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Le scienze psicologiche e storico-sociali

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

Grazie Signore Gesù, perché vuoi guarire coloro che non ti riconoscono nella mente umana e nei suoi processi, nei quali tu risplendi in modo sommo. Grazie Signore Gesù, perchè vuoi guarire coloro che credono nei falsi profeti atei, positivisti, scientisti. Grazie Signore Gesù, perchè vuoi guarire coloro che pur immersi nello studio e dunque chiamati a dover manifestare la tua sapienza si sono lasciati piegare dalla malattia dello scientismo, specie in psicologia e psichiatria e hanno dubitato di te o ti hanno abbandonato o non sono giunti a conoscerti. Grazie Signore Gesù, perchè vuoi donarci luce per aiutare costoro a guarire profondamente.

 

Queste scienze hanno un oggetto distinto da quello della teologia; sono legittimamente autonome e non è compito dell'apologetica occuparsene direttamente, come non è compito delle scienze della natura. Però talvolta anch'esse sono state rivolte contro la religione. L'assalto più violento e, in certo senso, unico, è quello del materialismo. Pertanto questo capitolo sarà soprattutto difensivo. Nostro compito è quello di rivendicare, in nome della ragione, i diritti dello spirito contro i suoi negatori. È un lavoro certo poco attraente, ma nondimeno indispensabile.

La storia registra molte ondate di materialismo; ma appare subito che nel corso dei secoli e nelle molteplici scuole le stesse parole furono lungi dall'indicare una stessa realtà. La materia era per gli antichi ora un elemento cosmico, ora il principio metafisico del divenire; nel Rinascimento, con Telesio, diviene una massa inerte e costante {corporea moles... nec augeri nec minui usquam potest); Cartesio la definisce come estensione animata dal moto; Leibniz pensa che la sostanza dei corpi sia una realtà dinamica sfuggente ai sensi; più vicino a noi, e nello stesso spirito; Ostwald opporrà l'energetismo al materialismo, non essendo la materia altro che " il raggruppamento spaziale delle diverse energie "; infine i marxisti invocano una materia dialettica, che agisce e crea, ed è il principio fondamentale della realtà. A dire il vero Carlo Marx, nell'affermare che l'essenziale è di trasformare il mondo per comprenderlo e di non cercare di comprenderlo senza trasformarlo, precedeva i filosofi dell'azione; la sua dottrina comporta una specie di prammatismo e quindi, per molte ragioni, si distingue dalle speculazioni di Lamettrie nel secolo XVIII.

Le parole sono talmente plastiche, che perfino certi poeti si credettero materialisti perché percepivano con ebbrezza un'affinità della loro anima con la natura (la mia anima è nel vento che soffia, nell'acqua che scorre, ecc); ma siffatto materialismo è puramente nominale e si potrebbe benissimo chiamarlo animismo. Una religione che predichi la resurrezione della carne potrà facilmente riconoscere un'anima di verità nelle pretese o nelle speranze della sensibilità estetica. Ma tra l'anima e la natura si tratta di un'analogia nell'essere? o piuttosto di un'unione nell'atto della conoscenza? 0 d'una totale identificazione? Tocca alla filosofia togliere gli equivoci che la poesia lascia sussistere.

Sostanzialmente, nelle sue molteplici variazioni, il vero materialismo conserva unità, solo se pretende di spiegare le forme superiori dell'essere con quelle inferiori e soprattutto l'intero ordine dello spirito con quello dell'esteriorità corporea. Resta da vedere se sia in grado di realizzare le sue pretese e se esse siano almeno chiaramente concepibili.

PARTE PRIMA. - IL MATERIALISMO IN PSICOLOGIA

In psicologia la tesi del materialismo si fonda sopra tre gruppi di fatti: le dipendenze organiche della vita cosciente; le incoerenze della personalità; infine l'interruzione che sembra subire lo psichismo, specialmente con la morte.

CAPITOLO I. - DIPENDENZA DELLO SPIRITO

§ 1. - L'influsso del fisico sul morale.

II carattere incontestabile dei fatti. - È sommamente facile osservare che la coscienza è condizionata dall'organismo. Il bambino cresce e si sveglia il suo spirito; quando siamo morsi dalla fame, anche le nostre idee si confondono; dopo aver riposato alquanto, prendiamo decisioni più nette. Bastano questi pochi e semplicissimi fatti a porre il problema nella sua interezza. Senza corpo non c'è conoscenza, né pensiero. Le esposizioni materialiste, destinate al popolo, insistono sullo stragrande numero di legami che ci vincolano al nostro corpo e, per esso, a tutto quanto il mondo fisico.

Si comincia col far vedere che lo psichismo si manifesta nella serie animale a mano a mano che si sviluppa il sistema nervoso; quindi che la coscienza animale, radicata nella vita organica, è nell'uomo commisurata alla finezza e all'integrità di certe funzioni fisiologiche, specialmente cerebrali. D'altra parte si raccolgono tutte le controprove che dimostrano gli stessi fatti: l'agenesia del sistema nervoso comporta l'idiozia; la lesione d'alcuni centri, l'alterazione di certi umori muta profondamente il carattere, ecc. Qualsiasi manuale di psicologia offre un'abbondante messe di fatti sulle relazioni del fisico con il morale e ne propone una classificazione metodica secondo il carattere permanente o passeg-giero, diffuso o speciale degl'influssi constatati. Ci limiteremo quindi a un esempio tra mille, per far vedere quanto sia sempre facile a un oratore materialista trovare nella letteratura scientifica del suo tempo osservazioni capaci d'impressionare profondamente l'uditorio.

L'esempio è tratto dall'endocrinologia: " Abbiamo avuto l'occasione, dichiara il dottor Dumas, d'esaminare e seguire a Saint-Anne una mixodematosa di quindici anni, curata facendole ingerire estratti di succhi tiroidei, e abbiamo veduto lo sviluppo organico e mentale nella malata, che si operava sotto l'influsso.del trattamento. Diventò pubere, civettuola, intelligente e curiosa. Bastava che s'interrompesse la cura per otto giorni perché ritornasse indifferente e apatica; il cerchio delle sue idee si restringeva allora in modo singolare " (vecchio Traile de Psychologie, voi. II, p. 1081). Simili casi non pongono nessun nuovo problema, perché si tratta sempre di spiegare il mistero sul come, mangiando minestra, si possa acquistare più spirito. Però questi fatti umiliano la superbia dell'uomo e un abile dialettico saprà servirsene per creare in noi un complesso d'inferiorità e farci rinunciare alla nostra grandezza a motivo della nostra miseria.

La ritorsione dal prò al contro. - Dopo aver dato un indimenticabile rilievo alla vanità della nostra condizione, Pascal sapeva anche arrestarci sulla china dello scoraggiamento; poiché dal prò si può passare al contro, cosa che il materialista dimentica. Correlativo all'influsso del fisico sul morale, c'è quello del morale sul fisico, altrettanto facile a scoprirsi, altrettanto ordinario e con esempi non meno numerosi. Forza trionfatrice dell'immagine o dell'idea, miracoli del volere: il mondo della rappresentazione e dell'azione non è meno efficace dell'altro, per chi vuole descrivere imparzialmente e onestamente i fatti. Il medico più ordinario sa bene che in una malattia, foss'anche incurabile, non si deve mai trascurare il morale del paziente, e die questo costituisce metà della cura; eppure si tratta del corpo... Quindi tutto ritorna in questione e non abbiamo avanzato d'un passo.

La condizione d'un fatto non ne è la causa. " Sembra che sia il corpo a pensare " scriveva il Lamettrie. Sembra, ma non è. In realtà è lo spirito che fenomeni non coglierà tutta la realtà, perché, insomma, essa si contraddirà, dandosi un limite proprio mentre pretende di farne a meno. Ci sono dunque due serie di fatti, che non si possono confondere. Gli uni sono fisici, gli altri mentali o spirituali, e questi non si riducono a quelli. Nemmeno nei casi più favorevoli (quelli delle sensazioni e delle emozioni dette organiche) la vita psichica non ha la sua causa nel corpo; vi trova soltanto, e solo fino a un certo punto, una condizione del proprio sviluppo. Non si può certamente pensare senza il cervello, ma il cervello non spiega il pensiero. L'albero non innaffiato muore, ma se innaffi un albero secco non mette neppur una gemma, perché l'acqua non produce la crescita, ma è solo uno fra i tanti aiuti. Già Socrate nel Fedone insegnava questa distinzione, che non è invecchiata: a Oh, se si dicesse che senza di queste cose (intendo ossa, muscoli, e tutto il resto che ho), non sarei in grado di fare quello che io voglio, si direbbe solo la verità. Dire però che queste cose sono le cause per le quali io faccio ciò che faccio... significa ragionare da uomo grossolano assai e sciocco. Cornei non esser in grado di discer-nere che altra è la causa vera, altro il mezzo senza di cui la causa non sarebbe mai causa n (Fedone, 99 a-b).

Priorità o primato? - Ma si dirà che la materia conta di più perché ha una priorità cronologica sullo spirito. Prima si vive, poi viene la conoscenza. La coscienza nasce in un mondo fisico, che le impone i suoi lineamenti. Ammettiamo pure che la vita è anteriore alla conoscenza; ma una conclusione è già acquisita: anche se precede, la materia non spiega; se condiziona la nostra coscienza umana, non la domina; anzi, proprio riconoscendone la priorità storica, ammettendo che essa ci può influenzare e schiacciare, affermiamo la trascendenza dello spirito. " Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i suoi regni, non valgano il più piccolo spirito; poiché questo conosce tutto ciò, e se stesso; e i corpi, nulla... Da tutti i corpi insieme non si riuscirebbe a far scaturire un piccolo pensiero; ciò è impossibile e appartiene a un ordine diverso " (Pascal, Pensées, framm. 793),

La materia poi è, in se stessa e di diritto, una condizione indispensabile del pensiero? Che tale sia all'origine dei nostri pensieri è evidentissimo; ma i nostri pensieri non si fermano alla loro origine, poiché s'organizzano e sviluppano in virtù di principi autonomi, come attesta il concatenamento delle verità matematiche. I pensieri possono conoscere le loro condizioni naturali e volgersi verso il mondo, come attesta la nostra capacità di giudicare; possono concorrere a rifare la struttura corporea, come attesta l'influsso dello psichismo sugli orga- j ni. Lo slancio vitale non è che un trampolino dello slancio spirituale. È vero che dipendiamo sempre dalle cose, ma la bassezza del nostro stato ha come contropartita la grandezza del nostro compito, che è precisamente di rendere docili le cose alle persone e di spiritualizzare perfino la nostra animalità. Quindi nulla ci proibisce di credere possibile un pensiero assoluto; anzi, tutto c'invita a proclamarne l'esistenza pura al di sopra di noi, dal momento che ne abbiamo percepito il riflesso in noi. Comunque sia la situazione umana nel mondo, l'idea d'una materia in sé, precedente ogni pensiero e avente per se stessa il proprio essere, è in realtà una cosa impensabile. Porre l'assoluto della materia è un circolo vizioso, perché è a un atto di pensiero che si deve fatalmente sospendere la posizione di questo assoluto e il suo valore di verità; quindi o un pensiero supremo dovrà precedere e circondare la materialità cosmica, oppure la materialità cosmica, tra le sue prerogative eterne e costitutive dovrà avere la capacità di pensare: in ambedue i casi l'idea dell'assoluto materiale si smentisce e si frantuma.

§ 2. - Le localizzazioni cerebrali.

Noi crediamo che la saggezza di quest'atteggiamento risulti non solo da una discussione generale sul condizionamento del pensiero, ma dall'esame scientifico d'una questione di cui gli autori materialisti, alla fine del secolo XIX, credettero trovare un argomento decisivo, cioè le localizzazioni cerebrali.

I principali centri. - Nella scorza cerebrale sono state determinate tre specie di centri: i primi riguardano i movimenti volontari, e sono detti psicomotori; i secondi sono relativi alla conoscenza sensoriale, e sono detti zone di proiezione; infine ci sono centri di coordinamento, in rapporto con i ricordi e in particolare con il linguaggio.

La zona motrice è la più nota. Essa fiancheggia il margine anteriore della scissura di Rolando e l'eccitazione dei vari suoi punti suscita movimenti in una parte corrispondente del corpo. Dal punto di vista psicofisiologico queste localizzazioni non pongono speciali problemi: non si tratta di situare a centri di coscienza " nel corpo, ma di discernere nel sistema nervoso l'origine spaziale e funzionale di certe reazioni.

Le zone di proiezione hanno una topografia più enimmatica. Ecco in breve i dati più probabili: per le sensazioni tattili la regione della corteccia interessata è la parte ascendente del lobo parietale e la salita posteriore del lobulo paracentrale. Essa quasi ricopre e supera posteriormente la regione psico-motrice. La sensibilità profonda pare dipendere maggiormente dalla superficie situata dietro la scissura rolandica. La sensazione visuale è in rapporto con la parte più grande del lobo occipitale nel territorio della scissura calcarina, ad ogni punto della scorza della quale corrisponde un punto della retina. La zona uditiva è molto meno estesa e le viene assegnata la prima circonvoluzione transversa di Heschl. I pareri riguardo al gusto e all'odorato sono ancora troppo incerti perché se ne debba tener conto. Aggiungiamo soltanto che le recezioni sensoriali, sotto il loro aspetto nudo e semplice, esigono nettamente l'integrità di precise porzioni del territorio corticale, mentre le recezioni psichiche (cioè le percezioni con quello che esse comportano di simbolismo e d'intelligenza nascosta) interessano campi più larghi e meno facilmente reperibili. Bisogna anche tener conto delle abitudini e delle acquisizioni funzionali anteriori. Anche per la zona motrice, Head ha dimostrato bene che ogni focolaio d'eccitazione non può venire assimilato al tasto d'una tastiera o al bottone d'una soneria elettrica. Diciamo che qui la corteccia, in forme ancora poco conosciute, ci presenta il termine di vie afferenti per la sensibilità fine.

Le malattie del linguaggio. - L'ultimo gruppo riguarda i meccanismi del linguaggio, e i maggiori risultati sono dati dallo studio, delle lesioni. Dal punto di vista clinico si riscontrano due tipi d'afasia. Chi è affetto dal primo non comprende quello che sente o che legge; la sua deficienza intellettuale è ben marcata, parla molto ma pare del tutto incoerentemente. Chi è affetto dall'altro tipo d'afasia è ordinariamente colpito da una paralisi del lato destro: egli comprende, ma non può esprimersi che mediante un vocabolario estremamente ridotto e inadatto. La sua deficienza intellettuale è molto meno marcata. La prima forma è l'afasia sensoriale o di comprensione; la seconda è l'afasia motrice o d'espressione. Nel 1861 Broca, facendo, l'autopsia di due malati del secondo gruppo, constatò delle lesioni alla terza circonvoluzione frontale sinistra. Venti anni più tardi Charcot stabili una teoria più generale, che noi riassumiamo: le immagini motrici sarebbero conservate nella terza zona frontale; quelle uditive nella prima e nella seconda temporale (detta di Wernicke); al basso della curva parietale (piega curva) corrisponderebbero le immagini visuali delle parole, e al basso della seconda frontale le immagini motrici della scrittura.

Nel 1906 Pierre Marie criticò vivamente questo quadro, che era divenuto classico. L'afasia, secondo Marie, non è una semplice distruzione d'immagini verbali, ma implica sempre un afflosciamento dell'intelligenza e del pensiero simbolico. Il linguaggio non è un semplice affare di parole, ma di frase e di senso. L'afasia suppone un difetto di comprensione; dal punto di vista organico sarebbe sempre accompagnata da una lesione della zona di Wernicke. La vera afasia motrice è dunque quella di comprensione, con in più un'anartria o incapacità di trovare le parole. In essa la lesione della zona di Broca è incostante e sarebbe conseguente a una lesione di nuclei lenticolari. Attualmente si resta d'ordinario alla stessa topografia: l'afasia di Wernicke interessa la regione temporo-parietale dell'emisfero sinistro negl'individui manritti, e quella di Broca implica anche una lesione del territorio silviano, superficiale o profondo. Sembra prematuro attribuire una localizzazione speciale ai turbamenti sintassici o a quelli della denominazione, della significazione complessa, ecc, nonostante i lavori interessanti di Head e di Van Woerkom. L'idea che la regione frontale sia riservata all'intelligenza resta anch'essa molto discussa. La neurochirurgia indica qualcosa in questo senso, e specialmente modificazioni del carattere.
" In realtà è però difficile precisare se ci troviamo davanti a una lesione frontale pura o se i turbamenti traducono l'alterazione concomitante del corpo calloso; d'altra parte non c'è dubbio che lesioni lontane dalla regione frontale possano essere accompagnate da importanti turbamenti psichici, e perciò numerosi autori rifiutano d'ammettere una localizzazione speciale dello psichismo, che risulterebbe dall'attività di tutta la corteccia cerebrale " (Encyclopédie médico-chirurgìcale, voi. Neurologie, 17.003, pp. 7 ss). Per concludere questa noiosa e pur sommaria esposizione, nonostante le informazioni che si possono attendere da un migliore studio istologico della corteccia, sulle localizzazioni abbiamo soltanto barlumi suscettibili di revisione, e solo abusivamente si può parlare di " centri psichici " o di a organi di pensiero ".

Localizzazione larga e localizzazione stretta. . Due opposte correnti si alternano attraverso tutta la storia delle dottrine. Già Galeno voleva che le facoltà fossero in tutta la sostanza del cervello, mentre Avicenna e Averroè cercavano una localizzazione precisa, e ancora ai nostri giorni le due tendenze si fronteggiano. Le supplenze rivelate dalle ferite di guerra sembrano incontestabili. È vero che un autore serio come il dottor Piéron cercò di minimizzarne l'importanza, pensando che in molti casi le osservazioni non abbiano avuto sufficienti garanzie e portando in particolare un esempio, dove si credette che la materia cerebrale uscisse dalla scatola cranica per una ferita, mentre in realtà era proveniente da un ascesso (Le cerveau et la pensée, p. 54). Tuttavia si può ritenere eccessiva la riserva di questo specialista, poiché la testimonianza di numerosi chirurgi, di quelli la cui opinione nel caso ha maggior peso, è molto netta. Uno di essi, W. Dandy, tolse l'intero emisfero destro a un malato, che sopravvisse più di tre anni, senza presentare turbamenti psichici. Questo conferma la tesi della localizzazione larga, già professata da Von Monakov e Liepmann. Anche quando si tratta di zone della proiezione sensoriale, s'assiste talvolta a ricuperi funzionali, tanto che non si possono spiegare con una rigenerazione (d'altronde molto problematica) dei centri, e che deve avere la sua causa o in un'attività più grande dei neuroni rimasti intatti nella zona lesa, o soprattutto nell'intervento dell'altro emisfero, o infine nell'intervento di regioni sotto-corticali. Tanto più si potrebbe pensare a supplenze propriamente dette in favore delle funzioni del linguaggio e del pensiero simbolico.

Ancora una volta gli psichiatri offrono un elemento decisivo alla controversia: avviene che malati, di cui è indubitabile la profonda degenerazione emisferica, riprendano in breve l'integrità dei loro mezzi intellettuali. Anche se questa sorprendente risurrezione fosse avvenuta una volta sola e avesse durato solo un'ora, basterebbe a mettere in scacco la concezione rigida delle localizzazioni psichiche. Anche se ci attenessimo all'opinione rigida, i dati finora raccolti non darebbero luogo alla costruzione materialista, la cui dottrina ha la disgrazia di non aver ancora trovato un sufficiente punto d'appoggio in campo scientifico, e ogni volta che viene messa alle strette è obbligata a sfuggire appellandosi alla scienza dell'avvenire.

Quando i fatti siano ben determinabili, bisognerà poi interpretarli e soprattutto interpretarli correttamente. La solidarietà tra la coscienza e il cervello non viene negata da nessuno, ma importa conoscerne la natura. Già Daquin diceva molto bene: et Molte lesioni trovate nel cervello dei pazzi, non essendosi formate, secondo tutte le apparenze, che negli ultimi tempi della vita, presentano più gli effetti della malattia che la sua causa ".

L'Anima e il corpo secondo Bergson. - È merito di Bergson aver rimesso in onore questa distinzione e qualche altra ancora, in Matière et Mèmoire. Egli stesso riassunse la sostanza delle sue idee in una conferenza, sostanziosa e insieme piacevole, sull'Anima e il corpo. Egli diceva che solidarietà non è identità. Un chiodo regge un quadro: i due oggetti sono solidali, ma sarebbe assurdo concluderne che l'uno equivale l'altro. La verità è che il corpo è uno strumento d'azione sul mondo esteriore; il cervello è l'organo dell'attenzione alla vita e per esso percepiamo quello che è utile della realtà materiale, e a tal riguardo ci serve di schermo. D'altra parte ci permette d'inibire i nostri riflessi inferiori, di affinare il nostro comportamento, unificarlo, scegliere le nostre risposte. Si potrebbe paragonarlo a una centrale telefonica. Ma la coscienza è cosa diversa dal corpo ed è amplissimamente indipendente da esso. Smontando il ricevitore telefonico, non si trova il telefonista in persona. Sapere tutto quello che avviene nel cervello non significa conoscere tutto quello che accade nella coscienza corrispondente, ma solo quello che si può tradurre in movimenti. Allo stesso modo si può divinare qualcosa d'una sinfonia guardando la bacchetta del capo orchestra. Ma l'anima Ieggiera e inafferrabile della musica, die è l'essenziale, non passa evidentemente in questa traduzione parziale e imperfetta. La nostra vita interiore è vissuta ed è spirituale; e solo quello che di essa s'incarna nel corpo può essere visto.

Per provare questo Bergson studia il caso più favorevole alla tesi dei suoi avversari, l'afasia, e ne rovescia la concezione abituale al suo tempo. Infatti, secondo Bergson, il cervello non serve a conservare il passato (la comoda espressione dei " centri d'immagini " non ha senso per la psicologia) ma serve a evocare il passato, cioè ad agire, ad avviare i movimenti che rendono cosciente il ricordo. Nel corpo non si conservano stati d'animo, ma meccanismi montati, abitudini nervose. Questo spiega anche l'ordine della scomparsa delle parole nell'amnesia sistematica: i verbi, più vicini all'azione che non i sostantivi, resistono di più all'oblio e spesso accade che l'afasiaco, avendo sostituito con perifrasi la parola che credeva scomparsa, proprio questa parola fa improvvisamente entrare in una di queste perifrasi. Tutti questi indici ci conducono a una stessa conclusione: il puro ricordo persiste ma è smarrito " l'aggiustamento alla situazione, che deve venir assicurato dal meccanismo cerebrale. Più specialmente viene colpita la facoltà di rendere cosciente il ricordo tracciando in anticipo i movimenti con cui il ricordo, se fosse cosciente, si prolungherebbe in atto ". Il corpo ci offre un sistema espressivo, è volto verso l'azione; ma non è lo spirito, ed è assurdo immaginarsi che contenga lo spirito.

Quest'interpretazione, nelle sue grandi linee, è la più soddisfacente ed è rimasta in accordo con i nuovi dati della scienza. Dopo Cartesio la memoria era abbandonata ai biologi, ma ormai è restituita al suo destino spirituale, senza che vi sia bisogno di ricorrere all'espediente d'un parallelismo tra la serie organica e la serie cosciente, per salvare questa rispettando quella.

§ 3. - II determinismo.

Nello stesso tempo sfuma il prestigio del determinismo, perché è evidente che lo spirito supera il corpo, e che se la materia ha le sue leggi, non basta conoscerla per prevedere quello che sarà e che farà la coscienza.

La libertà dello spirito non è distrutta dalla scienza dei corpi. - II successo delle scienze naturali verso il 1880 aveva necessariamente fatto nascere la speranza che anche il campo spirituale si lasciasse sottomettere ai metodi che avevano permesso tanti progressi materiali. Si pensava che occorresse scegliere tra la credenza alla libertà e i risultati della scienza. La fisica sostiene che nelle medesime circostanze, i medesimi antecedenti sono seguiti dai medesimi conseguenti; ma credersi liberi non significa ammettere che siamo sempre a un bivio e che i fatti non sono legati l'uno all'altro? E come potrebbe l'io fare eccezione alla necessità universale? D'altra parte il principio della conservazione dell'energia sconfigge l'insopportabile e irrazionale pretesa dei partigiani della libertà. Infatti se nulla si perde e nulla si crea, i nostri atti non possono essere inizi assoluti e avere un'efficacia reale sulle cose.

La cieca fede degli scientisti nei loro principi non indietreggiava, come si vede, davanti a nessuna frontiera e a nessuna conseguenza. Ma il tempo s'incaricò di richiamare alla moderazione. Le spiegazioni chimiche, nervose, endocrine, ecc, della coscienza, crollarono regolarmente l'una dopo l'altra, schiacciate dalla complessità dei fatti e dal peso troppo grave cui erano sottoposte. Il determinismo psicofisiologico perdeva cosi le sue ragioni concrete d'esistenza. Quanto ai grandi principi teorici, cui ci si richiamava, Bergson ne limitava la portata. Valido per il mondo della materia, il principio della conservazione dell'energia postula sistemi chiusi di elementi supposti inerti, condizioni queste che non sono per nulla quelle della vita e tanto meno della coscienza. Se l'universo è una macchina, c'è gioco tra gl'ingranaggi e la nostra personalità, che sotto alcuni aspetti è certamente caratterizzata dalla passività dell'abitudine, è, sotto altri aspetti, lungi dall'essere automatica. Essa è invece per essenza qualità pura, novità imprevedibile; la si snatura quando le si applica una metafora quantitativa, che, d'altronde, è priva di qualsiasi senso preciso, essendo impossibile misurare e pesare uno stato d'animo.

Il principio di causalità scientifica, a sua volta, riposa sull'ipotesi die le circostanze restino rigorosamente identiche; ora nel mondo interiore la stessa causa non si può mai presentare due volte: Noi non avremo mai più la nosta anima di questa sera... Astraendo dalla causalità psìchica, togliendo ai nostri stati la loro durata, li trasformiamo in oggetti esteriori, spezzettati, spaziali, il che è completamente opposto alla loro vera natura e ce li rende incompresibil Boutroux, nel suo libro Della contingenza delle leggi della natura, andava forse ancor più lontano e negava il valore assoluto dei principi perfino per lo studio della natura. C'è una gerarchia di scienze, e se il fisico ha bisogno della meccanica, non può esserne dedotta... La breccia aperta da lui andò allargandosi, e oggi si discute, sull'indetenninismo in fisica. Bisognerebbe scegliere, ma non più tra la scienza e la credenza al libero arbitrio, bensì tra due possibili descrizioni dell'elemento intra-atomico, l'uno che sarebbe preciso e inesatto, l'altro che sarebbe esatto e impreciso. Diciamo almeno che dopo le attenuanti che ha ricevuto recentemente nelle scienze, lo schema deterministico non è pii veramente pericoloso per la nostra libertà.

La libertà non è soppressa nemmeno dalla scienza del carattere. Rimarrebbe un'ultima forma di dipendenza che lo spirito dovrebbe subire, cioè la dipendenza che lo sottopone a se stesso. Non siamo forse prigionieri della nostra natura spirituale, del carattere che ci definisce, della ragione che o fa agire? Qui l'obiezione è più profonda e presenta molti aspetti, nei quali non possiamo entrare dettagliatamente. Ma lungi dallo scartarla, possiamo accogliere quest'idea, a condizione di darle più precisione. È verissimo che non possiamo uscire dalla nostra essenza, ma questa è la nostra grandezza; è verissimo che noi si agisce da uomini, abbiamo uno scopo con dei motivi, e ci sottomettiamo a un ordine che viene percepito dal nostro intelletto; ma il motivo che ci fa agire acquista tutta la sua forza dopo che gli abbiamo prestato tutù la nostra attenzione: nell'atto con cui lo abbiamo contemplato e accolto, lo abbiamo anche promosso; il suo peso è tutù opera nostra; ha ricevuto l'impronta del nostro io, che ha modificato se stesso dandogli quell'impronta. Gli oggetti del nostro pensiero, quando li troviamo, sono suggestioni ancora sparse e mezzo estranee a noi; per farle nostre le giudichiamo, ma lo stesso giudizio, dove si accentua questa determinazione dell'oggetto, è un atto attraverso cui il soggetto si determina, e nel quale il soggetto collabora a sviluppare la propria soggettività. La nostra essenza non può uscire da sé, ma ha la legge di ratificare o smentire da se stessa fino a un certo punto. Se siamo ragionevoli, è necessario che siamo liberi, perché la ragione libera coloro che le si sottopongono; e quelli che la disprezzano lo fanno ancora liberamente, cioè sottomettendosi ai suoi principi, come si continua a vedere una luce che possiamo evitare solo andando indietro. Essa permette, e anche obbliga, di scegliere una via, e il suo dominio si estende a chi la fugge e a chi l'avvicina. La ragione conferisce la libertà; ma nemmeno le deviazioni della libertà possono rovesciare l'ordine che suscita e da la libertà rispettandola.

Essere deterministi significa non scorgere la viva e ricca complessità di questi orizzonti interiori, troncare d'un colpo il problema dell'azione, sopprimendo l'agente per conservare soltanto l'oggetto, quasi che vi sia ancora un oggetto quando s'è escluso il soggetto. Non stupisce che si scopra soltanto più una rivalità meccanica d'idee nella storia d'una decisione quando si comincia col ridurre la decisione a un atto impersonale, e coll'immaginare che i motivi fluttuino per l'aria e s'incontrino slegati nella coscienza. Non è possibile esprimere l'essenza della libertà in termini puramente " oggettivi ", e quindi la trascrizione deterministica è inesatta. Però, e per lo stesso motivo, la libertà non ha nulla da temere dalla conoscenza dei motivi che ci fanno agire. Ben lungi dall'essere proporzionale all'ignoranza delle cause, la coscienza della libertà s'approfondìsce in noi con l'ampiezza della deliberazione. Ci crediamo liberi, e lo siamo, in quanto non assomigliamo alla girandola che si volta ad ogni vento. Non ci sentiamo responsabili dei nostri impulsi oscuri, né degli atti die ci vengono strappati senz'esame; invece ammettiamo la paternità del gesto di cui abbiamo scrutato le ragioni, e solo questo è bene nostro.

CAPITOLO II. - LE INCOERENZE DELLA PERSONALITÀ

§ 1. - Il tema delle variazioni personali nella letteratura.

L'uomo succede a se stesso. - " Un uomo ineguale non è uno solo, ma è più uomini; egli si moltiplica tante volte quante egli ha nuovi gusti e differenti maniere; è a ogni momento ciò che non era prima e va ad essere ben presto ciò che non è mai stato: si succede a se stesso ". In queste poche righe La Bruyère tocca un enimma sconcertante, e l'ineguaglianza, che secondo lui costituisce il particolare di alcuni uomini, è forse caratteristica comune a tutti. Nulla di pia umano e di più tragico di quest'esperienza, per cui stentiamo a riconoscerci nel bambino che siamo stati. Cambiarne fatalmente e profondamente; qualche volta di colpo e con una sola crisi, il più spesso con insensibili slittamenti, che ci portano certamente molto lontani dal nostro punto di partenza. Come dunque si può accordare una consistenza reale alla persona? Essa non ha consistenza e stabilità che davanti allo stato civile; è forse una realtà giuridica, non certo una realtà morale. Questa grosso modo l'obiezione. Non siamo altro che polvere psichica e quindi è vano crederci capaci di fedeltà, è farci troppo onore darci una responsabilità o prometterci un'immortalità.

Ma l’uomo diviene quello che è. La conclusione però è affrettata. Le variazioni dell’io sono il tema ispiratore di metà dei romanzi e dei drammi del teatro; invece l’altra metà sfrutta il tema rigorosamente inverso: nella moltitudine degli episodi ci fa discernere l'unità indistruttibile del carattere, ci fa vedere la permanenza dell'anima essenziale o il suo ritorno dopo le peripezie più stravaganti. L'osservazione empirica ci offre dunque una testimonianza equivoca: ora con l'indemoniato del Vangelo ci fa dire: " Mi chiamo legione "; ora ci chiude in un destino intimo, da cui non possiamo evadere.

Il fatto è che i massimi capolavori della letteratura non ci presentano personalità in dissoluzione, ma tipi molto accentuati, di un rilievo indimenticabile. L'arte cerca di creare individualità solide. All'ombra del Mosè di Michelangelo, una pagina di Montaigne sul nostro essere ondeggiante e vario non ha più gran peso; ancor meno sostanza umana c'è nel protagonista del romanzo Cavès du Vatican di Àndrea Gide, che si diverte a cambiar volto, onde procurarsi nuove sensazioni: criminale oggi con la stessa inconsistenza che domani ne farà un essere fine e buono. Quest'arte non crea nulla, perché non va oltre la maschera superficiale della nostra natura. A questo riguardo il talento di molti scrittori ha contribuito a falsare la nostra conoscenza dell'uomo. Vorremmo meno analisi e più creazione, poiché il genio costruisce personalità, anziché ridurle a un polipaio d'impressioni.

Ciò che veramente cambia. - D'altronde nessuna osservazione permette di sopprimere l'unità e l'identità dell'io. Ciò che l'esperienza ci fa vedere i un'altra cosa: è il mutamento di valore subito dalla persona e non il mutamento del suo essere. Nella sua carne e nel suo spirito, nella sua dignità e nel suo merito, un uomo può ad ogni istante trovarsi in situazioni ben diverse; lo stesso suo essere diventa più o meno rispettabile, però non perde mai la sua natura, rimane quello che è; e questa continuità nascosta è la ragione che fa tragico e comico lo spettacolo della nostra natura, soppressa la quale non è più possibile alcuna opera d'arte.

Della tesi impressionistica dobbiamo ritenere che non siamo evidentemente unità bell'e fatte, ma soggetti ad influssi e capaci d'abitudini; e perfino il nostro carattere ha un margine di plasticità. Volenti o nolenti, noi ci facciamo in quanto viviamo, però in una esistenza irreversibile e all'interno di una prospettiva unica che è lo stesso nostro io. Nessuno lo può definire, nessuno né può dubitare, nessuno può liberarsene.

§ 2. - Le alterazioni patologiche della personalità.

I principali turbamenti osservati. - Richiamiamo alcuni esempi classici di turbamenti della personalità. Anzitutto i sentimenti di spersonalizzazione: il malato non ha più l'impressione di pensare o di volere, ma d'assistere allo svolgersi meccanico dei suoi atti. Tutto quanto percepisce gli è estraneo e ben presto gli sembra un sogno; si sente esaurito e incapace di continuare il suo lavoro; in certi casi di malinconia ha la coscienza di avere un corpo che scompare e di esistere solo nel mondo: il malato si crede condannato a una solitudine dolorosa, assoluta, eterna. Vi sono poi le cinestopatie: il malato non percepisce più il suo corpo in senso esatto e crede, per esempio, di avere un piede cavallino al posto della mano.

Ma le alterazioni più interessanti, quelle che in ogni modo hanno maggiormente attirato l'attenzione, sono gli sdoppiamenti di personalità. Felida, la malata del dottor Azam, nel suo primo personaggio è un essere serio, chiuso, lavoratore; nel secondo è espansiva e fantastica. In simili successioni, che sono i casi più frequenti, l'amnesia è unilaterale; una delle due coscienze conosce l'altra, ma ne è ignorata; spesso finisce col dominarla e soppiantarla e talvolta col fondersi a poco a poco con essa. Questi malati non parlano di se stessi in terza persona; non hanno coscienza d'una scissione intima; passano semplicemente attraverso fasi diverse. Invece la cliente del dottor Morton Prince, Miss Beauchamp, considerava i suoi stati anteriori come estranei a se stessa e negava che fossero identici. Era giunta cosi a organizzare in sé un gruppo di personalità distinte e rivali. Una avrebbe potuto chiamarsi la santa, l'altra la donna, la terza il demone. Questi personaggi all'occasione inveivano l'uno contro l'altro come in un dramma da teatro, e non avevano nulla di comune tra loro.

Talvolta non si assiste a un'alternanza, ma allo sdoppiamento simultaneo e cosciente, come avviene nei deliri della possessione, in cui il malato compie per legittima difesa atti che ritiene inetti o riprensibili, ma che dice realizzati da un'altra personalità impiantata in lui. Infine lo sdoppiamento spontaneo può essere incosciente, e la celebre Leonia del dottor Janet è divenuta il tipo più significativo. Eseguisce gli ordini che riceve in uno stato d'ipnosi, senza che l'io superiore se ne accorga; la sua personalità automatica scrive lettere in cui perfino la scrittura è irriconoscibile dall'io normale, che deciderà di strapparle. La sottopersonalità (quella che Janet indica col termine di subcosciente) dispone d'uno psichismo abbondante e ben costituito, ma sfugge completamente al controllo della sintesi mentale. Essa fa pensare a un principe feudale che conquista tutto il paese mentre il re è stanco e distratto.

Riabilitazione della persona nella psichiatria contemporanea. – Per spiegare questi fatti furono escogitate varie teorie, quella neurologica, quella associazionista, quella sociologista, ecc, ma ben presto si constatò la loro insufficienza, sicché oggi assistiamo ad una riabilitazione della persona in psichiatria. Già prima della guerra del 1914 aveva proclamato questo lo psichiatra M. Mignard notando che " c'è uno stretto legame tra la nozione di spontaneità e quella del soggetto psicologico, come tra la nozione di necessità e quella d'oggetti esteriori ". La malattia accresce il sentimento di passività e perciò il paziente attribuisce volentieri le determinazioni da cui è invaso a una causa estranea, donde i sentimenti di spersonalizzazione, il delirio d'influsso o di possessione, il mondo d'allucinazioni che si costruisce; di qui, infine, i pretesi sdoppiamenti della personalità o liberazione d'automatismi organici, che reagiscono sulla coscienza e inducono in essa sentimenti vari, ma che non provocano mai una rottura propriamente detta dell'io profondo, " Non abbiamo mai trovato una reale frantumazione dell'unità di coscienza in sistemi veramente e totalmente isolati ". E sentenzia molto severamente: " Le pretese seconde personalità degl'isterici, apparentemente sviluppate in soggetti pitiatici e suggestionabili, anche quando questi non sono affatto sospettabili di simulazione più o meno cosciente, non possono avere nessun valore probativo, perché niente d'analogo avviene in perturbamenti mentali assai più gravi, in cui dovrebbe apparire una dissociazione molto più netta ".

Lo stesso accento troviamo in un autore tedesco, T. K. Oesterreich: " L'io non è composto da rappresentazioni, da sentimenti, da atti della volontà, ecc ma esso ha questi diversi stati ". Basati su questa distinzione dell'essere e dell'avere, bisogna dunque cessare di confondere grossolanamente l'io, il principio della soggettività, con gli atti o strutture personali che esso forma. Ancora più siamo distinti dal contenuto oggettivo delle nostre conoscenze offerte dal mondo esteriore. L'edificio personale ha una configurazione variabile, ma il suo nucleo profondo è immutabile. Pertanto le personalità alternanti interessano solo il gioco della memoria e delle tendenze: gli sdoppiamenti simultanei manifestano solo l'esistenza del subcosciente. Le spiegazioni fisiologiche di questi turbamenti sono insufficienti, perché talora i fenomeni automatici formano un insieme coerente e sensato; ma quand'anche l'io s'esprimesse in qualche modo su due piani di coscienza opposti, si tratterebbe d'una struttura anormale delle sue operazioni, non già di una frattura del soggetto stesso.

Allargando queste conclusioni, vorremmo poter citare abbondantemente i lavori del dottor Baruk sulla possibile persistenza della personalità profonda negli alienati, che apparentemente è del tutto scomparsa, perché le facoltà d'espressione e di controllo sono naufragate; ma " molto spesso le apparenze ingannano, e se ci fermassimo a un'osservazione troppo superficiale, e soprattutto non abbastanza prolungata, potremmo credere si tratti d'un malato completamente incosciente ed estraneo a tutto ciò che lo circonda. Ma spesso, proprio quando meno ce lo aspettiamo, una reazione, una parola, come uno sprazzo di luce nel cuor della notte, attesta bruscamente che le più alte manifestazioni spirituali non sono estinte e che l'alienato, il demente, resta veramente uomo ". Queste parole fanno eco a quelle di Esquirol, che prudentemente parlava già d'una " sospensione delle facoltà " nella follia, e non d'una soppressione o d'una distruzione. Ci viene in mente anche la bella pagina d'un maestro più recente, Kretschmer, che paragonava la coscienza morbida alle ville romane con gli scuri abbassati, ma dietro la cui facciata s'agita ancora tutto un mondo.

CAPITOLO III. - LE INTERRUZIONI DELLA CORRENTE PSICHICA.

Le discontinuità temporanee. - Le constatiamo nel sonno, nell'anestesia, nelle sincopi. Specialmente nell'anestesia avviene che l'io conservi fino all'ultimo la coscienza del crollo che lo sta incalzando; poi improvvisamente il mondo cade nel buio con esso. Il cosiddetto universo in realtà è una costruzione intellettuale molto diversa dal nostro mondo sensibile, che è solidale con la coscienza che ne abbiamo ed è precario come lo è essa. Fino a che punto questa esperienza ci presenta una rottura della nostra vita intima? È diffìcile precisarlo. Forse lo psichismo non è mai annientato o sospeso, ma ad ogni istante perde-il ricordo di se stesso in una specie di sonnambulismo. Comunque, esso rinasce,, ed è ciò che più importa. L'interruzione non ci priva di nessuna possibilità di continuare e di prolungare la nostra vita anteriore. La coscienza, che aveva assistito alla propria estinzione, nel risveglio si ritrova intatta. La diminuzione che ha attraversato e di cui aveva sentito la venuta, non l'ha quindi toccata intrinsecamente. Cosi nelle crisi epilettiche può darsi che il contenuto mentale si vuoti di colpo; il soggetto compie solo azioni spiegabili con l'automatismo e di cui non conserverà nessun ricordo. Ma la vita normale della coscienza riprenderà proprio dov'era rimasta. Ci fu un intervallo, non un annientamento. Che cos'è avvenuto nel tunnel? Forse nulla; forse qualcosa che ci sfugge, per il fatto di trovarsi a un basso livello d'attenzione. Per lo spirito un ristagno completo è sinonimo fatale d'un arresto dell'appercezione. "Dormire significa disinteressarsi ", disse Bergson, non essere soppressi. L'attenzione cede, ma nel momento in cui cede, per esempio nel dormiveglia, non abbiamo forse il sentimento molto netto d'affondarci in una corrente di pensiero che continua, anche se non possiamo seguirla? Svegliandoci ci sentiamo emergere da un pensiero, che ci precede. Quindi la nostra esperienza di noi stessi non è mai un inizio o un termine assoluto, ma un episodio che si stacca sopra un fondo oscuro con graduazione indecisa.

La morte. - Invece la morte è un'interruzione. Ma quale morte? Quella degli altri, l'unica di cui abbiamo l'esperienza. Della nostra ignoriamo tutto" anche se qualche grave malattia ci ha permesso di vederla da vicino. Un'agonia da cui ci si riprende non è una morte. Per questo il suo meccanismo ci è ignoto.

F. Le Dantec ci fa sperare che la morte non sarà molto penosa, perché la perdita della coordinazione decomporrà la coscienza in isolotti effìmeri, che si divideranno il fardello complessivo del dolore. L'ipotesi è ingegnosa è, in un certo senso, è esattamente opposta a quella del Cardinal Newman, che nel suo 11 sogno di Geronzio ci fa assistere al raccogliersi progressivo del nostro essere spirituale attraverso gli orrori e il delirio anche degli ultimi istanti. La dottrina di Le Dantec è meno positiva di quanto sembri, perché pone aprioristicamente oggetti fisici tra l'io e la coordinazione. In ognuna delle personalità effimere in cui egli crede che ci si scomponga progressivamente, non ci sarà forse tutta quanta la soggettività? L'io non è un grado psichico, né consiste in un ammasso più o meno considerevole di elementi. Il cogito o è o non è; se è, è senz'altro totale, per quanto siano povere le sensazioni e le idee in cui si muove.

È certamente meglio lasciar da parte anticipazioni che non si possono comprovare, e ragionare sulla portata oggettiva dei fatti che constatiamo. La morte impone l'idea d'uno spostamento dell'io. Per noi significa l'assenza definitiva quaggiù degli esseri che abbiamo conosciuto, tanto da suggerire facilmente l'idea d'un annientamento. Ma non è certo cosi. Infatti, notavamo più sopra, le funzioni mentali non hanno il corpo come loro causa, ma solo come condizione; il loro stesso esercizio sfugge a questa dipendenza in più d'un caso: la memoria, secondo Bergson, è largamente indipendente dal cervello e anche solo per questo la psicologia sperimentale rende più probabile la prospettiva d'una nostra sopravvivenza che d'un'estinzione del nostro spirito. Inoltre l'idea d'una estinzione completa, nonostante le apparenze, è assolutamente inintelligibile. In noi c'è una ragione che, con il suo atto, ad ogni istante involge qualcosa di eterno. Supporre che l'atto del pensiero possa svanire, equivale a segare il ramo su cui riposa il mondo sensibile. È impensabile che il pensiero sia caduco. Ciò che in noi partecipa a questo pensiero assoluto è la coscienza intellettuale, ed essa non può morire. Ciò che è spirituale non muore. Non si tratta quindi di sapere se dopo la morte sussista qualcosa della nostra vita psichica (il che è evidente), ma di discernere quello che è durevole in noi e quello che è votato a scomparire.

La morte crisi di crescita spirituale. - Pertanto ci si chiederà che cosa possa restare della nostra presente personalità nell'ambiente nuovo e definitivo dove c'introdurrà la morte. Se quasi non riusciamo più a riconoscere un convertito dopo il sovvertimento interiore che ha vissuto, quanto più non cambieremo noi a contatto con l'Assoluto! La morte è la porta della vita, ma è anche una crisi di crescenza e l'abbandono delle meschinità che ci occupano e ci preoccupano su questo pianeta. Il volto antico e quello nuovo che cosa avranno in comune? In questa riflessione vi è certamente una parte d'austera e incontestabile verità. Morire non è un fatto che ci lasci allo stesso piano di quaggiù, non è semplicemente un cambiare di abitazione, ma significa essere fissati in un nuovo stato. Il ritorno a Dio, anzi in Dio, anche se accompagnato da certi abbandoni psichici, non può cancellare i lineamenti della personali stessa. L'io abbozzato nell'ombra spessa e fertile della natura non può che personificarsi maggiormente in uno sviluppo infinito, come prova il fatto che le coscienze più ricche sono proprio quelle che custodiscono meglio la loro impronta nella moltitudine delle determinazioni che hanno dovuto percorrere e che potrebbero ancora incontrare. Il genio (e più ancora la santità) è avvicinamento a Dio, e non sfigura; esso rivela al contrario nelle sue acquisizioni una identità iniziale e dapprima inavvertita. Se la morte scompone e annulla le bagatelle dell'individualità transitoria, nell'analisi psicologica noi abbiamo quindi già delle garanzie per stimare che essa condenserà e purificherà gli atti della persona, come le particene d'oro lasciano la ganga d'un minerale.

PARTE SECONDA - IL MATERIALISMO NELLE SCIENZE STORICO-SOCIALI.

CAPITOLO I. - IL MATEIUALISMO NELLA STORIA

Assimilazione del metodo storico con quello naturalistico. -Prima dell'epoca moderna la storia non ha guari dato luogo a un'interpretazione sistematicamente materialista. Malgrado alcuni chiassosi tentativi, la marea irreligiosa non è salita da questa parte. Sotto l'influsso di A. Comte si potè certo confondere il metodo delle scienze dello spirito con quello delle scienze della natura. Cosi, ad esempio, Durkheim rimane prigioniero di questa mentalità quando dichiara che bisogna osservare i fatti sociali come cose. E più d'una volta gli storici della religione, cedendo inconsapevolmente a questo postulato, cominciarono ad escludere dalla loro ricerca ciò che sarebbe stato loro indispensabile per cogliere meglio l'oggetto da studiare. E così facendo credevano di essere imparziali! Ma questa nozione dell'imparzialità è decisamente troppo semplicista: lo spirito umano non è la materia fisica. Per scoprirne le leggi e ritrovarne la vita non ci possiamo limitare all'osservazione esteriore, ma occorre mettere qualcosa di se stessi nell'oggetto da esaminare. Come scriveva vigorosamente il filosofo inglese Bradley già nel 1874, non c'è storia senz'idea preconcepita e non si possono assolutamente stabilire i fatti separati dalla loro comprensione. Poco dopo il tedesco Dilthey sostenne decisamente quest'originalità delle scienze dello spirito. Per lui l'uomo è conoscibile solo attraverso la storia, la quale non si ripete. La storia riguarda l'individualità, ma non solo quella dei grandi uomini, bensì anche quella dei gruppi di civiltà. Ogni individualità è una vita finalizzata che costruisce liberamente la sua legge; legare queste strutture in un sistema è cosa legittima, ma per esprimere un valore e un rapporto vissuto, non per riposare l'intelletto in un'illusoria spiegazione meccanica, quasi si tratti d'elementi inerti In realtà è difficile credere che autori seri abbiano mai voluto dare un'interpretazione strettamente naturalistica della storia. Insistendo sul clima, l'abitazione, il nutrimento e ogni altra causa materiale, poterono gettare una luce interessante su fatti molto vasti; ma le loro conclusioni hanno la portata della frase di Pascal sul naso di Cleopatra. Ordinariamente l'intendevano proprio cosi. Un saggio brillante di E. Demolins, per esempio, analizza come a la via crea il tipo sociale " e rifa molto frettolosamente la storia del mondo su questo semplice dato, mostrando quanto la steppa, la montagna, il mare dovevano comportare in fatto d'istituzioni politiche e anche di concezioni morali differenti. Però l'autore non pretese mai spiegare il fenomeno umano ossia tutta la storia con un gruppo di fattori geografici, ma sostanzialmente s'accontentò di commentare, senza saperlo, una frase sfuggita a Hegel e che si sarebbe tentati d'attribuire a Proudhomme: e Se ci fossero ancora state le foreste della Germania, non sarebbe avvenuta la Rivoluzione francese ".

Il materialismo storico in Carlo Marx. - Tuttavia abbiamo in questo campo un celebre esempio d'intransigenza e di unilateralità: quello di Carlo Marx. Il materialismo storico ha finito con l'indicare soltanto più la sua dottrina. Perciò ci fermeremo maggiormente su di essa, astraendo dai suoi aspetti politici, che qui non interessano, e attenendoci solo all'aspetto filosofico (1).

Secondo Hegel l'evoluzione del mondo è lo sviluppo spontaneo dell'idea assoluta; Marx conserva l'elemento evolutivo, la dialettica del divenire, ma invece di sospendere la storia al pensiero, egli pretende poggiarla sul coincidere della natura e dell'attività umana e con tale ritorno alla realtà capovolge la dialettica del maestro. Per Marx il corso della storia è dominato in prima linea non già da esigenze ideali o spirituali, ma da bisogni economici. " 11 modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza ". Cosi le condizioni tecniche della produzione industriale sono una specie di a infrastruttura " o struttura base che spiega i costumi e le idee in una data società. Col mulino a braccia si avrebbero degli schiavi; con quello a vapore si avrà il proletariato.

La " sovrastruttura " non è però inerte, e Marx si scaglia vivacemente contro le teorie del secolo XVIII che tennero conto soltanto dell'oggetto e dimenticarono il soggetto. " La dottrina materialista, secondo la quale gli uomini sono il prodotto delle circostanze e dell'educazione, dimentica che le circostanze sono precisamente modificate dagli uomini e che lo stesso educatore ha bisogno di venir educato ". La produttività materiale crea i rapporti sociali, i quali creano le categorie ideali e queste, a loro volta, divengono un fatto essenziale dell'evoluzione generale. Ma quando sono giunte al loro pieno sviluppo, le forze economiche si trovano in contraddizione con la sovrastruttura die avevano contribuito a suscitare, e allora scoppiano necessariamente le crisi sociali e si trasforma l'intero edificio. Nessuna ideologia è eterna, ma tutte crescono e muoiono per conseguenza della fatalità economica.

Il materialismo, equivoco nello stesso Marx, diviene oltranzista nei suoi discepoli. - Marx ed Engels applicarono questo schema al capitalismo del loro tempo e anche ai grandi periodi del passato, per esempio alle rivoluzioni del 1848 e del 1789, in cui vedevano la vittoria d'una nuova forma di società, quella borghese, sul provincialismo della proprietà feudale, I loro discepoli, furono particolarmente intrepidi in questo senso: Labriola da una spiegazione economica del cristianesimo, e Giorgio Sorel l'ha pure tentata con maggior eclettismo; Prokrovski scelse la rivoluzione del 1848 in Francia, le relazioni russo-turche, la guerra del 1914... In tutta questa letteratura il lettore è colpito soprattutto dal carattere approssimativo dell'analisi. Molte pagine s'appellano solo a spiegazioni psicologiche e potrebbero servire facilmente a dimostrare una tesi completamente opposta.

(1) II materialismo, dialettico e storico, costituisce la filosofia della dottrina comunista. " Questa dottrina, scrive Pio XI nella Divini Redemptoris, insegna non esserci che una sola realtà, la materia, con le sue forze cieche, la quale evolvendosi diventa pianta, animale uomo. Anche la società umana non è altro che un'apparenza e una forma della materia che si evolve nel detto modo, e per ineluttabile necessità tende, in un perpetuo conflitto delle forze, versa la sintesi finale : una società senza classi. In tale dottrinai com'è evidente, non vi è posto per l'idea di Dio, non esiste differenza tra spirito e materia, né tra anima e corpo ; non si da sopravvivenza dell'anima dopo morte, e quindi nessuna speranza in una altra vita ". Il materialismo dialettico designa la visione generale del mondo, quello storico l'applicazione particolare di tale visione al campo della vita umana ossia della storia.

Quando sorge un imbarazzo, si ricorre a un altro pezzo dell'armamentario marxista: la lotta di classe, il concentramento delle imprese, ecc... L'indecisione riguarda perfino i principi. La nozione d'infrastruttura è confusa, a Ora sembra che Marx per infrastruttura intenda la pura tecnica della produzione (vapore, elettricità), ora vede l'infrastruttura come la forma che riveste l'organismo produttivo (impresa), ora infine, con la nozione d'infrastruttura, pare indichi il carattere dei rapporti sociali (salariato, proprietà privata). Per Marx c'è una sola infrastruttura, oppure la struttura del mondo è disposta a ripiani molteplici, potendo lo spirito umano essere per esempio l'infrastruttura di Dio e nello stesso tempo la sovrastruttura del regime economico? " (D. Villey).

Ci possiamo domandare specialmente fino a che punto un " materialismo dialettico " non sia una contraddizione, come un circolo quadrato. Engels ci parla di innumerevoli forze eterogenee che agiscono incessantemente: " Quello che ognuna di queste forze vuole, è impedito da tutte le altre. La risultante della loro azione combinata è una cosa che nessuna di esse ha voluto " (Lettera del 1890). " L'evoluzione politica, giuridica, filosofica, religiosa, letteraria, artistica, ecc, è basata sull'evoluzione economica; però tutte quante reagiscono l'una sull'altra e sulla base economica " (Lettera del 1895). Tutto ciò è dialettica, non materialismo. E materia e dialettica, secondo una felice espressione di N. Loskiy, si separano l'una dall'altra et come acqua e olio ". Il materialismo dialettico vuole conciliare l'inconciliabile, ma giunge, in conclusione, a sovvertire radicalmente il concetto di materia e ad intenderla quale realtà dotata di forze spirituali, anzi addirittura divine e creatrici (Cfr. E. C. Vili, 376).

Nella reazione materialistica c'era indubbiamente qualcosa di legittimo, perché, contro un idealismo borghese, spesso ipocrita, teneva conto del fatto che gli uomini, prima di fare della filosofia e anche della politica, devono provvedere ai loro bisogni materiali; alla storia disincarnata o pettegola dei professori, sostituiva un metodo più realista, capace d'entusiasmare i giovani ricercatori ed è innegabile che l'uomo moderno, cosi spoglio di spiritualità, si riduce troppo spesso a una quota-parte di produzione e di consumo, e in questo il marxismo descriveva ammirabilmente quello che vedeva... Ma esso è più che una protesta, pretende d'essere una filosofia e pertanto lo spirito di sistema ne guasta tutte le promesse. " Si ha sempre l'impressione, dice H. Sée, d'aver di fronte una teoria aprioristica, che dirige tutta la manovra ".

In che senso la storia umana supera l'economia. - Quanti fatti sarebbero eliminati o falsati, se guardati da un punto di vista puramente economico! J. Bruhnes osserva: k II Giappone è un paese meravigliosamente adatto per l'allevamento, e intanto vi si trova solo una piccola coltura a giardino, perché i Giapponesi, davanti a una natura che proponeva loro una soluzione, ne scelsero un'altra ". Questo rilievo concernente il fattore geografico, può essere trasferito qui ove trattiamo d'un'altra componente dell'evoluzione umana, cioè del lavoro. La rappresentazione del mondo non è d'origine puramente economica, avendo la sua relativa autonomia ed esercitando a sua volta un profondo influsso sui fatti. La Rùssia di Caterina II e gli Stati Uniti del secolo XVIII, benché siano entrambi paesi forestali e agricoli, non s'assomigliano solo, come crede il marxista, perché il loro passato tecnico è diverso, ma anche perché la psicologia degli abitanti ha ben poco di comune e perché, ad esempio, il mujik d'allora è un cristiano ortodosso, mentre il colono americano è calvinista. È il fattore religioso che ha spinto la nave dei Pilgrim Fathers ed è solo un esilio dello stesso genere che può spiegare la presenza sorprendente dopo il Medioevo d'una popolazione araba di trentamila persone sull'altopiano calcareo di Moab, in pieno deserto pietroso... Purtroppo certuni trovano tanto più gloria a negare una cosa, quanto più questa è evidente.

Paolo Bureau racconta che, incaricato di fare un'inchiesta nei paesi scandinavi, viaggiando sul battello per la Norvegia stava riflettendo sul miglior metodo per scrivere una monografia veramente scientifica dei gruppi umani, e ci confessa che la sua meditazione lo portava sempre alla conclusione di dover ammettere fermamente tre punti di vista. Prima di tutto occorreva esaminare il luogo o ambiente geografico dell'esistenza; poi il lavoro, con tutti gli aspetti materiali, intellettuali, e giuridici che esso comporta; infine la rappresentazione della vita nella popolazione da studiare. Ognuno di questi piani di ricerca influisce sugli altri due e l'inchiesta ne soffre quando si subordinasse l'uno all'altro. Crediamo che Paolo Bureau avesse ragione e che le scienze sociali esigano questa varietà. Anche noi considereremo le tre componenti di cui parla, come un minimo di pluralità metodica.

Chi non conosce quelle opere, in realtà poco convincenti, che vogliono spiegare tutto con una visuale ristretta e unilaterale? Vi sono storie dell'arte, ad esempio, che spesso spiegano una grande opera con un'atmosfera di scuola o dell'epoca. È l'estetica sociologista, ma, in tal caso, dopo aver detto tutte le verità possibili, non si avrà ancora mostrato nulla d'essenziale. Infatti sarebbe stato necessario penetrare la personalità stessa dell'artista, e quello che ha di unico, il che è più difficile. Ed è cosi in tutte le ricerche storiche. La parzialità più pericolosa è quella che ignora se stessa e che tratta di tutto, credendo di non omettere nulla. Il materialismo storico merita spesso questo rimprovero, che del resto non è l'unico.

CAPITOLO II - IL DETERMINISMO SOCIALE

Le varie forme dell'obiezione. - Benché Engels abbia caratterizzato in modo misterioso la futura società come " un salto dalla necessità nella libertà ", la dottrina di Marx insegna un determinismo ferreo. Nell'antichità il materialismo d'un Epicuro era una filosofia della contingenza e oggi pare si attenui di nuovo il legame tra la nozione di materia e quella di legge. D'altronde è concepibile che un sociologo o uno storico non siano per nulla tentati dal materialismo e che tuttavia privino l'individuo umano d'ogni libertà.

Certo, in questo caso, egli andrà oltre quanto si richiede per la spiegazione dei fatti, ma non possiamo negargli il diritto di credere a un orientamento necessario del divenire umano. Ogni riflessione profonda vuole una coesione d'insieme; Bossuet scopre un'unità nella storia, perché crede a una Provvidenza; Hegel ci vede il dramma d'un Pensiero sovrano. Senza salire così in alto, la scienza positiva sarà d'accordo con loro per evitare di ricorrere troppo pigramente al caso; in mancanza di leggi, si scopriranno almeno alcune cause.

L'uso delle statistiche in sociologia ha fatto nascere un nuovo metodo con qualche speranza e anche qualche timore. Considerati in grande numero, gli atti umani hanno una costanza di cui non si dubita nemmeno. Secondo Quételet, ogni anno il Belgio paga più regolarmente il suo tributo al matrimonio che alla morte. Che cosa diviene l'autonomia delle nostre decisioni in queste condizioni?

Le costanti sociali non distraggono la possibilità delle azioni libere. -

Diamo almeno una breve risposta. Il calcolo delle probabilità porta su in complesso, lasciando nell'oscurità la natura del caso individuale che non riallaccia a nessuna causa particolare, e appunto per questo fu detto che esso è una sistemazione della nostra ignoranza. D'altra parte il poter prevedere certi nostri atti, non ci toglie la libertà; l'abitudine, che non è tutto noi stessi, è una fonte di regolarità. Le condizioni d'esistenza, con la loro stessa stabilità, offrono alla nostra riflessione e al nostro volere il mezzo per esercitarsi, poiché affermiamo la nostra autonomia non nell'incocrenza e nel capriccio, ma tenendo conto di ciò che è, e ponendo una continuità nei nostri atti. Prevedere che un uomo si siederà nel suo ufficio, che stasera mangerà eco, non toglie nulla alla sua libertà; perché allora questa dovrebbe soffrirne se io prevedo che la maggior parte dei giovani sceglierà un mestiere, si sposerà e compirà i diversi atti della vita sociale?

La personalità in sé è inaccessibile alle statistiche, le quali studiano la quantità e ignorano le qualità. Possiamo forse prevedere il numero degli italiani medi e di quelli eccezionali, ma come sapere che in quest'ultima categoria si possa trovare l'intelligenza d'un S. Tommaso, d'un Leonardo? Come sapere che cosa sono in se stessi questi geni? E tuttavia possono essere il punto d'origine d'un nuovo stato intellettuale della collettività storica cui appartengono. Ma tutto ciò non ci sarà mai detto dal calcolo. È almeno sicuro che il calcolo ci dice il numero esatto degli atti? La regolarità delle cifre annue dei crimini, per Quételet, non prova che essi in realtà sono sempre cosi numerosi e sempre identici, ma solo che le ragioni sociali di svelare certi processi e di reprimerli sono rimaste costanti. Infine le statistiche hanno valore solo in una data situazione. Se mutano gli elementi del problema, si deve ricominciare. Io posso prevedere la ripartizione dei punti di caduta d'uno spillo sopra un foglio di carta, ma se un colpo di vento porta via il foglio o lo sposta, il mio calcolo è annullato. E in tutta questa discussione abbiamo supposto molto rigorosamente che i mezzi sociali siano molto precisi, mentre sono ancor molto lontani dall'esserlo, se pure vi giungeranno mai.

CONCLUSIONE

Un'apoteosi proveniente da una confusione. - II materialismo stretto è insostenibile e non ha più partigiani, perché.il mondo nel suo insieme non è un meccanismo, e nessuno più pensa a trarre dalle più semplici leggi della materia tutto l'ordine dello spirito, quasi che l'esistenza non avesse le sue complessità, i suoi livelli, le sue " emergenze ". Per essere materialisti si deve necessariamente dotare la materia di qualità nuove e occulte: è un'energia e vi si mette dentro tutto quello di cui si avrà bisogno. Per questo Marx la fa non solo vivente, ma ragionante, cioè " dialettica ". Ma se si danno alla materia tutte le prerogative del pensiero, la discussione diventa un puro verbalismo. Sarà bene rileggere l'avvertimento di Kant: a La possibilità d'una materia vivente non è nemmeno pensabile; il suo concetto involge una contraddizione, perché l'assenza di vita, l'inerzia, è il carattere essenziale della materia ".

È vero che il concetto scientifico di materia non è più quello di Cartesio e di Kant: la teoria dei quanta e i progressi della fisica atomica hanno profondamente modificato le nostre vedute sulla natura delle particelle elementari. Carlo Marx presentì certo genialmente la discontinuità delle cose, che si trasformano con salti bruschi; ma se per questa ragione e per qualche altra ancora è definitivamente tramontato un certo modo di opporre la materia alla vita o allo psichismo, non ne segue che si possano far uscire dalla natura elementare tutti i gradi dell'essere e tutti i valori, senza un equivoco mortale. Vi si è provato Lenin in un duello gigantesco con Hegel, e alla fine del suo libro sull'Empiriocriticismo il suo imbarazzo è tale che ci si chiede se il " processo dialettico ", tutto cosparso di leggi provvidenziali e diretto alla promozione degli spiriti, si distingua ancora dall'idea hegeliana. La materia è diventata Dio. Ma si può divinizzare impunemente la materia? Non cessa allora d'essere quello che era in principio e che tutti sanno bene essere? La sua apoteosi non è forse una pomposa confusione? A questo riguardo bisogna citare la boutade di Saurat, fatte tutte le riserve sulla sua impertinenza: a Si è finito col comprendere che i materialisti non sono atei: avevano un Dio, chiamato materia, ma un Dio minus habens, cieco, sordo, incosciente e che pertanto, così handicappato, doveva fare il lavoro cui gli dèi, anche i meglio equipaggiati, sembravano ancora un po' insufficienti. Io credo di poter dire che tra gli spiriti colti d'oggi il materialismo non esista più. Vi sono molti spiriti che si dicono materialisti, ma senza avervi ben riflettuto, come molti altri si dicono cattolici, pur ignorando la loro religione ".

Realismo e trascendenza spirituale. - Così i pensatori che conservano simpatia per questo sistema, evitano le precisazioni, quando viene il momento di professare la loro fede. Tra costoro è H. Wallon, che dichiara: "La materia è quanto esiste; essa è movimento o, meglio, azioni reciproche, e se ne può dare solo questa definizione generale a (A la lumière du Marxisme, voi. II, Parigi. 1937, p. 12). Questo è molto comodo. La materia è non importa che cosa. Insomma la sola determinazione precisa che conserva la parola è questa: la coscienza è preceduta dalla natura e s'appoggia su di essa; il pensiero sboccia in un mondo che gli è anteriore e che non pensa ancora; ma questo è soltanto realismo. Wallon parla quasi come un discepolo di S. Tommaso. Perché poi non riconoscere che se il pensiero dipende dalle cose, a sua volta le condiziona, e in qualche modo finisce col precederle, perché concepisce l'universale e il necessario? Resta allora da aprire gli occhi a un condizionamento dall'alto, non meno reale, non meno solido del condizionamento dal basso.

Il materialismo, che ormai sarebbe meglio chiamare naturalismo, rifiuta questo gesto e si ferma a una semirifiessione. Esso è stato costretto a lasciarsi introdurre in seno un germe di dissoluzione mortale, ma tenta poi di salvarsi chiudendosi ad ogni trascendenza. Esso intrawede l'ordine dei valori e delle visuali eterne, cui però rifiuta aprioristicamente ogni consistenza: ai suoi occhi non sono altro che una fioritura delicata e sterile dell'humus naturale. Perciò il materialismo è meno una metafisica che un atto di scoraggiamento, ed è il tipo della filosofia chiusa. Nella sua nuova forma non può più spiegare indefinitamente il superiore con l'inferiore, ma s'allontana il più possibile dal superiore. Si può combatterlo denunciandone l'imprecisione e la tendenza costante al doppio gioco, ma la migliore confutazione è ancora la più semplice ed è che lo spirito prenda coscienza di se stesso e cancelli il sistema dal novero delle metafisiche, riportandolo a quello che non avrebbe mai dovuto cessare di essere: non una filosofia, ma un'ipotesi di lavoro, utile fino a un certo punto, nelle scienze della natura; non una dottrina, ma un metodo e, alle volte, purtroppo, un atteggiamento di vita.

M. N.

BIBLIOGRAFIA.

- 1. Scienze psicologiche. A. Gemelli - G. Zunini, Introduzione alla psicologia, 2 ed., Vita e Pensiero, Milano 1952. Esposizione d'insieme più completa che s'abbia in Italia. G. Zonini, Psicologia. Scuole di psicologia moderna, 2 ed., Morcelliana, Broscia 1950. M. Pradines, Traile de psicologie, voli. 3, P.U.F., Paris 1946. Non sembra che attualmente in Italia la psicologia sia infetta di materialismo, eccettuate alcune pubblicazioni di psicanalisi. Sulla psicanalisi si veda G. Nuttin, Psicanalisi e personalità, Ed. Pao-line, Alba 1953, ove si trova pure una ricca bibliografia ragionata sull'argomento. Inoltre A. Gemelli, La psicanalisi, oggi, Vita e Pensiero, Milano 1953. Il volumetto commenta pure l'importante discorso di Pio XII ai cultori di psichiatria (15 aprile 1953). Questo discorso è riportato nell'Appendice del presente volume alle pp. 1275-1280

2. Scienze storico-sociali. B. Magnino, Sociologia, Morcelliana, Brescia 1953. G. A. Wetter, Il materialismo dialettico sovietico, Einaudi, Torino 1948. Libro fondamentale. Lo stesso autore ha redatto le voci: Materialismo dialettico e Materialismo storico della E.C., Vili, 366-386. In Italia, particolarmente ad opera di B. Croce, il materialismo storico fu interpretato non come una concezione metafisica, ma semplicemente come un canone per approfondire in un determinato senso l'analisi della vita sociale.