tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
L'islamismo
non esercita quasi nessuna attrazione sui
cristiani che vivono in Europa o, per parlare
più in generale, fuori dell'ambiente
islamico. Semmai tali cristiani, vedendo che
l'Islam non è ancora stato penetrato
dal cristianesimo, son tentati talvolta di
pensare che la mezzaluna sia più forte
della Croce. Invece tra coloro che, per qualsiasi
ragione, devono avere contatti un po' prolungati
con i popoli professanti l'Islam, non pochi,
specie se cristiani superficiali, sentono
vive simpatie verso quella religione e vengono
scossi nella loro fede. Prima di giudicare
questi due atteggiamenti, vediamo brevemente
che cos'è l'Islam.
CAPITOLO
I. - CHE COS'È L'ISLAM
L'islamismo
è la più recente delle grandi
religioni, poiché fu fondato nel settimo
secolo della nostra era da Maometto in un
paese, l'Arabia, che a quel tempo, oltre i
Beduini pagani che erravano nelle regioni
desertiche, conteneva pure, nelle oasi, giudei
e cristiani ma di tendenze ereticali.
Maometto.
L'uomo. -Maometto, giovane retto,
buono e ardente, incline alle riflessioni
religiose e soggetto alle visioni, conobbe
a gli uomini del libro ", cioè
i cristiani e i giudei che avevano una rivelazione
scritta. Spinto dai colloqui con questi uomini
del libro o dal suo commercio con a l'angelo
Gabriele ", si dedicò a illuminare
i suoi compatrioti illetterati e indifferenti
per far conoscere prima di tutto l'unità
di Dio e le sanzioni d'oltretomba. Di origine
povera, ma divenuto agiato pel suo matrimonio
con Khadigia. ricca vedova che l'aveva avuto
al suo servizio, potè impiegare tutto
il suo tempo a predicare. La sua predicazione
alla Mecca fu ostacolata dai corrotti urtati
dal suo verbo; dovette quindi fuggire a Medina.
L'anno della fuga, l'egira, segna l'inizio
dell'era musulmana. A Medina viene accolto
molto meglio e trova modo di compiere anche
le funzioni analoghe a quelle del capo d'un
piccolo Stato, e, con questo potere politico
unito all'autorità di profeta, convertì
alcune tribù con le anni, e passò
alla rivincita impadronendosi della Mecca.
Nel 632, quando mori a Medina, era vero padrone
di tutta l'Arabia.
Il
profeta. - Maometto è innegabilmente
una grande figura. Sì numerose furono
le sue visioni che alcuni psichiatri moderni
vogliono vedervi dei turbamenti psichici,
i quali però non alterano il senso
della sua opera. Non sapendo
leggere, non conoscendo che assai male il
cristianesimo e il giudaismo, giunti a lui
molto deformati, egli dovette sinceramente
credersi il continuatore di Mosè e
di Gesù e, fatta la sintesi delle loro
due leggi, non poteva essere che il profeta
sommo, del quale essi erano solo i precursori.
Da
noi è spesso accusato perché
la fine della sua vita fu poco degna della
sua giovinezza: si lasciò inebriare
dalle possibilità del potere fino ad
abusare della guerra santa, con le astuzie
e le violenze che accompagnano ogni guerra;
accettò pure la comoda poligamia, permettendo
ai discepoli quattro mogli legittime e tenendone,
col permesso del cielo, nove per sé.
Bisogna giudicare tali abusi collocandoli
nel loro ambiente, cioè tra Beduini
un po' briganti, dove la poligamia spesso
risponde meno a desideri carnali che a un
bisogno di mano d'opera: noi traduciamo con
concubina una parola che prima di tutto significa
serva.
D'altronde
Maometto ebbe la modestia di non presentarsi
mai come un santo, né come un taumaturgo;
è certo però che fece certamente
progredire assai le credenze e la moralità
dei suoi compatrioti anche lontani.
II
Corano. - La sua dottrina, l'Islam,
cominciò ad essere codificata durante
il soggiorno di Medina. Alcuni segretari scrivevano
quello che egli aveva appreso in alcune delle
sue estasi; altri pensieri vennero ritenuti
a memoria dai suoi discepoli immediati; il
tutto formò il primo Corano. La parola
Corano (qur'àn) significa
in arabo " recitazione " e a testo
da recitarsi ". Dopo la morte del profeta
si misero in ordine questi brani disparati,
facendone centoquattordici sure (capitoli)
e si ebbe cosi la versione definitiva che
rimonta a Uthmàn, il terzo califfo
(660).
L'opera
è un codice religioso e civile come
il Deuteronomio; non è soltanto il
Libro per eccellenza, ma il Libro unico. Resterà
immutabile, e questo si spiega in parte con
l'immobilità delle condizioni materiali
che dovranno subire i musulmani, ma, d'altra
parte, li inciterà a non tentare d'agire
sul loro ambiente fisico. Tuttavia l'intelligenza
musulmana s'esercita in numerosi commenti
ispirati dal Corano. Inoltre i legisti che
lo dovranno applicare a regioni fuori dell'Arabia,
faran sorgere quei raggruppamenti islamici
che non osiamo chiamare sètte, perché
considerati ortodossi, di cui i principali
sono gli hana-fiti, i malikiti, i shiafiiti
e gli hanbaliti.
La
guerra santa. - Muniti di questa
fede, i musulmani si proposero di convenire
la terra, anche con l'aiuto delle loro anni.
La loro guerra santa fu a lungo e largamente
fortunata; ottennero rapidamente la conversione
di popoli non bellicosi per effetto del terrore,
e anche per un effetto puramente morale, avendo
questi popoli un Credo povero, come quelli
dei cristiani d'Africa già deviati
dalle eresie donatista e ariana e quello dei
popoli dell'India con un bramanesimo o un
buddismo rudimentali.
Conquistati
l'Egitto, l'Africa del Nord, la Spagna, l'invasione
saracena fu arrestata da Carlo Martello a
Poitiers (732), e poco dopo gli Spagnoli iniziarono
e lentamente condussero a termine la loro
liberazione. Tuttavia l'Islam soggiogò
i Turchi che, nel 1453, presero Costantinopoli
donde si spinsero fino a Vienna ove furono
vinti da Sobieski soltanto nel 1682. Nel secolo
xii fu islamizzata, e lo è tuttora,
una parte dell'India. L'espansione si arrestò
soltanto alla Cina. In tempi più moderni
l'Islamismo dell'Africa del Nord discese nell'Africa
nera e oggi s'è arrestato un po' a
nord dell'equatore, davanti al cristianesimo
introdotto recentemente nella grande foresta.
Nello
stesso tempo i musulmani, prima guerrieri
mobili, si fissarono al suolo e divennero
artigiani, mercanti, letterati, pensatori
e artisti; le loro città, fondate su
un modello uniforme, precedettero nello splendore
quelle del nostro Medioevo feudale; e Harun
al-Raschid, inviando a Carlomagno un orologio
ad acqua, era il civilizzato che faceva un
regalo inaudito a un re barbaro.
Tralasciando
i dettagli di questa vita nuova, sorta dalla
riforma di Maometto, ci limitiamo a descrivere
le grandi linee della religione istituita
da lui.
L'islamismo
fa a meno di Chiesa e di sacrifici.
- Prima di tutto non prese forma di una Chiesa.
Poco vivo inferiormente ed esteriormente,
non ha bisogno d'un'autorità per conservare
i dommi o le pratiche contro innovazioni da
cui non è minacciato. Il Libro, essendo
scritto e sacro, è al sicuro dai ritocchi
S'aggiunga il carattere patriarcale delle
popolazioni arabe, berbere, indiane, slave,
negre, dove anche il pensiero è conservato
sotto l'autorità dei capi e degli anziani.
Non si può parlare d'un sacerdozio
musulmano, essendoci tutt'al più funzionari
ecclesiastici, come gli imam che presiedono
alla preghiera, gli ulama o dottori, che possono
solo interpretare il Corano e, in caso di
dubbio, decidere a nome della comunità
dei fedeli. È vero che c'è un
califfo, successore di Maometto, ma è
un capo politico, non religioso, e nei confronti
della religione ha soltanto il carattere d'un
protettore. Infine non c'è un sacrificio,
che si trova nella maggior parte delle religioni.
Le moschee non sono il tempio d'un culto,
ma sono i luoghi in cui ci si raduna per pregare
e dove i maestri, attorniati da un cerchio
di discepoli, impartiscono il loro insegnamento.
Si sente spesso parlare del grande influsso
della moschea di Al-Ahzar del Cairo, ma è
l'influsso d'un'università.
I
cinque pilastri dell'Islam. - L'Islam
si riduce alla fede, a preghiere e ad opere.
Questi doveri dei fedeli, comuni alle quattro
scuole ortodosse, possono essere riuniti sotto
cinque rubriche, i cosidetti a cinque pilastri
dell'Islam ".
1.o
Prima di tutto la fede. Essa consiste nella
formula: " Non vi è Dio all'infuori
di Allah e Maometto è il suo profeta
". Secondo i teologi si esplicita in
sei articoli: L'unità di Dio, gli angeli,
i libri santi, la missione dei profeti, la
resurrezione e il giudizio, infine la predestinazione.
Dio è uno, e i cristiani ammettendo
la Trinità sono politeisti e anche
sacrileghi, perché rappresentano Dio
con immagini. Gli angeli sono i messaggeri
di Dio, eccetto Iblis, decaduto, che cerca
di perdere gli uomini. Siccome il Corano contiene
tutta la fede e tutta la scienza, l'insegnamento
consiste nella sua spiegazione integrata però
dalla Sunna o tradizione. 1 profeti sono sette;
Gesù il penultimo di essi, non fu crocifisso,
ma elevato al cielo mentre sulla croce al
suo posto veniva offerto uno simile a lui,
forse Giuda. I morti risusciteranno alla fine
dei tempi per un giudizio generale, dopo il
quale i cattivi andranno all'inferno con Iblis
e i buoni vivranno in paradiso, dove, secondo
i teologi la loro felicità consisterà
soprattutto nella visione d'Allah; però
il popolo prende il Corano alla lettera e
immagina delizie più sensuali. Chi
guadagnerà questo cielo? Nel giorno
del giudizio Maometto intercederà per
i credenti peccatori, in modo che nessun musulmano
sarà dannato.
2.o
II secondo pilastro dell'Islam è la
preghiera, che dev'essere fatta cinque volte
al giorno, secondo un rituale semplice e preciso,
alla chiamata del Muezzin. Non è preghiera
di petizione: è atto di sottomissione
a Dio e sua glorificazione di fronte alle
creature. Il venerdì a mezzogiorno
dove si possono radunare almeno 40 persone,
soli uomini, la preghiera è fatta nella
moschea sotto la guida di un imam, che pronuncia
anche due allocuzioni in arabo.
3.o
L'elemosina, dapprima libera, è diventata
poi un'imposta, alla quale bisogna aggiungere
elemosine propriamente dette.
4.o
II digiuno consiste nei trenta giorni del
Ramadan, in cui, dalla levata al tramonto
del sole non si deve mangiare nulla.
5.o
II pellegrinaggio alla Mecca: è una
grande festa annuale, cui deve partecipare
almeno una volta nella vita ogni musulmano
maschio.
A
questi precetti fondamentali s'aggiungono
comandamenti egualmente rigorosi, ma meno
importanti, come l'astinenza dall'alcool e
dalla carne di porco, la circoncisione, la
poligamia limitata a quattro mogli (il numero
delle serve è illimitato), infine la
guerra santa.
Queste
regole religiose, civili e anche militari,
non danno un'idea molto alta dell'islamismo;
sono poco più che un formalismo; ma
non bisogna dimenticare che furono fatte per
gente rozza, alla cui elevazione hanno pur
contribuito.
Però
ci sono anime che, dietro la prescrizione,
cercano la vita interiore. Sotto l'influsso
del cristianesimo, del neoplatonismo e delle
religioni persiane sorsero i "sufi",
cioè gli asceti. Il persiano Al-Ghazali
(filli) formulò la teoria e la pratica
d'un'alta mistica. Fino ai nostri giorni,
alcune grandi anime, hanno raggiunto vette
inferiori soltanto a quelle della mistica
cristiana.
La
maggioranza ha una pratica assai piatta, e
un musulmano medio si asterrà più
facilmente dal vino che dalle donne, senza
considerare che sarebbe meglio invertire i
due elementi di quest'ascetismo. Se egli della
santità non ha la stessa idea che noi,
ritiene almeno che la santità è
lo scopo della vita e, ai bianchi che hanno
conquistato la sua patria, dice non senza
orgoglio: "Voi possedete la terra, ma
noi abbiamo il cielo".
CAPITOLO
II - L'ISLAM E I CRISTIANI
Abbiamo
detto che l'Islam esercita due specie d'influssi
sui cristiani: c'è chi, conoscendolo
da vicino, si sente attratto verso di esso;
c'è chi, credendolo impenetrabile al
cristianesimo, ne deduce che è più
forte. Occorre interpretare separatamente
questi due atteggiamenti. -
§
1. - L'Islam e la sua attrattiva per alcuni
cristiani.
Vi
sono cristiani, d'ordinario persone che conoscono
e praticano la loro religione solo in superficie,
che a contatto con l'Islam ne ricevono un'impressione
profonda che scuote la loro tiepida fede.
Tale scossa, ora favorevole ora sfavorevole
all'Islam, può essere determinata da
vari motivi.
La
purezza della sua dottrina. - L'Islam
è anzitutto il dogma dell'unità
di Dio (il resto della dottrina si può
collegare a quest'affermazione), unità
su cui bisognava insistere al tempo del politeismo.
Ma non siamo noi politeisti in cento modi?
Non tutti hanno fatto studi teologici e molti,
anche se ripetono col catechismo che. "
il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono
un solo e identico Dio ", nelle ipostasi
divine vedono degli esseri che hanno una personalità
in , tutto simile a quella d'un animale, per
esempio d'una colomba. Ancor maggiore i è
il numero di coloro che trattano i santi come
vere divinità, invocandoli non i come
intercessori, ma come plenipotenziari, ora
per viaggiare senza pericoli, : ora per essere
promossi agli esami. Di più: la Santissima
Vergine, per uno sdoppiamento o una triplicazione
della sua personalità, di volta in
volta o tutto in una volta è la Madonna
di Lourdes, la Madonna di Pompei, la Madonna
; del Buon Consiglio, ciascuna con un volto
diverso e con una specialità definita,
tanto che il cielo del cattolico volgare è
un vero panteon, dove Dio è solo un
presidente, monarca costituzionale, con troppi
supplenti per essere onnipotente, buono fino
alla bonarietà, e questi caratteri
vengono ancora accentuati dall'immagine che
ci fa vedere Dio Padre come un vegliardo barbuto.
Chi disgraziatamente fin dall'infanzia è
stato posseduto da una simile coscienza collettiva,
né in seguito la superò con
una buona catechesi, resta abbagliato dall'intransigenza
monoteista d'un Maometto, come si potrebbe
esserlo da quella d'un Ruysbroeck.
I
cristiani influenzati dal razionalismo, che
li porta a dubitare della divinità
di Gesù Cristo, o influenzati dallo
storicismo che li induce a credere che l'ultimo
profeta è il più grande di quelli
precedenti, son già preparati ad essere
indulgenti per Maometto: basterà loro
vivere in un ambiente che lo ammira per esserne
contagiati. Là sarà loro impossibile
dire l'Ave Maria: è vero che il catechismo
c'insegna che Maria è madre di Dio,
perché è madre " d'un uomo
che è Dio ", ma essi in questa
frase vedono un sopruso verbale, che copre
una vera bestemmia.
L'eccellenza
della fede. - Che dire delle dottrine
che riguardano direttamente l'uomo? Nell'islamismo,
anch'esso estremamente semplificato, si trova
che la salute dipende più dalla fede
che dalle opere, e talvolta dipende da una
semplice confessione in punto di morte: "Non
c'è altro Dio all'infuori di Allah
e Maometto è il suo profeta ".
A parte Maometto, questo significa che la
credenza è più salutare delle
azioni. È certo un'eresia; però
noi, talvolta, ci abbandoniamo all'eresia
contraria.
Come
europei, il che significa uomini d'azione,
abbiamo perduto il senso del soprannaturale,
soprattutto della grazia. Padroni della natura
con la sola nostra attività, crediamo
di poter divenire, allo stesso modo, padroni
della nostra anima; e ci immaginiamo che più
tardi saremo ricompensati secondo i nostri
meriti, quasi che la nostra santificazione
non fosse l'effetto d'una grazia sempre preveniente,
a cui basta rispondere con la più leggera
nostra acquiescenza. Quando ad esempio, confessandoci,
riceviamo una penitenza che è sempre
impari all'offesa fatta a Dio, pretendiamo
aggiungervi un soprappiù di una mortificazione,
dimenticando che la soddisfazione è
stata operata da Gesù sulla croce,
e che la formula chiamata penitenza serve
prima di tutto a unirci a lui, in uno slancio
d'amore, perché questa soddisfazione
passi in noi.
Così
l'islamismo, trascurando lo sforzo, ricorda
forse la parabola degli operai dell'undicesima
ora e l'appello dei primi apostoli, accentuando,
certo esageratamente e malamente, uno dei
misteri fondamentali del cristianesimo, che
avremmo certamente scoperto se avessimo letto
meglio la nostra Scrittura: ih mancanza di
questo, il Corano trasmette una rivelazione
che era nostra.
Lo
spirito critico di fronte al Corano.
- Nella fede musulmana ci sono evidentemente
molte cose che ci urtano, e cioè prima
di tutto l'obbligo di credere anche in materia
scientifica. Siccome il Corano è il
Libro per eccellenza, il musulmano non ammette
che ci sia un campo della natura, in cui lo
spirito umano abbia il diritto della libera
investigazione: le cause dell'eclissi di luna
e le condizioni del nostro destino eterno
sono egualmente rivelate.
Spesso
ci siamo burlati del " Magister dixit
" del Medioevo : i musulmani ad Aristotele
hanno sostituito il Profeta, ma il loro meccanismo
mentale è lo stesso; il loro pensiero
è religioso tanto quando tratta della
terra, come del cielo. Proprio il Vangelo
laicizzò parzialmente il nostro pensiero:
poiché ha realmente ammesso campi indipendenti
dalla religione, quando Gesù disse:
"Date a Cesare quello che è di
Cesare... ". Cesare è il potere
politico, ma anche la necessità economica,
e infine la scienza positiva, settori del
mondo che, dopo San Tommaso e soprattutto
col Rinascimento, sono stati maggiormente
distinti da quanto è religioso, aprendosi
cosi la via a quella divisione del lavoro
che è attualmente il primo domina per
tutti gli Europei.
Quindi
davanti al Corano i più sinceri ammiratori
conservano lo spirito di critica: non credono
né alla sua cosmologia, né alla
sua angelologia, e assomigliano cosi a quei
cattolici che, per le stesse ragioni, rifiutano
d'ammettere che Giona fu ingoiato da una balena,
che Giosuè abbia fermato il sole, o
che il diluvio sia stato universale. I cristiani-coranici
accettano dal Corano soltanto le sue rivelazioni
su quanto non è suscettibile d'essere
scoperto dalla scienza; è l'essenziale
del Libro, facile a credersi, tanto è
semplice la sua essenza.
Seduzione
della cornice. - Sappiamo pure che
l'Islam produsse grandi pensatori e anche
grandi mistici; quindi è una grande
religione, in quanto capace di fare delle
grandi anime. Noi la rispettiamo, mentre siamo
irritati dalle piccolezze della nostra: le
nostre statue, i nostri ceri, i nostri accompagnamenti
funebri nel meschino scenario delle nostre
volgari città. L'eterno ci appare in
forma di quotidiano, e lo vediamo troppo da
vicino. Invece, al viaggiatore superficiale,
l'islamismo si mostra senza i suoi aspetti
superstiziosi e lerci, nella purezza del suo
credo, nella semplicità delle sue preghiere,
nella nudità delle sue moschee spoglie
di statue, e tutto questo vien situato, quando
si chiudono gli occhi sui suk (mercati arabi),
lontano dalle nostre agitazioni e compromissioni,
persino sotto il vento del deserto.
Una
facile morale che aspira al sublime.
- Ma una religione partendo da una dottrina
termina in una morale. Ora, d'ordinario, gli
europei che entrano a contatto del mondo islamico,
coloni, viaggiatori, funzionari, ecc, sono,
molto più dei loro fratelli continentali,
degli indipendenti. In particolare ricalcitrano
contro le norme del cristianesimo, che immaginano
meschine. Le lunghe preghiere, come il rosario,
i sacramenti, come la penitenza con l'umiliazione
del confessionale, il dovere dell'elemosina
o della visita ai malati, e più ancora
la virtù dell'umiltà, di cui
Gesù Cristo ha dato l'esempio lasciandosi
confondere con i ladroni, tutto ciò
urta il loro temperamento più ancora
che la loro intelligenza.
Alcuni
abbandonano tutto, divengono poligami e indossano
il mantello arabo. Fortunatamente rari, rappresentano
il peggiore tipo di coloniali, quello spaesato
sotto il sole verticale. Altri, tipo europeo
pentito, accettano una morale che sarà
tanto più attraente quanto più
sarà diversa da quella dei loro genitori.
Tra
queste c'è la morale islamica, facile
e sublime insieme. Facile nei costumi: costa
ben poco dire cinque volte al giorno una breve
preghiera; sarebbe più duro piegarsi
al ramadan, ma poiché ci sono musulmani
che se ne dispensano, tanto più potranno
dispensarsene gli Europei. Però in
fondo alla morale islamica c'è un'aspirazione
alla santità, la quale come s'è
detto, non è identica a quella del
cristianesimo, ma contiene ciò che
non contengono le pratiche degenerate dei
cristiani puramente formalisti, cioè
uno slancio oltre la meschinità quotidiana;
in altre parole è una santità
che comincia con l'essere critica; il Corano
ci ha fatto ritornare su noi stessi e ci ha
disgustati del nostro ambiente, preludendo
a una conversione.
L'Islam
è anche una struttura sociale.
- L'Islam è un preludio che però
ci lascia a mezza strada. Lo possiamo ammirare
ma non vi si aderisce se non nei casi eccezionali;
si resta tra i suoi simpatizzanti, perché
l'Islam non è una Chiesa: gli imam,
gli ulama e il califfo non sono sacerdoti
o pontefici. Eppure nonostante queste deficienze,
gli Africani e gli Asiatici sono strettamente
soggetti alla grande comunità, sebbene
per ragioni sociali, non religiose. Arabo,
Berbero, Indù o Sudanese, l'individuo
è inserito in una comunità familiare,
inserita a sua volta in una comunità
del villaggio; se poi è musulmano,
il Corano, in quanto codice civile, regola
il suo diritto relativo al matrimonio, alla
famiglia, alla proprietà, all'eredità,
alla vita intera: l'apostasia per lui sarebbe
un atto civile, e per questo si escluderebbe
dalla sua comunità familiare, del villaggio,
da ogni comunità similare situata nella
regione e spesso sarebbe cosi condannato a
morir di fame.
Ma
l'europeo, che si facesse musulmano nel suo
cuore, sfuggirebbe alle minacce, perché
non potrebbe incorporarsi in una famiglia
patriarcale indigena, mentre che se restasse
o divenisse cattolico, sarebbe impegnato in
una parrocchia e in un vescovado, e la tutela
del suo parroco o del suo vescovo, pur essendo
soltanto spirituale, s'imporrebbe con un'autorità
che interdice molte fantasie della coscienza.
In
questo modo l'Islamismo può affascinare
certi Europei che lo vedono abbastanza vicino
per respirarne la poesia, abbastanza lontano
per non sentirne le obiezioni. Ma cosi essi
oppongono un Islam idealizzato a un cristianesimo
veduto dal basso. Quando si prova da una parte
una simpatia e dall'altra un'antipatia, si
tende naturalmente a paragonare le bellezze
d'un oggetto alle brutture d'un altro, con
un illogismo che rende il paragone incerto
e, nel caso del cristianesimo e dell'islamismo,
completamente illusorio. Dato che l'islamismo
ha preso dal cristianesimo la sua sostanza
migliore, paragonare le due religioni significa
paragonare il cristianesimo con se stesso,
prendendone le vette e le paludi. Coloro che
ammirano questo o quel mistico arabo ammirerebbero
certamente di più i mistici cristiani,
se li conoscessero; coloro che ammirano di
più un arabo, che fa la sua preghiera
sui margini della strada, delle vecchierelle
che recitano il rosario nelle nostre chiese,
sarebbero forse ancora più rapiti se
vedessero i successori del Padre de Foucauld
officiare nella solitudine e nella maestà
del deserto.
§
2. - L'Islam è impenetrabile al cristianesimo?
Islamismo
e cattolicesimo di fronte.
- Alcuni provano scandalo per il fatto che
il cristianesimo non sia ancora riuscito a
penetrare l'Islamismo. Per citare un esempio
più vicino a noi, nell'Africa del Nord
occupata dalla Francia circa cent'anni fa,
i cristiani dopo tanti sforzi missionari non
hanno ancora fatto presa sui musulmani; a
ciò si aggiunge il fatto singolare
che più a Sud, in paese nero, molte
popolazioni pagane (dette ora feticiste e
ora animiste), che la predicazione dei nostri
missionari non riesce a convenire, si convertono
facilmente a quella dei marabutti. Si dovrà
dunque concludere che, almeno apostolicamente,
la Mezzaluna è superiore alla Croce?
Ma che significa allora il comando: "Andate,
ammaestrate tutte le nazioni", e la promessa:
"Ecco io sarò con voi fino alla
consumazione dei secoli "? Pio XI ha
denunciato, come il grande scandalo del secolo
scorso, il fatto che la Chiesa ha perso il
popolo lavoratore; papa missionario com'era,
perché non si è scandalizzato
che la Chiesa non abbia ancora guadagnato
il paganesimo? Qui tocchiamo un possente argomento
di contro-apologetica che bisogna esaminare
da vicino.
A
dire il vero, l'argomento non riguarda soltanto
i rapporti del cristianesimo coll'islamismo,
ma può essere invocato nei rapporti
del cristianesimo col bramanesimo o il buddismo,
in India, in Indocina, in Cina, in Giappone.
Per questi paesi però si possono dare
spiegazioni assai plausibili. Gl'Indù
e i Gialli sono popoli che hanno vecchie civiltà,
formanti spesso imperi e molto lontani da
noi; e quindi non hanno potuto ricevere i
missionari che in piccolo numero e sulle orme
di mercanti e di soldati. Fieri della loro
cultura, e inquadrati da poteri pubblici potenti,
essi hanno temuto l'invasione di tutta la
cultura occidentale, ed hanno espulso o massacrato
gli adepti del culto straniero; d'altronde
non erano assolutamente chiusi al Vangelo,
perché talora lo accettarono molto
facilmente, e passarono alla persecuzione
soltanto per ragioni strettamente politiche.
In sostanza quest'esperienza del nostro insuccesso
non è cruciale.
Invece
il nostro fallimento di fronte all'Islam pare
molto più grave, e a questo proposito
non c'è nessuna delle ragioni suesposte.
Prendiamo ad esempio il blocco musulmano dell'Africa
settentrionale, Tunisia, Algeria, Marocco.
Ora queste regioni sono alle porte dell'Europa
e aperte a tutti, specie ai francesi. Inoltre
le popolazioni di queste regioni non si possono
paragonare a quelle del sud asiatico o dell'Estremo
Oriente; a parte alcuni letterati arabi o
berberi, i pastori e i contadini del Maghreb,
e tanto più quelli del Senegal, del
Sudan o della Costa d'Avorio, sono uomini
di civiltà inferiori, ai quali la nostra
religione dovrebbe sempre apparire come un
dono prezioso. Infine nessuna di queste razze
o sottorazze è costituita in Stato;
gli Stati tunisino e marocchino sono sotto
il protettorato francese, e non sono abbastanza
forti da prendere l'iniziativa d'una persecuzione.
Sono proprio i popoli che rifiutano la nostra
fede e quindi il nostro fallimento non è
politico, ma religioso. È un'onta di
cui dobbiamo cercare di giustificarci.
Questa
giustificazione ci sembra possibile, purché
guardiamo da vicino e riconosciamo certe nostre
mancanze. Esamineremo due punti:
Perché,
nella concorrenza per convenire popolazioni
feticiste, l'islamismo ha spesso la vittoria
sul cristianesimo?
Perché l'islamismo, affermatosi sul
Maghreb o nell'Africa occidentale francese,
resiste alla predicazione cristiana?
A)Concorrenza del cristianesimo e dell'islamismo
in paese feticista. -
Ecco
un fatto sintomatico. Un missionario cattolico
francese, verso la fine della stagione secca,
va a predicare ai Negri pagani; prepara gli
animi con discorsi atti a mostrare la debolezza
del feticismo: lo ascoltano, si lasciano convincere,
perché aspirano a un Credo superiore.
Viene la stagione delle piogge, i viaggi sono
sospesi, il missionario li riprenderà
alla prossima stagione secca. Ma quando ritorna
al villaggio, che aveva cominciato a istruire,
i marabutti, più vicini e numerosi,
lo hanno preceduto e, tutta la popolazione
s'è fatta musulmana ed è impossibile
disingannarla. Così nella prima comparsa
il nostro religioso aveva semplicemente preparato
le vie dell'islamismo.
Questo
caso, anche se eccezionale, è interessante,
perché fa vedere nelle sue fasi successive
il processo di conversione dei feticisti.
Costoro,
specialmente se giovani, non trovano difficoltà
a sentire l'insufficienza della loro religione;
una prima predicazione, non importa se fatta
da un cristiano, da un musulmano o da un ateo,
li distaccherà dalla superstizione
e dalle abitudini ancestrali; ed eccoli diventati
rinnegati almeno virtuali; ma rimane da sapere
che cosa sceglieranno. Lasciato da parte l'ateismo,
che in questo momento attira soltanto qualche
" evoluto ", restano, in Africa
almeno, due soluzioni: l'islamismo e il cristianesimo.
È
una legge di psicologia sociale che, salvo
colpi di grazia eccezionali, si sceglie la
religione -che è più vicina
a quella che ci si dispone a lasciare. Qui
molteplici ragioni concorrono a far scegliere
l'islamismo.
Anzitutto
questi negri sono anime semplici, d'una semplicità
che significa non evoluto e non complicato.
Ora i dommi islamici sono più comprensibili
(per esempio il monoteismo); il culto islamico
è più semplice (per esempio
le cinque preghiere); la morale islamica è
più indulgente (per esempio quattro
mogli, quante concubine si vogliono e la fede
all'ultimo momento). È vero che rimangono
l'astinenza dall'alcool e il ramadan che alcuni
osservano con fedeltà, anche perché
(e qui non vogliamo diminuire i loro meriti)
l'Africa nera da lungo tempo non ha il sufficiente
per sfamarsi e quindi per loro digiunare per
un precetto o digiunare per carestia è
tutt'uno. Alcuni altri eludono la legge coranica:
il vino di palma non è quello della
fattoria e, durante il ramadan, si può
dormire di giorno, e la notte si farà
baldoria. Di donne poi i negri hanno talmente
bisogno come lavoratrici e come concubine,
che trovano naturalissimo che la nuova religione
in questo non sia più rigorosa. Come
ricompensa Maometto li porterà nel
cielo, al quale sono predestinati tutti i
maomettani. Insomma il negro, che per l'isolamento
e il clima non è privo di fierezza
e nemmeno d'indolenza, è fiero d'essere
promosso a un'umanità superiore e felice
di esservi giunto a cosi buon mercato.
Invece
il cristianesimo non da loro nulla di più.
Essi avranno anche il cielo, e forse un cielo
meno voluttuoso, ma costerà di più:
il catecumenato di almeno due anni, lo studio
d'un catechismo complicato, la pratica dei
sacramenti talvolta umilianti, infine una
disciplina molto dura, come la monogamia;
la quale poi non è una semplice disciplina
dei costumi, non essendo possibile arricchirsi
se non si hanno parecchie donne, perché
esse, più serve che spose, sono indispensabili
a far progredire una piantagione. L'Islam
è la salvezza col minimo sforzo.
In
secondo luogo i negri appartengono tutti a
famiglie comunitarie e spesso patriarcali
: il patriarca, che è insieme capo
e possessore dei beni, giudice della
sua famiglia e sacerdote dei culto degli antenati,
è il padrone in tutte le cose. Nessuno,
nemmeno il primogenito, osa sottrarvisi, e
l'individuo non ha nessuna iniziativa, né
intellettuale, né di altro genere.
La coscienza collettiva è dunque più
imperiosa che tra noi, dove una determinata
classe potrà avere l'opinione del suo
giornale, una particolare professione i pregiudizi
che giustificano la stima del suo lavoro,
ma dove un giovane non permette nemmeno a
suo padre d'entrare nel suo focolare. Qui
invece un nuovo focolare resta confuso nella
comunità paterna, e quindi è
assolutamente inconcepibile un pensiero libero.
Perciò è quasi impossibile una
conversione individuale. Questa ragione sociale
è forse più imperiosa di quella
psicologica. Ora essa è favorevole
all'Islam, che è una dottrina ma anche
un codice, fatto per i comunitari, e le comunità
odierne dei negri si distinguono solo per
sfumature da quelle arabe dei primi secoli
dopo l'egira. Il marabutto quindi convertirà,
senza sovvertirne la vita, tutto un villaggio,
cominciando dal capo, che potrebbe ostacolarlo,
ma non l'ostacola perché quello rispetta
la sua poligamia.
Socialmente
il cristianesimo trova molte più difficoltà
a imporsi, poiché porta la libertà
dei figli di Dio, che però è
una novità troppo forte per la maggioranza
dei negri: s'oppone doppiamente al regime
comunitario, combattendo la poligamia dei
capi e predicando l'eguaglianza della donna
e dell'uomo. Certo, esso attira le simpatie
dei giovani e specialmente delle giovani,
anzi l'elite di queste e di quelli; ma non
è l'unanimità ottenuta tanto
facilmente dall'Islam. Le prime conversioni
individuali sono state una sfida alle previsioni
umane. Esso allora dovette isolare i suoi
catecumeni e i suoi fedeli in villaggi cristiani,
dove si ricostituisce il comunitarismo primitivo;
poi ha creato una vita comune con i suoi grandi
atti di culto che, anche se con sfoggio ridotto,
han causato tanta meraviglia. Ma la liturgia
non è tutto. I missionari hanno fretta
di trame la vita interiore, però chiedono
uno sforzo troppo grande per essere immediato.
Per essere cristiani bisogna bruciare le tappe.
Infine
l'islamismo nell'amministrazione francese
ha trovato un aiuto che essa non accorda al
cristianesimo. Non pare si debba qui invocare
l'anticlericalismo ufficiale, che potè
avere la sua parte, ma non fu generale. H
fatto deve spiegarsi con ragioni propriamente
storiche e sociali e, talvolta, anche con
una ragione tattica.
Cosi,
per limitarci a quest'ultima, alcuni coloniali,
per lo più amministratori, hanno proposto
che si civilizzino i negri in due tappe: prima
divengano musulmani, poi li si facciano cristiani;
sembrando loro che l'islamismo fosse una preparazione
facile e insieme necessaria. Costoro erano
in piena buona fede. Ma sfortunatamente una
psicologia più approfondita da loro
torto. I negri che si sono elevati all'Islam,
sono come esauriti da questo primo sforzo.
Inoltre l'Islam è orgoglioso per le
sue vittorie e per la sua dottrina della predestinazione,
e quelli che vi entrano sono presi prima di
tutto da quest'orgoglio, che spegne in loro
ogni desiderio di progresso. In particolare
l'islamismo di cui i negri vedono solo il
formalismo, interdice loro la vita interiore,
della quale il cristianesimo fa una condizione
essenziale per la conversione. La mezzaluna
ha elevato un po' il negro, ma l'ha cacciato
in un vicolo cieco.
Tuttavia
l'insuccesso, molto spiegabile, del cristianesimo
in quelle regioni non è totale: nel
Senegal, in Guinea, nella Costa d'Avorio,
nel Dahomey si trovano comunità cristiane
solide, anche se non numerose. Ma il compenso
appare in tutta la sua prodigiosa ampiezza
nell'Uganda, nel Camerun, nel Ruanda-Urundi,
dove i cristiani sono centinaia di migliaia
e in alcune regioni il paganesimo è
quasi scomparso. Non si è giunti a
questo risultato in una sola stagione; secondo
le congregazioni, si esige un catecumenato
da due a quattro anni, sempre serio, talvolta
severo; la prima generazione di convcrtiti
è presa da un fervore commovente, ma
infantile; dalla seconda generazione si cerca
di costituire, tra le comunità, delle
famiglie cristiane i cui membri avranno acquistato
una personalità almeno rudimentale;
più tardi si lavorerà a organizzare
l'intera vita sociale, gruppi di lavoro e
gruppi politici, in modo da trasformarla in
società cristiana. Inversamente all'Islam,
si progredisce sempre. Non c'è superiorità
maggiore di questa lentezza e di questo slancio.
B)
Cristianesimo e islamismo nell'Africa del
Nord. -Ecco ora la prova diretta.
Il cristianesimo si è proposto d'intaccare
il blocco musulmano del Maghreb; ma il fallimento
fu completo. A spiegarlo basterebbero le cause
enumerate, se fosse stato soltanto parziale.
Abbiamo
detto che il cristianesimo può fare
solo eccezionalmente conversioni individuali;
un arabo o un berbero che si convenisse sarebbe
fatto bersaglio alle peggiori persecuzioni
della sua famiglia.
I
Padri Bianchi, che hanno ottenuto splendidi
successi nell'Africa centrale, hanno attualmente
rinunciato all'evangelizzazione del Maghreb.
Uniche loro conquiste quelle d'alcuni evoluti
viventi nelle città con carriere liberali,
che li rendono completamente indipendenti
dai loro; inoltre hanno raccolto alcuni orfani,
riparandoli da ogni reazione familiare, e
con essi, specialmente nella Kabilia, hanno
costituito villaggi virtuosi e prosperi, ma
senza influenza sui villaggi circostanti.
Le
conversioni dunque potrebbero farsi solo in
massa, d'interi villaggi o almeno d'intere
famiglie, com'è avvenuto per le comunità
dell'Africa nera. E qui perché no?
Eccoci alla seconda e più importante
ragione.
In
Algeria, in Tunisia e nel Marocco il cristianesimo
è intimamente legato alla Francia;
non occorre dire che sacerdoti e laici francesi
vivono sempre in perfetta armonia; i loro
costumi e la loro fede formano un blocco unico
agli occhi degl'indigeni per i quali convenirsi
significherà quindi farsi cristiani
e insieme francesi. Già conosciamo
lo sforzo richiesto per divenire cristiani;
ricordiamo in breve che cosa esige il divenire
francesi.
Ciò
consiste nel prendere i costumi familiari,
professionali e politici francesi. Familiari:
bisogna divenire monogami; professionali:
bisogna divenire lavoratori; politici: occorre
diventare cittadini. Rigorosamente parlando,
si potrebbe concedere la cittadinanza francese
ai bigami; si potrebbero lasciare che gli
agricoltori coltivino le terre secondo le
loro tradizioni, con rendimenti mediocri,
e che l'industria locale languisca in un artigianato
svogliato, in attesa dell'invasione dei Kolkoz
e dell'industria capitalista. Cosi si po.trebbe
stabilire un regime rappresentativo senza
prepararlo; ma non si dimentichi che rendere
cittadino un patriarcale è tutt'altra
cosa, perché egli obbedisce a un solo
padrone, si chiami, conforme al suo grado,
patriarca, cald o sultano; fatto cittadino,
dovrebbe obbedire alla legge, cioè
ammettere che il funzionario è sacro
nell'esercizio delle sue funzioni e che, fuori
di esse, può essere considerato come
uno qualunque: ora da un uomo concreto astrarre
cosi la persona e l'autorità, per sottomettersi
solo a questa, è un procedimento della
intelligenza e della volontà che può
riuscire soltanto dopo un apprendistato che
deve continuare per due o tre generazioni.
Assimilare gl'indigeni, e soprattutto assimilarli
in fretta, è un'utopia.
La
difficoltà di francesizzare e quella
di cristianizzare si presentano insieme e
l'una moltiplica l'altra.
Sarebbe
una difficoltà che il tempo potrebbe
risolvere se non si aggiungessero altri ostacoli,
che non sono più difetti degli arabi
e dei musulmani, ma caratteri (vedremo se
sarà il caso di chiamarli difetti)
dei francesi e dei cristiani. I francesi in
generale, sono razionalisti e ingegneri, che
pensano per nozioni, mentre l'arabo (nome
che applicheremo anche al berbero) ha delle
intuizioni. I loro concetti sono relativi
alla padronanza dell'uomo sulle cose; mentre
i concetti dell'arabo riguardano la sommissione
dell'uomo a Dio. Questo ha permesso ad alcuni
pensatori di parlare, malgrado le nostre virtù,
della nostra nullità religiosa e di
dire che, nonostante i suoi vizi, l'arabo
è essenzialmente religioso. Il disaccordo
è dunque completo.
Inoltre
i francesi, che si vanno a stabilire in Africa,
sono tra i più energici. Però
l'energia ha il suo inverso. Sono partiti
per tentare la loro fortuna, senza inquietarsi
di quelli che li circonderanno: posti uno
contro cinque o dieci, in un ambiente altrettanto
contrario, essi si fanno il loro posto prosciugando
una palude o seminando pascoli, in cambio
di che insegnano ai nomadi a coltivare il
suolo che frutta di più. Il loro isolamento
spesso è utile ai primi abitanti, che
dal loro esempio sono arricchiti, se acconsentono
a imitarlo; però i francesi sono gl'invasori,
e la riconoscenza verso di loro sarebbe un
peccato.
I
francesi hanno anche dei vizi, non maggiori
di quelli degli arabi, ma esattamente opposti;
sono previdenti e li dicono avari; laboriosi
e li trovano agitati; leggeri, accanto a loro
che sono gravi; maltusiani, mentre essi pongono
la loro gloria nell'avere molti figli; empi,
mentre essi giudicano che prima funzione dell'uomo
è la preghiera; buontemponi e lo notano
bene, perché sanno che cosa significa.
Ai
cattivi esempi, i francesi hanno aggiunto
benefici positivi; la Francia ha portato al
Maghreb l'igiene e l'istruzione; ma non le
sono grati: un medico? se Allah vuole la nostra
guarigione, guariremo senza rimedi; maestri?
bene, ne approfitteremo e quando saremo più
istruiti riconquisteremo il nostro paese.
I
cristiani poi, e qui intendiamo soprattutto
i missionari, non sempre riescono a svestirsi
di quella particolare mentalità, cioè
di quei modi (contingenti e non essenziali,
è chiaro) di pensare e di fare, propri
del cristianesimo occidentale. Il Vangelo
dovette avvolgersi di queste contingenze per
modellare l'occidente; adattato così
a un continente, dovrebbe disadattarsi per
riadattarsi a un altro, non certo abdicando
a quello che gli è essenziale, ma modificando
alcuni piccoli tratti che urtano i semplici:
così un arabo, che venera la Vergine
come noi, vedendo una certa sua statua domanda:
" Perché date alla Madre di Dio
il costume delle nostre prostitute? ".
Quello che chiamiamo adattamento è
la messa a punto di dettagli di questo genere,
che per quanto accessori, non possono essere
trascurati. Il loro esame esige nello stesso
tempo un lungo studio dell'anima musulmana
e un grande senso teologico e apostolico.
L'opera è stata intrapresa, e qui non
possiamo descriverla.
E
neppure dobbiamo dire con quali mezzi si spera
di riuscire a cristianizzare l'Islam in un
avvenire più o meno lontano. Alcuni
sognano di dissolverlo, o aspettare che si
dissolva da solo, decomponendo le sue famiglie,
razionalizzando il suo pensiero: lento lavoro
di distruzione, dopo di che si raccoglierebbero
gli avanzi per dar loro una coerenza cristiana.
Altri pensano che occorra incoraggiare, se
possibile, ogni risveglio religioso dell'Islam,
a condizione che non sia nello stesso tempo
un risveglio politico: spingendo i musulmani
dalla pratica formalistica alla vita interiore,
si avvicineranno a Dio e quindi alla sua Chiesa.
Il primo progetto è più alla
nostra portata, ma forse riserva per l'avvenire
difficoltà peggiori di quelle odierne,
e manca di quella carità senza la quale
nessun apostolato è fecondo. Il secondo
disegno è più generoso, ma vi
prenderemmo meno parte, e preparando un Islam
più puro c'è pericolo di farne
una specie di semiprotestantesimo, ancora
più irriducibile. Ma mentre tra noi
si van facendo questi progetti, alcuni religiosi
sono andati a stabilirsi nel deserto; per
quanto sia strana questa solitudine, è
loro necessaria per comprendere l'ambiente
umano; nello stesso tempo pregano, perché
soltanto la preghiera attirerà sopra
di loro e sopra quelli che li circondano i
lumi necessari per l'evangelizzazione. Oggi
sono troppo poco numerosi per essere qualcosa
di più che semplici precursori, ma
camminano sulla buona strada, perché
qualunque evangelizzazione, prima d'essere
l'effetto d'una tattica, è l'irradiamento
d'una carità. Dirne di più ci
farebbe entrare nel campo della tecnica missionaria,
mentre in queste pagine abbiamo semplicemente
voluto confutare, un'obiezione che talvolta
si oppone al cristianesimo: aggiungiamo che
alcuni suoi trionfi, come la sua azione sui
barbari del Medioevo, hanno richiesto secoli
e che la trasformazione d'una società
non potrebbe essere profonda se fosse istantanea.
G.
W.
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studio; Islamismo e cristianesimo come religione.
J. M. Abd-El-Jaul, L'Islam et nous, Parigi
1947; Aspects intérieurs de l'Islam,
Ed. du Seuil, Parigi 1949. L'autore di questi
due notevoli volumi è un musulmano
convcrtito al cattolicesimo e entrato nell'ordine
di S. Francesco. Ignazio Di Matteo, La predicazione
religiosa di Maometto e i suoi oppositori.
Tip. Stella, Palermo 1934.