tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III. - I TENTATIVI DI SPIEGAZIONE
I
critici razionalisti non hanno indietreggiato
davanti al problema, cui essi hanno dato tante
soluzioni successive che a noi è impossibile
enumerare tutte e tanto più esaminare
dettagliatamente. II che sarebbe, almeno in
parte lavoro mutile perché molti sistemi
cadono per se stessi ed altri sono dimenticati
all'indomani del loro apparente trionfo. Noi
dobbiamo tuttavia studiarne alcuni.
§
1. - La preistoria del cristianesimo.
Se
nella storia delle origini cristiane c'è
un fatto degno di nota, è certamente
il culto tributato alla persona di Gesù,
che viene adorato come Dio in tutte le Chiese,
come attestano evidentemente le lettere di
San Paolo. Invano si è tentato di mettere
in dubbio l'autenticità di questa o
quella lettera, di minimizzare la portata
di un determinato testo, di scartare l'interpretazione
usuale d'un altro tratto, di cavillare sul
senso preciso d'una parola difficile. Non
c'è nessuna via per ricusare un insieme
cosi imponente. San Paolo insegnò,
non ne possiamo dubitare, che Cristo è
il Figlio di Dio e che dev'essere adorato
come tale.
a)
L'obiezione dei critici increduli.
- Però Gesù visse una storia
umana, la più umile di tutte le storie,
e non mancano i testimoni della sua vita.
È proprio quest'uomo, un falegname
della Galilea, che fini col farsi arrestare
in un trambusto ed essere condannato al supplizio
della croce, quello che s'invoca col nome
di Figlio di Dio? Piuttosto di ammettere questo,
alcuni critici preferiscono ricordare come
il rito crea il mito e che la storia umana
di Gesù
fu immaginata soltanto per spiegare il culto
di cui Gesù era l'oggetto. Si cominciò
ad adorare Gesù; poi, in seguito, gli
si creò una leggenda. " In Paolo,scrive
per esempio P. L. Couchoud, non c'è
nessuna allusione a un personaggio storico
di nome Gesù. Il Messia Gesù
Figlio di Dio è l'eroe d'una apocalisse,
ed è l'oggetto d'un'esperienza mistica;
è il dio d'un mistero. Né il
dio né il mistero sono ancora storicizzati;
il cristianesimo nascente non è l'apoteosi
in comprensibile d'un uomo, ma un cambiamento
nelle cose divine, una crea zione nell'infinito.
È una teologia nuova che cambia Dio,
e nello stesso tempo è la rinascita
del vecchio profetismo ebraico, un'esplosione
di visioni, oracoli, delirii sacri, di cui
il nuovo essere divino è l'ispiratore
" (Le rnystère de Jésus,Parigi,
1924, p. 145-146).
b) Principali forme di quest'ipotesi.
- D'altronde, secondo Couchoud, il titolo
di Jahvè Salvatore, attribuito a Gesù,
non ha nulla di sorprendente in un tempo in
cui tutti gli dèi lo ricevevano più
o meno come un titolo d'onore. Restano certamente
molte questioni, e in particolare possiamo
domandare in che momento si sia cominciato
a chiamare Jahvè col nome di Salvatore,
e per ché alcuni discepoli vi diedero
tale importanza da dimenticare in qualche
modo il giudaismo ortodosso e perfino da tradirlo.
Ma queste sono forse questioni
indiscrete.
È vero che altri sanno rispondervi;
a creder loro, Gesù non è affatto
il Dio Jahvè, ma una divinità
adorata in Palestina, molto prima dell'arrivo
degli Ebrei, il dio serpente, che fin dai
tempi preistorici non averbbe mai cessato
d'essere l'oggetto d'un culto negli ambienti
refrattari alla predicazione del jahvismo.
Verso l'anno 30 alcuni Galilei, adoratori
del dio serpente sarebbero venuti a stabilirsi
in Giudea, alcuni a Gerico, gli altri a Gerusalemme;
durante la celebrazione dei loro misteri sul
Gilgal, videro o credettero di vedere il loro
dio. Tide visione è il punto di partenza
del cristianesimo. Per qualche anno i fedeli
del serpente si sarebbero preparati nel silenzio,
assai somiglianti ai rivoluzionari russi che,
qua o là lavoravano misteriosamente
alla venuta della grande sera. Soprattutto
dopo la conversione di Paolo, costoro avrebbero
cominciato
ad annunciare pubblicamente la loro dottrina;
la loro propaganda sarebbe stata facilitata
dal fatto che, nel grande numero delle sinagoghe
della Diaspora, erano presenti anche gli adoratori
del dio serpente, i quali non avrebbero avuto
nessuna difficoltà a credere all'apparizione
misteriosa, che era al punto di partenza della
propaganda; ed è cosi, passo passo,
che la religione del Dio Gesù avrebbe
conquistato il mondo.
Non
bisogna domandare a Edoardo Dujardin, che
espose questo bel sistema in una serie di
opere raggruppate sotto il titolo Histoire
andenne du dieu Jésus (Parigi, A. Messein),
argomenti decisivi e nemmeno tentativi di
prova: tutto quanto riposa su combinazioni
arbitrarie di testi, o semplicemente su ipotesi.
Ecco un esempio. La Bibbia assegna a Mosè
quale successore Giosuè, figlio di
Nun; Giosuè vuoi dire Salvatore e Nun
in aramaico significa pesce o serpente d'acqua
(dio babilonese). Perciò Giosuè,
figlio di Nun, non è altro che il Serpente
Salvatore, la vecchia divinità cananea,
diventata un eroe dei secoli passati. L'esistenza
dei precristiani nella Diaspora viene provata
in modo egualmente convincente: la lettera
ai Romani pare indirizzata a uomini che credono
in Gesù, ma che ignorano il Vangelo,
poiché San Paolo si propone di andarlo
ad annunciare loro; dunque i suoi fedeli erano
precristiani.'Si dimentica che San Paolo non
fu l'unico predicatore della fede e che la
Lettera ai Romani spiega molto chiaramente
il compito che egli vuole assolvere nella
loro comunità.
c)
Punti deboli di questi sistemi. -
Non è difficile vedere la debolezza
dei sistemi che parlano d'una preistoria del
cristianesimo, poiché basati sul vuoto,
essendo loro impossibile dimostrare l'esistenza
reale di sette precristiane che avrebbero
elaborato la religione di Gesù. Mettendo
assieme testi oscuri, supponendo in determinati
punti interpolazioni o lacune nei testi troppo
chiari, moltiplicando- le ipotesi gratuite,
si possono certamente costruire teorie; però
la storia non è un romanzo e ha il
diritto di esigere le prove. Supponiamo pure
che vi fossero sette precristiane in un angolo
sperduto della Galilea, a Damasco, o altrove;
resta da spiegare perché la loro propaganda
cominciò proprio al tempo in cui i
Vangeli pongono la morte e la resurrezione
di Gesù. Couchoud e Dujardin attribuiscono
un'importanza decisiva alle apparizioni, specialmente
a quelle di cui parla San Paolo nella prima
Lettera ai Corinti: a chi potrà farsi
credere che un movimento cosi importante,
come il cristianesimo, abbia avuto il punto
di partenza in un'allucinazione collettiva?
Certamente
è cosa degna di molta attenzione il
fatto che fin dagli inizi Gesù sia
stato adorato come un Dio, e soprattutto che
ovunque il suo culto si sia conciliato con
le esigenze del monoteismo più rigoroso.
Certi argomenti utilizzati da Couchoud contro
gli storici, che s'accontentano di vedere
in Gesù un uomo come gli altri, potrebbero
essere utilizzati dall'apologista. Ma non
abbiamo il diritto, col pretesto di risolvere
questa difficoltà, di credere che la
storia umana sia stata inventata di sana pianta,
che sia il risultato del lavoro della collettività
cristiana; che sia la messa in opera delle
profezie dell'Antico Testamento completate
con sentenze della saggezza giudaica. Gesù
è un personaggio reale, appartenente
alla storia e, nello stesso tempo, è
il Signore al quale i suoi fedeli rendono
un culto d'adorazione, perché in Lui
vedono il vero Figlio di Dio.
§
2. - San Paolo inventore del cristianesimo.
Esposizione
della teoria. - Altri critici attribuiscono
a San Paolo la creazione del cristianesimo,
e notano che la propaganda cristiana diventò
veramente conquistatrice solo quando Paolo
vi si mise a capo, e aggiungono che la teologia
degli Atti degli Apostoli e dei Vangeli sinottici,
in confronto di quella delle Lettere, è
notevolmente povera. Concludono poi che, in
realtà, il cristianesimo è un
paolinismo e che soltanto la forte personalità
dell'apostolo spiega il successo delle sue
missioni.
Restano
da spiegare San Paolo stesso e il fatto della
sua conversione; ma ci dicono che influssi
d'ogni genere contribuirono alla piena formazione
della sua personalità. Paolo è
un giudeo educato nel culto dell'Antico Testamento,
che conosceva meglio di chiunque altro; non
si può nemmeno dubitare che non fosse
un giudeo ortodosso, della setta dei farisei,
come scrive egli stesso, e quindi non abbia
per nulla patteggiato con le eresie giudaiche,
più o meno definite, che allora cercavano
di diffondersi (Esseni, setta della regione
di Damasco, Dositei, Battisti, ecc). Nello
stesso tempo Paolo è impregnato di
cultura ellenica: potè fare i suoi
studi nelle celebri scuole di Tarso, conosce
i procedimenti della retorica greca, non ignora
la' filosofia stoica, cita perfino i poeti
classici. A ciò si aggiunga una personalità
estremamente ricca, un'intelligenza potente,
una sensibilità quasi esagerata, una
volontà di ferro in un corpo dalle
meschine apparenze. La sua anima inquieta
aveva molto sofferto per la rigidità
delle osservanze giudaiche, aveva sentito
pesare su di sé il fardello dei peccati,
delle innumerevoli trasgressioni della Legge.
La fede nel Signore Gesù gli diede
la liberazione e la pace lungamente cercata.
Ora
egli si sente come un uomo nuovo, morto e
risuscitato. L'anima del convertito è
capace di trovare nelle sue esperienze personali
e in ciò che ha sentito raccontare
di Gesù, della sua vita e della sua
morte, gli elementi della sintesi ch'egli
crea. Durante alcuni anni Paolo riflette,
prega; ha delle estasi, è rapito al
terzo cielo. E un giorno, spinto dallo Spirito
del Signore, egli parte. In tutti i suoi viaggi
è condotto dallo stesso Spirito, che
gli dice ove deve andare e che lo ispira nel
suo cammino. Il cristianesimo è ormai
fondato, e Paolo ha la gloria d'averlo pensato,
poi d'averlo predicato.
Risposta.
- Questa la tesi. Bisogna ammettere che alcuni
elementi, che essa ha fatto valere in suo
favore, sono molto speciosi.
a)
La conversione. - In questa teoria
la conversione di San Paolo resta senza spiegazione;
eppure occupa un posto capitale nel sistema.
Non si tratta soltanto di sapere se fu preparata
od ebbe radici nella mentalità dell'apostolo
o nel suo temperamento fisico; il grande problema
posto da questa conversione è se Paolo
ha realmente veduto il Cristo, o fu oggetto
di un'allucinazione, i razionalisti stanno
per l'allucinazione, ma l'esegesi dei testi
offre fortissimi argomenti in favore della
visione reale. Su questo punto non possiamo
fare
nessuna concessione.
b)
Propagatore, non fondatore - Per
il resto è certo che San Paolo occupa
un posto di prim'ordine nella storia del cristianesimo
primitivo, di cui fu l'apostolo e il missionario
più fervente. Però non si vede
come sia possibile considerarlo fondatore.
Non fu il primo a predicare il Vangelo; tra
la passione di Gesù e la sua conversione
passò un certo tempo e tra la conversione
e il primo viaggio missionario passano parecchi
anni. In tutto questo tempo Gesù era
già predicato, e quando Barnaba andò
a Tarso a cercare Paolo, ad Antiochia c'erano
già numerosi fedeli d'origine pagana.
È facile affermare, senza darne le
prove, il carattere leggendario dei primi
capitoli degli Atti; intanto esistono, e ciò
che ci dicono degli inizi della predicazione
cristiana, prima a Gerusalemme per bocca e
sotto l'autorità degli apostoli, poi
altrove, a Cipro, in Siria, per opera di fedeli
sconosciuti, ansiosi di annunciare intorno
a loro la buona novella, è in tutto
assolutamente verosimile. Ora Paolo crede
quello che credono gli altri cristiani, subito
dopo la sua conversione ha reso testimonianza
a Damasco, affermando che Gesù è
il Cristo, e Anania con i fratelli non trovò
nulla da ridire sulle sue parole. Arrivato
ad Antiochia, predicò il Cristo a fianco
di Barnaba, e Barnaba non lo accusò
di novità. La sua fede è già
la fede comune.
c)
San Paolo resta unito agli apostoli. -
La sua fede d'altronde è autorizzata
dai grandi apostoli, dalle colonne della Chiesa
di Gerusalemme. Già abbiamo insistito
sull'importanza del primo viaggio di San Paolo
a Gerusalemme, tre anni dopo la conversione.
Perché questo viaggio, se non per vedere
Pietro? Per Paolo si tratta di fare un omaggio
solenne a colui che è il capo della
Chiesa, e di accertarsi che la fede di Pietro
è anche la fede di Paolo. La prova
è decisiva; quello che crede Paolo
è quello che nella città santa
credono Pietro, Giacomo e tutti i fratelli.
Questi sono tuttavia attaccati alle osservanze
giudaiche di cui San Paolo non tarderà
a predicare la vanità. Però
poco importano le pratiche; la dottrina è
ciò che conta, e su questo punto non
si esita a proclamare l'accordo.
Giunge
il momento di partire in missione: i profeti
e i didascali d'Antiochia, avvertiti dallo
Spirito Santo, impongono le mani a Paolo e
Barnaba in vista dell'opera cui Dio li ha
destinati. Ciò che i nuovi apostoli
annunciano è innanzitutto la fede che
hanno ricevuto. La loro certezza è
fermamente fondata sulla parola di Dio: "Quando
pure noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse
un vangelo diverso da quello che vi abbiamo
annunciato, sia egli anatema. Ve l'ho detto
già prima e ancora adesso lo ripeto:
se alcuno vi annuncia un vangelo diverso da
quello che avete ricevuto, sia egli anatema
" (Gai., 1, 8-9). La fede di Paolo parte
dalla visione sulla via di Damasco, da tutte
le rivelazioni che la seguirono e confermarono:
di qui il carattere unico del suo apostolato.
Egli non è l'inviato d'un uomo, ma
di Dio stesso; e tuttavia ha piena coscienza
di non innovare nulla.
Paolo
fondò la Chiesa di Corinto; ma non
ne fu l'unico missionario. Vi furono visti
giungere Apollo, poi dei sedicenti rappresentanti
di Cefa; infine la comunità si trovò
agitata da discussioni. Alcuni si facevano
forti di Paolo, altri di Cefa, altri di Apollo,
altri di Cristo; lo scisma non è ancora
consumato, ma è almeno minacciato.
Paolo allora ricorda qual'è la vera
posizione del problema: che cos'è dunque
Paolo? che cosa Apollo? Sono semplicemente
servi del Signore, nel quale i fedeli hanno
creduto. Paolo ha piantato, Apollo irrigato:
Dio fece crescere tutte le opere umane (I
Cor., 3, 4-6). Questo significa che Paolo
e Apollo sono sostanzialmente d'accordo, e
che chi discute su di loro perde tempo.
d)
L'Eucarestia. - I Corinti però
moltiplicano a piacimento i motivi di discordia.
Paolo li deve riprendere perché nella
celebrazione dell'Eucarestia introducono abusi.
Notiamo prima di tutto che quando Paolo scrive
ai Corinti l'Eucarestia è già
istituzione organizzata e regolata, che ha
certamente funzionato fin dai primi inizi
della comunità; è un elemento
essenziale,, forse l'essenziale della vita
cristiana. Non possiamo neppure credere che
l'Eucarestia sia celebrata soltanto a Corinto,
anche se le altre Lettere di San Paolo sono
mute a questo riguardo; gli stessi Atti ne
parlano soltanto con discrezione e s'accontentano
di ricordare ogni tanto, a Gerusalemme (At.,
2, 46), poi a Troade (At., 20, 11) la frazione
del pane. Né gli Atti né le
Lettere di San Paolo ci informano sui particolari
della vita della Chiesa; ma il loro silenzio
non ha nulla che non sia naturale.
D'altronde
per l'istruzione dei Corinti l'Apostolo ricorda
quello che egli ha appreso riguardo all'Eucarestia:
" Io, egli dice, ho appreso dal Signore
questo, che a mia volta vi ho trasmesso, che
il Signore Gesù, la notte in cui fu
tradito, prese del pane e, rese grazie, lo
spezzò e disse... n (I Cor., 11, 23-24).
Fu posto spesso il problema come San Paolo
avesse appreso il racconto dell'ultima Cena.
A tutta prima vien da pensare a una rivelazione
diretta e immediata; però l'ipotesi
non solo non s'impone, ma è assai poco
verosimile. Infatti come credere che San Paolo
abbia avuto bisogno d'una rivelazione per
conoscere un racconto che faceva parte della
catechesi elementare e la cui forma stereotipata
si trova in tutti i sinottici? Impossibile
essere cristiani se non si conosce nulla della
Cena e nemmeno se non si sa nulla delle riunioni
liturgiche in cui si rinnova. Più degli
altri San Paolo ha insistito sull'ordine che
ha dato il Signore di ripetere, di rinnovare
la Cena; e, se si vuole ad ogni costo vedere
nelle sue parole una rivelazione personale,
a rigor di termini si può ammettere
che sia stata d'un tale ordine. Ma l'insieme
del racconto è una tradizione: una
tradizione che l'Apostolo trasmise tale e
quale ricevette; una tradizione che bisogna
conservare senz'alterare o cambiare. Neppur
qui si tratta d'una novità. L'apostolo
non inventò nulla, quando insegnò
ai Corinti a rinnovare l'Eucarestia.
e)
La resurrezione del Signore. - Così
pure quando parla della resurrezione. Anche
qui (I Cor., 15, 3) s'accontentò d'insegnare
quello che aveva appreso egli stesso e se
ci tiene a ricordarlo ai Corinti, non significa
che essi non lo sappiano ancora; al contrario,
forse non l'avevano abbastanza presente, e
giovò ricordarglielo. Qui Paolo non
dice d'aver ricevuto dal Signore questi racconti;
perché allora non credere che li abbia
sentiti raccontare? Qualsiasi fedele poteva
ripeterli; poiché la resurrezione di
Gesù era il tema fondamentale della
predicazione apostolica. Anche prima della
conversione Paolo la conosceva bene, perché
ne parlavano tutti, tanto i Giudei che i cristiani.
La conversione gli fece soltanto comprendere
l'importanza decisiva della resurrezione per
la fede cristiana. Quando poi cominciò
a predicarla, non ebbe bisogno d'inventare
nulla a questo riguardo, ma segui l'esempio
dei fratelli e, come essi, fu l'annunciatore
della resurrezione.
f)
Le lezioni della Lettera ai Romani.
- La Lettera ai Romani attesta in altro verso
la fedeltà di Paolo all'insegnamento
comune. Essa a differenza delle altre è
indirizzata a una Chiesa che Paolo non aveva
fondata e non conosceva ancora, dove certamente
si proponeva d'andare, ma che dopo tutto non
era sicuro di poter mai visitare. È
credibile che l'Apostolo potesse anche solo
pensare di scrivere ai Romani, se non fosse
stato sicuro di avere la stessa dottrina che
anch'essi avevano appreso? Paolo si rivolge
a questa Chiesa sconosciuta, perché
è quella della capitale dell'impero
e perché irradia ovunque la sua fede.
Egli non ha affatto l'intenzione di predicare
una nuova fede; anzi, tutto all'opposto. Paolo
vuole confermare nella fede i fratelli che
già l'hanno ricevuta. Che importa il
nome dei primi portatori del Vangelo a Roma?
Una sola cosa interessa l'Apostolo: che questa
fede sia retta. Ai Romani egli espone certamente
il suo punto di vista sul peccato e la grazia,
sulla fede e la legge, temi che lo preoccupano
mentre scrive, sui quali occorre fare piena
luce. Egli espone i temi a suo modo, obbedendo
ai moti dello Spirito di Dio. Il suo Vangelo
è prima di tutto quello di Gesù
Cristo.
g)
Le pastorali. - Più di tutte
le altre Lettere, le pastorali insisteranno
sulla tradizione e sulla necessità
morale di trasmettere il deposito ricevuto,
e l'insistenza è facilmente comprensibile.
Giunto al termine della carriera umana, l'Apostolo
getta indietro uno sguardo prolungato e rivede
i lavori e le sofferenze per il Cristo. Se
c'è un pensiero che lo rassicuri è
proprio quello d'aver conservato la fede che
aveva ricevuto come un deposito prezioso,
di cui non ha perduto nulla; anzi Io ha consegnato
intatto a numerosi discepoli. È vicina
l'ora di trasmettere la fiaccola, e quelli
che la riceveranno dovranno a loro volta fare
una sola cosa: essere fedeli e trasmettere
il deposito. Di qui le molte raccomandazioni
che San Paolo rivolge a Timoteo e a Tito.
È pensabile che potesse fare questo
con tale autorità se il Vangelo fosse
stato opera sua, o anche se avesse insegnato
come proveniente dal cielo una dottrina diversa
da quella degli altri apostoli?
Conclusione.
- Quando si ha la pretesa di vedere in San
Paolo il fondatore del cristianesimo, ci si
accontenta di sostituire una difficoltà
con un'altra più grande. Non si vuole
che Gesù abbia fondato la Chiesa, istituito
l'Eucarestia, insegnato il valore redentivo
della sua morte sulla croce, facendo risalire
tutto ciò a San Paolo. Ma San Paolo
dove l'ha trovato? Nella sua fantasia? nelle
sue estasi? nelle visioni? Non significa supporre
nell'Apostolo un genio straordinario, crederlo
capace d'aver trasformato la modesta storia
d'un povero agitatore messianico in un mistero
prodigioso di salute, e più ancora
di aver fatto accettare un sistema di sua
invenzione a migliaia di uomini sparsi per
il mondo? Anche noi crediamo che San Paolo
ricevette da Dio grandissimi doni, ma si limitò
a usarli per il suo servizio; fu e rimase
il servitore e l'apostolo di Gesù Cristo.
§
3. - Cristianesimo ed ellenismo.
Ponti
di confronto: le apoteosi. - II cristianesimo
è la religione d'un uomo cui sono tributati
onori divini e al quale si da il titolo di
Salvatore. Abbiamo qui uno dei caratteri che
colpiscono maggiormente; lo notava anche Plinio
il Giovane, scrivendo nella sua lettera a
Traiano che i cristiani "cantano inni
a Cristo come a un dio ". Non sono rintracciabili
nell'ellenismo precedenti di quest'apoteosi
o deificazione d'un uomo? La prima comunità
cristiana coscientemente o incoscientemente
non avrà seguito l'esempio del mondo
greco-romano quando cominciò a considerare
Cristo come un Dio?
I
Greci nel loro panteon ammettevano i semidei
o eroi, cioè i figli di un mortale
e di una divinità. Tra questi, alcuni
erano stati assunti all'Olimpo senza passare
per la morte, come nel caso di Ganimede; ad
altri l'uso di ricette magiche aveva conferito
l'immortalità felice; altri infine,
che erano morti come uomini semplici, si credeva
avessero ricevuto un posto fra gli dèi,
senza poter, spiegare come se ne conservassero
ancora le ceneri sulla terra.
Ma
tutto ciò entrava nel campo della leggenda.
Gesù invece è un personaggio
storico, e quindi non si poteva pensare di
assimilarlo a un eroe. Fortunatamente i Greci
conoscevano altre apoteosi, particolarmente
dei sovrani, prendendole a prestito dall'Asia
e dall'Egitto. In Egitto il faraone era re
perché era dio, figlio di Dio e costituito
erede da suo padre. Tra i Persiani il re riceveva
l'investitura dagli dèi di cui era
l'eletto, era partecipe della loro aureola
e della loro gloria. I Tolomei e i Seleucidi
avevano naturalmente seguito gli usi del paese
sul quale regnavano e i sudditi li avevano
riconosciuti come dèi. Già prima
di loro Alessandro Magno s'era lasciato proclamare
figlio d'Artimone, e a Susa si era assiso
sul trono del re dei re: era divenuto un dio
visibile anche sulla terra, theòs epiphanès,
un Salvatore, un benefattore (Evergète).
Quando Roma arrivò a dominare il mondo
orientale, vi trovò stabilito il culto
dei sovrani. Perciò "era naturale
che l'imperatore, rappresentante e depositario
dell'autorità sovrana, fosse adorato
come un dio prima dagli Orientali, poi da
tutti i paesi soggetti al suo potere. Il culto
d'Augusto si costituì solo a tappe
e sul modello del culto di Cesare. "
Dopo Farsalo (48), il carro trionfale di Cesare
fu posto in Campidoglio, vicino a Giove; nel
46 Cesare è un semidio; l'anno successivo
gli viene dedicata una statua nel tempio di
Quirino con queste parole: Al Dio invincibile.
Ben presto ebbe il suo tempio col nome di
Juppiter Ju-lius, e giochi, sacerdoti propri,
ebbe i Luperci Julii, il proprio flamine;
il mese di luglio prese il suo nome. Tutto
questo avvenne prima della sua morte: era
stata la prima tappa, il culto dell'eroe vivente,
secondo le idee greche e l'esempio delle città
ellenistiche. La seconda tappa fu l'apoteosi
dell'eroe morto, il suo trasferimento tra
gli dèi superiori, in qualità
di divus " (A. I. Festu-gière).
Augusto a Roma accettò gli stessi onori
e da vivo si lasciò divinizzare nelle
province. Tra i successori, alcuni come Tiberio,
Claudio Vespasiano, non vollero essere adorati
da vivi come dèi; altri come Caligola,
Nerone, Domiziano, accettarono o anche provocarono
l'adorazione dei sudditi. Nessuno più
si pose la questione dell'apoteosi postuma
perché era ormai pacifico che subito
dopo la morte l'imperatore era un dio, qualora
non lo fosse già stato prima.
Possiamo
spiegarci i sentimenti provocati dal culto
imperiale, ad esempio leggendo il testo di
certe iscrizioni, come quella emanata dall'assembela
dell'Asia proconsolare l'anno 9 della nostra
era: " Poiché la Provvidenza,
che ha regolato tutto il corso della nostra
esistenza e vi mette tanta cura e liberalità,
ha colmato la perfezione della nostra vita
dandoci Augusto, che ha riempito di eccellenza,
in vista della felicità degli uomini,
avendolo mandato a noi e ai nostri discendenti
come un Salvatore, onde arrestare la guerra
e ordinare tutte le cose; poiché Cesare
fin dalla sua comparsa compì tutte
le speranze che i nostri padri mettevano in
lui, non solo superando tutti i benefattori
precedenti, ma non lasciando ai successori
nessun mezzo per fare di più; poiché
infine il giorno della nascita del dio è
stato per il mondo il principio della buona
novella (evangelion) dovuta a lui, il koinon
dell'Asia, su proposta del proconsole P. Fabio
Massimo, decide di cominciare l'anno nuovo
col giorno anniversario dell'imperatore ".
Quello
che si faceva per i sovrani, non si sarà
pensato di farlo anche per Gesù? Cosi
ci si domanda e, per orientare gli spiriti
verso la soluzione affermativa, alcuni critici
si fanno forti del fatto che alcuni termini,
usati nel vocabolario del culto imperiale,
si ritrovano applicati a Gesù nei documenti
antichissimi del cristianesimo. Gesù,
si dice, è Salvatore, come erano i
Tolomei, e anche gli imperatori; è
il grande Dio, mègas theòs;
ma questo è uno dei titoli dell'imperatore.
La sua venuta è una manifestazione,
un'epifania, e abbiamo veduto poco fa la stessa
parola nell'iscrizione del koinon d'Asia;
Egli reca una buona novella, un vangelo, proprio
come Augusto; si loda la sua benevolenza e
la sua umanità, le virtù dei
sovrani divinizzati. Non si può pensare
di negare tali somiglianze nel vocabolario.
Il linguaggio umano non dispone d'un numero
illimitato di parole, e quando occorre esprimere
sentimenti di adorazione o di riconoscenza,
per farsi comprendere, si è costretti
a servirsi di tali termini in uso in un determinato
ambiente. Ma al di là delle parole
bisogna cercare lo spirito che le anima.
L'originalità
invincìbile della religione cristiana.
- Ora con quale spirito i cristiani adorano
Gesù? Occorre fare prima di tutto il
rilievo capitale che il cristianesimo in primo
luogo è una religione monoteista. Che
cosa importa ai pagani aggiungere un dio di
più al loro panteon? Infatti non andavano
tanto per il sottile; e quando si trattava
di rendere omaggio a un imperatore o a un
re, che aveva il potere di diminuire le imposte,
di far regnare la tranquillità nel
paese, di assicurare la prosperità
del commercio, non c'era nessun motivo per
esitare. Quando Paolo e Barnaba arrivano a
Listri e fanno miracoli, gli abitanti del
luogo vogliono sacrificare loro un toro, prendendoli
per Zeus ed Ermete (At., 14, 7-17), e non
vedono inconvenienti di sorta che gli dèi
viaggino sotto forma umana e neppure che aumenti
il loro numero; anzi, più dèi
ci sono, più c'è probabilità
che siano esaudite le nostre preghiere.
Non
così tra i cristiani. Per convenirsi
a Gesù bisogna cominciare coll'adorare
un solo Dio ed è significativo il fatto
che San Paolo, parlando ai pagani, non cominci
coll'annuncio della divinità di Gesù,
ma dell'unità di Dio. A Listri per
esempio annuncia il Dio vivo, che ha fatto
il cielo e la terra, a Nella prima Lettera
egli ricorda ai Tessalonicesi come essi si
sono convertiti dagl'idoli al Dio vivo e vero,
per servirlo e per attendere dal cielo il
Figlio suo (I Tess., 1, 9); ad Atene comincia
a predicare il Dio che ha fatto il mondo (Al,
17, 24). Gli Ateniesi sarebbero forse stati
d'accordo nel mettere Cristo tra gli dèi
sconosciuti, ai quali avevano reso un culto
solo generale; ma ciò significava edificare
la fede sopra un deprecabile equivoco. Ad
Efeso l'Apostolo non oppone Cristo ad Artemide,
perché vuole prima estirpare tutta
quanta l'idolatria (Al, 19, 26). Gesù
è parte essenziale del Vangelo di Paolo,
ma prima bisogna conoscere Dio (Gai., 4, 8);
a Mileto (At., 20, 21), a Roma, in prigione,
Paolo predica il ritorno a Dio, il regno di
Dio, in vista del giudizio affidato a Gesù
Cristo. Non si può supporre che il
suo monoteismo convinto sia stato intaccato
per un solo un istante dalla facilità
dei pagani nel prendere uomini per dèi:
bestemmia abbominevole. Solo Dio è
Dio e ha diritto a un culto. I pagani poi
non erano portati a Gesù dalla loro
inclinazione a moltiplicare gli esseri divini,
perché dovevano cominciare a confessarne
uno solo " (J. Lagrange).
Non
occorre dilungarsi su questo punto; e non
giova nemmeno fare un'estesa confutazione
d'un'altra forma d'ipotesi. Gesù, dicono
altri, non è Dio, ma il Figlio di Dio,
e i Greci erano tutti pronti ad ammettere
l'esistenza d'un figlio di Dio. La loro teologia
è in gran parte una teogonìa
che ad ogni momento ci fa vedere la nascita
d'un nuovo dio, figlio di questo o quell'immortale;
anzi ci mostra Zeus, o qualche altro dio,
che s'unisce nascostamente a una donna generando
un figlio. Non si può avvicinare a
tali racconti la storia della concezione verginale?
La vergogna ci fa arrossire se ci fermiamo
a tali supposizioni che già aveva fatte
Celso, trovando in Origene l'avversario più
autorevole. Qui basta notare che i figli di
Dio della mitologia nascono interamente dai
loro genitori, sono nuovi esseri con individualità
propria; invece il Figlio di Dio, com'è
predicato da San Paolo, è preesistente,
non comincia ad essere, a vivere, ad agire
al momento dell'Incarnazione ma è sempre
stato: è l'immagine del Dio invisibile,
il primogenito di tutta la creazione; il primo
in tutto, perché tutto è stato
creato e sussiste in Lui. Un po' più
tardi San Giovanni dirà che egli è
il Verbo, a esistente dal principio, per il
quale tutto è stato fatto, e nulla
di ciò che è fatto lo fu senza
di lui ". Se fosse necessario cercare
le origini dell'idea di preesistenza, la troveremmo
certamente nel giudaismo, ma qui non è
il luogo d'insistere al riguardo.
In
quanto al ravvicinamento blasfemo della concezione
verginale con le storie grossolane degli amori
di Zeus e d'una mortale, basta enunciare i
termini per giudicare del suo vero valore.
Non un giudeo, non un cristiano solo avrebbe
acconsentito di adorare un Figlio di Dio .che
avesse avuto un'origine impura. Dio è
santo, ed ha la sua santità tra gli
attributi essenziali e il Figlio suo non può
essere che santo. Al punto di partenza dei
racconti evangelici sulla nascita di Gesù,
all'origine della fede cristiana nel Figlio
di Dio, non c'è nulla che provenga
dal politeismo greco.
Religione
cristiana e filosofia greca. - Se
la religione greca non spiega la fede nel
Figlio di Dio, non potrebbe la filosofia greca
offrirne gli elementi, presentandoci uomini
in cui abita lo Spirito divino? Il tipo più
noto e anche più rappresentativo di
costoro è certamente Sodate, sul quale
il Windisch ha recentemente richiamato l'attenzione.
Ci sono tre tratti significativi della tradizione
su Gesù che si riscontrano nella figura
platonica dell'uomo divino: essere generato
da Dio, essere l'inviato di Dio, essere onnisciente.
Tralasciamo i due ultimi elementi del critico
tedesco. Viene da sorridere quando ci parla
dell'onniscienza di Socrate, di quel brav'uomo
tanto modesto che davanti ai giudici faceva
solo professione di non sapere nulla. Si ammetta
pure che Socrate si attribuì una specie
di missione divina, ma bisogna anche ammettere
che la sua missione è diversissima
da quella di Gesù. Socrate diceva:
Siate buoni, praticate la virtù, conoscete
voi stessi. Invece Gesù è l'annunciatore
della salvezza, il rivelatore di Dio, e infine
presenta se stesso come oggetto della fede;
infatti i suoi discepoli devono credere in
lui, come nel Padre che lo ha inviato. Dove
sono i punti di contatto tra le due missioni?
È
vero che questo non è la cosa più
importante, poiché, secondo Windisch,
Piatone parlava degli uomini in cui s'incarnerebbe
il nous o intelletto divino e presenterebbe
anche Socrate come uno di questi uomini. Si
può ammettere che Piatone parla di
uomini buoni per una disposizione divina;
ma non andiamo molto lontano, e i testi che
si cerca di citare, specialmente un passo
delle Leggi, 875 c-d, hanno un'imprecisione
desolante. Dovremo dunque credere che gli
apologisti cristiani abbiano dovuto rifarsi
a simili testi e a paralleli cosi vaghi per
predicare ai Greci il Verbo Incarnato? Per
quanto ci consta, il primo cristiano che parlò
di Socrate fu San Giustino, e lo fece in termini
molto lusinghieri, benché abbia creduto
dover servirsi del vocabolario della filosofia
stoica, per piacere a Marco Aurelio, n Tutto
il giusto che i filosofi o i legislatori hanno
detto e scoperto, lo attinsero mediante una
ragione imperfetta, grazie alla loro penetrazione
e riflessione ", e colui che ebbe maggior
forza per giungere a questo, Socrate, si attirò
le stesse condanne dei cristiani. Tuttavia
egli ebbe qualche conoscenza del Cristo, "
parzialmente perché Egli (Cristo) era
ed è la ragione ovunque presente, ed
è Lui che ha predetto l'avvenire...
Infatti tutti gli altri, grazie alla semenza
del Verbo che era innato in loro, poterono
vedere confusamente la verità "
(II Apol., 10 e 13). San Giustino, cosi retto
e leale, sarebbe stato molto sorpreso se gli
avessero detto che con queste formule faceva
di Socrate un'incarnazione del nous o del
Logos. Per lui non si tratta che della ragione
umana, la quale è una specie di partecipazione
della ragione divina e un'imitazione nei termini
permessi dalla sua natura. L'incarnazione
in senso stretto, San Giustino l'apprese da
San Paolo e da San Giovanni; e quando egli
scrive le sue apologie, la Chiesa cristiana
già da un pezzo ha veduto in essa il
dogma centrale del suo insegnamento.
Conclusione.
- Lasciamo dunque stare i Greci. La Chiesa
cristiana attinse gli elementi dei suoi dommi
non certo da loro. Tutt'al più potremmo
riconoscere che, parlando greco, usò
le stesse parole dei pagani, dando però
ad esse un nuovo contenuto. Sarebbe ingiusto
fermarsi a studiare il vocabolario senza cercare
di capire quali nuove realtà le parole
vogliano esprimere. Gesù è un
Salvatore, come Io erano stati Tolomeo ed
Augusto; ma che abisso tra la salvezza portata
da Gesù, che è un rinnovamento
totale e definitivo dell'anima liberata dal
peccato e un ingresso nella vita nuova, e
la povera salvezza che i popoli inquieti per
i beni di questo mondo attribuiscono per adulazione
ai loro effimeri sovrani! Gesù nascendo
manifesta la sua bontà e filantropia,
come si dice anche degl'imperatori: ma è
possibile stabilire un confronto tra l'amore
che Gesù dimostrò ai suoi discepoli
e continua a dimostrare al mondo, e l'indulgenza
orgogliosa d'un principe verso i suoi sudditi?
Lo spirito cristiano, comparendo nel mondo,
vi porta un nuovo fermento, che farà
levare tutta la pasta. In quel tempo lo spirito
greco era già esaurito e non aveva
più niente da insegnare al mondo: come
spiegare con esso la nascita del cristianesimo?
§
4. - L'Oriente: il mandeismo.
Se
la Grecia è incapace di spiegare il
mistero cristiano, lo potrà l'Oriente?
Dopo
tutto conosciamo molto bene la Grecia. Possiamo
leggere le opere dei suoi scrittori, ammirare
le opere dei suoi artisti, e per quanto siano
numerose le lacune che restano della nostra
informazione (è cosi per tutto ciò
che con cerne lo studio del passato), siamo
in grado d'avere un'idea esatta dell'ellenismo
e della sua attività al tempo della
prima predicazione cristiana.
a)
Lacune d'informazione. - In confronto
della Grecia, l'Oriente è un mondo
quasi Inesplorato e, bisogna aggiungere, quasi
impossibile ad esplorarsi. Ora non pensiamo
all'India, anche se talvolta si è sognato
d'avvicinare la vita di Gesù alla leggenda
di Buddha e di cercare tracce d'infiltrazioni
buddiste nella dommatica cristiana. Il paradosso
era troppo evidente e, per ora, pare che vi
abbiano rinunciato. Ma la Persia? l'Assiro-Babilonia?
e, più vicina a noi l'Asia Minore,
che fino sotto il dominio romano conserva
le lingue e le religioni indigene? Di queste
regioni poco sappiamo della loro storia, della
vita religiosa e dello spirito che animava
i loro abitanti. Non bisogna certamente disperare
di giungere, presto o tardi, a saperne di
più, ma per ora è saggio essere
molto prudenti. Anche quando disponiamo di
documenti scritti, siamo lungi dal trovare
tutta la chiarezza desiderabile. L’Avesta
c'informa sulla religione dei Persiani, il
Ginza su quella dei Mandei. Di che epoca sono
queste opere? che influsso sentirono i loro
redattori? Si comprende come sia già
di considerevole importanza anche solo la
questione della data e finché non sarà
risolta dovremo prendere tutte le precauzioni.
b)
Dati storici. - Qui forse giova ricordare
che un'esigenza essenziale del metodo storico
è di procedere dal noto al meno noto.
Come è possibile il problema delle
origini cristiane servendosi d'analogie imprecise
o servendosi di libri oscuri? Ora ciò
che ci è noto in fondo è il
cristianesimo. Conosciamo, e non possiamo
dubitarne, il tempo e il paese dove apparve;
sulla sua storia possediamo libri certamente
antichi, e qualcuno, almeno le lettere di
San Paolo, sono contemporanei ai fatti che
raccontano, o ai quali alludono. Di nessuna
religione orientale abbiamo informazioni simili.
Bisogna incominciare a riconoscere con piena
lealtà.
È
vero tuttavia che non ignoriamo totalmente
l'Oriente, ed è seducente appoggiarsi
su questa o quella somiglianzà per
poter capire il mistero cristiano e il successo
della sua propaganda. Tempo fa ci fu un vivo
interesse per il mandeismo, quasi che in esso
si fosse trovata la chiave capace di svelare
tutti i segreti. La febbre mandea, oggi è
cessata, ma può rinascere; e importa
spiegare come potè nascere, tanto più
che il mandeismo, dopo tutto, è solo
un caso particolare, e che altre religioni
orientali potrebbero offrire ai seguaci del
metodo comparatista argomenti analoghi.
Il
mandeismo era già conosciuto in Europa
da molto tempo; infatti nel 1652 il missionario
P. Ignazio di Gesù, aveva pubblicato
a Roma uno studio su una setta di strani costumi,
che aveva trovato nella regione di Bassorah
in Mesopotamia e che egli indicò col
nome di cristiani di San Giovanni. Nel secolo
xk Petermann e Siouffi attirarono nuovamente
l'attenzione degl'investigatori sui Mandei.
Ma si cominciò ad interessarsi realmente
della setta specialmente quando Lidzbarski
ebbe studiato e tradotto in tedesco il testo
dei vari trattati mandei
c)
Gli scritti mandei. - Sono numerosi
e vari: il più importante è
il Ginza o Tesoro, a cui
bisogna aggiungere il Qplasta, raccolta
d'inni religiosi da recitarsi nelle cerimonie
del culto, e il Libro di Giovanni, che in
un'esposizione familiare riprende la dottrina
del Ginza. Le tre opere sono compilazioni
in versi e in prosa, di epoche diverse. Tempo
fa si cercò rendere antichi questi
scritti, riportandone la composizione attorno
l'era cristiana, ma è dimostrato che
in realtà sono molto più recenti
di quanto si pensi e non anteriori ai secoli
VII-VIII, anche se ciò non significa
che la setta non esistesse in epoca anteriore;
però diventa difficile, se non impossibile,
utilizzare questi scritti per conoscere le
credenze primitive.
d) La storia. - Bisognerebbe
inoltre intendersi sull'origine dei mandei.
Reitzenstein considera i mandei come una setta
precristiana abitante la Transgiordania, che
professava un mito di salvezza iranico; da
tale setta, che nei primi secoli della nostra
era avrebbe emigrato in oriente per continuare
colà fino ai nostri giorni, sarebbe
venuta la predicazione di Giovanni Battista;
e il cristianesimo, in quanto si collega a
Giovanni, troverebbe le sue origini nel mandeismo.
Ora, secondo Reitzenstein, Gesù avrebbe
ricevuto da Giovanni la sua prima formazione:
anzi, dal punto di vista letterario, gli stessi
scritti cristiani dipenderebbero dalle opere
dei mandei.
L'ultima conclusione è insostenibile,
la prima è poco verisimile. J. Tho-mas,
al quale si deve uno degli ultimi studi sulla
questione, cosi conclude le sue ricerche:
k Secondo il nostro modo di vedere, i Mandei
hanno un'origine assai lontana e sono partiti
dall'Occidente. Siccome formano una setta
battista, si porranno i loro inizi nell'epoca
in cui fiorivano i battisti in Transgiordania
e nell'Asia anteriore, quindi press'a poco
quando nasceva il cristianesimo. Nella prima
di queste circostanze un gruppo battista elchesaizzato
lasciò la regione palestinese e allontanandosi
dal Giordano, si diresse a tappe verso l'Alta
Mesopo-tamia e Babilonia, dove alla fine costituì
il mandeismo, conosciuto attraverso una letteratura
sacra, che risale al settimo ed ottavo secolo...
Attribuiamo ai numerosi influssi stranieri
subiti dalla setta l'evoluzione progressiva
che in fine la rese irriconoscibile: influssi
gnostici, cristiani, nestoriani, persiani,
babilonesi e anche arabi e forse altri ancora
che aggiunsero elementi d'ogni specie al fondo
giudaico battista elchesaizzato... Con gli
elementi cristiani entrò nel sistema
man-deo il personaggio Giovanni, sul quale,
nell'epoca musulmana, s'insistette tanto onde
presentare ai conquistatori un profeta da
essi venerato, ma che effettivamente ebbe
un ruolo quasi insignificante, almeno fino
all'ultima redazione degli scritti "
(J. Thomas, Le mouvement baptiste en Palestine
et en Syrie, Gembloux, 1985, p. 266-267).
Si
notino quanto queste conclusioni siano modeste
e come siano presentate in forma ipotetica.
In realtà pare che si discuteranno
ancora molti punti del sistema di J. Thomas,
ma questo non c'interessa direttamente. Dal
punto di vista delle origini cristiane il
fatto capitale è l'incertezza assoluta
sulle origini del mandeismo e della sua dottrina
primitiva. Lo storico ha certamente il diritto
di fare delle supposizioni, ma ha il dovere
di darcele come tali, e di non presentare
in forma affermativa costruzion' campate in
aria.
e)
La dottrina. - Secondo quello che
pare il più antico testo circa la creazione
del mondo " il principio supremo è
la vita, la grande Vita, l'eone o mana superiore,
da cui emanano una seconda vita (Iosamin)
è una terza (Abathur); Ptahil, figlio
di quest'ultima, è il creatore del
mondo visibile; uno dei grandi mana, Manda
d Haije, il figlio della Vita di Mana, che
nei testi è spesso sostituito da Hibil-Ziwa
o da altri, è l'intermediario tra la
vita e gli uomini e appare nel mondo non come
redentore (il mandeismo non conosce redentori),
ma come un rivelatore, inviato divino, salvatore
delle anime e psicopompo... La dottrina primitiva
è dualista: al mondo superiore, della
luce e delle acque chiare, si oppone il mondo
delle tenebre e dell'acqua nera; al mana creatore
Ptahil, al rivelatore Anos-Uthra e all'opera
di salvezza s'oppongono l'infernale Ruha e
i suoi discendenti; contro gli Uthra, mandati
dall'alto vicino a ogni individuo, si accaniscono
gli spiriti malvagi. Tutta la religione consisterà
nello sfuggire ai loro attacchi e salire loro
malgrado verso la Vita e il regno della Luce
" (J. Thomas; o. e, p. 192).
Il
principale rito del mandeismo è il
battesimo: al principio della sua vita religiosa
il mandeo viene battezzato; egli rinnova il
suo battesimo ogni domenica, nelle grandi
feste e anche in tutte le circostanze importanti
della vita; infine, prima della sua morte,
riceve un'ultima volta il battesimo con cerimonie
speciali. Il battesimo è seguito dalla
presentazione d'un nutrimento e d'una bevanda
rituale, in cui si vollero vedere analogie
con l'Eucarestia cristiana.
Infine
aggiungiamo che il mandeo è tenuto
a osservare le regole della morale, senza
la quale non gioverebbero nulla tutti i battesimi
del mondo: " Io ve lo dico, miei eletti,
ve lo dichiaro, fedeli miei, fate il digiuno,
non quello che consiste nell'astensione dal
cibo e dalla bevanda. Sia il vostro un digiuno
degli occhi: non guardate e non fate niente
di male; un digiuno delle orecchie: non ascoltate
alle porte dei vostri vicini; un digiuno della
bocca: non fate nessun discorso perverso,
evitate la menzogna e la doppiezza; un digiuno
del cuore: non trattenete nessun sentimento
di odio, di gelosia o di discordia; un digiuno
delle mani: non rendetevi colpevoli di nessun
assassinio o furto; un digiuno del corpo;
non accostatevi a una donna che non sia la
vostra; un digiuno delle ginocchia: non adorate
Satana, non prosternatevi avanti ai falsi
idoli; un digiuno dei piedi: non bramate una
cosa che non vi appartiene. Fate dunque questo
grande digiuno e non rompetelo per tutto il
tempo che resterete in vita" (Ginza,
I, 109-118). Pregetti certamente belli, ma
non sapremmo in che cosa superiori a quelli
della morale naturale.
f)
Fonti d'accostamento. - Ma in tutto
questo che cosa richiama il cristianesimo?
Notiamo quale posto occupano nella cosmologia
mandea la luce e la vita, che sono proprio
i concetti fondamentali del Vangelo di San
Giovanni, il quale mira a dimostrare come
il Cristo è insieme luce e vita degli
uomini. Ed eccoci quasi alla meta. Dopo tutto,
che importa se il mandeismo insegna il dualismo?
Con un po' di buona volontà è
possibile trovare il dualismo anche in S.
Giovanni, perché le tenebre vengono
opposte alla luce, già nel prologo
del quarto Vangelo, e l'opposizione è
confermata anche nelle pagine successive.
Il
dualismo viene dall'Iran: non sono forse influssi
iranici che hanno agito sui fondatori del
mandeismo, proprio come sul Mani, tanto che
manicheismo e mandeismo potrebbero avere un'origine
comune?
Impossibile
fermarsi per una strada cosi bella: le idee
iraniche verso il primo secolo della nostra
era potevano essere diffuse in Galilea e in
Siria, a Cafarnao come ad Antiochia, e quindi
potevano essere note a Gesù attraverso
i Mandei o altre sette battiste vicine. Non
basta. Non solo i libri ermetici, Filone,
i primi gnostici cristiani di .lingua greca,
ma già prima gli Orfici, i presocratici,
Piatone, in breve tutti i pensatori della
Grecia si nutrirono delle idee d'un Oriente
iranizzato; e sempre queste idee s'eclissavano
nella religione dei persiani, sopravvissero
sia in Palestina che in Siria e in Grecia,
e circondarono l'infanzia e l'adolescenza
del cristianesimo, che non cessò di
esserne permeato.
Quale
giudizio merita la teoria? - Come costruzione
è magnificat per edificarla ci vollero
prodigi d'erudizione e d'ingegnosità,
e non ammireremo mai abbastanza lo sforzo
degli studiosi che collaborarono alla costruzione.
Disgraziatamente basta un soffio per rovinarla.
Nulla di sicuro sappiamo della diffusione
delle idee iraniche in Occidente e neppure
in Siria e in Palestina: ecco il primo punto.
Che tale diffusione fosse possibile, anzi
verosimile, nulla da ridire: ma bisognerebbe
cominciare a dimostrarlo. E dopo questo, non
sarebbe ancora provato che il cristianesimo
sia in qualcosa debitore alla Persia o al
mandeismo, che si ritiene esprimere le idee
venute di là. Le opposizioni vita e
morte, luce e tenebre sono troppo naturali,
s'impongono troppo per se stesse allo spirito
quando si sono scoperti i termini che le esprimono.
Ma che cosa vi è di fatto sotto le
parole? Quale spirito le anima? Quando si
legge il Vangelo di San Giovanni si vede subito
apparire al primo piano la divina fisionomia
di Gesù, il Verbo fatto carne; tra
i Mandei c'è qualcosa capace d'indurre
a pensarvi minimamente?
È
tempo di concludere e non sappiamo farlo meglio
che servendoci delle formule del P. Allo:
" Quando l'ipotesi (d'un contatto originale
tra San Giovanni e la corrente mandeo-manichea)
diventa tesi e le si attribuisce affrettatamente
una portata così enorme da trovarvi
la spiegazione del cristianesimo, mettendo
quasi in seconda linea l'Antico Testamento
e le idee originali di Gesù, o anche
con Reitzenstein la spiegazione di tutto il
misticismo greco, in virtù di non so
che paniranismo, non sapremmo vedere altro
in siffatta infatuazione che un fenomeno d'epidemia
critica, come il panbabilonismo e il panellenismo
lo erano stati qualche anno prima. Temo che
sia proprio questo il caso in cui la critica
messa alle strette debba cercare di salvarsi
pescando nel torbido e che il suo affrettato
sfruttamento delle scoperte manichee o mandee
non sia uno dei più grandi abbagli
per cui dovrà, forse fra poco, dire
il suo meo, culpa " (P. Allo, Aspects
nouveaux du problème joahannique, in
Revue Biblique, 1928, p. 218-219).
Scrivendo
queste ultime righe il P. Allo forse non pensava
di essere così buon profeta; ormai
il paniranismo è passato di moda; e
per spiegare le origini cristiane bisogna
cercare altro.
§
5. - Le religioni misteriche.
Natura.
- Quando cominciò la diffusione del
cristianesimo nel mondo greco-romano, fiorivano
un po' dappertutto religioni o culti riservati
a una speciale categoria di fedeli o iniziati.
Sono i misteri. Essi assicurano ai loro iniziati
la speciale protezione della divinità,
protezione che ordinariamente produce soltanto
un benessere terreno, ma che in certi casi
può agire anche dopo morte e procurare
ai fedeli un benessere che, in certo modo,
li fa partecipi della stessa vita del dio.
D'altra parte i benefici divini sono legati
a riti speciali che basta compiere senza errori;
non si parla mai d'un insegnamento teologico,
d'una dottrina rivelata, d'una gnosi; tutt'al
più l'iniziato riceve una parola d'ordine,
con cui potrà entrare nell'altro mondo
o trovare accesso ai benefici degli dèi.
Infine questi riti, assieme ai conseguenti
privilegi, sembra che prima siano stati proprietà
esclusiva d'un piccolo numero di individui,
talvolta d'una famiglia o d'un clero, e l'iniziazione
ha proprio lo scopo di far entrare un estraneo
in questa famiglia o in questo clero; di conseguenza
richiede il segreto più assoluto.
Estensione.
- I misteri s'incontrano ovunque,
specialmente nelle città greche dell'Asia
Minore, a Efeso, Smirne, Mileto, Panamara
nella Caria, Samotracia, Claros e altrove.
Questi sono essenzialmente locali, celebrati
in onore degli dèi propri della città
e non mirarono mai a estendersi territorialmente;
tutt'al più venivano invitati i cittadini
delle città vicine per festeggiarli.
È notevole però che il dio adorato
nei misteri, da parte sua, pretenda estendere
la propria benevolenza a tutti gli uomini.
Origine.
- Altri misteri ebbero una fama mondiale o
più propriamente celebrati in ogni
luogo. Se per partecipare ai Misteri di Demetra
bisogna sempre andare ad Eleusi, ovunque si
può partecipare a quelli di Dioniso,
d’Iside, di Cibele, d’Attis, di mitra. Soprattutto
le religioni orientali prendono al forma di
misteri e, verso l’era cristiana, in certo
modo invadono l’impero romano.
L'origine
di tale invasione pare si debba riportare
alla fine del terzo secolo prima della nostra
era. Quando, nel 205 a. C, Annibale, vinto
ma tuttora minaccioso, si tratteneva sulle
montagne del Bruzio, ripetute piogge di pietre
spaventarono il popolo romano. I libri sibillini
che, secondo l'uso, furono consultati ufficialmente
al riguardo, promisero che il nemico sarebbe
stato cacciato dall'Italia se la Grande Madre
dell'Ida fosse stata condotta a Roma. Grazie
all'amicizia del re Attalo di Pergamo, l'acolito
nero, presunto seggio della dea frigia, che
il re da Pessinunte aveva portato a Pergamo,
fu consegnato agli ambasciatori del Senato
e nell'aprile del 204 la dea fu solennemente
intronizzata sul. Palatino. Per due secoli
il suo culto restò confinato nel tempio
a lei consacrato, ma dopo il regno di Claudio
potè diffondersi liberamente, e da
allora a ogni ritorno di primavera Roma vide
i Galli, sacerdoti di Cibele, percorrere le
strade al suono dei flauti, in preda a una
specie di frenesia, flagellandosi, incidendosi
le braccia, per onorare la morte di Attis,
l'amante della dea.
Riti.
- Per entrare nel collegio dei Galli bisognava
subire l'evirazione, mutuazione odiosa, che
ripugnò sempre al buon senso dei Romani.
Era più facile entrare come semplici
iniziati ai misteri della dea. Nel terzo e
quarto secolo della nostra era sembra che
l'elemento essenziale dell'iniziazione fosse
il taurobolio cioè il sacrificio d'un
toro, il cui sangue calava attraverso una
griglia sull'iniziato posto in una buca, credendosi
così che l'iniziato, in virtù
di questo bagno ripugnante, nascesse per l'eternità
a una nuova vita. Però il taurobolio
e la sua interpretazione è d'origine
assai recente. Secondo Clemente Alessandrino
il mista di Cibele pronunciava questa formula:
a Io ho mangiato nel timpano, ho letto nel
cembalo, ho portato il grande vaso d'argilla,
sono disceso nella camera della (dea) ",
indubbiamente compiendo nello stesso tempo
azioni simboliche che dovevano ricordare gli
antichi riti della vegetazione!
Misteri
d'Iside. - In Italia e a Roma la
grande Madre fu presto seguita da altre divinità
orientali. Dal principio del in secolo, e
forse ancora alla fine del IV, in Sicilia,
Siracusa e Catania avevano ricevuto il culto
d'Iside; il Serapaura di Pozzuoli, il porto
allora più attivo della Campania, viene
ricordato in un decreto municipale del 105
a. C. Sembra che verso la stessa data sia
stato fondato un heum a Pompei. A Roma i misteri
alessandrini contavano adepti fin dal secondo
secolo e le violente misure adottate a più
riprese nel primo secolo, per arrestarne lo
sviluppo, si rivelarono completamente inefficaci,
tanto che alla fine, nel 88 della nostra era,
Caligola fece costruire al campo Marzio il
grande tempio d'Iside Campense; la devozione
a Iside continuò a fare progressi notevoli
sotto i Flavi, e Domiziano trasformò
il tempio della dea in uno dei
monumenti più splendidi di Roma. Da
allora Iside e Serapide ebbero il favore di
tutte le dinastie imperiali, e i Severi non
furono ultimi nel testimoniare il loro rispetto.
Soprattutto
Apuleio ci fa conoscere l'iniziazione ai misteri
isiaci, benché resti volontariamente
oscuro sui punti che interesserebbero di più.
Sappiamo almeno che l'iniziazione comportava
molti gradi, e che consisteva in una serie
di visioni, precedute o seguite da riti magici,
che si credeva assimilassero il mista a Osiride,
morto e poi resuscitato. Divenuto in certo
modo un nuovo Osiride, l'iniziato era sicuro
d'avere quaggiù una vita felice e di
contemplare Iside nell'altro mondo. D'altronde
per questo non c'era affatto bisogno di condurre
una vita santa; bastava compiere fedelmente
i riti tradizionali e conservare la purezza
esteriore voluta dalla dea.
Misteri
siriaci e uranici. Mitra. - I culti
siriaci seguirono un cammino analogo, e Atargatis
fu presto conosciuta e onorata in Roma stessa.
Sotto Nerone la dea siriaca col suo compagno,
l'Hadad del libano, aveva un tempio sul fianco
del Gianicolo, presso una sorgente sacra.
Tuttavia non prima del terzo secolo dell'era
cristiana questi culti raggiunsero il loro
apogeo, e il loro influsso divenne preponderante
quando salirono sul trono i Severi, e le principesse
intelligenti e ambiziose Giulia Domna, Giulia
Mesa e Giulia Mamea si fecero protagoniste
della loro religione nazionale. Infine nel
218 Eliogabalo pretese di dare al suo dio
il primato su tutti gli altri e di farlo riconoscere
come divinità suprema da tutto l'impero;
il suo tentativo allora non doveva avere grande
successo e sarà poi ripreso da Aureliano
sotto altra forma.
Gli
Occidentali solo più tardi conobbero
gli dèi persiani, e il loro culto restò
quasi esclusivamente limitato nel mondo dei
soldati. Pare che già nel 67 a. C.
esistesse a Roma una comunità d'adoratori
di Mitra, ma solo dalla dinastia flavia in
poi il culto del giovane dio solare ebbe sviluppo.
Nel secondo secolo San Giustino s'inquieterà
per le somiglianze che scopre tra il culto
cristiano e certe cerimonie mitriache e accuserà
il demonio d'aver cosi voluto ingannare le
anime semplici. In ogni caso i misteri di
Mitra s'imposero all'attenzione del mondo
romano troppo tardi per poter avere una parte
qualsiasi nella preparazione delle anime al
messaggio cristiano.
Ragione
del successo delle religioni misteriche.
. Ci si è spesso chiesto quali furono
le ragioni del successo che le religioni orientali
ebbero un po' dovunque nell'impero romano.
M. Cumont così le riassume: a Le religioni
orientali che agivano insieme sui sensi, sulla
ragione e su tutta la coscienza, afferravano
tutto quanto l'uomo. In confronto a quelle
del passato, pare avessero riti di maggior
bellezza, più verità nelle dottrine,
un bene superiore nella morale. Il cerimoniale
imponente delle feste, gli uffizi ora pomposi
e sensuali, ora lugubri e trionfanti, seducevano
specialmente la folla dei semplici e degli
umili; la rivelazione progressiva d'un'antica
saggezza, erede dell'antico e lontano Oriente,
attirava gli spiriti colti. Le emozioni provocate
da queste religioni, le consolazioni che offrivano,
attiravano specialmente le donne; i sacerdoti
d'Iside e di Cibele trovavano nelle donne
i loro adepti più ferventi e generosi,
le propagandiste più appassionate,
mentre Mitra raggnippava attorno a sé
quasi esclusivamente gli uomini, imponendo
loro una rude disciplina morale. Infine tutte
le anime erano conquise dalle promesse d'una
purificazione
spirituale e dagli orizzonti infiniti d'una
felicità eterna. Il culto degli dèi
di Roma era un dovere civico; quello degli
orientali era l'espressione d'una fede personale.
Questi sono l'oggetto non d'una adorazione
tradizionale e, in qualche modo, amministrativa
da parte dei cittadini, ma di pensieri, sentimenti,
aspirazioni intime degl'individui. L'antica
devozione municipale era legata a una folla
d'interessi terrestri, che essa appoggiava
e ne veniva appoggiata. Era una forma dello
spirito di famiglia e di patriottismo, e assicurava
la prosperità delle comunità
umane. I misteri orientali, che tendono la
volontà verso uno scopo ideale ed esaltano
lo spirito interiore, sono più incuranti
dell'utilità sociale, ma sanno provocare
quella scossa dell'essere morale che fa scaturire
dalle profondità dell'inconscio emozioni
più forti di qualsiasi ragionamento.
Con un'illuminazione subitanea danno l'intuizione
d'una vita spirituale la cui intensità
fa sembrare insipidi e spregevoli tutti i
beni materiali. È questo vibrante appello
a un'esistenza soprannaturale in questo mondo
e nell'altro chs rende irresistibile la propaganda
dei loro sacerdoti ".
Qui
il Cumont s'esprime più da apologista
che da storico, e i suoi termini superano
di assai la portata delle realtà più
modeste che i fatti ci fanno conoscere. Se
all'avvicinarsi dell'era cristiana l'influsso
delle religioni orientali è incontestabile,
si può parlare sul serio di propaganda
irresistibile? Le minuziose ricerche del Toutain
sembra abbiano dimostrato bene che talvolta
venne esagerato il numero dei loro iniziati,
ed è notevole che gli apologisti cristiani
del secondo e del terzo secolo, alla fede
novella, oppongono sempre il paganesimo greco-romano,
quello di Zeus o di Juppiter, oppure il culto
degli imperatori, più che non i misteri
d'Eleusi o le pratiche del culto d'Iside.
Per San Giustino, Taziano, Origene, il grande
avversario del messaggio cristiano è
l'attaccamento agli dèi dell'Olimpo
e anche la religione dei Cesari. Se i cristiani
morirono, se per tre secoli l'impero vide
in loro dei criminali, non fu per il loro
rifiuto d'inchinarsi alle statue d'Iside,
ma perché non riconoscevano le religioni
ufficiali e, come San Policarpo di Smirne,
non volevano dare il titolo di Signore a Cesare.
Raffronto
e rapporti col cristianesimo. - Però
non è questo il punto più importante.
Innanzitutto si tratta di sapere se di fatto
cristianesimo sia un mistero come tutti gli
altri e se debba il suo carattere proprio
ai misteri orientali. Secondo la descrizione
di R. Will, ogni religione misterica sarebbe
caratterizzata dai seguenti segni : "
Nello sfondo è il mito del dio che
muore e risorge; il mito è chiamato
a diventare realtà viva attraverso
l'unione mistica del dio e dell'uomo. Si crede
che l'unione avvenga sia attraverso l'incarnazione
del dio nell'uomo, sia attraverso l'apoteosi
dell'uomo che acquista la gnosi, l'onnipotenza,
la gioia dionisiaca e la natura divina ".
L'unione si attua mediante un insieme di riti
che costituiscono un dramma e riproducono
il mito religioso. O. Casel in modo più
conciso e più esatto definisce il mistero
come un'azione cultuale che, in un insieme
di riti, rende presente un'economia di salvezza:
compiendo i riti i credenti partecipano a
quest'economia e operano la loro salvezza.
Fermandoci
a queste formule generali, il cristianesimo
è anch'esso una religione di salvezza,
e per partecipare a questa bisogna essere
iniziati, e l'iniziazione comporta una specie
di partecipazione alla morte e alla resurrezione
del Dio. Dunque il cristianesimo non differisce
dai misteri orientali? Bisogna osservare le
cose più da vicino.
Divergenze
profonde. - A prima vista l'essenziale
dei misteri di Dioniso è proprio lo
smembramento d'una vittima vivente, incarnazione
del Dio, del quale gl'iniziati, in preda a
un entusiasmo delirante, mangiano la carne
cruda e palpitante; cosi avevano fatto i Titani
per il fanciullo divino, Zagreus, che era
resuscitato in Dioniso; il Dio moriva ancora
misticamente nella vittima, per risuscitare
e vivere nel mista. A Eleusi l'iniziato partecipa
al terrore di Core rapita dal re degli inferi,
all'angoscia di Demetra che cerca la figlia,
alla sua gioia quando la ritrova: anche qui
si crede che i riti commemorino le sofferenze
e le gioie, la passione e il trionfo delle
dee che conferiscono l'immortalità.
La passione di Attis è come rinnovata
al naturale nella consacrazione dei suoi sacerdoti,
che si mutilano in trasporti orgiastici; è
presente, almeno misticamente nei tauroboli
e nei crioboli, mediante i quali i misti sono
rigenerati, quando ricevono su di sé
il sangue della vittima: cosi si diceva che
morivano con il loro dio per resuscitare per
lui e come lui. Cosi pure, nei misteri d'Iside,
i riti si riferiscono alla morte, alla sepoltura
e alla resurrezione d'Osiride, a cui in qualche
modo partecipano gli iniziati. Infine non
c'è dubbio che i misteri di Mitra erano
conferiti in modo da rappresentare i miti
del dio e che i riti, come i miti, comportavano
una serie di prove e di travagli e fors'anche
la rappresentazione d'una specie di passione
divina nel sacrificio del toro, e terminavano
con un'apoteosi mediante un'ascensione al
cielo. Tuttavia non lasciamoci ingannare dalle
apparenze. Troppo facilmente ci si parla di
dèi che muoiono e risuscitano, mentre
non c'è nulla di tutto dò. Mitra
non muore e quindi non può essere resuscitato:
il toro che gli viene immolato è considerato
sua incarnazione solo per un decreto arbitrario
di alcuni storici contemporanei. Osiride muore
e il suo cadavere viene tagliato a pezzi;
la parte essenziale del mito consiste nella
ricerca fatta da Iside di questi pezzi sanguinanti;
ma dopo che li ha scoperti li seppellisce
e Osiride risuscita cosi poco, che diviene
re degl'inferi. Attis muore solo nelle forme
più recenti della sua leggenda; nella
maggior parte dei racconti sopravvive all'operazione
che lo ha privato della virilità; e
il mito pare fatto per spiegare la castrazione
dei Galli dediti al culto di Cibele. Dioniso
cade sotto i colpi dei Titani, che dopo averlo
ucciso, ne divoravano le membra, ma non resuscita,-
e dall'unione di Zeus e di Semelè nasce
un nuovo Dioniso. Core infine non muore, ma
è solo rapita dal re degl'inferi, dove
sua madre si accontenta di ritrovarla. D'altronde
non c'è difficoltà a spiegare
i riti e i miti ricordando il significato
naturista dei misteri. Sotto forme diverse
ci troviamo sempre di fronte alla vegetazione
che muore nell'inverno per resuscitare in
primavera; o della vita che si trasmette mediante
la generazione. Adone era il demone della
vegetazione, bruciato dai primi calori del
sole ardente; per ciò al principio
dell'estate si seminavano grani che germinavano
tosto, fiorivano per qualche ora per scomparire
ben presto. I grani simbolizzavano il dio.
Tale era la festa d'Adone nel quinto secolo
prima di Cristo, come ce ne parlano Tucidide
e Aristofane. Attis è il genio della
vegetazione primaverile e le sue feste vengono
celebrate al rinnovarsi della primavera, dal
quindici al ventisette marzo; il loro punto
culminante è segnato dalla processione
nella quale viene portato un pino abbattuto
di recente, legato con fasce come un cadavere,
che rappresenta
il dio morto, e col ritorno immaginario del
dio, che si crede risvegliarsi il venticinque
marzo, giorno delle Hilaria. I culti mistici
ad ogni passo hanno cerimonie che ricordano
la generazione, che ben presto degenerano
in scene immorali. Il fondo dei riti, anche
se non è immorale, è esclusivamente
naturista.
Caratteri
del cristianesimo. - Si vorrebbe
far derivare l'adorazione di Gesù da
questi culti, fondati sulla divinizzazione
delle forze naturali. La differenza balza
subito agli occhi. Non bisogna stancarsi di
ripetere che Gesù è un personaggio
storico; e San Paolo, al quale viene attribuita
una parte preponderante nella costituzione
del mistero cristiano, non si stanca di moltiplicare
le allusioni alla vita storica del Signore.
Come si può accostare Cristo ad Attis,
Osiride, Adone, Mitra, Dioniso, che sono semplici
simboli? Cristo non è assolutamente
un personaggio mitico, con una storia inventata
per giustificare i riti; Egli visse realmente
e realmente mori, realmente resuscitò,
e i cristiani lo adorano perché Egli
ha detto di essere il Figlio di Dio.
C'è
di più: l'adorazione di Gesù
è esclusiva: non si può bere
il calice del Signore e quello del demonio;
partecipare alla mensa del Signore e a quella
del demonio. Niente di comune tra Cristo e
Belial. Chi vuole essere cristiano deve cominciare
colla rinuncia a tutti i culti idolatrici
di qualsiasi specie. I misteri pagani non
hanno nulla di quest'esclusivismo, anzi le
anime più religiose del paganesimo
cercano di farsi iniziare al più gran
numero possibile di misteri, per essere sicure
di avere molti protettori. Vezzio Agorio Pretestato
e sua moglie collezionano sacerdoti e iniziazioni;
Petronio Apòllodoro è grande
pontefice, decemviro dei sacrifici, pater
sacrorum di Mitra, iniziato dal tau-robolio
e dal criobolio, e nel 370 dedica un altare
a Cibele e ad Attis; nel 874 Clodio Ermogeniano
Cesario consacra un altare alla Mater deum
magna, e ad Attis Menotiranno, dopo aver ricevuto
il taurobolio e il criobolio; nel 376 Vul-pio
Ignazio Faventino è augure, padre hieroceryx,
archibucolus di Libero, ge-rofante d'Ecate,
sacerdote d'Iside; Rufo Ceraio, del quale
abbiamo una dedicazione del 377, è
anch'egli insignito di numerosi sacerdozi.
Specialmente per la fine del quarto secolo
abbondano i documenti che ci fanno conoscere
la pietà superstiziosa dei pagani,
insieme alle loro cure per assicurarsi la
salvezza iniziandosi a ogni specie di misteri.
Che
valore hanno le iniziazioni? Un testo
del 376 parla di 'un uomo taurobolio criobolioque
in aeternum renatus. Ammiriamo questa formula
che ha un suono cristiano e, in realtà,
in quel tempo era tutt'altro che impossibile,
che i misteri pagani fossero più o
meno trasformati sotto l'influsso del cristianesimo.
I critici parlano volentieri, come se fosse
dimostrato una volta per tutte, che soltanto
il cristianesimo fu permeabile ad ogni sorta
d'influssi esterni. Invece non bisogna dimenticare
che potè e dovette prodursi il fenomeno
inverso. A mano a mano che procedevano le
sue conquiste, la nuova religione contribuì
a modificare i paganesimi tradizionali, a
dare loro una portata morale che prima non
avevano, a ispirare desideri di salvezza spirituale
ai quali prima erano estranei.
Per
sua natura " l'iniziazione pagana dona
meccanicamente l'immortalità, poiché
vale una volta per tutte e ha il senso, né
più né meno, dell'amuleto che
dall'esterno protegge chi lo porta. L'iniziazione
cristiana rinnova tutto l'uomo dall'interno
e non basta averla ricevuta una volta; bisogna
diportarsi conforme a questo dono di Dio,
che è la grazia. Essa insomma è
una vita, una vita spirituale e divina che
s'innesta sull'uomo e lo trasforma. I misteri
pagani non sono né morali né
immorali perché non hanno nulla da
spartire con la morale. Invece San Paolo non
si stanca di dire che la qualità di
cristiano, di figlio di Dio per la grazia,
obbliga a nuove virtù. La differenza
balza agli occhi, ma si fonda su un'opposizione
più nascosta ed essenziale.
L'inizio
pagano non è mosso dall'amore del suo
dio; prima di tutto tende ad essere felice
dopo la sua morte, come gl'immortali; quindi
gli è necessario entrare nel loro corteggio.
La teletè (perfezione) gliene da i
mezzi, lo affranca dalla morte, gli garantisce
le gioie postume, con balli giochi e festini
in un giardino sempre fiorito. Il cristiano
ha solo un intento: unirsi definitivamente
a Cristo, esse cum Christo. L'unione comincia
nella pena di quaggiù e si compie nella
gloria del cielo. Configurato a Cristo sofferente,
a Cristo morto, il cristiano avrà parte
anche a Cristo resuscitato. L'incorporazione
non sarebbe completa se non portasse qui.
Queste
divergenze quanto allo scopo e allo spirito
dei riti sono dovute a una diversità
di natura delle divinità salvatóri.
Bacco e gli dèi d'Oriente, Attis, Adone,
Osiride, possono morire e rinascere, come
muoiono e rinascono ogni anno le erbe dei
campi, ma non sono morti per noi, per liberare
l'anima umana; come salvatori hanno potere
soltanto contro i mali terrestri, o contro
il gioco fatale che viene dagli astri; la
loro azione è d'ordine cosmico e materiale,
e non mirano alla salute morale dell'anima;
come non sono venuti quaggiù per amore
dell'umanità, cosi le loro gesta e
passioni terrestri non si collegano in nessun
modo al nostro destino spirituale " (A.
J. Festugière, Le monde gréco-romain
au temps de Notre-Seigneur, Parigi, 1935,
t. II, p. 182-183).
Tutte
le somigliante tra le due religioni sono materiali.
- Dopo tutto è innegabile che si possono
riscontrare alcune somiglianze materiali tra
il cristianesimo e i misteri pagani. Gli uomini
non hanno abbastanza parole e gesti per poter^
esprimere i pensieri nuovi senza ricorrere
a parole usate o a vecchi riti. Ma si tratta
di sapere che cosa ci sia sotto i vocaboli
e dietro i gesti. Clemente Alessandrino, che
prima di convenirsi al cristianesimo era stato
probabilmente iniziato ai misteri Eleusini,
usa volentieri un vocabolario che ha l'impronta
delle religioni misteriche: specialmente alcuni
capitoli degli Stremata, paiono sconcertanti;
ma non sorge neppure l'idea di porre in dubbio
la profondità della sua fede cristiana.
Sant'Ireneo di Lione, press'a poco suo contemporaneo,
ed Origine suo discepolo s'esprimono diversamente
e bisogna ammettere che con loro ci troviamo
più a nostro agio. Ma Clemente non
cessa d'interessarci e forse esprime meglio
che non si fosse fatto prima certi stati della
vita mistica.
Alle
origini, San Paolo fa lo stesso. Era vissuto
in un modo familiare alle religioni misteriche,
e perché non ne avrebbe tolto qualche
vocabolo? Gesù è il Salvatore
e questo è anche il significato del
suo nome; Attis, Osiride, Mitra lo erano pure.
Ma di che salute si tratta? Non bisogna dimenticare
che in fondo la vera questione è qui.
Ora la salute cristiana è quella dell'anima,
che mediante il battesimo riceve l'adozione
dei figli di Dio e mediante l'Eucarestia si
unisce al Cristo sempre vivente. L'Apostolo
suppone una completa trasformazione del fedele
che, dopo essere stato sepolto con Cristo
nella morte mediante il battesimo, resuscita
con Lui per camminare in una nuova vita. Qui
non si tratta di possedere una parola d'ordine
con cui si potranno superare vittoriosamente
tutti
gli ostacoli disseminati sulla via del viaggiatore,
che ascende per le sfere celesti. Non ha importanza
nemmeno la conoscenza di dottrine straordinarie,
saper spacciare interminabili genealogie di
eoni, conoscere i segreti di questo e dell'altro
mondo, secondo le formule proposte da tutti
gli gnosticismi: al cristiano basta conoscere
la croce di Gesù Cristo. Possiamo essere
grati ai ricercatori che precisano l'origine
di questa o di quella parola usata da San
Paolo, che indicano certi rapporti tra il
suo vocabolario e quello delle religioni miste-riche;
ma non ci sentiamo in diritto d'affermare
con loro che il cristianesimo è soltanto
uno dei tanti misteri; è certamente
un mistero, e San Paolo usa volentieri questa
parola per indicarlo, ma è da notarsi
che l'Apostolo indica con tale termine una
verità che non può essere conosciuta
senza rivelazione divina, e non un insegnamento
esoterico riservato a un piccolo gruppo d'iniziati.
§
6. - Conclusione: Impossibilità di
spiegare umanamente il segreto della Chiesa.
Noi?
pretendiamo di aver esaurito la rivista dei
sistemi proposti dai critici razionalisti
per spiegare le origini cristiane. Affermeremo
piuttosto il contrario, perché ogni
generazione vede nascere e scomparire una
folla di sistemi, che dovrebbero risolvere
il problema della Chiesa nascente e della
sua meravigliosa espansione. Abbiamo successivamente
dimostrato che il cristianesimo non è
l'erede d'una religione del dio Gesù,
che avrebbe avuto adoratori in Palestina fin
dai tempi più remoti o che, a poco
a poco, avrebbe sostituito Iahvè nello
spirito di alcuni Giudei desiderosi di salvezza.
Abbiamo visto che non è l'opera personale
di San Paolo; non è una trasposizione
del pensiero greco; non è il prodotto
d'un sincretismo d'origine orientale; che
non deve nulla dei suoi elementi costitutivi
ed essenziali alle religioni misteriche.
Quante
rovine accumulate su la via che abbiamo percorso!
Quante fragili ipotesi abbiamo dovuto rovesciare!
quanta erudizione sprecata o con risultati
quasi insignificanti! Si rimane stupiti davanti
all'immenso sforzo tentato e continuato dai
critici per spiegare umanamente il segreto
della Chiesa nascente. E intanto il cristianesimo
resta inintelligibile finché si rifiuta
di legarlo al suo vero autore, Nostro Signore
Gesù Cristo. Solo Gesù ha fondato
la Chiesa, della quale è la pietra
angolare e gli apostoli sono la base irremovibile;
Egli solo le ha dato la dottrina di cui essa
vive e che predicò fin dai primi giorni.
Lo Spirito di Gesù non ha cessato di
vegliare sullo sviluppo del cristianesimo,
onde preservarlo da tutti i pericoli che lo
minacciavano, per aiutarlo a crescere nella
fedeltà alla tradizione e nell'allontanare
novità profane. Lo Spirito Santo si
servi certamente di strumenti umani, che chiamò
a collaborare alla sua grande opera; utilizzò
tutte le risorse del tempo e dell'ambiente
in cui doveva crescere la Chiesa. Come non
ammirare in particolare la meravigliosa trasformazione
che di Saulo, il persecutore fariseo, ha fatto
l'apostolo Paolo, il modello incomparabile
del missionario cristiano?
Ma
anche questo è sempre un qualcosa di
meraviglioso; e possiamo stupirci di vedere
che una religione capace d'operare tante conquiste
nel mondo greco-romano del primo secolo, resti
ancor oggi una delle forze più possenti,
quando si tratta d'elevare l'umanità
al di sopra di se stessa? Se la Chiesa non
si spiega umanamente, una sola conclusione
resta possibile: siamo davanti a un segno,
il segno della sapienza e della potenza di
Dio.