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Gesù, la Maddalena e quelle nozze così «ovvie»

di Andrea Tornielli


Ci siamo finalmente lasciati alle spalle la trama del romanzo e i retroscena relativi alla produzione del kolossal cinematografico che ha avuto come iniziale set nientemeno che il Louvre. Possiamo ora entrare nel merito delle affermazioni di Dan Brown (e dei suoi predecessori), incominciando con quelle più «sostanziose», vale a dire quelle che sembrano all’apparenza minare le fondamenta stesse della religione cristiana e i suoi insegnamenti.

Secondo l’autore del Codice da Vinci, Gesù era sposato con la Maddalena, aveva avuto dei figli da lei prima di morire in croce. Il Nazareno non era «figlio di Dio», ma soltanto un grande profeta, un «maestro», trascinatore di folle, ma per nulla divino. Il quale avrebbe deciso di nominare la moglie quale fondamento della sua chiesa e guida spirituale della prima comunità cristiana. Non aveva però fatto i conti con gli agguerriti discepoli maschi, che non sopportando di vedersi sopravanzare e comandare da una donna, l’avevano esiliata, inventando di sana pianta un altro cristianesimo, più maschilista. Avevano cancellato ogni traccia del matrimonio tra Gesù e la Maddalena. L’imperatore Costantino aveva contribuito sensibilmente all’operazione, facendo scomparire i vangeli che provavano la verità e lasciando sopravvivere soltanto gli «innocui» testi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, con la complicità della Chiesa, pronta a esprimersi con un voto, e un risultato a maggioranza risicata, nientemeno che sulla divinità del figlio di Dio.

Incominciamo innanzitutto con il parlare della formazione del testo evangelico, della differenza tra vangeli canonici e vangeli apocrifi, del momento in cui si è formato il «canone» del Nuovo Testamento. Con il termine canone, che in greco significa «misura», «regola», s’intendono i libri sacri ufficialmente riconosciuti dalla Chiesa. I quattro vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni divennero «canonici» già nel II secolo dell’era cristiana, dunque parecchio tempo prima del Concilio di Nicea, tenutosi nel 325, che secondo Brown avrebbe ufficializzato la scelta. Il Canone Muratoriano, documento del tardo II secolo, contiene un elenco di libri canonici che include i quattro vangeli ed esclude altri scritti.

La parola «apocrifi», usata oggi per indicare i vangeli non canonici e dunque non riconosciuti dalla Chiesa, è sempre greca e significa «nascosti»: nel II secolo circolavano infatti scritti diffusi nei circoli gnostici cristiani che venivano denominati in quel modo, «apókryphoi». Lo gnosticismo («gnosis» significa «conoscenza») è un movimento filosofico-religioso molto articolato che ha avuto la sua massima diffusione tra il II e il III secolo. Gli gnostici credevano in un dualismo radicale, cioè in una differenza abissale tra Dio e la realtà materiale: lo spirito sarebbe, secondo questa visione, sostanzialmente estraneo all’universo e il rapporto con il mondo materiale non potrebbe contribuire in alcun modo all’elevazione spirituale dell’uomo.

Negli ultimi decenni, i vangeli apocrifi hanno conosciuto un grande successo: vengono studiati, letti, recensiti. Molti di questi sono testi che ripropongono l’essenziale dei fatti narrati nei canonici, infarcendoli però molto spesso di aneddoti ed episodi che mirano a stupire e risultano lontani anni luce dallo stile sobrio e cronachistico dei quattro evangelisti «ufficiali». Facciamo finta, per un momento, di non sapere nulla del canone, né degli autori dei canonici e degli apocrifi.

Facciamo finta, per un istante, di non conoscere la datazione più probabile dei primi e dei secondi e dunque di non porci il problema della loro maggiore o minore aderenza ai fatti narrati. Prendiamo in considerazione soltanto ed esclusivamente i testi così come sono, leggendoli senza alcun pregiudizio teologico, filosofico, esegetico. Fingiamo cioè di trovarci di fronte semplicemente alle pagine di due diversi libri: da una parte il «libro» formato dai quattro canonici; dall’altra il «libro» formato assemblando gli apocrifi. Esiste o non esiste una fondamentale differenza? Davvero sono simili, di uguale valore? Davvero si può affermare che gli apocrifi dicono la verità mentre i canonici la mistificano o la sublimano? Chiunque faccia la fatica di affrontare il paragone tra i due tipi di testo, deve riconoscere che esiste una differenza. Anzi, una bella differenza. Prendiamo soltanto un esempio, riferito ai vangeli dell’infanzia, che ci raccontano di Gesù bambino, della strage degli innocenti e della fuga in Egitto. Leggiamo nel vangelo di Matteo: «Essi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:“Dall’Egitto ho chiamato il mio figlio”. Erode, accortosi che i Magi si erano presi gioco di lui, s’infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù, corrispondenti al tempo su cui era stato informato dai Magi».

L’evangelista non parla del viaggio, né della permanenza della sacra famiglia nel Paese dei faraoni. Ecco come, invece, l’autore del vangelo apocrifo detto dello «Pseudo Matteo» parla della fuga in Egitto:

«Giunti a una grotta, decisero di riposare sotto di essa, e Maria scese dalla giumenta e si sedette, tenendo in grembo Gesù. Ora, c’erano tre ragazzi che facevano il viaggio con Giuseppe e una ragazza con Maria. Ed ecco che all’improvviso uscirono dalla grotta molti draghi, vedendo i quali i ragazzi si misero a gridare per il grande spavento. Allora Gesù, sceso dal grembo di sua madre, si fermò ritto in piedi di fronte ai draghi e quelli lo adorarono, e dopo averlo adorato si allontanarono da loro. Così si adempì ciò che era stato preannunciato dal profeta Davide, che aveva detto: “Lodate il Signore della terra, o draghi, e tutti voi, o abissi”. E il piccolo Gesù, camminando davanti a loro, ordinò che non facessero del male a nessuno…Similmente lo adoravano i leoni e i leopardi e si accompagnavano con essi nel deserto: dovunque andavano Maria e Giuseppe, li precedevano indicando la strada e chinando il capo adoravano Gesù…

Nel terzo giorno dopo la loro partenza accadde che Maria nel deserto si stancò per il troppo ardore del sole, e vedendo un albero di palma disse a Giuseppe: “Vorrei riposare un poco alla sua ombra”. E Giuseppe si affrettò a condurla sotto la palma e la fece scendere dalla giumenta. Appena si fu seduta, guardando la chioma della palma, vide che era carica di frutti e disse a Giuseppe: “Desidererei, se fosse possibile, raccogliere di quei frutti di questa palma”…

Allora il piccolo Gesù, che con il volto sorridente riposava nel grembo di sua madre, disse alla palma: “Piegati, albero, e ristora mia madre con i tuoi frutti!”. E subito, a questa voce, la palma chinò la sua cima fino ai piedi di Maria, e da essa raccolsero frutti con cui tutti si saziarono…».

Draghi che vengono domati, belve feroci che indicano la strada, palme che si piegano... Un mondo fantasioso, mirabolante. Si tratta di testi che sono stati scritti con l’intento di rispondere alla curiosità della gente, che inventano laddove mancano testimonianze, che immaginano. Negli apocrifi il piccolo Gesù ci viene presentato come un «superman», che fulmina i bambini che lo disturbano mentre gioca e trasforma in capretti i compagni cattivi. Che contrasto con l’asciuttezza dei canonici, autentici capolavori letterari! In questi ultimi tutto è scarno. Non si cede mai alle fantasticherie. Non si tratta, dunque, di contenuti «scomodi» che vengono censurati, rispetto a quelli più innocui e corrispondenti alla dottrina vincente, al credo di chi nella Chiesa ha assunto il potere. Sono i testi stessi a mostrare la loro intrinseca differenza. Questo, lo ripetiamo, al di là di qualsiasi altra considerazione sul loro valore teologico.

C’è poi un’altra differenza, non di poco conto. I vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono stati scritti nel I secolo dell’era cristiana. È comunemente accettato dagli studiosi che la redazione di questi testi sia avvenuta tra il 70 e il 90 dopo Cristo. Per collocare temporalmente i tre vangeli «sinottici» (in questo modo vengono chiamati i vangeli di Matteo, Marco e Luca, che si possono leggere affiancati per abbracciare con il medesimo sguardo d’insieme, «synopsis», gli avvenimenti narrati), iniziamo col dire che il I vangelo sarebbe quello di Matteo, ma non nella versione greca da noi conosciuta, bensì in una più antica versione in aramaico, la lingua di Gesù: è stato scritto a Gerusalemme ed è un testo destinato ad annunciare la buona novella agli ebrei. Il vangelo di Marco, scritto in greco, è stato invece composto a Roma, mentre quello di Luca, anch’esso scritto direttamente in greco, è stato composto ad Antiochia.

Gerusalemme, Roma, Antiochia: abbiamo citato tre centri importantissimi dell’antichità. In ognuna di queste città ha predicato l’apostolo Pietro, dunque i vangeli canonici traggono la loro origine dalla diretta predicazione apostolica, dalle parole di coloro che avevano condiviso la vita con Gesù, vale a dire i testimoni oculari, gli unici che avevano visto tutto ciò che era accaduto, che avevano assistito ai fatti e avevano ascoltato le parole del messia. Ci sono anche studiosi che sulla base di nuove scoperte tendono ad avvicinare sempre di più l’epoca della stesura dei vangeli ai fatti che vi sono narrati e alla stessa predicazione di Cristo. Sappiamo che Gesù, sulla cui esistenza storica ormai quasi nessuno ha dubbi (a esclusione dello studioso inglese George A. Wells o di qualche personaggio del folklore nostrano), è morto tra l’anno 30 e l’anno 36 dell’era cristiana. Questa datazione è ottenuta incrociando le informazioni in nostro possesso riguardanti, per esempio, il periodo del sommo sacerdozio di Caifa e della permanenza di Ponzio Pilato in Giudea. Già nell’anno 56 viene situato il vangelo di Matteo nella sua versione in aramaico, quello di Marco e quello di Luca si situano verso l’anno 60 e comunque prima del 70, quando avviene la prima distruzione di Gerusalemme da parte dei romani.

Il vangelo di Giovanni, invece, è più tardo, ed è stato scritto verso l’80 dopo Cristo ad Efeso. Un frammento di papiro, denominato 7Q5, scoperto tra i rotoli di Qumran, nel Mar Morto, è stato identificato dal papirologo José O’Callaghan come un passo dell’evangelista Marco. Se questa attribuzione fosse vera, significherebbe che quel vangelo, scritto da un seguace di Pietro, è datato prima dell’anno 50 e ciò corrisponderebbe a un’antica tradizione, citata da Clemente d’Alessandria, secondo la quale la prima predicazione di Pietro a Roma sarebbe avvenuta già nell’anno 42.

Come si vede, si tratterebbe di una stesura del testo avvenuta in tempi molto ravvicinati rispetto ai fatti che espone. In ogni caso, anche lasciando da parte queste scoperte, sulle quali il dibattito scientifico è ancora aperto, e facendo notare che la storicità, la veridicità, l’attendibilità di un testo non sono per forza legate alla sua antichità, ma si deducono anche da una serie di elementi intrinseci, dobbiamo dire che i quattro evangelisti hanno raccolto dei testi scritti che erano già usati per la catechesi dalle prime comunità cristiane. C’erano cioè precedenti raccolte di «detti» di Gesù («loghia») e dunque, presupponendo l’esistenza di tradizioni scritte e orali andate perdute ma più antiche dei vangeli stessi, ci avviciniamo sempre di più agli eventi narrati potendo quasi attribuire a queste fonti – fatte le debite distinzioni – quasi il valore di cronache giornalistiche.

Ecco dunque un secondo, buon motivo per non mettere sullo stesso piano i quattro vangeli canonici e quelli apocrifi. «Per chi voglia avvicinarsi storicamente a Gesù», scrivono Gerd Theissen e Annette Merz nel libro-manuale Il Gesù storico (Queriniana, 2003), «le tradizioni sinottiche restano, già soltanto a motivo della loro consistenza quantitativa, le fonti decisive…».

Possiamo ora chiederci quali siano stati i rapporti di Gesù con le donne. Esse figurano come destinatarie del suo messaggio e quindi come «soggetti religiosamente responsabili» (Theissen-Merz, Il Gesù storico). La folla che si raccoglie nei villaggi all’arrivo del Nazareno, o che lo segue, è fatta di uomini e di donne. In questo caso, le fonti evangeliche sinottiche non confermano l’immagine di una donna che non deve uscire di casa, come invece pretendono altre fonti. Il messaggio di Cristo è volutamente diretto ai più poveri sul piano economico e alle donne socialmente più disprezzate, vale a dire le prostitute. A loro e ai pubblicani, Gesù promette (Matteo 21, 31 ss) l’accesso al regno dei cieli. Mentre secondo Luca (7, 36-50) Gesù consente a una prostituta di avvicinarsi a lui, di baciarlo e di cospargergli i piedi di olio profumato, interpretando questi gesti come espressione del suo amore e assicurando a lei il perdono di Dio. Inoltre, nel corso della sua vita pubblica documentata dagli evangelisti, Gesù guarisce numerose donne. E troviamo dei personaggi femminili, in un numero che doveva variare di volta in volta, anche tra i seguaci itineranti del Nazareno, così come troviamo donne predicatrici della Buona Novella cristiana dopo la morte e la resurrezione di Cristo. «I seguaci di Gesù che vivevano come carismatici itineranti, e quanti li accoglievano, formavano insieme la nuova famiglia di madri, sorelle, fratelli e figli – una familia Dei che condivideva case e campi, ma che viveva senza padre umano… Le gerarchie patriarcali non erano destinate a valere in questa società, dove invece si richiedeva a coloro che erano tradizionalmente privilegiati una rinuncia radicale alla propria condizione sociale…» (TheissenMerz, Il Gesù storico, p. 280). Gesù, nella sua predicazione e nelle sue parabole, sceglie molte volte personaggi femminili ed è evidente la sua critica implicita all’identificazione, nel linguaggio patriarcale, tra «uomo» e «maschio», nonché alla tendenza a simboleggiare Dio utilizzando categorie soltanto maschili.

Veniamo ora alla figura di Maria Maddalena. Si tratta di una delle sette donne che portano questo nome nel Nuovo Testamento. Ecco quali sono (seguiamo qui l’elenco proposto dal biblista protestante Darrell L. Bock, nel suo libro Il Codice da Vinci, verità e menzogne, ed. Armenia 2005): Maria, la madre di Gesù (Luca, 1, 30-31); Maria di Betania (Giovanni 11,1); Maria, la madre di Giacomo (Matteo 27,56); Maria la moglie di Cleofa (Giovanni 19,25); Maria, la madre di Giovanni e Marco (Atti degli Apostoli 12,12); una non meglio identificata Maria (Romani 16,6); Maria Maddalena, caratterizzata dal riferimento al paese natale, Magdala (Luca 8,2). Cominciamo col dire che il nome «Maria» («Miryam») era all’epoca molto diffuso. Notiamo inoltre come le varie Maria citate negli scritti neotestamentarie vengano riconosciute con ulteriori specificazioni legate alla loro funzione di madri o di mogli. Sono riferimenti riconducibili comunque a figure maschili, tipici di una società patriarcale quale quella della società ebraica del I secolo. Ebbene, la Maddalena, la donna che apparteneva al gruppo di seguaci di Cristo, in questi testi viene caratterizzata non per la sua relazione con qualcuno («madre di…», «moglie di…») ma per la sua provenienza geografica, vale a dire Magdala, che dovrebbe corrispondere all’attuale Migdal, nei pressi del mare di Galilea, in Israele. Perché dunque gli evangelisti non ci dicono che essa era «moglie di Gesù»? Dan Brown, lo abbiamo visto, ha già la risposta pronta: non possiamo sperare di trovare la «verità» sulla storia d’amore tra Gesù e la Maddalena negli scritti canonici approvati dalla Chiesa, perché quest’ultima, complice l’imperatore Costantino, ha scelto e ufficializzato proprio gli scritti nei quali questo segreto non veniva svelato, al fine di poter perpetuare il suo potere e presentarci un Gesù celibe e una prima comunità tutta maschile. Per l’autore del Codice da Vinci, conta poco dunque il fatto che i quattro vangeli canonici siano considerati quelli più temporalmente vicini ai fatti narrati, mentre gli altri, gli apocrifi, sono molto più tardi e marginali.

Ma continuiamo il nostro viaggio. Nei vangeli canonici Maria non compare mai da sola in compagnia di Gesù, se non una volta. È tra i seguaci del Nazareno, lo abbiamo detto, insieme ad altre donne. È ai piedi della croce, insieme ad altre donne (le quali vengono sempre citate definendo la loro relazione di madri o di mogli, mentre per la Maddalena ci si riferisce sempre e solo al suo essere di Magdala); la ritroviamo tra coloro che assistono alla deposizione, anche in questo caso mescolata ad altre donne e mai in posizione isolata o preminente. La vediamo infine tra le donne che la mattina di Pasqua, all’alba, si recano al sepolcro per ungere il corpo e compiere quelle lamentazioni che non avevano potuto fare il venerdì, a causa dell’inizio del riposo sabbatico coincidente con il tramonto. In Giovanni (20, 11-18), ritroviamo infine e finalmente l’unico episodio che racconta della Maddalena da sola con Gesù. Tutto accade quella stessa mattina del giorno di Pasqua.

«Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa, allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbuni!”, che significa Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre...”».

Come si può ben vedere, non stiamo propriamente descrivendo un incontro galante. L’abbraccio della Maddalena a Gesù, che quel «non mi trattenere» fa chiaramente intuire, non è legato a una particolare relazione amorosa tra la donna e il Nazareno, quanto alla sua gioia e alla sorpresa di vedere davanti a lei, vivo e vegeto, colui che sapeva morto in croce e deposto nel sepolcro. «Maria era una discepola e seguace itinerante di Gesù fra un gruppo di altre donne», scrive Darrell L. Bock. «Non è mai stata legata a lui in alcun altro senso. Benché altre donne fossero associate a figure maschili a causa di vincoli di parentela, Maria non lo era. Fu solo testimone della crocifissione, della sepoltura e della resurrezione. Nient’altro».

Noi sappiamo, però, che queste spiegazioni non bastano al «complottista» Dan Brown. Perché, nel Codice da Vinci, per «provare» il matrimonio tra Cristo e la Maddalena, vengono citate altre fonti. Fonti nascoste, sfuggite alla furia distruttrice della Chiesa primitiva. Esaminiamole, dunque, queste fonti, dalle quali si evincerebbe senza tema di smentita la relazione tra i due. Nel romanzo Teabing e Langdon spiegano a Sophie Neveu che il matrimonio fra Gesù e la Maddalena è «storicamente documentato» e che la prova sta nei vangeli gnostici, per esempio, nel «Vangelo di Filippo». Si tratta di un testo rinvenuto nel 1945 presso Nag Hammadi, in Egitto, insieme con una intera collezione di scritti gnostici, in lingua copta, e che risale alla seconda metà del III secolo. È dunque più vecchio di almeno centocinquanta-duecento anni rispetto al vangelo canonico considerato più tardo, vale a dire quello di Giovanni. Su quali basi l’autore di questo testo l’avrà redatto? Perché mai dovremmo preferirlo ai testi canonici? Un mistero che Dan Brown non svela, limitandosi a passare oltre.

Le affermazioni dei personaggi del Codice da Vinci lasciano inoltre pensare che esista un testo bello, pulito e chiaro di questo «vangelo di Filippo». Peccato che, invece, le cose non stiano affatto così. Riportiamo i versetti 63,33-36, quelli centrali che descrivono il bacio tra Maria e il Nazareno:

«…la compagna del [Signore] è Maria Maddalena. [Il Signore amava lei] più di [tutti] i discepoli [e spesso] le dava un bacio sulla [bocca]». Che cosa significano tutte quelle parentesi quadre che spezzettano il frammento di testo? Significano che le parole tra parentesi sono state «ricostruite», perché il testo era lacunoso. Non c’era, era deteriorato, non si leggeva. Vale a dire che se ci fermassimo soltanto alle parole che sono arrivate intellegibili a noi, avremmo questo testo:

«…la compagna del… è Maria Maddalena. … più di … i discepoli … le dava un bacio sulla …». Molto chiaro, vero? È prassi comune per gli studiosi formulare ipotesi che permettano la ricostruzione di un testo antico lacunoso e non possiamo affatto escludere che le parole originali di questo vangelo gnostico di Filippo siano davvero quelle ricostruite. Ma non possiamo escludere che siano possibili altre soluzioni. Per esempio, quel «bacio» potrebbe essere stato dato sulla fronte o sulla guancia. Non è del tutto arbitrario trarre da un testo così tardo e lacunoso la «prova» (prova?) del matrimonio tra Cristo e la Maddalena? Tanto più che neanche in questo caso si parla di matrimonio? Perché mai, allora, Dan Brown propende con tale sicurezza verso il bacio sulla bocca, che sarebbe indicatore di una relazione amorosa? Questa interpretazione non è di Brown, ma di una studiosa, Karen King, docente all’università di Harvard, la quale, nel libro The Gospel of Mary of Magdala propende per il bacio sulla bocca per analogia con un altro passo del vangelo gnostico di Filippo (versetti 58, 34; 59,4) dove si parla esplicitamente di un bacio sulla bocca come segno di fratellanza tra i credenti. Il baciarsi ha il significato gnostico di accogliere nell’intimo gli insegnamenti spirituali impartiti: «…dalla bocca, [poiché] se il Logos viene da quel luogo, egli nutre dalla sua bocca e sarà perfetto. Il perfetto, infatti, concepisce e genera per mezzo di un bacio. È per questo che noi ci baciamo l’un l’altro. Noi siamo fecondi dalla grazia che è in ognuno di noi». Al lettore non sarà sfuggito che anche in questo caso, pur trovandoci di fronte a un inequivocabile bacio sulla bocca, questo non ha nulla a che vedere con una relazione amorosa tra chi se lo scambia: si tratta cioè di un segno di fratellanza, come quello dato sulla guancia. Anche se dunque correggessimo il testo lacunoso sulla base di questo passo successivo, e ipotizzassimo che il bacio di Gesù alla Maddalena sia stato dato sulla bocca, esso non avrebbe – lo si deduce chiaramente dal contesto – alcuna valenza sessuale.

Anche il vocabolo usato per indicare la Maddalena, «compagna», nel «vangelo di Filippo» è una traslitterazione in copto del termine greco «koinonos». «Questa parola», osserva Darrell L. Bock «può significare “moglie” o “sorella” in senso spirituale. Ma non è questo il termine usato in maniera specifica o comunemente per “moglie”, che in greco dovrebbe essere “gyne”». Nulla, insomma, indica un matrimonio o una relazione amorosa.

Dov’è, dunque, la «prova» di Dan Brown? Manca clamorosamente all’appello.

Esaminiamo ora un altro testo, questa volta tratto dall’apocrifo «vangelo di Maria Maddalena», dove si parla di una rivalità tra Pietro e la discepola. Ecco il passo (17, 10-18,21):

«Ma Andrea replicò e disse ai fratelli: “Dite che cosa pensate di quanto ella ha detto. Io, almeno, non credo che il Salvatore abbia detto ciò. Queste dottrine, infatti, sono sicuramente insegnamenti diversi”.

Riguardo a queste cose parlò anche Pietro. Egli interrogò in merito al Salvatore: “Ha egli forse parlato realmente in segreto e non apertamente a una donna, senza che noi lo sapessimo? Ci dobbiamo ricredere tutti e ascoltare lei? Forse egli l’ha anteposta a noi?”.

Maria allora pianse e disse a Pietro: “Pietro, fratello mio, che cosa credi dunque? Credi tu che io l’abbia inventato in cuor mio, o che io menta riguardo al Salvatore?”.

Levi replicò a Pietro dicendo: “Tu sei sempre irruente, Pietro! Ora io vedo che ti scagli contro la donna come [fanno] gli avversari. Se il Salvatore l’ha resa degna, chi sei tu che la respingi? Non v’è dubbio, il Salvatore la conosce bene. Per questo amava lei più di noi. Dobbiamo piuttosto vergognarci, rivestirci dell’uomo perfetto, formarci come egli ci ha ordinato, e annunciare il vangelo senza emanare un’ulteriore legge, all’infuori di quanto ci disse il Salvatore”».

Da questo brano emerge che la Maddalena aveva avuto da Cristo una rivelazione che gli altri non avevano ricevuto. Osserva Darrell L. Bock: «Maria era inquieta e ferita dalla sfida di Pietro, ma Levi (probabilmente identificabile con Matteo) giunge a difenderla: il Signore ha scelto lei per questo ruolo specifico; l’ha resa degna e inoltre la conosceva bene. L’implicazione è che Gesù la conosceva abbastanza bene da sapere se fosse degna di ricevere una rivelazione autonoma. Da quella conoscenza derivava lo straordinario amore di Gesù: nessun richiamo a legami familiari. Maria era semplicemente beneficiaria di una speciale rivelazione da parte di Gesù. Il testo non indica nient’altro, tranne che Gesù apparve solo a lei».

Anche prendendo per buono e veritiero questo testo che – non ci stanchiamo di ripeterlo – è molto più tardo rispetto ai vangeli canonici, ci possiamo chiedere in tutta franchezza dove sia la «prova» che Gesù fosse sposato con la Maddalena. Da che cosa lo deduce Dan Brown? Quali arcani misteri è riuscito a scoprire l’autore del Codice da Vinci dietro queste pagine, che a noi comuni mortali invece sfugge? La realtà è che nemmeno dagli apocrifi più strani, dai testi gnostici meno ortodossi, noi riusciamo a ricavare un puntello per la strampalata teoria del matrimonio di Gesù e del conseguente «sangreal», vale a dire della discendenza di Cristo e della Maddalena. Ci sono soltanto quei due passi, soltanto quei due testi piuttosto tardi, che certamente non bastano nemmeno a puntellare la tesi di Dan Brown.

Secondo il Codice da Vinci, la spietata Chiesa delle origini avrebbe cancellato ogni traccia di questa donna e del principio femminile, tradendo in questo modo il mandato di Cristo. Stanno davvero così le cose? Davvero la prima comunità si è sbarazzata del «principio femminile»? Non si direbbe proprio, dato che proprio a una donna, Maria, la madre di Gesù, viene tributato un culto antichissimo ed è lei, una ragazza ebrea, a essere considerata il «vertice» della creazione. Proprio il culto mariano, rintracciabile nelle antiche iscrizioni e nei graffiti della grotta di Nazaret, scoperti in tempi relativamente recenti, vanifica le elucubrazioni di Dan Brown. L’elemento femminile non è affatto censurato, dunque. E proprio la valorizzazione della figura della Madonna rende piuttosto improbabile che invece di un’altra donna – la quale sarebbe stata addirittura la compagna di Gesù – si siano potute cancellare completamente le tracce, trasformandola da guida prescelta della comunità in personaggio secondario, seppure lasciandole il «primato» dell’iniziale apparizione del risorto. Se davvero Maria di Magdala fosse stata la moglie di Gesù, sarebbe stata adeguatamente celebrata, così com’è avvenuto per la madre del Nazareno.

Dan Brown, nel suo romanzo, a un certo punto fa dire a Teabing: «Poiché il suo nome era proibito dalla Chiesa, Maria Maddalena divenne nota sotto vari pseudonimi: il Calice, il Santo Graal, la Rosa…». Peccato che Santa Maria Maddalena sia venerata come tale, e con il suo vero nome, proprio dalla Chiesa cattolica, che ne festeggia la memoria liturgica il giorno 22 giugno. Ci sono poi almeno quattordici sante canonizzate che portano questo nome in onore della donna alla quale Gesù apparve appena risorto.

È giunto il momento, ora, di affrontare un altro tema di capitale importanza, collegato al precedente. Lasciamo perdere, per un momento, gli apocrifi gnostici che parlano di Gesù e della Maddalena, dai quali, come abbiamo visto, non si evince affatto l’esistenza di un matrimonio o di una relazione tra Gesù e la Maddalena. E chiediamoci: il Nazareno era sposato? La questione non è affatto secondaria, perché, nel Codice da Vinci si legge, a tale proposito, che Gesù «doveva» essere sposato, perché la cultura religiosa dell’epoca non prevedeva la figura del rabbino celibe e il celibato non era una condizione vista favorevolmente.

Nel sito www.beliefnet.com è stato pubblicato un dibattito sui problemi sollevati dal romanzo e uno studioso, John Dominic Crossan, interpellato sul possibile matrimonio di Gesù, ha risposto in modo ironico: «Esiste un antico e rispettabile principio nell’ambito dell’esegesi biblica che stabilisce che se qualcosa assomiglia a un’anatra, cammina come un’anatra e starnazza come un’anatra allora deve trattarsi di un cammello travestito. Applichiamo il principio alla domanda. Non ci sono prove che Gesù fosse sposato (assomiglia a un’anatra); molteplici indicazioni lo smentiscono (cammina come un’anatra); e nessuno dei testi più antichi lascia intendere che avesse moglie e figli (starnazza come un’anatra)… dunque doveva essersi sposato di nascosto (cammello travestito)».

«Per un certo verso – commenta Darrell L. Bock, nel suo Il Codice da Vinci, verità e menzogne – la domanda mi colpisce per la sua incongruità, dal momento che quasi tutti sostengono che Gesù era talmente assorbito dal suo magistero che rimase celibe». L’ironia di Crossan è determinata dal fatto che per taluni studiosi, ai vangeli, alla storia della vita di Gesù, vanno applicati criteri interpretativi che nulla hanno a che fare con i metodi scientifici usati per esaminare e analizzare ogni altro personaggio storico. I dubbi che vengono insinuati su ogni versetto evangelico, il fatto che diversi esegeti di grande fama arrivino a considerare non storica più della metà dei vangeli canonici, lascia spesso sconcertate altre categorie di esperti, come per esempio gli storici e in particolare gli storici che si occupano dell’epoca romana.

Un indizio di questo è la necessità – postulata da molti biblisti – di dover supporre che sia trascorso un certo lasso di tempo (preferibilmente molto tempo) tra gli avvenimenti narrati nei vangeli e la stesura dei testi che li raccontano: diventa così protagonista del vangelo la prima comunità cristiana, che redigendo e intervenendo su quei testi, li avrebbe più o meno «manipolati» a prescindere dai fatti stessi, inserendovi materiali che nulla hanno a che vedere con la storia e che sono invece finalizzati alla catechesi.

Un esempio. Sulla base degli studi più recenti, sugli «echi» del racconto evangelico nella letteratura romana del I secolo, la professoressa Marta Sordi, dell’Università Cattolica di Milano, ha affermato: «L’annuncio pasquale, così come ci è raccontato dagli evangelisti, non è una tardiva costruzione della comunità cristiana, ma sembra circolasse già in forma compiuta nella Roma imperiale del I secolo. Ancora una volta, dunque, ci troviamo di fronte a indizi che tendono a mettere in discussione la datazione ritenuta più probabile per la stesura dei quattro Vangeli. Qui entriamo in un campo che non ha più a che fare con la ricerca storica, con le fonti, con la paleografia e la papirologia. Qui entra in gioco un dibattito interno al mondo cristiano: per molti biblisti ed esegeti è infatti indispensabile supporre un tempo adeguato durante il quale la comunità cristiana avrebbe dato vita e forma al racconto evangelico. Per me, invece, il Vangelo di Marco è stato redatto attorno al 42, come affermavano importanti scrittori cristiani del II secolo, quali Papia vescovo di Gerapoli e Clemente d’Alessandria. Dunque una decina di anni dopo i fatti che narra. E l’eco del racconto evangelico che ritroviamo nella letteratura latina ci dovrebbe far supporre che questi testi fossero già completi diverso tempo prima rispetto all’epoca in cui vengono solitamente datati. Come storico, non ho il problema di dover supporre un tempo adeguato per l’intervento della comunità cristiana».

Abbiamo citato questo particolare perché si inserisce bene nell’ironica osservazione di Crossan.

Eppure, ritornando al nostro problema, il possibile matrimonio di Gesù è un argomento che non ha appassionato particolarmente gli esegeti. Gli studiosi sono infatti piuttosto concordi nell’affermare che il Nazareno fosse celibe e si tratta di uno dei pochi argomenti sul quale quasi tutti si dicono d’accordo. Dunque l’esempio dell’anatra e del cammello travestito, in questo caso, non è propriamente azzeccato, a meno di non mettere sullo stesso piano le obiezioni di studiosi di fama con le leggende accreditate da qualche setta esoterica e ripescate da Dan Brown.

Innanzitutto, dobbiamo precisare che non esiste alcuna prova del fatto che Gesù fosse sposato: non ci sono testi extra-evangelici che lo sostengano e gli stessi apocrifi gnostici, scritti un paio di secoli dopo Gesù, come abbiamo visto non raccontano affatto di una «liaison» tra Cristo e la Maddalena, ma accennano in un caso a un bacio alquanto confuso e carico di significati simbolici (senza riferimenti amorosi), e in un altro di un dissidio tra i primi discepoli per una «rivelazione» che Gesù avrebbe fatto a lei e non a loro. Non ci sono fonti antiche, esterne ai vangeli, che ci raccontano una storia diversa. Ovviamente non siamo neanche in possesso di un testo che ci attesti senza ombra di dubbio il fatto che Gesù fosse celibe.

Ma dobbiamo porci una domanda, a partire proprio dal testo evangelico. Marco, Matteo, Luca e Giovanni non presentano affatto, nei loro scritti, la condizione del celibato come «superiore» rispetto a quella degli uomini e delle donne sposate. Pietro era sposato (Gesù a Cafarnao guarì sua suocera), così come lo erano molti dei primi discepoli di Cristo. Dalle pagine dei vangeli, la figura del Nazareno ci viene presentata in tutta la sua umanità: mangia e beve, partecipa alle feste, si fa invitare in casa a cena dagli amici, prova dolore per la morte delle persone a cui vuole bene. Insomma, il suo essere figlio di Dio non rappresenta una diminuzione della sua natura umana. Perché mai, se fosse stato sposato, gli evangelisti non avrebbero dovuto annotarlo nei loro scritti? Per quale motivo avrebbero dovuto censurare questa sua caratteristica, nascondendola, facendola sparire? E per quale motivo avrebbero dovuto fare lo stesso anche altri autori, magari non appartenenti alla comunità cristiana? Anche se Gesù fosse stato sposato, questo fatto non avrebbe sminuito la sua pretesa divinità, quella divinità che in realtà – secondo Dan Brown – non esisteva ma che sarebbe stata costruita a tavolino da Costantino e dal Concilio di Nicea. Non si comprende, dunque, per quale motivo si sarebbe dovuto nascondere il matrimonio di Cristo, se questo davvero fosse esistito. Non vi sono dunque ragioni «teologiche» per giustificare l’inesistente complotto adombrato dal Codice da Vinci.

Ci sia permessa ora una piccola digressione, dedicata non direttamente al romanzo di Dan Brown, ma alla sua «musa ispiratrice», vale a dire al libro di Baigent, Leigh e Lincoln, The Holy Blood and the Holy Grail, pubblicato per la prima volta nel 1982 e attualmente disponibile con il titolo Il Santo Graal nella collana economica dei «Miti» Mondadori. I tre autori (due dei quali, lo ricordiamo, hanno citato in giudizio Brown accusandolo di aver sostanzialmente copiato le loro teorie), offrono un altro presunto appiglio alla condizione di uomo sposato di Gesù, riferendosi alle nozze di Cana. Vale la pena di riportare uno stralcio del loro libro, in modo che il lettore possa farsi un’idea più precisa di quali siano le «fonti» a cui ha attinto il fortunato autore del Codice da Vinci.

«Nel Quarto Vangelo c’è un episodio relato a un matrimonio che potrebbe essere appunto quello di Gesù. È l’episodio delle nozze di Cana, decisamente molto noto. Tuttavia, pone certi problemi salienti che meritano un’attenta considerazione («episodio relato»? Un’attenta considerazione meriterebbe innanzitutto la traduzione dell’edizione italiana, non certo brillante, nda). Secondo il racconto del Quarto Vangelo, le nozze di Cana sembrerebbero una modesta cerimonia locale, un tipico matrimonio di paese, e la sposa e lo sposo restano anonimi. A queste nozze Gesù è specificamente “invitato”, il che è un po’ strano, forse, perché non aveva ancora iniziato il suo magistero. Ancora più strano, però, è il fatto che c’era anche sua madre; e la presenza della madre sembra data per scontata. Di certo non viene spiegata in nessun modo. Ma c’è di più. È Maria che non soltanto suggerisce al figlio di provvedere altro vino ma praticamente glielo ordina. Si comporta esattamente come se fosse la padrona di casa: “Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino. E Gesù rispose: Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora» (Giovanni 2,3-4). Maria, però, per nulla turbata, non bada alla protesta del figlio: “La madre dice ai servi: Fate quello che vi dirà”. I servitori obbediscono prontamente, come se fossero abituati a ricevere ordini da Maria e Gesù. Sebbene Gesù cerchi di eludere la sua richiesta, Maria ottiene ciò che desidera: Gesù compie il suo primo grande miracolo, la trasmutazione dell’acqua in vino. A quanto ci fanno sapere i Vangeli, in precedenza non ha mai mostrato i suoi poteri; e Maria non avrebbe neppure motivo di presumere che li possieda. Ma anche se lo sapesse, perché quei doni, unici e sacri, dovrebbero venire usati per uno scopo tanto banale? Perché Maria dovrebbe rivolgere al figlio una richiesta del genere? E soprattutto perché i suoi “ospiti” invitati a un matrimonio dovrebbero assumersi la responsabilità di provvedere al necessario, una responsabilità che per tradizione spetta al padrone di casa? A meno che, naturalmente, le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. In tal caso, sarebbe stato suo compito fornire il vino. C’è un altro indizio che induce a pensare che le nozze di Cana siano le nozze di Gesù. Subito dopo il miracolo, “il maestro di tavola chiamò lo sposo e gli disse: “Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono”… Queste parole sembrerebbero chiaramente rivolte a Gesù. Secondo il Vangelo, tuttavia, sono rivolte allo “sposo”. Una conclusione ovvia è che Gesù e lo “sposo” siano la stessa persona».

Conclusione ovvia? Abbiamo riprodotto il brano tratto da The Holy Blood and the Holy Grail, proprio perché tutti si potessero rendere conto di quali elucubrazioni siano alla base del Codice da Vinci. Dunque, ricapitoliamo: non esistono vangeli, canonici o apocrifi, che parlino del matrimonio di Gesù. Neanche i brani tardivi e appartenenti alla tradizione gnostica lo fanno. Ecco allora che i nostri autori pensano di rintracciare la «prova» del matrimonio di Cristo addirittura nelle nozze di Cana. Innanzitutto possiamo chiederci perché mai Gesù si sia sposato a Cana: Migdal, la città d’origine della Maddalena, sorge a circa otto chilometri a nord di Tiberiade, sul mare di Galilea, mentre Gesù, lo sappiamo, era il Nazareno, perché abitava a Nazaret. Al momento in cui avvengono le nozze di Cana, egli aveva già incontrato i primi discepoli. Cana non è molto distante da Nazaret, ma l’ipotesi di Baigent, Leigh e Lincoln rimane davvero oscura. Perché Cana di Galilea? Leggiamo meglio un passo decisivo del vangelo di Giovanni, che, unico tra i quattro estensori dei testi canonici, descrive l’episodio.

«Tre giorni dopo (il riferimento temporale è quello all’incontro tra Gesù e Natanaele, seguito al battesimo sul Giordano e al primo incontro tra il Nazareno e i primi due discepoli, Andrea, fratello di Pietro, e Giovanni, lo stesso evangelista, nda) ci fu una festa di nozze in Cana di Galilea e c’era là la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli…».

L’evangelista è molto esplicito e davvero la sua descrizione non si presta ai doppi sensi proposti dai tre autori di The Holy Blood and the Holy Grail. Gesù viene invitato insieme ai suoi discepoli. Maria non si comporta da «padrona di casa», ma chiede aiuto al figlio, riesce a «strappargli» quel prodigio, senza il quale i veri padroni di casa avrebbero fatto una pessima figura con i numerosi ospiti. Quello che l’evangelista Giovanni non dice e non descrive, tra le parole di Gesù e l’ordine di Maria ai servi, è il gioco degli sguardi che dev’essere avvenuto in quel momento tra madre e figlio. E il figlio, che stando al testo greco non aveva alcuna intenzione di manifestare il suo potere in quell’occasione, lo fa perché la madre glielo ha chiesto. È probabile che Maria stesse aiutando le donne che si occupavano del banchetto. Gli sposalizi, all’epoca, erano delle feste che coinvolgevano l’intero paese e la Madonna si dev’essere accorta che il vino stava finendo. Non si capisce proprio da dove possa essere tratta la «conclusione ovvia» dei tre ispiratori di Dan Brown. I quali, tra l’altro, scrivono che Maria non avrebbe motivo di sapere che il figlio poteva fare miracoli: davvero strano, se pensiamo che la Madonna – stando al racconto evangelico – sapeva: 1) di aver portato in grembo il figlio di Dio, 2) che quel figlio era stato concepito per opera dello Spirito Santo, 3) che quel figlio era il messia atteso da Israele, 4) che quel figlio all’età di dodici anni era in grado di ammaestrare i sacerdoti del tempio di Gerusalemme.

Ma c’è un’altra considerazione, questa sì ovvia, che possiamo fare. Dimentichiamo per un attimo l’episodio e usiamo soltanto la logica. Secondo Baigent, Leigh e Lincoln, Giovanni adombra il matrimonio di Gesù, ma evidentemente non vuole esplicitare che si tratta delle nozze tra il Nazareno e la Maddalena (che hanno scelto il territorio «neutro» di Cana per questa celebrazione). Egli appartiene dunque a quei discepoli intenzionati a mettere il silenziatore all’evento, a nascondere il matrimonio, a ridimensionare la figura della «moglie» di Gesù, alla quale lo stesso Cristo avrebbe affidato, secondo la teoria dei tre autori consacrata da Dan Brown, la guida della stessa Chiesa.

Dobbiamo però chiederci per quale motivo Giovanni, invece di «mascherare» questo episodio, non lo abbia semplicemente cassato. Perché mai lo avrebbe descritto, se avesse saputo che le nozze di Cana erano in realtà quelle tra Gesù e la Maddalena? Perché mai avrebbe rischiato di far emergere questa scomoda «verità», faticosamente nascosta dalla prima comunità cristiana tutta intenta non all’annuncio della Buona Novella, ma alla caccia alla Maddalena e alla sua stirpe di «sangreal»? Nulla costringeva Giovanni, da tutti considerato l’autore canonico che scrive per ultimo, a citare nei particolari l’evento di Cana, il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, il primo prodigio che manifesta il potere di Gesù, all’inizio della sua vita pubblica. Tanto più che questo episodio non è presente in Marco, Matteo e Luca, vale a dire i tre «sinottici». Sarebbe bastato semplicemente non parlarne. È poi davvero curioso che questo evento, così rivelatore del matrimonio di Gesù con la Maddalena, non compaia nei vangeli apocrifi o gnostici, nei vangeli «segreti», frutto di tradizioni tardive e secondarie, e di redazioni lontane secoli dai fatti descritti. La «prova» del matrimonio del Nazareno sarebbe stata dunque citata solo da Giovanni, inspiegabilmente. Non dimentichiamoci, poi, di quanto abbiamo affermato nelle pagine precedenti: lo stesso presupposto della teoria di Dan Brown, vale a dire la volontà di manifestare una superiorità del celibato rispetto alla vita matrimoniale, non emerge affatto dai racconti evangelici. Se davvero a Cana si fosse sposato Gesù, l’evangelista Giovanni lo avrebbe semplicemente descritto. Se non l’ha fatto, e se nessuno degli altri autori dei vangeli canonici l’ha fatto, se nessuno dei testi a noi pervenuti parla delle nozze di Cristo, non è un’«ovvia conclusione» quella di affermare che queste nozze evidentemente non si sono mai verificate?

Alla festa di nozze, a Cana, Maria è invitata insieme a Gesù. Abbiamo detto che queste feste coinvolgevano tutto il paese, e dunque si spiega facilmente il fatto che insieme al Nazareno vi abbiano preso parte anche i suoi discepoli, da lui incontrati pochi giorni prima. È davvero contorto immaginare che essi abbiano preso parte alla festa di nozze del loro «maestro» ma che abbiano voluto cancellare questo evento e tutti gli altri indizi o «prove» di quel matrimonio, vale a dire del rapporto che avrebbe legato Cristo alla Maddalena.

Ciò che invece emerge dal brano evangelico, poi, è ben altro. Ci sia permesso di citare un’omelia di Sant’Agostino, dedicata al miracolo delle nozze di Cana (Commento al Vangelo di San Giovanni, Omelia 8, 3):

«Di fronte a tanti prodigi compiuti per mezzo di Gesù Dio, c’è da meravigliarsi se l’acqua è mutata in vino per mezzo di Gesù uomo? Diventando uomo, egli non ha cessato di essere Dio: si è aggiunto l’uomo, non è venuto meno Dio. Chi ha compiuto questo prodigio è colui che ha creato tutte le cose. Non dobbiamo meravigliarci che Dio abbia fatto questo, ma piuttosto ringraziarlo perché lo ha fatto in mezzo a noi, e per la nostra salvezza. Attraverso le stesse circostanze egli ci vuole suggerire qualcosa, poiché ritengo che non senza una ragione il Signore intervenne alle nozze. A parte il miracolo, il contesto stesso adombra qualche mistero, qualche sacramento. Bussiamo perché ci apra e c’inebri del vino invisibile. Anche noi eravamo acqua e ci ha convertiti in vino, facendoci diventare sapienti; gustiamo infatti la sapienza che viene dalla fede in lui, noi che prima eravamo insipienti. Credo sia proprio mediante la sapienza – non disgiunta dall’onore reso a Dio, dalla lode della sua maestà e dall’amore della sua potentissima misericordia – che potremo pervenire all’intelligenza spirituale di questo miracolo». 

Rimane ancora da affrontare il problema della tradizione ebraica, quelle usanze secondo le quali un uomo come Gesù, un «rabbi», non poteva certo rimanere celibe. Come faceva infatti a essere celibe se quella cultura non contemplava questa possibilità?

«Gesù come uomo sposato ha infinitamente più senso che come scapolo», dice Teabing a Sophie Neveu, in una pagina del Codice da Vinci. E alla domanda della poliziotta crittografa sul perché di questa affermazione, ecco come risponde il professore nel romanzo: «“Perché Gesù era ebreo”… Secondo i costumi ebraici, il celibato era condannato e ogni padre aveva l’obbligo di trovare per il figlio una moglie adatta. Se Gesù non fosse stato sposato, almeno uno dei vangeli della Bibbia avrebbe accennato alla cosa e avrebbe fornito una spiegazione di quella innaturale condizione di celibato». Vediamo pure come trattano l’argomento gli ispiratori di Brown, nel loro The Holy Blood and the Holy Grail: «Se Gesù non predicava il celibato, non vi è neppure motivo di supporre che lo praticasse. Secondo il costume ebraico del tempo, era non soltanto usuale, ma quasi obbligatorio, che un uomo si sposasse… Per un padre ebreo, trovare una moglie al proprio figlio era obbligatorio quanto provvedere a farlo circoncidere. Se Gesù non fosse stato sposato, questo fatto avrebbe suscitato un notevole scalpore. Avrebbe attirato l’attenzione, e sarebbe stato usato per caratterizzarlo e identificarlo… L’assenza di riferimenti in proposito indicherebbe che Gesù, per quanto riguardava il celibato, seguisse le convenzioni dei suoi tempi e della sua cultura: indicherebbe, insomma, che era sposato. Solo questo potrebbe spiegare in modo soddisfacente il silenzio dei Vangeli al riguardo».

Cominciamo col dire che Gesù avrebbe potuto benissimo scegliere di non conformarsi alla mentalità dell’epoca e sappiamo che in taluni casi ha preso posizioni di aperta sfida a quella mentalità. «Proprio come sarebbe sbagliato ritrarre Gesù come qualcuno totalmente “in discontinuità” dal giudaismo dei suoi giorni, così è discutibile, alla luce del materiale autentico dei vangeli, ritrarlo sempre in accordo con il suo ambiente giudaico. Non sarebbe stato crocifisso se fosse stato tanto conformista», scrive John P. Meier nel suo Un ebreo marginale (vol. 1, Queriniana 2002, p. 329). Inoltre, ci si deve chiedere con quale corrente o con quale tendenza del giudaismo del I secolo Gesù fosse «in continuità» o «in discontinuità», dato che stiamo parlando di una realtà ricca, variegata e complessa. Non possiamo dunque essere certi, a priori, che la considerazione negativa sul celibato attraversasse tutte le correnti del giudaismo, da quella farisaica a quelle profetiche e apocalittiche.

Ma c’è di più. Anche in questo caso Dan Brown sembra proprio rifilare ai suoi lettori l’ennesima leggenda. Egli vuole infatti far credere che, non avendo trovato vere «prove» del matrimonio con la Maddalena, questo dovesse esistere sulla base di un ragionamento di principio: «doveva» essere sposato, perché tutti lo erano, perché così si usava allora, perché non poteva essere altrimenti. «Doveva» essere sposato perché se non lo fosse stato, gli evangelisti l’avrebbero sottolineato; perché rimanere celibi, all’epoca, non si poteva proprio. Perfetto, lineare, convincente. Peccato che sia, semplicemente, falso.

Vediamo subito il perché. È vero che esisteva un detto rabbinico, attribuito a rabbi Eliezer ben Ircano, tannaita del periodo 70-135 dopo Cristo, che recita: «Chi rifiuta di procreare è simile a un omicida». Ma all’epoca di Gesù non erano così rare le eccezioni. Pensiamo, per esempio, agli esseni, alla comunità che viveva a Qumran, sul Mar Morto. Plinio il Vecchio (che com’è noto non è un evangelista né un autore «canonico»…) scrive che essi vivevano senza donne e senza praticare l’amore con esse («Sine ulla femina, omni venere abdicata», Nat. Hist 5, 73) e dunque senza procreare discendenza. Anche Flavio Giuseppe, lo storico ebreo naturalizzato romano, nel libro Antichità Giudaiche (18, 20) parla di un gruppo di esseni spiegando che «presso di loro il matrimonio è spregiato». Ecco che cosa scrive questo autore:

«Merita inoltre tutta la nostra ammirazione il fatto che (gli esseni, nda) superino, quanto a rettitudine, tutti gli altri uomini che si dedicano alla pratica della virtù; e in tale misura che non si è mai visto alcuno, sia pure per breve tempo, né fra i greci né fra i barbari, che fosse in grado di resistere a lungo fra di loro. Il che è dovuto alla pratica che impone di condividere i loro beni personali; cosicché il ricco non gode della propria ricchezza più di quanto non ne goda chi non possiede nulla. Vi sono all’incirca quattromila uomini che vivono in questo modo, e né si sposano con donne né desiderano tenere servitori; dal momento che pensano che le prime portino gli uomini all’iniquità e i secondi siano fonte di discordie domestiche; ma, dato che vivono da soli, si assistono l’un l’altro».

E lo stesso Filone di Alessandria, filosofo ebreo del I secolo, esponente del sincretismo filosofico-religioso che tentava di conciliare la filosofia ebraica con il pensiero greco, parlando dei «terapeuti», afferma che essi amavano una vita libera da vincoli familiari: «Una volta dunque che si sono spogliati dei loro beni, non più schiavi di nessuno, fuggono senza voltarsi indietro dopo aver abbandonato i fratelli, i figli, le mogli, i genitori, la vasta parentela, la cerchia degli amici, la terra in cui furono generati e nutriti» (De vita contemplativa 18). Anche nel mondo greco, del resto, il celibato non era del tutto sconosciuto. Per esempio Epitteto, il filosofo greco rappresentante dello stoicismo (vissuto tra il 55 e il 135 dopo Cristo), lo considera una caratteristica del saggio: «Non è forse necessario che il cinico sia esente da distrazioni, completamente al servizio di Dio, per poter frequentare gli uomini senza essere legato a doveri privati né trattenuto da relazioni, trascurando le quali non potrebbe salvaguardarsi come uomo di perfetta virtù…».

Senza contare, poi, che lo stesso «precursore» di Gesù, Giovanni Battista, appariva un solitario che viveva lontano dai centri abitati e non aveva una famiglia. Osserva Giuseppe Barbaglio, nel libro Gesù ebreo di Galilea (EDB 2002, p. 129): «L’assenza di moglie e di figli (di Gesù, nda) trova la sua spiegazione più probabile nel fatto che egli non si era sposato. I vangeli sinottici, poi, parlano di donne che lo seguivano e ne menzionano anche, a volte, i nomi, ma di nessuna si dice che fosse sua moglie… Né mancano esegeti secondo i quali sarebbe stato in riferimento a se stesso che Gesù disse: “Ci sono eunuchi che così sono nati dal ventre della madre; ci sono eunuchi resi tali per mano umana; e ci sono eunuchi che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli” (Matteo 19,12). Non è escluso che così abbia risposto al motteggio di gente malevola che lo disprezzava, lui celibe, appunto come eunuco».

Per quanto riguarda la tradizione rabbinica, infine, se abbiamo la citazione di rabbi Eliezer ben Ircano, il quale paragona il non far figli all’omicidio, abbiamo anche l’eccezione di un altro rabbino, Simeon ben Azzai (contemporaneo del primo), che predicava il matrimonio e la procreazione ma non abbracciava questa condizione: «La mia anima è innamorata della Torà. Il mondo può essere portato avanti da altri». Dunque non possiamo assolutamente affermare che il celibato fosse una condizione inesistente all’epoca di Cristo e proprio nella giustificazione del rabbino ben Azzai, vale a dire un impegno totalizzante verso la parola di Dio che precludeva la vita matrimoniale, possiamo trovare un eco delle motivazioni che hanno spinto sia Giovanni Battista, sia Gesù a rimanere celibi.

«Se mettiamo in relazione tutte queste tendenze», ha scritto John P. Meier nel suo libro Un ebreo marginale (p. 338), «osserviamo che il I sec. d.C. era popolato da alcuni sorprendenti individui e gruppi celibi: alcuni esseni e qumraniani, i terapeuti, Giovanni Battista, Gesù, Paolo, Epitteto, Apollonio e vari cinici itineranti. Il celibato era sempre una scelta rara e talvolta sgradevole nel I sec. d.C. Era comunque una scelta fattibile». Piuttosto che andar dietro alle fantasticherie di Dan Brown, ci dovremmo invece domandare perché proprio il I secolo, in particolare, è stato segnato da un numero considerevole di celibi che hanno esercitato un’influenza nei movimenti religiosi e filosofici.

Insomma, conclude Meier, «i diversi contesti, prossimi e remoti, nel Nuovo Testamento e nel giudaismo, fanno della tesi che Gesù sia rimasto celibe per motivi religiosi l’ipotesi più probabile… Il silenzio totale su moglie e figli, in contesti in cui compaiono i suoi vari parenti, può ben indicare che non si sia mai sposato».

Quanto all’affermazione secondo la quale Gesù era un rabbino e come tale doveva essere sposato, bisogna precisare che gli apostoli lo chiamavano talvolta così non perché egli fosse stato ufficialmente investito della carica, quanto piuttosto perché rappresentava il loro «maestro». In effetti Luca, per definire il ruolo del Nazareno, usa proprio il termine di «maestro», non quello di rabbino. Il fatto che gli ebrei domandassero a Gesù in forza di quale autorità egli compisse certe azioni, sta proprio a indicare che Cristo non aveva alcuna carica precisa o pubblica nell’ambito del giudaismo dell’epoca. Anche questa obiezione, insomma, viene a cadere.

Aggiungiamo un’ulteriore considerazione basata sulla logica, traendola dal libro Contro il Codice da Vinci, di José Antonio Ullate Fabo (Sperling & Kupfer Editori, 2005, pp. 91-92). «Diamo per assodato ciò che sostiene Dan Brown e teniamo conto che i vangeli gnostici parlano anche del fatto che santa Maria Maddalena era una discepola del rabbino, cioè che conobbe Gesù quando erano entrambi adulti. Che senso avrebbe che Gesù fosse arrivato celibe ai trent’anni e si fosse sposato solo allora? Se davvero il celibato fosse stato uno scandalo insopportabile per gli ebrei, come sostengono i sapienti personaggi di Brown, quando Gesù fosse arrivato all’età giusta per prendere moglie san Giuseppe e la Vergine gli avrebbero trovato una ragazza di Nazaret, e si sarebbe sposato con lei prima dei diciotto anni, per esempio. La cosa assurda è voler vedere “sensato” il matrimonio con Maria Maddalena quando è la cosa più inverosimile».

A onor del vero, quando gli esegeti e i biblisti analizzano nei loro lavori lo «stato di famiglia» di Gesù, e si chiedono se egli fosse sposato, valutando i pro e i contro, e il «silenzio» in proposito delle fonti evangeliche, in nessun caso essi si spingono a ipotizzare come probabile o possibile un matrimonio con la Maddalena. Semplicemente per il fatto che se fosse stata lei la «moglie» di Cristo, i vangeli l’avrebbero citata come tale.

Dobbiamo in conclusione riportare un ultimo argomento, legato alla Prima lettera di Paolo ai Corinzi (9, 4-6), nella quale si legge: «Non abbiamo noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo noi il diritto di condurre con noi una donna sorella, come fanno gli altri apostoli, e i fratelli del Signore, e Pietro? Oppure soltanto io e Barnaba non abbiamo il diritto di dispensarci dal lavoro materiale per vivere?». In questa digressione, scrive Darrell L. Bock, «Paolo osserva che gli apostoli, i fratelli del Signore e Pietro avevano il diritto a una moglie. In altre parole, erano legittimati a sposarsi. Sarebbe stato semplice aggiungere che Gesù era sposato, se così fosse stato. L’argomento avrebbe suggellato la sua perorazione, senonché Paolo ignora il punto. Qualcuno potrebbe ribattere che egli nomina solo persone viventi. Ma la risposta a tale obiezione è che sta discutendo di diritti e di precedenti. Citare, per esempio, qualche predecessore sarebbe stato possibile e logico, se Gesù fosse stato sposato. La conclusione è che Paolo non ne fa menzione perché non avrebbe potuto. Il passo di 1 Corinzi 9 mostra che la Chiesa non era affatto imbarazzata nel rivelare che i suoi capi erano sposati, o nel suggerire che avevano il diritto di farlo. Lo stesso sarebbe accaduto per Gesù se fosse stato sposato. Difatti, se così fosse stato, Paolo non avrebbe avuto a disposizione un momento migliore per affermarlo».

Che cosa rimane, dunque, delle affermazioni contenute nel Codice da Vinci a proposito delle «nozze» di Gesù? Quale attendibilità hanno le tesi sostenute dal romanziere e da lui attinte, come abbiamo visto, da un libro pubblicato per la prima volta nel 1982?