tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Vediamo
prima di tutto le tracce del fatto storico
della Resurrezione:
1.o negli apocrifi del Nuovo
Testamento; 2.o negli scritti ufficiali
della Chiesa; 3.o nei testi patristici
più antichi; 4.o nella liturgia primitiva.
Esporremo e confuteremo poi i recenti attacchi
contro la realtà della resurrezione
del Divin Salvatore.
CAPITOLO
I. - GLI APOCRIFI
Il
Vangelo secondo gli Ebrei. - Tra
il 65 e la fine del primo secolo un autore
sconosciuto scrisse in aramaico un libro,
che venne poi chiamato ali Vangelo secondo
gli Ebrei". L'opera è andata perduta
e ne conosciamo soltanto pochi passi, citati
dai Padri della Chiesa.
San
Gerolamo (De viris illustribus,
2 e 16) ne riporta due frammenti relativi
alla resurrezione di Gesù, te Ora il
Signore, dopo aver dato il lenzuolo al servo
del [sommo] sacerdote, venne a casa di Giacomo
e gli apparve, perché Giacomo aveva
giurato che non avrebbe mangiato pane dal
momento in cui aveva bevuto il calice del
Signore, finché non lo avesse veduto
risorto dai morti ".
E
poco dopo: " Avvicinate, dice il Signore,
un tavolo con del pane ". E subito :
" Egli prese il pane, lo benedisse, lo
spezzò e lo diede a Giacomo, il Giusto,
dicendogli: Fratello mio, mangia il tuo pane,
perché il Figlio dell'uomo è
risorto dai morti ".
Chi
scrisse queste righe era un cristiano, perché
chiama Gesù " il Signore ";
credeva alla resurrezione di Gesù e
intendeva raccontare l'uscita dalla tomba
e l'apparizione a Giacomo il Minore, primo
vescovo della comunità di Gerusalemme
e apostolo particolarmente caro ai cristiani
di lingua aramaica. Il dono del lenzuolo pare
messo per dimostrare che Giacomo fu il primo
apostolo favorito d'un'apparizione. Il che
pare un'invenzione, perché non si vede
come si potesse conoscere la continuità
dei due fatti. Il digiuno dell'apostolo pare
inverosimile e contraddice a tutti i dati
dei Vangeli canonici. Nessun apostolo attendeva
la resurrezione e stentarono a credervi perfino
davanti alle testimonianze e ai segni. Se
Giacomo avesse avuto simile certezza, la gioia
non gli avrebbe ispirato il digiuno. E perché
far risalire il digiuno alla Cena? Perché
obbligarsi sotto pena di giuramento?
È
notevole che per narrare fatti cosi semplici
l'autore prenda a prestito espressioni di
San Paolo (a il calice del Signore "),
o dagli evangelisti (benedisse, spezzò,
diede il pane). Li ha letti e da loro prende
il lenzuolo e il ricordo del servo del sommo
Sacerdote, la cui presenza al santo sepolcro
la notte di Pasqua è molto strana.
Il
secondo frammento è cosi redatto :
a Quanto a me, io l'ho veduto dopo la sua
resurrezione nella carne e credo che esiste;
e quando venne da Pietro e con colui che era
con Pietro [probabilmente Andrea], disse loro:
"Ecco, toccatemi, e rendetevi conto che
io non sono uno spirito incorporeo".
E subito lo toccarono e credettero ".
Il
testo era noto a Ignazio d'Antiochia, martirizzato
al principio del secondo secolo, e non è
facile coglierne la portata e l'origine. Si
basa sopra un'apparizione a Pietro e su argomenti
desunti dalla realtà del corpo risuscitato.
Il
Vangelo di Pietro. - È "
il più sobrio e il più antico
racconto apocrifo della passione e della resurrezione
" (P. Lagrange). Diamo qui il sommario
dei versetti 28-68, fatto da Leone Vaganay,
che raccontano la resurrezione. a I notabili
giudei si riuniscono in fretta. Hanno appreso
che il popolo mormora contro di loro, ricordando
i miracoli del Calvario. Colti dal timore,
vanno da Pilato a chiedergli di far custodire
la tomba di Cristo per tre giorni; il procuratore
esaudisce i loro desideri, ed essi si recano
allora al sepolcro con i soldati pagani. Tutti
insieme spingono una grande pietra per chiudere
l'ingresso; poi vi applicano sette sigilli
e nei pressi alzano una tenda.
L'indomani
la folla stessa viene a constatare che la
tomba è ben sigillata. I soldati, che
montano la guardia, vedono due angeli discendere
dal cielo e penetrare nella tomba, poiché
la pietra da sola s'era fatta da parte. Subito
s'affrettano a svegliare il centurione e i
notabili giudei. Nel frattempo tutto il corpo
di guardia vede uscire dal sepolcro, seguiti
dalla croce, tre uomini di dimensioni favolose;
sentono anche un'interrogazione celeste sulla
missione di Cristo nel regno dei morti e la
risposta affermativa della croce. Allora si
decide d'avvisare Pilato. Proprio in quel
momento scorgono di nuovo un angelo, che s'introduce
nel sepolcro.
Subito
dopo la resurrezione, le guardie vanno da
Pilato e testimoniano in favore della divinità
di Gesù. Il governatore romano non
resta indietro e fa la stessa professione
di fede, ricordando ai giudei che essi sono
i responsabili della morte di Cristo. Costoro
allora gli chiedono subito di chiudere la
bocca dei soldati, perché il popolo
sarebbe capace di lapidarli, se venisse a
conoscere il miracolo. Pilato esaudisce la
loro richiesta.
La
domenica, di buon mattino, Maria Maddalena,
trattenuta fino allora dalla paura dei giudei,
va al sepolcro insieme alle amiche. Malgrado
il timore, propongono di farvi i pianti, dovere
che non hanno potuto compiere il venerdì.
Si preoccupano anche della chiusura del sepolcro,
desiderose come sono di penetrare all'interno.
Infine, qualora non potessero compiere il
pio disegno, decidono di manifestare il proprio
dolore in altro modo. Arrivando trovano il
sepolcro aperto e ci vedono un angelo risplendente,
che s'informa dei loro progetti e annuncia
la resurrezione di Gesù. Spaventate,
prendono la fuga.
Dopo
la festa degli azzimi, i pellegrini lasciano
Gerusalemme e ritornano alle loro case. Così
fanno anche i dodici discepoli, sempre oppressi
dal peso del loro dolore. Simone e Andrea
ritornano al mare di Galilea e Levi è
con loro ".
CAPITOLO
II. - LE TESTIMONIANZE CANONICHE
Quando
si visita la prima volta l'abbazia di Saint-Michel
si stenta a trovare l'ordine dei monumenti;
dietro la guida si sale, si scende, si passa
da una sala all'altra, domandandosi come i
monaci potessero ritrovarsi in quel labirinto.
Con il tempo, aiutandosi con la pianta dei
vari piani, esaminando l'esterno e studiando
la storia delle costruzioni, ci s'accorge
che tutto si regge sulla rupe e si vorrebbe
fissare la propria dimora in mezzo a quelle
meraviglie, ammirati del genio e della tenace
attività di quegli artisti.
Eguali
impressioni proviamo leggendo i racconti della
resurrezione. Anche se qua e là affiora
la roccia, si teme che tutto crolli rumorosamente;
però ben presto, con una sensazione
molto oggettiva, ci accorgiamo che tutto riposa
sulla roccia granitica.
Le
obiezioni della critica razionalista.
- I critici razionalisti fanno un'ipotesi
senza fondamento e vi poggiano sopra tutto
quello che la lettura dei testi suggerisce
loro, poi constatano soddisfatti che nell'ipotesi
tutto crolla e concludono che l'ipotesi s'impone.
È un atteggiamento di spirito simile
a quello dell'architetto moderno, che pretendesse
che i grossi sostegni del monte Saint-Michel
non siano di granito dell'isola Chausey, ma
di sabbia, e che su tali basi non sia mai
stato possibile elevare sovrastrutture, e
che queste non siano mai esistite fuori della
fantasia d'alcuni cronisti, che volevano glorificare
l'Ordine benedettino.
Qual'è
l'ipotesi razionalista? Dopo la morte, e forse
anche dopo la condanna a morte di Gesù,
gli apostoli fuggirono disperati in Galilea,
per paura di subire la stessa morte del Maestro.
Però continuarono ad amarlo; il ricordo
di Lui li ossessionava. Allucinati, credettero
di vederlo qua e là; ne conclusero
che era ritornato in vita, o meglio, che conduceva
una vita gloriosa. L'idea divenne una convinzione
e, non potendola facilmente partecipare ad
altri, inventarono apparizioni che sarebbero
avvenute a Gerusalemme già l'indomani
del supplizio. Se l'ipotesi è vera,
abbiamo soltanto allucinazioni in Galilea
e odiose invenzioni; non ci sono vere cristofanie,
né resurrezione, il che soddisfa di
più lo spirito di questi signori. Dunque
l'ipotesi è vera.
Con
i nemici della nostra fede, supponiamo per
un istante che gli apostoli in Galilea abbiano
avuto qualche visione allucinatoria. Come
spiegare che il fenomeno li abbia colpiti
tutti? E, ritornati al buon senso, come avrebbero
potuto conservare la convinzione della resurrezione
di Gesù? Come poterono farla condividere
agli altri discepoli, che non avevano avuto
allucinazioni? Come fu possibile che nessun
discepolo arrestasse la leggenda mostrando
il cadavere del Maestro? Gli stessi apostoli
perché non cercarono di accertarsi
che il sacro corpo non era più nel
sepolcro?
È
invece vero che il sepolcro era vuoto fin
dal terzo giorno dopo la sepoltura. I testimoni
del fatto si chiamano: Maria di Magdala, Maria
di Giacomo, Salomé, Giovanni, Simon
Pietro, ai quali bisogna aggiungere altre
donne, un altro discepolo che Gesù
aveva particolarmente amato, e le guardie
(i soldati romani), messe su ordine dei sommi
sacerdoti
La
pietra sigillata fu ribaltata da un angelo,
che poi vi s'assise sopra; il suo aspetto
era quello d'una folgore e le sue vesti bianche
come la neve.
Veramente
il sepolcro non era vuoto del tutto; due uomini
riconobbero le bende per terra e il sudario
in un angolo a parte, indizio che il morto
non era stato involato. Se qualcuno, per esempio
l'ortolano, lo avesse portato via. lo avrebbe
preso tale e quale, avvolto com'era, tanto
più perché il cadavere era coperto
di piaghe.
Lungi
dal sognare di portar via il cadavere del
loro nemico, i sommi sacerdoti avevano apposto
i loro sigilli onde poter dimostrare a tutti
che " quell'impostore " non resuscitava.
Non temevano la resurrezione e non pensavano
d'opporvisi; ma temevano solo che i discepoli,
alla fine del terzo giorno, venissero a portarlo
via. Volevano impedire questo e dare al popolo
una prova dell'impostura almeno dei discepoli.
Rimasero fedeli a questa tattica, anche dopo
che ebbero
sentita imminente la propria disfatta; l'orgoglio,
l'indusse a sacrificare danaro, il che era
meno penoso che riconoscere il loro criminale
errore.
Il
testo di San Paolo e i Vangeli Canonici.
-
Si obietterà che noi qui ci serviamo
di documenti canonici, come se la loro autenticità
fosse dimostrata. È vero, ma l'autenticità
è dimostrata e molto solidamente. Abbiamo
cinque o sei documenti e senza reciproca dipendenza
letteraria discernibile, "che risalgono
al primo secolo. Ecco l'ordine cronologico
di queste composizioni:
Paolo,
I Cor., 15;
Matteo, Vangelo, 28;
Marco, Vangelo, 16, 1-8;
Luca, Vangelo, 24;
Finale di Marco, 16, 9-fine (forse dello stesso
Marco);
Giovanni, Vangelo, 20 e 21.
La Chiesa ha sempre riconosciuto la difficoltà
di accordare i testi suddetti, ma li ha sempre
ritenuti nel numero degli scritti apostolici
normativi. Tra i fatti più importanti
da conoscersi, la tradizione viva conteneva
la morte violenta di Gesù, la sua deposizione
nel sepolcro lo stesso giorno e la sua gloriosa
resurrezione il posdomani. Questi fatti sono
attestati da testimoni e da loro uditori;
alcuni particolari vennero messi per scritto
onde aiutare la catechesi o, come fece San
Paolo, per riassumerne le grandi linee. Nessuno
osò raccontare la resurrezione stessa,
perché essa non aveva avuto nessun
teste. Avevano visto morire Gesù, ma
non mentre riprendeva la sua vita; quindi
raccontarono i particolari della sua morte,
della deposizione nel sepolcro, ma non avevano
nulla da dire sulla resurrezione. E fecero
benissimo, poiché il fatto era irrecusabile:
c'erano prove più che sufficienti e
ne enumeravano volentieri alcune.
Dobbiamo
prendere questi testi in blocco e, senza trattarli
come unità omogenee, ritenere la loro
risultante, ricordando le componenti. Mi spiego.
Un'iscrizione è pienamente intelligibile
solo a chi ne conosce l'autore, l'intenzione,
la data, ecc. Cinque o sei iscrizioni, distinte
per origine e relative a uno stesso fatto,
s'illuminano fra di loro; quindi occorre fare
l'esegesi di ciascuna e poi di tutte insieme.
Ora i nostri testi hanno anch'essi la propria
individualità (espressioni, pensieri,
immagini, costruzioni, ecc), ma la realtà
storica sarà ben conosciuta solo quando
avremo fatto la sintesi di tutti i dati di
questi documenti. " S'è molto
esagerata la difficoltà di conciliarli;
nulla di più semplice, quando non ci
si arresta a minuzie indifferenti, e se si
tien conto della composizione di ciascun Vangelo
" (1).
Nessun
scrittore volle essere completo.
Vediamo
dunque Maria di Magdala uscire dalla casa
prima che finisca la notte tra il sabato e
la domenica accompagnata da donne che, ben
presto, la lasciano andare da sola al sepolcro
di Gesù, mentr'esse comperano aromi
e olio profumato. Quando arriva Maria il sepolcro
è aperto e le guardie sono scomparse.
Non ritrovando il corpo del Maestro, essa
immagina che lo abbiano involato e va di corsa
ad avvertire il capo dei Dodici. Le sue compagne
giungono al sepolcro, entrano e non vi trovano
il corpo; un angelo le informa del fatto meraviglioso
ed esse fuggono.
(1)
M. J. Lagrange, L'Evangelo di Gesù
Cristo, Brada 1941, p. 573.
Il
terrore e il timore di non essere credute,
impedisce dapprima di parlare, ma poi parleranno,
altrimenti Marco non avrebbe mai
saputo nulla del loro silenzio; parleranno
e ce lo dirà Luca; anche Marco lo avrà
certamente detto, se è vero che è
andata perduta la fine del suo libro.
Secondo
ogni probabilità, Pietro e Giovanni
vanno al sepolcro e, dopo un esame, concludono
che evidentemente il Signore è risorto.
Dopo la loro partenza Maria di Magdala vede
Gesù ritto fuori del sepolcro, lo sente
parlare e riceve da Lui un messaggio per gli
apostoli.
Le
guardie erano presenti quando venne ribaltata
la pietra. Cleofa e il compagno sentono e
vedono il divino Risorto; Pietro è
favorito da un'apparizione tutta per lui,
e cosi pure Giacomo, figlio d'Alfeo.
Non
è ancor finito il giorno e Gesù
ha già dato ai suoi apostoli, assente
uno solo, e ad altri discepoli, l'irrecusabile
prova della sua resurrezione gloriosa. Non
è difficile collocare nei quaranta
giorni successivi le varie manifestazioni
riportate nei testi canonici. Ciascuna aggiunge
un argomento di più.
Dal
punto di vista apologetico la più importante
pare quella avvenuta davanti a cinquecento
testi, e proverebbe ai discepoli che gli apostoli
non hanno inventato nulla. Dal punto di vista
dottrinale la più ricca sembra l'apparizione
accompagnata da una pesca miracolosa; ma questa
dovette convincere anche molte altre persone.
La rete intatta, malgrado i centocinquantatrè
pesci che tira a riva, tutto prova che gli
apostoli non erano stati vittime d'un'Illusione.
Le
circostanze dell'ascensione e la meravigliosa
conferma delle promesse di Gesù nel
giorno di Pentecoste, il meraviglioso mutamento
operatosi nell'anima degli apostoli e i progressi
prodigiosi della Chiesa ai suoi inizi, tutto
conferma che il Cristo non è più
nel sepolcro.
CAPITOLO
III. - IMMENSO INFLUSSO DELLA RESURREZIONE
SULLE PRIME GENERAZIONI CRISTIANE
§
1. - / testi patristici sulla resurrezione.
L'influsso
della resurrezione di Cristo sulle prime generazioni
cristiane è stato trattato dal P. de
Grandmaison in Jésus-Christ (t II,
p. 398-402 e 405-409). Tale influsso ci è
pure rivelato dagli scritti patristici, dei
quali crediamo opportuno dare alcuni testi,
dal primo al quinto secolo.
Clemente
di Roma, Lettera, XXIV,
1 (tra il 92 e il 101): Carissimi, osserviamo
come il Maestro ci presenta continuamente
la resurrezione futura, di cui ci ha dato
le primizie nel Signore nostro Gesù
Cristo, quando lo resuscitò dai morti.
Ignazio
d'Antiochìa (f 110) Lettera
ai Trattesi, DI, 2: [Gesù Cristo]...
è veramente stato resuscitato dai morti:
il Padre l'ha resuscitato e, un giorno, resusciterà
anche noi... Lettera agli Stnirnesi,
VII, 1 b: Essi nell'Eucaristia non vogliono
riconoscere la carne del nostro Salvatore
Gesù, quella carne che sofferse per
i nostri peccati, e che il Padre nella sua
bontà resuscitò, là.,
II, 1: Per noi e per la nostra salute egli
sopportò tutte le sue sofferenze; e
sofferse realmente, come realmente resuscitò
se stesso.
Idi,
III:
1. Per me io so e credo che Gesù Cristo
aveva un corpo anche dopo la sua resurrezione.
2. Quando s'avvicinò a Pietro e agli
altri suoi compagni
che cosa disse loro? " Toccatemi, palpatemi
e vedete che io non sono uno spirito senza
corpo ". Subito lo toccarono, e al contatto
intimo della sua carne e del suo spirito credettero:
di qui il loro disprezzo per la morte e la
loro vittoria su di essa. 8. Dopo la sua resurrezione
mangiò e bevette con i discepoli, come
un essere corporeo; benché spiritualmente
unito al Padre.
Policarpo
di Smirne (f verso il 155), Lettera
ai Filippesi, I, 2: Io sono felice di
vedere che la solida radice della vostra fede,
famosa fin dai primi tempi, sussiste ancor
oggi e continua a portare frutti in nostro
Signore Gesù Cristo, che volle abbassarsi
fino alla morte per i nostri peccati, s che
Dio ha resuscitato dopo averlo liberato dai
dolori degl'inferi".
San
Giustìno, Prima Apologia,
L, 12 (150-155): Infatti quando egli venne
crocifisso, tutti i suoi discepoli lo abbandonarono
e lo rinnegarono. Più tardi resuscitò
dai morti e, mostrandosi loro, insegnò
a leggere le profezie che annunciavano tutte
queste cose, e lo videro risalire al cielo.
Dialogo
con Trifone, CVIL 1 (verso
il 160): Doveva resuscitare il terzo giorno
dopo la crocifissione, poiché è
scritto nelle Memorie dei suoi [apostoli]
che quelli della vostra razza, che discutevano
con lui, gli dissero: " Mostraci un segno
", ed Egli rispose loro: "Razza
perversa e adultera; voi chiedete un segno,
e non vi sarà dato altro segno che
quello di Giona ". Da queste parole velate
gli uditori potevano comprendere che, dopo
la sua crocifissione, sarebbe risorto il terzo
giorno.
Origene,
Trattato contro Gelso, libro II:
Ma Gesù è stato crocifisso davanti
agli occhi di tutta la Giudea, e il suo corpo
è stato deposto dalla croce alla presenza
di tanti testimoni: come gli si può
attribuire una finzione simile a quella degli
eroi, che si dice siano discesi agl'inferi
e poi risaliti? Io non so se quello che si
dice della discesa degli antichi eroi agl'inferi
non offra un motivo per diminuire lo scandalo
che si prende dalla croce. Infatti supponiamo
che Gesù abbia finito la sua vita privatamente
senza convincere della sua morte tutta la
nazione dei giudei, e che poi sia veramente
resuscitato; ci sarebbe stato motivo per parlare
di Lui come si parla di questi eroi. Date
le altre cause per cui Gesù venne crocifisso,
è chiaro che Egli, morendo sulla croce
davanti a tutti, intese pure impedire che
si potesse dire che si è ritirato volontariamente
dal contatto e dalla frequenza con gli uomini,
e che aveva simulato di morire, sebbene non
fosse morto, riprendendo a suo tempo a farsi
vedere e poter fondare la credenza nella sua
resurrezione. D'altronde basta considerare
a quali pericoli s'esposero i discepoli, quando
cominciarono a diffondere la sua dottrina
nel mondo, nonostante che gli uomini fossero
poco disposti a riceverla, per essere indotti
ad ammettere che essi non l'avrebbero mai
predicato così risoluti, fermi e costanti,
se avessero inventato essi stessi la resurrezione
di Gesù, poiché non solo convinsero
gli altri a disprezzare la morte, ma s'esponevano
essi stessi per primi.
Del
resto il Giudeo di Celso è stranamente
cieco quando dice, quasi la resurrezione del
corpo sia impossibile: ci fu mai alcuno che,
essendo veramente morto, sia resuscitato con
lo stesso corpo? Un vero giudeo non parlerebbe
cosi e non dubiterebbe affatto di quanto è
scritto nel terzo e nel quarto libro dei Re
riguardo al fanciullo resuscitato da Elia
(3 Re, 17, 22) e a quello resuscitato
da Eliseo (4 Re, 4, 34). Io credo che Gesù
volle nascere e vivere nel paese dei giudei
anziché altrove, appunto perché
essi erano abituati alle cose straordinarie,
in modo che, facendo il confronto tra quello
che dicevano di credere con quanto vedevano
essi stessi, potessero riconoscere che non
c'era cosa, per quanto elevata, che non fosse
inferiore a Gesù, del quale e per il
quale ogni giorno si faceva qualcosa di molto
più grande di tutti i miracoli antichi.
…Noi
crediamo pure che Nostro Signore è
veramente resuscitato, come avevano predetto
i profeti ed Egli stesso; ma crediamo che
la resurrezione di Gesù fu molto più
strepitosa di quella degli altri, che vennero
resuscitati da semplici profeti, come Elia
ed Eliseo. Egli invece venne resuscitato non
mediante qualche profeta, ma dal Padre che
è nei cieli. Così la resurrezione
di Gesù ebbe conseguenze molto più
ammirabili delle altre.
Del
resto egli resuscitò in uno stato intermedio
tra la prima opacità del suo corpo
e la sottigliezza di quelli con cui si fanno
vedere le anime dopo essere state spogliate
di questa materia terrestre.
Sant'Agostino,
De agone christiano, e. XXIV: Noi
rigettiamo anche quelli i quali pretendono
che il corpo del Salvatore dopo la resurrezione
non fosse lo stesso che venne posto nel sepolcro.
Altrimenti dopo la resurrezione Egli non avrebbe
detto ai discepoli: " Toccate e guardate,
perché uno spirito non ha carne come
vedete che ho io ". Sarebbe sacrilego
credere che Nostro Signore, la verità
in persona, abbia potuto mentire. Non stupiamoci
che la Scrittura dica che apparve ai discepoli,
anche se a porte chiuse; " non tutto
è possibile a Dio? " In realtà
è cosa contraria alla natura del nostro
corpo camminare sulle acque; eppure prima
della passione Nostro Signore aveva camminato
sulle acque e aveva anche fatto camminare
San Pietro. Così dunque dopo la resurrezione
del suo corpo potè fare ciò
che voleva; e se prima della passione potè
dare al proprio corpo lo stato fulgido del
sole, perché dopo la passione non avrebbe
potuto rendere lo stesso corpo tanto diafano
e delicato da poter penetrare attraverso le
porte chiuse?...
Contra
Faustum manichaeum, e. XXIX: Anche i
pagani credono che Cristo è morto;
ma la fede nella sua resurrezione è
propria del cristiano... La fede in questa
resurrezione ci giustifica.
De
Trìnitate, lib. II, e XVII: Lo
stesso concetto.
De
Trinitate, lib. IV, e. VI: Secondo Il
racconto evangelico, nemmeno qui troviamo
tre giorni completi, perché il primo
e l'ultimo sono contati ciascuno come un giorno
intero, e tuttavia uno comincia solo verso
la sera e l'altro abbraccia soltanto qualche
ora del mattino. Solo il secondo giorno fu
completo e durò ventiquattr'ore, dodici
di notte e dodici di giorno... Infatti, tra
la sera del secondo giorno e il mattino di
quello che vide compiersi la resurrezione
del Salvatore, si metterà il terzo
giorno.
Lettera
CH: Chi muove tali questioni sappia bene
che Cristo dòpo la resurrezione mostrò
le cicatrici, non le ferite; e le fece vedere
ai discepoli che dubitavano, e anche per loro
volle mangiare e bere non una volta sola,
ma spesso, per paura che essi credessero che
il suo corpo fosse qualcosa di spirituale
e la sua apparizione un puro fantasma. Le
cicatrici sarebbero state faise
se non fossero state precedute dalle ferite;
né sarebbero rimaste se Cristo non
avesse voluto. La sua grazia provvidenziale
mirò a provare, a quelli che Egli edificava
in una fede reale, che il suo corpo resuscitato
era proprio quello che avevano veduto crocifisso.
De
Civitate Dei, lib. XIII, e. XXII: La fede
ci obbliga a credere che Gesù Cristo,
dopo la sua resurrezione mangiò realmente
con i discepoli, pur avendo una carne spirituale.
Perciò ai corpi spirituali sarà
tolto il bisogno, non già la possibilità
di mangiare e di bere; saranno spirituali
non perché cessino di essere corpi,
ma perché saranno animati da uno spirito
vivificante.
§
2. - Influsso del giorno della resurrezione
sulla liturgia.
Presto
la liturgia applicò al giorno della
settimana, in cui Nostro Signore era uscito
vittorioso dalla tomba, i privilegi del sabato.
Nella lingua cristiana questo giorno, la "
prima sabbati " prende un nuovo nome,
dies dominica, il giorno del Signore, la domenica.
La sostituzione di questo giorno al sabato
risale agli apostoli (cfr. At, 20, 27; i Cor.,.
16, 2; Ape, 1, 10) e la Didaché lo
chiama senz'altro il " giorno del Signore
" (Didaché, XIV, 1; Pseudo-Barnaba,
Ep. XV, 9; Sant'Ignazio, Magn., IX, 1; San
Giustino, I Apol, 67); la celebre lettera
di Plinio a Traiano (Ep. X, XCVH) allude a
una duplice riunione cristiana (verso il.
112) e nota che viene fatta " il giorno
del sole ", che è la domenica
cristiana.
C'è
chi vede nella istituzione della Domenica
la commemorazione settimanale della risurrezione
di Cristo, una specie di " Pasqua ebdomadaria
". Le fonti più antiche confermano
esattamente questo modo di vedere. Ad es.
San Ignazio parla dei fedeli " che vivono
secondo la domenica, nella quale anche la
nostra vita è (ri)sorta per mezzo di
lui (Cristo) e della sua morte " (Mangnes.,
IX, 1).
Inoltre
l'anniversario della resurrezione divenne
la festa principale e centrale d'ogni anno
liturgico. In Occidente si celebrava sempre
la domenica, mentre l'Oriente in parte s'attenne
ancora per qualche tempo al 14 nisan, in qualsiasi
giorno della settimana cadesse. Nella notte
precedente la festa, la Chiesa ha fissato
la solenne celebrazione del battesimo, per
far coincidere la rigenerazione spirituale
dei suoi figli con la gloriosa resurrezione
del suo Capo, rivolgendo ai neobattezzati
queste parole di San Paolo: "Se siete
resuscitati col Cristo, cercate le cose di
lassù, dove Cristo è assiso
alla destra del Padre " (Col, 3, 1).
Tra
le catechesi preparatorie al battesimo, quella
che spiega in particolare il simbolo segnala
sempre la resurrezione di Cristo. Talvolta
poi i catechisti dettagliavano le circostanze
del fatto, con qualche prova succinta, ma
il più spesso l'affermavano soltanto,
insistendo poi sulle conseguenze morali e
pratiche del mistero (1).
(1)
Cfr. Particolarmente San Grillo di Gerusalemme,
Catte., XIV, PG. t. XXXIII coli. 825-866.
CAPITOLO
IV. - DOTTRINE CONTRARIE ALLA RESURREZIONE.
LORO CONFUTAZIONE (1).
Tanto
per ricordarle, segnaliamo le ipotesi romanzesche
e strane, che Reuss consiglia giustamente
di lasciar perdere.
1.o
Quella di Samuele Reimarus (f 1768) nei celebri
a Frammenti " pubblicati da Lessing (2).
Il corpo di Gesù sarebbe stato rubato
dagli apostoli per ingannare e far credere
la resurrezione del loro Maestro; 2.o quella di Gottlob Paulus
(1761-1851), che immagina una sincope, seguita
dal risveglio di alcuni giorni e dalla morte
definitiva (3).
Queste
e altre finzioni quasi simili hanno fatto
il loro tempo. I critici più radicali,
P. W. Schmiedel e Arnold Meyer, le riconobbero
inani e, prima di essi, il loro maestro Davide
Federico Strauss. Tutte comportano insincerità
e frode, non solo ripugnanti in se stesse,
ma inverosimili.
Che
i sinedriti abbiano portato via il corpo,
come disse in mancanza di meglio, Alberto
Réville (4),
non spiega affatto il cambiamento che si deve
necessariamente constatare negli apostoli,
senza parlare del marchiano disaccordo dei
nemici di Gesù, in simile caso.
Evitando
questi vicoli ciechi, quasi tutti gli avversari
della resurrezione s'impegnano per altre vie.
Dopo
aver fatto il possibile onde frazionare e
restringere la base del fatto supposta dai
racconti, per spiegare il nocciolo, che per
le testimonianze di Paolo e la fede apostolica
non possono eliminare, ricorrono a due espedienti
principali:
a)
Visioni soggettive; b) le
credenze preesistenti, che avrebbero
agito infiltrandosi o ispirando la prima generazione
cristiana, al punto che un'impressione, prima
fuggevole e fluida, avrebbe preso corpo precisandosi
in affermazioni consistenti e sviluppandosi
infine in racconti adattati ai bisogni apologetici
della religione nascente.
L'accordo
si ferma qui; quando poi, lasciate le generalità,
si esamina la triplice tappa offerta dai critici
radicali: riduzione dei testi; il numero,
il tempo, il posto e la natura delle visioni;
designazione dei tratti, dei miti e delle
attese profetiche, che avrebbero reagito sulla
formazione della leggenda evangelica di Pasqua,
il grosso degli scrittori si sbriciola in
opinioni personali.
(1)
Secondo L. de Grandmaison, Jésus-Christ,
II voi., pp. 409-434 (molte espressioni sono
testuali).
(2)
Von dem Zwecke Jesu und seiner Junger,
ed. G.R. Lessing, Brunswik 1778.
(3)
Das Leben Jesu als Grundlage einer reinen
Gesehichte des Urchristentums, Heidelberg,
1928.
(4) Jésus
de Nazareth, Parigi, 1907,
§
1. - Riduzione dei testi.
I
mezzi usati dagli avversali.
-
Per svigorire un buon numero di testi, e quindi
di fatti, si ricorre a due mezzi di prova:
1.o il confronto delle apparizioni
ricordate da San Paolo con quelle dei Vangeli,
concludendo che parecchie
di queste dovrebbero venir cancellate dalla
storia; 2.o l'esistenza di due tradizioni
evangeliche o apostoliche, tra le quali bisognerebbe
scegliere.
I.
- Schmiedel (1891) nell'Hand-Commentar zur
N. T. suppone molto arbitrariamente che l'elenco
delle apparizioni trascritte nei frammenti
di catechesi di San Paolo (1 Cor., 15) sia
completa e squalifica tutto ciò che
non è qui.
Dobbiamo
rispondere che anzi è decisamente improbabile
che nella breve parentesi, destinata a dare
ai Corinti, riguardo al fatto della resurrezione,
dei garanti irreprensibili, ufficiali e possibilmente
accessibili, Paolo si appellasse alle apparizioni
a persone private, come le pie Donne o anche
i discepoli di Emmaus. Ogni testimonianza
assunta da lui aveva la sua ragion d'essere
e impressionava lo spirito dei suoi corrispondenti.
Infine mille esempi dicono non doversi spiegare
troppo in fretta, con l'ignoranza d'un autore,
il suo silenzio su questo o quell'episodio
cui allude.
II.
- Più speciosa è la divisione
operata nella materia evangelica. La meno
violenta distingue due correnti di tradizione,
che sarebbero il sustrato dei nostri
racconti:
a)
La più antica sarebbe rappresentata
dall'ingiunzione fatta ai discepoli di andare
in Galilea, dove avrebbero veduto il Maestro:
ultimi versetti in contestati di Marco e l'ultimo
capitolo di Matteo. La fine del Vangelo di
Pietro favorirebbe questa tradizione. Cristo
sarebbe dunque apparso ai discepoli solamente
in Galilea in un tempo impossibile a precisarsi,
ma poco dopo la morte.
b)
L'altra corrente, posteriore e più
ricca di particolari, sarebbe da cercare nel
terzo Vangelo, nel principio degli Atti, nel
capitolo ventesimo di Giovanni. Essa situerebbe
a Gerusalemme le apparizioni del Salvatore,
facendole cominciare la domenica mattina e
finire o la sera stessa, o dopo un tempo che
gli Atti valutano a quaranta giorni.
I
critici recenti propongono divisioni meno
artificiali. Maurizio Goguel crede di poter
distinguere nei nostri documenti due nozioni
della resurrezione. L'una, più spirituale,
" paragonabile a quella di Paolo, ammette
che il risorto non è più soggetto
alle condizioni ordinarie dell'esistenza umana
" : è una semplice glorificazione.
L'altra è quella della revivificazione.
Cristo risuscitato riprende la sua esistenza
terrena al punto in cui la morte l'ha interrotta.
Di queste due concezioni, già combinate
nei nostri racconti, ma che sarebbero "
inconciliabili tra di loro ", dev'essere
ritenuta la prima e più antica; quindi
quanto porta la traccia dell'altra sarebbe
secondario (5).
(5)
Cfr. La résurrectìon dans
le chrìstianisme primitif, in
Actes du Congrès international d'Histoire
des religions, 1923, Parigi 1925.
Elementi
per una risposta.
-
Per rispondere a queste ipotesi, tanto variabili
e arbitrarie, indicheremo soltanto le linee
generali della questione.
Non
è proibito ricercare e distinguere
le fonti, essendo certo che i nostri evangelisti
ne fecero uso, e Luca lo confessa apertamente;
ma distinguerle con esattezza comporta un
lavoro delicatissimo e rischioso. Premesso
questo, è pienamente lecito distinguere
e cercare di restituire congetturalmente le
tradizioni galilee e giudee, e tutto sta nel
sapere se esse sono complementari, o se l'una
escluda l'altra.
È
anche permesso, e forse è più
utile, cercare come gli apostoli concepissero
la natura dell'avvenimento pasquale.
Non
abbiamo il diritto d'escludere a priori le
nozioni di ascesa al cielo, come veniva immaginata
la sparizione di Enoch e di Elia, o i vari
modi di resurrezione descritti da Goguel.
Però i discepoli non erano affatto
dottrinari o teorici, ma testimoni che cercavano
d'esprimere " quello che i loro occhi
avevano veduto, le orecchie sentito, le mani
toccato del Verbo di Dio ", e quindi
nei loro ricordi non hanno sceverato le linee
in modo da ottenere un insieme logico e coerente
con una concezione antecedente.
Chi
appariva loro era Gesù, in uno stato
diverso, glorioso, celeste; era la stessa
persona glorificata in corpo e anima. Proprio
questo è l'oggetto del messaggio pasquale,
di cui le concezioni moderne non riescono
a intaccare la solidità, tanto che
perfino Goguel, difensore delle due concezioni
della resurrezione, che ritiene "inconciliabili
", deve lealmente riconoscere d'avere
contro tutti i documenti evangelici: "Non
c'è racconto canonico o estracanonico,
che alla concezione della revivificazione
non mescoli alcuni tratti della concezione
della glorificazione ". Egli veramente
aggiunge che " la concezione spiritualista
completamente pura è in Paolo e non
si mescola affatto ad elementi appartenenti
alla concezione della revivificazione ".
Però anche quest'ultima pretesa è
insostenibile, perché San Paolo cerca
di assimilare espressamente il suo insegnamento
a questo riguardo a quello ricevuto per tradizione
entrando nella Chiesa, e a quello che danno
attualmente tutti i suoi colleghi (I Cr.,
15, 11): " Sia dunque io, 0 siano loro,
questo è quel che noi predichiamo,
e questo è quel che voi avete creduto
".
Infatti
è inammissibile che se la predicazione
non paolina era tutta spiritualista, nessun
racconto canonico o estracanonico non l'abbia
conservata tale e quale. Questo perché
la predicazione non fu tutta spiritualista
nemmeno in S. Paolo. L'elemento della "
revivificazione " inteso come l'identità
personale del Resuscitato con Gesù
di Nazareth in possesso del suo corpo reale,
ancorché glorificato, è chiaramente
indicato nel concetto paolino della resurrezione.
Quando
poi l'Apostolo, nello stesso passo, spiega
il genere di resurrezione che attende i fedeli
per la virtù e il modello di Gesù,
nota con cura e con i termini più forti
l'identità personale dei resuscitati,
corpi e anime, con i vivi di quaggiù
(1 Cor., 15, 53). Contro il fatto dell'unità
fondamentale e certa delle due tradizioni,
che si vogliono incompatibili, vengono a spezzarsi
le analisi letterarie della scuola liberale,
sicché, per quanto risalgano indietro
il primo e il quarto Vangelo, vi troviamo
mescolate le due correnti, e questo perché
venivano riguardate come complementari. Se
interpretato come si deve, con l'aiuto degli
Atti, che rimandano formalmente ad esso, il
terzo Vangelo offre una cornice abbastanza
elaborata da potervi far entrare, senza violentarle,
le apparizioni della Galilea.
Col
secondo Vangelo, interrotto bruscamente prima
di raccontare qual-siasi apparizione, non
si può concludere nulla. La finale
presente unisce chiaramente le due tradizioni.
Dunque l'ipotesi delle versioni esclusive
non può farsi forte di nessuno dei
racconti esistenti.
Altro
indizio molto sfavorevole ai nostri avversari
è il fatto che essi si mettono nella
necessità di rigettare, prima di qualsiasi
ricerca, episodi attestati molto bene, come
la sepoltura di Gesù per opera di Giuseppe
d'Arimatea nella tomba trovata vuota la domenica
mattina. In realtà quasi tutti questi
critici preferiscono la versione galilea,
perché sostenuta dai testimoni più
antichi (Marco,
Matteo, Paolo) e quindi più verosimile
in se stessa e capace di offrire alla preparazione
psicologica delle apparizioni il tempo, la
lontananza e i mezzi necessari di suggestione.
In questo caso a Gerusalemme si può
conservare " nulla più che l'andata
delle donne al sepolcro, finita con una fuga
precipitosa ". Bisogna dunque trattare
come una leggenda la constatazione che la
tomba venne trovata vuota o, assieme a Kirsopp-Lake,
Arnold Meyer, P. W. Schmiedel, A. Loisy, dare
alla pura finzione una parte sempre più
grande. A. Loisy molto logicamente giunge
a non conservare uno solo dei tratti suddetti,
immaginando la ragione apologetica, che avrebbe
indotto a creare ogni fatto. Ma a chiunque
è evidente che l'arbitrarietà
spinta fino a questo punto straccia e strapazza
a capriccio i testi, ai quali lo storico,
che li vuole interpretare rettamente, deve
sottomettersi il più possibile.
Infine
la testimonianza di Paolo, che nessun critico
ponderato osa mettere in dubbio, e di cui
la maggior parte si serve come d'una norma,
favorisce il partito adottato dagli evangelisti.
La prima apparizione che san Paolo ricorda
è quella di cui venne favorito Pietro;
l'unico evangelista che ne parla la pone a
Gerusalemme; Paolo nella sua enumerazione
distingue molto accuratamente Pietro da solo,
da Pietro considerato nel gruppo di cui faceva
parte, occupando il primo posto.
Conclusione.
- Nei diversi ricordi riuniti dai
racconti evangelici, bisogna vedere tradizioni
complementari e non esclusive. Gesù
apparve ai suoi in Gerusalemme e in Galilea;
l'ordine e il tempo esatto delle apparizioni
in parte ci sfugge per la natura dei racconti.
Pur riconoscendo nei testi l'eco dei due gruppi
di ricordi, più giustapposti che armoniosamente
fusi, noi, come gli stessi evangelisti, ci
rifiutiamo d'optare tra questi dati tradizionali.
Il caso si presenta spesso nella storia di
ricordi solidamente attestati, ma a prima
vista poco coerenti tra loro, e di cui bisogna
rinunciare a fissare con certezza la successione
esatta e dettagliata. Scegliere una sola serie
coerente di ricordi e considerare l'altra
come se si trattasse di una pura invenzione,
è metodo comodo, ma poco degno d'uno
storico.
§
2. - Natura delle apparizioni.
Quello
che i critici razionalisti lasciano sussistere
nei racconti, include sempre una o più
" apparizioni " di Cristo. In qualunque
modo si spieghino, tali manifestazioni d'oltretomba
sono l'imperioso postulato della fede degli
apostoli nella resurrezione. Sembra pure che
la tendenza attuale arrivi ad allargare questa
base di fatto. Possiamo spiegare questo:
a)
con una visione più intelligente delle
origini cristiane, che conduce i nostri contemporanei
a constatare il posto immenso che la credenza
e la dottrina di Cristo risorto occupano nella
genesi della religione cristiana; b) con le ricerche recenti
e relativamente precise in materia di psicologia,
che offrono un materiale di manifestazioni
postume, le quali permettono di far entrare
quelle che un tempo si reputavano inammissibili
in una corrente di fatti classificati e naturali; c) con la crescente importanza
data al testo di Paolo, che non permette di
ridurre a meno di cinque o sei le apparizioni.
Idee essenziali dei vari razionalisti
sulle apparizioni.
-
Nelle congetture sostituitesi a quelle di
Renan, evidentemente troppo ridicole, possiamo
distinguere queste idee essenziali:
1.
Gesù non potè risorgere nel
senso proprio della parola. Si deve respingere
la nozione della rianimazione d'un corpo mortale,
e i passi che la riferiscono si devono considerare
leggendari. 2. Le apparizioni devono
essere ricondotte a un sentimento di presenza
avvivato fino all'allucinazione visiva. 3. Queste apparizioni avvennero
in Galilea, in circostanze e date che è
difficile precisare, ma abbastanza tardive
per rendere verosimile il lavorìo subcosciente,
che finalmente s'è proiettato in visioni.
4. La natura di queste visioni
ci sfugge; per darne qualche idea si prende
come punto di paragone l'apparizione di Cristo
a San Paolo sulla via di Damasco, della quale
si a spiritualizza " l'oggetto, forzando
qualche termine usato al riguardo dall'apostolo
e ricordando un certo numero di fatti analoghi:
Calvinisti delle Cevenne nel secolo XVII,
le " voci " di Santa Giovanna d'Arco,
visioni postume di San Tommaso Becket e di
Savonarola. Ci si orienta piuttosto nel senso
dei fantasmi propriamente detti, mettendo
a profitto di quest'intento le raccolte di
fatti di questo genere, a cura della "
Società psichica di Londra " e
studiati specialmente da F. W. H. Myers.
Confutazione
di queste tesi. - Una grande distanza
le separa dai dati di fatto, quali ce li rivelano
i documenti.
Gesù
è risorto nel senso vero e proprio
della parola. - Tutti i testi assegnano
alle apparizioni una causa sensibile: il corpo
del Signore, non com'era prima della morte,
bensì in uno stato nuovo, glorioso,
tuttavia sempre tale che la presenza di Gesù
resta percettibile, tangibile, corporea.
Inoltre
la dottrina della resurrezione dei corpi data
da San Paolo (I Cor., 15) identifica il corpo
glorificato, spiritualizzato e trasformato,
col corpo carnale, mortale e corruttibile.
Crolla
dunque la teoria delle visioni non sensibili,
perché contraria a tutti i testi.
Inverosimiglianza
dell'ipotesi fondamentale. - Relativamente
a coloro ai quali si presta la visione senza
l'oggetto sensibile, e relativamente alla
stessa allucinazione e ai suoi risultati.
Infatti:
Tutto
fa vedere che il gruppo apostolico era diffidente
e abbattuto. Non c'è nessuna somiglianza
tra le visioni che convinsero questi uomini
di poca fede e i " fantasmi viventi ",
intravisti da qualche persona, o le allucinazioni
delle quali la storia ha conservato un ricordo
più o meno netto, dove l'effetto rimane
vago e comunemente s'impone a un solo senso
(vista e udito), mai a tutti i sensi d'un
uomo sano, che non dorma un sonno naturale
o provocato. Per quanto fossero emozionati,
gli apostoli non erano degli sconvolti o dei
deboli, né dormivano. Il loro passato
e il loro avvenire non permette di assimilarli
ai piccoli circoli d'esaltati (camisardi delle
Cevenne) cui vengono a torto paragonati. La
fede degli apostoli, lungi dal poter creare
il suo oggetto con uno slancio disperato,
come si è costretti a supporre, aveva
bisogno d'essere rinnovata, sollevata, ricreata.
Non bastava la parola delle donne e nemmeno
il vedere il sepolcro vuoto.
Infine
l'allucinazione (alcuni moderni le danno il
senso d'una percezione
sensibile d'un oggetto reale, benché
assente), anche veridica, resta sterile, perché
fondata sulla debolezza e l'illusione. Essa
o tende a divenire abituale, piegando a poco
a poco l'equilibrio mentale e morale e precipitando
infine nella mania; oppure resta allo stato
d'incidente isolato in una vita normale, senza
esercitare nessun influsso duraturo; l'uomo
sano di mente ripiglia il suo normale comportamento
e gli resta nello spirito solo un punto sensibile,
un'inquietudine. Tra questi fenomeni anormali,
sempre un po' morbidi e quindi infecondi,
e la convinzione serena, ferma, invincibile
che, senza strappare i discepoli alla loro
prima formazione, li rettifica, li trasforma,
ne centuplica le energie, li illumina a interpretare
tutto il passato, li trasforma per molti anni
in convertitori, capi, eroi, e martiri, c'è
un abisso.
§
3. - Infiltrazioni pagane.
La
tesi della scuola comparatista. -
Al principio del secolo xx i pionieri della
scuola comparatista non tralasciarono di applicare
al racconto della resurrezione di Cristo la
chiave magica, che doveva svelare qualsiasi
mistero. È noto come tali eruditi considerino
le più alte realtà spirituali
come risultanti dall'evoluzione naturale,
sotto la spinta d'una forza immanente, delle
forme religiose o prereligiose più
grossolane. Cosi il dogma evoluzionista può
sfatare definitivamente " l'ipotesi gratuita
e puerile d'una rivelazione primitiva"!
Riguardo alla resurrezione di Cristo, J. G.
Frazer non esita a dire: " II colpo vibrato
sul Golgota fece vibrare all'unisono mille
corde in attesa, dovunque l'umanità
aveva conoscenza della antichissima storia
del dio che muore e risorge
" (6).
Di
questa storia ogni critico evoluzionista scopre
qualche traccia. Gli assiriologi H. Zimmern,
P. Jensen, Ch. Virollaud ci rimandano naturalmente
a Babilonia, a Marduk, ai panteon sumerici
o assiri; O. Pfleiderer, T. K. Chey-ne e,
con scienza più solida, H. Gunkel,
R. Reitzenstein, W. Bousset, J. G. Frazer
preferiscono ricorrere alle religioni orientali,
egiziane, iraniche, senza naturalmente dimenticare
l'ellenismo con il culto di Attis, Adone,
Osiride. I loro divulgatori, che sono legione,
attingono a piene mani da tutte le favole
i tratti che sembrano loro suscettibili d'una
qualsiasi applicazione.
Attualmente
la teoria del prestito diretto degli evangelisti
o di San Paolo da fonti pagane, almeno per
quanto riguarda la passione e la resurrezione
di Cristo, non è più sostenuta
da nessuno. Si ricercano gl'influssi indiretti
poiché si ritiene sia stato l'ambiente
giudaico a fare da intermediario tra il cristianesimo
nascente e la mitologia babilonese, uranica,
ellenica, egiziana o i culti orientali.
Si
possono riassumere le vedute comparatiste
a questo riguardo in due punti:
1.
La nozione cristiana di resurrezione dovette
essere influenzata dalle credenze, antiche
e largamente diffuse, degli dèi che
muoiono e ritornano alla vita;
2.
" la fissazione della data (Gesù
risorse il terzo giorno) deve probabilmente
la sua origine a calcoli e speculazioni d'ordine
mitologico " (7).
(6)
J. - G. Frazer, The Golden Bough, III, The
dying God.
(7) L. de Grandmaeon,
Jèsus-Christ, t. II, p. 430.
Confutazione
di questa tesi. - Però l'ipotesi
dei prestiti e delle infiltrazioni, anche
indirette, resta nel campo puramente congetturale,
ed ha contro di sé tutti gli elementi
positivi sui quali si deve fondare.
In
realtà nei nostri racconti non c'è
alcuna traccia allusiva a credenze preesistenti,
ad antecedenti pagani o anche giudaici. Tutto
è concreto, non c'è generalizzazione,
nessun appello al risveglio dell'anno, alla
rinascita delle stagioni, alla vittoria dell'eroe
sul Caos o sul Dragone. In particolare le
annotazioni di tempo, cui si fa assegnamento,
non si prestano a commenti, e l'importanza
attribuita al terzo giorno è evidentemente
destinata a precisare e porre fuori dubbio
la realtà del fatto. Si riconosce che
questa cifra non potè essere suggerita
dalle Scritture dell'Antico Testamento; i
discepoli non avevano capito le predizioni
di Gesù a questo riguardo e solo il
fatto darà loro la chiave per interpretare
la Scrittura e le predizioni, anche se più
tardi poterono leggere il fatto nei profeti
e rendere cosi più credibile l'annuncio
della resurrezione ai giudei e ai proseliti.
Più
ancora. Accostando con un po' d'attenzione
la resurrezione di Cristo e la reviviscenza
degli dèi solari, dei semidei della
vegetazione e delle stagioni. d'Osiride, di
Adone e Attis, balza agli occhi la contraddizione.
Là abbiamo un uomo vero, noto, familiare,
Gesù di Nazareth, realmente preso,
perseguitato, immolato dai suoi nemici, sotto
gli occhi dei discepoli, i quali, dopo la
morte di lui, si persuadono e convincono molto
presto, non con ragionamenti, speranze e attese,
ma per i fatti, che il loro Maestro è
risorto. La nuova vita in cui è entrato
supera la loro facoltà di comprendere,
ma s'impone a loro, che ormai saranno i testi
irreprensibili e persuasivi del Risorto. Molto
diverso è il dio mitico: la sua storia
ha i contorni vaghi della leggenda; la. sua
morte e reviviscenza hanno la plasticità
dei simboli, e anche l'impudenza delle favole
naturistiche. Sotto nomi diversi, attraverso
gli episodi suggeriti dalla fantasia sbrigliata
dei poeti, o regolata dall'arbitrarietà
dei miti, stanno le grandi forze oscure, amorali,
anonime, degradate e designate dal lavorio
degli uomini che occupano il fondo del teatro
e determinano le maggiori fasi del dramma.
Siamo fuori d'ogni storia e di qualsiasi contesto
reale: così le favole si possono accostare,
innestare, allungare, deformare all'infinito.
All'origine di tutte non c'è una persona
sola, ma una coppia divina, s dove il primo
posto spetta alla donna " (8),
e se in alcuni miti l'idea della vita futura
getta qualche raggio di luce e introduce la
nozione di purificazione (se non di purezza)
morale, nulla può cancellare l'orrore
del mito primitivo. Attis, per attenerci all'esempio
più sfrattato dai comparatisti, è
a l'eroe miserabile d'un'oscena avventura
amorosa "; nella forma più antica
del mito egli non muore o non ritorna in vita.
Quando poi da tutta la favola si volle trarre
una specie di mistero teatrale che rappresentava
una festa di primavera, simbolo del rinnovamento
annuo, dai misteri egiziani o siriaci vennero
desunti elementi figurati, che attribuivano
a Cibele una parte del compito un tempo proprio
d'Afrodite o Iside. Che rapporto c'è
tra tutto questo e la storia della morte e
della resurrezione di Cristo?
Ecco
fino a che punto possono venir trascinati
gli studiosi dal partito preso e dal timore
del soprannaturale! Dopo averle esaminate,
ci è permesso di dire che queste difficoltà
sono troppo leggere per controbilanciare la
testimonianza dei contemporanei di Paolo e
di Pietro, di Giacomo e di Giovanni,
(8)
Fr. Cumont, Les religions orìentales
data le paganismi romain, Parigi 1907, p.
60.
di
quelli che, avendo veduto Gesù risorto,
ci trasmisero le loro impressioni personali
e confermarono la loro deposizione con la
fecondità della loro vita e l'eroismo
della loro morte (9).