L'esecrazione
per le crociate è quasi unanime: sono
state il primo esempio di guerra coloniale
della storia, hanno tenuto a battesimo la
follia dei pogrom, hanno costituito un tristo
modello di guerra di religione. Il mondo musulmano
sostiene che esse furono la prima aggressione
del-l'Occidente all'Oriente: e non serve replicare
che se di aggressione si deve parlare fu l'Islam
a scatenarla, con il Jihad tra VII e X secolo.
Ancora, per alcuni la crociata è la
forma cristiano-medioevale dell'eterno conflitto
geopolitico che "da sempre" (cioè
almeno dalle guerre greco-persiane) oppone
l'Occidente e l'Oriente.
Voltaire
ha maledetto la crociata, guerra d'ignoranza
e di fanatismo. Al contrario, guerriglieri
vandeani in lotta contro la tirannide giacobina,
cristeros messicani impegnati nella difesa
della loro tradizione cristiana, cattolici
spagnoli insorti contro la repubblica atea
e persecutrice hanno risvegliato a più
riprese il nome e il fascino della croce sui
vessilli. Ma allora, che cos'è questa
memoria che imbarazza e affascina l'Occidente?
La crociata nasce senza chiamarsi così.
Non c'è la crociata, alla fine dell'XI
secolo: ma ci sono i "crociati",
vale a dire i cruce signati, i pellegrini
diretti a Gerusalemme che in segno di tale
pellegrinaggio recano cucita o ricamata sulla
spalla o sul petto oppure sulla bisaccia una
piccola croce (come quelli che vanno a Santiago
de Compostela portano la conchiglia e quelli
a Roma le chiavi di Pietro).
Alla
fine dell'XI secolo, al concilio di Clermont
del 1095, papa Urbano II indica all'inquieto
ceto cavalleresco francese - esausto per le
continue guerre al suo interno - un nuovo
scopo: partano i cavalieri desiderosi di onore
e di bottino verso Oriente, sulla via del
pellegrinaggio, perché l'imperatore
di Bisanzio ha bisogno di valorosi guerrieri
onde fronteggiare l'avanzata dei turchi in
Anatolia.
Ma
in quel crepuscolo di secolo l'Europa è
percorsa da un nuovo fervore religioso. Si
sa che i turchi hanno occupato anche Gerusalemme
sovrapponendosi al più mite e civile
occupante arabo; e che minacciano e ostacolano
il pellegrinaggio. È molto discutibile
che ciò corrisponda a verità,
ma la notizia dilaga. E insieme con essa dilaga
il desiderio del pellegrinaggio redentore,
l'ultimo della storia, quello che porterà
il genere umano nella valle di Giosafat e
coinciderà con il Regno dei Cieli.
Inermi o seminermi pellegrini seguono i cavalieri:
l'iter dei milites e la peregrinatio dei pauperes
ora coincidono. È nata la crociata,
quasi ex abrupto.
Ma
come ci si è arrivati?
La
crociata fra pellegrinaggio e guerra santa
Chi
ha ritenuto, in passato, di poter studiare
la crociata anzitutto come guerra, e guerra
"santa", ne ha ricercato origini
e modelli sia nel cristianesimo marziale e
trionfale di Bisanzio (quello delle lotte
contro l'Islam dei secoli VIII-X, fra dinastia
isaurica e dinastia macedone), sia nella sacralizzazione
della guerra a sostegno della cristianizzazione
dell'Europa orientale quale si configurò
nell'Occidente degli imperatori carolingi
e ottoniani.
Guerra
contro i pagani e missione: un tragico legame
rivelatosi molto presto, a partire cioè
dall'ultimo quarto dell'VIII secolo. In un
mondo cristianizzato forzosamente ma non intimamente,
nelle istituzioni, ma non ancora nelle strutture,
nei riti ma non nei costumi, affiora - nelle
guerre contro i Sassoni o gli Slavi pagani
- il tema della scelta fra il battesimo o
la morte che il vincitore cristiano propone
al vinto infedele. L'incontreremo più
tardi, nelle chansons de geste che saranno
sì specchio della lotta contro l'Islam,
ma anche ricordo di quegli eventi lontani.
Il cristianesimo che presiedeva a tali atteggiamenti
era quello d'impronta veterotestamentaria
e apocalittica: un cristianesimo sacrale e
regale, con le sue reliquie portate in battaglia,
le sue armi benedette, i suoi vescovi-feudatari
più esperti nell'arte di schierare
le truppe o in quella di stanar l'orso e inseguire
il cinghiale che non nelle scienze e nei riti
del Signore.
Un
cristianesimo ereditato da quello legionario
di Teodosio e di Giustiniano e percorso dal
possente soffio barbarico dei figli della
foresta e della steppa che avevano sì
accettato il battesimo, e sinceramente magari,
ma senza mai del tutto dimenticare i loro
antichi dei, signori delle battaglie e delle
tempeste. Un cristianesimo quasi senza vangelo.
Ma al principio della crociata non ci sono
gli stendardi dell'arcangelo Michele, non
le croci-elsa-di-spada. Non solo queste cose,
almeno. C'è prima di tutto, il grande
e sotto qualche aspetto repentino sviluppo
demografico, agricolo, sociale, economico
che prende avvio già durante gli ultimi
decenni del X secolo e culmina nel successivo.
Definirlo repentino è perché
i terreni, scarsamente concimati, tendevano
presto a esaurirsi e quindi interi insediamenti
contadini potevano trovarsi nella necessità
di mutar periodicamente sede.
Protagonista
dell'XI secolo è, quindi, la strada,
sulla quale s'incontrano i contadini in cerca
di terra, i mendicanti, i pellegrini, i predicatori
itineranti, i primi mercanti, i girovaghi
più vari per ceto e per vocazione,
da chi vive d'espedienti a chi cerca l'avventura
cavalleresca. In un certo senso, in questi
anni, tutti sono un po' - magari per caso
- dei pellegrini; nessuno, qualunque sia la
ragione principale per cui viaggia, trascura
di arrestarsi strada facendo, se li incontra
sul suo cammino, nei santuari più o
meno famosi che costellano l'Europa, da Santiago
de Compostela a Mont-Saint-Michel, da Le Puy
a Conques. In Italia, la via che dalle Alpi
Occidentali scende per Piacenza e Lucca sino
a Roma è la via Francigena, la via
dei pellegrini d'Oltralpe: essa conduce oltre
la città del papa, sino al santuario
di San Michele del Gargano e ai porti pugliesi
da dove, passando l'Adriatico e proseguendo
attraverso i Balcani, si può giungere
a Costantinopoli, immenso reliquiario dalle
dimensioni di un'enorme metropoli. I maggiori
e minori luoghi di pellegrinaggio sono collegati
da un fitto reticolato di strade sul quale
si dispongono, a guisa di tappe, pievi e abbazie
all'ombra delle quali si aprono ospizi che
offrono quotidianamente cibo e riparo e si
organizzano periodicamente giorni di mercato
in coincidenza con le grandi feste del santo
locale ("le fiere"). Questa mobilità;
questo rigoglio di vita economica e culturale
- dai cantastorie delle fiere nasceranno le
chansons de geste, e non mancheranno pellegrini
che, visitando le abbazie, spanderanno attorno
la fama delle loro biblioteche - s'inserisce
in un mondo feudale ormai in crisi di trasformazione.
Alla fine del X secolo, per sedare o quanto
meno per contenere le continue guerre fra
masnade feudali contrapposte che insanguinavano
soprattutto la Francia e impedivano lo sviluppo
dei traffici e la vita serena dei centri abitati,
i vescovi di alcune diocesi del centro e del
sud di quel paese si erano riuniti in sinodi
dai quali scaturirono più tardi i movimenti
della pax Dei e della tregua Dei. Nella pratica,
prendendo atto dell'endemico stato di guerra,
si dichiaravano sotto pena di scomunica intangibili
certi luoghi (i mercati, le aree adiacenti
i santuari) e certe categorie di persone (i
chierici, i pellegrini, gli indifesi in genere),
e sacrilego il combattere in certi giorni
della settimana. Per assicurare il rispetto
di queste prescrizioni, si organizzarono delle
"leghe di pace", sorta di armate
popolari inquadrate però da feudali
o da cavalieri "convertiti", che
si incaricavano di punire i violenti e di
ridurre alla ragione i riottosi.
Non
erano soltanto misure di polizia: dietro le
"leghe di pace" non v'erano soltanto
guerrieri "pentiti" e bravi contadini
stufi del clima d'insicurezza. Il secolo XI
è stato un tempo di riforma della Chiesa:
riforma istituzionale, certo, ma anche morale.
A promuovere entrambe erano alcuni grandi
centri monastici: soprattutto l'Abbazia di
Cluny, grande motore dinamico di tutto il
periodo, che patrocinò instancabilmente
disboscamenti e costruzioni di nuove chiese,
culti di santi e di reliquie e di pellegrinaggi.
Risale in gran parte ad essa l'iniziativa
del pellegrinaggio a Santiago de Compostela,
strettamente connesso alla reconquista cristiana
della Spagna condotta certo dalle milizie
cristiane locali, ma anche da cavalieri-pellegrini
provenienti dall'altra parte dei Pirenei.
Non a caso, la saga di Rolando è legata
a un passo pirenaico e alla lotta contro gli
ispano-musulmani.
Non
erano soltanto i contadini bisognosi di nuove
terre, quindi, a muoversi. Sulla strada s'incontravano
anche i rampolli di un'aristocrazia feudale
impoverita dal rialzo dei prezzi, dal sorgere
dell'economia monetaria, dal polverizzarsi
dei patrimoni familiari; e i milites, i cavalieri
che non possedevano sovente altro che le proprie
armi e uno o al massimo due cavalli e che
battevano le strade d'Europa in compagnia
d'uno o d'un paio d'inservienti, ma accompagnati
soprattutto dai loro sogni e dalla loro pelle
dura. Il "cavaliere errante", figura
romantica dell'esistenza effettiva del quale
molti hanno dubitato, era una realtà:
ma assai meno "bella" (per quanto,
dal punto di vista storico, non meno affascinante)
di quanto non vorrebbero farci credere i romanzi
cavallereschi scritti fra il XII e il XVI
secolo. Nella pratica, doveva trattarsi di
poveracci che, brigantaggio a parte, non avevano
altra risorsa che l'ingaggio mercenario presso
qualche potente. Per questo ceto di guerrieri,
la Spagna costituiva una risorsa tradizionale,
e non necessariamente dalla parte dei cristiani:
non era raro il caso di guerrieri cristiani
al servizio degli emiri arabo-ispanici o magrebini.
La diaspora cavalleresca era comunque un caratteristico
segno dei tempi. Caso limite ne furono i Normanni,
le cui aristocrazie guerriere si sparsero
un po' dappertutto alla ricerca di terre e
di danaro. Li troviamo mercenari nell'Italia
meridionale, in Asia Minore al soldo degli
imprenditori bizantini, nell'Inghilterra sassone.
In molti casi, ebbero fortuna: come gli Altavilla,
che nel giro di pochi decenni si insignorirono
di Italia meridionale e Sicilia; o la stesso
duca di Normandia, Guglielmo, che strappò
la corona d'Inghilterra; o Boemondo di Taranto,
che con la prima crociata sarebbe divenuto
nientemeno che principe di Antiochia. La Chiesa
del tempo - e in special modo la grande congregazione
cluniacense nonché l'ambiente di prelati
e intellettuali che avrebbe avuto la sua massima
e politicamente più lucida espressione
in Ildebrando di Soana, poi papa Gregorio
VII - ebbe la geniale trovata di conferire
un senso ecclesiale a queste guerre e a queste
conquiste, quindi nell'inculcare in questi
guerrieri degli ideali di servizio alla causa
cristiana e alla cattedra di Pietro. Dalla
Spagna all'Inghilterra alla Sicilia, i conquistatori
incedevano recando nella destra il vexillum
Petri, lo stendardo pontificio concesso loro
dal papa che al tempo stesso giustificava
e legittimava - almeno dinanzi alla Cristianità
occidentale - le loro conquiste -, e prefigurava
una sorta di rapporto feudale tra loro e il
capo della Chiesa, dal momento che la concessione
dello stendardo era un tipico gesto del signore
feudale all'atto dell'investitura d'un vassallo.
Nasceva così a poco a poco, su presupposti
in apparenza contingenti, un nuovo modo di
esser miles Christi, "guerriero di Cristo":
fino ad allora, tale espressione era stata
usata per i martiri e poi per gli asceti;
ora la si impiegava a indicare quei cavalieri
che accettavano di porre le loro forze al
servizio della Chiesa. La nuova etica cavalleresca
di lotta per la giustizia e di difesa dei
deboli nacque come etica penitenziale proposta
a un ceto di combattenti professionisti per
i quali la lotta e il rischio della vita divenivano,
ora, mezzo di salvezza spirituale: e in questo
è già in nuce l'essenza dello
spirito di crociata.
Ma
la lotta contro l'Islam, sulla quale si andavano
catalizzando queste energie dalla Spagna alla
Sicilia, si conduceva anche nel Mediterraneo,
e soprattutto nel Tirreno dove le giovani
marinerie genovese e pisana andavano consolidando
le loro teste di ponte in Corsica e in Sardegna
e respingendo intanto dallo specchio d'acque
da esse controllato quel che restava dei regni
corsari musulmani sorti fra VIII e IX secolo,
con le loro tradizionali basi alle Baleari
e lungo la costa settentrionale del continente
africano. Questa lotta per il predominio sul
mare e la sicurezza dei traffici, che condusse
i marinai-mercanti cristiani a saccheggiare
il porto saraceno di Palermo e a espugnare
alcune città costiere nordafricane,
comportava - per il fatto stesso di essere
condotta contro degli "infedeli"
- una tensione religiosa forse rozza, certo
non disinteressata (in fondo si trattava di
guerre fra corsari), ma che non si ha motivo
di ritenere pretestuosa. Così, in tutto
il bacino mediterraneo-occidentale dalla Spagna
alla Sicilia l'Islam - che non era peraltro
affatto un'entità unitaria, ma che
gli Occidentali immaginavano tale - arretrava,
per la prima volta dai tempi del Profeta,
sotto la spinta d'un occidente ormai risvegliato.
Una cristianità rifondata attorno al
pontefice romano, dalle città rigogliose
di merci e di traffici, dai porti colmi di
navi ormai protese alle rotte orientali, domandava
un'idea-forza nuova che associasse il nome
cristiano all'esplosione delle energie di
cui si sentiva nuova. Sbocco logico e conseguente,
a guardarlo col senno di poi, fu la crociata:
non a caso taluni storici hanno definito "precrociate"
le imprese cristiane di Spagna, di Sicilia
e del Mediterraneo avvenute prima del "fatale"
1095. Ma, sul momento, a caldo, la crociata
fu un frutto della contingenza per non dire
del caso, una strada intrapresa quasi alla
cieca sotto il premere di forze tanto impreviste
quanto irruenti.
(...)
Le
crociate nel XII - XIII secolo e oltre
Il
regno di Gerusalemme e i principati adiacenti
non si possono certo considerare delle semplici
entità politiche "occidentali",
ma non sono mai neppure riusciti a divenire
entità politiche "orientali".
Rispetto all'Occidente, essi non hanno mai
acquistato autonomia né spirituale,
né economica, né politica, né
militare. Del resto, non l'hanno mai cercata:
al contrario! Essi avevano bisogno del papato
e della Cristianità latina per mantenere
la loro legittimità storica; dei pellegrini
occidentali, che assicuravano loro - al pari
dei mercanti latini - i legami con la madrepatria
e la giustificazione così spirituale
come economica; di periodici aiuti militari
dall'Europa contro un Islam in via di riorganizzazione
e di consolidamento. L'organizzazione delle
grandi crociate del XII e del XIII secolo,
scandisce la crisi e l'agonia dei principati
franco-siriaci. Tutte quelle spedizioni, nonostante
vi prendessero spesso parte i più grandi
sovrani della Cristianità, si conclusero
con più o meno clamorosi fallimenti
e costituirono in tutto o in parte delle manovre
diversive rispetto al dichiarato scopo primario
della difesa o del recupero della Terrasanta.
La seconda crociata (1147-48) si organizzò
in seguito alla caduta di Edessa nelle mani
dell'atabeg ("governatore") di Aleppo
e Mosul; fu predicata dallo stesso Bernardo
di Clairvaux, guidata dai re Corrado III di
Germania e Luigi VII di Francia ma s'infranse
sotto le mura di Damasco, logorandosi in un
assedio tanto assurdo (i Damasceni avrebbero
potuto essere degli alleati contro l'atabeg)
quanto vano. La terza crociata ebbe la sua
principale causa nella commozione in Europa
sollevata dalla riconquista musulmana di Gerusalemme
effettuata nel 1187 da un grande condottiero
curdo al servizio del califfo di Baghdad,
Salah ed-Din (che noi conosciamo come "il
Saladino"). L'impresa, guidata dall'imperatore
Federico I, dai re di Francia Filippo II Augusto
e d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, si
concluse con un nulla di fatto. L'imperatore
morì in viaggio e i due sovrani di
Francia e Inghilterra - peraltro rivali fra
loro - si limitarono a dare un contributo
alla riorganizzazione del regno crociato con
una nuova capitale nella città portuale
di Acri e permisero la fondazione di un nuovo
regno crociato nell'isola di Cipro.
Dalla
perdita di Gerusalemme l'idea di crociata
trasse un primo importante spostamento: si
trattava non più di difendere, bensì
di recuperare la Città Santa. Tale
il programma dei pontefici del Duecento, da
Innocenzo III in poi: ma sarebbe rimasto inadempiuto.
La quarta crociata, a capo della quale erano
alcuni nobili francesi, tedeschi e italosettentrionali,
ma che in realtà fu gestita soprattutto
dal doge di Venezia Enrico Dandolo, il quale
provvide la flotta per il viaggio, non giunse
mai in Terrasanta: i crociati si fermarono
a Costantinopoli dove, approfittando di una
crisi dinastica, si impadronirono della città
e dell'intero impero bizantino che smembrarono
fra loro dando vita all'esperimento del cosiddetto
"impero latino di Costantinopoli"
(1204-1261), autentica beneficiaria del quale
fu la repubblica di San Marco che poté
monopolizzarne i traffici. A Costantinopoli,
con la presa da parte dei crociati, si erano
ripetute scene di barbarie che tuttavia gli
occidentali ornarono dei colori della fede
religiosa e del senso di meraviglia dinanzi
alle fiabesche ricchezze bizantine. Ascoltiamo
un "povero cavaliere" francese testimone
oculare dell'impresa, il guerriero e cronista
Roberto di Clari: "Dopo la presa della
città e dopo che i pellegrini furono
acquartierati, come vi ho già narrato,
e dopo che i palazzi furono occupati, vi si
trovò una straordinaria quantità
di ricchezze. Il palazzo di Bucoleon era così
ricco e così fatto che vi racconterò
come.
Dentro
questo palazzo, che il marchese (di Monferrato)
aveva occupato, c'erano cinquecento sale tutte
comunicanti e rifinite a mosaico d'oro: c'erano
ben trenta chiese fra grandi e piccole. Una
che si chiamava la Santa Cappella, era così
ricca e nobile che non v'era serratura né
chiavistello né altro infisso che fosse
di ferro, ma tutti erano d'argento; né
c'era colonna che non fosse di diaspro o di
porfido o di sontuose pietre preziose. Il
pavimento della cappella era di marmo bianco
così levigato e traslucido che pareva
cristallo; e la cappella era tanto ricca e
splendida che non se ne potrebbe adeguatamente
descrivere la bellezza. Entro questa cappella
si rinvennero molti antichi reliquiari: vi
si trovarono due pezzi della Vera Croce grandi
come la gamba d'un uomo e lunghi mezza testa;
vi si trovò il ferro della lancia dalla
quale Nostro Signore ebbe il costato trafitto
e i due chiodi che Egli ebbe confitti attraverso
le mani e attraverso i piedi; vi si trovò
in una fiala di cristallo gran parte del suo
sangue; vi si rinvenne la tunica che aveva
indossato, che Gli fu tolta quando lo condussero
al Monte Calvario; vi si trovò la benedetta
corona con cui fu incoronato, fatta di giunchi
marini acuminati come spade; vi si trovò
anche la veste di Nostro Signore, e la testa
di monsignor Giovanni Battista e tanti altri
reliquiari che non vi potrei descrivere né
dei quali vi saprei dire con esattezza il
numero".
Innocenzo
III non approvò l'avventura di Costantinopoli;
pure vi si adattò, scorgendovi se non
altro un mezzo provvidenziale per la soluzione
dello scisma d'Oriente. Comunque, durante
il concilio del 1215, ribadì che uno
dei principali doveri della Cristianità
rimaneva il passagium generale, la crociata
per il recupero di Gerusalemme. Si organizzò
così una nuova impresa, sotto la guida
del legato pontificio cardinal Pelagio; essa
adottò una strategia nuova, attaccando
i grandi porti egiziani del delta del Nilo.
Si pensava così che il sultano del
Cairo, l'economia del quale si reggeva essenzialmente
sui traffici di Alessandria e di Damietta,
avrebbe volentieri ceduto Gerusalemme pur
di indurre i crociati a sgombrare un'area
tanto vitale dei suoi territori. Ma la campagna,
condotta senza tener conto del regime delle
acque del Nilo, finì in un disastro.
È
incerto se si possa davvero considerare una
crociata quella condotta, nel 1228-29, dall'imperatore
Federico II: strana crociata, dal momento
che fruttò al suo capo la scomunica
di papa Gregorio IX. Il fatto era che il sovrano
svevo negoziò col sultano del Cairo
Malik al-Kamìl, discendente del Saladino,
il ritorno pacifico d'una parte della città
di Gerusalemme ai cristiani: il che dette
luogo a un equilibrio molto precario, che
andò a monte nel 1244 allorché
la Città Santa venne presa d'assalto
e conquistata dai nomadi provenienti dal Kwarezm
e spinti a ovest dall'incalzare dell'ondata
mongola.
E,
con i Mongoli di Genghiz Khan e dei suo eredi
e successori, un altro capitolo si apre nella
storia delle crociate. Il fatto che i principi
mongoli avessero fama di tolleranza religiosa
e addirittura di filocristianesimo (si ebbero,
allora, in Europa, confuse notizie sull'esistenza
di comunità cristiane - cioè
nestoriane - nell'Asia Centrale ed Orientale)
dette luogo a illusioni appoggiate, fra l'altro,
a speranze profetiche e a computi astrologici:
si vagheggiò di un'alleanza fra occidentali
e Mongoli che avrebbe stretto l'Islam in una
morsa. La celebre leggenda del favoloso re-sacerdote
cristiano d'Asia, il "Prete Gianni",
favorì queste illusioni: esse tuttavia
svanirono col disgregarsi dell'immenso impero
mongolo e col passaggio all'Islam, l'uno dopo
l'altro, dei khan che - dalla Russia meridionale
alla Persia - se ne divisero le spoglie.
La
storia delle crociate come storia delle imprese
militari nel Vicino Oriente volte alla conquista
della Terrasanta si conclude, a parte qualche
episodio avventuroso di minor portata, con
le due sfortunate spedizioni di Luigi IX re
di Francia: quella del 1248 contro l'Egitto
che finì con l'imprigionamento di quel
sovrano costretto a riscattarsi ad alto prezzo,
e quella del 1270 contro l'obiettivo ancor
più sviante del regno di Tunisi, ad
attaccare il quale Luigi era stato indotto
dalla politica del fratello Carlo I d'Angiò
re di Napoli. Durante questa seconda spedizione
il re di Francia avrebbe trovato la morte.
Da
allora in poi gli Occidentali, stanchi di
inutili e costose spedizioni, abbandonarono
di comune tacita intesa i principati Franchi
di Siria al loro destino; da parte loro, i
sultani d'Egitto completarono in pochi decenni
la riconquista del territorio siro-palestinese,
e - un po' per eliminare dei concorrenti ai
porti egiziani, un po' per dissuadere gli
Europei da tentare ulteriori spedizioni -
smantellarono sistematicamente gli empori
costieri degli ex principati crociati, condannarono
l'intera area a una "vocazione alla povertà"
destinata a durare per molti secoli. L'ultima
piazzaforte crociata, Acri, cadde nel 1291
dopo una strenua, eroica difesa condotta dai
Templari.
Ma
se la crociata in Terrasanta veniva posta
da canto, i crociati coglievano altre vittorie
e altre "glorie", magari meno pie.
La
crociata riempiva di sé l'Occidente:
ma non era più quella di Goffredo di
Buglione. Nel corso del Duecento la Curia
pontificia mobilitò i suoi canonisti
e i professori delle nascenti università
per elaborare un diritto della crociata che,
canonisticamente appoggiato alla dottrina
disciplinare dei voti solenni, trasformò
quello ch'era stato un generoso ideale in
un formidabile strumento di pressione sia
giuridico-politica sia fiscale. Per la crociata
si raccoglievano elemosine e donazioni: ma,
soprattutto, si raccoglievano speciali imposte,
le "decime". I collettori pontifici
delle decime, i banchieri che ne gestivano
l'appalto o la raccolta, i frati mendicanti
che incitavano a donare generosamente per
la santa impresa estorcendo somme ai morenti
oppure chiedendole in suffragio delle anime
dei defunti, divennero un avido esercito deriso
ma anche temuto - e odiato - nell'intera Europa.
Ma la disciplina dei voti ne permetteva la
permuta e il riscatto: non solo il danaro
raccolto per uno scopo si poteva - legittimamente
sotto il profilo formale - utilizzare per
uno scopo considerato equivalente o migliore,
ma lo stesso si poteva fare con i voti degli
uomini. Una volta commessa, sotto i più
vari impulsi (compreso l'entusiasmo suscitato
da un predicatore famoso, la commozione e
via dicendo), l'imprudenza di prendere la
croce, si poteva uscirne - e se ne usciva
di fatto - solo versando una certa somma di
denaro, che serviva o che sarebbe dovuta servire
ad allestire il prossimo esercito della croce.
Sotto il profilo delle indulgenze, partir
crociato o armare un combattente crociato
si equivalevano. Ma si andava più oltre.
La gestione sempre più diretta della
gran "macchina crociata" da parte
della Curia aveva fatto subire all'impresa
e ai concetti che l'animavano un lento ma
anche progressivo slittamento di scopi: da
difesa della Terrasanta a difesa della Chiesa
e della Cristianità in genere, e infine
a servizio della Santa Sede contro i suoi
nemici, religiosi prima, politici poi. Erano
legittimamente crociati, al pari dei combattenti
in Terrasanta, quelli di Spagna e del nord-est
europeo: spettavano loro le medesime indulgenze,
le medesime prerogative giuridiche e spirituali.
Ma vi fu di più. Fin dai primi del
Duecento, si era risolto di stroncare con
la forza l'eresia catara che aveva in Provenza
il suo centro. Quella contro gli "Albigesi"
fu, dal punto di vista formale, un'altra vera
e propria crociata, i cui partecipanti poterono
godere dei medesimi privilegi materiali (esenzioni
da certe tasse, sospensione dei procedimenti
a loro carico e così via) previsti
per chi andava a combattere i saraceni. V'era,
in fondo, una logica in questo: non erano
forse gli eretici - come si andava proclamando
- "peggiori dei saraceni"? Ma agli
eretici si poteva finire con l'equiparare,
usando adeguatamente lo strumento della scomunica,
gli avversari politici del papato. Ed ecco
le vere e proprie crociate politiche, quelle
ad esempio bandite nel Duecento e nel Trecento
contro i vari signori ghibellini della penisola
italica, alcuni soltanto dei quali potevano
essere seriamente sospettabili di simpatie
ereticali. La voce di Dante, che si scaglia
violentemente contro la pratica della crociata
bandita contro i cristiani, dà solo
una lontana idea dell'orrore che essa dovette
sollevare e che del resto si coglie in questa
pagina tremenda d'un cronista peraltro insospettabile
di simpatie ghibelline, Salimbene da Parma.
Così lo scrittore francescano descrive
la crociata predicata contro i da Romano che
avevano per anni terrorizzato i guelfi del
Veneto: "(il cardinale Ottaviano degli
Ubaldini) predicò la crociata contro
il malefico Alberico (da Romano), e chiunque
avesse preso la croce e fosse andato in guerra
o avesse finanziato l'invio di qualcuno al
posto suo avrebbe ricevuto l'indulgenza plenaria
per tutti i suoi peccati. Per il potere di
Dio Onnipotente e dei santi apostoli Pietro
e Paolo, nonché per l'autorità
di legato che egli stesso aveva ricevuto dalla
Santa Sede, confermò solennemente a
tutti la concessione dell'indulgenza. Tutti
presero quindi ardire e accettarono la croce
dal piccolo al grande, dall'uomo alla donna
(…). Alberico morì di mala morte, con
la moglie, i figli e le figlie. Coloro che
li uccisero estrassero dalle carni dei suoi
figlioli ancora vivi le ossa e con queste
percossero in faccia i loro genitori; poi
legarono moglie e figlie di Alberico a dei
pali e le bruciarono. E quest'ultime erano
ancora vergini e bellissime fanciulle e non
avevano colpa alcuna: ma la loro innocenza
e la loro bellezza non valsero a risparmiarle,
dato l'odio che i loro genitori avevano accumulato
(…)". Contro una tanto profonda degenerazione
dello spirito crociato, è comprensibile
che si levassero ben presto voci di protesta.
Già i rovesci di tutte le crociate
successive alla prima avevano provocato -
in un modo tutto sommato convinto della giustizia
immanente di Dio - dubbi, perplessità,
dissensi. Deus vult ("Dio lo vuole")
era stato il grido di guerra dei vincitori
del 1099: ma ora che le armi della croce venivano
sistematicamente sconfitte dagli infedeli
c'era da chiedersi che cosa Iddio volesse
veramente. Lo stesso Bernardo di Clairvaux,
nel trattato De consideratione, si era interrogato
sui peccati dei cristiani che avevano potuto
indurre il Signore a provarli così
duramente. Ma sulla sfiducia nei confronti
della crociata contro gli infedeli si appoggiava
appunto l'iniziativa sostitutiva della crociata
contro i cristiani. Il grande "cardinale
ostiense", vale a dire il canonista Enrico
di Susa, chiuse in pieno Duecento la questione
teorica affermando che, nella misura in cui
gli infedeli si limitavano a minacciare la
cristianità dal di fuori mentre gli
eretici la distruggevano più gravemente
dal di dentro, la crux cismarina era di gran
lunga più santa e più meritoria
della crux transmarina.
Non
che fosse facile persuadere di ciò
l'opinione pubblica. Perfino molti mistici
levarono la loro voce contro la crociata,
sia contro quella rivolta a battere gli infedeli,
che Iddio sembrava non favorire più,
sia quella contro i cristiani, che pareva
ben più scandalosa. È strano
e paradossale, tuttavia, che in una maniera
o nell'altra, mistificata e poi laicizzata,
la crux cismarina sia sopravvissuta al medioevo,
insieme con l'idea che gli eretici (e, più
tardi, i non cattolici, gli agnostici, i laicisti,
gli atei) siano "peggiori dei saraceni".
Un atteggiamento di fondo del genere è
rintracciabile durante le guerre di religione
tra cattolici e ugonotti nella Francia cinquecentesca,
poi nella propaganda vandeana e sanfedista
contro i giacobini, poi addirittura nel linguaggio
propagandistico (ma anche in quello ufficiale)
dell'alzamiento nazionalista della Spagna
fra il 1936 e 1939. Non che, intendiamoci,
la crociata nel suo originario significato
d'impresa contro gli infedeli d'oriente perdesse
mai del tutto il suo affascinante richiamo.
Essa mutò, semmai, di contenuti e di
metodologia. Nel corso del Duecento, specie
grazie agli ordini francescano e domenicano,
l'idea di crociata si accompagnò e
si alternò - non sempre necessariamente
opponendosi - a quella di missione. Non mancò,
anzi, chi, come Raimondo Lullo, intese crociate
e missione come due strumenti e due valori
complementari, il primo rivolto a rivendicare
alla Cristianità il legittimo possesso
dei luoghi santi, il secondo teso all'espansione
pacifica della Cristianità attraverso
la salvezza delle anime degli stessi infedeli.
Ora,
è un fatto che la crociata non aveva
mai avuto come scopo la conversione degli
infedeli: comunque, nella concreta realtà
storica, è indubbio che attraverso
di essa cristiani musulmani impararono a conoscersi
e in parecchi casi anche a stimarsi.
È
tuttavia ovvio che, se crociata e missione
potevano concettualmente parlando convivere,
in concreto tale convivenza era assai ardua:
l'idea di missione costituisce, se non una
negazione, quanto meno un superamento dell'idea
di crociata, e non a caso alla cerniera fra
quelle due dimensioni noi troviamo proprio
l'azione di un crociato sui generis, Francesco
d'Assisi, presente al campo di Damietta nel
1219-20 e pronto secondo la tradizione a sfidare
a sua volta i musulmani, ma con la forza non
già delle armi, bensì della
fede, dell'amore. E poiché il dialogo
- e magari la polemica - abbisognava di reciproca
conoscenza, la missione aprì nuovi
orizzonti intellettuali: il concilio di Vienna
del 1311-12, organizzando su basi razionali
la preparazione dei missionari, fondò
i primi istituti orientalistici della storia
della Cristianità. Fu la Spagna - che
già nel XII secolo aveva fornito all'Europa
l'équipe dei traduttori di Toledo -
la patria di questo primo tentativo.
Gli
eventi impedirono ad ogni modo che l'idea
di crociata venisse del tutto posta da parte:
semmai, nuovi mutamenti l'attendevano. Non
a caso i secoli XIII e XIV, se videro la sua
pratica liquidazione, assisterono però
anche a una serie quasi spasmodica di tentativi
di teorizzazione. Fra i due successivi concili,
quello di Lione del 1274 e quello di Vienna
del 1311-12 si sviluppò una vasta trattatistica
tattico-strategica relativa ai progetti di
riconquista della Terrasanta: sono scritti
noiosi, ma anche preziosi per la qualità
d'informazioni storiche, geografiche, militari,
tecnologiche ed economiche offerte. Questa
letteratura non fece comunque che confermare
che la discordia politica esistente nell'Europa
del tempo e gli alti costi che sarebbero stati
necessari a finanziare una nuova spedizione
che avesse qualche probabilità di successo
la rendevano, di fatto, inattuabile.
Il
profilarsi d'una nuova minaccia orientale,
quella dei Turchi Ottomani, causò verso
la fine del Trecento un revival crociato destinato
a durare almeno due secoli e a trascinarsi
anzi fino al Settecento. Era però una
"crociata" difensiva: non era più
questione di riconquistare il Santo Sepolcro,
bensì di impedire ai Turchi di dilagare
per l'Europa e d'impadronirsi dell'intero
bacino orientale del Mediterraneo. Inoltre,
la Santa Sede non poteva ormai più
gestire da sola la lotta contro gli infedeli:
col Quattrocento e col Cinquecento, furono
le "sante leghe" ad affermarsi,
leghe di stati e quindi di sovrani delle quali
i papi ottenevano al massimo la presidenza.
Comunque, i secoli fra medioevo ed età
moderna risuonano tutti della tradizione crociata
sia pur trasformata in problema turco: dalla
battaglia di Belgrado del 1456 che vide fra
i suoi protagonisti Giovanni da Capestrano
agli sforzi crociati di Pio II fra 1458 e
1464, dalla battaglia di Lepanto del 1571
fino all'estrema stagione crociata, quella
dell'assedio turco di Vienna del 1683 e dell'epopea
di Jan Sobiezki. Ma la presenza degli infedeli
non fu il solo elemento causante la permanenza
comunque modificata degli ideali crociati.
V'era un'altra tradizione crociata, in Occidente,
una tradizione non allineata, "popolare",
messianica: quella che traeva alimento dall'attesa
del Millennio e dalla speranza di rigenerazione
collettiva. Le profezie relative all'avvento
dell'Anticristo e alla Seconda Venuta del
Cristo l'alimentarono in una tensione forse
continua, che tuttavia si espresse in sussulti
successivi: i "fanciulli" del 1212,
i "pastorelli" del 1251 e poi ancora
dei primi del Trecento, i movimenti dei flagellanti
che non si possono definire crociate popolari
ma che con essi hanno molti punti di contatto.
È
l'Europa del malessere, l'Europa della congiuntura
e delle profezie, l'Europa delle speranze
e delle paure che affiora a ricorrenti intervalli
e che assume i simboli e il linguaggio crociato,
quello forse più immediatamente a disposizione
per esprimere un'antica sete di giustizia.
Comunque, si trattasse di vincere gli infedeli
o di por fine al falso cristianesimo dei potenti
e degli ipocriti, il fine della crociata -
il fine concettuale, intendiamo - non apparteneva
mai del tutto ed esclusivamente alla storia.
Esso, per sua natura, sconfina nella metastoria
e nella metapolitica.
La
crociata come guerra escatologica, come "ultima
delle guerre", come "guerra pacifica"
finisce quindi con lo sconfinare nell'utopia.
Giovanna d'Arco e Cristoforo Colombo, Herman
Cortes e Tommaso Campanella, Miguel Cervantes
e Torquato Tasso culleranno, ciascuno a suo
modo, un ideale religioso e guerriero come
parte d'un più ampio sogno di rinnovamento
e di rigenerazione. Alle soglie dei nostri
tempi, sarà significativamente nell'ambiente
di un Saint-Simon che ancora una volta - l'ultima,
forse - si parlerà a livello non pretestuoso
di crociata, una crociata "laicizzata"
eppure a modo suo ancora santa, una crociata
di pace e di progresso, di libertà
e di amore. Senonché, il pratico esito
di tanto fulgidi ideali sarà un capolavoro
d'ingegneria al servizio dell'economia capitalistica
e delle flotte delle potenze imperialiste:
il canale di Suez.
Le
strutture profonde della crociata
Ma,
esaurito il nostro forzatamente breve excursus
storico torniamo un istante ai tempi del rigoglio
delle spedizioni crociate o del permanere
delle illusioni ad esse relative, diciamo
al Due-Trecento, e domandiamoci: come - e
perché nella pratica, si diventa crociati?
La
risposta a una domanda del genere richiede
una precisazione. Nel medioevale l'Oriente
è lontano, favoloso, misterioso: la
Terrasanta, però, è vicina.
I pellegrinaggi sono frequenti: a volerli
fare con un qualche comfort possono essere
cari, ma si possono anche fare con poco, da
mendicanti o quasi. La gente conosce bene
gli episodi fondamentali delle Scritture e
soprattutto della vita di Gesù, per
quanto non legga la Bibbia: c'è l'insegnamento
orale della Chiesa e poi vi sono le sculture,
i mosaici, gli affreschi, le vetrate, le pale
d'altare: e poi ci sono le leggende dei santi
e i volgarizzamenti e le epitomi della letteratura
sacra. I pellegrini riportano dalla Terrasanta
delle reliquie, e, soprattutto, dei racconti:
qualcuno tiene addirittura un diario della
sua esperienza, spesso la più bella,
la più avventurosa, la più commovente
della sua esistenza. Talvolta, nelle chiese
d'Occidente, vi sono altari o edicole riproducenti
la forma e le dimensioni del Santo Sepolcro,
consuetudine questa che i francescani - verso
la metà del Trecento incaricati, col
benestare del sultano, della "custodia"
dei luoghi santi - incoraggeranno. A Roma,
un vero tesoro di reliquie nel grande complesso
laterano - prime fra tutte la "Veronica"
e la "Scala Santa" - ricorda Gerusalemme
e accende nel cuore dei pellegrini il desiderio
di recarvisi. E v'è, soprattutto, la
propaganda dei predicatori, specie quelli
francescani e domenicani: dei "divi della
penitenza", come sono stati definiti.
Essi sanno come esercitare la passione delle
folle: le loro prediche per la crociata sono
uno spettacolo, una sacra rappresentazione.
E d'altra parte è ancora una volta
la parola di altri predicatori, magari non
sempre del tutto in regola con la disciplina
ecclesiale, a scatenare le crociate popolari.
Ma non pensiamo a queste ultime. Volgiamoci
alle crociate "ufficiali", quelle
bandite dai pontefici e provviste del consueto
bagaglio di privilegi per i partenti. Alla
fine della predica si formulano i voti, si
distribuiscono solennemente le croci, distintivo
del pellegrinaggio. Le premesse di partenza
vengono registrate con precisione: "giurò
di recarsi a visitare il Santo Sepolcro del
Signore a Gerusalemme e (…) con giuramento
devotamente promise di compiere nella dovuta
maniera tale voto oltremarino, quando dalla
Sacrosanta Chiesa Romana sarà stato
ordinato il prossimo passaggio generale in
Terrasanta". A questo punto i generosi,
gli emotivi, le teste calde, gli sbruffoni
sono incastrati: se vorranno uscire dalla
pania del voto senza infrangere la loro pace
con la Chiesa ma anche senza rischiare la
pelle, non potranno che versare una somma
di danaro. In pratica l'assunzione del voto
diventa col tempo una sorta di promessa di
contributo: per le spedizioni non c'è
bisogno di pellegrini imbelli ed entusiasti,
ma di professionisti (nel Trecento e nel Quattrocento
si penserà perfino di assoldare delle
Compagnie di Ventura per la crociata). Chi,
per devozione o per farsi bello, o semplicemente
per ritardare o per sospendere un procedimento
giuridico ai suoi danni (per debiti, ad esempio),
vuol ottenere un'indulgenza, prende la croce
e poi la riscatta con una somma di danaro.
Ma
prendiamo il caso che parta davvero. I crociati,
dopo il XII secolo, corsero sempre meno il
rischio di dover percorrere grandi distanze
via terra. La strada anatolica fu abbandonata
dopo la terza crociata: dal Duecento in poi,
quando si parlava di crociata si pensava a
una spedizione via mare. Ma, dopo quel secolo,
le crociate come fatto "popolare"
tesero a scomparire o a esaurirsi nel continente.
Restarono i pellegrinaggi, mentre il fermare
i Turchi divenne sempre più una faccenda
di principi o di ordini religioso-militari
a loro volta divenuti potenze marinare: come
i Cavalieri di San Giovanni, costretti dall'incalzare
dell'offensiva musulmana a spostarsi a Rodi
e indi a Malta. Occasionalmente, come ai tempi
di Pio II e poi ancora a quelli di Lepanto
o degli assedi turchi di Vienna, l'entusiasmo
crociato popolare parve riaccendersi: ma furono
fuochi di paglia. L'interesse dell'Europa
protomoderna era ormai volto altrove, soprattutto
al Nuovo Mondo: quando tornò a guardare
all'Asia, lo fece con occhi nuovi, gli occhi
del colonialismo e del suo risvolto letterario,
l'esotismo. La stessa questione turca, mutando
un'altra volta aspetto, era diventata questione
orientale. Gli ultimi nostalgici a modo loro
della crociata, come abbiamo detto, furono
i costruttori del canale di Suez.
Fonti
e bibliografia
Le
grandi collezioni di fonti relative alla storia
delle crociate sono essenzialmente: Gesta
Dei per Francos, ed. J. Bongars, voll. 2,
Hannover 1611; Biblioteque des Croisades,
éd. J. F. Michaud, voll. 4, Paris 1829;
Recueil des historiens des croisades, Paris
1841-1906 (Historiens occidentaux, voll. 5;
Historiens orientaux, voll. 5; Historiens
grecs, voll. 2; Documents arméniens,
voll. 2, Lois, voll. 2); Publications de la
Société de l'Orient latin (distinte
in serie storica ed in serie geografica).
Il
fondamentale repertorio bibliografico è
H. E. Mayer, Bibliographie zur Geschichte
der Kreuzzüge, Hannover 1960; supplemento
di Idem, in "Historische Zeitschrift",
1969, Sonderheft 3, pp. 641-731.
Opere
'classiche': F. M. Arouet, sieur de Voltaire,
Histoire des croisades, Paris 1953; D. Diderot,
Croisades, in Encyclopédie, s. v.;
J. F. Michaud, Histoire des croisades, Paris
1808 e varie successive edizioni e traduzioni.
Grandi
storie moderne: R. Grousset, Histoire des
croisades et du royaume franc de Jérusalem,
voll. 3, Paris 1934-36; AA. VV., A history
of the crusades, general editor K. M. Setton,
Pennsylvania University-Madison University,
voll. 6, 1962 sgg.; S. Runciman, Storia delle
crociate, tr. it., voll. 2, Torino 1966 ;
P. Alphandéry-A. Dupront, La cristianità
e l'idea di crociata, tr. it., Bologna 1976.
Sul regno dei crociati in Terrasanta: J. Prawer,
Colonialismo medievale. Il regno latino di
Gerusalemme, tr. it., Roma 1982. Per i rapporti
fra crociata e missione: B. Z. Kedar, Crusade
and mission, Princeton 1984.
Una
rassegna tematica, utile come strumento di
avvio alla problematica: M. Balard, Les croisades,
Paris 1988.
Sulla
questione 'ideologica': P. Rousset, Histoire
d'une idéologie. La croisade, Lausanne
1983.
Un
quadro generale con bibliografia: F. Cardini,
La crociata, in AA. VV., Il Medioevo, vol.
II, Torino 1986, pp. 395-426 (La storia. I
grandi problemi dal medioevo all'età
contemporanea, dir. Tranfaglia-Firpo, 2).