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i fatti

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

§ 1. - Prime predicazioni.

Gli Atti degli Apostoli fanno risalire il principio della predicazione cristiana al giorno di Pentecoste, quando circa centoventi persone erano riunite nella camera alta di una casa in attesa dello Spirito Santo, promesso dal Signore Gesù. Questi fedeli sono il nocciolo della Chiesa nascente. Sono riuniti attorno a Maria, la Madre di Gesù, e ai Dodici che hanno da poco completato il loro numero con l'elezione di Mattia, designato dalla sorte per sostituire Giuda il traditore. D'ora in poi non troviamo più alcuna menzione di Maria; ma i Dodici nei primi anni del cristianesimo continueranno a svolgere un compito di primaria importanza. Sono infatti i testimoni che vissero col Signore Gesù, " cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno che è stato tolto di mezzo a noi " (At. 1, 22); e soprattutto sono i testimoni della sua resurrezione. Sono anche gli eletti da Cristo per continuare la sua opera, e anche Mattia fu oggetto d'una scelta divina. Perciò la loro autorità non deriva da loro stessi, ma da Colui che volle fare di essi i compagni della sua vita e gli eredi del suo pensiero.

Sono continuazione dell'insegnamento di Gesù Cristo. - È importante sottolineare la continuità che unisce l'opera degli apostoli a quella di Gesù. Prima di salire al cielo il Maestro aveva detto ai suoi: "Voi mi sarete testimoni " (At., 1, 8). Gli apostoli non pretesero affatto di cominciare qualcosa di nuovo; ma continuarono un compito, mantennero una tradizione, conservarono un deposito; si riattaccano a Gesù di Nazareth, n che voi (Giudei) avete tradito e rinnegato davanti a Pilato, mentre lui aveva deciso di metterlo in libertà. Ma voi rinnegaste il Santo e il Giusto e chiedeste che vi fosse graziato un omicida; voi uccideste l'autore della vita; ma Dio l'ha resuscitato dai morti, e noi ne siamo i testimoni " (At, 8, 13-15). Il nome di Pilato non è messo qui a caso e dobbiamo notarlo, perché a suo modo garantisce il valore storico della testimonianza resa a Gesù, che non è un essere mistico, un dio preistorico, che conservò nel corso dei tempi un certo numero d'adepti, e del quale gli apostoli sono i discepoli fedeli; è l'uomo col quale gli apostoli dopo la sua resurrezione hanno mangiato e bevuto (At, 10, 41); l'uomo che Pilato fece ingiustamente mettere a morte. D'altronde il nome di Pilato ricorreva spesso nelle prime catechesi cristiane e in qualche modo è il garante della storia umana di Gesù.

Loro successo. - Il libro degli Atti ci rivela il successo dei primi discorsi di San Pietro: il giorno di Pentecoste la parola dell'apostolo convertì tremila persone (At, 2, 41), e circa due mila si aggiunsero a questi dopo la guarigione dello storpio della Porta Speciosa (At, 4, 4). Ci stupiamo di queste cifre, che sono realmente considerevoli. Alcuni critici si sono sforzati di diminuirle, riducendo da cinquemila a cinquecento il numero totale dei credenti che sarebbero indicati da San Luca. Altri finsero di non darvi alcuna importanza e si accontentarono di rigettarle. Noi non abbiamo nessun motivo per non ammetterle tali e quali sono. Tutt'al più potremmo chiederci se questi primi credenti perseverarono tutti, e se, caduto l'entusiasmo dei primi giorni, rimasero fedeli. A questi problemi saremmo anche tentati di rispondere forse negativamente: quando un po' più oltre si parla della comunità di Gerusalemme si ha l'impressione che possa riunirsi in una vasta sala per la preghiera (cfr. At, 4, 31), E che supporrebbe un numero alquanto modesto di credenti. D'altronde sappiamo che tra i convcrtiti della Pentecoste c'era pure un certo numero di stranieri (At, 2, 8-11), i quali pare non abbiano tardato a tornare nel loro paese d'origine, fatto di cui bisogna tener conto per valutare la densità della prima comunità cristiana.

Rallentamento. - Per un certo tempo, difficile a valutare, sembra che la propaganda degli apostoli sia stata assai modesta, poiché non conosciamo nessun atto all'infuori dei due discorsi di San Pietro, ora ricordati, e che produssero effetti cosi meravigliosi. D'altronde è verosimile che i primi predicatori dovessero usare una certa prudenza. I nemici di Gesù non avevano disarmato ed erano pronti a infierire contro ogni tentativo di disordine. Infatti, dopo la guarigione dello storpio alla Porta Speciosa, i sacerdoti, il magistrato del tempio e i sadducei, crucciati che istruissero il popolo e annunciassero in Gesù la resurrezione da morte, misero loro le mani addosso e li gettarono in prigione " (At, 4, 1-8). La stessa cosa si ripetè un po' più tardi (At, 8, 1-2), e se gli apostoli non dovettero subire conseguenze troppo penose, fu perché trovati immuni da ogni crimine legale, per la saggezza di Gamaliele, uno dei membri più influenti del sinedrio e indubbiamente anche per il timore delle autorità romane, che non erano sempre disposte a dimostrare la debolezza, di cui avevan dato prova nel momento del processo di Gesù.

Le persecuzioni e la diffusione del cristianesimo. - In ogni modo é sempre notevole che il cristianesimo, prima di lanciarsi alla conquista del mondo, si sia prima di tutto sforzato d'impiantarsi profondamente a Gerusalemme. Qui specialmente vorremmo avere alcune precisazioni cronologiche. Gli Atti pongono gli inizi dell'evangelizzazione fuori della città santa in rapporto con i turbamenti avvenuti dopo la morte di Santo Stefano, i quali obbligarono molti fedeli a lasciare Gerusalemme (Al, 8, 4). Ma sulla data di questa morte non sappiamo nulla di preciso. Si suppose, non senza qualche verisimiglianza, che i giudei non avrebbero potuto ordinare l'esecuzione del diacono quando era sul posto il procuratore romano, e s'è creduto di trovare l'occasione favorevole a queste scene tumultuose nell'intervallo che separa la partenza di Pilato e l'arrivo del suo successore (verso il 85). L'ipotesi è plausibile, ma s'impone tanto meno quanto pare che il martirio di Stefano sia stato l'effetto d'una passeggera sovreccitazione delle passioni popolari, e non è escluso che sia avvenuta poco dopo la resurrezione del Signore.

§2.- La vita dei primi cristiani.

Pratiche giudaiche e pratiche cristiane. - Ciò che sappiamo della vita dei primi cristiani di Gerusalemme si riduce a poco. Erano tutti d'origine ebraica, e dopo il battesimo restavano fedeli alle pratiche della legge mosaica. Infatti li vediamo associarsi ai loro fratelli per gli esercizi quotidiani della preghiera al tempio, osservare i digiuni prescritti, tener conto delle impurità legali. Una cosa soprattutto li distingue dai Giudei: la fede in Gesù, che si esprime particolarmente nella formula usata da San Pietro fin dal giorno della Pentecoste: " Tutta la casa d'Israele sappia dunque con certezza che Dio ha costituito Signore e Cristo questo Gesù, che voi avete crocefìsso " (At., 2, 36). Non c'è dubbio: colui che ha i suoi testimoni e predicatori negli apostoli è lo stesso che i sinedriti han condotto al supplizio : " II Dio dei nostri padri ha resuscitato quel Gesù che voi uccideste appendendolo a un legno. E Iddio lo esaltò colla sua destra, quale principe e salvatore per dare a Israele penitenza e remissione dei peccati " (At., 5, 30-31). Si comprende facilmente che l'insistenza degli apostoli nel richiamare i ricordi della Passione, non erano tali da disporre le autorità giudaiche in loro favore.

Benché praticassero la vita giudaica, i cristiani facevano tuttavia riunioni in cui si ritrovavano per pregare; e gli Atti ci conservano una loro preghiera: " Signore, tu che hai creato il cielo e la terra, il mare e tutto quanto è in essi, tu che per bocca del tuo servo Davide hai detto: Perché fremettero le genti e i popoli han macchinato vani disegni? Si fecero innanzi i re della terra e i principi si adunarono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo. Infatti in questa città, contro il tuo santo Servo Gesù, da te unto, si sono collegati Erode e Ponzio Pilato con i Gentili e con i popoli d'Israele, per fare quello che la tua mano e il tuo consiglio preordinò che si facesse. E ora o Signore, guarda le loro minacce e concedi ai tuoi servi d'annunciare con tutta franchezza la tua parola, stendendo la tua mano a risanare e operare segni e miracoli per virtù del tuo santo Servo Gesù " (At., 4, 24-30).

Questa bellissima preghiera respira la calma più profonda e non lascia l'impressione di essere stata pronunciata da gente che viveva nella costante e angosciosa attesa della fine del mondo. A dire il vero, se Gesù prima della sua morte non ha annunciato prossimo il suo ritorno, non abbiamo nessun motivo speciale di ammettere che i primi cristiani siano stati in qualche modo ossessionati dall'idea della parusia. Se vediamo molto spesso quest'idea apparire nello sfondo delle loro preoccupazioni, non dobbiamo stupirci: non aveva forse il Signore promesso di tornare per giudicare i vivi e i morti? In ogni tempo i cristiani ricordarono questa promessa, e ogni volta che la vita si fece più difficile, che la tranquillità cedette il posto al sovvertimento e alle rivoluzioni, si domandarono se non stesse per giungere il grande giorno. Era naturale che i convertiti di Gerusalemme cercassero di scrutare i tempi e i momenti (cfr. At., 1, 7); però non si può credere che non avessero altra preoccupazione.

La carità. - È vero che, secondo il racconto di San Luca, tutti i credenti erano uniti e avevano tutto in comune. Vendevano i loro beni e le loro proprietà e li dividevano tra tutti, secondo i bisogni di ciascuno (At, 2, 44-45); però queste formule devono essere intese in senso assai largo e sono ben lungi dall'obbligarci a pensare che tutti i fedeli si credessero tenuti a praticare il comunismo integrale. Anania e Saffira non sono biasimati perché hanno trattenuto denaro che apparteneva loro, ma per aver ingannato gli apostoli sul prezzo reale della loro proprietà. Il loro peccato è prima di tutto una menzogna; e, avendo mentito, in qualche modo defraudarono la comunità d'una parte che le era dovuta (cfr. At, 5, 1 sg.). Bisogna ancora aggiungere che la generosità dei cristiani non si spiega con la speranza della fine del mondo, ma era dettata solo da motivi di carità. Fin dai primi giorni, i fedeli compresero che la nuova fede li obbligava a mostrarsi generosi verso i loro fratelli: ciascuno si sforzava di esserlo nella misura possibile, chi più e chi meno; e non senza motivo restò uno speciale ricordo delle elargizioni di Barnaba, quando vendette il suo campo e ne portò il prezzo agli apostoli (At., 4, 36-37).

L'esercizio della carità pare tenesse un posto considerevole nella vita quotidiana dei credenti. Certuni, anzi molti, potevano vivere comodamente o almeno possedere di che vivere; altri invece erano poveri e avevano bisogno di essere aiutati dalle elemosine dei fratelli. In complesso però la comunità di Gerusalemme non nuotava nell'oro. In occasione della distribuzione delle elemosine, notiamo per la prima volta che c'erano due tendenze opposte tra i fedeli. " In quei giorni, scrive San Luca, moltipllcandosi i discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché nella distribuzione quotidiana le loro vedove erano trascurate a (At, 6, 1).

Ellenisti ed Ebrei. - Daremmo non so che cosa per sapere esattamente chi fossero gli Ellenisti e gli Ebrei che qui si oppongono gli uni contro gli altri. I due gruppi sono certamente cristiani, e non è meno certo che i loro membri, prima di aderire a Cristo, erano stati fedeli alla legge di Mosè. Pare che gli Ebrei fossero d'origine palestinese, attaccati alla lingua aramaica e rigorosi osservanti della Legge. Invece gli Ellenisti, come dice il loro nome, parlano greco; sono più liberali, più tolleranti, e all'occorrenza, non esitano a dichiarare superato questo o quel precetto. Non possiamo credere che il problema delle osservanze giudaiche s'imponesse fin dai primi anni del cristianesimo, preciso e ampio come sarà quando i pagani entreranno in folla nella Chiesa; però è difficile supporre che il problema potesse restare interamente nell'ombra. A informarci su questo punto basta il discorso del diacono santo Stefano, la cui violenza verbale contro il giudaismo e i suoi rappresentanti dimostra bene che egli ha solo una simpatia mitigata per gli uomini di dura cervice e d'un cuore incirconciso, solo capaci di resistere continuamente allo Spirito Santo (Al, 7, 51). Il compito degli apostoli era di mantenere la concordia e l'armonia tra i due gruppi, e s'intuisce che questo compito dovette essere non facile.

Nel caso presente gli apostoli si riservano l'incarico della preghiera e il ministero della parola, il che non significa che essi soli preghino o annuncino la buona novella, ma che questa è la loro funzione essenziale, di cui non possono disinteressarsi Perciò decidono di affidare il servizio delle mense a uomini di buona fama, pieni di Spirito Santo e di saggezza (Al, 6, 3). I sette eletti sono: Stefano, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, un proselito d'Antiochia. Solo di quest'ultimo vien detta l'origine; ma il fatto che gli altri sei portino, come lui, nomi greci, pare significare che appartenevano tutti al gruppo degli Ellenisti e non fossero giudei di nascita. Spesso si è esagerato l'opposizione tra i due gruppi; si vollero perfino mettere i diaconi contro gli apostoli, come awersari. Niente di più inesatto di questa rappresentazione: sono gli apostoli che impongono le mani ai sette, dopo aver provocato la loro elezione. L'armonia non è spezzata nemmeno per un istante. Tuttavia cominciano a manifestarsi due tendenze; e il problema sollevato dalla loro coesistenza non potrà restare insoluto.

Difatti gli eventi precipitano. L'ardore apostolico spinse Stefano ad entrare in discussione con i membri della sinagoga dei Liberti, dei Cirenei, degli Egiziani, dei Cilici, degli Asiatici (AL, 6, 8-9). Stefano venne accusato di bestemmia contro Mosè e contro Dio, fu tosto lapidato e molti fedeli dovettero lasciare Gerusalemme in conseguenza dei torbidi provocati dall'esecuzione sommaria del santo diacono. Forse i partenti sono soprattutto Ellenisti, e si rifugiano nella Giudea e nella Samaria (At., 8, 1); un certo numero di loro si spinge fino nella Fenicia, a Cipro e Antiochia (Al, 11, 19), dove cominciano ad annunciare il Vangelo.

D'altra parte Saulo, uno dei più valenti nel chiedere la morte di Stefano e anche nel prendere parte all'esecuzione, viene miracolosamente convertito sulla via di Damasco, mentre si reca in questa città a cercare i cristiani, che è incaricato di condurre prigionieri a Gerusalemme. Per l'avvenire della Chiesa cristiana la conversione di Saulo segna un momento decisivo. Egli, il giovane fariseo dall'anima di fuoco guadagnato al Cristo, concepirà l'ambizione di conquistargli il mondo e lavorerà con tutte le sue forze per riuscirvi.

§ 3. - Conversione di Saulo.

Il fatto. - Non possiamo insistere come dovremmo sulla conversione di Saulo. Pochi fatti storici sono così bene attestati: oltre il racconto fatto da San Luca (At., e. 9), gli Atti degli apostoli contengono anche due narrazioni messe sulle labbra dello stesso Apostolo (Al, 22, 3-21; 26, 9-20). Le Lettere ai Galati (Gai., 1, 15-16), ai Filippesi (3, 5-6), la Prima ai Corinti (15, 9), ecc. con fermano queste testimonianze. La critica razionalista si è naturalmente sforzata di spiegare il fatto e bisogna ammettere che ha concluso assai poco.

Ogni conversione, specialmente quella subitanea, ha qualcosa di misterioso, che sembra sfuggire alle analisi umane.

Particolarmente interessante è lo studio di quella di San Paolo; più se ne esaminano i dettagli e più si percepisce il miracoloso che la domina.

La personalità del nuovo apostolo. - Noi conosciamo a meraviglia la ricca personalità di San Paolo, la sua delicata sensibilità, il carattere impressionabile, la prontezza d'intelligenza; conosciamo almeno l'essenziale riguardo alla sua formazione giudaica e greca a un tempo, nelle scuole di Tarso e ai piedi dei rabbini; siamo anche informati sulla sua costituzione fisica, gli occhi sofferenti, la piccola statura. Nulla di tutto ciò spiega come in un batter d'occhio il persecutore sia diventato apostolo; e non è ricorrendo all'afa soffocante del sole di mezzogiorno e al riverbero delle sabbie del deserto, all'allucinazione o a che so d'altro ancora, che si può spiegare una trasformazione cosi definitiva quanto subitanea.

Infatti dal giorno che è preso dal Cristo, Paolo non appartiene più a se stesso, ma è tutto quanto del Signore che lo ha conquistato, e neppure un istante sogna di riprendere se stesso. Il dono totale ch'egli ha fatto della sua vita è cosa ben grande. Quasi quanto la conversione stessa solleva problemi che non si possono risolvere altrimenti che con l'ammissione dell'apostolo: " Per grazia di Dio sono ciò che sono, e la grazia sua in me non è riuscita vana " (I Cor., 15, 10). È necessario notare, perché talvolta si è tentati di dimenticarlo, che Paolo non cominciò le sue corse apostoliche l'indomani della conversione: " Non mi recai a Gerusalemme, racconta egli stesso, da coloro che erano apostoli prima di me, ma mi ritirai in Arabia e di nuovo ritornai a Damasco; poi, dopo tre anni mi recai a Gerusalemme per visitare Pietro, e rimasi presso di lui quindici giorni; non vidi nessun altro degli apostoli, eccetto Giacomo, il fratello del Signore... Poi andai nelle regioni della Siria e della Cilicia, ma personalmente ero sconosciuto alle Chiese di Giudea che sono nel Cristo... Appresso mi recai di nuovo dopo quattordici anni a Gerusalemme insieme con Barnaba e Tito " (GÌ., 1, 17-21; 2, 1). La cronologia non è affatto chiara come vorremmo e alcuni particolari di questa rapida autobiografia devono essere precisati. L'unica cosa su cui dobbiamo qui insistere è l'intervallo che separa la conversione di Paolo dalle sue grandi predicazioni

I suoi primi anni di vita cristiana. - Che cosa fece il neofita in tutto quel tempo? Come visse? che libri lesse? che racconti intese? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai. Le nostre uniche informazioni sono d'ordine negativo: Paolo andò a Gerusalemme per vedere Pietro solo tre anni dopo la conversione e rimase soltanto quindici giorni vicino al capo della Chiesa. È certamente importante rilevare l'influsso che allora Pietro esercitava sulle comunità cristiane, poiché San Paolo sale in Giudea espressamente per incontrarlo, e non cerca di vedere nessun altro apostolo. Ma è anche curioso constatare quanto il convertito della via di Damasco paia diffidare delle influenze umane, poiché della sua chiamata è debitore a Dio: gli uomini non c'entrano per nulla, né le loro lezioni, i loro esempi o altro. Tuttavia non è pensabile che Paolo per vari anni potesse vivere senza vedere i nuovi correligionari e senza intrattenersi con loro sulla vita e sull'insegnamento di Gesù. Per quanto sia larga la parte della meditazione solitaria del futuro apostolo e di quelle che oggi diremmo le sue esperienze religiose, non si può dimenticare che posto occupa nelle sue epistole l'idea di tradizione.

Ciò che egli insegna non viene da lui, ma lo ha ricevuto; l'ha appreso dal Signore, e quando vuole dare consigli o comandi personali, lo dice molto scrupolosamente. Ci possiamo chiedere, è vero, in che misura si appelli ai suoi ricordi, alle visioni e alle rivelazioni ricevute (cfr. II Cor., 12, 1-6); ma molto più dobbiamo notare che la sua dottrina concorda perfettamente con quella degli altri predicatori evangelici e specialmente con quella delle colonne della Chiesa. Nel tempo della sua seconda visita a Gerusalemme, Giacomo, Cefa e Giovanni gli diedero la mano in segno di comunione (Gai., 2, 9), e questo non l'avrebbero fatto se tra loro ci fosse stata la minima contestazione. Dovremo poi ritornare su questo punto, ma bisogna accennarlo fin d'ora.

§4.-Il messaggio rivolto ai pagani.

Cornelio. - Dopo la dispersione della comunità di Gerusalemme, e la conversione di San Paolo, bisogna segnalare un terzo fatto, cioè l'ingresso del centurione Cornelio nella Chiesa (At., e. 10). Gli Atti ci raccontano il fatto con numerosi dettagli, dimostrando come il loro autore ne avesse compreso tutta l'importanza. Difatti Cornelio fu il primo pagano che ricevette il battesimo cristiano. L'eunuco della regina d'Etiopia, battezzato da Filippo (At, 8, 26 ss.) era giudeo, come giudei erano i Samaritani che avevano accolto la predicazione del Vangelo (At., 8, 4 s.). Invece. Cornelio, benché sia detto pio e timorato del Signore (At., 10, 2), non pratica le osservanze mosaiche e non è circonciso; può essere vicino al giudaismo ma non ne fa parte, e si comprendono le citazioni, anzi le ripugnanze di Pietro all'ordine ricevuto: si tratta di romperla con tutte le abitudini religiose osservate fino allora, e d'introdurre nella comunità un elemento estraneo dandogli gli stessi diritti e gli stessi privilegi dei fratelli d'origine giudaica. Ci volle nientemeno che un segno del cielo per decidere Pietro a fare ciò che egli considera una specie di tradimento. Se Cornelio aveva ricevuto lo Spirito Santo e cominciava a parlare le lingue, come pure tutti i suoi, come si poteva rifiutargli il battesimo?

L'orientamento definitivo. - Cornelio fu il primo pagano che entrò nella Chiesa, ma presto fu seguito da altri. " Quelli che erano stati dispersi dalla persecuzione venuta a causa di Stefano, arrivarono fino in Fenicia, a Cipro e in Antiochia, non predicando la parola che ai soli Giudei. Ma ci furono alcuni di Cipro e di Cirene i quali, venuti in Antiochia, parlarono anche ai Greci, annunciando il Signore Gesù. E la mano del Signore era con essi e un grande numero credette e si convertì al Signore " (At., 11, 19-21).

Nella storia della Chiesa primitiva pochi testi sono più importanti di queste righe degli Atti. Abbiamo veduto il cristianesimo fare i primi passi fuori di Gerusalemme, espandersi in Giudea, nella Samaria, e anche intraprendere la conquista della costa palestinese di Cesarea, di loppe, Gaza, Azoto e giungere fino a Damasco. Ed eccolo ora slanciarsi nel vasto mondo e prendere contatto con l'ellenismo nell'isola di Cipro, e più ancora in Antiochia. Il problema che Pietro aveva dovuto risolvere, nel caso del centurione Cornelio, si pone ormai in tutta la sua ampiezza; la religione di Cristo sarà un'eresia giudaica, una setta tra i Giudei, i cui membri, fedeli in tutto alle prescrizioni della Legge, s'accontentarono di credere che il Messia è venuto in Gesù, invece di attendere in un avvenire più o meno lontano la realizzazione delle profezie? Oppure sarà qualcosa di nuovo, il culto in spirito e verità, la dimora ampiamente aperta a tutte le anime di buona volontà, la casa dove si ritroveranno fraternamente uniti i Giudei e i Gentili nell'adorazione del Padre celeste e del

Figlio suo Gesù Cristo? Prima ancora che gli apostoli avessero preso coscienza della questione, i fatti s'incaricarono di risolverli. Mentre i cristiani d'origine gerosolimitana si guardano bene dall'annunciare il Vangelo ai pagani, i loro fratelli che vengono dalla Dispersione, specialmente da Cipro e da Cirene, non hanno gli stessi scrupoli. Degni discepoli di Stefano, essi parlano liberamente del Signore Gesù; non si spaventano se vi sono dei Greci tra i loro uditori e li battezzano pure, senza esitazione. Più tardi bisognerà discutere e ragionare, bisognerà chiedersi se e quando il cristiano dipenda o non dipenda dalla Legge di Mosè, ma questo sarà affare dei capi. Per ora i predicatori improvvisati approfittano delle buone disposizioni degli uditori. E la Chiesa comincia a prendere possesso del mondo greco.

La comunità di Gerusalemme viene tosto a conoscere il moto di conquista e manda Barnaba ad Antiochia per attingere informazioni più precise. Nessuna scelta poteva essere più felice. Barnaba era un vero giudeo (basterebbe a indicarlo il nome), possedeva terreni a Gerusalemme, apparteneva alla tribù di Levi (At., 4, 86). Tutto questo era una commendatizia davanti ai partigiani dell'osservanza stretta. Nello stesso tempo era d'origine cipriota, quindi più capace di comprendere le esigenze di quello che noi chiameremmo l'apostolato missionario. In realtà quando Barnaba giunge ad Antiochia e constata la bella messe che vi si miete per il Signore, non esita un istante ad approvare tutto l'operato. Più ancora, va a cercare Paolo a Tarso e con lui lavora un anno intero ad Antiochia alla conversione dei pagani. I risultati della loro attività sono cosi fecondi che tutti li conoscono e i discepoli per la prima volta ricevono il nome di cristiani (At., 11, 26). Dopo l'ora del Vangelo oltre le frontiere, è venuta quella del Vangelo sopra i tetti.

Le grandi missioni. - Non occorre che narriamo distesamente tutti i fatti che seguirono. La missione di Barnaba e di Paolo ad Antiochia dev'essere posta all'incirca negli anni 42-43. Poco tempo dopo Paolo parte per i suoi grandi viaggi missionari e ormai consacra la sua vita al successo dell'impresa, apparentemente chimerica. Il paradosso della predicazione cristiana è messo in rilievo nelle poche righe della prima Lettera ai Corinti, forse meglio che in qualsiasi altro luogo : " II linguaggio della croce è stoltezza per coloro che se ne vanno in perdizione, ma per noi, che siamo sulla via della salvezza, è la virtù di Dio. Poiché sta scritto: Distruggerò la sapienza dei sapienti e renderò vana l'intelligenza dei dottori. Dov'è il sapiente? dove il dottore, dove il sofista di questo secolo? Non ha forse Dio riputata stoltezza la sapienza di questo mondo? Infatti non avendo il mondo, mediante la sua sapienza, conosciuto Dio nelle opere della sapienza divina, è piaciuto a Dio di salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. I Giudei richiedono portenti, e i Greci cercano sapienza; noi invece annunciamo il Cristo crocifisso, per i Giudei oggetto di scandalo, per i gentili oggetto di stoltezza, ma per quelli che sono chiamati da Dio, siano essi Giudei o Greci, il Cristo virtù di Dio e sapienza di Dio. Che ciò che è stolto in Dio è più sapiente della sapienza degli uomini, e ciò è debole in Dio è più forte della forza degli uomini " (I Cor., 1, 18-25).

Nella storia delle origini cristiane niente si conosce meglio delle missioni di San Paolo, per le quali il racconto degli Atti è particolarmente circostanziato, e, dal capitolo 16 in poi si inserisce nella trama il racconto d'uno dei compagni di viaggio dell'apostolo il quale altro non è che San Luca stesso, l'autore di tutto il libro. Anche se Luca non partecipò a tutte le peregrinazioni di Paolo, siamo almeno sicuri che potè esserne informato. Le Lettere di San Paolo completano gli Atti. Per lo più sono scritti di circostanza per rispondere a questioni precise o a risolvere difficoltà ben determinate. L'apostolo non si propose mai di raccontare i fatti suoi o le sue gesta, ed è talvolta difficile trovare negli Atti l'esatto punto d'inserzione di questo o quel particolare, cui alludono rapidamente o in modo incompleto le Lettere. Tale difficoltà garantisce insieme il valore delle Lettere e degli Atti. San Paolo scrive con tutto il suo zelo, espone i suoi progetti mentre li concepisce, senz'essere sicuro di poterli pienamente realizzare, anzi spesso dovrà poi modificare i suoi piani, anche a costo d'essere accusato d'incostanza e di leggerezza dai corrispondenti. Se l'autore degli Atti avesse composto il suo racconto dopo le Lettere, avrebbe indubbiamente armonizzato molti dettagli, anche a detrimento della verità storica. Invece s'accontenta di raccontare ciò che sa, e lascia al lettore il compito di fare i raccordi.

Grazie agli Atti e alle Lettere, possiamo seguire San Paolo e i suoi compagni per una ventina d'anni, dal 44 al 64 circa. Un primo viaggio conduce Paolo e Barnaba nell'isola di Cipro, che percorrono tutta quanta. I missionari si recano poi a Perge di Panfilia e, attraverso le montagne, ad Antiochia di Pisidia. Cacciati di qui, passano a Iconio, a Listri e vanno fino a Derbe, donde invertono il cammino, visitano di nuovo le comunità che hanno creato, e ad Attalia s'imbarcano per Antiochia, che è la loro base.

Durante il secondo viaggio Paolo comincia a percorrere la Siria e la Cilicia, per rafforzare le Chiese; passa ancora una volta a Derbe e Listri, attraversa la Frigia e la Galazia, entra nella Misia, si spinge fino a Troade, s'imbarca per la Macedonia, fonda le Chiese di Filippi, Tessalonica, Berea, donde parte per Arene, arrivando infine a Corinto, dove soggiorna a lungo. Da Corinto si reca, via mare, ad Efeso, poi a Gerusalemme passando per Cesarea. Dopo tutte queste peregrinazioni ritorna ad Antiochia.

La terza missione conduce prima l'Apostolo attraverso la Frigia e la Galazia, dove conferma i cristiani nella fede; giunto ad Efeso vi si ferma a lungo, e solo una sommossa lo obbliga a partire. Allora parte di nuovo per la Macedonia, dove soggiorna per qualche tempo, rivede Corinto e, dopo aver attraversato per l'ultima volta la Macedonia, per mare va a Gerusalemme, dov'è arrestato, poi trattenuto due anni prigioniero a Cesarea di Palestina. Solo dopo questo lungo intervallo è condotto a Roma per esservi giudicato. Di questa traversata marittima molto movimentata abbiamo un racconto particolareggiato ed estremamente vivo.

Le lettere pastorali ci lasciano credere che San Paolo al tribunale dell'imperatore sia stato assolto e abbia potuto riprendere l'attività per un certo tempo, e lo fanno vedere a Creta, a Efeso, a Troade, a Nicopoli d'Epiro; c'è qualche motivo di pensare che si sia spinto fino in Gallia e in Spagna. Tutto sommato, possiamo seguire fino alla fine la carriera del più grande missionario che la Chiesa abbia mai conosciuto.

§ 5. - Che cosa sappiamo riguardo agli altri apostoli.

Siamo ben lungi dal poter dire altrettanto degli altri apostoli, e la viva luce che illumina la fisionomia e l'opera di San Paolo non ci deve far dimenticare l'ombra in cui rimangono tutte le comunità per le quali egli non è passato. Perfino della Chiesa di Gerusalemme, la metropoli del cristianesimo nascente, non sappiamo quasi nulla, eccetto gl'incidenti della sua storia in cui ebbe parte San Paolo. Certamente la cosa sarebbe molto diversa se avessimo le Memorie, purtroppo perdute, d'Egesippo, di cui Eusebio ci conservò alcuni frammenti. Possiamo tuttavia sapere che mentre la Chiesa moltiplicava le sue conquiste nel mondo pagano e si liberava sempre più da tutti gli assalti giudaici, i fratelli di Gerusalemme si chiusero in un atteggiamento diffidente verso i nuovi convertiti. Obbligati a vivere accanto ai Giudei, in un'atmosfera sempre più ostile all'autorità di Roma e a tutto ciò che richiamava il paganesimo, subivano l'influsso del loro ambiente e non cessavano di richiamarsi al giudaismo da cui erano venuti. Prima della guerra, che finirà con la distruzione di Gerusalemme, vediamo che lasciano la città e si rifugiano a Pella, ma vivono solo al margine del grande moto cristiano e non esercitano influsso su di esso.

Tradizioni autorevoli c'informano che San Pietro venne a Roma, dove subì il martirio durante la persecuzione di Nerone; che San Giovanni visse a lungo in Asia e fu a capo della Chiesa d'Efeso fino alla fine del primo secolo. Invano alcuni critici si sono accaniti contro queste tradizioni. La venuta di San Pietro a Roma non poggia soltanto su testimonianze di scrittori della fine del secondo secolo, come quelle di Tertulliano o di Sant'Ireneo, il che sarebbe già qualcosa, ma è provata dalla Lettera di San Clemente, anteriore al 100 e anche dalla Lettera di Sant'Ignazio ai Romani, come pure dalle antiche liste episcopali, che risalgono almeno ad Egesippo e sono probabilmente più antiche. Il soggiorno di San Giovanni ad Efeso è attestato da Ireneo, discepolo di San Policarpo, che aveva ricevuto lui stesso l'insegnamento dell'apostolo; e non basta un testo oscuro e tardivo per convincerci che Giovanni sia stato decapitato contemporaneamente al fratello Giacomo, durante la persecuzione di Erode.

D'altronde bisogna confessare che non sappiamo nulla di preciso, all'infuori di queste notizie generali, dell'attività di San Pietro e di San Giovanni. Tanto più ignoriamo ciò che riguarda gli altri apostoli. Secondo una tradizione, di cui Origene si fa eco, a " Tommaso fu assegnato il paese dei Parti, Andrea ebbe la Scizia ". Si vede che queste informazioni non conducono molto lontano. Ben presto, prima della fine del secondo secolo, si desiderò di saperne di più e s'immaginarono belle storie, romanzate secondo i gusti, che vogliono far credere di raccontare tutto ciò che fecero e dissero gli apostoli. Non potremmo dar credito a questi Atti apocrifi: anche se riposano su tradizioni autentiche, non possiamo sceverare queste dalla farragine di leggende dietro le quali si riparano. Leggiamo questi racconti con interesse, perché ci fanno conoscere la mentalità dei loro autori e dei loro primi lettori; ma non possiamo cercarvi la storia della propagazione del cristianesimo.