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teorie cosmologiche moderne e dogma della
creazione
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection Introduzione.
- Una serie di iniziative prese durante questi
ultimi anni dal Sommo Pontefice (1)
hanno offerto ai cristiani colti l'occasione
di trarre i vantaggi che derivano dal porre
oggi la loro fede di fronte al pensiero scientifico
nel suo stato attuale. Il Santo Padre stesso
ha voluto in particolare sottolineare, con
molta forza ed insistenza, l'armonia che si
rivela tra le attuali teorie scientifiche
dell'universo ed i dati essenziali della fede
cattolica riguardanti questo nostro mondo
di cui facciamo parte. Non soltanto infatti
noi crediamo nell'esistenza di un Dio creatore
che non si disinteressa per nulla del destino
di questa creazione, ma la tradizione cattolica
ha considerato ancora di fede (2)
l'asserzione di una creazione il cui passato
non è infinito. Agli occhi della fede
il mondo ha quindi una vera origine nel tempo,
di modo che il suo sviluppo attraverso i secoli
si presenta come una specie di storia unica,
nella quale viene ad inserirsi la storia stessa
dell'uomo. Ora è un fatto che le prospettive
scientifiche sulla natura inducono oggi la
mente a concepire un universo il cui passato
risale ad un'origine che non è infinitamente
lontana da noi e la cui durata viene ad essere
disposta nella cronologia d'una evoluzione
cosmica che è particolarmente concatenata
nei suoi processi ai processi della nostra
evoluzione terrestre. Messo
di fronte a questo fatto dall'autorità
suprema del magistero religioso, lo spirito
cristiano non può che rallegrarsi di
quest'affermazione di perfetto accordo. Ma
nello stesso tempo si fa sentire in lui il
bisogno di vedere più da vicino in
che cosa consista tale armonia e come in sostanza
si pongano, l'uno rispetto all'altra, le sue
due componenti: quella dell'apporto scientifico
e quella della fede. Tali chiarimenti sono
utili del resto per evitare gli errori che,
mentre sono . di pregiudizio all'uomo credente,
urtano l'uomo di scienza: tali sarebbero la
persuasione illusoria che la scienza rende
ormai evidente quel che la fede ha sempre
affermato, ed anche l'intenzione, confessata
o no, di accordare un privilegio "scientifico"
ad una delle varie teorie in base al fatto
che sembra andar meglio d'accordo con le,
prospettive dello spirito religioso. Questo
tentativo di esporre le attuali concezioni
cosmologiche e le osservazioni dalle quali
sarà seguito, non hanno alcuna mira
all'infuori di quella di aiutare a comprendere
di che cosa si tratta, e quale dev'essere
a questo riguardo il vero equilibrio dell'intelligenza
cristiana. (1)
Enciclica Humani Generis. Discorso
del 22 novembre. 1951, sulle prove del l'esistenza
di Dio alla luce della scienza moderna, rivolto
ai membri dell'Accademia
Pontificia delle Scienze; Discorso del 7 sett.
1952, rivolto a partecipanti all'ottavo Congresso
mondiale dell'Unione astronomico internazionale.
I due discorsi son riportati in appendice
a questo volume.
(2) A puro titolo
di testimonianza di questa tradizione, ci
si può riferire a San Tommaso d'Aquino,
p. es. Summ. theol. I, q. 46, In
cui egli espone la sua dottrina del l'impossibilità
d'una decisione razionale in favore o contro
l'eternità del mondo, polche la detorminazione
in favore della sua non-eternltà deriva
espressamente dalla rivelazione e dalla fede.
CAPITOLO
I. - STATO SOMMARIO DELLE TEORIE COSMOLOGICHE
ODIERNE Come
si pone oggi il problema cosmologico.
- I primi tentativi di cosmologia non compaiono
prima del XVIII secolo, nel senso almeno che
il pensiero scientifico ha Ormai preso l'abitudine
di dare a quest'espressione. Il compito della
cosmologia scientifica non si limita, infatti,
a descrivere il mondo quale esso è
nel suo stato attuale. Consiste anche nel
fornire nel suo complesso una specie di rappresentazione
del divenire cosmico, e di permettere una
qualche comprensione del presente, facendo
vedere la sua genesi progressivo a partire
da stati originari ragionevolmente concepiti.
Cosi cosmologica e cosmogonia vengono ad associarsi
in modo intimo e praticamente indissolubile.
Questo tuttavia non si potè vedere
se non dopo che furono ben noti i primi sviluppi
della meccanica celeste, come li rendeva possibili
la teoria newtoniana della gravitazione. Alla
luce di queste conoscenze gli uomini del 1750
poterono per la prima volta intravedere in
modo scientifico un'evoluzione delle strutture
che formano l'architettura dell'universo.
Il loro pensiero darà una forma a quest'idea
quanto l'applicherà a studiare il sistema
solare, il solo elemento dell'universo conosciuto
allora sufficientemente. Fin
dal 1745, Buffon immagina che la nascita dei
pianeti sia dovuta ad un urto tra il sole
ed una cometa. Dieci anni dopo, nel 1755,
Kant propone l'idea di una nebulosa iniziale,
formata da particelle di materia animate da
movimenti in tutte le direzioni, la quale
si condensa progressivamente intorno a centri
determinati che costituiranno gli astri principali,
sole e pianeti. Questi sono gli antenati,
non ancora perfettamente scientifici, dei
due grandi schemi proposti per spiegare il
sistema solare, tra i quali la scienza non
ha ancora posto termine alle sue esitazioni.
L'eredità di Buffon giungerà
fino a Jeans, quella di Kant fino a Weizsacker.
Non sembra sia sorto in seguito qualche germe
ideologico sostanzialmente nuovo, capace di
divenire centro d'elaborazione teorica di
qualche importanza (3). (3)
Recentemente però Lyttleton e F. Hoyle
hanno proposto di attribuire la formazione
dei pianeti all'esplosione di una stella associata
al sole. Secondo questa ipotesi il sistema
solare era una volta un sistema stellaTe binario..
La componente diversa dal "ole passò
per lo stadio supernova qualche miliardo di
anni fa. L'energia dell'esplosionc fu sufftetante
per spezzare il legame dell'attrazione tra
il sole e la stella. Solo una piccola parte
dei gas proiettati sussistette intorno al
sole, e diede origine ai pianeti. Idea seducente,
ài cui è ancor troppo presto
apprezzare completamente la solidità. Ma
questo non riguarda ancora che il sistema
solare il quale, ben lo sappiamo, non è
l'universo. Al di là del nostro sistema
solare s'estende il mondo delle stelle, quel
mondo che, verso la fine del secolo XVIII,
Guglielmo Herschel incominciava ad investigare
sistematicamente per poter costruire una prima
rappresentazione scientificamente fondata
della galassia (4),
cosmografia ancora molto imperfetta se la
si paragona alla realtà grandiosa che
l'astronomia di questi ultimi cinquant'anni
ci ha fatto conoscere. Poi, al di là
della nostra galassia, s'è svelato
ormai il prodigioso universo delle nebulose
spirali, ciascuna delle quali è analoga
alla nostra galassia, universo che i nostri
telescopi scrutano fino a distanze dell'ordine
del miliardo d'anni-luce (5).
Oltre alla struttura del nostro sistema solare,
l'astronomia giunge dunque a due grandi ulteriori
livelli di struttura cosmica. Ed
ormai al pensiero scientifico il problema
cosmologico si propone al livello dell'ultima
di queste strutture, quella dell'universo
delle nebulose spirali. Cosa
degna di nota: quella struttura intermedia
che è la nostra galassia, la quale
costituisce per cosi dire l'universo stellare
a noi proprio, non ha avuto la fortuna di
formare, in nessun periodo della storia della
scienza, l'oggetto d'una cosmologia nel vero
senso della parola. Il secolo XIX non ha potuto
far altro che proseguire la cosmografia stellare
di Herschel ed immaginare, alla scala del
mondo delle stelle, una trasposizione dell'ipotesi
cosmogonica di Kant e di Laplace. In pratica
la vera struttura della nostra galassia è
stata sufficientemente conosciuta quasi solo
con la scoperta dell'universo delle nebulose
spirali. Nel momento in cui diveniva possibile
una cosmologia della galassia, questa cessava
di formare per noi l'universo. Anzi, quel
che si è manifestato al di là
ha subito offerto un tema, che il mondo delle
stelle ci aveva negato a lungo, adatto a formulare
vere ipotesi cosmologiche relativamente coerenti
e scientificamente feconde, quelle che costituiscono
precisamente le nostre teorie di oggi. Cosi
noi, nel presentare le concezioni cosmologiche
attuali, ci terremo d'ora innanzi a questo
livello dell'universo delle nebulose spirali. Qualche
dato relativo alla galassia. - E'
tuttavia impossibile capire quel che si riferisce
all'universo delle nebulose spirali, senza
avere almeno in mente un'idea sommaria dell'universo
stellare al quale appartiene il nostro sole.
Le apparenze della Via Lattea ci mdicano visibilmente
la regione del cielo più ricca di stelle.
Quanto alla configurazione reale del complesso,
non la si conosce esattamente che dal 1918,
come conseguenza dei lavori dell'astronomo
americano H. Shapley (4)
Galàssia è il termine di cui
ci si serve in astronomia in primo luogo per
designare la formazione di stelle a cui appartiene
il sistema solare e che si manifesta suJla
volta del cielo sotto le apparenze della via
lattea. Siccome esistono nell'universo altre
formazioni analoghe, l'astronomia parla volentieri
di galassie per designarle in generale. La
galassia, nei primo senso della parola, sarà
allora designata con l'espressione "
nostra galassia ".
(5) Ricordinmo
che un anno-luce, distanza percorsa in un
anno dalla luce che si propaga nel vuoto alla
velocità di 300.000 chilometri al secondo,
equivale ad una di stanza di dieci mila miliardi
di chilometri.
Due
ostacoli principali impedivano fino allora
di determinare questa configurazione. Azitutto
l'impossibilità di conoscere con sicurezza
le grandi distanze: i metodi trigonometrici
usati da Bessel (1838) in poi, permettono
di determinare la distanza di stelle lontane
tutt'al più un centinaio d'anni-luce
circa; i metodi ricavati dallo studio spettroscopico
delle stelle e proposti da Adams nel 1914
permettono di andare molto più in là,
ma non basta ancora. D'altra parte non ci
si poteva ben render conto di tutta l'enorme
zona della galassia che resta inaccessibile
alla nostra ossevazione, perché nascosta
da strati di stelle più vicine, oppure
da una materia interstellare, che assorbe
la luce. Tuttavia nel 1912 miss Leavitt scopre
la celebre relazione che corre tra il periodo
di vibrazione e lo splendore assoluto massimo
delle stelle variabili a periodo regolare,
chiamate Cefeidi. Shapley allora adopera questa
relazione per misurare, attraverso la fotometria,
le distanze che ci separano dagli ammassi
globulari di stelle di cui è disseminata
la galassia e, in base a questo, riesce costruire
una rappresentazione di tutto l'insieme. Questa
si presenta sotto forma di una specie di disco
circolare, avente un diametro di circa 100.000
anni-luce ed uno spessore di qualche migliaia
d'anni-luce, variabile dal centro alla circonferenza.
Al centro il disco presenta un rigonfiamento
importante avente un diametro di circa 15.000
anni-luce. La struttura globale è in
ogni aspetto analoga a quella delle nebulose
spirali che l'osservazione astronomica ci
rivela nei loro diversi aspetti: delle spire,
regioni più ricche di stelle, partono
dal bulbo centrale e si svolgono attorno ad
esso. Il tutto è animato da un lento
movimento di rotazione su se stesso. La nostra
galassia deve contenere in tutto almeno un
centinaio di miliardi di soli. Tenendo conto
della materia interstellare, la sua massa
è di circa 200 miliardi di volte quella
del sole. Sotto questo aspetto può
sembrare una nebulosa spirale di dimensioni
abbastanza superiori al normale, ma senza
nulla di molto straordinario. Il
nostro sole poi è ben lungi dell'occupare
una posizione centrale in questo sistema.
Esso è invece più vicino alla
periferia, roteando nello spazio ad una distanza
di circa 30.000 anni-luce dal centro, intorno
al quale sembra compiere una rivoluzione completa
in circa 250 milioni di anni. Quanto alla
regione centrale della galassia, essa è,
come già si è detto, nascosta
alle nostre osservazioni da tutto ciò
che si trova in esssa e noi. Si vede bene
anche da ciò che noi siamo ben lontani
dall'occupare il centro del nostro universo
stellare. Ma fu necessario aspettare questi
ultimi trent'anni per potercene rendere conto
scientificamente. L'universo
delle nebulose spirali. - Nel momento
in cui la configurazione della nostra galassia
finiva di lasciarsi conoscere nelle sue grandi
linee, l'astronomia era già in possesso
d'una conoscenza d'osservazione abbastanza
sviluppata riguardo alle nebulose spirali.
Fin dal 1846 Lord Ross aveva visto al telescopio
la struttura a spirale d'una di esse (la nebulosa
detta a dei cani da caccia ", Messier
51). Nel 1850 egli conosceva quattordici nebulose
spirali. Nel 1887 si vedono le spire della
grande nebulosa d'Andromeda. Al principio
del secolo erano già state catalogate
parecchie migliaia di spirali, senza che gli
astronomi si fossero ancora messi d'accordo
sulla natura di questi oggetti celesti, che
molti continuavano a pensare non fossero altro
che formazioni interne alla galassia. Ma
nel 1924 Huble costata la risoluzione in stelle
delle apparenze nebulari che le spire assumono
finché sono osservate da telescopi
ad ingrandimento insufficiente. Poi tra queste
stelle egli scopre delle Cefeidi e delle stelle
esplosive dette " novae " e "
supernovae " (6)
che rendono possibili delle misure di distanze.
Le nebulose spirali più vicine a noi
distano circa 750.000 anni-luce, le distanze
più lontane che si sono potute valutare
fondatamente col grande telescopio del Monte
Wilson sono di circa 250 milioni di anni-luce.
La difficoltà è quindi sciolta:
si tratta di città di stelle analoghe
a quelle che costituiscono la galassia, disseminate
nello spazio a delle distanze tra loro la
cui immensità non è stata scoperta
che molto recentemente. Per
dare un'immaggine di quanto si sia dilatata
la nostra presa di possesso scientifica dello
spazio, si può dire che, se nel 1900
si fosse fatta la olanimetria dei punti dell'universo
di cui eravamo riusciti allora a misurare
la distanza dal sole, rappresentandoli su
di una superficie di un metro quadrato, ci
vorrebbe oggi una superficie eguale almeno
a quella di tutta la terra per fare, alla
stessa scala, la planimetria del nostro universo. Le
nebulose spirali sono numerose nello spazio.
Si calcola che la regione d'universo accessibile
agli attuali sondaggi astronomici deve contenerne
circa un centinaio di milioni. Trascurando
di considerare gli ammassi locali di nebulose,
di cui si ha un esempio assai vicino a noi
nella costellazione della Vergine, la distribuzione
delle nebulose spirali è stata considerata
fino ad oggi come sensibilmente uniforme nello
spazio: ci sarebbe approssimativamente una
nebulosa spirale per ogni cubo avente il lato
lungo un milione d'anni-luce. Le nebulose
spirali formerebbero così come i vertici
osservabili d'un gran reticolato geometrico
a maglie quasi regolari che occuperebbe tutto
lo spazio. Ne risulta che anche con le osservazioni
astronomiche più potenti, quali sono
oggi rese possibili dai grandi telescopi moderni,
noi non riusciamo a vedere che un frammento
del reticolato. Come concepirlo nella sua
interezza? Tale è precisamente la prima
parte del problema cosmologico moderno. La
recessione delle nebulose. - Ora
un fatto capitale è venuto ad aprire
la via d'una soluzione che da qualche lato
è molto sconcertante per le abitudini
dello spirito scientifico classico, ma è
tuttavia coerente e molto soddisfacente una
volta che se ne sono compresi, se non i particolari,
almeno i principi e la portata. Ecco
in che cosa consiste il fatto. Si può
fare l'esame spettroscopico della luce emessa
dalle nebulose spirali più o meno lontane.
(6)
Una stella detta nova è una stella
che passa bruscamente attraverso uno stadio
esplosivo liberando un'enorme quantità
di energia. Il suo irraggiamento luminoso
aum"nta In proporzione e ne risulta che
là dove la carta -del cielo non segnalava
che una piccolissima stella oppure anche nulla
di visibile, appare In poco tempo una stella
talvolta brillantissima. Questo splendore
intenso non aura a lungo e la stella residua
è di piccole dimensioni. Le novae furono
osservate fin dall'antichità. E' un
fenomeno frequente. Quanto alle supernovae
esse si distinguono per la violenza straordinaria
dnl processo esplosivo e lo splendore particolarmente
intenso che raggiungono. Tycho-Brahé
ne osservò una nel 1572 che divenne
visibile in pieno mezzogiorno. Possono essere
osservate al telescopio persino nelle nebulose
spirali lontane. E come c'è una certa
costanza nell'ordine di grandezza del loro
splendore assoluto massimo, si può
dedurre, con metodi fotometrici ordinari,
una valutazione di distanza.
Vi
si riconoscono senza difficoltà le
righe caratteristiche di elementi chimici
identici a quelli noti sulla terra: idrogeno,
elio, sodio, calcio, ecc... Ma queste righe
non sono esattamente nella posizione che esse
occupano nello spettro terrestre; sono tutte
spostate verso il rosso, cioè verso
le regioni di lunghezza d'onda maggiore e,
punto capitale, per una data lunghezza d'onda,
il valore di questo spostamento è sensibilmente
proporzionale alla distanza della nebulosa
spirale in esame. Queste osservazioni incominciarono
verso il 1912, in un momento in cui non si
era ancora sicuri sulla vera natura di queste
nebulose. Nel 1924 si conosceva già
una quarantina di questi spettri di nebulose
dalle righe deviate verso il rosso. Il
problema di interpretare questa deviazione
non sollevò alcuna discussione all'inizio.
L'astronomo Slipher, che ne fece i primi studi
nel 1912, pensò subito all'effetto
ottico del movimento ben noto sotto il nome
di effetto Doppler-Fizeau; in questo caso
lo spostamento delle righe spettrali verso
il rosso significa che la nebulosa sorgente
della luce analizzata si allontana da noi
con una velocità proporzionale alla
grandezza di questo spostamento. Vi è
in questo, salvando le proporzioni, un fenomeno
analogo a quello che fa sembrare più
grave il fischio della locomotiva quando si
allontana da colui che percepisce il fischio.
Nel 1928 Huble e Humason avevano in mano i
dati sufficienti per stabilire questa legge
fondamentale: Le nebulose spirali s'allontanano
da noi con una velocità proporzionale
alla loro distanza: questa velocità
aumenta di circa 170 chilometri al secondo
quando la distanza aumenta di un milione di
anni-luce. In
principio le velocità d'allontanamento
furono misurate per delle spirali relativamente
vicine. Si ottennero allora delle velocità
che andavano fino ai migliaio di chilometri
per secondo. Ma progressivamente le misure
fatte su oggetti più lontani condussero
a cifre molto più elevate; un ammasso
di spirali osservabili nella costellazione
dell'Orsa maggiore e situata a circa 250 milioni
d'anni-luce si allontana da noi alla velocità
di 42.000 chilometri al secondo. Davanti all'enormità
di queste cifre ed alle conclusioni che bisogna
trarre da questa interpretazione, alcuni uomini
di scienza hanno incominciato a dubitare dell'interpretazione
stessa ed hanno cercato altre spiegazioni
del fenomeno spettroscopico. Si è pensato
per esempio ad un abbassamento della frequenza
dell'irraggiamento luminoso proporzionale
alla distanza percorsa, con un coefficiente
cosi piccolo che il fenomeno non incomincerebbe
ad essere sensibile che per delle distanze
dell'ordine di quelle che ci separano dalle
nebulose spirali. Ma l'inconveniente di questa
ipotesi è che essa è assolutamente
gratuita e fittizia, senza riallacciarsi a
nessun altro fenomeno fisico conosciuto. Allo
stato presente dei problemi essa è
certamente molto meno fondata scientificamente
che non L’interpretazione naturale fornita
dal richiamo all'effetto Doppler-Fizeau, che
lega l'abbassamento apparente della frequenza
dell'onda ricevuta, non con un allontanamento,
ma con una velocità d'allontanmento
della sorgente. Noi
siamo quindi condotti a trarre le conclusioni
di tutto ciò nei termini seguenti:
le nebulose spirali, eccetto quelle che sono
più vicine a noi e che formano con
la nostra galassia un ammasso locale, si allontanano
da noi e tanto più in fretta quanto
più sono lontane. Tutto ci fugge. Oppure,
se si vuole, il reticolato geometrico i cui
nodi sono le nebulose spirali non è
statico: aumenta di volume e le sue maglie
continuamente si dilatano in modo prodigioso. La
struttura dello spazio cosmico. -
A prima vista sembrerebbe che, considerandoci
come nel punto centrale di questo reticolato,
noi dovremmo concludere che inoltre, più
le maglie del reticolato sono lontane,, più
si dilatano rapidamente. Ma è necessario
rinunciare all'idea che noi ci troviamo al
centro dell'universo delle spirali. Allo stesso
modo in cui la terra non è al centro
del sistema solare, allo stesso modo in cui
il sole non è al centro della galassia,
così la galassia stessa non è
al centro dell'universo. Noi siamo situati
in uno qualunque dei nodi del reticolato,
ecco tutto. C'è ragione di pensare
che quel che vediamo noi lo percepirebbe anche
un osservatore posto in qualche altra nebulosa,
se facesse le stesse osservazioni che facciamo
noi. Gli sembrerebbe che tutto l'universo
lo fugga secondo la stessa legge di proporzionalità
delle velocità di allontanamento alle
distanze. In conclusione il fatto è
che sempre tutto che è nel nostro spazio
fugge in questo modo. Ora questa identità
di situazioni che non concede privilegi ad
alcun centro di osservazione, è perfettamente
possibile, ma ad una condizione abbastanza
rivoluzionaria dal punto di vista della nostra
solita intuizione spaziale: bisogna infatti
che il reticolato di cui abbiamo ora parlato
non sia intrecciato in modo da costituire
uno spazio euclideo, ma l'analogo a tre dimensioni
d'una superficie sferica. Immaginiamo
una palla di gomma su di cui si applica una
rete elastica a maglie quasi regolari, oppure,
ciò che finisce di essere lo stesso,
sulla quale si segnano dei punti quasi regolarmente
distanziati. Se si gonfia la palla i nodi
della rete oppure i punti segnati si allontaneranno
gli uni dagli altri delle osservazioni analoghe
a quelle che si fanno da questi altri punti.
Ora, se un osservatore situato in uno dei
nodi ha la possibilità di misurare,
servendosi di segnali che percorrono la superficie
della sfera, le velocità di allontanamento
dei diversi altri nodi della rete, troverà
delle velocità precisamente proporzionali
alle distanze. I nodi della rete elastica,
i punti segnati alla superficie della palla
seguono, gli uni rispetto agli altri, la legge
di Hubble-Humason che è stata appena
ora enunciata per le nebulose spirali; velocità
di fuga proporzionale all'allontanamento del
punto, ben inteso alla condizione di misurare
l'allontanamento percorrendo la sfera. Cosi
l'interpretazione più ragionevole di
quel che noi osserviamo è alla fine
quella di pensare che gli spazi celesti nei
quali noi situiamo tutte le nebulose spirali
siano analoghi a tre dimensioni della superficie
di una palla che si gonfia. E' questa specie
di "superficie d'una ipersfera a quattro
dimensioni" che viene ricoperta dal reticolato
delle nebulose spirali, e l'insieme del reticolato,
il cosmo completo, non sarebbe altro che la
totalità di questa "superficie".
In questo modo il fatto fisico della recessione
delle nebulose ci permette di passare dal
frammento d'universo esplorato ad una concezione
dell'insieme del mondo. Da questo momento
lo spazio cessa di essere come una specie
di contenente assolutamente indipendente dalle
cose che vi vengono a prender posto, il quale
sarebbe presupposto alla loro esistenza come
la scena del teatro è presupposta alla
recitazione degli attori. Noi dobbiamo pensare
invece che sono le cose a farsi il loro spazio
ed è la natura dei loro rapporto che
determina la sua struttura cosmica. In tal
modo che non è per nulla impossibile
allo spirito umano di risalire dalla conoscenza
di certi fatti naturali a quella dei caratteri
globali dello spazio fisico. Idea profonda,
già intravista dall'antichità,
ma che la meccanica classica ci aveva quasi
fatto dimenticare. Legame
con le teorie della relatività generale.
- Ora, nel momento in cui si faceva questo
concatenamento di considerazioni, cioè
verso il 1930, lo spirito scientifico era
per un altro verso già bene preparato
dal punto di vista teorico ad accettare queste
idee sullo spazio cosmico e le conclusioni
su esposte, mentre queste stesse conclusioni
e queste idee avrebbero molto spaventato gli
uomini di scienza del 1900. A partire dal
1913 infatti Einstein pone i principi della
teoria detta della Relatività generale,
allo scopo di ridurre alla considerazione
d'una opportuna struttura dello spazio-tempo
la spiegazione teorica dei moti accelerati
osservati nella natura. Nel
1915 egli ottiene la soluzione del problema
equivalente a quello cui risponde la teoria
classica dell'attrazione newtoniana. La legge
di Einstein relativa alla gravitazione nel
vuoto (7) riceverà
ulteriormente tre bellissime conferme sperimentali.
Anzitutto essa rende conto con molta precisione
di una anomalia del movimento del pianeta
Mercurio che la teoria classica non può
spiegare. Poi essa prevede quantitativamente
la deviazione d'un raggio luminoso che passa
nelle vicinanze d'un corpo pesante, e questo'
si può verificare bene quando un'eclisse
di sole permette di studiare l'occultazione
d'una stella da parte del sole. Infine essa
prevede uno spostamento, anche questo ben
verificato, delle righe spaziali della luce
emessa da una sorgente situata in un campo
di gravitazione molto intenso. La
formulazione di questa legge viene ad ammettere
che l'azione di quel che noi chiamiamo materia
si traduce, dal punto di vista meccanico,
in una certa "curvatura locale"
dello spazio-tempo, per cui esso s'allontana
dalla struttura euclidea che ci è familiare.
E siccome questa curvatura regola i movimenti
di ogni particella materiale, essa fornisce
l'analogo einsteniano di ciò che Newton
chiamava le forze d'attrazione tra corpi pesanti.
Si vede dunque comparire, per ragioni teoriche,
una prima idea dell'impossibilità di
rendere la struttura caratteristica dello
spazio fisico dei fenomeni concreti, soprattutto
se la si considera ad una certa scala di grandezza,
equivalente alla struttura familiarmente euclidea.
Quest'ultima potrebbe solo adattarsi ad un
campo d'osservazione pochissimo esteso intorno
all'osservatore. Lo spazio euclideo familiare
corrisponde alla realtà fisica un po'
come la tanta gente in un punto corrisponde
alla curva di cui essa è tangente in
quel punto: finché non ci si allontana
troppo dal punto in esame la curva e la tangente
si possono confondere, ma ad una certa distanza
ciò non è più possibile. (7)
E' Inutile qui insistere su questa legge come
si esprime In termini matematici. La scrittura
in quanto tale non potrebbe essere più
semplice: " Ma la spiegazione di ciò
che vuoi dire il simbolo essenziale Gfi",
che vi figura, sarebbe molto lunga e praticamente
inaccessibile, a meno di entrare in una tecnica
matematica che qui non è il caso di
sviluppare. La
legge einsteiniana della gravitazione definisce
una struttura locale dello spazio-tempo in
vicinanza di masse materiali. Tuttavia fin
dal 1916 Einstem, dopo aver scritto le leggi
della gravitazione in un mezzo contente .
questa volta materia e radiazioni (8),
ottiene una soluzione di quell'equazione suscettibile
di applicarsi ad ogni punto d'uno spazio considerato
nella sua totalità. Questa
soluzione caratterizza dunque un certo modello
teorico di universo. Nel primo modello di
Einstein il tempo è indipendente dalle
misure spaziali e, da parte sua, lo spazio
è ipersferico, è cioè
precisamente l'analogo a tre dimensioni della
superficie della sfera. Questo modello d'universo
rappresenta un universo che contiene quanta
più materia è possibile ed un
universo globalmente statico, senza evoluzione:
solo piccoli movimenti locali vi sono concepibili. L'anno
seguente De Sitter trova una seconda soluzione
dell'equazione generale scritta da Einstein.
Essa rappresenta un universo dallo spazio
ipersferico come il precedente, ma in cui
la misura del tempo dipende dalla distanza
dell'osservatore. Un
tale universo è anch'esso globalmente
statico, ma questa volta non contenendo alcuna
materia, esso è globalmente vuoto.
Se tuttavia si introducesse una piccola particella
materiale in questo universo, essa dovrebbe
comportarsi rispetto ad un osservatore situato
all'origine delle coordinate come se essa
fosse respinta da lui: tale è precisamente
il comportamento delle nebulose spirali rispetto
a noi. Si pensò dunque molto presto
che i due modelli d'universo proposti da Einstein
e De Sitter rappresentassero i casi limiti
del "pieno" e del "vuoto"
tra i quali si dovesse porre il caso reale
del nostro universo. Risale allora a De Sitter
il merito di aver per primo visto un legame
possibile tra la cosmologia derivata dalle
equazioni della relatività generale
ed il fenomeno già intravisto della
recessione delle nebulose. Tuttavia
né l'una né l'altra di queste
due soluzioni è molto soddisfacente.
Gli universi di Einstein e di De Sitter sono
modelli eccessivamente semplificati, incapaci
di accogliere, uno il divenire, l'altro la
materia pesante che compaiono nel nostro universo
concreto. Quanto al compromesso tra l'uno
e l'altro, esso non da che suggerimenti qualificativi.
Con tutto ciò nel 1922 A. Friedmann
fa vedere che si possono trovare soluzioni
dell'equazione di Einstein che descrivono
questa volta universi non statici, cioè
nei quali la configurazione dello spazio dipende
questa volta dal tempo. Una di queste soluzioni
rappresenta uno spazio ipersferico il cui
raggio, nullo in principio, cresce fino ad
un massimo, poi diminuisce di nuovo fino ad
annullarsi: espansione seguita da contrazione.
E' la soluzione che Einstein ha fatto sua.
Il mondo attuale sarebbe un universo di questo
genere, preso nella fase d'espansione. Un
po' più tardi, nel 1927, l'abate Lemaitre
riconosce un'altra solu zione che fornirà
la sua armatura alle concezioni più
usuali dell'Universo in espansione. (8)
Logge di scrittura un po' più complicata
di quella della gravitazione nel vuoto, e
in cui si .può introdurre un termine
nel quale apparirebbe una costante, la "costante
cosmologica", ohe ha un ufficio importante
in tutti gli sviluppi teorici di cui parleremo
subito. Lo
spazio vi ha sempre la forma ipersferica e
l'universo è d'una formazione tale
che ad una certa epoca della sua evoluzione
passa attraverso lo stato d'equilibrio che
è rappresentato dall'universo statico
di Einstein. Ma questo stato d'equilibrio
è in realtà uno stato d'equilibrio
fisicamente instabile. Lemaitre e poi Eddington
hanno avuto il grande merito di sottolinearlo.
Appena un tale stato d'equilibrio si trova
rotto anche per pochissimo, l'universo cade
o nella fase in cui si contrae sempre di più,
oppure nella fase in cui si dilata indefinitamente.
I fatti ci dimostrano che in pratica si produce
un'espansione. D'altronde la fase di evoluzione
anteriore al passaggio attraverso lo stato
d'equilibrio instabile può essere concepita
anch'essa come un'espansione a confronto con
uno stato iniziale più condensato (9).
In tal modo l'universo si evolve al ritmo
d'un'espansione che va rallentando fino al
passaggio per lo stato ^'equilibrio, e poi
riparte di nuovo. Nel nostro universo concreto
questo stato d'equilibrio sembra oltrepassato
da molto tempo. In
quel che concerne l'accordo con i dati dell'esperienza,
diciamo soltanto che un modello di questo
genere si accorda bene in particolare con
il sistema di fatti osservati a proposito
della recessione delle nebulose spirali. Si
ottiene cosi un'elegantissima rappresentazione
teorica del processo della natura più
grandioso che ci sia stato dato fin'ora di
conoscere. .Ci
si vorranno perdonare questi sviluppi un po'
arditi. Era importante far vedere da una parte
come l'idea d'un universo il cui spazio è
l'analogo a tre dimensioni della superfice
sferica, idea che suggerisce la recessione
delle nebulose, è stata accolta molto
naturalmente dalla teoria della Relatività,
generale, e d'altra parte come le stesse basi
teoriche permettono, variando i parametri
e le soluzioni delle stesse equazioni, di
trovare tutta una varietà di modelli
molto diversi, più o meno atti alla
rappresentazione scientifica dell'universo
conosciuto sperimentalmente. Questi punti
sono davvero essenziali per la discussione
che verrà in seguito. Lo
stato iniziale. - I modelli ad espansione
richiedono tuttavia ulteriori considerazioni.
Si può anche considerarli come suscettibili
d'una ricostruzione, almeno a grandi linee,
della storia del mondo passato. Ora, per il
modello Friedmann-Einstein, come per il modello
Lemaitre, questa storia incomincia a partire
da uno stato molto condensato della materia.
Lo si comprende facilmente: se l'espansione,
quale si verifica attualmente si svolgesse
a rovescio, tutte le nebulose spirali verrebbero
sempre più a riunirsi fino a ritrovarsi
tutte congiunte ad un'epoca che si può
calcolare. Partendo dal corso attuale dell'espansione
si trova che quest'epoca del congiungimento
di tutte le nebulose si deve.porre a qualche
miliardo di anni nel passato, e questo press'a
poco quadra con l'età che noi possiamo
dare alla terra, al nostro sistema solare,
alla galassia, ecc... Ci sarebbe dunque una
specie di origine cosmica dello stato attuale
dell'universo: questo stato concentrato della
materia che prelude all'espansione del tutto. (9)
Si può, in pratica, dare alla costante
cosmologica (<sf. n. 8) il valore che le
nsscgna la soluzione di Einstein ed i dati
dell'osservazione sulla densità media
della materia nello spazio, e descrivere su
questa base un .processo regolare di evoluzione
partendo da uno stato condensato della materia
per giungere alla dispersione attuale delle
nebulose spirali. Lemaitre
è andato più lontano: ha ammesso
che questo stato fosse quello d'una specie
di atomo primitivo unico, la cui formidabile
disintegrazione fu all'origine degli elementi
e dei mondi. E'
una visione delle cose che lo stato attuale
delle conoscenze non proibisce e non impone,
ma che simboleggia in modo sorprendente quello
stato di concentrazione materiale dell'universo
originario. E' del resto abbastanza notevole
che gli studi fatti più recentemente
sulla distribuzione degli elementi chimici
nell'universo, sulla loro relativa abbondanza
e sulla loro possibile origine, hanno di comune
questo, nonostante la diversità delle
loro basi e delle teorie proposte, che conducono
tutti a postulare uno stato originario molto
concentrato e molto denso della materia cosmica.
Un prezioso accordo sulla teoria dell'espansione
dell'universo sembra che venga cosi a prodursi,
partendo da considerazioni molto diverse e
da dati dell'esperienza fisica indipendenti
da quelli che hanno condotto alla prima idea
di questo stato iniziale. Certamente
le cose devono essere esaminate molto più
da vicino. Nondimeno resta il fatto che l'insieme
dello schema d'una evoluzione cosmica che
parte da uno stato iniziale denso e ad altissimo
potenziale energetico, che incomincia alcuni
miliardi d'anni fa per dare orgine al mondo
costituito dalla configurazione delle nebulose
spirali in costante espansione, rappresenta
una concezione cosmologica scientificamente
plausibile e senza dubbio la migliore di cui
noi disponiamo attualmente. I
modelli legati a concezioni cosmologiche d'altro
tipo. - Per quanto sia soddisfacente
di fronte al complesso dei dati positivi di
cui disponiamo attualmente, la concezione
dell'universo di cui abbiamo ora visto l'elaborazione
non è tuttavia irreprensibile da ogni
altro punto di vista quando la si considera
più da vicino. Anzitutto
l'accordo con i dati reali non è che
approssimativo. Segnaliamo due punti che sembra
siano abbastanza imbarazzanti. Il primo è
che ci si immagina una distribuzione quasi
omogenea delle nebulose spirali nello spazio.
Ora, lo stato attuale dei sondaggi astronomici
non sembra che porti una piena conferma a
queste ipotesi: le dissimmetrie della distribuzione
oltrepasserebbero notevolmente le ineguaglianze
che si dovrebbero pensare dovute semplicemente
al caso. Il secondo è che la cronologia
del passato ricostruita sulla base dello stato
attuale dell'espansione dell'universo da veramente
troppo poco di tempo: la terra appare antica
di almeno due miliardi di anni, età
vicina a quella che gli attuali metodi geologici
permettono di assegnare a certe rocce molto
vecchie. Ora, facendo il calcolo astronomico
puro e semplice, questo dovrebbe essere stato
anche press'a poco il momento in cui ebbe
origine l'espansione. E' tuttavia chiarissimo
che l'epoca di formazione della terra e delle
rocce che vi si trovano è assai notevolmente
posteriore all'epoca della sua origine.. Ma,
sulla base dei dati accessibili e senza ipotesi
ingiustificate, si fa gran fatica a trovare
i mezzi di fare dei calcoli che portino l'origine
ad un'epoca sufficientemente anteriore a quella
della formazione del sistema solare. D'altra
parte ci sono stati uomini di scienza refrattari
alle concezioni spazio-temporali della Relatività
e soprattutto a quelle della Relatività
generale che obbliga ad abbandonare il carattere
euclideo dello spazio accettando l'idea delle
curvature riemanniane imposte allo spazio
a tre dimensioni nel quale viviamo. Questa
ripugnanza ha condotto Milne in particolare
ad una teoria curiosissima — quella della
" Relatività cinematica "
— nella quale, attraverso posizioni di pensiero
che d'altronde non sono accettate dalla maggioranza
degli uomini di scienza (10),
si ritrovano analoghi, newtoniani delle strutture
della Relatività generale. Si ricade
di fatto su equazioni formalmente identiche
a quelle di Einstein. Ma l’interpretazione
ne è affatto diversa. E' d'altronde
impossibile entrare qui nei particolari. Dopo
aver cosi rimesso in discussione il problema,
altre idee sono state proposte recentemente.
Fra le più interessanti bisogna ricordare
quella che forni le basi alla cosmologia di
H. Bondi e T. Gold, che proponeva questa volta
un universo simultaneamente in espansione
ed in uno stato stazionario: ciò diventa
possibile se si fa l'ipotesi di una specie
di creazione continua della materia in seno
allo spazio cosmico. Ecco
i dati essenziali di questa concezione: invece
di immaginare uno stato iniziale denso a partire
dal quale si produce l'espansione, si ammetterà
che compare continuamente nello spazio una
certa quantità di materia che i calcoli
rivelano dell'ordine di circa cinquecento
atomi di idrogeno per ogni chilometro cubo
all'anno. Questa materia tende a riunirsi
in nebulose, sia che essa si aggreghi alle
nebulose già formate, sia che diventi
il germe d'una nuova nebulosa. Il processo
d'espansione delle nebulose, appena esse si
formano, viene a mantenere la costanza della
densità media di materia nell'universo. In
tal modo abbiamo una specie di ricomposizione
costante dei processi che l'osservazione astronomica
è in grado di percepire. Si ottiene
còsi un universo empiricamente stazionario:
accade qualche cosa in questo universo, ma
in sostanza vi si produce sempre la stessa
cosa. Secondo
le idee di Milne, i processi di comparsa di
materia, di formazione delle nebulose, poi
di scostamento delle nebulose formate, si
compiono continuamente in uno spazio fisico
euclideo, ma la trama cosmologica degli avvenimenti
potrà essere descritta per mezzo delle
formule proprie alle teorie della Relatività
generale. Una volta abbandonato il principio
della conservazione della materia, si prenderanno
delle equazioni più che è possibile
vicine a quelle di Einstein e si ricadrà
in una soluzione che, dal punto di vista della
metrica di spazio-tempo, è la soluzione
descrittiva di un universo di De Sitter. Ma
non è più altrettanto necessario
postulare quest'universo vuoto, poiché
esso è costruito sulla base di ipotesi
abbastanza differenti da quelle ammesse dall'astronomo
olandese. (10)
In particolare, Milne ammette una dissociazione
della scala del tempo in due: ci sarebbe da
una parte una temporalità cinematica
valida per tutto ciò che si riferisce
all'elettrodinamica e per la quale il passato
sarebbe infinito, ed una temporalità
dinamica valida per tutto ciò che è
in rapporto con la materia corporea e pesante,
la gravitazione newtoniana in particolare.
Questa temporalità dinamica £
in corrispondenza logaritmica con la temporalità
cinematica, di modo che all'Infinito del passato
cinematico corrisponde un passato dinamicamente
finito. Una
delle conseguenze di tutto ciò è
il fatto che nell'universo si troveranno delle
nebulose di ogni età, nonostante una
certa età media delle formazioni materiali
che i calcoli fissano all'inarca di due miliardi
di anni. La nostra galassia è sensibilmente
più vecchia di questa età media.
Ma precisamente questo va ben d'accordo col
fatto che la sua statura è sensibilmente
superiore alla media. Oltre agli accordi con
l'esperienza che i modelli Classici possono
presentare per conto loro, si troverebbe così,
in un modello di questo genere, la possibilità
di spiegare un certo numero di altri fatti
che sono rimasti fino ad oggi al di fuori
delle considerazioni cosmologiche moderne.
In particolare si potrebbe trattare tutto
in una volta il problema della struttura globale
dell'universo e quello della formazione delle
nebulose spirali. La contropartita dei vantaggi
così sperati è evidentemente
l'abbandono del principio della conservazione
della materia ed il postulato di questa inspiegabile
comparsa di atomi di idrogeno nello spazio.
Le abitudini dello spirito scientifico sono
poco favorevoli a simili postulati, di modo
che per ora la cosmologia di Bondi e Gold,
insieme a qualche altra ancora (11),
figura piuttosto come un suggerimento di riserva
che come una teoria trionfante. Ma chi può
sapere quel che l'avvenire riserva a queste
idee nascenti? CAPITOLO
II. - CONCEZIONE SCIENTIFICA DELL'UNIVERSO
E DOGMA RELIGIOSO Al
termine di questa esposizione, ancora molto
sommaria e già troppo lunga, ma che
si capirà quanto sia stata indispensabile,
cambiamo ora deliberatamente il nostro atteggiamento
intellettuale. Tentiamo di riconsiderare nella
riflessione queste concezioni di cui abbiamo
rapidamente tracciato l'elaborazione ed il
contenuto e, seguendo le prospettive che questa
riflessione ci offre, confrontiamole con le
diverse determinazioni spirituali che in tali
circostanze si possono creare: per esempio
le determinazioni spirituali del sentimento
filosofia) che è inerente allo spirito
messo in presenza dell'universo e sopratutto,
è questo il punto a cui vogliamo arrivare,
le determinazioni spirituali della fede religiosa
quando è messa a confronto dei fatti
cosmologici. Lo
stesso cambiamento di atteggiamento implica
che, senza perderlo completamente di vista,
noi abbandoniamo coscientemente il comportamento
intellettuale specifico della scienza per
adottare un altro orientamento di pensiero.
E' oggi una cosa onesta e non senza importanza
intellettuale dichiararlo espressamente nel
momento in cui ciò si verifica. Si
crede infatti, e troppo spesso si pretende
che sia " scientifico " un pensiero
che si riferisca a cose scientifiche anche
quando esso suppone un atteggiamento dello
spirito irriducibile a quello della scienza
in senso rigoroso. L'aggettivo " scientifico
" apre allora la porta a molti abusi
di pensiero ed a molte illusioni di parole. (11)
Cosi è quella di Pascual Jondan, che
non esponiamo qui.
Qualche
riflessione preliminare.
- Tuttavia, per chiarire i suoi procedimenti,
la riflessione potrà in principio usare
un'osservazione che di per sé dipende
ancora dal pensiero scientifico, benché
sia situata come ai suoi limiti. Qualunque
esse siano, le concezioni cosmologiche messe
in circolazione dalla scienza di queste ultime
decadi hanno tutte questo di comune, che esse
si fondano, da una parte, sugli insegnamenti
del fenomeno astronomico detto a della recessione
delle nebulose spirali ", e dall'altra,
sulle equazioni di campo caratteristiche delle
teorie dette <t della Relatività
generale ". Tale è la chiave di
volta di tutte le costruzioni che hanno attualmente
qualche interesse. Le differenze nascono da
elementi aggiunti a questo fondo comune. Nel
vedere quanto quelle differenze possono essere
considerevoli, si capisce bene che né
le equazioni in parola né il fenomeno
che è dato dall'osservazione astronomica
bastono, neppure lontanamente, a determinare
univocamente la rappresentazione e l'interpretazione.
La cosmologia scientifica rimane ancora una
specie di avventura dello spirito, una specie
di gioco ragionato in cui molte delle pedine
scientificamente accettabili rimangono possibili. Ma
è assai curioso — e qui la
riflessione comincia a lavorare per conto
suo al di là dell'orizzonte semplicemente
scientifico — notare che attraverso le varie
parti di questo gioco serio e scientificamente
motivato, che ci stanno sotto gli occhi, sono
sempre in fondo i temi quasi permanenti della
ragione umana alle prese con l'universo materiale,
temi che qui rinascono rinnovando le loro
antiche opposizioni. Abbiamo bisogno di un
universo in cui qualche cosa si evolva, poiché
noi stessi ci evolviamo in esso. Ma non sappiamo
concepire un universo in cui qualche cosa
si evolva se non a costo di una specie di
sacrificio in tutto ciò che noi vorremmo
mantenere come razionale. Noi
possiamo fare qualche scelta nel sacrificio,
ma nient'altro. Le cosmologie del tipo "
universo in espansione " sacrificano
il carattere stazionario del divenire e l'indefinito
della causalità fisica, per venire
a capo di un'origine. Le cosmologie del tipo
Bondi e Gold sacrificano l'invariabilità
della materia. Distribuiscono attraverso il
fluire del tempo il miracolo dell'esistenza
che sorge senza causa percettibile, miracolo
di cui, dopo tutto, è razionalmente
più comodo — se non più valido
intellettualmente — sbarazzarsi accettandolo
una volta per tutte, in blocco, rinviandone
l'atto all'infinito del passato o dell'arbitrarietà
di un istante, come faceva la scienza fisico-meccanica
dell'epoca classica. In
fondo, anche sul piano stesso dei concetti,
non sappiamo spiegare col nulla un universo
che cammina: per conseguenza dobbiamo ammettere
in siffatto universo o la traccia di una genesi,
o l'effetto d'un primo motore eterno. Dal
punto di vista ideologico, probabilmente a
loro insaputa, Bondi e Gold non sono molto
lontani dal vecchio Aristotele. Essi sostituiscono
semplicemente la comparsa continua di materia
già formata, con le sue proprietà
oggi conosciute dalla scienza, al flusso continuo
di energia di movimento che le sostanze spirituali
ideate da Aristotele facevano comparire nel
mondo dei corpi, in modo altrettanto incomprensibile
dal punto di vista fisico della comparsa di
cinquecento atomi di idrogeno per ogni chilometro
cubo e per ogni anno, postulati per presentare
un'espansione stazionaria. D'altra parte gli
schemi dell'universo in espansione non stazionaria
illustrano a modo loro l'idea di un universo
in cui nulla sfugge all'avventura storica
ed ai caratteri fisicamente incomprensibili
della sua economia concreta: irreversibilità,
del divenire e finalmente singolarità
unica di ogni momento dell'essere e del tutto. Di
modo che, usando un linguaggio certo più
stringato tecnicamente e prendendo conoscenza
più adeguata delle cose, le antichissime
posizioni del pensiero umano continuano la
loro dialettica. Che questa dialettica continui
forse senza che se ne rendano conto quei medesimi
che oggi le offrono il campo immenso dell'astronomia
moderna ed il magnifico strumento del pensiero
scientifico, tale è senza dubbio, ad
un certo livello, il fatto che ha un significato
essenziale. Interessi
dello spirito e reazioni ulteriori: l'esigenza
dell'armonia. - Ma
gl'interessi dello spirito non si limitano
all'analisi dello spettacolo che gli è
offerto così dal pensiero dell'uomo.
Si manifestano in molti modi, tenendo conto
di ciò che è tutto l'essere
umano, di ciò che sono la sua cultura,
la sua vita intima, le sue aspirazioni e le
sue speranze. Le conquiste a cui la scienza
giunge per conto suo possono interessare lo
spirito da questo punto di vista e suscitare
ulteriori reazioni, quale la meditazione contemplativa
delle relazioni tra i ritrovati del pensiero
scientifico ed altri ordini di fatti umani,
quali, in certe circostanze, delle interpretazioni
o delle prese di posizione. L'umanità
profonda di ogni personalità spirituale
è fatta di tutta la trama che viene
tessuta da queste ulteriori reazioni della
riflessione e del cuore. Ora
il cristiano porta in sé la realtà
vivente della fede e dei suoi insegnamenti,
determinazioni spirituali che, poste dall'intimo
in presenza della scienza e dei suoi risultati,
richiameranno come un loro diritto molte reazioni
del tipo ora descritto. Quali saranno allora
le reazioni che ci si possono aspettare? Quali
saranno quelle che si potranno legittimamente
lasciare sviluppare? Tale è, infondo,
il vero problema del rapporto tra la scienza
ed i determinanti dell'atteggiamento religioso,
fede e dogmi. Vediamo
dunque quel che ne risulta nel caso presente.
Senza averlo cercato apposta, il pensiero
scientifico del nostro tempo è venuto
in possesso di una maniera di concepire l'universo
che ricorda alcuni tratti della rappresentazione
a cui conduce l'affermazione dogmatica religiosa
d'una creazione nel tempo. E' allora molto
normale che l'intelligenza credente scopra
in questo una certa armonia, una specie di
convergenza: gli indizi raccolti dalla ricerca
umana sembrano organizzarsi nello stesso senso
dell'affermazione religiosa. Perché
negarlo? In
molte altre occasioni ancora noi cerchiamo
di far corrispondere più che è
possibile i vari registri umani in maniera
che la nostra anima non sia fatta unicamente
di discordanze. E' cosi che la filosofia tenta
per conto suo di esaminare le corrispondenze
armoniche tra le dimostrazioni della verità
che essa cerca di fare e le illuminazioni
dello spirito che ci son date dagli atti stessi
della scienza, intravedendo del resto al suo
livello che, se c'è armonia, qualche
causalità segreta ne predispone gli
accordi, legando i cordoni della riflessione
alle potenze globali delle iniziative scientifiche.
La fede certo non
riesce a penetrare chiaramente queste causalità
nascoste, da lei chiamate divine, delle armonie
che l'intelligenza credente pensa di riconoscere
cercando di leggere nell'universo appena lo
sforzo umano riesce a costruirne qualche testo.
Ma, intanto, ella non si stanca di aspettare
l'armonia dei suoi atti con l'insieme delle
conquiste spirituali dell'uomo, e di accettare
con gioia quello che una intelligenza ben
addestrata crede di poterne discernere. Gli
equivoci possibili, n primo di tutti: concordismo.
- E' bensì vero che il pensiero può
ingannarsi sulla natura esatta di questo genere
di connessioni. Il più banale di questi
equivoci sarebbe quello di immaginarsi che
la concezione scientifica di un universo in
espansione e che ha origine in uno stato denso
di materia stabilisca o confermi senza contestazioni
possibili l'affermazione dogmatica di un universo
creato nel tempo. Ingenuità abbastanza
grossolana, poiché nessuna delle raffigurazioni
cosmologiche proposte dalla scienza ha nel
pensiero degli scienziati una portata di questo
genere. Nel fatto, la verità che la
fede propone e la sicurezza dell'adesione
intellettuale che essa da allo spirito di
chi crede non sono né dell'ordine di
quel che la scienza è in grado di costruire,
né suscettibili di essere sostituite
dai risultati di quest'ultima. Il pensiero
seriamente scientifico è il primo a
rendersi conto di quanto le proprie costruzioni
nel dominio cosmologico siano precarie e come
debbano essere soggette a critiche ed a revisioni.
Allo stesso modo esso è ben lungi dal
pensare che quanto accetta positivamente come
valido sia in grado di risolvere i problemi
in modo assoluto. Per
quel che riguarda, per esempio, la concezione
dell'universo in espansione, la scienza ammette
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