tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
La
scienza moderna non è soltanto un insieme
di conoscenze e di capacità investigative
in atto; non è nemmeno quest'insieme
più un immenso gioco di tecniche che
affermano il dominio sempre più vasto
dell'uomo sulla natura. La scienza ormai è
un materiale fondamentale e un elemento organico
della civiltà, con la mediazione del
quale partecipiamo direttamente o indirettamente
a un determinato modo d'esistenza umana, modo
che ben distinto se confrontato con le civiltà
anteriori o esteriori allo sviluppo delle
scienze, e per di più cosciente della
propria differenza e superiorità. Oggi,
ineluttabilmente, la scienza è il testimonio
privilegiato della ragione umana, sicché
i problemi che essa solleva raggiungono quasi
immediatamente il problema dei rapporti tra
l'immanenza razionale e la trascendenza rivelata.
In definitiva la scienza, molto più
che essere una questione relativa al sistema
astratto del pensiero, pone una questione
d'opzione concreta riguardo all'umano. Perciò
sembra impossibile poterne ignorare il fatto
e sommamente pericoloso misconoscerlo. Qui
ricordiamo solo di passaggio che la società
cristiana, dopo cinque secoli, ha dovuto registrare
che si è dissolta quella forma d'unità
spirituale umana, della quale nel Medioevo
era stata l'efficace portatrice. Oggi le gravi
parole ammonitrici del supremo magistero ci
ricordano che lo scandalo dei nostri secoli
è il fatto che la Chiesa ha perduto
gli ambienti popolari e la classe operaia.
Ora è evidente che la causa di questi
fatti è per una notevole parte una
certa insufficienza dell'atteggiamento cristiano
nei confronti dell'universo della scienza
moderna.
Per
questo le presenti pagine, che espongono e
giustificano la fede cattolica di fronte al
fatto della scienza, cercheranno di superare
il punto di vista d'un'apologetica unicamente
preoccupata di confutare le principali obiezioni
mosse contro la religione e, almeno indirettamente,
cercheranno di compiere uno sforzo di comprensione
positiva, l'unica che oggi sia chiarificatrice,
quando sorgono difficoltà a opporre
scienza e religione.
Senza
questa precisazione d'insieme, qualsiasi risposta
immediata a ogni difficoltà particolare
sarà sempre poco persuasiva e inefficace,
come un sistema di difese troppo fragili sotto
la spinta d'un assalitore dotato d'una forza
di grandezza diversa. Il vero metodo dell'apologetica
cristiana deve ormai associare le risposte
particolari (cui non si può certo rinunciare)
a una visione molto larga e comprensiva dei
problemi fondamentali. È assolutamente
urgente fare intravedere, in un contesto nuovo,
che è possibile un'armonia spirituale,
analoga a quella per cui lottarono i grandi
dottori cattolici e che la Chiesa negli atti
del suo magistero non ha mai cessato di proclamare
attuabile.
Lo
sforzo per assumere quest'atteggiamento impone,
in qualche misura, il piano degli sviluppi
che seguiranno. Dedicheremo la prima parte
a caratterizzare i rispettivi campi della
scienza e della fede, a porre in rilievo le
condizioni per un mutuo accordo, discutendo
la posizione scientista e le sue obiezioni
contro l'affermazione religiosa; la seconda
parte s'occuperà più in particolare
delle difficoltà che possono nascere
dalle pretese della tecnica scientifica di
reggere integralmente la vita dell'uomo, sulla
quale però la religione non intenderà
mai smettere d'esercitare il proprio influsso.
CAPITOLO
I. - LA SCIENZA E LO SCIENTISMO DI FRONTE
ALL'AFFERMAZIONE RELIGIOSA
Distinzione
tra scienza e scientismo. - È
proprio della scienza essere una ricerca umanamente
autonoma della natura quale viene rivelata
dall'esperienza, come pure è una caratteristica
essere coestensiva alla condizione di materialità
delle cose e, in certo modo, di cogliere sempre
la realtà in quanto materiale. Pretendere
che la scienza rinunci a ciò cui è
obbligata, significherebbe esattamente chiederle
di rinunciare ad essere scienza. Bisogna quindi
mantenere ben distinta la legittimità
di questa doppia condizione della conoscenza
scientifica e guardarsi dal volerne ricusare
le esigenze. Tuttavia non si deve confondere
il metodo scientifico con lo scientismo: quello
è un insieme di regole che guidano
l'attività scientifica nella ricerca
o nell'elaborazione; questo è sostanzialmente
un'opzione d'ordine filosofico con tesi molto
discutibili, anche quando sembrano giustificate
dalle apparenze.
Le
difficoltà del dialogo tra lo scienziato
e il credente. - Le difficoltà
che il razionalismo scientista presenta come
irresistibili, sono certo molto naturali allo
spirito umano, per il fatto stesso che esso
pratica il pensiero scientifico. Molti stentano
a dare loro una risposta esatta; invece il
credente sente molto bene che tra il suo atteggiamento
e il pensiero scientifico non c'è affatto
l'opposizione di principio affermata dallo
scientismo; sente essere possibile una sintesi,
e alla occorrenza, vive effettivamente di
essa. Ma per lui è molto difficile
dire in che cosa consista tale sintesi e presentare
il suo pensiero religioso in modo da non prestare
il fianco a fondate obiezioni dell'incredulità
scientista.
E
questo ordinariamente perché tanto
il credente quanto lo scientista tendono a
misconoscere il modo con cui la verità
religiosa e la credenza intervengono nello
spirito e possono assimilare inconsciamente
le affermazioni riguardanti Dio, l'anima o
la rivelazione, alle affermazioni che la ricerca
scientifica può giustificare. La tentazione
di chi cerca di rendere ragionevole la sua
fede è d'accontentarsi, in tale materia,
di far appello a qualcosa che è nell'ordine
dell'evidenza materiale; e allora l'incredulo,
che obietta a nome della scienza, riesce facilmente
a dimostrare che, quando s'invoca l'evidenza
materiale, tocca alla scienza di entrare in
azione e che la scienza è sufficiente,
facendo credere
che la fede possa sussistere solo in quanto
il pensiero resta prescientifico o mescolato
alle determinazioni affettive della soggettività,
e che debba indietreggiare incessantemente
e ineluttabilmente a mano a mano che il pensiero
scientifico prende effettivamente possesso
del suo campo. La preoccupazione d'evitare
quest'inconveniente conduce troppo spesso
a negare al pensiero scientifico le prerogative
che, nel suo ordine, gli sono effettivamente
proprie. Ma tale atteggiamento finisce di
generare spiacevoli conseguenze, una delle
quali è lo scandalo giustificato, che
l'incredulo prova di fronte alla fede presentata
in questo modo.
Conseguentemente
oggi, con una scienza tanto vivamente cosciente
della propria condizione e dei propri metodi,
occorre uno sforzo notevole e costante per
essere chiari e condurre la discussione senza
impegnare la posizione religiosa su un terreno
che non è il suo, e dove corre pericolo
d'essere molto presto condotta in un vicolo
cieco. L'attuale livello, dove ormai si pone
l'apologetica, esige una solida dottrina sulla
natura della conoscenza religiosa e dei suoi
rapporti con la conoscenza scientifica.
Dall'evidenza
materiale a quella riflessiva. -
Sembra quindi necessario riconoscere chiaramente
il duplice ordine dell'evidenza umana e la
gerarchla esistente tra l'ordine dell'evidenza
materiale proprio della scienza e l'ordine
dell'evidenza riflessiva. Finché lo
spirito non riconosce questa dualità,
non si può trattare con chiarezza il
problema dei rapporti tra scienza e religione:
lo scientismo prende notevoli cantonate quando
pretende di ridurre tutto il sistema della
ragione allo sviluppo dell'evidenza materiale;
ma capita pure spesso che i credenti e gli
apologisti prendano abbagli complementari,
lasciandosi andare a rappresentare in modo
indebitamente materiale l'affermazione religiosa.
La prima risposta d'insieme che si deve dare
allo scientismo e alle sue difficoltà
consiste quindi nel rilevare il fatto dell'evidenza
riflessiva e nel farne riconoscere il vero
stato nei confronti dell'evidenza che serve
al pensiero scientifico. Dovremo pertanto
precisare successivamente questi punti:
-
C'è un'evidenza irriducibile a quella
di cui si serve la scienza moderna, ed è
essenzialmente legata all'attività
riflessiva dello spirito.
- Tale evidenza ha un valore distinto di verità
e di certezza, è autenticamente intellettuale,
e il suo sviluppo è pure una funzione
indispensabile della
ragione umana.
- Quest'evidenza per se stessa permette alcune
affermazioni metafisiche, come quella dell'esistenza
di Dio, e permette anche di comprendere l'eventuale
intervento d'un principio trascendente a determinare
il giudizio in un atto di credenza religiosa.
- Relativamente alla scienza, quest'evidenza
lascia sempre intatto tutto il dispiegamento
autonomo della ricerca scientifica, conforme
alle condizioni
che la scienza riconosce a se stessa; proibisce
soltanto di passare, se non vi sono altre
ragioni, dal comportamento metodologico dello
scienziato alla camuffata pretesa ontologica,
qual è in realtà lo scientismo.
- Quindi la verità religiosa, in rapporto
alla conoscenza scientifica, verrà
tempre presentata come una verità d'ordine
ulteriore; verità che riprende, illuminata
da nuove fonti di giudizio, l'insieme delle
verità umane, non esclusa la scienza.
Abbiamo un esempio di quest'integrarsi della
verità scientifica con
l'ordine del pensiero religioso, senza che
quella subisca qualche attentato da questo,
nell'affermazione della divina provvidenza.
L'identico volto dell'universo, che la scienza
scopre senza mai rinunciare alle leggi del
suo sforzo, è anche il vero volto di
questa realtà, i cui minimi tratti
sono disposti provvidenzialmente da Dio. La
scienza, anziché contraddire l'intuizione
religiosa, può essere lo strumento
d'una nuova espansione di essa.
Ora
dobbiamo commentare brevemente ciascuno di
questi punti.
1.
L'attività riflessiva dello spirito
e l'evidenza che ne risulta. - Lo
scientismo avrebbe ragione se la confusa attualità
della coscienza umana s'aprisse unicamente
all'evidenza che viene dall'esperienza e che
abbiamo chiamato evidenza materiale. Ma proprio
mentre lo spirito umano si propone di perseguire
metodicamente quest'evidenza e le sue conseguenze,
acquistando cosi il comportamento dello spirito
scientifico, si esplicita l'attività
riflessiva, che è l'altra componente
dell'attività spirituale. Correlativa
all'attività riflessiva, si determina
un'altra modalità dell'evidenza, della
quale la scienza come tale non si deve preoccupare,
ma che l'uomo non può non notare, modalità
che abbiamo caratterizzato parlando di evidenza
riflessiva. Infatti vi è quest'evidenza
ogni volta che, oltre l'esperienza spontanea
o acquisita mediante lo studio, lo spirito
umano diviene cosciente della sua attività
come tale, in quanto allora coglie. la realtà
nella visuale di quest'attività divenuta
cosciente a se stessa, prima di tutto nel
suo fatto e poi nelle sue condizioni e leggi.
L'ontologia, e anche la filosofia, è
possibile solo in proporzione di quest'evidenza
riflessiva.
Quindi
lo scientismo, pretendendo di trasferire in
negazioni ontologiche le leggi d'un comportamento
metodico della scienza, non è più
un atteggiamento scientifico, ma un'opzione
filosofica, la quale è possibile solo
quando, in vista delle stesse negazioni, usa
surrettiziamente e inconsciamente possibilità
riflessive sulle quali bisogna ritornare,
per spiegarsi chiaramente. Le spiegazioni
scientiste sono un rifiuto di considerare
il fatto riflessivo, che tuttavia lo spirito
deve attualizzare e, in certo senso, sfruttare,
almeno per formulare le sue negazioni. Conseguentemente
la filosofia scientista finisce col negare
l'ordine da cui riceve tuttavia il suo essere
in quanto affermazione filosofica. È
questa la sua contraddizione fondamentale.
Quindi contro lo scientismo si impone anzitutto
il compito di spezzare il prestigio di quest'incoerente
negazione e di prendere coscienza del fatto
che lo spirito umano riflessivo non può
accontentarsi d'utilizzare, anche se rifiuta
d'ammetterlo, il fatto della coscienza riflessiva.
Basta questo semplice rilievo a imporre un
pensiero filosofia) capace di giustificare
le affermazioni costruttive dell'ontologia
e le certezze, che cosi si possono avere,
riguardo alla divina realtà.
2.
Legittimità e certezza di quest'evidenza.
- Lo spirito scientista tende a riservare
esclusivamente alla conoscenza scientifica
la qualifica di conoscenza speculativa e veramente
oggettiva, e a vedere qualsiasi altra conoscenza
inquinata da elementi che ne impediscono o
ne falsano l'oggettività. Le affermazioni
metafisiche riguardanti principi irriducibili
a quelli attinti dalla scienza, vengono considerate
come opzioni soggettive, che la ragione critica
considera come basate in modo contingente
sui temperamenti individuali, e quindi prive
di valore autentico di verità e inconsistenti.
Però anche questo è un modo
di misconoscere l'evidenza riflessiva che,
pur diversamente dall'evidenza materiale,s'impossessa
intellettualmente della realtà ed è
in grado di fondare un ordine di verità
autenticamente speculative, poiché
nella coscienza riflessiva lo spirito coglie
realmente, distintamente e senza che vi si
mescoli la confusione affettiva, la verità
dell'atto conoscitivo e può metodicamente
fare l'analisi delle condizioni dell'atto
stesso, e in particolare può riconoscere
la condizione ontologica dell'oggetto della
conoscenza umana. 11 pensiero cosi costituito
ha certamente una forma diversa da quella
della conoscenza scientifica, che del resto
suppone già sbozzata in antecedenza.
Però questa forma è tutt'altro
che esteriore all'ordine speculativo, essendo
la vera chiave di volta e l'unica capace di
specificare in ultima analisi la misura della
certezza scientifica.
3.
L'affermazione filosofica dell'esistenza di
Dio e l'apertura all'eventualità d'una
rivelazione. -L'affermazione filosofica
dell'esistenza di Dio è il frutto conclusivo
d'un processo intellettuale fondato sull'evidenza
riflessiva, poiché la riflessione permette
di riconoscere la reale condizione ontologica
dell'oggetto della conoscenza umana, il quale
non è soltanto bruta realtà
materiale, ma è provvisto d'una certa
intelligibilità perfino nella sua stessa
esistenza. D'altra parte qui non si tratta
affatto d'un postulato soggettivo, ma d'una
condizione d'una realtà anteriore all'appello
razionale provocato dal dato nello spirito
umano: ciò che è non è
soltanto esistenza immediata e bruta, ma realtà
giustificata, anche se la giustificazione
completa sfugge allo spirito che se n'è
posta la questione. Lo spirito è dunque
abilità a passare da ciò che
è attinto dal pensiero riflessivo all'affermazione
d'un principio ultimo di giustificazione della
realtà. Quando nominiamo Dio, ci riferiamo
a questo principio.
Questo
processo di passaggio, attuato secondo i vari
modi di considerare la realtà effettivamente
conosciuta, dalla metafisica è chiamato
dimostrazione dell'esistenza di Dio. Così
il pensiero filosofico vede che la realtà
mutevole è fondata sopra un'attualità
immutabile e trascendente alla natura, che
l'essere contingente ne richiama un altro
per sé necessario, che la diversità
delle cose imperfette dev'essere riunita sotto
l'unità d'un essere primo e assolutamente
perfetto, ecc.
Rimarrebbe
da dimostrare più chiaramente che tale
affermazione dell'esistenza di Dio è
possibile solo se implica la trascendenza
dell'essere divino, esclusa dalla soluzione
panteista. In sostanza la cosa è legata
all'irriducibilità di natura che vi
è tra l'evidenza materiale e quella
riflessiva, poiché questa, per principio,
si riferisce a un ordine di realtà
completamente diverso da quello che si può
raggiungere attraverso l'evidenza materiale.
Il panteismo, con la tendenza a identificare
Dio e la natura del tutto cosmico, misconosce
un'indicazione importante della coscienza
riflessiva. Ma per tutto questo possiamo accontentarci
d'indicare, direi, i perni e le tappe della
discussione con lo scientismo, lasciando che
ciascuno ricorra all'insegnamento usuale della
teologia cattolica su ciò che noi abbiamo
soltanto indicato.
D'altra
parte il processo intellettuale, possibile
attraverso l'evidenza riflessiva, sfocia nell'affermazione
dell'esistenza di Dio, in modo da permettere
di comprendere l'eventuale intervento d'una
rivelazione. L'evidenza riflessiva nella coscienza
umana è connessa con uno stato dello
spirito che ragiona sull'universo e su ciò
che vi si vede. Ora la metafisica è
lungi dal permettere un'esauriente risposta
alle varie incertezze sollevate dalla ragione
inquirente sull'universo. Lo spirito umano
può affermare l'esistenza di Dio, ma
non ne scopre affatto la natura intima, e
tanto meno riesce a chiarire il mistero del
destino di questo mondo, né il mistero
del proprio destino in seno a questo mondo.
A questo riguardo il- pensiero umano potrà
costruire diverse ipotesi, ma è sua
caratteristica l'incapacità di determinarsi
razionalmente sulla verità di qualcuna
di queste ipotesi e, in modo generale, gli
resta sempre l'incertezza riguardo alle questioni
di quest'ordine. Perciò l'evidenza
riflessiva non è affatto esauriente,
poiché in certi campi lascia l'uomo
necessariamente sospeso, non già perché
sia impossibile o impensabile una determinazione,
ma unicamente perché nella presente
condizione è inaccessibile al pensiero
strettamente filosofia).
Né
si creda die le conclusioni categoricamente
negative alle quali ordinariamente in questo
campo s'adattano i filosofi che si dicono
razionalisti, razionalmente si trovino meglio
delle conclusioni affermative, poiché
dal punto di vista strettamente filosofia)
le conclusioni negative non sono più
solide delle altre. L'indeterminazione e l'aspettativa
sono qui la sorte propria dello spirito umano,
e proprio questo fatto apre la porta perché
la rivelazione possa, quando lo voglia, entrare
in scena per iniziarci ad un nuovo settore
di realtà. E questo è anche
ciò che giustifica il fatto della rivelazione,
perché l'uomo ha bisogno d'essere fissato
sul suo destino essenziale e nell'incertezza
in cui è lasciato dalle risorse naturali,
ha bisogno di ricevere da D'io la diiarezza
che lo integra al fine divino dell'universo.
Ed ecco ritrovata, senza difficoltà,
la giustificazione che San Tommaso e la teologia
cattolica danno al fatto d'una rivelazione
venuta da Dio.
4.
Evidenza riflessiva, rivelazione e autonomia
scientifica. - L'indispensabile autonomia
scientifica è forse l'argomento più
profondo di cui si serve il razionalismo scientista
contro il fatto religioso. La scienza è
e non può essere che esercizio autonomo
dell'evidenza umana, poiché non c'è
scienza se non si parte da ciò che
è realmente manifesto, se non ci si
attiene rigorosamente ad esso e se non lo
si elabora con metodi che sono a stretta disposizione
dello spirito proprio dell'uomo. L'esperienza,
quale va intesa in virtù di questo
programma generale, e le operazioni, che permettono
il formarsi del sapere, danno vita a un sistema
nel centro del quale, per principio, la trascendenza
non si trova esplicitamente manifestata; perciò
la scienza si può diportare come se
non esistesse il " soprannaturale ";
lo spirito umano infatti deve giungere a definire
l'ordine " naturale " come l'equivalente
di ciò che esso può effettivamente
cogliere nelle cose.
Nulla
di tutto questo è materialmente contestabile,
quando si tratta solo d'enunciare le condizioni
stesse della conoscenza scientifica. La scienza,
quale oggi la concepisce il sapere positivo,
non può cogliere il " soprannaturale
n e giungere al fatto trascendente. Ma questo
non significa die ci sia motivo di concludere
che non esiste nessuna trascendenza e che
il soprannaturale è impossibile, semplicemente
perché la trascendenza divina e il
soprannaturale si pongono sopra un altro piano.
È veramente proprio del pensiero, guidato
da una certa riflessione, riprendere tutto
l'insieme della materialità della conoscenza
in una comprensione ulteriore dell'universo
e dell'esistenza. La scienza può elaborare
la materialità della conoscenza con
tutto il rigore e l'autonomia che vuole (ed
è desiderabile che lo faccia il più
possibile), ma non s'impone meno il problema
di riprendere quest'acquisto seguendo le prospettive
del pensiero riflessivo. Ora i principi di
tale ripresa possono essere non solo filosofici,
ma anche
specificamente religiosi, nella misura in
cui, fondandosi sopra un'autorità divina,
determinano ciò che è lasciato
nell'incertezza dell'evidenza riflessiva umana.
La realtà religiosa, quando parte da
principi autentici e ben intesi, anziché
essere incompatibile e indifferente alla scienza,
è normalmente destinata ad accettare
la scienza e ad assumerla in quella visione
dell'universo che la fede deve costruirsi,
senza mutilare minimamente il sapere materiale
e il sistema delle sue possibilità
intrinseche.
Quindi
la verità religiosa ha e deve avere
per principio, il rispetto totale del sistema
umano della scienza e, molto lungi dall'essere
contraddetta dallo sforzo della ricerca autonoma,
ha l'obbligo d'ammettere tale ricerca e anche
di provocarla, per giungere, attraverso di
essa, a radicarsi più completamente
nell'universo umano. Una credenza può
andare contro la scienza solo quando lotta
contro di essa sul terreno dell'evidenza materiale.
Ora la sostanza della verità religiosa
non si pone affatto su tale terreno, ma su
quello delle certezze verso cui l'evidenza
riflessiva apre lo spirito umano. Del resto
la teologia cattolica è la prima a
considerare inaccettabile qualsiasi proposizione
di verità cosiddetta religiosa contraria
alle evidenze naturali dello spirito. Quindi
una credenza sviluppata nel disprezzo della
scienza, fino a contraddirne espressamente
le conclusioni, è necessariamente priva
di fondamento e di verità.
Reciprocamente
a questo principio, la scienza deve avere
il rispetto totale per la credenza religiosa.
La pretesa scientista che con il suo spirito
mutila la totalità dell'essere è
inaccettabile. La scienza in tutte le cose
è capace di conoscere ciò che
le permette l'evidenza materiale umana, ma
per natura rimane incompetente ogni volta
che il discernimento del fatto suppone che
lo spirito si volga all'evidenza riflessiva.
Perciò è ingiustificato il passaggio
dal metodo scientifico alle conclusioni pronunciate
dal razionalismo scientista: ciò che
coglie la scienza non è tutta la realtà.
Quello che la scienza coglie è certamente
reale, ma c'è anche un'altra realtà
che bisogna giudicare secondo principi diversi
da quelli adoperati dalla scienza. Il razionalismo
scientifico misconosce questo fatto perché
trasforma il metodo della conoscenza scientifica,
cioè le regole die guidano questa conoscenza,
in un'ontologia, cioè in affermazioni
ca-tegoriche, che pretendono di circoscrivere
in modo assoluto la realtà delle cose,
cioè ridurre la realtà a ciò
che è sperìmentabile. Oppostamente
a quest'errore, il vero atteggiamento dello
spirito esige che s'unisca il rispetto totale
della riflessione per la conoscenza scientifica
con una totale disponibilità di questa
conoscenza ai giudizi che permettono ulteriormente
la riflessione alla credenza religiosa fondata.
Ciò
significa che bisogna comprendere rottamente
l'autonomia della scienza. In realtà
sarebbe necessario distinguere l'autonomia
di metodo, die è innegabilmente un'autonomia
ma su un piano in certo modo ancora astratto,
e l'autonomia esistenziale, che sarebbe quella
d'un soggetto che si' attua pienamente da
sé nella realtà effettiva e
concreta. La scienza umana non possiede quest'autonomia
esistenziale. La scienza si vede dipendente
da un oggetto che le da un'evidenza, ma essa
non riesce affatto, nemmeno nell'ordine matematico,
a completare da sola il sistema totale di
quest'evidenza, tanto che lo stato perfetto
della sintesi scientifica resta necessariamente
un ideale inattuabile. La scienza non può
nemmeno dare l'autonomia esistenziale all'essere
umano, che in realtà viene determinato
dalla realtà scientifica solo in parte
e, per quanto sia vasto il sistema scientifico
effettivo, l'uomo ha in se stesso la vocazione
a un sistema più ampio di perfezionamento
nell'esistenza. Ora molte difficoltà
derivano dal fatto che si confondono troppo
frettolosamente le due moralità d'autonomia,
metodologica ed esistenziale, e il razionalismo
è, per cosi dire, tutto quanto fondato
sulla loro identificazione.
5.
Verità religiosa e integrazione della
verità scientifica. - Perciò
la conoscenza scientifica non dispensa lo
spirito da uno sforzo ulteriore di pensiero
e di giudizio, sforzo che, sfortunatamente,
viene troppo spesso inteso come se dovesse
svolgersi sullo stesso piano dello sforzo
della scienza e dovesse cogliere gli oggetti
nello stesso modo di quest'ultima. Speriamo
che quanto abbiamo detto faccia meglio vedere
la profonda differenza d'ordine che separa
l'affermazione scientifica dal giudizio filosofia"
o religioso. Il giudizio religioso non ha
affatto come oggetto la determinazione d'una
verità materiale delle cose accessibili
all'esperienza umana; esso intende fissare
lo spirito umano sopra realtà che hanno
soltanto l'effetto d'inserire queste verità
materiali, quali si trovano essere, in un
significato dell'universo, dell'essere umano,
del suo destino... ecc, che trascende la scienza.
Vi è qui un .comportamento simile a
quello del giudizio filosofia".
Facendo
questo, la verità scientifica non è
né maltrattata né violentata,
ma è semplicemente ripresa in una visuale
di verità più profonda, perché
è chiamata a sostenere, altrettanto
bene e, in linea di principio, anche meglio
delle conoscenze ingenue, le determinazioni
di questa visuale. Il pensiero dell'uomo,
per essere visione religiosa dell'universo,
non ha affatto bisogno di restare nello stadio
d'un pensiero anteriore al risveglio della
curiosità scientifica e allo sviluppo
della ricerca motivata da questa curiosità.
Anzi, la conoscenza scientifica, perfetta
espansione della facoltà umana di accedere
alle cose, è disposta a questa ripresa
armoniosa nel ritmo d'uno sforzo che associa
riflessione e credenza per rispondere alle
questioni d'insieme che l'universo propone
all'uomo.
A
questo riguardo la migliore apologetica sarà
non quella dei discorsi, ma quella dei fatti;
Una visione cristiana dell'universo, capace
d'assumere i dati e lo spirito stesso della
scienza, risponderà certamente meglio
alle classiche difficoltà del razionalismo
scientista, che non molte discussioni contro
le obiezioni e molte pagine di polemica. L'edificazione
d'una tale visione cristiana dell'universo,
che in definitiva riprenderebbe l'ambizione
delle somme medioevali, può sembrare
perfettamente possibile, e forse persino facile,
poiché molti pregiudizi scientisti
stanno affievolendosi, quasi minati internamente
da una duplice crisi. Da una parte le scienze
han ripreso l'analisi dei loro fondamenti,
e si sono accorte in modo preciso che non
è possibile stabilirli con la facilità
prima immaginata; d'altra parte, con il problema
delle loro risonanze pratiche sul piano dell'esistenza
umana, esse hanno toccato realtà per
le quali pare imporsi sempre più il
ricorso a facoltà di giudizio superiori
a quella proveniente dalla scienza e dalla
tecnica. Ecco quanto si può già
opporre allo scientismo; ma gioverebbe ancora
di più servirsi di queste possibiltà
aperte per dare una formula positiva alla
sintesi d'un'informazione scientifica e d'un
giudizio religioso sull'universo. Qui occorre
almeno sottolineare con forza il principio
della legittimità di questa sintesi,
a quelle condizioni che abbiamo definito con
quanto abbiamo detto.
CAPITOLO
II. - SCIENZA E RELIGIONE DI FRONTE ALL'AVVENIRE
DELL'UOMO
L'uomo
s'incarica di se stesso.
- Le scienze, e soprattutto quelle riguardanti
l'uomo, rischiano veramente di sollevare contro
le credenze e la pratica religiosa una forma
d'obiezione quasi inedita nel passato, e che
dobbiamo considerare sempre più da
vicino. Infatti la scienza moderna, nel suo
stesso principio, è non solo sforzo
di conoscere disinteressatamente, ma volontà
di trasformare tecnicamente la natura, proporzionatamente
alle possibilità aperte attraverso
la scienza. Le scienze riguardanti l'uomo
sono ormai talmente progredite da poter cogliere
le prime istanze d'un'azione generale sulla
natura umana. Un progresso parallelo della
biologia umana, della psicologia, della conoscenza
dei determinismi sociali, delle tecniche di
previsione statistica permette di concepire
sempre più chiaramente gl'indizi d'un
nuovo modo, con cui l'uomo può prendere
in mano il proprio destino. Lo scienziato
ritiene possibile che non sia lontano il giorno
in cui toccherà all'uomo assumersi
la responsabilità della propria evoluzione
come specie vivente, e di far sorgere un nuovo
stato d'esistenza umana in una nuova organizzazione
della terra.
In
tutto ciò ha indubbiamente molta parte
il mito. Ma stupisce vedere fino a che punto
idee di questo genere (dalla teoria del superuomo
nietzschiano alle divinazioni scientifiche
di certi romanzi d'anticipazione) stimolino
lo spirito moderno. Pur essendo confusi e
pur cercando se stessi attraverso sogni veramente
inefficaci, questi pensieri hanno qualcosa
di simile a quelli che agitarono il mondo
del Rinascimento, quand'erano in gestazione
la scienza e lo spirito che apparvero col
secolo XVII. Un'importante complesso spirituale
dell'umanità è forse in via
di formazione sotto i nostri occhi.
Conseguenze
d'ordine religioso. - Ora non è
impossibile che si possa rinnovare considerevolmente
l'obiezione che le religioni asserviscono
l'uomo. Al quadro dell'umanità tenuta
sotto tutela dalla morale e dalle osservanze
religiose, s'oppone l'immagine d'un'umanità
sempre più emancipata per opera della
scienza, e capace di prendere in proprio favore
iniziative impreviste, guidata solo dal principio
d'una decisione autonoma. Il sistema di regole
di vita della tradizione cristiana o della
morale cattolica corre quindi pericolo di
apparire soltanto come un'insieme di regole
superate e indegne della situazione presente,
divenute come otri vecchi incapaci di contenere
il vino d'un'esistenza trasformata. Il contrasto
non è certamente divenuto generale,
ma si possono fin d'ora diagnosticare due
punti, dove già si comincia a formularlo.
a)
La trasmissione della vita. - II
primo punto è quello della morale riguardo
alla trasmissione della vita umana, sulla
quale la Chiesa cattolica si mostra sempre
molto stretta con esigenze che, del resto,
hanno ragioni molto complesse: il senso acuto
della purezza e della possibile decadenza
della spiritualità nello scatenarsi
disordinato della sessualità e, forse
ancora di più, l'atteggiamento rispettoso
verso il mistero della vocazione divina insita
nell'esistenza umana. Ma oggi la scienza mette
l'uomo sempre più in grado di compiere
un'azione d'insieme sui fenomeni biologici
della sua riproduzione, dove le possibilità
si rivelano astrazion fatta da ogni esigenza
morale. Si tratta, oggi, non solo di vari
interventi nel corso della gravidanza, ma
si agisce sullo stesso processo di fecondazione,
con azioni che forse preludono a un estendersi
assai più considerevole dei poteri
dell'uomo sulla biologia umana.
D'altra
parte siamo di fronte non solo a iniziative
limitate a casi individuali, ma a possibilità
d'insieme capaci di dominare perfino i fenomeni
sociali. L'uòmo di scienza, al quale
si svelano questi poteri, rifiuta quasi istintivamente
di riconoscere valida una legislazione morale
fissata ancor prima che questi poteri fossero
diventati fatti umani, e quindi rimprovera
la religione di paralizzare con decisioni,
aprioristiche in queste materie, la libera
conquista del vero equilibrio dell'agire umano.
L'agire scientifico sembra conoscere l'unica
regola di tentare tutto il possibile. Ora
la morale cattolica da spesso l'impressione
di voler ritenere questo possibile contrario
alla legge divina dell'esistenza umana.
b)
La condotta delle masse. - II secondo
punto riguarda la condotta delle masse. Oggi
sembra di assistere a un processo che impregna
l'esistenza con registri sempre più
complessi di causalità umana e il mondo,
in questo senso, assume densità e compattezza
finora sconosciute. Ora all'origine della
maggior parte, se non di tutti, questi registri
di causalità, si trova uno sviluppo
tecnico nato dai progressi della conoscenza
scientifica. Ne segue che l'uomo, in linea
di principio, ha la possibilità di
concentrare sempre più metodicamente
le leve d'azione sulla propria collettività
e di tentare, con l'ausilio dei capi politici,
esperienze sempre più possenti per
riformare il proprio essere. Anche qui l'uomo
dì scienza pensa istintivamente che
il tentare il possibile è la vera legge
dell'azione, e che tutte le barriere d'una
morale prestabilita devono necessariamente
cedere quando appaiono aperti nuovi campi
alla tecnica. Cosi, nello spirito dello scienziato,
un'etica del compimento del possibile tende
a sostituire l'etica proposta dall'insegnamento
religioso.
Certo
i primi e tragici esempi di questa nuova etica,
apparsi recentemente nel mondo, benché
ancora troppo tinti di romanticismo e di passione
per rivelarsi quali erano effettivamente,
hanno provocato l'orrore dell'uomo civile.
Ma non bisogna credere che tutto sia cosi
risolto, perché il moto delle idee
non ha cambiato orientamento. La reazione
umana alle crisi bestiali degli anni che abbiamo
vissuto, e che forse dovremo ancor vivere,
ne prepara soltanto una certa sublimazione.
Nietzsche aveva veduto l'etica della volontà
di potenza al livello della potenza passionale,
ma s'avvicina il tempo in cui essa deve salire
al livello della potenza razionale e scientifica.
Nietzsche aveva prima di tutto sognato il
superuomo individuale; lo sviluppo della scienza
sveglia sempre più nell'uomo l'ideale
della sovraumanità collettiva. Ma anche
trasferito in questo modo, non sembra affatto
che lo spirito cristiano possa accettare un'etica
della volontà di potenza come regola
dell'esistenza collettiva dell'umanità.
In una parola diciamo che la scienza conosce
effettivamente la cosa umana; ma agli occhi
della religione cristiana, sia per ragioni
umane, sia per motivi divini, è impossibile
die l'uomo faccia il proprio bene decidendosi
a trattare se stesso interamente come una
cosa, né sul piano individuale, né
sul piano collettivo. Quindi il conflitto
cova finché lo spirito scientifico
non sia convenientemente illuminato sul modo
di servirsi dei suoi poteri in materia umana.
Come
si rischia di fare l'opzione.
- La pretesa che ha talvolta lo scienziato
di predire e anche d'incaricarsi dell'avvenire
dell'uomo appare dunque inaccettabile alla
credenza religiosa. Ma questo non significa
che l'estensione della scienza e lo sviluppo
umano del complesso delle tecniche non abbiano
un'immensa importanza per l'avvenire, come
appare almeno confusamente a ogni spirito
che partecipa della vita moderna del mondo.
Proprio di qui viene la forza, che rischia
d'essere sempre più terribile, dell'obiezione
lanciata contro la regola religiosa dell'esistenza
da coloro che parteggiano per la trasformazione
scientifica della vita a tutti i livelli umani.
Come s'è già detto, nel momento
in cui l'opzione diventa alternativa, c'è
molto da temere che si prendano le decisioni
favorevoli al mondo della scienza e sfavorevoli
a quello della credenza.
Le
condizioni della sintesi futura.
- In fondo ogni problema d'apologetica è
dominato da un sottinteso problema teologico,
e dalla chiara soluzione del problema teologico
si può determinare come l'apologetica
debba esporre sia le idee e sia i metodi relativi
che usa onde presentare le idee stesse. Qui
il problema teologico è ancora imperfettamente
formulato, perché ha un'essenza assai
nuova, e la soluzione non pare chiaramente
acquisita. In modo molto generale, per la
religione cristiana si tratta di sapere come
la morale da essa insegnata, con le regole
che vengono formulate tenendo conto d'un certo
stato della cultura umana, possa trovare l'equilibrio
in funzione dei nuovi stati di questa cultura.
Il
fatto importante del periodo attuale è
precisamente la comparsa di poteri generali
e materiali per trasformare la condizione
umana. Una morale che, per evitare le questioni,
interdicesse anticipatamente l'uso di questi
poteri, sarebbe praticamente e inevitabilmente
scartata dal moto effettivo dell'esistenza.
Così a mezzo del secolo XVIII non avrebbe
servito a nulla voler impedire la possibile
industrializzazione in nome degli squilibri
sociali e delle miserie umane che essa avrebbe
comportato, nel caso che squilibri e miserie
allora fossero stati previsti. Cosi è,
fatte le debite proporzioni, per le trasformazioni
ancor più profonde che s'annunciano
fin d'ora. Del resto una simile morale sarebbe
lontanissima dal soddisfare l'esigenza di
regolazione ragionevole, come si definisce
la morale autentica.
D'altronde
non pare affatto che la religione cristiana
sia stata data all'uomo per dispensarlo dall'affrontare
il rinnovamento delle circostanze umane: tutto
lo sforzo moralizzatore della Chiesa, e specialmente
quello di cui abbiamo un esempio nelle encicliche
degli ultimi pontefici, attestano la preoccupazione
sempre più viva di trovare le soluzioni
per equilibrare i principi della legge religiosa
con i dati presenti della vita. Si può
dunque oggi porre legittimamente la questione
di sapere come si debba tener conto di ciò
che viene annunciato dal progresso delle scienze
riguardo a quello che dovrà essere
la futura integrazione morale e religiosa.
Certo non sarà affatto l'eliminazione
della legge religiosa, che finora ci è
venuta attraverso la Chiesa cattolica, a dare
la soluzione; sarà anzi una conquista
più profonda delle virtualità
umane da parte dello spirito di Cristo.
Compiti
apologetici. - Se la soluzione d'un
tale problema di teologia morale non ha nulla
d'impossibile, non sembra però che
finora si possa dire del tutto acquisita.
Alcune decisioni particolari del magistero
ecclesiastico in materia di deontologia medico-chirurgica
fissano importantissimi punti di riferimento
riguardo alla trasmissione della vita; però
la materia delle azioni di massa che traversano
l'umanità, è soggetta a maggiori
incertezze, e pare che a questo riguardo si
debba attendere una maturazione sia della
coscienza umana come di quella religiosa.
Di conseguenza l'apologista cristiano si deve
accontentare di tenere posizioni ancora un
po' provvisorie e indeterminate, accettando
l'idea d'un lavoro d'opprofondimento teologico
e, nello stesso tempo, preoccuparsi di conservare
la chiarezza privilegiata che l'insegnamento
cristiano apporta già in certe materie.
Qui, come altrove, la prima tappa d'un'apologetica
efficace sarà quella di dare all'uomo
di scienza il senso di quest'associazione
necessaria di quello che egli può dare
col suo apporto, con quello che viene all'uomo
da un'altra fonte di determinazione spirituale.
Noi ritroviamo, trasferito nell'ordine della
conoscenza morale, il problema fondamentale
dell'integrazione della scienza nella sintesi
effettiva della coscienza umana, sintesi sulla
quale quanto abbiamo detto in questo capitolo
ci permette di non insistere oltre.
Severi,
Van Hagens. F. Selvaggi, Filosofia delle scienze,
La Civiltà Cattolica, Roma 1953.
Scienza
e religione. D. Dotarle, Humanisme
scientifique et raison chrétienne,
Desclée de Brouwer, Paris 1953. F.
Selvaggi, Problemi della fisica moderna, La
Scuola, Brescia
J953- La quarta parte dell'opera (pp. 139-161)
tratta dei rapporti tra scienza e fede. B.
Bavink, La fetenza naturale sulla via della
religione, Einaudi, Torino 1944. V. Marcozzi,
E problema di Dio e le scienze, Morcelliana,
Brescia 1949. Severi F., Scienza e religione
ieri ed oggi, in Vita e Pensiero, 1953, pp.
517-526. Particolarmente importanti per l'autorità
da cui promanano alcuni discorsi di Pio XII
dei quali si può trovare una sillogens\V
Appendice di questo volume. Il volume di B.
Russel, Religione e scienza, La Nuova
Italia, Firenze 1951, è scritto con
la retriva mentalità illuministica
che vede nella religione una nemica della
scienza.
Su alcune questioni particolari segnaliamo
i 4 volumi : II cristianesimo e le scienze,
Scienza e mistero, Scienza e uomo, Scienza
e Civiltà, Ed. Studium Christi, Roma
1947-50, che sono raccolte di conferenze tenute
da scienziati.
CONCLUSIONE
Questi
pochi rilievi bastano almeno a far vedere
che oggi il problema del confronto tra la
scienza e la religione cattolica è
ben altro che un problema solo intellettuale
e speculativo: è anche un problema
umano, il quale include un atteggiamento concreto
e pratico dell'uomo riguardo alla propria
esistenza. La religione cristiana che, fin
dalle origini, pretese d'essere l'unica autentica
guida della vita umana sulla terra, non può
pensare di ritirarsi da questo campo, come
non pensa di rinunciare a quei campi che più
comunemente le vennero contestati negli ultimi
secoli. Del resto qui l'apologista cristiano
non dovrà per nulla cedere alla tentazione
di timidità: la posizione dei principi
della morale evangelica, nel seno della presente
crisi umana, è forse più forte
di quanto sia mai stata, per poco che si sappia
apprezzare esattamente le realtà in
gioco.
Fermiamo
qui il confronto tra il sistema del pensiero
scientifico con quello della credenza e della
vita religiosa, dov'è indirettamente
in gioco tutta una condizione moderna dell'intelligenza
e della vita. Qui una delle maggiori difficoltà
dell'apologetica è di non essere inferiore,
se non alle idee pure, almeno a una completa
densità umana di vita concreta e concretamente
orientata nel senso di certe opzioni. Sembra
che l'unico mezzo sia unire a una sufficiente
partecipazione a quest'universo della scienza
moderna, un saldissimo senso del rapporto
fondamentale tra coscienza scientifica e coscienza
religiosa: tutto dipende da questa chiarificazione,
di cui abbiamo cercato di delineare i princìpi.
L'apologetica sarà valida in quanto
saprà mostrare come l'universo della
scienza, senza rinunciare a se stesso, può
entrare nel sistema d'un universo più
alto, dominato dalle luci filosofiche e religiose
della conoscenza del vero Dio e della rivelazione
d'un Amore redentore.
D.
D.
BIBLIOGRAFIA.
-1. Scienza e sua metodologia. F. Amerio,
Epistemologia, Morcelliana, Brescia 1948.
F. Selvaggi, Valore emetodi della scienza,
Coletti, Roma 1952. Il volume contiene un
ciclo di lezioni di Armellini, Dallaporta,
De Tivoli, Fantappiè, Pende, Ranzi,