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introduzione
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection §
1. - L'Interesse di questo studio. Lo
studio delle origini cristiane è tra
quelli che maggiormente devono fermare l'attenzione
dell'apologista. Da
una parte la meravigliosa diffusione nel mondo
romano e oltre i confini dell'impero, offre
in favore del cristianesimo un argomento di
prim'ordine. Quale religione in così
breve tempo e con mezzi umani tanto scarsi
riuscì a imporsi all'attenzione e molto
più a conquistare così grande
numero di fedeli, decisi a dare la vita per
renderle testimonianza? Certo, si deve tener
conto delle circostanze del primo secolo che
favorirono l'espansione cristiana, ma non
bisogna dimenticare gli ostacoli che il Vangelo
dovette vincere. Confrontando le circostanze
favorevoli e gli ostacoli sembra doveroso
concludere che la storia della Chiesa primitiva
è un fatto straordinario ed ha veramente
il valore di un segno divino. D'altra
parte i nemici del cristianesimo studiano
con cura specialissima la stessa storia, per
scoprirvi una spiegazione umana. Si appellano
a tutte le risorse dell'erudizione, e non
scrutano soltanto i documenti d'origine giudaica
o greco-romana, ai quali è naturale
pensare di primo acchito, poiché i
primi predicatori e i primi fedeli della Chiesa,
nata nel mondo giudaico, furono giudei e la
Chiesa si diffuse poi in un mondo impregnato
di cultura ellenica, ma interrogano anche
le fonti orientali. Ed eccoli scrutare ora
l'Egitto, ora l'Assiro-Babilonia, l'Asia Minore,
la Persia, perfino l'India per trovare qui
gli elementi d'una soluzione razionalista
al problema delle origini cristiane; e siccome
il cristianesimo portò agli uomini
la rivelazione del mistero della salvezza,
s'attaccano specialmente allo studio delle
religioni misteriche, che nell'impero romano
ebbero un favore notevole. È
vero che, fin da principio delle loro ricerche,
questi critici urtano contro una difficoltà
considerevole. Il cristianesimo non nacque,
né si sviluppò negli oscuri
tempi della preistoria o nelle misteriose
regioni dei barbari; tut-t'altrol e non conosciamo
nulla meglio della storia dell'impero romano
nel primo secolo della nostra era. Aprendo
i Vangeli o gli Atti degli Apostoli, vi troviamo
personaggi che ci sono familiari da lungo
tempo; Gesù venne al mondo sotto il
regno d'Erode il Grande; fu messo a morte
quando Ponzio Pilato era procuratore della
Giudea ed Erode Antipa governava la Galilea.
San Paolo comparve a Corinto davanti al proconsole
Gallione; dopo l'arresto fu interrogato dai
procuratori Felice e Porzio Festo; Agrippa
e Berenice assistono ambedue a un suo interrogatorio.
A che prò moltiplicare gli esempi? Si
capisce facilmente che questo sfondo è
tale da impacciare chi vuole spiegare il cristianesimo
appellandosi a lontane analogie con le religioni
dei misteri o invocando la potenza creatrice
della comunità. Tali ipotesi si possono
sostenere facilmente quando si tratta d'un
passato leggendario; diventano più
fragili davanti a un fatto incontestabile,
che prima si cerca di minimizzare, poi d'interpretare.
Non stupisce quindi d'assistere a un incrociarsi
di sistemi effimeri, arrischiati, contraddittori,
e che una teoria appena stabilita si veda
soppiantata da nuove supposizioni. Perciò
l'apologista potrebbe essere tentato di disprezzare
i lavori dei critici razionalisti e rifiutare
loro una qualsiasi importanza; ma farebbe
male cedere a singoli tentazioni, perché
questi lavori meritano d'essere conosciuti
e anche studiati da vicino. Non tutto quello
che si trova nelle loro numerose ipotesi,
nelle molteplici conclusioni alle quali essi
pervengono, va deprezzato. Senza accettare
per nulla la teoria della " storia delle
forme ", dobbiamo tuttavia saper apprezzare
l'importanza del fatto sociale nella costituzione
e nella trasmissione di certi racconti. Senza
ammettere che il cristianesimo sia essenzialmente
una religione misterica in tutto eguale alle
altre, possiamo riconoscere che presenta un
aspetto misterico, con cui potè conquidere
un certo numero d'anime. La Provvidenza preparò
le vie della Chiesa servendosi delle circostanze
in cui la Chiesa dovette svilupparsi. Perché
rifiutarci di tenerne conto? Del
resto un apologista deve essere ben ferrato.
Certo, il suo compito essenziale è
quello d'una dimostrazione positiva, di provare
cioè con i fatti che lo sviluppo della
Chiesa cristiana è naturalmente inesplicabile
nelle circostanze in cui è avvenuto.
Ma deve anche essere capace l'apologista di
seguire gli awer-sari sul loro terreno, per
combatterli con le armi scelte da loro. Oggi
lo studio delle origini cristiane è
il campo dove si combattono le battaglie più
aspre, e saremmo gravemente colpevoli disertandolo. §
2. - Alcune note sulle fonti. La
storia della Chiesa nascente ci è nota
grazie a documenti, certamente incompleti
per la nostra curiosità, ma sufficientemente
abbondanti onde permetterci di ritracciare
le grandi linee d'uno sviluppo meraviglioso. a)
Le testimonianze cristiane. -
San Paolo. - Al primo posto conviene
citare le Lettere di San Paolo, di cui si
è già parlato. La loro autenticità,
di alcune almeno, è contestata periodicamente;
ancor oggi alcuni critici pretendono di trovare
nel testo che possediamo alcune tracce della
polemica marcionita. Si tratta solo di giochi
e possiamo affermare, senza tema di smentita,
che nessun libro dell'antichità ci
è pervenuto con garanzie cosi solide
come quelle che ci offrono le Lettere. È
vero che si possono notare differenze nello
stile, nelle espressioni e perfino nell'insegnamento
delle varie Lettere. Quelle della prigionia,
(Efesini, Colossesi, Filemone, Filippesi)
formano un gruppo assai nettamente definito,
come pure le pastorali (prima e seconda a
Timoteo, e a Tito). Ma questo non ha nulla
di sorprendente. San Paolo non pretese mai
esporre in modo sistematico l'intero corpo
della sua dottrina; scrisse le sue lettere
tenendo conto delle circostanze e delle necessità
dei corrispondenti; il suo pensiero, largamente
sviluppato nella Lettera ai Romani, si fa
vivo e pregnante in quella ai Galati e sarebbe
assai inverosimile che uno spirito così
facile all'emozione, come quello dell'Apostolo,
si fosse fissato una volta per sempre in formule
definitive. Un tempo assai lungo trascorse
tra la composizione delle lettere più
antiche e quella delle più recenti,
e in questo spazio, di almeno una dozzina
d'anni, San Paolo potè approfondire
il Vangelo di cui era stato costituito araldo,
e scoprirvi nuove ricchezze. Il
valore incomparabile delle Lettere di San
Paolo è dato dal fatto che sono l'opera
d'un uomo intimamente legato alla vita quotidiana
della Chiesa primitiva. Si è perfino
preteso che il cristianesimo sia stato fondato
da San Paolo, più che da Cristo stesso,
e dovremo dimostrare l'inconsistenza d'una
tale affermazione. Ma è almeno accertato
che San Paolo ebbe un posto speciale tra tutti
gli operai apostolici. Egli stesso fu pienamente
cosciente della grandezza del suo compito
: " Sono essi Ebrei? anch'io; Israeliti?
anch'io; stirpe d'Abramo? anch'io; sono ministri
di Cristo? parlo da insensato: io lo sono
più di loro " (II Cor. 11, 22-23).
te A me, il minimo di tutti i santi, è
stata concessa questa grazia di annunciare
alle genti le incomprensibili ricchezze del
Cristo e far palese davanti a tutti quale
sia l'economia del mistero nascosto, da tutti
i secoli, in Dio creatore d'ogni cosa, affinchè
sia ora manifestata in cielo ai Principati
e alle Potestà per mezzo della Chiesa
la multiforme sapienza di Dio " (Ef.,
3, 8-10). Perciò San Paolo è
un teste unico, e parla non solo di quello
che ha veduto o sentito, ma di quel che ha
fatto, dei Giudei o dei pagani che converti,
delle Chiese fondate, dei consigli o degli
ordini dati, delle istituzioni da lui organizzate.
Possiamo credergli quando parla delle sue
difficoltà o delle sue gioie, quando
biasima, quando incoraggia, esorta, insegna.
Le sue Lettere ci fanno realmente penetrare
nella vita quotidiana delle prime comunità. È
vero che le Lettere di San Paolo si scalano
tra gli anni 52 e 66 circa, e questo significa
che tra l'Ascensione di Cristo e le più
antiche lettere sono passati più di
vent'anni, durante i quali poterono accadere
molti fatti. Non è possibile che in
questo tempo, succeduto alla morte del Salvatore,
il cristianesimo si sia trasformato? Non bisogna
esagerare. I primi semi del Vangelo, per quanto
siano stati fecondi, trovarono non senza difficoltà
il terreno propizio alla germinazione, e potremmo
legittimamente pensare che la dottrina cristiana
non sia uscita tale e quale dalle esperienze
religiose delle prime comunità. Ma
non c'è bisogno di ragionare a priori,
perché qualcosa riguardo agli aventi
anteriori alla redazione delle Lettere paoline
lo conosciamo. Gli
Atti degli Apostoli. - Il libro degli
Atti degli Apostoli (sarebbe più esatto
tradurre: Atti di apostoli) pare sia stato
redatto prima del 64, cioè prima della
comparsa di San Paolo davanti al tribunale
di Cesare. L'autore, San Luca, medico, è
un uomo istruito, informato, capace di fare
la critica dei fatti che racconta, o dei documenti
che utilizza. Da lui sappiamo i primi inizi
della Chiesa, la fondazione della comunità
di Gerusalemme, l'evangelizzazione della Giudea
e della Samaria, le origini della missione
tra i pagani e la conversione del centurione
Cornelio; sempre Luca ci fa conoscere la conversione
di San Paolo, del quale doveva diventare il
compagno e il collaboratore, come pure i lunghi
viaggi dell'Apostolo in Galazia, Frigia, Macedonia,
Grecia e altrove. Certamente Luca non ci racconta
tutto; il suo racconto è incompleto,
e pare anche organizzato in modo da mettere
in rilievo il compimento della profezia di
Gesù: " Sarete miei testimoni
in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria,
e fino ai confini del mondo " (At., 1,
8). Tutto
questo non gl'impedisce di darci notizie di
valore fondamentale, non solo nell'ultima
parte del racconto, opera incontestabilmente
d'un teste oculare, ma anche nei primi capitoli,
nei quali utilizza documenti anteriori ed
anche testimonianze orali, particolarmente
autorevoli. Non stiamo qui a insistere sul
valore storico del libro degli Atti, di cui
non si può ragionevolmente dubitare. I
Sinottici.
- Agli Atti degli Apostoli e alle Lettere
di San Paolo dobbiamo aggiungere gli altri
scritti del Nuovo Testamento. I Vangeli sinottici
non tralasciano dì farci conoscere
in che modo i primi predicatori della Buona
Novella annunciarono la persona e l'insegnamento
di Gesù; conservano l'eco della predicazione
primitiva e ci lasciano scoprire anche i vari
argomenti usati dai missionari relativamente
agli ambienti cui si rivolgono; per i Giudei,
San Matteo fa valere soprattutto l'argomento
delle profezie; per i Romani, San Marco insiste
sulla potenza e sui miracoli del Signore;
per i Greci, San Luca afferma l'universalità
del messaggio cristiano assieme alla bontà
di Dio nostro Salvatore. Il Vangelo è
certamente sempre lo stesso, ma viene adattato
ai bisogni delle anime e, leggendolo, è
possibile scoprire qualcosa della mentalità
di quelli che lo lesserò o sentirono
prima di tutti gli altri. Il
Vangelo dì San Giovanni. - II
Vangelo di San Giovanni è più
tardivo e completa i Sinottici: forse mira
a confutare gli errori che sulla fine del
primo secolo cercavano di diffondersi nelle
Chiese dell'Asia. Altri
scritti. - Non si possono trascurare
le Lettere cattoliche, nonostante la loro
brevità, né l'Apocalisse, malgrado
la sua oscurità, dove possiamo spigolare
indicazioni preziose. Unendo insieme tutti
gl'insegnamenti dei libri neotestamentari,
non abbiamo il diritto di pensare che le origini
cristiane rimangano impenetrabili. I
Padri apostolici.
- Per data e per contenuto gli scritti del
Nuovo Testamento sono le prime opere che si
devono consultare circa la storia delle origini
cristiane. Però non sono le uniche.
Per quanto inferiore alla nostra curiosità,
anche la testimonianza dei Padri apostolici
offre molte luci. Forse bisogna rinunciare
a servirsi della Didaché, se, come
pare sembra probabile, questo libro misterioso
non è anteriore alla seconda metà
del secondo secolo e proietta nel passato
l'ideale vagheggiato dal suo autore. Almeno
la prima lettera ai Corinti di Clemente, le
sette lettere d'Ignazio d'Antiochia, la lettera
dello Pseudo-Barnaba mettono in piena luce
il difficile problema delle origini della
gerarchia, del posto dei vescovi, dell'importanza
dell'Eucarestia, dell'interpretazione cristiana
dei libri dell'Antico Testamento. Siccome
tutti dichiarano la volontà di appoggiarsi
sopra una tradizione, possiamo fidarci di
loro almeno in misura larghissima. Né
si devono trascurare gli scritti degli autori
posteriori. Non rimpiangeremo mai abbastanza
la scomparsa degli Hypomnemata d'Esegippo
e delle Esegesi dei logia del Signore di Papia
di Gerapoli. I frammenti troppo scarsi che
ne restano non ci lasciano che rimpiangere
di più queste due opere. Molte ricchezze
da spigolare troviamo negli apologisti del
secondo secolo e in Gli
apocrifi più antichi, il Vangelo e
l'Apocalisse di Pietro, il Vangelo secondo
gli Ebrei, le Odi di Salomone, le Lettere
degli Apostoli, che possiamo leggere per intero
o nei frammenti rimasti, hanno pure interesse
e utilità. Anche con tutte queste risorse,
la nostra descrizione dei primi tempi cristiani
sarà incompleta, però esatta. b)
Le testimonianze non cristiane. -
Si potrebbe obbiettare e fu obbiettato che
tutti i documenti citati sono l'opera di cristiani,
e che quindi non possono pretendere d'essere
imparziali. Ma sarebbe come dire che un italiano
non è capace di scrivere la storia
dell'Italia, e che in tal materia merita credito
solo uno straniero o addirittura un nemico.
Forse è a rimpiangere che difettino
le testimonianze giudaiche e pagane; e si
capisce la gioia con cui recentemente si accolse
la scoperta d'una lettera dell'imperatore
Claudio agli Alessandrini, lettera che, pare,
attribuisce al cristianesimo nascente la responsabilità
dei turbamenti avvenuti in Egitto; ma questo
documento non ha il senso che gli fu attribuito
da principio. In fondo non ci dobbiamo sorprendere
del silenzio degli scrittori profani sugl'inizi
della predicazione cristiana, che cominciò
a farsi da un vicino all'altro, senza provocare
gravi incidenti. Dopo tutto che cos'erano
l'incarcerazione di due ignoti giudei, come
Pietro e Giovanni, a Gerusalemme, per un discorso
ritenuto sedizioso? Che cos'era magari la
lapidazione di Stefano, specialmente se, come
si pensa, allora in Giudea non era presente
il procuratore? Documenti
romani. - D'altronde conviene non esagerare
questo silenzio, perché si parla del
cristianesimo appena esso si fa conoscere
nel mondo romano. Svetonio informa che Claudio
cacciò da Roma Iudaeos, impulsore Chresto,
assidue tumultuantes; e si è concordi
nel riconoscere nel Chrestus qui nominato
lo stesso Gesù Cristo. Sappiamo cosi
che, verso l'anno 40, Cristo era predicato
a Roma e che era un segno di contraddizione.
Tacito dandoci ampie notizie sulla persecuzione
di Nerone, parla d'un'ingente moltitudine
di cristiani messi a morte, e ricorda proprio
la crocifissione del Salvatore. Così
siamo sicuri che Tacito e Svetonio conobbero
il cristianesimo, e pur non interessandosi
della nuova superstizione, non poterono non
ricordarla all'occasione. Plinio il Giovane,
che vive in Oriente e constata stupito i progressi
della predicazione cristiana, insiste ancor
più; la sua lettera a Traiano ci offre
una testimonianza di valore indiscutibile
per i primi anni del secondo secolo: tardiva
se si vuole, in un tempo in cui sono già
moltiplicate le fonti cristiane, come le lettere
di San Clemente ai Corinti, le lettere di
Sant'Ignazio d'Antiochia, forse la Dottrina
degli apostoli (Didaché) e l'Epistola
di Barnaba. Tutti sono d'accordo nell'ammettere
gl'importanti progressi compiuti dalla Chiesa
intorno all'anno 100, non solo nelle regioni
orientali dell'impero romano, ma anche in
Occidente. Questo non è meno importante. Documenti
giudaici. - Lo storico ebraico Giuseppe
nelle Antichità Giudaiche segnala di
passaggio l'attività e la morte di
Giovanni Battista, poi l'esecuzione di Giacomo,
fratello del Signore. Non aveva altro da dire,
perché nelle sue opere orienta tutto
il suo sforzo per valorizzare i suoi compatriotti
davanti ai Greci e soprattutto ai Romani.
E quindi minimizza la speranza messianica
del suo popolo, speranza che i Romani potevano
vedere solo sotto colore rivoluzionario. Per
questo stesso motivo tace dei cristiani, odiati
e disprezzati dai Romani, onde non li confondano
col suo popolo. L'autenticità del passo
delle Antichità relativo a Gesù
è tuttora discussa e le teorie, arrischiate
da R. Eisler sulle addizioni della versione
slava della Guerra Giudaica, hanno recentemente
fatto versare molto inchiostro. Inutile dilungarsi
su testi per lo meno dubbi e d'interpretazione
discussa. Abbiamo
ricordato brevemente a quali fonti dobbiamo
ricorrere per scrivere la storia delle origini
cristiane. È necessario aggiungere
che non possiamo rigettarle in blocco, come
fanno alcuni critici, e che non possiamo nemmeno
scegliere i dettagli che ci piacciono e, in
nome d'una pretesa legge diverisimiglianza,
rigettare quelli che non piacciono, come fanno
molti altri studiosi. Non sarebbe possibile
una storia di qualsiasi genere, se fosse necessario
cominciare a misurare il valore dei documenti
col metro dei nostri pregiudizi e sistemi.
Non è forse primo dovere dello storico
mettersi col pensiero nell'atmosfera in cui
vissero i narratori di cui legge gli scritti
e forse, più ancora, in quella stessa
che hanno respirato gli uomini o le società
di cui si sforza di comprendere la vita? Per
questo gli è indispensabile una larga
simpatia. Notiamo
ancora che il vero storico è necessariamente
modesto e che, quando ignora qualcosa, ha
il coraggio di dirlo; quando i suoi documenti
non lo informano, ha la lealtà di ammetterlo;
non gli è proibito l'uso legittimo
dell'ipotesi, come al fisico e al chimico,
ma è chiaro che deve riconoscere ad
esse un carattere provvisorio. Tanto meno
ha il diritto di sostituire la storia con
costruzioni foggiate unicamente su teorie
avventate. Abbiamo quasi vergogna di dover
ricordare principi tanto evidenti. Ma quando
leggiamo questa o quell'opera recente sulla
prima generazione cristiana, vediamo quanto
è necessario insistere prima di tutto
sulle regole fondamentali della critica storica.
Ai nostri occhi, il minimo documento vai più
di tutto il resto e non siamo cosi ingenui
da crederci informati sulle origini cristiane
più di quelli stessi che ne furono
i buoni operai.
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