornare ai
suoi cari Buis-sonnets, dove la custode, venendo
a sapere che egli è anglicano, per
uno speciale favore gli permette di vedere
e di toccare diversi ricordi, che ordinariamente
non vengono mostrati ai pellegrini.
In
sostanza quale fu la lezione di quei tre giorni
a Lisieux: " Un'esperienza spirituale
prima assolutamente sconosciuta ", la
presenza del soprannaturale mai provata prima
a quel modo e, davanti alle reliquie moderne,
la costatazione che " il tempo della
santità eroica non è ancora
tramontato ", infine il sentimento chiarissimo
che una mano misteriosa aveva guidato anche
le minime circostanze di quella visita.
Così,
sempre più pieno di venerazione per
Santa Teresa, ma senz'avere per questo il
minimo desiderio di farsi cattolico e nemmeno
di studiare il cattolicesimo, Vernon Johnson
ritornò al suo ministero di predicazione.
Secondo
viaggio a Lisieux e sue conseguenze.
- L'anno successivo qualche volta gli capitò
di chiedersi con vaga inquietudine perché
non aveva incontrato nella sua Chiesa niente
che somigliasse alle meraviglie di Lisieux.
Però la risposta veniva facilmente
e lo tranquillizzava: " È solo
una questione di tempo, poiché l'espansione
dell'anglo-cattolicesimo le avrebbe rese senza
dubbio possibili anche nella Chiesa d'Inghilterra
". Tuttavia nel maggio 1926 ritorna a
Lisieux.
"
Questa volta, egli dice, la Santa si era ritirata
in secondo piano; tutta l'attività
del mio spirito non si concentrava più
in lei, ma su questo pensiero: che cosa aveva
reso possibile quella vita? che cosa aveva
prodotto Teresa? "
Evidentemente
la fede personale della Santa. Ma
che origine aveva avuto quella fede? Con la
riflessione, Vernon percepisce la differenza
tra la fede di Santa Teresa del Bambin Gesù
e la sua: "La fede per me era soprattutto
un prodotto della mia ragione; accettavo,
è vero, quello die non potevo provare,
ma a condizione che non fosse in contrasto
con il mio modo di pensare; invece per Santa
Teresa la fede era l'assoluta credenza in
verità rivelate da Dio ed insegnate
da un'autorità divina, che aveva il
diritto di esigere la sua obbedienza assoluta...
Per me il centro della fede stava in me stesso;
Teresa invece lo trovava nella Chiesa".
Frutto della seconda visita a Lisieux, che
trascorse specialmente riflettendo e meditando
per l'amena campagna dei dintorni, fu la risoluzione
di studiare il Nuovo Testamento nel modo più
minuzioso, mettendo in primo piano queste
tre questioni fondamentali: Autorità,
Unità, Papato.
Tre
anni di studio, di lotte, d'angoscie: la conclusione
s'impone evidente: " Nonostante quanto
conteneva di buono, l'anglo-cattolicesimo
non possiede né l'Autorità,
né l'Unità... e si dimostra
incapace a realizzare i voleri di Nostro Signore
", che solo la Chiesa cattolica realizza.
" Per quanto grande fosse il mio attaccamento
alle associazioni che s'erano formate attorno
alla Chiesa d'Inghilterra, per quanto stretti
i legami d'amicizia con molte anime del suo
gregge, quella Chiesa non poteva più
avere la mia adesione; non potevo fare a meno
di sottomettermi all'unica Chiesa che si riferisce
a un'autorità divina, e che risponde
alla volontà e ai disegni di Nostro
Signore ".
Nel
1929 il convertito di Santa Teresa abiura
il protestantesimo e parte per Roma, onde
prepararsi a ricevere il sacerdozio cattolico.
CAPITOLO
II. - L'AZIONE D'UN'ANIMA CRISTIANA LEOPOLDO
LEVAUX
Leopoldo
Levaux. La sua posizione religiosa.
- " Mentre agisce egli stesso dentro
di noi, scrive Giacomo Maritain, Dio si compiace
di mandarci un nostro fratello come testimone
della sua verità e strumento della
sua misericordia, per rompere finalmente lo
stampo e liberare la sua opera. Quest'inviato
del Signore per Leopoldo Levaux e per molti
altri fu Leone Bloy ".
Leone
Bloyl Non è strano che questo Mendicante
ingrato, questo Vecchio della montagna, come
chiamava se stesso, malgrado il carattere
bizzarro e difficile, abbia avuto tale irraggiamento
su quelli che lo avvicinavano! Se molti hanno
conservato il silenzio sul ritorno alla fede,
che devono a lui, alcuni hanno proclamato
la sua azione: Giacomo Maritain con la sposa
Rai'ssa e Pietro Van der Meer con la famiglia
sono gli esempi più noti. Chiediamo
piuttosto a Leopoldo Levaux come ritrovò
Dio. Cfr. L. Leveaux, Quand Dieu parie, Bloud
et Gay, Paris.
Leopoldo
Levaux, uno dei migliori critici belgi contemporanei,
aveva abbandonato il cattolicesimo verso i
quattordici anni e ci dice che considerava
o il cristianesimo come finito, come definitivamente
superato ", perché egli stesso
ne era uscito. Nel 1911 scrive: " Io
non sono più né cristiano né
cattolico; credo nella bellezza morale come
credo nella bellezza assoluta, nella Bellezza,
semplicemente... Sento una certa simpatia
per Gesù di Nazareth, ma detesto la
religione, le preghiere, i riti; tutto questo
mi sembra un formalismo umiliante... Il cattolicesimo
insegna a profanare la preghiera; è
privo di pietà, di raccoglimento, di
fervore nel culto. Per l'uomo di valore poco
importa la forma di religione che lo seduce.
Tutto risiede nel sentimento del divino ".
E legge, rilegge, annota Spinoza, che con
il suo panteismo talvolta lo getta <t in
un vero giubilo "; s'appassiona per Nietzsche
(" Nietzschismo: la terra e la sua gioia;
Cristianesimo : creazione d'un mondo invisibile,
ostile alla gioia terrena "); poi per
Gide. Come accade molto spesso in simili casi,
l'irreligione è il segno di un'anima
inquieta e insoddisfatta. " Incessante,
confessa Levaux, la tormenta un bisogno, quello
di riposarsi nell'Assoluto, nell'Infinito
dell'Essere... ma un tale Essere esiste? "
D'altronde ha un'erudizione letteraria molto
vasta, cospar gè il suo " Journal
" di citazioni di Baudelaire, di Poe,
Rimbaud, Laforgue. Nell'angoscia metafisica
in cui si dibatte pensa di prendere contatto
con uno di questi scrittori che ama e di cui
conosce le ferme certezze e, come alcuni anni
più tardi Giacomo Rivière a
Claudel, cosi egli scrive a Francis Jammes,
senza tuttavia attingere la calma da questa
corrispondenza, che presto viene interrotta.
Più duratura l'amicizia che egli stringe
a Liegi con l'ingegnere Wal-ter Dewé,
cattolico praticante, con cui ha conversazioni
lunghe e interessanti Ma né Jammes,
né Dewé dovevano essere la selce
che fa scaturire la scintilla.
Scoperta
di Leone Bloy. - Un giorno del 1913
(Levaux s'era fidanzato con una signorina
non credente come lui) in una conversazione
un amico gli annuncia di aver scoperto in
una bottega di libri usati un volume d'uno
scrittore straordinario che si chiama Leone
Bloy dal bel titolo: Quatte ans de capti-vite
sur Cochons-Marne. Levaux conosceva Bloy solo
di nome, attraverso il Livre des Mascjues
di Remigio de Gourmont, e per di più
lo confondeva vagamente con Giulio Bois. L'amico
si dice " sconvolto dalla potenza, dalla
magnificenza, dalla verve formidabile, dallo
spirito corrosivo di quello scrittore, di
cui nessuno parla " e che, d'altronde,
egli ritiene " un odioso fanatico ".
Intanto passa il libro a Leopoldo Levaux...
Questi
allora scrisse nel suo " Journal "
: " 26 febbraio, mezzanotte e venti.
Ammirazione illimitata per Leone Bloy; sono
portato al culmine della mia inquietudine;
aspiro un odore di speranza, sento Dio, sono
convinto di avere qui un libro divino ".
Trascrive pagine intere di Bloy, ne divora
tutti i libri: " Non mi posso staccare
da Bloy; quest'uomo mi ha ferito in modo strano.
Bloy, dispensiere di D'io, un cristiano superiore...
Bloy: entro in Dio attraverso la porta violenta".
E ripetendo la frase di Péguy in Jeanne
d'Are: "Ci furono santi d'ogni specie;
ci volevano santi e sante d'ogni specie, e
forse ne occorrerebbe una specie in più",
egli aggiunge: "Ne occorrerebbero della
specie di Bloy". Levaux ha la sensazione
di toccare davvero il porto: " Finalmente
lio incontrato, un po' diverso da come l'immaginavo,
l'essere vitale che sognavo e chiamavo ".
A
quest'uomo tormentato l'Assoluto di Bloy apparve
allora come l'unica certezza possibile; ma,
per allora, si trattava soltanto di desiderio
e d'ammirazione. Levaux non era pronto a seguire
Bloy. D'altronde lo capiva davvero? Per allora
in Bloy vedeva soltanto colui che egli chiamava
" l'unico ", che lo attira con le
sue rivolte, e le sue violenze contro la viltà,
la stupidità comune, con la veemenza
contro la mediocrità religiosa contemporanea.
Per un po' di tempo, come Bernard Shaw, che
fece di Giovanna d'Arco una protestante "
ante litteram ", egli opponeva Bloy al
cattolicesimo, a quel cattolicesimo-del quale
odiava ancora i dommi e i riti, e non sembrava
accorgersi (come capirà più
tardi) fino a che punto la fede di Leone Bloy
è conforme alla dottrina della Chiesa,
e quanto sia liturgica la sua pietà.
È possibile vedere altro, in questo
cristiano " innamorato ", in questo
Bloy che, molto prima del decreto di Pio X,
faceva la comunione quotidiana e die, nella
vita e nelle opere, voleva soltanto essere
il pellegrino del Santo Sepolcro? Levaux non
vedeva ancora questo. Intanto s'è sposato
(1913), è stato nominato professore
in Russia e, per qualche mese, pur continuando
a leggere e scrivere, dimentica un po' il
suo idolo.
Corrispondenza
con Leone Bloy. - Però non
è facile dimenticare Leone Bloy. Come
ha scritto Stanislao Fumet (nel suo bel volume:
Mission de Leon Bloy, ed. Desclée),
k allorché lo zelo di molti continua
a fare fallimento, Leone Bloy, con i suoi
diretti, le sue esagerazioni e violenze, riesce
prodigiosamente. Le anime si attaccano come
istintivamente alla verità assoluta,
che quel cristiano, che le ama, presenta senza
molti riguardi per la loro suscettibilità.
Ma il Dio di cui parla è cosi evidente
ed è così incostatabilmente
il Pane e il Vino di cui ciascuno ha fame
e sete da morirne, che esse, generose, non
resistono a lungo all'affermazione d'un uomo
che scopre perentoriamente il mistero del
loro abisso ". Sei mesi dopo l'arrivo
in Russia, Leopoldo Levaux ritorna a Bloy
in modo inatteso, per mezzo della sua donna.
"
Stavo leggendo nel mio studio, scrive il 15
gennaio 1914. Elena venne a
trovarmi, in lagrime, con in mano il Meridiani
ingrat. Da quando Bloy era stato sul punto
di rapirmi alla sua via, mai essa aveva accettato
di leggerne una sola riga. Quando queste cose
erano già lontane, dopo un anno, essa
apre il libro per curiosità. L'accento
di Bloy l'ha immediatamente afferrata ed essa
legge con emozione crescente. L'artista prodigioso,
l'eroe dell'anima, il povero sublime, lo sposo
e il padre traboccante d'amore e crudelmente
torturato hanno agito su di lei con tale forza,
che piangeva di compassione, d'ammirazione
e di rimorso. Piangemmo insieme e decidemmo
di scrivere a Bloy ". Così fecero
e il 26 febbraio ricevettero da Bloy una lettera
piena d'affetto. Levaux ne fu sconvolto: "Fu
come se, tutto d'un colpo, una voce vivificante
fosse venuta a spezzare il silenzio pesante
in cui mi muovevo e che io prendevo come rumore
della vita. Questa voce mi attraversa come
un ferro e mi da consistenza. Lo slancio violento
del mio cuore, che si getta a Bloy, superando
le distanze, mi fissa e mi consolida ".
La
corrispondenza continua. Nella seconda
lettera Bloy pone con fermezza la soluzione
del grande problema : " Pare che mi diciate
che siete lontano dalla mia vita religiosa.
Non posso rispondervi che quanto ho già
risposto a molti altri: questa lontananza
è infinitamente deplorevole. Finché
non sarete cattolico morrete d'inedia, perché
solo la Chiesa romana è capace di nutrirvi.
I miei libri non vi diranno altro. E questo
è assoluto ". Questa volta Levaux
comincia a capire che Bloy non esisterebbe
senza il suo cristianesimo, ma egli s'impenna,
ritorna a Kant e si dibatte di nuovo nell'angoscia
: " In chi credere? che cosa credere?
" Però dopo la crisi giunge a
una conclusione che segna un passo sicuro
verso la verità: se si ammette come
un fatto l'esistenza di Dio e la rivelazione,
l'unico atteggiamento logico è il cattolicesimo
romano.
Visita
a Leone Bloy. - S'avvicina il tempo
delle vacanze. Levaux e la moglie tornano
in Belgio, poi a Parigi, e il sette luglio
picchiano alla porta di Leone Bloy.
Colloquio
inaudito ed emozione intensa: "t Gli
occhi di Bloyl Non posso dire la pienezza
di felicità provata a bagnarmi negli
sguardi con cui mi avvolgeva. Gli sguardi
di Leone Bloy sono quelli della luce; irraggiano
una forza, una dolcezza, una serietà
che m'incitano alla più perfetta confidenza...
Leone Bloy è l'uomo dolce e terribile
per eccellenza; e in questo è simile
a Gesù Cristo e solo come lui posso
concepire il cristiano ". E alla sera,
mentre Bloy legge ad alta voce la prefazione
scritta per il libro in cui il suo figlioccio
Pietro Van der Meer racconta la propria conversione,
a Levaux pare che " una palla d'angoscia,
da molto concentrata ", gli scoppi in
gola.
Il
posdomani, dopo un'altra visita a Bloy, Leopoldo
Levaux rientra in Belgio. Nella sala d'aspetto
di Mezières, dove tra due treni si
è fermato per salutare il busto di
Rimbaud, subisce ancora una crisi dolorosa:
" O io sinora sono vissuto nell'errore
e Bloy è nella verità, oppure
ho ragione io ed egli s'inganna. Nel primo
caso Gesù è la seconda persona
divina e noi siamo in un abisso indicibile,
nel cui centro zampilla una sorgente infinita
di speranza. Nel secondo caso Gesù
è soltanto un uomo d'una grandezza
sovrumana, e Bloy e un disperato sublime,
appoggiato a un'idolatria ammirabile ".
Anche se incapace d'uscire dal dilemma, Levaux
in ogni caso ha capito chi è Leone
Bloy, cioè un cristiano. Attraverso
lo scrittore ha intravveduto il cristianesimo,
che gli resta da approfondire per fare poi
il passo definitivo.
Per
ottenere la fede di Leone Bloy. -
Poche settimane dopo scoppia la guerra. Ridotto
all'inazione in Liegi occupata, Levaux ha
tempo per leggere e meditare. Si provvede
d'una Bibbia, di vite di santi, d'alcune opere
dei Padri della Chiesa. " Leggo le Confessioni
di Sant'Agostino, per vedere che cosa significa
credere in Dio e come questo grande uomo è
giunto a credere ".
Eccolo
scoprire a poco a poco la Chiesa, sulla quale
finora s'era informato solo " da libri
d'eretici, giudei, liberi pensatori, apostati,
come Spinoza, Novalis, Michelet, Renan, Nietzsche...
" Studia la veracità dei Vangeli,
la storia della Chiesa; non esita a rileggere
Renan e con gioia vede a svanire questo miserabile
ridicolo fantasma ", mentre Enrico Poincaré
gl'insegna la relatività d'ogni scienza.
Ora la perennità della Chiesa gli appare
con un'evidenza ab bagliante ed è prossima
la vittoria completa. Il 24 ottobre scrive
: •" Vorrei poter chiedere preghiere
a Bloy, perché ci venga accordata la
grazia di non ; esilare più, assieme
alla forza d'uccidere l'uomo vecchio... Carissimo
Leone Bloy, ( vi prego umilmente e filialmente,
in nome dell'anima mia, di gettarmi sulle
j vostre spalle ". Il 15 novembre: "
Non vado più oltre nella resistenza,
e rotolo ! sui pendii dell'amore... ".
Due giorni dopo chiede un sacerdote all'amico
Dewé.
Il
28 novembre, nella cappella dei Domenicani,
Leopoldo ed Elena Levaux ritornano a Cristo.
" Siamo soltanto più due fanciullini,
ai quali Dio ha perdonato; due pecorelle perdute
e ritrovate. Non abbiamo mai gustato una felicità
i come questa. O pace di Gesù, noi
ti assaporiamo; lume di Cristo, noi ti i vediamo;
e in te ormai vediamo tutte le cose ".
L'indomani, prima domenica dell'Avvento 1914,
messa e comunione: "A te, o mio Dio,
ho innalzato la mia anima; mi affido a te,
che io non sia affatto confuso ", dice
l'Introito della Messa del giorno. Ma Levaux
non dimentica colui che fu lo strumento della
sua felicità: " II nostro ritorno
a Cristo eucaristico lo offriamo a Dio per
Leone Bloy, per i suoi e per tutti quelli
che hanno da ricevere da lui. Mio Dio, benedite
quest'uomo, che ha tanto sofferto perché
noi vedessimo! "
PARTE
TERZA. - ALCUNE VIE SPECIALI DELLA GRAZIA
Ad
altri convertiti il cattolicesimo s'impone
non per il confronto con altre religioni,
né con l'irraggiamento delle virtù
fatte sbocciare in alcuni suoi figli, ma perché
esso solo s'accorda pienamente con le loro
aspirazioni intime, esso solo permette la
piena espansione delle loro tendenze innate,
di qualsiasi genere esse siano, purché
sincere. In realtà Dio sa far germogliare
la fede in terreni che, a prima vista, sembravano
assolutamente e per sempre sterili. Non sembra
che una passione malsana per l'artificiale
e l'artefatto, oppure che un culto esclusivo
del sentimento militare siano propizi allo
sbocciare del sentimento religioso, e invece
la grazia sa trarre partito anche da queste
disposizioni. La grazia fa di simili scherzi,
e sa orientare tutti i mezzi allo scopo che
si propone. Essa trasformerà i desideri,
utilizzerà quanto di retto e di buono
c'è in essi: poiché Huysmans,
pur essendo completamente chiuso nelle bellezze
naturali, sente profondamente le bellezze
artistiche, Dio gli farà gustare l'arte
religiosa, e per questa via lo condurrà
alla Chiesa; poiché Psichari, nel deserto
vuoi apparire agli occhi dei Mauri come il
tipo del soldato francese, Dio gli mostrerà
che a quest'ideale deve necessariamente aggiungere
l'ideale cristiano. Dopo aver considerato
un po' più da presso quali furono le
ragioni di credere di questi due scrittori
faremo un cenno, in un capitolo a parte, di
alcuni recenti ritorni avvenuti sotto l'influsso
del fascino della Chiesa.
CAPITOLO
I. - L'ARTISTA CHE TROVA DIO: J. K. HUYSMANS
"
Sì la vera prova del cattolicesimo
era quell'arte, che esso aveva fondato e che
nessuno aveva ancora superato! In pittura
e scultura erano i primitivi; i mistici nella
poesia e nella prosa; in musica il canto gregoriano;
in architettura il romanico e il gotico. E
tutto questo era e ardeva in un solo fascio
sopra un solo altare; tutto questo si conciliava
in un intreccio unico di pensieri: riverire,
servire adorare il Dispensatore, mostrandogli,
riverberato nella sua creatura come in uno
specchio, il prestito ancora immacolato dei
suoi doni ". Cfr. Huysmans, En route,
Plon, Paris.
Checché
si pensi di quest'apologetica, evidentemente
singolare e senza dubbio alquanto insufficiente,
non resta meno vero che nel ritorno a Dio
del romanziere J. K. Huysmans, l'arte cristiana
svolse la parte principale: " Insomma
(farà dire al suo portavoce) riassumendosi,
egli poteva credere che San Severino con i
suoi effluvi e l'arte religiosa della vecchia
navata, che San Sulpizio con le sue cerimonie
e i suoi canti, lo avevano ricondotto all'arte
cristiana, che a sua volta lo aveva diretto
a Dio ". Ad ogni modo l'itinerario di
Huysmans merita d'essere studiato prima di
tutto per la sua stessa originalità,
poi per il grande influsso dei suoi scritti
sull'attuale rinnovamento liturgico, senza
parlare delle conversioni che ha operato.
Des
Esseintes e arte sacra. - Joris Karl
Huysmans verso il 1880 era uno dei pilastri
del naturalismo e, insieme con Zola, Céard,
Hennique, ecc., membro del Gruppo di Médan,
capace di scrivere una lunga novella, quasi
un piccolo romanzo sulle difficoltà
d'un impiegato d'ufficio, celibatario e poco
fortunato nonché sofferente di stomaco,
a trovarsi un albergo adatto. Nonostante questo
è un artista, ma che ama solo l'artificiale
e che detesta la natura: a Essa, scrive Huysmans,
ha fatto il suo tempo; con la disgustosa uniformità
dei suoi paesaggi e dei suoi cieli ha definitivamente
disgustato la pazienza dei raffinati. In sostanza
che piattezza di specialista chiuso nel suo
settore, che piccolezza da bottegaio che tiene
solo un determinato articolo, escludendo tutti
gli altri, che monotono magazzino di praterie
e di alberi, che banale agenzia di montagne
e di mari! " E ancora: o La natura è
interessante solo se debole e ferita ",
cioè al margine delle città,
nella zona tra i detriti e i mucchi d'immondizie.
Come fiori egli accetta soltanto le orchidee,
perché hanno un'aria falsa, fatta con
pezzi di tubi di stufa, di pezzi di calicò
inamidati, di taffetà d'Inghilterra.
Egli concretizza i suoi odi e le sue ammirazioni
nell'eroe d'uno dei suoi primi romanzi (A.
Rebours) il patrizio Des Esseintes, il dilettante
dell'artificiale che vive fuori della società,
e in una casa, dice un critico, in cui tutto,
dal mobilio fino alle ore e al menu dei pasti,
è organizzato in modo da beffare il
costume e la natura ".
Ora
in arte e in letteratura, il Des Esseintes
(cioè Huysmans, o quello che allora
rappresentava il suo ideale), tra le poche
sue preferenze, fa un posto all'arte sacra
e alla letteratura cristiana. Si diletta nella
lettura dei poemi religiosi della letteratura
cristiana latina, come Prudenzio, Sedulio,
Commodiano di Gaza, Fortunato, " i cui
inni e il Vexilla Regis, tagliati nella vecchia
carogna della lingua latina, cosparsi degli
aromi della Chiesa, certi giorni lo ossessionavano
"; si diletta anche di Valafrido Strabone
e di qualche altro. Negli autori moderni,
pochi dei quali trovano grazia ai suoi occhi,
consente a lodare due o tre scrittori cattolici,
come Hello e Luigi Veuillot. Dell'arte religiosa
parla già con una certa tenerezza,
e lo si vede prendere quell'interesse che
più tardi lo porterà al canto
gregoriano, che chiama " il verbo dell'antica
Chiesa, l'anima del Medioevo, la preghiera
eterna cantata e modulata secondo gli slanci
dell'anima, l'inno permanente lanciato da
secoli verso l'Altissimo ". D'altra parte
notiamo che nel bizzarro A Rebours, dove si
parla costantemente di cose religiose, sempre
con rispetto, le ultime parole del dilettante
nevrastenico sono una vera preghiera: "Signore,
abbiate pietà del cristiano che dubita,
dell'incredulo che vorrebbe credere, del forzato
della vita, che s'imbarca da solo nella notte,
sotto un firmamento che non è più
rischiarato dai vecchi fanali della speranza
". Barbey d'Aurevilly, recensendo il
volume propose a Huysmans il dilemma che aveva
già proposto a Baudelaire dopo Les
fteurs du Mal: a Dopo un simile libro all'autore
non resta che scegliere tra un colpo di rivoltella
e la Croce ".
Una
tappa: Là-Bas. - Huysmans
scelse la Croce, ma non subito. Per giungere
a Dio passò per Satana. A Rebours è
del 1884; nel 1891 esce Là-Bas, romanzo
in cui Huysmans si personifica nel protagonista
Durtal, che ritroveremo nelle opere successive,
e in cui, con un abilissimo intreccio, studiava
il satanismo dal medioevo ai nostri giorni,
nelle sue manifestazioni più svariate,
come lo spiritismo, i malefizi, le messe nere,
ecc. Giunge a constatare scientificamente
l'esistenza del soprannaturale diabolico,
d'un soprannaturale certamente di poco valore,
ma d'un soprannaturale tangibile. Ora credere
al diavolo in certo modo significa già
credere a Dio. In questo terreno così
preparato, l'arte cristiana, meglio studiata
e compresa che al tempo del Des Esseintes,
sarà lo strumento della grazia. Huysmans,
sempre col nome di Durtal, in un nuovo romanzo,
En Route, comparso nel 1895, ci racconta come
tre anni prima era ritornato alla fede.
Saint-Séverin
e Saint-Sulpice. - " Durtal,
dice Huysmans, era stato ricondotto alla religione
dall'arte. Più che il disgusto della
vita medesima, l'arte era stata la sua amante
irresistibile, che lo aveva attirato verso
Dio ". Lunghe visite ai musei, davanti
alle tele dei primitivi: già in Là-Bas
aveva scritto pagine ammirabili sulla crocefissione
di Griinewald; soste prolungate a Saint-Séverin,
la chiesa che gli sarà prediletta:
" Si sentiva a casa sua solo là;
credeva che se, alla fine voleva pregare per
davvero doveva farlo in questa chiesa, e si
diceva: qui c'è l'anima delle volte.
È impossibile che le preghiere ardenti
e i singulti disperati del Medioevo non abbiano
impregnato per sempre questi pilastri e colorato
questi muri; è impossibile che questa
vigna dei dolori, dove un tempo i santi vendemmiarono
i caldi grappoli delle lacrime, non abbia
conservato di quei tempi ammirabili emanazioni
che fortificano ed effluvi che sollecitano
ancora l'onta dei peccati, la confessione
dei piantil " Infine a San Sulpizio Huysmans
ha la rivelazione della bellezza della liturgia
cattolica: splendore della liturgia mortuaria,
del Dies trae, " che fa vedere la terra
atterrita davanti al Dio inflessibile, che
minaccia di sconvolgere le acque, di fracassare
i monti, di sventrare dal cielo a colpi di
folgore gli oceani "; del De profundis,
cantato da voci infantili, che all'ultimo
versetto " si lacerano in un grido doloroso
di seta, in un singulto affilato, tremulo,
sulla parola eis, che resta sospesa nel vuoto...
"; del Libera, durante il quale "
il prete fa il giro del catafalco a grandi
passi, lo irrora di perle d'acqua benedetta,
l'incensa, offre riparo alla povera anima
che piange, la consola, la prende vicino a
sé, in certo modo la copre col suo
piviale... "; sconvolgimento della Settimana
Santa, con o l'incomparabile liturgia di quei
giorni di lutto, con il dolore infinito della
Passione, cosi nobilmente, così profondamente
espresso negli Uffici delle Tenebre dalle
lente salmodie, dal canto delle lamentazioni
e dei salmi... ".
A
che furore si abbandona Durtal davanti alle
messe mondane di mezzogiorno, dove il canto
gregoriano è sostituito da " marce
da ghironda, da valzer di bettola, da arie
per fuochi d'artifizio ", oppure vedendo
le sepolture borghesi alla Maddalena, dove
" si suona Messenet o Doibois, Beniamino
Godard o Widor, o, peggio ancora, musica da
caffè-concerto cantata dalle donne
iscritte alle confraternite del Mese di Maggio
", con tutto l'atroce mobilio che ostentano
le pompe funebri, " tutta una chincaglieria
del tempo del primo impero, scolpita in rilievo
di patere, di foglie d'acanto, di clessidre
alate, di losanghe e di greche! " Come
si sente più vicino a Dio nella povera
cappella dei Francescani missionari di Via
dell'Ebre, dov'è entrato casualmente
il pomeriggio del Natale e dove sente "
vespri intimi, in canto fermo, seguiti dai
fedeli con fervore prodigioso, in un raccoglimento
silenzioso e inaudito" e prende parte
a una benedizione in cui, con sua grande vergogna,
gli viene posto un cero in mano ed è
pregato d'inginocchiarsi alla balaustra, e
resta là, impietrito col cero che sgocciola,
impacciato dalla posizione insolita e die
lo fa, come dice egli stesso, " sudare
d'angoscia ".
Dalle
rue Monsieur alla Trappa. - Nel suo
peregrinare per i santuari parigini, scopre
soprattutto i Benedettini e quindi il gregoriano
in tutta la sua purezza. Forse nella cappella
di rue Monsieur, che per molti motivi sarà
sempre cara a molti di noi, Huysmans ricevette
gli ultimi colpi della grazia, a Saint-Séverin,
Saint-Sulpice ora gli sembravano profane;
si trovava di fronte a un canto secco, affilato
e nervoso come quello dei primitivi; vedeva
la rigidità ascetica della linea, la
risonanza del suo colorito, sentiva il fragore
del metallo martellato con l'arte barbara
e incantevole dei gioielli gotici; sotto la
veste pieghettata dei suoni sentiva palpitare
l'anima nativa, l'amore ingenuo delle età
". Il lento lavoro della grazia, appoggiato
all'arte e alla bellezza, sarà ben
presto finito; superando le sue ultime ripugnanze
("bisognerà costringersi a un
cumulo d'osservanze, piegarsi a una serie
d'esercizi, andare a messa la domenica, osservare
l'astinenza il venerdì... "),
Huysmans va a trovare un sacerdote suo conoscente
e che nel romanzo chiama abate Gevresin. Dopo
mesi di lotta nell'uscire da una vestizione
dei Benedettini, che lo ha sconvolto, l'abate
gli strappa la promessa d'andare al più
presto in una Trappa per un ritiro e per "
il grande bucato ". Dalla Trappa d'Igny,
nella Marne, dove va realmente, finalmente
vinto, dove ha giorni angosciosi e deve subire
violenti attacchi demoniaci, nel 1892 ritorna
purificato, consolato, pacificato.
La
sua opera e il suo influsso. - Ora
metterà la sua arte di scrittore al
servizio di Dio. Dapprima, in seguito a un
lungo studio dell'architettura e della scultura
nel Medioevo, particolarmente a Chartres,
scriverà la Cathèdrale, il romanzo
della simbolica medioevale; a Ligué,
dove in seguito si stabilirà all'ombra
dell'abazia dei Benedettini, ai quali si legherà
come oblato e che lascerà soltanto
nel momento in cui la fede lo costringerà
ad espatriare, nascerà Yoblat, il romanzo
della liturgia; più tardi, stabilitosi
a Parigi, scriverà la Vie de Sainte
Lydwine de Schiedam, il poema della sostituzione
mistica, e le Foules de Lourdes, il poema
dell'Immacolata, in cui si risveglierà
la sua antica collera contro la laidezza e
il cattivo gusto perché, egli dice,
a Lourdes il demonio si prende la rivincita
sulla Vergine. Infine questo cristiano ebbe
una splendida fine: torturato da un cancro
alla faccia, pronunciò eroicamente
il suo fiat, rifiutò il sollievo della
morfina, propostogli dai medici, e si spense
in mezzo a sofferenze, atroci, privato anche
dell'aiuto della comunione, che la sua bocca
piena di pus non poteva più ricevere,
ma nella serenità e nell'abbandono
totale. Considerevole fu l'influsso di questo
convertito del quale, a motivo del suo curioso
itinerario, si disse che: "trovò
Dio come potè, ma lo trovò".
" L'architettura cristiana, il canto
fermo della Chiesa, la sacra liturgia, scrive
il Calvet, sono i soggetti che Huysmans ha
introdotto a forza nella letteratura, proprio
in nome dei principi naturalistici che fanno
una legge allo scrittore di trattare tutto
il reale; e questi temi egli impose con il
prestigio d'un'arte che la conversione non
aveva indebolito, ma che trova nel campo della
fede la materia scelta, invano cercata tra
le laidezze e le bassezze del mondo soggetto
a Satana. Non è poco aver operato questa
rivoluzione nel romanzo, e aver aperto agli
scrittori della nostra generazione la via
in cui molti si sono impegnati". Quest'arte
cristiana, che lo ha ricondotto a Dio, Huysmans
fece conoscere, ai suoi contemporanei; a molti
diede il gusto della bellezza religiosa e
dobbiamo considerarlo tra i principali artefici
di quel movimento liturgico desiderato dal
beato Pio X e appoggiato dai Benedettini,
e che ai nostri giorni ha fatto progressi
così magnifici.
CAPITOLO
II. - IL SOLDATO CHE TROVA DIO: ERNESTO PSICHARI
II
nipote di Renan. - " Era impossibile
vivere più lontani da Cristo ",
disse Giacomo Maritain di questo nipote di
Renan, suo amico. Ernesto Psichari leggeva
il Vangelo e i mistici cristiani, ma come
dilettante, per trame pretesto alla letteratura.
E in realtà, finiti gli studi, che
cosa faceva se non sfiorare tutto, rifiutare
qualsiasi disciplina, rigettare ogni regola?
E proprio perché ben presto s'accorse
che m questo modo non avrebbe prodotto nulla,
ebbe il coraggio di imporsi la disciplina
più rigida, facendo prima il suo servizio
militare, poi, interamente preso dalla mistica
del soldato restò nel deserto, fece
due soggiorni in Mauritania, dal 1904 al 1908
come sottufficiale d'artiglieria coloniale,
dal 1909 al 1912 come ufficiale.
Come
il soldato Psichari sia ritornato a Dio lo
ha raccontato egli stesso in due libri, Les
voi" qui crient dans le dèsert,
e Le voyage du Centurion, due opere che si
completano, che anzi ne fanno una sola:'se
il primo libro è un diario personale,
nel secondo l'autore si personifica nel protagonista
Massenzio, nome che gli conserveremo.
Alla
conversione di Massenzio sembra abbiano contribuito
tre fattori fondamentali: l'Africa, l'esercito
e il compito storico del cristianesimo di
fronte all'Islam.
Il
deserto. - Prima l'Africa. Massenzio
l'ama, e vi si sente a casa sua. " A
lui, umile luogotenente degli eserciti della
Repubblica, la patria aveva dato questo paese
come un parco immenso, dove poteva divertirsi
e annoiarsi, andare e venire a suo capriccio
e fare a modo suo ". Soprattutto vi si
sente migliore. Egli parla di " quella
brezza vivificante, che esalta quanto di meglio
c'è in noi "; di quel deserto,
" dove occorre uno sguardo fermo sulla
vita, uno sguardo puro, che va diritto davanti
a sé, uno sguardo tutto franchezza,
tutto chiarezza ". E poi " la Regola
dell'Africa è il silenzio. Come il
monaco nel chiostro tace, cosi il deserto
nel manto bianco tace. Improvvisamente il
giovane francese si piega alla stretta osservanza,
ascolta pio le ore cadere nell'eternità
che le inquadra, muore al mondo che lo ha
deluso". Così l'Africa gl'impartisce
una lezione di vita interiore.
Servitù
e grandezza. - Nella solitudine del
deserto Massenzio riflette sul suo mestiere
di soldato. Già la sua prima campagna
in Mauritania aveva ispirato a Psichari un'opera,
L’Appel des Armes, dove egli mostra quale
arricchimento l'anima può trarre dalla
disciplina militare giudiziosamente applicata
e compresa. " L'esercito, scrive di lui
il Calvet, gli diede un vero tesoro morale...
Nulla assomiglia a Servitude et grandeur militaires
come L’Appel des Armes, ma Psichari supera
i punti di vista di Vigny. Vigny opponeva
servitù e grandezza, e cercava di consolare
il soldato della sua servitù con la
meditazione della sua grandezza; Psichari
gli propone una meditazione più alta,
la grandezza stessa della sua servitù,
la sommissione all'ordine sovrano attraverso
l'amore all'ordine sovrano. Questa concezione
mistica della disciplina militare aveva un
carattere nettamente religioso, e i termini
di cui si serviva il giovane scrittore per
esprimerla avrebbero potuto convenire anche
alla disciplina cattolica ". In ogni
caso Massenzio sarà cosi preparato
in modo meraviglioso ad accettare quest'ultima
disciplina e, come scrisse Paolo Bourget,
k spingendo a fondo l'analisi del suo mestiere
di soldato, il sognatore scoprirà in
se stesso il cristiano ".
Di
fronte all'Islam. - Ma costui è
un soldato francese in terra africana. b Egli
è l'inviato della potenza occidentale
", e come nota ancora Paolo Bourget nella
sua Prefazione al Voyage du Centurion, in
ogni coloniale ci dovrebbe essere qualcosa
del crociato. " In fondo, dice Massenzio,
nulla da fare; venti secoli di cristianesimo
lo separano dai Mauri. Questa potenza, di
cui porta la bandiera, è quella che
ha ripreso le sabbie alla mezzaluna ed è
quella che trascina l'immensa croce sulle
sue spalle... I Mauri gli hanno fatto capire
com'era pura e salubre l'aria cristiana che
si respira in Francia ". Egli sente l'antagonismo
fondamentale non delle due razze, ma delle
due religioni, quella la quale proclama che
" l'inchiostro dei saggi è più
prezioso del sangue dei martiri ", e
quella che esalta la virtù soprannaturale
del sacrificio. " Il suo nome è
per sempre legato al nome cristiano, e la
sua fierezza davanti ai Mauri non è
altro che fierezza cattolica ".
Improvvisamente
si trova in certo modo costretto a confessare
pubblicamente la fede religiosa, che non possiede
ancora. La sua guida, Sidia, un giorno gli
dice: a Io so che Issa è un grande
profeta, ma che dite voi Nazzareni a suo riguardo?
" (Issa è il nome arabo di Gesù
Cristo). " Io esitai un minuto, dice
Psichari, e risposi a Sidia: Amico mio, Issa
non è un profeta, ma è veramente
il Figlio di Dio... ". Ma eccolo arrestarsi
con la gola serrata e gli occhi pieni di lacrime:
" L'ammirabile storia era la mia? Avevo
il diritto di farla mia, di confessare Gesù
Cristo senza crederci? ". :
Da
allora in poi soffrirà crudelmente
per questa sua continua menzogna, del divorzio
tra quello che è e quello che vuoi
apparire, e il desiderio di Cristo non lo
lascierà più. A contatto della
vita religiosa dell'Islam, spinto da emulazione,
prova il bisogno di studiare a fondo il cattolicesimo,
che sente di rappresentare, bene o male che
sia, in quelle terra; poiché a il viaggiatore
cristiano in terra africana, checché
faccia o voglia, è sempre Cristoforo
con il suo lungo bastone, portante sulle sue
spalle il Bambino con il globo e l'aureola
di luce invisibile... ".
Il
Centurione del Vangelo. - Cosi la
meditazione di Massenzio diverrà necessariaménte
religiosa; egli nella calma del deserto non
sarà più un soldato che riflette
sulla grandezza del suo mestiere, ma un cristiano
che conversa con il suo Dio. L'ufficiale d'artiglieria
coloniale è ora " come il centurione
con dietro la sua centuria, che dice all'uno:
Va, e quegli va; e all'altro: Vieni, e quegli
viene ". Ora i suoi modelli saranno "
quegli umili ufficiali delle coorti romane,
che ogni tanto compaiono nel Vangelo, perché
si manifesti la preferenza di Dio ";
quello di cui il Signore proclama che "
non ha affatto trovato in Israele una fede
come la sua "; quello che ai piedi della
croce confessa che " quest'uomo era veramente
il Figlio di Dio "; e più tardi
quel Cornelio che, " primo tra i gentili,
ricevette lo Spirito Santo con la parola di
Gesù Cristo ". Infine, comprendendo
che non si combatte contro la misteriosa forza
che s'è impadronita di lui e non lo
lascierà più, finirà
col cadere in ginocchio e dire " dolcemente,
come un viandante molto stanco, alla fine
del giorno: Mio Dio, io vi parlo, ascoltatemi.
Abbiate pietà di me: Voi sapete che
non mi hanno insegnato a pregare. Ma io vi
dico, come vostro Figlio ci ha detto di dire,
e come un tempo vi dissero i padri miei: Padre
nostro, che sei nei deli... ".
Il
viaggio del centurione Massenzio è
terminato. Psichari rientra in Francia, ritorna
al cattolicesimo, è accolto nel Terz'Ordine
di San Domenico, e allora sembra avere solo
più un pensiero: espiare l'apostasia
del nonno, a riprendere il calice caduto dalle
sue mani infedeli ", portare a termine
la Messa che Renan non ha mai finito. Ma siamo
nel 1914, e il 22 agosto il luogotenente Psichari
cadeva davanti al nemico, e Paolo Claudel
poteva far dire a uno dei bambini della sua
Nuit de Noil; " Io vedo il nipote di
Renan... È a terra, con le braccia
in croce, con il cuore lacerato e la sua figura
è come quella d'un angelo! Ha indosso
il segno del gregge di San Domenico ".
CAPITOLO
III. - IL FASCINO DELLA CHIESA
Abbiamo
detto da principio che il fatto ossia la vita
della Chiesa ha una parte preponderante nelle
conversioni al cattolicesimo. Vogliamo ora
raccogliere, nella loro parte essenziale,
alcune testimonianze recenti dalle quali la
cosa emerge in modo ancor più evidente
che non dalle conversioni finora esaminate.
Un
filosofo indiano: Chuni Mukeryi.
- Sarebbe assai interessante studiare l'itinerario
spirituale di un uomo di vasta cultura, come
Chuni Mukeryi, che dall'induismo approda al
cattolicesimo. Rompendo ogni legame con il
bramanesimo ufficiale, egli dapprima si uni
alla corrente Brahmo Somai, movimento teistico
di riforma, al quale apparteneva anche il
noto scrittore indiano Tagore.
Per mezzo degli anglicani unitari conobbe
il cristianesimo e, finalmente, egli scrive,
"il 24 aprile 1948, nella cappella di
Crisnagar, feci la mia professione di fede
e promisi fedeltà al Papa e alla Chiesa
". Ma noi ci limitammo al motivo della
sua adesione al cattolicesimo.
"
Che cosa mi indusse dunque, egli si chiede,
a sottomettermi a Roma? La mia risposta potrebbe
essere subito questa: il mirabile esempio
dei missio-nari, padri, fratelli e suore;
il meraviglioso ed incessante esempio di grandezza
d'animo, che riscontriamo in tutto il mondo
cattolico... L'abnegazione e la carità
dei missionari cattolici, padri, fratelli
e suore sono una prova vivente della verità
della Chiesa cattolica. Sono convinto che
proprio in grazia di questa sincerità
ed onestà la Chiesa, malgrado le lotte
e gli ostacoli, ha potuto resistere attraverso
i secoli. La sua stupenda fraternità
è unica nella storia dell'umanità,
ed è alimentata dalla vita esemplare
dei suoi preti, dei frati e delle suore ".
E
parlando della sua fede nel Papato, scrive:
" Quando ancora facevo parte della Chiesa
anglicana, il reverendo George Hubback, metropolita
anglicano per l'India, mi chiese se credevo
nella supremazia del Papa. Gli confessai che
ero arrivato a questa convinzione, effettivamente,
ma per esclusione: l'anarchia spirituale che
regnava nella Chiesa anglicana mi aveva costretto
a credere nella supremazia che il Santo Padre
pretende di avere. Sono ora più che
mai convinto che è la fede nel Papato
a tenere saldamente unita tutta la Chiesa
cattolica. Questa fede è giustificata
in pieno dalle testimonianze di secoli. Il
Papato è la pietra angolare che sostiene
il maestoso edificio della Chiesa romana;
è il fondamento e la corona della Chiesa
cattolica ". Cfr. B. Schafer, Hanno sentito
la voce, Vita e Pensiero, Milano 1950, pp.
76-89.
Un
figlio del confucianesimo: Lon-Tsen-Tsiang.
- Insigne diplomatico e statista cinese, Lon-Tsen-Tsiang,
arrivò alla vera Chiesa colpito dalla
sua trascendenza, dalla sua fecondità
in ogni opera di bene, e dalla sua capacità
di comprendere e di salvare, elevandoli, tutti
i veri valori umani e, nel caso, quelli del
confucianesimo. Sentiamo qualche tratto della
sua testimonianza.
"
II punto di vista dal quale son partito io
per arrivare alla Chiesa cattolica è
quello dell'uomo di governo. In uno dei primi
incontri avuti col mio maestro, Shu-King-Shen,
la mia attenzione fu attratta dal fatto straordinario,
unico al mondo, della Chiesa romana, di questo
governo spirituale universale, la cui azione
aveva conferito alla società europea
una forza morale che tanto avrei desiderata
al mio paese. Il maestro mi invitò
a studiare da vicino la religione cristiana
e, in modo particolare, la Chiesa cattolica,
la quale essendo la più antica risale
alle origini, e mi tracciò come programma
di ricercarne la forza profonda allo scopo
di procurare lo stesso prestigio anche alla
Cina. Uomo d'azione alla ricerca del bene,
ho dunque studiato il cattolicesimo partendo
dal principio annunciato da Gesù Cristo
stesso: conoscerete l'albero dai frutti...
".
"Il
confucianesimo, che ha norme di vita morale
profonde e benefiche, trova nella religione
cristiana e nell'esistenza della Chiesa cattolica
la più luminosa giustificazione di
tutto ciò che esso possiede di umano
e di immortale, e nello stesso tempo vi trovo
quel complemento di luce e di potenza morale
che risolve problemi innanzi ai quali i nostri
saggi non hanno avuto l'umiltà di fermarsi,
comprendendo che non sta all'uomo penetrare
il mistero del Cielo, e che, venerando la
provvidenza del Cielo, bisogna attendere che
il Creatore stesso lo riveli.
Io
vorrei dire ai miei compatrioti: leggete il
Vangelo, gli Atti degli Apostoli, le Epistole;
leggete la storia delle persecuzioni dei primi
secoli della Chiesa e gli Atti dei suoi martiri;
prendete tutte le pagine della storia della
Chiesa, senza escludere quelle macchiate dalla
debolezza di uomini che vissero in modo contrastante
con la loro predicazione; prendete anche le
pagine innumerevoli nelle quali la carità
cristiana è stata dispensata e si dispensa
con sollecitudine materna instancabile e spesso
eroica. Fate la parte delle cose, la parte
degli uomini e la parte di Dio, e voi concluderete
che vi trovate di fronte a un fatto sociale
assolutamente superiore, anzi unico. Allora
forse voi porrete la domanda: II creatore
si è rivelato?
La
fede è un dono di Dio, ma l'atto di
fede presuppone la conoscenza, l'investigazione.
Osservate l'opera della Chiesa nelle coscienze
e la sua fecondità nella vita familiare
e sociale, civica e politica. Gesù
Cristo disse ai suoi discepoli: Cercate innanzitutto
il regno di Dio, e tutto vi sarà dato
per soprappiù. Pesate questa parola:
essa indica una strada sicura verso quella
vetta di grandezza umana e di magnanimità
che è l'ideale millenario del confucianesimo:
pacificare l'universo.... ". Cfr. G.
Rossi, Uomini incontro a Cristo, 1 ed. Assisi
1951, pp. 50-60.
Un
medico materialista: Rodolfo M. Hynek.
- Nato da famiglia cattolica a Kunstadt il
1S83, fatti gli studi universitari in un ambiente
saturo di positivismo materialistico, divenne,
com'egli scrive di sé, " un medico
ateo, un vero homo animalis, che si fidava
solo della ragione, dell'istinto, del progresso
della materia ". Per motivi di studi
visitò poi molti paesi stranieri e,
a contatto di vari indirizzi di pensiero,
si orientò dapprima verso lo spiritismo
e la metapsichica. Di qui attraverso la lettura
di S. Paolo che gli rivelò le "
meraviglie del cristianesimo e del Corpo mistico
di Cristo, la Chiesa ", per la consuetudine
con persone eli forte orientamento spiritualista,
aiutato dalla Storia di Cristo di Giovanni
Papini, l’8 giugno 1925, ritornò ufficialmente
alla Chiesa cattolica, che l'aveva rapito
con la sua grandezza.
"La
Maestà della Chiesa aveva colpito la
mia attenzione e mi ispirava stupore e rispetto;
non avevo mai riconosciuto la sua grandezza
prima di aver imparato a vedere in Lei il
corpo mistico di cui Cristo è Capo
e Centro, la sorgente della vita e del pensiero
cattolico, vivificata dalla comunione dei
santi: Chiesa militante sulla terra, Chiesa
purgante nel purgatorio e Chiesa trionfante
nel cielo. Quale altra comunità religiosa
può mostrarci un quadro cosi stupendo
della sua struttura e della sua storia? Per
mezzo dei sacramenti e della liturgia che
sono una continua adorazione dell'unico vero
Dio, la Chiesa non è soltanto santa,
ma santificante. Che sia realmente cattolica
ed universale l'ho potuto constatare io stesso
nei miei viaggi in lutto il mondo. È
cattolica anche nel senso che non solo vuole
abbracciare tutti i popoli, ma anche tutti
gli stati e tutte le classi. Tutti possono
trovare in Lei la felicità e i mezzi
di perfezione. Che sia poi apostolica, nessuno
che conosca la storia di Roma lo potrà
negare.
Fin
dagli ultimi anni prima del mio ritorno alla
Chiesa pensavo che qualche cosa doveva unire
tra di loro e con Dio i fedeli che ricevevano
gli stessi sacramenti. A poco a poco arrivai
a capire che l'Eucarestia è il legame
di questa comunità, il SS. Sacramento
dell'altare dal quale si riversano nella Chiesa
e nel mondo fiumi continui di vita soprannaturale
e divina; il sacramento che racchiude in sé
Cristo sorgente di vita, di luce, di amore.
La santa Eucarestia è il dono più
sublime di Dio sulla terra. Ho compreso anche
che il Corpo di Cristo nascosto e realmente
presente sotto le specie consacrate è
il mezzo migliore, il più semplice,
il più efficace, accessibile a chiunque
per vivere intimamente e misticamente uniti
al Signore ". Cfr. Schafer, Op. cit.,
pp. 149-160.
Un
luterano socialista: Otto Jserland.
- Nato a Berlino il 1898, da giovane cadde
nell'indifferentismo " non solo verso
la Chiesa ma verso qualsiasi credo religioso
". Per dare un contenuto alla sua vita
abbracciò il socialismo a perché,
egli scrive, ero convinto -che la soluzione
del problema sociale fosse il grande compito
del nostro tempo. Non mi tentavano le soluzioni
del materialismo, ma mi pareva sufficiente,
per dare un senso completo alla vita personale
e sociale, un umanesimo fondato su una generica
fede in Dio. Ma a poco a poco cominciai a
rendermi conto che questo non poteva bastare.
Si faceva strada in me oscuramente la sensazione
che esiste un qualche cosa che il linguaggio
cristiano chiama peccato e la cui realtà
può spezzare una vita umana. Ma insieme
vedevo sempre più chiaro che il socialismo
religioso non aveva né solide basi,
né la formula giusta per la soluzione
della questione sociale ".
Ritornato
al protestantesimo volle approfondirne le
dottrine, ma incontrò non poche delusioni.
" Conobbi dei teologi liberali che non
ammettevano, o per lo meno scalzavano dalle
sue basi la fede in Gesù Cristo figlio
di Dio e Salvatore, colmandomi di sdegno e
di tristezza. Ma fu con entusiasmo che cominciai
a leggere la Lettera ai Romani di Carlo Barth,
convinto di trovare in lui un alleato contro
il liberalismo. Amara delusione anche questa.
Cercavo un pensiero chiaro ed obbiettivo,
e ho trovato invece uno spirito settario e
violento che pareva voler ridurre il Vangelo
a una costruzione polemica, da cui la rivelazione
divina era stata sopraffatta. Insomma, vi
sentivo il lavorio di uno spirito strano ed
intelligente, il quale però non vuole
piegarsi ad ascoltare la parola divina, ma
se ne impossessa arditamente, e magari in
nome di quella stessa umiltà che vuoi
difendere la parola divina dalla prepotenza
e dall'orgoglio dell'uomo. Non voglio pretendere
di giudicare il valore teologico di questa
opera; mi basta solo dire l'impressione che
ho provato nel leggere la Lettera ai Romani.
Se non ci fosse stata via di scelta tra il
liberalismo e Carlo Barth, avrei dubitato
della possibilità della teologia protestante
".
Cade
a questo punto il suo primo incoraggiante
incontro con i cattolici, nella città
di Nagasaki in Giappone, dov'erasi recato
come insegnante nella scuola superiore di
commercio. Ritornato in Europa, si impiegò
a Ginevra in una sezione del Consiglio internazionale
delle missioni protestanti e si interessò
vivamente al movimento ecumenico. Ciò
gli diede la possibilità di venire
a contatto con influenti personalità
del mondo protestante e di comprendere sempre
meglio l'instabilità dottrinale della
Riforma. Cercando di chiarire a sè
stesso la vera natura del cristianesimo lesse,
tra l'altro, l'Essenza del cattolicesimo di
Carlo Adam. Ne ebbe una salutare impressione,
a Mi balzò subito agli occhi, egli
scrive, una constatazione: tutto quello che
ritenevo essenzialmente cristiano si trovava
conservato in modo puro e totale nella Chiesa
cattolica ". Un amico cattolico, Oskar
Bauhofer, conosciuto attraverso il movimento
ecumenico, lo aiutò a superare alcune
difficoltà e a percepire la bellezza
e la grandezza della Chiesa, in cui entrò
nel 1935.
"
Se il fascino che la Chiesa esercitava su
di me era sempre più forte mancava
però la spinta della Grazia per portarmi
alla grande decisione. E la grazia la ricevetti
ad Heidelberg. Le conferenze del sacerdote
cattolico Giovanni Pinsk sul mondo sacramentale
furono l'ultima preparazione. Mi resi conto
della bellezza e dell'efficacia meravigliosa
dei Sacramenti, il loro significato, la loro
azione di grazia. Compresi che, istituiti
da Gesù Cristo, essi sono simboli i
quali operano veramente, nel piano spirituale
ed in maniera soprannaturale, quello che stanno
a significare. Per di più potei assistere
a delle funzioni in cui la liturgia si svolgeva
in tutta la sua perfezione. E venne infine
anche il colloquio decisivo con un vecchio
cappellano: storpio nelle membra, ma dal cuore
elevatissimo, uomo di grande cultura e di
estrema delicatezza, seppe far si che io avessi
finalmente il coraggio di parlargli di ogni
cosa e di decidere la mia strada.
Da
quel momento tutto quello che mi era sembrato
difficile e complicato divenne semplice e
chiaro, colmandomi di felicità. Con
profonda gioia lessi il piccolo catechismo
scolastico e l'insegnamento della Chiesa mi
sembrò una grande cattedrale di granito,
in cui le pietre angolari sono gli immensi
benefici portati dalla redenzione. Immensi
e visibili benefici, meravigliosamente e intimamente
legati tra loro in modo vitale. E niente da
fare per la moderna malattia dell'intellettualismo:
la ragione aveva sì la sua funzione,
ma al servizio del soprannaturale. E cosi
di ogni cosa: la natura umana deve servire
ai due grandi fini: la glorificazione di Dio
e la vita soprannaturale in Cristo. Come risplende
la Chiesa, realtà di salvezza! La Chiesa
die è fondata da Cristo riunisce tutti
i credenti nel Corpo mistico di Cristo e nella
sua opera di redenzione, applicando i meriti
del Salvatore, e continua la sua opera per
tutti i secoli a venire.
Finalmente
potevo credere con l'anima esultante che Cristo
rinnova ogni giorno nella Messa il sacrificio
della Croce, potevo offrire a Dio insieme
col sacerdote il sacrificio più alto
ed unirvi le mie piccole offerte umane, potevo
ricevere i frutti di questo sacrificio per
me e per i miei cari, potevo unirmi intimamente
con Lui nella comunione. Tutte cose che pur
nella dottrina luterana, tra tante sovrastrutture,
mi avevano attirato ed erano divenute ora
la mia piena e splendente realtà ".
Cfr. Schafer, Op. cit., pp. 13-26.
Un
pastore episcopaliano: Paolo Van E. Thomson,
- " Fui ministro della Chiesa episcopaliana
protestante degli Stati Uniti d'America per
nove anni. Alla vigilia dell'Anno Santo, nel
settembre 1949, fui ricevuto nella Chiesa
cattolica con mia moglie e i miei tre bambini".
Nella narrazione del suo itinerario spirituale
il Thomson spiega minutamente il motivo della
sua conversione. Da essa stralciamo due passi
significativi
"
Un'altra esperienza mi fece vedere la illogicità
della mia posizione. Per la prima volta in
vita mia mi trovai per motivi di lavoro a
contatto con la Chiesa Cattolica. Vissi con
sacerdoti cattolici che mi divennero amici.
Scoprii come nell'attività dei cattolici
non vi era nessuna incertezza, nessun astrattismo;
ma vi rifulgevano invece l'antica praticità
romana e più ancora la forza vitale
della Chiesa sempre giovane che sa servirsi
di uomini di varie tendenze e di diverse possibilità
per il raggiungimento dell'unico scopo: la
salvezza delle anime.
Qui
risaltava l'unità vivente, la pace
universale, la sostanziale fraternità
dei buoni e dei cattivi, figli di un Padre
comune, unità che io avevo desiderato
ardentemente, e che mai, con mio grande dolore,
avevo trovato. Capii che l'unità della
Chiesa Cattolica non consiste in statuti scritti
o nell'efficenza di una potente organizzazione.
Non si tratta di una unificazione che viene
dall'esterno, ma dell'unità che viene
da un corpo vivente. In quel Corpo il pensiero
è uno: le credenze e la fede di uno
sono le credenze e la fede di tutti. In quel
Corpo il cuore è forte perché
batte sotto l'impulso di un motore vivo che
porta tutti i membri ad adorare Cristo Eucarestia,
solleva i loro spiriti a chiedere l'amorevole
intercessione della Madre di Dio e li considera
fratelli dei santi nel Cielo. In quel Corpo
la volontà è intrepida nell'accettazione
del dovere per amor di Dio. E quando la malattia,
in forma di peccato, affligge i membri di
quel Corpo, il Sacramento della penitenza
è pronto a sanarne le ferite. Questo
Corpo dell'unità cattolica vede e agisce
come il Corpo di Cristo descritto da San Paolo
nella sua Lettera agli Efesini. Non avevo
mai sperimentato, prima, tale organica unità,
e questo accentuò in me il senso di
disgregazione di quel mondo anglicano già
così dolorosamente diviso...
Non
so quando vidi la via chiara dentro di me,
ma so che avvenne così. Era come se
a volte Cristo mi parlasse come parlò
a S. Tommaso Apostolo: "Guarda i segni
del mio Corpo Mistico. Guarda l'unità
della fede, guarda il suo costante insegnamento
apostolico, la cattolicità della sua
vita e dei suoi propositi, la sua abbondante
soprannaturale santità che produce
ancora oggi dei santi, che fa della sua casa
la dimora di miracoli nella quale, ancora
ai giorni nostri, la Madre Divina appare a
Fatima a semplici bambini. Tendi le mani più
vicino, mettile nella ferita che la recente
persecuzione apre nel mio Corpo mistico. Vi
sono i segni dei chiodi e della corona di
spine. Non essere incredulo, ma pieno di fede".
Credetti
e compresi tutto quello che avevo fatto prima,
tutto quello che ho scritto sopra. Il mondo
è teatro di divisione e di confusione,
corrotto dal materialismo e dalla ferocia,
lacerato dagli interessi, sviato da falsi
ragionamenti. La Chiesa è invece una
città unita, rinnovata e perfezionata
dalla presenza dello Spirito Santo, maestra
infallibile di verità, ferma sopra
la pietra scelta e sostenuta dal suo Signore
divino. La Chiesa Cattolica è il Tempio
di Cristo, la Città santa sui cui baluardi
sta scritto: una, santa, cattolica, apostolica;
eretta contro quelle porte dell'Inferno, il
male e la morte, che mai prevarrano contro
di essa.
II
Signore ha condotto me e i miei in quel Tempio.
Qui abbiamo trovato il Cristo che tutti gli
uomini cercano. Qui abbiamo sentito la potenza
della grazia che egli ha concesso per intercessione
della Madonna con la quale ripetiamo: "La
mia anima magnifica il Signore e il mio spirito
esulta in Dio, mio Salvatore" "
Cfr. G. Rossi, Op. cit, pp. 226-236.
C'è
bisogno di concludere? I pochi convertiti,
di cui abbiamo tracciato l'itinerario spirituale,
sono abbastanza eloquenti per se stessi. Li
abbiamo scelti volutamente facendoli venire
dai punti più diversi possibile, con
preoccupazioni molto diverse, temperamenti
molto dissimili. Ma qualunque sia stata la
via verso Roma, tutti hanno poi tenuto a testimoniare,
non certo per una gloriola o per letteratura,
ma per l'edificazione dei loro fratelli; tutti
hanno mostrato, facendo un'opera apologetica
di cui dobbiamo ringraziarli, che arricchimento
aveva portato loro questo ritorno alla Santa
Chiesa; hanno detto quello che vi hanno trovato:
pace, gioia, libertà, espansione, certezza;
essi firmerebbero volentieri e tutti quanti
la frase con cui il romanziere inglese Baring
nelle memorie (M. Baring, The puppet show
of memory, Little et Broun, Boston 1923) segnala
con brevità e semplicità magnifica
la sua conversione e le conseguenze: "La
vigilia della Candelora del 1909 io fui ricevuto
nella Chiesa cattolica; è l'unica azione
della mia vita che sono certo di non aver
mai rimpianto ".
P.
H. e N. B.
BIBLIOGAFIA.
- Raccolte. A. Rass. Die
ConvertiUn seit der Refomation nach ihren
Leben und aus ihren Schnften dargestell (I
convertitì dal tempo della Riforma
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Huysmans, Coppée, Bourget, Rette, A.
von Ruville, Joergensen, 01-livier-Georges
Destrée, A. Gemelli, F. James. G. Rossi,
Uomini incontro a Cristo, Pro Civi-tate Christiana,
Assisi 1951. J. A. O'Brien, Sulla via di Damasco,
Morcelliana, Brescia 1951. Vari Autori, Come
ci siamo converlili, S. E. I., Torino 1933.
G. Barra, Uomini nuovi, Vita e Pensiero,
Milano 1953. Autori Vari, Converlis du XX
siede, Casterman, Tournai S953- Autori Vari,
J'ai nncontré le Dieu vinant. Témoignages
avec deux études sur la con-version
par M. Nédoncelle et R. Girault, Ed.
Rev. des Jeunes, Parigi 1951. B. Schafer,
Hanno sentito la voce, Testimonianze di (20)
convertiti del nostro tempo, Vita e Pensiero,
Milano 1950. Autori Vari, Uomini in porto,
Boria, Torino 1953.
2.
Alcune opere particolari. - E. Newman,
Storia delle mie opinioni religiose. "
Apologià prò vita sua",
Soc. Ed. Pontremolese, Piacenza 1909. R. U.
Benson, Les confessìons d'un conserti,
Perrin, Parigi 1914. G. Joergensen, Dal pelago
alla riva, Pro Familia, Milano 1926. Illemo
Camelli, Dal socialismo al sacerdozio, 5 ed.,
Queriniana, Brescia 1913. J. Sthod-dard, Ricostruendo
una fede perduta, Vita e Pensiero, Milano
1931. A. Lunn, Ora ci ledo, S. E. I., Torino
1949. Thomas Merton, La montagna delle sette
balze, Garzanti, Milano 1951.
Duglas Hyde, Io credevo, Garzanti, Milano
1952. Dal marxismo al cattolicesimo. Pittigrilli,
La piscina di Siloe, Sonzogno, Milano 1948.
Karl Stem, La colonna di fuoco, Garzanti,
Milano 1954.. Uno psichiatra ebreo narra la
sua conversione al cattolicesimo Jane Hower,
La notte e il giorno, Vita e Pensiero, Milano
1953. Un'arlista americana narra la sua conversione.
G. K. Chesterton, Autobiografia, I. P. L.,
Milano 1936. A. Carlini, Perché credo,
Morcelliana, Brescia 1950. R. Maritain, Les
grandes amitiés, 4 ed., Desclée
de Br., Paris 1949. Su Leon Bloy che tanta
parte ebbe nella conversione del Miritain:
I. Lory, La pensée religieuse de Leon
Bloy, Desclée de Brouwer, Paris 1953.
A. Carrel, Viaggio a Lourdes. Frammenti di
diario. Meditazioni, Morcelliana, Brescia
1949. E. Mankin, Tardi ti ho amato, I.P.L.,
Milano 1952. P. van der Meer, Uomini e Dio,
Ed. l'aoline, Alba 1955. H. B. Shaw, All'ombra
di Pietro, Ed. Paoline, Alba 1954. J. M. Oesterreicher,
Sept philosophes suifs devant le Christ, Ed.
du Gerf, Paris 1955. La vicenda spirituale
di sette filosofi ebrei arrivati alla scoperta
di Cristo, ma rimasti, quasi tutti ai margini
del Cattolicesimo. A. Rette. Dal diavolo a
Dio, 2 ed., Ed. Paoline, Albano di Roma 1954.
R. Knox, Une Énéide spirituelle,
Aubier, Paris 1955. C. de Voqei,, Du pròtestantìsme
orthodoxe à l'Èglise catholique,
Aubier, Paris 1956. L. Bouyer, Du protestantismi
à l'Èglise, Ed. du Ceri",
Paris 1954.