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obiezioni generali contro la teologia dogmatica

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

La teologia è l'esposizione sistematica delle verità contenute nelle fonti della rivelazione divina positiva (la Tradizione e la Sacra Scrittura) e proposte dal magistero vivo della Chiesa cattolica. Di queste verità, che riguardano Dio e le creature considerate in rapporto a Lui, loro primo principio e ultimo fine, alcune hanno importanza direttamente pratica, in quanto concernono l'attività umana dal punto di vista del suo fine soprannaturale, le altre sono invece d'ordine più teorico: le prime formano l'oggetto della teologia morale; le altre, chiamate talvolta " verità da credere ", sono materia della teologia dommatica.
Tali verità si possono esporre con due metodi nettamente distinti: col metodo detto " positivo ", che si limita a raccogliere diligentemente e a raggruppare secondo un ordine logico gl'insegnamenti delle fonti della rivelazione e del magistero ecclesiastico; col metodo chiamato " speculativo " o a scolastico ", che consiste essenzialmente nell'applìcare a questi dati nozioni e principi filosofici allo scopo di spiegarli nella misura del possibile e dedurne ulteriori conclusioni.

Tenendo conto di questi diversi processi e del loro relativo valore, R. Draguet ha dato quest'eccellente definizione della teologia: a La teologia è, in ordine primario, la cognizione scientifica di Dio e del mondo secondo i dati d'una rivelazione divina positiva, che cogliamo attraverso il magistero attuale della Chiesa cattolica, sua infallibile interprete e, in ordine secondario, l'interpretazione della rivelazione in funzione di valori garantiti dalla sola ragione " (Revue cath. des idées et des faits, 14 febbraio 1936, p. 17).

Come si vede, la teologia è una disciplina sui generis. Da secoli essa è oggetto di numerose obiezioni o difficoltà, che differiscono notevolmente tra di loro, sia per l'origine e per lo spirito, sia per la natura e l'importanza. Noi ne raccoglieremo solo un numero ristretto, cioè quelle che s'impongono all'attenzione e all'esame, per la loro importanza, diffusione, tenacia o attualità.

Il lettore avvertito noterà facilmente che queste difficoltà non sono esclusivamente quelle esaminate abitualmente nei manuali di teologia e nelle opere d'introduzione allo studio di questa scienza; qui troverà obiezioni non meno gravi, che i loro autori generalmente s'accontentano (o stimano più prudente) di formulare solo oralmente, e che, per lo più se non sempre, rimangono senza risposta.

Nell'esporre e nell'esaminare queste obiezioni s'impone massima franchezza. Anche dal semplice punto di vista apologetico la tattica peggiore è quella di velare parzialmente la difficoltà o di snaturarla per facilitare la confutazione, con un processo che ispira necessariamente la diffidenza. Non solo bisogna avere il coraggio di riprodurre sinceramente le obiezioni, ma anche di riconoscere la parte di verità che contengono con un'ammissione che non deve ispirare nessun timore; occorre solo distinguere accuratamente la teologia stessa, la sua vera natura e metodi ben compresi da una parte, e quelli che furono detti " i peccati dei cattivi teologi " dall'altra; le accuse, in quanto fondate, non toccano la teologia, ma solo il lavoro di certi autori. Anzi, denunciare lealmente queste imperfezioni, questi difetti ed errori, significa contribuire al progresso degli stessi studi teologici. Queste pagine intendono servire alla causa della verità, che evidentemente è la causa della scienza di Dio.

Infine presenteremo le obiezioni e le risposte in un ordine sistema tira, del quale dobbiamo dire qualche parola.

Tenendo presente la natura della teologia, si capisce facilmente clic la maggior parte delle difficoltà, sollevate contro la rivelazione divina positiva, contro le sue fonti o contro il magistero della Chiesa, interessano anch'esse la causa della teologia. Certe obiezioni, come quelle contro l'esistenza d'una rivelazione soprannaturale, non tendono forse a negare perfino la possibilità della teologia?

Tuttavia il più delle volte tali attacchi non toccano che indirettamente la teologia, mirando immediatamente solo ai suoi presupposti indispensabili. Perciò non rientrano nell'ambito del nostro studio, ma, almeno in buona parte, trovano il loro posto naturale in altre sezioni della presente opera; e il lettore veda queste sezioni o altri lavori relativi ai punti discussi.

Ma il contenuto delle fonti della rivelazione e quello dei documenti del magistero ecclesiastico costituiscono " un dato ", che è la base e il punto di partenza del lavoro teologico. È possibile che il " dato ", in quanto contiene o suppone certe concezioni fisiche o filosofiche, sembri creare al teologo certe difficoltà. Prima considereremo queste. Poi esamineremo le accuse contro ì metodi, positivo e speculativo, della teologia. Infine vedremo le ragioni adottate contro il valore scientifico o pratico di tutta l'esposizione sistematica. Perciò seguiranno tre capitoli:

Obiezioni contro " il dato " della teologia.
Obiezioni contro i " metodi " della teologia.
Obiezioni contro il valore scientifico e pratico della teologia.


CAPITOLO I. - OBIEZIONI CONTRO " IL DATO " DELLA TEOLOGIA

Le difficoltà di questa specie si desumono principalmente dalle concezioni fisiche superate e dalle nozioni filosofiche contenute in questo " dato ". Di qui due obiezioni, la prima delle quali riguarda prima di tutto " il dato " delle fonti della rivelazione, la seconda " il dato " del magistero ecclesiastico.

Obiezioni desunte dalle concezioni fisiche superate. - Si dice che molto spesso la dottrina religiosa della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa, e talvolta anche quella del magistero ecclesiastico, viene espressa in rapporto a concezioni fisiche (p. es. cosmologiche) superate, con un nesso strettissimo e perfino indissolubile. Ora questo è grave, perché qualsiasi tentativo di dissociare i due elementi finisce col dissolvere completamente l'affermazione in questione e togliere alla proposizione tutto il suo senso. Prendiamo ad esempio queste due asserzioni, che sono punti di fede contenuti nei simboli: Gesù Cristo " discese " agl'inferi e a sali " al cielo (Denz. 40, 54, 86). I due enunciati suppongono evidentemente l'antica cosmologia geocentrica e la geografia celeste e sotterranea oggi completamente superate, e sono talmente legati ad esse che perdono tutto il loro significato se li priviamo della vecchia cornice. Se il Cristo non " discese ", nò " salì ", che cosa resta della credenza nella discesa agli inferi e della sua ascensione al cielo?

Risposta. - Bisogna riconoscere lealmente che certe verità della rivelazione sono formulate nella cornice di concezioni definitivamente sepolte dalle scienze naturali. Il fatto impone al teologo un compito, ma non crea una difficoltà insormontabile; può essere cosa delicata, ma non impossibile, separare il minerale prezioso dalla ganga, la verità religiosa rivelata assolutamente valida dalla sua espressione umana relativamente utile. Da tempo i teologi hanno compreso il loro compito e cercano di determinare che cosa si debba intendere per " discesa di Cristo agli inferi ", per " ascensione al cielo ", e di chiarire il valore cristologico e soteriologico di questi fatti. Se vi sono tra loro numerose divergenze sui particolari, c'è però completo accordo sulla sostanza della dottrina: il messaggio che l'anima di Cristo unita alla persona del Verbo portò ai giusti dell'Antico Testamento, in attesa d'essere ammessi nella felicità celeste; la fine della presenza visibile del Salvatore sulla terra e l'esaltazione gloriosa dell'Uomo-Dio (1). Osserviamo di sfuggita che il fatto di aver utilizzato tali concezioni fisiche, che non sono elemento essenziale né parte integrante della verità rivelata, si spiega facilmente quando si rammenti il carattere dei libri sacri e della maggior parte degli scritti patristici, i quali non sono trattati propriamente teologici, ma opere di edificazione, destinate spesso alla massa dei fedeli. Non era possibile servirsi di un linguaggio astratto e tecnico, ma occorreva una forma viva e concreta, che difficilmente può fare a meno delle concezioni fisiche, tanto più quando siffatte concezioni sono come cristallizzate nel linguaggio comune.

(1) Cfr. p. es. B. Bartmann, Lehrbuch der Dogmatik, 7 ed., Friburgo in Br.. 1928, t. t, pp. 409-411 e 415-417; trad. it. di Natale Bussi, Manuale di Teologia Dommatica, voi. H, 3 ed., pp. 143-146 e 151-153. Ed. Paoline, Alba 1952. H. Quiixiet, Desunte de Jésus aux enfers, in D. T. C. t. iv, col. 565-619; J. Chaine, Descenle du Christ aux enfers, in Dict. de la Bible, Supplement, t. n, col. 395-431 ; A. Gardeil, Le donne révélé et la théologie, 2 ed. Juvisy, s. d., pp. 101-106.

Obiezioni desunte dagli elementi filosofici delle formule dommatiche.

Molti e forse quasi tutti i dommi definiti e proposti dal magistero ecclesiastico sono formulati nel linguaggio delle scuole filosofiche e più precisamente nella terminologia scolastica, tanto che le teorie di queste scuole fanno ormai corpo col domma e ne sono divenute inseparabili. Assieme alla dottrina religiosa rivelata, viene imposto al teologo tutto un sistema di nozioni e di principi filosofici disprezzato e rigettato dalla maggior parte dei pensatori moderni e contemporanei. Il teologo oggi non può più proporre la verità rivelata con categorie accessibili alla mentalità odierna.

Risposta. - Eccellenti teologi, come Gardeil (Le donné révèlé et la théologie, ed. cit., pp. 77-114), R. Garrigou-Lagrange (Le sens commuti, 3 ed. pp. 343-358), L. de Grandmaison (Le dogme chrètien, 3 ed., pp. 30-52), ed H. Pinard (Dogme, in D. A. F. C. 1.1, col. 1146-1148) ci offrono gli elementi della risposta. Le formule dommatiche del magistero della Chiesa non lasciano certamente libertà sconfinate al teologo che cerca una filosofia per il suo lavoro speculativo, poiché escludono i sistemi idealisti o puramente soggettivisti e impongono la scelta d'una dottrina realista, oggettiva. Tale esigenza tuttavia non può creare alcuna difficoltà perché, anche senza un qualsiasi intervento della Chiesa docente, le verità contenute nelle fonti della rivelazione impongono non meno imperiosamente una dottrina realista, perché è evidentissimo che a solo le filosofie oggettive sono compatibili con una fede oggettiva " (Grandmaison, Op. cit, p. 37).

Occorre però fare attenzione a non esagerare la parte di filosofia contenuta nelle formule dommatiche. " Ciò che la Chiesa desume dalle varie filosofie, scrive giustamente H. Pinard (Art. cit., col. 1146), è la loro terminologia; ma essa l'usa senza canonizzare il resto dei sistemi e, ordinariamente non da alla parola altro significato che quello comune. Su questo punto l'accordo tra i teologi va sempre più stabilendosi ". L. de Grandmaison (Op. cit., p. 40) fa pure osservare che " le definizioni ecclesiastiche, anche quelle che sono enunciate in termini specificamente scolastici, sotto i loro precisi vocaboli non contengono, per lo più, che la filosofia universale riguardo alla quale si devono intendere tutte le metafisiche, al di fuori dei sistemi particolari ". E l'autore con indovinati esempi, presi dall'insegnamento conciliare sui sacramenti, dimostra che non bisogna lasciarsi ingannare dai termini tecnici: " i vocaboli forma, materia, carattere sembrano pregni di filosofia scolastica; in realtà sono profondi, ma, se esaminati da vicino, implicano soltanto nozioni filosofiche semplicissime " (ivi, p. 42).

Ci sono tuttavia eccezioni: talvolta s'impone un senso più tecnico, come ammette lealmente L. de Grandmaison : " Per alcune di queste formule di fede non si può fare a meno di riconoscere che la Chiesa suppone nozioni filosofiche di cui non è possibile accertare direttamente il carattere generale " (ivi, pp. 44-45). A. Gardeil aggiunge: " Checché se ne dica, in alcune definizioni della Chiesa ci sono termini tecnici usati come tali, come prova prima di tutto la precisione filosofica degli errori che vogliono confutare " (Op. cit., p. 90). Non è qui il luogo di dimostrare che questa condotta del magistero ecclesiastico è perfettamente legittima (cfr. Grandmaison, Op. cit., pp. 45-51) e basta fare osservare con A. Gardeil (Op. cit., pp. 94-114) e R. Garrigou-Lagrange che, nonostante tutto, " la formula dommatica, espressa in linguaggio filosofia), è sempre sul prolungamento del senso comune e non infeuda il dogma a nessun sistema propriamente detto... Lungi dall'infeudarsi ai nostri concetti, la rivelazione li giudica e li utilizza" (Op. cit., pp. 347-358).

Per concludere e dissipare ogni equivoco, citiamo il rilievo giustissimo di H. Pinard: a Dicendo che le formule dommatiche espresse in un linguaggio filo-sofico non aggiungono nessuna filosofia al domma, non si vuole dire che non aggiungano al concetto volgare qualcosa di più filosofico; ma si vuole soltanto affermare che questo qualcosa è una maggior precisione astratta nell'esprimere il domma, non già l'introduzione di "costruzioni" umane nei "dati" della rivelazione" (Art.'cit., col. 1146).

Quindi non si può dire che le formule dommatiche impongano al teologo un determinato sistema filosofico, perché lo obbligano soltanto ad ammettere un certo numero di nozioni fondamentali ratificate dal senso comune e dalla philosophia perennis (2). Queste nozioni offrono tutte le desiderabili garanzie di verità e non possono impedire al teologo d'accogliere con benevolenza tutte le vere acquisizioni del pensiero moderno e contemporaneo e di essere perfettamente aggiornate dal punto di vista filosofico.

OBIEZIONI CONTRO I " METODI " DELLA TEOLOGIA

§ 1. - Obiezioni contro il " metodo positivo ".

Queste obiezioni puntano soprattutto contro il metodo positivo, quale viene usato dagli autori dei manuali.

Obiezioni contro " l'argomento scritturistico dei manuali ". - Si dice che questi argomenti tradiscono la tendenza dei teologi a voler provare tutte le tesi a ex S. Scriptum ", quasi che la Scrittura fosse l'unica fonte della rivelazione. Molti testi non sono affatto ad rem, o almeno non hanno il valore che vien loro attribuito. Inoltre tali prove denotano spesso mancanza totale di senso storico dimenticando praticamente il carattere progressivo della rivelazione, donde quell'esegesi che gonfia o forza il senso dei testi. Infine, spesso viene presentato un argomento come scritturistico mentre non è altro che un argomento ex Traditione (solo la Tradizione infatti autorizza l'interpretazione della Scrittura ammessa nella prova), o ex ratione theologica (essendo l'argomento infarcito di nozioni e di principi teologici con un rapporto molto lontano con la Scrittura).

Risposta.. Si deve subito ammettere che queste obiezioni contengono una parte di verità e che occorre trame profitto; ma stiamo attenti per non esagerare Ì difetti degli argomenti scritturistici dei manuali, avendo noi il diritto di mostrarci Severi, non però ingiusti.

(2) Queste nozioni si trovano precisate, solidamente collegate tra loro nella filosofia aristotelico-tomista : si comprende quindi come tale possente sintesi si dimostri particolarmente adatta al lavoro speculativo del teologo e sia stata raccomandata in modo specialissimo dal magistero ecclesiastico. Si veda, ad esempio, l'enciclica fiumani generis (12 agosto 1950) che, tra l'altro, difende questa filosofia da due accuse: di essere antiquata per la forma e razionalistica per il processo di pensiero. La stessa enciclica fa pure il punto sulla questione delle formule dommatiche, mettendo in guardia da un pericoloso relativismo, propugnato recentemente da qualche teologo.

È innegabile che molti teologi cercano di puntellare tutte le tesi con argomenti della Scrittura. La preoccupazione è spiegabile, anche se non giustificabile. L'argomento ex Scriptum può sembrar loro più facile di quello ex Traditione e del resto è l'unico utilizzabile nella polemica contro i protestanti, che ammettono soltanto la Scrittura. Ora un testo, una volta allegato a sostegno di una dottrina, viene spesso, troppo spesso, ripreso senza sufficiente controllo dagli autori di manuali, inclini, se non abituati, a copiare molto servilmente i lavori esistenti, tanto che anche oggi l'esegeta formato al metodo filologico ? storico troverà molto da ridire su parecchi manuali.

Però bisogna pure riconoscere l'immenso progresso di questi ultimi anni. Parecchi autori di manuali come B. Bartmann ( 1), per citare un solo esempio, hanno largamente profittato del rinnovamento degli studi biblici, hanno utilizzato seriamente i migliori lavori d'esegesi e di teologia biblica, cui rimandano il lettore nelle notizie bibliografiche. D'altronde per giudicare equamente dell'argomento scritturistico, non basta consultare i manuali, ma occorre pure, e forse ancora di più, tener conto degli studi più approfonditi offerti dagli autori cattolici, specialmente dai lavori generali o dalle monografie di teologia biblica (2), opere che denotano nei loro autori una formazione storica e filologica ed espongono la dottrina biblica in tutta la sua purezza, mettendone anche in risalto l'evoluzione progressiva; opere che auguriamo vivamente si moltiplichi-no, si perfezionino, e siano utilizzate intelligentemente dagli autori dei manuali teologici.

Obiezioni contro l'argomento " ex Tradizione " dei manuali. - Innanzitutto, si dice, l'argomento è uno dei più sommari, poiché il più delle volte ci si accontenta di due o tre citazioni patristiche, che contengono o sembrano contenere (perché anche qui alcuni testi non sono ad rem) la dottrina (tesi) da provare. Questa prova inoltre, non meno di quella scritturistica, rivela una mentalità insensibile all'evoluzione delle dottrine; infine, e soprattutto, l'argomento è spesso privo di valore per difetto d'applicazione dei principi relativi all'autorità delle testimonianze tratte dai documenti della Tradizione. Cosi, il più delle volte, a proposito della tesi in questione, si trascura di far vedere che i Padri presentano questa dottrina come una verità di fede e che essi sono moralmente unanimi a insegnarla come tale.

(1) Manuale di teologia dogmatica, 3 voli., 3 ed., Ed. Paoline, Alba 1952.

(2) Come esempi ricordiamo l'eccellente sintesi di A. Lemonnyer, Théokgie du Nouaeau Testament, Bloud et Gay, Parigi 1938; le pregiate opere di G. Bonsirven, Les enseignements de Jésus-Christ, Beauchesne, Paris 1946; Il Vangelo di Paolo, Ed. Paoline, Roma 1951; Teologia del N. Testamento, Marietti, Torino 1952; l'opera notissima di F. Prat, La thèologk de saint Paul; trad. it. La teologia di San Paolo, 6 ed., SEI, Torino 1945 ; e le monografìe di E. Tobac, Le problèmi de lajustijkalwn dans sainl Paul, Lovanio 1908 e di B. Rigaux, L'Antéchrist et l'opposition au royame messianique dans l'Ancien et le Nouveau Testament, Duculot, Gembloux 1932. Ricordiamo anche i numerosi articoli di teologia biblica contenuti nel Dictionnaire de la Bible, Supplément, Parigi 1928 ss.; infine non dobbiamo dimenticare la parte notevole consecrata all'esame dei testi scritturistici in numerosissimi articoli del D. T. C. e del D. A. F. C, nonché in monografie come quelle di J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinité des orìgines au Concile de Nicée, Beauchesne, Parigi 1928. Tra i lavori te deschi si potranno consultare, ad esempio, gli studi di teologia biblica pubblicati nelle tre collezioni Alttestamentliche Abhandlnngen, Meuteslamentliche Abhandlungen, e Biblische Zifragen, edite a Mùnster in Westfalia dal 1908 in poi.

Risposta. - Anche qui siamo costretti a essere severi, stando però attenti per non esagerare e quindi non essere ingiusti. Gli autori dei manuali trattano spesso l'argomento ex Traditione molto sommariamente e troppo di frequente dimenticano e trascurano di applicare in questa materia i princìpi inculcati da loro stessi; ma bisogna pure ammettere che nei manuali lo spazio, necessariamente molto o troppo ristretto, non permette lunghi sviluppi, che d'altronde spesso non sono necessari. Così, generalmente, quando la dottrina è contenuta in modo chiaro nella Scrittura, sicché, spesso fin dalla più remota antichità e anche dalla fine dell'età apostolica, le testimonianze della Tradizione, soprattutto i Padri della Chiesa, riproducono o sviluppano fedelmente gl'insegnamenti dei documenti ispirati. Così pure, quando una verità di fede, negata o messa in dubbio dagli eretici, venne definita solennemente dalla Chiesa fin dai primi secoli. Il più delle volte in pratica basterà fare alcune citazioni, che s'impongono per chiarezza e importanza, o rimandare a qualche raccolta, come YEnchiri-dion palristicum di J. Rouet de Journel, poiché in queste condizioni, applicando i princìpi relativi al valore dell'argomento, si ottiene certamente e facilmente la certezza che la dottrina appartiene al deposito della fede.

Per altri punti dottrinali occorre una ricerca più approfondita; ed essendo il lavoro vasto e difficile, è chiaro che non possono farlo gli autori dei manuali; quando la ricerca è già stata fatta (anche solo parzialmente, come in molti casi), il manuale riassumerà le conclusioni dei migliori studi, darà i riferimenti bibliografici utili e, all'occorrenza, aggiungerà una parola di critica; quando poi la ricerca non è ancora stata fatta il manuale sarà prudentemente riservato, indicherà la lacuna, che il più delle volte solo una monografia potò colmare. I manuali insomma devono riflettere lo stato attuale degli studi sulla patrologia e la storia dei dommi, non potendo fare di più.

Anche qui fu fatto un progresso immenso, e molti manuali recenti utilizzano con cura i migliori lavori, quali ad esempio l'Histoire des dogmes dans l'antiquité chrètienne di J. Tixeront, e l'Histoire du dogme de la Trinité di J. Lebreton. Alcuni manuali manifestano un serio sforzo per determinare il valore teologico dell'argomento. Infine, come fu notato analogamente per l'argomento scritturistico, per farsi un'idea esatta dello stato attuale della prova ex Traditione non basta consultare i manuali, ma occorre anche, e soprattutto, esaminare gli studi più approfonditi, specialmente i lavori cattolici sulla patrologia e sulla storia del domma; per questo meritano d'essere ricordati il Dictionnaire apologétique de la foi catholique e, particolarmente, il Dictionnaire de théologie catholique, numerosi articoli del quale sono vere monografie originali.

Obiezioni contro il modo di utilizzare i documenti del magistero ecclesiastico. - Questi documenti per lo più sono utilizzati in modo insufficiente e per di più difettoso.

In modo insufficiente, poiché raramente i teologi studiano attentamente tutti gl'interventi del magistero ecclesiastico nello sviluppo delle verità d'ordine religioso, dando prova, con la loro negligenza, che praticamente misconoscono o, almeno, non comprendono abbastanza il compito organico della Chiesa nella economia della rivelazione. Forse siffatta negligenza storicamente si spiega in parte con le necessità della polemica contro i protestanti; però non è giustificata. Anche quando si utilizzano i documenti del magistero ecclesiastico, lo si fa in modo insufficiente e difettoso, poiché sovente il teologo non determina il valore preciso dell'insegnamento che contengono, o s'inganna nel precisarlo. Cosi egli non si da sempre la pena di circoscrivere rigorosamente il preciso oggetto di una definizione, e di distinguerlo diligentemente da tutti gli elementi che non sono insegnati dalla Chiesa con la stessa insistenza.

Risposta. – Dobbiamo per forza ripetere che bisogna guardarsi da ogni esagerazione, non limitarsi a consultare i manuali, ma studiare i lavori specializzati e quindi approfondirli, come gli articoli del Dictionnaire de théologie caiholique, die ordinariamente segnalano con cura i principali documenti dei magistero ecclesiastico, e cercano di precisarne il valore.

Generalmente i manuali si limitano a citare gl'interventi capitali, in primo luogo le solenni definizioni dei concili e dei pontefici romani, e a rimandare ali'Enchiridion Symbolorurn del Denzingcr; talvolta aggiungono una parola sul valore preciso dei testi, come fanno parecchi che notano come, definendo la possibilità della conoscenza naturale dell'esistenza di Dio, il Concilio Vaticano non intese insegnare la possibilità della conoscenza naturale della creazione ex nihilo, anche se la definizione adopera il termine " Creatore ". ("Si quis dixerit, Deum unum et verum, creatorem et Dominum nostrum, per ea quae facta sunt, naturali rationis humanae lumine certo cognosci non posse: anathema sit "; Denz. 180G).

Un giusto apprezzamento dei lavori esistenti deve tener conto delle difficoltà die molto spesso provengono dal determinare rigorosamente l'oggetto e il valore dottrinale dei documenti del magistero. Trattandosi d'un testo conciliare, può essere indispensabile lo studio minuzioso degli atti. Queste difficoltà spiegano in gran parte le lacune e i difetti, ma non possono impedirci di constatarli e deplorarli, e suscitano il vivo augurio che si studi maggiormente la " teologia positiva " dei documenti del magistero ecdesiastico, alcuni punti della quale potrebbero essere oggetto di monografie di tal genere (3).

(3) Quasi a conclusione e coronamento di questo § i, vogliamo riportare un tratto dell'enciclica Humani generis, che, riferendosi al metodo della teologia positiva, precisa come esso sia dommatico e non puramente storico: " È vero che i teologi devono sempre ritornare alle fonti della Rivelazione divina: è infatti loro compito indicare come gli insegnamenti del vivo Magistero "si trovino sia esplicitamente sia implicitamente" nella S. Scrittura e nella divina Tradizione. Inoltre si aggiunga che ambedue le fonti della Rivelazione contengono tali e tanti tesori di verità da non potersi mai, di fatto, esaurire. Per cui le scienze sacre con lo studio delle sacre fonti ringiovaniscono sempre ; mentre, al contrario, diventa sterile, come sappiamo dall'esperienza, la speculazione che trascura la ricerca del sacro deposito. Ma per questo motivo, la teologia, anche quella positiva, non può essere equiparata ad una scienza solamente storica. Poiché Dio insieme a queste sacre fonti ha dato alla sua Chiesa il vivo Magistero, anche per illustrare e svolgere quelle verità che sono contenute nel deposito della fede soltanto oscuramente e come implicitamente. E il divin Redentore non ha affidato questo deposito, per l'autentica interpretazione, né ai singoli fedeli, né agli stessi teologi, ma solo al Magistero della Chiesa. Se poi la Chiesa esercita questo suo ufficio (come nel corso dei secoli è spesso avvenuto) con l'esercizio sia ordinario, sia straordinario di esso, è evidente che è del tutto falso il metodo con cui si vorrebbero spie gare le cose chiare con quelle oscure; che anzi è necessario che tutti seguano l'ordine inverso. Perciò il nostro Predecessore, di imp. mem., Pio IX, mentre insegnava che è compito nobilissimo della teologia quello di mostrare come una dottrina definita dalla Chiesa è contenuta nelle fonti, non senza grave motivo aggiungeva le seguenti parole: "in quello stesso senso, con cui è stata definita dalla Chiesa".

§ 2. - Obiezioni contro " il metodo speculativo ".

Obiezioni contro la necessità e l'utilità della " teologia speculativa ".

È veramente necessaria la teologia speculativa? Perché non accontentarci d'accogliere semplicemente le verità rivelate, la parola divina? Dio si degnò di fare una rivelazione agli uomini; ora la sua infinita sapienza non d obbliga ad ammettere che Egli abbia manifestato tutte le verità religiose necessarie e veramente utili, non solo ai destinatari immediati della sua parola, ma ai cristiani di tutti i paesi e di tutti i tempi?

Più ancora, non potremmo contestare l'utilità stessa della speculazione teologica? La teologia non altererà la dottrina rivelata dell'economia della redenzione, di questo quadro dalle linee semplici e grandiose e quindi particolarmente seducenti?

Risposta. - La teologia speculativa è poco meno indispensabile di quella positiva, a Infatti, scrive A. Gardeil, non appena finisce la teologia positiva, sorgono numerose questioni della massima importanza, poiché sorte d'ogni dato caduto in uno spirito vivente è che questo lo elabori indefinitamente. La riflessione che va sempre più approfondendosi, le insorgenti obiezioni, la necessità di rendere continuamente attuale l'accordo del dato rivelato col progresso delle idee filosofi-die o anche dell'esperienza, la prospettiva delle sintesi che unificheranno il sapere propriamente umano e il sapere d'origine soprannaturale, sono tutte cause che, assieme ad altre, rendono inevitabile e, fino a un certo punto, necessaria per la fede e la stessa rivelazione una dottrina che si proponga come compito proprio di prolungare la luce della rivelazione verso la soluzione di questioni die la rivelazione non risolve formalmente, e di costruire una scienza unificata, la teologia integrale, coordinando quelle soluzioni tra loro e con i dati rivelati da cui emanano " {Op. cit., pp. 224-225). Il P. J. A. Jungmann, in un libro che citeremo più avanti, ha sviluppato idee analoghe: la teologia nacque soprattutto dal bisogno di rispondere alle esigenze critiche della ragione e agli attacchi degli avversar!, come si vede, p. es., dalle controversie cristologiche del quarto e del quinto secolo e anche da quelle relative alla grazia. Il lavoro di riflessione sulle verità rivelate apparve ben presto interessante in se stesso e venne continuato indipendentemente dalle necessità apologetiche. Omettere questo lavoro significherebbe esporre la fede al pericolo di dover cedere alla filosofia la pretesa d'orientare la vita; e che questo non sia un pericolo illusorio lo provano sufficientemente la storia della teologia protestante del secolo XIX e quella delle Chiese dissidenti d'Oriente. Perciò è bene distinguere la teologia, il suo studio e il suo insegnamento dalla predicazione della fede, anche se la catediesi presuppone solide conoscenze teologiche ed- è efficace solo quando si sforza di conservare alle linee maestre del messaggio rivelato tutto il loro rilievo.

Obiezioni contro la possibilità della metafisica, condizione indispensabile della teologia speculativa. - La teologia speculativa consiste essenzialmente nell'applicare nozioni e principi metafisici al dato rivelato; perciò suppone necessariamente la possibilità della metafisica rigettata dalla maggior parte dei filosofi moderni e contemporanei, da quando Kant fece il processo alla metafisica e la maggior parte dei pensatori successivi ratificarono il suo verdetto implacabile.

Risposta. - La teologia speculativa presuppone certamente la possibilità della metafisica; invece l'atteggiamento agnostico è frequente nei filosofi moderni e contemporanei, anche se, occorre dirlo, va contro le tendenze naturali dell'uomo. A. Meyerson potè scrivere giustamente che " l'uomo fa della metafisica anche quando respira ", tanto che la maggior parte degli agnostici, dopo aver negato alla ragione la capacità di superare i fenomeni, si sforza di far rivivere per altra via la metafisica, di cui non può fare a meno. Il primato, negato all'intelligenza, viene accordato al sentimento, alla volontà, all'azione, ecc Significative sono a questo riguardo le due Critiche di Kant: quella della ragion pura e quella della ragion pratica. Notiamo pure come la filosofia contemporanea sia caratterizzata da un'energica reazione contro l'agnosticismo positivistico e da un ritorno al realismo e alla metafisica. C'è da rallegrarsene, perché questo ritorno promette risultati felici; fare la critica dell'agnosticismo e dimostrare la possibilità della metafisica significa esaminare il problema fondamentale della conoscenza, questione, questa, che i limiti ristretti del presente studio non permettono di trattare e che il lettore potrà all'occorrenza, trovare trattata consultando i lavori di filosofia relativi a questo soggetto (4).

Obiezioni desunte dalla molteplicità dei sistemi filosofici. -Ammettiamo pure, si dice, che la metafisica sia possibile, ma sarà sempre una possibilità più teorica e astratta che pratica e concreta. Nessuno infatti ignora la molteplicità dei sistemi filosofici, avendo la storia dimostrato che non c'è nemmeno " la filosofia scolastica " ma che ci sono " delle filosofie scolastiche ", cioè molte dottrine separate da divergenze profonde. I nomi di San Tommaso, di San Bonaventura, di Duns Scoto, di Suarez, non segnano forse altrettante posizioni, se non atteggiamenti filosofici diversi? Chi potrà vantarsi di determinare la verità in queste materie e discernere il vero sistema? Se si opta per una dottrina, che valore si oserà accordarle? E se il suo valore è precario, che solidità potrà avere l'edificio speculativo innalzato su tale fondamento?

(4) Tra i numerosi studi sul problema della conoscenza, a titolo d'esempio, segnaliamo: J. MarÉchal, Le paini de déparl de la métaphysique, Bruges e Parigi 1922-1926; J. Db Tonquédec, La crìtique de la connaissanee, Beauchesne, Parigi 1929; M. D. Rolland Gosseun, Essai d'une étude critique de la connaissanee, Vrin, Parigi 1932 ; J. Maritain, Distinguer frour unir ou les degrés du savoir, Desclée de Brouwer, Parigi 1932 ; F. Olciati, Ifondamenti della filosofia classica, Vita e Pensiero, Milano 1950, pp. 172-236. Profonda e chiara sintesi.

Risposta. - E' certo che le dottrine filosofiche abbondano, e che le esposizioni della storia della filosofia lasciano spesso un'impressione sconcertante, ma se vogliamo considerare soltanto le idee maestre, fondamentali, le idee che determinano un vero atteggiamento fìlosofico, vediamo che il numero dei sistemi si riduce in modo singolare. Inoltre molti di questi sistemi non resistono a un esame critico e devono essere risolutamente esclusi. Anche le verità rivelate offrono un prezioso criterio per apprezzare i sistemi filosofici, obbligando a respingere, per esempio, le teorie idealistiche o puramente soggettivistiche, il materialismo, il determinismo, il panteismo, ecc Restano di fronte sistemi che contengono numerosi punti di contatto sulle questioni fondamentali, come avviene particolarmente delle dottrine scolastiche, le cui divergenze reali non possono impedirci di constatare il loro accordo fondamentale sui punti capitali. Queste dottrine comuni agli scolastici sono il punto d'arrivo d'una lunga elaborazione, sono, in maggior parte, un'eredità del passato, formano il punto di incontro d'un grande numero di pensatori, costituiscono il nocciolo della philosophia perennis (5) e quindi dimostrano una solidità a tutta prova. Perciò bisogna ritenerle come vere e attribuire loro un valore assoluto. Ora la teologia in primo luogo si appella a queste verità, non facendo cosi che servirsi di buoni materiali, onde non si può contestare che il suo lavoro non sia legittimo e valido. Minor garanzia offrono i suoi risultati quando poggiano su dottrine particolari e più discusse. Ora il coefficiente d'incertezza di questi elementi filosofici incide necessariamente anche sui risultati della speculazione teologica. Tuttavia l'utilizzazione di queste concezioni filosofiche meno certe non è priva di qualche vantaggio. Non insistiamo sul vantaggio filosofico: la capacità d'una concezione filosofica a descrivere o spiegare il dato rivelato, crea una presunzione di verità in favore di quest'idea. Invece sottolineiamo quest'altro effetto: tali concezioni permettono a coloro che le fanno proprie, di esprimere e intendere meglio le verità della fede in funzione di categorie razionali, soddisfacendo cosi maggiormente una tendenza naturale, irresistibile e legittima dello spirito. Per maggiori schiarimenti su tutta la questione della scienza teologica e dei sistemi teologici si veda A. Gardeil, Op. cit., pp. 252-284.

Obiezioni desunte dall'utilizzazione della filosofia scolastica. - La teologia speculativa si serve della dottrina scolastica, che però è superata, a Ai suoi tempi, scrive E. Le Roy (Dogme et critique, Paris 1907, pp. 348-851), la scolastica fu la filosofia "moderna", ma da allora sono trascorsi seicento anni, e oggi nulla può fare che essa non sia la filosofia di seicento anni fa. Perché cercare di arrestare la vita della verità a uno stadio del suo sviluppo? Ciò significa ucciderla... I filosofi contemporanei non vogliono affatto proscrivere in blocco la filosofia scolastica... Ma non possono accettare che venga loro imposto questo momento della filosofia come l'espressione ne varìetur della verità, come la norma definitiva e indiscutibile di ciò che dev'essere pensato per sempre ". In corporando una filosofia superata nella teologia, non si costruirà mai una scienza viva, capace d'interessare e fecondare lo spirito contemporaneo, ma una scienza necessariamente sterile.

(5) L'enciclica Humani generis descrive la filosofia perenne come " quella sana filosofia che è come un patrimonio ereditato dalle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità perché lo stesso Magistero della Chiesa ha messo al confronto con la stessa verità rivelata i suoi princìpi e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi da uomini di grande ingegno ". Precisandone il contenuto, l'enciclica continua : " Questa stessa filosofia, confermata e comunemente ammessa dalla Chiesa, difende il genuino valore della cognizione umana, gli incrollabili principi della metafisica, cioè di ragion sumeiente, di causalità e di finalità, ed infine sostiene che si può raggiungere la verità certa ed immutabile".

Risposta. - La maggior parte degli elementi della risposta li abbiamo dati sopra. La verità è cosa assoluta e immutabile e possono variare solo la sua espressione e la chiarezza con cui viene percepita. Può anche accadere che una verità resti lungamente ignorata. Ma le dottrine, di cui è solidamente provata la verità, sono una conquista dello spirito che dev'essere definitiva. Ora, come già s'è detto, la sostanza della dottrina scolastica ha tali garanzie e appartiene alla philosophia perennis, che ai nostri giorni riunisce un numero sempre maggiore di pensatori. Essa si è dimostrata particolarmente adatta alla speculazione teologica e dev'essere mantenuta al suo servizio. Però la teologia speculativa eviterà di servirsi di elementi superati dei sistemi scolastici; sarà aperta a tutte le vere acquisizioni della filosofia moderna e contemporanea; dovrà sfruttare per i suoi fini e a suo vantaggio l'incessante lavoro di decantazione e d'adattamento, cui si dedicano i migliori rappresentanti odierni della filosofia neoscolastica, specialmente tomistica. Questa armoniosa "unione di nova et velerà, che è garanzia di verità, darà un forte impulso alla speculazione teologica e alla scienza sacra attrattiva conquistatrice (6).

Obiezioni contro la possibilità di studiare le verità rivelate per mezzo della filosofia. - La fede ha come oggetto la realtà divina; ma Dio è un essere assolutamente trascendente, è " il totalmente altro ". Tra la realtà divina e quella umana non vi è, non vi può essere una misura comune; la distanza è infinita e quindi invalicabile. Applicare a Dio le nozioni che lo spirito ha elaborato astraendole dalla realtà umana, significa cadere nell'antropomorfismo, errore da denunciare e proscrivere energicamente. Ogni affermazione della ragione riguardo a Dio è inquinata da questo vizio. Perciò l'oggetto della fede non è traducibile con le categorie razionali dello spirito (cfr. B. Poschmann, Ver Wissenschaftscharakter der Kaiholischen Theologle pi carattere scientifico della teol. catt], Breslavia 1932, p. 8).

(6) Trattando della o sana filosofia ", la Humani generis ne afferma l'immutabilità e il progresso in questi termini: te Anche in tali questioni essenziali (cfr. nota precedente), si può dare alla filosofia una veste più conveniente e più ricca; si può rafforzare la stessa filosofia con espressioni più efficaci, spogliarla di certi mezzi scolastici meno adatti, arricchirla anche — però con prudenza — di certi elementi che sono frutto del progressivo lavoro della mente umana; però non si deve mai sovvertirla o contaminarla con falsi principi né stimarla solo come un grande monumento sì, ma archeologico. Infatti la verità ed ogni sua manifestazione filosofica non possono essere soggette a quotidiani mutamenti, specialmente trattandosi di principi per sé noti della ragione umana o di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli quanto sul consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina. Qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità già acquistata ; perché Dio, somma Verità ha creato e regge l'intelletto umano non affinchè alle verità rettamente acquisite ogni giorno esso ne contrapponga delle nuove, ma affinchè rimossi gli errori che eventualmente vi si fossero insinuati, aggiunga verità a verità nel medesimo ordine e con la medesima organicità con cui vediamo costituita la natura stessa delle cose, da cui la verità si attinge. Per tale ragione il cristiano, sia egli filosofo o sia teologo, non abbraccia con precipitazione o leggerezza tutte le novità che ogni giorno vengono escogitate, ma le deve esaminare con la massima diligenza e le deve porre su di una giusta bilancia per non perdere la verità già conquistata o corromperla, certamente con pericolo e danno della stessa fede ".

Risposta. -Certamente Dio è trascendente e infinito; quindi i concetti astratti dalle realtà finite non si possono applicare a Lui tali e quali; tagliati come sono alla nostra povera misura umana; altrimenti si cadrebbe nell'antropomorfismo. Ma cosi non si va a finire nell'agnosticismo, cioè nell'impossibilità radicale della teodicea? Nient'affatto. Malgrado l'infinita distanza che li separa, tra Dio e il mondo ci sono dei rapporti, quelli di causa ad effetto; perciò le perfezioni esistenti nelle creature devono trovarsi in Dio, loro fonte prima, e vi si troveranno necessariamente nel modo che conviene all'essere infinito. La nostra conoscenza naturale di Dio è molto imperfetta, ed è essenzialmente analogica. Quando si devono trasferire in Dio le perfezioni delle creature, occorre distinguere tra le perfezioni assolute (perfe-ctiones simplices) e quelle miste (perfectiones mixtae), cioè tra quelle che nel loro concetto non includono nessuna imperfezione (come l'intelligenza e la sapienza), e quelle la cui nozione stessa implica un'imperfezione (p. es. ragionare, cioè comprendere in un modo solo mediato, passando da una verità a un'altra). Inoltre le stesse perfezioni assolute non si possono a affermare a di Dio, senza a negarne " simultaneamente i limiti e aggiungere che in Dio esistono in modo eminente, cioè in un grado illimitato e secondo un modo essenzialmente diverso da quello in atto nelle creature, poiché s'identificano realmente con l'essenza infinita di Dio. Il metodo che abbiamo tracciato è noto sotto il nome di " tre vie ", la via dell'affermazione (via affirmationis), la via della negazione (via negationis) e la via della trascendenza (via eminentiae). La conoscenza analogica è indubbiamente inadeguata, ma non resta meno vera. Notiamo bene che i termini usati dalla stessa rivelazione per descrivere Dio, hanno anch'essi un valore solo analogico, il che dice quanto sia importante il metodo dell'analogia, e quanto sia vasto il suo campo d'applicazione nel dominio della conoscenza religiosa (7).

Obiezioni desunte dalla natura delle conclusioni teologiche. - Si dice: ammettiamo pure che, in una certa misura, la filosofia sia capace di attingere Dio, ma non è provato che sia legittimo applicare nozioni e principi filosofici al dato rivelato. Ci si può chiedere se non ci sia una certa sconvenienza a mescolare tra loro e a fondere insieme un elemento divino, cioè la rivelazione, e un elemento umano, cioè la filosofia. Comunque, il risultato d'una tale operazione avrà sempre un carattere ibrido, cosi la conclusione d'un sillogismo, di cui una premessa è una verità rivelata, e l'altra una verità di pura ragione, non sarà né strettamente rivelata, né strettamente filosofica. La sua natura equivoca la renderà sospetta.

(7) Sull'analogia e il suo compito nella conoscenza filosofica e teologica di Dio, cfr. le seguenti opere: R. Garrioou-Laorange, Dieu, san existence et sa nature. Sohtlion thomìste des soluiìons agnostiques, 5 ed., Beauchesne, Parigi 1928; T. L. Penido, Le ròU de l'analogie en théologie dogmatique, Vrin, Parigi 1931. B. de Solages, Dialogue sur l'analogie, Aubier, Parigi 1946; C. Journet, Conoscenza e inconoscenza di Dio, Ed. di Comunità, Milano 1947.

Risposta. - Perché non dovrebbe essere conveniente servirsi del lume naturale della ragione per voler acquistare un'intelligenza più precisa, profonda e completa della parola di Dio, se questa stessa luce naturale è un dono prezioso del creatore? Sarebbe anzi sconveniente non servirsene per un fine tanto nobile. È superfluo insistere.

La seconda parte dell'obiezione solleva una questione aspramente dibattuta tra i teologi, quella della natura della conclusione teologica propriamente detta. Prendiamo un sillogismo che come premesse ha una verità formalmente rivelata e una verità che è un principio puramente filosofico. Se il ragionamento o discorso non ci porta da un'idea a un'altra, ma solo da un modo di parlare a un altro modo (p. es. dal tutto alla parte, dall'universale al singolare, da un'espressione a un'altra equivalente) la conclusione sarà solo impropriamente teologica, e si dovrà dire che è rivelata o, più esattamente, virtualmente rivelata, come ammettono tutti i teologi anche se con termini diversi. Quando invece si tratta d'un ragionamento o discorso propriamente detto, che porta da un'idea a un'altra (p. es. dall'effetto alla causa, dalla causa all'effetto necessario, dall'essenza alla proprietà o viceversa), è difficile risolvere la questione e i pareri dei teologi sono divisi. Alcuni, come M. Tuyaerts (8) e F. Marin-Sola (9) ammettono, altri, come R. M. Schultes (10), negano il carattere rivelato della verità cosi ottenuta, cioè della conclusione teologica propriamente detta (11). I primi così ragionano: ogni affermazione che cada su un'asserzione qualsiasi, cade anche logicamente su tutto ciò che questa presuppone necessariamente come principio e su ciò che implica necessariamente come conseguenza; perciò l'affermazione divina, che porta sulla premessa rivelata, s'estende pure alla conclusione teologica, la quale non fa altro che enunciare un principio o una conseguenza di questa premessa. Gli altri, appellandosi soprattutto a questo principio di logica o regola del sillogismo: k Pejorem semper sequitur conclusio partem ", dicono che se una premessa non è rivelata, la conclusione non può essere considerata come parola divina.

Questa la questione dibattuta, che però non occorre risolvere per sciogliere l'obiezione, perché anche se la conclusione teologica non ha la stessa natura delle premesse e non è perfettamente omogenea con nessuna delle due premesse non segue che non sia vera, e nel nostro caso importa soprattutto questa verità. La conclusione teologica è un'affermazione strettamente connessa con la testimonianza soprannaturale di Dio e quindi estende e arricchisce la nostra conoscenza religiosa. È vero che se non si può dire k rivelata ", la conclusione teologica propriamente detta non può venir definita dalla Chiesa come domma in senso stretto, ma può sempre, secondo il parere unanime dei teologi, venir infallibilmente proposta dal magistero ecclesiastico. Perciò è incontestabile tanto il valore della conclusione teologica quanto quello della scienza che fornisce la conclusione stessa.

(8) L'évolution du dogmi. Elude théologique, Lovanio 1919, p. 78 ss.

(9) Vevolutìon hornogém du dogmi calholique, Parigi 1924, voi. 1, p. 60 ss.

(10) Introducilo in histcriam dogmatum, Leithelleux, Parigi 1922, p. 192.

(11) Nel determinare l'opinione degli autori occorre tener presente la terminologia che, sfortunatamente, è tutt'altro che uniforme in tutti: le identiche parole hanno spesso un senso molto diverso.

Obiezioni desunte dal carattere analogico degli elementi degli argomenti teologici. - Al punto di partenza della speculazione teologica c'è il dato rivelato, i cui termini sono presi dal linguaggio umano e quindi si devono intendere non nel senso che si applica alle creature, ma in un senso analogico. Slmilmente le nozioni, e i principi filosofici non possono essere trasferiti dal campo delle realtà finite a quello dell'Essere infinito se non in senso analogico. Quindi il ragionamento teologico si sviluppa necessariamente sopra un terreno mobile: in realtà non opera mai con elementi perfettamente noti, ma utilizza esclusivamente concetti che, con le nozioni, delle quali il teologo ha una conoscenza propria, presentano soltanto a un'analogia ", cioè una a somiglianzà dissimile ". Perciò il teologo si serve solo di termini e di nozioni gravati da un coefficiente di dissomiglianza e quindi d'indeterminazione. Passando da una deduzione all'altra, il teologo non si mette in pericolo d'allontanarsi sempre più dalla verità? Infatti, pur sforzandosi di unire le " somiglianze ", moltiplica necessariamente i coefficienti di " dissomiglianza " e d'indeterminazione. Mancando l'indispensabile correttivo non è legittima la sfiducia nel valore del ragionamento teologico?

Risposta. - L'obiezione è speciosa ed entra nel vivo della questione del valore della teologia speculativa; perciò merita un attento esame. Non neghiamo il carattere analogico degli elementi, rivelati e filosofici, del ragionamento teologico; notiamo soltanto che, nonostante siano imperfetti, essi hanno un valore reale; la conoscenza che proviene da ciascuna premessa dell'argomento è inadeguata, però è vera. Che cosa avviene dunque quando il ragionamento congiunge queste proposizioni? I coefficienti di dissomiglianza inerenti ai termini e ai concetti, moltiplicandosi, non condurranno lo spirito verso regioni sconosciute, prive d'ogni punto di riferimento, lasciandolo alla fine completamente solo? Finiranno necessariamente coll'impedire alle conclusioni teologiche di raggiungere la certezza? Nient'affatto. Certo, tali fattori impronteranno ogni conclusione dell'analogia, e imporranno quindi alla conclusione un coefficiente di dissomiglianza, non potendo la conclusione avere una natura più perfetta delle premesse. Ma l'analogia comporta pure una somiglianza, non solo dissimiglianza. Ne si può dire essere radicalmente impossibile distinguere nella conclusione la zona che deve offrire l'oggetto delle affermazioni e la zona che appella delle negazioni; fino a un certo punto il teologo può fare la separazione con i criteri somministrati