Argomenti

Il fatto religioso

Il bisogno religioso

Le grandi affermazioni spiritualiste: l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima 

L'esistenza di Dio

Natura e origine della religione

Le varie categorie di religioni

I surrogati della religione

La teosofia

La rivelazione

L'atto di fede

La testimonianza del miracolo

L'Antico Testamento come preparazione evengelica

Gesù Cristo e il Suo Vangelo

La Divinità di Gesù Cristo

Il Vero Messia

Gesù Cristo è il Messia

L'insegnamento di Gesù

La persona di Cristo: la sua incomparabile santità

I miracoli di Gesù

I miracoli

I nemici del miracolo

La resurrezione

Il Cristo sempre vivente

Le origini Cristiane

La dottrina della Chiesa

L'eccellenza e i caratteri della Chiesa

La morale della Chiesa

L'azione della Chiesa

La santità della Chiesa

I miracoli della Chiesa

Eresie d'altri tempi

Il Protestantesimo luterano e calvinista

L'Anglicanesimo e le chiese non conformiste

Le chiese separate d'oriente

La Chiesa Cattolica e le chiese cristiane separate

Il fascino delle religioni asiatiche

Lo scandalo dell'Islam

L'incredulità

La testimonianza dei convertiti

Psicologia e metodologia della conversione

La testimonianza della moderna letteratura

Sommario storico dell'apologetica

La Bibbia in generale

Obiezioni contro l'Antico Testamento

Obiezioni contro il Nuovo Testamento

Obiezioni generali contro la teologia dogmatica

Lo sviluppo dei dogmi

Dogmi cattolici in particolare

La morale cattolica

Difficoltà desunte dalla storia della Chiesa

Scienza e religione

Teorie cosmologiche moderne e dogma della creazione

Preistoria e natura dell'uomo

Le scienze psicologiche e storico-sociali

Fu un palo o una croce? Il supplizio della crocifissione

La verità del cattolicesimo

  L'infallibilità del Papa

 I primati della Chiesa di Roma

San Pietro ha soggiornato a Roma?

 Il culto dei Santi e la Comunione dei Santi

 Il culto delle immagini sacre

Immacolata Concezione

Perfetta Verginità di Maria

La Madonna contestata

I fratelli e le sorelle di Gesù

I Sacramenti nel Nuovo Testamento

 La confessione dei peccati

 Il celibato dei sacerdoti

Il Purgatorio

L'Eucaristia e la Santa messa

    I libri apocrifi e la tradizione

  Il caso Galilei

  Giordano Bruno

 L'Inquisizione

 Le crociate

 Contro l'anticristo Freud

 Il Talmud Smascherato

 Contro il Codice da Vinci

 I Testimoni di Geova

 La Massoneria

Il problema dell'ateismo

Gli errori dello spiritismo e della reincarnazione

Il laicismo

Elogio di Pio IX

Pio XII la "leggenda nera"

Il caso

Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

la persona di cristo: la sua incomparabile santita'

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

INTRODUZIONE. - LA FEDE

La critica " indipendente " dice che il cattolico non può fare della buona esegesi, perché colorisce il testo che legge, e la sua obbedienza alle definizioni dommatiche e alle direttive romane gl'impedisce d'essere docile ai fatti.

Invece è vero il contrario: che la critica " indipendente" è incapace d'interpretare correttamente i testi ispirati, a meno che si limiti a fare constatazioni molto volgari.

Il Vangelo è la buona novella, che Gesù Cristo portò da parte di Dio e che ha come contenuto principale la definizione del messaggero stesso. Siamo obbligati a " credere ", se vogliamo avere' una giusta conoscenza della buona novella. Nessuno di noi potè assistere alla partenza del messaggero, né sentire Dio mentre gli affidava il suo messaggio. Un giorno apparve a Betlemme il messaggero; poi ripartì, lasciandoci i suoi apostoli.

Dio evidentemente vigilò perché noi potessimo avere la garanzia necessaria e sufficiente di essere davanti a una buona novella venuta dal cielo; ma dopo ciò resta soltanto da prendere e mantenere quest'atteggiamento: credere.

Non credere soltanto a quello che a ciascuno di noi sembra parte del messaggio; ma credere anticipatamente a tutto il vero messaggio e a tutti i suoi articoli.

San Paolo di fronte a Gesù prende l'atteggiamento della fede totale, impegnando tutta la sua anima e attività. Sapendosi " apostolo di Gesù Cristo ", predicò il vero e unico Vangelo, il Vangelo che contemporaneamente i Dodici predicavano altrove. Egli intuì ed espresse molto bene il compendio di quest'unico Vangelo: " Gesù Cristo crocifisso ".

L'incredulo pone quasi nulla sotto questa formula, perché per lui " Gesù Cristo crocifisso ", come " Giovanna d'Arco arsa viva " o " Luigi XVI ghigliottinato ", è un fatto storico, o leggendario, o semistorico. Per il discepolo di Gesù è una realtà piena; per lui la formula, per quanto semplice, contiene tutta la divina dottrina della salvezza: si riempirebbero volumi e volumi per esplicitare quanto c'è sotto queste parole.

Ciò irrita l'incredulo, il quale, se è giudeo, davanti alla debolezza d'un Dio morente sulla croce si scandalizza; se è greco, davanti all'espressione d'un pensiero degno d'un pazzo scrolla le spalle; invece per il cristiano, giudeo o greco che sia, questa è la massima forza e la più sublime sapienza.

" Siamo riconoscenti ai protestanti liberali, perché nel Cristo dei Vangeli hanno messo in rilievo la somma delle virtù elette e ben equilibrate, che è prodigioso vedere riunite in un solo uomo " (P. Braun). Ma i teologi e i mistici cattolici, seguendo i Padri della Chiesa, hanno spinto molto più innanzi lo studio appassionante; la dottrina dell'unione ipostatica e della grazia a capitale " contiene maggior luce per guidare chi legge il Vangelo. In lumine tuo videbimus lumen: nella tua luce vediamo meglio la luce che riempie di meraviglia ogni uomo che viene in questo mondo.


LA PERSONA DI CRISTO

CAPITOLO I. - I FATTI

Le affermazioni di Gesù relative alla sua divinità. - "La vita eterna consiste in questo, che conoscano te, il solo vero Dio, e Colui che tu hai mandato, Gesù Cristo " (Gv., 17, 3). " Chi vede me, vede anche il Padre " (Gv., 14, 9); a se io glorifico me stesso, la mia gloria non è niente; ma c'è il Padre mio che mi glorifica, di cui voi dite: "È il nostro Dio". Eppure non lo conoscete; io invece lo conosco, e se vi dicessi che non lo conosco sarei, come voi, un mentitore. Ma io lo conosco e ne osservo la parola. Il padre vostro Abramo esultò al pensiero di vedere il mio giorno; lo vide e ne tripudiò " (Gv., 8, 54-56).

È proprio il caso di dire: " Nessuno ha mai parlato come quest'uomo ". Gesù si presenta come l'eguale dell'Essere sommo e la fonte unica, con Dio nel quale vive, della vita eterna per gli uomini e della loro gioia più viva. Troviamo questi passi non soltanto nel quarto Vangelo, ma in Matteo e Luca leggiamo questa limpida dichiarazione: "Nessuno conosce chi è il Figlio, se non il Padre; né alcuno conosce il Padre, se non il Figlio, e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo" (Mt., 11, 27; Le, 10, 22). Gesù parlando del Figlio parla di se stesso, come si vede al principio della dichiarazione: k Ogni cosa fu data a me dal Padre mio ". Gesù, prima di parlare del Padre, parla del Figlio, che è un essere talmente grande, bello, ricco, luminoso e misterioso, che nessuno lo conosce se non chi ha una conoscenza infinita; è un oceano di cui solo il Padre può conoscere l'immensità. Dimostra la divinità del Figlio anche il fatto che egli solo possiede l'intelligenza capace di sapere quello che è il Padre. Questa teologia, evidentemente, non esclude affatto la divinità dello Spirito Santo, o la coscienza che il Figlio ha di se stesso. Per " nessuno " intende soltanto le intelligenze create, gli angeli e gli uomini, specialmente quelli che si credono " sapienti " e " abili ".

Gesù ebbe sempre, e sempre conservò, la convinzione d'essere l'eguale del Padre suo (come dimostra a dodici anni); e questa convinzione dai sommi sacerdoti, dai dottori della legge e dagli anziani del popolo giudaico venne considerata come un crimine; per questo ai loro occhi egli k aveva meritato " la morte.

Parlando dei nemici di Cristo, mi sta a cuore segnalare la loro chiaroveggenza e proporla agli amici di Gesù. Sembra un paradosso, ma mi spiego. Non dimentico l'accecamento degli uomini, che non credevano in Gesù, a benché avesse operato tanti miracoli davanti a loro ". Però non dobbiamo generalizzare, e ricordiamo che " credettero in Lui molti, anche tra i capi, ma per causa dei farisei non lo confessavano, per tema d'essere espulsi dalle sinagoghe " (Gv., 12, 42). Quelli che non credettero in Gesù ebbero tuttavia abbastanza intelligenza per capire che egli si diceva l'eguale di Dio, specialmente quando io diceva in termini formali, per esempio nel dicembre del 29, quando disse: a Io e il Padre non siamo che uno "; ma anche quando parlava in termini velati lo comprendevano e in questo la loro chiaroveggenza dev'essere imitata.

Molti cristiani, compreso qualche esegeta e teologo, passano vicini a queste dichiarazioni senza sospettarne la portata incalcolabile. Io li prego di prestarvi attenzione e di servirsene nella loro apologetica.

Le insinuazioni implicite, ma molto nette. - Prima di tutto si notino bene tutti quei passi dove Gesù si attribuisce quanto l'Antico Testamento riservava a Dio, facendo stizzire e infuriare i nemici. Alcuni esempi.

Gesù dice a un paralitico : et Confida, figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati " e, onde provare di non aver bestemmiato attribuendosi questo potere, aggiunge: " Alzati, prendi il tuo letto e vattene a casa tua ". Avesse almeno pregato Dio per guarire quell'uomo! invece lo assolve e lo guarisce! agisce come farebbe Dio al posto suo; quindi manifesta " la sua gloria ", cioè la sua divinità.

Jahvè con la nazione santa aveva concluso un'alleanza, che era paragonata a un matrimonio; Gesù si dice " lo Sposo ", che con la sua presenza dispensa dal digiuno antico, e con la sua morte sarà motivo d'un nuovo digiuno.

Il sabato era considerato come un'istituzione divina, assolutamente intangibile; Gesù si dichiara " padrone del sabato "; i sacerdoti avevano il permesso da Dio di " violare " il sabato senz'esserne colpevoli, e Gesù permette ai suoi discepoli di fare altrettanto.

I farisei lo spiavano per trovare motivo d'accusa e per vedere se avesse osato guarire di sabato; egli guarisce e spiega dicendo che suo Padre lavora e non sta in ozio. Vada per il Padre, ma lui aveva il diritto di lavorare con e per il Padre suo? di " fare le opere " del Padre suo? Certamente lo pretendeva, e siccome lo faceva effettivamente, gli si doveva credere.

Un altro esempio: il buon Pastore. Noi ci lasciamo commuovere dall'affascinante parabola, ma purtroppo dimentichiamo facilmente che chi parla è Dio e si presenta come tale. Ci dovrebbe orientare la parabola della pecorella perduta e ritrovata, perché la termina in questo modo: "Cosi il Padre vostro, che è nei cieli, non vuole che neppure uno di questi piccoli vada perduto ". Leggendo l'Antico Testamento vediamo che Dio è il buon Pastore, l'unico Pastore; se Gesù fosse stato soltanto un uomo, non avrebbe dovuto chiamarsi " il buon Pastore ".

" Chi ama il Padre, o la madre più di me, non è degno di me; e chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me " (Mt., 10, 37). Noi abbiamo amici fuori della nostra famiglia, che amiamo meno dei nostri; chi è dunque Gesù per intromettersi tra noi e i nostri genitori, o tra noi e i nostri figli, ed esigere un amore più grande di quello che nutriamo per loro?

Il giorno delle Palme i bambini gridano nel tempio: "Osanna al Figlio di Davide! "; i sommi sacerdoti s'indignano; Gesù giustifica gli acclamanti citando il salmo che parla d'una lode infantile rivolta a... Dio! Anche qui se Gesù di Nazareth fosse stato soltanto un santo, un profeta o anche il Messia, non avrebbe dovuto applicarsi un salmo che si riferiva a Dio solo.

Vi sono anche molte altre espressioni, dal senso profondo, che non sfugge né agli uditori simpatizzanti, né ai nemici.

La divina pedagogia del divin Maestro. - Gesù non cercò di moltiplicare le occasioni, ma diede il suo insegnamento capitale con una pedagogia veramente divina.

Egli visse soltanto trentatrè anni e attese i trent'uno prima di manifestarsi, poiché l'episodio dei dodici anni fu come una fugace parentesi.

La sua vita di lavoratore dovrà sconvolgere il mondo solo quando si saprà che fu vissuta dallo stesso Figlio di Dio.

Agl'inizi del suo ministero Gesù dice semplicemente : " II tempo è compiuto: il regno di Dio è vicino "; e in seguito cercherà in tutti i modi di far capire Za natura di questo regno. Dovrà certo parlare di se stesso, essendo il re, ma non vuole prestarsi alle speranze ambiziose dei giudei, né attirare gli sguardi su di sé, prima che sul Padre che è in Lui, dandoci cosi uno dei lineamenti più belli della sua fisionomia morale e della sua santità.

L'ipotesi razionalista d'un Gesù che è soltanto uomo tra gli uomini, non è in grado di spiegare la vita di Gesù, di quest'uomo che sarà contemporaneamente tanto umile e tanto orgoglioso, tanto soave e tanto rude, tanto sincero e tanto astuto da diventare presto un essere impensabile, un cumulo di contraddizioni. Tra i vari aspetti del suo carattere non sapremmo quale scegliere e saremmo tentati di sacrificare tutto, come Couchoud, che non crede più all'esistenza storica di Gesù, senz'accorgersi che vi crede ancora e che è incapace, con le sue fiacche argomentazioni, di cancellare il volto- del più bello tra i figli degli uomini.

" Il nostro Cristo, il Cristo del cristianesimo autentico, è tanto completamente uomo, quanto è perfettamente Dio " (1).

La personalità metafisica di Gesù rimane invisibile a noi, come d'altronde qualsiasi personalità, ma s'intravede attraverso le sue manifestazioni, ed è pienamente e certamente raggiungibile soltanto con la fede soprannaturale. Nessuno viene al Figlio se non è attirato dal Padre, e a quelli che non si sentono attirati o resistono all'attrattiva diciamo: Non dite nulla, se non volete sbagliare. Alcuni contemporanei di Gesù pensavano che egli fosse Giovanni Battista risorto, ma non erano all'altezza della verità; altri in lui vedevano Elia o Geremia;, per divina rivelazione Simon Pietro sapeva che Gesù era il Cristo, il Figlio del Dio vivo. È la verità; nulla di quanto sappiamo di Gesù vi contraddice e tutto si può accordare a questo dato fondamentale.

Mettiamoci dunque risolutamente di fronte a Gesù, come Marta, non per dirgli la nostra sorpresa di vederlo vivere a quel modo, ma per ricevere la luce divina che emana da tutta la sua persona; meglio ancora se imitiamo Maria, mettendoci ai piedi del Signore per ascoltare la sua parola; calmiamo le nostre inquietudini e facciamo tacere i nostri turbamenti. " La sistemazione teologica più perfetta non aggiunge un'oncia alla luce o verità del Vangelo " (P. Chenu), né il più magnifico ritratto morale di Gesù aggiunge un apice alla grandezza della sua persona.

Forse l'incredulo ci risponderà: Voi vedete questo, ma io non lo vedo; o voi od io c'inganniamo. Maria ascoltò Gesù, Caifa non lo ascoltò; perché ritenere e condividere l'impressione dell'una e respingere quella dell'altro?

I giudei dicevano a Pilato: " Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo consegnato "... Perché non credere loro?

Non lasciamoci ingannare da una simile protesta di lealismo, più di quanto non siasi lasciato ingannare Pilato, il quale non trovò Gesù colpevole di nessuno di quei delitti di cui lo accusavano i sommi sacerdoti, i magistrati e il popolo. " Egli comprese che i sommi sacerdoti lo avevano consegnato per invidia ". Del resto quando presero a giudicarlo essi stessi, si presentarono molti falsi testimoni, ma le loro testimonianze non erano concordi e i giudici non ne presero in considerazione le deposizioni, l'unico capo d'accusa fu la " bestemmia " inaudita con cui Gesù diceva d'essere l'eguale di Dio. In realtà la pretesa bestemmia è un atto eroico, che supera qualsiasi atto di coraggio e tutti gli eroismi conosciuti.

(1) K. Adam, Gesù il Cristo, Brescia 1935, p. 26.

Da due anni i farisei spiavano il Maestro divino per poterlo accusare, ma egli poteva domandare: " Chi di voi mi convincerà di peccato? ". E la sfida non è mai stata raccolta.

In Gesù non c'è peccato o vizio di sorta, ma virtù, doni, santità incomparabili; anzi, si ha l'impressione che Egli sia la fonte in persona della bellezza morale. Quando lo vediamo salire sul monte per trascorrervi la notte in preghiera, sentiamo che vi è condotto da una conoscenza intima di Dio e da un attaccamento senza limiti. Al Getsemani l'amore si rivela con la massima chiarezza. Possiamo conoscere la sua perfezione personale anche da quella che egli comunicò al suo seguito, cominciando dalla Madre, e che continua a effondere nell'anima dei discepoli: in tutti i campi della moralità Gesù occupa il posto più eccellente, come dimostrano la semplice lettura della sua vita e gli scritti di quelli che " furono spettatori della sua gloria, gloria quale l'Unigenito ha dal Padre, pieno di grazia e di verità ". È Dio ed è uomo, e le sue qualità morali sono proprio quelle che s'addicono a un Dio infinitamente buono, che si fa uomo per togliere il peccato dal mondo.

CAPITOLO II. - LA SPIEGAZIONE DEI FATTI

§ 1.- IlCristo Dio. Il Cristo Dio e uomo.

Cristo è dunque santo perché è Dio. Dio è santo, Egli solo è santo: Sanctus, Sanctus, Sanctus Deus sabaoth.

Ma la santità di Cristo passò nei suoi gesti e nella sua vita umana, poiché Dio aveva voluto l'incarnazione onde il Figlio fosse per l'umanità decaduta la sorgente dei meriti, il Redentore, e perché l'uomo, creato per raggiungere la santità divina, avesse un modello adatto alla sua natura.

La persona divino-umana (1) di Cristo, questa santità di Dio trasfusa in un corpo e in un'anima umana e, possiamo dire, esposta a tutti gli sguardi, è la novità, l'imprevisto dell'Incarnazione, il mistero totale e oscuro all’intelligenza umana. Cristo è Dio, è santo; ma Cristo è uomo. La sua divinità Egli la infonde in una natura umana affrancata dalla tara originale, onde può giustamente chiedere: a Chi di voi mi convincerà di peccato?", restando tuttavia soggetta a tutte le necessità e debolezze della vita dell'uomo. Comprendiamo questo paradosso? Ma proprio qui, in questo punto cruciale, nella santità di Dio altissimo, trascritta in linguaggio umano senza nulla perdere della sua integrità, sfavilla la misericordia di Dio per il suo popolo; qui, agli occhi degli uomini e degli Ebrei di tutti i tempi, sta il paradosso in comprensibile; qui troviamo la chiave di tutta la persona di Cristo.

(1) Mancando un termine migliore, mi servo di quest'aggettivo per qualificare la persona di Cristo; ma è chiaro che non l'intendo, come Nestorio, che propriamente la Persona del Verbo incarnato è dima.

Cristo " ponte " tra Dio e gli uomini. - Due realtà spiegano nella persona di Cristo l'intima unione della natura divina, da Lui rivendicata fin dal principio del suo ministero, con la natura umana, la sola che i suoi contemporanei vedevano. Due realtà: da una parte la santità di Dio e la sua infinita misericordia; da parte dell'uomo il peccato, il vuoto che lo separa per sempre dalla vita di Dio. Tra l'umanità terrena e l'eternità divina il passo era interrotto da quando Adamo, il primo uomo, aveva interposto l'atto di rivolta. Per questo, ci dice Santa Caterina da Siena, Dio ci costruisce un ponte nel suo Unigenito, un ponte che unisce la grandezza della divinità alla terra della nostra umanità. Ma, " partendo dalla terra, non era possibile costruire un ponte abbastanza alto da passare il fiume e raggiungere la vita eterna, perché la terra della natura umana da sola era incapace di soddisfare il peccato e distruggere la macchia del peccato di Adamo, che corruppe e inquinò tutta la natura umana ". Non bastava un uomo: " Fu necessario che la natura umana subisse la pena, e che la natura divina, unita alla natura umana, accettasse il sacrificio che il Figlio offriva al Padre, per distruggere la morte e restituire la vita all'umanità ". Ecco il segreto della persona divino-umana di Gesù: Gesù, ponte tra l'uomo decaduto e Dio; Gesù, Messia uscito dal seno d'una donna e proteso al Padre con tutta la forza della sua divina natura.

Cristo fu, ed è ancora, in tutta la forza del termine, il ponte che conduce l'umanità a Dio. Mentre attraversa la Galilea, attirando sui propri passi le folle avide di miracoli e di parole di vita, Gesù, il falegname di Nazareth, che alcuni seguaci conobbero bambino, annuncia la buona novella del regno di Dio. Nei trent'anni che visse sulla terra, pochi seppero raggiungere la divinità attraverso la sua umanità; e le rare testimonianze strappate dallo Spirito Santo (la più tipica è quella di Pietro), che affermano una parola di fede : " Tu sei il Cristo di Dio ", sono un'eccezione, e perfino i discepoli più cari rimangono ignoranti. Il ponte in costruzione non è ancora finito e unirà le due sponde soltanto dopo l'agonia e il Calvario. Prima della croce, Gesù s'accontenta di preparare lentamente i più intimi alla verità e di avviare le folle, che lo seguono, alla paternità dell'Onnipotente, che a Lui è Padre dall'eternità.

Dopo la dolorosa agonia nell'Orto degli Ulivi, dopo l'abbandono dei discepoli e la condanna davanti ai pubblici tribunali e al sinedrio, la persona di Cristo finisce di rivelarsi sulla croce. Qui è veramente il ponte innalzato tra la terra e Dio, maledetto fra gli uomini per lo scandalo della croce, giudicato da suo Padre, che in Lui abbandona tutta quanta l'umanità alle tenebre, onde si compia ogni giustizia e si operi il riscatto. Cristo crocifisso diventa la via, fuori della quale è impossibile passare da una sponda all'altra. Ormai il ponte è gettato; la persona di Gesù, data in pascolo per la salute del mondo, è giunta fino al fondo della sua misteriosa destinazione, ha colmato il vuoto che presentava la natura peccatrice dell'uomo, ha riaperto nell'uomo la porta della grazia e permesso nuovamente l'unione dell'umanità con Dio, che l'ha creata.

Tuttavia la persona di Cristo, che ci redense pienamente coll'atto di offerta sulla croce, doveva prolungare nello spazio e nel tempo ciò che aveva compiuto una sola volta sul Calvario. Perciò, prima di morire, Gesù istituì il sacramento dell'Eucaristia, perpetuando cosi nei secoli e nel mondo intero il sacrificio compiuto una volta per sempre. La persona divino-umana di Cristo, tutta quanta nell'Ostia, si erge come ponte gettato tra la terra e Dio. Come prodigioso adattamento alle condizioni umane, l'Eucaristia rinnova ogni mattina e per ogni uomo in particolare il passaggio al Padre, perpetuando la vita di Cristo tra noi.

 

§ 2. - La santità di Cristo in opera.

Cristo, Dio egli stesso, il Santo che porta la santità di Dio in una natura umana, soggetto a tutte le necessità imposte all'uomo, come visse la sua vita di perfezione?

Carattere della perfezione di Cristo: equilibrio di forze contrarie.

- La vita di Cristo, che si svolge per le vie di Galilea e di Giudea, colpisce prima di tutto per il prodigioso equilibrio che Egli conserva in tutte le situazioni e tra le tendenze assolutamente opposte e quasi contraddittorie.

Egli afferma d'essere il Giusto, riceve la testimonianza dei profeti, come Giovanni Battista, degli spiriti immondi cacciati dalla sua virtù, e perfino dell'Altissimo al momento del battesimo: Gesù è il Figlio di Dio, il puro per eccellenza; e mentre esulta nell'anima scoprendo la purezza dei cuori (incontrando un giovane d'animo retto Egli " lo ama "), Gesù si diletta pure di stare in mezzo ai peccatori e ai pubblicani. Il paradosso è incomprensibile per quanti lo circondano e non penetrano l'enigma della sua anima, perché in Israele il Giusto doveva evitare il contatto con i peccatori. Egli è il Capo, il Maestro per la scienza e l'autorità, che guida le folle; e un giorno, nella festa delle Palme, il popolo a Gerusalemme proclama la sua regalità; eppure durante tutta la sua vita pubblica Gesù si sottrae agli onori e a qualsiasi umana grandezza. Più ancora Egli, davanti al quale i demoni fuggono, Egli che comanda agli elementi, calma la tempesta, cammina sui flutti, risuscita i morti e rimette i peccati, con un gesto che resta oscuro ai discepoli e quasi li scandalizza, un giorno lava loro i piedi, facendosi piccolo tra i piccoli. Anche qui paradosso apparentemente contraddittorio, ma che in realtà sottolinea la novità della santità di Cristo, con un prodigioso equilibrio tra realtà apparentemente irriducibili. Il perfetto equilibrio (follia per i savi), che Cristo dovrà poi attuare e vivere nei suoi santi, brilla soprattutto nella morte in croce, dove Gesù concilia la sua divinità col più abbietto abbassamento dell'essere umano, con la condizione di maledetto. Davanti allo scandalo di questa situazione, perfino l'apostolo Pietro rinnegò per tre volte Colui che era tutta la sua vita, tanto era grande e sconcertante la novità di questa santità.

Infine, nella vita di Gesù vi è un'altra contraddizione apparente, costantemente sfruttata dai critici: nell'agonia del Getsemani Gesù implorò pietà e sulla croce emise un grido disperato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? " La critica in queste parole ha tentato di trovare la prova della non-divinità di Cristo. L'obiezione è molto debole e anche superficiale, perché non tenta di penetrare la realtà che il Cristo nasconde.

Infatti la chiave del problema, che spiega la novità della perfezione di Cristo, cioè l'equilibrio tra realtà fin'allora irriducibili, è proprio l'alleanza in Gesù d'una doppia natura, quella divina e quella umana, che d'altronde sono perfettamente congiunte nell'unità della sua persona. Per l'unione della sua umanità alla divinità personale, Cristo è il Giusto, uno per l'unione col suo Padre celeste, legato con tutto il suo essere al compimento di questa volontà, che è la morte del Giusto per i peccatori.

Però Egli porta tale volontà in una natura umana, certamente perfetta, ma defettibile, non quanto al peccato, ma quanto alla sofferenza, conseguenza del peccato. E questo spiega come Cristo non sia l'Impassibile come Jahvè, il perfetto Immutabile. La sua sensibilità suscita reazioni: nel deserto, dopo quaranta giorni di digiuno, ebbe fame; predicendo la rovina di Gerusalemme pianse; nella notte dell'agonia del Getsemani, sotto il peso dell'amarezza, che gli schiacciava l'anima, Cristo dal profondo dell'animo emise questo grido angoscioso: "Padre, se tu vuoi, storna da me questo calice a, e aggiunge: a Però non la mia volontà, ma la tua volontà si faccia ". Questo prova l'equilibrio che c'è in Lui di forze di natura diversa, la perfetta sommissione dell'essere umano a Dio che vive in Lui: Cristo è santo e la sua perfezione comanda fino alle fibre più esteriori e sensibili del suo essere. È questa padronanza della divinità sulla sua umanità che conferisce a Cristo tanta autorità.

D'altronde su tutti i piani della vita di Gesù si ritrova quest'equilibrio: due tendenze si dividono il suo essere ed è necessario comprenderlo. Per la visione beatifica Cristo era attratto verso la luce del Padre; normalmente avrebbe dovuto essere in una continua ascensione; sarebbe stato continuamente in questa luce di gloria nella quale si trasfigurò davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, se in Lui non avesse agito un'altra forza, cioè la tendenza alla croce che, per la sua missione di Redentore, lo conduceva incessantemente verso la sofferenza e i peccatori.

La santità di Gesù, che è quella di Dio, ma adattata all'umanità e modellata in una cornice umana, ha come caratteristica l'equilibrio delle due tendenze che Gesù portava in sé. Cosi occorre interpretare la predilezione di Gesù per i peccatori, i piccoli, i lebbrosi: " Non sono venuto a salvare i giusti, ma i peccatori ". La sua missione ve lo porta continuamente, come lo volge verso la sofferenza e l'abbassamento, mentre l'unione, che lo fa vivere con il Padre, lo trae incessantemente verso la luce di gloria. Cristo è il Santo di Dio ed è pure, in perfetta unità, il Redentore: qui è la chiave della sua personalità.

Novità dell'amore di Cristo. - Cristo non passò soltanto come un baleno, durato dall'Incarnazione alla morte ignominiosa della croce; ma visse predicando e parlando nel tempio, nelle città e per le strade. In certo modo la sua santità s'esteriorizzò negli atti della vita quotidiana; Cristo visse realmente la parola di vita che ogni giorno offriva alla folla attenta o brontolona che l'ascoltava. Prima ancora dei suoi santi, Egli era a uno spettacolo agli uomini e agli angeli ", dice San Paolo, perché gli uomini avessero in Lui il modello pratico della santità.

L'amore d'amicizia. - Gesù prima di tutto è amore. Predicò l'amore (" amatevi l'un l'altro "), ma soprattutto visse l'amore (" come io ho amato voi ") e recò la nuova religione dell'amore al popolo d'Israele abituato ai sacrifici cruenti d'ogni festa, e all'adorazione di Jahvè, il Santo dei santi, nel timore e nello spavento. Gesù ha con Dio i rapporti d'un figlio con il padre teneramente amato; unico legame tra loro è l'amore: a È per questo che mio Padre mi ama"; e altrove: a II Padre ama il Figlio e gli mostra tutto quello che fa ".

Cristo non rivendica solamente per se stesso quest'amore e legame filiale tra il Padre e il Figlio; anzi si direbbe che l'amore, di cui vive, gli scoppia in petto e si diffonde sopra tutti quelli che lo ascoltano. Incessantemente sollecita l'anima dei suoi fratelli; incessantemente cerca di far nascere in loro il sentimento filiale verso il Padre celeste. Alla samaritana stupita che Egli, giudeo, parli a lei, dice : a S'avvicina l'ora, anzi già ci siamo, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità "; e ai discepoli ricorda la sollecitudine di Dio, che li tratta come un Padre pieno d'affetto per i suoi figli, " Non preoccupatevi per che cosa mangerete o berrete... perché di tutte queste cose si preoccupano i mondani; ma il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno "; e continua: " Non temete, piccolo gregge; perché al Padre vostro piacque darvi un regno ".

Il totale abbandono nelle mani di Dio, in un amore filiale ricevuto e dato, ecco ciò che Gesù offre come esempio ai suoi, ecco ciò che non cessano di proclamare le sue parole, il suo atteggiamento, la sua preghiera e la sua vita.

Verso i fratelli, verso coloro che ha scelto per seguirlo nelle corse apostoliche ha lo stesso atteggiamento, perché l'amore ha un volto solo. L'amicizia che lo unisce al Padre lo induce a rivolgersi ai suoi per stringerli in un sentimento simile, che tutto da e nulla ritiene. " Come il Padre mio mi ha amato, cosi io vi ho amati; perseverate nel mio amore ". In questo discorso dell'Ultima Cena Gesù fa brillare nelle mani degli apostoli, preparati a lungo negli anni precedenti, il suo unico tesoro. Non gli basta amarli ed esserne riamato, perché l'amore non ha confini e si spinge come un fuoco ardente; soprattutto è forte, più della morte. " Questo è il mio comandamento, che vi amiate a vicenda, come io ho amato voi. Non c'è amore più grande che dare la propria vita per gli amici ". Gli anni della vita nascosta e pubblica di Gesù accrebbero incessanti nell'anima di Cristo l'appello supremo e l'esplosione della carità che, già totale fin dal primo istante della sua concezione, si esplicava sempre più. L'ultima Cena è prossima alla croce e negli ultimi discorsi sentiamo erompere l'anima di Cristo, ormai pronta al Calvario, tesa solo più al compimento della sua missione nell'esplosione della carità.

L'amore di misericordia. - Gesù non riservò il suo amore soltanto a coloro che aveva scelto come continuatori della sua opera; da Lui emana, come un raggio penetrante, l'amore di cui tutti beneficiano. A chi non intende ancora l'appello all'intima unione con la sua persona, ai peccatori, ai pubblicani che vivono ancora fuori della Legge, nell'impurità del peccato, Cristo viene a portare il suo amore in una forma prima ignota, la misericordia. Israele ignorava il perdono, cioè l'atteggiamento dell'anima la quale, offesa, rimane aperta e traboccante di carità. Gesù non sembra conoscere ' altro che la legge dell'amore; non chiude, non indurisce mai la sua anima, nemmeno davanti alle più laide impurità; con la misericordia dilata i cuori di quelli che ricevono il suo perdono, li converte e riabilita. Alla donna adultera, convinta di peccato e che il popolaccio è pronto a lapidare, dice semplicemente: "Va' e non peccare più ", cancellando cosi, con un atto d'amore, ciò die la tiene fuori legge; a Pietro che, parsimonioso, misura gli atti di misericordia, insegna che bisogna perdonare al fratello fino a k settanta volte sette ".

C'è qui la stessa e totale generosità, la stessa follia d'amore dei rapporti di Cristo con il Padre e con quelli che ha scelto. Chi ama al punto di dare la vita per gli amici, ha in sé una misura di carità sufficiente per usare misericordia e perdonare illimitatamente ai nemici, a chi è prigioniero del peccato. La carità di Cristo sgorga e si diffonde spontanea e misericordiosa, unendo con un nuovo legame tutti quelli che Egli avvicina.

Conseguenze di quest'amore.

- 1. La libertà di Cristo.

- L'unico movente di Cristo era l'amore, quello trionfante e misericordioso, il che implica un nuovo fattore nella sua vita, del quale Israele non colse il senso: la libertà. Cristo è essenzialmente libero: davanti al Padre suo non ha un atteggiamento angusto o impacciato: è il Figlio che insegna agli uomini la loro divina filiazione; e siccome con il Padre ha rapporti d'amore, in essi non si può insinuare inquietudine o costrizione di sorta. L'adorazione e la sommissione del Figlio sgorgano spontanee.

Cristo possiede la stessa libertà verso gli uomini. È guidato dall'amore inarrestabile da qualsiasi frontiera e nulla può impicciolire il suo gesto di misericordia; i costumi, gli usi, le ' barriere umane vengono rimesse al loro giusto posto, scandalizzando assai i farisei, legati e soffocati dai limiti della lettera. Nessuna situazione può arrestare Gesù, affrancato com'è dalle convenzioni e dalle angustie dello spirito umano; talvolta il semplice buon senso gli mette in bocca la risposta suggeritagli dall'amore. Ai farisei, scandalizzati perché aveva guarito un idropico in giorno di sabato, obietta: " Chi di voi, se gli cade nel pozzo l'asino o il bue, non Io estrae subito in giorno di sabato? n.

Abbandono alla volontà divina, spontaneità del gesto misericordioso, affrancamento da tutte le convenzioni puramente umane, ecco dunque i lineamenti caratteristici della totale liberà, di Cristo mosso dall'amore.

2. Espansione dell'umiltà.

- L'amore spinge Cristo ad affrancarsi da tutto ciò che restringe la vita dell'anima, conducendolo a un atteggiamento magnanimo e generoso prima sconosciuto; lo stesso amore lo fa egualmente passare per le vie dell'umiltà più delicata e della tenerezza più squisita. Gesù preferisce spontaneamente quanto è piccolo; ama i bimbi che lo colmano di gioia con i loro occhi chiari e l'anima limpida; e mentre gli apostoli, poco usi a questo genere di manifestazioni, si stupiscono, egli attira a sé i piccoli: "Lasciateli venire a me; il regno dei cieli è di coloro che assomigliano ad essi ". Poveri grandi, poveri saggi dottori della legge che discutete e vi date importanza: a tutti i vostri ragionamenti Cristo preferisce lo sguardo d'un bimbol

Egli stesso, con tutta la sua grandezza, si fa umile e piccolo, e scompare quando la folla entusiasta vuoi portarlo in trionfo. Ciò nonostante eccolo sempre presente, umilmente disposto a rispondere alle minime richieste, perché egli non s'appartiene più in nulla. Talora previene perfino le richieste, sempre premuroso, sempre sensibile a ogni intima tristezza, divinando quello che non viene formulato. A Naim, di fronte al dolore della povera vedova che accompagna l'unico figlio alla sepoltura, il cuore di Gesù si apre, divina tutto il dramma interno, e senza che gli sia formulata la minima richiesta, restituisce il figlio alla povera madre e s'allontana; a Betania non può contenere l'emozione pensando alla morte di Lazzaro; e ovunque, durante la vita pubblica, la stessa sollecitudine, la stessa tenerezza delicata, pronta a rispondere al minimo appello, a soccorrere quelli che piangono. L'umiltà squisita pone Gesù al servizio di tutti, in ogni momento lo tiene disponibile a qualsiasi appello, lo fa piccolo tra i piccoli; umiltà che, nel momento più doloroso dell'agonia sulla croce, gli farà chiedere al Padre che storni la sua collera dai carnefici che lo hanno confitto al patibolo.

Conclusione: la serenità di Cristo. - Questa frase, fra le ultime pronunciate da Gesù: "Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno", può riassumere la caratteristica essenziale della sua personalità, cioè la costante serenità, propria d'un'anima che possiede una limpidezza unica. Gesù non ebbe mai ripiegamenti, mai il minimo gesto che indicasse durezza. Quando nelle ore terribili dell'agonia, sotto il peso della sofferenza che lo strazia, il suo corpo si copre d'un sudore di sangue, l'anima resta chiara come nei giorni di festa: "Padre, non la mia, ma la tua volontà". Il limpido raggio, che nei secoli dovrà far apparire nei suoi santi, Cristo lo ebbe dal primo momento della sua vita sulla terra fino agli ultimi orrori d'una morte di maledetto. La sua santità è questa luminosità dell'anima sempre uguale a se stessa, sempre limpida come acqua chiara al sole, sempre irraggiatrice dell'amore di Dio da cui è mossa: amore che è il suo principio e il suo fine, perché Dio è carità, ma amore incarnato, misericordioso, trionfante fino all'ultimo istante della vita: " Padre, perdona loro: non sanno quello che fanno ".