tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Avanti
la fine del primo secolo, il cristianesimo
era già stato predicato in tutto l'impero
romano. Qui non è possibile narrare
i dettagli di quest'espansione, perché
non è nostro compito: lo ha fatto Harnack
non molto tempo fa, con un'opera fra le più
notevoli, La missione e la propagazione del
cristianesimo nei primi tre secoli; e ancora
per molto tempo occorrerà rifarsi a
quest'opera per trovare le informazioni precise
a tale riguardo. Sarà opportuno rilevare
almeno alcuni fra i caratteri essenziali del
cristianesimo alla fine dell'età apostolica.
§
1. - L'universalità del cristianesimo.
La
Chiesa ne ha coscienza. - In primo luogo,
il cristianesimo è da per tutto, e
da per tutto è identico a se stesso.
Ha
il senso profondo della sua universalità,
è cattolico, secondo la parola che
Sant'Ignazio d'Antiochia incorporò
nel suo vocabolario e che ormai servirà
per caratterizzarlo. Lo stesso Sant'Ignazio
dichiara che ci sono vescovi fino ai confini
della terra; San Clemente di Roma prega perché
il Creatore dell'universo conservi intatto
e completo il numero dei suoi eletti nel mondo
intero; l'autore della Didachè esprime
sentimenti simili: a Come questo pane spezzato,
sparso sui colli, è stato raccolto
ed è diventato uno, possa la tua Chiesa
essere raccolta dalle estremità della
terra nel tuo regno... Ricordati, o Signore,
della tua Chiesa, ricordati di liberarla da
ogni male e di farla perfetta nel tuo amore.
Radunala dai quattro venti, santificala nel
tuo regno che tu le hai preparato ".
I
confini dell'impero romano qui non contano,
perché il cristianesimo non ha nulla
da spartire con essi, avendo come campo d'azione
il mondo. Anche prima d'aver terminata la
conquista e quasi prima d'intraprenderla,
sa che deve andare fino ai confini del mondo
abitato.
Come
si propaga la dottrina. - Chi predica
la religione novella? A dire il vero non ne
sappiamo nulla. San Paolo, che porta il Vangelo
a Cipro, in Galazia, in Asia, in Macedonia,
in Acaia, a Roma, forse fino alla Spagna,
è il missionario per eccellenza; è
anche l'unico di cui conosciamo il nome e
le gesta. Più spesso i predicatori
di Cristo sono semplici fedeli, i testimoni
dei miracoli della Pentecoste, tornati ai
loro paesi d'origine; i fratelli di Gerusalemme,
obbligati dai torbidi seguiti alla morte di
Stefano a lasciare la città santa e
a disperdersi nella Giudea e in Samaria e
perfino nella Fenicia, nella Siria o nell'isola
di Cipro. Contemporaneamente, o più
tardi, ci sono commercianti che devono viaggiare
lontano per affari; schiavi trasportati fuori
del loro paese d'origine; soldati legati alla
sorte delle legioni di cui fanno parte; ci
sono pure predicatori volenterosi, profeti
o didascali, designati da un carisma all'insegnamento
e che, sempre sulle grandi vie, annunciano
la buona novella nei loro incontri casuali.
Confronto
con gli altri movimenti religiosi.
- Verso la stessa epoca e in modo analogo
al cristianesimo, si diffusero altri movimenti
religiosi. I soldati fecero conoscere ai loro
compagni d'arme il culto di Mitra, e, quasi
ovunque troviamo accampamenti militari, su
tutte le frontiere dell'impero, troviamo pure
le rovine di un mitreo, o i resti d'un'iscrizione
dovuta a un adoratore di Mitra. I mercanti
di Siria, che percorrevano il mondo per vendere
le loro stoffe, i loro tappeti e gemme d'ogni
specie, predicarono la grande divinità.
I marinai dell'Egitto che conducevano a Roma,
a Cartagine, a Marsiglia il grano d'Alessandria,
propagarono i misteri di Iside. Non bisogna
stupirsi se la
Provvidenza
volle servirsi di mezzi analoghi per annunciare
il cristianesimo al mondo.
D'altronde
sarebbe illegittimo basarsi su analogie transitorie.
Le religioni orientali, qualunque successo
abbiano avuto, non conquistarono mai intere
regioni dell'impero. Di quale religione un
magistrato pagano avrebbe potuto scrivere
ciò che Plinio il Giovane attesta del
cristianesimo?: "La cosa mi è
parsa degna di essere deferita — egli dice
a Traiano — specialmente per il numero di
quelli che sono in pericolo. Infatti molti,
d'ogni età, condizione e sesso, sono
chiamati e lo saranno davanti alla giustizia.
" non soltanto le città, ma anche
le borgate e le campagne sono state invase
dal contagio di questa superstizione ".
Di
nessuna religione un apologista avrebbe potuto
rendere questa testimonianza di Tertulliano:
" Siamo di ieri e già abbiamo
riempito la terra e tutte le cose vostre:
le città, le isole, le fortezze, i
municipi, le borgate, perfino le campagne,
le tribù, le decurie, i palazzi, il
senato: vi abbiamo lasciato soltanto i templi...
Senz'armi e senza ribellioni, separandoci
semplicemente da voi, avremmo potuto combattervi
con un'animosa separazione. Sareste stati
certamente spaventati davanti alla vostra
solitudine, davanti al silenzio del mondo
e davanti alla specie di torpore in cui la
terra sarebbe precipitata come morta "
(Apol. 37 seg.).
Tertulliano
è un retore e non bisogna prendere
le sue affermazioni alla lettera; però
non avrebbe potuto parlare cosi dell'espansione
cristiana se fosse stata insignificante.
§
2. - L'Unità del cristianesimo.
Più
di tutto è notevole che il cristianesimo
sia una dottrina la quale fin da principio
si afferma come un'ortodossia e nulla teme
di più dell'eresia. Certo, serpeggiano
le eresie, e già prima della morte
di San Paolo c'erano divisioni nelle comunità.
Non parliamo dei partiti che si disputano
l'influenza nella Chiesa di Corinto, ma le
lettere della prigionia e più ancora
le pastorali ci fanno conoscere dei mostri
di menzogna, contro cui occorre lottare. Gli
uni raccomandano la pratica d'un ascetismo
esagerato; altri immaginano interminabili
genealogie di angeli; altri predicano il ritorno
alle pratiche del giudaismo. Un solo atteggiamento
bisogna tenere contro gli uni e gli altri:
mantenere la tradizione, conservare il deposito.
Unità
di dottrina e di tradizione. - Da un estremo
all'altro del mondo la dottrina cristiana
è una. I suoi predicatori non sono
uomini estatici o ispirati, ma i testimoni
della tradizione. La Chiesa è certamente
rispettosa dei diritti di Dio; non pretese
mai di estinguere o contristare lo Spirito;
riconobbe la profezia legittima, lasciò
che i carismatici parlassero nelle assemblee;
ma dal tempo degli apostoli, e più
ancora dopo la loro scomparsa, rivendicò
un diritto supremo di controllo sulle manifestazioni
attribuite allo Spirito Santo. La lettera
di San Clemente di Roma è la testimonianza
più caratteristica di questo atteggiamento:
tutto in essa è calmo, misurato, ragionevole;
è tutto ecclesiastico, se cosi si può
dire, e il portavoce autorizzato della Chiesa
romana non ha nulla d'un entusiasta. Sant'Ignazio
d'Antiochia ha tutt'altro andamento; è
molto più personale, molto più
emotivo di San Clemente; specialmente la sua
lettera ai Romani è fatta di slanci
mistici. Però non bisogna lasciarsi
ingannare da tali apparenze: quest'appassionato
è il predicatore più sicuro
dell'episcopato e dell'obbedienza. Quando
si tratta di conservare l'unità di
dottrina, scompaiono le differenze individuali.
Tutti
restano fedeli alla tradizione degli apostoli.
Questi sono appena scomparsi, e San Giovanni
ad Efeso continua ancora la sua lunga carriera
al tempo in cui Clemente scrive ai Corinti.
Si sa appena qualche cosa di sicuro della
loro predicazione, della loro attività,
della loro morte; però la loro autorità
è indiscutibile. " Gli apostoli,
dichiara Clemente, sono stati mandati a noi
dal Nostro Signore Gesù Cristo come
messaggeri della buona novella. Gesù
Cristo è stato inviato da Dio; Cristo
viene dunque da Dio e gli apostoli da Cristo;
queste due cose derivano in bell'ordine dalla
volontà di Dio. Muniti delle istruzioni
di Nostro Signore Gesù Cristo, pienamente
convinti della sua resurrezione e fortificati
dalla parola di Dio, gli apostoli con la sicurezza
dello Spirito Santo andarono ad annunciare
la buona novella e l'avvicinarsi del regno
di Dio. Predicando per le città e le
campagne, nello Spirito Santo, raccolsero
le loro primizie e le istituirono come vescovi
e diaconi dei futuri credenti ". (Clem.,
42, 1-4). I vescovi, scelti dagli apostoli,
ricevettero a loro volta dei successori, conservando
cosi fedelmente la tradizione.
Esempio
di Santignazio. - Sant'Ignazio d'Antiochia
non è meno fedele a mettere in risalto
l'autorità degli apostoli. "Applicatevi,
scrive per esempio ai Magnesii, a fortificarvi
nelle massime del Signore e degli apostoli
". Così ai suoi occhi rii apostoli
hanno un potere che si avvicina a quello di
Cristo stesso. Bisogna obbedire loro e credere
col rispetto che avremmo per lo stesso Maestro.
Qualunque sia la dignità della sua
sede, il vescovo d'Antiochia si considera
soltanto mandatario. Ai Trallesi dichiara:
" Io non sono giunto, perché sono
incatenato, al punto di stimarmi degno di
darvi ordini come un apostolo ". E si
scusa di scrivere ai Romani: " Non vi
dò ordini, come Pietro e Paolo, che
erano apostoli ". Essi avevano un'autorità
privilegiata e incomunicabile, che non cessa
di appartenere alle loro decisioni e ai libri
che scrissero sotto l'ispirazione dello Spirito
Santo.
La
fedeltà alla tradizione apostolica
assicura l'unità della dottrina: "
La carta religiosa del vecchio mondo, scrive
P. Batiffol, se si cercasse di tracciarla
nella misura possibile e come è stata
tracciata per certe regioni, per esempio la
provincia d'Asia, apparirebbe piena di contrasti
profondi. Queste differenziazioni regionali,
cosi sensibili nelle regioni pagane, si notano
fortemente nello gnosticismo dove presto si
distingue quello che è siriaco da ciò
che è alessandrino, ciò che
è asiatico dal romano: lo gnosticismo
è un bell'esempio di sincretismo in
perpetua variazione, che assimila gli elementi
differenti secondo le regioni dove si propaga
e secondo gli uomini che lo insegnano... Invece
il cattolicesimo appariva dotato di prodigiosa
omogeneità; e non è come il
mitraismo, la religione di una classe particolare,
perché si propaga in tutte le classi,
dallo schiavo Onesimo fino al consolare Flavio
Clemente. A dire il vero, la sua clientela
è in maggioranza popolare e illetterata,
fatta di tenuiores e di simpliciores. In una
provincia come la Bitinia, il bello spirito
di Plinio in questi convertiti d'ogni età,
condizione e sesso, non vede altro che una
superstizione
maligna e smisurata. Agli occhi di gente prevenuta
come Plinio doveva essere cosi dappertutto.
Il prodigio è che, penetrando a tale
profondità nell'anima delle folle pagane,
il cristianesimo non si corruppe sincretizzandosi
con tutti gli errori che denuncia, per esempio,
la lettera ai Colossesi o il messaggio alle
sette chiese dell'Apocalisse ".
Il
cattolicesimo conserva la sua fede e la mantiene
da un'estremità all'altra del mondo.
Sant'Ignazio governa la Chiesa d'Antiochia
quando viene arrestato per essere condotto
a Roma. Non sappiamo nulla delle sue origini
e della sua formazione religiosa: nel suo
pensiero e nel suo stile sono stati notati
molti tratti che ricordano l'apostolo San
Giovanni; questo però non significa
che sia stato alla sua scuola, ma dimostra
almeno che lo stile e il pensiero giovanneo
non sono proprietà esclusiva dell'autore
del quarto Vangelo. Dovunque passi, il glorioso
martire viene ricevuto dalle comunità,
e le Chiese per le quali non passa mandano
deputazioni per salutarlo. Non lo conoscono
personalmente ma non importa; sanno che è
un vescovo, un custode dell'ortodossia, un
testimonio di Cristo e questo solo importa.
Nella provincia dell'Asia, ovunque o quasi,
gli eretici sono all'opera e si sforzano per
dividere il corpo del Cristo; Ignazio non
comunica con loro: si riconoscono per le loro
dottrine nuove e per l'indipendenza dalle
autorità costituite. Egli mette in
guardia i suoi fedeli contro i loro errori:
la migliore garanzia di verità è
la sommissione ai vescovi, ai presbiteri e
ai diaconi. Infine quando, arrivato a Smirne,
rivolge un appello alla lontana Chiesa dei
Romani, sa che essa custodisce la stessa fede,
e coltiva le stesse speranze; non dubita che
la sua lettera sia ricevuta dai fratelli e
ha ragione di pensare così. La comunione
degli spiriti e dei cuori è perfetta
tra tutte le Chiese del mondo.
Ignazio
per noi ha soprattutto valore di esempio,
perché non è un caso isolato.
Ciò che rende particolarmente notevole
la forza dell'unità cristiana è
il fatto che, in tutto il periodo delle origini,
quest'unità fu sostenuta solo da istituzioni
in certo modo rudimentali. Il cristianesimo
è dapprima una religione di città;
e in ogni città, come a Corinto, Efeso,
Tessalonica, Roma, c'è una sola Chiesa
che unisce tutti i fedeli. La Chiesa locale
a prima vista può bastare a se stessa:
i fedeli più ricchi le danno le risorse
per assicurarsi la vita materiale e specialmente
quella delle vedove, degli orfani, dei poveri;
ha un locale addetto per le riunioni dei suoi
membri e soprattutto c'è una gerarchia.
Sappiamo che San Paolo lasciava dietro di
sé, nelle comunità che aveva
fondato, dei presbiteri o anziani, incaricati
di vigilare sulla fedeltà, di dirigere,
e all'occorrenza di riprendere; e sappiamo
pure che a fianco dei presbiteri, chiamati
anche episcopi, c'erano (almeno a Filippi)
dei diaconi, incaricati del servizio dei poveri.
Le
lettere pastorali, che parlano abbastanza
a lungo delle qualità richieste nei
candidati al presbiterato e al diaconato,
non dicono tutto quello che vorremmo sulle
funzioni esercitate dagli episcopi e dai diaconi
nelle comunità. Abbiamo ricordato che
i diaconi dovevano essere i ministri della
carità e delle opere buone; ai vescovi,
è verosimile che appartenesse istruire
i fedeli e quelli che si preparavano a diventarlo,
presiedere alle assemblee, celebrare l'Eucarestia.
Finché furono in vita, gli Apostoli
restarono i veri capi delle Chiese; gli stessi
Timoteo e Tito figurano come delegati di San
Paolo a Efeso e a Creta, e la loro missione
consisteva specialmente nel far applicare
le decisioni dell'Apostolo.
L'unità
nella gerarchia e lo sforzo di centralizzazione.
- Quando gli apostoli disparvero, per forza
di cose s'introdussero modifiche nell'organizzazione
della gerarchia. Ormai bisognava che ogni
Chiesa si dirigesse da sola; e cosi il capo
del suo collegio presbiterale prende un'importanza
sempre maggiore. A questi viene riservato
in modo esclusivo il titolo di o episcopo
" che prima tutti i presbiteri possedevano
con lui; ed egli presiede tutti i servizi
della comunità: insegna, battezza,
celebra l'Eucarestia. Dopo di lui, i presbiteri
e i diaconi adempiono a varie funzioni del
ministero, ma sotto la sua autorità
e sorveglianza. L'episcopo succede agli apostoli
in un modo cosi naturale che a stento possiamo
sapere quando e come la successione sia avvenuta.
Sant'Ignazio di Antiochia, al principio del
secondo secolo, è il testimonio dell'episcopato
monarchico: nessuno meglio di lui diede risalto
alla preminenza del vescovo; ma ne parla come
se si trattasse d'un'istituzione antica, normale
e regolata. In realtà com'era possibile
che ad Antiochia non ci fosse un vescovo fin
dai primissimi tempi? Invece la lettera della
Chiesa di Roma a quella di Corinto parla solo
di presbiteri; a prima vista sembra una lettera
collettiva, e ciò potrebbe sconcertare.
Ma la tradizione ci ha conservato il nome
del suo autore, Clemente, e ci fa. sapere
che Clemente è il secondo successore
di San Pietro nella sede romana; quindi per
umiltà o modestia lo scrittore non
si pone in scena e parla a nome di tutti i
suoi fratelli. Cosi l'aspetto delle istituzioni
può modificarsi senza cambiare nulla
del loro spirito. Dalla fine dell'età
apostolica in poi si può dire che la
Chiesa ha tutti i lineamenti che la faranno
riconoscere nei secoli.
Sforzo
di centralizzazione. - Particolarmente
notevole sarà lo sforzo della Chiesa
per meglio assicurarsi la vittoria sulle eresie
e gli scismi. Attorno all'anno 100, l'unità
cattolica s'esprime soprattutto con la carità
reciproca delle Chiese, con le lettere scambievoli
e i viaggi che si moltiplicano. La Chiesa
di Gerusalemme era stata fin dalle origini
l'oggetto delle sollecitudini di tutte le
altre comunità e le Lettere dì
San Paolo attestano ad ogni passo la cura
dell'apostolo per i poveri della città
santa. La stessa carità continua in
seguito e costituisce uno dei più magnifici
legami tra i fratelli dispersi. Cosi i fedeli
di qualsiasi parte sono sicuri d'essere ben
accolti da quelli che condividono la loro
fede. La Didachè invita i credenti
a premunirsi contro i predicatori ambulanti
che potevano abusare della loro carità,
perché non bisogna lasciarsi ingannare;
però da prima devono ricevere i viaggiatori
e per due o tre giorni dare loro il necessario.
Ma
c'è assai di più. Fin dai primi
giorni del cristianesimo San Pietro esercita
sui fratelli un'autorità incontestabile,
che sappiamo venirgli dall'esplicita designazione
del Salvatore. Pietro prende la parola a nome
degli altri apostoli; guarisce lo storpio
della Porta Speciosa; battezza il centurione
Cornelio; San Paolo infine si reca in visita
a Pietro, a Gerusalemme, e gli resiste durante
gl'incidenti d'Antiochia. Pietro è
capo, e alla sua scomparsa i suoi successori
ne ereditano le prerogative. La lettera di
San Clemente ai Corinti è l'epifania
del primato romano e poco importa che sia
stata provocata dai Corinti stessi o che sia
dovuta a un'iniziativa di Roma; il fatto è
che essa pretende di regolare il conflitto
e oppone la più viva preoccupazione
per l'unità cristiana a tutti i tentativi
di scisma o di ribellione. Un po' più
tardi la lettera di Sant'Ignazio ai Romani
testimonia un particolare rispetto per la
loro Chiesa. Perché questo, se non
per il motivo che questa Chiesa presiede alla
carità?
Ed
è notevole che fra i primi inizi della
Chiesa a Gerusalemme, all'indomani della morte
e resurrezione del Signore, e le conquiste
di essa sulla fine dell'età apostolica,
cioè intorno all'anno 100, si possono
cogliere i segni di uno sviluppo innegabile,
ma non si trovano mai segni di rottura, d'innovazione,
di trasformazione. H cristianesimo in questi
sessantanni conserva sempre la sua fisionomia.
§
3. - La Chiesa, realizzazione del Regno di
Dio.
Come
scrisse un buon conoscitore, Mons. Batiffol,
" la vera essenza del cristianesimo,
la sua divina originalità, si manifesta
alla sua nascita dal fatto che esso non fu
una filosofia, né un popolo, ma una
rivelazione e una Chiesa; fu la predicazione
fatta da Gesù Cristo del regno di Dio,
non di un regno apocalittico, ma interiore
e insieme trascendente, regno rivelato e iniziato
da Gesù; fu una fede e una vita: Gesù
era la verità e la vita, e subito apparve
che questa verità era da Dio, e che
in questa via i discepoli avrebbero camminato
non come pecore senza pastore, ma come gregge
che si lascia condurre. I discepoli furono
i chiamati e il gregge formato da essi fu
l’ekklesla, la Chiesa. Tornato Gesù
al Padre suo, ci sarà un pastore a
pascere le pecore e gli agnelli: la Chiesa
sarà fondata su Pietro. Il Vangelo
del regno s'accompagna col Vangelo del gregge.
Alla legge di Dio si sostituiva una comunione
soprannaturale e sociale, emancipata da ogni
idea di razza, la Chiesa visibile e universalista
di Dio ".
Così
la Chiesa non è che l'attuazione del
Vangelo, la realizzazione del pensiero e della
volontà di Cristo; fondata da Lui e
su di Lui, non cessa di vivere nella fedeltà
alla dottrina predicata da Lui e alla tradizione
cui Egli l'ha legata. Nella storia delle sue
origini si trovano evidentemente tempi di
riflessione, specialmente quando si tratta
di ammettere i pagani nella comunità
dei fratelli e di regolare le condizioni dell'ammissione.
Ma Gesù non aveva forse detto che il
Vangelo doveva essere predicato fino ai confini
del mondo e che molti sarebbero venuti dall'oriente
e dall'occidente a prender posto alla mensa
del festino? Non pare che gli apostoli evochino
le parole del Maestro; ma adottano naturalmente
la soluzione che esse avrebbero suggerito:
la Chiesa può essere soltanto cattolica.
Durante questi anni decisivi non si ha il
minimo cambio d'orientamento, perché
gli apostoli continuano Gesù e i vescovi
continuano gli apostoli. Forse più
di tutto il resto, e anche più dello
stupefacente successo della propagazione del
Cristianesimo, il suo sviluppo interiore e
organico è tale da sorprendere gli
spiriti. E tuttavia è un fatto. Come
spiegarlo?