tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Grazie
Signore Gesù, perché vuoi guarire
coloro che non ti riconoscono nella mente
umana e nei suoi processi, nei quali tu risplendi
in modo sommo. Grazie Signore Gesù,
perchè vuoi guarire coloro che credono
nei falsi profeti atei, positivisti, scientisti.
Grazie Signore Gesù, perchè
vuoi guarire coloro che pur immersi nello
studio e dunque chiamati a dover manifestare
la tua sapienza si sono lasciati piegare dalla
malattia dello scientismo, specie in psicologia
e psichiatria e hanno dubitato di te o ti
hanno abbandonato o non sono giunti a conoscerti.
Grazie Signore Gesù, perchè
vuoi donarci luce per aiutare costoro a guarire
profondamente.
Queste
scienze hanno un oggetto distinto da quello
della teologia; sono legittimamente autonome
e non è compito dell'apologetica occuparsene
direttamente, come non è compito delle
scienze della natura. Però talvolta
anch'esse sono state rivolte contro la religione.
L'assalto più violento e, in certo
senso, unico, è quello del materialismo.
Pertanto questo capitolo sarà soprattutto
difensivo. Nostro compito è quello
di rivendicare, in nome della ragione, i diritti
dello spirito contro i suoi negatori. È
un lavoro certo poco attraente, ma nondimeno
indispensabile.
La
storia registra molte ondate di materialismo;
ma appare subito che nel corso dei secoli
e nelle molteplici scuole le stesse parole
furono lungi dall'indicare una stessa realtà.
La materia era per gli antichi ora un elemento
cosmico, ora il principio metafisico del divenire;
nel Rinascimento, con Telesio, diviene una
massa inerte e costante {corporea moles...
nec augeri nec minui usquam potest); Cartesio
la definisce come estensione animata dal moto;
Leibniz pensa che la sostanza dei corpi sia
una realtà dinamica sfuggente ai sensi;
più vicino a noi, e nello stesso spirito;
Ostwald opporrà l'energetismo al materialismo,
non essendo la materia altro che " il
raggruppamento spaziale delle diverse energie
"; infine i marxisti invocano una materia
dialettica, che agisce e crea, ed è
il principio fondamentale della realtà.
A dire il vero Carlo Marx, nell'affermare
che l'essenziale è di trasformare il
mondo per comprenderlo e di non cercare di
comprenderlo senza trasformarlo, precedeva
i filosofi dell'azione; la sua dottrina comporta
una specie di prammatismo e quindi, per molte
ragioni, si distingue dalle speculazioni di
Lamettrie nel secolo XVIII.
Le
parole sono talmente plastiche, che perfino
certi poeti si credettero materialisti perché
percepivano con ebbrezza un'affinità
della loro anima con la natura (la mia anima
è nel vento che soffia, nell'acqua
che scorre, ecc); ma siffatto materialismo
è puramente nominale e si potrebbe
benissimo chiamarlo animismo. Una religione
che predichi la resurrezione della carne potrà
facilmente riconoscere un'anima di verità
nelle pretese o nelle speranze della sensibilità
estetica. Ma tra l'anima e la natura si tratta
di un'analogia nell'essere? o piuttosto di
un'unione nell'atto della conoscenza? 0 d'una
totale identificazione? Tocca alla filosofia
togliere gli equivoci che la poesia lascia
sussistere.
Sostanzialmente,
nelle sue molteplici variazioni, il vero materialismo
conserva unità, solo se pretende di
spiegare le forme superiori dell'essere con
quelle inferiori e soprattutto l'intero ordine
dello spirito con quello dell'esteriorità
corporea. Resta da vedere se sia in grado
di realizzare le sue pretese e se esse siano
almeno chiaramente concepibili.
PARTE
PRIMA. - IL MATERIALISMO IN PSICOLOGIA
In
psicologia la tesi del materialismo si fonda
sopra tre gruppi di fatti: le dipendenze organiche
della vita cosciente; le incoerenze della
personalità; infine l'interruzione
che sembra subire lo psichismo, specialmente
con la morte.
CAPITOLO
I. - DIPENDENZA DELLO SPIRITO
§
1. - L'influsso del fisico sul morale.
II
carattere incontestabile dei fatti. -
È sommamente facile osservare che la
coscienza è condizionata dall'organismo.
Il bambino cresce e si sveglia il suo spirito;
quando siamo morsi dalla fame, anche le nostre
idee si confondono; dopo aver riposato alquanto,
prendiamo decisioni più nette. Bastano
questi pochi e semplicissimi fatti a porre
il problema nella sua interezza. Senza corpo
non c'è conoscenza, né pensiero.
Le esposizioni materialiste, destinate al
popolo, insistono sullo stragrande numero
di legami che ci vincolano al nostro corpo
e, per esso, a tutto quanto il mondo fisico.
Si
comincia col far vedere che lo psichismo si
manifesta nella serie animale a mano a mano
che si sviluppa il sistema nervoso; quindi
che la coscienza animale, radicata nella vita
organica, è nell'uomo commisurata alla
finezza e all'integrità di certe funzioni
fisiologiche, specialmente cerebrali. D'altra
parte si raccolgono tutte le controprove che
dimostrano gli stessi fatti: l'agenesia del
sistema nervoso comporta l'idiozia; la lesione
d'alcuni centri, l'alterazione di certi umori
muta profondamente il carattere, ecc. Qualsiasi
manuale di psicologia offre un'abbondante
messe di fatti sulle relazioni del fisico
con il morale e ne propone una classificazione
metodica secondo il carattere permanente o
passeg-giero, diffuso o speciale degl'influssi
constatati. Ci limiteremo quindi a un esempio
tra mille, per far vedere quanto sia sempre
facile a un oratore materialista trovare nella
letteratura scientifica del suo tempo osservazioni
capaci d'impressionare profondamente l'uditorio.
L'esempio
è tratto dall'endocrinologia: "
Abbiamo avuto l'occasione, dichiara il dottor
Dumas, d'esaminare e seguire a Saint-Anne
una mixodematosa di quindici anni, curata
facendole ingerire estratti di succhi tiroidei,
e abbiamo veduto lo sviluppo organico e mentale
nella malata, che si operava sotto l'influsso.del
trattamento. Diventò pubere, civettuola,
intelligente e curiosa. Bastava che s'interrompesse
la cura per otto giorni perché ritornasse
indifferente e apatica; il cerchio delle sue
idee si restringeva allora in modo singolare
" (vecchio Traile de Psychologie, voi.
II, p. 1081). Simili casi non pongono nessun
nuovo problema, perché si tratta sempre
di spiegare il mistero sul come, mangiando
minestra, si possa acquistare più spirito.
Però questi fatti umiliano la superbia
dell'uomo e un abile dialettico saprà
servirsene per creare in noi un
complesso d'inferiorità e farci rinunciare
alla nostra grandezza a motivo della nostra
miseria.
La
ritorsione dal prò al contro.
- Dopo aver dato un indimenticabile rilievo
alla vanità della nostra condizione,
Pascal sapeva anche arrestarci sulla china
dello scoraggiamento; poiché dal prò
si può passare al contro, cosa che
il materialista dimentica. Correlativo all'influsso
del fisico sul morale, c'è quello del
morale sul fisico, altrettanto facile a scoprirsi,
altrettanto ordinario e con esempi non meno
numerosi. Forza trionfatrice dell'immagine
o dell'idea, miracoli del volere: il mondo
della rappresentazione e dell'azione non è
meno efficace dell'altro, per chi vuole descrivere
imparzialmente e onestamente i fatti. Il medico
più ordinario sa bene che in una malattia,
foss'anche incurabile, non si deve mai trascurare
il morale del paziente, e die questo costituisce
metà della cura; eppure si tratta del
corpo... Quindi tutto ritorna in questione
e non abbiamo avanzato d'un passo.
La
condizione d'un fatto non ne è la causa.
" Sembra che sia il corpo a pensare "
scriveva il Lamettrie. Sembra, ma non è.
In realtà è lo spirito che fenomeni
non coglierà tutta la realtà,
perché, insomma, essa si contraddirà,
dandosi un limite proprio mentre pretende
di farne a meno. Ci sono dunque due serie
di fatti, che non si possono confondere. Gli
uni sono fisici, gli altri mentali o spirituali,
e questi non si riducono a quelli. Nemmeno
nei casi più favorevoli (quelli delle
sensazioni e delle emozioni dette organiche)
la vita psichica non ha la sua causa nel corpo;
vi trova soltanto, e solo fino a un certo
punto, una condizione del proprio sviluppo.
Non si può certamente pensare senza
il cervello, ma il cervello non spiega il
pensiero. L'albero non innaffiato muore, ma
se innaffi un albero secco non mette neppur
una gemma, perché l'acqua non produce
la crescita, ma è solo uno fra i tanti
aiuti. Già Socrate nel Fedone insegnava
questa distinzione, che non è invecchiata:
a Oh, se si dicesse che senza di queste cose
(intendo ossa, muscoli, e tutto il resto che
ho), non sarei in grado di fare quello che
io voglio, si direbbe solo la verità.
Dire però che queste cose sono le cause
per le quali io faccio ciò che faccio...
significa ragionare da uomo grossolano assai
e sciocco. Cornei non esser in grado di discer-nere
che altra è la causa vera, altro il
mezzo senza di cui la causa non sarebbe mai
causa n (Fedone, 99 a-b).
Priorità
o primato? - Ma si dirà che
la materia conta di più perché
ha una priorità cronologica sullo spirito.
Prima si vive, poi viene la conoscenza. La
coscienza nasce in un mondo fisico, che le
impone i suoi lineamenti. Ammettiamo pure
che la vita è anteriore alla conoscenza;
ma una conclusione è già acquisita:
anche se precede, la materia non spiega; se
condiziona la nostra coscienza umana, non
la domina; anzi, proprio riconoscendone la
priorità storica, ammettendo che essa
ci può influenzare e schiacciare, affermiamo
la trascendenza dello spirito. " Tutti
i corpi, il firmamento, le stelle, la terra
e i suoi regni, non valgano il più
piccolo spirito; poiché questo conosce
tutto ciò, e se stesso; e i corpi,
nulla... Da tutti i corpi insieme non si riuscirebbe
a far scaturire un piccolo pensiero; ciò
è impossibile e appartiene a un ordine
diverso " (Pascal, Pensées, framm.
793),
La
materia poi è, in se stessa e di diritto,
una condizione indispensabile del pensiero?
Che tale sia all'origine dei nostri pensieri
è evidentissimo; ma i nostri pensieri
non si fermano alla loro origine, poiché
s'organizzano e sviluppano in virtù
di principi autonomi, come attesta il concatenamento
delle verità matematiche. I pensieri
possono conoscere le loro condizioni naturali
e volgersi verso il mondo, come attesta la
nostra capacità di giudicare; possono
concorrere a rifare la struttura corporea,
come attesta l'influsso dello psichismo sugli
orga- j ni. Lo slancio vitale non è
che un trampolino dello slancio spirituale.
È vero che dipendiamo sempre dalle
cose, ma la bassezza del nostro stato ha come
contropartita la grandezza del nostro compito,
che è precisamente di rendere docili
le cose alle persone e di spiritualizzare
perfino la nostra animalità. Quindi
nulla ci proibisce di credere possibile un
pensiero assoluto; anzi, tutto c'invita a
proclamarne l'esistenza pura al di sopra di
noi, dal momento che ne abbiamo percepito
il riflesso in noi. Comunque sia la situazione
umana nel mondo, l'idea d'una materia in sé,
precedente ogni pensiero e avente per se stessa
il proprio essere, è in realtà
una cosa impensabile. Porre l'assoluto della
materia è un circolo vizioso, perché
è a un atto di pensiero che si deve
fatalmente sospendere la posizione di questo
assoluto e il suo valore di verità;
quindi o un pensiero supremo dovrà
precedere e circondare la materialità
cosmica, oppure la materialità cosmica,
tra le sue prerogative eterne e costitutive
dovrà avere la capacità di pensare:
in ambedue i casi l'idea dell'assoluto materiale
si smentisce e si frantuma.
§
2. - Le localizzazioni cerebrali.
Noi
crediamo che la saggezza di quest'atteggiamento
risulti non solo da una discussione generale
sul condizionamento del pensiero, ma dall'esame
scientifico d'una questione di cui gli autori
materialisti, alla fine del secolo XIX, credettero
trovare un argomento decisivo, cioè
le localizzazioni cerebrali.
I
principali centri. - Nella scorza
cerebrale sono state determinate tre specie
di centri: i primi riguardano i movimenti
volontari, e sono detti psicomotori; i secondi
sono relativi alla conoscenza sensoriale,
e sono detti zone di proiezione; infine ci
sono centri di coordinamento, in rapporto
con i ricordi e in particolare con il linguaggio.
La
zona motrice è la più nota.
Essa fiancheggia il margine anteriore della
scissura di Rolando e l'eccitazione dei vari
suoi punti suscita movimenti in una parte
corrispondente del corpo. Dal punto di vista
psicofisiologico queste localizzazioni non
pongono speciali problemi: non si tratta di
situare a centri di coscienza " nel corpo,
ma di discernere nel sistema nervoso l'origine
spaziale e funzionale di certe reazioni.
Le
zone di proiezione hanno una topografia più
enimmatica. Ecco in breve i dati più
probabili: per le sensazioni tattili la regione
della corteccia interessata è la parte
ascendente del lobo parietale e la salita
posteriore del lobulo paracentrale. Essa quasi
ricopre e supera posteriormente la regione
psico-motrice. La sensibilità profonda
pare dipendere maggiormente dalla superficie
situata dietro la scissura rolandica. La sensazione
visuale è in rapporto con la parte
più grande del lobo occipitale nel
territorio della scissura calcarina, ad ogni
punto della scorza della quale corrisponde
un punto della retina. La zona uditiva è
molto meno estesa e le viene assegnata la
prima circonvoluzione transversa di Heschl.
I pareri riguardo al gusto e all'odorato sono
ancora troppo incerti perché se ne
debba tener conto. Aggiungiamo soltanto che
le recezioni sensoriali, sotto il loro aspetto
nudo e semplice, esigono nettamente l'integrità
di precise porzioni del territorio corticale,
mentre le recezioni psichiche (cioè
le percezioni con quello che esse comportano
di simbolismo e d'intelligenza nascosta) interessano
campi più larghi e meno facilmente
reperibili. Bisogna anche tener conto delle
abitudini e delle acquisizioni funzionali
anteriori. Anche per la zona motrice, Head
ha dimostrato bene che ogni focolaio d'eccitazione
non può venire assimilato al tasto
d'una tastiera o al bottone d'una soneria
elettrica. Diciamo che qui la corteccia, in
forme ancora poco conosciute, ci presenta
il termine di vie afferenti per la sensibilità
fine.
Le
malattie del linguaggio. - L'ultimo
gruppo riguarda i meccanismi del linguaggio,
e i maggiori risultati sono dati dallo studio,
delle lesioni. Dal punto di vista clinico
si riscontrano due tipi d'afasia. Chi è
affetto dal primo non comprende quello che
sente o che legge; la sua deficienza intellettuale
è ben marcata, parla molto ma pare
del tutto incoerentemente. Chi è affetto
dall'altro tipo d'afasia è ordinariamente
colpito da una paralisi del lato destro: egli
comprende, ma non può esprimersi che
mediante un vocabolario estremamente ridotto
e inadatto. La sua deficienza intellettuale
è molto meno marcata. La prima forma
è l'afasia sensoriale o di comprensione;
la seconda è l'afasia motrice o d'espressione.
Nel 1861 Broca, facendo, l'autopsia di due
malati del secondo gruppo, constatò
delle lesioni alla terza circonvoluzione frontale
sinistra. Venti anni più tardi Charcot
stabili una teoria più generale, che
noi riassumiamo: le immagini motrici sarebbero
conservate nella terza zona frontale; quelle
uditive nella prima e nella seconda temporale
(detta di Wernicke); al basso della curva
parietale (piega curva) corrisponderebbero
le immagini visuali delle parole, e al basso
della seconda frontale le immagini motrici
della scrittura.
Nel
1906 Pierre Marie criticò vivamente
questo quadro, che era divenuto classico.
L'afasia, secondo Marie, non è una
semplice distruzione d'immagini verbali, ma
implica sempre un afflosciamento dell'intelligenza
e del pensiero simbolico. Il linguaggio non
è un semplice affare di parole, ma
di frase e di senso. L'afasia suppone un difetto
di comprensione; dal punto di vista organico
sarebbe sempre accompagnata da una lesione
della zona di Wernicke. La vera afasia motrice
è dunque quella di comprensione, con
in più un'anartria o incapacità
di trovare le parole. In essa la lesione della
zona di Broca è incostante e sarebbe
conseguente a una lesione di nuclei lenticolari.
Attualmente si resta d'ordinario alla stessa
topografia: l'afasia di Wernicke interessa
la regione temporo-parietale dell'emisfero
sinistro negl'individui manritti, e quella
di Broca implica anche una lesione del territorio
silviano, superficiale o profondo. Sembra
prematuro attribuire una localizzazione speciale
ai turbamenti sintassici o a quelli della
denominazione, della significazione complessa,
ecc, nonostante i lavori interessanti di Head
e di Van Woerkom. L'idea che la regione frontale
sia riservata all'intelligenza resta anch'essa
molto discussa. La neurochirurgia indica qualcosa
in questo senso, e specialmente modificazioni
del carattere.
" In realtà è però
difficile precisare se ci troviamo davanti
a una lesione frontale pura o se i turbamenti
traducono l'alterazione concomitante del corpo
calloso; d'altra parte non c'è dubbio
che lesioni lontane dalla regione frontale
possano essere accompagnate da importanti
turbamenti psichici, e perciò numerosi
autori rifiutano d'ammettere una localizzazione
speciale dello psichismo, che risulterebbe
dall'attività di tutta la corteccia
cerebrale " (Encyclopédie médico-chirurgìcale,
voi. Neurologie, 17.003, pp. 7 ss). Per concludere
questa noiosa e pur sommaria esposizione,
nonostante le informazioni che si possono
attendere da un migliore studio istologico
della corteccia, sulle localizzazioni abbiamo
soltanto barlumi suscettibili di revisione,
e solo abusivamente si può parlare
di " centri psichici " o di a organi
di pensiero ".
Localizzazione
larga e localizzazione stretta. .
Due opposte correnti si alternano attraverso
tutta la storia delle dottrine. Già
Galeno voleva che le facoltà fossero
in tutta la sostanza del cervello, mentre
Avicenna e Averroè cercavano una localizzazione
precisa, e ancora ai nostri giorni le due
tendenze si fronteggiano. Le supplenze rivelate
dalle ferite di guerra sembrano incontestabili.
È vero che un autore serio come il
dottor Piéron cercò di minimizzarne
l'importanza, pensando che in molti casi le
osservazioni non abbiano avuto sufficienti
garanzie e portando in particolare un esempio,
dove si credette che la materia cerebrale
uscisse dalla scatola cranica per una ferita,
mentre in realtà era proveniente da
un ascesso (Le cerveau et la pensée,
p. 54). Tuttavia si può ritenere eccessiva
la riserva di questo specialista, poiché
la testimonianza di numerosi chirurgi, di
quelli la cui opinione nel caso ha maggior
peso, è molto netta. Uno di essi, W.
Dandy, tolse l'intero emisfero destro a un
malato, che sopravvisse più di tre
anni, senza presentare turbamenti psichici.
Questo conferma la tesi della localizzazione
larga, già professata da Von Monakov
e Liepmann. Anche quando si tratta di zone
della proiezione sensoriale, s'assiste talvolta
a ricuperi funzionali, tanto che non si possono
spiegare con una rigenerazione (d'altronde
molto problematica) dei centri, e che deve
avere la sua causa o in un'attività
più grande dei neuroni rimasti intatti
nella zona lesa, o soprattutto nell'intervento
dell'altro emisfero, o infine nell'intervento
di regioni sotto-corticali. Tanto più
si potrebbe pensare a supplenze propriamente
dette in favore delle funzioni del linguaggio
e del pensiero simbolico.
Ancora
una volta gli psichiatri offrono un elemento
decisivo alla controversia: avviene che malati,
di cui è indubitabile la profonda degenerazione
emisferica, riprendano in breve l'integrità
dei loro mezzi intellettuali. Anche se questa
sorprendente risurrezione fosse avvenuta una
volta sola e avesse durato solo un'ora, basterebbe
a mettere in scacco la concezione rigida delle
localizzazioni psichiche. Anche se ci attenessimo
all'opinione rigida, i dati finora raccolti
non darebbero luogo alla costruzione materialista,
la cui dottrina ha la disgrazia di non aver
ancora trovato un sufficiente punto d'appoggio
in campo scientifico, e ogni volta che viene
messa alle strette è obbligata a sfuggire
appellandosi alla scienza dell'avvenire.
Quando
i fatti siano ben determinabili, bisognerà
poi interpretarli e soprattutto interpretarli
correttamente. La solidarietà tra la
coscienza e il cervello non viene negata da
nessuno, ma importa conoscerne la natura.
Già Daquin diceva molto bene: et Molte
lesioni trovate nel cervello dei pazzi, non
essendosi formate, secondo tutte le apparenze,
che negli ultimi tempi della vita, presentano
più gli effetti della malattia che
la sua causa ".
L'Anima
e il corpo secondo Bergson. - È
merito di Bergson aver rimesso in onore questa
distinzione e qualche altra ancora, in Matière
et Mèmoire. Egli stesso riassunse la
sostanza delle sue idee in una conferenza,
sostanziosa e insieme piacevole, sull'Anima
e il corpo. Egli diceva che solidarietà
non è identità. Un chiodo regge
un quadro: i due oggetti sono solidali, ma
sarebbe assurdo concluderne che l'uno equivale
l'altro. La verità è che il
corpo è uno strumento d'azione sul
mondo esteriore; il cervello è l'organo
dell'attenzione alla vita e per esso percepiamo
quello che è utile della realtà
materiale, e a tal riguardo ci serve di schermo.
D'altra parte ci permette d'inibire i nostri
riflessi inferiori, di affinare il nostro
comportamento, unificarlo, scegliere le nostre
risposte. Si potrebbe paragonarlo a una centrale
telefonica. Ma la coscienza è cosa
diversa dal corpo ed è amplissimamente
indipendente da esso. Smontando il ricevitore
telefonico, non si trova il telefonista in
persona. Sapere tutto quello che avviene nel
cervello non significa conoscere tutto quello
che accade nella coscienza corrispondente,
ma solo quello che si può tradurre
in movimenti. Allo stesso modo si può
divinare qualcosa d'una sinfonia guardando
la bacchetta del capo orchestra. Ma l'anima
Ieggiera e inafferrabile della musica, die
è l'essenziale, non passa evidentemente
in questa traduzione parziale e imperfetta.
La nostra vita interiore è vissuta
ed è spirituale; e solo quello che
di essa s'incarna nel corpo può essere
visto.
Per
provare questo Bergson studia il caso più
favorevole alla tesi dei suoi avversari, l'afasia,
e ne rovescia la concezione abituale al suo
tempo. Infatti, secondo Bergson, il cervello
non serve a conservare il passato (la comoda
espressione dei " centri d'immagini "
non ha senso per la psicologia) ma serve a
evocare il passato, cioè ad agire,
ad avviare i movimenti che rendono cosciente
il ricordo. Nel corpo non si conservano stati
d'animo, ma meccanismi montati, abitudini
nervose. Questo spiega anche l'ordine della
scomparsa delle parole nell'amnesia sistematica:
i verbi, più vicini all'azione che
non i sostantivi, resistono di più
all'oblio e spesso accade che l'afasiaco,
avendo sostituito con perifrasi la parola
che credeva scomparsa, proprio questa parola
fa improvvisamente entrare in una di queste
perifrasi. Tutti questi indici ci conducono
a una stessa conclusione: il puro ricordo
persiste ma è smarrito " l'aggiustamento
alla situazione, che deve venir assicurato
dal meccanismo cerebrale. Più specialmente
viene colpita la facoltà di rendere
cosciente il ricordo tracciando in anticipo
i movimenti con cui il ricordo, se fosse cosciente,
si prolungherebbe in atto ". Il corpo
ci offre un sistema espressivo, è volto
verso l'azione; ma non è lo spirito,
ed è assurdo immaginarsi che contenga
lo spirito.
Quest'interpretazione,
nelle sue grandi linee, è la più
soddisfacente ed è rimasta in accordo
con i nuovi dati della scienza. Dopo Cartesio
la memoria era abbandonata ai biologi, ma
ormai è restituita al suo destino spirituale,
senza che vi sia bisogno di ricorrere all'espediente
d'un parallelismo tra la serie organica e
la serie cosciente, per salvare questa rispettando
quella.
§
3. - II determinismo.
Nello
stesso tempo sfuma il prestigio del determinismo,
perché è evidente che lo spirito
supera il corpo, e che se la materia ha le
sue leggi, non basta conoscerla per prevedere
quello che sarà e che farà la
coscienza.
La
libertà dello spirito non è
distrutta dalla scienza dei corpi.
- II successo delle scienze naturali verso
il 1880 aveva necessariamente fatto nascere
la speranza che anche il campo spirituale
si lasciasse sottomettere ai metodi che avevano
permesso tanti progressi materiali. Si pensava
che occorresse scegliere tra la credenza alla
libertà e i risultati della scienza.
La fisica sostiene che nelle medesime circostanze,
i medesimi antecedenti sono seguiti dai medesimi
conseguenti; ma credersi liberi non significa
ammettere che siamo sempre a un bivio e che
i fatti non sono legati l'uno all'altro? E
come potrebbe l'io fare eccezione alla necessità
universale? D'altra parte il principio della
conservazione dell'energia sconfigge l'insopportabile
e irrazionale pretesa dei partigiani della
libertà. Infatti se nulla si perde
e nulla si crea, i nostri atti non possono
essere inizi assoluti e avere un'efficacia
reale sulle cose.
La
cieca fede degli scientisti nei loro principi
non indietreggiava, come si vede, davanti
a nessuna frontiera e a nessuna conseguenza.
Ma il tempo s'incaricò di richiamare
alla moderazione. Le spiegazioni chimiche,
nervose, endocrine, ecc, della coscienza,
crollarono regolarmente l'una dopo l'altra,
schiacciate dalla complessità dei fatti
e dal peso troppo grave cui erano sottoposte.
Il determinismo psicofisiologico perdeva cosi
le sue ragioni concrete d'esistenza. Quanto
ai grandi principi teorici, cui ci si richiamava,
Bergson ne limitava la portata. Valido per
il mondo della materia, il principio della
conservazione dell'energia postula sistemi
chiusi di elementi supposti inerti, condizioni
queste che non sono per nulla quelle della
vita e tanto meno della coscienza. Se l'universo
è una macchina, c'è gioco tra
gl'ingranaggi e la nostra personalità,
che sotto alcuni aspetti è certamente
caratterizzata dalla passività dell'abitudine,
è, sotto altri aspetti, lungi dall'essere
automatica. Essa è invece per essenza
qualità pura, novità imprevedibile;
la si snatura quando le si applica una metafora
quantitativa, che, d'altronde, è priva
di qualsiasi senso preciso, essendo impossibile
misurare e pesare uno stato d'animo.
Il
principio di causalità scientifica,
a sua volta, riposa sull'ipotesi die le circostanze
restino rigorosamente identiche; ora nel mondo
interiore la stessa causa non si può
mai presentare due volte: Noi non avremo mai
più la nosta anima di questa sera...
Astraendo dalla causalità psìchica,
togliendo ai nostri stati la loro durata,
li trasformiamo in oggetti esteriori, spezzettati,
spaziali, il che è completamente opposto
alla loro vera natura e ce li rende incompresibil
Boutroux, nel suo libro Della contingenza
delle leggi della natura, andava forse ancor
più lontano e negava il valore assoluto
dei principi perfino per lo studio della natura.
C'è una gerarchia di scienze, e se
il fisico ha bisogno della meccanica, non
può esserne dedotta... La breccia aperta
da lui andò allargandosi, e oggi si
discute, sull'indetenninismo in fisica. Bisognerebbe
scegliere, ma non più tra la scienza
e la credenza al libero arbitrio, bensì
tra due possibili descrizioni dell'elemento
intra-atomico, l'uno che sarebbe preciso e
inesatto, l'altro che sarebbe esatto e impreciso.
Diciamo almeno che dopo le attenuanti che
ha ricevuto recentemente nelle scienze, lo
schema deterministico non è pii veramente
pericoloso per la nostra libertà.
La
libertà non è soppressa nemmeno
dalla scienza del carattere. Rimarrebbe un'ultima
forma di dipendenza che lo spirito dovrebbe
subire, cioè la dipendenza che lo sottopone
a se stesso. Non siamo forse prigionieri della
nostra natura spirituale, del carattere che
ci definisce, della ragione che o fa agire?
Qui l'obiezione è più profonda
e presenta molti aspetti, nei quali non possiamo
entrare dettagliatamente. Ma lungi dallo scartarla,
possiamo accogliere quest'idea, a condizione
di darle più precisione. È verissimo
che non possiamo uscire dalla nostra essenza,
ma questa è la nostra grandezza; è
verissimo che noi si agisce da uomini, abbiamo
uno scopo con dei motivi, e ci sottomettiamo
a un ordine che viene percepito dal nostro
intelletto; ma il motivo che ci fa agire acquista
tutta la sua forza dopo che gli abbiamo prestato
tutù la nostra attenzione: nell'atto
con cui lo abbiamo contemplato e accolto,
lo abbiamo anche promosso; il suo peso è
tutù opera nostra; ha ricevuto l'impronta
del nostro io, che ha modificato se stesso
dandogli quell'impronta. Gli oggetti del nostro
pensiero, quando li troviamo, sono suggestioni
ancora sparse e mezzo estranee a noi; per
farle nostre le giudichiamo, ma lo stesso
giudizio, dove si accentua questa determinazione
dell'oggetto, è un atto attraverso
cui il soggetto si determina, e nel quale
il soggetto collabora a sviluppare la propria
soggettività. La nostra essenza non
può uscire da sé, ma ha la legge
di ratificare o smentire da se stessa fino
a un certo punto. Se siamo ragionevoli, è
necessario che siamo liberi, perché
la ragione libera coloro che le si sottopongono;
e quelli che la disprezzano lo fanno ancora
liberamente, cioè sottomettendosi ai
suoi principi, come si continua a vedere una
luce che possiamo evitare solo andando indietro.
Essa permette, e anche obbliga, di scegliere
una via, e il suo dominio si estende a chi
la fugge e a chi l'avvicina. La ragione conferisce
la libertà; ma nemmeno le deviazioni
della libertà possono rovesciare l'ordine
che suscita e da la libertà rispettandola.
Essere
deterministi significa non scorgere la viva
e ricca complessità di questi orizzonti
interiori, troncare d'un colpo il problema
dell'azione, sopprimendo l'agente per conservare
soltanto l'oggetto, quasi che vi sia ancora
un oggetto quando s'è escluso il soggetto.
Non stupisce che si scopra soltanto più
una rivalità meccanica d'idee nella
storia d'una decisione quando si comincia
col ridurre la decisione a un atto impersonale,
e coll'immaginare che i motivi fluttuino per
l'aria e s'incontrino slegati nella coscienza.
Non è possibile esprimere l'essenza
della libertà in termini puramente
" oggettivi ", e quindi la trascrizione
deterministica è inesatta. Però,
e per lo stesso motivo, la libertà
non ha nulla da temere dalla conoscenza dei
motivi che ci fanno agire. Ben lungi dall'essere
proporzionale all'ignoranza delle cause, la
coscienza della libertà s'approfondìsce
in noi con l'ampiezza della deliberazione.
Ci crediamo liberi, e lo siamo, in quanto
non assomigliamo alla girandola che si volta
ad ogni vento. Non ci sentiamo responsabili
dei nostri impulsi oscuri, né degli
atti die ci vengono strappati senz'esame;
invece ammettiamo la paternità del
gesto di cui abbiamo scrutato le ragioni,
e solo questo è bene nostro.
CAPITOLO
II. - LE INCOERENZE DELLA PERSONALITÀ
§
1. - Il tema delle variazioni personali nella
letteratura.
L'uomo
succede a se stesso. - " Un
uomo ineguale non è uno solo, ma è
più uomini; egli si moltiplica tante
volte quante egli ha nuovi gusti e differenti
maniere; è a ogni momento ciò
che non era prima e va ad essere ben presto
ciò che non è mai stato: si
succede a se stesso ". In queste poche
righe La Bruyère tocca un enimma sconcertante,
e l'ineguaglianza, che secondo lui costituisce
il particolare di alcuni uomini, è
forse caratteristica comune a tutti. Nulla
di pia umano e di più tragico di quest'esperienza,
per cui stentiamo a riconoscerci nel bambino
che siamo stati. Cambiarne fatalmente e profondamente;
qualche volta di colpo e con una sola crisi,
il più spesso con insensibili slittamenti,
che ci portano certamente molto lontani dal
nostro punto di partenza. Come dunque si può
accordare una consistenza reale alla persona?
Essa non ha consistenza e stabilità
che davanti allo stato civile; è forse
una realtà giuridica, non certo una
realtà morale. Questa grosso modo l'obiezione.
Non siamo altro che polvere psichica e quindi
è vano crederci capaci di fedeltà,
è farci troppo onore darci una responsabilità
o prometterci un'immortalità.
Ma
l’uomo diviene quello che è. La conclusione
però è affrettata. Le variazioni
dell’io sono il tema ispiratore di metà
dei romanzi e dei drammi del teatro; invece
l’altra metà sfrutta il tema rigorosamente
inverso: nella moltitudine degli episodi ci
fa discernere l'unità indistruttibile
del carattere, ci fa vedere la permanenza
dell'anima essenziale o il suo ritorno dopo
le peripezie più stravaganti. L'osservazione
empirica ci offre dunque una testimonianza
equivoca: ora con l'indemoniato del Vangelo
ci fa dire: " Mi chiamo legione ";
ora ci chiude in un destino intimo, da cui
non possiamo evadere.
Il
fatto è che i massimi capolavori della
letteratura non ci presentano personalità
in dissoluzione, ma tipi molto accentuati,
di un rilievo indimenticabile. L'arte cerca
di creare individualità solide. All'ombra
del Mosè di Michelangelo, una pagina
di Montaigne sul nostro essere ondeggiante
e vario non ha più gran peso; ancor
meno sostanza umana c'è nel protagonista
del romanzo Cavès du Vatican di Àndrea
Gide, che si diverte a cambiar volto, onde
procurarsi nuove sensazioni: criminale oggi
con la stessa inconsistenza che domani ne
farà un essere fine e buono. Quest'arte
non crea nulla, perché non va oltre
la maschera superficiale della nostra natura.
A questo riguardo il talento di molti scrittori
ha contribuito a falsare la nostra conoscenza
dell'uomo. Vorremmo meno analisi e più
creazione, poiché il genio costruisce
personalità, anziché ridurle
a un polipaio d'impressioni.
Ciò
che veramente cambia. - D'altronde
nessuna osservazione permette di sopprimere
l'unità e l'identità dell'io.
Ciò che l'esperienza ci fa vedere i
un'altra cosa: è il mutamento di valore
subito dalla persona e non il mutamento del
suo essere. Nella sua carne e nel suo spirito,
nella sua dignità e nel suo merito,
un uomo può ad ogni istante trovarsi
in situazioni ben diverse; lo stesso suo essere
diventa più o meno rispettabile, però
non perde mai la sua natura, rimane quello
che è; e questa continuità nascosta
è la ragione che fa tragico e comico
lo spettacolo della nostra natura, soppressa
la quale non è più possibile
alcuna opera d'arte.
Della
tesi impressionistica dobbiamo ritenere che
non siamo evidentemente unità bell'e
fatte, ma soggetti ad influssi e capaci d'abitudini;
e perfino il nostro carattere ha un margine
di plasticità. Volenti o nolenti, noi
ci facciamo in quanto viviamo, però
in una esistenza irreversibile e all'interno
di una prospettiva unica che è lo stesso
nostro io. Nessuno lo può definire,
nessuno né può dubitare, nessuno
può liberarsene.
§
2. - Le alterazioni patologiche della personalità.
I
principali turbamenti osservati.
- Richiamiamo alcuni esempi classici di turbamenti
della personalità. Anzitutto i sentimenti
di spersonalizzazione: il malato non ha più
l'impressione di pensare o di volere, ma d'assistere
allo svolgersi meccanico dei suoi atti. Tutto
quanto percepisce gli è estraneo e
ben presto gli sembra un sogno; si sente esaurito
e incapace di continuare il suo lavoro; in
certi casi di malinconia ha la coscienza di
avere un corpo che scompare e di esistere
solo nel mondo: il malato si crede condannato
a una solitudine dolorosa, assoluta, eterna.
Vi sono poi le cinestopatie: il malato non
percepisce più il suo corpo in senso
esatto e crede, per esempio, di avere un piede
cavallino al posto della mano.
Ma
le alterazioni più interessanti, quelle
che in ogni modo hanno maggiormente attirato
l'attenzione, sono gli sdoppiamenti di personalità.
Felida, la malata del dottor Azam, nel suo
primo personaggio è un essere serio,
chiuso, lavoratore; nel secondo è espansiva
e fantastica. In simili successioni, che sono
i casi più frequenti, l'amnesia è
unilaterale; una delle due coscienze conosce
l'altra, ma ne è ignorata; spesso finisce
col dominarla e soppiantarla e talvolta col
fondersi a poco a poco con essa. Questi malati
non parlano di se stessi in terza persona;
non hanno coscienza d'una scissione intima;
passano semplicemente attraverso fasi diverse.
Invece la cliente del dottor Morton Prince,
Miss Beauchamp, considerava i suoi stati anteriori
come estranei a se stessa e negava che fossero
identici. Era giunta cosi a organizzare in
sé un gruppo di personalità
distinte e rivali. Una avrebbe potuto chiamarsi
la santa, l'altra la donna, la terza il demone.
Questi personaggi all'occasione inveivano
l'uno contro l'altro come in un dramma da
teatro, e non avevano nulla di comune tra
loro.
Talvolta
non si assiste a un'alternanza, ma allo sdoppiamento
simultaneo e cosciente, come avviene nei deliri
della possessione, in cui il malato compie
per legittima difesa atti che ritiene inetti
o riprensibili, ma che dice realizzati da
un'altra personalità impiantata in
lui. Infine lo sdoppiamento spontaneo può
essere incosciente, e la celebre Leonia del
dottor Janet è divenuta il tipo più
significativo. Eseguisce gli ordini che riceve
in uno stato d'ipnosi, senza che l'io superiore
se ne accorga; la sua personalità automatica
scrive lettere in cui perfino la scrittura
è irriconoscibile dall'io normale,
che deciderà di strapparle. La sottopersonalità
(quella che Janet indica col termine di subcosciente)
dispone d'uno psichismo abbondante e ben costituito,
ma sfugge completamente al controllo della
sintesi mentale. Essa fa pensare a un principe
feudale che conquista tutto il paese mentre
il re è stanco e distratto.
Riabilitazione
della persona nella psichiatria contemporanea.
– Per spiegare questi fatti furono escogitate
varie teorie, quella neurologica, quella associazionista,
quella sociologista, ecc, ma ben presto si
constatò la loro insufficienza, sicché
oggi assistiamo ad una riabilitazione della
persona in psichiatria. Già prima della
guerra del 1914 aveva proclamato questo lo
psichiatra M. Mignard notando che " c'è
uno stretto legame tra la nozione di spontaneità
e quella del soggetto psicologico, come tra
la nozione di necessità e quella d'oggetti
esteriori ". La malattia accresce il
sentimento di passività e perciò
il paziente attribuisce volentieri le determinazioni
da cui è invaso a una causa estranea,
donde i sentimenti di spersonalizzazione,
il delirio d'influsso o di possessione, il
mondo d'allucinazioni che si costruisce; di
qui, infine, i pretesi sdoppiamenti della
personalità o liberazione d'automatismi
organici, che reagiscono sulla coscienza e
inducono in essa sentimenti vari, ma che non
provocano mai una rottura propriamente detta
dell'io profondo, " Non abbiamo mai trovato
una reale frantumazione dell'unità
di coscienza in sistemi veramente e totalmente
isolati ". E sentenzia molto severamente:
" Le pretese seconde personalità
degl'isterici, apparentemente sviluppate in
soggetti pitiatici e suggestionabili, anche
quando questi non sono affatto sospettabili
di simulazione più o meno cosciente,
non possono avere nessun valore probativo,
perché niente d'analogo avviene in
perturbamenti mentali assai più gravi,
in cui dovrebbe apparire una dissociazione
molto più netta ".
Lo
stesso accento troviamo in un autore tedesco,
T. K. Oesterreich: " L'io non è
composto da rappresentazioni, da sentimenti,
da atti della volontà, ecc ma esso
ha questi diversi stati ". Basati su
questa distinzione dell'essere e dell'avere,
bisogna dunque cessare di confondere grossolanamente
l'io, il principio della soggettività,
con gli atti o strutture personali che esso
forma. Ancora più siamo distinti dal
contenuto oggettivo delle nostre conoscenze
offerte dal mondo esteriore. L'edificio personale
ha una configurazione variabile, ma il suo
nucleo profondo è immutabile. Pertanto
le personalità alternanti interessano
solo il gioco della memoria e delle tendenze:
gli sdoppiamenti simultanei manifestano solo
l'esistenza del subcosciente. Le spiegazioni
fisiologiche di questi turbamenti sono insufficienti,
perché talora i fenomeni automatici
formano un insieme coerente e sensato; ma
quand'anche l'io s'esprimesse in qualche modo
su due piani di coscienza opposti, si tratterebbe
d'una struttura anormale delle sue operazioni,
non già di una frattura del soggetto
stesso.
Allargando
queste conclusioni, vorremmo poter citare
abbondantemente i lavori del dottor Baruk
sulla possibile persistenza della personalità
profonda negli alienati, che apparentemente
è del tutto scomparsa, perché
le facoltà d'espressione e di controllo
sono naufragate; ma " molto spesso le
apparenze ingannano, e se ci fermassimo a
un'osservazione troppo superficiale, e soprattutto
non abbastanza prolungata, potremmo credere
si tratti d'un malato completamente incosciente
ed estraneo a tutto ciò che lo circonda.
Ma spesso, proprio quando meno ce lo aspettiamo,
una reazione, una parola, come uno sprazzo
di luce nel cuor della notte, attesta bruscamente
che le più alte manifestazioni spirituali
non sono estinte e che l'alienato, il demente,
resta veramente uomo ". Queste parole
fanno eco a quelle di Esquirol, che prudentemente
parlava già d'una " sospensione
delle facoltà " nella follia,
e non d'una soppressione o d'una distruzione.
Ci viene in mente anche la bella pagina d'un
maestro più recente, Kretschmer, che
paragonava la coscienza morbida alle ville
romane con gli scuri abbassati, ma dietro
la cui facciata s'agita ancora tutto un mondo.
CAPITOLO
III. - LE INTERRUZIONI DELLA CORRENTE PSICHICA.
Le
discontinuità temporanee. -
Le constatiamo nel sonno, nell'anestesia,
nelle sincopi. Specialmente nell'anestesia
avviene che l'io conservi fino all'ultimo
la coscienza del crollo che lo sta incalzando;
poi improvvisamente il mondo cade nel buio
con esso. Il cosiddetto universo in realtà
è una costruzione intellettuale molto
diversa dal nostro mondo sensibile, che è
solidale con la coscienza che ne abbiamo ed
è precario come lo è essa. Fino
a che punto questa esperienza ci presenta
una rottura della nostra vita intima? È
diffìcile precisarlo. Forse lo psichismo
non è mai annientato o sospeso, ma
ad ogni istante perde-il ricordo di se stesso
in una specie di sonnambulismo. Comunque,
esso rinasce,, ed è ciò che
più importa. L'interruzione non ci
priva di nessuna possibilità di continuare
e di prolungare la nostra vita anteriore.
La coscienza, che aveva assistito alla propria
estinzione, nel risveglio si ritrova intatta.
La diminuzione che ha attraversato e di cui
aveva sentito la venuta, non l'ha quindi toccata
intrinsecamente. Cosi nelle crisi epilettiche
può darsi che il contenuto mentale
si vuoti di colpo; il soggetto compie solo
azioni spiegabili con l'automatismo e di cui
non conserverà nessun ricordo. Ma la
vita normale della coscienza riprenderà
proprio dov'era rimasta. Ci fu un intervallo,
non un annientamento. Che cos'è avvenuto
nel tunnel? Forse nulla; forse qualcosa che
ci sfugge, per il fatto di trovarsi a un basso
livello d'attenzione. Per lo spirito un ristagno
completo è sinonimo fatale d'un arresto
dell'appercezione. "Dormire significa
disinteressarsi ", disse Bergson, non
essere soppressi. L'attenzione cede, ma nel
momento in cui cede, per esempio nel dormiveglia,
non abbiamo forse il sentimento molto netto
d'affondarci in una corrente di pensiero che
continua, anche se non possiamo seguirla?
Svegliandoci ci sentiamo emergere da un pensiero,
che ci precede. Quindi la nostra esperienza
di noi stessi non è mai un inizio o
un termine assoluto, ma un episodio che si
stacca sopra un fondo oscuro con graduazione
indecisa.
La
morte. - Invece la morte è
un'interruzione. Ma quale morte? Quella degli
altri, l'unica di cui abbiamo l'esperienza.
Della nostra ignoriamo tutto" anche se
qualche grave malattia ci ha permesso di vederla
da vicino. Un'agonia da cui ci si riprende
non è una morte. Per questo il suo
meccanismo ci è ignoto.
F.
Le Dantec ci fa sperare che la morte non sarà
molto penosa, perché la perdita della
coordinazione decomporrà la coscienza
in isolotti effìmeri, che si divideranno
il fardello complessivo del dolore. L'ipotesi
è ingegnosa è, in un certo senso,
è esattamente opposta a quella del
Cardinal Newman, che nel suo 11 sogno di Geronzio
ci fa assistere al raccogliersi progressivo
del nostro essere spirituale attraverso gli
orrori e il delirio anche degli ultimi istanti.
La dottrina di Le Dantec è meno positiva
di quanto sembri, perché pone aprioristicamente
oggetti fisici tra l'io e la coordinazione.
In ognuna delle personalità effimere
in cui egli crede che ci si scomponga progressivamente,
non ci sarà forse tutta quanta la soggettività?
L'io non è un grado psichico, né
consiste in un ammasso più o meno considerevole
di elementi. Il cogito o è o non è;
se è, è senz'altro totale, per
quanto siano povere le sensazioni e le idee
in cui si muove.
È
certamente meglio lasciar da parte anticipazioni
che non si possono comprovare, e ragionare
sulla portata oggettiva dei fatti che constatiamo.
La morte impone l'idea d'uno spostamento dell'io.
Per noi significa l'assenza definitiva quaggiù
degli esseri che abbiamo conosciuto, tanto
da suggerire facilmente l'idea d'un annientamento.
Ma non è certo cosi. Infatti, notavamo
più sopra, le funzioni mentali non
hanno il corpo come loro causa, ma solo come
condizione; il loro stesso esercizio sfugge
a questa dipendenza in più d'un caso:
la memoria, secondo Bergson, è largamente
indipendente dal cervello e anche solo per
questo la psicologia sperimentale rende più
probabile la prospettiva d'una nostra sopravvivenza
che d'un'estinzione del nostro spirito. Inoltre
l'idea d'una estinzione completa, nonostante
le apparenze, è assolutamente inintelligibile.
In noi c'è una ragione che, con il
suo atto, ad ogni istante involge qualcosa
di eterno. Supporre che l'atto del pensiero
possa svanire, equivale a segare il ramo su
cui riposa il mondo sensibile. È impensabile
che il pensiero sia caduco. Ciò che
in noi partecipa a questo pensiero assoluto
è la coscienza intellettuale, ed essa
non può morire. Ciò che è
spirituale non muore. Non si tratta quindi
di sapere se dopo la morte sussista qualcosa
della nostra vita psichica (il che è
evidente), ma di discernere quello che è
durevole in noi e quello che è votato
a scomparire.
La
morte crisi di crescita spirituale.
- Pertanto ci si chiederà che cosa
possa restare della nostra presente personalità
nell'ambiente nuovo e definitivo dove c'introdurrà
la morte. Se quasi non riusciamo più
a riconoscere un convertito dopo il sovvertimento
interiore che ha vissuto, quanto più
non cambieremo noi a contatto con l'Assoluto!
La morte è la porta della vita, ma
è anche una crisi di crescenza e l'abbandono
delle meschinità che ci occupano e
ci preoccupano su questo pianeta. Il volto
antico e quello nuovo che cosa avranno in
comune? In questa riflessione vi è
certamente una parte d'austera e incontestabile
verità. Morire non è un fatto
che ci lasci allo stesso piano di quaggiù,
non è semplicemente un cambiare di
abitazione, ma significa essere fissati in
un nuovo stato. Il ritorno a Dio, anzi in
Dio, anche se accompagnato da certi abbandoni
psichici, non può cancellare i lineamenti
della personali stessa. L'io abbozzato nell'ombra
spessa e fertile della natura non può
che personificarsi maggiormente in uno sviluppo
infinito, come prova il fatto che le coscienze
più ricche sono proprio quelle che
custodiscono meglio la loro impronta nella
moltitudine delle determinazioni che hanno
dovuto percorrere e che potrebbero ancora
incontrare. Il genio (e più ancora
la santità) è avvicinamento
a Dio, e non sfigura; esso rivela al contrario
nelle sue acquisizioni una identità
iniziale e dapprima inavvertita. Se la morte
scompone e annulla le bagatelle dell'individualità
transitoria, nell'analisi psicologica noi
abbiamo quindi già delle garanzie per
stimare che essa condenserà e purificherà
gli atti della persona, come le particene
d'oro lasciano la ganga d'un minerale.
PARTE
SECONDA - IL MATERIALISMO NELLE SCIENZE STORICO-SOCIALI.
CAPITOLO
I. - IL MATEIUALISMO NELLA STORIA
Assimilazione
del metodo storico con quello naturalistico.
-Prima
dell'epoca moderna la storia non ha guari
dato luogo a un'interpretazione sistematicamente
materialista. Malgrado alcuni chiassosi tentativi,
la marea irreligiosa non è salita da
questa parte. Sotto l'influsso di A. Comte
si potè certo confondere il metodo
delle scienze dello spirito con quello delle
scienze della natura. Cosi, ad esempio, Durkheim
rimane prigioniero di questa mentalità
quando dichiara che bisogna osservare i fatti
sociali come cose. E più d'una volta
gli storici della religione, cedendo inconsapevolmente
a questo postulato, cominciarono ad escludere
dalla loro ricerca ciò che sarebbe
stato loro indispensabile per cogliere meglio
l'oggetto da studiare. E così facendo
credevano di essere imparziali! Ma questa
nozione dell'imparzialità è
decisamente troppo semplicista: lo spirito
umano non è la materia fisica. Per
scoprirne le leggi e ritrovarne la vita non
ci possiamo limitare all'osservazione esteriore,
ma occorre mettere qualcosa di se stessi nell'oggetto
da esaminare. Come scriveva vigorosamente
il filosofo inglese Bradley già nel
1874, non c'è storia senz'idea preconcepita
e non si possono assolutamente stabilire i
fatti separati dalla loro comprensione. Poco
dopo il tedesco Dilthey sostenne decisamente
quest'originalità delle scienze dello
spirito. Per lui l'uomo è conoscibile
solo attraverso la storia, la quale non si
ripete. La storia riguarda l'individualità,
ma non solo quella dei grandi uomini, bensì
anche quella dei gruppi di civiltà.
Ogni individualità è una vita
finalizzata che costruisce liberamente la
sua legge; legare queste strutture in un sistema
è cosa legittima, ma per esprimere
un valore e un rapporto vissuto, non per riposare
l'intelletto in un'illusoria spiegazione meccanica,
quasi si tratti d'elementi inerti In realtà
è difficile credere che autori seri
abbiano mai voluto dare un'interpretazione
strettamente naturalistica della storia. Insistendo
sul clima, l'abitazione, il nutrimento e ogni
altra causa materiale, poterono gettare una
luce interessante su fatti molto vasti; ma
le loro conclusioni hanno la portata della
frase di Pascal sul naso di Cleopatra. Ordinariamente
l'intendevano proprio cosi. Un saggio brillante
di E. Demolins, per esempio, analizza come
a la via crea il tipo sociale " e rifa
molto frettolosamente la storia del mondo
su questo semplice dato, mostrando quanto
la steppa, la montagna, il mare dovevano comportare
in fatto d'istituzioni politiche e anche di
concezioni morali differenti. Però
l'autore non pretese mai spiegare il fenomeno
umano ossia tutta la storia con un gruppo
di fattori geografici, ma sostanzialmente
s'accontentò di commentare, senza saperlo,
una frase sfuggita a Hegel e che si sarebbe
tentati d'attribuire a Proudhomme: e Se ci
fossero ancora state le foreste della Germania,
non sarebbe avvenuta la Rivoluzione francese
".
Il
materialismo storico in Carlo Marx. - Tuttavia
abbiamo in questo campo un celebre esempio
d'intransigenza e di unilateralità:
quello di Carlo