Il
termine «sacramentum» esprimeva
il giuramento prestato dalle reclute al loro
ingresso in servizio; indicava pertanto l'impegno
che esse assumevano verso la divinità.
Ispirandosi
alla «militia Christi», analogia
spesso adoperata da san Paolo, Tertulliano
applicò per primo il termine «sacramentum»
al battesimo, che egli giustamente considera
come il giuramento per eccellenza, un impegno,
una consacrazione fino al sacrificio di sé.
Egli apre in tal modo la via all'adattazione
ulteriore del termine, al concetto d'iniziazione
cristiana, all'oggetto stesso della promessa
battesimale (la fede) e alla sinonimia tra
«sacramentum» e «signaculum».
Al
pari dell'iniziazione pagana, quella cristiana
riveste un carattere, un aspetto simbolico
e un'efficacia purificatrice.
Così
da san Cipriano in poi sono acquisiti i diversi
significati del termine «sacramento»:
l'idea di segno e l'idea di santificazione,
un segno sacro, perché simboleggia
una realtà santa; un segno efficace
perché produce, esso stesso, la
santificazione dell'anima.
Il
sacramento, dunque, è un simbolo efficace
di santificazione.
I
protestanti, affermando di attenersi alla
Sacra Scrittura, rigettarono l'insegnamento
della Chiesa cattolica e, in particolare,
hanno rivoluzionato la nozione stessa di sacramento.
I nostri fratelli separati hanno ridotto i
sacramenti praticamente a quello che noi chiamiamo
un «sacramentale»: un atto esterno,
un segno sensibile, un simbolo, senza efficacia
intrinseca. Qualcosa di esterno capace di
suscitare in noi qualche buon sentimento,
qualche atto di fiducia nei meriti del Cristo;
questi meriti ci vengono applicati, coprendo,
non cancellando i nostri peccati.
Si
tratta, come vedete, di un punto fondamentale
della dottrina rivelata. Risaliamo pure alle
fonti; studiamo i sacramenti alla loro origine,
per rilevare come l'insegnamento perenne della
Chiesa cattolica risponda effettivamente ai
dati trasmessici dagli apostoli e dagli altri
autori ispirati.
Risaliamo
all'insegnamento, ai comandi dello stesso
Redentore, all'insegnamento e alla prassi
dei primi apostoli, di san Paolo, alla vita
della Chiesa primitiva.
Ebbene,
nel Nuovo Testamento, noi risentiamo con chiarezza,
il duplice aspetto costitutivo del sacramento:
un segno sensibile e intrinsecamente efficace,
veramente santificatore.
Quel
che ci interessa rilevare è il secondo
aspetto, davvero essenziale: un segno che
effettivamente dona la grazia, che opera per
se stesso.
Possiamo
facilmente renderci conto della divergenza
al riguardo tra noi e i nostri fratelli separati,
se consideriamo il battesimo dei bimbi. Se
questo rito esterno, da sé, intrinsecamente,
applica i meriti della redenzione, da sé,
intrinsecamente, ci rinnova, ci fa rinascere
spiritualmente, donandoci questa partecipazione
della stessa vita divina, che è la
vita soprannaturale della grazia, allora,
è evidente, è logico che il
sacramento del battesimo sia conferito ai
bambini, incapaci di sentimenti personali.
Se, invece, nulla conferisce direttamente
e da sé, ma rimane qualcosa di semplicemente
esterno che dovrebbe soltanto suscitare dei
buoni sentimenti, favorevoli disposizioni,
allora è affatto inutile concederlo
ai bambini.
Fortunatamente,
come vedremo più giù, tra gli
stessi protestanti, questo caso del battesimo
dei bimbi o - come dal greco essi amano dire
- del pedobattesimo, ha suscitato recentemente
una vivace discussione; essa ha condotto a
un riesame dei testi biblici, e ha fatto concludere
alla necessità di rivedere la
stessa definizione di sacramento, messa su
polemicamente ed astrattamente dalla riforma
protestantica.
E'
un fatto molto significativo e, dopo secoli,
sostanzialmente si ritorna alle posizioni
cattoliche così leggermente rigettate.
In
realtà, si resta davvero perplessi,
meravigliati, quando si scorrono le pagine
del Nuovo Testamento; le parole di Gesù,
l'insegnamento degli apostoli, la prassi della
Chiesa primitiva, esprimono con chiarezza
la natura, l'efficacia dei riti che noi chiamiamo
«sacramenti». Per due di essi,
in particolare, c'è una vera messe
di testi; basterebbe fermarsi al battesimo
e all'Eucaristia; e, dalla chiarissima dottrina
che ne risulta, trarre le dovute conseguenze,
anche per gli altri.
I
sacramenti nel Nuovo Testamento
L'essenza
e lo scopo della risurrezione sono spesso
espressi da Gesù medesimo e dagli apostoli:
«Io sono venuto perché gli uomini
abbiano la vita, e l'abbiano in maniera sovrabbondante»
(Gv. 10, 10). «In principio era il Verbo
… In lui era la vita e la vita era la luce
degli uomini … A quanti lo accolsero egli
diede il potere di divenire figli di Dio…
Ad essi che nascono da Dio» (Gv. 1,
1-14). «lo sono la vite, voi i tralci»
(Gv. 15, 5).
Questa
vita ci è comunicata mediante i sacramenti[1]
.
Il
battesimo, è la porta d'ingresso;
costituisce l'innesto al Cristo; ci fa rinascere;
rimette i peccati. E' l'inizio della vita
soprannaturale.
La
prima parola di Gesù, netta, chiarissima,
sul battesimo, sulla sua efficacia intima,
sulla sua assoluta necessità, la troviamo
nel colloquio con Nicodemo (Gv. 3, 1-15),
tenuto a Gerusalemme, in occasione della Pasqua,
all'inizio del suo ministero. Il regno di
Dio, che il Messia è venuto a fondare,
è un regno di natura spirituale;
il Messia non era il re, atteso dai giudei,
ai quali avrebbe donato un impero che avrebbe
preso il posto di quello romano, assoggettando
loro tutti gli uomini, ma un Messia tutto
inteso a salvare le anime, un Messia che per
essi immolerà se stesso, vittima di
espiazione sulla croce. Se si tratta di un
regno dello spirito pertanto, è necessario,
per parteciparvi, per potervi entrare, un
rinnovamento intimo delle disposizioni, della
mentalità, tale da adeguarci alla vita
nuova portata da Gesù. «Se uno
non rinasce per mezzo dello Spirito Santo
e dell'acqua, non può entrare nel regno
di Dio». E' richiesta una nuova nascita,
una nascita dall'alto (è la stessa
cosa), diversa da quella per cui siamo immessi
nella comunità degli uomini.
A
quest'ultima, comunità razziale, naturale,
c'immette una nascita di eguale natura: per
il regno soprannaturale, per ottenere la partecipazione
alla vita divina è necessaria una nascita
o rinascita di natura soprannaturale: opera
dello Spirito Santo e del rito esterno. Il
lavacro esterno opera tale rinascita, cancella
ogni peccato, c'incorpora al Cristo: il lavacro
esterno che opera insieme allo Spirito Santo.
Tale
azione interiore è espressa, con mirabile
energia, dal precursore Giovanni, il battezzatore,
quando distingue con chiarezza e precisa la
natura del suo rito, da quella del rito che
il Cristo istituirà e comanderà
alla sua Chiesa.
«Io
vi battezzo nell'acqua per prepararvi alla
penitenza; ma colui che viene dopo di me è
più potente di me; a lui io non sono
neppur degno di portare i calzari: egli (Gesù)
vi battezzerà nello Spirito Santo e
nel fuoco» (Mt. 3, 11; Lc. 3, 16).
La
purificazione interiore che solo può
essere realizzata dallo Spirito Santo, nel
battesimo istituito dal Cristo (vi battezzerà,
vi immergerà nell'acqua), è
paragonata alla purificazione che il fuoco
opera. il rito conferito da Giovanni dispone
soltanto alla penitenza; ad esso, egli
oppone il battesimo che Cristo ordinerà
di conferire, battesimo che purifica interiormente,
per la virtù divina datagli dal Redentore.
«Tutti
noi siamo stati battezzati in un unico spirito,
per formare un sol corpo» (1 Cor. 12,
13). «Voi siete infatti tutti figli
di Dio, per la fede nel Cristo Gesù.
Perché voi tutti che siete andati al
Cristo mediante il battesimo, avete rivestito
il Cristo. Non c'è più né
giudeo né gentile, non c'è più
né schiavo né libero… perché
voi tutti siete uno (una sola cosa) nel Cristo
Gesù» (Gal. 3, 26-28).
E
rileggiamo le pagine bellissime dello stesso
apostolo Paolo nella lettera ai Romani, circa
il simbolismo e l'intrinseca efficacia del
battesimo.
Per
dimostrare l'universalità e l'efficacia
della redenzione del Cristo, unica fonte di
vita, l'Apostolo istituisce il parallelismo
tra l'opera nefasta di Adamo peccatore, capo
e iniziatore dell'umanità decaduta
e l'opera del Cristo, antitipo, capo e causa
dell'umanità riscattata. Si contrappongono
due rapporti di solidarietà efficaci:
Adamo - tutti gli uomini; Cristo - tutti gli
uomini. La prima solidarietà stabilisce
il regno del peccato e della morte, la seconda
quello della grazia e della vita.
La
salvezza è offerta a tutti gli uomini,
mediante l'adesione volontaria al Cristo (cf.
Rom. 3, 21-31). Tale adesione è l'unica
condizione sufficiente e necessaria perché
ogni uomo, a qualsiasi razza appartenga, si
appropri dei benefici reali della redenzione,
partecipi di questo dono, elargitoci
così amorevolmente da Dio.
In
realtà (Rom. 5, 12-21), la redenzione
ha ricondotto l'umanità allo stato
di figli di Dio, liberandola dalla schiavitù
del peccato, abolendo l'impero della morte
(quale separazione da Dio). Peccato e morte
universali per la disobbedienza di Adamo:
grazia e vita, universali, a tutti offerte
e possibili, purché lo vogliamo, per
l'obbedienza redentrice del Cristo. Il peccato
e la morte fluivano dalla solidarietà
naturale (o di natura) di tutti gli uomini
con il loro capostipite; la grazia e la vita
sono effetto della volontaria solidarietà
nostra col nuovo capostipite della nuova umanità.
Solo
che l'efficacia della redenzione è
infinitamente superiore a quella del primo
peccato.
La
vita cristiana ha pertanto inizio ed unico
sostentamento nell'unione intima col Cristo
Gesù: «Io sono la vite e voi
i tralci». L'innesto al Cristo avviene
nel battesimo, mediante il battesimo (Rom.
6), imitazione della morte e della risurrezione
di Gesù, il quale è sempre causa
efficiente ed esemplare della nostra salvezza.
L'immersione
nell'acqua, simbolo della morte e della sepoltura
di Gesù, significa la morte dell'uomo
vecchio, sepolto sotto l'acqua; uscendo
dal bagno, emergendo dall'acqua, come il Cristo
dal sepolcro, il cristiano ha ricevuto nel
battesimo una vita nuova.
Come
il Cristo è morto ed è risorto,
così ogni uomo, per ricevere la vita,
deve morire e risorgere: morire al peccato,
alla mentalità del passato, mondana
e terrena; risorgere alla nuova vita soprannaturale
recataci da Gesù e sostanziata dalla
fede, dalla speranza e dalla carità.
L'immersione
nell'acqua rappresenta misticamente questa
morte; l'uscita da essa, compiuto il rito
battesimale, rappresenta l'inizio di questa
nuova vita, già conferita all'anima
dal sacramento ricevuto.
Il
cristiano battezzato si è consacrato
al Cristo. Deve quindi rendere perenne questa
pasqua, questo passaggio dalla morte alla
vita, come unica e perenne è la gloria
del Cristo. Innestati al Cristo, i battezzati
formano con lui un sol corpo, devono pertanto
essere membra sante; il peccato non deve mai
più regnare su di loro.
Ecco
il «sacramentum», l'impegno solennemente
giurato. Un impegno che dobbiamo curare, giorno
per giorno, per tutta la nostra vita. Nulla
vi è di decisivo in noi, di immutabile
finché viviamo: si può sempre
passare dal male al bene e, purtroppo, dalla
vita soprannaturale, d'intima adesione a Gesù
si può ritornare al peccato.
La
libertà è il nostro vanto, la
fonte del nostro merito, ma insieme il pericolo,
sempre latente e continuo, per la nostra fragilità.
Il
battesimo dunque è la porta di ingresso
e non si può passare se non per questo
lavacro di rigenerazione, come lo chiama san
Paolo nella lettera a Tito (3, 5 ss.). Prima
che apparisse il Cristo noi eravamo peccatori,
ignoranti specialmente nelle cose di religione,
brancolavamo nel buio. Ora, dopo che è
apparsa la benignità, l'umanità
di Gesù, abbiamo ricevuto la luce,
la vita. San Paolo identifica redenzione e
benevolenza di Dio verso di noi. Benevolenza
verso di noi, rinati per mezzo del lavacro
che opera la rigenerazione: una nuova nascita,
per cui il cristiano è definito, altrove,
dallo stesso apostolo: «Una nuova creazione»
(Gal. 6, 17). C'è tutto un mutamento
di idee, di mentalità; è il
lievito immesso dal Cristo, che tutto trasforma.
Si pensi al discorso del monte, con quei paradossi
che tanto colpiscono scrittori e pensatori.
E'
la nuova nascita necessaria per far parte
del regno di Dio (Gv. 3, 4-7); primo effetto
benefico e immediato della redenzione; a tutti
coloro che mediante la fede aderiscono al
Verbo, questi concede il grande dono di divenire
«figli di Dio» (Gv. 1, 12 ss.).
Dono che si riceve per mezzo del battesimo
(Gv. 3, 7; Tit. 3, 5 «Bagno di rigenerazione»).
Cristo
ne è la causa efficiente con la sua
morte e risurrezione (1 Pt. 1, 4) e insieme
causa esemplare, ché il battesimo per
immersione rappresenta appunto la morte e
la nuova vita del battezzato (Rom. 6, 4; Col.
2, 12 ss.). Questi diviene un «uomo
nuovo» (2 Cor. 5, 17; cf. Gal. 6, 17),
partecipe della natura divina (2 Pt. 1, 4).
Per
quaranta giorni, il Cristo dopo la risurrezione
si intrattenne visibilmente con gli apostoli,
parlando loro del «regno di Dio»
(Atti, 1, 3). Esplicitamente, san Leone Magno
(Sermo I in Ascens.),così
si esprime: «Magna in eis (in quei giorni)
confirmata sacramenta, magna revelata sunt
mysteria». Gesù diede agli apostoli
le istruzioni necessarie per la vita della
Chiesa; e, prima di tutto, diede le ultime
precisazioni sui mezzi da lui stabiliti per
comunicare la vita, scopo della redenzione:
«Io sono venuto perché gli uomini
abbiano la vita e l'abbiano in maniera sovrabbondante».
Siamo edotti esplicitamente per il battesimo,
per l'Eucaristia, per l'Ordine e per il sacramento
della Confessione o della penitenza.
Mt.
28, 19: «Mi è stato dato ogni
potere in cielo e in terra». Questo
potere trasmetto a voi, dice il Risorto agli
apostoli. «Andate, dunque, e rendete
a voi soggette tutte le genti, battezzandole
nel nome del Padre, e del Figlio e dello Spirito
Santo; insegnando loro ad osservare quanto
vi ho comandato. Ed io sarò con voi,
sempre, fino alla fine del tempo».
Mc.
16, 15 ss. «Andate per tutto il mondo,
predicate l'Evangelo ad ogni creatura. Chi
crederà e sarà battezzato sarà
salvo, chi non crederà sarà
condannato».
La
prassi della Chiesa primitiva risulta dagli
Atti e dagli altri scritti ispirati. I primi
cinquemila che aderiscono alle parole di Pietro
nel giorno stesso della Pentecoste (Atti,
2, 37 ss.), domandano: «Cosa dobbiamo
fare?». E san Pietro: «Fate penitenza,
convertitevi e ciascuno sia battezzato nel
nome di Gesù Cristo (espressione della
fede piena in Gesù), sí da ottenere
la remissione dei vostri peccati; e riceverete
così il dono celeste che è lo
Spirito Santo».
I
testi evangelici, il precedente e gli altri
testi degli Atti, parlano sempre di adulti.
Per questo è espressa la necessità
della preparazione degli animi mediante il
riesame della propria coscienza, e la necessità
dell'esplicita adesione al Cristo, dell'accettazione
integrale dell'Evangelo.
Il
battesimo è amministrato, sempre, anche
quando il Signore con qualche miracolo ha
testimoniato dell'adesione di un'anima al
cristianesimo: così nel caso del centurione
Cornelio (Atti, 10, 44-48), così per
Saulo, appena convertito (Atti, 9, 18).
L'interna
efficacia del battesimo è confermata,
infine, dal suo conferimento ai neonati. Negli
Atti si parla di intere famiglie battezzate
(16, 16.33; 18, 8; cf. ancora 1 Cor. 1, 16);
se si considerano gli usi del tempo, il vivo
concetto di solidarietà allora vigente,
l'ammissione dei bimbi ai misteri pagani insieme
ai loro genitori, l'analogia con la circoncisione,
si può asserire con certezza che nelle
espressioni degli Atti: «con tutta la
loro famiglia», «con tutta la
loro casa», sono compresi i bimbi. A
partire da sant'Ireneo (Adv. Haeres. Il,
22, 4), inoltre, il battesimo dei bimbi
è attestato esplicitamente come prassi
abituale nella Chiesa primitiva[2]
.
Ancor
più chiari, se possibile, sono i testi
riguardanti l'istituzione e la natura della
SS. Eucaristia. Effettivamente, le
parole pronunziate dal ministro producono
quello che significano, rendono presenti il
corpo e il sangue del Cristo, rendono presente
Cristo Signore sotto le specie del pane, sotto
le specie del vino.
L'Eucaristia
fu istituita da Cristo come sostituzione della
Pasqua giudaica (1 Cor. 5, 7: «Cristo,
la nostra vittima pasquale, è stato
immolato»), per permettere a tutti i
fedeli la partecipazione al sacrificio della
croce, col mangiare le carni della Vittima
immolata.
I
testi sono al riguardo molto espressivi. In
ordine di tempo, dopo l'Evangelo di Mt. 26,
26-29, son da porre le pagine chiarissime
di san Paolo (1 Cor. 11, 17-34; 10,4. 15-22);
quindi Mc. 14, 17-25; Lc. 22, 14-20 – paralleli
a Mt. -; e, per la prassi della Chiesa primitiva,
oltre la 1 Cor., Atti, 2, 42. 46; 16, 3 )4;
20. 7-11. Infine, Gv. 6, 51-65.
Il
Cristo sanciva la nuova alleanza col sacrificio
della croce; i fedeli diventano anch'essi
contraenti, offerenti col Cristo del grande
e unico sacrificio, condividono diritti e
doveri di tale alleanza, mangiando le carni
della Vittima immolata. Le parole del Cristo:
«Chi non mangia le mie carni non avrà
la vita» (Gv. 6, 53) ritengono pertanto
intero il loro pieno significato. Gesù,
particolarmente, nel suo discorso di Cafarnao
(Gv. 6, 51-65), ha parlato della SS. Eucaristia
come la cena sacrificale - del sacrificio
del Golgota; la cena che gli offerenti consumavano
nel tempio subito dopo l'immolazione a Dio
della vittima da loro presentata[3]
.
La
presenza reale del Cristo, sotto le due specie,
risalta nettamente dal carattere stesso del
rito (natura e scopo), ed è richiesta
perentoriamente dalla equazione affermata
da Gesù: «Questo è il
mio corpo»; «Questo è il
mio sangue». Il precetto: «Fate
questo in memoria di me», rileva che
si tratta di un'istituzione da perpetuarsi
fino alla fine del tempo «finché
il Signore non ritornerà», come
si esprime san Paolo (1 Cor. 11, 26); fino
a che durerà la fase terrestre del
regno di Dio.
«"Questo
calice - scrive san Paolo (ib.) - è
il nuovo patto nel mio sangue; ogni qualvolta
ne berrete, fatelo in memoria di me". Poiché
tutte le volte che mangiate questo pane e
bevete di questo calice, voi annunziate la
morte del Signore, finché egli venga.
Cosicché chiunque mangerà il
pane o berrà del calice del Signore
indegnamente, sarà colpevole (del)
verso il corpo e il sangue del Signore».
Se
il corpo e il sangue del Cristo non fossero
presenti, come verrebbero profanati da chi
se ne ciba indegnamente?
E
l'Apostolo insiste: «Costui mangia la
propria condanna, perché non tratta
come si conviene il corpo del Signore»
(v. 29).
Nel
c. 10 della stessa lettera, san Paolo illustra
chiaramente la natura di cena sacrificale.
Come la cena consumata dai sacrificatori,
mangiando parte delle carni già immolate
alla divinità, era atto essenziale
del sacrificio, ché il mangiarle era
per loro unirsi in qualche modo allo stesso
Dio, così nella Eucaristia si mangiano
le carni della Vittima divina immolatasi sulla
croce, e rese presenti con le parole della
consacrazione, richiamando e misticamente
riproducendo l'unico ed eterno sacrificio[4]
.
L'Eucaristia
pertanto (1 Cor. 10, 17) è la sorgente
dell'unità, la linfa del corpo mistico:
«Noi siamo un sol corpo, perché
ci cibiamo di un sol pane», evidentemente
il corpo di Cristo, unico ed uno per tutti
i fedeli.
L'Eucaristia,
infatti, termina e completa la nostra incorporazione
al Cristo, - cf. quanto scrive san Giovanni
Crisostomo, in Joannem, hom. 46, 2-3.
«Nella
figura del pane ti è dato il corpo
e nella figura del vino ti è dato il
sangue, affinché tu divenga, partecipando
al corpo e al sangue del Cristo, concorporeo
e consanguineo al Cristo. Così, noi
diveniamo cristofori distribuendosi nelle
nostre membra il corpo del Cristo e il suo
sangue. Così, secondo il beato Pietro,
noi diveniamo partecipi della natura divina»
- scrive san Cirillo di Gerusalemme (Catech.
mystag. IV, 3).
E
sant'Agostino: «Questo pane che vedete
sull'altare, santificato dalla parola di Dio,
è il corpo del Cristo. Questo calice,
o piuttosto quanto il calice contiene, santificato
dalla parola di Dio, è il sangue di
Cristo… se voi l'avete ben ricevuto, voi siete
ciò che avete ricevuto. Perché
l'Apostolo dice: "Un sol pane, un sol corpo,
benché siamo numerosi"» (Sermo
227).
Nel
tract. 26, 13 in Joannem: «i
fedeli conoscono il corpo di Cristo, se non
dimenticano di essere il corpo del Cristo…
O sacramento di pietà! O segno di unità!
O legame di amore! Colui che vuol vivere,
ha il mezzo di vivere, la fonte della vita.
Che egli venga, che creda, che sia incorporato,
per essere vivificato!».
Sacramento
della confermazione o cresima. Abbiamo
visto come mediante il battesimo siamo innestati
al Cristo; la solidarietà con lui è
una solidarietà volontaria. La volontà
che ha aderito a Cristo, deve praticarne l'insegnamento.
Deve perseverare nella adesione iniziale.
Il battesimo, che ci comunica la vita soprannaturale,
non elimina le tendenze della nostra natura
che inclina così spesso al disordine
morale, all'ingiustizia, al peccato.
Se
dovessimo andare dietro alle spinte dei sensi,
violeremmo spesso la legge di Dio.
La
confermazione «ciarma
contro i ritorni offensivi dell'Adamo ribelle
e peccatore», ci aiuta, ci dona i mezzi
«per la conservazione, la difesa, il
libero rigoglio della vita attinta all'Eucaristia».
È
lo Spirito Santo che viene in noi con i suoi
doni (Is. 11, 2): spirito di sapienza e d'intelletto,
spirito di consiglio e di fortezza, spirito
di scienza e di timore di Dio[5]
.
Sono
tre binomi. Il primo è in ordine alla
vita intellettiva. Il dono «della sapienza»
è conoscere le cose secondo il criterio
divino, secondo la loro connessione col fine
ultimo; valutare ciascuna alla luce della
dottrina evangelica. L'intelligenza è
la facoltà di ben discernere e di giudicare
rettamente. E' sapere operare la cernita tra
ciò che è bene e ciò
che è male.
Il
secondo binomio si riferisce alla vita pratica
o all'azione. Il «consiglio»,
frutto dei due doni precedenti, è la
facoltà di scegliere i mezzi adatti
a raggiungere il nostro fine soprannaturale,
a superare le varie difficoltà che
ad esso si oppongono. La «fortezza»
è il dono soprannaturale o abito per
cui l'animo, con coraggio e perseveranza,
alacremente attua i propositi, adopera i mezzi
prescelti col dono precedente.
Infine,
il terzo binomio è in ordine alle nostre
dirette relazioni con Dio. La «scienza»
è la vera conoscenza di Dio; «conoscere
Dio» non è solo riconoscerlo
per quello che è, e sapere ciò
che egli comanda, ma anche conformare la propria
vita alle esigenze di Dio giusto e santo (Cf.
Os. 4, 1; 5, 4; Ger. 8, 7). Il «timor
di Dio» è la riverenza, l'ossequio,
l'obbedienza, l'amore verso Dio (Prov. 1,
7). E' un'espressione che abbraccia la pietà
e la virtù di religione, cioè
il sentimento intimo e gli atti del culto
esterno. La pietà dispone a venerare
con affetto Iddio qual nostro padre; il timore
a fuggire il male per la riverenza dovuta
al Signore.
Troviamo
attestato il conferimento di tale sacramento
negli Atti, 8, 14-25. Il diacono Filippo evangelizza,
converte la Samaria al cristianesimo, battezza
(8, 4-13). Pietro e Giovanni allora da Gerusalemme
si portano a Samaria: «impongono le
mani sui battezzati e questi ricevono lo Spirito
Santo» (v. 15-17), dopo aver pregato
per essi.
Sacramento
dunque distinto dal battesimo e conferito
dagli apostoli: segno sensibile, l'imposizione
delle mani, che simboleggia la discesa dello
Spirito santo nelle anime; che realizza immediatamente
quanto esprime: «imponevano loro le
mani e ricevevano lo Spirito Santo»,
come confermano i segni esterni, anche miracolosi,
che accompagnavano il resto (Cf. Gal. 3, 13).
Altro esempio negli stessi Atti, 19, 1-6.
Per
il sacramento della confessione, che
permette al peccatore il ritorno all'amicizia
con Dio, il reinserirsi nella vita della grazia,
mi limito alle parole dell'istituzione, del
mandato lasciato dal Cristo risorto agli apostoli:
«Pace a voi! Come il Padre ha mandato
me, anch'io mando voi» (Gesù
era il plenipotenziario del Padre: Gv. 5,
19-31; egli ora che sale al cielo, stabilisce
suoi plenipotenziari gli apostoli). Vi comunico
il mio potere. «E detto questo, soffiò
su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo.
A chi rimettete i peccati, saranno rimessi;
a chi li riterrete, saranno ritirati»
(Gv. 20, 19-23).
Gesù
conferisce agli apostoli il potere di dare
una sentenza; devono giudicare se assolvere
o negare l'assoluzione, naturalmente dopo
aver ascoltato il penitente e avere valutato
le disposizioni.
Abbiamo
visto, per il battesimo e l'Eucaristia, la
espressa volontà del Cristo di istituire
riti perenni, per i suoi fedeli, fino alla
fine della fase terrestre del regno di Dio.
«Sarò
con voi - dice agli apostoli - fino alla fine
del tempo» (Mt. 28, 20), esplicitamente
affermando la perennità dei capi preposti
alla sua Chiesa, amministratori dei sacramenti,
dispensatori dei misteri di Dio (1 Cor. 4,
1).
Per
essi, a tale scopo, egli istituì il
sacramento dell'ordine. La loro missione
è espressa fin dalla chiamata definitiva
ai primi apostoli: «Venite dietro a
me e vi farò pescatori di uomini»
(Mt. 4, 19; Cf. Mc. 1, 16-20). La elezione
degli apostoli è preceduta dalla
preghiera del Cristo: «Dopo aver pregato,
chiamò i suoi discepoli, e scelse dodici
tra essi, che chiamò apostoli»
(Lc. 6, 13; Cf. Mt. 10, 2-4).
Li
istruì a parte, (Mt. 13, 10; Lc. 8,
10); li mandò in missione, con particolari
raccomandazioni (Mt. 10). E chiaramente, nel
discorso d'addio, dopo la cena: «Non
voi avete scelto me, ma io elessi voi, e vi
ho costituiti allo scopo che andiate e portiate
molto frutto e il vostro frutto permanga»
(Gv. 15, 16).
Gesù
istituì questo sacramento, nella stessa
cena, quando diede agli apostoli il potere
e il comando di celebrare la SS. Eucaristia:
«Fate questo in memoria di me»
(Lc. 22, 19); Cf. Gv. 20, 22: il potere di
rimettere i peccati; Mt. 16, 13-20; Gv. 21,
15-17: il primato di Pietro, e dei suoi successori,
ai quali affidò il regime supremo della
Chiesa[6]
.
Segno
sensibile: l'imposizione delle mani, simbolo
della comunicazione dei poteri soprannaturali
conferiti dal Cristo: Atti, 6, 6; 13, 3; 14,
22. È così che Paolo ha consacrato
vescovo (lo si desume dai poteri esercitati
ad Efeso) il suo prediletto Timoteo: 2 Tim.
1, 6 ss.; Cf. 1 Tim. 4, 14; è così
che Paolo costituisce la gerarchia nelle singole
chiese: Atti, 14, 22; «i presbiteri»
il cui compito, dice lo stesso Apostolo, è
di «reggere la Chiesa di Dio»;
compito affidato loro dallo Spirito Santo
(Atti, 20, 28).
L'imposizione
delle mani da parte degli apostoli e lo Spirito
Santo, sono le due cause che agiscono nell'ordine,
come lo Spirito Santo e l'acqua nel battesimo.
Per
gli ultimi sacramenti, matrimonio ed estrema
unzione abbiamo nel Nuovo Testamento due
accenni diretti. Si tratta di accenni occasionali,
che ricevono luce e determinazione dall'insegnamento
infallibile della Chiesa[7]
.
Per
il matrimonio, Ef. 5, 22-23. Dopo aver citato
Gen. 2, 23 ss. circa l'unione dei due sposi,
e pertanto l'amore scambievole che da essa
deriva, san Paolo aggiunge: «Grande
è questo mistero (in latino, nella
Volgata, troviamo «sacramentum»,
ma col significato di verità densa
di significato e nascosta), cioè in
rapporto al Cristo e alla Chiesa».
L'unione
dell'uomo e della donna, enunziata nella Genesi
«e così saranno i due una sola
carne», e che Dio ha voluto, è
un mistero importante e sublime, perché,
oltre al significato immediato del dono e
dell'accettazione mutui dei due sposi, figura
l'unione del Cristo e della Chiesa. Ecco il
profondo significato (mistero) che va riconosciuto
alle parole della Genesi. Questo rapporto
esiste già nel matrimonio, semplice
contratto naturale, come istituito da Dio;
ma esso è pieno, adeguato soltanto
nel matrimonio sacramento, per gli effetti
della grazia che produce, come è ferace
di ogni bene soprannaturale l'unione del Cristo
con la sua Chiesa.
Il
divin Redentore, che ha onorato con la sua
presenza il matrimonio alle nozze di Cana
(Gv. 2, 1-11), che ne ha solennemente sancito
l'unità e la indissolubilità
(Mt. 5, 31 ss.; 19, 3-2): «Quel che
Dio ha congiunto l'uomo non separi»;
«Chiunque licenzia la propria donna,
eccetto il caso di concubinato[8]
, la espone ad adulterio, e chi
sposa la ripudiata, commette adulterio»;
(Me. 10, 10 ss.; Le. 16, 18; 1 Cor. 7, 10
ss.; Rom. 7, 2 ss.), lo ha elevato a sacramento,
connettendo al contratto naturale tra i battezzati
il conferimento della grazia. La Chiesa rende
esplicito l'insegnamento implicitamente contenuto
negli Evangeli (Mt. 19, 3-12; Gv. 2, 1-11)
e particolarmente in 1 Cor. 7 e in Ef. 5,
28-31.
Per
l'estrema unzione: lettera di Giacomo
(5, 14 ss.). «Si ammala qualcuno in
mezzo a voi, chiami i presbiteri; essi preghino,
lo ungano nel nome del Signore, e se ha dei
peccati, gli saranno rimessi». Rito
esterno, l'unzione che lenisce i dolori; conferimento
della grazia, che, sola, può rimettere
i peccati, per distruggere qualsiasi ostacolo
alla intima unione col Cristo.
Così
dal nostro affacciarci all'esistenza, fino
al momento del nostro passaggio dal tempo
all'eternità, il Cristo Gesù
ci offre, nella sua Chiesa, i mezzi adeguati
per appropriarci dei beni che egli ci ha acquisiti
mediante la redenzione, nella sua passione,
morte e risurrezione.
Sí,
tutto è pronto: «Il regno di
Dio è simile ad una mensa riccamente
imbandita», basta sedersi; basta accogliere
l'invito ripetutamente, continuamente rivolto
a tutti, a ciascuno di noi: «Venite
alle nozze».
La
nostra solidarietà volontaria al Cristo,
la nostra incorporazione a lui, è la
nostra salvezza, è la nostra santificazione.
Essa ha inizio col battesimo, che ci rende
tralci dell'unica, vera vite; è completa
e si perfeziona con la nostra partecipazione
alla cena sacrificale, mangiando le carni
del Cristo. I doni dello Spirito Santo, la
sua azione santificatrice, mediante il sacramento
della confermazione, ci suggeriscono la strada
da seguire e ci comunicano l'energia per irrobustirci
nella lotta perenne contro le tendenze della
natura, e nella pratica della virtù.
Il
sacramento della penitenza ci permette di
bagnare e purificare nel sangue di Cristo
le colpe, le fragilità cui inevitabilmente
ogni uomo soccombe; è unico strumento
salutare di richiamo, di riflessione, alla
nostra deficienza, al riconoscimento della
nostra infinita miseria. nei confronti della
santità e della benevolenza divina.
Solidarietà
volontaria: è necessario rispondere
alla voce di Dio, seguire le ispirazioni dello
Spirito Santo, ascoltare l'invito di Gesù:
«Venite a me, voi tutti affaticati dal
lavoro ed oppressi da ogni sorta di miserie
ed io vi darò riposante quiete. Prendete
su di voi il mio giogo, entrate alla mia scuola,
ché io sono mansueto e umile di cuore;
e troverete la vostra pace, la vostra gioia;
perché il mio giogo è dolce,
il mio carico è leggero» (Mt.
11, 28-30).
«Ci
aiuti la tua grazia, o Dio onnipotente… E
se non possiamo vivere con quella innocenza
di vita che si dovrebbe, concedici almeno
di piangere debitamente le colpe che abbiamo
commesse, e di servirti più fervorosamente
da qui avanti in spirito d'umiltà e
nel proposito d'una buona volontà»
(Imitazione di Cristo IV, 11 n. 8).
Note
[1]
Tutti i sacramenti sono orientati
- come il battesimo e l'Eucaristia - verso
il bene e lo sviluppo del corpo mistico. Il
battesimo ci spoglia del vecchio Adamo… ci
incorpora al Cristo; la confermazione ci
arma contro i ritorni offensivi del vecchio
Adamo ribelle e peccatore; ci agguerrisce
per la conservazione, la difesa, il libero
rigoglio della vita attinta all'Eucaristia;
la penitenza ci permette di essere riconciliati,
di riparare le ferite…; l'estrema unzione
distrugge i resti del peccato, annienta ciò
che potrebbe essere di ostacolo all'immediata
fruizione di Dio…; l'ordine è
per l'Eucaristia e l'amministrazione degli
altri sacramenti; il matrimonio trae la sua
virtù santificante perché rappresenta
e simbolizza l'unione ineffabile ed efficace
del Cristo e della Chiesa, il cui legame è
l'Eucaristia.
[2]
È questa la conclusione
cui pervengono i moderni studiosi protestanti,
H. Gressmann, Th. Preiss, Pb. M. Menond, O.
Cullmann, A. Benoit: cf. la rivista dell'Università
protestantica di Strasburgo, Revue d'Histoire
et de Philosophie religieuses 28-28 (1948-49)
132-141; e l'esposizione in F. SPADAFORA,Temi
d'Esegesi, Rovigo 1953, p. 477-487: Il
battesimo dei bimbi; controversia tra i protestanti.
[3]
Per questo aspetto essenziale,
come per i testi sopra citati, cf. voce Eucaristia,
nel Dizionario Biblico (Ed. Studium,
Roma), Il ed., 1957, 226-230.
[4]
Per la prassi nella Chiesa primitiva,
in ordine alla celebrazione della SS. Eucaristia,
fin dall'inizio, cf. i testi degli Atti, illustrati
anche in uno studio recentissimo del protestante
Ph. M. Menond, nella Revue d'Histoire et
de Philosophie religieuses 33 (1853) 21-36.
[5]
Cf. I doni dello Spirito Santo
nel libro già citato, Temi di Esegesi,
p. 196 203.
[6]
Cf. F. SPADAFORA, I Pentecostali,
Il ed., Rovigo, 1950, p. 50-89. Al riguardo
c'è qualcosa di molto significativo
in recenti scritti di protestanti: O. CULLMANN,
Saint Pierre, Disciple-Apótre-Martyr,
Neuchátel, 1952. Recensione e critica,
cf. Revue Biblique 60 (1953) 565-579:
P. Benoit.
[7]
Ph. M. Menond, nello studio già
citato circa l'Eucaristia negli Atti degli
Apostoli (Revue d'Histoire et de Philosophie
religieuses 33 [1953] 21-36), rileva il
carattere occasionale degli scritti apostolici:
«San Paolo tratta della cena soltanto
scrivendo ai fedeli di Corinto, e ancora perché
la celebravano in modo cosi disordinato che
la sua vigilanza apostolica doveva intervenire.
Se quelli avessero preso degnamente «la
cena del Signore» e se, d'altra parte,
non fossero stati turbati dalla questione
degli idolotiti noi probabilmente non avremmo
alcuna istruzione dell'Apostolo sull'argomento»
(p. 21 ss.).
[8]
Così va tradotto l'inciso
«nisi fornicationis causa», porneia
equivale all'aramaico zenut = matrimonio
inesistente, concubinato; cf. Temi d'Esegesi,
già cit., p. 345-352.