tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
La
teologia è l'esposizione sistematica
delle verità contenute nelle fonti
della rivelazione divina positiva (la Tradizione
e la Sacra Scrittura) e proposte dal magistero
vivo della Chiesa cattolica. Di queste verità,
che riguardano Dio e le creature considerate
in rapporto a Lui, loro primo principio e
ultimo fine, alcune hanno importanza direttamente
pratica, in quanto concernono l'attività
umana dal punto di vista del suo fine soprannaturale,
le altre sono invece d'ordine più teorico:
le prime formano l'oggetto della teologia
morale; le altre, chiamate talvolta "
verità da credere ", sono materia
della teologia dommatica.
Tali verità si possono esporre con
due metodi nettamente distinti: col metodo
detto " positivo ", che si limita
a raccogliere diligentemente e a raggruppare
secondo un ordine logico gl'insegnamenti delle
fonti della rivelazione e del magistero ecclesiastico;
col metodo chiamato " speculativo "
o a scolastico ", che consiste essenzialmente
nell'applìcare a questi dati nozioni
e principi filosofici allo scopo di spiegarli
nella misura del possibile e dedurne ulteriori
conclusioni.
Tenendo
conto di questi diversi processi e del loro
relativo valore, R. Draguet ha dato quest'eccellente
definizione della teologia: a La teologia
è, in ordine primario, la cognizione
scientifica di Dio e del mondo secondo i dati
d'una rivelazione divina positiva, che cogliamo
attraverso il magistero attuale della Chiesa
cattolica, sua infallibile interprete e, in
ordine secondario, l'interpretazione della
rivelazione in funzione di valori garantiti
dalla sola ragione " (Revue cath.
des idées et des faits, 14 febbraio
1936, p. 17).
Come
si vede, la teologia è una disciplina
sui generis. Da secoli essa è oggetto
di numerose obiezioni o difficoltà,
che differiscono notevolmente tra di loro,
sia per l'origine e per lo spirito, sia per
la natura e l'importanza. Noi ne raccoglieremo
solo un numero ristretto, cioè quelle
che s'impongono all'attenzione e all'esame,
per la loro importanza, diffusione, tenacia
o attualità.
Il
lettore avvertito noterà facilmente
che queste difficoltà non sono esclusivamente
quelle esaminate abitualmente nei manuali
di teologia e nelle opere d'introduzione allo
studio di questa scienza; qui troverà
obiezioni non meno gravi, che i loro autori
generalmente s'accontentano (o stimano più
prudente) di formulare solo oralmente, e che,
per lo più se non sempre, rimangono
senza risposta.
Nell'esporre
e nell'esaminare queste obiezioni s'impone
massima franchezza. Anche dal semplice punto
di vista apologetico la tattica peggiore è
quella di velare parzialmente la difficoltà
o di snaturarla per facilitare la confutazione,
con un processo che ispira necessariamente
la diffidenza. Non solo bisogna avere il coraggio
di riprodurre sinceramente le obiezioni, ma
anche di riconoscere la parte di verità
che contengono con un'ammissione che non deve
ispirare nessun timore; occorre solo distinguere
accuratamente la teologia stessa, la sua vera
natura e metodi ben compresi da una parte,
e quelli che furono detti " i peccati
dei cattivi teologi " dall'altra; le
accuse, in quanto fondate, non toccano la
teologia, ma solo il lavoro di certi autori.
Anzi, denunciare lealmente queste imperfezioni,
questi difetti ed errori, significa contribuire
al progresso degli stessi studi teologici.
Queste pagine intendono servire alla causa
della verità, che evidentemente è
la causa della scienza di Dio.
Infine
presenteremo le obiezioni e le risposte in
un ordine sistema tira, del quale dobbiamo
dire qualche parola.
Tenendo
presente la natura della teologia, si capisce
facilmente clic la maggior parte delle difficoltà,
sollevate contro la rivelazione divina positiva,
contro le sue fonti o contro il magistero
della Chiesa, interessano anch'esse la causa
della teologia. Certe obiezioni, come quelle
contro l'esistenza d'una rivelazione soprannaturale,
non tendono forse a negare perfino la possibilità
della teologia?
Tuttavia
il più delle volte tali attacchi non
toccano che indirettamente la teologia, mirando
immediatamente solo ai suoi presupposti indispensabili.
Perciò non rientrano nell'ambito del
nostro studio, ma, almeno in buona parte,
trovano il loro posto naturale in altre sezioni
della presente opera; e il lettore veda queste
sezioni o altri lavori relativi ai punti discussi.
Ma il contenuto delle fonti della rivelazione
e quello dei documenti del magistero ecclesiastico
costituiscono " un dato ", che è
la base e il punto di partenza del lavoro
teologico. È possibile che il "
dato ", in quanto contiene o suppone
certe concezioni fisiche o filosofiche, sembri
creare al teologo certe difficoltà.
Prima considereremo queste. Poi esamineremo
le accuse contro ì metodi, positivo
e speculativo, della teologia. Infine vedremo
le ragioni adottate contro il valore scientifico
o pratico di tutta l'esposizione sistematica.
Perciò seguiranno tre capitoli:
Obiezioni
contro " il dato " della teologia.
Obiezioni contro i " metodi " della
teologia.
Obiezioni contro il valore scientifico e pratico
della teologia.
CAPITOLO I.
- OBIEZIONI CONTRO " IL DATO " DELLA
TEOLOGIA
Le
difficoltà di questa specie si desumono
principalmente dalle concezioni fisiche superate
e dalle nozioni filosofiche contenute in questo
" dato ". Di qui due obiezioni,
la prima delle quali riguarda prima di tutto
" il dato " delle fonti della rivelazione,
la seconda " il dato " del magistero
ecclesiastico.
Obiezioni
desunte dalle concezioni fisiche superate.
- Si dice che molto spesso la dottrina religiosa
della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa,
e talvolta
anche quella del magistero ecclesiastico,
viene espressa in rapporto a concezioni fisiche
(p. es. cosmologiche) superate, con un nesso
strettissimo e perfino indissolubile. Ora
questo è grave, perché qualsiasi
tentativo di dissociare i due elementi finisce
col dissolvere completamente l'affermazione
in questione e togliere alla proposizione
tutto il suo senso. Prendiamo ad esempio queste
due asserzioni, che sono punti di fede contenuti
nei simboli: Gesù Cristo " discese
" agl'inferi e a sali " al cielo
(Denz. 40, 54, 86). I due enunciati suppongono
evidentemente l'antica cosmologia geocentrica
e la geografia celeste e sotterranea oggi
completamente superate, e sono talmente legati
ad esse che perdono tutto il loro significato
se li priviamo della vecchia cornice. Se il
Cristo non " discese ", nò
" salì ", che cosa resta
della credenza nella discesa agli inferi e
della sua ascensione al cielo?
Risposta.
- Bisogna riconoscere lealmente che certe
verità della rivelazione sono formulate
nella cornice di concezioni definitivamente
sepolte dalle scienze naturali. Il fatto impone
al teologo un compito, ma non crea una difficoltà
insormontabile; può essere cosa delicata,
ma non impossibile, separare il minerale prezioso
dalla ganga, la verità religiosa rivelata
assolutamente valida dalla sua espressione
umana relativamente utile. Da tempo i teologi
hanno compreso il loro compito e cercano di
determinare che cosa si debba intendere per
" discesa di Cristo agli inferi ",
per " ascensione al cielo ", e di
chiarire il valore cristologico e soteriologico
di questi fatti. Se vi sono tra loro numerose
divergenze sui particolari, c'è però
completo accordo sulla sostanza della dottrina:
il messaggio che l'anima di Cristo unita alla
persona del Verbo portò ai giusti dell'Antico
Testamento, in attesa d'essere ammessi nella
felicità celeste; la fine della presenza
visibile del Salvatore sulla terra e l'esaltazione
gloriosa dell'Uomo-Dio (1).
Osserviamo di sfuggita che il fatto di aver
utilizzato tali concezioni fisiche, che non
sono elemento essenziale né parte integrante
della verità rivelata, si spiega facilmente
quando si rammenti il carattere dei libri
sacri e della maggior parte degli scritti
patristici, i quali non sono trattati propriamente
teologici, ma opere di edificazione, destinate
spesso alla massa dei fedeli. Non era possibile
servirsi di un linguaggio astratto e tecnico,
ma occorreva una forma viva e concreta, che
difficilmente può fare a meno delle
concezioni fisiche, tanto più quando
siffatte concezioni sono come cristallizzate
nel linguaggio comune.
(1)
Cfr. p. es. B. Bartmann, Lehrbuch der
Dogmatik, 7 ed., Friburgo in Br.. 1928,
t. t, pp. 409-411 e 415-417; trad. it. di
Natale Bussi, Manuale di Teologia Dommatica,
voi. H, 3 ed., pp. 143-146 e 151-153. Ed.
Paoline, Alba 1952. H. Quiixiet, Desunte
de Jésus aux enfers, in D. T.
C. t. iv, col. 565-619; J. Chaine, Descenle
du Christ aux enfers, in Dict. de la Bible,
Supplement, t. n, col. 395-431 ; A. Gardeil,
Le donne révélé et
la théologie, 2 ed. Juvisy, s.
d., pp. 101-106.
Obiezioni
desunte dagli elementi filosofici delle formule
dommatiche.
Molti
e forse quasi tutti i dommi definiti e proposti
dal magistero ecclesiastico sono formulati
nel linguaggio delle scuole filosofiche e
più precisamente nella terminologia
scolastica, tanto che le teorie di queste
scuole fanno ormai corpo col domma e ne sono
divenute inseparabili. Assieme alla dottrina
religiosa rivelata, viene imposto al teologo
tutto un sistema di nozioni e di principi
filosofici disprezzato e rigettato dalla maggior
parte dei pensatori moderni e contemporanei.
Il teologo oggi non può più
proporre la verità rivelata con categorie
accessibili alla mentalità odierna.
Risposta.
- Eccellenti teologi, come Gardeil (Le
donné révèlé et
la théologie, ed. cit., pp. 77-114),
R. Garrigou-Lagrange (Le sens commuti,
3 ed. pp. 343-358), L. de Grandmaison (Le
dogme chrètien, 3 ed., pp. 30-52),
ed H. Pinard (Dogme, in D. A. F. C. 1.1, col.
1146-1148) ci offrono gli elementi della risposta.
Le formule dommatiche del magistero della
Chiesa non lasciano certamente libertà
sconfinate al teologo che cerca una filosofia
per il suo lavoro speculativo, poiché
escludono i sistemi idealisti o puramente
soggettivisti e impongono la scelta d'una
dottrina realista, oggettiva. Tale esigenza
tuttavia non può creare alcuna difficoltà
perché, anche senza un qualsiasi intervento
della Chiesa docente, le verità contenute
nelle fonti della rivelazione impongono non
meno imperiosamente una dottrina realista,
perché è evidentissimo che a
solo le filosofie oggettive sono compatibili
con una fede oggettiva " (Grandmaison,
Op. cit, p. 37).
Occorre
però fare attenzione a non esagerare
la parte di filosofia contenuta nelle formule
dommatiche. " Ciò che la Chiesa
desume dalle varie filosofie, scrive giustamente
H. Pinard (Art. cit., col. 1146), è
la loro terminologia; ma essa l'usa senza
canonizzare il resto dei sistemi e, ordinariamente
non da alla parola altro significato che quello
comune. Su questo punto l'accordo tra i teologi
va sempre più stabilendosi ".
L. de Grandmaison (Op. cit., p. 40) fa pure
osservare che " le definizioni ecclesiastiche,
anche quelle che sono enunciate in termini
specificamente scolastici, sotto i loro precisi
vocaboli non contengono, per lo più,
che la filosofia universale riguardo alla
quale si devono intendere tutte le metafisiche,
al di fuori dei sistemi particolari ".
E l'autore con indovinati esempi, presi dall'insegnamento
conciliare sui sacramenti, dimostra che non
bisogna lasciarsi ingannare dai termini tecnici:
" i vocaboli forma, materia, carattere
sembrano pregni di filosofia scolastica; in
realtà sono profondi, ma, se esaminati
da vicino, implicano soltanto nozioni filosofiche
semplicissime " (ivi, p. 42).
Ci
sono tuttavia eccezioni: talvolta s'impone
un senso più tecnico, come ammette
lealmente L. de Grandmaison : " Per alcune
di queste formule di fede non si può
fare a meno di riconoscere che la Chiesa suppone
nozioni filosofiche di cui non è possibile
accertare direttamente il carattere generale
" (ivi, pp. 44-45). A. Gardeil aggiunge:
" Checché se ne dica, in alcune
definizioni della Chiesa ci sono termini tecnici
usati come tali, come prova prima di tutto
la precisione filosofica degli errori che
vogliono confutare " (Op. cit., p. 90).
Non è qui il luogo di dimostrare che
questa condotta del magistero ecclesiastico
è perfettamente legittima (cfr. Grandmaison,
Op. cit., pp. 45-51) e basta fare osservare
con A. Gardeil (Op. cit., pp. 94-114) e R.
Garrigou-Lagrange che, nonostante tutto, "
la formula dommatica, espressa in linguaggio
filosofia), è sempre sul prolungamento
del senso comune e non infeuda il dogma a
nessun sistema propriamente detto... Lungi
dall'infeudarsi ai nostri concetti, la rivelazione
li giudica e li utilizza" (Op. cit.,
pp. 347-358).
Per
concludere e dissipare ogni equivoco, citiamo
il rilievo giustissimo di H. Pinard: a Dicendo
che le formule dommatiche espresse in un linguaggio
filo-sofico non aggiungono nessuna filosofia
al domma, non si vuole dire che non aggiungano
al concetto volgare qualcosa di più
filosofico; ma si vuole soltanto affermare
che questo qualcosa è una maggior precisione
astratta nell'esprimere il domma, non già
l'introduzione di "costruzioni"
umane nei "dati" della rivelazione"
(Art.'cit., col. 1146).
Quindi
non si può dire che le formule dommatiche
impongano al teologo un determinato sistema
filosofico, perché lo obbligano soltanto
ad ammettere un certo numero di nozioni fondamentali
ratificate dal senso comune e dalla philosophia
perennis (2).
Queste nozioni offrono tutte le desiderabili
garanzie di verità e non possono impedire
al teologo d'accogliere con benevolenza tutte
le vere acquisizioni del pensiero moderno
e contemporaneo e di essere perfettamente
aggiornate dal punto di vista filosofico.
OBIEZIONI
CONTRO I " METODI " DELLA TEOLOGIA
§
1. - Obiezioni contro il " metodo positivo
".
Queste
obiezioni puntano soprattutto contro il metodo
positivo, quale viene usato dagli autori dei
manuali.
Obiezioni
contro " l'argomento scritturistico dei
manuali ". - Si dice che questi
argomenti tradiscono la tendenza dei teologi
a voler provare tutte le tesi a ex S. Scriptum
", quasi che la Scrittura fosse l'unica
fonte della rivelazione. Molti testi non sono
affatto ad rem, o almeno non hanno il valore
che vien loro attribuito. Inoltre tali prove
denotano spesso mancanza totale di senso storico
dimenticando praticamente il carattere progressivo
della rivelazione, donde quell'esegesi che
gonfia o forza il senso dei testi. Infine,
spesso viene presentato un argomento come
scritturistico mentre non è altro che
un argomento ex Traditione (solo la Tradizione
infatti autorizza l'interpretazione della
Scrittura ammessa nella prova), o ex ratione
theologica (essendo l'argomento infarcito
di nozioni e di principi teologici con un
rapporto molto lontano con la Scrittura).
Risposta..
Si deve subito ammettere che queste obiezioni
contengono una parte di verità e che
occorre trame profitto; ma stiamo attenti
per non esagerare Ì difetti degli argomenti
scritturistici dei manuali, avendo noi il
diritto di mostrarci Severi, non però
ingiusti.
(2)
Queste nozioni si trovano precisate, solidamente
collegate tra loro nella filosofia aristotelico-tomista
: si comprende quindi come tale possente sintesi
si dimostri particolarmente adatta al lavoro
speculativo del teologo e sia stata raccomandata
in modo specialissimo dal magistero ecclesiastico.
Si veda, ad esempio, l'enciclica fiumani generis
(12 agosto 1950) che, tra l'altro, difende
questa filosofia da due accuse: di essere
antiquata per la forma e razionalistica per
il processo di pensiero. La stessa enciclica
fa pure il punto sulla questione delle formule
dommatiche, mettendo in guardia da un pericoloso
relativismo, propugnato recentemente da qualche
teologo.
È
innegabile che molti teologi cercano di puntellare
tutte le tesi con argomenti della Scrittura.
La preoccupazione è spiegabile, anche
se non giustificabile. L'argomento ex Scriptum
può sembrar loro più facile
di quello ex Traditione e del resto è
l'unico utilizzabile nella polemica contro
i protestanti, che ammettono soltanto la Scrittura.
Ora un testo, una volta allegato a sostegno
di una dottrina, viene spesso, troppo spesso,
ripreso senza sufficiente controllo dagli
autori di manuali, inclini, se non abituati,
a copiare molto servilmente i lavori esistenti,
tanto che anche oggi l'esegeta formato al
metodo filologico ? storico troverà
molto da ridire su parecchi manuali.
Però
bisogna pure riconoscere l'immenso progresso
di questi ultimi anni. Parecchi autori di
manuali come B. Bartmann (
1), per citare un solo esempio, hanno
largamente profittato del rinnovamento degli
studi biblici, hanno utilizzato seriamente
i migliori lavori d'esegesi e di teologia
biblica, cui rimandano il lettore nelle notizie
bibliografiche. D'altronde per giudicare equamente
dell'argomento scritturistico, non basta consultare
i manuali, ma occorre pure, e forse ancora
di più, tener conto degli studi più
approfonditi offerti dagli autori cattolici,
specialmente dai lavori generali o dalle monografie
di teologia biblica (2), opere che denotano
nei loro autori una formazione storica e filologica
ed espongono la dottrina biblica in tutta
la sua purezza, mettendone anche in risalto
l'evoluzione progressiva; opere che auguriamo
vivamente si moltiplichi-no, si perfezionino,
e siano utilizzate intelligentemente dagli
autori dei manuali teologici.
Obiezioni
contro l'argomento " ex Tradizione "
dei manuali. - Innanzitutto, si dice, l'argomento
è uno dei più sommari, poiché
il più delle volte ci si accontenta
di due o tre citazioni patristiche, che contengono
o sembrano contenere (perché anche
qui alcuni testi non sono ad rem) la dottrina
(tesi) da provare. Questa prova inoltre, non
meno di quella scritturistica, rivela una
mentalità insensibile all'evoluzione
delle dottrine; infine, e soprattutto, l'argomento
è spesso privo di valore per difetto
d'applicazione dei principi relativi all'autorità
delle testimonianze tratte dai documenti della
Tradizione. Cosi, il più delle volte,
a proposito della tesi in questione, si trascura
di far vedere che i Padri presentano questa
dottrina come una verità di fede e
che essi sono moralmente unanimi a insegnarla
come tale.
(1)
Manuale di teologia dogmatica, 3 voli., 3
ed., Ed. Paoline, Alba 1952.
(2)
Come esempi ricordiamo l'eccellente sintesi
di A. Lemonnyer, Théokgie du Nouaeau
Testament, Bloud et Gay, Parigi 1938; le pregiate
opere di G. Bonsirven, Les enseignements de
Jésus-Christ, Beauchesne, Paris 1946;
Il Vangelo di Paolo, Ed. Paoline, Roma 1951;
Teologia del N. Testamento, Marietti, Torino
1952; l'opera notissima di F. Prat, La thèologk
de saint Paul; trad. it. La teologia di San
Paolo, 6 ed., SEI, Torino 1945 ; e le monografìe
di E. Tobac, Le problèmi de lajustijkalwn
dans sainl Paul, Lovanio 1908 e di B. Rigaux,
L'Antéchrist et l'opposition au
royame messianique dans l'Ancien et le Nouveau
Testament, Duculot, Gembloux 1932. Ricordiamo
anche i numerosi articoli di teologia biblica
contenuti nel Dictionnaire de la Bible, Supplément,
Parigi 1928 ss.; infine non dobbiamo dimenticare
la parte notevole consecrata all'esame dei
testi scritturistici in numerosissimi articoli
del D. T. C. e del D. A. F. C, nonché
in monografie come quelle di J. Lebreton,
Histoire du dogme de la Trinité des
orìgines au Concile de Nicée,
Beauchesne, Parigi 1928. Tra i lavori te deschi
si potranno consultare, ad esempio, gli studi
di teologia biblica pubblicati nelle tre collezioni
Alttestamentliche Abhandlnngen, Meuteslamentliche
Abhandlungen, e Biblische Zifragen, edite
a Mùnster in Westfalia dal 1908 in
poi.
Risposta.
- Anche qui siamo costretti a essere severi,
stando però attenti per non esagerare
e quindi non essere ingiusti. Gli autori dei
manuali trattano spesso l'argomento ex Traditione
molto sommariamente e troppo di frequente
dimenticano e trascurano di applicare in questa
materia i princìpi inculcati da loro
stessi; ma bisogna pure ammettere che nei
manuali lo spazio, necessariamente molto o
troppo ristretto, non permette lunghi sviluppi,
che d'altronde spesso non sono necessari.
Così, generalmente, quando la dottrina
è contenuta in modo chiaro nella Scrittura,
sicché, spesso fin dalla più
remota antichità e anche dalla fine
dell'età apostolica, le testimonianze
della Tradizione, soprattutto i Padri della
Chiesa, riproducono o sviluppano fedelmente
gl'insegnamenti dei documenti ispirati. Così
pure, quando una verità di fede, negata
o messa in dubbio dagli eretici, venne definita
solennemente dalla Chiesa fin dai primi secoli.
Il più delle volte in pratica basterà
fare alcune citazioni, che s'impongono per
chiarezza e importanza, o rimandare a qualche
raccolta, come YEnchiri-dion palristicum di
J. Rouet de Journel, poiché in queste
condizioni, applicando i princìpi relativi
al valore dell'argomento, si ottiene certamente
e facilmente la certezza che la dottrina appartiene
al deposito della fede.
Per
altri punti dottrinali occorre una ricerca
più approfondita; ed essendo il lavoro
vasto e difficile, è chiaro che non
possono farlo gli autori dei manuali; quando
la ricerca è già stata fatta
(anche solo parzialmente, come in molti casi),
il manuale riassumerà le conclusioni
dei migliori studi, darà i riferimenti
bibliografici utili e, all'occorrenza, aggiungerà
una parola di critica; quando poi la ricerca
non è ancora stata fatta il manuale
sarà prudentemente riservato, indicherà
la lacuna, che il più delle volte solo
una monografia potò colmare. I manuali
insomma devono riflettere lo stato attuale
degli studi sulla patrologia e la storia dei
dommi, non potendo fare di più.
Anche
qui fu fatto un progresso immenso, e molti
manuali recenti utilizzano con cura i migliori
lavori, quali ad esempio l'Histoire des dogmes
dans l'antiquité chrètienne
di J. Tixeront, e l'Histoire du dogme de la
Trinité di J. Lebreton. Alcuni manuali
manifestano un serio sforzo per determinare
il valore teologico dell'argomento. Infine,
come fu notato analogamente per l'argomento
scritturistico, per farsi un'idea esatta dello
stato attuale della prova ex Traditione non
basta consultare i manuali, ma occorre anche,
e soprattutto, esaminare gli studi più
approfonditi, specialmente i lavori cattolici
sulla patrologia e sulla storia del domma;
per questo meritano d'essere ricordati il
Dictionnaire apologétique de la foi
catholique e, particolarmente, il Dictionnaire
de théologie catholique, numerosi articoli
del quale sono vere monografie originali.
Obiezioni
contro il modo di utilizzare i documenti del
magistero ecclesiastico. - Questi
documenti per lo più sono utilizzati
in modo insufficiente e per di più
difettoso.
In
modo insufficiente, poiché raramente
i teologi studiano attentamente tutti gl'interventi
del magistero ecclesiastico nello sviluppo
delle verità d'ordine religioso, dando
prova, con la loro negligenza, che praticamente
misconoscono o, almeno, non comprendono abbastanza
il compito organico della Chiesa nella economia
della rivelazione. Forse siffatta negligenza
storicamente si spiega in parte con le necessità
della polemica contro i protestanti; però
non è giustificata. Anche quando si
utilizzano i documenti del magistero ecclesiastico,
lo si fa in modo insufficiente e difettoso,
poiché sovente il teologo non determina
il valore preciso dell'insegnamento che contengono,
o s'inganna nel precisarlo. Cosi egli non
si da sempre la pena di circoscrivere rigorosamente
il preciso oggetto di una definizione, e di
distinguerlo diligentemente da tutti gli elementi
che non sono insegnati dalla Chiesa con la
stessa insistenza.
Risposta.
– Dobbiamo per forza ripetere che bisogna
guardarsi da ogni esagerazione, non limitarsi
a consultare i manuali, ma studiare i lavori
specializzati e quindi approfondirli, come
gli articoli del Dictionnaire de théologie
caiholique, die ordinariamente segnalano con
cura i principali documenti dei magistero
ecclesiastico, e cercano di precisarne il
valore.
Generalmente
i manuali si limitano a citare gl'interventi
capitali, in primo luogo le solenni definizioni
dei concili e dei pontefici romani, e a rimandare
ali'Enchiridion Symbolorurn del Denzingcr;
talvolta aggiungono una parola sul valore
preciso dei testi, come fanno parecchi che
notano come, definendo la possibilità
della conoscenza naturale dell'esistenza di
Dio, il Concilio Vaticano non intese insegnare
la possibilità della conoscenza naturale
della creazione ex nihilo, anche se la definizione
adopera il termine " Creatore ".
("Si quis dixerit, Deum unum et verum,
creatorem et Dominum nostrum, per ea quae
facta sunt, naturali rationis humanae lumine
certo cognosci non posse: anathema sit
"; Denz. 180G).
Un
giusto apprezzamento dei lavori esistenti
deve tener conto delle difficoltà die
molto spesso provengono dal determinare rigorosamente
l'oggetto e il valore dottrinale dei documenti
del magistero. Trattandosi d'un testo conciliare,
può essere indispensabile lo studio
minuzioso degli atti. Queste difficoltà
spiegano in gran parte le lacune e i difetti,
ma non possono impedirci di constatarli e
deplorarli, e suscitano il vivo augurio che
si studi maggiormente la " teologia positiva
" dei documenti del magistero ecdesiastico,
alcuni punti della quale potrebbero essere
oggetto di monografie di tal genere (3).
(3)
Quasi a conclusione e coronamento di questo
§ i, vogliamo riportare un tratto dell'enciclica
Humani generis, che, riferendosi al metodo
della teologia positiva, precisa come esso
sia dommatico e non puramente storico: "
È vero che i teologi devono sempre
ritornare alle fonti della Rivelazione divina:
è infatti loro compito indicare come
gli insegnamenti del vivo Magistero "si
trovino sia esplicitamente sia implicitamente"
nella S. Scrittura e nella divina Tradizione.
Inoltre si aggiunga che ambedue le fonti della
Rivelazione contengono tali e tanti tesori
di verità da non potersi mai, di fatto,
esaurire. Per cui le scienze sacre con lo
studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre
; mentre, al contrario, diventa sterile, come
sappiamo dall'esperienza, la speculazione
che trascura la ricerca del sacro deposito.
Ma per questo motivo, la teologia, anche quella
positiva, non può essere equiparata
ad una scienza solamente storica. Poiché
Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla
sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare
e svolgere quelle verità che sono contenute
nel deposito della fede soltanto oscuramente
e come implicitamente. E il divin Redentore
non ha affidato questo deposito, per l'autentica
interpretazione, né ai singoli fedeli,
né agli stessi teologi, ma solo al
Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita
questo suo ufficio (come nel corso dei secoli
è spesso avvenuto) con l'esercizio
sia ordinario, sia straordinario di esso,
è evidente che è del tutto falso
il metodo con cui si vorrebbero spie gare
le cose chiare con quelle oscure; che anzi
è necessario che tutti seguano l'ordine
inverso. Perciò il nostro Predecessore,
di imp. mem., Pio IX, mentre insegnava che
è compito nobilissimo della teologia
quello di mostrare come una dottrina definita
dalla Chiesa è contenuta nelle fonti,
non senza grave motivo aggiungeva le seguenti
parole: "in quello stesso senso, con
cui è stata definita dalla Chiesa".
§
2. - Obiezioni contro " il metodo speculativo
".
Obiezioni
contro la necessità e l'utilità
della " teologia speculativa ".
È
veramente necessaria la teologia speculativa?
Perché non accontentarci d'accogliere
semplicemente le verità rivelate, la
parola divina? Dio si degnò di fare
una rivelazione agli uomini; ora la sua infinita
sapienza non d obbliga ad ammettere che Egli
abbia manifestato tutte le verità religiose
necessarie e veramente utili, non solo ai
destinatari immediati della sua parola, ma
ai cristiani di tutti i paesi e di tutti i
tempi?
Più
ancora, non potremmo contestare l'utilità
stessa della speculazione teologica? La teologia
non altererà la dottrina rivelata dell'economia
della redenzione, di questo quadro dalle linee
semplici e grandiose e quindi particolarmente
seducenti?
Risposta.
- La teologia speculativa è poco meno
indispensabile di quella positiva, a Infatti,
scrive A. Gardeil, non appena finisce la teologia
positiva, sorgono numerose questioni della
massima importanza, poiché sorte d'ogni
dato caduto in uno spirito vivente è
che questo lo elabori indefinitamente. La
riflessione che va sempre più approfondendosi,
le insorgenti obiezioni, la necessità
di rendere continuamente attuale l'accordo
del dato rivelato col progresso delle idee
filosofi-die o anche dell'esperienza, la prospettiva
delle sintesi che unificheranno il sapere
propriamente umano e il sapere d'origine soprannaturale,
sono tutte cause che, assieme ad altre, rendono
inevitabile e, fino a un certo punto, necessaria
per la fede e la stessa rivelazione una dottrina
che si proponga come compito proprio di prolungare
la luce della rivelazione verso la soluzione
di questioni die la rivelazione non risolve
formalmente, e di costruire una scienza unificata,
la teologia integrale, coordinando quelle
soluzioni tra loro e con i dati rivelati da
cui emanano " {Op. cit., pp. 224-225).
Il P. J. A. Jungmann, in un libro che citeremo
più avanti, ha sviluppato idee analoghe:
la teologia nacque soprattutto dal bisogno
di rispondere alle esigenze critiche della
ragione e agli attacchi degli avversar!, come
si vede, p. es., dalle controversie cristologiche
del quarto e del quinto secolo e anche da
quelle relative alla grazia. Il lavoro di
riflessione sulle verità rivelate apparve
ben presto interessante in se stesso e venne
continuato indipendentemente dalle necessità
apologetiche. Omettere questo lavoro significherebbe
esporre la fede al pericolo di dover cedere
alla filosofia la pretesa d'orientare la vita;
e che questo non sia un pericolo illusorio
lo provano sufficientemente la storia della
teologia protestante del secolo XIX e quella
delle Chiese dissidenti d'Oriente. Perciò
è bene distinguere la teologia, il
suo studio e il suo insegnamento dalla predicazione
della fede, anche se la catediesi presuppone
solide conoscenze teologiche ed- è
efficace solo quando si sforza di conservare
alle linee maestre del messaggio rivelato
tutto il loro rilievo.
Obiezioni
contro la possibilità della metafisica,
condizione indispensabile della teologia speculativa.
- La teologia speculativa consiste essenzialmente
nell'applicare nozioni e principi metafisici
al dato rivelato; perciò suppone necessariamente
la possibilità della metafisica rigettata
dalla maggior parte dei filosofi moderni e
contemporanei, da quando Kant fece il processo
alla metafisica e la maggior parte dei pensatori
successivi ratificarono il suo verdetto implacabile.
Risposta.
- La teologia speculativa presuppone certamente
la possibilità della metafisica; invece
l'atteggiamento agnostico è frequente
nei filosofi moderni e contemporanei, anche
se, occorre dirlo, va contro le tendenze naturali
dell'uomo. A. Meyerson potè scrivere
giustamente che " l'uomo fa della metafisica
anche quando respira ", tanto che la
maggior parte degli agnostici, dopo aver negato
alla ragione la capacità di superare
i fenomeni, si sforza di far rivivere per
altra via la metafisica, di cui non può
fare a meno. Il primato, negato all'intelligenza,
viene accordato al sentimento, alla volontà,
all'azione, ecc Significative sono a questo
riguardo le due Critiche di Kant: quella della
ragion pura e quella della ragion pratica.
Notiamo pure come la filosofia contemporanea
sia caratterizzata da un'energica reazione
contro l'agnosticismo positivistico e da un
ritorno al realismo e alla metafisica. C'è
da rallegrarsene, perché questo ritorno
promette risultati felici; fare la critica
dell'agnosticismo e dimostrare la possibilità
della metafisica significa esaminare il problema
fondamentale della conoscenza, questione,
questa, che i limiti ristretti del presente
studio non permettono di trattare e che il
lettore potrà all'occorrenza, trovare
trattata consultando i lavori di filosofia
relativi a questo soggetto (4).
Obiezioni
desunte dalla molteplicità dei sistemi
filosofici. -Ammettiamo pure, si
dice, che la metafisica sia possibile, ma
sarà sempre una possibilità
più teorica e astratta che pratica
e concreta. Nessuno infatti ignora la molteplicità
dei sistemi filosofici, avendo la storia dimostrato
che non c'è nemmeno " la filosofia
scolastica " ma che ci sono " delle
filosofie scolastiche ", cioè
molte dottrine separate da divergenze profonde.
I nomi di San Tommaso, di San Bonaventura,
di Duns Scoto, di Suarez, non segnano forse
altrettante posizioni, se non atteggiamenti
filosofici diversi? Chi potrà vantarsi
di determinare la verità in queste
materie e discernere il vero sistema? Se si
opta per una dottrina, che valore si oserà
accordarle? E se il suo valore è precario,
che solidità potrà avere l'edificio
speculativo innalzato su tale fondamento?
(4)
Tra i numerosi studi sul problema della conoscenza,
a titolo d'esempio, segnaliamo: J. MarÉchal,
Le paini de déparl de la métaphysique,
Bruges e Parigi 1922-1926; J. Db Tonquédec,
La crìtique de la connaissanee,
Beauchesne, Parigi 1929; M. D. Rolland Gosseun,
Essai d'une étude critique de la
connaissanee, Vrin, Parigi 1932 ; J.
Maritain, Distinguer frour unir ou les degrés
du savoir, Desclée de Brouwer, Parigi
1932 ; F. Olciati, Ifondamenti della filosofia
classica, Vita e Pensiero, Milano 1950, pp.
172-236. Profonda e chiara sintesi.
Risposta.
- E' certo che le dottrine filosofiche abbondano,
e che le esposizioni della storia della filosofia
lasciano spesso un'impressione sconcertante,
ma se vogliamo considerare soltanto le idee
maestre, fondamentali, le idee che determinano
un vero atteggiamento fìlosofico, vediamo
che il numero dei sistemi si riduce in modo
singolare. Inoltre molti di questi sistemi
non resistono a un esame critico e devono
essere risolutamente esclusi. Anche le verità
rivelate offrono un prezioso criterio per
apprezzare i sistemi filosofici, obbligando
a respingere, per esempio, le teorie idealistiche
o puramente soggettivistiche, il materialismo,
il determinismo, il panteismo, ecc Restano
di fronte sistemi che contengono numerosi
punti di contatto sulle questioni fondamentali,
come avviene particolarmente delle dottrine
scolastiche, le cui divergenze reali non possono
impedirci di constatare il loro accordo fondamentale
sui punti capitali. Queste dottrine comuni
agli scolastici sono il punto d'arrivo d'una
lunga elaborazione, sono, in maggior parte,
un'eredità del passato, formano il
punto di incontro d'un grande numero di pensatori,
costituiscono il nocciolo della philosophia
perennis (5)
e quindi dimostrano una solidità a
tutta prova. Perciò bisogna ritenerle
come vere e attribuire loro un valore assoluto.
Ora la teologia in primo luogo si appella
a queste verità, non facendo cosi che
servirsi di buoni materiali, onde non si può
contestare che il suo lavoro non sia legittimo
e valido. Minor garanzia offrono i suoi risultati
quando poggiano su dottrine particolari e
più discusse. Ora il coefficiente d'incertezza
di questi elementi filosofici incide necessariamente
anche sui risultati della speculazione teologica.
Tuttavia l'utilizzazione di queste concezioni
filosofiche meno certe non è priva
di qualche vantaggio. Non insistiamo sul vantaggio
filosofico: la capacità d'una concezione
filosofica a descrivere o spiegare il dato
rivelato, crea una presunzione di verità
in favore di quest'idea. Invece sottolineiamo
quest'altro effetto: tali concezioni permettono
a coloro che le fanno proprie, di esprimere
e intendere meglio le verità della
fede in funzione di categorie razionali, soddisfacendo
cosi maggiormente una tendenza naturale, irresistibile
e legittima dello spirito. Per maggiori schiarimenti
su tutta la questione della scienza teologica
e dei sistemi teologici si veda A. Gardeil,
Op. cit., pp. 252-284.
Obiezioni
desunte dall'utilizzazione della filosofia
scolastica. - La teologia speculativa
si serve della dottrina scolastica, che però
è superata, a Ai suoi tempi, scrive
E. Le Roy (Dogme et critique, Paris 1907,
pp. 348-851), la scolastica fu la filosofia
"moderna", ma da allora sono trascorsi
seicento anni, e oggi nulla può fare
che essa non sia la filosofia di seicento
anni fa. Perché cercare di arrestare
la vita della verità a uno stadio del
suo sviluppo? Ciò significa ucciderla...
I filosofi contemporanei non vogliono affatto
proscrivere in blocco la filosofia scolastica...
Ma non possono accettare che venga loro imposto
questo momento della filosofia come l'espressione
ne varìetur della verità, come
la norma definitiva e indiscutibile di ciò
che dev'essere pensato per sempre ".
In corporando una filosofia superata nella
teologia, non si costruirà mai una
scienza viva, capace d'interessare e fecondare
lo spirito contemporaneo, ma una scienza necessariamente
sterile.
(5)
L'enciclica Humani generis descrive la filosofia
perenne come " quella sana filosofia
che è come un patrimonio ereditato
dalle precedenti età cristiane e che
possiede una più alta autorità
perché lo stesso Magistero della Chiesa
ha messo al confronto con la stessa verità
rivelata i suoi princìpi e le sue principali
asserzioni, messe in luce e fissate lentamente
attraverso i tempi da uomini di grande ingegno
". Precisandone il contenuto, l'enciclica
continua : " Questa stessa filosofia,
confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa,
difende il genuino valore della cognizione
umana, gli incrollabili principi della metafisica,
cioè di ragion sumeiente, di causalità
e di finalità, ed infine sostiene che
si può raggiungere la verità
certa ed immutabile".
Risposta.
- La maggior parte degli elementi
della risposta li abbiamo dati sopra. La verità
è cosa assoluta e immutabile e possono
variare solo la sua espressione e la chiarezza
con cui viene percepita. Può anche
accadere che una verità resti lungamente
ignorata. Ma le dottrine, di cui è
solidamente provata la verità, sono
una conquista dello spirito che dev'essere
definitiva. Ora, come già s'è
detto, la sostanza della dottrina scolastica
ha tali garanzie e appartiene alla philosophia
perennis, che ai nostri giorni riunisce un
numero sempre maggiore di pensatori. Essa
si è dimostrata particolarmente adatta
alla speculazione teologica e dev'essere mantenuta
al suo servizio. Però la teologia speculativa
eviterà di servirsi di elementi superati
dei sistemi scolastici; sarà aperta
a tutte le vere acquisizioni della filosofia
moderna e contemporanea; dovrà sfruttare
per i suoi fini e a suo vantaggio l'incessante
lavoro di decantazione e d'adattamento, cui
si dedicano i migliori rappresentanti odierni
della filosofia neoscolastica, specialmente
tomistica. Questa armoniosa "unione di
nova et velerà, che è garanzia
di verità, darà un forte impulso
alla speculazione teologica e alla scienza
sacra attrattiva conquistatrice (6).
Obiezioni
contro la possibilità di studiare le
verità rivelate per mezzo della filosofia.
- La fede ha come oggetto la realtà
divina; ma Dio è un essere assolutamente
trascendente, è " il totalmente
altro ". Tra la realtà divina
e quella umana non vi è, non vi può
essere una misura comune; la distanza è
infinita e quindi invalicabile. Applicare
a Dio le nozioni che lo spirito ha elaborato
astraendole dalla realtà umana, significa
cadere nell'antropomorfismo, errore da denunciare
e proscrivere energicamente. Ogni affermazione
della ragione riguardo a Dio è inquinata
da questo vizio. Perciò l'oggetto della
fede non è traducibile con le categorie
razionali dello spirito (cfr. B. Poschmann,
Ver Wissenschaftscharakter der Kaiholischen
Theologle pi carattere scientifico della teol.
catt], Breslavia 1932, p. 8).
(6)
Trattando della o sana filosofia ", la
Humani generis ne afferma l'immutabilità
e il progresso in questi termini: te Anche
in tali questioni essenziali (cfr. nota precedente),
si può dare alla filosofia una veste
più conveniente e più ricca;
si può rafforzare la stessa filosofia
con espressioni più efficaci, spogliarla
di certi mezzi scolastici meno adatti, arricchirla
anche — però con prudenza — di certi
elementi che sono frutto del progressivo lavoro
della mente umana; però non si deve
mai sovvertirla o contaminarla con falsi principi
né stimarla solo come un grande monumento
sì, ma archeologico. Infatti la verità
ed ogni sua manifestazione filosofica non
possono essere soggette a quotidiani mutamenti,
specialmente trattandosi di principi per sé
noti della ragione umana o di quelle asserzioni
che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli
quanto sul consenso e sul fondamento anche
della Rivelazione divina. Qualsiasi verità
la mente umana con sincera ricerca ha potuto
scoprire, non può essere in contrasto
con la verità già acquistata
; perché Dio, somma Verità ha
creato e regge l'intelletto umano non affinchè
alle verità rettamente acquisite ogni
giorno esso ne contrapponga delle nuove, ma
affinchè rimossi gli errori che eventualmente
vi si fossero insinuati, aggiunga verità
a verità nel medesimo ordine e con
la medesima organicità con cui vediamo
costituita la natura stessa delle cose, da
cui la verità si attinge. Per tale
ragione il cristiano, sia egli filosofo o
sia teologo, non abbraccia con precipitazione
o leggerezza tutte le novità che ogni
giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare
con la massima diligenza e le deve porre su
di una giusta bilancia per non perdere la
verità già conquistata o corromperla,
certamente con pericolo e danno della stessa
fede ".
Risposta.
-Certamente Dio è trascendente e infinito;
quindi i concetti astratti dalle realtà
finite non si possono applicare a Lui tali
e quali; tagliati come sono alla nostra povera
misura umana; altrimenti si cadrebbe nell'antropomorfismo.
Ma cosi non si va a finire nell'agnosticismo,
cioè nell'impossibilità radicale
della teodicea? Nient'affatto. Malgrado l'infinita
distanza che li separa, tra Dio e il mondo
ci sono dei rapporti, quelli di causa ad effetto;
perciò le perfezioni esistenti nelle
creature devono trovarsi in Dio, loro fonte
prima, e vi si troveranno necessariamente
nel modo che conviene all'essere infinito.
La nostra conoscenza naturale di Dio è
molto imperfetta, ed è essenzialmente
analogica. Quando si devono trasferire in
Dio le perfezioni delle creature, occorre
distinguere tra le perfezioni assolute (perfe-ctiones
simplices) e quelle miste (perfectiones mixtae),
cioè tra quelle che nel loro concetto
non includono nessuna imperfezione (come l'intelligenza
e la sapienza), e quelle la cui nozione stessa
implica un'imperfezione (p. es. ragionare,
cioè comprendere in un modo solo mediato,
passando da una verità a un'altra).
Inoltre le stesse perfezioni assolute non
si possono a affermare a di Dio, senza a negarne
" simultaneamente i limiti e aggiungere
che in Dio esistono in modo eminente, cioè
in un grado illimitato e secondo un modo essenzialmente
diverso da quello in atto nelle creature,
poiché s'identificano realmente con
l'essenza infinita di Dio. Il metodo che abbiamo
tracciato è noto sotto il nome di "
tre vie ", la via dell'affermazione (via
affirmationis), la via della negazione (via
negationis) e la via della trascendenza (via
eminentiae). La conoscenza analogica è
indubbiamente inadeguata, ma non resta meno
vera. Notiamo bene che i termini usati dalla
stessa rivelazione per descrivere Dio, hanno
anch'essi un valore solo analogico, il che
dice quanto sia importante il metodo dell'analogia,
e quanto sia vasto il suo campo d'applicazione
nel dominio della conoscenza religiosa (7).
Obiezioni
desunte dalla natura delle conclusioni teologiche.
- Si dice: ammettiamo pure che, in una certa
misura, la filosofia sia capace di attingere
Dio, ma non è provato che sia legittimo
applicare nozioni e principi filosofici al
dato rivelato. Ci si può chiedere se
non ci sia una certa sconvenienza a mescolare
tra loro e a fondere insieme un elemento divino,
cioè la rivelazione, e un elemento
umano, cioè la filosofia. Comunque,
il risultato d'una tale operazione avrà
sempre un carattere ibrido, cosi la conclusione
d'un sillogismo, di cui una premessa è
una verità rivelata, e l'altra una
verità di pura ragione, non sarà
né strettamente rivelata, né
strettamente filosofica. La sua natura equivoca
la renderà sospetta.
(7)
Sull'analogia e il suo compito nella conoscenza
filosofica e teologica di Dio, cfr. le seguenti
opere: R. Garrioou-Laorange, Dieu, san existence
et sa nature. Sohtlion thomìste des
soluiìons agnostiques, 5 ed., Beauchesne,
Parigi 1928; T. L. Penido, Le ròU de
l'analogie en théologie dogmatique,
Vrin, Parigi 1931. B. de Solages, Dialogue
sur l'analogie, Aubier, Parigi 1946; C. Journet,
Conoscenza e inconoscenza di Dio, Ed. di Comunità,
Milano 1947.
Risposta.
- Perché non dovrebbe essere conveniente
servirsi del lume naturale della ragione per
voler acquistare un'intelligenza più
precisa, profonda e completa della parola
di Dio, se questa stessa luce naturale è
un dono prezioso del creatore? Sarebbe anzi
sconveniente non servirsene per un fine tanto
nobile. È superfluo insistere.
La
seconda parte dell'obiezione solleva una questione
aspramente dibattuta tra i teologi, quella
della natura della conclusione teologica propriamente
detta. Prendiamo un sillogismo che come premesse
ha una verità formalmente rivelata
e una verità che è un principio
puramente filosofico. Se il ragionamento o
discorso non ci porta da un'idea a un'altra,
ma solo da un modo di parlare a un altro modo
(p. es. dal tutto alla parte, dall'universale
al singolare, da un'espressione a un'altra
equivalente) la conclusione sarà solo
impropriamente teologica, e si dovrà
dire che è rivelata o, più esattamente,
virtualmente rivelata, come ammettono tutti
i teologi anche se con termini diversi. Quando
invece si tratta d'un ragionamento o discorso
propriamente detto, che porta da un'idea a
un'altra (p. es. dall'effetto alla causa,
dalla causa all'effetto necessario, dall'essenza
alla proprietà o viceversa), è
difficile risolvere la questione e i pareri
dei teologi sono divisi. Alcuni, come M. Tuyaerts
(8) e F. Marin-Sola
(9) ammettono,
altri, come R. M. Schultes (10),
negano il carattere rivelato della verità
cosi ottenuta, cioè della conclusione
teologica propriamente detta (11).
I primi così ragionano: ogni affermazione
che cada su un'asserzione qualsiasi, cade
anche logicamente su tutto ciò che
questa presuppone necessariamente come principio
e su ciò che implica necessariamente
come conseguenza; perciò l'affermazione
divina, che porta sulla premessa rivelata,
s'estende pure alla conclusione teologica,
la quale non fa altro che enunciare un principio
o una conseguenza di questa premessa. Gli
altri, appellandosi soprattutto a questo principio
di logica o regola del sillogismo: k Pejorem
semper sequitur conclusio partem ", dicono
che se una premessa non è rivelata,
la conclusione non può essere considerata
come parola divina.
Questa
la questione dibattuta, che però non
occorre risolvere per sciogliere l'obiezione,
perché anche se la conclusione teologica
non ha la stessa natura delle premesse e non
è perfettamente omogenea con nessuna
delle due premesse non segue che non sia vera,
e nel nostro caso importa soprattutto questa
verità. La conclusione teologica è
un'affermazione strettamente connessa con
la testimonianza soprannaturale di Dio e quindi
estende e arricchisce la nostra conoscenza
religiosa. È vero che se non si può
dire k rivelata ", la conclusione teologica
propriamente detta non può venir definita
dalla Chiesa come domma in senso stretto,
ma può sempre, secondo il parere unanime
dei teologi, venir infallibilmente proposta
dal magistero ecclesiastico. Perciò
è incontestabile tanto il valore della
conclusione teologica quanto quello della
scienza che fornisce la conclusione stessa.
(8)
L'évolution du dogmi. Elude théologique,
Lovanio 1919, p. 78 ss.
(9)
Vevolutìon hornogém du dogmi
calholique, Parigi 1924, voi. 1, p. 60 ss.
(10)
Introducilo in histcriam dogmatum, Leithelleux,
Parigi 1922, p. 192.
(11)
Nel determinare l'opinione degli autori occorre
tener presente la terminologia che, sfortunatamente,
è tutt'altro che uniforme in tutti:
le identiche parole hanno spesso un senso
molto diverso.
Obiezioni
desunte dal carattere analogico degli elementi
degli argomenti teologici. - Al punto
di partenza della speculazione teologica c'è
il dato rivelato, i cui termini sono presi
dal linguaggio umano e quindi si devono intendere
non nel senso che si applica alle creature,
ma in un senso analogico. Slmilmente le nozioni,
e i principi filosofici non possono essere
trasferiti dal campo delle realtà finite
a quello dell'Essere infinito se non in senso
analogico. Quindi il ragionamento teologico
si sviluppa necessariamente sopra un terreno
mobile: in realtà non opera mai con
elementi perfettamente noti, ma utilizza esclusivamente
concetti che, con le nozioni, delle quali
il teologo ha una conoscenza propria, presentano
soltanto a un'analogia ", cioè
una a somiglianzà dissimile ".
Perciò il teologo si serve solo di
termini e di nozioni gravati da un coefficiente
di dissomiglianza e quindi d'indeterminazione.
Passando da una deduzione all'altra, il teologo
non si mette in pericolo d'allontanarsi sempre
più dalla verità? Infatti, pur
sforzandosi di unire le " somiglianze
", moltiplica necessariamente i coefficienti
di " dissomiglianza " e d'indeterminazione.
Mancando l'indispensabile correttivo non è
legittima la sfiducia nel valore del ragionamento
teologico?
Risposta.
- L'obiezione è speciosa ed entra nel
vivo della questione del valore della teologia
speculativa; perciò merita un attento
esame. Non neghiamo il carattere analogico
degli elementi, rivelati e filosofici, del
ragionamento teologico; notiamo soltanto che,
nonostante siano imperfetti, essi hanno un
valore reale; la conoscenza che proviene da
ciascuna premessa dell'argomento è
inadeguata, però è vera. Che
cosa avviene dunque quando il ragionamento
congiunge queste proposizioni? I coefficienti
di dissomiglianza inerenti ai termini e ai
concetti, moltiplicandosi, non condurranno
lo spirito verso regioni sconosciute, prive
d'ogni punto di riferimento, lasciandolo alla
fine completamente solo? Finiranno necessariamente
coll'impedire alle conclusioni teologiche
di raggiungere la certezza? Nient'affatto.
Certo, tali fattori impronteranno ogni conclusione
dell'analogia, e imporranno quindi alla conclusione
un coefficiente di dissomiglianza, non potendo
la conclusione avere una natura più
perfetta delle premesse. Ma l'analogia comporta
pure una somiglianza, non solo dissimiglianza.
Ne si può dire essere radicalmente
impossibile distinguere nella conclusione
la zona che deve offrire l'oggetto delle affermazioni
e la zona che appella delle negazioni; fino
a un certo punto il teologo può fare
la separazione con i criteri somministrati