Fino al 1400 nessuno aveva messo in dubbio
la presenza di San Pietro a Roma, e la cosa
è talmente certa che anche protestanti e ortodossi
oggi la ammettono. Lascio la risposta a un
magistrale scritto di Mons. Arialdo Beni,
premettendovi solo alcune brevi considerazioni.
Innanzi tutto dobbiamo considerare che alcune
difficoltà circa la presenza a Roma di San
Pietro depongono a favore di questa. Siamo
certi che la Chiesa primitiva non vuole "montare"
qualcosa di falso; una certa differenziazione
delle testimonianze - una volta assodato la
storicità di un certo fatto -, depone a favore
della sua veridicità: un giudice guarda sempre
con sospetto le testimonianze perfettamente
convergenti.
Detto questo, entriamo in media res:
I. Il nuovo Testamento senza
dubbio proclama il primato di Pietro: Gesù
conferisce il primato a Pietro personalmente;
Gesù non parla ancora di primato della Chiesa
di Roma: soltanto Luca, alla lista di 12 popoli
presenti a Gerusalemme il giorno di pentecoste
(elenco classico) aggiunge, quale tredicesimo,
Roma.
Testimoni antichissimi attestano il primato
della Chiesa Romana, compresi Sant'Ireneo
e CostituzioneApostolica.
Qual è il termine medio del passaggio del
primato alla Chiesa di Roma se non la presenza
di chi il Primato l'aveva ricevuto personalmente?
II. Tra i reperti archeologici
Romani, il maggior numero di dipinti raffigura
Gesù Buon Pastore; ma subito dopo abbiamo
l'immagine di Pietro, indipendentemente da
San Paolo e da altri santi. E spesso San Pietro
è raffigurato sotto a Mosè, come nuovo Mosè:
Pietro, vicario di Cristo, è il nuovo legislatore.
III. E' difficile mettere
in dubbio le testimonianze circa il martirio
di San Pietro a Roma. Anche qui la presenza
di tradizioni diverse e di particolari che
alcuni definiscono leggendari è un elemento
a favore: Di solito una leggenda si forma
sempre attorno a una verità storica ammessa
e conosciuta da tutti.
IV. La tomba di San Pietro
è a Roma, in Vaticano.
V. S.Ireneo scrive: "avendo
fondato e costruito la Chiesa (a Roma),
i beati apostoli affidarono la funzione dell'episcopato
a Lino, ecc...." Adv. Haer: 3,
3, 2.: quindi San Pietro a Roma non è omesso
da Sant'Ireneo, come Lei afferma erroneamente.
VI elemento La "costituzione
apostolica" è su tanti punti inattendibile.
Ma ora passo la parola a Mons. Arialdo Beni,
che magistralmente espone tutta la questione.
IL SOGGIORNO DI SAN PIETRO A ROMA (Testo tratto da: Arialdo Beni, La
nostra Chiesa Firenze: LEF, 1976, pp.
477-491)
La venuta di S. Pietro a Roma non fu mai contestata
sistematicamente fino al secolo scorso.
Secondo il grande inquisitore Pietro Moneta
[1] i Valdesi e, nel secolo XIV, Marsilio
da Padova, negavano che tale venuta potesse
esser dimostrata dalla Bibbia. Anche al tempo
della Riforma soltanto voci isolate, fra le
quali ricordiamo particolarmente Ulrico Veleno
[2] e Federico Spanheim [3], osarono attaccare
la tradizione, contro la quale, nell'epoca
quasi-moderna, troviamo schierata l'intera
Scuola di Tubinga (Baur, Schwegler, Zeller,
Straub, Lipsius, ecc...).
Oggi soltanto qualche scrittore inacidito
e spaesato si ostina a negare un fatto che
ha ormai la saldezza del granito [4]. La maggior
parte degli stessi acattolici sono ritornati
all'antica tradizione [5].
Anche i Protestanti tedeschi, che pur avevano
un tempo contestato accanitamente la venuta
di Pietro a Roma, hanno finito per far macchina
indietro. Così per esempio, Harnack [6], Lietzmann
[7], Caspar [8], M. Dibelius [9], H. von Campenhausen
[10], ecc. Harnack scrive testualmente: "Il martirio
di S. Pietro a Roma è stato negato dai tendenziosi
pregiudizi protestanti ed in seguito dai preconcetti
dei critici partigiani... Non vi è studioso
che attualmente esiti a riconoscere che questo
fu un errore " [11].
Il russo Basilio Bolotov dichiara che
negare la venuta di Pietro a Roma equivale
a rigettare ogni verità storica [12].
Cullmann, riassumendo la sua indagine sulla
vita e l'attività dell'apostolo Pietro, cosi
si esprime: "Se vogliamo riassumere, diremo
che, durante la vita di Gesù, Pietro ha occupato
tra i discepoli una posizione di preminenza;
che dopo la morte di Cristo, egli ha per alcuni
anni governato la Chiesa di Gerusalemme, poi
è diventato capo della missione giudeo-cristiana;
che in questa qualità... egli è venuto a Roma
ad una data che non si può determinare, ma
che non ha dovuto precedere di molto la sua
fine: che egli è morto martire in questa città
sotto il regno di Nerone, dopo avervi esercitato
la sua attività durante un tempo assai breve
" [13].
1. Le testimonianze 1. La prima allusione abbastanza chiara
al soggiorno romano di Pietro si ha nella
Scrittura. Lo stesso S. Pietro, scrivendo
ai cristiani dell'Asia Minore, t&rmina la
sua lettera con queste parole: "Vi saluta
[la Chiesa] che è coadunata in Babilonia,
e Marco il mio figliuolo " [14].
Ma che cos'è questa "Babilonia? " La parola,
di per sè, potrebbe essere presa in
senso letterale, come anche in senso metaforico.
Praticamente, non possiamo prenderla che in
quest'ultimo senso. Di città che portassero
infatti quel nome, allora, non ce n'erano
che due: Babilonia di Mesopotamia e Babilonia
d'Egitto.
Se non che, la prima, un tempo celeberrima,
era stata, allora, abbandonata dai Giudei
e, secondo la descrizione di Plinio e di Strabone,
non era più che un " grande deserto ". Comunque,
non vi si trovavano ancora i cristiani. Costoro,
al dire del Talmud, vi faranno la loro comparsa
solo al III sec. Nel saluto della I Petri
non si può dunque, trattare di questa Babilonia
di Mesopotamia.
La seconda città di tal nome, l'attuale Cairo,
era, in quell'epoca, un piccolo forte militare,
quasi sconosciuto. A parte che da un "castrum
" militare non si usa datare le lettere, è
sommamente improbabile che il Principe degli
Apostoli si trovasse a dirigere una minuscola
comunità cristiana, quale poteva esser quella
di una località cosi ristretta.
Del resto, siccome la Chiesa siriaca formerà
quasi una cosa sola con la Chiesa mesopotamica;
siccome, poi, anche l'Egitto ha avuto più
di un santo Padre che ha scritto di Pietro,
perché, nelle rispettive tradizioni
di queste chiese, non fare mai neanche un
accenno al " salutat vos " dell'Apostolo,
al suo soggiorno babilonese, se ciò le avesse
riguardate?
"Babilonia ", dunque, non può avere
che un senso metaforico.
Come già nell'Apocalisse di S. Giovanni
(c. 17-18) e nei Libri Sibillini, il nome
di "Babilonia " designa la Roma pagana. Così
l'interpretarono, oltretutto, gli scrittori
antichi, quali Papia, Clemente Alessandrino,
Eusebio di Cesarea, S. Girolamo; in tal senso
lo prendono tutti gli esegeti cattolici moderni
insieme anche a molti protestanti. Lo stesso
Renan asserisce: "In questo passo Babilonia
designa evidentemente Roma; è in tal modo
che si chiama, nelle comunità primitive, la
capitale dell'impero " [15].
Se nella Scrittura "Babilonia " è il tipo
della città depravata. effettivamente Pietro
- che era tanto amante, d'altronde, del linguaggio
metaforico (cfr. 2, 2; 2, 4 sgg.; 3, 18 sgg.;
5, 8 sgg.) - non poteva scegliere nome più
adatto per indicare quella capitale, nella
quale - al dire di Tacito - "confluiva da
ogni parte e veniva celebrato tutto ciò che
sa d'atroce e di vergognoso " [16].
Non va dimenticato, infine, che l'Apostolo
proprio in quel tempo era probabilmente braccato
dalla polizia imperiale di Nerone. Per cui,
onde evitare il pericolo di essere scoperto,
nulla di strano che sia ricorso all'uso di
un nome simbolico. "Babilonia " è, dunque,
sinonimo di Roma. Pietro ha scritto da Roma:
Pietro è stato a Roma.
Un'altra chiara allusione al soggiorno romano
di Pietro si trova nella celebre Lettera
ai Corinti di Clemente. Dopo aver parlato
(c. 5) delle sofferenze e del martirio delle
"più grandi e giuste colonne ", "i buoni apostoli
" Pietro e Paolo, soggiunge: "A questi uomini
che vissero santamente si unì una grande moltitudine
di oltraggi e tormenti, divennero esempio
bellissimo in mezzo a noi, (gr. en
&m&n) " [17]. La "grande moltitudine "
del testo è sicuramente quella stessa di cui
parla Tacito, Ann. 15, 44, multitudo
ingens, e cioè la moltitudine delle vittime
sacrificate a Roma durante la persecuzione
neroniana. Ora proprio a questa moltitudine,
che è stata "di bellissimo esempio fra
noi ", e cioè a Roma [18], vengon, da
Clemente, associate anche le due colonne Pietro
e Paolo.
Dunque - qualora non si voglia arbitrariamente
supporre una associazione insensata di fatti
senza nesso fra di loro - anche i due apostoli
apparterranno allo stesso martirologio romano.
Pietro e Paolo - questa la testimonianza di
Clemente - hanno subito il martirio a Roma,
sotto Nerone.
Verso il 107 Ignazio d'Antiochia, scrivendo
ai cristiani di Roma, dopo averli scongiurati
a non voler impedire che sia "macinato dai
denti delle belve ", menziona espressamente
Pietro e Paolo: "Io non vi comando come Pietro
e Paolo. Essi erano Apostoli, io sono un condannato;
essi erano liberi, io, finora, sono uno schiavo
" [19]. Parole, queste, che non avrebbero
un fondamento, n& un significato, se non supponessero
un governo di Pietro nell'Urbe.
Nessuna tradizione, d'altronde, ci parla di
un comando esercitato per lettera. Se Pietro
e Paolo hanno comandato ai Romani, devono
averlo fatto di persona: Pietro e Paolo sono
stati a Roma. Dionigi, Vescovo di Corinto, in una
lettera al Papa Sotère, del 166-170 circa,
attesta esplicitamente:
"Tutt'e due (Pietro e Paolo), venendo nella
nostra città di Corinto, ci ammaestrarono
nella dottrina evangelica; indi se ne andarono
in Italia ed, avendo istruiti allo stesso
modo voi (Romani), contemporaneamente subirono
il martirio " [20].
Secondo Eusebio di Cesarea, tanto Clemente
Alessandrino come Papia (+ 150), vescovo di
Gerapoli, testimoniano espressamente che Pietro
predicò a Roma la catechesi apostolica che
poi fu messa per iscritto da S. Marco "suo
interprete " dietro preghiera dei cristiani
stessi di quella comunità (Stor. Eccles. 3,
39, 15; 6, 14, 7. MG. 20, 299; 551). Ireneo di Lione (+ 202) parla, a più
riprese di Pietro e del suo apostolato nell'Urbe.
"Matteo - attesta nell'Adversus Haereses
- ha scritto per gli Ebrei e nella loro lingua,
al tempo in cui Pietro e Paolo evangelizzavano
Roma e vi fondavano la Chiesa ".
E un po' più avanti, dopo aver affermato che
"...la massima ed antichissima Chiesa, da
tutti conosciuta, [è stata] fondata a Roma
dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo
" [21], riporta un catalogo dei Papi, che
scende fino ad Eleuterio, con queste precise
parole: "avendo fondato e costruito la Chiesa
(a Roma), i beati apostoli affidarono la funzione
dell'episcopato a Lino, ecc.... " [22].
Secondo Tertulliano, Pietro venne a
Roma fatto simile al Signore nel martirio
" (De Praescriptione haeret. 36. ML.
2, c. 9) e battezzò nel Tevere (De Baptism.
4. ML. 1, 1203).
Da Eusebio ci vien tramandato anche un frammento
di un opuscolo composto dal presbitero Gaio
contro il montanista Proclo sotto Papa Zeffirino
(200-217), in cui si accenna ai "sepolcri
" gloriosi di Pietro e di Paolo in questi
termini: " Io posso mostrarti i trofei ( =
sepolcri) degli Apostoli. Se vorrai recarti
nel Vaticano o sulla via Ostiense, troverai
i trofei di questi due, che fondarono questa
Chiesa " [23]. Origene (+ 250), nel suo Commentario
alla Genesi, scrive: "Pietro sembra aver predicato
nel Ponto, nella Galazia, nella Bitinia, nella
Cappadocia, nell'Asia, ai Giudei della Dispersione.
Finalmente, venuto a Roma, vi fu crocifisso
con la testa all'ingiù " [24].
Nel secolo IV la convinzione che S. Pietro
fosse il fondatore della Chiesa di Roma era
universale e ormai la documentazione è ricchissima.
2. Una luminosa conferma alle testimonianze
storiche ci viene fornita dall'Archeologia a) Un'iscrizione, detta della platonia
(corruzione forse di "platoma " - lastra di
marmo), posta, da quell'appassionato cultore
delle antiche memorie cristiane che fu Papa
Damaso (+ 384), nelle Catacombe di S. Sebastiano,
al terzo miglio della via Appia, suona così:
"Tu che domandi sul nome di Pietro e di Paolo,
sappi: qui un tempo hanno abitato i due santi.
L'Oriente mandò i discepoli, lo ammettiamo;
- ma a causa del loro martirio sanguinoso
- poiché essi sono saliti dietro a
Cristo attraverso le stelle alla sede celeste
e sono arrivati al regno dei beati - Roma
ha ottenuto con maggior diritto di considerarli
come suoi cittadini. Questo vuol cantare Damaso
a vostra gloria, o nuove stelle " [25].
La frase "qui un tempo hanno abitato i due
santi " ci lascia perplessi: si deve pensare
ad una dimora vera e propria degli Apostoli,
o ad una loro sepoltura? Non c'è nessun argomento
che favorisca la prima ipotesi. Quanto alla
seconda (sepoltura), il Presbitero Romano
Gaio, come abbiamo sentito sopra, ci fa sapere
che verso il 200 le ossa degli Apostoli si
trovavano al Vaticano e sulla via Ostiense.
Ora, questa testimonianza non sarebbe per
caso in contraddizione con la frase damasiana?
Non sembra. Secondo una teoria, assai condivisa
dagli archeologi, le cose sarebbero andate
cosi: mentre Paolo era stato seppellito sulla
via Ostiense, Pietro inizialmente venne seppellito
al Vaticano, dove si trovava ancora al tempo
del prete Gaio. Nel 258 (anno terribile della
persecuzione di Valeriano, nel quale, fra
l'altro vennero sequestrati i cimiteri) i
cristiani - sia forse per salvarle dalla profanazione,
sia per aver la possibilità di venerarle più
facilmente - trasportarono le reliquie del
loro primo Vescovo e di S. Paolo lontano dalla
città, nelle Catacombe di S. Sebastiano. Fintanto
che, terminata la persecuzione, dopo il 260,
non le ricollocarono di nuovo nel loro sepolcro
originario [26]. b) Che i corpi dei due apostoli abbiano,
per un certo periodo, riposato nelle catacombe
di S. Sebastiano, lo provano evidentemente
alcune importantissime scoperte fatte tra
il 1915-1916 sotto la parte anteriore di quella
Basilica. In una stanza, chiamata dagli archeologi
"Triclia " ( = sala da pranzo), è stata trovata
infatti un'intera parete piena zeppa di graffiti,
anteriori al periodo costantiniano, nei quali
ritornano costantemente i nomi di Pietro e
Paolo con più di cento invocazioni d'ogni
specie in greco e in latino, o anche in latino
con caratteri greci. "Paolo e Pietro, pregate
per Vittore! "; "Paolo, Pietro, pregate per
Erato! "; "Pietro e Paolo, venite in aiuto
a Primo peccatore! "; "Pietro e Paolo, ricordatevi
di Antonio Basso! "; " Pietro e Paolo, proteggete
i vostri servi! ".
Parecchie iscrizioni accennano anche al refrigerium,
una specie di banchetto funebre, d'origine
pagana, che si celebrava in onore dei defunti.
"Io, Tomio Celio, ho tenuto il refrigerium
per Pietro e per Paolo "; " Dalmazio ha celebrato
il refrigerium "; "Io ho fatto un refrigerium
presso Pietro e Paolo " [27]. c) Da antiche memorie, come per esempio
il Liber Pontificalis [28], sapevamo
che Costantino verso il 315 aveva eretto una
grandiosa Basilica sulla tomba originaria
e... definitiva di S. Pietro al Vaticano.
La monumentale Chiesa, a cinque navate, resistette
fino agli inizi del 1500, quando Giulio II
decise di costruirne una più grande, più sontuosa,
quella attuale, sormontata dalla cupola di
Michelangelo.
Essendo stati scoperti, in occasione della
sistemazione della tomba di Pio XI, ambienti
prima sconosciuti, Pio XII, il 28 giugno 1939,
dette ordine di iniziare degli scavi sistematici
sotto la Basilica di S. Pietro.
Le diligentissime ricerche hanno portato alla
più luminosa conferma dei dati offerti dall'antichissima
tradizione [29].
E cioè: sotto il livello dell'attuale basilica,
alla profondità di parecchi metri, furono
ritrovati i resti dell'antica basilica costantiniana,
e al di sotto di essa venne alla luce una
vasta zona cimiteriale pagana con elementi
cristiani, anteriore all'imperatore Costantino
(morto nel 337). La zona era attraversata,
nella direzione dell'asse centrale della basilica,
da una via romana, fiancheggiata da ricchi
mausolei gentilizi del secondo e terzo secolo
dopo Cristo. La via andava a sfociare in una
specie di piazzuola circondata da varie tombe
a inumazione della fine del primo secolo,
scavate nella nuda terra, proprio nel punto
che, sul piano dell'attuale basilica, corrisponde
all'altare della "Confessione ".
La disposizione e l'antichità di quelle tombe
erano tali che i quattro archeologi preposti
agli scavi, pensarono di essere ormai vicini
alla tomba del primo Papa. E infatti si presento
loro, in corrispondenza diretta con l'attuale
altare papale, una costruzione quadrangolare,
ornata di marmi rari e di porfido, dell'età
costantiniana. Aperta una breccia, gli archeologi
vi scoprirono l'antico trofeo di Gaio.
Era una specie di edicola funeraria, appoggiata
a un contemporaneo muro (il muro rosso,
chiamato cosi dal colore dell'intonaco) e
costituita da due piccole nicchie sovrapposte,
divise da una mensa di travertino sorretta
da due colonnine di marmo. Pot& essere fissata
anche l'epoca della costruzione del muro e
dell'edicola: circa l'anno 150.
Un muro, aggiunto successivamente poco sopra
l'edicola (il così detto muro g), risultò
coperto da una vera selva di graffiti,
ossia di iscrizioni incise sull'intonaco da
pii visitatori. La professoressa Guarducci,
dopo due anni di studio, riuscì a decifrarli,
ricavandone una serie di acclamazioni e invocazioni
cristiane di vittoria e di pace per i defunti.
Varie volte il nome di Pietro vi appariva
unito al nome di Cristo e persino di Maria!
Spesso il nome di Pietro era scritto solo
con le due iniziali maiuscole PE; oppure la
E era attaccata alla base della P e ne risultava
un segno a forma di chiave:
P
E.
Allusione evidente alle chiavi di San Pietro.
I graffiti risalgono alla fine del terzo secolo
e agli inizi del quarto.
Sotto l'edicola furono trovati i resti di
una tomba terragna, stranamente vuota e quasi
distrutta, mentre le tombe vicine contenevano
ancora delle ossa. Alcuni resti di ossa umane
furono ritrovati addosso al muro rosso, e
altri nella zona circonvicina.
Non poteva più esserci alcun dubbio: quella
fossa, difesa dall'edicola e inglobata da
Costantino entro la sua costruzione ornata
di marmi preziosi e di porfido, era la tomba
umilissima del primo Papa!
Pio XII, nel messaggio natalizio del 1950,
ne diede il festoso annunzio: "è stata veramente
ritrovata la tomba di San Pietro? A tale domanda
la conclusione finale dei lavori e degli studi
risponde con un chiarissimo sì. La
tomba del Principe degli Apostoli è stata
ritrovata ". E il Papa proseguiva: "Una seconda
questione, subordinata alla prima, riguarda
le reliquie del Santo. Sono state esse rinvenute?
". La risposta non pot& essere altrettanto
positiva: furono sì ritrovati resti di ossa
umane al margine del sepolcro, ma come si
sarebbe potuto garantirne la sicura appartenenza
a San Pietro? Restava però intatta la realtà
storica della tomba, e il Papa poteva concludere:
"La gigantesca cupola s'inarca esattamente
sul sepolcro del primo Vescovo, di Roma, del
primo Papa: sepolcro, in origine, umilissimo,
ma sul quale la venerazione dei secoli posteriori,
con meravigliosa successione di opere, eresse
il massimo tempio della Cristianità ".
Rimaneva dunque aperta la seconda questione,
riguardante le reliquie dell'Apostolo. Erano
state veramente ritrovate? Ed ecco la seconda
pagina di questa storia meravigliosa.
La professoressa Guarducci nel 1953 iniziò
il delicato lavoro di decifrazione dei graffiti
del muro g.
Notò subito, incavato nello spessore del muro,
un piccolo vano segreto, foderato di lastrine
di marmo, ma scardinato e inspiegabilmente
vuoto. Venne a sapere dal sampietrino che
aveva eseguito i lavori che, durante gli scavi,
mons. Ludovico Kaas, segretario economo della
Fabbrica di San Pietro, senza dir nulla ai
quattro archeologi, aveva fatto aprire il
ripostiglio e ne aveva asportato il contenuto.
Aveva trovato ossa umane, pezzettini di stoffa
di porpora ricoperti di fili d'oro purissimo,
frammenti di marmo e di intonaco rosso, ossicini
di animali... Fece rinchiudere tutto in una
cassettina di legno e vi aggiunse un suo biglietto
con le indicazioni essenziali, poi depose
la cassetta in un ambiente della medesima
zona di esplorazioni. Quella cassetta, in
seguito alla morte di mons. Kaas, era stata
dimenticata; nel 1953 il sampietrino andò
a prelevarla e la consegnò alla professoressa
Guarducci, la quale impegnata a decifrare
i suoi graffiti, si limitò solo a osservarne
il contenuto, senza annettervi eccessiva importanza.
Nel 1956, per ordine di Pio XII, vennero affidati
al prof. Venerando Correnti, direttore dell'Istituto
di Antropologia all'Università di Palermo,
i due gruppi di ossa che erano state ritrovate
attorno alla tomba di San Pietro, perch& ne
facesse un accurato esame. Gli fu pure consegnata,
a parte, la famosa cassetta.
L'esame, minuziosissimo, si protrasse per
vari anni. Alla prova dei fatti, le ossa del
primo gruppo risultarono resti di tre individui,
di cui uno quasi certamente di sesso femminile;
mentre quelle del secondo gruppo appartenevano
addirittura a quattro individui diversi. Non
si poteva quindi individuarvi i resti di San
Pietro.
Nella primavera del 1964 venne ultimato l'esame
delle ossa contenute nella cassetta. Il responso
risultò sorprendente: esse costituivano circa
la metà di uno scheletro (rappresentato in
quasi tutte le sue parti, compreso il cranio),
e appartenevano ad un unico individuo di sesso
maschile, di corporatura robusta, di età fra
i sessanta e i settant'anni, di altezza tra
m. 1,64 e 1,65.
I dati offerti dall'esame scientifico delle
ossa corrispondevano in pieno alle caratteristiche
di San Pietro: corporatura robusta, altezza
più che normale per un palestinese di quei
tempi, età avanzata: una vera rarità per un'epoca
in cui, secondo i calcoli degli scienziati,
la media della vita umana non superava i 25-30
anni.
Quei resti erano stati rinvenuti gelosamente
nascosti entro lo spessore del muro g,
ricoperto di graffiti inneggianti all'Apostolo,
situato proprio sulla sua primitiva fossa,
che non per nulla era stata trovata semidistrutta
e vuota. Aderente alle ossa, fu notata della
terra che, all'esame scientifico, risultò
la stessa della fossa sottostante. Dunque
quelle ossa, ritenute sicuramente di San Pietro,
Costantino le aveva fatte estrarre dalla fossa
e le aveva nascoste - all'asciutto e al sicuro
- nel vano rivestito di marmo del muro g,
che egli poi aveva inglobato - con il muro
rosso e il trofeo di Gaio - entro il suo mausoleo
ricoperto di marmi rari e di porfido.
Una nuova conferma si può avere nei pezzettini
di stoffa di pura porpora imperiale rivestita
di fili d'oro finissimo: dunque., l'e ossa
erano di un personaggio a cui l'imperatore
non aveva trovato eccessivo rendere onori
regali! I frammenti di marmo e di intonaco
rosso non fanno che confermare che quelle
ossa erano state asportate proprio dal misterioso
ripostiglio addossato al muro rosso e scheggiato
nei suoi marmi al momento della estrazione:
il che del resto risultava pure dal logoro
biglietto di mons. Kaas, che ne indicava la
provenienza.
E la presenza di ossicini di animali (bue,
pecora, gallinaccio, ecc.), trovati frammisti
alle ossa umane? Essa in un primo momento
sorprese e sconcertò un poco, tanto più che
analoga presenza riguardava pure gli altri
due gruppi di ossa. Alla fine però quegli
ossicini si dimostrarono anch'essi provvidenziali
per una conferma definitiva: la loro presenza
indicava, infatti, che il corpo di San Pietro
era stato inumato in un terreno che, al tempo
di Nerone, era ancora coltivato, e cioè prima
di essere trasformato definitivamente in vero
e proprio cimitero. Dunque, la tomba di San
Pietro risale... all'epoca del suo martirio!
Ma un'altra prova era destinata a porre l'ultimo
suggello. Osservando bene entro il vuoto ripostiglio,
la Guarducci vi aveva decifrato una brevissima
iscrizione, in lingua greca, con lettere tracciate
stentatamente, che tradotte in italiano suonano
cosi: Pietro è qui dentro. Dunque, prima che
il muro dei graffiti, col suo ripostiglio
segreto e il suo prezioso contenuto, venisse
incluso nel monumento costantiniano, una mano
si introdusse furtiva nel piccolo vano e incise
con difficoltà, sull'intonaco del muro rosso
che faceva da parete, le fatidiche parole,
quasi a suggellare e tramandare ai posteri
il ricordo di quella traslazione memorabile:
"Pietro è qui dentro ", parole che oggi costituiscono
per noi come una specie di "autentica " per
le reliquie del Principe degli Apostoli, e
ancor più per la sua venuta a Roma.
Davanti alle stesse pietre che parlano, la
verità della venuta e della morte di S. Pietro
a Roma s'illumina di tanta luce, che, se al
tempo di Harnack era da ciechi il rinnegarla,
oggi sarebbe addirittura da pazzi.
Un'obiezione, che spesso ci sentivamo ripetere
dai negatori del soggiorno romano di Pietro
era la seguente: Se Pietro era già stato nella
capitale e vi si trovava ancora, perch& S.
Paolo, scrivendo nel 58 ai Romani, non gli
manda neppure un saluto? perch& non lo ricorda
nemmeno?
Veramente, il silenzio di uno, o di pochi,
non può mai annullare un coro così potente
di voci tutte concordi ed unanimi. Tanto meno,
quando ci siano delle ragioni che lo giustifichino
appieno. Prima di tutto, "se si ammette che
Pietro era presente a Roma - dice il Garofalo
- quando Paolo scriveva, è necessario fare
un'osservazione ovvia. Quando Paolo ha inviato
la sua lettera alla comunità di Roma, a chi
l'ha indirizzata? Alla comunità, naturalmente;
ma una lettera non si consegna ad una folla;
si consegna ad una persona, la quale, in questo
caso, non poteva essere che il capo della
Chiesa. E allora che bisogno c'era, in una
lettera mandata alla comunità, tramite
il capo, di nominare il capo stesso? "
[30].
Non va dimenticato, d'altra parte, che siamo
in tempi calamitosi, in cui è necessario uno
spirito di somma discrezione per non arrecar
danno alla Chiesa nascente. Ora, se l'Eucarestia
era una cosa da nascondere, certamente non
era meno da nascondere il capo della Chiesa,
S. Pietro.
Del resto, nell'elogio caloroso della fede
dei Romani "celebrata in tutto il mondo "
(1, 8), nella confessione che Paolo fa di
aver come regola di non invadere il campo
degli altri "per non edificare su fondamento
altrui " (15, 29), nella protesta di voler
venire a Roma non per insegnare, ma per consolarsi
(1, 11 e 12), per "saziarsi " (15, 24), ecc.
... non c'è, forse, tutta una trasparente,
allusione ad un fondatore, di quella Chiesa,
più importante dell'apostolato stesso dei
pagani, una allusione a S. Pietro?
Comunque, una risposta più radicale all'obbiezione
potrebbe essere anche questa: Paolo non saluta
Pietro, perché costui si trovava momentaneamente
assente da Roma.
NOTE
1Adversus Cath. et Wald., V, 2,
p. 411 (Ed. Roma, 1743). 2 Nel 1520 pubblicò uno scritto intitolato:
Tractatus quod Petrus Apostolus numquam
Romae fuerit. 3De ficta profectione Petri Apostoli
in Urbem Romam, Leydae, 1679. 4 Fra i moderni negatori ricordiamo:
CH. GUIGNEBERT, La Primaut& de Pierre et
la venue de Pierre à Roma, Parigi 1909;
N. KÉPHALAS, Mel&t& istorik& peri ait&&n
to& sk&smatos, Atene, 1911, pp. 12-40;
F. DI SILVESTRI FALCONIERI, L'Apostolo
S. Pietro è mai stato in Roma?, 1925;
J. TURMEL, Histoires des dogmes, III,
La Papaut&, Paris, 1933, p. 105 sg.;
K. HEUSSI, War Petrus in Rom, Gotha
1937; M. GOGUEL, Les premiers temps de l'Église,
pp. 220-225, è... fra color che son sospesi!
Dopo aver tentato di negare il valore alle
testimonianze e ai fatti generalmente addotti
per provare la venuta di S. Pietro a Roma,
così conclude: "Se l'argomento decisivo in
favore della Tradizione fa difetto, non si
può avanzare alcun fatto o alcun testo che
stabilisca che Pietro non è venuto a Roma
e non vi ha subito il martirio. Una critica
prudente deve confessare qui la sua impotenza.
Una cosa solamente sembra certa, e cioè, che
se Pietro è venuto a Roma e vi è morto martire,
egli non c'è venuto che tardi ". Per una storia
dettagliata della questione, vedi O. CULLMANN,
Saint Pierre, Neuch&tel 1962, pp. 62-67.
5 J. MARX, Manuale di Storia Ecclesiastica,
I, Firenze, 1913, p. 38, cita - fra i protestanti
che ammettono il fatto storico - Neander,
Guericke, Hase, Leipnitz, Hilgenfeld, Hundhausen,
Lightfoot, Gieseler. A costoro potremmo aggiungere,
fra i viventi: O. Cullman, E. Molland, A.
Fridrichsen, G. Kr&ger, C. T. Craig, C. King,
I. Munck. 6Chronologie der altkirchlichen
Literatur, I, Berlino, 1897, p. 244. 7Petrus und Paulus in Rom,
II ed., Berlino 1927, specialmente c. 13 e
14; Petrus r&mischer M&rtyrer, Berlin,
1936, p. 13. 8Die <este r&mische B&schofsliste,
Weimar, 1926. 9Rom und die Christen im 1. Jahrundert,
1942. 10Verk&ndigung und Forschung,
1946-47, p. 230. 11O. c., p. 244. 12Lezioni di Storia dell'antica
Chiesa (in russo), t. III, Pietrogrado
1913, p. 279. 13O. c. p. 171. 141 Petri, 5, 13: "Salutat
vos Ecclesia, quae est in Babylone co&lecta,
et Marcus filius meus ". 15L'Ant&christ, p. 122. O.
CULLMANN, op. cit., p. 72, ritiene la nostra
spiegazione "di gran lunga la più verosimile
". 16Annali, 15, 44. 171 Clementis, 6, KIRCH, 8-9.
18en &m&n, ovverosia fra coloro
in mezzo ai quali si trova appunto Clemente.
Siccome costui è romano e scrive la sua lettera
da Roma, en &m&n è evidente sinonimo
della comunità romana. 19Ad Rom. 4, 3. 20 In EUSEBIO, Stor. Eccl. 2,
25, 8. MG. 20, 210. 21Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 848.
22Ivi, 3, 3, 2. MG. 7, 849.
23Stor. Eccles. 2, 25, 5-7.
MG. 20, 207. 24 In EUSEBI0, Stor. Eccles.
3, 1. MG. 20, 215. 25 L'iscrizione, di cui è andato perso
l'originale, ci è stata trasmessa dai manoscritti
e da una copia incompleta del III secolo.
La puoi trovare, fra gli altri, in ML. 13,
382. 26 Anche antichi itinerari ci fanno
credere che le tombe degli Apostoli furono
per qualche tempo Ad Catacumbas. 27 La Depositio Martyrum nell'opera
di Filocalo (a. 354) sembra esigere un trasporto
del corpo di S. Pietro in Catacumbas
sotto il consolato di Tusco e di Basso, e
cioè verso il 258. Cfr. L. HERTLING - E. KIRSCHBAUM,
Le Catacombe romane e i loro martiri,
Roma 1949, pp. 95-110. 28 Cfr. O. MARUCCHI, op. cit.,
pp. 87-97 e 175-198; L. HERTLING-E. KIRSCHBAUM,
op. cit., pp. 88-90. Furono proprio
queste scoperte che decisero l'acattolico
Hans Lietzmann a sostenere a spada tratta
la venuta dell'Apostolo a Roma, nella seconda
ediz. del suo ormai famoso vol.: Petrus
und Paulus in Rom, Berlino 1927, spec.
pp. 226-238. Cfr. anche F. TOLOTTI, Ricerche
intorno alla Memoria Apostolorum, in "
Riv. di arch. crist. ", 22 (1946), pp. 712;
23-24 (1947-1948), pp. 13-116; E. GRIFFE,
La l&gende du transfert des corps de S.
Pierre et de S. Paul ad Catacumbas, in
"Bullettin de litt&rature eecl&siastique publi&
par l'Institut Catholique de Toulouse ", 1951,
pp. 183-200. Liber pontificalis, ed.
Duchesne, p. 176. 29 Per più ampie informazioni cfr.
A. FERRUA, Nelle Grotte di S. Pietro,
in "Civiltà Catt. ", 92 (1941), III, pp. 358-365;
423-433; ID., Nuove scoperte sotto S. Pietro,
in "Civiltà Catt. ", 93 (1942), IV, pp. 73-86;
228-241; La storia del sepolcro di S. Pietro,
in " Civiltà Catt. ", 103 (1952), 1, pp. 15-29;
E. KIRSCHBAUM, Gli scavi nelle Grotte di
S. Pietro, in "Gregorianum ", 29 (1948),
pp. 544-557; L. HERTLING - E. KIRSCIIBAUM,
op. cit., pp. 105-111; F. APOLLONI
GHETTI - A. FERRUA - E. KIRSCHBAUM - E. JOSI,
Esplorazioni sotto la confessione di S.
Pietro, I, pp. 107-144; O. CULLMANN, Saint
Pierre, pp. 123-136 (il quale, però, mentre
ammette che sia stato ritrovato il "tropaion
" di cui parla il presbitero Gaio, contesta
la verità del ritrovamento della tomba). M.
GUARDUCCI, La tomba di S. Pietro, Roma
1949; Le reliquie di Pietro sotto la confessione
della Basilica Vaticana, Roma 1965. 30 S. GAROFALO, La prima venuta di
S. Pietro a Roma nel 42, p. 19