tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Tratteremo
il presente soggetto dal punto di vista apologetico
dividendolo in questo modo:
l.o II segno divino della santità considerata
in generale.
2.o La santità voluta da Cristo per
la sua Chiesa.
3.o La testimonianza dei martiri.
4.o La Chiesa cattolica genera continuamente
dei santi.
5.o Differenze tra i santi canonizzati dalla
Chiesa e gli eroi o saggi delle altre religioni.
6.0 La testimonianza dell'esperienza mistica
e quella del semplice cristiano.
CAPITOLO
I. - IL SEGNO DIVINO DELLA SANTITÀ'
La
santità eminente e manifesta del fondatore,
degli apostoli e dei martiri d'una religione
è segno della sua origine divina? Tutta
la tradizione risponde affermativamente, perché
la santità, se è davvero eminente
e manifesta, non può esistere senza
uno speciale intervento di Dio: essa è
un miracolo morale e il suggello di Dio sulla
sua opera. Questa conclusione deriva dallo
stesso concetto di santità.
§
I. - Nozione della Santità.
I
due caratteri essenziali della santità.
- La santità, come dimostra San Tommaso
(II-II, q. 81, 8) ha due caratteri essenziali:
prima di tutto immunità da ogni macchia,
da qualsiasi peccato direttamente o indirettamente
volontario e anche da qualsiasi imperfezione
morale; in secondo luogo unione saldissima
con Dio. Il secondo carattere è il
principale, perché l'anima è
fermamente unita a Dio in quanto evita ogni
deviazione volontaria o negligenza. Questi
aspetti della santità furono spesso
espressi dicendo che essa esige la separazione
da tutto ciò che è impuro, da
ciò che è terreno nel senso
peggiorativo della parola, e una consecrazione
spirituale totale e immutabile dell'anima
a Dio. Secondo la fede cristiana la separazione
e l'unione sono perfette e inammissibili solo
nella beatitudine celeste; ma esistono, in
un grado inferiore, anche quaggiù,
in quanto la vita cristiana è il germe
della vita del cielo, semen gloriae.
La
santità così definita ordina
tutti gli atti di virtù a Dio.
La
santità suppone un aiuto speciale di
Dio. - I due caratteri della santità
possono realmente esistere senza uno speciale
intervento divino? Se il principio di finalità
ha un senso e una portata, se ogni agente
agisce per un fine e se la subordinazione
degli agenti o delle cause corrisponde alla
subordinazione dei fini (S. th. 1-11, q. 109,
a. 6), bisogna rispondere: non ci può
essere vera santità senza il soccorso
di Dio, né può esistere la santità
eminente, fulgida, straordinaria, senza un
intervento straordinario di Dio, che è
un miracolo d'ordine morale, come la resurrezione
d'un morto è un miracolo- d'ordine
fisico. Le due forme d'intervento divino s'illuminano
e si confermano senza circolo vizioso: ciò
che c'è di luminoso nella santità
conferma il miracolo già manifesto
ed esclude assolutamente l'ipotesi della contraffazione
diabolica; ciò che nella santità
resta oscuro, è confermato dal miracolo
già ammesso. Cosi, senz'alcun circolo
vizioso le nostre due proposizioni si aiutano
a vicenda.
§
2. - I segni della santità.
L'eroicità
delle virtù.
- La santità si manifesta specialmente
nell'esercizio eroico delle varie virtù.
Come dice San Tommaso (In Matthaeum, e V,
in princ), " la virtù comune perfeziona
l'uomo in modo umano; la virtù eroica
in modo sovrumano. Quando l'uomo forte teme
ciò che è da temersi, vi è
la virtù e, se non temesse, sarebbe
temerità; ma se, appoggiandosi sull'aiuto
di Dio, non teme più nulla, la virtù
è sovrumana o divina ".
La
virtù cristiana, di cui qui parliamo,
supera manifestamente quella descritta dai
migliori saggi pagani. Essi raccomandavano
di vivere da uomini, secondo la retta ragione;
Gesù invece dice: " Siate perfetti
cotn'è perfetto il Padre vostro celeste
" (Mt., 5, 48), perché noi siamo
chiamati a partecipare alla sua vita intima,
a vederlo immediatamente com'egli vede se
stesso, ad amarlo com'egli si ama, e la grazia
che ci viene data è il germe della
vita eterna.
Questa
grazia santificante è sempre accompagnata
dalla virtù più alta, la carità,
che corrisponde al precetto supremo. La grandezza
della carità è espressa nelle
otto beatitudini evangeliche (Mt. e. 5), che
ce ne fanno conoscere i frutti. Essa suppone
la fede e la speranza, e anima 0 ispira le
virtù cristiane morali, che sotto il
suo influsso superano di molto il livello
delle virtù morali descritte da un
Piatone, da un Aristotele o un Seneca.
San
Tommaso ci fa conoscere l'altezza cui devono
giungere queste ultime virtù quando
scrive a proposito delle virtutes purgatoriae
(I-IL q. 61, a. 5): "La prudenza disprezza
tutte le cose terrene per la contemplazione
di quelle divine; dirige tutti i pensieri
dell'anima a Dio. La temperanza abbandona,
per quanto la natura può sopportare,
tutto quello che il corpo esige. La fortezza
impedisce all'anima di spaventarsi di fronte
alla morte e all'incognito delle cose superiori.
Infine la giustizia ci fa entrare pienamente
in questa via tutta divina ". Nello stesso
luogo egli dice che le virtù dei grandi
santi quaggiù sono quelle dell'anima
pienamente purificata, virtutes jam purgati
animi.
Da
che cosa si riconosce l'eroicità delle
virtù. - Secondo Benedetto XIV(1)
la Chiesa per riconoscere l'eroicità
delle virtù richiede quattro condizioni:
1.o La materia su cui la virtù si esercita,
cioè il suo oggetto, dev'essere difficile,
superiore alle forze comuni degli uomini;
2.o i suoi atti devono essere compiuti prontamente;
3.o con una certa gioia, quella del sacrificio;
4.o non una volta sola o raramente, ma spesso,
quando se ne presenta l'occasione.
(1)
De servorum Dei beatificalione, lib. Ili,
e. 21 s.
Un
San Luigi Bertrando restò tranquillissimo
in mezzo a pericoli molto gravi; quando seppe
di aver bevuto un veleno preparato da una
mano criminale, restò calmo, mettendo
la sua confidenza in Dio solo; colpito da
sofferenze atroci non si lamenta, ma dice:
" Signore, su questa terra brucia e taglia
quello che dev'essere bruciato, purché
sia risparmiato in eterno ". San Vincenzo
martire, messo sul cavalletto e poi arso vivo,
rimprovera ai carnefici la loro lentezza e,
gli occhi volti al cielo in un'ultima preghiera,
accetta con gioia i tormenti.
Il
martirio. - Tra tutti gli atti eroici
quello che più di ogni altro manifesta
la santità e l'intensità dell'amore
di Dio è evidentemente il martirio.
Infatti per mostrare che amiamo qualcuno non
c'è modo migliore che privarci per
lui di ciò a cui teniamo maggiormente
e sopportare per lui i peggiori tormenti.
Ora tra tutti i beni della vita presente,
quello cui siamo più attaccati è
la vita stessa; abbiamo una ripugnanza naturale
per la morte, specialmente se violenta, e
per i supplizi che ci possono essere inflitti
per farci rinnegare la fede. Per questo il
martirio è il più grande segno
della carità perfetta, secondo il detto
del Salvatore: " Non c'è amore
più grande che dare la vita per i propri
amici " (Gv. 15, 13). Così "
martire significa testimonio della fede cristiana,
che porta a disprezzare i beni visibili per
quelli invisibili ed eterni " (S. th.
II-II q. 124, a. 4). " Nessuno può
disprezzare i beni presenti se non per la
speranza di quelli futuri; e siccome la fede
ci mostra le cose invisibili, per le quali
dobbiamo disprezzare il mondo, le sue attrattive
e le sue minacce, si dice che la fede riporta
la vittoria sul mondo e che lo ha vinto "
(S. Tomm., In Ep. ad Haebr., xi).
L'armonia
e la connessione delle virtù.
- Ma per meglio distinguere la virtù
eroica da quella che le può assomigliare
e specialmente dall'ostinazione dell'orgoglio,
bisogna considerare la connessione delle virtù,
che si devono unire sotto la direzione della
vera prudenza e sotto l'impulso della carità,
dell'amore di Dio e del prossimo (S. th. I-II,
q. 65). Questa varietà e connessione
delle virtù non può essere frutto
soltanto del temperamento, che è determinato
più in un senso che nell'altro. Chi
per natura è portato alla fortezza,
non lo è alla mansuetudine, né
viceversa. I forti devono lavorare per diventare
dolci e i dolci devono imparare a divenire
fermi: gli uni e gli altri salgono alla stessa
altezza, ma per versanti opposti. Perciò
se qualcuno ha insieme e in modo eminente
le diverse virtù, anche quelle che
s'assomigliano di meno, una grande fortezza
e una perfetta dolcezza, un grande amore della
verità e della giustizia e una misericordia
inesauribile per quelli che errano, ciò
non può essere senza un aiuto specialissimo
di Dio. Egli solo infatti nella semplicità
eminente della sua vita intima unisce le perfezioni
più diverse e può quindi unirle
nell'anima umana, fatta a sua immagine.
Insegnamento
di San Paolo. - In questo nesso delle
virtù c'è un'ammirabile armonia
che fa dire a San Paolo : " La carità
è paziente, è benigna; la carità
non è invidiosa, non si vanta, non
si gonfia d'orgoglio, non opera nulla di sconveniente,
non ricerca il proprio interesse, non si muove
ad ira, non tiene conto dei torti ricevuti,
non gode dell'ingiustizia, ma si rallegra
con la verità; tutto scusa, tutto crede,
tutto spera, tutto sopporta " (I Cor.
13, 4-7). In altri termini la carità
suscita, ispira, anima o vivifica le virtù
che rende meritorie, ordinandone tutti gli
atti a Dio, amato effettivamente sopra tutte
le cose.
Benedetto
XIV.
- A questo riguardo Benedetto XIV (op. cit.,
lib. m, e. 21) scrive: " Tra i pagani
è possibile trovare vere virtù
morali e pare che nulla possa impedir loro
di giungere a un grado eroico (per esempio
di fortezza). Ma per l'eroicità si
richiede l'unione di tutte le virtù
morali, di cui parliamo; ora poiché
quei pagani, che furono chiamati eroi per
l'eccellenza di questa o di quella virtù
morale, erano generalmente privi di altre
virtù e restavano schiavi di questo
o di quel vizio, non possono essere chiamati
eroi in senso stretto ".
L'armonia
tra le virtù più diverse appare,
ad esempio, nel predicatore della fede, quando
egli parla in nome di Dio con un'autorità
sovrana, a tam-quam potestatem habens "
(Mt. 7, 29), senza ricorrere " al linguaggio
persuasivo della sapienza umana " (I
Cor., 2, 4), mostrando nello stesso tempo,
profonda umiltà, grande carità
verso il prossimo, fortezza invincibile nella
persecuzione, grande dolcezza, fino a pregare
per i suoi carnefici (2).
San
Francesco di Sales. - San Francesco
di Sales riguardo a questa unione delle virtù
apparentemente contrarie nota: " L'unione
di un'altissima carità con una profondissima
umiltà è molto ammirabile, perché
queste due virtù sono cosi lontane
l'una dall'altra, che sembrano non potersi
mai incontrare in una stessa persona. Infatti
la carità quanto più aumenta
tanto più innalza l'anima sopra tutto
ciò che non è Dio mentre l'umiltà,
all'opposto, abbassa l'anima al di sotto di
se stessa e di tutte le creature, perché
è proprio di questa virtù, quanto
più è grande, di abbassare l'anima
in cui si trova. Com'è dunque possibile,
unire questi due estremi, "ingiungere
cioè l'umiltà con la carità?
Certo, è cosa naturalmente impossibile;
solo Nostro Signore poteva unire queste due
virtù, ed Egli dimostrò la grandezza
incomparabile del suo potere, unendo due cose
tanto lontane " (Sermon sur la Visitation).
L'unione
di queste due virtù è naturalmente
impossibile, ma nella vita della grazia, che
il Vangelo ci fa conoscere, l'una non può
esistere senza l'altra, perché crescono
insieme. La radice dell'albero in crescita
si spinge sempre più profonda nel suolo,
mentre il ramo più alto s'eleva verso
il cielo; così l'umiltà ricorda
sempre più al cristiano che da solo
non è nulla e non può nulla
nell'ordine della salvezza, mentre la carità
lo eleva sempre più verso Dio e lo
rende sempre più docile alla grazia
divina.
Pascal.
- La connessione delle virtù
più diverse giunte a un grado eroico,
è un segno della speciale presenza
di Dio in un'anima, perché egli solo
può riunire così intimamente
perfezioni tanto differenti. È ciò
che fa pure notare Pascal in uno dei suoi
profondi Pensieri: a Io non ammiro affatto
l'eccesso d'una virtù, ad esempio del
valore, se nello stesso tempo non vedo l'eccesso
della virtù opposta, come in Epaminonda,
che possedeva l'estremo valore e l'estrema
benignità. Perché agire altrimenti
non è salire, ma cadere. Non si dimostra
già la propria grandezza col porsi
a un estremo, ma raggiungendoli insieme tutte
e due e occupandone tutto l'intervallo ".
(2)
Cfr. San Tommaso. Quodlibet, IV, a. 19 : "
Nell'atto delle virtù bisogna distinguere
tra ciò che si fa e il modo di farlo.
Cosi il fatto di sopportare le torture del
martirio non suppone necessariamente la carità
perfetta, e anche chi è privo della
carità può sopportare tali tormenti,
ma la carità perfetta li fa sopportare
prontamente e con gioia (la gioia del sacrificio),
come si vede in San Lorenzo e San Vincenzo,
che dimostrarono ima santa esultanza nel loro
supplizio; cosa che non possono compiere quelli
che non hanno la carità e quelli che
l'hanno solo imperfetta".
§
3. - Il santo per eccellenza.
Le
testimonianze evangeliche.
- Questi principi hanno la loro applicazione
più evidente riguardo alla santità,
di Gesù stesso, che, anche per confessione
di molti increduli, ci appare il perfetto
modello della santità e delle virtù
più diverse.
Colui
che San Giovanni Battista mostrò a
dito dicendo: "Ecco l'agnello di Dio
che toglie i peccati del mondo " (Gv.
I, 29. 36) può rispondere ai suoi avversari
che cercano di confonderlo: " Chi di
voi mi può accusare di peccato?...
Chi è da Dio ascolta le parole di Dìo;
ecco perché voi non le ascoltate, perché
non siete da Dio " (Gv., 8, 46). In lui
Pilato non trova nessun delitto e lavandosi
le mani dichiara: "Io sono innocente
del sangue di questo giusto; rispondetene
voi " (Mt. 27, 24).
Gesù
modello d'ogni santità. -
Gesù appariva immune da ogni peccato;
ma la sua santità, specialmente nella
Passione, brillò come l'armonia più
alta delle più diverse virtù
e mentre l'odio contro di lui cresceva fino
al parossismo, sempre più si manifestò
il suo amore a Dio e alle anime, fino al consummatum
est.
In
Lui s'armonizzano la sapienza più sublime,
che non perde mai di vista il fine ultimo,
la vita eterna, e il più acuto senso
pratico, manifestato specialmente nelle risposte
alle questioni più insidiose.
In
Lui s'univano la perfetta giustizia e l'inesauribile
misericordia, mentre in noi la giustizia degenera
spesso nell'inflessibilità e la misericordia
in debolezza. Nel perdono del Salvatore alla
donna adultera quanta fermezza e insieme quanta
bontà!
In
Lui s'armonizzano pure la somma dignità
e la più profonda umiltà. Non
fu mai cosi grande come nelle umiliazioni
della Passione, accettata per nostro amore.
A Pilato risponde: "Tu l'hai detto; io
sono re. Per questo sono io nato e per questo
sono venuto al mondo, per rendere testimonianza
alla verità; chiunque ama la verità,
ascolta la mia voce " (Gv. 18, 37).
In
Gesù si conciliano la fortezza più
eroica e la più grande dolcezza nel
sorriso del Crocefisso che prega per i carnefici:
" Padre, perdona loro, perché
non sanno quel che fanno " (Le. 23, 34).
Molti santi nei loro tormenti ripeteranno
questa preghiera, che permette di distinguere
il vero martire da quello falso.
È
impossibile trovare armonia morale più
alta e più profonda, che abbia un irraggiamento
più estóso e uno splendore più
abbagliante con un'espressione più
nobilmente sobria.
E'
la santità del buon pastore, che potè
dire di se stesso: " Io sono il buon
pastore; il buon pastore da la sua vita per
le pecorelle. Per questo il Padre mi ama;
perché io dò la mia vita per
riprenderla poi. Nessuno me la può
togliere, ma da me stesso io la dò:
è in mio potere il darla ed è
pure in mio potere il riprenderla di nuovo.
Tale è il precetto che ho ricevuto
dal Padre mio" (Gv. 10, 11. 17-18).
Conclusione:
le disposizioni interiori che dimostrano maggiormente
la santità. -La testimonianza della
santità diventa tanto impressionante
e convincente quanto più d sforziamo
di seguire la stessa sua via, poiché
cosi, nella luce dei doni dello Spirito Santo,
i segni di cui abbiamo parlato, acquistano
tutto il loro valore. Vedendo dal di fuori
la vetrata d'una chiesa è molto se
riusciamo a distinguere che cosa rappresenta;
se invece la guardiamo dal di dentro, nella
luce interna tutto s'illumina.
CAPITOLO
II - LA SANTITÀ' VOLUTA DA CRISTO PER
LA SUA CHIESA
Dopo
aver parlato della nozione della santità
e dei segni che la manifestano, dobbiamo vedere
quale santità Cristo volle per la sua
Chiesa e quali principi e mezzi di santificazione
si trovano in essa.
§
1. - Cristo per la sua Chiesa volle una santità
manifesta ed eminente.
Poiché
la santità esige esenzione da ogni
macchia morale e stabile unione con Dio, una
società è visibilmente ed eminentemente
santa se ha in se stessa i principi e i mezzi
efficaci per produrre nei suoi membri una
santità insigne, e se di fatto essa
mostra continuamente gli effetti di questa
santità, cioè produce in molti
suoi membri virtù superiori e, in alcuni,
virtù eroiche, che superano evidentemente
le forze morali naturali dell'umanità.
Queste virtù possono essere visibili
nei loro effetti, per esempio in un grande
amore di Dio, unito ad assoluta abnegazione
e grande carità verso il prossimo.
Gesù
volle che la sua Chiesa fosse eminentemente
sante. - Ora Cristo
volle che questa sublime santità fosse
una proprietà e una nota della sua
Chiesa, perché essa continuamente faccia
vedere alle anime il fine divino verso il
quale le conduce.
Il
Salvatore espresse costantemente questa volontà
parlando del regno di Dio, e facendo conoscere
la sua missione agli apostoli. Pregando per
loro, prima della Passione disse: " Padre,
...consacrali nella verità; la tua
parola è verità. Come tu hai
mandato me nel mondo, cosi io pure li ho mandati
nel mondo; e per loro io consacro me stesso,
affinchè anch'essi siano consacrati
nella verità. Non prego soltanto per
essi, ma anche per quelli che crederanno in
me mediante la loro parola, affinchè
tutti siano una sola cosa, siccome tu, o Padre,
sei in me ed io in te, anch'essi siano uno
in noi " (Gv. 17, 17-21).
Già
dall'inizio del suo ministero, Gesù
aveva detto nel discorso della montagna: "
Se la vostra virtù non sorpasserà
quella degli Scribi e dei Farisei, non entrerete
nel regno dei cieli " (Mt. 5, 20); e
nello stesso momento, facendo conoscere tutta
la sublimità della legge nuova e predicando
le beatitudini evangeliche, aveva esortato
tutti i suoi discepoli a un alto grado d'umiltà,
di purezza, d'abnegazione, di carità,
d'amore per i nemici. Per produrre e conservare
questa santità nelle anime promise
l'Eucarestia dicendo: " Io sono il pane
vivo disceso dal cielo; se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno; e il pane, che
io darò, è la mia carne per
la salute del mondo " (Gv. 6, 51). Inoltre
promise e mandò lo Spirito santificatore:
a Io pregherò il Padre ed egli vi darà
un altro Consolatorc, perché resti
sempre con voi; lo Spirito di verità...
e dimorerà con voi e sarà in
voi " (Gv. 14, 16-17).
Gesù
volle che la santità fosse manifesta.
- La santità voluta da Cristo per la
sua Chiesa è quindi eminente. Inoltre
dev'essere visibile, perché disse ai
discepoli: a Voi siete la luce del mondo.
Non può una città, che sia posta
sopra un monte, restar nascosta; né
si accende una lucerna per riporla sotto il
moggio, ma sopra il lucerniere, e cosi fa
lume a quanti sono in casa. Risplenda allo
stesso modo la vostra luce agli occhi degli
uomini, affinchè vedendo le vostre
buone opere diano gloria al Padre vostro che
è nei cieli" (Mt. 5, 14-16).
Gesù
dice ancora: " Così ogni albero
buono porta buon frutto " (Mt. 7, 17);
e agli apostoli: " Non voi avete scelto
me; sono io che ho scelto voi e vi ho costituiti
affinchè andiate e portiate frutto,
e il vostro frutto sia durevole, affinchè
tutto ciò che domanderete al Padre
mio in nome mio ve lo conceda. Questo io vi
comando: che vi amiate gli uni gli altri"
(Gv. 15, 16-17). La carità fraterna
è il grande segno dell'amor di Dio:
"Da questo vi riconosceranno che siete
miei discepoli, se vi amerete l'un l'altro
" (Gv. 13, 35)
Infine
ai predicatori della fede promette segni straordinari,
che mostreranno la santità e la divina
origine del Vangelo: te Andate .per tutto
il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura.
Chi crede e si fa battezzare si salverà;
chi non crede sarà condannato. E i
miracoli sono questi che accompagneranno i
credenti: nel nome mio scacceranno demoni;
parleranno lingue nuove; prenderanno in mano
serpenti, e se berranno qualche veleno mortifero,
non avranno danno; imporranno le mani agli
ammalati e guariranno " (Me, 16, 15-18).
San
Paolo esprime mirabilmente la volontà
di Cristo relativa alla santità della
Chiesa, nella Lettera agli Efesini: "Voi,
o mariti, amate le vostre mogli come il Cristo
ha amato la Chiesa, e per essa ha dato se
stesso, a fine di santificarla, purificandola
col lavacro dell'acqua, mediante la parola,
per far comparire dinanzi a sé questa
Chiesa, rivestita di splendore, senza macchia
né ruga o altro di somigliante, ma
tutta santa e immacolata " (Ef., 5, 25-27).
Cristo
previde anche la presenza dei peccatori nella
sua Chiesa - Nel pensiero
del Salvatore questa santità sarà
consumata in cielo, ma sulla terra, anche
se la Chiesa dev'essere visibilmente santa
per la sua dottrina, per i mezzi e i frutti
di santificazione, vi sono tuttavia in essa
dei peccatori, come emerge dalla parabola
del loglio: " Un nemico ha seminato la
zizzania in mezzo al buon grano... Non raccoglietela
perché con la zizzania non sradichiate
anche il buon grano. Lasciateli entrambi crescere
fino alla mietitura " (Mat., 13, 30).
Del resto la presenza dei peccatori nella
Chiesa è occasione delle virtù
insigni della pazienza, della misericordia,
dello zelo, della riparazione: "Amate
i vostri nemici, benedite quelli che vi maledicono,
fate del bene a quelli che vi odiano e pregate
per coloro che vi maltrattano e vi perseguitano
" (Mt., 5, 44).
Questa
volontà, che è certamente quella
costantemente espressa da Cristo, è
realizzata?
§
2. - La Chiesa offre a lutti i principi e
i mezzi di santità?
La
Chiesa conservò i princìpi fli
santità nella sua dottrina e nella
sua prassi.
- La Chiesa cattolica propone oggi come nei
primi secoli, tutta la dottrina di Cristo,
contenuta nella Scrittura e nella Tradizione,
e non ne ha rigettato nessun punto, per quanto
misterioso e difficile possa apparire alla
debolezza umana.
E questo si può constatare leggendo
gli scritti degli antichi Padri apostolici,
i quali contengono molti dorami negati dai
protestanti, specialmente quello del sacramento
e sacrificio eucaristico, che suppone il sacerdozio.
La Chiesa difende l'integrità della
dottrina cristiana come la pienezza della
verità al di sopra degli errori spesso
opposti tra loro: il mistero dell'Incarnazione
fu difeso ora dal monofisismo ora dal nestorianismo,
quello della Trinità contro l'arianesimo
e il sabellianismo, quello della grazia contro
il pelagianismo e il predestinazionismo; anche
la morale cristiana è preservata dalle
deviazioni opposte tra loro del rigorismo
e del lassismo.
Praticamente
poi la Chiesa lotta di continuo per conservare
l'integrità della legge evangelica
sotto tutti i suoi aspetti, specialmente sull'unità
e l'indissolubilità del matrimonio.
Invece la pseudoriforma nega il libero arbitrio,
nonché la bontà divina e la
volontà salvifica universale; insegna
la giustificazione mediante la sola fede,
senza le buone opere e accetta il divorzio
dei principi. Infine mentre la Chiesa invita
molte anime alla pratica dei consigli evangelici
di povertà, castità e obbedienza,
gli pseudoriformatori portano le anime consecrate
a rinunciare alla verginità e agli
altri consigli. Cosi la Chiesa cattolica nella
sua dottrina dommatica e morale conserva i
principi della santità.
La
Chiesa conserva i mezzi di santificazione
istituiti da Gesù Cristo.
-
La
Chiesa per mezzo del suo culto custodisce
anche la fonte e i mezzi di santificazione;
conserva il sacrificio della Messa, in cui,
secondo la Scrittura (Le, 22, 19; I Cor.,
11, 24; Ebr., 9, 28; 10, 14; 7, 11) e la Tradizione,
è " realmente contenuto e incruentemente
immolato lo stesso Gesù Cristo, che
sull'altare della croce immolò se stesso
una sola volta in modo cruento ". (Conc.
trid., sess. xxii, e 2), applicandoci cosi
i meriti della Passione, onde riceviamo i
frutti della redenzione. Secondo le stesse
testimonianze, i sette sacramenti contengono
e conferiscono la grazia che significano:
l'assoluzione sacramentale giustifica i peccatori
e li riconcilia con Dio; la comunione eucaristica
nutre spiritualmente le anime, cui è
pegno di vita eterna.
Invece
i protestanti hanno respinto il sacrificio
della Messa e quasi tutti i sacramenti. Anche
quando conservano il battesimo e la cena,
in essi non vedono altro che segni della fede,
non le fonti di grazia. Il culto propriamente
detto, dopo la soppressione del sacrificio
della Messa, resta freddo e non attira più
i fedeli, che a poco a poco si dividono in
varie denominazioni o cadono nel naturalismo.
Alcune sette però, vedendo i difetti
del culto protestante, imitano quello cattolico.
I
precetti della Chiesa poi ci aiutano evidentemente
a compiere bene la legge divina, come quello
di sentire la Messa alla domenica, di comunicarsi
a Pasqua, quello del digiuno e dell'astinenza.
§
3. - Gli effetti di questi princìpi
e mezzi di santificazione.
La
Chiesa, proponendoci questi principi e mezzi
di santificazione, ha trasformato la vita
individuale dell'uomo, la vita familiare e
quella sociale.
Santificazione
dell'individuo. - La Chiesa liberò
l'uomo e sempre lo libera dagli errori riguardanti
Dio, il mondo, l'anima e la vita morale; trionfò
sul politeismo e strappa le anime al materialismo
e al determinismo, alla morale del piacere
e dell'interesse, che della moralità
conserva soltanto il nome; predica il Vangelo
e i mezzi di salute a tutti, ai più
poveri e ai meno istruiti, trascurati dai
filosofi; ha sempre condannato e combattuto
le tre concupiscenze, quella della carne,
quella degli occhi e l'orgoglio della vita;
porta incessantemente a praticare le virtù
naturali e le virtù cristiane, insegnando
come si devono unire.
Santificazione
della famiglia. - Restaurò
la famiglia proteggendo la donna, i bambini
e i servi contro il dominio crudele e licenzioso
dell'uomo; non cessò di combattere
la poligamia, il ripudio, tollerato dalla
legge di Mosè, e il divorzio.
Nella
Chiesa cattolica il culto della Santissima
Vergine, anch'esso respinto dai protestanti,
rianima sempre l'amore della verginità
e quello della perfetta castità coniugale.
Il Padre Lacordaire nella sua 34.a conferenza
potè dire: " Gesù Cristo
volle nascere da una donna vergine e madre,
modello ineffabile della dedizione materna
e della dedizione verginale... La donna, in
diciotto secoli, non cessò mai di specchiarsi
in questo sublime esemplare, che è
quello della sua rigenerazione, e, attingendovi
il doppio coraggio della castità e
dell'amore, si rese degna di quel rispetto
che il mondo aveva bisogno di tributarle...
Al culto della carne e del sangue successe
il culto degli affetti.
Vi
sono sulla terra tre debolezze: la debolezza
di proprietà: è il povero; la
debolezza di sesso: è la donna; la
debolezza di età: è il fanciullo.
Queste tre debolezze sono però la forza
della Chiesa, la quale, mentre strinse insieme
alleanza prendendole sotto la sua protezione,
si mise a sua volta sotto la loro. Tale alleanza
cambiò la faccia del mondo, perché
fino allora il debole era sacrificato al forte,
il povero al ricco, la donna all'uomo e il
fanciullo a tutti...
Alla
donna cristiana, per una speciale delegazione,
sono stati affidati tutti i poveri... Tra
il mondo pagano e il mondo cristiano e è
la stessa differenza che tra la sacerdotessa
di Venere e la suora di San Vincenzo de' Paoli...
".
La
Chiesa protegge ancora la nascita e la vita
del fanciullo; raccoglie i bambini abbandonati,
vigila sulla loro formazione intellettuale,
morale e religiosa; e a quanto fa per loro,
e anche per i malati e i vecchi, non si può
paragonare quello che fanno le sette protestanti
dove domina sempre più il naturalismo
e dove a poco a poco scompare la vita veramente
cristiana.
Santificazione
della società. - La Chiesa
non ha fatto di meno per un profondo
rinnovamento della vita sociale. Fu essa che
liberò progressivamente la schiavitù,
ricordando che tutti gli uomini sono figli
di Dio e fratelli in Cristo. Essa rafforzò
l'autorità civile ricordando che ogni
potere viene da Dio in vista d'un bene generale
della società; nobilitò anche
l'obbedienza, dicendo che obbedire alle legittime
autorità costituite e alle leggi giuste
significa infine obbedire a Dio stesso; lottò
contro tutte le tirannie, per salvaguardare
ogni legittima libertà, specialmente
quella di fare il proprio dovere e di far
regnare la pace. Conviene ricordare qui ciò
che diceva il Padre Lacordaire nella 35.a
conferenza: "La società -cattolica
aperse al mondo due fonti inesauribili d'obbedienza
e di venerazione. L'una è pubblica:
l'autorità della sua gerarchia, che
dura da milleottocento anni... e, .con la
sola persuasione, sa farsi obbedire e venerare
in modo che, in nessun tempo e luogo,' nessuna
autorità umana fu così obbedita
e venerata. L'altra, che è segreta,
è la confessione ", che s'impone
a tutti, ai forti e ai deboli.
La
Chiesa lavora continuamente per far regnare
nella società la giustizia e la carità.
Se contro il comunismo difende il diritto
di proprietà individuale, contro gli
abusi del capitalismo cerca di migliorare
il più possibile la condizione degli
operai e delle loro famiglie. (Cfr. le Encicliche
" Rerum novarum " del 1891 e a Quadragesima
anno " del 1931).
La
pace di Cristo nel regno di Cristo.
- Infine vediamo la santità della Chiesa
nella pace che essa cerca di mantenere o di
ristabilire tra le nazioni,, proscrivendo
ogni guerra ingiusta, e affermando la necessità
e l'eccellenza della legge di carità
e di fraternità cristiana, al di sopra
degli speciali interessi dei diversi popoli.
Cosi nel medioevo si ebbe un'unità
cristiana dell'Europa.
Vladimiro
Soloviev (La Russia e la Chiesa universale,
ed. it., p. 39) dice che " la filosofia
rivoluzionaria ha fatto sforzi... per sostituire
a quest'unità quella del genere umano,
e si sa con che risultati. Militammo universale
ispirato da un odio nazionale quale il medioevo
non ha mai conosciuto e che trasforma interi
popoli in eserciti nemici; antagonismo sociale
profondo e irriconciliabile; lotta di classi,
che minaccia di mettere tutto a fuoco e a
sangue; decadenza progressiva della forza
morale negli individui manifestata dal crescente
numero di follia, di suicidi e delitti ".
Sono i segni d'una società che si separa
da Dio, e dimostrano in modo singolarmente
urgente la necessità di ritornare a
lui, come non cessa di dire il Vicario di
Gesù Cristo, ricordando che la pace
di Cristo si trova soltanto nell'instaurazione
del suo regno di verità, di giustizia,
di carità nella vita degl'individui
e dei popoli.
In
questo doloroso stato di cose si vede come
opere profondamente cristiane, con risorse
materiali minime, abbiano un immenso rendimento
spirituale come l'opera di un Padre Chevrier,
amico del Curato d'Ars, nei sobborghi di Lione,
mentre opere non cristiane con immense risorse
materiali abbiano un risultato morale minimo.
Conclusione:
la Chiesa offre sempre al mondo la santità
capace di guarirlo dai suoi mali. - La santità
della Chiesa ha segni non equivoci. È
la santità che Cristo volle per la
Chiesa, quella che deriva dai princìpi
e dai mezzi di salute che essa offre a tutti,
col sacrificio eucaristico e con i sacramenti;
principi e mezzi di santificazione trasformano
la vita individuale, familiare e sodale di
coloro che non si sottraggono al loro influsso.
I
mali presenti sono quelli d'una società
che vuole separarsi dalla Chiesa e, a loro
modo dimostrano come il suo influsso santificatore
è necessario più che mai. Solo
il ritorno al Vangelo, alla luce della vita,
come non cessano di ripetere i Sommi Pontefici,
può salvare la società, ricordando
come al di sopra dei beni materiali che dividono,
perché non possono appartenere simultaneamente
e integralmente a tutti e ad ognuno, vi sono
i beni spirituali, la verità, la virtù,
Dio stesso, che ciascuno possiede quanto più
li dona agli altri e che, unendoci profondamente,
solo essi possono darci la pace e la gioia,
facendo pregustare la beatitudine promessa
dal Salvatore ai suoi discepoli.
CAPITOLO
III. - LA SANTITÀ DELLA CHIESA E LA
TESTIMONIANZA DEI MARTIRI
La
santità della Chiesa si manifesta non
solo negli effetti generali prodotti nella
vita individuale, familiare e sociale, ma
anche in fatti eccezionali, che manifestano
in modo impressionante l'eroicità delle
virtù, e particolarmente nella costanza
dei martiri.
La
testimonianza dei martiri ha un valore speciale,
dato che la loro costanza supera evidentemente
k forze naturali dell'uomo e suppone uno straordinario
aiuto di Dio. Ora questo è evidente
quando si considera il grande numero dei martiri,
la loro condizione ed età, il motivo
per cui soffersero, la qualità dei
loro tormenti fisici e morali, e infine la
loro pazienza eroica, unita alle altre virtù.
§
1. - La testimonianza dei martiri.
1.
Il numero dei martiri. - Dal 64,
sotto Nerone, fino all'editto di Costantino
(313) infuriarono le grandi persecuzioni.
Abitualmente se ne contano dieci, che Lattanzio
riduce a sei; vi furono pure molte persecuzioni
locali. Secondo la tradizione e la storia,
innumerevoli furono i martiri, e solo nel
1684 apparve il primo contraddittore in H.
Dodwell, secondo il quale gli antichi martiri
sarebbero stati pochissimi. Egli fu confutato
dal Ruinart (Acta primorum martyrum sincera
et selecta, Parigi 1689), e i documenti più
recenti trovati nelle catacombe, confermano
le antiche testimonianze dei Padri e quelle
dei pagani, come riconoscono gli stessi razionalisti.
G. Boissier nel libro La fin du paganisme
(t. i, p. 393) dice: k Anche supposto che
ogni volta e in ciascun luogo particolare
siano perite poche vittime, queste riunite
devono formare un numero considerevole ".
Stando al martirologio romano, solo in Roma
vi furono 13.825 martiri. Secondo Tacito (Annal.
xv, 4345) nel 64 sotto Nerone fu messa a morte
una " grande moltitudine di cristiani
". Éusebio (Stor. eccl. in, 33;
v, 1; vi, 1; vii, 11) riferisce che vi fu
un gran numero di martiri anche sotto Traiano,
Marco Aurelio, Severo, Decio e Diocleziano.
La stessa testimonianza troviamo in Lattanzio,
Sulpicio Severo, San Cipriano. Nelle catacombe
furono trovate iscrizioni latine come questa:
Marcella et Cristi martyres CCCCCL (550).
Inoltre,
per confessione degli stessi razionalisti,
i cristiani che allora non perirono ebbero
bisogno d'una grandissima forza d'animo per
abbracciare la fede e perseverare.
Infine
ci furono numerosi martiri in Persia; secondo
Sozomeno (Hist. eccl. n, e 4) sotto il re
Sapore ne morirono 190.000, come pure nei
paesi maomettani e più recentemente
in Giappone, in Cina, nell'Annam, nell'Uganda,
nel Messico, in Spagna. Nella Chiesa la testimonianza
del sangue non è mai venuta meno.
2.
La condizione dei martiri. - Si deve
pure considerare la condizione dei martiri
che non furono soltanto rozzi plebei, ma anche
nobili e dotti, come San Giustino, Sant'Ireneo,
San Cipriano; donne, come Santa Perpetua,
Santa Cecilia, Sant'Agnese, Santa Blandina;
fanciulli, come Tarcisio, Quirico, Eulalia;
vecchi come San Policarpo.
3.
Il motivo per cui tutti quanti soffersero.
- Fu ed è sempre la religione e la
fede in Cristo Figlio di Dio. Ogni altro motivo
è escluso. Non fu l'amore del mondo,
delle sue gioie, ricchezze e onori, poiché
essi disprezzarono tutto quanto per essere
fedeli alla religione cristiana, in cui il
paganesimo voleva vedere la causa di tutte
le calamità. I cristiani non cospiravano
affatto contro l'impero; obbedivano alle leggi
giuste, servivano valorosamente nell'esercito,
come gli altri; ma erano cristiani e rifiutavano
d'offrire sacrifici agli dèi del paganesimo.
4.
L'oggetto della loro testimonianza.
- È la verità della fede cristiana
e dei segni divini che la confermano. I martiri,
come dice il loro nome, sono testimoni che
preferiscono subire il supplizio della morte
piuttosto che rinnegare la fede (1).
Lo si vede dalle parole che dicono davanti
ai loro giudici e ai carnefici, parole -che
davvero realizzano la predizione di Gesù:
"Guardatevi dagli uomini, poiché
vi tradurranno in tribunale e nelle loro sinagoghe
vi flagelleranno; e sarete per cagion mia
condotti davanti a governatori e " per
render testimonianza a loro e ai Gentili "
(Mt., 10, 17). " Vi cacceranno dalle
sinagoghe, anzi verrà il momento che
chiunque vi uccide penserà di rendere
culto a Dio (2).
E tutto ciò faranno perché non
hanno conosciuto né il Padre né
me " (Gv., 16, 2). Gesù aveva
anche detto: "Ecco io vi mando profeti,
sapienti e maestri; di essi alcuni ucciderete
e crocifiggerete e altri flagellerete nelle
vostre sinagoghe e perseguiterete di città
in città " (Mt, 23, 34).
5. I tormenti. - I Persecutori
ricorsero a ogni specie di tormenti fisici
e morali, come dice anche Tacito (Annal. xv,
44): la croce, il ferro, il fuoco, le bestie
feroci; tormenti che furono sopportati anche
da bambini, da infermi, non solo per pochi
minuti, ma per lunghe ore e giorni, perché
il supplizio veniva prolungato per vincere
i cristiani col dolore e indurii a rinnegare
la fede.
Non
minori erano i tormenti morali. Venivano privati
delle loro cariche e dignità e dei
loro beni, con tutta la famiglia ridotta alla
miseria; spesso dovettero pure lottare contro
gli affetti naturali più profondi;
contro le lacrime dei genitori, delle spose,
dei figli (cfr. Dom Leclercq, Les Martyrs,
1.1, p. 126... Passione di santa Perpetua).
Allora si avverò alla lettera la predizione
di Gesù: " Io sono venuto a separare
il figlio dal padre, la figlia dalla madre...
cosi che i nemici dell'uomo saranno i suoi
di casa. Chi ama il padre o la madre più
di me non è degno di me... Chi fa risparmio
della sua vita, la perderà; chi invece
ne fa getto per cagion mia, la ritroverà
" (Mt., 10, 35). Molti, come Sant'Ermenegildo,
furono traditi dai loro genitori; il Salvatore
aveva detto : n II fratello consegnerà
il fratello perché sia messo a morte
e il padre il figlio e i figli insorgeranno
contro i loro genitori e li faranno morire...;
ma chi avrà perseverato sino alla fine
sarà salvo " (Mt., 10, 21). Infine
le vergini cristiane conobbero un altro tormento
morale: furono spesso trascinate in luoghi
infamati che esse detestavano più della
morte.
(1)
Cfr. San Tommaso, II-II, q. 134, a. 1 e a
: il martirio è un atto della virtù
della fortezza, ispirato dall'amor di Dio,
per attestare la verità della fede
e dei segni che la confermano.
(2)
Queste parole, come dice San Tommaso (In Matth.,
X, 17) riguardano le persecuzioni da parte
dei giudei che, nella loro cecità,
non intendono rettamente il culto del vero
Dio; non quelle dei pagani, preoccupati di
difendere il culto degli dèi.
6.
La loro pazienza eroica unita alle altre loro
virtù. - La fortezza eroica
dei martiri brilla tanto più se si
considera che l'atto principale della fortezza
non è aggredire, in cui bisogna moderare
l'audacia, ma stare fermi nei pericoli, il
che richiede reprimere la paura (S. ivi. imi,
q. 123, a. 6). Cosi il giusto mezzo della
fortezza è il culmine in mezzo e sopra
i due vizi contrari, della viltà e
della temerità {ivi, q. 125-127).
Inoltre
la virtù della fortezza dev'essere
connessa con le altre virtù morali
sotto la direzione della vera prudenza; cosi
essa rafforza l'uomo nel perseguire il vero
bene e non nell'ostinazione dell'orgoglio.
Infine, per essere veramente eroica, la fortezza
deve compiere atti difficili, che superano
la forza comune degli uomini e deve compierli
con prontezza, con una certa gioia, quella
del sacrificio, quando se ne presenta l'occasione,
anche spesso se occorre, e con costanza (3).
Cosi i martiri sopportano atroci tormenti
pregando Dio di sostenerli. Prima del supplizio
provarono, come aveva voluto provare Cristo
stesso, il timore naturale della morte, ma
pregarono per reprimerlo. Non andavano al
supplizio spinti dall'audacia, ma con calma;
invece alcuni presuntuosi, che avevano temerariamente
denunciato se stessi, all'ultimo momento tremarono
e rinnegarono la fede (4).
Inoltre
la fortezza dei martiri è connessa
con le altre virtù, unita cioè
alla carità, alla fede, alla speranza,
alla religione, alla prudenza, alla giustizia,
alla castità, all'umiltà, e
anche alla dolcezza, come si vede dalle loro
risposte e quando pregano per i loro carnefici
(5), sull'esempio
del Salvatore e di Santo Stefano protomartire.
Infine
vanno al supplizio con la gioia del sacrificio
compiuto per amore; la loro costanza dura
spesso più giorni. Il racconto della
loro morte ricorda ciò che è
detto negli Atti degli apostoli (5, 41): "
Gli apostoli uscirono dal sinedrio pieni di
gioia per essere stati giudicati degni di
soffrire obbrobri per il nome di Gesù
".
Questo
si vede specialmente nel martirio di Sant'Ignazio
d'Antiochia, di San Policarpo (6),
San Cipriano, San Felice, Sant'Ireneo, San
Vittore, San Vincenzo (7),
Santa Perpetua, Santa Felicita (8),
Santa Blandina e tanti altri. Santa Perpetua,
lanciata più volte in aria da una vacca
inferocita, fu rapita in estasi e non senti
nulla (9).
Non
mancarono certamente cristiani che, vinti'
dal dolore, rinnegarono la fede; ma questo
non fa die illuminare maggiormente la costanza
dei moltissimi che furono fedeli. Infine occorre
notare die i martiri potevano sottrarsi ai
tormenti con molta facilità, bastando
una sola parola d'abiura alla quale tentavano
indurii con ogni specie di promesse. Agli
onori promessi essi preferirono l'ignominia,
alle voluttà il supplizio, alle ricchezze
ia povertà e lo spogliamento, a tutti
i beni terreni la morte crudele.
(3)
Benedetto XIV, De canonizatione Sanctorum,
1. Ili, e 21.
(4) Cfr. Dom
Leclercq,, Les martyrs, t. I, p. 68 ss.
(5) P. Allard,
JDix legons sur le martyre, p. 330.
(6) Dom Leclercq,,
ivi, t. I, p. 50, 67 ss.
(7) Ruinart,
Atta martyrum (ed. di Verona, 1731), pp. 310,
357, a6o, 335, 327.
(8) Ivi, p. 327.
(9) Dom Lecleecq,,
O. e., t. I, pp. 137 ss., 95.
§
2. - La testimonianza dei martiri prova la
santità della Chiesa.
Tutto
considerato, questa eroica fortezza non è
un miracolo d'ordine morale e non suppone
un aiuto straordinario di Dio, che viene così
a confermare la fede cristiana con un nuovo
segno?
È
molto difficile negarlo.
Tale
fortezza, connessa con le altre virtù,
in realtà è il principio degli
atti eroici ripetuti spesso, compiuti da una
innumerevole moltitudine di uomini, di donne,
di fanciulli, con gioia e costanza, in mezzo
a grandi tormenti fisici e morali, senza nessuna
speranza di retribuzione temporale e nonostante
le promesse più seducenti.
Ora
gli atti eroici delle principali virtù,
cosi connesse, non possono essere compiuti
in siffatto modo, spesso e con gioia, da persone
cosi diverse, in circostanze tanto dolorose,
senza un aiuto straordinario di Dio.
In
realtà non si può spiegare il
fatto con cause naturali, come il fanatismo
o il desiderio della gloria umana.
1.
La fortezza eroica dimostrata non è
spiegabile col fanatismo. - II fanatismo
è l'illusione di chi si crede ispirato
e che ha uno zelo eccessivo per una religione,
un'opinione o un partito. Esso genera una
cieca ostinazione, che rifugge dalla discussione,
esclude la saggezza, la prudenza, la modestia
e la dolcezza. Ora i martiri non fuggivano
la discussione, ma rendevano volentieri ragione
della loro fede; molti erano dotti, come San
Giustino, Sant'Ireneo, San Cipriano, e scrissero
apologie del cristianesimo. Le loro risposte
erano piene di sapienza e di prudenza, e avveravano
la predizione di Gesù : a Quando vi
avranno tradotti davanti a loro, non vi date
pensiero del come parlerete o di quel che
direte; poiché in quel momento vi sarà
dato quel che dovrete dire, non essendo voi
quelli che parlate, ma lo Spirito del Padre
vostro che parla in voi " (Mt., 10, 19-20).
La vergine alessandrina Potamiena rispose
al giudice che ordinava di spogliarla e di
gettarla in una vasca piena di pece bollente:
0 Ti prego di lasciarmi le mie vesti, e ordina
di immergermi a poco a poco in questa vasca
bollente, per vedere che pazienza mi ha dato
Cristo, che tu ignori" (10).
I
martiri cristiani non dimostrarono l'entusiasmo
insensato, lo zelo truce, ma la calma e la
modestia; basti ricordare la morte di Santa
Perpetua di Cartagine, quella di Santa Lucia
di Siracusa, di Sant'Agnese, di Santa Cecilia.
Il fanatismo non produce la dolcezza.
- Infine il fanatismo produce l'indignazione,
la collera, mentre nei martiri cristiani si
nota la mansuetudine e in loro si attua l'ammirabile
unione della fortezza eroica e della più
grande dolcezza. Solo Dio può unire
questi estremi. L'ingiustizia provoca naturalmente
la collera, e la massima ingiustizia, quella
di infliggere un crudele supplizio all'innocente,
eccita naturalmente l'irritazione e l'odio
contro il persecutore. Ora i martiri cristiani,
lungi dall'odiare i loro carnefici pregavano
per essi. Il protomartire Santo Stefano esdama:
" Signore, non imputare loro questo peccato"
(At. 7, 59), come il Salvatore che aveva detto:
"Padre, perdona loro, perché non
sanno quello che fanno " (Le. 23, 34).
(10) Roinart,
Op. e ed. cil., p. 103.
La
stessa dolcezza troviamo nella maggior parte
dei martiri, come in quelli di Lione, in San
Cipriano, San Massimo, il Centurione Marcello,
ecc. (11). Essi
praticarono fino all'estremo quello che Gesù
aveva richiesto: "Pregate per quelli
che vi perseguitano e vi calunniano ",
e avrebbero potuto dire come San Paolo : "
Maledetti, noi benediciamo; perseguitati,
sopportiamo; ingiuriati, supplichiamo; sino
ad ora siamo trattati come la spazzatura del
mondo, come la lordura di tutti " (I
Cor. 4, 12-13).
Il fanatismo non è perseverante. -
Del resto l'impulso del fanatismo non avrebbe
potuto durare tre secoli ininterrottamente.
Alcuni fanatici disprezzano i tormenti, ma
raramente, per poco tempo e quando il supplizio
si prolunghi la fermezza del fanatico deriva
dalla collera, dall'odio che si rivela nei
suoi lineamenti: di qui si vede che è
privo della virtù della fortezza, ed
è solo ostinato. Nel fanatismo manca
evidentemente la connessione delle virtù.
2.
La fortezza dei martiri non proviene né
dalla vanità, né dal l'orgoglio.
-Non si può neppure dire che i martiri
cristiani abbiano sofferto per amore della
gloria umana, perché furono umili quanto
magnanimi; tanto umili che, dopo aver sofferto
tormenti per la fede, non permettevano ai
fede li di dare loro il nome di martiri. Del
resto molti furono uccisi lontano da ogni
sguardo. Infine come Cristo morente tra due
ladroni, erano considerati come infami malfattori.
La loro grande umiltà era congiunta
alla magnanimità ben evidente nelle
risposte, che essi davano con la più
grande certezza in nome di Dio, autore della
rivelazione.
L'unione
di virtù così differenti e praticate
in un grado così alto manifesta uno
speciale soccorso dell'Altissimo, senza il
quale all'orgoglio avrebbe potuto seguire
la pusillanimità. Nei martiri vediamo
che si verifica in modo | profondo quello
che San Tommaso dice dell'unione di queste
due virtù: "La magnanimità
fa sì che l'uomo si porti verso grandi
cose, considerando i doni che ha ricevuto
da Dio; l'umiltà lo porta a fare poco
caso di se stesso, considerando i propri difetti
" (II-II, q. 129, 3, ad. 4). In realtà
i martiri si basavano non sulle proprie forze,
ma sull'aiuto di Dio, che non cessavano di
chiedere.
3.
Il martìrio manifesta un aiuto straordinario
di Dio. - Infine nella costanza dei
martiri assieme alle altre virtù più
diverse, vediamo il segno della santità,
effetto proprio di Dio nell'anima, poiché
la santità è assenza di ogni
macchia morale e unione molto salda con l'autore
della salvezza. L'ordine degli agenti deve
corrispondere all'ordine dei fini. La santit&a