Tutta
l'angustia de' scrupolosi è nel temere
che operando non operino già collo
scrupolo, ma col dubbio di peccare e perciò
incorrano nel peccato. Ma bisogna
che intendano principalmente, che chi opera
per ubbidienza d'un confessore dotto e pio,
non solo non opera con dubbio, ma opera colla
maggiore sicurezza che può aversi in
terra, sulla divina parola di Gesù
Cristo che chi ascolta i suoi ministri è
come se ascoltasse lui stesso: Qui vos audit,
me audit1. Onde dice s. Bernardo2: Quicquid
vice Dei praecepit homo, quod non sit tamen
certum displicere Deo, haud secus omnino accipiendum
est, quam si praecipiat Deus. È
certo che circa la guida particolare della
coscienza il confessore è il legittimo
superiore, come dice con tutti i maestri di
spirito s. Francesco di Sales3. Dice intanto
il p. Pinamonti nel suo Direttore spirituale:
«Conviene fare apprendere a' scrupolosi
che nel sottomettere la volontà a'
ministri del Signore sta la sicurezza maggiore
in tutto quello che non è manifesto
peccato. Leggansi le vite de' santi e troverassi
che non han riconosciuto altro cammino più
sicuro che l'ubbidire. I santi mostrano fidarsi
della voce del confessore più che della
voce immediata di Dio; e gli scrupolosi vogliono
più appoggiarsi al loro giudizio che
all'evangelio che ci assicura: Qui vos audit
me audit». Dice il b. Errico Susone1
che Dio non cerca da noi conto delle cose
fatte per ubbidienza. Lo stesso dicea s. Filippo
Neri2: Quelli che desiderano fare profitto
nella via di Dio si sottomettano ad un confessore
dotto, al quale ubbidiscano in luogo di Dio;
chi fa così si assicura di non render
conto a Dio delle azioni che fa. Dicea di
più: Che al confessore si avesse fede,
perché il Signore non lo lascerebbe
errare. Non essere cosa più sicura
che tagli i lacci del demonio, che fare la
volontà altrui nel bene; e non esser
cosa più pericolosa che volersi reggere
di proprio parere. Il che conferma s. Gio.
della Croce3, dicendo in nome del Signore:
essendo tu infedele a' confessori, lo sei
a me che ho detto, chi disprezza voi, me stesso
disprezza. E poi al n. 8. Il non appagarsi
di ciò che dice il confessore è
superbia e mancamento di fede. Bisogna dunque
aver questa certa fiducia che nell'ubbidire
al p. spirituale ciascuno può essere
sicuro di non peccare. Il rimedio più
grande per gli scrupoli (dice s. Bernardo4)
è l'ubbidienza cieca al confessore.
Narra Gio. Gersone5 che lo stesso
s. Bernardo disse ad un suo discepolo scrupoloso
che andasse a celebrare in sua fede: quello
andò e si guarì da' scrupoli.
Ma alcuno dirà (dice il Gersone): Volesse
Dio, ed avessi un san Bernardo per mio direttore:
ma il mio è di mediocre sapienza. E
risponde: Quisquis ita dicis erras: non enim
te commisisti in manibus hominis, quia litteratus
etc., sed quia tibi est praepositus. Quamobrem
obedias illi, non ut homini, sed ut Deo.
Onde ben dice s. Teresa6: L'anima pigli il
confessore con determinazione di non pensar
più alla scusa nostra, ma fidarsi delle
parole del Signore: Quis vos audit me
audit. Stima il Signore che
questa sommissione tanto che, ancorché
con mille battaglie, parendoci sproposito
quello che si giudica, con pena o senza pena
lo facciamo, il Signore aiuta tanto, ecc.
E siegue a dire che allora compiacciamo la
sua divina volontà.Quindi s. Francesco
di Sales7 parlando della direzione del p.
spirituale per camminar sicuro nella via di
Dio, dice: «Questo è l'avvertimento
degli avvertimenti: per quanto voi cerchiate,
dice il divoto Avila, voi non troverete mai
così sicuramente la volontà
di Dio, quanto per il cammino di quest'umile
ubbidienza, tanto raccomandata e praticata
da tutti gli antichi divoti. Sicché
dicea il p. Alvarez: Ancorché il p.
spirituale pigliasse errore, ella è
sicura di non errare, perché se ne
sta al parere di chi Dio le ha dato per superiore».
E lo stesso scrisse il p. Nieremberg8: «Ubbidisca
al confessore, ed allora non pecca ancorché
la materia fosse colpa, chi fa con intenzione
di ubbidire a colui che tiene in luogo di
Dio; persuadendosi, com'è che egli
ha obbligo di ubbidirlo». Mentre, come
dicono il p. Rogacci e 'l p. Lessio, il confessore
è per noi l'interprete della divina
volontà. E ciò vien
confermato anche dalla Glossa1: Si vero
dubium sit praeceptum, propter bonum obedientiae
excusatur a peccato, licet in veritate sit
malum2. E nel c. Inquisitioni, De sent.
exc., dal medesimo testo si commenda l'ubbidienza
al confessore, dicendosi che gli scrupoli
debent abdicari ex pastoris sui consilio.S.
Francesco di Sales dava tre massime di gran
consolazione agli scrupolosi3. 1. Non s'è
perduto mai un ubbidiente. 2. Conviene contentarsi
in saper dal p. spirituale che si cammina
bene, senza cercarne la cognizione. 3. Il
meglio è camminare cieco sotto la divina
provvidenza fra le tenebre e perplessità
in questa vita. E perciò concludono
tutti i dottori moralisti comunemente con
s. Antonino, Navarro, Silvestro, ecc., che
l'ubbidienza al confessore è la regola
più sicura per camminar bene nella
via di Dio. E questa, dice il p. Tirillo col
p. La-Croix4, ch'è la dottrina comunissima
de' s. padri e de' maestri di spirito. Debbono
in secondo luogo sapere gli scrupolosi, che
non solo van sicuri ubbidendo, ma che sono
obbligati ad ubbidire al loro direttore e
disprezzare lo scrupolo, operando con libertà
ne' loro dubbj. Così insegnano Natal
d'Alessandro5: Quod autem scrupuli aspernari
debeant, accedente prudentis, pii, doctique
directoris iudicio, et contra illos sit agendum,
constat ex c. Inquis, etc., ut supra.
Così il p. Wigandt6: Non peccat qui
agit contra scrupulos, immo aliquando est
praecepti, praesertim si accedit confessarii
judicium. Così questi autori, benché
seguaci della sentenza rigida. E così
comunemente i dottori7. E la ragione
si è perché lo scrupoloso non
vincendo i suoi scrupoli sta in pericolo di
mettere grave impedimento a soddisfare le
sue obbligazioni o almeno al suo profitto
spirituale, ed anche di perdere il cervello,
la sanità e la coscienza colla disperazione
o col rilasciamento. Onde s. Antonino con
Gersone8 così riprende lo scrupoloso
che per vano timore non obbedisce in superare
gli scrupoli: Caveas ad extremum, ne dum quaeris
securitatem, in gravem ruas praecipitationis
foveam. Sta attento (dice) che tu per voler
camminare con troppa sicurezza, non cada nella
tua rovina. Perciò il suddetto p. Wigandt9
dice che lo scrupoloso deve ubbidire al suo
direttore sempreché il precetto non
sia manifesto peccato: Nisi contra Deum (director)
praecipiat aperte. E che ciascuno sia tenuto
nelle cose dubbie ad ubbidire al suo prelato,
purché non sia evidente peccato è
sentenza comune e certa appresso i dottori.
E si prova con s. Bernardo, col passo nel
principio addotto: Quidquid vice Dei, etc.
Con s. Ignazio Loyola10 che dice: Obediendum
in omnibus ubi peccatum non cernitur. Idest11
in quibus nullum manifestum est peccatum.
Di più col b. Umberto, generale de'
padri predicatori, il quale12 dice: Nisi aperte
sit malum quod praecipitur, accipiendum est
ac si a Deo praeciperetur. Di più col
b. Dionisio Cartusiano13: In dubiis, an sit
contra praeceptum Dei, standum est praecepto
praelati; quia etsi contra Deum, attamen propter
obedientiae bonum non peccat subditus. Con
s. Bonaventura. 1.Che perciò Gio. Gerson2
dice: Scrupulosis contra scrupulos agendum
est, et fixo operis pede certandum. Scrupulos
compescere melius quam per contemtum nequimus,
et regulariter non absque alterius et praesertim
superioris consilio. Alioquin timor immoderatus
aut inconsulta praesumptio praecipitat. Dice,
che debbasi a piede fermo superare lo scrupolo.
Pertanto questo era il rimedio che dava s.
Filippo Neri a' scrupolosi, il far loro disprezzare
gli scrupoli. Ecco come sta scritto nella
sua vita3: «Di più, oltre al
rimedio ordinario del rimettersi in tutto
e per tutto al giudizio del confessore, ne
dava un altro, ch'era di esortare i suoi a
disprezzare gli scrupoli. Onde a simili persone
vietava il confessarsi spesso; e quando nel
confessarsi entravano in iscrupoli solea mandarle
alla comunione senza sentirle».
Sicché, per concludere, lo scrupoloso
dee porsi avanti gli occhi l'ubbidienza e
giudicare vano il timore dello scrupolo e
così liberamente operare. Né
a ciò è necessario come dicono
i dottori, Busemb4 con Sanch. Bech., Reg.,
Fill., ch'egli in ogni atto particolare faccia
questo espresso giudizio che quello sia scrupolo,
o che egli debba ubbidire al confessore in
disprezzarlo; ma basta che contro quello operi
per il giudizio fatto antecedentemente; poiché
per l'esperienza avuta sempre nella sua coscienza
v'è abitualmente o virtualmente lo
stesso giudizio, benché oscuro e confuso.
Onde soggiunge La Croix5, e Tambur.
6 con Vasq., Val. ecc., che se lo scrupoloso
non potesse in quella oscurità così
presto deporre il timore né avvertire
chiaramente all'ubbidienza del confessore
(il che sono quasi impossibilitate a fare
certe coscienze angustiate e perplesse nel
deporre lo scrupolo, pel timore che le ingombra),
allora non pecca, ancorché operi col
timore attuale di peccare. La ragione è,
perché avendo egli avuto già
prima un tal giudizio di simili scrupoli e
dell'ubbidienza datagli di disprezzarli, certamente
dee stimarsi che allora anche l'abbia, benché
per l'impeto del timore allora non l'avverta.
Ma questo timore dee dallo scrupoloso allora
disprezzarsi, perché un tal timore
non forma vero dettame di coscienza. Ecco
come appunto Gersone7 apertamente lo conferma
e lo consiglia: Conscientia formata est, quando
post discussionem et deliberationem ex definitiva
sententia rationis iudicatur aliquid faciendum
aut vitandum: et contra eam agere est peccatum.
Timor vero seu scrupulus conscientiae est
quando mens inter dubia vacillat, nesciens
ad quid potius teneatur, non tamen vellet
omittere quod sciret esse placitum divinae
voluntati, et iste timor, quam fieri potest,
abiiciendus et extinguendus. Dunque in sostanza
dice Gersone che allora si pecca operando
col dubbio pratico, quando il dubbio procede
da coscienza formata; ma questa coscienza
formata allora si ha, quando esaminate le
circostanze, egli deliberatamente giudica
con sentenza definitiva ciocché è
obbligato fare e ciocché non può
fare; ed allora pecca contro tal coscienza
operando. Ma quando poi la mente è
dubbiosa e vacillante, nulladimeno non vuole
fare cosa che dispiaccia a Dio, questo, dice
Gersone, non esser vero dubbio, ma timor vano
che per quanto si può dee rigettarsi
e disprezzarsi. Sicché quando è
certa nello scrupoloso la volontà abituale
di non volere offendere Dio, è certo
che operando nel dubbio, secondo Gersone,
non pecca; e giustamente, mentre allora questo
è vano timore, ma non vero dubbio,
benché egli per dubbio l'apprenda.
Essendo certo all'incontro che per commettere
un peccato mortale vi vuole una piena avvertenza
per parte dell'intelletto ed un perfetto consenso
deliberato per parte della volontà,
in volere un'azione che offende gravemente
Dio. Questa è dottrina indubitabile
e comune di tutti i teologi appresso i Salmaticesi1,
ed anche de' più rigidi, come di Giovenino,
di Habert, e del rigorosissimo Genetto, il
quale2 così dice: Quod si aliqua insit
deliberatio, sed imperfecta, erit peccatum
veniale, non mortale. E così insegnano
tutti gli altri con s. Tommaso, il quale3
dice: Potest quod est mortale esse veniale
propter imperfectionem actus, quia non plane
pertingit ad perfectionem actus moralis, cum
non sit deliberatus, sed subitus.
Soffrano adunque con rassegnazione le anime
scrupolose questa croce e non si sgomentino
nelle loro maggiori angustie che Dio suol
dare o permettere per loro profitto, acciocché
siano più umili; meglio si guardino
dalle occasioni certamente e gravemente pericolose
e più spesso si raccomandino al Signore
e più perfettamente confidino nella
divina bontà. Ricorrano intanto spesso
a Maria ss. che si chiama ed è la madre
della misericordia e la consolatrice degli
afflitti. Temano sì l'offesa di Dio
dove certamente la conoscono; ma postoché
stian fermamente risoluti di morir prima mille
volte che perdere la divina grazia, temano
sopra tutto di mancare all'ubbidienza de'
lor direttori, ed all'incontro ciecamente
ubbidendo sieno sicuri che non le abbandonerà
quel Signore che vuol tutti salvi ed ama le
buone volontà, non lasciando mai perire
un vero ubbidiente. Nullus speravit in
Domino et confusus est (Eccli. 2.) Omnem
sollicitudinem vestram proiicientes in eum,
quoniam ipsi cura est de vobis (1. Eph.
5.). Dominus illuminatio mea et salus
mea, quem timebo (Ps. 26.)? In pace
in idipsum dormiam et requiescam, quoniam
tu, Domine, singulariter in spe constituisti
me (Ps. 4.). In te, Domine, speravi,
non confundar in aeternum (Ps. 39.).