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la resurrezione

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

Vediamo prima di tutto le tracce del fatto storico della Resurrezione:

1.o negli apocrifi del Nuovo Testamento;
2.o negli scritti ufficiali della Chiesa;
3.o nei testi patristici più antichi;
4.o nella liturgia primitiva. Esporremo e confuteremo poi i recenti attacchi contro la realtà della resurrezione del Divin Salvatore.

CAPITOLO I. - GLI APOCRIFI

Il Vangelo secondo gli Ebrei. - Tra il 65 e la fine del primo secolo un autore sconosciuto scrisse in aramaico un libro, che venne poi chiamato ali Vangelo secondo gli Ebrei". L'opera è andata perduta e ne conosciamo soltanto pochi passi, citati dai Padri della Chiesa.

San Gerolamo (De viris illustribus, 2 e 16) ne riporta due frammenti relativi alla resurrezione di Gesù, te Ora il Signore, dopo aver dato il lenzuolo al servo del [sommo] sacerdote, venne a casa di Giacomo e gli apparve, perché Giacomo aveva giurato che non avrebbe mangiato pane dal momento in cui aveva bevuto il calice del Signore, finché non lo avesse veduto risorto dai morti ".

E poco dopo: " Avvicinate, dice il Signore, un tavolo con del pane ". E subito : " Egli prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede a Giacomo, il Giusto, dicendogli: Fratello mio, mangia il tuo pane, perché il Figlio dell'uomo è risorto dai morti ".

Chi scrisse queste righe era un cristiano, perché chiama Gesù " il Signore "; credeva alla resurrezione di Gesù e intendeva raccontare l'uscita dalla tomba e l'apparizione a Giacomo il Minore, primo vescovo della comunità di Gerusalemme e apostolo particolarmente caro ai cristiani di lingua aramaica. Il dono del lenzuolo pare messo per dimostrare che Giacomo fu il primo apostolo favorito d'un'apparizione. Il che pare un'invenzione, perché non si vede come si potesse conoscere la continuità dei due fatti. Il digiuno dell'apostolo pare inverosimile e contraddice a tutti i dati dei Vangeli canonici. Nessun apostolo attendeva la resurrezione e stentarono a credervi perfino davanti alle testimonianze e ai segni. Se Giacomo avesse avuto simile certezza, la gioia non gli avrebbe ispirato il digiuno. E perché far risalire il digiuno alla Cena? Perché obbligarsi sotto pena di giuramento?

È notevole che per narrare fatti cosi semplici l'autore prenda a prestito espressioni di San Paolo (a il calice del Signore "), o dagli evangelisti (benedisse, spezzò, diede il pane). Li ha letti e da loro prende il lenzuolo e il ricordo del servo del sommo Sacerdote, la cui presenza al santo sepolcro la notte di Pasqua è molto strana.

Il secondo frammento è cosi redatto : a Quanto a me, io l'ho veduto dopo la sua resurrezione nella carne e credo che esiste; e quando venne da Pietro e con colui che era con Pietro [probabilmente Andrea], disse loro: "Ecco, toccatemi, e rendetevi conto che io non sono uno spirito incorporeo". E subito lo toccarono e credettero ".

Il testo era noto a Ignazio d'Antiochia, martirizzato al principio del secondo secolo, e non è facile coglierne la portata e l'origine. Si basa sopra un'apparizione a Pietro e su argomenti desunti dalla realtà del corpo risuscitato.

Il Vangelo di Pietro. - È " il più sobrio e il più antico racconto apocrifo della passione e della resurrezione " (P. Lagrange). Diamo qui il sommario dei versetti 28-68, fatto da Leone Vaganay, che raccontano la resurrezione. a I notabili giudei si riuniscono in fretta. Hanno appreso che il popolo mormora contro di loro, ricordando i miracoli del Calvario. Colti dal timore, vanno da Pilato a chiedergli di far custodire la tomba di Cristo per tre giorni; il procuratore esaudisce i loro desideri, ed essi si recano allora al sepolcro con i soldati pagani. Tutti insieme spingono una grande pietra per chiudere l'ingresso; poi vi applicano sette sigilli e nei pressi alzano una tenda.

L'indomani la folla stessa viene a constatare che la tomba è ben sigillata. I soldati, che montano la guardia, vedono due angeli discendere dal cielo e penetrare nella tomba, poiché la pietra da sola s'era fatta da parte. Subito s'affrettano a svegliare il centurione e i notabili giudei. Nel frattempo tutto il corpo di guardia vede uscire dal sepolcro, seguiti dalla croce, tre uomini di dimensioni favolose; sentono anche un'interrogazione celeste sulla missione di Cristo nel regno dei morti e la risposta affermativa della croce. Allora si decide d'avvisare Pilato. Proprio in quel momento scorgono di nuovo un angelo, che s'introduce nel sepolcro.

Subito dopo la resurrezione, le guardie vanno da Pilato e testimoniano in favore della divinità di Gesù. Il governatore romano non resta indietro e fa la stessa professione di fede, ricordando ai giudei che essi sono i responsabili della morte di Cristo. Costoro allora gli chiedono subito di chiudere la bocca dei soldati, perché il popolo sarebbe capace di lapidarli, se venisse a conoscere il miracolo. Pilato esaudisce la loro richiesta.

La domenica, di buon mattino, Maria Maddalena, trattenuta fino allora dalla paura dei giudei, va al sepolcro insieme alle amiche. Malgrado il timore, propongono di farvi i pianti, dovere che non hanno potuto compiere il venerdì. Si preoccupano anche della chiusura del sepolcro, desiderose come sono di penetrare all'interno. Infine, qualora non potessero compiere il pio disegno, decidono di manifestare il proprio dolore in altro modo. Arrivando trovano il sepolcro aperto e ci vedono un angelo risplendente, che s'informa dei loro progetti e annuncia la resurrezione di Gesù. Spaventate, prendono la fuga.

Dopo la festa degli azzimi, i pellegrini lasciano Gerusalemme e ritornano alle loro case. Così fanno anche i dodici discepoli, sempre oppressi dal peso del loro dolore. Simone e Andrea ritornano al mare di Galilea e Levi è con loro ".

CAPITOLO II. - LE TESTIMONIANZE CANONICHE

Quando si visita la prima volta l'abbazia di Saint-Michel si stenta a trovare l'ordine dei monumenti; dietro la guida si sale, si scende, si passa da una sala all'altra, domandandosi come i monaci potessero ritrovarsi in quel labirinto. Con il tempo, aiutandosi con la pianta dei vari piani, esaminando l'esterno e studiando la storia delle costruzioni, ci s'accorge che tutto si regge sulla rupe e si vorrebbe fissare la propria dimora in mezzo a quelle meraviglie, ammirati del genio e della tenace attività di quegli artisti.

Eguali impressioni proviamo leggendo i racconti della resurrezione. Anche se qua e là affiora la roccia, si teme che tutto crolli rumorosamente; però ben presto, con una sensazione molto oggettiva, ci accorgiamo che tutto riposa sulla roccia granitica.

Le obiezioni della critica razionalista. - I critici razionalisti fanno un'ipotesi senza fondamento e vi poggiano sopra tutto quello che la lettura dei testi suggerisce loro, poi constatano soddisfatti che nell'ipotesi tutto crolla e concludono che l'ipotesi s'impone. È un atteggiamento di spirito simile a quello dell'architetto moderno, che pretendesse che i grossi sostegni del monte Saint-Michel non siano di granito dell'isola Chausey, ma di sabbia, e che su tali basi non sia mai stato possibile elevare sovrastrutture, e che queste non siano mai esistite fuori della fantasia d'alcuni cronisti, che volevano glorificare l'Ordine benedettino.

Qual'è l'ipotesi razionalista? Dopo la morte, e forse anche dopo la condanna a morte di Gesù, gli apostoli fuggirono disperati in Galilea, per paura di subire la stessa morte del Maestro. Però continuarono ad amarlo; il ricordo di Lui li ossessionava. Allucinati, credettero di vederlo qua e là; ne conclusero che era ritornato in vita, o meglio, che conduceva una vita gloriosa. L'idea divenne una convinzione e, non potendola facilmente partecipare ad altri, inventarono apparizioni che sarebbero avvenute a Gerusalemme già l'indomani del supplizio. Se l'ipotesi è vera, abbiamo soltanto allucinazioni in Galilea e odiose invenzioni; non ci sono vere cristofanie, né resurrezione, il che soddisfa di più lo spirito di questi signori. Dunque l'ipotesi è vera.

Con i nemici della nostra fede, supponiamo per un istante che gli apostoli in Galilea abbiano avuto qualche visione allucinatoria. Come spiegare che il fenomeno li abbia colpiti tutti? E, ritornati al buon senso, come avrebbero potuto conservare la convinzione della resurrezione di Gesù? Come poterono farla condividere agli altri discepoli, che non avevano avuto allucinazioni? Come fu possibile che nessun discepolo arrestasse la leggenda mostrando il cadavere del Maestro? Gli stessi apostoli perché non cercarono di accertarsi che il sacro corpo non era più nel sepolcro?

È invece vero che il sepolcro era vuoto fin dal terzo giorno dopo la sepoltura. I testimoni del fatto si chiamano: Maria di Magdala, Maria di Giacomo, Salomé, Giovanni, Simon Pietro, ai quali bisogna aggiungere altre donne, un altro discepolo che Gesù aveva particolarmente amato, e le guardie (i soldati romani), messe su ordine dei sommi sacerdoti

La pietra sigillata fu ribaltata da un angelo, che poi vi s'assise sopra; il suo aspetto era quello d'una folgore e le sue vesti bianche come la neve.

Veramente il sepolcro non era vuoto del tutto; due uomini riconobbero le bende per terra e il sudario in un angolo a parte, indizio che il morto non era stato involato. Se qualcuno, per esempio l'ortolano, lo avesse portato via. lo avrebbe preso tale e quale, avvolto com'era, tanto più perché il cadavere era coperto di piaghe.

Lungi dal sognare di portar via il cadavere del loro nemico, i sommi sacerdoti avevano apposto i loro sigilli onde poter dimostrare a tutti che " quell'impostore " non resuscitava. Non temevano la resurrezione e non pensavano d'opporvisi; ma temevano solo che i discepoli, alla fine del terzo giorno, venissero a portarlo via. Volevano impedire questo e dare al popolo una prova dell'impostura almeno dei discepoli. Rimasero fedeli a questa tattica, anche dopo che ebbero sentita imminente la propria disfatta; l'orgoglio, l'indusse a sacrificare danaro, il che era meno penoso che riconoscere il loro criminale errore.

Il testo di San Paolo e i Vangeli Canonici.

- Si obietterà che noi qui ci serviamo di documenti canonici, come se la loro autenticità fosse dimostrata. È vero, ma l'autenticità è dimostrata e molto solidamente. Abbiamo cinque o sei documenti e senza reciproca dipendenza letteraria discernibile, "che risalgono al primo secolo. Ecco l'ordine cronologico di queste composizioni:

Paolo, I Cor., 15;
Matteo, Vangelo, 28;
Marco, Vangelo, 16, 1-8;
Luca, Vangelo, 24;
Finale di Marco, 16, 9-fine (forse dello stesso Marco);
Giovanni, Vangelo, 20 e 21.

La Chiesa ha sempre riconosciuto la difficoltà di accordare i testi suddetti, ma li ha sempre ritenuti nel numero degli scritti apostolici normativi. Tra i fatti più importanti da conoscersi, la tradizione viva conteneva la morte violenta di Gesù, la sua deposizione nel sepolcro lo stesso giorno e la sua gloriosa resurrezione il posdomani. Questi fatti sono attestati da testimoni e da loro uditori; alcuni particolari vennero messi per scritto onde aiutare la catechesi o, come fece San Paolo, per riassumerne le grandi linee. Nessuno osò raccontare la resurrezione stessa, perché essa non aveva avuto nessun teste. Avevano visto morire Gesù, ma non mentre riprendeva la sua vita; quindi raccontarono i particolari della sua morte, della deposizione nel sepolcro, ma non avevano nulla da dire sulla resurrezione. E fecero benissimo, poiché il fatto era irrecusabile: c'erano prove più che sufficienti e ne enumeravano volentieri alcune.

Dobbiamo prendere questi testi in blocco e, senza trattarli come unità omogenee, ritenere la loro risultante, ricordando le componenti. Mi spiego. Un'iscrizione è pienamente intelligibile solo a chi ne conosce l'autore, l'intenzione, la data, ecc. Cinque o sei iscrizioni, distinte per origine e relative a uno stesso fatto, s'illuminano fra di loro; quindi occorre fare l'esegesi di ciascuna e poi di tutte insieme. Ora i nostri testi hanno anch'essi la propria individualità (espressioni, pensieri, immagini, costruzioni, ecc), ma la realtà storica sarà ben conosciuta solo quando avremo fatto la sintesi di tutti i dati di questi documenti. " S'è molto esagerata la difficoltà di conciliarli; nulla di più semplice, quando non ci si arresta a minuzie indifferenti, e se si tien conto della composizione di ciascun Vangelo " (1).

Nessun scrittore volle essere completo.

Vediamo dunque Maria di Magdala uscire dalla casa prima che finisca la notte tra il sabato e la domenica accompagnata da donne che, ben presto, la lasciano andare da sola al sepolcro di Gesù, mentr'esse comperano aromi e olio profumato. Quando arriva Maria il sepolcro è aperto e le guardie sono scomparse. Non ritrovando il corpo del Maestro, essa immagina che lo abbiano involato e va di corsa ad avvertire il capo dei Dodici. Le sue compagne giungono al sepolcro, entrano e non vi trovano il corpo; un angelo le informa del fatto meraviglioso ed esse fuggono.

(1) M. J. Lagrange, L'Evangelo di Gesù Cristo, Brada 1941, p. 573.

Il terrore e il timore di non essere credute, impedisce dapprima di parlare, ma poi parleranno, altrimenti Marco non avrebbe mai saputo nulla del loro silenzio; parleranno e ce lo dirà Luca; anche Marco lo avrà certamente detto, se è vero che è andata perduta la fine del suo libro.

Secondo ogni probabilità, Pietro e Giovanni vanno al sepolcro e, dopo un esame, concludono che evidentemente il Signore è risorto. Dopo la loro partenza Maria di Magdala vede Gesù ritto fuori del sepolcro, lo sente parlare e riceve da Lui un messaggio per gli apostoli.

Le guardie erano presenti quando venne ribaltata la pietra. Cleofa e il compagno sentono e vedono il divino Risorto; Pietro è favorito da un'apparizione tutta per lui, e cosi pure Giacomo, figlio d'Alfeo.

Non è ancor finito il giorno e Gesù ha già dato ai suoi apostoli, assente uno solo, e ad altri discepoli, l'irrecusabile prova della sua resurrezione gloriosa. Non è difficile collocare nei quaranta giorni successivi le varie manifestazioni riportate nei testi canonici. Ciascuna aggiunge un argomento di più.

Dal punto di vista apologetico la più importante pare quella avvenuta davanti a cinquecento testi, e proverebbe ai discepoli che gli apostoli non hanno inventato nulla. Dal punto di vista dottrinale la più ricca sembra l'apparizione accompagnata da una pesca miracolosa; ma questa dovette convincere anche molte altre persone. La rete intatta, malgrado i centocinquantatrè pesci che tira a riva, tutto prova che gli apostoli non erano stati vittime d'un'Illusione.

Le circostanze dell'ascensione e la meravigliosa conferma delle promesse di Gesù nel giorno di Pentecoste, il meraviglioso mutamento operatosi nell'anima degli apostoli e i progressi prodigiosi della Chiesa ai suoi inizi, tutto conferma che il Cristo non è più nel sepolcro.

CAPITOLO III. - IMMENSO INFLUSSO DELLA RESURREZIONE SULLE PRIME GENERAZIONI CRISTIANE

§ 1. - / testi patristici sulla resurrezione.

L'influsso della resurrezione di Cristo sulle prime generazioni cristiane è stato trattato dal P. de Grandmaison in Jésus-Christ (t II, p. 398-402 e 405-409). Tale influsso ci è pure rivelato dagli scritti patristici, dei quali crediamo opportuno dare alcuni testi, dal primo al quinto secolo.

Clemente di Roma, Lettera, XXIV, 1 (tra il 92 e il 101): Carissimi, osserviamo come il Maestro ci presenta continuamente la resurrezione futura, di cui ci ha dato le primizie nel Signore nostro Gesù Cristo, quando lo resuscitò dai morti.

Ignazio d'Antiochìa (f 110) Lettera ai Trattesi, DI, 2: [Gesù Cristo]... è veramente stato resuscitato dai morti: il Padre l'ha resuscitato e, un giorno, resusciterà anche noi... Lettera agli Stnirnesi, VII, 1 b: Essi nell'Eucaristia non vogliono riconoscere la carne del nostro Salvatore Gesù, quella carne che sofferse per i nostri peccati, e che il Padre nella sua bontà resuscitò, là., II, 1: Per noi e per la nostra salute egli sopportò tutte le sue sofferenze; e sofferse realmente, come realmente resuscitò se stesso.

Idi, III: 1. Per me io so e credo che Gesù Cristo aveva un corpo anche dopo la sua resurrezione. 2. Quando s'avvicinò a Pietro e agli altri suoi compagni che cosa disse loro? " Toccatemi, palpatemi e vedete che io non sono uno spirito senza corpo ". Subito lo toccarono, e al contatto intimo della sua carne e del suo spirito credettero: di qui il loro disprezzo per la morte e la loro vittoria su di essa. 8. Dopo la sua resurrezione mangiò e bevette con i discepoli, come un essere corporeo; benché spiritualmente unito al Padre.

Policarpo di Smirne (f verso il 155), Lettera ai Filippesi, I, 2: Io sono felice di vedere che la solida radice della vostra fede, famosa fin dai primi tempi, sussiste ancor oggi e continua a portare frutti in nostro Signore Gesù Cristo, che volle abbassarsi fino alla morte per i nostri peccati, s che Dio ha resuscitato dopo averlo liberato dai dolori degl'inferi".

San Giustìno, Prima Apologia, L, 12 (150-155): Infatti quando egli venne crocifisso, tutti i suoi discepoli lo abbandonarono e lo rinnegarono. Più tardi resuscitò dai morti e, mostrandosi loro, insegnò a leggere le profezie che annunciavano tutte queste cose, e lo videro risalire al cielo.

Dialogo con Trifone, CVIL 1 (verso il 160): Doveva resuscitare il terzo giorno dopo la crocifissione, poiché è scritto nelle Memorie dei suoi [apostoli] che quelli della vostra razza, che discutevano con lui, gli dissero: " Mostraci un segno ", ed Egli rispose loro: "Razza perversa e adultera; voi chiedete un segno, e non vi sarà dato altro segno che quello di Giona ". Da queste parole velate gli uditori potevano comprendere che, dopo la sua crocifissione, sarebbe risorto il terzo giorno.

Origene, Trattato contro Gelso, libro II: Ma Gesù è stato crocifisso davanti agli occhi di tutta la Giudea, e il suo corpo è stato deposto dalla croce alla presenza di tanti testimoni: come gli si può attribuire una finzione simile a quella degli eroi, che si dice siano discesi agl'inferi e poi risaliti? Io non so se quello che si dice della discesa degli antichi eroi agl'inferi non offra un motivo per diminuire lo scandalo che si prende dalla croce. Infatti supponiamo che Gesù abbia finito la sua vita privatamente senza convincere della sua morte tutta la nazione dei giudei, e che poi sia veramente resuscitato; ci sarebbe stato motivo per parlare di Lui come si parla di questi eroi. Date le altre cause per cui Gesù venne crocifisso, è chiaro che Egli, morendo sulla croce davanti a tutti, intese pure impedire che si potesse dire che si è ritirato volontariamente dal contatto e dalla frequenza con gli uomini, e che aveva simulato di morire, sebbene non fosse morto, riprendendo a suo tempo a farsi vedere e poter fondare la credenza nella sua resurrezione. D'altronde basta considerare a quali pericoli s'esposero i discepoli, quando cominciarono a diffondere la sua dottrina nel mondo, nonostante che gli uomini fossero poco disposti a riceverla, per essere indotti ad ammettere che essi non l'avrebbero mai predicato così risoluti, fermi e costanti, se avessero inventato essi stessi la resurrezione di Gesù, poiché non solo convinsero gli altri a disprezzare la morte, ma s'esponevano essi stessi per primi.

Del resto il Giudeo di Celso è stranamente cieco quando dice, quasi la resurrezione del corpo sia impossibile: ci fu mai alcuno che, essendo veramente morto, sia resuscitato con lo stesso corpo? Un vero giudeo non parlerebbe cosi e non dubiterebbe affatto di quanto è scritto nel terzo e nel quarto libro dei Re riguardo al fanciullo resuscitato da Elia (3 Re, 17, 22) e a quello resuscitato da Eliseo (4 Re, 4, 34). Io credo che Gesù volle nascere e vivere nel paese dei giudei anziché altrove, appunto perché essi erano abituati alle cose straordinarie, in modo che, facendo il confronto tra quello che dicevano di credere con quanto vedevano essi stessi, potessero riconoscere che non c'era cosa, per quanto elevata, che non fosse inferiore a Gesù, del quale e per il quale ogni giorno si faceva qualcosa di molto più grande di tutti i miracoli antichi.

…Noi crediamo pure che Nostro Signore è veramente resuscitato, come avevano predetto i profeti ed Egli stesso; ma crediamo che la resurrezione di Gesù fu molto più strepitosa di quella degli altri, che vennero resuscitati da semplici profeti, come Elia ed Eliseo. Egli invece venne resuscitato non mediante qualche profeta, ma dal Padre che è nei cieli. Così la resurrezione di Gesù ebbe conseguenze molto più ammirabili delle altre.

Del resto egli resuscitò in uno stato intermedio tra la prima opacità del suo corpo e la sottigliezza di quelli con cui si fanno vedere le anime dopo essere state spogliate di questa materia terrestre.

Sant'Agostino, De agone christiano, e. XXIV: Noi rigettiamo anche quelli i quali pretendono che il corpo del Salvatore dopo la resurrezione non fosse lo stesso che venne posto nel sepolcro. Altrimenti dopo la resurrezione Egli non avrebbe detto ai discepoli: " Toccate e guardate, perché uno spirito non ha carne come vedete che ho io ". Sarebbe sacrilego credere che Nostro Signore, la verità in persona, abbia potuto mentire. Non stupiamoci che la Scrittura dica che apparve ai discepoli, anche se a porte chiuse; " non tutto è possibile a Dio? " In realtà è cosa contraria alla natura del nostro corpo camminare sulle acque; eppure prima della passione Nostro Signore aveva camminato sulle acque e aveva anche fatto camminare San Pietro. Così dunque dopo la resurrezione del suo corpo potè fare ciò che voleva; e se prima della passione potè dare al proprio corpo lo stato fulgido del sole, perché dopo la passione non avrebbe potuto rendere lo stesso corpo tanto diafano e delicato da poter penetrare attraverso le porte chiuse?...

Contra Faustum manichaeum, e. XXIX: Anche i pagani credono che Cristo è morto; ma la fede nella sua resurrezione è propria del cristiano... La fede in questa resurrezione ci giustifica.

De Trìnitate, lib. II, e XVII: Lo stesso concetto.

De Trinitate, lib. IV, e. VI: Secondo Il racconto evangelico, nemmeno qui troviamo tre giorni completi, perché il primo e l'ultimo sono contati ciascuno come un giorno intero, e tuttavia uno comincia solo verso la sera e l'altro abbraccia soltanto qualche ora del mattino. Solo il secondo giorno fu completo e durò ventiquattr'ore, dodici di notte e dodici di giorno... Infatti, tra la sera del secondo giorno e il mattino di quello che vide compiersi la resurrezione del Salvatore, si metterà il terzo giorno.

Lettera CH: Chi muove tali questioni sappia bene che Cristo dòpo la resurrezione mostrò le cicatrici, non le ferite; e le fece vedere ai discepoli che dubitavano, e anche per loro volle mangiare e bere non una volta sola, ma spesso, per paura che essi credessero che il suo corpo fosse qualcosa di spirituale e la sua apparizione un puro fantasma. Le cicatrici sarebbero state faise se non fossero state precedute dalle ferite; né sarebbero rimaste se Cristo non avesse voluto. La sua grazia provvidenziale mirò a provare, a quelli che Egli edificava in una fede reale, che il suo corpo resuscitato era proprio quello che avevano veduto crocifisso.

De Civitate Dei, lib. XIII, e. XXII: La fede ci obbliga a credere che Gesù Cristo, dopo la sua resurrezione mangiò realmente con i discepoli, pur avendo una carne spirituale. Perciò ai corpi spirituali sarà tolto il bisogno, non già la possibilità di mangiare e di bere; saranno spirituali non perché cessino di essere corpi, ma perché saranno animati da uno spirito vivificante.

§ 2. - Influsso del giorno della resurrezione sulla liturgia.

Presto la liturgia applicò al giorno della settimana, in cui Nostro Signore era uscito vittorioso dalla tomba, i privilegi del sabato. Nella lingua cristiana questo giorno, la " prima sabbati " prende un nuovo nome, dies dominica, il giorno del Signore, la domenica. La sostituzione di questo giorno al sabato risale agli apostoli (cfr. At, 20, 27; i Cor.,. 16, 2; Ape, 1, 10) e la Didaché lo chiama senz'altro il " giorno del Signore " (Didaché, XIV, 1; Pseudo-Barnaba, Ep. XV, 9; Sant'Ignazio, Magn., IX, 1; San Giustino, I Apol, 67); la celebre lettera di Plinio a Traiano (Ep. X, XCVH) allude a una duplice riunione cristiana (verso il. 112) e nota che viene fatta " il giorno del sole ", che è la domenica cristiana.

C'è chi vede nella istituzione della Domenica la commemorazione settimanale della risurrezione di Cristo, una specie di " Pasqua ebdomadaria ". Le fonti più antiche confermano esattamente questo modo di vedere. Ad es. San Ignazio parla dei fedeli " che vivono secondo la domenica, nella quale anche la nostra vita è (ri)sorta per mezzo di lui (Cristo) e della sua morte " (Mangnes., IX, 1).

Inoltre l'anniversario della resurrezione divenne la festa principale e centrale d'ogni anno liturgico. In Occidente si celebrava sempre la domenica, mentre l'Oriente in parte s'attenne ancora per qualche tempo al 14 nisan, in qualsiasi giorno della settimana cadesse. Nella notte precedente la festa, la Chiesa ha fissato la solenne celebrazione del battesimo, per far coincidere la rigenerazione spirituale dei suoi figli con la gloriosa resurrezione del suo Capo, rivolgendo ai neobattezzati queste parole di San Paolo: "Se siete resuscitati col Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo è assiso alla destra del Padre " (Col, 3, 1).

Tra le catechesi preparatorie al battesimo, quella che spiega in particolare il simbolo segnala sempre la resurrezione di Cristo. Talvolta poi i catechisti dettagliavano le circostanze del fatto, con qualche prova succinta, ma il più spesso l'affermavano soltanto, insistendo poi sulle conseguenze morali e pratiche del mistero (1).

(1) Cfr. Particolarmente San Grillo di Gerusalemme, Catte., XIV, PG. t. XXXIII coli. 825-866.

CAPITOLO IV. - DOTTRINE CONTRARIE ALLA RESURREZIONE. LORO CONFUTAZIONE (1).

Tanto per ricordarle, segnaliamo le ipotesi romanzesche e strane, che Reuss consiglia giustamente di lasciar perdere.

1.o Quella di Samuele Reimarus (f 1768) nei celebri a Frammenti " pubblicati da Lessing (2). Il corpo di Gesù sarebbe stato rubato dagli apostoli per ingannare e far credere la resurrezione del loro Maestro;
2.o quella di Gottlob Paulus (1761-1851), che immagina una sincope, seguita dal risveglio di alcuni giorni e dalla morte definitiva (3).

Queste e altre finzioni quasi simili hanno fatto il loro tempo. I critici più radicali, P. W. Schmiedel e Arnold Meyer, le riconobbero inani e, prima di essi, il loro maestro Davide Federico Strauss. Tutte comportano insincerità e frode, non solo ripugnanti in se stesse, ma inverosimili.

Che i sinedriti abbiano portato via il corpo, come disse in mancanza di meglio, Alberto Réville (4), non spiega affatto il cambiamento che si deve necessariamente constatare negli apostoli, senza parlare del marchiano disaccordo dei nemici di Gesù, in simile caso.

Evitando questi vicoli ciechi, quasi tutti gli avversari della resurrezione s'impegnano per altre vie.

Dopo aver fatto il possibile onde frazionare e restringere la base del fatto supposta dai racconti, per spiegare il nocciolo, che per le testimonianze di Paolo e la fede apostolica non possono eliminare, ricorrono a due espedienti principali:

a) Visioni soggettive; b) le credenze preesistenti, che avrebbero agito infiltrandosi o ispirando la prima generazione cristiana, al punto che un'impressione, prima fuggevole e fluida, avrebbe preso corpo precisandosi in affermazioni consistenti e sviluppandosi infine in racconti adattati ai bisogni apologetici della religione nascente.

L'accordo si ferma qui; quando poi, lasciate le generalità, si esamina la triplice tappa offerta dai critici radicali: riduzione dei testi; il numero, il tempo, il posto e la natura delle visioni; designazione dei tratti, dei miti e delle attese profetiche, che avrebbero reagito sulla formazione della leggenda evangelica di Pasqua, il grosso degli scrittori si sbriciola in opinioni personali.

(1) Secondo L. de Grandmaison, Jésus-Christ, II voi., pp. 409-434 (molte espressioni sono testuali).
(2) Von dem Zwecke Jesu und seiner Junger, ed. G.R. Lessing, Brunswik 1778.
(3) Das Leben Jesu als Grundlage einer reinen Gesehichte des Urchristentums, Heidelberg, 1928.
(4) Jésus de Nazareth, Parigi, 1907,

§ 1. - Riduzione dei testi.

I mezzi usati dagli avversali.

- Per svigorire un buon numero di testi, e quindi di fatti, si ricorre a due mezzi di prova:
1.o il confronto delle apparizioni ricordate da San Paolo con quelle dei Vangeli, concludendo che par
ecchie di queste dovrebbero venir cancellate dalla storia;
2.o l'esistenza di due tradizioni evangeliche o apostoliche, tra le quali bisognerebbe scegliere.

I. - Schmiedel (1891) nell'Hand-Commentar zur N. T. suppone molto arbitrariamente che l'elenco delle apparizioni trascritte nei frammenti di catechesi di San Paolo (1 Cor., 15) sia completa e squalifica tutto ciò che non è qui.

Dobbiamo rispondere che anzi è decisamente improbabile che nella breve parentesi, destinata a dare ai Corinti, riguardo al fatto della resurrezione, dei garanti irreprensibili, ufficiali e possibilmente accessibili, Paolo si appellasse alle apparizioni a persone private, come le pie Donne o anche i discepoli di Emmaus. Ogni testimonianza assunta da lui aveva la sua ragion d'essere e impressionava lo spirito dei suoi corrispondenti. Infine mille esempi dicono non doversi spiegare troppo in fretta, con l'ignoranza d'un autore, il suo silenzio su questo o quell'episodio cui allude.

II. - Più speciosa è la divisione operata nella materia evangelica. La meno violenta distingue due correnti di tradizione, che sarebbero il sustrato dei nostri racconti:

a) La più antica sarebbe rappresentata dall'ingiunzione fatta ai discepoli di andare in Galilea, dove avrebbero veduto il Maestro: ultimi versetti in contestati di Marco e l'ultimo capitolo di Matteo. La fine del Vangelo di Pietro favorirebbe questa tradizione. Cristo sarebbe dunque apparso ai discepoli solamente in Galilea in un tempo impossibile a precisarsi, ma poco dopo la morte.

b) L'altra corrente, posteriore e più ricca di particolari, sarebbe da cercare nel terzo Vangelo, nel principio degli Atti, nel capitolo ventesimo di Giovanni. Essa situerebbe a Gerusalemme le apparizioni del Salvatore, facendole cominciare la domenica mattina e finire o la sera stessa, o dopo un tempo che gli Atti valutano a quaranta giorni.

I critici recenti propongono divisioni meno artificiali. Maurizio Goguel crede di poter distinguere nei nostri documenti due nozioni della resurrezione. L'una, più spirituale, " paragonabile a quella di Paolo, ammette che il risorto non è più soggetto alle condizioni ordinarie dell'esistenza umana " : è una semplice glorificazione. L'altra è quella della revivificazione. Cristo risuscitato riprende la sua esistenza terrena al punto in cui la morte l'ha interrotta. Di queste due concezioni, già combinate nei nostri racconti, ma che sarebbero " inconciliabili tra di loro ", dev'essere ritenuta la prima e più antica; quindi quanto porta la traccia dell'altra sarebbe secondario (5).

(5) Cfr. La résurrectìon dans le chrìstianisme primitif, in Actes du Congrès international d'Histoire des religions, 1923, Parigi 1925.

Elementi per una risposta.

- Per rispondere a queste ipotesi, tanto variabili e arbitrarie, indicheremo soltanto le linee generali della questione.

Non è proibito ricercare e distinguere le fonti, essendo certo che i nostri evangelisti ne fecero uso, e Luca lo confessa apertamente; ma distinguerle con esattezza comporta un lavoro delicatissimo e rischioso. Premesso questo, è pienamente lecito distinguere e cercare di restituire congetturalmente le tradizioni galilee e giudee, e tutto sta nel sapere se esse sono complementari, o se l'una escluda l'altra.

È anche permesso, e forse è più utile, cercare come gli apostoli concepissero la natura dell'avvenimento pasquale.

Non abbiamo il diritto d'escludere a priori le nozioni di ascesa al cielo, come veniva immaginata la sparizione di Enoch e di Elia, o i vari modi di resurrezione descritti da Goguel. Però i discepoli non erano affatto dottrinari o teorici, ma testimoni che cercavano d'esprimere " quello che i loro occhi avevano veduto, le orecchie sentito, le mani toccato del Verbo di Dio ", e quindi nei loro ricordi non hanno sceverato le linee in modo da ottenere un insieme logico e coerente con una concezione antecedente.

Chi appariva loro era Gesù, in uno stato diverso, glorioso, celeste; era la stessa persona glorificata in corpo e anima. Proprio questo è l'oggetto del messaggio pasquale, di cui le concezioni moderne non riescono a intaccare la solidità, tanto che perfino Goguel, difensore delle due concezioni della resurrezione, che ritiene "inconciliabili ", deve lealmente riconoscere d'avere contro tutti i documenti evangelici: "Non c'è racconto canonico o estracanonico, che alla concezione della revivificazione non mescoli alcuni tratti della concezione della glorificazione ". Egli veramente aggiunge che " la concezione spiritualista completamente pura è in Paolo e non si mescola affatto ad elementi appartenenti alla concezione della revivificazione ". Però anche quest'ultima pretesa è insostenibile, perché San Paolo cerca di assimilare espressamente il suo insegnamento a questo riguardo a quello ricevuto per tradizione entrando nella Chiesa, e a quello che danno attualmente tutti i suoi colleghi (I Cr., 15, 11): " Sia dunque io, 0 siano loro, questo è quel che noi predichiamo, e questo è quel che voi avete creduto ".

Infatti è inammissibile che se la predicazione non paolina era tutta spiritualista, nessun racconto canonico o estracanonico non l'abbia conservata tale e quale. Questo perché la predicazione non fu tutta spiritualista nemmeno in S. Paolo. L'elemento della " revivificazione " inteso come l'identità personale del Resuscitato con Gesù di Nazareth in possesso del suo corpo reale, ancorché glorificato, è chiaramente indicato nel concetto paolino della resurrezione.

Quando poi l'Apostolo, nello stesso passo, spiega il genere di resurrezione che attende i fedeli per la virtù e il modello di Gesù, nota con cura e con i termini più forti l'identità personale dei resuscitati, corpi e anime, con i vivi di quaggiù (1 Cor., 15, 53). Contro il fatto dell'unità fondamentale e certa delle due tradizioni, che si vogliono incompatibili, vengono a spezzarsi le analisi letterarie della scuola liberale, sicché, per quanto risalgano indietro il primo e il quarto Vangelo, vi troviamo mescolate le due correnti, e questo perché venivano riguardate come complementari. Se interpretato come si deve, con l'aiuto degli Atti, che rimandano formalmente ad esso, il terzo Vangelo offre una cornice abbastanza elaborata da potervi far entrare, senza violentarle, le apparizioni della Galilea.

Col secondo Vangelo, interrotto bruscamente prima di raccontare qual-siasi apparizione, non si può concludere nulla. La finale presente unisce chiaramente le due tradizioni. Dunque l'ipotesi delle versioni esclusive non può farsi forte di nessuno dei racconti esistenti.

Altro indizio molto sfavorevole ai nostri avversari è il fatto che essi si mettono nella necessità di rigettare, prima di qualsiasi ricerca, episodi attestati molto bene, come la sepoltura di Gesù per opera di Giuseppe d'Arimatea nella tomba trovata vuota la domenica mattina. In realtà quasi tutti questi critici preferiscono la versione galilea, perché sostenuta dai testimoni più antichi (Marco, Matteo, Paolo) e quindi più verosimile in se stessa e capace di offrire alla preparazione psicologica delle apparizioni il tempo, la lontananza e i mezzi necessari di suggestione. In questo caso a Gerusalemme si può conservare " nulla più che l'andata delle donne al sepolcro, finita con una fuga precipitosa ". Bisogna dunque trattare come una leggenda la constatazione che la tomba venne trovata vuota o, assieme a Kirsopp-Lake, Arnold Meyer, P. W. Schmiedel, A. Loisy, dare alla pura finzione una parte sempre più grande. A. Loisy molto logicamente giunge a non conservare uno solo dei tratti suddetti, immaginando la ragione apologetica, che avrebbe indotto a creare ogni fatto. Ma a chiunque è evidente che l'arbitrarietà spinta fino a questo punto straccia e strapazza a capriccio i testi, ai quali lo storico, che li vuole interpretare rettamente, deve sottomettersi il più possibile.

Infine la testimonianza di Paolo, che nessun critico ponderato osa mettere in dubbio, e di cui la maggior parte si serve come d'una norma, favorisce il partito adottato dagli evangelisti. La prima apparizione che san Paolo ricorda è quella di cui venne favorito Pietro; l'unico evangelista che ne parla la pone a Gerusalemme; Paolo nella sua enumerazione distingue molto accuratamente Pietro da solo, da Pietro considerato nel gruppo di cui faceva parte, occupando il primo posto.

Conclusione. - Nei diversi ricordi riuniti dai racconti evangelici, bisogna vedere tradizioni complementari e non esclusive. Gesù apparve ai suoi in Gerusalemme e in Galilea; l'ordine e il tempo esatto delle apparizioni in parte ci sfugge per la natura dei racconti. Pur riconoscendo nei testi l'eco dei due gruppi di ricordi, più giustapposti che armoniosamente fusi, noi, come gli stessi evangelisti, ci rifiutiamo d'optare tra questi dati tradizionali. Il caso si presenta spesso nella storia di ricordi solidamente attestati, ma a prima vista poco coerenti tra loro, e di cui bisogna rinunciare a fissare con certezza la successione esatta e dettagliata. Scegliere una sola serie coerente di ricordi e considerare l'altra come se si trattasse di una pura invenzione, è metodo comodo, ma poco degno d'uno storico.

§ 2. - Natura delle apparizioni.

Quello che i critici razionalisti lasciano sussistere nei racconti, include sempre una o più " apparizioni " di Cristo. In qualunque modo si spieghino, tali manifestazioni d'oltretomba sono l'imperioso postulato della fede degli apostoli nella resurrezione. Sembra pure che la tendenza attuale arrivi ad allargare questa base di fatto. Possiamo spiegare questo:

a) con una visione più intelligente delle origini cristiane, che conduce i nostri contemporanei a constatare il posto immenso che la credenza e la dottrina di Cristo risorto occupano nella genesi della religione cristiana; 
b) con le ricerche recenti e relativamente precise in materia di psicologia, che offrono un materiale di manifestazioni postume, le quali permettono di far entrare quelle che un tempo si reputavano inammissibili in una corrente di fatti classificati e naturali;
c) con la crescente importanza data al testo di Paolo, che non permette di ridurre a meno di cinque o sei le apparizioni.


Idee essenziali dei vari razionalisti sulle apparizioni.

- Nelle congetture sostituitesi a quelle di Renan, evidentemente troppo ridicole, possiamo distinguere queste idee essenziali:

1. Gesù non potè risorgere nel senso proprio della parola. Si deve respingere la nozione della rianimazione d'un corpo mortale, e i passi che la riferiscono si devono considerare leggendari.
2. Le apparizioni devono essere ricondotte a un sentimento di presenza avvivato fino all'allucinazione visiva.
3. Queste apparizioni avvennero in Galilea, in circostanze e date che è difficile precisare, ma abbastanza tardive per rendere verosimile il lavorìo subcosciente, che finalmente s'è proiettato in visioni.
4. La natura di queste visioni ci sfugge; per darne qualche idea si prende come punto di paragone l'apparizione di Cristo a San Paolo sulla via di Damasco, della quale si a spiritualizza " l'oggetto, forzando qualche termine usato al riguardo dall'apostolo e ricordando un certo numero di fatti analoghi: Calvinisti delle Cevenne nel secolo XVII, le " voci " di Santa Giovanna d'Arco, visioni postume di San Tommaso Becket e di Savonarola. Ci si orienta piuttosto nel senso dei fantasmi propriamente detti, mettendo a profitto di quest'intento le raccolte di fatti di questo genere, a cura della " Società psichica di Londra " e studiati specialmente da F. W. H. Myers.

Confutazione di queste tesi. - Una grande distanza le separa dai dati di fatto, quali ce li rivelano i documenti.

Gesù è risorto nel senso vero e proprio della parola. - Tutti i testi assegnano alle apparizioni una causa sensibile: il corpo del Signore, non com'era prima della morte, bensì in uno stato nuovo, glorioso, tuttavia sempre tale che la presenza di Gesù resta percettibile, tangibile, corporea.

Inoltre la dottrina della resurrezione dei corpi data da San Paolo (I Cor., 15) identifica il corpo glorificato, spiritualizzato e trasformato, col corpo carnale, mortale e corruttibile.

Crolla dunque la teoria delle visioni non sensibili, perché contraria a tutti i testi.

Inverosimiglianza dell'ipotesi fondamentale. - Relativamente a coloro ai quali si presta la visione senza l'oggetto sensibile, e relativamente alla stessa allucinazione e ai suoi risultati. Infatti:

Tutto fa vedere che il gruppo apostolico era diffidente e abbattuto. Non c'è nessuna somiglianza tra le visioni che convinsero questi uomini di poca fede e i " fantasmi viventi ", intravisti da qualche persona, o le allucinazioni delle quali la storia ha conservato un ricordo più o meno netto, dove l'effetto rimane vago e comunemente s'impone a un solo senso (vista e udito), mai a tutti i sensi d'un uomo sano, che non dorma un sonno naturale o provocato. Per quanto fossero emozionati, gli apostoli non erano degli sconvolti o dei deboli, né dormivano. Il loro passato e il loro avvenire non permette di assimilarli ai piccoli circoli d'esaltati (camisardi delle Cevenne) cui vengono a torto paragonati. La fede degli apostoli, lungi dal poter creare il suo oggetto con uno slancio disperato, come si è costretti a supporre, aveva bisogno d'essere rinnovata, sollevata, ricreata. Non bastava la parola delle donne e nemmeno il vedere il sepolcro vuoto.

Infine l'allucinazione (alcuni moderni le danno il senso d'una percezione sensibile d'un oggetto reale, benché assente), anche veridica, resta sterile, perché fondata sulla debolezza e l'illusione. Essa o tende a divenire abituale, piegando a poco a poco l'equilibrio mentale e morale e precipitando infine nella mania; oppure resta allo stato d'incidente isolato in una vita normale, senza esercitare nessun influsso duraturo; l'uomo sano di mente ripiglia il suo normale comportamento e gli resta nello spirito solo un punto sensibile, un'inquietudine. Tra questi fenomeni anormali, sempre un po' morbidi e quindi infecondi, e la convinzione serena, ferma, invincibile che, senza strappare i discepoli alla loro prima formazione, li rettifica, li trasforma, ne centuplica le energie, li illumina a interpretare tutto il passato, li trasforma per molti anni in convertitori, capi, eroi, e martiri, c'è un abisso.

§ 3. - Infiltrazioni pagane.

La tesi della scuola comparatista. - Al principio del secolo xx i pionieri della scuola comparatista non tralasciarono di applicare al racconto della resurrezione di Cristo la chiave magica, che doveva svelare qualsiasi mistero. È noto come tali eruditi considerino le più alte realtà spirituali come risultanti dall'evoluzione naturale, sotto la spinta d'una forza immanente, delle forme religiose o prereligiose più grossolane. Cosi il dogma evoluzionista può sfatare definitivamente " l'ipotesi gratuita e puerile d'una rivelazione primitiva"! Riguardo alla resurrezione di Cristo, J. G. Frazer non esita a dire: " II colpo vibrato sul Golgota fece vibrare all'unisono mille corde in attesa, dovunque l'umanità aveva conoscenza della antichissima storia del dio che muore e risorge " (6).

Di questa storia ogni critico evoluzionista scopre qualche traccia. Gli assiriologi H. Zimmern, P. Jensen, Ch. Virollaud ci rimandano naturalmente a Babilonia, a Marduk, ai panteon sumerici o assiri; O. Pfleiderer, T. K. Chey-ne e, con scienza più solida, H. Gunkel, R. Reitzenstein, W. Bousset, J. G. Frazer preferiscono ricorrere alle religioni orientali, egiziane, iraniche, senza naturalmente dimenticare l'ellenismo con il culto di Attis, Adone, Osiride. I loro divulgatori, che sono legione, attingono a piene mani da tutte le favole i tratti che sembrano loro suscettibili d'una qualsiasi applicazione.

Attualmente la teoria del prestito diretto degli evangelisti o di San Paolo da fonti pagane, almeno per quanto riguarda la passione e la resurrezione di Cristo, non è più sostenuta da nessuno. Si ricercano gl'influssi indiretti poiché si ritiene sia stato l'ambiente giudaico a fare da intermediario tra il cristianesimo nascente e la mitologia babilonese, uranica, ellenica, egiziana o i culti orientali.

Si possono riassumere le vedute comparatiste a questo riguardo in due punti:

1. La nozione cristiana di resurrezione dovette essere influenzata dalle credenze, antiche e largamente diffuse, degli dèi che muoiono e ritornano alla vita;

2. " la fissazione della data (Gesù risorse il terzo giorno) deve probabilmente la sua origine a calcoli e speculazioni d'ordine mitologico " (7).

(6) J. - G. Frazer, The Golden Bough, III, The dying God.
(7) L. de Grandmaeon, Jèsus-Christ, t. II, p. 430.

Confutazione di questa tesi. - Però l'ipotesi dei prestiti e delle infiltrazioni, anche indirette, resta nel campo puramente congetturale, ed ha contro di sé tutti gli elementi positivi sui quali si deve fondare.

In realtà nei nostri racconti non c'è alcuna traccia allusiva a credenze preesistenti, ad antecedenti pagani o anche giudaici. Tutto è concreto, non c'è generalizzazione, nessun appello al risveglio dell'anno, alla rinascita delle stagioni, alla vittoria dell'eroe sul Caos o sul Dragone. In particolare le annotazioni di tempo, cui si fa assegnamento, non si prestano a commenti, e l'importanza attribuita al terzo giorno è evidentemente destinata a precisare e porre fuori dubbio la realtà del fatto. Si riconosce che questa cifra non potè essere suggerita dalle Scritture dell'Antico Testamento; i discepoli non avevano capito le predizioni di Gesù a questo riguardo e solo il fatto darà loro la chiave per interpretare la Scrittura e le predizioni, anche se più tardi poterono leggere il fatto nei profeti e rendere cosi più credibile l'annuncio della resurrezione ai giudei e ai proseliti.

Più ancora. Accostando con un po' d'attenzione la resurrezione di Cristo e la reviviscenza degli dèi solari, dei semidei della vegetazione e delle stagioni. d'Osiride, di Adone e Attis, balza agli occhi la contraddizione. Là abbiamo un uomo vero, noto, familiare, Gesù di Nazareth, realmente preso, perseguitato, immolato dai suoi nemici, sotto gli occhi dei discepoli, i quali, dopo la morte di lui, si persuadono e convincono molto presto, non con ragionamenti, speranze e attese, ma per i fatti, che il loro Maestro è risorto. La nuova vita in cui è entrato supera la loro facoltà di comprendere, ma s'impone a loro, che ormai saranno i testi irreprensibili e persuasivi del Risorto. Molto diverso è il dio mitico: la sua storia ha i contorni vaghi della leggenda; la. sua morte e reviviscenza hanno la plasticità dei simboli, e anche l'impudenza delle favole naturistiche. Sotto nomi diversi, attraverso gli episodi suggeriti dalla fantasia sbrigliata dei poeti, o regolata dall'arbitrarietà dei miti, stanno le grandi forze oscure, amorali, anonime, degradate e designate dal lavorio degli uomini che occupano il fondo del teatro e determinano le maggiori fasi del dramma. Siamo fuori d'ogni storia e di qualsiasi contesto reale: così le favole si possono accostare, innestare, allungare, deformare all'infinito. All'origine di tutte non c'è una persona sola, ma una coppia divina, s dove il primo posto spetta alla donna " (8), e se in alcuni miti l'idea della vita futura getta qualche raggio di luce e introduce la nozione di purificazione (se non di purezza) morale, nulla può cancellare l'orrore del mito primitivo. Attis, per attenerci all'esempio più sfrattato dai comparatisti, è a l'eroe miserabile d'un'oscena avventura amorosa "; nella forma più antica del mito egli non muore o non ritorna in vita. Quando poi da tutta la favola si volle trarre una specie di mistero teatrale che rappresentava una festa di primavera, simbolo del rinnovamento annuo, dai misteri egiziani o siriaci vennero desunti elementi figurati, che attribuivano a Cibele una parte del compito un tempo proprio d'Afrodite o Iside. Che rapporto c'è tra tutto questo e la storia della morte e della resurrezione di Cristo?

Ecco fino a che punto possono venir trascinati gli studiosi dal partito preso e dal timore del soprannaturale! Dopo averle esaminate, ci è permesso di dire che queste difficoltà sono troppo leggere per controbilanciare la testimonianza dei contemporanei di Paolo e di Pietro, di Giacomo e di Giovanni,

(8) Fr. Cumont, Les religions orìentales data le paganismi romain, Parigi 1907, p. 60.

di quelli che, avendo veduto Gesù risorto, ci trasmisero le loro impressioni personali e confermarono la loro deposizione con la fecondità della loro vita e l'eroismo della loro morte (9).