Esame
di alcune dichiarazioni sinottiche sulla divinità
di Gesù
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
V. - ESAME DI ALCUNE DICHIARAZIONI SINOTTICHE
SULLA DIVINITÀ' DI GESÙ'
Osservazioni generali. -
1. La Chiesa cristiana crede nella divinità
di Gesù; questo è uno degli
articoli più fondamentali del suo credo.
Si può dire cristiano chi lo rigetta?
Se tale articolo è un errore, la "
grande illusione " di cui parlava Dielitzsch,
dev'essere cercata nel Nuovo Testamento, non
nell'Antica Legge, che da Abramo a Gesù,
non durò di più della nuova,
da Gesù a nói. Il suo campo
d'azione si limitava a un popolo nel quale
ci furono degli insubordinati; la fede cristiana
invece vuoi conquistare il mondo e si presenta
come l'ultima parola delle comunicazioni divine
all'umanità. Se la Chiesa c'inganna
su un punto tanto essenziale, essa bestemmia,
e i caratteri di credibilità di cui
è dotata, santità e unità,
diffusione meravigliosa e stabilità,
non sarebbero altro che appelli a un intervento
divino per appoggiare l'errore. La prova della
divinità di Gesù differisce
da quella dell'esistenza di Dio, in cui, affidandoci
al valore della nostra conoscenza, dal creato
risaliamo all'increato, dal finito all'infinito,
dal relativo all'assoluto. Per la divinità
di Gesù invece ammettendo l'esistenza
di Dio, partiamo dall'asserzione di un uomo
e gli chiediamo le prove della sua dichiarazione,
perché Dio non può, senza rinnegarsi,
autenticare la menzogna -e un uomo senza il
soccorso divino non può fare miracoli
e profezie, basi solide e semplici su cui
Gesù poggiava la sua dichiarazione
divina. La prova dell'esistenza di Dio è
un appello alla filosofia, quella della divinità
di Gesù è un appello alla storia.
2.
Nel momento della redazione dei sinottici,
gli scritti paolini provano che il cristianesimo,
partito da una predicazione molto semplice,
s'era ben presto reso conto della profondità
del suo insegnamento. L'apostolo delle nazioni
rappresenta uno stato della teologia, della
cristologia e della soteriologia che alcuni
vollero opporre al dato primitivo. Paolo o
Gesù, Paolo contro Gesù, fu
il tema d'una discussione molto viva che ormai
si tende a riconoscere come molto vana. (Cfr.
C. H. Dodd, The present Task in New Testament
Studies, Cambridge, 1936). Ora si è
generalmente d'accordo nell'ammettere che
in Paolo l'evoluzione della credenza cristiana
ha raggiunto lo stadio della fede nella divinità
di Gesù. Perciò i critici devono
risolvere il problema posto da loro stessi
e che un autore protestante formula in questi
termini: I critici " non si accorgono
che il problema reale sta nello spiegare la
data, relativamente tarda, che la tradizione
ecclesiastica assegna a questi racconti ufficiali
della vita del suo fondatore; e anche nel
giustificare il carattere ingenuo e primitivo
della presentazione di Cristo come viene fatta
in Marco, essendo affermato che questo vangelo
fu scritto dopo parecchi anni di sviluppo
culturale e di speculazione teologica, supposti
dalle epistole di San Paolo. Ecclesiasticamente,
anche se lo datiamo al 65, il Vangelo di Marco
è, per così dire, già
in ritardo di dieci anni sull'epoca in cui
fu scritto. Se ne possono spiegare l'ingenuità
e ls caratteristiche primitive da una tradizione
antica e pura " (B. H. Streeter, The
Four Gospel, Londra 1924, pp. 495-496; cfr.
P. L. de Grandmaison, Jésus-Christ,
t. ii, Parigi 1928, p. 76). Tale stato di
fatto comporta una conseguenza di metodo per
l'apologetica cristiana, l.o È facile
far notare quanto sia vano il processo dei
critici che vogliono cancellare dai sinottici
ogni allusione alla divinità di Gesù.
Siccome le comunità paoline avevano
ricevuto un insegnamento esplicito, non c'è
motivo di trovar difficile ammettere che Matteo,
Marco, Luca abbiano condiviso questa fede
e l'abbiano insegnata nel loro vangelo. 2.o
Nello stesso tempo importa pure notare che,
per rispondere alle obiezioni che dopo la
scuola liberale troviamo identiche in tutti
gli storici non credenti, bisogna dimostrare
attraverso i sinottici che Gesù si
dichiarò figlio di Dio nel senso metafisico
e naturale della parola. Da parte loro i critici
dovranno concedere che non occorreva, che
non era necessario che tali dichiarazioni
venissero fatte ad ogni pie sospinto durante
il ministero. È necessario ma sufficiente
dimostrare che Gesù ha emesso chiaramente
questa affermazione in alcune circostanze.
I critici ammetteranno pure che il silenzio
di Cristo nelle narrazioni sinottiche non
corrisponde a una sconfessione delle credenze
paoline e giovannee, che resterebbero inspiegate.
Gioverà leggere le assennate osservazioni
del R. P. Benoit in Revue Biblique, t. xiv,
1947, pp. 606-612.
Varie
dichiarazioni di Nostro Signore. -
Questo studio si propone di esaminare i tre
casi principali in cui i sinottici prestano
a Gesù la rivelazione della sua filiazione
divina e di mostrare che la testimonianza
sinottica ha in se stessa garanzia di fedeltà
e corrispondenza alle asserzioni di Gesù.
Non trascuriamo il valore delle altre dichiarazioni
del Signore di cui bisogna pure tener conto
e che occorre richiamare prima di studiare
i tre testi in questione. Gesù si dichiarò
più grande dei profeti (Mt. 12, 41;
cfr. 11, 9), di Giovanni Battista (Mt. 11,
9), di Davide (Mt. 22, 43), del tempio (Mt.
12, 6), degli angeli (Mt. 13, 41; 16, 27;
24, 31. 36); ha una potenza che opera miracoli
e che può dare agli altri (Mt. 10,
8; Me. 3, 15; 6, 7; Le. 9, 6) che la eserciteranno
riferendosi a Cristo anziché a Dio
(Me. 16, 17; Le. 10, 17); Egli è padrone
del sabato (Mt. 12, 8), legislatore supremo
che porta perfezionamenti sostanziali alla
legge di Iahvè (Mt. 5, 21. 27. 33.
34. 38); rimette i peccati (Mt. 9, 1 ss.;
Me. 2, 5 ss.; Le. 5, 20 ss.; 7, 47 ss.) con
un potere riservato a Dio (Me. 2, 7; Le. 10,
21) e attribuisce la stessa virtù purificante
all'amore verso la sua persona, come a quello
verso Dio (Le. 7, 47); delega la sua autorità
senza fare appello a Dio, né a una
qualsiasi procura (Mt. 16, 18; 18, 18); è
il giudice del mondo (Mt. 7, 22. 23; 13, 41.
49; 16, 27; 19, 28; 24, 27; 25, 31), lo scopo,
il centro d'ogni vita morale e religiosa (Mt.
5, 11; 10, 17 ss. 32. 37; 16, 24 ss.; 19,
16 ss.; 24, 9. 13). Gesù non si dice
mai espressamente "figlio di Dio ",
ma usa formule equivalenti: "È
il figlio " (Mt. 11, 27; 24, 37; 28,
19; Me. 13, 32; Le. 10, 22); Dio è
suo Padre (Mt. 7, 21; 10, 32; 11, 27; 12,
50 ecc), Gesù e gli uomini non hanno
la stessa relazione verso questo Padre; Gesù
non si include in una formula come "
nostro Padre ", ma dice " il vostro
Padre " (Mt. 5, 16. 45; Le. 6, 36; 12,
30. 32); altri gli danno il nome di Figlio
(Mt. 3, 17; 17, 5; 14, 33; 16, 16; 26, 63;
27, 54); infine c'è un insegnamento
più esplicito nella parabola allegorizzante
del padre che manda il figlio a prender possesso
della sua vigna (Mt. 21, 33); e nell'ordine
dato agli apostoli di battezzare " nel
nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo " (Mt. 28, 19). Queste le grandi
linee desunte dagli apologisti nei sinottici
per dimostrare la divinità di Gesù.
Il riassunto che ne ho dato si trova in L.
Kasters, art. Jesus Christus, nel Lexikon
fui Theologie und Glaube, t. v, col. 349-350;
di esso ho tralasciato i passi che saranno
oggetto d'un esame più approfondito,
la confessione di Cesarea, il logion giovanneo,
la confessione al gran sacerdote.
§
1. - La confessione di Cesarea
1.
Testi.
- Mt. 16, 13-20 " Venuto poi Gesù
nelle parti di Cesarea di Filippo, domandò
ai suoi discepoli: "Chi dice la gente
che sia il Figlio dell'uomo?" Risposero
essi: "Alcuni dicono che sia Giovanni
Battista, altri Elia, altri Geremia
o uno dei Profeti". "Ma voi",
domandò loro, "chi dite che io
sia?". Gli rispose Simon Pietro: "Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente".
E Gesù a lui: "Beato te, Simone
Bar-Iona, perché non carne e sangue
te l'ha rivelato ma il Padre mio, che è
nei cieli. Ora anch'io ti dico: Tu sei Pietro,
e su questa pietra io edificherò la
mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno
contro di essa. E a te io darò le chiavi
del regno dei cieli; e ciò che legherai
sulla terra, resterà legato nei cieli;
e ciò che scioglierai sulla terra,
resterà sciolto nei cieli". Allora
impose ai discepoli di non dire a nessuno
che egli era il Cristo ". In Marco Gesù
andando verso i villaggi che dipendevano da
Cesarea di Filippo, interroga i discepoli
come in Matteo, ma la risposta di Pietro è:
"Tu sei il Cristo". Dalla risposta
di Gesù riporta solo l'ordine di s
non dire niente a nessuno " (Me. 8, 27-30);
Luca qui non ci interessa, le domande sono
le stesse, Pietro risponde " Tu sei il
Cristo di Dio ", e l'ordine di Gesù
viene riportato come in Marco (Le. 9, 18-22).
Si
pone dunque questo problema: Se sia storicamente
dimostrabile che Matteo riportò esattamente
le parole di Pietro : " Tu sei il Cristo,
il Figlio del Dio "vivo" ",
e in die senso le usi l'apostolo.
2.
La situazione storica. - B. Weiss
(Leben Jesu, t. n, p. 267) vide bene: "Non
si può comprendere la scena di Cesarea
di Filippo nel senso che il popolo non considera
ancora Gesù come il Messia, e che gli
apostoli arrivano per la prima volta a riconoscere
la messianità, ma nel senso che il
popolo non lo
ritiene più come Messia, mentre gli
apostoli perseverano in questa fede ".
Al successo incontrato da Gesù quando
moltiplicò i pani, segui il distacco
della folla, che si spiega benissimo con l'attestazione
di Giovanni, il quale dice che Gesù
si ritirò sul monte e fece il discorso
sul pane di vita. Bisogna anche vedere dove
tende la confessione poiché i tre evangelisti
notano concordi come Gesù dopo il riconoscimento
incominci a parlare della sua passione e morte.
3.
Importanza della confessione. - Dati
i luoghi paralleli, non d può essere
dubbio che Pietro abbia riconosduto la messianità
di Gesù. La formula lucana si ferma
qui; invece Matteo si separa dagli altri due
sinottici non solo aggiungendo " il Figlio
del Dio vivo ", ma anche la beatitudine
rivolta a Pietro. Ci meraviglia sentire R.
Bultmann (Die Frage nach dem messianischen
Bewusstsein Jesu und der Petruskenntnis, [La
questione della coscienza messianica di Cristo
e la confessione di Pietro] in Z N T W, t.
XIX, 1920, pp. 170-171) dar risalto al carattere
semitico di tutto il passo e dichiarare che
si devono cercare le circostanze della redazione
nella più antica comunità di
Gerusalemme (così, Idem, Die Geschichte
der Synoptischen Tradition, [Storia della
tradizio ne sinottica], Gottinga, 2.a ed.
1931, pp. 147-150, e P. Billerberk, Kommentar
zum Neuen Testarnent aus Midrasch und Talmud
[Commento al N. T. tratto dal Midrasch e dal
Talmud], 1922, t. i, pp. 730-746). Il P. Lagrange,
colpito da questa particolarità di
Matteo, dapprima aveva pensato che il primo
Vangelo, secondo un sistema spesso usato,
avesse unito due serie di fatti in una sola
narrazione. Ma poi abbandonò il suo
punto di vita. In ogni caso i1 carattere semitizzante
della pericope di Matteo ci fa aprire gli
occhi contro un'interpretazione troppo frettolosa
in favore di Marco e di Luca.
Anzitutto
notiamo che in definiva le due testimonianze
ne fanno una sola, perché Luca segue
Marco passo passo; inoltre qui Marco pare
meno vicino ai fatti che Matteo e chiunque
confronti attentamente i testi non troverà
più difficile spiegare il silenzio
di Marco e di Luca che l'esposizione di Matteo,
perché " il contesto è
chiaro e logico nel primo vangelo; invece
negli altri due il lettore trova un po' difficile
interpretare un riassunto ". Infatti:
l'omissione di queste parole " fa si
che nel terzo vangelo il v. 21 si colleghi
a stento a ciò che segue " (A.
Durand, Evangile selon saint Mallhieu in Verbum
Salutis, Parigi 1924, p. 277). Ammettiamo
quindi che nulla autorizza a rifiutare come
secondario il racconto di Matteo. Per la questione
del primato e una precisazione sulle allegazioni
moderne si veda H. Dieckmann, Neuere Ansichten
uber die Echthei der Primalstelle, Mt. XVI,
17 ss. (Nuove opinioni sopra la genuinità
della pericope relativa al primato) in Biblica,
t. IV, 1939, pp. 169-200.
Ammesso
che il testo di Matteo meriti fede, è
necessario che ci vediamo una confessione
della divinità di Gesù? A favore
di questo riconoscimento si argomenta cosi:
Lo Sarebbe strano che gli apostoli, vivendo
nell'intimità del Maestro, non avessero
compreso il titolo di Figlio che egli applicava
in modo speciale a se stesso. - 2.0 Dopo la
tempesta sedata, i dodici " adorarono
" Gesù e proclamarono " tu
sei veramente il Figlio di Dio " (Mt.
14, 33) dichiarazione che, messa a confronto
con quella di Filippo è a come l'alba
davanti al giorno ", dice Durand op.
cit., p. 276. - 3.o Se Pietro riceve le felicitazioni
del Maestro e se il Maestro proclama che solo
la rivelazione divina potè aprirgli
le profondità d'un tale segreto, ciò
significa che Pietro ha fatto una professione
veramente straordinaria, in armonia col riconoscimento
d'un Messia divino. Per questo la maggior
parte degli autori cattolici e un numero molto
importante di protestanti ammettono che Pietro
riconobbe la natura divina di Gesù.
Vi sono però delle sfumature. Durand
(Evangile selon saint Matthieu, p. 276) ci
vede " l'espressione chiara, ferma, autentica
" della divinità di Gesù;
per il P. Lagrange a Pietro, aggiungendo l'articolo
e la qualifica di Figlio del Dio vivo, professa
con la chiarezza che gli è possibile,
l'origine divina di Gesù, che possiede
la natura dell'essere infinito, il quale ha
la vita e la può trasmettere "
(Evangile selon saint Matthieu, p. 322); il
P. Lebreton (Orìgines, p. 295) stabilisce
in primo luogo che Pietro prima di tutto riconobbe
e proclamò la messianità di
Gesù, poi che questo messianismo è
il vero, cioè religioso e divino (p.
316); Dausch (Die drei altere Evangelien,
[I tre vangeli più antichi] p. 236)
pur ammettendo che la messianità è
l'oggetto primario della confessione di Pietro,
fa notare che la dignità di Gesù
proviene dalla divina sua origine e natura,
aggiungendo die " il segreto della persona
di Gesù fu pienamente e veramente penetrato
solo attraverso la resurrezione del Signore
". Tuttavia Tillmann, (Methodlsches und
Sachliches tur Darstellung der Gotteit Christi
nach dem Synoptikern gegenùber der
modernen Kritik, [Metodo e realtà nella
dimostrazione della divinità di Cristo
secondo i Sinottici contro i critici moderni]
in Biblische Zeitschrift, t. vili, 1910, p.
254) nelle parole di Pietro vuole vedere soltanto
un riconoscimento della messianità.
Il
giudizio di Tillmann è troppo assoluto.
Scrivendo il suo vangelo Matteo usava l'espressione
Figlio di Dio in senso metafisico e forse
opponeva le due espressioni: Figlio dell'uomo
e Figlio di Dio. È questo un dato iniziale,
da cui non ci si deve allontanare; ma egli
attribuisce la chiara visione di questo a
Pietro nel momento della confessione? Il P.
Lagrange dice molto esattamente che Pietro
proclama la divinità " con la
chiarezza che gli era possibile ", perché
per lui Gesù non è un uomo come
un altro, ha rapporti unici con Dio, di cui
si dice " il Figlio " in un modo
diverso da quello di tutti gli uomini; è
dotato di una potenza miracolosa, di un potere
spirituale straordinario; è il messia
che col suo carattere speciale compensa la
mancanza di regalità temporale sempre
sperata. Le folle non comprendono o fraintendono
la natura d'una personalità tanto complessa;
gli apostoli non arrivano fino in fondo al
mistero che solo il Padre può rivelare
e chi riceve tale comunicazione è beato;
su di lui poggerà l'edificio contro
il quale gli assalti dell'inferno non prevarranno
mai. C'è un termine solo per tradurre
la trascendenza, la singolarità, l'appartenenza
del Messia a Dio: egli è "Figlio
di Dio". Più tardi lo Spirito
scoprirà la profondità della
rivelazione del Padre; intanto nei Dodici,
assieme alla fede incrollabile nella messianità,
scende il segreto dell'intima natura del Maestro.
Il ricordo del grido spontaneo di Pietro e
il ricordo dell'approvazione di Gesù
rimarranno negli apostoli come un primo raggio
proveniente da Dio, che poi irradierà
il cristianesimo nascente.
§
2. - Il " logìon " giovanneo.
1.
Il testo.
- Matteo, 11, 25-30: " In quel tempo
Gesù prese a dire: "lo ti lodo
e ringrazio, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché hai tenute nascoste
queste cose ai saggi e agli scaltri, e le
hai rivelate ai semplici. SI, o Padre, perché
cosi ti è piaciuto. Ogni cosa a me
fu data dal Padre mio; e nessuno conosce il
Figlio, se non il Padre; né alcuno
conosce il Padre, se non il Figlio, e colui
al quale il Figlio voglia rivelarlo. Venite
a me, voi tutti che siete affaticati ed aggravati,
e io vi darò sollievo. Prendete su
di voi il mio giogo e apprendete da me, che
sono mite e umile di cuore, e cosi troverete
conforto alle anime vostre: poiché
il mio giogo è soave e il mio peso
è leggero". Luca, 10, 21-22. "
In quel momento Gesù esultò
d'allegrezza per virtù dello Spirito
Santo e disse: "Io ti lodo e ringrazio,
o Padre, Signore del cielo e della terra,
perché hai tenute queste cose nascoste
ai saggi e agli scaltri, e le hai rivelate
ai semplici. SI, o Padre, perché così
ti è piaciuto. Ogni cosa è stata
data a me dal Padre mio, e nessuno conosce
il Figlio, se non il Padre: né chi
è il Padre, se non il Figlio e colui
al quale il Figlio voglia rivelarlo"
".
2.
L'autenticità. -L'autenticità
parziale o totale di questi passi fu messa
in dubbio da J. Wellhausen, Dos Evangelium
Mallhaei, Berlino, 1904; A. Loisy, Les Evangiles
synopliques, Ceffonds 1907-1908, 1.1, pp.
905-315; A. von Harnack Spriiche und Reden
Jesu, (Detti e sermoni di Gesù) Lipsia
1907, pp. 189-216; E. Norden, Agnostos Theos,
Lipsia 1913, pp. 277-308; R. Bultmann, Die
Geschi-chle der Synoptischen Tradilion, (Storia
della tradizione sinottica) 2.a ed. Got-tinga.
1932. Autori cattolici e protestanti la difesero
energicamente: M. J. La-grange, Evangile selon
saint Lue, Parigi 1924, pp. 300-301; id.,
Evangile selon saint Mallhieu, Parigi 1924,
pp. 226-230; J. Lebreton, Orìgines
du Dogme de la Trinile, 7.a ed. Parigi 1927,
pp. 591-598; A. H. Neile, The Gospel according
to S. Matthew, Londra 1915, pp. 163-167; Weiss,
Das Logion Mt. Il, 25-30, in Festschrift G.
Heinrici, Lipsia 1914, pp. 120-129; E. KÌostermann,
Das Matlhaus-evangelium, Tubinga 1927, pp.
101-104; H. Schumacher, Die Selbsloffenbarung
Jesu
bei Mt., 11, 27; Le. 10, 22, (La autorivelazione
di Gesù in Matteo e in Luca), in Biblische
Studìen, Friburgo in Br., 1922.
I
critici usarono argomenti molto speciosi e
a riassumerli senza entrare nei particolari,
c'è pericolo di darne solo una confutazione
imperfetta; quindi è meglio rimandare
agli studi speciali ricordati, specialmente
a quello di H. Schumacher, J. Lebreton, e
M. J. Lagrange. Accettiamo la conclusione
del P. Lebreton (o. e, pp. 597-598): "Da
tutti questi rilievi si conclude che il nostro
testo di Mt. 11, 25-27 e di Le. 10, 21-22
è davvero il testo autentico dei due
Vangeli. L'identità delle due redazioni
ci costringe a risalire a una fonte comune
e il dettaglio dell'espressione indica una
fonte aramaica".
3.
Il significato. - A questa pericope
fu dato il nome di e logion giovan-neo "
perché tale preghiera di ringraziamento
di Gesù per una rivelazione fatta agli
uomini ha una tonalità che ricorda
quella del quarto vangelo. È infatti
" la perla più preziosa di Matteo
" (Lagrange, Saint Matthieu; p. 226).
Gesù, il Figlio, afferma che:
1.o tutto gli è stato trasmesso dal
Padre suo;
2.o la conoscenza che il Figlio ha del Padre
è uguale a quella del Padre verso il
Figlio;
3.o nessuno fuori del Padre e del Figlio ha
questa conoscenza;
4.o per mezzo di lui viene agli uomini la
conoscenza del Padre e di tutto quello che
il Padre gli ha trasmesso;
5.0 gli uomini in lui troveranno il rivelatore
divino, forza e consolazione.
Non
è necessario far notare che qui Gesù
si pone su un piano d'eguaglianza col Padre
e che quest'uguaglianza porta su ciò
che l'essere ha di più intimo: la conoscenza.
In Matteo Gesù si chiama "Figlio"
tre volte, e dopo aver detto " Padre
" ripete per due volte " il Padre
". Quest'insistenza sulle relazioni tra
Padre e Figlio, sulla conoscenza, oggetto
di queste relazioni, e sulla rivelazione e
la salute, ci fa entrare nell'intimità
del Figlio. Nessuno può riservare la
conoscenza del proprio essere a Dio e pretendere
di conoscere Dio come viene conosciuto da
Lui, senz'essere Dio stesso. " Basterebbe
questa sola parola a determinare il domma
cristiano, a fare riconoscere nel Figlio di
Dio non un essere intermediario, come lo aveva
concepito Filone, ma il Figlio eguale e consustanziale
al Padre suo; san Paolo e san Giovanni completeranno
con altre linee questa rivelazione di Cristo
ma non la supereranno " (Lebreton, p.
308).
§
3. - La confessione davanti al Sommo Sacerdote.
1.
Il testo.
- Mt. 26, 63-65 " Ma Gesù taceva.
E il sommo sacerdote: "Ti scongiuro per
il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo,
il Figlio di Dio". Gesù gli rispose:
"Tu l'hai detto; anzi, vi dico che d'ora
in poi vedrete il Figliuol dell'uomo seduto
alla destra della Potenza (di Dio) venire
sopra le nubi del cielo". Allora il sommo
sacerdote si stracciò le vesti dicendo:
"Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo
più di testimoni? Ecco, ora voi avete
udito la bestemmia. Che ve ne pare?"
". I luoghi paralleli di Marco (14, 61-64)
e Luca (22, 66-71) non apportano nessun cambiamento
essenziale alla narrazione di Matteo. In Marco
l'interrogazione è equivalente: "il
Cristo, il Figlio del Benedetto", e più
forte in Luca, che sopprime il "Cristo
" per conservare solo: " il Figlio
di Dio "
2.
Il significato. - Gesù poteva
essere consegnato ai Romani soltanto dopo
un giudizio di morte del sommo sacerdote Caifa.
La sentenza è decisa in anticipo, ma
la procedura esige la comparsa dell'accusato,
la deposizione di due testi e la sentenza.
Nell'assemblea riunita affrettatamente si
fini col trovare due testi che accusarono
Gesù di aver voluto distruggere il
tempio, ma il Maestro non si degnò
di rispondere a questi infelici; il sommo
sacerdote vede chiaro che sarebbe un'ingiustizia
troppo clamorosa prestare fede a testimonianze
contraddittorie e si decide a vincere il mutismo
di Gesù, scongiurandolo in nome del
Dio vivo; davanti alla legittima domanda del
sommo sacerdote Gesù confessa di essere
realmente il Cristo, il Figlio di Dio. La
risposta dispensa da ogni inchiesta ulteriore;
è il suo decreto di morte. Che cosa
voleva dire Caifa domandando a Gesù
se egli era il Cristo, il Figlio di Dio? Voleva
forzare il Maestro e confessare la sua messianità,
oppure a questa dichiarazione aggiungeva quella
della filiazione divina?
Non
occorre dire che Caifa capisse pienamente
le parole che usava; ma, in ogni modo, nelle
sue labbra " Figlio di Dio " non
è sinonimo di Messia. La tradizione
giudaica non ha mai accertato che Messia e
Figlio di Dio siano sinonimi poiché
al Messia non è dato questo titolo.
Perciò Caifa non fa altro che riprendere
una formula ripetuta dai discepoli e lanciata
da Gesù stesso e che sarà ripetuta
a Pilato. " Egli si è fatto il
Figlio di Dio e, secondo la nostra legge,
deve morire " (Gv. 19, 7); il centurione
dirà: " Quest'uomo era davvero
Figlio di Dio " (Me. 15, 39). Né
Caifa, né i discepoli, né Gesù
potevano asserire un'equivalenza tra Figlio
di Dio e Messia, perché rivendicare
il titolo di Messia non era una bestemmia,
come non lo era reclamare Dio come Padre nel
senso morale e religioso. Caifa " aveva
scelto una formula che Gesù non poteva
rifiutare senza rinnegare la propria vita,
né adottare senza farsi condannare
per bestemmia " (Lebreton, o. e, p. 328).
M. Goguel (La Vie de Jésus, Parigi,
1932) riconosce il vero significato di questa
dichiarazione.
Conclusione.
- Matteo in occasione della confessione di
Cesarea, Matteo e Luca nell'inno di giubilo,
Matteo, Luca e Marco nella descrizione del
giudizio di Gesù attribuiscono a Gesù,
almeno equivalentemente, una dichiarazione
d'identità sovrumana, divina, e Cristo
legò a queste rivelazioni la fondazione
della sua Chiesa su Pietro, l'appello all'inesauribile
tesoro della "sua bontà e l'annuncio
del giudizio del mondo. Quelli che ne furono
testimoni fissarono questi detti come una
base per la loro fede, un motivo di speranza
e una sorgente d'amore. Il cristianesimo nacque
e visse di essi, per essi si diffuse. Quando
gli evangelisti scrivono, sull'esempio di
Gesù, cristiani e apostoli hanno già
dato la loro vita per affermare, come lui
e per lui, questa certezza riguardo alla filiazione
divina.