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Il colpevole? Ovviamente l’Opus Dei

di Andrea Tornielli



Ci sembra di aver ampiamente dimostrato, nei capitoli precedenti, quanto poco affidabile sia il romanzo di Dan Brown. Ogni pagina, ogni informazione, ogni tesi che viene presentata come acquisita, si fonda in realtà su leggende contenute in altrettanti libri pubblicati negli anni scorsi. Vangeli gnostici dai testi lacunosi ai quali si concede ciecamente attendibilità screditando i testi canonici; un mito costruito a tavolino da un ristoratore in cerca di avventori e un giornalista-romanziere con la passione dell’allevamento dei maiali; le elucubrazioni di un ex combattente contro il complotto «pluto-giudaico-massonico» che si «inventa» di discendere dai Merovingi e fa fabbricare all’uopo le «antiche» pergamene che lo confermino; un Priorato così segreto e antico da essere stato istituito nel 1956 con regolare richiesta alla prefettura; rocambolesche arrampicate sugli specchi per scovare nei quadri di Leonardo simbologie nascoste, peraltro rintracciabili, con un po’ di esercizio, praticamente in ogni raffigurazione, dai graffiti della Val Camonica ai quadri di Salvador Dalí.

Le «fonti» stesse di Dan Brown, i suoi stessi «ispiratori», sono stati costretti dalla grossolanità delle loro affermazioni a fare ammenda pubblica, smentendo le loro teorie: documenti falsi, storie inesistenti, persino il Priorato di Sion ormai esiste soltanto a livello «metafisico». Eppure tutto questo coacervo di bufale e di leggende è stato reimpastato, riabilitato e fornito su un piatto d’argento a milioni di lettori, molti dei quali portati a credere che le dotte disquisizioni propinate dal professor Langdon e dal professor Teabing alla povera Sophie Neveu, discendente della Maddalena, siano vere e che la Chiesa abbia realmente ingannato per duemila anni i suoi fedeli.

C’è un ultimo aspetto del romanzo che non abbiamo ancora affrontato e che faremo brevemente nelle pagine che seguono, quello del ruolo dell’Opus Dei. Va dato atto alla prelatura fondata da San Josemaría Escrivá di aver saputo sfruttare nella maniera più intelligente l’attacco del Codice da Vinci e la sua fortuna mediatica, trasformando i calunniosi contenuti del romanzo di Dan Brown in un’occasione per far conoscere la verità sull’Opera, i suoi fini, le sue attività. Lungi dall’aderire a campagne di boicottaggio o dal promuovere battaglie legali che avrebbero finito col fare soltanto pubblicità gratuita al romanzo, i responsabili della prelatura hanno accettato la sfida, rispondendo con la trasparenza alle calunnie.

Per comprendere il livello di serietà delle affermazioni di Dan Brown, soffermiamoci un istante su quanto viene detto nel Codice da Vinci circa l’Inquisizione e le streghe mandate sul rogo. Leggiamo: «La categoria delle cosiddette “streghe” – definite così dalla Chiesa – comprendeva tutte le donne istruite, le sacerdotesse, le zingare, le amanti della natura, le erboriste… In trecento anni di caccia alle streghe, la Chiesa aveva bruciato sul rogo la sorprendente cifra di cinque milioni di donne». Cinque milioni è una cifra considerevole, un genocidio di proporzioni vastissime, un Olocausto delle streghe. Sono andate davvero così le cose? Il lettore che ci ha seguito fin qui conosce già la risposta in anticipo. Assolutamente no. Sono stati recentemente pubblicati dalla Biblioteca Apostolica Vaticana gli atti di un convegno internazionale sull’Inquisizione che si è tenuto a Roma alcuni anni prima (L’Inquisizione. Atti del Simposio Internazionale, Città del Vaticano 2004). I massimi studiosi dell’argomento si sono confrontati e si sono scambiati informazioni, basate su documenti inoppugnabili (non su pergamene false scoperte in colonne cave che cave non sono). Nella presentazione degli atti del simposio, il professor Agostino Borromeo, docente di storia all’Università La Sapienza di Roma, scrive che «oggi è possibile fare la storia dell’Inquisizione prescindendo dai luoghi comuni perpetrati fino all’Ottocento». Lo studioso ha precisato che in merito alla caccia alle streghe, i tribunali dell’Inquisizione delle varie nazioni si sono comportati in questo modo: l’Inquisizione spagnola ha condannato a morte 59 streghe, quella portoghese 4, quella romana 36. «Se si sommano questi dati», spiega Borromeo, «non arriviamo neanche a un centinaio di casi, contro i 50.000 di persone condannate al rogo, in prevalenza dai tribunali civili, su un totale di 100.000 processi (civili ed ecclesiastici) celebrati in tutta Europa nell’età moderna».

Certo, quella dei roghi non è di sicuro stata una bella pagina della storia della cristianità, né si può dire che coloro i quali hanno fatto bruciare le «streghe» si siano comportati secondo il vangelo. Ci permettiamo soltanto di notare che la matematica non è un’opinione e dunque che meno di cento casi non possono essere presentati come cinque milioni. L’affermazione di Dan Brown è dunque palesemente e assolutamente falsa. I dati sono incontrovertibili. Ma non c’è da stupirsi che chi propaga le amenità sul «sangreal» della Maddalena possa inventarsi milioni di streghe fatte bruciare dalla Chiesa cattolica.

Questo esempio, tra i tanti che si potevano citare nel Codice da Vinci, l’abbiamo evidenziato soltanto per mostrare quel «pizzico» di pregiudizio negativo nei confronti della Chiesa che aleggia nelle pagine di Dan Brown. Un’ottima chiave di lettura per comprendere quale credito debbano avere le sue calunniose teorie sull’Opus Dei.

Il feroce sicario del Codice da Vinci è il «monaco» albino Silas, che risponde agli ordini del vescovo Manuel Aringarosa, capo dell’Opus Dei, e commette su sua commissione terribili omicidi.

Chiediamoci innanzitutto che cosa sia questa organizzazione. Si tratta di una «prelatura personale» della Chiesa cattolica, figura giuridica istituita nel nuovo Codice di diritto canonico, che è stata fondata a Madrid il 2 ottobre 1928 dal sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá de Balaguer, proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1992 e quindi santo dallo stesso Pontefice nell’ottobre di dieci anni dopo. Quel «personale» che segue il termine prelatura, non sta a significare che si tratta di un’organizzazione privata agli ordini del Papa, ma serve a indicare il tipo di vincolo dei suoi membri con l’istituzione. A differenza della prelatura territoriale, la prelatura personale non fa riferimento a una certa porzione di territorio: i fedeli dell’Opus Dei, presenti in tutto il mondo, obbediscono all’autorità dei singoli vescovi diocesani ma fanno riferimento, per la loro formazione spirituale e per i compiti specifici legati alle attività dell’Opus Dei, al prelato che la guida.

Fanno parte dell’Opus Dei circa 85.000 persone dei cinque continenti. Il carisma particolare dell’Opera è quello di contribuire alla missione evangelizzatrice della Chiesa, «promuovendo tra i fedeli cristiani di ogni condizione uno stile di vita pienamente coerente con la fede nelle circostanze quotidiane, specialmente attraverso la santificazione del lavoro». Il lavoro ben svolto, la vita quotidiana nei suoi aspetti apparentemente più umili, diventa così un’occasione di santificazione. Chi ha avuto modo di venire in contatto con le realtà dell’Opera sa bene che non si tratta affatto di un’associazione «segreta» e può testimoniare di aver incontrato tanta gente comune, cristiani come tutti, che cercano di vivere la loro fede e di dare la loro testimonianza nella vita di ogni giorno, in ufficio o a scuola come in famiglia.

«Per raggiungere questo fine», il fine della santificazione – si legge nel sito Internet dell’Opus Dei in Italia – «la prelatura fornisce i mezzi di formazione spirituale e la cura pastorale anzitutto ai propri fedeli, ma anche a molte altre persone. Tale cura pastorale esorta a mettere in pratica gli insegnamenti del Vangelo, mediante l’esercizio delle virtù cristiane e la santificazione del lavoro. Santificare il lavoro vuol dire, per i fedeli della prelatura, lavorare secondo lo spirito di Cristo: svolgere perfettamente i propri doveri per dare gloria a Dio e per servire gli altri, dando in tal modo il proprio contributo alla santificazione del mondo e rendendo presente lo spirito del Vangelo in ogni attività e realtà temporale. I fedeli della prelatura svolgono il proprio lavoro di evangelizzazione nei diversi ambiti della società in cui operano. Di conseguenza, il loro impegno non si limita a un campo specifico, come per esempio l’educazione, l’assistenza degli ammalati o l’aiuto ai disabili. La missione della prelatura è quella di ricordare a tutti i cristiani che, qualunque sia l’attività alla quale si dedicano, essi devono cooperare a trovare delle soluzioni cristiane ai problemi della società e dare costante testimonianza della propria fede».

«Lo spirito dell’Opus Dei», si legge ancora nel sito, «mira a coltivare la preghiera e la penitenza, per sostenere l’impegno di santificare le realtà quotidiane. Perciò i fedeli della prelatura introducono nella propria vita alcune pratiche costanti: l’orazione mentale, la partecipazione quotidiana alla Santa Messa, la confessione, la lettura e la meditazione del Vangelo, ecc. La devozione per la Madonna occupa un posto di rilievo nei loro cuori. Inoltre, per imitare Gesù, compiono anche sacrifici, soprattutto quelli che consentono il fedele adempimento del dovere e rendono la vita più gradevole agli altri, ma anche la rinuncia a piccole soddisfazioni, il digiuno, l’elemosina, eccetera».

Tra le penitenze a cui talvolta si sottopongono volontariamente alcuni dei membri dell’Opera ci sono anche mortificazioni corporali che appartengono alla storia e alla tradizione bimillenaria della Chiesa. Soltanto un numero più ristretto di aderenti all’Opera, vale a dire i «numerari», che vivono il celibato e abitano nei centri della prelatura, e gli «aggregati», che vivono con le loro famiglie di origine, praticano queste mortificazioni, mentre gli altri membri (di gran lunga la maggioranza, vale a dire i «soprannumerari», che sono invece sposati) sono invitati a sottoporsi a mortificazioni piccole ma frequenti come per esempio rinunciare allo zucchero nel caffè o al burro sul pane. Piccoli sacrifici simili a quelli che un tempo venivano indicati come «fioretti».

Per quanto riguarda le mortificazioni corporali più significative, basterà ricordare che un Papa modernissimo e innovatore, qual era Paolo VI, portava in talune occasioni il cilicio, come ha rivelato dopo la sua morte il segretario, monsignor Pasquale Macchi. Val la pena di precisare anche che questa sofferenza non è fine a se stessa, non è di per sé neanche qualcosa di punitivo per l’uomo che la pratica ma trova il suo significato nell’amore di Gesù per l’umanità: Cristo ha liberamente accettato di soffrire e di morire per redimere il mondo e i cristiani sono chiamati a imitare questo suo grande amore. Si legge infatti nel Catechismo della Chiesa cattolica: «Il cammino della perfezione passa attraverso la croce. Non c’è santità senza rinuncia e senza combattimento spirituale (2 Timoteo, 4). Il progresso spirituale comporta l’ascesi e la mortificazione, che gradatamente conducono a vivere nella pace e nella gioia delle beatitudini».

Ben diversa è l’immagine che scaturisce, invece, dal romanzo di Dan Brown, dove viene rappresentato il fantomatico «monaco» (non si capisce «monaco» a che titolo, dato che anche i «numerari» dell’Opus Dei vivono la loro professione normalmente, non sono monaci né preti, non vestono un abito particolare), che prima compie con spietata precisione i suoi omicidi su commissione, poi si ritira nella sua cella per fare penitenza a suon di frustate.

Si legge nel Codice da Vinci: «Dopo aver compiuto quattro omicidi il monaco Silas pensa: “Devo purgare la mia anima dei peccati di quest’oggi”. I peccati da lui commessi avevano uno scopo santo. Le azioni di guerra contro i nemici di Dio si effettuavano da secoli. Il perdono era assicurato. Eppure, come Silas sapeva, l’assoluzione richiedeva un sacrificio». Il «monaco» albino ci appare come uno psicopatico. E qui il discorso potrebbe anche finire, perché uno psicopatico è uno psicopatico, sia che sia cristiano o musulmano, sia che appartenga a una confraternita, sia che frequenti una loggia massonica, sia che segua i dettami del vangelo che quelli coranici. Dan Brown è costretto ad affidare a un pazzo l’esecuzione dei delitti, perché si rende perfettamente conto dell’assurdità della sua teoria. In nessun modo e in nessun caso, infatti, per la fede cristiana il fine può giustificare i mezzi. Niente e nessuno può giustificare il fatto di commettere un peccato mortale, e l’omicidio premeditato entra indubbiamente nella categoria. Niente può giustificarlo. È ridicolo poi che Silas pensi di espiare il suo peccato, di riconciliarsi con Dio, semplicemente a suon di qualche frustata. Non accade così, non può accadere così nella Chiesa, non accade così in quella porzione di Chiesa che si chiama Opus Dei.

Il fedele che ha commesso un peccato mortale, infatti, non può riacquistare la grazia battesimale se non con la confessione sacramentale, davanti al sacerdote. Dieci minuti davanti al prete, in confessionale, se c’è un autentico pentimento, valgono immensamente di più di mille frustate nell’isolamento della propria camera. Ha scritto José Antonio Ullate Fabro, nel suo Contro il Codice da Vinci: «Non esiste alcuna pratica di mortificazione o alcun rituale che favorisca il perdono di Dio, ma il povero monaco albino non lo sa e quindi si direbbe che abbia ricevuto una pessima catechesi della prima comunione».

Per il cristiano cattolico, la Chiesa ha il suo fondamento su Gesù ed è guidata dal suo vicario in terra, il Papa. Ma quand’anche un Papa, improvvisamente impazzito, chiedesse a un fedele di commettere un omicidio nell’interesse della Chiesa, quest’ultimo troverebbe nella propria coscienza i criteri per discernere e dunque capirebbe subito che quell’atto rappresenta una terribile offesa a Dio.

Per il resto, presentando l’Opus Dei come una setta segreta disposta a tutto per perpetuare il suo potere, Dan Brown non fa altro che riprendere vecchie leggende nere, che spesso riemergono, come quella rilanciata dal quotidiano brasiliano «O Globo», secondo la quale l’Opus Dei avrebbe determinato (con appena due cardinali su 115) l’elezione di Benedetto XVI.

Il giornalista americano John Allen, vaticanista e corrispondente da Roma del «National Catholic Reporter» ha pubblicato da poco Opus Dei, un documentato volume sull’Opera. Allen afferma che «ci sono due Opus Dei». «Una», spiega, «è quella del mito, un’istituzione ricchissima, potente, con una grande influenza sia sulle questioni ecclesiastiche, sia su quelle civili, e questa è l’Opus Dei riflessa nel libro di Brown. L’altra Opus Dei, quella reale, è un’istituzione con 85.491 membri (meno della diocesi di Hobart, in Tasmania), con un bilancio inferiore a quello della diocesi di Chicago e molto meno potente di quanto la gente creda».

Com’è spesso avvenuto nella storia della Chiesa, ogni nuovo gruppo, ogni nuovo carisma che nasca e si sviluppi in fretta, viene guardato con una certa cautela. È accaduto lo stesso a molti ordini religiosi. Ma anche questa fase, per un’Opera il cui fondatore è già santo, può dirsi definitivamente conclusa.

Come abbiamo già detto, la prelatura fondata da San Josemaría Escrivá si è guardata dall’iniziare una guerra contro il Codice da Vinci, anche perché, a ben vedere, la leggenda nera che la riguarda è in fondo poca cosa rispetto all’attacco, grossolano e infondato, che nel romanzo viene portato ai fondamenti stessi della fede cattolica. Che cosa volete che sia presentare il sicario omicida come appartenente all’Opus Dei se poi si afferma che la Chiesa stessa ha ferocemente soppresso la «vera dinastia» di Gesù ingannando per duemila anni miliardi di persone?

Per far comprendere quale sia l’atteggiamento della prelatura di fronte al Codice da Vinci, ora trasformato in un film, ci sembra utile riprodurre un’intervista concessa da Marc Carroggio, responsabile per l’Opus Dei dei rapporti con i media internazionali, all’agenzia internazionale Zenit (www.zenit.org), nel gennaio 2006.

«Che cosa non le piace del libro e ora del film?

“So bene che la fiction segue le sue regole e non bisogna prenderla troppo sul serio. Però non piace affatto, a me come a qualsiasi altro cristiano, il fatto che il libro travisi con leggerezza la vita di Gesù. Inoltre, una sceneggiatura di questo tipo criminalizza un gruppo di persone. Dipinge la Chiesa come una banda di delinquenti per duemila anni disposta a tutto pur di tenere nascosta una grande menzogna. Anche se il prodotto è grottesco, e talvolta anche ridicolo, dipinge il ritratto odioso di un’istituzione, e si sa che i ritratti odiosi generano sentimenti di odio in coloro che mancano di capacità critiche. Mi sembra che non sia corretto trasformare una religione, qualsiasi religione, in una caricatura. Dovremmo cercare tutti il rispetto, la tolleranza, la comprensione. Non si può chiedere la pace con la mano sinistra e colpire con la destra”.

L’Opus Dei di solito non reagisce in modo ufficiale ad avvenimenti di questo genere. Si farà un’eccezione per il film “Il Codice da Vinci”?

“Qualcuno forse sta aspettando una specie di dichiarazione di guerra da parte della Chiesa cattolica oppure dall’Opus Dei. Forse sarebbe utile al marketing del film: si sa, un conflitto tra poteri e cose del genere... Le posso assicurare, però, che l’unica risposta che giungerà dall’Opus Dei sarà una dichiarazione di pace. Nessuno farà minacce, né boicotterà il film, o cose simili. Ci sarebbe in effetti piaciuto un gesto esplicito di rispetto da parte del produttore, Sony-Columbia. Da parte loro, invece, c’è stata solo quella che potremmo chiamare un’amabile indifferenza, senza segnali di alcuna sensibilità verso chi ha un credo religioso”.

Quale pensa che sarà la reazione delle persone dell’Opus Dei?

La reazione delle persone dell’Opus Dei sarà la stessa di molti altri cristiani: cercare di trasformare i limoni in limonata, ovvero di ottenere un po’ di bene dal male. In effetti siamo di fronte a una grande occasione per parlare di Gesù. Penso che l’interesse verso la figura di Gesù spieghi in parte la diffusione che ha avuto il romanzo. Questo è il tipico caso di ‘parassitismo culturale’: rendersi famosi entrando in polemica con personaggi famosi; presentare la trasgressione come arte. Se non ci fosse Gesù al centro del romanzo, il suo interesse svanirebbe. Penso che la risposta migliore sia quella di rendere più agevole la conoscenza di Gesù, utilizzando gli strumenti più opportuni. Ritengo che molti si sentiranno spinti a leggere il Vangelo, ad avvicinarsi a un buon libro sulla vita di Gesù e forse ad affrontare i grandi temi della fede, quelli che rispondono alle domande più difficili della vita dell’uomo”.

In un certo senso Dan Brown ha reso maggiormente di moda l’Opus Dei e ora voi avete la possibilità di farla conoscere ancor di più. Ha notato un aumento di interesse nei vostri confronti?

“Certamente. Nei mesi passati, solamente negli Stati Uniti, più di un milione di persone si è messo in contatto con il nostro sito web, in gran parte proprio grazie al chiasso prodotto dal Codice da Vinci. Il risultato è una specie di pubblicità indiretta per noi. Mi fa ricordare quello che succedeva nelle antiche Nazioni di area comunista. Se un organo ufficiale pubblicava un articolo contro la Chiesa, anche con attacchi all’Opus Dei, ricevevamo, da quel Paese, messaggi clandestini di persone che leggevano il testo al contrario, in negativo: erano giunte alla conclusione che l’Opus Dei doveva essere qualcosa di interessante, se veniva criticato da coloro che criticavano anche la Chiesa cattolica. Con il Codice da Vinci sta capitando qualcosa di simile. Abbiamo già avuto molti ritorni positivi con il romanzo e speriamo di aumentarli con l’uscita del film, se Dio vuole. Cercheremo di impegnarci per informare di più, mantenendo come sempre le porte aperte e mostrando grande disponibilità. Ci piacerebbe dare a quanti lo desiderano la possibilità di conoscere l’Opus Dei di prima mano. Ciò che non hanno voluto fare né l’autore del romanzo né il regista del film”.

Ci sarà un’azione legale contro il film?

“Con tutta sincerità, penso di no, anche se ce ne sarebbero motivi più che a sufficienza; se un film rivelasse, per esempio, che Sony-Columbia non sono ciò che sembrano, ma un’associazione di stampo mafioso, una setta di assassini, non credo proprio che i loro avvocati si potrebbero accontentare di una dichiarazione del tipo: non preoccupatevi, è solo una fiction. Sono convinto che minaccerebbero di sporgere denuncia. Però è anche evidente che un’azione legale rischia di trasformarsi in un conflitto istituzionale: farebbe nascere il caso Opus Dei contro Sony-Columbia. Mi sembra poco reale. Già ho detto che l’unica cosa che farà l’Opus Dei è una dichiarazione di pace. Per litigare bisogna essere in due, e in questo caso manca il... quorum. D’altra parte, ci sono persone dell’Opus Dei in 60 Nazioni. Alcune di loro hanno fatto nascere, con i loro amici, centri di formazione professionale per contadini, o per giovani con scarse prospettive di lavoro, o anche ospedali in aree depresse. Tutte queste iniziative si sostengono grazie all’aiuto economico di molte persone. È evidente che il romanzo e il film possono rendere più difficile il reperimento dei fondi. Per questo motivo non sarei sorpreso se alcune di queste organizzazioni richiedessero un indennizzo economico”.

Sconsiglierete ai membri dell’Opus Dei la visione di questo film o preferite che lo vedano perché arrivino a rendersi conto di quanto male è visto l’Opus Dei in alcuni ambienti?

“I membri dell’Opus Dei sono adulti. Non faremo nulla di simile. Mi sembra però interessante sollevare una questione: questo film non dovrebbe essere riservato solamente agli adulti? Una persona grande distingue facilmente la realtà da un prodotto di fantasia: è sufficiente un po’ di cultura. Di fronte alla manipolazione della storia, però, a un giovane mancano elementi di giudizio: non basta un cartello che dica fiction! Così come li si protegge da scene di sesso o di violenza, non si dovrebbe proteggerli dalla violenza che si esprime in modo più sottile e per questo più insidioso? Mi sembra ragionevole esprimere questa preoccupazione. Oltre che pensare al vantaggio economico, è necessario pensare alla possibile influenza negativa sui giovani. Insisto: non è tempo di seminare discordia tra persone, Nazioni, religioni, ma è invece tempo di concordia”».

Attraverso queste valutazioni di Marc Carroggio, siamo tornati, alla fine di questo percorso, proprio al problema che avevamo sollevato all’inizio. Serve a qualcosa indignarsi, promuovere boicottaggi, polemizzare aspramente? Serve sì, ma innanzitutto alla diffusione già eccezionale del romanzo e alla pubblicità, già imponente, del film. La questione cruciale è sempre e soltanto una: le leggende – perché soltanto di questo si tratta – del Codice da Vinci sono state propagate in tutto il mondo in dosi straordinariamente massicce. Gli effetti, lo abbiamo visto, possono essere diversi. Preoccupa il fatto che tante persone non abbiamo gli strumenti per rendersi conto di quale pastetta avariata si tratti: vecchie leggende, storielle già sentite, rifritte abilmente e presentate come nuove. Preoccupa che vi siano lettori del romanzo di Dan Brown i quali, arrivati all’ultima pagina, comincino a dubitare, comincino a sospettare di essere stati ingannati per duemila anni, quando invece l’unico inganno è quello messo in piedi più o meno consapevolmente dall’allegra compagnia esoterica dei cacciatori del Graal e dei tombaroli alla ricerca di pergamene a Rennes le Chateau. Preoccupa che nell’Occidente cristiano vengano messi così facilmente in discussione alcuni contenuti della storia (attenzione, della storia, non contenuti di fede), e che tutto questo sia tranquillamente «bevuto» da milioni di entusiasti lettori.

Non bisogna però tralasciare la grande occasione che il Codice da Vinci sta offrendo, l’occasione di far conoscere più da vicino il vero protagonista nascosto del romanzo, Gesù di Nazaret.

Ognuno è libero di credere a ciò che vuole, ai complotti che vuole, ai misteri che vuole. Ma è giusto che si sappia che, forse mai come in questo caso, il re è inequivocabilmente nudo.