tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
§
1. - Prime predicazioni.
Gli
Atti degli Apostoli fanno risalire il principio
della predicazione cristiana al giorno di
Pentecoste, quando circa centoventi persone
erano riunite nella camera alta di una casa
in attesa dello Spirito Santo, promesso dal
Signore Gesù. Questi fedeli sono il
nocciolo della Chiesa nascente. Sono riuniti
attorno a Maria, la Madre di Gesù,
e ai Dodici che hanno da poco completato il
loro numero con l'elezione di Mattia, designato
dalla sorte per sostituire Giuda il traditore.
D'ora in poi non troviamo più alcuna
menzione di Maria; ma i Dodici nei primi anni
del cristianesimo continueranno a svolgere
un compito di primaria importanza. Sono infatti
i testimoni che vissero col Signore Gesù,
" cominciando dal battesimo di Giovanni
fino al giorno che è stato tolto di
mezzo a noi " (At. 1, 22); e soprattutto
sono i testimoni della sua resurrezione. Sono
anche gli eletti da Cristo per continuare
la sua opera, e anche Mattia fu oggetto d'una
scelta divina. Perciò la loro autorità
non deriva da loro stessi, ma da Colui che
volle fare di essi i compagni della sua vita
e gli eredi del suo pensiero.
Sono
continuazione dell'insegnamento di Gesù
Cristo. - È importante sottolineare
la continuità che unisce l'opera degli
apostoli a quella di Gesù. Prima di
salire al cielo il Maestro aveva detto ai
suoi: "Voi mi sarete testimoni "
(At., 1, 8). Gli apostoli non pretesero affatto
di cominciare qualcosa di nuovo; ma continuarono
un compito, mantennero una tradizione, conservarono
un deposito; si riattaccano a Gesù
di Nazareth, n che voi (Giudei) avete tradito
e rinnegato davanti a Pilato, mentre lui aveva
deciso di metterlo in libertà.
Ma voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste
che vi fosse graziato un omicida; voi uccideste
l'autore della vita; ma Dio l'ha resuscitato
dai morti, e noi ne siamo i testimoni "
(At, 8, 13-15). Il nome di Pilato non è
messo qui a caso e dobbiamo notarlo, perché
a suo modo garantisce il valore storico della
testimonianza resa a Gesù, che non
è un essere mistico, un dio preistorico,
che conservò nel corso dei tempi un
certo numero d'adepti, e del quale gli apostoli
sono i discepoli fedeli; è l'uomo col
quale gli apostoli dopo la sua resurrezione
hanno mangiato e bevuto (At, 10, 41); l'uomo
che Pilato fece ingiustamente mettere a morte.
D'altronde il nome di Pilato ricorreva spesso
nelle prime catechesi cristiane e in qualche
modo è il garante della storia umana
di Gesù.
Loro
successo. - Il libro degli Atti ci
rivela il successo dei primi discorsi di San
Pietro: il giorno di Pentecoste la parola
dell'apostolo convertì tremila persone
(At, 2, 41), e circa due mila si aggiunsero
a questi dopo la guarigione dello storpio
della Porta Speciosa (At, 4, 4). Ci stupiamo
di queste cifre, che sono realmente considerevoli.
Alcuni critici si sono sforzati di diminuirle,
riducendo da cinquemila a cinquecento il numero
totale dei credenti che sarebbero indicati
da San Luca. Altri finsero di non darvi alcuna
importanza e si accontentarono di rigettarle.
Noi non abbiamo nessun motivo per non ammetterle
tali e quali sono. Tutt'al più potremmo
chiederci se questi primi credenti perseverarono
tutti, e se, caduto l'entusiasmo dei primi
giorni, rimasero fedeli. A questi problemi
saremmo anche tentati di rispondere forse
negativamente: quando un po' più oltre
si parla della comunità di Gerusalemme
si ha l'impressione che possa riunirsi in
una vasta sala per la preghiera (cfr. At,
4, 31), E che supporrebbe un numero alquanto
modesto di credenti. D'altronde sappiamo che
tra i convcrtiti della Pentecoste c'era pure
un certo numero di stranieri (At, 2, 8-11),
i quali pare non abbiano tardato a tornare
nel loro paese d'origine, fatto di cui bisogna
tener conto per valutare la densità
della prima comunità cristiana.
Rallentamento.
- Per un certo tempo, difficile a
valutare, sembra che la propaganda degli apostoli
sia stata assai modesta, poiché non
conosciamo nessun atto all'infuori dei due
discorsi di San Pietro, ora ricordati, e che
produssero effetti cosi meravigliosi. D'altronde
è verosimile che i primi predicatori
dovessero usare una certa prudenza. I nemici
di Gesù non avevano disarmato ed erano
pronti a infierire contro ogni tentativo di
disordine. Infatti, dopo la guarigione dello
storpio alla Porta Speciosa, i sacerdoti,
il magistrato del tempio e i sadducei, crucciati
che istruissero il popolo e annunciassero
in Gesù la resurrezione da morte, misero
loro le mani addosso e li gettarono in prigione
" (At, 4, 1-8). La stessa cosa si ripetè
un po' più tardi (At, 8, 1-2), e se
gli apostoli non dovettero subire conseguenze
troppo penose, fu perché trovati immuni
da ogni crimine legale, per la saggezza di
Gamaliele, uno dei membri più influenti
del sinedrio e indubbiamente anche per il
timore delle autorità romane, che non
erano sempre disposte a dimostrare la debolezza,
di cui avevan dato prova nel momento del processo
di Gesù.
Le
persecuzioni e la diffusione del cristianesimo.
- In ogni modo é sempre notevole
che il cristianesimo, prima di lanciarsi alla
conquista del mondo, si sia prima di tutto
sforzato d'impiantarsi profondamente a Gerusalemme.
Qui specialmente vorremmo avere alcune precisazioni
cronologiche. Gli Atti pongono gli inizi dell'evangelizzazione
fuori della città santa in rapporto
con i turbamenti avvenuti dopo la morte di
Santo Stefano, i quali obbligarono molti fedeli
a lasciare Gerusalemme (Al, 8, 4). Ma sulla
data di questa morte non sappiamo nulla di
preciso. Si suppose, non senza qualche verisimiglianza,
che i giudei non avrebbero potuto ordinare
l'esecuzione del diacono quando era sul posto
il procuratore romano, e s'è creduto
di trovare l'occasione favorevole a queste
scene tumultuose nell'intervallo che separa
la partenza di Pilato e l'arrivo del suo successore
(verso il 85). L'ipotesi è plausibile,
ma s'impone tanto meno quanto pare che il
martirio di Stefano sia stato l'effetto d'una
passeggera sovreccitazione delle passioni
popolari, e non è escluso che sia avvenuta
poco dopo la resurrezione del Signore.
§2.-
La vita dei primi cristiani.
Pratiche
giudaiche e pratiche cristiane. -
Ciò che sappiamo della vita dei primi
cristiani di Gerusalemme si riduce a poco.
Erano tutti d'origine ebraica, e dopo il battesimo
restavano fedeli alle pratiche della legge
mosaica. Infatti li vediamo associarsi ai
loro fratelli per gli esercizi quotidiani
della preghiera al tempio, osservare i digiuni
prescritti, tener conto delle impurità
legali. Una cosa soprattutto li distingue
dai Giudei: la fede in Gesù, che si
esprime particolarmente nella formula usata
da San Pietro fin dal giorno della Pentecoste:
" Tutta la casa d'Israele sappia dunque
con certezza che Dio ha costituito Signore
e Cristo questo Gesù, che voi avete
crocefìsso " (At., 2, 36). Non
c'è dubbio: colui che ha i suoi testimoni
e predicatori negli apostoli è lo stesso
che i sinedriti han condotto al supplizio
: " II Dio dei nostri padri ha resuscitato
quel Gesù che voi uccideste appendendolo
a un legno. E Iddio lo esaltò colla
sua destra, quale principe e salvatore per
dare a Israele penitenza e remissione dei
peccati " (At., 5, 30-31). Si comprende
facilmente che l'insistenza degli apostoli
nel richiamare i ricordi della Passione, non
erano tali da disporre le autorità
giudaiche in loro favore.
Benché
praticassero la vita giudaica, i cristiani
facevano tuttavia riunioni in cui si ritrovavano
per pregare; e gli Atti ci conservano una
loro preghiera: " Signore, tu che hai
creato il cielo e la terra, il mare e tutto
quanto è in essi, tu che per bocca
del tuo servo Davide hai detto: Perché
fremettero le genti e i popoli han macchinato
vani disegni? Si fecero innanzi i re della
terra e i principi si adunarono insieme contro
il Signore e contro il suo Cristo. Infatti
in questa città, contro il tuo santo
Servo Gesù, da te unto, si sono collegati
Erode e Ponzio Pilato con i Gentili e con
i popoli d'Israele, per fare quello che la
tua mano e il tuo consiglio preordinò
che si facesse. E ora o Signore, guarda le
loro minacce e concedi ai tuoi servi d'annunciare
con tutta franchezza la tua parola, stendendo
la tua mano a risanare e operare segni e miracoli
per virtù del tuo santo Servo Gesù
" (At., 4, 24-30).
Questa
bellissima preghiera respira la calma più
profonda e non lascia l'impressione di essere
stata pronunciata da gente che viveva nella
costante e angosciosa attesa della fine del
mondo. A dire il vero, se Gesù prima
della sua morte non ha annunciato prossimo
il suo ritorno, non abbiamo nessun motivo
speciale di ammettere che i primi cristiani
siano stati in qualche modo ossessionati dall'idea
della parusia. Se vediamo molto spesso quest'idea
apparire nello
sfondo delle loro preoccupazioni, non dobbiamo
stupirci: non aveva forse il Signore promesso
di tornare per giudicare i vivi e i morti?
In ogni tempo i cristiani ricordarono questa
promessa, e ogni volta che la vita si fece
più difficile, che la tranquillità
cedette il posto al sovvertimento e alle rivoluzioni,
si domandarono se non stesse per giungere
il grande giorno. Era naturale che i convertiti
di Gerusalemme cercassero di scrutare i tempi
e i momenti (cfr. At., 1, 7); però
non si può credere che non avessero
altra preoccupazione.
La
carità. - È vero che,
secondo il racconto di San Luca, tutti i credenti
erano uniti e avevano tutto in comune. Vendevano
i loro beni e le loro proprietà e li
dividevano tra tutti, secondo i bisogni di
ciascuno (At, 2, 44-45); però queste
formule devono essere intese in senso assai
largo e sono ben lungi dall'obbligarci a pensare
che tutti i fedeli si credessero tenuti a
praticare il comunismo integrale. Anania e
Saffira non sono biasimati perché hanno
trattenuto denaro che apparteneva loro, ma
per aver ingannato gli apostoli sul prezzo
reale della loro proprietà. Il loro
peccato è prima di tutto una menzogna;
e, avendo mentito, in qualche modo defraudarono
la comunità d'una parte che le era
dovuta (cfr. At, 5, 1 sg.). Bisogna ancora
aggiungere che la generosità dei cristiani
non si spiega con la speranza della fine del
mondo, ma era dettata solo da motivi di carità.
Fin dai primi giorni, i fedeli compresero
che la nuova fede li obbligava a mostrarsi
generosi verso i loro fratelli: ciascuno si
sforzava di esserlo nella misura possibile,
chi più e chi meno; e non senza motivo
restò uno speciale ricordo delle elargizioni
di Barnaba, quando vendette il suo campo e
ne portò il prezzo agli apostoli (At.,
4, 36-37).
L'esercizio
della carità pare tenesse un posto
considerevole nella vita quotidiana dei credenti.
Certuni, anzi molti, potevano vivere comodamente
o almeno possedere di che vivere; altri invece
erano poveri e avevano bisogno di essere aiutati
dalle elemosine dei fratelli. In complesso
però la comunità di Gerusalemme
non nuotava nell'oro. In occasione della distribuzione
delle elemosine, notiamo per la prima volta
che c'erano due tendenze opposte tra i fedeli.
" In quei giorni, scrive San Luca, moltipllcandosi
i discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti
contro gli Ebrei, perché nella distribuzione
quotidiana le loro vedove erano trascurate
a (At, 6, 1).
Ellenisti
ed Ebrei. - Daremmo non so che cosa
per sapere esattamente chi fossero gli Ellenisti
e gli Ebrei che qui si oppongono gli uni contro
gli altri. I due gruppi sono certamente cristiani,
e non è meno certo che i loro membri,
prima di aderire a Cristo, erano stati fedeli
alla legge di Mosè. Pare che gli Ebrei
fossero d'origine palestinese, attaccati alla
lingua aramaica e rigorosi osservanti della
Legge. Invece gli Ellenisti, come dice il
loro nome, parlano greco; sono più
liberali, più tolleranti, e all'occorrenza,
non esitano a dichiarare superato questo o
quel precetto. Non possiamo credere che il
problema delle osservanze giudaiche s'imponesse
fin dai primi anni del cristianesimo, preciso
e ampio come sarà quando i pagani entreranno
in folla nella Chiesa; però è
difficile supporre che il problema potesse
restare interamente nell'ombra. A informarci
su questo punto basta il discorso del diacono
santo Stefano, la cui violenza verbale contro
il giudaismo e i suoi rappresentanti dimostra
bene che egli ha solo una simpatia mitigata
per gli uomini di dura cervice e d'un cuore
incirconciso, solo capaci di resistere continuamente
allo Spirito Santo (Al, 7, 51). Il compito
degli apostoli era di mantenere la concordia
e l'armonia tra i due gruppi, e s'intuisce
che questo compito dovette essere non facile.
Nel
caso presente gli apostoli si riservano l'incarico
della preghiera e il ministero della parola,
il che non significa che essi soli preghino
o annuncino la buona novella, ma che questa
è la loro funzione essenziale, di cui
non possono disinteressarsi Perciò
decidono di affidare il servizio delle mense
a uomini di buona fama, pieni di Spirito Santo
e di saggezza (Al, 6, 3). I sette eletti sono:
Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone,
Parmena e Nicola, un proselito d'Antiochia.
Solo di quest'ultimo vien detta l'origine;
ma il fatto che gli altri sei portino, come
lui, nomi greci, pare significare che appartenevano
tutti al gruppo degli Ellenisti e non fossero
giudei di nascita. Spesso si è esagerato
l'opposizione tra i due gruppi; si vollero
perfino mettere i diaconi contro gli apostoli,
come awersari. Niente di più inesatto
di questa rappresentazione: sono gli apostoli
che impongono le mani ai sette, dopo aver
provocato la loro elezione. L'armonia non
è spezzata nemmeno per un istante.
Tuttavia cominciano a manifestarsi due tendenze;
e il problema sollevato dalla loro coesistenza
non potrà restare insoluto.
Difatti
gli eventi precipitano. L'ardore apostolico
spinse Stefano ad entrare in discussione con
i membri della sinagoga dei Liberti, dei Cirenei,
degli Egiziani, dei Cilici, degli Asiatici
(AL, 6, 8-9). Stefano venne accusato di bestemmia
contro Mosè e contro Dio, fu tosto
lapidato e molti fedeli dovettero lasciare
Gerusalemme in conseguenza dei torbidi provocati
dall'esecuzione sommaria del santo diacono.
Forse i partenti sono soprattutto Ellenisti,
e si rifugiano nella Giudea e nella Samaria
(At., 8, 1); un certo numero di loro si spinge
fino nella Fenicia, a Cipro e Antiochia (Al,
11, 19), dove cominciano ad annunciare il
Vangelo.
D'altra
parte Saulo, uno dei più valenti nel
chiedere la morte di Stefano e anche nel prendere
parte all'esecuzione, viene miracolosamente
convertito sulla via di Damasco, mentre si
reca in questa città a cercare i cristiani,
che è incaricato di condurre prigionieri
a Gerusalemme. Per l'avvenire della Chiesa
cristiana la conversione di Saulo segna un
momento decisivo. Egli, il giovane fariseo
dall'anima di fuoco guadagnato al Cristo,
concepirà l'ambizione di conquistargli
il mondo e lavorerà con tutte le sue
forze per riuscirvi.
§
3. - Conversione di Saulo.
Il
fatto.
- Non possiamo insistere come dovremmo sulla
conversione di Saulo. Pochi fatti storici
sono così bene attestati: oltre il
racconto fatto da San Luca (At., e. 9), gli
Atti degli apostoli contengono anche due narrazioni
messe sulle labbra dello stesso Apostolo (Al,
22, 3-21; 26, 9-20). Le Lettere ai Galati
(Gai., 1, 15-16), ai Filippesi (3, 5-6), la
Prima ai Corinti (15, 9), ecc. con fermano
queste testimonianze. La critica razionalista
si è naturalmente sforzata di spiegare
il fatto e bisogna ammettere che ha concluso
assai poco.
Ogni
conversione, specialmente quella subitanea,
ha qualcosa di misterioso, che sembra sfuggire
alle analisi umane.
Particolarmente
interessante è lo studio di quella
di San Paolo; più se ne esaminano i
dettagli e più si percepisce il miracoloso
che la domina.
La
personalità del nuovo apostolo.
- Noi conosciamo a meraviglia la ricca personalità
di San Paolo, la sua delicata sensibilità,
il carattere impressionabile, la prontezza
d'intelligenza; conosciamo almeno l'essenziale
riguardo alla sua formazione giudaica e greca
a un tempo, nelle scuole di Tarso e ai piedi
dei rabbini; siamo anche informati sulla sua
costituzione fisica, gli occhi sofferenti,
la piccola statura. Nulla di tutto ciò
spiega come in un batter d'occhio il persecutore
sia diventato apostolo; e non è ricorrendo
all'afa soffocante del sole di mezzogiorno
e al riverbero delle sabbie del deserto, all'allucinazione
o a che so d'altro ancora, che si può
spiegare una trasformazione cosi definitiva
quanto subitanea.
Infatti
dal giorno che è preso dal Cristo,
Paolo non appartiene più a se stesso,
ma è tutto quanto del Signore che lo
ha conquistato, e neppure un istante sogna
di riprendere se stesso. Il dono totale ch'egli
ha fatto della sua vita è cosa ben
grande. Quasi quanto la conversione stessa
solleva problemi che non si possono risolvere
altrimenti che con l'ammissione dell'apostolo:
" Per grazia di Dio sono ciò che
sono, e la grazia sua in me non è riuscita
vana " (I Cor., 15, 10). È necessario
notare, perché talvolta si è
tentati di dimenticarlo, che Paolo non cominciò
le sue corse apostoliche l'indomani della
conversione: " Non mi recai a Gerusalemme,
racconta egli stesso, da coloro che erano
apostoli prima di me, ma mi ritirai in Arabia
e di nuovo ritornai a Damasco; poi, dopo tre
anni mi recai a Gerusalemme per visitare Pietro,
e rimasi presso di lui quindici giorni; non
vidi nessun altro degli apostoli, eccetto
Giacomo, il fratello del Signore... Poi andai
nelle regioni della Siria e della Cilicia,
ma personalmente ero sconosciuto alle Chiese
di Giudea che sono nel Cristo... Appresso
mi recai di nuovo dopo quattordici anni a
Gerusalemme insieme con Barnaba e Tito "
(GÌ., 1, 17-21; 2, 1). La cronologia
non è affatto chiara come vorremmo
e alcuni particolari di questa rapida autobiografia
devono essere precisati. L'unica cosa su cui
dobbiamo qui insistere è l'intervallo
che separa la conversione di Paolo dalle sue
grandi predicazioni
I
suoi primi anni di vita cristiana.
- Che cosa fece il neofita in tutto quel tempo?
Come visse? che libri lesse? che racconti
intese? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo
mai. Le nostre uniche informazioni sono d'ordine
negativo: Paolo andò a Gerusalemme
per vedere Pietro solo tre anni dopo la conversione
e rimase soltanto quindici giorni vicino al
capo della Chiesa. È certamente importante
rilevare l'influsso che allora Pietro esercitava
sulle comunità cristiane, poiché
San Paolo sale in Giudea espressamente per
incontrarlo, e non cerca di vedere nessun
altro apostolo. Ma è anche curioso
constatare quanto il convertito della via
di Damasco paia diffidare delle influenze
umane, poiché della sua chiamata è
debitore a Dio: gli uomini non c'entrano per
nulla, né le loro lezioni, i loro esempi
o altro. Tuttavia non è pensabile che
Paolo per vari anni potesse vivere senza vedere
i nuovi correligionari e senza intrattenersi
con loro sulla vita e sull'insegnamento di
Gesù. Per quanto sia larga la parte
della meditazione solitaria del futuro apostolo
e di quelle che oggi diremmo le sue esperienze
religiose, non si può dimenticare che
posto occupa nelle sue epistole l'idea di
tradizione.
Ciò
che egli insegna non viene da lui, ma lo ha
ricevuto; l'ha appreso dal Signore, e quando
vuole dare consigli o comandi personali, lo
dice molto scrupolosamente. Ci possiamo chiedere,
è vero, in che misura si appelli ai
suoi ricordi, alle visioni e alle rivelazioni
ricevute (cfr. II Cor., 12, 1-6); ma molto
più dobbiamo notare che la sua dottrina
concorda perfettamente con quella degli altri
predicatori evangelici e specialmente con
quella delle colonne della Chiesa. Nel tempo
della sua seconda visita a Gerusalemme, Giacomo,
Cefa e Giovanni gli diedero la mano in segno
di comunione (Gai., 2, 9), e questo non l'avrebbero
fatto se tra loro ci fosse stata la minima
contestazione. Dovremo poi ritornare su questo
punto, ma bisogna accennarlo fin d'ora.
§4.-Il
messaggio rivolto ai pagani.
Cornelio.
- Dopo la dispersione della comunità
di Gerusalemme, e la conversione di San Paolo,
bisogna segnalare un terzo fatto, cioè
l'ingresso del centurione Cornelio nella Chiesa
(At., e. 10). Gli Atti ci raccontano il fatto
con numerosi dettagli, dimostrando come il
loro autore ne avesse compreso tutta l'importanza.
Difatti Cornelio fu il primo pagano che ricevette
il battesimo cristiano. L'eunuco della regina
d'Etiopia, battezzato da Filippo (At, 8, 26
ss.) era giudeo, come giudei erano i Samaritani
che avevano accolto la predicazione del Vangelo
(At., 8, 4 s.). Invece. Cornelio, benché
sia detto pio e timorato del Signore (At.,
10, 2), non pratica le osservanze mosaiche
e non è circonciso; può essere
vicino al giudaismo ma non ne fa parte, e
si comprendono le citazioni, anzi le ripugnanze
di Pietro all'ordine ricevuto: si tratta di
romperla con tutte le abitudini religiose
osservate fino allora, e d'introdurre nella
comunità un elemento estraneo dandogli
gli stessi diritti e gli stessi privilegi
dei fratelli d'origine giudaica. Ci volle
nientemeno che un segno del cielo per decidere
Pietro a fare ciò che egli considera
una specie di tradimento. Se Cornelio aveva
ricevuto lo Spirito Santo e cominciava a parlare
le lingue, come pure tutti i suoi, come si
poteva rifiutargli il battesimo?
L'orientamento
definitivo. - Cornelio fu il primo
pagano che entrò nella Chiesa, ma presto
fu seguito da altri. " Quelli che erano
stati dispersi dalla persecuzione venuta a
causa di Stefano, arrivarono fino in Fenicia,
a Cipro e in Antiochia, non predicando la
parola che ai soli Giudei. Ma ci furono alcuni
di Cipro e di Cirene i quali, venuti in Antiochia,
parlarono anche ai Greci, annunciando il Signore
Gesù. E la mano del Signore era con
essi e un grande numero credette e si convertì
al Signore " (At., 11, 19-21).
Nella
storia della Chiesa primitiva pochi testi
sono più importanti di queste righe
degli Atti. Abbiamo veduto il cristianesimo
fare i primi passi fuori di Gerusalemme, espandersi
in Giudea, nella Samaria, e anche intraprendere
la conquista della costa palestinese di Cesarea,
di loppe, Gaza, Azoto e giungere fino a Damasco.
Ed eccolo ora slanciarsi nel vasto mondo e
prendere contatto con l'ellenismo nell'isola
di Cipro, e più ancora in Antiochia.
Il problema che Pietro aveva dovuto risolvere,
nel caso del centurione Cornelio, si pone
ormai in tutta la sua ampiezza; la religione
di Cristo sarà un'eresia giudaica,
una setta tra i Giudei, i cui membri, fedeli
in tutto alle prescrizioni della Legge, s'accontentarono
di credere che il Messia è venuto in
Gesù, invece di attendere in un avvenire
più o meno lontano la realizzazione
delle profezie? Oppure sarà qualcosa
di nuovo, il culto in spirito e verità,
la dimora ampiamente aperta a tutte le anime
di buona volontà, la casa dove si ritroveranno
fraternamente uniti i Giudei e i Gentili nell'adorazione
del Padre celeste e del
Figlio
suo Gesù Cristo? Prima ancora che gli
apostoli avessero preso coscienza della questione,
i fatti s'incaricarono di risolverli. Mentre
i cristiani d'origine gerosolimitana si guardano
bene dall'annunciare il Vangelo ai pagani,
i loro fratelli che vengono dalla Dispersione,
specialmente da Cipro e da Cirene, non hanno
gli stessi scrupoli. Degni discepoli di Stefano,
essi parlano liberamente del Signore Gesù;
non si spaventano se vi sono dei Greci tra
i loro uditori e li battezzano pure, senza
esitazione. Più tardi bisognerà
discutere e ragionare, bisognerà chiedersi
se e quando il cristiano dipenda o non dipenda
dalla Legge di Mosè, ma questo sarà
affare dei capi. Per ora i predicatori improvvisati
approfittano delle buone disposizioni degli
uditori. E la Chiesa comincia a prendere possesso
del mondo greco.
La
comunità di Gerusalemme viene tosto
a conoscere il moto di conquista e manda Barnaba
ad Antiochia per attingere informazioni più
precise. Nessuna scelta poteva essere più
felice. Barnaba era un vero giudeo (basterebbe
a indicarlo il nome), possedeva terreni a
Gerusalemme, apparteneva alla tribù
di Levi (At., 4, 86). Tutto questo era una
commendatizia davanti ai partigiani dell'osservanza
stretta. Nello stesso tempo era d'origine
cipriota, quindi più capace di comprendere
le esigenze di quello che noi chiameremmo
l'apostolato missionario. In realtà
quando Barnaba giunge ad Antiochia e constata
la bella messe che vi si miete per il Signore,
non esita un istante ad approvare tutto l'operato.
Più ancora, va a cercare Paolo a Tarso
e con lui lavora un anno intero ad Antiochia
alla conversione dei pagani. I risultati della
loro attività sono cosi fecondi che
tutti li conoscono e i discepoli per la prima
volta ricevono il nome di cristiani (At.,
11, 26). Dopo l'ora del Vangelo oltre le frontiere,
è venuta quella del Vangelo sopra i
tetti.
Le
grandi missioni. - Non occorre che
narriamo distesamente tutti i fatti che seguirono.
La missione di Barnaba e di Paolo ad Antiochia
dev'essere posta all'incirca negli anni 42-43.
Poco tempo dopo Paolo parte per i suoi grandi
viaggi missionari e ormai consacra la sua
vita al successo dell'impresa, apparentemente
chimerica. Il paradosso della predicazione
cristiana è messo in rilievo nelle
poche righe della prima Lettera ai Corinti,
forse meglio che in qualsiasi altro luogo
: " II linguaggio della croce è
stoltezza per coloro che se ne vanno in perdizione,
ma per noi, che siamo sulla via della salvezza,
è la virtù di Dio. Poiché
sta scritto: Distruggerò la sapienza
dei sapienti e renderò vana l'intelligenza
dei dottori. Dov'è il sapiente? dove
il dottore, dove il sofista di questo secolo?
Non ha forse Dio riputata stoltezza la sapienza
di questo mondo? Infatti non avendo il mondo,
mediante la sua sapienza, conosciuto Dio nelle
opere della sapienza divina, è piaciuto
a Dio di salvare i credenti con la stoltezza
della predicazione. I Giudei richiedono portenti,
e i Greci cercano sapienza; noi invece annunciamo
il Cristo crocifisso, per i Giudei oggetto
di scandalo, per i gentili oggetto di stoltezza,
ma per quelli che sono chiamati da Dio, siano
essi Giudei o Greci, il Cristo virtù
di Dio e sapienza di Dio. Che ciò che
è stolto in Dio è più
sapiente della sapienza degli uomini, e ciò
è debole in Dio è più
forte della forza degli uomini " (I Cor.,
1, 18-25).
Nella
storia delle origini cristiane niente si conosce
meglio delle missioni di San Paolo, per le
quali il racconto degli Atti è particolarmente
circostanziato, e, dal capitolo 16 in poi
si inserisce nella trama il racconto d'uno
dei compagni di viaggio dell'apostolo il quale
altro non è che San Luca stesso, l'autore
di tutto il libro. Anche se Luca non partecipò
a tutte le peregrinazioni di Paolo, siamo
almeno sicuri che potè esserne informato.
Le Lettere di San Paolo completano gli Atti.
Per lo più sono scritti di circostanza
per rispondere a questioni precise o a risolvere
difficoltà ben determinate. L'apostolo
non si propose mai di raccontare i fatti suoi
o le sue gesta, ed è talvolta difficile
trovare negli Atti l'esatto punto d'inserzione
di questo o quel particolare, cui alludono
rapidamente o in modo incompleto le Lettere.
Tale difficoltà garantisce insieme
il valore delle Lettere e degli Atti. San
Paolo scrive con tutto il suo zelo, espone
i suoi progetti mentre li concepisce, senz'essere
sicuro di poterli pienamente realizzare, anzi
spesso dovrà poi modificare i suoi
piani, anche a costo d'essere accusato d'incostanza
e di leggerezza dai corrispondenti. Se l'autore
degli Atti avesse composto il suo racconto
dopo le Lettere, avrebbe indubbiamente armonizzato
molti dettagli, anche a detrimento della verità
storica. Invece s'accontenta di raccontare
ciò che sa, e lascia al lettore il
compito di fare i raccordi.
Grazie
agli Atti e alle Lettere, possiamo seguire
San Paolo e i suoi compagni per una ventina
d'anni, dal 44 al 64 circa. Un primo viaggio
conduce Paolo e Barnaba nell'isola di Cipro,
che percorrono tutta quanta. I missionari
si recano poi a Perge di Panfilia e, attraverso
le montagne, ad Antiochia di Pisidia. Cacciati
di qui, passano a Iconio, a Listri e vanno
fino a Derbe, donde invertono il cammino,
visitano di nuovo le comunità che hanno
creato, e ad Attalia s'imbarcano per Antiochia,
che è la loro base.
Durante
il secondo viaggio Paolo comincia a percorrere
la Siria e la Cilicia, per rafforzare le Chiese;
passa ancora una volta a Derbe e Listri, attraversa
la Frigia e la Galazia, entra nella Misia,
si spinge fino a Troade, s'imbarca per la
Macedonia, fonda le Chiese di Filippi, Tessalonica,
Berea, donde parte per Arene, arrivando infine
a Corinto, dove soggiorna a lungo. Da Corinto
si reca, via mare, ad Efeso, poi a Gerusalemme
passando per Cesarea. Dopo tutte queste peregrinazioni
ritorna ad Antiochia.
La
terza missione conduce prima l'Apostolo attraverso
la Frigia e la Galazia, dove conferma i cristiani
nella fede; giunto ad Efeso vi si ferma a
lungo, e solo una sommossa lo obbliga a partire.
Allora parte di nuovo per la Macedonia, dove
soggiorna per qualche tempo, rivede Corinto
e, dopo aver attraversato per l'ultima volta
la Macedonia, per mare va a Gerusalemme, dov'è
arrestato, poi trattenuto due anni prigioniero
a Cesarea di Palestina. Solo dopo questo lungo
intervallo è condotto a Roma per esservi
giudicato. Di questa traversata marittima
molto movimentata abbiamo un racconto particolareggiato
ed estremamente vivo.
Le
lettere pastorali ci lasciano credere che
San Paolo al tribunale dell'imperatore sia
stato assolto e abbia potuto riprendere l'attività
per un certo tempo, e lo fanno vedere a Creta,
a Efeso, a Troade, a Nicopoli d'Epiro; c'è
qualche motivo di pensare che si sia spinto
fino in Gallia e in Spagna. Tutto sommato,
possiamo seguire fino alla fine la carriera
del più grande missionario che la Chiesa
abbia mai conosciuto.
§
5. - Che cosa sappiamo riguardo agli altri
apostoli.
Siamo
ben lungi dal poter dire altrettanto degli
altri apostoli, e la viva luce che illumina
la fisionomia e l'opera di San Paolo non ci
deve far dimenticare l'ombra in cui rimangono
tutte le comunità per le quali egli
non è
passato. Perfino della Chiesa di Gerusalemme,
la metropoli del cristianesimo nascente, non
sappiamo quasi nulla, eccetto gl'incidenti
della sua storia in cui ebbe parte San Paolo.
Certamente la cosa sarebbe molto diversa se
avessimo le Memorie, purtroppo perdute, d'Egesippo,
di cui Eusebio ci conservò alcuni frammenti.
Possiamo tuttavia sapere che mentre la Chiesa
moltiplicava le sue conquiste nel mondo pagano
e si liberava sempre più da tutti gli
assalti giudaici, i fratelli di Gerusalemme
si chiusero in un atteggiamento diffidente
verso i nuovi convertiti. Obbligati a vivere
accanto ai Giudei, in un'atmosfera sempre
più ostile all'autorità di Roma
e a tutto ciò che richiamava il paganesimo,
subivano l'influsso del loro ambiente e non
cessavano di richiamarsi al giudaismo da cui
erano venuti. Prima della guerra, che finirà
con la distruzione di Gerusalemme, vediamo
che lasciano la città e si rifugiano
a Pella, ma vivono solo al margine del grande
moto cristiano e non esercitano influsso su
di esso.
Tradizioni
autorevoli c'informano che San Pietro venne
a Roma, dove subì il martirio durante
la persecuzione di Nerone; che San Giovanni
visse a lungo in Asia e fu a capo della Chiesa
d'Efeso fino alla fine del primo secolo. Invano
alcuni critici si sono accaniti contro queste
tradizioni. La venuta di San Pietro a Roma
non poggia soltanto su testimonianze di scrittori
della fine del secondo secolo, come quelle
di Tertulliano o di Sant'Ireneo, il che sarebbe
già qualcosa, ma è provata dalla
Lettera di San Clemente, anteriore al 100
e anche dalla Lettera di Sant'Ignazio ai Romani,
come pure dalle antiche liste episcopali,
che risalgono almeno ad Egesippo e sono probabilmente
più antiche. Il soggiorno di San Giovanni
ad Efeso è attestato da Ireneo, discepolo
di San Policarpo, che aveva ricevuto lui stesso
l'insegnamento dell'apostolo; e non basta
un testo oscuro e tardivo per convincerci
che Giovanni sia stato decapitato contemporaneamente
al fratello Giacomo, durante la persecuzione
di Erode.
D'altronde
bisogna confessare che non sappiamo nulla
di preciso, all'infuori di queste notizie
generali, dell'attività di San Pietro
e di San Giovanni. Tanto più ignoriamo
ciò che riguarda gli altri apostoli.
Secondo una tradizione, di cui Origene si
fa eco, a " Tommaso fu assegnato il paese
dei Parti, Andrea ebbe la Scizia ". Si
vede che queste informazioni non conducono
molto lontano. Ben presto, prima della fine
del secondo secolo, si desiderò di
saperne di più e s'immaginarono belle
storie, romanzate secondo i gusti, che vogliono
far credere di raccontare tutto ciò
che fecero e dissero gli apostoli. Non potremmo
dar credito a questi Atti apocrifi: anche
se riposano su tradizioni autentiche, non
possiamo sceverare queste dalla farragine
di leggende dietro le quali si riparano. Leggiamo
questi racconti con interesse, perché
ci fanno conoscere la mentalità dei
loro autori e dei loro primi lettori; ma non
possiamo cercarvi la storia della propagazione
del cristianesimo.