la persona di cristo: la sua incomparabile
santita'
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE.
- LA FEDE
La
critica " indipendente " dice che
il cattolico non può fare della buona
esegesi, perché colorisce il testo
che legge, e la sua obbedienza alle definizioni
dommatiche e alle direttive romane gl'impedisce
d'essere docile ai fatti.
Invece
è vero il contrario: che la critica
" indipendente" è incapace
d'interpretare correttamente i testi ispirati,
a meno che si limiti a fare constatazioni
molto
volgari.
Il
Vangelo è la buona novella, che Gesù
Cristo portò da parte di Dio e che
ha come contenuto principale la definizione
del messaggero stesso. Siamo obbligati a "
credere ", se vogliamo avere' una giusta
conoscenza della buona novella. Nessuno di
noi potè assistere alla partenza del
messaggero, né sentire Dio mentre gli
affidava il suo messaggio. Un giorno apparve
a Betlemme il messaggero; poi ripartì,
lasciandoci i suoi apostoli.
Dio
evidentemente vigilò perché
noi potessimo avere la garanzia necessaria
e sufficiente di essere davanti a una buona
novella venuta dal cielo; ma dopo ciò
resta soltanto da prendere e mantenere quest'atteggiamento:
credere.
Non
credere soltanto a quello che a ciascuno di
noi sembra parte del messaggio; ma credere
anticipatamente a tutto il vero messaggio
e a tutti i suoi articoli.
San
Paolo di fronte a Gesù prende l'atteggiamento
della fede totale, impegnando tutta la sua
anima e attività. Sapendosi "
apostolo di Gesù Cristo ", predicò
il vero e unico Vangelo, il Vangelo che contemporaneamente
i Dodici predicavano altrove. Egli intuì
ed espresse molto bene il compendio di quest'unico
Vangelo: " Gesù Cristo crocifisso
".
L'incredulo
pone quasi nulla sotto questa formula, perché
per lui " Gesù Cristo crocifisso
", come " Giovanna d'Arco arsa viva
" o " Luigi XVI ghigliottinato ",
è un fatto storico, o leggendario,
o semistorico. Per il discepolo di Gesù
è una realtà piena; per lui
la formula, per quanto semplice, contiene
tutta la divina dottrina della salvezza: si
riempirebbero volumi e volumi per esplicitare
quanto c'è sotto queste parole.
Ciò
irrita l'incredulo, il quale, se è
giudeo, davanti alla debolezza d'un Dio morente
sulla croce si scandalizza; se è greco,
davanti all'espressione d'un pensiero degno
d'un pazzo scrolla le spalle; invece per il
cristiano, giudeo o greco che sia, questa
è la massima forza e la più
sublime sapienza.
"
Siamo riconoscenti ai protestanti liberali,
perché nel Cristo dei Vangeli hanno
messo in rilievo la somma delle virtù
elette e ben equilibrate, che è prodigioso
vedere riunite in un solo uomo " (P.
Braun). Ma i teologi e i mistici cattolici,
seguendo i Padri della Chiesa, hanno spinto
molto più innanzi lo studio appassionante;
la dottrina dell'unione ipostatica e della
grazia a capitale " contiene maggior
luce per guidare chi legge il Vangelo. In
lumine tuo videbimus lumen: nella tua luce
vediamo meglio la luce che riempie di meraviglia
ogni uomo che viene in questo mondo.
LA PERSONA DI
CRISTO
CAPITOLO
I. - I FATTI
Le
affermazioni di Gesù relative alla
sua divinità. - "La vita
eterna consiste in questo, che conoscano te,
il solo vero Dio, e Colui che tu hai mandato,
Gesù Cristo " (Gv., 17, 3). "
Chi vede me, vede anche il Padre " (Gv.,
14, 9); a se io glorifico me stesso, la mia
gloria non è niente; ma c'è
il Padre mio che mi glorifica, di cui voi
dite: "È il nostro Dio".
Eppure non lo conoscete; io invece lo conosco,
e se vi dicessi che non lo conosco sarei,
come voi, un mentitore. Ma io lo conosco e
ne osservo la parola. Il padre vostro Abramo
esultò al pensiero di vedere il mio
giorno; lo vide e ne tripudiò "
(Gv., 8, 54-56).
È
proprio il caso di dire: " Nessuno ha
mai parlato come quest'uomo ". Gesù
si presenta come l'eguale dell'Essere sommo
e la fonte unica, con Dio nel quale vive,
della vita eterna per gli uomini e della loro
gioia più viva. Troviamo questi passi
non soltanto nel quarto Vangelo, ma in Matteo
e Luca leggiamo questa limpida dichiarazione:
"Nessuno conosce chi è il Figlio,
se non il Padre; né alcuno conosce
il Padre, se non il Figlio, e colui al quale
il Figlio voglia rivelarlo" (Mt., 11,
27; Le, 10, 22). Gesù parlando del
Figlio parla di se stesso, come si vede al
principio della dichiarazione: k Ogni cosa
fu data a me dal Padre mio ". Gesù,
prima di parlare del Padre, parla del Figlio,
che è un essere talmente grande, bello,
ricco, luminoso e misterioso, che nessuno
lo conosce se non chi ha una conoscenza infinita;
è un oceano di cui solo il Padre può
conoscere l'immensità. Dimostra la
divinità del Figlio anche il fatto
che egli solo possiede l'intelligenza capace
di sapere quello che è il Padre. Questa
teologia, evidentemente, non esclude affatto
la divinità dello Spirito Santo, o
la coscienza che il Figlio ha di se stesso.
Per " nessuno " intende soltanto
le intelligenze create, gli angeli e gli uomini,
specialmente quelli che si credono "
sapienti " e " abili ".
Gesù
ebbe sempre, e sempre conservò, la
convinzione d'essere l'eguale del Padre suo
(come dimostra a dodici anni); e questa convinzione
dai sommi sacerdoti, dai dottori della legge
e dagli anziani del popolo giudaico venne
considerata come un crimine; per questo ai
loro occhi egli k aveva meritato " la
morte.
Parlando
dei nemici di Cristo, mi sta a cuore segnalare
la loro chiaroveggenza e proporla agli amici
di Gesù. Sembra un paradosso, ma mi
spiego. Non dimentico l'accecamento degli
uomini, che non credevano in Gesù,
a benché avesse operato tanti miracoli
davanti a loro ". Però non dobbiamo
generalizzare, e ricordiamo che " credettero
in Lui molti, anche tra i capi, ma per causa
dei farisei non lo confessavano, per tema
d'essere espulsi dalle sinagoghe " (Gv.,
12, 42). Quelli che non credettero in Gesù
ebbero tuttavia abbastanza intelligenza per
capire che egli si diceva l'eguale di Dio,
specialmente quando io diceva in termini formali,
per esempio nel dicembre del 29, quando disse:
a Io e il Padre non siamo che uno ";
ma anche quando parlava in termini velati
lo comprendevano e in questo la loro chiaroveggenza
dev'essere imitata.
Molti
cristiani, compreso qualche esegeta e teologo,
passano vicini a queste dichiarazioni senza
sospettarne la portata incalcolabile. Io li
prego di prestarvi attenzione e di servirsene
nella loro apologetica.
Le
insinuazioni implicite, ma molto nette.
- Prima di tutto si notino bene tutti quei
passi dove Gesù si attribuisce quanto
l'Antico Testamento riservava
a Dio, facendo stizzire e infuriare i nemici.
Alcuni esempi.
Gesù
dice a un paralitico : et Confida, figlio,
ti sono rimessi i tuoi peccati " e, onde
provare di non aver bestemmiato attribuendosi
questo potere, aggiunge: " Alzati, prendi
il tuo letto e vattene a casa tua ".
Avesse almeno pregato Dio per guarire quell'uomo!
invece lo assolve e lo guarisce! agisce come
farebbe Dio al posto suo; quindi manifesta
" la sua gloria ", cioè la
sua divinità.
Jahvè
con la nazione santa aveva concluso un'alleanza,
che era paragonata a un matrimonio; Gesù
si dice " lo Sposo ", che con la
sua presenza dispensa dal digiuno antico,
e con la sua morte sarà motivo d'un
nuovo digiuno.
Il
sabato era considerato come un'istituzione
divina, assolutamente intangibile; Gesù
si dichiara " padrone del sabato ";
i sacerdoti avevano il permesso da Dio di
" violare " il sabato senz'esserne
colpevoli, e Gesù permette ai suoi
discepoli di fare altrettanto.
I
farisei lo spiavano per trovare motivo d'accusa
e per vedere se avesse osato guarire di sabato;
egli guarisce e spiega dicendo che suo Padre
lavora e non sta in ozio. Vada per il Padre,
ma lui aveva il diritto di lavorare con e
per il Padre suo? di " fare le opere
" del Padre suo? Certamente lo pretendeva,
e siccome lo faceva effettivamente, gli si
doveva credere.
Un
altro esempio: il buon Pastore. Noi ci lasciamo
commuovere dall'affascinante parabola, ma
purtroppo dimentichiamo facilmente che chi
parla è Dio e si presenta come tale.
Ci dovrebbe orientare la parabola della pecorella
perduta e ritrovata, perché la termina
in questo modo: "Cosi il Padre vostro,
che è nei cieli, non vuole che neppure
uno di questi piccoli vada perduto ".
Leggendo l'Antico Testamento vediamo che Dio
è il buon Pastore, l'unico Pastore;
se Gesù fosse stato soltanto un uomo,
non avrebbe dovuto chiamarsi " il buon
Pastore ".
"
Chi ama il Padre, o la madre più di
me, non è degno di me; e chi ama il
figlio o la figlia più di me, non è
degno di me " (Mt., 10, 37). Noi abbiamo
amici fuori della nostra famiglia, che amiamo
meno dei nostri; chi è dunque Gesù
per intromettersi tra noi e i nostri genitori,
o tra noi e i nostri figli, ed esigere un
amore più grande di quello che nutriamo
per loro?
Il
giorno delle Palme i bambini gridano nel tempio:
"Osanna al Figlio di Davide! ";
i sommi sacerdoti s'indignano; Gesù
giustifica gli acclamanti citando il salmo
che parla d'una lode infantile rivolta a...
Dio! Anche qui se Gesù di Nazareth
fosse stato soltanto un santo, un profeta
o anche il Messia, non avrebbe dovuto applicarsi
un salmo che si riferiva a Dio solo.
Vi
sono anche molte altre espressioni, dal senso
profondo, che non sfugge né agli uditori
simpatizzanti, né ai nemici.
La
divina pedagogia del divin Maestro.
- Gesù non cercò di moltiplicare
le occasioni, ma diede il suo insegnamento
capitale con una pedagogia veramente divina.
Egli
visse soltanto trentatrè anni e attese
i trent'uno prima di manifestarsi, poiché
l'episodio dei dodici anni fu come una fugace
parentesi.
La
sua vita di lavoratore dovrà sconvolgere
il mondo solo quando si saprà che fu
vissuta dallo stesso Figlio di Dio.
Agl'inizi
del suo ministero Gesù dice semplicemente
: " II tempo è compiuto: il regno
di Dio è vicino "; e in seguito
cercherà in tutti i modi di far capire
Za natura di questo regno. Dovrà certo
parlare di se stesso, essendo il re, ma non
vuole prestarsi alle speranze ambiziose dei
giudei, né attirare gli sguardi su
di sé, prima che sul Padre che è
in Lui, dandoci cosi uno dei lineamenti più
belli della sua fisionomia morale e della
sua santità.
L'ipotesi
razionalista d'un Gesù che è
soltanto uomo tra gli uomini, non è
in grado di spiegare la vita di Gesù,
di quest'uomo che sarà contemporaneamente
tanto umile e tanto orgoglioso, tanto soave
e tanto rude, tanto sincero e tanto astuto
da diventare presto un essere impensabile,
un cumulo di contraddizioni. Tra i vari aspetti
del suo carattere non sapremmo quale scegliere
e saremmo tentati di sacrificare tutto, come
Couchoud, che non crede più all'esistenza
storica di Gesù, senz'accorgersi che
vi crede ancora e che è incapace, con
le sue fiacche argomentazioni, di cancellare
il volto- del più bello tra i figli
degli uomini.
"
Il nostro Cristo, il Cristo del cristianesimo
autentico, è tanto completamente uomo,
quanto è perfettamente Dio " (1).
La
personalità metafisica di Gesù
rimane invisibile a noi, come d'altronde qualsiasi
personalità, ma s'intravede attraverso
le sue manifestazioni, ed è pienamente
e certamente raggiungibile soltanto con la
fede soprannaturale. Nessuno viene al Figlio
se non è attirato dal Padre, e a quelli
che non si sentono attirati o resistono all'attrattiva
diciamo: Non dite nulla, se non volete sbagliare.
Alcuni contemporanei di Gesù pensavano
che egli fosse Giovanni Battista risorto,
ma non erano all'altezza della verità;
altri in lui vedevano Elia o Geremia;, per
divina rivelazione Simon Pietro sapeva che
Gesù era il Cristo, il Figlio del Dio
vivo. È la verità; nulla di
quanto sappiamo di Gesù vi contraddice
e tutto si può accordare a questo dato
fondamentale.
Mettiamoci
dunque risolutamente di fronte a Gesù,
come Marta, non per dirgli la nostra sorpresa
di vederlo vivere a quel modo, ma per ricevere
la luce divina che emana da tutta la sua persona;
meglio ancora se imitiamo Maria, mettendoci
ai piedi del Signore per ascoltare la sua
parola; calmiamo le nostre inquietudini e
facciamo tacere i nostri turbamenti. "
La sistemazione teologica più perfetta
non aggiunge un'oncia alla luce o verità
del Vangelo " (P. Chenu), né il
più magnifico ritratto morale di Gesù
aggiunge un apice alla grandezza della sua
persona.
Forse
l'incredulo ci risponderà: Voi vedete
questo, ma io non lo vedo; o
voi od io c'inganniamo. Maria ascoltò
Gesù, Caifa non lo ascoltò;
perché ritenere e condividere l'impressione
dell'una e respingere quella dell'altro?
I
giudei dicevano a Pilato: " Se costui
non fosse un malfattore, non te lo avremmo
consegnato "... Perché non credere
loro?
Non
lasciamoci ingannare da una simile protesta
di lealismo, più di quanto non siasi
lasciato ingannare Pilato, il quale non trovò
Gesù colpevole di nessuno di quei delitti
di cui lo accusavano i sommi sacerdoti, i
magistrati e il popolo. " Egli comprese
che i sommi sacerdoti lo avevano consegnato
per invidia ". Del resto quando presero
a giudicarlo essi stessi, si presentarono
molti falsi testimoni, ma le loro testimonianze
non erano concordi e i giudici non ne presero
in considerazione le deposizioni, l'unico
capo d'accusa fu la " bestemmia "
inaudita con cui Gesù diceva d'essere
l'eguale di Dio. In realtà la pretesa
bestemmia è un atto eroico, che supera
qualsiasi atto di coraggio e tutti gli eroismi
conosciuti.
(1)
K. Adam, Gesù il Cristo, Brescia
1935, p. 26.
Da
due anni i farisei spiavano il Maestro divino
per poterlo accusare, ma egli
poteva domandare: " Chi di voi mi convincerà
di peccato? ". E la sfida non è
mai stata raccolta.
In
Gesù non c'è peccato o vizio
di sorta, ma virtù, doni, santità
incomparabili; anzi, si ha l'impressione che
Egli sia la fonte in persona della bellezza
morale. Quando lo vediamo salire sul monte
per trascorrervi la notte in preghiera, sentiamo
che vi è condotto da una conoscenza
intima di Dio e da un attaccamento senza limiti.
Al Getsemani l'amore si rivela con la massima
chiarezza. Possiamo conoscere la sua perfezione
personale anche da quella che egli comunicò
al suo seguito, cominciando dalla Madre, e
che continua a effondere nell'anima dei discepoli:
in tutti i campi della moralità Gesù
occupa il posto più eccellente, come
dimostrano la semplice lettura della sua vita
e gli scritti di quelli che " furono
spettatori della sua gloria, gloria quale
l'Unigenito ha dal Padre, pieno di grazia
e di verità ". È Dio ed
è uomo, e le sue qualità morali
sono proprio quelle che s'addicono a un Dio
infinitamente buono, che si fa uomo per togliere
il peccato dal mondo.
CAPITOLO
II. - LA SPIEGAZIONE DEI FATTI
§
1.- IlCristo Dio. Il Cristo Dio e uomo.
Cristo
è dunque santo perché è
Dio. Dio è santo, Egli solo è
santo: Sanctus, Sanctus, Sanctus Deus
sabaoth.
Ma
la santità di Cristo passò nei
suoi gesti e nella sua vita umana, poiché
Dio aveva voluto l'incarnazione onde il Figlio
fosse per l'umanità decaduta la sorgente
dei meriti, il Redentore, e perché
l'uomo, creato per raggiungere la santità
divina, avesse un modello adatto alla sua
natura.
La
persona divino-umana (1)
di Cristo, questa santità di Dio trasfusa
in un corpo e in un'anima umana e, possiamo
dire, esposta a tutti gli sguardi, è
la novità, l'imprevisto dell'Incarnazione,
il mistero totale e oscuro all’intelligenza
umana. Cristo è Dio, è santo;
ma Cristo è uomo. La sua divinità
Egli la infonde in una natura umana affrancata
dalla tara originale, onde può giustamente
chiedere: a Chi di voi mi convincerà
di peccato?", restando tuttavia soggetta
a tutte le necessità e debolezze della
vita dell'uomo. Comprendiamo questo paradosso?
Ma proprio qui, in questo punto cruciale,
nella santità di Dio altissimo, trascritta
in linguaggio umano senza nulla perdere della
sua integrità, sfavilla la misericordia
di Dio per il suo popolo; qui, agli occhi
degli uomini e degli Ebrei di tutti i tempi,
sta il paradosso in comprensibile; qui troviamo
la chiave di tutta la persona di Cristo.
(1)
Mancando un termine migliore, mi servo di
quest'aggettivo per qualificare la persona
di Cristo; ma è chiaro che non l'intendo,
come Nestorio, che propriamente la Persona
del Verbo incarnato è dima.
Cristo
" ponte " tra Dio e gli uomini.
- Due realtà spiegano nella persona
di Cristo l'intima unione della natura divina,
da Lui rivendicata fin dal principio del suo
ministero, con la natura umana, la sola che
i suoi contemporanei
vedevano. Due realtà: da una parte
la santità di Dio e la sua infinita
misericordia; da parte dell'uomo il peccato,
il vuoto che lo separa per sempre dalla vita
di Dio. Tra l'umanità terrena e l'eternità
divina il passo era interrotto da quando Adamo,
il primo uomo, aveva interposto l'atto di
rivolta. Per questo, ci dice Santa Caterina
da Siena, Dio ci costruisce un ponte nel suo
Unigenito, un ponte che unisce la grandezza
della divinità alla terra della nostra
umanità. Ma, " partendo dalla
terra, non era possibile costruire un ponte
abbastanza alto da passare il fiume e raggiungere
la vita eterna, perché la terra della
natura umana da sola era incapace di soddisfare
il peccato e distruggere la macchia del peccato
di Adamo, che corruppe e inquinò tutta
la natura umana ". Non bastava un uomo:
" Fu necessario che la natura umana subisse
la pena, e che la natura divina, unita alla
natura umana, accettasse il sacrificio che
il Figlio offriva al Padre, per distruggere
la morte e restituire la vita all'umanità
". Ecco il segreto della persona divino-umana
di Gesù: Gesù, ponte tra l'uomo
decaduto e Dio; Gesù, Messia uscito
dal seno d'una donna e proteso al Padre con
tutta la forza della sua divina natura.
Cristo
fu, ed è ancora, in tutta la forza
del termine, il ponte che conduce l'umanità
a Dio. Mentre attraversa la Galilea, attirando
sui propri passi le folle avide di miracoli
e di parole di vita, Gesù, il falegname
di Nazareth, che alcuni seguaci conobbero
bambino, annuncia la buona novella del regno
di Dio. Nei trent'anni che visse sulla terra,
pochi seppero raggiungere la divinità
attraverso la sua umanità; e le rare
testimonianze strappate dallo Spirito Santo
(la più tipica è quella di Pietro),
che affermano una parola di fede : "
Tu sei il Cristo di Dio ", sono un'eccezione,
e perfino i discepoli più cari rimangono
ignoranti. Il ponte in costruzione non è
ancora finito e unirà le due sponde
soltanto dopo l'agonia e il Calvario. Prima
della croce, Gesù s'accontenta di preparare
lentamente i più intimi alla verità
e di avviare le folle, che lo seguono, alla
paternità dell'Onnipotente, che a Lui
è Padre dall'eternità.
Dopo
la dolorosa agonia nell'Orto degli Ulivi,
dopo l'abbandono dei discepoli e la condanna
davanti ai pubblici tribunali e al sinedrio,
la persona di Cristo finisce di rivelarsi
sulla croce. Qui è veramente il ponte
innalzato tra la terra e Dio, maledetto fra
gli uomini per lo scandalo della croce, giudicato
da suo Padre, che in Lui abbandona tutta quanta
l'umanità alle tenebre, onde si compia
ogni giustizia e si operi il riscatto. Cristo
crocifisso diventa la via, fuori della quale
è impossibile passare da una sponda
all'altra. Ormai il ponte è gettato;
la persona di Gesù, data in pascolo
per la salute del mondo, è giunta fino
al fondo della sua misteriosa destinazione,
ha colmato il vuoto che presentava la natura
peccatrice dell'uomo, ha riaperto nell'uomo
la porta della grazia e permesso nuovamente
l'unione dell'umanità con Dio, che
l'ha creata.
Tuttavia
la persona di Cristo, che ci redense pienamente
coll'atto di offerta sulla croce, doveva prolungare
nello spazio e nel tempo ciò che aveva
compiuto una sola volta sul Calvario. Perciò,
prima di morire, Gesù istituì
il sacramento dell'Eucaristia, perpetuando
cosi nei secoli e nel mondo intero il sacrificio
compiuto una volta per sempre. La persona
divino-umana di Cristo, tutta quanta nell'Ostia,
si erge come ponte gettato tra la terra e
Dio. Come prodigioso adattamento alle condizioni
umane, l'Eucaristia rinnova ogni mattina e
per ogni uomo in particolare il passaggio
al Padre, perpetuando la vita di Cristo tra
noi.
§
2. - La santità di Cristo in opera.
Cristo,
Dio egli stesso, il Santo che porta la santità
di Dio in una natura umana, soggetto a tutte
le necessità imposte all'uomo, come
visse la sua vita di perfezione?
Carattere
della perfezione di Cristo: equilibrio di
forze contrarie.
-
La vita di Cristo, che si svolge per le vie
di Galilea e di Giudea, colpisce prima di
tutto per il prodigioso equilibrio che Egli
conserva in tutte le situazioni e tra le tendenze
assolutamente opposte e quasi contraddittorie.
Egli
afferma d'essere il Giusto, riceve la testimonianza
dei profeti, come Giovanni Battista, degli
spiriti immondi cacciati dalla sua virtù,
e perfino dell'Altissimo al momento del battesimo:
Gesù è il Figlio di Dio, il
puro per eccellenza; e mentre esulta nell'anima
scoprendo la purezza dei cuori (incontrando
un giovane d'animo retto Egli " lo ama
"), Gesù si diletta pure di stare
in mezzo ai peccatori e ai pubblicani. Il
paradosso è incomprensibile per quanti
lo circondano e non penetrano l'enigma della
sua anima, perché in Israele il Giusto
doveva evitare il contatto con i peccatori.
Egli è il Capo, il Maestro per la scienza
e l'autorità, che guida le folle; e
un giorno, nella festa delle Palme, il popolo
a Gerusalemme proclama la sua regalità;
eppure durante tutta la sua vita pubblica
Gesù si sottrae agli onori e a qualsiasi
umana grandezza. Più ancora Egli, davanti
al quale i demoni fuggono, Egli che comanda
agli elementi, calma la tempesta, cammina
sui flutti, risuscita i morti e rimette i
peccati, con un gesto che resta oscuro ai
discepoli e quasi li scandalizza, un giorno
lava loro i piedi, facendosi piccolo tra i
piccoli. Anche qui paradosso apparentemente
contraddittorio, ma che in realtà sottolinea
la novità della santità di Cristo,
con un prodigioso equilibrio tra realtà
apparentemente irriducibili. Il perfetto equilibrio
(follia per i savi), che Cristo dovrà
poi attuare e vivere nei suoi santi, brilla
soprattutto nella morte in croce, dove Gesù
concilia la sua divinità col più
abbietto abbassamento dell'essere umano, con
la condizione di maledetto. Davanti allo scandalo
di questa situazione, perfino l'apostolo Pietro
rinnegò per tre volte Colui che era
tutta la sua vita, tanto era grande e sconcertante
la novità di questa santità.
Infine,
nella vita di Gesù vi è un'altra
contraddizione apparente, costantemente sfruttata
dai critici: nell'agonia del Getsemani Gesù
implorò pietà e sulla croce
emise un grido disperato: "Dio mio, Dio
mio, perché mi hai abbandonato? "
La critica in queste parole ha tentato di
trovare la prova della non-divinità
di Cristo. L'obiezione è molto debole
e anche superficiale, perché non tenta
di penetrare la realtà che il Cristo
nasconde.
Infatti
la chiave del problema, che spiega la novità
della perfezione di Cristo, cioè l'equilibrio
tra realtà fin'allora irriducibili,
è proprio l'alleanza in Gesù
d'una doppia natura, quella divina e quella
umana, che d'altronde sono perfettamente congiunte
nell'unità della sua persona. Per l'unione
della sua umanità alla divinità
personale, Cristo è il Giusto, uno
per l'unione col suo Padre celeste, legato
con tutto il suo essere al compimento di questa
volontà, che è la morte del
Giusto per i peccatori.
Però
Egli porta tale volontà in una natura
umana, certamente perfetta, ma defettibile,
non quanto al peccato, ma quanto alla sofferenza,
conseguenza del peccato. E questo spiega come
Cristo non sia l'Impassibile come Jahvè,
il perfetto
Immutabile. La sua sensibilità suscita
reazioni: nel deserto, dopo quaranta giorni
di digiuno, ebbe fame; predicendo la rovina
di Gerusalemme pianse; nella notte dell'agonia
del Getsemani, sotto il peso dell'amarezza,
che gli schiacciava l'anima, Cristo dal profondo
dell'animo emise questo grido angoscioso:
"Padre, se tu vuoi, storna da me questo
calice a, e aggiunge: a Però non la
mia volontà, ma la tua volontà
si faccia ". Questo prova l'equilibrio
che c'è in Lui di forze di natura diversa,
la perfetta sommissione dell'essere umano
a Dio che vive in Lui: Cristo è santo
e la sua perfezione comanda fino alle fibre
più esteriori e sensibili del suo essere.
È questa padronanza della divinità
sulla sua umanità che conferisce a
Cristo tanta autorità.
D'altronde
su tutti i piani della vita di Gesù
si ritrova quest'equilibrio: due tendenze
si dividono il suo essere ed è necessario
comprenderlo. Per la visione beatifica Cristo
era attratto verso la luce del Padre; normalmente
avrebbe dovuto essere in una continua ascensione;
sarebbe stato continuamente in questa luce
di gloria nella quale si trasfigurò
davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, se in
Lui non avesse agito un'altra forza, cioè
la tendenza alla croce che, per la sua missione
di Redentore, lo conduceva incessantemente
verso la sofferenza e i peccatori.
La
santità di Gesù, che è
quella di Dio, ma adattata all'umanità
e modellata in una cornice umana, ha come
caratteristica l'equilibrio delle due tendenze
che Gesù portava in sé. Cosi
occorre interpretare la predilezione di Gesù
per i peccatori, i piccoli, i lebbrosi: "
Non sono venuto a salvare i giusti, ma i peccatori
". La sua missione ve lo porta continuamente,
come lo volge verso la sofferenza e l'abbassamento,
mentre l'unione, che lo fa vivere con il Padre,
lo trae incessantemente verso la luce di gloria.
Cristo è il Santo di Dio ed è
pure, in perfetta unità, il Redentore:
qui è la chiave della sua personalità.
Novità
dell'amore di Cristo. - Cristo non
passò soltanto come un baleno, durato
dall'Incarnazione alla morte ignominiosa della
croce; ma visse predicando e parlando nel
tempio, nelle città e per le strade.
In certo modo la sua santità s'esteriorizzò
negli atti della vita quotidiana; Cristo visse
realmente la parola di vita che ogni giorno
offriva alla folla attenta o brontolona che
l'ascoltava. Prima ancora dei suoi santi,
Egli era a uno spettacolo agli uomini e agli
angeli ", dice San Paolo, perché
gli uomini avessero in Lui il modello pratico
della santità.
L'amore
d'amicizia. - Gesù prima di
tutto è amore. Predicò l'amore
(" amatevi l'un l'altro "), ma soprattutto
visse l'amore (" come io ho amato voi
") e recò la nuova religione dell'amore
al popolo d'Israele abituato ai sacrifici
cruenti d'ogni festa, e all'adorazione di
Jahvè, il Santo dei santi, nel timore
e nello spavento. Gesù ha con Dio i
rapporti d'un figlio con il padre teneramente
amato; unico legame tra loro è l'amore:
a È per questo che mio Padre mi ama";
e altrove: a II Padre ama il Figlio e gli
mostra tutto quello che fa ".
Cristo
non rivendica solamente per se stesso quest'amore
e legame filiale tra il Padre e il Figlio;
anzi si direbbe che l'amore, di cui vive,
gli scoppia in petto e si diffonde sopra tutti
quelli che lo ascoltano. Incessantemente sollecita
l'anima dei suoi fratelli; incessantemente
cerca di far nascere in loro il sentimento
filiale verso il Padre celeste. Alla samaritana
stupita che Egli, giudeo, parli a lei, dice
: a S'avvicina l'ora, anzi già ci siamo,
che i veri adoratori adoreranno il Padre in
spirito e verità "; e ai discepoli
ricorda la sollecitudine di Dio, che
li tratta come un Padre pieno d'affetto per
i suoi figli, " Non preoccupatevi per
che cosa mangerete o berrete... perché
di tutte queste cose si preoccupano i mondani;
ma il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno
"; e continua: " Non temete, piccolo
gregge; perché al Padre vostro piacque
darvi un regno ".
Il
totale abbandono nelle mani di Dio, in un
amore filiale ricevuto e dato, ecco ciò
che Gesù offre come esempio ai suoi,
ecco ciò che non cessano di proclamare
le sue parole, il suo atteggiamento, la sua
preghiera e la sua vita.
Verso
i fratelli, verso coloro che ha scelto per
seguirlo nelle corse apostoliche ha lo stesso
atteggiamento, perché l'amore ha un
volto solo. L'amicizia che lo unisce al Padre
lo induce a rivolgersi ai suoi per stringerli
in un sentimento simile, che tutto da e nulla
ritiene. " Come il Padre mio mi ha amato,
cosi io vi ho amati; perseverate nel mio amore
". In questo discorso dell'Ultima Cena
Gesù fa brillare nelle mani degli apostoli,
preparati a lungo negli anni precedenti, il
suo unico tesoro. Non gli basta amarli ed
esserne riamato, perché l'amore non
ha confini e si spinge come un fuoco ardente;
soprattutto è forte, più della
morte. " Questo è il mio comandamento,
che vi amiate a vicenda, come io ho amato
voi. Non c'è amore più grande
che dare la propria vita per gli amici ".
Gli anni della vita nascosta e pubblica di
Gesù accrebbero incessanti nell'anima
di Cristo l'appello supremo e l'esplosione
della carità che, già totale
fin dal primo istante della sua concezione,
si esplicava sempre più. L'ultima Cena
è prossima alla croce e negli ultimi
discorsi sentiamo erompere l'anima di Cristo,
ormai pronta al Calvario, tesa solo più
al compimento della sua missione nell'esplosione
della carità.
L'amore
di misericordia. - Gesù non
riservò il suo amore soltanto a coloro
che aveva scelto come continuatori della sua
opera; da Lui emana, come un raggio penetrante,
l'amore di cui tutti beneficiano. A chi non
intende ancora l'appello all'intima unione
con la sua persona, ai peccatori, ai pubblicani
che vivono ancora fuori della Legge, nell'impurità
del peccato, Cristo viene a portare il suo
amore in una forma prima ignota, la misericordia.
Israele ignorava il perdono, cioè l'atteggiamento
dell'anima la quale, offesa, rimane aperta
e traboccante di carità. Gesù
non sembra conoscere ' altro che la legge
dell'amore; non chiude, non indurisce mai
la sua anima, nemmeno davanti alle più
laide impurità; con la misericordia
dilata i cuori di quelli che ricevono il suo
perdono, li converte e riabilita. Alla donna
adultera, convinta di peccato e che il popolaccio
è pronto a lapidare, dice semplicemente:
"Va' e non peccare più ",
cancellando cosi, con un atto d'amore, ciò
die la tiene fuori legge; a Pietro che, parsimonioso,
misura gli atti di misericordia, insegna che
bisogna perdonare al fratello fino a k settanta
volte sette ".
C'è
qui la stessa e totale generosità,
la stessa follia d'amore dei rapporti di Cristo
con il Padre e con quelli che ha scelto. Chi
ama al punto di dare la vita per gli amici,
ha in sé una misura di carità
sufficiente per usare misericordia e perdonare
illimitatamente ai nemici, a chi è
prigioniero del peccato. La carità
di Cristo sgorga e si diffonde spontanea e
misericordiosa, unendo con un nuovo legame
tutti quelli che Egli avvicina.
Conseguenze
di quest'amore.
-
1.La libertà di Cristo.
-
L'unico movente di Cristo era l'amore, quello
trionfante e misericordioso, il che implica
un nuovo fattore nella sua vita, del quale
Israele non colse il senso: la libertà.
Cristo è essenzialmente libero: davanti
al Padre suo non ha un atteggiamento angusto
o impacciato: è il Figlio che insegna
agli uomini la loro divina filiazione; e siccome
con il Padre ha rapporti d'amore, in essi
non si può insinuare inquietudine o
costrizione di sorta. L'adorazione e la sommissione
del Figlio sgorgano spontanee.
Cristo
possiede la stessa libertà verso gli
uomini. È guidato dall'amore inarrestabile
da qualsiasi frontiera e nulla può
impicciolire il suo gesto di misericordia;
i costumi, gli usi, le ' barriere umane vengono
rimesse al loro giusto posto, scandalizzando
assai i farisei, legati e soffocati dai limiti
della lettera. Nessuna situazione può
arrestare Gesù, affrancato com'è
dalle convenzioni e dalle angustie dello spirito
umano; talvolta il semplice buon senso gli
mette in bocca la risposta suggeritagli dall'amore.
Ai farisei, scandalizzati perché aveva
guarito un idropico in giorno di sabato, obietta:
" Chi di voi, se gli cade nel pozzo l'asino
o il bue, non Io estrae subito in giorno di
sabato? n.
Abbandono
alla volontà divina, spontaneità
del gesto misericordioso, affrancamento da
tutte le convenzioni puramente umane, ecco
dunque i lineamenti caratteristici della totale
liberà, di Cristo mosso dall'amore.
2.
Espansione dell'umiltà.
-
L'amore spinge Cristo ad affrancarsi da tutto
ciò che restringe la vita dell'anima,
conducendolo a un atteggiamento magnanimo
e generoso prima sconosciuto; lo stesso amore
lo fa egualmente passare per le vie dell'umiltà
più delicata e della tenerezza più
squisita. Gesù preferisce spontaneamente
quanto è piccolo; ama i bimbi che lo
colmano di gioia con i loro occhi chiari e
l'anima limpida; e mentre gli apostoli, poco
usi a questo genere di manifestazioni, si
stupiscono, egli attira a sé i piccoli:
"Lasciateli venire a me; il regno dei
cieli è di coloro che assomigliano
ad essi ". Poveri grandi, poveri saggi
dottori della legge che discutete e vi date
importanza: a tutti i vostri ragionamenti
Cristo preferisce lo sguardo d'un bimbol
Egli
stesso, con tutta la sua grandezza, si fa
umile e piccolo, e scompare quando la folla
entusiasta vuoi portarlo in trionfo. Ciò
nonostante eccolo sempre presente, umilmente
disposto a rispondere alle minime richieste,
perché egli non s'appartiene più
in nulla. Talora previene perfino le richieste,
sempre premuroso, sempre sensibile a ogni
intima tristezza, divinando quello che non
viene formulato. A Naim, di fronte al dolore
della povera vedova che accompagna l'unico
figlio alla sepoltura, il cuore di Gesù
si apre, divina tutto il dramma interno, e
senza che gli sia formulata la minima richiesta,
restituisce il figlio alla povera madre e
s'allontana; a Betania non può contenere
l'emozione pensando alla morte di Lazzaro;
e ovunque, durante la vita pubblica, la stessa
sollecitudine, la stessa tenerezza delicata,
pronta a rispondere al minimo appello, a soccorrere
quelli che piangono. L'umiltà squisita
pone Gesù al servizio di tutti, in
ogni momento lo tiene disponibile a qualsiasi
appello, lo fa piccolo tra i piccoli; umiltà
che, nel momento più doloroso dell'agonia
sulla croce, gli farà chiedere al Padre
che storni la sua collera dai carnefici che
lo hanno confitto al patibolo.
Conclusione:
la serenità di Cristo. - Questa
frase, fra le ultime pronunciate da Gesù:
"Padre, perdona loro, non sanno quello
che fanno", può riassumere la
caratteristica essenziale della sua personalità,
cioè la costante serenità, propria
d'un'anima che possiede una limpidezza unica.
Gesù non ebbe mai ripiegamenti, mai
il minimo gesto che indicasse durezza. Quando
nelle ore
terribili dell'agonia, sotto il peso della
sofferenza che lo strazia, il suo corpo si
copre d'un sudore di sangue, l'anima resta
chiara come nei giorni di festa: "Padre,
non la mia, ma la tua volontà".
Il limpido raggio, che nei secoli dovrà
far apparire nei suoi santi, Cristo lo ebbe
dal primo momento della sua vita sulla terra
fino agli ultimi orrori d'una morte di maledetto.
La sua santità è questa luminosità
dell'anima sempre uguale a se stessa, sempre
limpida come acqua chiara al sole, sempre
irraggiatrice dell'amore di Dio da cui è
mossa: amore che è il suo principio
e il suo fine, perché Dio è
carità, ma amore incarnato, misericordioso,
trionfante fino all'ultimo istante della vita:
" Padre, perdona loro: non sanno quello
che fanno ".