tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Tratteremo
il presente soggetto dal punto di vista apologetico
dividendolo in questo modo:
l.o II segno divino della santità considerata
in generale.
2.o La santità voluta da Cristo per
la sua Chiesa.
3.o La testimonianza dei martiri.
4.o La Chiesa cattolica genera continuamente
dei santi.
5.o Differenze tra i santi canonizzati dalla
Chiesa e gli eroi o saggi delle altre religioni.
6.0 La testimonianza dell'esperienza mistica
e quella del semplice cristiano.
CAPITOLO
I. - IL SEGNO DIVINO DELLA SANTITÀ'
La
santità eminente e manifesta del fondatore,
degli apostoli e dei martiri d'una religione
è segno della sua origine divina? Tutta
la tradizione risponde affermativamente, perché
la santità, se è davvero eminente
e manifesta, non può esistere senza
uno speciale intervento di Dio: essa è
un miracolo morale e il suggello di Dio sulla
sua opera. Questa conclusione deriva dallo
stesso concetto di santità.
§
I. - Nozione della Santità.
I
due caratteri essenziali della santità.
- La santità, come dimostra San Tommaso
(II-II, q. 81, 8) ha due caratteri essenziali:
prima di tutto immunità da ogni macchia,
da qualsiasi peccato direttamente o indirettamente
volontario e anche da qualsiasi imperfezione
morale; in secondo luogo unione saldissima
con Dio. Il secondo carattere è il
principale, perché l'anima è
fermamente unita a Dio in quanto evita ogni
deviazione volontaria o negligenza. Questi
aspetti della santità furono spesso
espressi dicendo che essa esige la separazione
da tutto ciò che è impuro, da
ciò che è terreno nel senso
peggiorativo della parola, e una consecrazione
spirituale totale e immutabile dell'anima
a Dio. Secondo la fede cristiana la separazione
e l'unione sono perfette e inammissibili solo
nella beatitudine celeste; ma esistono, in
un grado inferiore, anche quaggiù,
in quanto la vita cristiana è il germe
della vita del cielo, semen gloriae.
La
santità così definita ordina
tutti gli atti di virtù a Dio.
La
santità suppone un aiuto speciale di
Dio. - I due caratteri della santità
possono realmente esistere senza uno speciale
intervento divino? Se il principio di finalità
ha un senso e una portata, se ogni agente
agisce per un fine e se la subordinazione
degli agenti o delle cause corrisponde alla
subordinazione dei fini (S. th. 1-11, q. 109,
a. 6), bisogna rispondere: non ci può
essere vera santità senza il soccorso
di Dio, né può esistere la santità
eminente, fulgida, straordinaria, senza un
intervento straordinario di Dio, che è
un miracolo d'ordine morale, come la resurrezione
d'un morto è un miracolo- d'ordine
fisico. Le due forme d'intervento divino s'illuminano
e si confermano senza circolo vizioso: ciò
che c'è di luminoso nella santità
conferma il miracolo già manifesto
ed esclude assolutamente l'ipotesi della contraffazione
diabolica; ciò che nella santità
resta oscuro, è confermato dal miracolo
già ammesso. Cosi, senz'alcun circolo
vizioso le nostre due proposizioni si aiutano
a vicenda.
§
2. - I segni della santità.
L'eroicità
delle virtù.
- La santità si manifesta specialmente
nell'esercizio eroico delle varie virtù.
Come dice San Tommaso (In Matthaeum, e V,
in princ), " la virtù comune perfeziona
l'uomo in modo umano; la virtù eroica
in modo sovrumano. Quando l'uomo forte teme
ciò che è da temersi, vi è
la virtù e, se non temesse, sarebbe
temerità; ma se, appoggiandosi sull'aiuto
di Dio, non teme più nulla, la virtù
è sovrumana o divina ".
La
virtù cristiana, di cui qui parliamo,
supera manifestamente quella descritta dai
migliori saggi pagani. Essi raccomandavano
di vivere da uomini, secondo la retta ragione;
Gesù invece dice: " Siate perfetti
cotn'è perfetto il Padre vostro celeste
" (Mt., 5, 48), perché noi siamo
chiamati a partecipare alla sua vita intima,
a vederlo immediatamente com'egli vede se
stesso, ad amarlo com'egli si ama, e la grazia
che ci viene data è il germe della
vita eterna.
Questa
grazia santificante è sempre accompagnata
dalla virtù più alta, la carità,
che corrisponde al precetto supremo. La grandezza
della carità è espressa nelle
otto beatitudini evangeliche (Mt. e. 5), che
ce ne fanno conoscere i frutti. Essa suppone
la fede e la speranza, e anima 0 ispira le
virtù cristiane morali, che sotto il
suo influsso superano di molto il livello
delle virtù morali descritte da un
Piatone, da un Aristotele o un Seneca.
San
Tommaso ci fa conoscere l'altezza cui devono
giungere queste ultime virtù quando
scrive a proposito delle virtutes purgatoriae
(I-IL q. 61, a. 5): "La prudenza disprezza
tutte le cose terrene per la contemplazione
di quelle divine; dirige tutti i pensieri
dell'anima a Dio. La temperanza abbandona,
per quanto la natura può sopportare,
tutto quello che il corpo esige. La fortezza
impedisce all'anima di spaventarsi di fronte
alla morte e all'incognito delle cose superiori.
Infine la giustizia ci fa entrare pienamente
in questa via tutta divina ". Nello stesso
luogo egli dice che le virtù dei grandi
santi quaggiù sono quelle dell'anima
pienamente purificata, virtutes jam purgati
animi.
Da
che cosa si riconosce l'eroicità delle
virtù. - Secondo Benedetto XIV(1)
la Chiesa per riconoscere l'eroicità
delle virtù richiede quattro condizioni:
1.o La materia su cui la virtù si esercita,
cioè il suo oggetto, dev'essere difficile,
superiore alle forze comuni degli uomini;
2.o i suoi atti devono essere compiuti prontamente;
3.o con una certa gioia, quella del sacrificio;
4.o non una volta sola o raramente, ma spesso,
quando se ne presenta l'occasione.
(1)
De servorum Dei beatificalione, lib. Ili,
e. 21 s.
Un
San Luigi Bertrando restò tranquillissimo
in mezzo a pericoli molto gravi; quando seppe
di aver bevuto un veleno preparato da una
mano criminale, restò calmo, mettendo
la sua confidenza in Dio solo; colpito da
sofferenze atroci non si lamenta, ma dice:
" Signore, su questa terra brucia e taglia
quello che dev'essere bruciato, purché
sia risparmiato in eterno ". San Vincenzo
martire, messo sul cavalletto e poi arso vivo,
rimprovera ai carnefici la loro lentezza e,
gli occhi volti al cielo in un'ultima preghiera,
accetta con gioia i tormenti.
Il
martirio. - Tra tutti gli atti eroici
quello che più di ogni altro manifesta
la santità e l'intensità dell'amore
di Dio è evidentemente il martirio.
Infatti per mostrare che amiamo qualcuno non
c'è modo migliore che privarci per
lui di ciò a cui teniamo maggiormente
e sopportare per lui i peggiori tormenti.
Ora tra tutti i beni della vita presente,
quello cui siamo più attaccati è
la vita stessa; abbiamo una ripugnanza naturale
per la morte, specialmente se violenta, e
per i supplizi che ci possono essere inflitti
per farci rinnegare la fede. Per questo il
martirio è il più grande segno
della carità perfetta, secondo il detto
del Salvatore: " Non c'è amore
più grande che dare la vita per i propri
amici " (Gv. 15, 13). Così "
martire significa testimonio della fede cristiana,
che porta a disprezzare i beni visibili per
quelli invisibili ed eterni " (S. th.
II-II q. 124, a. 4). " Nessuno può
disprezzare i beni presenti se non per la
speranza di quelli futuri; e siccome la fede
ci mostra le cose invisibili, per le quali
dobbiamo disprezzare il mondo, le sue attrattive
e le sue minacce, si dice che la fede riporta
la vittoria sul mondo e che lo ha vinto "
(S. Tomm., In Ep. ad Haebr., xi).
L'armonia
e la connessione delle virtù.
- Ma per meglio distinguere la virtù
eroica da quella che le può assomigliare
e specialmente dall'ostinazione dell'orgoglio,
bisogna considerare la connessione delle virtù,
che si devono unire sotto la direzione della
vera prudenza e sotto l'impulso della carità,
dell'amore di Dio e del prossimo (S. th. I-II,
q. 65). Questa varietà e connessione
delle virtù non può essere frutto
soltanto del temperamento, che è determinato
più in un senso che nell'altro. Chi
per natura è portato alla fortezza,
non lo è alla mansuetudine, né
viceversa. I forti devono lavorare per diventare
dolci e i dolci devono imparare a divenire
fermi: gli uni e gli altri salgono alla stessa
altezza, ma per versanti opposti. Perciò
se qualcuno ha insieme e in modo eminente
le diverse virtù, anche quelle che
s'assomigliano di meno, una grande fortezza
e una perfetta dolcezza, un grande amore della
verità e della giustizia e una misericordia
inesauribile per quelli che errano, ciò
non può essere senza un aiuto specialissimo
di Dio. Egli solo infatti nella semplicità
eminente della sua vita intima unisce le perfezioni
più diverse e può quindi unirle
nell'anima umana, fatta a sua immagine.
Insegnamento
di San Paolo. - In questo nesso delle
virtù c'è un'ammirabile armonia
che fa dire a San Paolo : " La carità
è paziente, è benigna; la carità
non è invidiosa, non si vanta, non
si gonfia d'orgoglio, non opera nulla di sconveniente,
non ricerca il proprio interesse, non si muove
ad ira, non tiene conto dei torti ricevuti,
non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra
con la verità; tutto scusa, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta " (I Cor.
13, 4-7). In altri termini la carità
suscita, ispira, anima o vivifica le virtù
che rende meritorie, ordinandone tutti gli
atti a Dio, amato effettivamente sopra tutte
le cose.
Benedetto
XIV.
- A questo riguardo Benedetto XIV (op. cit.,
lib. m, e. 21) scrive: " Tra i pagani
è possibile trovare vere virtù
morali e pare che nulla possa impedir loro
di giungere a un grado eroico (per esempio
di fortezza). Ma per l'eroicità si
richiede l'unione di tutte le virtù
morali, di cui parliamo; ora poiché
quei pagani, che furono chiamati eroi per
l'eccellenza di questa o di quella virtù
morale, erano generalmente privi di altre
virtù e restavano schiavi di questo
o di quel vizio, non possono essere chiamati
eroi in senso stretto ".
L'armonia
tra le virtù più diverse appare,
ad esempio, nel predicatore della fede, quando
egli parla in nome di Dio con un'autorità
sovrana, a tam-quam potestatem habens "
(Mt. 7, 29), senza ricorrere " al linguaggio
persuasivo della sapienza umana " (I
Cor., 2, 4), mostrando nello stesso tempo,
profonda umiltà, grande carità
verso il prossimo, fortezza invincibile nella
persecuzione, grande dolcezza, fino a pregare
per i suoi carnefici (2).
San
Francesco di Sales. - San Francesco
di Sales riguardo a questa unione delle virtù
apparentemente contrarie nota: " L'unione
di un'altissima carità con una profondissima
umiltà è molto ammirabile, perché
queste due virtù sono cosi lontane
l'una dall'altra, che sembrano non potersi
mai incontrare in una stessa persona. Infatti
la carità quanto più aumenta
tanto più innalza l'anima sopra tutto
ciò che non è Dio mentre l'umiltà,
all'opposto, abbassa l'anima al di sotto di
se stessa e di tutte le creature, perché
è proprio di questa virtù, quanto
più è grande, di abbassare l'anima
in cui si trova. Com'è dunque possibile,
unire questi due estremi, "ingiungere
cioè l'umiltà con la carità?
Certo, è cosa naturalmente impossibile;
solo Nostro Signore poteva unire queste due
virtù, ed Egli dimostrò la grandezza
incomparabile del suo potere, unendo due cose
tanto lontane " (Sermon sur la Visitation).
L'unione
di queste due virtù è naturalmente
impossibile, ma nella vita della grazia, che
il Vangelo ci fa conoscere, l'una non può
esistere senza l'altra, perché crescono
insieme. La radice dell'albero in crescita
si spinge sempre più profonda nel suolo,
mentre il ramo più alto s'eleva verso
il cielo; così l'umiltà ricorda
sempre più al cristiano che da solo
non è nulla e non può nulla
nell'ordine della salvezza, mentre la carità
lo eleva sempre più verso Dio e lo
rende sempre più docile alla grazia
divina.
Pascal.
- La connessione delle virtù
più diverse giunte a un grado eroico,
è un segno della speciale presenza
di Dio in un'anima, perché egli solo
può riunire così intimamente
perfezioni tanto differenti. È ciò
che fa pure notare Pascal in uno dei suoi
profondi Pensieri: a Io non ammiro affatto
l'eccesso d'una virtù, ad esempio del
valore, se nello stesso tempo non vedo l'eccesso
della virtù opposta, come in Epaminonda,
che possedeva l'estremo valore e l'estrema
benignità. Perché agire altrimenti
non è salire, ma cadere. Non si dimostra
già la propria grandezza col porsi
a un estremo, ma raggiungendoli insieme tutte
e due e occupandone tutto l'intervallo ".
(2)
Cfr. San Tommaso. Quodlibet, IV, a. 19 : "
Nell'atto delle virtù bisogna distinguere
tra ciò che si fa e il modo di farlo.
Cosi il fatto di sopportare le torture del
martirio non suppone necessariamente la carità
perfetta, e anche chi è privo della
carità può sopportare tali tormenti,
ma la carità perfetta li fa sopportare
prontamente e con gioia (la gioia del sacrificio),
come si vede in San Lorenzo e San Vincenzo,
che dimostrarono ima santa esultanza nel loro
supplizio; cosa che non possono compiere quelli
che non hanno la carità e quelli che
l'hanno solo imperfetta".
§
3. - Il santo per eccellenza.
Le
testimonianze evangeliche.
- Questi principi hanno la loro applicazione
più evidente riguardo alla santità,
di Gesù stesso, che, anche per confessione
di molti increduli, ci appare il perfetto
modello della santità e delle virtù
più diverse.
Colui
che San Giovanni Battista mostrò a
dito dicendo: "Ecco l'agnello di Dio
che toglie i peccati del mondo " (Gv.
I, 29. 36) può rispondere ai suoi avversari
che cercano di confonderlo: " Chi di
voi mi può accusare di peccato?...
Chi è da Dio ascolta le parole di Dìo;
ecco perché voi non le ascoltate, perché
non siete da Dio " (Gv., 8, 46). In lui
Pilato non trova nessun delitto e lavandosi
le mani dichiara: "Io sono innocente
del sangue di questo giusto; rispondetene
voi " (Mt. 27, 24).
Gesù
modello d'ogni santità. -
Gesù appariva immune da ogni peccato;
ma la sua santità, specialmente nella
Passione, brillò come l'armonia più
alta delle più diverse virtù
e mentre l'odio contro di lui cresceva fino
al parossismo, sempre più si manifestò
il suo amore a Dio e alle anime, fino al consummatum
est.
In
Lui s'armonizzano la sapienza più sublime,
che non perde mai di vista il fine ultimo,
la vita eterna, e il più acuto senso
pratico, manifestato specialmente nelle risposte
alle questioni più insidiose.
In
Lui s'univano la perfetta giustizia e l'inesauribile
misericordia, mentre in noi la giustizia degenera
spesso nell'inflessibilità e la misericordia
in debolezza. Nel perdono del Salvatore alla
donna adultera quanta fermezza e insieme quanta
bontà!
In
Lui s'armonizzano pure la somma dignità
e la più profonda umiltà. Non
fu mai cosi grande come nelle umiliazioni
della Passione, accettata per nostro amore.
A Pilato risponde: "Tu l'hai detto; io
sono re. Per questo sono io nato e per questo
sono venuto al mondo, per rendere testimonianza
alla verità; chiunque ama la verità,
ascolta la mia voce " (Gv. 18, 37).
In
Gesù si conciliano la fortezza più
eroica e la più grande dolcezza nel
sorriso del Crocefisso che prega per i carnefici:
" Padre, perdona loro, perché
non sanno quel che fanno " (Le. 23, 34).
Molti santi nei loro tormenti ripeteranno
questa preghiera, che permette di distinguere
il vero martire da quello falso.
È
impossibile trovare armonia morale più
alta e più profonda, che abbia un irraggiamento
più estóso e uno splendore più
abbagliante con un'espressione più
nobilmente sobria.
E'
la santità del buon pastore, che potè
dire di se stesso: " Io sono il buon
pastore; il buon pastore da la sua vita per
le pecorelle. Per questo il Padre mi ama;
perché io dò la mia vita per
riprenderla poi. Nessuno me la può
togliere, ma da me stesso io la dò:
è in mio potere il darla ed è
pure in mio potere il riprenderla di nuovo.
Tale è il precetto che ho ricevuto
dal Padre mio" (Gv. 10, 11. 17-18).
Conclusione:
le disposizioni interiori che dimostrano maggiormente
la santità. -La testimonianza della
santità diventa tanto impressionante
e convincente quanto più d sforziamo
di seguire la stessa sua via, poiché
cosi, nella luce dei doni dello Spirito Santo,
i segni di cui abbiamo parlato, acquistano
tutto il loro valore. Vedendo dal di fuori
la vetrata d'una chiesa è molto se
riusciamo a distinguere che cosa rappresenta;
se invece la guardiamo dal di dentro, nella
luce interna tutto s'illumina.
CAPITOLO
II - LA SANTITÀ' VOLUTA DA CRISTO PER
LA SUA CHIESA
Dopo
aver parlato della nozione della santità
e dei segni che la manifestano, dobbiamo vedere
quale santità Cristo volle per la sua
Chiesa e quali principi e mezzi di santificazione
si trovano in essa.
§
1. - Cristo per la sua Chiesa volle una santità
manifesta ed eminente.
Poiché
la santità esige esenzione da ogni
macchia morale e stabile unione con Dio, una
società è visibilmente ed eminentemente
santa se ha in se stessa i principi e i mezzi
efficaci per produrre nei suoi membri una
santità insigne, e se di fatto essa
mostra continuamente gli effetti di questa
santità, cioè produce in molti
suoi membri virtù superiori e, in alcuni,
virtù eroiche, che superano evidentemente
le forze morali naturali dell'umanità.
Queste virtù possono essere visibili
nei loro effetti, per esempio in un grande
amore di Dio, unito ad assoluta abnegazione
e grande carità verso il prossimo.
Gesù
volle che la sua Chiesa fosse eminentemente
sante. - Ora Cristo
volle che questa sublime santità fosse
una proprietà e una nota della sua
Chiesa, perché essa continuamente faccia
vedere alle anime il fine divino verso il
quale le conduce.
Il
Salvatore espresse costantemente questa volontà
parlando del regno di Dio, e facendo conoscere
la sua missione agli apostoli. Pregando per
loro, prima della Passione disse: " Padre,
...consacrali nella verità; la tua
parola è verità. Come tu hai
mandato me nel mondo, cosi io pure li ho mandati
nel mondo; e per loro io consacro me stesso,
affinchè anch'essi siano consacrati
nella verità. Non prego soltanto per
essi, ma anche per quelli che crederanno in
me mediante la loro parola, affinchè
tutti siano una sola cosa, siccome tu, o Padre,
sei in me ed io in te, anch'essi siano uno
in noi " (Gv. 17, 17-21).
Già
dall'inizio del suo ministero, Gesù
aveva detto nel discorso della montagna: "
Se la vostra virtù non sorpasserà
quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete
nel regno dei cieli " (Mt. 5, 20); e
nello stesso momento, facendo conoscere tutta
la sublimità della legge nuova e predicando
le beatitudini evangeliche, aveva esortato
tutti i suoi discepoli a un alto grado d'umiltà,
di purezza, d'abnegazione, di carità,
d'amore per i nemici. Per produrre e conservare
questa santità nelle anime promise
l'Eucarestia dicendo: " Io sono il pane
vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno; e il pane, che
io darò, è la mia carne per
la salute del mondo " (Gv. 6, 51). Inoltre
promise e mandò lo Spirito santificatore:
a Io pregherò il Padre ed egli vi darà
un altro Consolatorc, perché resti
sempre con voi; lo Spirito di verità...
e dimorerà con voi e sarà in
voi " (Gv. 14, 16-17).
Gesù
volle che la santità fosse manifesta.
- La santità voluta da Cristo per la
sua Chiesa è quindi eminente. Inoltre
dev'essere visibile, perché disse ai
discepoli: a Voi siete la luce del mondo.
Non può una città, che sia posta
sopra un monte, restar nascosta; né
si accende una lucerna per riporla sotto il
moggio, ma sopra il lucerniere, e cosi fa
lume a quanti sono in casa. Risplenda allo
stesso modo la vostra luce agli occhi degli
uomini, affinchè vedendo le vostre
buone opere diano gloria al Padre vostro che
è nei cieli" (Mt. 5, 14-16).
Gesù
dice ancora: " Così ogni albero
buono porta buon frutto " (Mt. 7, 17);
e agli apostoli: " Non voi avete scelto
me; sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti
affinchè andiate e portiate frutto,
e il vostro frutto sia durevole, affinchè
tutto ciò che domanderete al Padre
mio in nome mio ve lo conceda. Questo io vi
comando: che vi amiate gli uni gli altri"
(Gv. 15, 16-17). La carità fraterna
è il grande segno dell'amor di Dio:
"Da questo vi riconosceranno che siete
miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro
" (Gv. 13, 35)
Infine
ai predicatori della fede promette segni straordinari,
che mostreranno la santità e la divina
origine del Vangelo: te Andate .per tutto
il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura.
Chi crede e si fa battezzare si salverà;
chi non crede sarà condannato. E i
miracoli sono questi che accompagneranno i
credenti: nel nome mio scacceranno demoni;
parleranno lingue nuove; prenderanno in mano
serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero,
non avranno danno; imporranno le mani agli
ammalati e guariranno " (Me, 16, 15-18).
San
Paolo esprime mirabilmente la volontà
di Cristo relativa alla santità della
Chiesa, nella Lettera agli Efesini: "Voi,
o mariti, amate le vostre mogli come il Cristo
ha amato la Chiesa, e per essa ha dato se
stesso, a fine di santificarla, purificandola
col lavacro dell'acqua, mediante la parola,
per far comparire dinanzi a sé questa
Chiesa, rivestita di splendore, senza macchia
né ruga o altro di somigliante, ma
tutta santa e immacolata " (Ef., 5, 25-27).
Cristo
previde anche la presenza dei peccatori nella
sua Chiesa - Nel pensiero
del Salvatore questa santità sarà
consumata in cielo, ma sulla terra, anche
se la Chiesa dev'essere visibilmente santa
per la sua dottrina, per i mezzi e i frutti
di santificazione, vi sono tuttavia in essa
dei peccatori, come emerge dalla parabola
del loglio: " Un nemico ha seminato la
zizzania in mezzo al buon grano... Non raccoglietela
perché con la zizzania non sradichiate
anche il buon grano. Lasciateli entrambi crescere
fino alla mietitura " (Mat., 13, 30).
Del resto la presenza dei peccatori nella
Chiesa è occasione delle virtù
insigni della pazienza, della misericordia,
dello zelo, della riparazione: "Amate
i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono,
fate del bene a quelli che vi odiano e pregate
per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano
" (Mt., 5, 44).
Questa
volontà, che è certamente quella
costantemente espressa da Cristo, è
realizzata?
§
2. - La Chiesa offre a lutti i principi e
i mezzi di santità?
La
Chiesa conservò i princìpi fli
santità nella sua dottrina e nella
sua prassi.
- La Chiesa cattolica propone oggi come nei
primi secoli, tutta la dottrina di Cristo,
contenuta nella Scrittura e nella Tradizione,
e non ne ha rigettato nessun punto, per quanto
misterioso e difficile possa apparire alla
debolezza umana.
E questo si può constatare leggendo
gli scritti degli antichi Padri apostolici,
i quali contengono molti dorami negati dai
protestanti, specialmente quello del sacramento
e sacrificio eucaristico, che suppone il sacerdozio.
La Chiesa difende l'integrità della
dottrina cristiana come la pienezza della
verità al di sopra degli errori spesso
opposti tra loro: il mistero dell'Incarnazione
fu difeso ora dal monofisismo ora dal nestorianismo,
quello della Trinità contro l'arianesimo
e il sabellianismo, quello della grazia contro
il pelagianismo e il predestinazionismo; anche
la morale cristiana è preservata dalle
deviazioni opposte tra loro del rigorismo
e del lassismo.
Praticamente
poi la Chiesa lotta di continuo per conservare
l'integrità della legge evangelica
sotto tutti i suoi aspetti, specialmente sull'unità
e l'indissolubilità del matrimonio.
Invece la pseudoriforma nega il libero arbitrio,
nonché la bontà divina e la
volontà salvifica universale; insegna
la giustificazione mediante la sola fede,
senza le buone opere e accetta il divorzio
dei principi. Infine mentre la Chiesa invita
molte anime alla pratica dei consigli evangelici
di povertà, castità e obbedienza,
gli pseudoriformatori portano le anime consecrate
a rinunciare alla verginità e agli
altri consigli. Cosi la Chiesa cattolica nella
sua dottrina dommatica e morale conserva i
principi della santità.
La
Chiesa conserva i mezzi di santificazione
istituiti da Gesù Cristo.
-
La
Chiesa per mezzo del suo culto custodisce
anche la fonte e i mezzi di santificazione;
conserva il sacrificio della Messa, in cui,
secondo la Scrittura (Le, 22, 19; I Cor.,
11, 24; Ebr., 9, 28; 10, 14; 7, 11) e la Tradizione,
è " realmente contenuto e incruentemente
immolato lo stesso Gesù Cristo, che
sull'altare della croce immolò se stesso
una sola volta in modo cruento ". (Conc.
trid., sess. xxii, e 2), applicandoci cosi
i meriti della Passione, onde riceviamo i
frutti della redenzione. Secondo le stesse
testimonianze, i sette sacramenti contengono
e conferiscono la grazia che significano:
l'assoluzione sacramentale giustifica i peccatori
e li riconcilia con Dio; la comunione eucaristica
nutre spiritualmente le anime, cui è
pegno di vita eterna.
Invece
i protestanti hanno respinto il sacrificio
della Messa e quasi tutti i sacramenti. Anche
quando conservano il battesimo e la cena,
in essi non vedono altro che segni della fede,
non le fonti di grazia. Il culto propriamente
detto, dopo la soppressione del sacrificio
della Messa, resta freddo e non attira più
i fedeli, che a poco a poco si dividono in
varie denominazioni o cadono nel naturalismo.
Alcune sette però, vedendo i difetti
del culto protestante, imitano quello cattolico.
I
precetti della Chiesa poi ci aiutano evidentemente
a compiere bene la legge divina, come quello
di sentire la Messa alla domenica, di comunicarsi
a Pasqua, quello del digiuno e dell'astinenza.
§
3. - Gli effetti di questi princìpi
e mezzi di santificazione.
La
Chiesa, proponendoci questi principi e mezzi
di santificazione, ha trasformato la vita
individuale dell'uomo, la vita familiare e
quella sociale.
Santificazione
dell'individuo. - La Chiesa liberò
l'uomo e sempre lo libera dagli errori riguardanti
Dio, il mondo, l'anima e la vita morale; trionfò
sul politeismo e strappa le anime al materialismo
e al determinismo, alla morale del piacere
e dell'interesse, che della moralità
conserva soltanto il nome; predica il Vangelo
e i mezzi di salute a tutti, ai più
poveri e ai meno istruiti, trascurati dai
filosofi; ha sempre condannato e combattuto
le tre concupiscenze, quella della carne,
quella degli occhi e l'orgoglio della vita;
porta incessantemente a praticare le virtù
naturali e le virtù cristiane, insegnando
come si devono unire.
Santificazione
della famiglia. - Restaurò
la famiglia proteggendo la donna, i bambini
e i servi contro il dominio crudele e licenzioso
dell'uomo; non cessò di combattere
la poligamia, il ripudio, tollerato dalla
legge di Mosè, e il divorzio.
Nella
Chiesa cattolica il culto della Santissima
Vergine, anch'esso respinto dai protestanti,
rianima sempre l'amore della verginità
e quello della perfetta castità coniugale.
Il Padre Lacordaire nella sua 34.a conferenza
potè dire: " Gesù Cristo
volle nascere da una donna vergine e madre,
modello ineffabile della dedizione materna
e della dedizione verginale... La donna, in
diciotto secoli, non cessò mai di specchiarsi
in questo sublime esemplare, che è
quello della sua rigenerazione, e, attingendovi
il doppio coraggio della castità e
dell'amore, si rese degna di quel rispetto
che il mondo aveva bisogno di tributarle...
Al culto della carne e del sangue successe
il culto degli affetti.
Vi
sono sulla terra tre debolezze: la debolezza
di proprietà: è il povero; la
debolezza di sesso: è la donna; la
debolezza di età: è il fanciullo.
Queste tre debolezze sono però la forza
della Chiesa, la quale, mentre strinse insieme
alleanza prendendole sotto la sua protezione,
si mise a sua volta sotto la loro. Tale alleanza
cambiò la faccia del mondo, perché
fino allora il debole era sacrificato al forte,
il povero al ricco, la donna all'uomo e il
fanciullo a tutti...
Alla
donna cristiana, per una speciale delegazione,
sono stati affidati tutti i poveri... Tra
il mondo pagano e il mondo cristiano e è
la stessa differenza che tra la sacerdotessa
di Venere e la suora di San Vincenzo de' Paoli...
".
La
Chiesa protegge ancora la nascita e la vita
del fanciullo; raccoglie i bambini abbandonati,
vigila sulla loro formazione intellettuale,
morale e religiosa; e a quanto fa per loro,
e anche per i malati e i vecchi, non si può
paragonare quello che fanno le sette protestanti
dove domina sempre più il naturalismo
e dove a poco a poco scompare la vita veramente
cristiana.
Santificazione
della società. - La Chiesa
non ha fatto di meno per un profondo
rinnovamento della vita sociale. Fu essa che
liberò progressivamente la schiavitù,
ricordando che tutti gli uomini sono figli
di Dio e fratelli in Cristo. Essa rafforzò
l'autorità civile ricordando che ogni
potere viene da Dio in vista d'un bene generale
della società; nobilitò anche
l'obbedienza, dicendo che obbedire alle legittime
autorità costituite e alle leggi giuste
significa infine obbedire a Dio stesso; lottò
contro tutte le tirannie, per salvaguardare
ogni legittima libertà, specialmente
quella di fare il proprio dovere e di far
regnare la pace. Conviene ricordare qui ciò
che diceva il Padre Lacordaire nella 35.a
conferenza: "La società -cattolica
aperse al mondo due fonti inesauribili d'obbedienza
e di venerazione. L'una è pubblica:
l'autorità della sua gerarchia, che
dura da milleottocento anni... e, .con la
sola persuasione, sa farsi obbedire e venerare
in modo che, in nessun tempo e luogo,' nessuna
autorità umana fu così obbedita
e venerata. L'altra, che è segreta,
è la confessione ", che s'impone
a tutti, ai forti e ai deboli.
La
Chiesa lavora continuamente per far regnare
nella società la giustizia e la carità.
Se contro il comunismo difende il diritto
di proprietà individuale, contro gli
abusi del capitalismo cerca di migliorare
il più possibile la condizione degli
operai e delle loro famiglie. (Cfr. le Encicliche
" Rerum novarum " del 1891 e a Quadragesima
anno " del 1931).
La
pace di Cristo nel regno di Cristo.
- Infine vediamo la santità della Chiesa
nella pace che essa cerca di mantenere o di
ristabilire tra le nazioni,, proscrivendo
ogni guerra ingiusta, e affermando la necessità
e l'eccellenza della legge di carità
e di fraternità cristiana, al di sopra
degli speciali interessi dei diversi popoli.
Cosi nel medioevo si ebbe un'unità
cristiana dell'Europa.
Vladimiro
Soloviev (La Russia e la Chiesa universale,
ed. it., p. 39) dice che " la filosofia
rivoluzionaria ha fatto sforzi... per sostituire
a quest'unità quella del genere umano,
e si sa con che risultati. Militammo universale
ispirato da un odio nazionale quale il medioevo
non ha mai conosciuto e che trasforma interi
popoli in eserciti nemici; antagonismo sociale
profondo e irriconciliabile; lotta di classi,
che minaccia di mettere tutto a fuoco e a
sangue; decadenza progressiva della forza
morale negli individui manifestata dal crescente
numero di follia, di suicidi e delitti ".
Sono i segni d'una società che si separa
da Dio, e dimostrano in modo singolarmente
urgente la necessità di ritornare a
lui, come non cessa di dire il Vicario di
Gesù Cristo, ricordando che la pace
di Cristo si trova soltanto nell'instaurazione
del suo regno di verità, di giustizia,
di carità nella vita degl'individui
e dei popoli.
In
questo doloroso stato di cose si vede come
opere profondamente cristiane, con risorse
materiali minime, abbiano un immenso rendimento
spirituale come l'opera di un Padre Chevrier,
amico del Curato d'Ars, nei sobborghi di Lione,
mentre opere non cristiane con immense risorse
materiali abbiano un risultato morale minimo.
Conclusione:
la Chiesa offre sempre al mondo la santità
capace di guarirlo dai suoi mali. - La santità
della Chiesa ha segni non equivoci. È
la santità che Cristo volle per la
Chiesa, quella che deriva dai princìpi
e dai mezzi di salute che essa offre a tutti,
col sacrificio eucaristico e con i sacramenti;
principi e mezzi di santificazione trasformano
la vita individuale, familiare e sodale di
coloro che non si sottraggono al loro influsso.
I
mali presenti sono quelli d'una società
che vuole separarsi dalla Chiesa e, a loro
modo dimostrano come il suo influsso santificatore
è necessario più che mai. Solo
il ritorno al Vangelo, alla luce della vita,
come non cessano di ripetere i Sommi Pontefici,
può salvare la società, ricordando
come al di sopra dei beni materiali che dividono,
perché non possono appartenere simultaneamente
e integralmente a tutti e ad ognuno, vi sono
i beni spirituali, la verità, la virtù,
Dio stesso, che ciascuno possiede quanto più
li dona agli altri e che, unendoci profondamente,
solo essi possono darci la pace e la gioia,
facendo pregustare la beatitudine promessa
dal Salvatore ai suoi discepoli.
CAPITOLO
III. - LA SANTITÀ DELLA CHIESA E LA
TESTIMONIANZA DEI MARTIRI
La
santità della Chiesa si manifesta non
solo negli effetti generali prodotti nella
vita individuale, familiare e sociale, ma
anche in fatti eccezionali, che manifestano
in modo impressionante l'eroicità delle
virtù, e particolarmente nella costanza
dei martiri.
La
testimonianza dei martiri ha un valore speciale,
dato che la loro costanza supera evidentemente
k forze naturali dell'uomo e suppone uno straordinario
aiuto di Dio. Ora questo è evidente
quando si considera il grande numero dei martiri,
la loro condizione ed età, il motivo
per cui soffersero, la qualità dei
loro tormenti fisici e morali, e infine la
loro pazienza eroica, unita alle altre virtù.
§
1. - La testimonianza dei martiri.
1.
Il numero dei martiri. - Dal 64,
sotto Nerone, fino all'editto di Costantino
(313) infuriarono le grandi persecuzioni.
Abitualmente se ne contano dieci, che Lattanzio
riduce a sei; vi furono pure molte persecuzioni
locali. Secondo la tradizione e la storia,
innumerevoli furono i martiri, e solo nel
1684 apparve il primo contraddittore in H.
Dodwell, secondo il quale gli antichi martiri
sarebbero stati pochissimi. Egli fu confutato
dal Ruinart (Acta primorum martyrum sincera
et selecta, Parigi 1689), e i documenti più
recenti trovati nelle catacombe, confermano
le antiche testimonianze dei Padri e quelle
dei pagani, come riconoscono gli stessi razionalisti.
G. Boissier nel libro La fin du paganisme
(t. i, p. 393) dice: k Anche supposto che
ogni volta e in ciascun luogo particolare
siano perite poche vittime, queste riunite
devono formare un numero considerevole ".
Stando al martirologio romano, solo in Roma
vi furono 13.825 martiri. Secondo Tacito (Annal.
xv, 4345) nel 64 sotto Nerone fu messa a morte
una " grande moltitudine di cristiani
". Éusebio (Stor. eccl. in, 33;
v, 1; vi, 1; vii, 11) riferisce che vi fu
un gran numero di martiri anche sotto Traiano,
Marco Aurelio, Severo, Decio e Diocleziano.
La stessa testimonianza troviamo in Lattanzio,
Sulpicio Severo, San Cipriano. Nelle catacombe
furono trovate iscrizioni latine come questa:
Marcella et Cristi martyres CCCCCL (550).
Inoltre,
per confessione degli stessi razionalisti,
i cristiani che allora non perirono ebbero
bisogno d'una grandissima forza d'animo per
abbracciare la fede e perseverare.
Infine
ci furono numerosi martiri in Persia; secondo
Sozomeno (Hist. eccl. n, e 4) sotto il re
Sapore ne morirono 190.000, come pure nei
paesi maomettani e più recentemente
in Giappone, in Cina, nell'Annam, nell'Uganda,
nel Messico, in Spagna. Nella Chiesa la testimonianza
del sangue non è mai venuta meno.
2.
La condizione dei martiri. - Si deve
pure considerare la condizione dei martiri
che non furono soltanto rozzi plebei, ma anche
nobili e dotti, come San Giustino, Sant'Ireneo,
San Cipriano; donne, come Santa Perpetua,
Santa Cecilia, Sant'Agnese, Santa Blandina;
fanciulli, come Tarcisio, Quirico, Eulalia;
vecchi come San Policarpo.
3.
Il motivo per cui tutti quanti soffersero.
- Fu ed è sempre la religione e la
fede in Cristo Figlio di Dio. Ogni altro motivo
è escluso. Non fu l'amore del mondo,
delle sue gioie, ricchezze e onori, poiché
essi disprezzarono tutto quanto per essere
fedeli alla religione cristiana, in cui il
paganesimo voleva vedere la causa di tutte
le calamità. I cristiani non cospiravano
affatto contro l'impero; obbedivano alle leggi
giuste, servivano valorosamente nell'esercito,
come gli altri; ma erano cristiani e rifiutavano
d'offrire sacrifici agli dèi del paganesimo.
4.
L'oggetto della loro testimonianza.
- È la verità della fede cristiana
e dei segni divini che la confermano. I martiri,
come dice il loro nome, sono testimoni che
preferiscono subire il supplizio della morte
piuttosto che rinnegare la fede (1).
Lo si vede dalle parole che dicono davanti
ai loro giudici e ai carnefici, parole -che
davvero realizzano la predizione di Gesù:
"Guardatevi dagli uomini, poiché
vi tradurranno in tribunale e nelle loro sinagoghe
vi flagelleranno; e sarete per cagion mia
condotti davanti a governatori e " per
render testimonianza a loro e ai Gentili "
(Mt., 10, 17). " Vi cacceranno dalle
sinagoghe, anzi verrà il momento che
chiunque vi uccide penserà di rendere
culto a Dio (2).
E tutto ciò faranno perché non
hanno conosciuto né il Padre né
me " (Gv., 16, 2). Gesù aveva
anche detto: "Ecco io vi mando profeti,
sapienti e maestri; di essi alcuni ucciderete
e crocifiggerete e altri flagellerete nelle
vostre sinagoghe e perseguiterete di città
in città " (Mt, 23, 34).
5. I tormenti. - I Persecutori
ricorsero a ogni specie di tormenti fisici
e morali, come dice anche Tacito (Annal. xv,
44): la croce, il ferro, il fuoco, le bestie
feroci; tormenti che furono sopportati anche
da bambini, da infermi, non solo per pochi
minuti, ma per lunghe ore e giorni, perché
il supplizio veniva prolungato per vincere
i cristiani col dolore e indurii a rinnegare
la fede.
Non
minori erano i tormenti morali. Venivano privati
delle loro cariche e dignità e dei
loro beni, con tutta la famiglia ridotta alla
miseria; spesso dovettero pure lottare contro
gli affetti naturali più profondi;
contro le lacrime dei genitori, delle spose,
dei figli (cfr. Dom Leclercq, Les Martyrs,
1.1, p. 126... Passione di santa Perpetua).
Allora si avverò alla lettera la predizione
di Gesù: " Io sono venuto a separare
il figlio dal padre, la figlia dalla madre...
cosi che i nemici dell'uomo saranno i suoi
di casa. Chi ama il padre o la madre più
di me non è degno di me... Chi fa risparmio
della sua vita, la perderà; chi invece
ne fa getto per cagion mia, la ritroverà
" (Mt., 10, 35). Molti, come Sant'Ermenegildo,
furono traditi dai loro genitori; il Salvatore
aveva detto : n II fratello consegnerà
il fratello perché sia messo a morte
e il padre il figlio e i figli insorgeranno
contro i loro genitori e li faranno morire...;
ma chi avrà perseverato sino alla fine
sarà salvo " (Mt., 10, 21). Infine
le vergini cristiane conobbero un altro tormento
morale: furono spesso trascinate in luoghi
infamati che esse detestavano più della
morte.
(1)
Cfr. San Tommaso, II-II, q. 134, a. 1 e a
: il martirio è un atto della virtù
della fortezza, ispirato dall'amor di Dio,
per attestare la verità della fede
e dei segni che la confermano.
(2)
Queste parole, come dice San Tommaso (In Matth.,
X, 17) riguardano le persecuzioni da parte
dei giudei che, nella loro cecità,
non intendono rettamente il culto del vero
Dio; non quelle dei pagani, preoccupati di
difendere il culto degli dèi.
6.
La loro pazienza eroica unita alle altre loro
virtù. - La fortezza eroica
dei martiri brilla tanto più se si
considera che l'atto principale della fortezza
non è aggredire, in cui bisogna moderare
l'audacia, ma stare fermi nei pericoli, il
che richiede reprimere la paura (S. ivi. imi,
q. 123, a. 6). Cosi il giusto mezzo della
fortezza è il culmine in mezzo e sopra
i due vizi contrari, della viltà e
della temerità {ivi, q. 125-127).
Inoltre
la virtù della fortezza dev'essere
connessa con le altre virtù morali
sotto la direzione della vera prudenza; cosi
essa rafforza l'uomo nel perseguire il vero
bene e non nell'ostinazione dell'orgoglio.
Infine, per essere veramente eroica, la fortezza
deve compiere atti difficili, che superano
la forza comune degli uomini e deve compierli
con prontezza, con una certa gioia, quella
del sacrificio, quando se ne presenta l'occasione,
anche spesso se occorre, e con costanza (3).
Cosi i martiri sopportano atroci tormenti
pregando Dio di sostenerli. Prima del supplizio
provarono, come aveva voluto provare Cristo
stesso, il timore naturale della morte, ma
pregarono per reprimerlo. Non andavano al
supplizio spinti dall'audacia, ma con calma;
invece alcuni presuntuosi, che avevano temerariamente
denunciato se stessi, all'ultimo momento tremarono
e rinnegarono la fede (4).
Inoltre
la fortezza dei martiri è connessa
con le altre virtù, unita cioè
alla carità, alla fede, alla speranza,
alla religione, alla prudenza, alla giustizia,
alla castità, all'umiltà, e
anche alla dolcezza, come si vede dalle loro
risposte e quando pregano per i loro carnefici
(5), sull'esempio
del Salvatore e di Santo Stefano protomartire.
Infine
vanno al supplizio con la gioia del sacrificio
compiuto per amore; la loro costanza dura
spesso più giorni. Il racconto della
loro morte ricorda ciò che è
detto negli Atti degli apostoli (5, 41): "
Gli apostoli uscirono dal sinedrio pieni di
gioia per essere stati giudicati degni di
soffrire obbrobri per il nome di Gesù
".
Questo
si vede specialmente nel martirio di Sant'Ignazio
d'Antiochia, di San Policarpo (6),
San Cipriano, San Felice, Sant'Ireneo, San
Vittore, San Vincenzo (7),
Santa Perpetua, Santa Felicita (8),
Santa Blandina e tanti altri. Santa Perpetua,
lanciata più volte in aria da una vacca
inferocita, fu rapita in estasi e non senti
nulla (9).
Non
mancarono certamente cristiani che, vinti'
dal dolore, rinnegarono la fede; ma questo
non fa die illuminare maggiormente la costanza
dei moltissimi che furono fedeli. Infine occorre
notare die i martiri potevano sottrarsi ai
tormenti con molta facilità, bastando
una sola parola d'abiura alla quale tentavano
indurii con ogni specie di promesse. Agli
onori promessi essi preferirono l'ignominia,
alle voluttà il supplizio, alle ricchezze
ia povertà e lo spogliamento, a tutti
i beni terreni la morte crudele.
(3)
Benedetto XIV, De canonizatione Sanctorum,
1. Ili, e 21.
(4) Cfr. Dom
Leclercq,, Les martyrs, t. I, p. 68 ss.
(5) P. Allard,
JDix legons sur le martyre, p. 330.
(6) Dom Leclercq,,
ivi, t. I, p. 50, 67 ss.
(7) Ruinart,
Atta martyrum (ed. di Verona, 1731), pp. 310,
357, a6o, 335, 327.
(8) Ivi, p. 327.
(9) Dom Lecleecq,,
O. e., t. I, pp. 137 ss., 95.
§
2. - La testimonianza dei martiri prova la
santità della Chiesa.
Tutto
considerato, questa eroica fortezza non è
un miracolo d'ordine morale e non suppone
un aiuto straordinario di Dio, che viene così
a confermare la fede cristiana con un nuovo
segno?
È
molto difficile negarlo.
Tale
fortezza, connessa con le altre virtù,
in realtà è il principio degli
atti eroici ripetuti spesso, compiuti da una
innumerevole moltitudine di uomini, di donne,
di fanciulli, con gioia e costanza, in mezzo
a grandi tormenti fisici e morali, senza nessuna
speranza di retribuzione temporale e nonostante
le promesse più seducenti.
Ora
gli atti eroici delle principali virtù,
cosi connesse, non possono essere compiuti
in siffatto modo, spesso e con gioia, da persone
cosi diverse, in circostanze tanto dolorose,
senza un aiuto straordinario di Dio.
In
realtà non si può spiegare il
fatto con cause naturali, come il fanatismo
o il desiderio della gloria umana.
1.
La fortezza eroica dimostrata non è
spiegabile col fanatismo. - II fanatismo
è l'illusione di chi si crede ispirato
e che ha uno zelo eccessivo per una religione,
un'opinione o un partito. Esso genera una
cieca ostinazione, che rifugge dalla discussione,
esclude la saggezza, la prudenza, la modestia
e la dolcezza. Ora i martiri non fuggivano
la discussione, ma rendevano volentieri ragione
della loro fede; molti erano dotti, come San
Giustino, Sant'Ireneo, San Cipriano, e scrissero
apologie del cristianesimo. Le loro risposte
erano piene di sapienza e di prudenza, e avveravano
la predizione di Gesù : a Quando vi
avranno tradotti davanti a loro, non vi date
pensiero del come parlerete o di quel che
direte; poiché in quel momento vi sarà
dato quel che dovrete dire, non essendo voi
quelli che parlate, ma lo Spirito del Padre
vostro che parla in voi " (Mt., 10, 19-20).
La vergine alessandrina Potamiena rispose
al giudice che ordinava di spogliarla e di
gettarla in una vasca piena di pece bollente:
0 Ti prego di lasciarmi le mie vesti, e ordina
di immergermi a poco a poco in questa vasca
bollente, per vedere che pazienza mi ha dato
Cristo, che tu ignori" (10).
I
martiri cristiani non dimostrarono l'entusiasmo
insensato, lo zelo truce, ma la calma e la
modestia; basti ricordare la morte di Santa
Perpetua di Cartagine, quella di Santa Lucia
di Siracusa, di Sant'Agnese, di Santa Cecilia.
Il fanatismo non produce la dolcezza.
- Infine il fanatismo produce l'indignazione,
la collera, mentre nei martiri cristiani si
nota la mansuetudine e in loro si attua l'ammirabile
unione della fortezza eroica e della più
grande dolcezza. Solo Dio può unire
questi estremi. L'ingiustizia provoca naturalmente
la collera, e la massima ingiustizia, quella
di infliggere un crudele supplizio all'innocente,
eccita naturalmente l'irritazione e l'odio
contro il persecutore. Ora i martiri cristiani,
lungi dall'odiare i loro carnefici pregavano
per essi. Il protomartire Santo Stefano esdama:
" Signore, non imputare loro questo peccato"
(At. 7, 59), come il Salvatore che aveva detto:
"Padre, perdona loro, perché non
sanno quello che fanno " (Le. 23, 34).
(10) Roinart,
Op. e ed. cil., p. 103.
La
stessa dolcezza troviamo nella maggior parte
dei martiri, come in quelli di Lione, in San
Cipriano, San Massimo, il Centurione Marcello,
ecc. (11). Essi
praticarono fino all'estremo quello che Gesù
aveva richiesto: "Pregate per quelli
che vi perseguitano e vi calunniano ",
e avrebbero potuto dire come San Paolo : "
Maledetti, noi benediciamo; perseguitati,
sopportiamo; ingiuriati, supplichiamo; sino
ad ora siamo trattati come la spazzatura del
mondo, come la lordura di tutti " (I
Cor. 4, 12-13).
Il fanatismo non è perseverante. -
Del resto l'impulso del fanatismo non avrebbe
potuto durare tre secoli ininterrottamente.
Alcuni fanatici disprezzano i tormenti, ma
raramente, per poco tempo e quando il supplizio
si prolunghi la fermezza del fanatico deriva
dalla collera, dall'odio che si rivela nei
suoi lineamenti: di qui si vede che è
privo della virtù della fortezza, ed
è solo ostinato. Nel fanatismo manca
evidentemente la connessione delle virtù.
2.
La fortezza dei martiri non proviene né
dalla vanità, né dal l'orgoglio.
-Non si può neppure dire che i martiri
cristiani abbiano sofferto per amore della
gloria umana, perché furono umili quanto
magnanimi; tanto umili che, dopo aver sofferto
tormenti per la fede, non permettevano ai
fede li di dare loro il nome di martiri. Del
resto molti furono uccisi lontano da ogni
sguardo. Infine come Cristo morente tra due
ladroni, erano considerati come infami malfattori.
La loro grande umiltà era congiunta
alla magnanimità ben evidente nelle
risposte, che essi davano con la più
grande certezza in nome di Dio, autore della
rivelazione.
L'unione
di virtù così differenti e praticate
in un grado così alto manifesta uno
speciale soccorso dell'Altissimo, senza il
quale all'orgoglio avrebbe potuto seguire
la pusillanimità. Nei martiri vediamo
che si verifica in modo | profondo quello
che San Tommaso dice dell'unione di queste
due virtù: "La magnanimità
fa sì che l'uomo si porti verso grandi
cose, considerando i doni che ha ricevuto
da Dio; l'umiltà lo porta a fare poco
caso di se stesso, considerando i propri difetti
" (II-II, q. 129, 3, ad. 4). In realtà
i martiri si basavano non sulle proprie forze,
ma sull'aiuto di Dio, che non cessavano di
chiedere.
3.
Il martìrio manifesta un aiuto straordinario
di Dio. - Infine nella costanza dei
martiri assieme alle altre virtù più
diverse, vediamo il segno della santità,
effetto proprio di Dio nell'anima, poiché
la santità è assenza di ogni
macchia morale e unione molto salda con l'autore
della salvezza. L'ordine degli agenti deve
corrispondere all'ordine dei fini. La santità
non può esistere senza l'aiuto di Dio
e non c'è santità straordinaria
senza aiuto eccezionale. " Tra tutti
gli atti delle virtù, il martirio è
quello che più di ogni altro manifesta
la perfezione della carità o dell'amor
di Dio " (II-II, q. 124, 3). E la manifesta
tanto più quando il martire mostra
fra i tormenti la gioia del sacrificio e la
riconoscenza a colui che gli da la forza di
sopportare.
Che
il martirio manifesti un intervento divino
straordinario lo conferma anche il fatto che
i martiri dichiarano di non poter sopportare
la loro sofferenza senza l'aiuto di Dio. Santa
Felicita dice: "Un altro soffrirà
in me e per me quello che non potrei sopportare
io ". Così San Policarpo, Sant'Andronico,
San Vincenzo (12).
(11)
Cfir. Dom Leclerccì, Op. cit., 1.1,
p. 105; t. II, pp. 106, 155, 158.
(12) RtnNART, Op. e ed. cit., pp. 86,
325, 103, 135, 363.
Non
poche volte, poi, autentici miracoli fisici
mostrarono ad evidenza tale aiuto divino,
che in certe circostanze giunse fino a sopprimere
il dolore o a guarire immediatamente le ferite.
Infine, come dice Tertulliano (Apol., e. 50)
il sangue dei martiri fu un seme. Alle persecuzioni
segui subito una prodigiosa diffusione del
cristianesimo. Cristo aveva detto: "
Se il chicco di frumento messo sotterra muore,
porta frutto abbondante" (Gv. 12, 24);
e San Paolo: alo mi compiaccio nelle debolezze,
negli obbrobri, nelle angustie per il Cristo;
perché quando io sono debole, allora
sono potente " (2 Cor. 12, 10). Il Salvatore
aveva annunciato questa vittoria: " Beati
siete voi quando vi oltraggeranno e perseguiteranno
per cagion mia. Rallegratevi, perché
la vostra ricompensa è grande nel regno
dei cieli" (Mt. 5, 11-12). San Giovanni
potè dire (I Gv. 5, 4): "Tutto
ciò che è nato da Dio è
vittorioso sul mondo, e la vittoria che ha
vinto il mondo è la nostra fede ".
Cosi negli Atti degli apostoli si legge (7,
55) che Santo Stefano, mentre veniva lapidato,
vide Gesù alla destra del Padre e disse:
"Io vedo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo
stare alla destra di Dio".
4.
Risposta a un'obiezione.
-
Le morti coraggiose per una causa erronea.
- I razionalisti obbiettano dicendo che la
costanza dei martiri si spiega con cause naturali,
come l'eroismo del soldato che muore per la
sua patria, come quella dei babisti in Persia,
dei montanisti, degli anabattisti, che muoiono
piuttosto di rinnegare le loro idee religiose.
Secondo Gastone Boissier, " davanti alla
morte coraggiosa dei valdesi, degli ussiti,
dei protestanti... la Chiesa deve certamente
rinunciare a sostenere che si muore soltanto
per una dottrina vera " (La fin du paganisme,
5 ed. t. 1. p. 344).
La
Chiesa non afferma che si muore soltanto per
una dottrina vera, ma che la costanza dei
martiri cristiani, unita alle altre virtù
da essi dimostrate, differisce essenzialmente
dall'ostinazione del fanatico, in cui manca
la connessione delle virtù; e aggiunge
che siffatta costanza manifesta uno speciale
aiuto di Dio confermante la fede per la quale
quei cristiani morirono, specialmente quando
si considera il loro numero e le loro varie
condizioni. Alla luce di questi principi,
spiegati da Benedetto xiv riguardo ai falsi
martiri (op. cit, lib. in. e. 20), si vede
che alla virtù dei martiri canonizzati
non potremmo paragonare l'ardore dei babisti,
dei montanisti, degli anabattisti, i quali,
come ammet. tono molti razionalisti, diedero
segni non equivoci di fanatismo, d'orgoglio,
di durezza; la fortezza in loro non si mostrò
unita alla mansuetudine e alla preghiera per
i carnefici.
Il
caso dei protestanti dell'Uganda. - Si ricorda
senza dubbio che nell'Uganda nel 1885-1886,
alcuni protestanti diedero la vita per la
loro religione; ma pare proprio che fossero
molto in buona fede, e che morissero per la
religione che essi consideravano come quella
di Cristo. Cosi poterono essere aiutati in
modo speciale dalla grazia di Dio e dare la
loro vita per la verità cristiano,
che era stata loro esposta in modo incompleto,
e non per il protestantesimo in quanto s'oppone
alla Chiesa cattolica. Questo principio viene
ammesso da Benedetto xiv (op. cit., lib. in,
e 20, n. 3). La testimonianza dei martiri
conserva intatto il suo valore, purché
si consideri l'eroicità della loro
costanza, unitamente alle altre virtù;
eroicità che non può essere
spiegata senza uno spedale aiuto di Dio, il
quale, appunto dando tale aiuto, conferma
la fede per cui i martiri sono morti.
CAPITOLO
IV - LA CHIESA CATTOLICA PRODUCE SEMPRE DEI
SANTI
La
santità della Chiesa viene manifestata
non solo dalla testimonianza dei martiri,
ma anche da quella dei confessori, delle vergini,
di tutti i santi, che essa fin dalle sue origini
non ha cessato di dare alla luce. Possiamo
cosi considerare sia i santi canonizzati sia
le istituzioni che costituiscono una scuola
di santità.
§1.-
I Santi canonizzati.
Prima
della Riforma.
- Siccome i protestanti riconoscono che la
Chiesa romana fu la vera Chiesa di Cristo
fino a Costantino, cioè fino al quarto
secolo, devono pure ammettere che a lei appartengono
tutti i santi che fiorirono in quel tempo.
Non si può certo affermare che appartenessero
a un'altra Chiesa Sant'Ambrogio, Sant'Agostino,
San Gerolamo, San Cirillo, San Giovanni Crisostomo,
e i numerosi papi che furono canonizzati.
A lei appartengono anche i diversi santi che
portarono il Vangelo nelle diverse parti del
mondo, dove fondarono delle Chiesa, come San
Patrizio in Manda, Sant'Agostino di Cantorbery
in Inghilterra, San Metodio in Russia, San
Bonifacio in Frisia, San Willebaldo in Germania.
Nel
suo seno si formarono i fondatori degli ordini,
come San Benedetto,
patriarca
dei monaci d'Occidente, San Bernardo, San
Norberto, San Domenico, San Francesco; i grandi
dottori, come Sant'Anselmo, San Bonaventura,
Sant'Alberto Magno, San Tommaso; i grandi
predicatori della fede, come San Vincenzo
Ferreri, San Bernardino da Siena; le vergini
il cui nome è noto a tutti: Santa Geltrude,
Sant'Ildegarda, Santa Chiara, Santa Caterina
da Siena, ecc.; i re e i principi, come Santo
Stefano, San Luigi, Sant'Enrico, San Leopoldo,
San Stanislao.
Dopo
la Riforma. - Dopo la separazione
dei protestanti, la Chiesa cattolica non cessò
affatto di produrre grandi servi di Dio. Poco
dopo la comparsa del protestantesimo apparvero
nuovi fondatori di ordini, santi riformatori,
grandi missionari: Sant'Ignazio, Santa Teresa,
San Giovanni della Croce, San Francesco di
Sales, San Francesco Saverio, San Luigi Bertrando,
San Filippo Neri, San Carlo Borromeo, San
Vincenzo de" Paoli, San Paolo della Croce,
Sant'Alfonso dei Liguori, ecc. Così,
dopo la rivoluzione francese, gli ordini religiosi
non tardarono a rifiorire, vennero fondate
nuove congregazioni e specialmente società
missionarie. Per questo periodo basta ricordare
i nomi del Santo Curato d'Ars, di San Giovanni
Bosco, di San Giuseppe Cafasso, di Santa Teresa
del Bambino Gesù, del beato Pio X,
di Santa Cabrinì.
Canonizzazioni
molto numerose hanno posto recentemente sugli
altari servi di Dio che vissero, in quest'ultimi
tempi, negli ambienti più diversi.
Possiamo renderci conto della cura con cui,
nei processi di beatificazione e di canonizzazione,
furono esaminati l'eroicità delle loro
virtù e i miracoli che le confermarono,
consultando sia le norme stabilite da Benedetto
xiv nella sua opera De servorum Dei beatificatione,
sia gli atti stessi dei processi.
Cosi
si vede che, dalle origini ad oggi, la Chiesa
cattolica non ha cessato mai di produrre dei
santi, che sono i testimoni viventi dell'efficacia
della parola del Salvatore.
Le
Chiese separate non hanno grandi santi. Il
protestantesimo non può pretendere
di generare grandi santi, perché deprezza
i consigli evangelici, la verginità,
la mortificazione, sopprime il sacrificio
della Messa, snerva il dinamismo sacramentale.
Non si può tuttavia negare che esso
annoveri molte anime nobili. Lo stato di dissidenza
non è la notte profonda, il regno del
male assoluto. Lo Spirito Santo, secondo la
felice distinzione del card. Manning, opera
nelle chiese dissidenti, ma non per mezzo
di esse. Aggiungiamo che, se talvolta si osserva
in esse anche qualche raro esempio di santità
superiore, ciò deriva dagli elementi
del domma e della morale cattolica che ancora
vi sussistono. E resta sempre vero che il
protestantesimo non è di per sé
generatore di grandi santi.
Le
chiese scismatiche invece, avendo conservato
moltissimi elementi del cattolicesimo, hanno
più mezzi di santificazione e anche
più santi di quelle protestanti.
Al
fatto che uomini, nati nel protestantesimo
o nello scisma- e viventi in buona fede, abbiano
virtù soprannaturali, è un effetto
della misericordia di Dio, che non rifiuta
la sua grazia a coloro che fanno quanto possono
per ottenerla; ma non si può concluderne
che la società religiosa, di cui essi
fanno parte in buona fede, sia una porzione
della vera Chiesa di Cristo. Del resto queste
anime di buona volontà per l'eroicità
delle virtù non possono venire paragonate
ai santi canonizzati dalla Chiesa cattolical
Giovanni
Papini, scrivendo della sua conversione alla
Chiesa cattolica, afferma: " Tra le Chiese
innumerevoli che si dicono fedeli interpreti
di Cristo, scelsi quella cattolica, sia perché
essa rappresenta veramente il tronco maestro
dell'albero piantato da Gesù ma anche
perché, a dispetto delle debolezze
e degli errori umani di tanti suoi figli,
essa è quella, a parer mio, che ha
offerto all'uomo le condizioni più
perfette per una integrale sublimazione di
tutto l'esser suo e perché in essa
soltanto mi parve che fiorisse abbondante
il tipo d'eroe che ritengo il più alto:
il Santo " (La Pietra infernale, Morcelliana,
Bresda 1934, pp. 162-163. Questo tratto sulle
chiese separate è dovuto all'ed. it).
Nella
Chiesa cattolica anche le epoche sconvolte
sono ricche di esempi di santità. -
Bisogna poi notare che nella Chiesa cattolica
vi furono pleiadi di santi proprio durante
e dopo le grandi prove da essa attraversate.
Così si vide nelle persecuzioni di
Nerone, Diocleziano, Giuliano l'apostata che
il sangue di migliaia di martiri faceva germogliare
migliaia di ferventi comunità cristiane.
Così, durante l'imperversare delle
grandi eresie ariana e pelagiana, sorsero
sublimi genii del pensiero e della santità,
quali Sant'Atanasio e Sant'Agostino.
Nell'alto
Medioevo i Barbari seminarono ovunque la desolazione,
ma la Chiesa seppe domarli e convenirli. Nel
secolo XII gli Albigesi vollero rinnovare
il manicheismo, ma ecco sorgere nuovi grandi
ordini religiosi, quello di San Norberto,
di San Domenico, di San Francesco, e il secolo
XIII fu l'età aurea della
teologia.
Nei
secoli XV e XVI alcuni poterono credere che
la Chiesa stesse per morire sotto i colpi
della rinascenza pagana e del protestantesimo.
Essa perdette una gran parte della Germania
e dell'Inghilterra, ma nello stesso tempo
sorgeva in Europa una pleiade di santi, di
fondatori d'ordini, di missionari, ad opera
dei quali si stabili nelle Indie, dove San
Francesco Saverio rinnovò i prodigi
dell'era apostolica; in America, dove San
Luigi Bertrando e Las Casas facevano conoscere
la carità di Cristo. Intanto il Concilio
di Trento organizzava la vera riforma.
La
Rivoluzione francese si mise anch'essa all'opera
per distruggere la Chiesa: massacrò
i sacerdoti, gettò le basi per un nuovo
mondo e una nuova religione. Ma nel 1801 era
firmato il Concordato, nelle chiese ricompariva
il culto, si ristabilivano gli ordini dispersi,
le missioni facevano meravigliosi progressi
in Oriente, in Africa, in America e nuovi
martiri le illustrarono.
§
2. - Le istituzioni che sono una scuola di
santità.
Nella
Chiesa non basta considerare lo splendido
eroismo dei santi canonizzati, ma bisogna
anche vedere le istituzioni permanenti che
formano le anime alla perfezione.
1)
II sacerdozio cattolico. - Tra queste
istituzioni primeggia il sacerdozio cattolico,
i membri del quale in occidente si obbligano
al celibato perpetuo, per consecrarsi totalmente
al servizio di Dio e all'apostolato. Questa
perpetua continenza, osservata fedelmente
da molti sacerdoti, suppone atti eroici, superiori
alle forze comuni.
Giuseppe
de Maistre potè dire del clero cattolico:
a Vi sono nel cristianesimo cose sì
alte e sublimi, vi sono tra il sacerdote e
le sue pecorelle relazioni sì sante
e sì delicate, che non possono appartenere
se non a uomini assolutamente superiori agli
altri. Basta la confessione ad esigere il
celibato... Chi potrebbe credere che in un
paese (protestante) dov'è sostenuta
gravemente l'eccellenza del matrimonio dei
preti, l'epiteto di figlio di prete sia un'ingiuria
formale?... Che cos'è un ministro del
così detto culto riformato? È
un uomo vestito di nero, che tutte le domeniche
sale sulla cattedra, per tenervi onesti sermoni.
Ogni uomo onesto può riuscire in tale
mestiere, che non esclude nessuna debolezza
dell'uomo onesto... Da loro non si richiede
altro che la probità. Ma che cos'è
dunque questa virtù umana, per il terribile
ministero che esige la probità divinizzata,
cioè la santità? (Du Pape, lib.
in, e. 3, 2). Ora da venti secoli, nella Chiesa
cattolica, la grazia divina non ha forse sempre
suscitato vocazioni sacerdotali, spesso molto
generose, perché il Vangelo sia sempre
predicato, celebrato il sacrificio eucaristico,
siano assolte le anime e rimesse incessantemente
sulla via dell'eternità?
2)
Gli ordini religiosi. - Nella Chiesa
cattolica vi sono inoltre gli ordini religiosi,
vere scuole di perfezione per arrivare alla
santità mediante la pratica dei tre
consigli evangelici e l'imitazione di Gesù
Cristo. Mediante i tre voti di povertà,
castità e obbedienza sono combattute
le tre concupiscenze della carne, degli occhi,
dell'orgoglio. Lo stato religioso è
così uno stato di consecrazione a Dio,
dove l'anima che non indietreggia offre tutta
la sua vita, il suo corpo, il cuore, la volontà,
il giudizio in un sacrificio perfetto, che
merita il nome d'olocausto (cfr. S. Tommaso
imi a. 186 a. 7; 188, a. 6).
La
varietà di questi ordini manifesta
la santità della Chiesa negli ambienti
più diversi. Alcuni, come i Fratelli
di San Giovanni di Dio e le Suore della carità,
si dedicano ai malati; altri come i Fratelli
delle Scuole cristiane e i Salesiani, ecc,
si votano all'educazione della gioventù;
vi sono poi gli ordini di vita contemplativa
e riparatrice come i Certosini, i Trappisti,
il Carmelo; infine gl'Istituti che si consacrano
alla predicazione del Vangelo, come i Frati
Predicatori, i Frati Minori, i diversi Chierici
Regolari, che lavorano per la salute delle
anime fino alle più lontane missioni.
Confronto
con le chiese separate. - II protestantesimo
in forza dei suoi principi, non offre nulla
di simile, poiché Lutero cominciò
con l'abolire i voti religiosi e sopprimere
anche il principio della santità, insegnando
che per la giustificazione basta la fede senza
le opere. La sua famosa espressione: Pecca
fortiter et crede fortius, senz'essere un'esortazione
al peccato, è però la sovversione
dei principi della santità. Il cristiano
che ha peccato molto deve certamente avere
una grande fede nei meriti infiniti del Salvatore,
ma accusandosi delle sue mancanze, deve anche
chiedere la grazia d'un vero pentimento e
del proposito fermo d'evitare in avvenire
il peccato mortale, deve lavorare generosamente
per osservare sempre meglio i precetti dell'amor
di Dio e del prossimo, sostanza della morale
cristiana.
La
dottrina di Luterò misconosce la necessità
e la grandezza dell'amore, quindi toglie alla
morale cristiana tutto il suo slancio; cosi,
sopprimendo il sacrificio della Messa, toglie
ciò che è centrale nel culto
cristiano. Quando per esempio in Svizzera
si visita un'antica cattedrale cattolica,
trasformata in tempio protestante, si resta
vivamente impressionati da questo fatto: il
tabernacolo è scomparso, e con esso
la presenza reale del Salvatore; si ha un'impressione
di freddezza e di tristezza, l'impressione
che manchi il focolare spirituale che illumina,
riscalda le anime e le attira a sé.
§
3. - La diffusione delle virtù cristiane.
La
santità della Chiesa Romana si manifesta
infine in modo permanente non solo nei migliori
membri del sacerdozio e degli ordini religiosi,
ma anche nelle virtù cristiane, incessantemente
rinnovellate nel popolo cristiano.
Tre
virtù caratteristiche. - Seguendo
il Padre Lacordaire (Conferenze del 1844),
occorre sottolineare soprattutto tre virtù
che sono come il privilegio del cristiano
e che s'oppongono alla " concupiscenza
della carne, a quella degli occhi e all'orgoglio
della vita " (I Gv. 2, 16): la castità,
l'umiltà e la carità.
La
castità, reprimendo la lussuria, che
corrompe le fonti della vita, conserva la
santità del matrimonio facendone rispettare
l'unità e indissolubilità. Invece,
fuori della Chiesa, il divorzio viene sempre
più accolto. Uumiltà, opponendosi
all'orgoglio che fa desiderare tutto quello
che c'innalza agli occhi degli uomini, ricchezze
e onori, libera dalla iattanza, dall'arroganza,
dall'ambizione, che sono la causa dì
tanti dissensi e querele. La carità
trionfa dall'egoismo e non solo rende a ciascuno
ciò che gli è dovuto, come la
giustizia, ma da più di quello ch'è
dovuto, specialmente all'infermo e all'indigente;
perdona anche le offese e le ingiurie, e pone
fine alle discordie sociali, che la giustizia
da sola non riuscirebbe ad eliminare.
Queste
virtù sono veramente proprie della
Chiesa. - Ora non c'è società
che più della Chiesa cattolica inculchi
queste virtù con la parola e con l'esempio,
come si vede non solo dal confronto del cattolicesimo
col paganesimo, che permette la poligamia,
ma anche dal confronto con il protestantesimo.
Gli
pseudo-riformatori non hanno raccomandato
tali virtù cristiane: disprezzarono
la verginità consecrata a Dio, sopprimendo
i voti religiosi; si allontanarono dall'umiltà
e dall'obbedienza, facendo del libero esame
e dell'ispirazione personale la regola suprema
della fede; infine dissero che, anche senza
la carità e le buone opere, basta la
fede per la salute.
Lutero
scriveva: " II mondo diviene sempre più
cattivo; ora gli uomini sono più vendicativi,
più avari, più duri, più
immodesti e indisciplinati, molto più
cattivi di quanto non fossero sotto il papismo,
multoque deteriores quam fuerunt in papatun
(1). Allo stesso modo parlava Melantone
(2). Questo era il risultato della
dottrina protestante sulla sufficienza della
fede senza l'amor di Dio e del prossimo.
Negli
ambienti protestanti resta certamente ancora
molto bene, ed è quanto conservano
di cristiano, ma non si vede in loro quell'influsso
speciale dello Spirito Santo che si manifesta
con la grande fecondità della Chiesa
nelle opere di carità. La santità
che si nota in molti protestanti e nella loro
istituzione è o naturale oppure ordinaria,
e non raggiunge l'eroicità che vediamo
nei santi canonizzati. In mezzo a loro non
si .trovano apostoli come San Vincenzo de'
Paoli, dottori simili a San Tommaso d'Aquino,
re o principi che ricordino la virtù
d'un san Luigi.
(1)
Lctherus, Postilla in Bvang. dora. I adv.
(2)
Cfr. A. Baudrillart, L'Eglise catholique,
la Renaissance, le Protestantisme, Paris 1904,
Conf. Vili.
CAPITOLO
V. - LA VERA SANTITÀ CRISTIANA E ALTRE
FORME DI
PERFEZIONE
Mirabilis
Deus in sanctis sub
Le
varie concezioni della perfezione umana.
- Per completare quanto s'è detto della
santità della Chiesa, conviene paragonare
la vera santità cristiana ad altre
forme della perfezione umana che tendono sempre
a ricomparire.
I
barbari dall'antichità facevano consistere
la perfezione dell'uomo specialmente nella
fortezza; la maggior parte dei filosofi greci
specialmente nella saggezza, frutto della
riflessione; il vangelo e la Chiesa pongono
la perfezione essenzialmente nella carità
o nell'amore di Dio e del prossimo.
Forza,
saggezza umana e carità esprimono ciò
che è dominante in queste tre diverse
concezioni della vita. Ora il prevalere della
carità può elevare considerevolmente
le altre due forme dell'attività, ordinandole
a Dio e al bene delle anime, com'è
facile constatare.
§
1. - L'eroe e il santo.
La
forza è la virtù suprema dei
popoli barbari.
. La forza in cui gli eroi dei popoli barbari
riponevano la perfezione umana, era il coraggio
e la bravura nel combattimento, come ricordano
le leggende, specialmente quella dei Nibelunghi
L'orgoglio nazionale dei popoli talvolta tende
a ricondurre a questo ideale, esaltando la
forza fisica, l'audacia, la costanza ostinata
e la fiducia di sé, cui spesso s'uniscono
l'ingiustizia e l'orgoglio. Ma questa concezione
non basta certamente a porre l'uomo al suo
vero posto di fronte a Dio e al prossimo.
La
forza non è la virtù suprema
del cristianesimo, ma può venir trasfigurata
dalla carità. - Invece la fortezza
messa umilmente al servizio della fede cristiana
e della carità, ci appare trasfigurata
nei martiri cristiani, che pregavano per i
loro carnefici. È chiaro che la fortezza
e la pazienza sono virtù molto necessarie
e indispensabili alla perfezione; ma più
in alto c'è la giustizia verso gli
altri, la prudenza, che dirige tutte le virtù
morali, e specialmente vi sono le virtù
teologali, che hanno Dio per oggetto. Per
questo il martirio, che è un atto della
virtù della fortezza, trae il suo principale
valore dal fatto che è il segno d'un
grande amore di Dio.
Evidentemente
la fortezza non è la perfezione della
nostra intelligenza riguardo alla verità
suprema, né quella della nostra volontà
riguardo al sommo bene; è soltanto
una virtù che reprime il timore in
mezzo alle difficoltà e ai pericoli,
per rimanere nella linea della ragione umana.
Gli eroi, che ebbero soprattutto il culto
della fortezza e della bravura, non possono
quindi essere affatto paragonati ai santi
che la Chiesa ci propone come modelli.
§2.-Il
saggio e il santo.
L'ideale
greco. - La maggior parte dei filosofi
greci pensava che l'autentica perfezione dell'uomo
fosse quella della sua intelligenza, per cui
egli si distingue dalla bestia, e che consistesse
soprattutto nella saggezza umana, o conoscenza
eminente di tutte le cose mediante la causa
suprema, e nell'amore del vero, del bello
e del bene. Tale concezione ricompare più
o meno alterata nei filosofi che pongono la
cultura intellettuale al vertice di tutto,
quasi bastasse per rettificare la volontà
verso il vero bene.
La
perfezione cristiana è un'altra cosa.
- La scienza e anche una certa sapienza speculativa
possono realmente esistere senza l'amore di
Dio e del prossimo. La perfezione del professore
o del dottore, come tale, non è quella
dell'uomo in quanto uomo. Non si può
confondere la perfezione dell'intelligenza
speculativa con quella di tutto quanto l'uomo,
la quale richiede la profonda rettitudine
della volontà. Questa a sua volta non
può esistere se non si ama efficacemente
il Bene sommo, Dio, più di noi stessi
e sopra tutto, e se non amiamo realmente il
prossimo, che ha lo stesso nostro destino.
Ora questa eminente carità, che supera
di gran lunga la sapienza dei filosofi e che
comporta una ben più alta sapienza,
è proprio ciò che meglio caratterizza
i santi canonizzati dalla Chiesa.
I
saggi dicevano solo come Socrate: Conosci
te stesso, sii uomo, la misura del bene è
l'uomo buono, che vive secondo la retta ragione.
I santi invece cercarono di conformarsi all'ideale
proposto dal Salvatore: Siate perfetti com'è
perfetto il Padre celeste (Mt 5, 48). Essi
penetrarono ognor più la verità
che noi siamo chiamati a vedere Dio come egli
vede se stesso e ad amarlo come egli si ama,
e l'irradiarono nel loro ambiente.
I
saggi dell'antichità dicevano con orgoglio:
"L'uomo alle prese con l'avversità
è uno spettacolo divino ". I santi
invece vissero quello che Gesù diceva
con semplicità e profondità:
" Beati quelli che piangono (le loro
mancanze); beati quelli che soffrono persecuzione
per la giustizia, perché di loro è
il regno di Dio ".
Ciò
che il santo aggiunge al saggio.
- I filosofi parlano delle virtù acquisite
d'ordine umano e spesso instabile; mentre
le virtù che vediamo nei santi sono
d'ordine superiore. Essi infatti praticarono
in modo eminente la temperanza fino alla castità
assoluta, la verginità, la fortezza
e la pazienza fino al martirio, la giustizia
fino a trasformarla in " fame e sete
della giustizia di Dio ", la prudenza
fino alla perfetta dolrezza allo Spirito Santo,
loro ospite interiore.
Tutti,
assieme alla dolcezza, praticarono eminentemente
l'umiltà ignota ai saggi, perché
fondata su due misteri che i medesimi saggi
ignoravano: il mistero dell'atto creatore,
che ci produsse liberamente dal nulla e ci
conserva nell'esistenza, e il mistero della
grazia, necessaria al minimo atto salutare,
al minimo passo in avanti nel cammino verso
l'eternità. Così vediamo che
i santi, quando il Signore si degnava di servirsi
di loro per compiere le più grandi
cose, si ritenevano u servi inutili ".
E non solo accettarono, ma anche giunsero
a desiderare d'essere trattati come persone
spregevoli.
Ma
quello che soprattutto si sente in loro, e
nient'affatto nei saggi, è il grande
soffio delle virtù teologali e dei
doni dello Spirito Santo: una fede solidissima
e penetrante, che è come una contemplazione
dell'invisibile; una speranza fiduciosa, che
diventa abbandono perfetto; un amore di Dio
e delle anime sempre più puro e forte,
che trascina e converte gli erranti, rivelando
loro l'infinita bontà e la misericordia
di Dio.
Confronto
tra l'efficacia della saggezza e quella della
santità, - Mentre i filosofi
più sinceri si riconoscono impotenti
a mutare le disposizioni interiori degli uomini,
Gesù con alcuni pescatori della Galilea
nonostante tre secoli di persecuzione, riuscì
a mutare l'ideale dell'umanità, diede
a moltissime anime l'amore del bene, a molti
lo slancio soprannaturale per il sacrificio,
sparse in tutti i popoli meravigliosi fiori
di santità. La sua opera resta sempre
viva nelle nazioni moderne attraverso apostoli,
come un santo Curato d'Ars, un San Giovanni
Bosco e coloro che nell'ora presente lottano
e soffrono là dove infuria la persecuzione,
specialmente nei paesi slavi e nella Cina.
Donde
proviene tale differenza. - La differenza
tra il saggio e il santo fu messa bene in
rilievo in un saggio del Festugière,
in cui si legge questa bella pagina riguardo
ai primi cristiani: per essi " il Cristo
non era, come Èrcole o Pitagora, l'eroe
d"un passato favoloso, raggiungibile
solo attraverso il ricordo e che bisognava
imitare con le sole risorse della volontà.
No, Egli era invece una persona sempre viva,
più presente all'intimo del fedele
di quanto il fedele lo fosse a se stesso.
Il cristiano se ne sentiva posseduto e sentiva
che Qualcuno agiva in lui. Ora questo fatto
doveva condurre alla rivoluzione dell'etica
e ormai l'atto ha meno valore dell'intenzione.
Discepoli di Zenone, di Epicuro, di Pitagora
e di Gesù potevano compiere lo stesso
atto d'ascesi, dandosi per esempio al digiuno.
L'uno pensava a fortificare la sua volontà,
a darsi un'anima
di atleta; l'altro cercava soprattutto di
evitare anche il minimo eccesso che turbasse
la sua quiete; il terzo si asteneva per allontanarsi
il più possibile dalla materia e conservare
libero il proprio spirito imparentato con
l'etere; il cristiano digiuna per amore. Mangiare
o non mangiare sono per lui solo mezzi di
amare. L'essenziale è avvicinarsi al
Maestro, sentirlo in sé, fuoco che
consuma, voce che rianima, calma, biasima:
presenza, sussurro d'un Amico. Egli è
qui, io lo ascolto. Tutte le virtù
sono trasfigurate, e valgono solo in quanto
rivestite, per cosi dire, del mantello dell'amore.
Ma l'immagine non è ancora esatta,
perché l'amore rinnova di dentro, e
così il principio di tutta l'attività
umana viene a trovarsi mutato. Il bel nome
di Renato allora aveva il suo pieno significato.
Si rinasceva in Cristo. S'era veramente un
altro. Gesù stesso s'era sostituito
alla nostra infermità" (Le Sage
et le Saint, in Vie Intel-lectuelle, 25 marzo
1934, p. 405).
La
santità esige una rinuncia a se stessi
e alla propria saggezza. .In modo
tutto particolare il santo differisce dal
saggio perché è morto a se stesso
per vivere di Dio. Egli dice con San Paolo:
Mihi vivete Christus est (Filip. 1, 21). La
mia vita non è l'attività personale,
esteriore o intellettuale, è "7
Cristo, e la morte per me è un guadagno.
Il santo ha davvero compreso che l'autentico
sviluppo della personalità consiste
nel perderla in qualche modo in Dio, nel morire
a se stessi, perché Dio viva in noi.
Cosi
il santo si arma di un odio santo contro il
proprio io, fatto d'amor proprio e di sottile
egoismo o di orgoglio; nella sua intelligenza,
cerca di sostituire alle sue piccole idee
personali il pensiero di Dio ricevuto con
la fede, nella sua volontà si sforza
di sostituire al proprio volere quello di
Dio, del quale si fa servo, come la mano è
serva della nostra volontà. Il santo
comprende che Dio deve divenire per lui un
altro io, più intimo a lui che il proprio
io, e in certi momenti può dire : "
Io vivo, ma non sono più io che vivo,
è Gesù Cristo che vive in me
" (Gai. 2, 20).
La
personalità soprannaturale e la sua
forza di irradiamento. - Morendo
a se stesso per lasciare vivere Dio in sé,
il santo acquista una personalità che
domina lo spazio e il tempo; diviene lo strumento
di Dio per trasmettere alle anime di molte
generazioni la vita eterna. Mentre quasi nessuno
attinge alimento spirituale dalle lettere
di Seneca, migliaia d'anime ancor oggi vivono
delle Lettere di San Paolo, come se fossero
state scritte ieri e proprio per noi. I grandi
fondatori di ordini religiosi conservano una
paternità spirituale con effetti con-statabili
per molti secoli. San Vincenzo de' Paoli diviene
il padre dei poveri per tutta una serie di
generazioni in vari paesi.
Pascal,
ricordando la distinzione dei tre ordini,
nota questa, cosa nei suoi Pensieri: et La
distanza infinita dai corpi agli spiriti figura
la distanza infinitamente più infinita
dagli spiriti alla carità, perché
questa è soprannaturale... La grandezza
della gente intellettuale è invisibile
ai re, ai ricchi, ai capitani, a tutti i grandi
nell'ordine carnale. La grandezza della saggezza
(unita alla carità)... è invisibile
agli uomini carnali e alla gente intellettuale.
Sono tre ordini differenti... I santi hanno
il loro impero, il loro splendore, la loro
vittoria, il loro lustro e non hanno bisogno
delle grandezze carnali o intellettuali, poiché
queste non aggiungono né tolgono. Essi
son visti da Dio e dagli angeli, ma non dai
corpi, né dagli spiriti curiosi: Dio
a loro basta... Gesù Cristo senza ricchezze
e senza alcuna produzione esterna di scienza,
sta nel suo ordine di santità ".
Lo stesso Pascal soggiunge: a Per fare d'un
uomo un santo, ci vuole proprio la grazia;
e chi rie dubita non sa che cosa sia un santo,
né un uomo ".
§
3. - Le diverse forme della vera santità.
Qui
conviene notare che la vera santità
cristiana, di cui parliamo, appare nella Chiesa
sotto tre diverse forme, che rispondono ai
tre grandi doveri verso Dio: conoscerlo, amarlo,
servirlo. Il corpo mistico di Cristo nella
sua unità possiede una grande varietà
di funzioni: di qui la sua armonia. Vi sono
anime sante, che hanno soprattutto la missione
di amare Dio con un amore ardente e di riparare
così le offese delle quali Egli è
fatto oggetto; qui si esercita soprattutto
la facoltà della volontà e la
grazia principale è quella d'un amore
forte. Altre anime eccellono nella contemplazione
di Dio e fanno conoscere agli altri la vìa
che conduce alla divina intimità; in
esse domina la grazia della luce. Infine sono
molto numerose le anime che hanno soprattutto
la missione di servire Dio con la fedeltà
al dovere quotidiano, nelle varie opere della
carità.
I
martiri o la forza dell'amore. -
Al primo gruppo appartengono i grandi martiri,
il serafico San Francesco d'Assisi, Santa
Chiara e, più vicini a noi, Santa Margherita
Maria, San Benedetto Giuseppe Labre, cosi
impressionante per il grande amore alla Croce.
Nell'apostolato, San Carlo Borromeo, San Vincenzo
de' Paoli. Tutte queste anime sono più
notevoli per la loro carità ardente
che per i loro lumi.
I
Dottori o le anime luminose. - Al
secondo gruppo, quello delle anime luminose,
appartengono i grandi dottori della Chiesa,
specialmente Sant'Agostino, San Tommaso d'Aquino,
San Francesco di Sales per l'Occidente, S.
Atana-sio, S. Cirillo Aless., S. Giov. Crisostomo
per l'Oriente.
La
grande folla delle anime fedeli.
- Tra i santi votati soprattutto al servizio
di Dio bisogna contare i grandi pastori della
Chiesa primitiva, consecrati fino al martirio
alla loro diocesi, gli apostoli particolarmente
attenti ai mezzi più pratici della
perfezione, come un Sant'Ignazio di Loyola,
un Sant'Alfonso dei Liguori, e la grande maggioranza
dei servi di Dio che si santificarono con
la fedeltà ai doveri quotidiani nella
vita nascosta.
Le
tre forme di santità che ricordano
i tre periodi dell'esistenza terrena del Salvatore,
cioè la vita nascosta, la vita apostolica
e la vita dolorosa, tendono allo stesso scopo.
Queste anime salgono per versanti diversi,
alla stessa sommità; più salgono
più si assomigliano, pur conservando
la propria fisionomia spirituale, e ci fanno
intravedere l'eminente santità di Cristo,
che contiene virtualmente le varie forme di
perfezione, come la luce bianca contiene i
sette colori dell'arcobaleno.
§
4. - L'armonia superiore della santità.
L'equilibrio
spirituale dell'anima unita a Dìo.
- Cosi cogliamo meglio i due caratteri essenziali
della perfezione spirituale analizzati da
principiò: l'assenza d'ogni macchia
morale, del peccato, e l'unione con Dio, sempre
più forte
e intima. Quest'unione con Dio mediante la
fede ferma, la speranza invincibile, la carità
ardente e pura, assicura l'equilibrio della
vita dei santi, armonizzando in essi le virtù
apparentemente più opposte: un'alta
sapienza a una prudenza attenta alle minime
circostanze, in cui essi devono agire; una
forza perseverante e una perfetta dolcezza;
la magnanimità, che li porta a grandi
cose, e l'umiltà, che ricorda loro
di non essere che servi inutili; un grandissimo
amore della verità e del bene, e una
misericordia sempre soccorrevole per gli erranti;
uno zelo che pur non perdendo nulla del suo
ardore, resta molto umile, paziente e dolce.
E'
un equilibrio duttile e personale. -
L'armonia profonda di questi contrasti costituisce
la ricchezza della vita dei santi; vita che
è insieme fermissima e duttilissima
ed ha grazie sempre nuove. Un santo non copia
mai un altro santo, ma ciascuno porta in sé
la stessa " fonte d'acqua viva che sale
nella vita eterna ". Come scrisse il
P. de Caussade, " lo Spirito Santo continua
l'opera del Salvatore. Mentre assiste la Chiesa
nella predicazione del Vangelo di Gesù
Cristo, scrive egli stesso il proprio Vangelo,
e lo scrive nei cuori: tutte le azioni, tutti
i momenti dei santi sono il Vangelo dello
Spirito Santo. Le anime docili son la carta;
le loro sofferenze e azioni son l'inchiostro.
Lo Spirito Santo con la penna della sua azione
scrive un vangelo vivente che si potrà
leggere solo nel giorno della gloria, dove
sarà finalmente pubblicato, dopo essere
uscito dalla stampa di questa vita ".
(L'abandon à la Providence, lib. n,
e. v). Slmilmente San Tommaso d'Aquino afferma
che la nuova legge, prima di essere scritta
su pergamena è scritta nelle anime
mediante la grazia di Dio : k Principaliter
lex nova est lex indita, secundario autem
est lex scripta " (S. th., mi, q. 106,
a. 1).
La
bellezza inferiore ed esteriore della santità.
. Quello che qui diciamo può
esser visto, come nella vetrata d'una chiesa,
dal di fuori e dal di dentro. La vera santità,
vista dal di fuori dall'incredulo, che cerca
sinceramente la verità, è già
un segno, come lo fu per molti la vita d'un
Curato d'Ars; ma questo segno è incomparabilmente
più bello ed espressivo quando ci è
dato vederlo dall'interno, sotto la luce della
viva fede che illumina i santi.
Concludiamo
questo capitolo facendo osservare che i santi,
mentre servono la Chiesa, onorano ed esaltano
l'umanità al sommo grado. In essi infatti
ritroviamo in modo eminente e la fortezza
degli eroi e la saggezza dei filosofi, ma
trasfigurate e sublimate dai doni della grazia.
CAPITOLO
VI. - LA TESTIMONIANZA DELL'ESPERIENZA MISTICA
La
santità della Chiesa, manifestata dal
suo influsso e dall'eroicità delle
virtù dei grandi servi di Dio che essa
annovera tra i suoi figli, viene confermata
dall'esperienza mistica?
Ultimamente
s'è molto scritto a questo riguardo.
Anche increduli, che cercavano la verità,
hanno parlato a loro modo in favore di quest'ultima
testimonianza. Conviene esaminare a quali
condizioni essa può essere valida e
quello che permette d'affermare.
§
1. - Che cosa domina nella vita dei mistici
cristiani?
L'esperienza
mistica è basata sopra un'emozione?
- Molti psicologi con temporanei (1)
pensano che i mistici siano dominati soprattutto
da un'emozione, alla quale si abbandonano
e che poi esprimono in idee e concezioni religiose,
come quella della misericordia divina verso
di noi, o quella della necessità di
offrire una riparazione alla giustizia divina.
Ma,
secondo questi psicologici, noi non ci possiamo
pronunciare sulla verità di queste
concezioni religiose se non da un punto di
vista puramente empirico e pratico, cioè
per il felice effetto che esse possono produrre,
specialmente se è durevole e desta
un'eco in noi. Perciò si può
chiedere se in queste concezioni ci sia qualcosa
di più d'un bel sogno del sentimento
religioso, sogno consolante, ma il cui oggetto
non supererebbe i limiti del probabile, pur
divenendo sempre più plausibile per
il numero crescente dei suoi felici risultati.
I
mistici cattolici in realtà fondano
la loro vita sopra una dottrina.
-
È
vero che nei mistici cristiani e cattolici
dapprima domina un'emozione della sensibilità,
che s'esprimerebbe poi in determinate credenze?
Basta leggere la loro vita e le loro opere
per vedere che non è cosi; secondo
la loro testimonianza i mistici cattolici
fondano tutta la loro vita sulla verità
della rivelazione cristiana confermata dai
segni divini che l'accompagnano. In essi la
fede nella verità del Vangelo, proposta
dalla Chiesa, è il fondamento della
loro speranza e del loro amore di Dio e del
prossimo. Essi sono sempre più attenti
a mettere la verità nella loro vita,
a non vivere che di verità divina.
Santa
Caterina da Siena. - Particolarmente
impressionante nella vita e nel Dialogo di
Santa Caterina da Siena è il fatto
che ella ritorna costantemente a queste parole
del Salvatore: " Io sono la via, la verità
e la vita n (Gv., 14, 6), e non cessa di dire
che la fede ricevuta nel battesimo è
come la pupilla dell'occhio dell'intelligenza
e, che per essa noi aderiamo infallibilmente
alla divina dottrina, di cui dobbiamo vivere
(Il Dialogo, e. 29. 45. 46. 99). Essa parla
con eguale ammirazione ed entusiasmo della
Verità divina come dell'Amore di Dio
per noi.
Sante
Teresa. - Santa Teresa s'esprime
allo stesso modo e ricorre ai teologi per
avere luce su quello che è verità
di fede e sulla bontà della via da
lei seguita: a Nelle questioni più
difficili, ella scrive, uso sempre quest'espressione:
mi sembra; e ciò per far capire che
qualora mi ingannassi, sarei sempre pronta
a sottomettermi al parere di coloro che han
molta dottrina. Costoro, benché di
queste cose non abbiano esperienza, hanno
sempre un certo senso che è loro proprio.
Siccome Dio li destina ad essere la luce della
Chiesa, quando si tratta d'ammettere una verità
li illumina Lui stesso. E se non sono leggeri,
ma servi di Dio, lungi dallo scandalizzarsi
innanzi alle meraviglie della grazia, sono
anzi persuasi che Dio può fare assai
di più. E se si tratta di cose non
ancora ben chiare, trovano modo di ammetterle
studiando quelle che sono scritte. Di questo
io ho una grande esperienza " (Castello
inferiore. Quinte mansioni, e. 1. n. 7).
(1)
Cfr. H. Bergson, La deux sources de la morale
et de la religùm, Alcali, Pari"
1932, PP- S35> 956, 363, 273.
San
Giovanni della Croce. - I mistici
cattolici sono quanto mai attenti a fondare
la loro vita sulla verità divina, e
su questo punto San Giovanni della Croce è
particolarmente esigente. Con energia egli
premunisce le anime intcriori contro il desiderio
delle grazie straordinarie, come visioni,
apparizioni, che le allontanerebbero dall'oscurità
superiore della fede, in cui devono nutrirsi
della verità divina rivelata, penetrarla,
gustarla. (Cfr. Salita del monte Carmelo,
libro 11, cap. x).
Tuttavia
la vita mistica è un'esperienza personale
di Dio. - Ma è perfettamente vero che
i mistici, sul fondamento della fede unita
alla carità, almeno di quando in quando
hanno un'esperienza personale delle cose di
Dio, che apporta una seria conferma alla certezza
della loro fede e quindi anche della nostra.
Leggendo la loro vita e i loro scritti si
vede che quel che domina in essi non è
un'emozione della sensibilità, ma la
carità fondata sulla verità
della fede.
Da
questo punto di vista, molto superiore a quello
degli psicologi di cui parlavamo al principio
di questo capitolo, si può dire come
Bergson e più di lui k che non si comprende
l'evoluzione della vita (noi diremmo : vita
ulteriore)... se non vedendola alla ricerca
di qualcosa d'inaccessibile, a cui il grande
mistico giunge " (Les deux sources, p.
228; trad. it. p. 234). et In fondo alla maggior
parte degli uomini c'è qualcosa che
gli fa impercettibilmente eco. Egli (il grande
mistico) ci scopre, o meglio ci scoprirebbe
se noi lo volessimo, una prospettiva meravigliosa;
non lo vogliamo, e, per lo più non
potremmo volerlo; l'effetto ci spezzerebbe.
Ma la sua attrattiva ha ugualmente agito;
e come capita quando un artista di genio ha
creato un'opera che ci supera e di cui non
riusciamo ad assimilare lo spirito, ma che
ci fa sentire la volgarità delle nostre
forme di ammirazione precedenti, cosi la religione
statica, anche se sussiste, non è già
più del tutto ciò che era, e,
soprattutto, non osa più palesarsi
quando è apparso il vero misticismo...
Quelli che da lontano si sono inchinati alla
parola mistica, perché ne sentivano
nel loro intimo la debole eco, non possono
restare indifferenti a ciò che essa
annuncia " (ivi, pp. 228-230).
L'omaggio
di Bergson ai mistici cristiani.
- Dato il suo punto di vista ancora molto
esterno, Bergson potè dire: "Se
i grandi mistici sono quali li abbiamo descritti,
essi sono gli imitatori e i continuatori originali,
ma incompleti, di ciò che fu in modo
completo il Cristo dei Vangeli " (ivi,
p. 256; trad. it. p. 262). " II misticismo
che chiamiamo completo è quello dei
mistici cristiani... (misticismo non solo
contemplativo), misticismo attivo, capace
di marciare alla conquista del mondo "
(ivi, p. 257).
Un
incredulo può essere condotto per questo
ad ammettere come probabile (ivi, p. 265)
sia l'esistenza di Dio, di cui parlano i grandi
mistici, sia il valore spirituale della loro
esperienza interiore, che non è senz'eco
in noi. Bergson è condotto a questa
conclusione notando che a i grandi mistici
generalmente sono stati uomini o donne d'azione,
di un buon senso superiore " e che "
il loro accordo profondo indica un'intuizione
identica " (ivi, pp. 262-265).
Cosi
parlava un filosofo contemporaneo in un'opera
dove non credeva ancora possibile una dimostrazione
razionale dell'esistenza di Dio, né
una vera prova dell'origine divina del cristianesimo
e della Chiesa mediante segni certi (ivi,
pp. 260-261). A tali prove giunse più
tardi, avendo il Bergson abbracciato il cattolicesimo.
Il
valore probativo della testimonianza mistica
per ì credenti. -
Se
invece ammettiamo il valore delle prove tradizionali
dell'esistenza di Dio e la forza probante
del miracolo, che conferma la rivelazione,
nell'esperienza intcriore dei grandi mistici
cattolici non avremo una conferma di più?
Certamente, ma a patto di non fare dell'esperienza
mistica un semplice prolungamento di quella
del filosofo, il che d ricondurrebbe a un
pretto modernismo, che in fondo nega la distinzione
essenziale e profondissima della natura e
della grazia. Non bisogna neppure pretendere
di trovare nel misticismo cristiano un contenuto
indipendente dai dommi rivelati, proposti
dalla Chiesa, e mantenere bene chiaro, come
dicevamo in principio, che l'esperienza dei
mistici cattolici suppone la verità
della fede e si fonda su di essa.
§
2. - Che conferma da l'esperienza mistica?
L'esperienza
mistica conferma i segni già certi
della Rivelazione..
Se
si fa appello a quest'esperienza interiore
alla maniera dei protestanti liberali e dei
modernisti, si dimostra tutt'al più
che la Rivelazione risponde alle più
alte aspirazioni della nostra natura; ne segue
solo che il cristianesimo e il cattolicesimo
sarebbero la forma più elevata della
religione naturale, del sentimento religioso,
che d'altronde potrebbe ancora evolversi e
mutarsi perfino nei dommi. Cosi non si dimostra
affatto l'origine divina e soprannaturale
della Chiesa immutabile nella sua fede.
Però
nell'esperienza mistica dei santi si può
trovare una preziosa conferma dei segni già
certi della Rivelazione in quanto questa risponde
alle nostre più alte aspirazioni in
modo del tutto ammirabile e sovrumano. 1 discepoli
di Emmaus, dopo aver riconosciuto il Salvatore
che diede loro l'intelligenza delle Scritture,
specialmente delle profezie in parte realizzate,
si dissero l'un l'altro: it Or non ci ardeva
il cuore in petto, mentre ci parlava per via,
mentre ci spiegava le Scritture? " (Le.
24, 82). In questo caso un'esperienza interiore
venne a confermare il segno delle profezie
realizzate e il ricordo dei miracoli di Gesù,
nonché della sublimità della
sua dottrina.
Così
negli Atti degli Apostoli (16, 14) si legge
che quando San Paolo predicava a Filippi in
Macedonia, tra gli ascoltatori c'era una donna
chiamata Lidia, della città di Tiatira,
venditrice di porpora, timorata di Dio, "
e il Signore le aprì il cuore per porre
mente a quello che diceva Paolo ". L'esperienza
interiore, che ella allora dovette avere,
le confermò quanto San Paolo diceva
del Salvatore e della sua resurrezione.
La
stessa cosa può avvenire quando noi
leggiamo con raccoglimento le parole di Gesù
agli apostoli: ali Confortatore, lo Spirito
Santo, che il Padre manderà in mio
nome, egli vi insegnerà tutto, e tutto
vi rammenterà quanto vi ho detto. Io
lascio a voi la pace, vi dò la mia
pace; ve la dò, non come la da il mondo.
Che il vostro cuore non si turbi, né
si sgomenti " (Gv. 14, 26-27),
Porta
una nuova luce sull'origine divina della Chiesa.
- L'esperienza della pace profonda, che il
mondo non può dare, corrobora assai
le certezze precedenti; inoltre porta una
nuova luce sull'origine soprannaturale del
Vangelo e della Chiesa, in quanto questa pace,
alle volte così profonda, sembra proprio
che non possa provenire che da uno speciale
intervento di Dio, l'unico capace di toccare
tanto intimamente il cuore dell'uomo. Egli
solo infatti nei suoi doni spirituali può
unire un'ammirabile conformità con
la nostra natura e la perfetta gratuità
che è propria della grazia divina;
Egli solo unisce con il suo tocco intimo la
certezza della fede penetrante e saporosa
e la sua oscurità; Egli solo unisce
la fermezza e la dolcezza, ed Egli solo conserva
nella pace in mezzo all'afflizione, e talvolta
all'agonia.
Gli
ascoltatori del Salvatore ebbero certamente
quest'esperienza in varie forme. Così
leggiamo in Matteo (7, 28) dopo il discorso
della montagna: n Quando Gesù ebbe
finito di parlare, le turbe stupivano della
sua dottrina, poiché egli le ammaestrava
come uno che ha autorità e non come
i loro scribi ".
Nei
fedeli, specialmente quando sono generosi,
molto fedeli alla grazia momento per momento,
l'esperienza interiore secondo San Giovanni
viene dallo Spirito Santo : te La sua unzione,
egli dice, vi insegnerà ogni cosa n
(I Gv. 2, 27). San Paolo parla molto spesso
allo stesso modo: te Voi non avete ricevuto
lo spirito di schiavitù per essere
soggetti ancora al timore; ma avete ricevuto
lo spirito d'adozione in figliuoli, nel quale
esclamiamo: Abbai o Padre! Lo Spirito stesso
attesta al nostro spirito che noi siamo figli
di Dio " (Rom. 8, 15-16).
Una
conoscenza sperimentale di Dio e della vita
eterna. -Così, per l'ispirazione
speciale dei doni d'intelletto e di sapienza,
la nostra fede diventa sempre più penetrante
e saporosa. Sicché veniamo ad avere,
in un'oscurità superiore così
differente dalle tenebre dal basso, un presentimento
delle cose della patria, una conoscenza quasi
sperimentale della presenza di Dio in noi
mediante l'affetto profondo e pacificante
che c'ispira, e in tutto questo c'è
una specie di sapore di vita eterna, che porta
una conferma di grande valore a quanto crediamo.
San
Paolo dice egualmente: " Fate conoscere
a Dio i vostri bisogni per mezzo delle vostre
preghiere e suppliche, con azioni di grazia.
E la pace di Dio, che sopravanza ogni intelligenza,
custodirà i vostri cuori e le vostre
menti in Cristo Gesù " (Filipp.
4, 6-7). <t Non abbiamo cessato di pregare
per voi e di domandare che abbiate la piena
conoscenza della volontà di Dio con
ogni sapienza e intelligenza spirituale. E
così vi potrete diportare in modo degno
del Signore e piacere interamente a lui "
(Coloss. 1, 9). a Io piego le mie ginocchia
davanti al Padre... perché conceda
a voi, a seconda dei tesori della sua gloria,
di essere potentemente corroborati mediante
il suo Spirito, nell'uomo interiore, cioè
che Cristo abiti per mezzo della fede nei
vostri cuori onde, radicati e fondati nella
carità, siate capaci di capire con
tutti i santi quale sia la larghezza, la lunghezza,
l'altezza, la profondità, anzi di comprendere
la carità di Cristo, che sorpassa ogni
conoscenza, affinchè siate ripieni
di tutta la pienezza di Dio " (Efes.
8, 14-19).
Quest'esperienza
è radicata nella fede e nella carità.
- Ecco l'esperienza mistica profonda, elevata;
evidentemente essa è fondata sulla
fede, in un'anima che è radicata nella
carità; essa procede da un'ispirazione
speciale dello Spirito Santo e quindi conferma
grandemente e in modo molto intimo la certezza
dei segni esteriori della rivelazione e perfino
della fede, mostrandoci tutto l'irraggiamento
della dottrina del Salvatore, facendoci in
qualche modo sperimentare che lo Spirito Santo
è davvero la " fonte dell'acqua
viva che sale nella vita eterna" (Gv.
4, 14). Di quest'esperienza confermativa parla
l'Apocalisse (2, 17) : a Al vincitore darò
la manna nascosta; e io gli darò un
sassolino bianco nel quale sarà scrìtto
un nome nuovo che nessuno conosce se non chi
lo riceve ". È la manna spirituale
discesa dal cielo come la manna corporale
che ne era la figura molto lontana; è
il nutrimento divino non de] corpo, ma dell'anima;
è la contemplazione infusa dei misteri
della fede che ce li fa sempre più
penetrare e gustare.
E'
una testimonianza probativa per chi ne è
favorito e per gli altri. - Certo,
una siffatta conoscenza conferma le verità
di fede, specialmente in chi la riceve, nel
momento in cui la riceve. Ma rappresenta una
conferma anche per gli altri mediante l'eco
che trova in loro. E quel che capita a noi
quando nel raccoglimento e con tutta la buona
volontà leggiamo le opere dei grandi
santi, che sperimentarono cosi profondamente
le cose divine. Chi non proverebbe questa
sicurezza leggendo le più belle pagine
dell'Imitazione, del Dialogo di Santa Caterina
da Siena, del Castello inferiore di Santa
Teresa, della Viva Fiamma di San Giovanni
della Croce?
Leggendo
dolcemente queste pagine, l'anima raccolta
in Dio sperimenta che la sua vita sale sempre
più, aspira a un amore di Dio sempre
più puro e forte, sente sete di quest'amore
e, ancor più, della giustizia di Dio.
Sperimenta che ciò che le è
dato non solo risponde alle sue più
alte aspirazioni naturali, ma ne suscita altre
del tutto nuove, che essa non conosceva. È
veramente la vita dell'amore nel senso più
forte e più tenero, con un ardente
desiderio di purezza spirituale sempre maggiore.
L'esperienza
della vita interiore non è solo individuale,
ma comune. -
L'esperienza
interiore non è solo individuale e
propria di questo o quel santo, ma esiste
in grado diverso in tutte le anime veramente
interiori e nella misura in cui sono fedeli.
E allora quest'esperienza comune della, pace
profonda che viene dal Vangelo e dalla vita
della Chiesa offre come una certezza morale
della loro origine divina. Se le nostre aspirazioni
più alte sono veramente soddisfatte
da questa profonda pace del cuore; se da questa
vengono suscitate nuove e più elevate
aspirazioni, ciò è segno che
detta pace può venire solo da Dio,
l'unico capace di toccare cosi profondamente
il cuore dell'uomo, di colmarlo e dilatarlo.
La
convergenza delle testimonianze mistiche,
unita al segno esteriore della santità,
prova la missione divina della Chiesa. - Infine
se quest'esperienza interiore comune s'unisce
ai segni esteriori della santità della
Chiesa, della sua unità, della sua
invitta stabilità, della sublimità
della sua dottrina, della fecondità
del suo influsso, si può avere come
dice il Vaticano, una prova irrefragabile
della sua divina missione. (Cfr. Sess. ni,
cap. 3, de fide; Denz. 1793-1794).
§
8. - Le altre forme d'esperienza interiore.
Solo
la mistica cattolica è completa.
- Quanto abbiamo detto della santità
della Chiesa e dei servi di Dio, che essa
propone come modelli, dimostra che solo la
mistica cristiana e cattolica è completa
e che non sacrifica nessuno dei
due elementi: contemplazione e azione. In
essa, al contrario di quanto capita troppo
spesso nei filosofi e nel buddismo e nell'islamismo,
la contemplazione non rimane sterile; dalla
sua pienezza deriva l'attività fecondissima
dei santi canonizzati il cui influsso dura
per secoli come quello dei fondatori di ordini.
La
mistica -cattolica, nei santi canonizzati
dalla Chiesa, non devia né verso il
sentimentalismo, che cerca se stesso invece
di desiderare fortemente Dio e le anime; né
verso l'orgogliosa austerità, la quale
dimentica che la perfezione consiste soprattutto
nella carità e nel suo continuo irraggiamento.
Il protestantesimo, sostenendo che la fede
può giustificare senza la carità,
senza il compimento del precetto supremo,
ha profondamente misconosciuto la vita della
grazia, che ha il suo pieno sviluppo nella
vita mistica.
I
mistici fuori della Chiesa. - Altrove
abbiamo studiato quello che può essere
l'influsso della grazia nei mistici del di
fuori (2), che
non appartengono visibilmente alla Chiesa
cattolica, ma che sono anime di buona volontà
e sembrano avere una certa intimità
con Dio. Abbiamo concluso che le grazie mistiche
impropriamente dette (3)
non solo sono possibili fuori della Chiesa
visibile, ma possono anche essere molto frequenti
nelle migliori anime in stato di grazia, per
supplire alla povertà di simili ambienti,
in cui ci sono pochissimi aiuti spirituali.
Tali
anime possono giungere così a un vero
spirito di preghiera; perciò potranno
esserci tentativi più o meno durevoli
d'intimità con Dio, specialmente se
nell'insegnamento religioso di queste regioni
restano tracce del Vangelo, come nella dottrina
dell'Isiam e in certe sue tradizioni. Tanto
più, negli ambienti protestanti e tra
gli scismatici.
Anche
le grazie mistiche propriamente dette, cioè
quelle con le quali l'anima giunge agli stati
mistici veri e proprii, descritti da Santa
Teresa dalle . quarte Mansioni in poi (raccoglimento
passivo e quiete) sono possibili fuori della
Chiesa visibile, dato che " la grazia
delle virtù e dei doni " vi si
può sviluppare benché molto
più difficilmente. Ma tutto porta a
pensare che le grazie mistiche propriamente
dette, già rare nella Chiesa visibile,
siano rarissime in questi ambienti.
L'esperienza
mistica, quand'è accompagnata dalla
pratica costante ed eroica delle diverse virtù,
porta quindi una conferma preziosa agli altri
segni della santità della Chiesa.
Anche
la vita cristiana ordinaria è un segno
della santità della Chiesa.
-
Infine
alla testimonianza di quest'esperienza elevata
occorre aggiungere quella del modesto cristiano,
quale la Chiesa lo fa e lo conserva. In mezzo
alle occupazioni ordinarie e alle difficoltà
quotidiane, egli è spesso un modello
nello spirito di fede, di confidenza in Dio,
di carità. Queste virtù gli
ispirano prudenza elevata, giustizia più
curante dell'equità che della lettera
della legge, coraggio perseverante, abnegazione
tale che disciplina le passioni e pacifica
la sensibilità per il vero bene della
vita individuale, familiare e sociale.
(2)
Le Saveur et son amoxcr pota runa, Ed. du
Cerf, Para 1933, pp. 427-464.
(3) Sono le ispirazioni divine speciali,
accordate non per la perfezione dell'atto
da farai, ma per la debolezza, del soggetto
e la povertà del suo ambiente
Quest'esempio
frequente, dato in molti ambienti dal cristiano
fedele ai suoi doveri, è anch'esso
un segno della santità della Chiesa;
un segno, che, pur senza lo splendore dei
precedenti, ha il suo grande valore, come
nell'organismo ha valore il funzionamento
regolare delle più piccole cellule,
che concorrono alla vita dell'insieme.
Questa
modesta testimonianza contribuisce a dimostrare
che la santità voluta da Cristo per
la sua Chiesa si realizza veramente in lei;
che essa produce spesso, negli ambienti più
vari, e più d'ogni altra società
religiosa, anime generose, la cui fede, unita
alla speranza e alla carità, moltiplica
le energie naturali per il compimento dei
loro grandi doveri.
A
questa fedeltà nell'impegno della vita
ordinaria il Vangelo promette molto: "Chi
è fedele nelle minime cose, è
pure fedele nelle grandi a (Le. 16, 10). Costui
è sulla via dell'eternità sulla
quale col suo esempio può chiamare
molti altri. Abbiamo qui, alla portata di
tutti, una delle testimonianze più
efficaci della santità della Chiesa,
di questa santità che a poco a poco
trasforma la vita quotidiana e conferisce
un valore eterno agli atti transitori.
R.G.L.
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del martirio nella Chiesa cattolica; valore
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Storia dei martiri cristiani dalle origini
ai nostri giorni. C. Galuna, / martiri dei
primi secoli, Salani, Firenze 1939. "
Sintesi del moltissimo che è statedetto
e studiato intorno ai martiri dei primi secoli
cristiani" (p. 5). I più notevoli
atti dei martiri della Chiesa primitiva si
possono trovare in S. Colombo, Atti dei martiri,
S. E. I., Torino 1928; ve ne sono 26. Il volumetto
diG. Barra, Atti dei martiri, S. A. S. , (Ed.
Paoline), Roma 1947, ne contiene 15. La classica
raccolta del P. Teod. Ruinart fu pure tradotta
in it. : Gli atti dei martiri, 4 voli., Malocchi,
Milano 1859. Ricordiamo in fine che H. Leclercq,
ha pubblicato in 11 volumi presso H. Oudin,
Paris 1902 ss., Les Marlyrs. Recueil des piéces
authentìques surles martyrsdepuislesoriginesdu
christianisme jusq'au XX siècle. Per
i santi si veda il trattato seguente con relativa
bibliografia al n. 1.
Sugli effetti della santità cattolica
nel mondo. I. Giordani, Il messaggio sociale
di Gesù, 4 voli., Vita e Pensiero,
Milano 1953. Studia il pensiero e l'azione
sociale della Chiesa dalle origini alla fine
della grande epoca patristica. Contiene pure
una ricca bibliografia. L. Chenon, Le ròte
social de l'Église, Bloud e Gay, Paris
1928. M. Scaduto, Storia della carità,
in E. C, III, 810-834. ^n particolare sulla
abolizione della schiavitù:
P. Aliard, Gli schiavi cristiani dai primi
tre secoli della Chiesa fino al termine della
dominazioni romana in occidente, Fiorentina,
Firenze 1915; Id., Esclavage, in D. A. F.
C, I, 1457-1522.
L'opera di E. Gccotti, II tramonto della schiavitù
nel mondo antico, Istituto delle Ed. Accademiche,
Udine 1940, è per molti aspetti pregevole,
ma l'autore, seguace del materialismo storico,
riduce al minimo l'efficacia del cristianesimo
nell'abolizione della schiavitù. –
Si veda inoltre la bibliografia del trattato
precedente al n. 3.