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Il Sacramento dell'Eucaristia
attraverso le testimonianze delle pitture
catacombali
Tratto
da "Le Catacombe ed il Protestantesimo
per il Prof. Orazio Marucchi"
(1911)
Dopo
ciò che sulla Eucaristia ci dicono
gli Evangeli, gli Atti Apostolici e la lettura
di S. Paolo ai Corinti, abbiamo pure testimonianze
preziose sulla fede alla Eucaristia nei primi
secoli, dalle più antiche fonti della
letteratura cristiana, che è necessario
ricordare almeno di volo prima di svolgere
la parte monumentale. Il
più vetusto dei documenti è
pur quello che più recentemente si
è rinvenuto; ed è la celebre
«??dottrina
degli Apostoli », scoperta dal
Briennios nel 1883 in un codice di Costantinopoli,
giudicata da precchi critici come opera della
fine del primo secolo. Essa si compone di
due parti, un manuale di catechesi ed un manuale
liturgico; ed in quest'ultimo, che potrebbe
chiamarsi il più antico « messale
», si accenna al sacrificio eucaristico
quale praticavasi ai primordi della Chiesa
nascente. I tre capi eucaristici della Didache
sono il IX, il X ed il XIV; ed in essi è
descritta la liturgia eucaristica ancora unita
all'agape, come nei tem[pi ap]ostolici; uso
che diè occasione al noto rimpro[ve]ro
dell'Apostolo a quei di Corinto: « Numquid
domos non habeti[s] ad manducandum et bibendum?
» In quel passo, dopo aver fatto
chiara allusione alla Eucaristia, si dice:
« e dopo esservi saziati, così
rendete le grazie ». E questa circostanza
serve pure a determinare l'età del
documento; perchè è certo che
l'agape venne del tutto separata dalla liturgia
fin dal principio del secondo secolo. Quattro
sono particolarmente i principali passi della
Didache nei quali si fa allusione alla Eucaristia.
Comincio da quello che accenna alla riunione
luturgica: « Riuniti nel giorno
del Signore spezzate il pane e rendete le
grazie dopo aver confessati i vostri peccati
affinchè il vostro sagrificio sia puro
». Viene quindi il divieto della profanazione
con la formola: « Non date le cose
sante ai [c] ani » parole che si
ritrovano negli scrittori del secondo secolo
adoperate precisamente per l'Eucaristia. Il
terzo è un avvertimento che dovea precedere
di poco la comunione: « Chi è
santo stia saldo, chi non lo è si penta
». Viene finalmente una preghiera di
ringraziamento, donde il nome di «
Eucaristia »: « Tu o
Signore creatore di tutto, desti agli uomini
un cibo ed una bevanda perchè ti ringrazino:
e dài a noi il cibo e la bevanda spirituale
e la vita eterna per il tuo Figlio ».
Reca
però meraviglia in questo manuale liturgico
la mancanza assoluta della parte più
essenziale cioè dell'atto stesso della
consecrazione e delle parole solenni del Signore
che erano state riportate prima da S. Paolo
nelle sue ettere e furono ripetute non molto
tempo dopo da S. Giustino. Questa
mancanza non può spiegarsi se non ammettendo
che il manuale della Didache sia incompleto
e che a bello studio siavi omessa la parte
più sacrosanta, la quale forse doveva
recitarsi a memoria. E la causa di ciò
potè essere la legge dell'arcano,
stabilita già per tutto fin dal principio
del secondo secolo e forse cominciata anche
prima. Alla legge dell'arcano accenna Atenagora
c[ome] già antica verso il 177 e S.
Giustino la suppone[..] alcuni punti della
sua apologia. Del resto anche Plinio vi fa
allusione nella sua lettera, quando dice che
egli nella causa dei cristiani trovò
innanzi a sè un grande segreto. Questa
legge o disciplina dell'arcano, destinata
a difendere i più venerandi misteri
del cristianesimo dalla indiscreta e profana
curiosità pagana, domina nei primi
secoli e ci accompagna in tutto il periodo
angoscioso delle persecuzioni fino ai lieti
giorni della pace Costantiniana. Ma ad essa
talvolta e per circostanze speciali si fece
eccezione, come avvenne allorchè S.
Giustino dovè levare alta la voce per
difendere i critiani innanzi all'imperatore
Antonino Pio dalle più nefande accuse.
Allora egli scrisse la sua prima apologia,
nella quale ci ha lasciato una particolareggiata
descrizione della sinassi liturgica dei tempi
suoi, indicandoci le varie parti della ceremonia;
le preghiere, la lettura dei libri santi,
l'oblazione, la consacrazione, la comunione.
E da essa apprendiamo che la liturgia eucaristica
del secondo secolo era pressochè identica
nelle parti essenziali alla Messa quale si
prattica nella Chiesa cattolica. Altre
allusioni preziose o chiare indicazioni della
fede nella Eucaristia si ricavano pure, siccome
è noto, dagli scritti d'Ignazio di
Antiochia e di Ireneo per il secondo secolo,
e da Tertulliano e da Cipriano per il secolo
terzo. A tali testimonianze si potrebbero
pure aggiungere quelle delle più antiche
liturgie appartenenti al periodo delle persecuzioni
e degli Atti sinceri dei martiri, come quei
celeberrimi di S. Perpetua dei tempi di Settimio
Severo. Ma non debbo trattenermi più
oltre [nel] campo storico e mi affretto a
parlare dei monumenti stessi a noi pervenuti
dai primi secoli. I
primitivi monumenti cristiani sono tutti esclusivamente
sepolcrali; cioè sono iscrizioni poste
sulle tombe dei cimiteri sotterranei critiani,
o affreschi dipinti sull'intonaco delle rozze
pareti di quelle cripte scavate nella viva
roccia del tufo, o sarcofagi adorni di figure
simboliche. Su quelle pietre ed in quelle
pitture domina un linguaggio figurato e simbolico
che suppone evidentemente l'indicata legge
dell'arcano e che trova la sua spiegazione
nei libri santi dell'antico e del nuovo Testamento
e nei passi degli scrittori cristiani. Quei
simboli sono però tutti coordinati
ad un concetto unico; di ricordare cioè
la fede professata dai defunti nei dommi del
cristianesimo e l'uso da loro fatto dei sagramenti,
e di invocare perciò a quelle anime
la pace e la beatitudine eterna, che la fede
stessa e la pratica della vita cristiana aveano
loro meritato. E
se il simbolismo della antica arte cristiana
è misterioso per tutti i dogmi del
cristianesimo, lo è anche più
e bene a ragione riguardo alla Eucaristia,
il più delicato e geloso segreto che
la Chiesa nascente dovea difendere dagli sguardi
profani degli idolatri, il più alto
mistero da cui doveva allontanare la profanazione,
secondo il precetto di Cristo. Un
simbolo assai antico del mistero fu la
vite che ci richiama alla vitis vera
dell'Evangelo e ad uno degli elementi eucaristici;
e questo si vede in alcuni dei più
antichi centri delle catacombe romane, quali
sono il vestobolo dei Flavi nel cimitero di
Domitilla e la cripta di Ampliato nello stesso
ipogeo, che appartengono senza dubbio alla
fine del primo secolo della Chiesa. Poco
dopo, la rappresentazione simbolica tanto
nota del buon pastore dà occasione
ad un altro simbolo più chiaramente
eucaristico, cioè a quello del latte
che è il mistico nutrimento dato dal
pastore al suo gregge. Ed ecco in un cubicolo
del cimitero di Callisto una bella pittura
del Pastor bonus con la secchia del latte
chiaramente riconoscibile dal colore biancastro.
E in un'altra cripta poco discosta, il recipiente
col simbolico cibo è posto su di un'ara
in mezzo a due pecore; gruppo importantissimo
che ci mostra il latte eucaristico sostituito
al pastore stesso in mezzo alle pecore e così
pure l'altare eucaristico attorniato e custodito
dai fedeli di Cristo. La
migliore illustrazione di questo simbolo possiamo
ricavarla dagli atti di S. Perpetua, documento
preziosissimo dell'antica letteratura cristiana,
e scritto dalla martire stessa sul principio
del terzo secolo mentre attendeva in carcere
il momento del supplizio. Ivi è narrata
una visione che ebbe la santa durante il sonno,
quando le apparve appunto il pastore simbolico
e per prepararla al vicino martirio le diè
a gustare del latte dolce rappreso che essa
devotamente mangiò mentre gli astanti
dicevano in coro il liturgico amen.
E
allo stesso simbolo si riferisce una preziosa
iscrizione, di cui poi parleremo, ove l'Eucaristia
è chiamata « il cibo dolce siccome
il miele ». Ma
il simbolo più arcano e più
solenne del mistero eucaristico è senza
dubbio il pesce. Non può stabilirsi
con assoluta certezza quale sia la vera origine
storica di questo simbolo, che troviamo adottato
dai primordi del Cristianesimo e ripetuto
costantemente fino ai tempi della pace. Secondo
la interpretazione più comune esso
deriverebbe dai libri sibillini, ove la greca
parola icJuj
è spiegata col noto acrostico
«IXTUS Gesù Cristo figlio
di Dio Salvatore ». E la ragione
mistica di questo simbolo potrebbe trovarsi
nel concetto del pesce nato nel mare, che
esprime l'immensità della natura divina,
e nel pensiero del pesce delfino ritenuto
come amico e salvatore dell'uomo. Ma quello
dei libri sibillini che contiene il celebre
acrostico, si riconosce oggi come opera di
un giudeo egiziano dei tempi di Marco Aurelio,
rimaneggiato nel terzo secolo da un ignoto
autore cristiano; ed esso è citato
la prima volta da Eusebio e poi da Agostino
e da altri scrittori del quarto secolo. Ora
il pesce è assai spesso nei monumenti
unito al pane; e taluni Padri, citando quel
simbolo, alludono evidentemente alla prodigiosa
moltiplicazione ed al pesce mangiato da Cristo
con i suoi discepoli dopo la risurrezione,
siccome accenna Agostino con le parole: «
piscis assus Christus est passus ».
onde è più naturale che la genesi
storica di quel mistico segno sia stata la
memoria della moltiplicazione alle turbe e
del convito coi discepoli; fatti evanglici
nei quali il pesce aveva una parte rilevantissima
ed era designato da Cristo stesso come nutrimento
dei suoi seguaci. E forse questo antico concetto
fece poi pensare alla ingegnosa combinazione
delle lettere del nome greco, che riproducono
la formola fi fede in Cristo figlio di Dio
e Salvatore del mondo. Nè dovette essere
estranea al pensiero di tal simbolismo la
reminiscenza biblica del pesce che restituì
la vista al vecchio Tobia, figura della luce
recata al mondo dal Salvatore. E
con questa idea di luce e di cibo si accordano
molto bene le parole di Prospero d'Aquitania,
il quale scrisse di Cristo: « Satians
ex se ipso in littore discipulos et toti se
offerens mundo icJun
, ..... cuius ex interioribus remediis
quotidie illuminatur et pascimur »
(1). È
dunque il pesce il simbolo arcano e solenne
di Cristo nei monumenti dei primi secoli,
ma in modo speciale per le cose già
dette il simbolo di Cristo nel mistero della
Eucaristia e rappresenta semplicemente Cristo
quando trovasi isolato e posto come segno
ideografico a completamento di una frase epigrafica.
Così sopra un loculo dell'antichissimo
cimitero di Priscilla leggiamo la interrotta
espressione ALEXANDER. IN..... e subito dopo
è graffito il pesce, che completa la
frase ALEXANDER IN CHRISTO. E
così in una stela proveniente da cimitero
Vaticano è incisa la figura del pesce,
mentre l'iscrizione che vi è posta
sopra contiene la bella frase « ICQYC
ZwNTwN
- il pesce dei viventi ». 
Nello
stesso modo il delfino, ossia il pesce creduto
l'amico ed il salvatore dell'uomo, è
rappresentato in un prezioso affresco delle
catacombe intrecciato al tridente, simbolo
della croce, per esprimere in modo velato
e simbolico la crocifissione di Cristo, scena
che nei primi secoli non si aveva il coraggio
di rappresentare dai fedeli nella sua storica
realtà. E
da questo concetto principale derivò
quello di considerare talvolta il pesce come
simbolo eziandio dei cristiani, i quali sono
suoi figli e che devono in tutto a lui uniformarsi.
Onde
Tertulliano scrisse nel libro del battesimo
che noi siamo picoli pisci, e che ad imitazione
del gran pesce, che è Cristo, nasciamo
nell'acqua della grazia e in essa dobbiamo
restare: « Nos pisciculi secundum
icJun
nostrum Iesum Christum in aqua nascimur nec
aliter quam in aqua permanendo salvi facti
sumus » (2). Onde è che
talvolta vediamo questi piccoli pesci uniti
all'àncora che è simbolo della
croce e della speranza e questo gruppo esprime
appunto la speranza dei fedeli nella redenzione.

Ma
il pesce unito al pane acquista un significato
speciale e rappresenta senza dubbio l'Eucaristia.
Hanno
questo significato pertanto i numerosi affreschi
delle catacombe, che riproducono le moltiplicazioni
operate da Cristo, ove vediamo costantemente,
disposti in bell'ordine, i canestri ricolmi
di pani che sopravanzarono secondo il racconto
evangelico. La
quale scena è effigiata in due modi;
e cioè nel momento stesso in cui Cristo
distribuisce ai discepoli i pani e i pesci,
ovvero col banchetto in cui i discepoli mangiano
il pane e il pesce, la quale scena è
unita talvolta a quella del battesimo come
in questa pittura. (Fig. 1). 
Fig. 1.
Battesimo ed Eucaristia. -- Pittura del III
secolo.
(Cimitero di Callisto).

Roma.
Catacombe di S. Callisto: una scena
di battesimo. In essa è rappresentato
anche un pescatore, che ricorda la parola
di Gesù: "Seguitemi,
vi farò diventare
pescatori di uomini" (M c 1,17). |
Roma,
catacombe di S. Callisto: cena eucaristica.
Sul piatto a sinistra è visibile
il pesce, simbolo di Cristo. |
E
la rappresentanza dei discepoli che non corrisponde
con la realtà storica ci mostra ancor
meglio il concetto simbolico ed esprime evidentemente
la cumunione stessa eucaristica. Un tale concetto
è pure indicato assai chiaramente in
un sarcofago di Arles, ove accanto al prodigio
della moltiplicazione è rappresentata
la mensa col pesce, che non può essere
un accessorio storico del fatto biblico, ma
indica senza dubbio il significato eucaristico
di quel gruppo. Negli
accennati conviti dipinti nelle catacombe
si nota quasi sempre il numero costante de
sette personaggi; e questo ci fa pensare a
quei sette discepoli che secondo il racconto
di S. Giovanni mangiarono con Gesù
risorto là sulla sponda del lago di
Tiberiade. E talvolta la rappresentanza di
questo fatto è resa più manifesta
dal particolare che i convitati sono dipinti
quasi ignudi per indicare che essi erano pescatori,
e che venivano appunto dalle loro barche dopo
aver pescato tutta la notte, come narra il
Vangelo. E appunto questa disposizione speciale
di sette persone con l'accompagno dei canestri
ricolmi di pani ci fa distinguere negli affreschi
cimiteriali il banchetto eucaristico da quello
che simboleggia soltanto il convito celeste,
ove il numero dei convitati è qualunque
e mancano questi altri accessori. Un
altro simbolo non meno importante, ma più
raro nelle pitture cimiteriali, è quello
della prodigiosa mutazione dell'acqua in vino
avvenuta nelle nozze di Cana; tipo anche questo
e figura del banchetto eucaristico e della
trasformazione sagramentale. Ed in maniera
assai espressiva lo vediamo in due affreschi
del cimitero del Ss. Pietro e Marcellino congiunto
al banchetto celeste, di cui l'Eucaristia
è un pegno sicuro; e così pure
su numerosi sarcofagi. Ma se il dogma dell'Eucaristia
è affermato in queste scene che con
frequenza si ripetono sui monumenti delle
catacombe romane, esso è in modo più
chiaro e solenne attestato da alcuni speciali
dipinti veramente preziosi sui quali per la
loro speciale importanza dovrò diffondermi
alquanto di più. Il
primo per antichità è un gruppo
ripetuto due volte in un cubicolo del cimitero
di Callisto sulla via Appia in quella parte
che il De Rossi chiamò Cripte di Lucina;
regione certamente antichissima e da cui si
svolse quel cimitero. L'affresco non è
posteriore agli esordi del secondo secolo,
essendo della mano stessa di altri che in
quelle cripte ci presentano il vero stile
pompeiano. Vi è dipinto un pesce unito
ad un canestro vimineo ricolmo di pani, fra
i quali apparisce chiaramente un piccolo vaso
roseggiante di vino. È evidente che
in questo gruppo il ricordo della moltiplicazione
evangelica fu messo in relazione all'Eucaristia,
giacchè l'elemento del vino non ha
che fare con quel prodigio è dà
alla pittura il significato eucaristico. (Fig.
2-3). 
Fig. 2.

Fig. 3.
Simboli eucaristici. -- II secolo
(Cimitero di Callisto).
Nè
solo deve riconoscersi il questo gruppo un'allusione
eucaristica, ma una vera e propria dichiarazione
della fede cristiana nel dogma della presenza
reale; giacchè l'unione materiale del
pesce col canestro contenente gli elementi
eucaristici esprime chiaramente la compenetrazione
delle sacre specie con Gesù Cristo
stesso. Il
De Rossi credè che il pesce delle cripte
di Lucina fosse rappresentato vivo e
nuotante nelle acque col canestro sul dorso,
onde vi riconobbe il « panis verus
et aquae vivae piscis » indicato
da S. Paolino di Nola. Ad
altri è sembrato invece che in quel
dipinto il pesce stia fuori dell'acqua e sia
semplicemente unito al canestro dei pani.
Ma è chiaro che qualunque di queste
due opinioni si accetti, il significato eucaristico
del gruppo rimane essenzialmente lo stesso.
Aggiungerò altresì che il cesto
vimineo e le tazze di vetro dipinte nelle
cripte di Lucina rappresentano pure in maniera
reale il modo, con cui talvolta nei primi
secoli soleva portarsi l'Eucaristia, e ci
fanno ricordare del passo di S. Girolamo che
scriveva a Rustico: « Nihil illo
diutius quam qui corpus Domini in canistro
portat vimineo et sanguinem eius in vitro
» (3). Ed
ora senza uscire dal cimitero di Callisto,
il massimo dei cimiteri romani, torniamo a
quelle cripte che diconsi dei sagramenti e
dove si ammira una serie nobilissima di pitture
simboliche non posteriori al principio del
terzo secolo. Mirabile
è l'ordine logico con cui si succedono
questi affreschi preziosi, ispirati senza
dubbio all'artista da un dottore ecclesiastico.
A
capo della serie è raffigurato Mosè
nell'atto di far scaturire l'acqua dalla rupe
del deserto, simbolo della Chiesa, la quale
dalla pietra mistica raffigurante Cristo trae
l'acqua della grazia, origine dei sagramenti.
Da quell'acqua infatti, che è sgorgata
giù dalla rupe, il mistico pescatore
trae un piccolo pesce, rappresentando simbolicamente
il battesimo, e a questo fa poi seguito un
altro simbolo battesimale, cioè la
figura del paralitico risanato nella piscina
probatica. Dopo
il sagramento della iniziazione cristiana,
in un altro cubicolo prossimo sono dipinte
due scene allusive al gran mistero eucaristico.
Nel centro vi è il consueto banchetto
dei sette personaggi accompagnato dai canestri.
Questi convitati, che mangiano pane ed il
pesce, sono i fedeli, i quali purificati dalle
acque della grazia si siedono al banchetto
dell'agnello divino, che è preparazione
a caparra della beatitudine celeste. (Fig.
4.). 
Fig. 4.
Banchetto eucaristico. -- III secolo.
(Cimitero di Callisto).
Ma
poi il significato eucaristico del gruppo
è reso anche più manifesto dall'altra
scena effigiata a sinistra ed unica fino ad
ora (4). (Fig. 5.).

Fig. 5.
Oblazione eucaristico. -- III secolo.
(Cimitero di Callisto).
Qui
è rappresentato un personaggio vestito
di solo pallio, ritto in piedi ad un tripode
su cui sta un pane ed un pesce, e l'uomo protende
verso quei cibi la mano destra in atto evidentemente
consecratario. D'altro lato del tripode è
collocata una figura muliebre che alza le
braccia in atteggiamento di preghiera. La
spiegazione del nostro gruppo è chiaro.
Noi abbiamo qui riprodotta l'azione del sacrificio
eucaristico ed il momento stesso dela consecrazione,
quando il pane diviene icJuj,
cioè il corpo di Cristo Figlio di Dio
Salvatore. La donna orante alla destra è
da taluno spiegata come l'anima della defunta
sepolta in quel cubicolo, giacchè è
noto che le oranti rappresentano le anime
de' trapassati. Ma troppo nobile sarebbe quel
posto per una persona privata ed è
chiaro che qui l'artista ha voluto effigiare
la Chiesa, la quale pure si dipingeva sotto
l'allegoria di una donna orante. Qui dunque
è rappresentata la Chiesa che innalza
le sue preghiere innanzi all'altare del sacrificio
eucaristico; e ciò corrisponderebbe
al pensiero di S. Cipriano, che scrisse essere
le più possenti preghiere quelle fatte
innanzi alle offerte consecrate. E l'interpretazione
del sacrificio data al gruppo, di cui ci occupiamo,
è confermata ancora dall'altra scena
della stessa parete che fa simmetria a quella
descritta. Ivi infatti è dipinto l'episodio
del sacrificio d'Abramo, figura e tipo del
grande sacrificio della redenzione. Se ora
questa veneranda cripta del cimitero di Callisto
passiamo ad una contigua, ci troveremo innanzi
ad un altro gruppo simbolico, che merita pure
la nostra attenzione. Nell'alto
della parete entro un semicerchio è
ripetuto lo stesso tripode con il pane ed
il pesce e questo è colocato fra i
sette canestri della moltiplicazione. Evidentemente
anche qui si volle ricordare il prodigio che
fu tipo e figura dell'Eucaristia. Ma
la disposizione di quel pane e di quel pesce
sulla mensa in forma di altare che è
collocata nel posto d'onore, accenna senza
dubbio alle specie eucaristiche già
consecrate e preparate per i fedeli, accenna
alla mensa Domini; e giungerei a dire che
implica quasi il concetto della adorazione
del gran mistero. A
queste preziose pitture illustrate dottamente
dal De Rossi e da altri archeologi, che ne
hanno seguito gli ammaestramenti, si aggiunge
pochi anni or sono un altro monumento insigne
scoperto nell'antichissimo cimitero di Priscilla.
L'affresco si vede nel fondo di una grande
cripta già conosciuta in quel cimitero
e adorna di altri dipinti antichissimi. Esso
per il luogo ove trovasi e per lo stile fi
giudicato dagli archeologi opera del principio
del secondo secolo. (Fig. 6).

Fig. 6.
La « Fractio panis » Comunione
eucaristica. -- II secolo.
(Cimitero di Priscilla).
Una
tavola di forma ricurva intieramente ricoperta
di un drappo quale usavasi dagli antichi,
occupa in lunghezza tuto il campo del quadro
e su questa sono collocati due piatti, uno
con alcuni pani, l'altro con un pesce. Alla
mensa sono assisi sei personaggi, cinque uomini
cioè, ed una donna velata. A capo del
tavolo a sinistra del riguardante è
seduto un personaggio barbato, il quale con
ambo le mani protese sopra il tavolo sta in
atto di spezzare il pane mentre a lui dinanzi
è posto il calice del vino. A
destra e a sinistra del banchetto sono disposti
i consueti sette canestri che ricordano, come
sempre, il prodigio della moltiplicazione.
Quest'ultimo particolare ci mostra per le
cose già dette, che nel convito delle
catacombe di Priscilla noi dobbiamo riconoscere
il convito eucaristico. Posto ciò tutto
si spiega assai facilmente. Il personaggio
barbato in quel nuovo atteggiamento è
il sacerdote, o il vescovo, il proestoj,
o presidente nominato da Giustino, il senior
di tertulliano, il quale preseiede l'adunanza
liturgica e compie il rito della fractio panis
ricordato come il rito eucaristico per eccellenza
negli atti degli apostoli e nelle lettere
di S. Paolo; i sei personaggi sono i fedeli
che assistono alla liturgia e si dispongono
a mangiare il pane divenuto icJuj
cioè il corpo di Cristo, ed
a bere il calice salutare. Questa
pittura è preziosa per la sua antichità
e per la novità della composizione;
e può ben dirsi che essa rappresenta
la liturgia eucaristica del secondo secolo,
in quale doveva celebrarsi appunto in quella
cripta cimiteriale che è un vero santuario
dell'ipogeo priscilliano (5). Però
in questa pittura la liturgia non è
rappresentata in modo reale come vorrebbe
taluno, ma piuttosto in maniera simbolica
con l'aggiunta di un particolare al tutto
realistico, quale si è la figura del
personaggio che spezza il pane. Infatti non
può ammettersi che nel secondo secolo
la liturgia eucaristica si celebrasse insieme
all'agape come apparisce nell'affresco di
Priscilla, perchè tale uso era stato
già abbandonato fino dai primi anni
di quel secolo; e la presenza stessa dei canestri
dei pani moltiplicati basta per dare un significato
simbolico a tutta la scena. Abbiamo
dunque nell'insigne dipinto un'altra rappresentazione
simbolica del sacrificio diversa da quella
descritta del cimitero di Callisto, più
antica di quella e con l'aggiunta dell'atto
liturgico quale operavasi dal sacerdote. E
possiamo dire che se nella prima è
rappresentato l'atto della consacrazione,
nella seconda è più specialmente
riprodotto il momento della comunione. Dopo
aver parlato di monumenti così insigni
sarebbe forse superfluo accennare ad altri
minori che si riferiscono al grande mistero;
ma per non trascurare nulla di ciò
che può riguardare il mio tema li accennerò
soltanto di volo. I
pani ed i pesci sono talvolta incisi o scolpiti
sulle pietre sepolcrali delle catacombe e
sempre collo stesso significato eucaristico.
Ed essi talvolta sono disposti per modo da
esprimere un concetto speciale, cioè
l'ardente desiderio dei fedeli verso l'eucaristia;
e così può intendersi il gruppo
dei pesci che corrono verso i pani crocesignati
(6). Ed il pensiero stesso è pure indicato
nell'altra composizione più frequente
della colomba che si dirige verso il vaso
simbolico o che becca il grappolo della mistica
vite. Ma
questo misterioso simbolismo eucaristico,
costantemente riprodotto nei monumenti delle
catacombe romane e che tanto bene si accorda
colle testimonianze dei padri e degli scrittori
ecclesiastici, trova pure una splendida conferma
in due insigni iscrizioni, una appartenente
alla Chiesa orientale, l'altra alla occidentale.
La prima è l'iscrizione sepolcrale
di Abercio vescovo di Jeropoli nella Frigia,
dei tempi di Marco Aurelio, il cui testo ci
era già noto dagli atti di quel santo
pubblicati dal Metafraste e dai Bollandisti,
epigrafe rinvenuta alcuni anni or sono ma
in due soli frammenti che ora si custodiscono
nel museo cristiano Lateranense. (Fig. 7).
Divagherei dal tema se io volessi qui trattare
diffusamente del monumento insigne e delle
recenti controversie archeologiche cuo esso
ha dato luogo; cose tutte che possono leggersi
nei vari scritti da me e da altri pubblicati
su tale argomento (7), Dirò solo che
gli sforzi di alcuni protestanti desiderosi
di mostrare il carattere pagano di quell'epigrafo
sono riusciti inutili e vani.

Fig. 7.
Frammento della iscrizione di Abercio. --
II secolo.
(Museo lateranense).
E
noi possiamo continuare a considerare insieme
al De Rossi questa iscrizione come la regina
delle iscrizioni cristiane. Or
bene l'iscrizione di Abercio importante per
tanti punti del dogma cattolico lo è
sopratutto per l'Eucaristia, ed io ne riporterò
qui una parziale versione (Fig. 5). «
Io son Abercio, il discepolo del Pastore immacolato
che pasce le sue greggi per i monti e per
le valli, che ha grandi occhi che vedono tutto.
Egli mi insegnò la dottrina della vita,
e mi mandò a Roma a contemplare un
regno ed una regina vestita di oro e con aurei
calzari: ed ivi io vidi un popolo decorato
da uno splendido segno; e vidi i campi della
Siria e Nisibi passato l'Eufrate. E dovunque
io trovai fratelli riuniti insieme..... E
la fede mi fu sempre di guida e mi diè
per cibo il pesce grande che la Vergine casta
estrasse dalla fonte e diè a mangiare
ai suoi amici avendo ottimo vino e ministrando
loro una mescolanza di vino e di acqua insieme
al pane ». - Chi non riconosce
in queste frasi di Abercio lo stesso pensiero
che guidò i pittori delle catacombe
romane rappresentando in diverse maniere il
pane ed il pesce con la coppa di vino? Chi
leggendo questo carme non corre colla mente
al celebre affresco callistiano della consacrazione
eucaristica dove sulla mensa è imbandito
il pane e il pesce, e dove la donna, mentre
rappresenta la Chiesa può anche simboleggiare
la Fede che porge ai cristiani il
cibo divino secondo l'espressione di Abercio?
Lo stesso linguaggio simbolico troviamo in
un'altra epigrafe contemporanea scoperta prima
assai nelle Gallie e precisamente ad Autan.
Il cristiano per nome Pettorio, cui essa appartenne,
si rivolge agli altri fedeli chiamandoli figli
dell' icJuj
celeste e li invita a purificarsi del cibo
eucaristico. «
O divina prosapia del pesce celeste conserva
sempre un cuor puro e ricevi qui fra i mortali
la sorgente immortale delle acque. - O amico,
cura la tua anima con l'acqua largitrice di
sapienza. - Ricevi il cibo dolce come il miele
del Salvatore dei Santi, mangia con grande
desiderio tenendo il pesce nelle tue mani
». Parole
preziose che si rannodano allo stesso ordine
d'idee fin qui commentate, e ci richiamano
pure al pensiero l'acqua della grazia dipinta
nei cubicoli di San Callisto insieme al pesce
eucaristico e il dolce latte della visione
di S. Perpetua espresse egualmente nelle pitture
cimiteriali; e che finalmente ci ritraggono
al vero lo stesso atto liturgico della comunione
dei primi secoli, quando i fedeli nelle loro
mani ricevevano il cibo eucaristico. La
corrispondenza meravigliosa delle due iscrizioni
di Abercio e di Pettorio con i monumenti delle
catacombe romane ci mostra l'accordo perfetto
sul dogma dell'Eucaristia fra le due Chiese
di Oriente e di Occidente fin dal secondo
secolo; e ci autorizza pure a supporre che
Abercio abbia veduto quelle pitture che noi
abbiamo descritto o altre dello stesso soggetto.
E
possiamo pure supporre che egli, accennando
alle adunanze dei fedeli, alle quali intervenne,
e dove la fede gli presentò il mistico
nutrimento del pesce volesse ricordare pur
quelle che tenevansi nelle catacombe romane
innanzi forse a quelle stesse pitture che
noi ancora vediamo. L'epigrafe
di Abercio allude alle adunanze dei primi
fedeli, e ciò mi offre l'opportunità
di accennare alle sinassi eucaristiche nei
cimiteri di Roma. E
cosa certissima che fin dai primi tempi si
usò celebrare la liturgia sulle tombe
dei martiri; e basterebbe la testimonianza
degli atti di S. Policarpo scritti poco dopo
la morte di lui, nel 155, ove si accenna al
sagrificio, che doveva offrirsi sulla sua
tomba nel giorno anniversario. La stessa cosa
è riferita in altri atti sinceri di
martiri; ma se pure i documenti storici restassero
muti, basterebbero le catacombe romane a mostrare
la verità di un tal fatto presentandoci
esse numerose cripte di forme svariate, le
quali senza dubbio servirono alle adunanze
dei fedeli anche nei secoli delle persecuzioni.
E tali adunanze tenevansi con piena libertà
certamente anche prima di Costantino; giacchè
è certo che i cristiani ebbero il libero
possesso dei loro cimiteri nei primi tre secoli,
essendo quei luoghi garantiti e difesi dalle
leggi romane che tutelavano la inviolabile
proprietà delle tombe. Siffatta libertà
ebbe però delle interruzioni; giacchè
sotto il regno di Valeriano nel 258 e poi
durante quello di Diocleziano le catacombe
furono confiscate. Anche allora però
i cristiani continuarono il pio costume di
adunarsi a pregare nei cimiteri. Ma la violenza
dei persecutori li raggiunse anche in quei
profondi recessi; e là sulla Salaria
innanzi all'avello dei SS. Crisanto e Daria
la Messa dei Martiri fu interrotta dal martirio
stesso degli adunati; e sull'Appia il pontefice
Sisto II venne sorpreso dagli sgherri imperiali,
mentre celebrava sulla cattedra, e fu condannato
a morire nel luogo stesso ove aveva adunato
i fedeli. E fu allora che egli venne raggointo
dal santo levita Lorenzo, cui il vecchio Papa
predisse imminente il glorioso martirio. E
a queste adunanze vietate da Valeriano ai
fedeli si collega probabilmente l'episodio
di quella comunione nelle catacombe, che resterà
memorabile nei fasti della Chiesa perseguitata,
perchè diè occasione alla tragica
morte di Tarsicio, il primo martire dell'Eucaristis.
Fu là sulla via Appia, la via dei trionfatori
romani, divenuta, poi la via trionfale dei
Martiri, fu là che il giovane accolito,
recante le sacre specie ai confessori racchiusi
nelle prigioni, volle piuttosto morire che
cedere ai profani i misteri divini. Onde meritò
poi dal gran Damaso il bellissimo elogio che
venne inciso sul suo sepolcro: TARSICIVM
SANCTVM CHRISTI SACRAMENTA GERENTEM CUM MALE
SANA MANUS PETERET VVLGARE PROFANIS IPSE ANIMAM
PITIVS VOLVIT DIMITTERE CAESVS PRODERE QVAM
CANIBVS RABIDIS COELESTIA MEMBRA
Con queste parole il poeta Pontefice del quarto
secolo attestò solennemente la fede
della Chiesa sulla presenza reale nella Eucaristia,
giacchè egli chiamò le specie
aucaristiche « il corpo di Cristo ».
- Coelestia membra. -
Ecco adunque una insigne ed esplicita testimonianza
che l'antica Chiesa non ammetteva la presenza
reale nel momento soltanto della comunione
come ammettono i protestanti, ma che riconosceva
tale presenza anche molto tempo dopo la consecrazione
e quando le specie consecrate si portavano
lungi dal luogo dove si era celebrata la liturgia.
La
Chiesa antica pertanto, di cui Damaso rappresenta
la tradizione, aveva su questo punto così
importante del dogma cristiano la fede stessa
che ha presentemente la Chiesa Cattolica.
Ma
quando vennero i giorni della pace costantina
non cessò l'uso delle sotterranee adunanze
liturgiche sulle tombe dei Martiri. Basiliche
risplendenti si innalzarono allora sui loro
sepolcri: ma il pio costume delle riunioni
liturgiche negli ipogei continuò ancora.
E
così Prudenzio, che alla fine del quarto
secolo visitò i cimiteri romani, descrivendo
la cripta di S. Ippolito sulla via Tiburtina
ci indica l'altare donde dispensavasi il Sacramento
ai fedeli. Illa
sacramenti donatrix mensa eademque
Custos fida sui martyris apposita
Servat ad aeterni spem iudicis ossa sepulcri.
Pascit idem sanctis tybricolas dapibus.
Il poeta accenna in quel carme alle turbe
numerose di visitatori che si affollavano
nei sotterranei ambulacri; e di tanta pietà
ci restano a testimonio i nomi stessi dei
fervorosi devoti, che, discesi in quelle cripte,
graffivano qua e là sull'intonaco delle
pareti acclamazioni e preghiere. Ai
devoti pellegrinaggi succedettero i giorni
di abbandono per le catacombe, allorquando
le spoglie gloriose degli eroi della fede
vennero tolte da quei sotterranei e trasferite
nelle grandi basiliche dell'eterna città;
e per più di dieci secoli cessò
ogni adunanza liturgica nelle cripte venerande
crollate sotto le rovine. Ma
era riservata ai giorni nostri la gloria e
la gioia di restituire allo studio e alla
pietà gli obliati avelli di tanti martiri
e di rinnovare l'oblazione eucaristica e la
comunione dei fedeli fra quelle pareti che
videro le adunanze dei primi secoli. Il
ricordo dell'Eucaristia e dell'ardente brama
che i fedeli avevano di quel mistico cibo
apparisce per ogni dove nei venerandi santuari
delle catacombe e ci accompagna sotto le varie
forme ed allegorie dai tempi apostolici fino
all'abbandono di quei sacri luoghi. E la schiera
nobilissima di quei monumenti ed il significato
loro in rapporto alla vita futura ed alla
celeste beatitudine ci mostra sempre più
chiaramente che il dogma eucaristico è
giunto dai tempi apostolici fino a noi intemerato,
e che per gli antichi fedeli l'Eucaristia
non era già uno sterile ricordo della
cena, come pretendono i protestanti, ma era
veramente il centro del culto, l'anima della
vita cristiana, il sole splendidissimo della
Chiesa. Della
liturgia eucaristica primitiva si svolse poi
quella più complicata che dicesi la
Messa, la quale conservando sempre
la parte sostanziale stabilita fino dai tempi
apostolici prese nuove forme a secondo dei
diversi tempi e dei luoghi diversi con le
belissime varietà dei riti orientali
ed occidentali. Ma in tanta varietà
il pensiero in quei riti è uno solo;
ed essi ci attestano che anche le chiese separate,
prima della loro separazione da Roma, avevano
la stessa fede nel dogma della Eucaristia
ed in quello della comunione dei Santi. E
perciò quelle antichissime liturgie,
le quali si accordano tutte in modo mirabile,
sono la più splendida confutazione
del protestantesimo che le mutilò in
mille modi e le deformò nelle innumerevoli
chiesuole nelle quali si suddivise e ne travisò
intieramente il significato primitivo.
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