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i tentativi di spiegazione

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO III. - I TENTATIVI DI SPIEGAZIONE

I critici razionalisti non hanno indietreggiato davanti al problema, cui essi hanno dato tante soluzioni successive che a noi è impossibile enumerare tutte e tanto più esaminare dettagliatamente. II che sarebbe, almeno in parte lavoro mutile perché molti sistemi cadono per se stessi ed altri sono dimenticati all'indomani del loro apparente trionfo. Noi dobbiamo tuttavia studiarne alcuni.

§ 1. - La preistoria del cristianesimo.

Se nella storia delle origini cristiane c'è un fatto degno di nota, è certamente il culto tributato alla persona di Gesù, che viene adorato come Dio in tutte le Chiese, come attestano evidentemente le lettere di San Paolo. Invano si è tentato di mettere in dubbio l'autenticità di questa o quella lettera, di minimizzare la portata di un determinato testo, di scartare l'interpretazione usuale d'un altro tratto, di cavillare sul senso preciso d'una parola difficile. Non c'è nessuna via per ricusare un insieme cosi imponente. San Paolo insegnò, non ne possiamo dubitare, che Cristo è il Figlio di Dio e che dev'essere adorato come tale.

a) L'obiezione dei critici increduli. - Però Gesù visse una storia umana, la più umile di tutte le storie, e non mancano i testimoni della sua vita.
È proprio quest'uomo, un falegname della Galilea, che fini col farsi arrestare in un trambusto ed essere condannato al supplizio della croce, quello che s'invoca col nome di Figlio di Dio? Piuttosto di ammettere questo, alcuni critici preferiscono ricordare come il rito crea il mito e che la storia umana di Gesù
fu immaginata soltanto per spiegare il culto di cui Gesù era l'oggetto. Si cominciò ad adorare Gesù; poi, in seguito, gli si creò una leggenda. " In Paolo,scrive per esempio P. L. Couchoud, non c'è nessuna allusione a un personaggio storico di nome Gesù. Il Messia Gesù Figlio di Dio è l'eroe d'una apocalisse, ed è l'oggetto d'un'esperienza mistica; è il dio d'un mistero. Né il dio né il mistero sono ancora storicizzati; il cristianesimo nascente non è l'apoteosi in comprensibile d'un uomo, ma un cambiamento nelle cose divine, una crea zione nell'infinito. È una teologia nuova che cambia Dio, e nello stesso tempo è la rinascita del vecchio profetismo ebraico, un'esplosione di visioni, oracoli, delirii sacri, di cui il nuovo essere divino è l'ispiratore " (Le rnystère de Jésus,Parigi, 1924, p. 145-146).


b) Principali forme di quest'ipotesi. - D'altronde, secondo Couchoud, il titolo di Jahvè Salvatore, attribuito a Gesù, non ha nulla di sorprendente in un tempo in cui tutti gli dèi lo ricevevano più o meno come un titolo d'onore. Restano certamente molte questioni, e in particolare possiamo domandare in che momento si sia cominciato a chiamare Jahvè col nome di Salvatore, e per ché alcuni discepoli vi diedero tale importanza da dimenticare in qualche modo il giudaismo ortodosso e perfino da tradirlo. Ma queste sono forse questioni
indiscrete.
È vero che altri sanno rispondervi; a creder loro, Gesù non è affatto il Dio Jahvè, ma una divinità adorata in Palestina, molto prima dell'arrivo degli Ebrei, il dio serpente, che fin dai tempi preistorici non averbbe mai cessato d'essere l'oggetto d'un culto negli ambienti refrattari alla predicazione del jahvismo. Verso l'anno 30 alcuni Galilei, adoratori del dio serpente sarebbero venuti a stabilirsi in Giudea, alcuni a Gerico, gli altri a Gerusalemme; durante la celebrazione dei loro misteri sul Gilgal, videro o credettero di vedere il loro dio. Tide visione è il punto di partenza del cristianesimo. Per qualche anno i fedeli del serpente si sarebbero preparati nel silenzio, assai somiglianti ai rivoluzionari russi che, qua o là lavoravano misteriosamente alla venuta della grande sera. Soprattutto dopo la conversione di Paolo, costoro avrebbero
cominciato ad annunciare pubblicamente la loro dottrina; la loro propaganda sarebbe stata facilitata dal fatto che, nel grande numero delle sinagoghe della Diaspora, erano presenti anche gli adoratori del dio serpente, i quali non avrebbero avuto nessuna difficoltà a credere all'apparizione misteriosa, che era al punto di partenza della propaganda; ed è cosi, passo passo, che la religione del Dio Gesù avrebbe conquistato il mondo.

Non bisogna domandare a Edoardo Dujardin, che espose questo bel sistema in una serie di opere raggruppate sotto il titolo Histoire andenne du dieu Jésus (Parigi, A. Messein), argomenti decisivi e nemmeno tentativi di prova: tutto quanto riposa su combinazioni arbitrarie di testi, o semplicemente su ipotesi. Ecco un esempio. La Bibbia assegna a Mosè quale successore Giosuè, figlio di Nun; Giosuè vuoi dire Salvatore e Nun in aramaico significa pesce o serpente d'acqua (dio babilonese). Perciò Giosuè, figlio di Nun, non è altro che il Serpente Salvatore, la vecchia divinità cananea, diventata un eroe dei secoli passati. L'esistenza dei precristiani nella Diaspora viene provata in modo egualmente convincente: la lettera ai Romani pare indirizzata a uomini che credono in Gesù, ma che ignorano il Vangelo, poiché San Paolo si propone di andarlo ad annunciare loro; dunque i suoi fedeli erano precristiani.'Si dimentica che San Paolo non fu l'unico predicatore della fede e che la Lettera ai Romani spiega molto chiaramente il compito che egli vuole assolvere nella loro comunità.

c) Punti deboli di questi sistemi. - Non è difficile vedere la debolezza dei sistemi che parlano d'una preistoria del cristianesimo, poiché basati sul vuoto, essendo loro impossibile dimostrare l'esistenza reale di sette precristiane che avrebbero elaborato la religione di Gesù. Mettendo assieme testi oscuri, supponendo in determinati punti interpolazioni o lacune nei testi troppo chiari, moltiplicando- le ipotesi gratuite, si possono certamente costruire teorie; però la storia non è un romanzo e ha il diritto di esigere le prove. Supponiamo pure che vi fossero sette precristiane in un angolo sperduto della Galilea, a Damasco, o altrove; resta da spiegare perché la loro propaganda cominciò proprio al tempo in cui i Vangeli pongono la morte e la resurrezione di Gesù. Couchoud e Dujardin attribuiscono un'importanza decisiva alle apparizioni, specialmente a quelle di cui parla San Paolo nella prima Lettera ai Corinti: a chi potrà farsi credere che un movimento cosi importante, come il cristianesimo, abbia avuto il punto di partenza in un'allucinazione collettiva?

Certamente è cosa degna di molta attenzione il fatto che fin dagli inizi Gesù sia stato adorato come un Dio, e soprattutto che ovunque il suo culto si sia conciliato con le esigenze del monoteismo più rigoroso. Certi argomenti utilizzati da Couchoud contro gli storici, che s'accontentano di vedere in Gesù un uomo come gli altri, potrebbero essere utilizzati dall'apologista. Ma non abbiamo il diritto, col pretesto di risolvere questa difficoltà, di credere che la storia umana sia stata inventata di sana pianta, che sia il risultato del lavoro della collettività cristiana; che sia la messa in opera delle profezie dell'Antico Testamento completate con sentenze della saggezza giudaica. Gesù è un personaggio reale, appartenente alla storia e, nello stesso tempo, è il Signore al quale i suoi fedeli rendono un culto d'adorazione, perché in Lui vedono il vero Figlio di Dio.

§ 2. - San Paolo inventore del cristianesimo.

Esposizione della teoria. - Altri critici attribuiscono a San Paolo la creazione del cristianesimo, e notano che la propaganda cristiana diventò veramente conquistatrice solo quando Paolo vi si mise a capo, e aggiungono che la teologia degli Atti degli Apostoli e dei Vangeli sinottici, in confronto di quella delle Lettere, è notevolmente povera. Concludono poi che, in realtà, il cristianesimo è un paolinismo e che soltanto la forte personalità dell'apostolo spiega il successo delle sue missioni.

Restano da spiegare San Paolo stesso e il fatto della sua conversione; ma ci dicono che influssi d'ogni genere contribuirono alla piena formazione della sua personalità. Paolo è un giudeo educato nel culto dell'Antico Testamento, che conosceva meglio di chiunque altro; non si può nemmeno dubitare che non fosse un giudeo ortodosso, della setta dei farisei, come scrive egli stesso, e quindi non abbia per nulla patteggiato con le eresie giudaiche, più o meno definite, che allora cercavano di diffondersi (Esseni, setta della regione di Damasco, Dositei, Battisti, ecc). Nello stesso tempo Paolo è impregnato di cultura ellenica: potè fare i suoi studi nelle celebri scuole di Tarso, conosce i procedimenti della retorica greca, non ignora la' filosofia stoica, cita perfino i poeti classici. A ciò si aggiunga una personalità estremamente ricca, un'intelligenza potente, una sensibilità quasi esagerata, una volontà di ferro in un corpo dalle meschine apparenze. La sua anima inquieta aveva molto sofferto per la rigidità delle osservanze giudaiche, aveva sentito pesare su di sé il fardello dei peccati, delle innumerevoli trasgressioni della Legge. La fede nel Signore Gesù gli diede la liberazione e la pace lungamente cercata.

Ora egli si sente come un uomo nuovo, morto e risuscitato. L'anima del convertito è capace di trovare nelle sue esperienze personali e in ciò che ha sentito raccontare di Gesù, della sua vita e della sua morte, gli elementi della sintesi ch'egli crea. Durante alcuni anni Paolo riflette, prega; ha delle estasi, è rapito al terzo cielo. E un giorno, spinto dallo Spirito del Signore, egli parte. In tutti i suoi viaggi è condotto dallo stesso Spirito, che gli dice ove deve andare e che lo ispira nel suo cammino. Il cristianesimo è ormai fondato, e Paolo ha la gloria d'averlo pensato, poi d'averlo predicato.

Risposta. - Questa la tesi. Bisogna ammettere che alcuni elementi, che essa ha fatto valere in suo favore, sono molto speciosi.

a) La conversione. - In questa teoria la conversione di San Paolo resta senza spiegazione; eppure occupa un posto capitale nel sistema. Non si tratta soltanto di sapere se fu preparata od ebbe radici nella mentalità dell'apostolo o nel suo temperamento fisico; il grande problema posto da questa conversione è se Paolo ha realmente veduto il Cristo, o fu oggetto di un'allucinazione, i razionalisti stanno per l'allucinazione, ma l'esegesi dei testi offre fortissimi argomenti in favore della visione reale. Su questo punto non possiamo fare
nessuna concessione.

b) Propagatore, non fondatore - Per il resto è certo che San Paolo occupa un posto di prim'ordine nella storia del cristianesimo primitivo, di cui fu l'apostolo e il missionario più fervente. Però non si vede come sia possibile considerarlo fondatore. Non fu il primo a predicare il Vangelo; tra la passione di Gesù e la sua conversione passò un certo tempo e tra la conversione e il primo viaggio missionario passano parecchi anni. In tutto questo tempo Gesù era già predicato, e quando Barnaba andò a Tarso a cercare Paolo, ad Antiochia c'erano già numerosi fedeli d'origine pagana. È facile affermare, senza darne le prove, il carattere leggendario dei primi capitoli degli Atti; intanto esistono, e ciò che ci dicono degli inizi della predicazione cristiana, prima a Gerusalemme per bocca e sotto l'autorità degli apostoli, poi altrove, a Cipro, in Siria, per opera di fedeli sconosciuti, ansiosi di annunciare intorno a loro la buona novella, è in tutto assolutamente verosimile. Ora Paolo crede quello che credono gli altri cristiani, subito dopo la sua conversione ha reso testimonianza a Damasco, affermando che Gesù è il Cristo, e Anania con i fratelli non trovò nulla da ridire sulle sue parole. Arrivato ad Antiochia, predicò il Cristo a fianco di Barnaba, e Barnaba non lo accusò di novità. La sua fede è già la fede comune.

c) San Paolo resta unito agli apostoli. - La sua fede d'altronde è autorizzata dai grandi apostoli, dalle colonne della Chiesa di Gerusalemme. Già abbiamo insistito sull'importanza del primo viaggio di San Paolo a Gerusalemme, tre anni dopo la conversione. Perché questo viaggio, se non per vedere Pietro? Per Paolo si tratta di fare un omaggio solenne a colui che è il capo della Chiesa, e di accertarsi che la fede di Pietro è anche la fede di Paolo. La prova è decisiva; quello che crede Paolo è quello che nella città santa credono Pietro, Giacomo e tutti i fratelli. Questi sono tuttavia attaccati alle osservanze giudaiche di cui San Paolo non tarderà a predicare la vanità. Però poco importano le pratiche; la dottrina è ciò che conta, e su questo punto non si esita a proclamare l'accordo.

Giunge il momento di partire in missione: i profeti e i didascali d'Antiochia, avvertiti dallo Spirito Santo, impongono le mani a Paolo e Barnaba in vista dell'opera cui Dio li ha destinati. Ciò che i nuovi apostoli annunciano è innanzitutto la fede che hanno ricevuto. La loro certezza è fermamente fondata sulla parola di Dio: "Quando pure noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia egli anatema. Ve l'ho detto già prima e ancora adesso lo ripeto: se alcuno vi annuncia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia egli anatema " (Gai., 1, 8-9). La fede di Paolo parte dalla visione sulla via di Damasco, da tutte le rivelazioni che la seguirono e confermarono: di qui il carattere unico del suo apostolato. Egli non è l'inviato d'un uomo, ma di Dio stesso; e tuttavia ha piena coscienza di non innovare nulla.

Paolo fondò la Chiesa di Corinto; ma non ne fu l'unico missionario. Vi furono visti giungere Apollo, poi dei sedicenti rappresentanti di Cefa; infine la comunità si trovò agitata da discussioni. Alcuni si facevano forti di Paolo, altri di Cefa, altri di Apollo, altri di Cristo; lo scisma non è ancora consumato, ma è almeno minacciato. Paolo allora ricorda qual'è la vera posizione del problema: che cos'è dunque Paolo? che cosa Apollo? Sono semplicemente servi del Signore, nel quale i fedeli hanno creduto. Paolo ha piantato, Apollo irrigato: Dio fece crescere tutte le opere umane (I Cor., 3, 4-6). Questo significa che Paolo e Apollo sono sostanzialmente d'accordo, e che chi discute su di loro perde tempo.

d) L'Eucarestia. - I Corinti però moltiplicano a piacimento i motivi di discordia. Paolo li deve riprendere perché nella celebrazione dell'Eucarestia introducono abusi. Notiamo prima di tutto che quando Paolo scrive ai Corinti l'Eucarestia è già istituzione organizzata e regolata, che ha certamente funzionato fin dai primi inizi della comunità; è un elemento essenziale,, forse l'essenziale della vita cristiana. Non possiamo neppure credere che l'Eucarestia sia celebrata soltanto a Corinto, anche se le altre Lettere di San Paolo sono mute a questo riguardo; gli stessi Atti ne parlano soltanto con discrezione e s'accontentano di ricordare ogni tanto, a Gerusalemme (At., 2, 46), poi a Troade (At., 20, 11) la frazione del pane. Né gli Atti né le Lettere di San Paolo ci informano sui particolari della vita della Chiesa; ma il loro silenzio non ha nulla che non sia naturale.

D'altronde per l'istruzione dei Corinti l'Apostolo ricorda quello che egli ha appreso riguardo all'Eucarestia: " Io, egli dice, ho appreso dal Signore questo, che a mia volta vi ho trasmesso, che il Signore Gesù, la notte in cui fu tradito, prese del pane e, rese grazie, lo spezzò e disse... n (I Cor., 11, 23-24). Fu posto spesso il problema come San Paolo avesse appreso il racconto dell'ultima Cena. A tutta prima vien da pensare a una rivelazione diretta e immediata; però l'ipotesi non solo non s'impone, ma è assai poco verosimile. Infatti come credere che San Paolo abbia avuto bisogno d'una rivelazione per conoscere un racconto che faceva parte della catechesi elementare e la cui forma stereotipata si trova in tutti i sinottici? Impossibile essere cristiani se non si conosce nulla della Cena e nemmeno se non si sa nulla delle riunioni liturgiche in cui si rinnova. Più degli altri San Paolo ha insistito sull'ordine che ha dato il Signore di ripetere, di rinnovare la Cena; e, se si vuole ad ogni costo vedere nelle sue parole una rivelazione personale, a rigor di termini si può ammettere che sia stata d'un tale ordine. Ma l'insieme del racconto è una tradizione: una tradizione che l'Apostolo trasmise tale e quale ricevette; una tradizione che bisogna conservare senz'alterare o cambiare. Neppur qui si tratta d'una novità. L'apostolo non inventò nulla, quando insegnò ai Corinti a rinnovare l'Eucarestia.

e) La resurrezione del Signore. - Così pure quando parla della resurrezione. Anche qui (I Cor., 15, 3) s'accontentò d'insegnare quello che aveva appreso egli stesso e se ci tiene a ricordarlo ai Corinti, non significa che essi non lo sappiano ancora; al contrario, forse non l'avevano abbastanza presente, e giovò ricordarglielo. Qui Paolo non dice d'aver ricevuto dal Signore questi racconti; perché allora non credere che li abbia sentiti raccontare? Qualsiasi fedele poteva ripeterli; poiché la resurrezione di Gesù era il tema fondamentale della predicazione apostolica. Anche prima della conversione Paolo la conosceva bene, perché ne parlavano tutti, tanto i Giudei che i cristiani. La conversione gli fece soltanto comprendere l'importanza decisiva della resurrezione per la fede cristiana. Quando poi cominciò a predicarla, non ebbe bisogno d'inventare nulla a questo riguardo, ma segui l'esempio dei fratelli e, come essi, fu l'annunciatore della resurrezione.

f) Le lezioni della Lettera ai Romani. - La Lettera ai Romani attesta in altro verso la fedeltà di Paolo all'insegnamento comune. Essa a differenza delle altre è indirizzata a una Chiesa che Paolo non aveva fondata e non conosceva ancora, dove certamente si proponeva d'andare, ma che dopo tutto non era sicuro di poter mai visitare. È credibile che l'Apostolo potesse anche solo pensare di scrivere ai Romani, se non fosse stato sicuro di avere la stessa dottrina che anch'essi avevano appreso? Paolo si rivolge a questa Chiesa sconosciuta, perché è quella della capitale dell'impero e perché irradia ovunque la sua fede. Egli non ha affatto l'intenzione di predicare una nuova fede; anzi, tutto all'opposto. Paolo vuole confermare nella fede i fratelli che già l'hanno ricevuta. Che importa il nome dei primi portatori del Vangelo a Roma? Una sola cosa interessa l'Apostolo: che questa fede sia retta. Ai Romani egli espone certamente il suo punto di vista sul peccato e la grazia, sulla fede e la legge, temi che lo preoccupano mentre scrive, sui quali occorre fare piena luce. Egli espone i temi a suo modo, obbedendo ai moti dello Spirito di Dio. Il suo Vangelo è prima di tutto quello di Gesù Cristo.

g) Le pastorali. - Più di tutte le altre Lettere, le pastorali insisteranno sulla tradizione e sulla necessità morale di trasmettere il deposito ricevuto, e l'insistenza è facilmente comprensibile. Giunto al termine della carriera umana, l'Apostolo getta indietro uno sguardo prolungato e rivede i lavori e le sofferenze per il Cristo. Se c'è un pensiero che lo rassicuri è proprio quello d'aver conservato la fede che aveva ricevuto come un deposito prezioso, di cui non ha perduto nulla; anzi Io ha consegnato intatto a numerosi discepoli. È vicina l'ora di trasmettere la fiaccola, e quelli che la riceveranno dovranno a loro volta fare una sola cosa: essere fedeli e trasmettere il deposito. Di qui le molte raccomandazioni che San Paolo rivolge a Timoteo e a Tito. È pensabile che potesse fare questo con tale autorità se il Vangelo fosse stato opera sua, o anche se avesse insegnato come proveniente dal cielo una dottrina diversa da quella degli altri apostoli?

Conclusione. - Quando si ha la pretesa di vedere in San Paolo il fondatore del cristianesimo, ci si accontenta di sostituire una difficoltà con un'altra più grande. Non si vuole che Gesù abbia fondato la Chiesa, istituito l'Eucarestia, insegnato il valore redentivo della sua morte sulla croce, facendo risalire tutto ciò a San Paolo. Ma San Paolo dove l'ha trovato? Nella sua fantasia? nelle sue estasi? nelle visioni? Non significa supporre nell'Apostolo un genio straordinario, crederlo capace d'aver trasformato la modesta storia d'un povero agitatore messianico in un mistero prodigioso di salute, e più ancora di aver fatto accettare un sistema di sua invenzione a migliaia di uomini sparsi per il mondo? Anche noi crediamo che San Paolo ricevette da Dio grandissimi doni, ma si limitò a usarli per il suo servizio; fu e rimase il servitore e l'apostolo di Gesù Cristo.

§ 3. - Cristianesimo ed ellenismo.

Ponti di confronto: le apoteosi. - II cristianesimo è la religione d'un uomo cui sono tributati onori divini e al quale si da il titolo di Salvatore. Abbiamo qui uno dei caratteri che colpiscono maggiormente; lo notava anche Plinio il Giovane, scrivendo nella sua lettera a Traiano che i cristiani "cantano inni a Cristo come a un dio ". Non sono rintracciabili nell'ellenismo precedenti di quest'apoteosi o deificazione d'un uomo? La prima comunità cristiana coscientemente o incoscientemente non avrà seguito l'esempio del mondo greco-romano quando cominciò a considerare Cristo come un Dio?

I Greci nel loro panteon ammettevano i semidei o eroi, cioè i figli di un mortale e di una divinità. Tra questi, alcuni erano stati assunti all'Olimpo senza passare per la morte, come nel caso di Ganimede; ad altri l'uso di ricette magiche aveva conferito l'immortalità felice; altri infine, che erano morti come uomini semplici, si credeva avessero ricevuto un posto fra gli dèi, senza poter, spiegare come se ne conservassero ancora le ceneri sulla terra.

Ma tutto ciò entrava nel campo della leggenda. Gesù invece è un personaggio storico, e quindi non si poteva pensare di assimilarlo a un eroe. Fortunatamente i Greci conoscevano altre apoteosi, particolarmente dei sovrani, prendendole a prestito dall'Asia e dall'Egitto. In Egitto il faraone era re perché era dio, figlio di Dio e costituito erede da suo padre. Tra i Persiani il re riceveva l'investitura dagli dèi di cui era l'eletto, era partecipe della loro aureola e della loro gloria. I Tolomei e i Seleucidi avevano naturalmente seguito gli usi del paese sul quale regnavano e i sudditi li avevano riconosciuti come dèi. Già prima di loro Alessandro Magno s'era lasciato proclamare figlio d'Artimone, e a Susa si era assiso sul trono del re dei re: era divenuto un dio visibile anche sulla terra, theòs epiphanès, un Salvatore, un benefattore (Evergète). Quando Roma arrivò a dominare il mondo orientale, vi trovò stabilito il culto dei sovrani. Perciò "era naturale che l'imperatore, rappresentante e depositario dell'autorità sovrana, fosse adorato come un dio prima dagli Orientali, poi da tutti i paesi soggetti al suo potere. Il culto d'Augusto si costituì solo a tappe e sul modello del culto di Cesare. " Dopo Farsalo (48), il carro trionfale di Cesare fu posto in Campidoglio, vicino a Giove; nel 46 Cesare è un semidio; l'anno successivo gli viene dedicata una statua nel tempio di Quirino con queste parole: Al Dio invincibile. Ben presto ebbe il suo tempio col nome di Juppiter Ju-lius, e giochi, sacerdoti propri, ebbe i Luperci Julii, il proprio flamine; il mese di luglio prese il suo nome. Tutto questo avvenne prima della sua morte: era stata la prima tappa, il culto dell'eroe vivente, secondo le idee greche e l'esempio delle città ellenistiche. La seconda tappa fu l'apoteosi dell'eroe morto, il suo trasferimento tra gli dèi superiori, in qualità di divus " (A. I. Festu-gière). Augusto a Roma accettò gli stessi onori e da vivo si lasciò divinizzare nelle province. Tra i successori, alcuni come Tiberio, Claudio Vespasiano, non vollero essere adorati da vivi come dèi; altri come Caligola, Nerone, Domiziano, accettarono o anche provocarono l'adorazione dei sudditi. Nessuno più si pose la questione dell'apoteosi postuma perché era ormai pacifico che subito dopo la morte l'imperatore era un dio, qualora non lo fosse già stato prima.

Possiamo spiegarci i sentimenti provocati dal culto imperiale, ad esempio leggendo il testo di certe iscrizioni, come quella emanata dall'assembela dell'Asia proconsolare l'anno 9 della nostra era: " Poiché la Provvidenza, che ha regolato tutto il corso della nostra esistenza e vi mette tanta cura e liberalità, ha colmato la perfezione della nostra vita dandoci Augusto, che ha riempito di eccellenza, in vista della felicità degli uomini, avendolo mandato a noi e ai nostri discendenti come un Salvatore, onde arrestare la guerra e ordinare tutte le cose; poiché Cesare fin dalla sua comparsa compì tutte le speranze che i nostri padri mettevano in lui, non solo superando tutti i benefattori precedenti, ma non lasciando ai successori nessun mezzo per fare di più; poiché infine il giorno della nascita del dio è stato per il mondo il principio della buona novella (evangelion) dovuta a lui, il koinon dell'Asia, su proposta del proconsole P. Fabio Massimo, decide di cominciare l'anno nuovo col giorno anniversario dell'imperatore ".

Quello che si faceva per i sovrani, non si sarà pensato di farlo anche per Gesù? Cosi ci si domanda e, per orientare gli spiriti verso la soluzione affermativa, alcuni critici si fanno forti del fatto che alcuni termini, usati nel vocabolario del culto imperiale, si ritrovano applicati a Gesù nei documenti antichissimi del cristianesimo. Gesù, si dice, è Salvatore, come erano i Tolomei, e anche gli imperatori; è il grande Dio, mègas theòs; ma questo è uno dei titoli dell'imperatore. La sua venuta è una manifestazione, un'epifania, e abbiamo veduto poco fa la stessa parola nell'iscrizione del koinon d'Asia; Egli reca una buona novella, un vangelo, proprio come Augusto; si loda la sua benevolenza e la sua umanità, le virtù dei sovrani divinizzati. Non si può pensare di negare tali somiglianze nel vocabolario. Il linguaggio umano non dispone d'un numero illimitato di parole, e quando occorre esprimere sentimenti di adorazione o di riconoscenza, per farsi comprendere, si è costretti a servirsi di tali termini in uso in un determinato ambiente. Ma al di là delle parole bisogna cercare lo spirito che le anima.

L'originalità invincìbile della religione cristiana. - Ora con quale spirito i cristiani adorano Gesù? Occorre fare prima di tutto il rilievo capitale che il cristianesimo in primo luogo è una religione monoteista. Che cosa importa ai pagani aggiungere un dio di più al loro panteon? Infatti non andavano tanto per il sottile; e quando si trattava di rendere omaggio a un imperatore o a un re, che aveva il potere di diminuire le imposte, di far regnare la tranquillità nel paese, di assicurare la prosperità del commercio, non c'era nessun motivo per esitare. Quando Paolo e Barnaba arrivano a Listri e fanno miracoli, gli abitanti del luogo vogliono sacrificare loro un toro, prendendoli per Zeus ed Ermete (At., 14, 7-17), e non vedono inconvenienti di sorta che gli dèi viaggino sotto forma umana e neppure che aumenti il loro numero; anzi, più dèi ci sono, più c'è probabilità che siano esaudite le nostre preghiere.

Non così tra i cristiani. Per convenirsi a Gesù bisogna cominciare coll'adorare un solo Dio ed è significativo il fatto che San Paolo, parlando ai pagani, non cominci coll'annuncio della divinità di Gesù, ma dell'unità di Dio. A Listri per esempio annuncia il Dio vivo, che ha fatto il cielo e la terra, a Nella prima Lettera egli ricorda ai Tessalonicesi come essi si sono convertiti dagl'idoli al Dio vivo e vero, per servirlo e per attendere dal cielo il Figlio suo (I Tess., 1, 9); ad Atene comincia a predicare il Dio che ha fatto il mondo (Al, 17, 24). Gli Ateniesi sarebbero forse stati d'accordo nel mettere Cristo tra gli dèi sconosciuti, ai quali avevano reso un culto solo generale; ma ciò significava edificare la fede sopra un deprecabile equivoco. Ad Efeso l'Apostolo non oppone Cristo ad Artemide, perché vuole prima estirpare tutta quanta l'idolatria (Al, 19, 26). Gesù è parte essenziale del Vangelo di Paolo, ma prima bisogna conoscere Dio (Gai., 4, 8); a Mileto (At., 20, 21), a Roma, in prigione, Paolo predica il ritorno a Dio, il regno di Dio, in vista del giudizio affidato a Gesù Cristo. Non si può supporre che il suo monoteismo convinto sia stato intaccato per un solo un istante dalla facilità dei pagani nel prendere uomini per dèi: bestemmia abbominevole. Solo Dio è Dio e ha diritto a un culto. I pagani poi non erano portati a Gesù dalla loro inclinazione a moltiplicare gli esseri divini, perché dovevano cominciare a confessarne uno solo " (J. Lagrange).

Non occorre dilungarsi su questo punto; e non giova nemmeno fare un'estesa confutazione d'un'altra forma d'ipotesi. Gesù, dicono altri, non è Dio, ma il Figlio di Dio, e i Greci erano tutti pronti ad ammettere l'esistenza d'un figlio di Dio. La loro teologia è in gran parte una teogonìa che ad ogni momento ci fa vedere la nascita d'un nuovo dio, figlio di questo o quell'immortale; anzi ci mostra Zeus, o qualche altro dio, che s'unisce nascostamente a una donna generando un figlio. Non si può avvicinare a tali racconti la storia della concezione verginale? La vergogna ci fa arrossire se ci fermiamo a tali supposizioni che già aveva fatte Celso, trovando in Origene l'avversario più autorevole. Qui basta notare che i figli di Dio della mitologia nascono interamente dai loro genitori, sono nuovi esseri con individualità propria; invece il Figlio di Dio, com'è predicato da San Paolo, è preesistente, non comincia ad essere, a vivere, ad agire al momento dell'Incarnazione ma è sempre stato: è l'immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione; il primo in tutto, perché tutto è stato creato e sussiste in Lui. Un po' più tardi San Giovanni dirà che egli è il Verbo, a esistente dal principio, per il quale tutto è stato fatto, e nulla di ciò che è fatto lo fu senza di lui ". Se fosse necessario cercare le origini dell'idea di preesistenza, la troveremmo certamente nel giudaismo, ma qui non è il luogo d'insistere al riguardo.

In quanto al ravvicinamento blasfemo della concezione verginale con le storie grossolane degli amori di Zeus e d'una mortale, basta enunciare i termini per giudicare del suo vero valore. Non un giudeo, non un cristiano solo avrebbe acconsentito di adorare un Figlio di Dio .che avesse avuto un'origine impura. Dio è santo, ed ha la sua santità tra gli attributi essenziali e il Figlio suo non può essere che santo. Al punto di partenza dei racconti evangelici sulla nascita di Gesù, all'origine della fede cristiana nel Figlio di Dio, non c'è nulla che provenga dal politeismo greco.

Religione cristiana e filosofia greca. - Se la religione greca non spiega la fede nel Figlio di Dio, non potrebbe la filosofia greca offrirne gli elementi, presentandoci uomini in cui abita lo Spirito divino? Il tipo più noto e anche più rappresentativo di costoro è certamente Sodate, sul quale il Windisch ha recentemente richiamato l'attenzione. Ci sono tre tratti significativi della tradizione su Gesù che si riscontrano nella figura platonica dell'uomo divino: essere generato da Dio, essere l'inviato di Dio, essere onnisciente. Tralasciamo i due ultimi elementi del critico tedesco. Viene da sorridere quando ci parla dell'onniscienza di Socrate, di quel brav'uomo tanto modesto che davanti ai giudici faceva solo professione di non sapere nulla. Si ammetta pure che Socrate si attribuì una specie di missione divina, ma bisogna anche ammettere che la sua missione è diversissima da quella di Gesù. Socrate diceva: Siate buoni, praticate la virtù, conoscete voi stessi. Invece Gesù è l'annunciatore della salvezza, il rivelatore di Dio, e infine presenta se stesso come oggetto della fede; infatti i suoi discepoli devono credere in lui, come nel Padre che lo ha inviato. Dove sono i punti di contatto tra le due missioni?

È vero che questo non è la cosa più importante, poiché, secondo Windisch, Piatone parlava degli uomini in cui s'incarnerebbe il nous o intelletto divino e presenterebbe anche Socrate come uno di questi uomini. Si può ammettere che Piatone parla di uomini buoni per una disposizione divina; ma non andiamo molto lontano, e i testi che si cerca di citare, specialmente un passo delle Leggi, 875 c-d, hanno un'imprecisione desolante. Dovremo dunque credere che gli apologisti cristiani abbiano dovuto rifarsi a simili testi e a paralleli cosi vaghi per predicare ai Greci il Verbo Incarnato? Per quanto ci consta, il primo cristiano che parlò di Socrate fu San Giustino, e lo fece in termini molto lusinghieri, benché abbia creduto dover servirsi del vocabolario della filosofia stoica, per piacere a Marco Aurelio, n Tutto il giusto che i filosofi o i legislatori hanno detto e scoperto, lo attinsero mediante una ragione imperfetta, grazie alla loro penetrazione e riflessione ", e colui che ebbe maggior forza per giungere a questo, Socrate, si attirò le stesse condanne dei cristiani. Tuttavia egli ebbe qualche conoscenza del Cristo, " parzialmente perché Egli (Cristo) era ed è la ragione ovunque presente, ed è Lui che ha predetto l'avvenire... Infatti tutti gli altri, grazie alla semenza del Verbo che era innato in loro, poterono vedere confusamente la verità " (II Apol., 10 e 13). San Giustino, cosi retto e leale, sarebbe stato molto sorpreso se gli avessero detto che con queste formule faceva di Socrate un'incarnazione del nous o del Logos. Per lui non si tratta che della ragione umana, la quale è una specie di partecipazione della ragione divina e un'imitazione nei termini permessi dalla sua natura. L'incarnazione in senso stretto, San Giustino l'apprese da San Paolo e da San Giovanni; e quando egli scrive le sue apologie, la Chiesa cristiana già da un pezzo ha veduto in essa il dogma centrale del suo insegnamento.

Conclusione. - Lasciamo dunque stare i Greci. La Chiesa cristiana attinse gli elementi dei suoi dommi non certo da loro. Tutt'al più potremmo riconoscere che, parlando greco, usò le stesse parole dei pagani, dando però ad esse un nuovo contenuto. Sarebbe ingiusto fermarsi a studiare il vocabolario senza cercare di capire quali nuove realtà le parole vogliano esprimere. Gesù è un Salvatore, come Io erano stati Tolomeo ed Augusto; ma che abisso tra la salvezza portata da Gesù, che è un rinnovamento totale e definitivo dell'anima liberata dal peccato e un ingresso nella vita nuova, e la povera salvezza che i popoli inquieti per i beni di questo mondo attribuiscono per adulazione ai loro effimeri sovrani! Gesù nascendo manifesta la sua bontà e filantropia, come si dice anche degl'imperatori: ma è possibile stabilire un confronto tra l'amore che Gesù dimostrò ai suoi discepoli e continua a dimostrare al mondo, e l'indulgenza orgogliosa d'un principe verso i suoi sudditi? Lo spirito cristiano, comparendo nel mondo, vi porta un nuovo fermento, che farà levare tutta la pasta. In quel tempo lo spirito greco era già esaurito e non aveva più niente da insegnare al mondo: come spiegare con esso la nascita del cristianesimo?

§ 4. - L'Oriente: il mandeismo.

Se la Grecia è incapace di spiegare il mistero cristiano, lo potrà l'Oriente?

Dopo tutto conosciamo molto bene la Grecia. Possiamo leggere le opere dei suoi scrittori, ammirare le opere dei suoi artisti, e per quanto siano numerose le lacune che restano della nostra informazione (è cosi per tutto ciò che con cerne lo studio del passato), siamo in grado d'avere un'idea esatta dell'ellenismo e della sua attività al tempo della prima predicazione cristiana.

a) Lacune d'informazione. - In confronto della Grecia, l'Oriente è un mondo quasi Inesplorato e, bisogna aggiungere, quasi impossibile ad esplorarsi. Ora non pensiamo all'India, anche se talvolta si è sognato d'avvicinare la vita di Gesù alla leggenda di Buddha e di cercare tracce d'infiltrazioni buddiste nella dommatica cristiana. Il paradosso era troppo evidente e, per ora, pare che vi abbiano rinunciato. Ma la Persia? l'Assiro-Babilonia? e, più vicina a noi l'Asia Minore, che fino sotto il dominio romano conserva le lingue e le religioni indigene? Di queste regioni poco sappiamo della loro storia, della vita religiosa e dello spirito che animava i loro abitanti. Non bisogna certamente disperare di giungere, presto o tardi, a saperne di più, ma per ora è saggio essere molto prudenti. Anche quando disponiamo di documenti scritti, siamo lungi dal trovare tutta la chiarezza desiderabile. L’Avesta c'informa sulla religione dei Persiani, il Ginza su quella dei Mandei. Di che epoca sono queste opere? che influsso sentirono i loro redattori? Si comprende come sia già di considerevole importanza anche solo la questione della data e finché non sarà risolta dovremo prendere tutte le precauzioni.

b) Dati storici. - Qui forse giova ricordare che un'esigenza essenziale del metodo storico è di procedere dal noto al meno noto. Come è possibile il problema delle origini cristiane servendosi d'analogie imprecise o servendosi di libri oscuri? Ora ciò che ci è noto in fondo è il cristianesimo. Conosciamo, e non possiamo dubitarne, il tempo e il paese dove apparve; sulla sua storia possediamo libri certamente antichi, e qualcuno, almeno le lettere di San Paolo, sono contemporanei ai fatti che raccontano, o ai quali alludono. Di nessuna religione orientale abbiamo informazioni simili. Bisogna incominciare a riconoscere con piena lealtà.

È vero tuttavia che non ignoriamo totalmente l'Oriente, ed è seducente appoggiarsi su questa o quella somiglianzà per poter capire il mistero cristiano e il successo della sua propaganda. Tempo fa ci fu un vivo interesse per il mandeismo, quasi che in esso si fosse trovata la chiave capace di svelare tutti i segreti. La febbre mandea, oggi è cessata, ma può rinascere; e importa spiegare come potè nascere, tanto più che il mandeismo, dopo tutto, è solo un caso particolare, e che altre religioni orientali potrebbero offrire ai seguaci del metodo comparatista argomenti analoghi.

Il mandeismo era già conosciuto in Europa da molto tempo; infatti nel 1652 il missionario P. Ignazio di Gesù, aveva pubblicato a Roma uno studio su una setta di strani costumi, che aveva trovato nella regione di Bassorah in Mesopotamia e che egli indicò col nome di cristiani di San Giovanni. Nel secolo xk Petermann e Siouffi attirarono nuovamente l'attenzione degl'investigatori sui Mandei. Ma si cominciò ad interessarsi realmente della setta specialmente quando Lidzbarski ebbe studiato e tradotto in tedesco il testo dei vari trattati mandei

c) Gli scritti mandei. - Sono numerosi e vari: il più importante è il Ginza o Tesoro, a cui bisogna aggiungere il Qplasta, raccolta d'inni religiosi da recitarsi nelle cerimonie del culto, e il Libro di Giovanni, che in un'esposizione familiare riprende la dottrina del Ginza. Le tre opere sono compilazioni in versi e in prosa, di epoche diverse. Tempo fa si cercò rendere antichi questi scritti, riportandone la composizione attorno l'era cristiana, ma è dimostrato che in realtà sono molto più recenti di quanto si pensi e non anteriori ai secoli VII-VIII, anche se ciò non significa che la setta non esistesse in epoca anteriore; però diventa difficile, se non impossibile, utilizzare questi scritti per conoscere le credenze primitive.


d) La storia. - Bisognerebbe inoltre intendersi sull'origine dei mandei. Reitzenstein considera i mandei come una setta precristiana abitante la Transgiordania, che professava un mito di salvezza iranico; da tale setta, che nei primi secoli della nostra era avrebbe emigrato in oriente per continuare colà fino ai nostri giorni, sarebbe venuta la predicazione di Giovanni Battista; e il cristianesimo, in quanto si collega a Giovanni, troverebbe le sue origini nel mandeismo. Ora, secondo Reitzenstein, Gesù avrebbe ricevuto da Giovanni la sua prima formazione: anzi, dal punto di vista letterario, gli stessi scritti cristiani dipenderebbero dalle opere dei mandei.
L'ultima conclusione è insostenibile, la prima è poco verisimile. J. Tho-mas, al quale si deve uno degli ultimi studi sulla questione, cosi conclude le sue ricerche: k Secondo il nostro modo di vedere, i Mandei hanno un'origine assai lontana e sono partiti dall'Occidente. Siccome formano una setta battista, si porranno i loro inizi nell'epoca in cui fiorivano i battisti in Transgiordania e nell'Asia anteriore, quindi press'a poco quando nasceva il cristianesimo. Nella prima di queste circostanze un gruppo battista elchesaizzato lasciò la regione palestinese e allontanandosi dal Giordano, si diresse a tappe verso l'Alta Mesopo-tamia e Babilonia, dove alla fine costituì il mandeismo, conosciuto attraverso una letteratura sacra, che risale al settimo ed ottavo secolo... Attribuiamo ai numerosi influssi stranieri subiti dalla setta l'evoluzione progressiva che in fine la rese irriconoscibile: influssi gnostici, cristiani, nestoriani, persiani, babilonesi e anche arabi e forse altri ancora che aggiunsero elementi d'ogni specie al fondo giudaico battista elchesaizzato... Con gli elementi cristiani entrò nel sistema man-deo il personaggio Giovanni, sul quale, nell'epoca musulmana, s'insistette tanto onde presentare ai conquistatori un profeta da essi venerato, ma che effettivamente ebbe un ruolo quasi insignificante, almeno fino all'ultima redazione degli scritti " (J. Thomas, Le mouvement baptiste en Palestine et en Syrie, Gembloux, 1985, p. 266-267).

Si notino quanto queste conclusioni siano modeste e come siano presentate in forma ipotetica. In realtà pare che si discuteranno ancora molti punti del sistema di J. Thomas, ma questo non c'interessa direttamente. Dal punto di vista delle origini cristiane il fatto capitale è l'incertezza assoluta sulle origini del mandeismo e della sua dottrina primitiva. Lo storico ha certamente il diritto di fare delle supposizioni, ma ha il dovere di darcele come tali, e di non presentare in forma affermativa costruzion' campate in aria.

e) La dottrina. - Secondo quello che pare il più antico testo circa la creazione del mondo " il principio supremo è la vita, la grande Vita, l'eone o mana superiore, da cui emanano una seconda vita (Iosamin) è una terza (Abathur); Ptahil, figlio di quest'ultima, è il creatore del mondo visibile; uno dei grandi mana, Manda d Haije, il figlio della Vita di Mana, che nei testi è spesso sostituito da Hibil-Ziwa o da altri, è l'intermediario tra la vita e gli uomini e appare nel mondo non come redentore (il mandeismo non conosce redentori), ma come un rivelatore, inviato divino, salvatore delle anime e psicopompo... La dottrina primitiva è dualista: al mondo superiore, della luce e delle acque chiare, si oppone il mondo delle tenebre e dell'acqua nera; al mana creatore Ptahil, al rivelatore Anos-Uthra e all'opera di salvezza s'oppongono l'infernale Ruha e i suoi discendenti; contro gli Uthra, mandati dall'alto vicino a ogni individuo, si accaniscono gli spiriti malvagi. Tutta la religione consisterà nello sfuggire ai loro attacchi e salire loro malgrado verso la Vita e il regno della Luce " (J. Thomas; o. e, p. 192).

Il principale rito del mandeismo è il battesimo: al principio della sua vita religiosa il mandeo viene battezzato; egli rinnova il suo battesimo ogni domenica, nelle grandi feste e anche in tutte le circostanze importanti della vita; infine, prima della sua morte, riceve un'ultima volta il battesimo con cerimonie speciali. Il battesimo è seguito dalla presentazione d'un nutrimento e d'una bevanda rituale, in cui si vollero vedere analogie con l'Eucarestia cristiana.

Infine aggiungiamo che il mandeo è tenuto a osservare le regole della morale, senza la quale non gioverebbero nulla tutti i battesimi del mondo: " Io ve lo dico, miei eletti, ve lo dichiaro, fedeli miei, fate il digiuno, non quello che consiste nell'astensione dal cibo e dalla bevanda. Sia il vostro un digiuno degli occhi: non guardate e non fate niente di male; un digiuno delle orecchie: non ascoltate alle porte dei vostri vicini; un digiuno della bocca: non fate nessun discorso perverso, evitate la menzogna e la doppiezza; un digiuno del cuore: non trattenete nessun sentimento di odio, di gelosia o di discordia; un digiuno delle mani: non rendetevi colpevoli di nessun assassinio o furto; un digiuno del corpo; non accostatevi a una donna che non sia la vostra; un digiuno delle ginocchia: non adorate Satana, non prosternatevi avanti ai falsi idoli; un digiuno dei piedi: non bramate una cosa che non vi appartiene. Fate dunque questo grande digiuno e non rompetelo per tutto il tempo che resterete in vita" (Ginza, I, 109-118). Pregetti certamente belli, ma non sapremmo in che cosa superiori a quelli della morale naturale.

f) Fonti d'accostamento. - Ma in tutto questo che cosa richiama il cristianesimo? Notiamo quale posto occupano nella cosmologia mandea la luce e la vita, che sono proprio i concetti fondamentali del Vangelo di San Giovanni, il quale mira a dimostrare come il Cristo è insieme luce e vita degli uomini. Ed eccoci quasi alla meta. Dopo tutto, che importa se il mandeismo insegna il dualismo? Con un po' di buona volontà è possibile trovare il dualismo anche in S. Giovanni, perché le tenebre vengono opposte alla luce, già nel prologo del quarto Vangelo, e l'opposizione è confermata anche nelle pagine successive.

Il dualismo viene dall'Iran: non sono forse influssi iranici che hanno agito sui fondatori del mandeismo, proprio come sul Mani, tanto che manicheismo e mandeismo potrebbero avere un'origine comune?

Impossibile fermarsi per una strada cosi bella: le idee iraniche verso il primo secolo della nostra era potevano essere diffuse in Galilea e in Siria, a Cafarnao come ad Antiochia, e quindi potevano essere note a Gesù attraverso i Mandei o altre sette battiste vicine. Non basta. Non solo i libri ermetici, Filone, i primi gnostici cristiani di .lingua greca, ma già prima gli Orfici, i presocratici, Piatone, in breve tutti i pensatori della Grecia si nutrirono delle idee d'un Oriente iranizzato; e sempre queste idee s'eclissavano nella religione dei persiani, sopravvissero sia in Palestina che in Siria e in Grecia, e circondarono l'infanzia e l'adolescenza del cristianesimo, che non cessò di esserne permeato.

Quale giudizio merita la teoria? - Come costruzione è magnificat per edificarla ci vollero prodigi d'erudizione e d'ingegnosità, e non ammireremo mai abbastanza lo sforzo degli studiosi che collaborarono alla costruzione. Disgraziatamente basta un soffio per rovinarla. Nulla di sicuro sappiamo della diffusione delle idee iraniche in Occidente e neppure in Siria e in Palestina: ecco il primo punto. Che tale diffusione fosse possibile, anzi verosimile, nulla da ridire: ma bisognerebbe cominciare a dimostrarlo. E dopo questo, non sarebbe ancora provato che il cristianesimo sia in qualcosa debitore alla Persia o al mandeismo, che si ritiene esprimere le idee venute di là. Le opposizioni vita e morte, luce e tenebre sono troppo naturali, s'impongono troppo per se stesse allo spirito quando si sono scoperti i termini che le esprimono. Ma che cosa vi è di fatto sotto le parole? Quale spirito le anima? Quando si legge il Vangelo di San Giovanni si vede subito apparire al primo piano la divina fisionomia di Gesù, il Verbo fatto carne; tra i Mandei c'è qualcosa capace d'indurre a pensarvi minimamente?

È tempo di concludere e non sappiamo farlo meglio che servendoci delle formule del P. Allo: " Quando l'ipotesi (d'un contatto originale tra San Giovanni e la corrente mandeo-manichea) diventa tesi e le si attribuisce affrettatamente una portata così enorme da trovarvi la spiegazione del cristianesimo, mettendo quasi in seconda linea l'Antico Testamento e le idee originali di Gesù, o anche con Reitzenstein la spiegazione di tutto il misticismo greco, in virtù di non so che paniranismo, non sapremmo vedere altro in siffatta infatuazione che un fenomeno d'epidemia critica, come il panbabilonismo e il panellenismo lo erano stati qualche anno prima. Temo che sia proprio questo il caso in cui la critica messa alle strette debba cercare di salvarsi pescando nel torbido e che il suo affrettato sfruttamento delle scoperte manichee o mandee non sia uno dei più grandi abbagli per cui dovrà, forse fra poco, dire il suo meo, culpa " (P. Allo, Aspects nouveaux du problème joahannique, in Revue Biblique, 1928, p. 218-219).

Scrivendo queste ultime righe il P. Allo forse non pensava di essere così buon profeta; ormai il paniranismo è passato di moda; e per spiegare le origini cristiane bisogna cercare altro.

§ 5. - Le religioni misteriche.

Natura. - Quando cominciò la diffusione del cristianesimo nel mondo greco-romano, fiorivano un po' dappertutto religioni o culti riservati a una speciale categoria di fedeli o iniziati. Sono i misteri. Essi assicurano ai loro iniziati la speciale protezione della divinità, protezione che ordinariamente produce soltanto un benessere terreno, ma che in certi casi può agire anche dopo morte e procurare ai fedeli un benessere che, in certo modo, li fa partecipi della stessa vita del dio. D'altra parte i benefici divini sono legati a riti speciali che basta compiere senza errori; non si parla mai d'un insegnamento teologico, d'una dottrina rivelata, d'una gnosi; tutt'al più l'iniziato riceve una parola d'ordine, con cui potrà entrare nell'altro mondo o trovare accesso ai benefici degli dèi. Infine questi riti, assieme ai conseguenti privilegi, sembra che prima siano stati proprietà esclusiva d'un piccolo numero di individui, talvolta d'una famiglia o d'un clero, e l'iniziazione ha proprio lo scopo di far entrare un estraneo in questa famiglia o in questo clero; di conseguenza richiede il segreto più assoluto.

Estensione. - I misteri s'incontrano ovunque, specialmente nelle città greche dell'Asia Minore, a Efeso, Smirne, Mileto, Panamara nella Caria, Samotracia, Claros e altrove. Questi sono essenzialmente locali, celebrati in onore degli dèi propri della città e non mirarono mai a estendersi territorialmente; tutt'al più venivano invitati i cittadini delle città vicine per festeggiarli. È notevole però che il dio adorato nei misteri, da parte sua, pretenda estendere la propria benevolenza a tutti gli uomini.

Origine. - Altri misteri ebbero una fama mondiale o più propriamente celebrati in ogni luogo. Se per partecipare ai Misteri di Demetra bisogna sempre andare ad Eleusi, ovunque si può partecipare a quelli di Dioniso, d’Iside, di Cibele, d’Attis, di mitra. Soprattutto le religioni orientali prendono al forma di misteri e, verso l’era cristiana, in certo modo invadono l’impero romano.

L'origine di tale invasione pare si debba riportare alla fine del terzo secolo prima della nostra era. Quando, nel 205 a. C, Annibale, vinto ma tuttora minaccioso, si tratteneva sulle montagne del Bruzio, ripetute piogge di pietre spaventarono il popolo romano. I libri sibillini che, secondo l'uso, furono consultati ufficialmente al riguardo, promisero che il nemico sarebbe stato cacciato dall'Italia se la Grande Madre dell'Ida fosse stata condotta a Roma. Grazie all'amicizia del re Attalo di Pergamo, l'acolito nero, presunto seggio della dea frigia, che il re da Pessinunte aveva portato a Pergamo, fu consegnato agli ambasciatori del Senato e nell'aprile del 204 la dea fu solennemente intronizzata sul. Palatino. Per due secoli il suo culto restò confinato nel tempio a lei consacrato, ma dopo il regno di Claudio potè diffondersi liberamente, e da allora a ogni ritorno di primavera Roma vide i Galli, sacerdoti di Cibele, percorrere le strade al suono dei flauti, in preda a una specie di frenesia, flagellandosi, incidendosi le braccia, per onorare la morte di Attis, l'amante della dea.

Riti. - Per entrare nel collegio dei Galli bisognava subire l'evirazione, mutuazione odiosa, che ripugnò sempre al buon senso dei Romani. Era più facile entrare come semplici iniziati ai misteri della dea. Nel terzo e quarto secolo della nostra era sembra che l'elemento essenziale dell'iniziazione fosse il taurobolio cioè il sacrificio d'un toro, il cui sangue calava attraverso una griglia sull'iniziato posto in una buca, credendosi così che l'iniziato, in virtù di questo bagno ripugnante, nascesse per l'eternità a una nuova vita. Però il taurobolio e la sua interpretazione è d'origine assai recente. Secondo Clemente Alessandrino il mista di Cibele pronunciava questa formula: a Io ho mangiato nel timpano, ho letto nel cembalo, ho portato il grande vaso d'argilla, sono disceso nella camera della (dea) ", indubbiamente compiendo nello stesso tempo azioni simboliche che dovevano ricordare gli antichi riti della vegetazione!

Misteri d'Iside. - In Italia e a Roma la grande Madre fu presto seguita da altre divinità orientali. Dal principio del in secolo, e forse ancora alla fine del IV, in Sicilia, Siracusa e Catania avevano ricevuto il culto d'Iside; il Serapaura di Pozzuoli, il porto allora più attivo della Campania, viene ricordato in un decreto municipale del 105 a. C. Sembra che verso la stessa data sia stato fondato un heum a Pompei. A Roma i misteri alessandrini contavano adepti fin dal secondo secolo e le violente misure adottate a più riprese nel primo secolo, per arrestarne lo sviluppo, si rivelarono completamente inefficaci, tanto che alla fine, nel 88 della nostra era, Caligola fece costruire al campo Marzio il grande tempio d'Iside Campense; la devozione a Iside continuò a fare progressi notevoli sotto i Flavi, e Domiziano trasformò il tempio della dea in uno dei monumenti più splendidi di Roma. Da allora Iside e Serapide ebbero il favore di tutte le dinastie imperiali, e i Severi non furono ultimi nel testimoniare il loro rispetto.

Soprattutto Apuleio ci fa conoscere l'iniziazione ai misteri isiaci, benché resti volontariamente oscuro sui punti che interesserebbero di più. Sappiamo almeno che l'iniziazione comportava molti gradi, e che consisteva in una serie di visioni, precedute o seguite da riti magici, che si credeva assimilassero il mista a Osiride, morto e poi resuscitato. Divenuto in certo modo un nuovo Osiride, l'iniziato era sicuro d'avere quaggiù una vita felice e di contemplare Iside nell'altro mondo. D'altronde per questo non c'era affatto bisogno di condurre una vita santa; bastava compiere fedelmente i riti tradizionali e conservare la purezza esteriore voluta dalla dea.

Misteri siriaci e uranici. Mitra. - I culti siriaci seguirono un cammino analogo, e Atargatis fu presto conosciuta e onorata in Roma stessa. Sotto Nerone la dea siriaca col suo compagno, l'Hadad del libano, aveva un tempio sul fianco del Gianicolo, presso una sorgente sacra. Tuttavia non prima del terzo secolo dell'era cristiana questi culti raggiunsero il loro apogeo, e il loro influsso divenne preponderante quando salirono sul trono i Severi, e le principesse intelligenti e ambiziose Giulia Domna, Giulia Mesa e Giulia Mamea si fecero protagoniste della loro religione nazionale. Infine nel 218 Eliogabalo pretese di dare al suo dio il primato su tutti gli altri e di farlo riconoscere come divinità suprema da tutto l'impero; il suo tentativo allora non doveva avere grande successo e sarà poi ripreso da Aureliano sotto altra forma.

Gli Occidentali solo più tardi conobbero gli dèi persiani, e il loro culto restò quasi esclusivamente limitato nel mondo dei soldati. Pare che già nel 67 a. C. esistesse a Roma una comunità d'adoratori di Mitra, ma solo dalla dinastia flavia in poi il culto del giovane dio solare ebbe sviluppo. Nel secondo secolo San Giustino s'inquieterà per le somiglianze che scopre tra il culto cristiano e certe cerimonie mitriache e accuserà il demonio d'aver cosi voluto ingannare le anime semplici. In ogni caso i misteri di Mitra s'imposero all'attenzione del mondo romano troppo tardi per poter avere una parte qualsiasi nella preparazione delle anime al messaggio cristiano.

Ragione del successo delle religioni misteriche. . Ci si è spesso chiesto quali furono le ragioni del successo che le religioni orientali ebbero un po' dovunque nell'impero romano. M. Cumont così le riassume: a Le religioni orientali che agivano insieme sui sensi, sulla ragione e su tutta la coscienza, afferravano tutto quanto l'uomo. In confronto a quelle del passato, pare avessero riti di maggior bellezza, più verità nelle dottrine, un bene superiore nella morale. Il cerimoniale imponente delle feste, gli uffizi ora pomposi e sensuali, ora lugubri e trionfanti, seducevano specialmente la folla dei semplici e degli umili; la rivelazione progressiva d'un'antica saggezza, erede dell'antico e lontano Oriente, attirava gli spiriti colti. Le emozioni provocate da queste religioni, le consolazioni che offrivano, attiravano specialmente le donne; i sacerdoti d'Iside e di Cibele trovavano nelle donne i loro adepti più ferventi e generosi, le propagandiste più appassionate, mentre Mitra raggnippava attorno a sé quasi esclusivamente gli uomini, imponendo loro una rude disciplina morale. Infine tutte le anime erano conquise dalle promesse d'una purificazione spirituale e dagli orizzonti infiniti d'una felicità eterna. Il culto degli dèi di Roma era un dovere civico; quello degli orientali era l'espressione d'una fede personale. Questi sono l'oggetto non d'una adorazione tradizionale e, in qualche modo, amministrativa da parte dei cittadini, ma di pensieri, sentimenti, aspirazioni intime degl'individui. L'antica devozione municipale era legata a una folla d'interessi terrestri, che essa appoggiava e ne veniva appoggiata. Era una forma dello spirito di famiglia e di patriottismo, e assicurava la prosperità delle comunità umane. I misteri orientali, che tendono la volontà verso uno scopo ideale ed esaltano lo spirito interiore, sono più incuranti dell'utilità sociale, ma sanno provocare quella scossa dell'essere morale che fa scaturire dalle profondità dell'inconscio emozioni più forti di qualsiasi ragionamento. Con un'illuminazione subitanea danno l'intuizione d'una vita spirituale la cui intensità fa sembrare insipidi e spregevoli tutti i beni materiali. È questo vibrante appello a un'esistenza soprannaturale in questo mondo e nell'altro chs rende irresistibile la propaganda dei loro sacerdoti ".

Qui il Cumont s'esprime più da apologista che da storico, e i suoi termini superano di assai la portata delle realtà più modeste che i fatti ci fanno conoscere. Se all'avvicinarsi dell'era cristiana l'influsso delle religioni orientali è incontestabile, si può parlare sul serio di propaganda irresistibile? Le minuziose ricerche del Toutain sembra abbiano dimostrato bene che talvolta venne esagerato il numero dei loro iniziati, ed è notevole che gli apologisti cristiani del secondo e del terzo secolo, alla fede novella, oppongono sempre il paganesimo greco-romano, quello di Zeus o di Juppiter, oppure il culto degli imperatori, più che non i misteri d'Eleusi o le pratiche del culto d'Iside. Per San Giustino, Taziano, Origene, il grande avversario del messaggio cristiano è l'attaccamento agli dèi dell'Olimpo e anche la religione dei Cesari. Se i cristiani morirono, se per tre secoli l'impero vide in loro dei criminali, non fu per il loro rifiuto d'inchinarsi alle statue d'Iside, ma perché non riconoscevano le religioni ufficiali e, come San Policarpo di Smirne, non volevano dare il titolo di Signore a Cesare.

Raffronto e rapporti col cristianesimo. - Però non è questo il punto più importante. Innanzitutto si tratta di sapere se di fatto cristianesimo sia un mistero come tutti gli altri e se debba il suo carattere proprio ai misteri orientali. Secondo la descrizione di R. Will, ogni religione misterica sarebbe caratterizzata dai seguenti segni : " Nello sfondo è il mito del dio che muore e risorge; il mito è chiamato a diventare realtà viva attraverso l'unione mistica del dio e dell'uomo. Si crede che l'unione avvenga sia attraverso l'incarnazione del dio nell'uomo, sia attraverso l'apoteosi dell'uomo che acquista la gnosi, l'onnipotenza, la gioia dionisiaca e la natura divina ". L'unione si attua mediante un insieme di riti che costituiscono un dramma e riproducono il mito religioso. O. Casel in modo più conciso e più esatto definisce il mistero come un'azione cultuale che, in un insieme di riti, rende presente un'economia di salvezza: compiendo i riti i credenti partecipano a quest'economia e operano la loro salvezza.

Fermandoci a queste formule generali, il cristianesimo è anch'esso una religione di salvezza, e per partecipare a questa bisogna essere iniziati, e l'iniziazione comporta una specie di partecipazione alla morte e alla resurrezione del Dio. Dunque il cristianesimo non differisce dai misteri orientali? Bisogna osservare le cose più da vicino.

Divergenze profonde. - A prima vista l'essenziale dei misteri di Dioniso è proprio lo smembramento d'una vittima vivente, incarnazione del Dio, del quale gl'iniziati, in preda a un entusiasmo delirante, mangiano la carne cruda e palpitante; cosi avevano fatto i Titani per il fanciullo divino, Zagreus, che era resuscitato in Dioniso; il Dio moriva ancora misticamente nella vittima, per risuscitare e vivere nel mista. A Eleusi l'iniziato partecipa al terrore di Core rapita dal re degli inferi, all'angoscia di Demetra che cerca la figlia, alla sua gioia quando la ritrova: anche qui si crede che i riti commemorino le sofferenze e le gioie, la passione e il trionfo delle dee che conferiscono l'immortalità. La passione di Attis è come rinnovata al naturale nella consacrazione dei suoi sacerdoti, che si mutilano in trasporti orgiastici; è presente, almeno misticamente nei tauroboli e nei crioboli, mediante i quali i misti sono rigenerati, quando ricevono su di sé il sangue della vittima: cosi si diceva che morivano con il loro dio per resuscitare per lui e come lui. Cosi pure, nei misteri d'Iside, i riti si riferiscono alla morte, alla sepoltura e alla resurrezione d'Osiride, a cui in qualche modo partecipano gli iniziati. Infine non c'è dubbio che i misteri di Mitra erano conferiti in modo da rappresentare i miti del dio e che i riti, come i miti, comportavano una serie di prove e di travagli e fors'anche la rappresentazione d'una specie di passione divina nel sacrificio del toro, e terminavano con un'apoteosi mediante un'ascensione al cielo. Tuttavia non lasciamoci ingannare dalle apparenze. Troppo facilmente ci si parla di dèi che muoiono e risuscitano, mentre non c'è nulla di tutto dò. Mitra non muore e quindi non può essere resuscitato: il toro che gli viene immolato è considerato sua incarnazione solo per un decreto arbitrario di alcuni storici contemporanei. Osiride muore e il suo cadavere viene tagliato a pezzi; la parte essenziale del mito consiste nella ricerca fatta da Iside di questi pezzi sanguinanti; ma dopo che li ha scoperti li seppellisce e Osiride risuscita cosi poco, che diviene re degl'inferi. Attis muore solo nelle forme più recenti della sua leggenda; nella maggior parte dei racconti sopravvive all'operazione che lo ha privato della virilità; e il mito pare fatto per spiegare la castrazione dei Galli dediti al culto di Cibele. Dioniso cade sotto i colpi dei Titani, che dopo averlo ucciso, ne divoravano le membra, ma non resuscita,- e dall'unione di Zeus e di Semelè nasce un nuovo Dioniso. Core infine non muore, ma è solo rapita dal re degl'inferi, dove sua madre si accontenta di ritrovarla. D'altronde non c'è difficoltà a spiegare i riti e i miti ricordando il significato naturista dei misteri. Sotto forme diverse ci troviamo sempre di fronte alla vegetazione che muore nell'inverno per resuscitare in primavera; o della vita che si trasmette mediante la generazione. Adone era il demone della vegetazione, bruciato dai primi calori del sole ardente; per ciò al principio dell'estate si seminavano grani che germinavano tosto, fiorivano per qualche ora per scomparire ben presto. I grani simbolizzavano il dio. Tale era la festa d'Adone nel quinto secolo prima di Cristo, come ce ne parlano Tucidide e Aristofane. Attis è il genio della vegetazione primaverile e le sue feste vengono celebrate al rinnovarsi della primavera, dal quindici al ventisette marzo; il loro punto culminante è segnato dalla processione nella quale viene portato un pino abbattuto di recente, legato con fasce come un cadavere, che rappresenta il dio morto, e col ritorno immaginario del dio, che si crede risvegliarsi il venticinque marzo, giorno delle Hilaria. I culti mistici ad ogni passo hanno cerimonie che ricordano la generazione, che ben presto degenerano in scene immorali. Il fondo dei riti, anche se non è immorale, è esclusivamente naturista.

Caratteri del cristianesimo. - Si vorrebbe far derivare l'adorazione di Gesù da questi culti, fondati sulla divinizzazione delle forze naturali. La differenza balza subito agli occhi. Non bisogna stancarsi di ripetere che Gesù è un personaggio storico; e San Paolo, al quale viene attribuita una parte preponderante nella costituzione del mistero cristiano, non si stanca di moltiplicare le allusioni alla vita storica del Signore. Come si può accostare Cristo ad Attis, Osiride, Adone, Mitra, Dioniso, che sono semplici simboli? Cristo non è assolutamente un personaggio mitico, con una storia inventata per giustificare i riti; Egli visse realmente e realmente mori, realmente resuscitò, e i cristiani lo adorano perché Egli ha detto di essere il Figlio di Dio.

C'è di più: l'adorazione di Gesù è esclusiva: non si può bere il calice del Signore e quello del demonio; partecipare alla mensa del Signore e a quella del demonio. Niente di comune tra Cristo e Belial. Chi vuole essere cristiano deve cominciare colla rinuncia a tutti i culti idolatrici di qualsiasi specie. I misteri pagani non hanno nulla di quest'esclusivismo, anzi le anime più religiose del paganesimo cercano di farsi iniziare al più gran numero possibile di misteri, per essere sicure di avere molti protettori. Vezzio Agorio Pretestato e sua moglie collezionano sacerdoti e iniziazioni; Petronio Apòllodoro è grande pontefice, decemviro dei sacrifici, pater sacrorum di Mitra, iniziato dal tau-robolio e dal criobolio, e nel 370 dedica un altare a Cibele e ad Attis; nel 874 Clodio Ermogeniano Cesario consacra un altare alla Mater deum magna, e ad Attis Menotiranno, dopo aver ricevuto il taurobolio e il criobolio; nel 376 Vul-pio Ignazio Faventino è augure, padre hieroceryx, archibucolus di Libero, ge-rofante d'Ecate, sacerdote d'Iside; Rufo Ceraio, del quale abbiamo una dedicazione del 377, è anch'egli insignito di numerosi sacerdozi. Specialmente per la fine del quarto secolo abbondano i documenti che ci fanno conoscere la pietà superstiziosa dei pagani, insieme alle loro cure per assicurarsi la salvezza iniziandosi a ogni specie di misteri.

Che valore hanno le iniziazioni? Un testo del 376 parla di 'un uomo taurobolio criobolioque in aeternum renatus. Ammiriamo questa formula che ha un suono cristiano e, in realtà, in quel tempo era tutt'altro che impossibile, che i misteri pagani fossero più o meno trasformati sotto l'influsso del cristianesimo. I critici parlano volentieri, come se fosse dimostrato una volta per tutte, che soltanto il cristianesimo fu permeabile ad ogni sorta d'influssi esterni. Invece non bisogna dimenticare che potè e dovette prodursi il fenomeno inverso. A mano a mano che procedevano le sue conquiste, la nuova religione contribuì a modificare i paganesimi tradizionali, a dare loro una portata morale che prima non avevano, a ispirare desideri di salvezza spirituale ai quali prima erano estranei.

Per sua natura " l'iniziazione pagana dona meccanicamente l'immortalità, poiché vale una volta per tutte e ha il senso, né più né meno, dell'amuleto che dall'esterno protegge chi lo porta. L'iniziazione cristiana rinnova tutto l'uomo dall'interno e non basta averla ricevuta una volta; bisogna diportarsi conforme a questo dono di Dio, che è la grazia. Essa insomma è una vita, una vita spirituale e divina che s'innesta sull'uomo e lo trasforma. I misteri pagani non sono né morali né immorali perché non hanno nulla da spartire con la morale. Invece San Paolo non si stanca di dire che la qualità di cristiano, di figlio di Dio per la grazia, obbliga a nuove virtù. La differenza balza agli occhi, ma si fonda su un'opposizione più nascosta ed essenziale.

L'inizio pagano non è mosso dall'amore del suo dio; prima di tutto tende ad essere felice dopo la sua morte, come gl'immortali; quindi gli è necessario entrare nel loro corteggio. La teletè (perfezione) gliene da i mezzi, lo affranca dalla morte, gli garantisce le gioie postume, con balli giochi e festini in un giardino sempre fiorito. Il cristiano ha solo un intento: unirsi definitivamente a Cristo, esse cum Christo. L'unione comincia nella pena di quaggiù e si compie nella gloria del cielo. Configurato a Cristo sofferente, a Cristo morto, il cristiano avrà parte anche a Cristo resuscitato. L'incorporazione non sarebbe completa se non portasse qui.

Queste divergenze quanto allo scopo e allo spirito dei riti sono dovute a una diversità di natura delle divinità salvatóri. Bacco e gli dèi d'Oriente, Attis, Adone, Osiride, possono morire e rinascere, come muoiono e rinascono ogni anno le erbe dei campi, ma non sono morti per noi, per liberare l'anima umana; come salvatori hanno potere soltanto contro i mali terrestri, o contro il gioco fatale che viene dagli astri; la loro azione è d'ordine cosmico e materiale, e non mirano alla salute morale dell'anima; come non sono venuti quaggiù per amore dell'umanità, cosi le loro gesta e passioni terrestri non si collegano in nessun modo al nostro destino spirituale " (A. J. Festugière, Le monde gréco-romain au temps de Notre-Seigneur, Parigi, 1935, t. II, p. 182-183).

Tutte le somigliante tra le due religioni sono materiali. - Dopo tutto è innegabile che si possono riscontrare alcune somiglianze materiali tra il cristianesimo e i misteri pagani. Gli uomini non hanno abbastanza parole e gesti per poter^ esprimere i pensieri nuovi senza ricorrere a parole usate o a vecchi riti. Ma si tratta di sapere che cosa ci sia sotto i vocaboli e dietro i gesti. Clemente Alessandrino, che prima di convenirsi al cristianesimo era stato probabilmente iniziato ai misteri Eleusini, usa volentieri un vocabolario che ha l'impronta delle religioni misteriche: specialmente alcuni capitoli degli Stremata, paiono sconcertanti; ma non sorge neppure l'idea di porre in dubbio la profondità della sua fede cristiana. Sant'Ireneo di Lione, press'a poco suo contemporaneo, ed Origine suo discepolo s'esprimono diversamente e bisogna ammettere che con loro ci troviamo più a nostro agio. Ma Clemente non cessa d'interessarci e forse esprime meglio che non si fosse fatto prima certi stati della vita mistica.

Alle origini, San Paolo fa lo stesso. Era vissuto in un modo familiare alle religioni misteriche, e perché non ne avrebbe tolto qualche vocabolo? Gesù è il Salvatore e questo è anche il significato del suo nome; Attis, Osiride, Mitra lo erano pure. Ma di che salute si tratta? Non bisogna dimenticare che in fondo la vera questione è qui. Ora la salute cristiana è quella dell'anima, che mediante il battesimo riceve l'adozione dei figli di Dio e mediante l'Eucarestia si unisce al Cristo sempre vivente. L'Apostolo suppone una completa trasformazione del fedele che, dopo essere stato sepolto con Cristo nella morte mediante il battesimo, resuscita con Lui per camminare in una nuova vita. Qui non si tratta di possedere una parola d'ordine con cui si potranno superare vittoriosamente tutti gli ostacoli disseminati sulla via del viaggiatore, che ascende per le sfere celesti. Non ha importanza nemmeno la conoscenza di dottrine straordinarie, saper spacciare interminabili genealogie di eoni, conoscere i segreti di questo e dell'altro mondo, secondo le formule proposte da tutti gli gnosticismi: al cristiano basta conoscere la croce di Gesù Cristo. Possiamo essere grati ai ricercatori che precisano l'origine di questa o di quella parola usata da San Paolo, che indicano certi rapporti tra il suo vocabolario e quello delle religioni miste-riche; ma non ci sentiamo in diritto d'affermare con loro che il cristianesimo è soltanto uno dei tanti misteri; è certamente un mistero, e San Paolo usa volentieri questa parola per indicarlo, ma è da notarsi che l'Apostolo indica con tale termine una verità che non può essere conosciuta senza rivelazione divina, e non un insegnamento esoterico riservato a un piccolo gruppo d'iniziati.

§ 6. - Conclusione: Impossibilità di spiegare umanamente il segreto della Chiesa.

Noi? pretendiamo di aver esaurito la rivista dei sistemi proposti dai critici razionalisti per spiegare le origini cristiane. Affermeremo piuttosto il contrario, perché ogni generazione vede nascere e scomparire una folla di sistemi, che dovrebbero risolvere il problema della Chiesa nascente e della sua meravigliosa espansione. Abbiamo successivamente dimostrato che il cristianesimo non è l'erede d'una religione del dio Gesù, che avrebbe avuto adoratori in Palestina fin dai tempi più remoti o che, a poco a poco, avrebbe sostituito Iahvè nello spirito di alcuni Giudei desiderosi di salvezza. Abbiamo visto che non è l'opera personale di San Paolo; non è una trasposizione del pensiero greco; non è il prodotto d'un sincretismo d'origine orientale; che non deve nulla dei suoi elementi costitutivi ed essenziali alle religioni misteriche.

Quante rovine accumulate su la via che abbiamo percorso! Quante fragili ipotesi abbiamo dovuto rovesciare! quanta erudizione sprecata o con risultati quasi insignificanti! Si rimane stupiti davanti all'immenso sforzo tentato e continuato dai critici per spiegare umanamente il segreto della Chiesa nascente. E intanto il cristianesimo resta inintelligibile finché si rifiuta di legarlo al suo vero autore, Nostro Signore Gesù Cristo. Solo Gesù ha fondato la Chiesa, della quale è la pietra angolare e gli apostoli sono la base irremovibile; Egli solo le ha dato la dottrina di cui essa vive e che predicò fin dai primi giorni. Lo Spirito di Gesù non ha cessato di vegliare sullo sviluppo del cristianesimo, onde preservarlo da tutti i pericoli che lo minacciavano, per aiutarlo a crescere nella fedeltà alla tradizione e nell'allontanare novità profane. Lo Spirito Santo si servi certamente di strumenti umani, che chiamò a collaborare alla sua grande opera; utilizzò tutte le risorse del tempo e dell'ambiente in cui doveva crescere la Chiesa. Come non ammirare in particolare la meravigliosa trasformazione che di Saulo, il persecutore fariseo, ha fatto l'apostolo Paolo, il modello incomparabile del missionario cristiano?

Ma anche questo è sempre un qualcosa di meraviglioso; e possiamo stupirci di vedere che una religione capace d'operare tante conquiste nel mondo greco-romano del primo secolo, resti ancor oggi una delle forze più possenti, quando si tratta d'elevare l'umanità al di sopra di se stessa? Se la Chiesa non si spiega umanamente, una sola conclusione resta possibile: siamo davanti a un segno, il segno della sapienza e della potenza di Dio.