tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III. - LA CONCEZIONE VERGINALE
Preliminari.
-1. Questo studio e il seguente (IV:
La perpetua verginità di Maria) intendono
provare la legittimità della fede nella
verginità di Maria nella concezione,
nel parto e dopo la nascita di Gesù.
Ma prima d'ogni altra considerazione, occorre
ricordare il dato esatto del problema.
Siamo
davanti a un fatto che per la sua natura sfugge
alla pubblicità. San Tommaso classifica
questo miracolo nella categoria di quelli
de quibus est | fides, distinguendolo dagli
altri ad fidei comprobatìonem, come
la guarigione di malati, la resurrezione dei
morti, la moltiplicazione dei pani. Quello
è più nascosto, questi sono
manifesti (Summa Theologica, parte III, q.
XXIX a. I, ad I 2). A noi basta dimostrare
la legittimità della nostra credenza,
di cui l'esame : della tradizione primitiva
fa vedere l'antichità. Essa però
risale agli apostoli o s'introdusse surrettiziamente
nel deposito cristiano? Se fa parte delle
credenze primitive del cristianesimo, non
si scoprono tradizioni anteriori o contemporanee
che la contraddicano? Provando che la fede
nella verginità di Maria fa parte del
primitivo deposito cristiano, si sarà
rivendicato alla Chiesa, con argomenti storici,
il diritto d'imporre questa stessa fede a
tutti i fedeli.
2.
Nel capitolo precedente abbiamo dimostrato
la storicità del vangelo dell'infanzia,
che registra le affermazioni della concezione
e del parto verginale, le quali beneficiano
quindi del credito che abbiamo riconosciuto
all'insieme della fonte. Tuttavia per il carattere
soprannaturale del racconto, i critici dalle
concezioni filosofiche che escludono il miracolo,
sono indotti a ricercare come queste credenze
poterono nascere negli ambienti cristiani.
Non è nostro compito seguirli nella
loro filosofia della storia e ci dobbiamo
accontentare di osservare che la loro "
fede " è anteriore ed è
su di un altro piano dalla ricerca storica
pura, cui molti di costoro si appellano assai
volentieri, e quindi non hanno motivo di rimproverare
ai credenti d'essere legati dal domma. Né
le prime comunità cristiane né
i teologi moderni avevano bisogno d'inventare
la fede nella verginità di Maria per
provare la loro fede nella divinità
di Gesù; accettando questa fede la
Chiesa antica e attuale continua nella via
imposta dai fondatori del cristianesimo.
3.
Queste riflessioni impongono le divisioni
e il metodo al nostro lavoro.Che
Maria sia rimasta vergine nella concezione
di Gesù è un problema che risulta
dalla critica dei libri sacri; che sia rimasta
vergine fino alla morte si può affermare
solo aggiungendo alla testimonianza dei libri
canonici quella della Chiesa primitiva. Queste
due questioni devono essere trattate separatamente,
ma unica è la via da seguire. Liberandosi
dalle obiezioni particolari, di cui si potrebbe
accrescere il numero, bisogna mettere in rilievo
nelle fonti l'affermazione di questa credenza,
stabilire l'autenticità dei testi contestati,
analizzare il grado d'evoluzione che rappresentano
le concezioni e dare allo sbocciare della
fede una sufficiente spiegazione storica.
1.
Testi. - I due Vangeli affermano
categoricamente che Gesù nacque da
Maria senza l'intervento di Giuseppe.
I.
Matteo. - In San Matteo il vangelo
dell'infanzia è concepito dal punto
di vista di san Giuseppe: le genealogie finiscono
a a Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale
nacque Gesù che si chiama Cristo "
(1, 16); la generazione di Cristo annunciata
solamente (1, 18) comincia con la spiegazione
data a Giuseppe della gravidanza della sua
fidanzata: a Ciò che è concepito
in lei è l'opera dello Spirito Santo
" (1, 20); questa meraviglia si opera
perché si compia l'oracolo: "
Ecco, la Vergine concepirà e darà
alla luce un figlio " (1, 23). Giuseppe
prende Maria con sé " e non la
conobbe fino al giorno in cui diede alla luce
un figlio ". Giuseppe è al centro
delle narrazioni di Matteo. L'evangelista
tuttavia lo
fa intervenire con tale insistenza solo per
notare il legame di Gesù con Davide,
di cui Giuseppe è figlio ( 1, 20) com'è
provato dalla genealogia, e per spiegare che,
pur beneficiando di questa discendenza che
ne accreditava i titoli messianici presso
i suoi, Gesù ne è solo figlio
legale; Giuseppe accettò questa paternità
ufficiale solo per il messaggio divino; per
due volte l'evangelista ripete che la concezione
è l'opera dello Spirito Santo (1, 19,
20).
L'affermazione
di Matteo è fuori dubbio; però
il suo testo non porta forse nessuna traccia
d'una credenza più antica, secondo
la quale Gesù sarebbe stato il
figlio di Giuseppe e di Maria al modo di tutti
gli altri uomini? Il versetto 16 di questo
capitolo I, in realtà ci è pervenuto
in tre forme:
"
Giacobbe generò Giuseppe, il marito
di Maria, dalla quale è nato Gesù
".
" Giacobbe generò Giuseppe, la
cui fidanzata Maria vergine generò
Gesù ".
" Giacobbe generò Giuseppe; Giuseppe,
al quale era stata fidanzata la Vergine Maria,
generò Gesù ".
La prima forma è la meglio attestata
e senza contraddizioni; la seconda ha per
miglior appoggio il gruppo Ferrar e alcune
versioni latine siriache e armene; la terza
ha come sostegno soltanto la siriaca del Sinai.
In buona critica non si può disprezzare
questa differenza di grado nell'attestazione;
inoltre la lezione La spiega le altre. Colpito
dal termine " marito di Maria "
un copista rettificò precisando che
Giuseppe era soltanto fidanzato e che essa
era vergine; nello stesso tempo fu indotto
a non lasciare " è nato "
al passivo che sostituì con
l'attivo " generò ", attribuito
a Maria. Il traduttore siriaco, notando che
" generò " nella genealogia
è sempre applicato all'uomo, continuò
fino alla fine la prima formulazione, stimando
che l'inciso " al quale era fidanzata
la Vergine Maria ", manifestasse abbastanza
il suo pensiero. Il P. Lagrange {Evangile
selon saint Matthieu, p. 7) dice che ammettere
la 3.a forma come primitiva è un'enormità
critica. Non più del traduttore siriaco,
l'esegeta cattolico non si troverebbe imbarazzato
dalla lezione di Syrsin, che anche il cattolico
Heer adottò (Die Stumm-baume Jesu nach
Matlàus una Lukas [L'albero genealogico
di Gesù secondo Matteo e Luca], Friburgo
in Br., 1910, p. 154 sg.). Infatti anche se
il testo dice che Giuseppe generò Gesù,
ci si può chiedere se egli intende
significare una filiazione legale o una filiazione
naturale. La soppressione dell'inciso è
totalmente arbitraria. Affermare che si tratta
di generazione naturale, è applicare
al testo le esigenze d'un'evoluzione posta
a priori in virtù di concezioni estranee
alla storia o solo per impressioni personali,
forse molto rispettabili, ma incontrollabili.
Anche se accettiamo la soppressione richiesta,
non ne risulta che sia affermata la filiazione
naturale di Gesù nei riguardi di Giuseppe,
poiché nell'elenco il termine "
generò " non significa necessariamente
la discendenza carnale: Gioram non è
il padre di Ozia, né Giosia è
padre di Geconia, né Geconia, che secondo
Geremia (22, 30) fu sterile, è padre
di Salathiel. Bisogna quindi provare:
1. che in questo caso la paternità
di Giuseppe non poteva essere adottiva o legale;
2. che l'ultimo redattore tradì l'intenzione
del testo primitivo con un'esegesi tendenziosa;
3. che la rettifica non è il frutto
di una migliore conoscenza dei fatti, ma d'un'evoluzione
della fede cristologica (1).
IL Luca. - II racconto di Luca è dominato,
più ancora di quello di Matteo, dall'idea
della concezione soprannaturale, poiché
il terzo, vangelo in un primo quadro descrive
le due annunciazioni e la visitazione; in
un secondo le due nascite e la presentazione
al tempio; infine il racconto del viaggio
di Gesù a Gerusalemme fa vedere la
manifestazione della sua dignità al
mondo. Ora le due annunciazioni sono presentate
in modo da mettere in risalto la persona di
Zaccaria da una parte, la persona di Maria
dall'altra: la visitazione fa vedere la superiorità
dell'attesa di Maria su quella di Elisabetta;
nella presentazione al tempio Maria occupa
il primo posto, e nell'episodio di Gesù
tra i dottori, l'opposizione tra le parole
di Maria: " tuo padre ed io " e
quelle di Gesù " la volontà
del Padre mio " è intenzionale.
Tutto ciò dimostra il posto più
importante del compito di Maria nella nascita
di Gesù e inquadra in modo completamente
naturale i versetti 34 e 35 : " Allora
Maria disse all'Angelo : "Come potrà
avvenire questo, se io non conosco uomo?"
e l'angelo le risponde: '"Lo Spirito
Santo verrà sopra di te, e la potenza
dell'Altissimo ti coprirà della sua
ombra e per questo il bambino nato (sarà)
santo, sarà chiamato Figlio di Dio"
". L'economia del racconto e l'esame
particolare dei testi dimostrano che essi
sono autentici e fanno corpo con tutto il
racconto di Luca. Infatti: 1.o
Se l'angelo si rivolge a Maria come a Zaccaria,
se entrambi sono autori di cantici di ringraziamento,
non è forse perché questi due
personaggi hanno una parte centrale nella
nascita annunziata? Quale sarebbe l'originalità
e la parte attiva di Maria se Ella è
madre come tutte le donne? 2.o Se il miracolo della
nascita di Giovanni è grande a motivo
della sterilità e dell'età di
sua madre, il miracolo della nascita di Gesù,
che l'angelo paragona all'altro (1, 36), non
dovrà consistere nella vittoria su
ostacoli fisici superiori? 3.0 L'Ecce anelila Domini
indica in Maria una sommissione: la sua adesione
non suppone forse una discussione, e un mutamento
nell'orientamento di vita che è facilmente
spiegabile con la volontà di Maria
di essere vergine? 4.o Gesù al tempio
opponendo il suo vero padre a quello di cui
parla Maria, non indica forse di non avere
altri padri? L'esegeta protestante Feine,
ha un'espressione giustissima ricordata da
C. van Combrugghe: "Sopprimere questi
due versetti significa togliere i diamanti
lasciando la montatura " (De Beata Maria
Virgine, Gand 1913, p. 41). Esaminando più
a fondo il contesto, vi scopriamo la stessa
armonia. Paragonato ai versetti 31-32, dove
si dice che il figlio di Maria, die verrà
chiamato Gesù, sarà grande,
figlio dell'Altissimo, erede del trono di
Davide, il versetto 35, che io proclama santo
e Figlio di Dio, non offre contraddizione;
l'angelo (v. 36), dopo aver dichiarato come
il figlio della vergine sarà l'opera
di Dio, senza l'uomo, poteva ora dargli il
suo vero nome, e aggiungendo che Elisabetta,
vecchia e sterile, aveva concepito ed era
al sesto mese, Gabriele da un segno che non
avrebbe più importanza se si tolgono
le meraviglie del versetto 34 e 35, che è
invece perfettamente a posto se si ammette
che da parte di Maria, come d'Elisabetta,
Dio sovvertirà le leggi naturali per
dare loro un figlio. Negli stessi versetti
non mancano gli indizi stilistici per accordarli
col resto dei capitoli.
(1)
Ci sia permesso di richiamare l'attenzione
su un caso tipico del metodo di Ch. Guionebert,
nel suo Je'sus, Parigi. 1933, p. 127.1) Erudizione:
a prima vista sembra brillante, ma ben presto
si mostra deficiente: Guignebert cita un secondo
manoscritto, scoperto da Conybeare al Valicano
e che appoggerebbe la lezione di Syrsin. Questo
manoscritto dev'essere il Dialogue of Thimoty
and Aquila, Anccd. Oxon. classiceli serie,
t. vm, 1898; già da lungo tempo non
si riconosceva più alcun valore a questo
testimonio. Cfr. Durakd, 0. e. pp. 77-83;
F. C. Burkitt, Evangdiwn da Mepharresche,
Cambridge, 1904, t. n, p. 260; E. Klostermann,
Dos MaUltàuS'evatìgelium,p.y.2)
Interpretazione tendenziosa: nella traduzione
di Syrsin Guignebert sostituisce fidanzata
con sposata. La formula 1 .a è "
il testo da noi accettato " senz'alcun'altra
giustificazione ; la formula del gruppo Ferrar
viene passata sotto silenzio. 3) Affermazione
incontrollabile: p. 127, la formula di Syrsin
(3.a) viene dichiarata " probabilmente
anteriore alla nostra " ; questa probabilità
" indiscussa " deve provare che
" la lezione più antica della
genealogia di Matteo terminava certamente
con l'attribuire la generazione a Giuseppe
". È vero che Guignebert a questa
prova aggiunge il fatto che certi eretici
per provare che Gesù è veramente
figlio di Giuseppe e di Maria si sono appellati
alla genealogia di Matteo; ma l'esame di questo
nuovo argomento ci dimostrerebbe che Cerinto,
Carpocrate e gli Ebioniti imponevano ai testi
modificazioni simili a quelle proposte da
Guignebert.
Sono
segni dello stile lucano chiamare Dio l'Altissimo,
dire che lo Spirito verrà sopra di
te, usare " pròs " col verbo
dire, mentre ciò che si può
notare contro non conta quasi nulla (2).
I
testi di Matteo e di Luca asseriscono la concezione
verginale di Maria. Si deve dunque considerare
il valore di tale insegnamento: Lo dimostrando
che questa credenza è primitiva; 2.0
rivendicando l'oggetività del fatto
come unica ragione sufficiente della realtà
della fede.
(2)
L'autenticità di Le. 1, 34-35 è
stata attaccata compattamente da numerosi
critici, e soprattutto di A. Von Harnack,
Zu Lue. I, 34-35 in Zeitsckr. fùr die
jV. T. W., t. 11, 1901, pp. 53-57; si possono
trovare i suoi argomenti acutamente ripresi
e confutati in J. Gresham Macken, The Virgin
Birlh, New-York, 1930, pp. 119-168 (protestante)
e in J. M. Vosté, De conceplions virginali
Jesu Christi, Roma, 1933, pp. 40-51. Il dotto
professore riporta l'essenziale della discussione,
che oggi sembra spenta.
2.
Le obiezioni. - Che la fede nella
verginità di Maria, nei racconti di
Matteo e di Luca, sia primitiva risulta in
modo generale dal fatto che tale dottrina
appartiene realmente ai documenti che la contengono
e che tali documenti hanno un ottimo valore
di testimonianza, essendo fonti eccellenti.
Avremo la dimostrazione completa dopo aver
risolto queste questioni; allora resterà
solo da fare fino nei minimi particolari,
il confronto tra questa fede e il resto dei
testi del Nuovo Testamento.
E
prima di tutto come possiamo accordare la
dimostrazione dei due evangelisti riguardo
alla filiazione davidica di Gesù attraverso
Giuseppe, se si esclude proprio costui dagli
antenati di Cristo? D'altronde Luca non chiama
forse spesso Giuseppe e Maria genitori di
Gesù? Come spiegare che essi si stupiscono
(2, 35-50) conoscendo l'origine soprannaturale
del loro figlio? La risposta a queste difficoltà
si trova nello stesso Vangelo. Al versetto
16 della sua genealogia Matteo fa vedere chiaro
che gli importa solo la discendenza davidica
legale, e Luca dice esplicitamente che Gesù
era figlio di Giuseppe solo nell'estimazione
(3, 23). Gli evangelisti si accontentarono
di questo legame di Gesù con Giuseppe
per ritenere che gli ascendenti dell'uno fondassero
i diritti dell'altro. Si può discutere,
se si voglia, il punto di vista giuridico
secondo le nostre concezioni moderne, ma l'affermazione
e il procedimento degli evangelisti sono indiscutibili
e dopo tutte le loro spiegazioni perché
affaticarci a precisare criticamente ogni
volta che parlano dei genitori e del padre
di Gesù? Infine il loro stupore può
provenire da numerose ragioni; tra il sapere
e l'esaurire l'oggetto della conoscenza, vi
è largo posto allo stupore.
Il valore delle tradizioni di Matteo e di
Luca viene forse diminuito dal silenzio di
Marco, Paolo e Giovanni?
Abbiamo detto quello che in generale si deve
trarre dall'argomento del silenzio. Possiamo
ammettere la tesi di Guignebert (0. e, p.
128) che cioè la concezione verginale
non suscita nessuna eco in tutto il resto
del Nuovo Testamento, se proviamo immediatamente
che nulla la contraddice. Dal silenzio di
Marco concludere al rifiuto delle tradizioni,
affermare che nella redazione primitiva di
Marco lo Spirito Santo prende dimora in Gesù
nel battesimo e non nella concezione, significa
mascherare una ritirata dietro una nebbia
artificiale.
Non
stupisce forse il fatto che Marco non da mai
a Gesù il nome di figlio di Giuseppe,
ma quello di Figlio di Maria o di Figlio di
Dio? Dove Matteo parla del figlio dell'artigiano
(13, 55) e Luca del figlio di Giuseppe (4,
22) il parallelo di Marco ha figlio di Maria
(6, 2). V. Rose (Etudes sur les Evangiles,
Parigi, 1902, p. 56) conclude giustamente:
" In ogni caso se (Marco) credeva alla
nascita soprannaturale e alla verginità
di Maria, non poteva parlare altrimenti ".
Né
maggiori argomenti contro la concezione verginale
si possono dedurre da Marco 3, 21. I parenti
di Gesù, credendolo fuori di sé,
un giorno vengono per prenderlo. Era con loro
la madre di lui, ma se anche i " fratelli
" di Gesù lo giudicano sfavorevolmente,
nulla permette di attribuire le stesse idee
alla Madre.
Quanto
a Paolo si dice: Lo che non si sarebbe impigliato
nella dottrina dell'Adamo celeste venuto a
rinnovare il mondo, se avesse creduto che
il Signore era nato da Maria " per opera
dello Spirito ", e che 2.o il testo di
Gai. 4, 4: s Dio ha mandato il Figlio suo
nato da una donna " si deve intendere
" come una testimonianza in favore della
nascita normale di un figlio giudaico ";
3.o che, secondo la Lettera ai Romani, Gesù
Cristo è nato dal seme di Davide secondo
la carne ed è Figlio di Dio secondo
lo spirito per la sua Resurrezione (Guignebert,
o. e, p. 131). Ci stupisce di trovare continuamente
ripetuti questi argomenti tante volte confutati.
San Paolo ricorda solo un piccolo numero di
fatti della vita terrena di Gesù e,
col suo silenzio, suppone una catechesi "
su quello che Gesù aveva cominciato
a dire e a fare dal battesimo fino alla resurrezione
" (Atti 1, 5). Nessuno pensa di negare
le relazioni di Paolo e di Luca; fra i tre
sinottici Luca più di tutti ha una
dottrina paolina (cfr. M. J. Lagrange, Evangile
selon saint Lue, p. 118 sg.), ed è
una visuale storica errata opporre Luca e
Paolo; ma siccome la critica cavilla tanto
sull'autore degli Atti quanto sulla composizione
lucana del Vangelo, ci limitiamo a esaminare
solo la testimonianza paolina. Non c'è
in lui una sola riga che escluda la concezione
verginale. La dottrina del Nuovo Adamo è
indipendente dall'origine umana di Gesù,
essendo la sintesi della soteriologia del
grande apostolo, che vi ricorre non per spiegare
la divinità di Gesù, ma per
dare un fondamento alla dipendenza del credente
da colui attraverso il quale viene ogni salute.
In Gai. 4, 4, Paolo insiste sull'umiltà
di Gesù Cristo e trova utile ricordare
che, sebbene figlio della donna, Gesù
non è affatto peccatore. Se Gesù
fosse figlio di un uomo e di una donna, Paolo
come ne avrebbe spiegato l'esenzione dal peccato?
Si può trovare più strano che
l'apostolo dichiari Gesù nato dal seme
di Davide, che sentire Luca e Matteo dirlo
figlio di Davide?
Secondo
Guignebert, lungi dal garantire la leggenda
di Matteo e di Luca, Giovanni non trascurerebbe
l'occasione di scrivere che Gesù è
figlio di Giuseppe (1, 45; 6, 42; 7, 3-5).
Possiamo soltanto rimandare agli studi speciali
per lo
studio di 1, 13, dove sono di fronte due lezioni:
" Non è dal sangue, né
da voler di carne, né da voler dell'uomo,
ma è da Dio (I) che egli è nato
", o (II) " che essi sono nati ".
La prima lettura, fatta collocando questa
testimonianza nel suo contesto storico, vedrebbe
qui un'indubitabile asserzione in favore della
concezione verginale. Un autore della fine
del primo secolo che conosceva le narrazioni
della nascita di Gesù non poteva scrivere
una frase come quella rappresentata da I,
senza prender posizione in favore della divina
concezione di Cristo. Ancora una volta mettiamoci
nella posizione più svantaggiosa e
facciamo astrazione da questo testo. I critici
pensano che Luca e Matteo siano prodotti letterari
assai tardivi, ma Giovanni lo sarebbe assai
più di loro, giacché la cristologia
del quarto vangelo sembra loro sempre più
sviluppata di quella dei primi capitoli di
Matteo e di Luca. È quindi molto difficile
per essi negare che il redattore Giovanni
conoscesse i redattori Luca e Matteo; in questo
caso, l'argomento del silenzio sta contro
di loro. Giovanni conobbe non solo le narrazioni
sinottiche nel ministero pubblico, ma conosceva
Luca e Matteo come 1i abbiamo ora e non li
contraddice. Si può forse asserire
che chiamando Gesù " figlio di
Giuseppe " egli abbia voluto accusare
di falso le dottrine riportate dai due evangelisti?
Perché negargli il diritto di conformarsi
a un modo già corrente di parlare che
non doveva stupire i suoi lettori più
di quanto non stupisca il più scrupoloso
credente dei nostri giorni? La dottrina giovannea
del Logos fatto carne e l'insegnamento paolino
del figlio fatto uomo dispensavano gli apostoli
dal riferire dettagli storici sulla nascita
di Gesù senza partecipazione di uomo.
Non entrando questo fatto nella sintesi della
loro cristologia e soteriologia, non occorreva
che tornassero su tale credenza, che era inglobata
nella loro fede nella divinità di Gesù
(3).
Nella
tradizione cristiana primitiva non c'è
nulla che permetta di supporre uno stadio
di sviluppo della fede in cui si escludesse
la fede nella concezione verginale. Bisogna
dunque spiegare questo stato di spirito.
3.
Origine della credenza. - Allo storico
delle idee che cerca i fattori determinanti
la fede di Matteo e di Luca, si presentano
tre ipotesi. 1. Le idee possono provenire
dall'ambiente greco, attraverso una contaminazione
del dato cristiano con le leggende pagane;
2. Possono derivare da centri giudeo-cristiani;
3. Possono essere il prodotto della coscienza
cristiana.
1.
Gl'influssi greci. - Tra gli influssi
pagani che poterono avere qualche relazione
con la tradizione cristiana, riteniamo soltanto
quello dell'ellenismo. Il problema degl'influssi,
per avere qualche significato, deve restare
nel concreto. Poco importa che gli Australiani
o altre popolazioni possano immaginare una
concezione senza unione, non avendo questi
casi nulla a che fare con noi. Né bisogna
dimenticare che la concezione di Gesù
non è la produzione di un essere umano,
divinizzato in seguito, ma l'incarnazione
d'un Dio preesistente. La natura umana riceve
l'esistenza non per generazione avvenuta mediante
un Dio e una donna, bensì Maria genera
soltanto per l'operazione divina, che supplisce
miracolosamente l'unione materiale; né
c'è produzione d'una nuova divinità,
essendo il cristiano monoteista quanto il
giudeo. (Cfr. M. J. Lagrange, La Conception
surnaturelle du Christ d'après saint
Lue, in Revue biblique, 1914, p. 196).
Fatta
questa premessa affrontiamo la teoria delle
fonti elleniche. a Nel mondo greco-romano,
dice Guignebert, si scoprono le analogie più
sorprendenti con la storia miracolosa di Gesù
" (o. e., p. 135): Perseo nacque dalla
vergine Danae e da una pioggia d'oro; Nana,
madre di Attis, è incinta perché
ha mangiato un frutto di melograno; i grandi
uomini come Piatone, Pitagora, Augusto nascono
per partenogenesi o per l'intervento d'un
Dio. Su queste prove Guignebert basa il seguente
ragionamento: "Si capisce molto bene
come in ambienti dove circolano tante storie
di questo genere, i cristiani, preoccupati
di dare una prova decisiva della fondatezza
della loro fede nel carattere divino di Gesù,
abbiano molto naturalmente pensato alle narrazioni
usate per far riconoscere gli uomini segnati
del suggello della Divinità. Si sa
che in simili casi non c'è un'imitazione
cosciente d'una storia determinata, ma c'è
l'influsso di una certa atmosfera di credulità.
È un fenomeno che troviamo spesso "
(ivi, p. 135).
(3)
Per stimmatizzare ancora una volta la maniera
di Guignebert aggiungo che nei tre passi da
lui citati : 1,45 ; 6,42 ; 7,3-5 nulla autorizza
a scrivere che Giovanni " non si lascia
sfuggire un'occasione " per proclamare
che Gesù è figlio di Giuseppe.
In 1,45 è Filippo che dice a Natanaele
: Abbiamo trovato colui del quale Mosè
e i profeti hanno scritto : è Gesù,
il figlio di Giuseppe di Nazareth ; in 6,42
i Giudei mormorano e si chiedono come Gesù
possa pretendere di discendere dal cielo,
mentre si conoscono suo padre e sua madre:
è il figlio di Giuseppe; in 7,3-5,
citato solo per fare impressione sul lettore
che non andrà a verificare, si tratta
dei fratelli del Signore, ma è ima
questione completamente diversa. Dunque nei
due casi dove Giovanni adopera il termine
" figlio di Giuseppe ", lo fa per
riportare le parole altrui, dimostrando chiaramente
di trasmettere l'opinione altrui, senza tuttavia
doverla far sua.
Contro
questa teoria ci limitiamo ad alcuni argomenti
decisivi.
1.o Tra le leggende pagane e la tradizione
cristiana c'è tale contrasto, che l'influsso
dovuto a un prestito è assolutamente
inverosimile. L'idea di verginità era
talmente estranea e cosi poco in onore nella
mentalità del mondo pagano che non
poteva venire da essa;
2.o la tradizione cristiana è immune
dal mito pagano;
3.o lungi dall'attribuirgli una deificazione
al modo dei pagani, i cristiani lasciarono
al loro fondatore una nascita povera e oscura;
4.o l'incarnazione di un Dio preesistente
è ignota al paganesimo;
5.o l'analogia con i grandi uomini superficialissima:
Piatone ad esempio assomiglia a Gesù
unicamente perché Aristione, come Giuseppe,
non interviene nella sua concezione. Tutte
le leggende pagane suppongono l'azione maritale
compiuta dal dio e dal suo fantasma (cfr.
Lagrange, Evangile selon saint Matlhieu, p.
44);
6.0 un domma creato in terra greca avrebbe
potuto essere accolto nelle comunità
palestinesi senza incontrare resistenza? Al
contrario, come luogo d'origine, i testi rivelano
un ambiente giudeo-cristiano.
Gl'influssi
giudaici. - Eliminato l'ambiente
pagano, è difficile ricorrere a un
influsso puramente giudaico. Però i
racconti di Matteo e di Luca hanno tracce
incancellabili del vocabolario e di frasi
semitiche, alludono a usi e persone che non
interessano i cristiani ellenisti; Matteo
suppone e non spiega le consuetudini matrimoniali;
Luca, anche se non prende da una fonte scritta
continua, si basa su documenti di provenienza
palestinese, come il Magnificat, il Benedictus,
il Nunc dimillis, la genealogia di Cristo.
Però, come ammette anche il Guignebert,
la Palestina non è un ambiente già
favorevolmente disposto a ricevere un domma
cosi nuovo, non avendo i Giudei nelle loro
credenze nulla che li predisponga ad ammettere
che una donna possa restar vergine nel partorire
un figlio. Unico testo citabile è quello
di Isaia 7, 14: " Ecco una donna non
maritata è incinta e partorirà
un figlio che sarà chiamato Emmanuele
".
Ma nessun passo delle tradizioni messianiche
posteriori all'esilio, presenta il Messia
come dovesse nascere da una Vergine, e soprattutto
mai come un Dio fatto uomo.
Prodotto della coscienza cristiana? - Eccoci
dunque ridotti a un ambiente cristiano e più
precisamente palestinese. Vi sono due teorie.
Harnack sostenne che i cristiani, convinti
che il loro Cristo fosse nato dallo Spirito
di Dio nel battesimo, e leggendo in greco
la profezia d'Isaia dove la parola ebraica
almah (Guignebert, non sappiamo perché,
scrive sempre Halamah) vien tradotta parthènos,
cioè una vergine, proiettarono la profezia
mal compresa nel campo della realtà
e legarono le loro convinzioni anteriori a
quest'esegesi d'Isaia. Qui Guignebert non
è lontano dalla verità quando
scrive: a Isaia potè venir considerato
testimonio profetico decisivo del segno miracoloso
ma non fu lui a suggerirlo " (p. 138),
perché tanto gli oracoli sul servo
di Jahvé, quanto la profezia delI'Emmanueie
pare che non fossero familiari ai contemporanei
di Gesù.
La
seconda teoria, patrocinata da Loisy e Guignebert,
vuole che si parta dalla credenza cristiana
nella divinità di Gesù per collegarvi
la sua nascita verginale quale conseguenza:
avendo Dio come padre, non ha ascendenti umani;
di qui tutta la storia registrata in Matteo
e Luca. Notiamo che tra la morte di Gesù
verso l'anno 30 e lo sbocciare di queste storie
verso l'8O, al dire di Guignebert (p. 140),
c'è ben poco tempo: la prima generazione
cristiana non era scomparsa completamente
e se essa potè credere alla resurrezione
di Gesù poco dopo la morte di Cristo,
era necessario un certo tempo per divinizzarlo,
lavoro che era finito verso il 50, data delle
prime lettere paoline; ma, secondo il sistema
critico, Paolo non conosce le leggende di
Luca e di Matteo che anzi si contraddicono.
Bisogna dunque supporre che in poche decine
d'anni sia stato possibile diffondere in tutte
le comunità la fede nella concezione
verginale e abbellirla con racconti divergenti
inventati di sana pianta.
Si
pretende appoggiare questa spiegazione sopra
un testo e sopra un fatto. Il testo è
quello di Le. 1, 35b, di cui bisogna presentare
almeno due traduzioni:
l.a
" Perciò quel che di santo nascerà,
sarà chiamato Figlio di Dio ";
2.a " Perciò il bambino sarà
chiamato santo, Figlio di Dio ", o ancora:
a Perciò il bambino sarà santo
e sarà chiamato Figlio di Dio ".
In tutte queste espressioni Figlio di Dio
può significare la natura divina di
Gesù, ma numerosi commentatori non
giungono fino qui, poiché le parole
dell'angelo farebbero soltanto " un'allusione
alla natura divina di Gesù, più
che una reale affermazione ipostatica "
(cfr. L. Marchal, Evangile selon saint Lue,
nella Sainte Bible, edita da R. Pirot, t.
x, Parigi, 1935, p. 30). Inoltre in tutte
le espressioni il " perciò "
indica una causalità. Se si ammette
la prima traduzione, il legame di causalità
viene rafforzato: la concezione verginale
è la fonte della filiazione divina
di Gesù; nel secondo caso la concezione
verginale è prima di tutto fonte di
santità, a e il legame di causalità
che lega strettamente la santità all'azione
dello Spirito Santo, si rallenta e indebolisce
relativamente alla filiazione ". Non
occorre che noi prendiamo posizione nella
disputa, poiché, s'intenda 1, 35b in
un senso o nell'altro, è chiaro che,
in nessuna interpretazione la concezione verginale
è il risultato della credenza nella
filiazione divina; il rapporto è inverso:
Gesù è chiamato figlio di Dio
perché nato da una vergine. Il testo
dice espressamente questo e più ancora:
Luca al versetto 32 aveva già detto:
" Egli sarà grande e sarà
chiamato Figlio dell'Altissimo ": non
si deve quindi intendere la relazione di causalità
tra filiazione e verginità di Maria
come se l'esistenza della filiazione già
proclamata dipendesse dalla nascita verginale,
ma, grazie alla concezione verginale, Dio
dimostrerà che il santo, causato dall'intervento
dello Spirito, sarà suo Figlio per
un titolo specialissimo. Il legame è
quindi nella conoscenza: " sarà
riconosciuto, vocabitur, dalla concezione
verginale che... ", e nel fatto: un bambino
concepito in questo modo ha Dio come padre
in un modo tutto speciale, anche se non è
figlio di Dio in tutta la forza del termine.
Secondariamente Matteo, come Luca, riferisce
in modo esplicito la nascita verginale, ma
non allude affatto alla filiazione divina.
Lungi quindi dal trovare un appoggio nel testo,
la spiegazione evoluzionistica urta contro
la testimonianza del Vangelo.
Ed
ecco il fatto : " Gli ebioniti che conservarono
almeno una parte delle tradizioni primitive,
tanto da figurare come eretici dal secondo
secolo in poi, respingevano la dottrina della
concezione verginale. Su questo punto abbiamo
le testimonianze formali di Giustino e d'Epifanio
(Giust., Dial., 48, 4; Epifanio, Haereses,
30, 14; cfr. Guignebert, o. e, p. 132). Questo
compendio è di quelli che falsano la
visuale storica. Che si vuole provare? che
in seno al cristianesimo c'erano due correnti:
l'una che fini col creare la fede nella concezione
verginale, l'altra che continuò la
tradizione primitiva e confutò questa
credenza. Ma non fu mai provato che gli ebioniti
si collegasiaro a una tradizione più
antica e i Padri, che ci trasmisero qualche
notizia sulla loro setta, li collegano a Cerinto
e distinguono molto nettamente tra i gruppi
ebioniti; alcuni sono ortodossi, e continuano
la tradizione giudeo-cristiana della Chiesa
primitiva; gli altri sono eretici e professano,
tra gli altri, l'errore di credere che Gesù
nacque come un altro uomo. L'insieme della
loro dottrina si delinea nettamente come un'alterazione
d'un dato primitivo, che li condusse allo
gnosticismo. L'opposizione di Cerinto al dato
primitivo gli era imposta dalle sue idee teologiche:
tutto il corporeo è impuro; in Gesù
lo spirituale viene da Dio, il materiale può
avere origine solo da una normale unione tra
Giuseppe e Maria (4).
Conclusione.
- Ammessa l'insufficienza della spiegazione
ellenistica e giudaica della credenza cristiana
è dunque vano cercare in seno al cristianesimo
una spiegazione diversa da quella suggerita
dagli evangelisti e specialmente da Luca:
la fede viene dalla testimonianza di fonti
autorizzate, che hanno la loro origine ultima
solo in colei che " conservava tutte
queste cose nel suo cuore ", cioè
la Vergine Maria.