tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
I. - IMPOSTAZIONE DEL PROBLEMA
La
tendenza a darsi un Dio.
-
Se, come dice san Paolo, è vero che
" tutto il creato geme e soffre i
dolori del parto... anelando all'adozione
in figli "; se è certo, come
dice sant'Agostino, che " il nostro
cuore è fatto per Dio ",
che esso " riposa solo in Dio
" e che inoltre lo ama sempre "
cercandolo anche senza saperlo ";
se è vero, come dice san Tommaso, che
nell'uomo c'è un desiderio naturale
di " vedere Dio nella sua essenza
"; se è vero, come dice san Francesco
di Sales, che il peccato originale ha lasciato
sussistere in noi " un'inclinazione
naturale ad amare Dio sopra tutte le cose
"; se e vero, come dice Pascal, che "
tutto ciò che non è Dio non
può colmare la mia attesa ";
se è vero, come dice Blondel scavando
ed esplorando in tutti i sensi l'insegnamento
tradizionale, che, di fronte all' " Unico
Necessario ", sono possibili solo
due partiti: a voler essere Dio senza Dio
e contro Dio, e voler essere Dio per mezzo
di Dio e per Dio ", allora quello che
noi, cosi grossolanamente chiamiamo ancora
" il fatto religioso "
o " il bisogno di Dio "
deve intervenire nella nostra vita in modo
completamente diverso da un dato puramente
accidentale ed estrinseco: avvenimento imprevisto,
conformismo sociale, aspirazione sentimentale
curiosità intellettuale o prodigio
sconcertante. È certamente un dato,
ma non fortuito e semplicemente subito; è
un dato irriducibile e ineliminabile, presente
in qualche modo in ogni manifestazione della
nostra attività razionale; dato penetrante
e insinuante, usato anche quando sembra ripudiato.
Nell'ordine spirituale, c'è qualcosa
d'analogo alle attrattive subite dai corpi
nell'ordine materiale, che agiscono anche
quando restano invisibili, che sono efficaci
anche quando non producono nessun effetto
apparente.
Infatti,
è caratteristica universale ed essenziale
dell'attività umana tendere, dove manca
l'unico vero Dio, a darsi un Dio, a farsi
un Dio, a fare se stessi Dio.
Come
si cerca di sostituire il vero Dio. - Negli
stadi inferiori del pensiero e della condotta,
tra i primitivi, tra coloro che sono ancora
nello stato infantile, tra gli uomini bizzarri
e sconcertanti, questo si chiama superstizione.
È cosa ridicola e commovente insieme.
Ridicola, perché la ragione rimane
confusa di fronte alla sproporzione tra il
desiderio e il gesto, tra il significato che
imponiamo all'oggetto della superstizione
e il suo valore reale e la sua efficacia;
è anche commovente, perché attesta
perlomeno la nostra impossibilità di
prendere il mondo e la vita tali e quali sono,
nella loro immediata e ovvia realtà
e il nostro sforzo per raggiungere per loro
tramite una realtà che, nello stesso
tempo, li contiene e li supera.
Le
stesse osservazioni valgono per gli stadi
superiori. L'elenco degl'idoli e dei feticci
partoriti dall'immaginazione dei deboli e
dei semplici è lungo; ma non meno lungo
è quello dei surrogati della religione,
mediante i quali coloro che diciamo i "
forti noia dotti ", in forme meno ridicole,
cercano anch'essi di' saziare la loro fame
e occupare la stessa attesa.
Surrogati
della religione sono l'amore e l'amicizia
quando arrivano a farri dire: " Tu
solo mi basti per tutta l'eternità
", come se ci fosse una creatura
capace di portare questo carico di confidenza,
di adorazione e di responsabilità.
Sono
surrogati della religione lo sposo, il bambino,
la casa, il mestiere quando limitano l'orizzonte
d'un'anima anche ardente e generosa, tutta
dedita, che non si è procurata nessun
alibi.
Surrogato
della religione è la patria per chi
considera intollerabile come un sacrilegio
il minimo dubbio sul suo avvenire, la minima
critica sul suo passato.
Surrogati
della religione sono il partito, la classe,
il proletariato per il militante che gioca
tutta la sua vita su una Città futura
che non vedrà mai né lui né
i suoi discendenti.
Sono
surrogati della religione l'umanità,
il servizio sociale, la carità del
filantropo, del benefattore, dell'apostolo
che non potrà essere fermato da nulla
finché non avrà dato tutto.
Surrogato
della religione l'onore per chi parla della
" superstizione della virtù ",
che in questo modo sottolinea la formidabile
maggiorazione, elio deve subire anche il sentimento
più nobile per giustificare certi sacrifici.
Surrogato
della religione la Verità per chi crede
nella scienza o nella speculazione, che, davanti
al puro diamante d'un'evidenza irrefragabile,
vede impallidire tutte le grandezze della
carne e perfino quelle della carità.
Surrogato
della religione la Bellezza che, con la creazione
o il possesso di una grande opera, compensa
sufficientemente l'artista di tutte le incomprensioni,
di tutti gli scacchi, di tutte le miserie,
compresa quella del " tempo perduto ".
Surrogato
della religione il Diritto nell'uomo abbastanza
candido e audace per fare affidamento sulla,
fedeltà della " Giustizia immanente
n, anche se comincia estinguendo tutte le
stelle del cielo.
Surrogato
della religione le Idee, lo Spirito, la Sostanza
infinita e tutte le grandi entità che
i filosofi innalzarono per colmare o almeno
mascherare il vuoto dovuto all'assenza del
Dio vivo.
Surrogato
della religione la Vita in quelli che, davanti
a queste due sìllabe, entrano in uno
stato ipnotico, fino a diventare indifferenti
al contenuto, all'uso di questa vita insostituibile,
" Purché io non muoia senz'aver
vissuto! "
Surrogato
della religione il Mistero, l'Ignoto, l'Inconoscibile
in chi, rigorosamente parlando, può
fare a meno di tutto il resto, ma non di desiderare,
di attendere, di sperare, di sognare.
Qui
ci limitiamo ai surrogati religiosi più
comuni e meno irragionevoli; ma che cosa non
dovremmo nominare se volessimo darne un elenco
completo? Quale cosa non è stata adorata
dall'uomo nel giorno del pericolo o dell'aberrazione?
Surrogato
della religione, e alla fin fine superstizione,
è, come disse M. Blondel, tutto ciò
che vogliamo infinitamente senza deciderci
a volere l'Infinito.
Qui,
non possiamo nemmeno pensare di studiare in
particolare ciascuno
degli
esempi che abbiamo dato, e specialmente che
ancora potremmo dare. Ci limitiamo ad alcuni
casi tipici, che hanno il duplice privilegio
di essere stati elaborati con sufficiente
precisione dottrinale e di corrispondere a
stati di spirito comunemente e attualmente
vivi attorno a noi.
CAPITOLO
II. - ALCUNI CASI TIPICI
Kant
e la religione del dovere.
-
Kant non era affatto un ateo confesso o camuffato;
era anzi un bravo protestante pietista, che
prendeva molto sul serio le credenze e i riti
della sua confessione, ai quali perciò
cercava di trovare un senso razionale. Anche
se parte da un metodo che, ai nostri occhi,
6 assolutamente inadeguato, la sua opera:
La religione nei limiti della ragione non
è puramente negativa, come fu detto
spesso. Vi permangono le nozioni di Verbo,
di peccato, di Chiesa con alcuni corollari
essenziali, tanto che il suo pensiero, sotto
le due forme, è dominato dalla considerazione
dell'Assoluto: " totalità incondizionata
" per la ragion pura, a bene sovrano
" per la ragion pratica.
Pero
Ratti, da una parte, come filosofo, pretende
di aver stabilito l'impossibilità di
tiare ai problemi metafisici una soluzione
di carattere dommatico dimostrativo, perché
le conclusioni legittime della ragione non
vanno oltre il campo dei fenomeni. Dal fatto
che l'idea di Dio rappresenta un'esigenza
reale e inevitabile del pensiero, non se ne
può concludere l'esistenza di un essere
corrispondente a quest'esigenza. D'altra parte,
Kant, come moralista, tiene costantemente
desta la diffidenza per ogni specie di utilitarismo
e perfino di eudemonismo. Azione moralmente
buona è quella fatta non solamente
in conformità, ma per la sua conformità
col dovere; e qui importa non l'opera, ma
la buona volontà. Ogni considerazione
estrinseca, compresa quella della ricompensa
e dei castighi d'oltre tomba, intervenendo
nell'azione morale, mette perlomeno in pericolo
la purezza dell'intenzione e il valore dell'atto.
In
questo modo, Kant iniziò un surrogato
della religione (la religione del dovere)
che potè sedurre un certo numero di
anime incontestabilmente nobili, specialmente
tra quei cristiani di tradizione e di aspirazione
che una coscienza e una filosofia male intese
allontanavano dai dommi.
La
dissero una morale indipendente da ogni metafisica
definita, come pure da ogni dommatica confessionale,
e quindi, suscettibile di venir proposta,
negli ambienti più diversi e più
lontani; morale autonoma, dove la volontà
è forzata solo dalla ragione, dai suoi
principi e dalla sua logica; morale disinteressata,
per cui facciamo il dovere per il dovere stesso,
senz'altra ricompensa che una gioiosa fedeltà
alla legge che ci costituisce spiritualmente.
La
pretesa di restare così fuori d'ogni
speculazione o influsso religioso, assolutamente
parlando, sarebbe sostenibile se si trattasse
soltanto di una morale, come dice Goyau, "
senz'obbligazione e senza sanzione ",
in cui, per usare le parole di Fouillée,
che hanno senso equivalente, " L"imperativo
categorico" cede il posto "all'ottativo
supremo" ".
Ma
una coscienza, per quanto poco esigente, non
può contentarsi di cosi poco di fronte
a se stessa e a quello a cui, nonostante tutto,
si sente legata. Questo almeno non è
il caso dei discepoli di Kant di cui parliamo,
per i quali le
nozioni di obbligazione e di sanzione conservano
un senso, forse rinnovato, ma irriducibile.
Ammettiamo
che si giudichino un po' semplicisti e sbrigativi
certi modi filosofici e teologici di identificare
senz'altro l'idea d'obbligazione morale e
quella di comandamento divino, ma resta sempre
che non possiamo separare l'idea d'obbligazione
da quella di valore, né l'idea d'imperativo
categorico da quella di valore incommensurabile
a qualsiasi altro valore. Ma non si può
nemmeno separare l'ordine dei valori da quello
delle verità, come l'ordine della verità
da quello dell'essere: ciò che non
è affatto, non agisce affatto, nemmeno
come attrattiva e appello, e quindi, la stessa
idea di valore comporta quella di essere in
sé. Entrati in quest'ingranaggio dialettico,
pare difficile sfuggirvi senza accettare l'illogismo
e la contraddizione. Ma questo non rientra
certamente nelle prospettive kantiane.
Ammettiamo
che si ritengano grossolani certi modi di
ridurre l'idea di sanzione a quella di ricompensa
e di castigo; rimane però, come nota
espressamente Kant stesso, che chi non agisce
interessatamente, cioè direttamente
e immediatamente preoccupato di un utile personale,
non accetta per questo che il bene e il male
non abbiano conseguenze e che queste possano
essere le stesse per l'uno e per l'altro.
Kant vuole che virtù e felicità
alla fine si uniscano; ma come potranno unirsi
se non c'è Qualcuno al principio e
alla fine, abbastanza santo per voler sempre
questa riconciliazione finale, abbastanza
potente per poterla sempre attuare? E se non
c'è una vita superiore, dove si potrà
compiere e perfezionare ciò che non
è compiuto sulla terra?
Il
kantiano certamente aderisce a queste affermazioni
solo per un postulato, poiché ritiene
impossibile darne la prova; ma il sistema
non offre forse qui uno dei suoi punti più
fragili? Il nesso delle idee che abbiamo delineato
non ha il carattere d'una dimostrazione adattata
alla natura particolare del problema? D'altronde,
il postulato non ammette nessuna dimostrazione,
ma può venir dimostrato indirettamente
attraverso l'intelligibilità e la fecondità
del sistema di pensiero e di condotta che
esso, ed esso solo, rende possibile; e questo
genere di dimostrazione non pare inconciliabile
con la critica più esigente.
Concludendo,
diciamo che l'affermazione categorica e incondizionata
del dovere è gravida di una concezione
religiosa del mondo e della vita, e prima
di tutto, dell'idea d'una Perfezione sussistente,
e questa è la definizione meno equivoca
del nostro Dio.
Augusto
Comte e la religione dell'Umanità.
- La religione dell'Umanità è
una specie molto generale, che comporta numerose
varietà (1);
(1)
La religione dell'Umanità si può
presentare come un umanitarismo (culto dell'umanità
come collettività degli uomini, insieme
degli esseri umani nati o nascituri) o come
umanismo (culto dell'umanità come essenza
e natura dell'uomo, complesso dei valori umani).
La
nostra esposizione, che non intende dire tutto
e che si limita, come abbiamo detto, ad alcuni
casi tipici, si pone dal primo punto di vista.
Mettendoci
al secondo punto di vista, si troverebbe ad
esempio, dal lato dei filosofi, un Brunschvicg
e il suo idealismo immanentista (dove lo spirito
in fondo non è altro che lo sforzo
dell'uomo che costituisce la scienza e la
moralità) ; dal lato dei militanti,
un Guéhenno e la sua " conversione
all'umano ".
L'argomento
da opporre resta in sostanza lo stesso. Si
tratti di soddisfare la nostra intelligenza
o di condurre e stimolare la nostra condotta,
l'umanismo svolse e svolge spesso l'ufficio
di una religione di sostituzione, in nome
e in forza di principi impliciti che superano
le sue affermazioni esplicite. L'uomo può
essere oggetto di culto per l'uomo solo in
quanto supera l'uomo.e consideriamo la forma
datale da Comte in un clima che non era tanto
favorevole, e quindi, in condizioni particolarmente
istruttive.
È
noto che l'idea appare nella seconda filosofia
di Comte, la quale, a prima vista, sembra
radicalmente opposta alla prima. Da una parte,
la constatazione positiva, l'oggettività
rigorosa e impassibile; dall'altra, una sintesi
del sapere umano tentata dal punto di vista
soggettivo, dal punto di vista dei bisogni
e delle aspirazioni dell'uomo; qui, la scienza,
la dimostrazione, la ragione da sole; là,
un primato riconosciuto al cuore, all'intuizione,
all'aspirazione; da un lato la concezione
dell'azione e della pratica tutte rivolte
all'utile, dall'altro l'accentuazione della
simpatia, dell'amore disinteressato, della
bontà; qui, se non il disprezzo, almeno
il disdegno del passato metafisico e teologico
dell'umanità; là, una costruzione
religiosa calcata anche nei minimi particolari
sulla dommatica. sulla disciplina, sulla liturgia
della Chiesa cattolica.
Che
cos'è avvenuto tra il Cours de Pkilosophie
positive e il Système de Politique
positive! Si dice: Ci fu di mezzo l'amore
e la morte di Clotilde de Vaux, tutto un dramma
passionale che riaperse in Augusto Comte le
fonti troppo chiuse della sensibilità
e delle lacrime, che contribuì ad aggravare
i turbamenti mentali di cui aveva già
sofferto; un fenomeno patologico, almeno nella
misura in cui è patologico il predominio
della sensibilità sulla ragione.
Certamente
questo ci fu: ma ci fu anche un'altra cosa
assai più significativa.
Fin
dalla prima lezione del Cours, lo stesso Comte
ammette che il bisogno d'unità è
uno dei più profondamente sentiti dal
pensiero umano. Ora, nonostante le generalizzazioni
cui si abbandona il pensiero e per poco che
la conoscenza scientifica rispetti i principi,
questa non soddisfa il bisogno d'unità.
Con i suoi principi e metodi specializzati,
la scienza è fatta di scienze che non
si con-giungono o si congiungono soltanto
da un punto di vista superiore.
D'altra
parte, il grande problema della vita morale
consiste nel superare l'egoismo con l'altruismo,
nel a fare prevalere gradualmente la socialità
sulla personalità, anche se questa
è spontaneamente preponderante "
(Catéchisme positivisle); e anche qui,
bisogna mettersi da un punto di vista superiore
per capire che vivere per gli altri è
ancora il miglior modo di vivere per sé.
Altro
aspetto delle stesse idee. L'uomo non potrebbe
rassegnarsi a un genere di esistenza che lo
lasci esteriore e come estraneo all'ordine
universale, come pure a un sapere inorganico.
La religione dell'Umanità, con la sua
Trinità (il Grande Essere, il Grande
Feticcio, il Grande Ambiente) ristabilisce
ovunque la continuità e la solidarietà
e fa affluire in noi " l'essere, il movimento,
la vita n da un piano più grande di
noi.
Anche
Comte venne a chiedere alla religione (religare:
legare di nuovo) uno stato di unità
completa, in cui tutte le potenze del nostro
essere materiale e spirituale cooperano a
uno stesso fine, in cui tutti gli uomini s'incontrano
in uno stesso compito e per una felicità
comune; un'armonia dell'uomo con se stesso,
con gli altri, con l'universo.
Non
diciamo che la scossa affettiva sofferta da
Comte non abbia avuto una parte meccanica
nel far scivolare il suo pensiero, ma dobbiamo
ammettere anche che questo fu finalizzato
da tendenze più profonde, che la ragione
può confessare
pienamente; dobbiamo pure logicamente ammettere
che questo doveva portarlo ancor più
lontano, se è vero, come dice Boutròux
commentando questi fatti (Science et Réligion
dans la philosophie contemporaine, p. 77-79)
che, a nella stessa umanità, ci sono
i gemi d'una religione che supera l'umanità
" e che le stesse nozioni di reale e
di utile, fondamento della filosofia positiva,
a a noi sono un incitamento alla ricerca del
Vero, del Bello, del Bene ".
Proudhon
e la religione della Giustizia.
-
" Proudhon non è ateo; è
un nemico di Dio a, diceva il Cardinal Matthieu,
arcivescovo di Besanc,on, nella lettera ad
Eugenio de Mirecourt, che è all'origine
de La Justice dans la Révolution
et dans l'Eglise. Proudhon accetta la
definizione in quanto sottolinea realmente
la sua posizione personale.
Per
dirsi ateo, bisognerebbe che egli considerasse
in realtà il problema di Dio come risolto
metafisicamente; ma non è così,
poiché dell'esistenza e della natura
di Dio " noi ne sappiamo positivamente
nulla ".
Il
filosofo Proudhon non sa nulla di Dio; ma
il sociologo Proudhon nell'idea religiosa
vede il prodotto e anche il mezzo di due cose
che egli detesta: da una parte l'affermazione
categorica dell'assoluto, mentre lo spirito
critico e il senso del relativo gli sembrano
condizionare ogni sforzo di pensiero fecondo;
d'altra parte, l'esaltazione dell'autorità
e della costrizione, mentre l'autonomia umana
gli sembra condizionare ogni progresso sociale
e ogni vita morale.
Perciò,
ai dommi della Chiesa, erede dell'assoluto
e complico dei poteri, egli opporrà
i principi della Rivoluzione e le esigenze
della Giustizia.
La
Giustizia — " facoltà di sentire
e di affermare la nostra dignità, e
quindi, di volerla e difenderla tanto nella
persona altrui come nella nostra " —
è la salvaguardia dell'onore e il vero
legame sociale; e solo la Giustizia può
" equilibrare ", dal punto di vista
economico, la proprietà e la a comunità
"; dal punto di vista politico, la libertà
e l'autorità; dal punto di vista familiare,
l'amore e la disciplina dei sensi; solo la
Giustizia, con l'educazione e la cultura veramente
umana, ci assicura l'affetto e il rispetto
altrui, il godimento pacifico della natura
e del mondo, la serenità di fronte
al dolore e alla morte; solo alla Giustizia
appartiene sanzionare interiormente e intrinsecamente
la regola che essa decreta.
Ma
come potrebbe la Giustizia essere capace di
tutto questo, se fosse soltanto una costruzione
mentale e un sogno soggettivo? Onde permetterle
di reggere l'enorme fardello che le impone,
Proudhon vede come non potrà mai dare
troppa realtà concreta e solidità
ontologica alla Giustizia, che considera come
ideale nello stesso tempo che reale, norma
e fatto, facoltà spirituale e forza
cosmica che regge tutte le cose: la morale
col nome di diritto e di dovere, la logica
e la matematica col nome di eguaglianza, l'immaginazione
e l'arte col nome di armonia, la natura col
nome di equilibrio. " L'Universo è
stabilito conforme alle leggi della Giustizia
che è organizzata conforme alle leggi
dell'Universo ". La Giustizia non ha
nulla che l'uomo non possa trovare in se stesso:
a essa è umana, nient'altro che umana,
tutta umana"; i filosofi la riconobbero
e la celebrarono con i nomi di Idea, di Assoluto,
di Dio. Essa è il sostegno di ogni
esistenza autentica, la sorgente di tutte
le forze, il principio di qualsiasi valore;
ad essa sola appartiene, pienamente, dire
: Egp sum qui sum. E che cosa significa questo,
se non che Proudhon non le rifiutò
nessuno dei nomi di Dio?
Dopo
ciò, egli potrà opporre quanto
vuole immanenza e trascendenza come termini
d'un'antinomia irriducibile, l'unica che,
apparentemente, non a si bilancia ".
Anche Proudhon pone nell'immanenza della vita
umana sinceramente vissuta una trascendenza
irriducibile; anch'egli apporta la sua pietra
all'edificio pascaliano e cristiano: a Noi
siamo pieni di cose che ci gettano al di fuori...
Il bene universale è in noi, è
noi stessi, e non è noi " (Pensées,
ed. Br., 464 e 485).
Nietzsche
e l'orgoglio della vita.
-
Nietzsche, ecco un altro nemico di Dio, e
cosi violento, che mai nessuno spinse così
avanti la negazione. Sotto i colpi della "
volontà di potenza ", crolla l'idea
del vero insieme con quella del bene; aldilà
di ogni Chiesa, Nietzsche colpisce lo stesso
Vangelo. L'ingiuria non si era mai spinta
così lontano, e alla fine, è
pura frenesia, " Schiacciate l'infame!
Mi avete capito? Dioniso contro il Crocefisso!
"
Ma,
prima di tutto, bisognerebbe sapere se Nietzsche
non appartiene alla razza di quegli uomini
nei quali la violenza stessa è un'oscura
questua di amore: così almeno pensano
quelli che l'hanno meglio conosciuto, come
Mine Lou Salomé: " Ogni volta
che Nietzsche perseguita o demolisce con un
odio particolare, è perché questa
cosa è profondamente ancorata nel cuore
della sua filosofìa e della sua vita.
E questo è vero non soltanto riguardo
alle teorie e agli esseri umani " (Frèdéric
Nietzsche, Trad. Benoist-Méchin, 1932,
p. 240).
Bisognerebbe
pure sapere se del cristianesimo Nietzsche
non detesti meno gli autentici insegnamenti
che non certe limitazioni e anche deformazioni
che essi hanno subito, come la facilità
nell'obbedienza, una certa paura del rischio
nell'umiltà, un certo orrore della
vita nell'ascetismo, il sentimentalismo nella
pietà.
Bisognerebbe
infine sapere se, facendo l'analisi del preteso
amoralismo di Nietzsche, in definitiva non
si riduca — come d'altronde pare ridursi ogni
amoralismo sistematico — a un moralismo capovolto
o invertito, in cui il superuomo ritrova i
suoi imperativi categorici, cioè la
durezza invece della pietà, il rifiuto
del limite invece dell'accettazione. "
Tutte le passioni finiranno col divenire tutte
le virtù ". Lo stesso autore di
Cosi parlò Zarathustra presenta la
sua opera ora come una sovversione, ora come
una trasvalutazione dei valori. I posteri
hanno preso soprattutto questo secondo aspetto,
vedendo in Nietzsche colui che a su nuove
tavole scolpì nuovi valori ".
a Ed è veramente un nuovo Bene e un
nuovo Male ".
Ammettiamo
che le interpretazioni benigne del pensiero
di Nietzsche, che oggi tendono a prevalere
(anche tra cristiani come Carlo Du Bos), hanno
molte cose che si devono ribattere. Non dimentichiamo
con che insistenza e forza questo pensiero
in rivolta ci riconduce al te senso della
terra ", e guardiamoci dal prendere alla
leggera, nel senso stesso che qui è
posta, l'opposizione dell'" io voglio
" e del " tu devi ".
Ma,
tutto ben ponderato, Nietzsche resta nella
zona d'attrazione dello spirituale e del divino
sia per la fede ostinata, sempre vinta e sempre
rinascente, in una possibile " redenzione
", sia per il bisogno di "superamento
".
Nietzsche
prima, nel periodo romantico e wagneriano,
che più tardi rinnegherà con
violenza, attese questa redenzione dall'arte;
poi, fu affascinato dal Sapere, dal Sapere
esatto, lucido, critico, implacabile tanto
al bisogno e alle esigenze dell'azione quanto
a quelle della sensibilità. Il vero
vale tutti i sacrifici: Fiat Veritas, pereat
Vita. Poi, sopraggiunge un dubbio: Che cos'è
il vero, se non una creazione della vita anch'esso?
e con che diritto il creato può rivoltarsi
contro il suo creatore? Anche la legge del
vero è illusione e schiavitù,
e solo la vita può essere legge a se
stessa: Fiat Vita, pereat Ventasi Ormai, Nietz-sche
non modificherà più la sua posizione,
e dirà si alla vita e a tutto ciò
che la l'appoggia e l'esalta; dirà
no a tutto ciò che la nega o la limita,
e quindi, al bene e al vero, perché
ormai ne vede solo più le costrizioni.
E se qualche destino spaventoso lo accascia,
se qualche atroce visione lo incalza (come
l'idea del " ritorno eterno " al
quale credette doversi collegare, ma non poteva
parlarne senza spavento), proprio da essi
trarrà forza e gioia. Nella storia
delle idee, non c'è nulla più
patetico di questo inno alla gioia di un malato,
di un miserabile, che si sentiva oscurare
nella follia, e che raccoglieva le sue ultime
forze per poter dire ancora una volta: "
Vale la pena di vivere sulla terra ".
Ma
la vita merita quest'onore, è capace
di reggere questa fiducia, permette di sfidare
cosi il dolore e la morte se sopportasse solo
se stessa, i suoi rischi, le sue metamorfosi?
D'accordo che qui bisogna guardarsi da facili
controsensi; ma è un fatto che egli
ha scritto: " Io v'insegno il sovrumano.
L'uomo è qualcosa che dev'essere superato
"; e questo fatto è tale, che
ha ben poco senso fuori d'una concezione religiosa
del mondo e della vita, e non ci sorprende
più questa dichiarazione rapitale della
signora Lou Salomé: " La vita
e il pensiero di Nietzsche furono sempre guidati
da un istinto religioso; le sue diverse teorie
non sono altro che tentativi per sostituire
Dio, palliativi con cui spera di sopportare
l'assenza dell'ideale divino " (O. e,
p. 170).
Si
può quindi sostenere la tesi clic Nietzsche
teina più i falsi dèi di quanto
rifiuti Dio. D'altronde, qualsiasi cristiano
6 pronto a firmare questa formula commovente:
" Nel mondo, non c'è abbastanza
amore e bellezza, perché noi abbiamo
il diritto di sviarne la minima particella
per donarla ad esseri immaginar! " (Umano,
troppo umano, i, 129).
Marx
e il messianismo proletario.
-
Più di tutte le filosofie di cui abbiamo
parlato, il marxismo sembra a prima vista
chiuso a ogni preoccupazione religiosa. "
La religione è la coscienza e il sentimento
dell'uomo che non si è ancora trovato
o che si è già riperduto...
È l'oppio dei popoli... Qualsiasi critica
dev'essere preceduta dalla critica della religione...
La critica della religione conduce alla dottrina
che l'uomo è l'essere supremo per l'uomo
e ha l'imperativo di rovesciare tutte le relazioni
sociali in cui egli è un essere degradato,
asservito, abbandonato, miserabile ".
Questo il punto di vista di Marx (La Sacra
Famiglia, 1845; cf. Morceaux choisis de Nizan
et Duret, pp. 222-223); e gli sembra rosi
naturale e inevitabile, che non si da pensiero
di giustificarlo.
Però,
non ci fermiamo a queste enunciazioni astratte,
e consideriamo i loro commentar! e gli sviluppi
concreti. Altro sono le formule e altro le
appli-zioni che se ne fanno; altro il sistema,
altra cosa gli uomini che lo vivono; altra
la volontà voluta e altra la volontà
volente. Infatti, visto da questo punto di
vista, il marxismo vivo non ha cessato di
manifestare contraddizioni intime notate con
forza specialmente da Berdiaeff (2).
(2)
Vedute analoghe, in Giacomo Maritain, Humanisme
integra!, pp. 43 ss. trad. it. pp. 40 e 58.
" La fede nella rivoluzione comunista
in roaltà presuppone un universo totale
di fede e di religione in seno al quale essa
si edifica ". Perché questa religione
ha preso una forma antireligiosa e atea? Prima
di tutto, per colpa di un mondo cristiano
infedele ai suoi principi, fenomeno di "
risentimento " che determina un processo
di " sostituzione". Processo in
tre tempi: la causaliià materiale diventa
la causalità puramente e semplicemente
primaria ; viene attribuito alla materia il
dinamismo della dialettica hege-liana; il
proletariato assume la missione redentrice.
In tutto questo appare ancora una volta che
l'ateismo non può « essere vissuto
n. Inoltre, 0 il rifiuto pratico d'ordinare
la propria vita a quel medesimo Dio del quale
non conoscono più il nome... Sotto
nomi qualunque, che non sono quello di Dio.
può darsi (e Dio solo lo sa) che l'atto
intcriore di adesione volontaria prodotto
da un'anima conduca su una realtà che
di %tto sia vera-mcnie Dio ».
Il marxismo che è e si lascia chiamare
materialista, dal lato dello spirito vede
solo riflesso e inerzia, soprastruttura ideologica
di un'infrastruttura economica, ti emanazione
di un certo comportamento materiale ";
e tuttavia esso è nato, e agisce solo
grazie a uno sforzo di pensiero costantemente
rinnovato, la cui originalità non è
mai stata più visibile .
Il
marxismo si crede ateo e parla realmente da
ateo, dichiarando che la " radice "
e " l'essenza " dell'uomo è
l'uomo stesso, e intanto parla ora dell'uomo
ora della collettività umana come d'un
valore incondizionato e incommensurabile a
ogni nitro; e questo, in un naturalismo puro,
è almeno un'affermazione audace.
Il
marxismo professa il determinismo e "
considera il movimento sociale come una catena
naturale di fatti storici... sottomesso a
leggi che non solo sono indipendenti dalla
volontà, dalla coscienza e dai suoi
disegni, ma che anzi ne determina la volontà,
la coscienza e i disegni "; ma da quando
volle e nella misura in cui volle attuare
il movimento sociale, si appellò all'energia
della libera volontà, ora distruttive
e ora creatrice; e oggi, in Russia, insegna
che, per trasformare il mondo, bisogna trasformare
l'uomo.
Considerando
le idee come semplici " epifenomeni "
e riflessi d'interessi e di bisogni contingenti,
esso comporta una concezione completamente
relativistica della verità; e intanto,
parla e agisce come se risultasse da una verità
prima di esso sconosciuta, nata con esso,
che gli da un fondamento e dev'essere accettata
senza discussione.
Il
marxista, molto logicamente, non lascia nessun
posto all'apprezzamento morale, al giudizio
del valore etico; ma intanto, e spesso più
di chiunque altro, s'indigna contro il disordine
e l'ingiustizia dell'alienazione e dello sfruttamento
umano e si appella a una giustizia riparatrice
e salvatrice.
Non
c'è nulla di più pessimistico
della concezione che il marxismo si fa della
storia; e tuttavia esso dalla storia attende
la vittoria della ragione insieme con la vittoria
del proletariato; questa vittoria sarà
definitiva, perché metterà fine
alla dominazione delle cose sull'uomo e assicurerà
il dominio dell'uomo sulle cose.
Il
marxismo arrossirebbe se dovesse discutere
superstizioni come il domma del peccato originale
o quello della redenzione; e intanto, anch'esso
è compenetrato di elementi escatologici
come il peccato radicale del capitalismo,
il messianismo del proletariato, l'avvento
di una terra nuova sotto cieli nuovi.
Concludiamo:
questa dottrina tanto severa contro tutte
le religioni è virtualmente essa stessa
una religione e agisce sugli uomini e sulla
storia solo' in quanto viene accettata questa
legge del suo destino. Perfino la propaganda
dei " Senza-Dio ", con le sue violenze
e con le sue oltranze, prova a suo modo che,
di fronte a Dio, è impossibile restare
indifferenti ed estranei.
CAPITOLO
III. - INTERPRETAZIONE APOLOGETICA
Dal
nostro punto di vista, qual è il significato
esatto delle dottrine di cui abbiamo parlato
e delle constatazioni che abbiamo fatto?
Insufficienza
delle dottrine esaminate.
-
L'apologetica, ordinariamente, si occupa di
queste dottrine per trionfare, con più
o meno comprensione o severità, sulle
loro insufficienze teoriche o pratiche, da
una parte indicandone le incoerenze e le contraddizioni,
parlando per esempio dei " valori n ai
quali esse si riferiscono (il dovere, la giustizia,
ecc), alle volte come di realtà che
trascendono l'universo sensibile, alle volte
come di forze immanenti all'universo, senza
giungere a dare loro una forma di esistenza
ben definita e precisa; dall'altra parte,
dimostrandole moralmente e socialmente affatto
o troppo poco efficaci e impotenti, eccetto
in qualche caso privilegiato e grazie alle
sopravvivenze cristiane, a muovere la sensibilità
e a vincere le volontà, incapaci di
assolvere la funzione che a questo riguardo
fu sempre svolta dalla religione.
Queste
considerazioni non sono certo indifferenti.
La coerenza interna e la fecondità
non bastano a definire la verità, ma
valgono almeno come segno e criterio che ce
la possono far conoscere, poiché la
dottrina che non riesce affatto a concordare
con se stessa e che lascia continuamente trasparire
una contraddizione mascherata, ma non superata,
che impegna l'azione in un vicolo cieco e
non riesce a uscirne, è perlomeno incompleta
e troppo sistematica, non risponde alle esigenze
della verità, adeguamento del pensiero
con l'oggetto e anche, anzi prima ancora,
(per noi) adeguamento dell'essere con se stesso
nell'insieme delle sue condizioni d'esistenza.
Se si trattasse di abbatterla o di metterla
da parte, basterebbe questa constatazione.
Ma
l'apologetica non è l'arte del massacrare
e nemmeno una battaglia, poiché non
vogliamo la morte del peccatore, ma la conversione
e la vita; e quindi, non basta snidarlo dalle
posizioni dov'è rifugiato con la sua
debolezza e miseria, ma dobbiamo impegnarlo
nelle vie della liberazione, dove alla fine
troverà tutta la forza e la luce. Avremmo
il miglior pegno della vittoria decisiva se
riuscissimo a dimostrargli che egli, pur senza
saperlo e senza osare spingersi molto lontano,
è già impegnato in questa via,
che deve vincere la timidita e non abbandonare
l'orientamento; che in definitiva gli chiediamo
soltanto di accettare integralmente proprio
quelle conseguenze delle esigenze e aspirazioni
che l'hanno messo in cammino, facendogliene
prendere intera coscienza.
È
certo possibile trarre un grande vantaggio
dall'analisi, dalla meditazione, dalle nozioni
d'assenza o di vuoto, purché in esse
si veda non un puro e semplice nulla, e si
lasci nel mondo dei fantasmi la pseudo-idea
del nulla. In questa logica concreta e viva,
che Blondel, per distinguerla dalla logica
astratta e formale del pensiero puro, proponeva
di chiamare a normativa ", la negazione
è privazione, e a questo titolo, comporta
degli effetti positivi; l'assenza è
assenza d'una presenza che può rimanere
irraggiungibile e inattingibile, ma non per
questo cessa di esercitare un'azione effettiva,
e lascia un vuoto di forma e dimensioni indefinite,
te il cui fondo è certamente indeterminabile,
ma i suoi margini e contorni intanto prefigurano
le virtualità d'un'eventuale soluzione
" (M. Blondel, La Pensée, II,
p. 327). La ragione ha il compito assai più
di scavarlo che di colmarlo, sia pure nel
solo campo ideale e ipotetico,
e inoltre, di fronte a quest'Ignoto che per
noi non sarà mai più come se
non esistesse, essa non è condannata
alla completa ignoranza e ridotta al silenzio.
Perciò,
non è sacrilegio temerario cercare
di scorgere almeno qualcosa dell'autentico
Dio e della vera religione in questi idoli
più o meno grossolani, in questi surrogati
di religione, nei quali hanno tuttavia lasciato
il loro segno come nella cera molle e fluida
l'immagine incavata del rilievo del sigillo.
Non possiamo dirci soddisfattti quando li
abbiamo costretti a confessare la loro insufficienza;
ma proprio in quest'insufficienza, dobbiamo
cercare l'unica cosa che può bastare;
e proprio nel fondo di queste idee ìnadegute,
conservando tutta la riverenza verso i dati
propri della rivelazione e della grazia, dobbiamo
seguire attentamente l'anima di verità
che fa vivere questi surrogati, anima che
tuttavia essi mutilano e ripudiano.
Implicazione
d'una trascendenza.
-
Consideriamo nuovamente le dottrine di cui
abbiamo parlato. Sarebbe una constatazione
di mediocre interesse vedere come esse scivolino
quasi fatalmente ad affermazioni di carattere
trascendente e ben presto specifìcnmenle
religioso, se questo fosse soltanto l'effetto
d'un'attrazione secolare, d'un'attrazione
gregaria, d'una necessità sentimentale,
o anche d'un imperioso bisogno che però
resterebbe artificiale. Ma non è cosi,
perché questi surrogati scivolano in
tali affermazioni per una necessità
intelligibile, propria dell'ordine razionale,
costretti da una legge che chiameremmo volentieri
legge di trascendenza inevitabile: l'uomo
impegna e implica qualcosa che supera l'uomo,
qualcosa da cui egli da solo non sarebbe capace
di dedurre rigorosamente la natura né
di verificarne direttamente l'esistenza, e
meno ancora assicurarsene il godimento; qualcosa
la cui privazione lo lascia in disaccordo
e come ostile con se stesso, qualcosa da cui
il rifiuto e perfino la negazione non possono
distaccarlo del tutto.
La
volontà dell'uomo supera l’uomo, non
ne eguaglia mai le realizzazioni ai progetti,
né questi alle ambizioni. Le volizioni
coscienti della " volontà voluta
" non occupano né soddisfano completamente
lo slancio misterioso della a volontà
volente n. In tutto quello che facciamo e
vogliamo, diceva Malebranche, vi è
k movimento per andare più lontano
" (Blondel, Action, ed. 1893, passim).
Il
pensiero dell'uomo supera l'uomo.
"
II nostro pensiero, lungi dal terminare in
se stesso, viene da profondità maggiori
e sale più alto della coscienza del
pensiero stesso " (Blondel, La Pensée,
II, 165). Noi pensiamo le stesse cose dello
spazio e del tempo dominando lo spazio e il
tempo, riferendoci a una verità indipendente
dal fenomeno e dall'accidente. Ogni operazione
razionale implica l'affermazione dell'assoluto,
et Pensare, significa pensare Dio " (Ivi,
I, 175).
L'essere
dell'uomo supera l'uomo. L'uomo come creatura,
esiste non solo per la totalità degli
esseri che ne condizionano l'esistenza e finalmente
per l'Essere in sé e per sé
che lo causa e lo sostiene, ma, come creatura
ragionevole e come persona, non si consolida
e non si compie nell'essere e, in senso esatto,
non si attua che rispondendo all'appello e
cooperando all'attività creatrice,
unificatrice, divinizzatrice di quest'Unico
necessario (Blondel, L'Etre et les étres,
passim).
Bisogno,
aspirazione, esigenza, attrazione, sollecitudine,
stimolazione, implicazione,
partecipazione, presenza: con quale di questi
nomi dobbiamo indicare la costrizione liberatrice
che intanto non dipende da noi subire o non
subire? Come un medesimo fatto scientifico
in teorie e sistemi che hanno note diverse,
viene escluso solo da punti di vista filosofici
differenti, cosi questa costrizione può
essere legittimamente riconosciuta e formulata
in diversi modi. A nostro avviso, bisogno
e aspirazione non dicono abbastanza, e il
soggettivismo proprio di queste nozioni ci
lascia in una posizione dialettica troppo
vulnerabile. Ci pare che presenza dica ancora
troppo, e c'è pericolo che risvegli
le seriissime difficoltà sollevate
dalla nozione realmente equivoca d'esperienza
religiosa. Blondel preferisce dire implicazione,
e negli ultimi suoi libri, ci spiega che,
anche se è condotto a rivedere un certo
numero di formule déil'Action, non
rinnega né il metodo d'implicazione
che aveva definito genialmente, né
le conclusioni alle quali tale metodo lo aveva
condotto. Quindi, anche noi, con Blondel,
diciamo " implicazione ". Questo
punto di vista comporta un certo genere di
rigore e d'oggettività che troppo spesso
manca realmente all'apologetica detta interna,
alla quale è ormai tempo di annetterlo,
poiché d'altronde non pare andare oltre
le affermazioni di una teologia prudente e
avveduta.
Perciò,
compito non solo naturale ma indispensabile
e più di tutto fecondo dell'apologetica,
che non si balocca con se stessa, che non
mentisce a se stessa, ma accetta di "
diventare quello che osa 6 ", e svelare
in inevitabili implicazioni trascendenti del
pensiero o della vita umana. L'interesse di
una tale apologetica non è soltanto
utilitario o prammatico, come quello d'un'argomentazione
ad kominem, riguardo alla quale si può
dubitare si: sia irrefutabile in sé,
ma di cui si sa bene clic l'avversario non
la con fu toni. Come abbiamo fatto per dilucidare
il caso dei " surrogali della religione
", noi pensiamo che si possa proporre
quest'apologetica in perfetto accordo con
la ragione più esigente e con l'analisi
psicologica più minuziosa.
P.
A.
Su
Carlo Marx: - Tutte le opere di Marx
vengono tradotte da " Rinascita ",
Roma, nelle due Collane Classici del marxismo
e Piccola biblioteca marxista. Per II Capitale
c'è anche l'edizione a cura di Firpo,
U. T. E. T., Torino 1946 ; del Manifesto comunista
si veda la recente traduzione con introduzione,
commento e appendice critica, a cura di N.
Campagnola, Ed. Mazza, Firenze 1951. Le pagine
di Marx sulla religione sono raccolte nel
volume: K. Marx, Morceaux choisis, Gallimard,
Paris 1934. F. Oloiati, Cario Marx, Vita e
Pensiero, Milano 1948; A. Corno, Karl Marx,
L'uomo e l'opera, Milano 1946; G. A. Wetter,
Materialismo dialettico e Materialismo storico,
in Enc. Catt., voi. Vili, coli. 366-386. Importante.
Id., M materialismo dialettico sovietico,
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Brescia, 1937; Id., Le fonti e lo spirito
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della ragione, trad. it. di A. Poggi, Guancia,
Modena 1941 ; B. Jansen, La pkUosophie religieuse
de Kant, Vrin, Paris 1934; P. Charles, Kant,
in D. T. C, t. Vili, coli. 2297-2331.
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