obiezioni contro l'antico testamento - Obiezioni
desunte dai pretesti errori storici della
Bibbia
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
II - OBIEZIONI DESUNTE DAI PRETESI ERRORI
STORICI DELLA BIBBIA
§
1. - Considerazioni generali.
a)
Caratteri di queste obiezioni. -
Le obiezioni desunte dai pretesi errori storici
della Bibbia sono infinitamente più
complesse di quelle che abbiamo analizzato
poco fa, perché qui non si può
più credere che gli agiografi si siano
espressi secondo le apparenze. Alcuni esegeti
proposero una spiegazione, che fu violentemente
combattuta fin dal suo primo apparire, spiegazione
che non è contenuta nell'enciclica
leonina sulla Sacra Scrittura e che l'enciclica
di Benedetto XV, più severa, segnala
per condannare.
b)
Principi di soluzione. - Veramente
l'espressione " apparenze storiche a
è poco felice, è equivoca e,
secondo me, anche inesatta, perché
non ci sono apparenze storiche nel senso in
cui intendevano i proponitori della formula.
Ci sono invece modi difettosi di percepire,
registrare, conservare, trasmettere, consegnare
i fatti per scritto, e soprattutto vi sono
diversi modi, egualmente legittimi, di concepire
e scrivere la storia. Così il nostro
modo d'intendere la storiografia, p. es. al
modo del Duchesne o di Cauchie (per fermarci
ai due più illustri rappresentanti
della storiografia cattolica moderna) non
è quello degli annalisti o dei cronisti
dell'antico Oriente, che ignoravano, sia quanto
a documentazione sia quanto ad analisi critica,
le regole del moderno metodo critico, i processi
redazionali e sintetici. Dimenticare questa
cosa significa condannarsi in anticipo a non
comprendere nulla dell'Antico Testamento.
Quindi
non si deve dire che gli autori antichi sbagliano
perché s'esprimono secondo le "
apparenze storiche " erronee, il che,
ripetiamo, è inesatto; occorre anzi
riconoscere che essi procedono col metodo
storico della loro epoca e con la larghezza
che esso comportava, senza preoccuparsi d'avere
una documentazione esauriente, non esigendo
un'analisi rigorosamente critica delle fonti,
ricorrendo a processi oratori, talvolta perfino
a libere combinazioni, p. es., delle circostanze,
amando tradurre in discorsi i pensieri dei
principali attori, essendo in definitiva più
preoccupati di fare una bella presentazione
letteraria, che una rappresentazione materialmente
esatta e, direi, fotografica dei fatti (1).
Gli
autori dell'Antico Testamento non filmano
i fatti, ma ne tratteggiano larghi quadri,
seguendo i gusti estetici dei contemporanei,
senza mai perdere di vista lo scopo d'istruire
ed edificare i lettori. Essi sono, nella maggior
parte, altrettanto filosofi della storia quanto
annalisti o cronisti propriamente detti. Per
questo molti critici credono di poter parlare
di più storie delle origini religiose
d'Israele, che chiamano la storia jahvista,
elohistica, deuteronimista e sacerdotale.
Un punto di vista particolare caratterizzerebbe
ad un tempo e l'insieme ed i particolari dei
racconti che compongono ogni ciclo storico
cosi distinto.
Quindi
ogni qualvolta sembrano sorgere gravi difficoltà,
non si tratta di ricorrere subito ai generi
letterari infrastorici, come la tradizione
popolare, la storia idealizzata, il midrash
aggadico, i favolari, i racconti fantastici,
ecc, ma bisogna prima considerare che anche
la storia vera e propria nell'Antico Testamento
non era scritta come la concepiamo noi moderni,
come incominciano a riconoscere apertamente
i recenti manuali d'introduzione alla Sacra
Scrittura (2),
che in questo modo non compromettono affatto
l'inerranza biblica. Infatti il carisma dell'ispirazione
esercita tutta la sua causalità fino
a escludere ogni errore soltanto nell'ambito
del genere letterario al quale appartiene
il libro ispirato (3).
D'altronde,
come notano molto giustamente Lusseau e Collomb
(4), il fatto
che le affermazioni della Bibbia non contengono
nessun errore, non comporta che esse esauriscano
la verità del loro oggetto, poiché
altrimenti sarebbe necessaria una serie di
rivelazioni che farebbero dello storiografo
un essere a parte e gli darebbero una mentalità
e una cultura totalmente estranee a quelle
del suo ambiente; i suoi discorsi e i suoi
scritti sarebbero incomprensibili ai suoi
contemporanei e perfino a lui stesso, senza
uno speciale aiuto di Dio.
Ammessi
questi pochi principi, la storia sacra non
si presta a serie obiezioni e quelle che,
ciononostante, le si oppongono derivano soprattutto
dall'ostinazione a voler misurare l'esattezza
biblica con le regole del metodo critico moderno.
Ora questo è semplicemente grottesco.
Oltre
il fatto suaccennato, che la storia sacra
è scritta alla maniera degli antichi,
avviene pure che per alcune sezioni dei libri
detti storici, e forse anche per alcuni interi
libri, gli autori ispirati s'allontanano deliberatamente
dal genere storico per adottare questo o quel
genere letterario, che Lusseau e Collomb chiamano
" infrastorico ".
(1)
Del resto, sebbene in misura minore, queste
riflessioni valgono anche per i libri storici
del Nuovo Testamento, come ammettono i migliori
esegeti cattolici moderni. Si pensi particolarmente
a certe varianti della tradizione evangelica.
L'opera del P. Thibaut, Le sens des paralei
du Christ, Bruxelles-Parigi, 1940, al riguardo
contiene molte giudiziose osservazioni, che
in materia segnano un progresso sulle posizioni
che direi medie.
(2)
Lusseau-Collomb, Manuil d'Éludes bibliques,
t. I, Parigi 1936, p. 254, n. 3 e pp.
218-219. Vedi p. 218, lett. C: "È
evidentissimo che il metodo storico degli
antichi non
era il nostro ".
(3) Ivi, pi 176I
(4) Ivi, p. 177.
Come
vuole prudentemente e giustamente la Chiesa,
in ogni caso particolare bisognerà
certamente dimostrare con solidi argomenti
che l'agiografo usa simile genere letterario,
e inoltre che s'allontana coscientemente dalla
storia in senso stretto. Fatta questa dimostrazione,
perché rifiutare agli storici sacri
quei diritti che concediamo agli scrittori
di tutti i tempi? Tanto più che si
ammette che l'ispirazione non cambia le abitudini
letterarie di chi ne beneficia, in quanto
Dio, adattandosi a servirsi di strumenti,
li sceglie quali la cultura profana del loro
ambiente li ha preparati per svolgere il loro
compito di scrittori. Non ci dobbiamo lamentare
se la Chiesa esige esegeti prudenti e circospetti,
ma in questo campo nessuno ha diritto di essere
più esigente del Papa o della Commissione
biblica.
A
noi sembra die alcuni autori, preoccupati
di non allontanarsi dalle direttive pontificie,
sì servano con troppe riserve e quasi
con il contagocce di certi principi di buona
esegesi, sembrando talvolta di voler ricorrervi
solo nei casi d'estrema necessità,
quando è permesso appropriarsi dei
beni altrui e, in questo caso, dei beni della
critica. Tale posizione, anche se ispirata
dalla lodevole intenzione di non scandalizzare
mai il pubblico cattolico, ahimè troppo
poco versato e istruito in materia, è
inopportuna.
Queste
poche considerazioni generali dovrebbero bastare
e spero che risolvano più facilmente
le difficoltà cui crediamo dover rispondere
più diffusamente
(5).
§
2. - Esposizione delle principali obiezioni.
1.
I primi undici capitoli della Genesi. - Enunciazione.
- I primi undici capitoli della Genesi, servendosi
dei ricordi conservati dalla generazione di
Mosè, espongono le origini dell'universo
e la storia dell'umanità primitiva.
In questa storia predomina il punto di vista
religioso. Non solo, ma si tratta soltanto
di un semplice compendio di storia, che descrive
lo sviluppo culturale dell'umanità
primitiva attraverso le tappe più salienti,
scegliendo i quadri, tracciandoli e raggnippandoli
attorno ad alcuni personaggi rappresentativi
della loro epoca o attorno ad alcuni grandi
eventi che segnano il corso dell'evoluzione:
Adamo ed Èva, Abele e Caino, Seth e
la sua discendenza, Noè con i tre Egli
Sem, Cani e Jafet, Abramo, la creazione dell'universo
e della prima coppia umana, il peccato dei
progenitori, l'uccisione d'Abele da parte
del fratello, la decadenza morale dei contemporanei
di Noè, il diluvio, la costruzione
della torre di Babele e la dispersione dei
popoli.
(5)
Se non esagero, le considerazioni da noi esposte
sono ormai appoggiate dall'autorità
della più recente enciclica biblica,
documento tutto impregnato d'ottimismo e che
da notevole fiducia alla scienza che s'applica
a scrutare il senso della Parola divina. Soprattutto
riguardo all'Antico Testamento l'enciclica
non esita a raccomandare alcuni metodi e a
spiegare certi principi che una volta alcuni
ambienti, chiusi al progresso della scienza,
guardavano con sospetto e diffidenza, quasi
fossero più o meno inquinati di razionalismo.
Però, come abbiamo osservato altrove,
non bisogna abusare del documento pontificio
per applicare alla leggera le eccellenti direttive
che contiene; quindi si proceda solo dopo
aver studiato i problemi a fondo.-Vedi F.
M. Braun, O.P., Les études bibliques
d'après feneydique de S. S. Pie XII
" Divino afflante Spirito ", in
Discours wtiversitaires, nuova serie, n. 3,
Friburgo in Sv. 1946. - J. Levtb, S. J., Vencyclique
sur tes études bibliques. Texte et
commentaires (estratto dalla Nauseile Renne
théologique, ott.-nov., 1946), Tournai-Parigi
1946.
Nulla
è più istruttivo che ricordare
la storia dell'esegesi cattolica in quest'ultimo
mezzo secolo. A questo riguardo vi sono parecchie
monografie: J. Coppens, Le chanoine Al-bin
Vari Hoonacksr. San enseignement, son oeuvre,
sa mélhode exégélique,
Bruges-Parigi, 19355 L'tewre exégétique
et histmqui du R. P. Lagrange, Parigi, Bloud
et Gay 1935; J. Coppens, Paulin Ladiuze orientalist
en exegtet (1870-1940), in Meied. Kon. VI.
Acadim'.e, Bruxelles, Palais des Académies,
1940; J. Gonw"", Portrait de M.
Pouget, 2 ed., Parigi 1941; F. M. Braoti,
O. P., Vornare du P. Lagrange. Etnie et bibliographie,
Friburgo in Sv. 1945; trad. it, presso Morcelliana,
Brescia.
Molti
esegeti razionalisti cercano di convincerci
che i racconti dei primi undici capitoli della
Genesi sono completamente privi di valore
storico, avendo al massimo qualche reliquia
delle tradizioni antiche, cui forse corrisponde
un fondo di verità filosofica. Perciò
bisognerebbe interpretare questi vecchi dati
come prodotti dello spirito mitologico o,
meglio ancora, della fantasia popolare mescolante
generi letterari disparati: leggende tribali,
racconti popolari, fa-bliaux, canti epici,
ecc. In qualsiasi ipotesi, la Chiesa ha torto
nel basare la storia del mondo sopra questa
confusa mescolanza di racconti e tradizioni
e di trame alcuni dei suoi dommi fondamentali.
Risposta.
- Ammettiamo senza difficoltà che l'interpretazione
dei primi undici capitoli della Genesi è
di natura delicata. La questione è
stata trattata con molta dottrina, buon senso
e spirito ecclesiastico dal rev. H. Junker
nell'opera Die biblische Urgeschichte in ihrer
Bedeutung als Grundlage der alt-testamenllichen
Offenbarung. (Bonn, 1932), con alcune affermazioni
che occorrerebbe chiarire, e alcune furono
chiarite dall'autore nella rivista dell'Istituto
Biblico, Biblica (6).
In complesso l'opuscolo del professore tedesco
da buone direttive alle quali facciamo volentieri
eco.
I
primi capitoli della Genesi non sono racconti
mitologici o sviluppi puramente simbolici,
non sono allegorie o leggende in cui s'inseriscono
forse alcune briciole delle antiche tradizioni
storiche. Assieme alla Commissione biblica,
dobbiamo affermare proprio l'opposto e dire
che i primi undici capitoli cercano di elaborare
una storia oggettiva dell'umanità,
ma (occorre capire e ricordare bene questo
una volta per tutte) una storia compendiosa,
preceduta da una pagina filosofica-religiosa
sulla creazione; storia che narra i fatti
ora con un linguaggio figurato e convenzionale,
ora in una redazione popolare in cui sono
inserite, sotto forma di citazioni abbastanza
esplicite per un lettore avveduto, alcune
tradizioni che l'autore si limita a riportare,
senza garantirne la storicità. Faremmo
torto all'agiografo se, anche quando manifesta
più o meno chiaramente l'intenzione
di fare la relazione obiettiva dei fatti,
gli chiedessimo la precisione e l'esattezza
che convengono solo a un metodo storico critico
di cui egli non ebbe certamente l'idea e che
quindi non fu nelle sue intenzioni. D'altronde
questa storia è un'opera geniale, con
valore letterario " soprattutto dottrinale
unico, che non trova assolutamente nulla di
simile in tutte le altre letterature dell'Oriente
antico.
Ciò
significa che nei capitoli I-XI della Genesi,
accanto all'esposizione storica con valore
oggettivo garantito dall'agiografo, conviene
distinguere un certo numero d'elementi da
lui riferiti sia a titolo di documentazione
(prima categoria di tradizioni), sia con un
punto di vista meramente letterario, estetico,
per drammatizzare e ornare l'esposizione (seconda
categoria di tradizioni).
(6)
Zur Erklàrung voti Gai. 6, 1-4, in
Bìblica, 1935, t. XVI, pp. 205-312.
Nel
primo gruppo di tradizioni si possono collocare
gli elementi presi tanto dalle tradizioni
popolari d'Israele, orali o scritte, quanto
da quelle dei popoli vicini agli Ebrei, facendo
così posto alle citazioni esplicite
e implicite. Vi entrano cosi lo schema cronologico
generale di Gn. I-XI, le liste genealogiche
dei Sethiti (Gn. V) e dei Semiti (Gn. 11,
10-32), l'elenco delle nazioni (Gn. X), importanti
sezioni del racconto del diluvio (Gn. VII-IX),
il racconto delle unioni contratte dai figli
di Dio con le figlie degli uomini (Gn. 6,
1-4).
Siccome
la Commissione biblica permette di ricorrere
alle citazioni esplicite o implicite solo
quando la citazione stessa è dimostrata
da solide prove, riguardo allo schema cronologico
generale della Genesi si fanno valere i dati
certi della preistoria: per le liste genealogiche
dei Sethiti e dei Semiti -si fa valere l'accettazione
e il contesto di questi documenti, per il
racconto del diluvio i duplicati che vi si
trovano e i paralleli non biblici, per l'episodio
dei giganti il carattere frammentario del
racconto.
Le
tradizioni del secondo gruppo hanno un carattere
storico direttamente stabilito, perché
l'autore sacro, riprendendoli per suo conto,
se ne fa garante. Però qui la forma
è più convenzionale, consistendo
ora in una libera descrizione, figurazione
simbolica, rappresentazione viva e drammatica
dei fatti, ora utilizzando certi temi letterari
molto diffusi nell'Oriente antico, ora idealizzando
i fatti, riportati e garantiti dall'autore
ispirato quanto alla sostanza.
Alle
tradizioni di questo secondo gruppo o categoria
si riferiscono l'esamerone (Gn. 1,1-2,3),
i racconti della creazione d'Adamo e di Èva
(Gn. 2, 4-25), il racconto del paradiso (Gn.
3, 1-24) e anche quello della costruzione
della torre di Babele (Gn. 11, 1-9). Quest'ultimo
però, secondo lo Junker, vi si riferisce
in modo speciale. Mentre in tutte le altre
parti i dati storici sarebbero trasmessi fedelmente
quanto alla sostanza, ma in qualche modo rivestiti
con una rappresentazione simbolica o drammatica,
qui invece lo stesso fatto storico, cioè
la costruzione della torre - santuario di
E-temen-an-aki nella città di Babilonia
(monumento restaurato più tardi da
Nabucodonosor e che sarà descritto
da Erodoto) viene idealizzato, fino a perdere
i suoi contorni storici e diventare la semplice
figurazione simbolica dell'opposizione dei
regni terreni al regno di Dio. Tra gli elementi
figurativi o tematici delle tradizioni della
seconda categoria si citano il soffio di Jahvé,
che crea l'anima umana, gli alberi e la figura
del serpente del paradiso, nonché la
costa d'Adamo nel racconto della creazione
della donna. Gli esegeti cattolici non sono
ancora concordi sull'estensione semplicemente
simbolica di tutti questi elementi. Cosi per
quanto riguarda il serpente, l'interpretazione
simbolica venne difesa dal P. Beda Rigaux
(L'An-tichrist et l'opposition au royame messianique
dans l'Ancien et le Nouveau Testament, Duculot,
Gembloux 1933) e pare guadagni partigiani,
anche se a dire il vero, il testo della Commissione
biblica non è direttamente favorevole,
ma, a mio parere, non vi si oppone formalmente.
Nell'inciso " diabolo sub ser-pentis
specie suasore " l'accento cade sulla
menzione del demonio; il resto della frase
è aggiunto solo onde precisare di quale
personaggio del racconto si tratta, e siccome
il demonio viene presentato solo sotto la
forma di serpente, bisognava nominare anche
questo. Per la creazione di Èva la
stessa Commissione biblica sembra aprire la
via a un'interpretazione larga, che è
tanta più plausibile quanto più
il termine che noi traduciamo u costa "
è uno dei vocaboli ebraici più
oscuri nella Genesi, e siamo convinti che
la Chiesa non sarà indotta a tagliare
netto con la sua autorità riguardo
all'esegesi d'un testo difficile, davanti
al quale i Padri confessavano la loro ignoranza.
Per
l'interpretazione del racconto della torre
di Babele, riconosciamo innanzitutto che la
narrazione non ha un senso molto chiaro, non
essendo facile precisare il fatto storico
al quale si riferisce. Per questo si possono
consultare gl'ingegnosi punti di vista svolti
dal can. Van Hoonacker (7).
Per
appoggiare l'interpretazione più o
meno simbolica dei racconti della seconda
categoria, si possono addurre come argomento
i frequenti antropomorfismi, l'insistenza
occasionale dello stesso autore sacro sul
carattere simbolico di parecchi elementi,
il carattere evidentemente tematico di altri
elementi, il ricorso al linguaggio o allo
stile convenzionale, ecc.
Ispirandosi
a questi principi l'esegesi cattolica si sentirà
ormai a suo agio nell'interpretare Gen. I-XI,
non avrà più da temere obiezioni
che avrà prevenute con la giustezza,
la ricchezza, la duttilità di queste
considerazioni, che tendono tutte a farci
comprendere la psicologia dell'autore ispirato
e le minime varianti del suo stile (8).
2.
La scienza del bene e del male in Gn. II-III.
-
Una delle più classiche obiezioni
alla Genesi I-XI riguarda il senso preciso
della r scienza del bene e del male ",
esca della tentazione dei nostri progenitori.
Alcuni esegeti razionalisti vogliono vedervi
la scienza della vita sessuale, specialmente
quella dei rapporti coniugali; altri invece
ci vedono il risveglio della coscienza morale.
La
prima di queste due ipotesi razionaliste non
deve trattenere a lungo la nostra attenzione.
Anche se si suppone dimostrabile che le fonti
da cui dipende Gn. II-III considerino la scienza
del bene e del male d'ordine sessuale, non
ne seguirebbe che sia ancora cosi nella presente
redazione del racconto, il cui contesto esclude
simile interpretazione, specialmente le parole
che si crede Adamo abbia rivolto alla sua
compagna nello stesso momento in cui gli venne
presentata la prima volta (Gn. 2, 23-24).
È
meno facile confutare la seconda interpretazione,
come tentò con successo Ad. Lods. Un'analisi
oggettiva del racconto, da una parte ci permette
di affermare che la trasgressione viene presentata
come una mancanza morale, e questo significa
che i nostri progenitori avevano già
la coscienza morale prima della caduta e,
dall'altra parte, che l'oggetto della scienza
del bene e del male è prima di tutto
d'ordine intellettuale, e se occorre aggiungervi
un elemento d'ordine morale, si tratta d'un
aspetto diverso da quello proposto dagli autori
indipendenti, ai quali ci riferivamo. Ecco,
d'altronde, gli elementi di cui ci si può
servive e che noi sviluppiamo in stretta dipendenza
da un articolo pubblicato nella Theologische
Blaiter dal professor A. Lods, che nessuno
potrà sospettare di parzialità
in materia (9).
(7)
J. Coppens, Le chanoine Albin Van Hoonacker,
ecc., Parigi, Deaclée de Br. 1935.
(8) Si legga
Y. Laurent, A. A., Le caracike hisimque de
Gn. II-III, dans l'exégiit franfaisi
au tournant du XIX siede, in Ephcm. Theol.
Lovanienses, 1947, t. XXIII, pp. 36-69,
(9) K. Dubbe-A.
Lods, Ein Aiutatiseli zur Paradise geschichte,
in Theol. BlStter, 1933,
t. X, coli.1-10.
a)
L'enunciazione delle accuse da parte di Dio
(3, 14.17) e la descrizione delle condanne
che infligge ai nostri progenitori (3, 16.17-19)
suppongono la loro colpevolezza e quindi una
disobbedienza formale. Se l'uomo e la donna
avessero agito pienamente innocenti, oppure
come animali che pascolano nel campo del vicino
o nell'orto del loro proprietario, sarebbe
comprensibile che Jahvé li avesse espulsi
dal giardino, onde impedire una nuova invasione
(3, 22), ma non si spiegherebbero le amare
pene che furono infitte.
A
questo venne risposto che qui si tratta d'una
disobbedienza di grado inferiore, come la
trasgressione d'un'ordinanza di polizia: "
Cosi un individuo può essere colpevole,
nota per esempio Carlo Budde, anche a prescindere
totalmente dalla questione morale, di fronte
a una qualsiasi ordinanza di polizia ".
Al paragone del bestiame l'esegeta tedesco
oppone il cane, cui si fanno proibizioni estranee
all'ordine morale, semplicemente perché
è più intelligente. Il Budde
fa anche notare che non si può concludere
esservi stata una mancanza morale dalla sola
gravita dei castighi, che il narratore doveva
cercare d'accettare anticipatamente e necessariamente,
dovendo spiegare il presente stato della condizione
umana con le pene e le sofferenze che essa
comporta.
La
prima difficoltà è molto debole,
poiché nell'esempio del cane c'è
disobbedienza solo in senso improprio della
parola, e nella trasgressione delle ordinanze
di polizia c'è trasgressione formale
che non è pensabile come grave, com'è
-evidente nel caso della narrazione biblica.
D'altronde la nozione di legge penale per
opposizione implica già quella delle
leggi morali propriamente dette.
La
seconda difficoltà è più
seria, ma non resta meno vero che soltanto
l'ipotesi d'una mancanza morale conduce naturalmente
alla spiegazione dei castighi.
b)
Confrontando il racconto biblico con il mito
di Adapa o con il racconto della perdita dell'albero
della vita (è il secondo argomento
di Lods) appare maggiormente il carattere
morale della trasgressione biblica, poiché
nel racconto ebraico c'è mancanza e
l'uomo viene punito, mentre nei due racconti
babilonesi c'è la sfortuna dell'uomo
che gioca una cattiva carta e perde la partita.
Carlo
Budde rifiuta il paragone, perché le
due tradizioni avrebbero presupposti totalmente
diversi, poiché nei racconti babilonesi
l'infelicità è connaturale all'uomo,
mentre in quello ebraico l'infelicità
non è alle origini dell'umanità,
quando l'uomo aveva l'immortalità assicurata
(Gn. 2, 17; 3, 19b).
Concediamo
pure tutto questo, ma ciò non toglie
che in entrambi i casi l'uomo non possiede
né la felicità né l'immortalità,
la cui mancanza dalle tradizioni babilonesi
è imputata all'insuccesso, mentre nella
Bibbia è imputata a una mancanza che
comporterà un castigo.
c)
Lods aggiunge che la proibizione
di mangiare il frutto dell'albero della scienza
in quanto intellettuale concorda perfettamente
con il pensiero ebraico, ostile alla saggezza
umana, che considera come un'usurpazione dell'abilità
dell'uomo sul dominio di Dio, mentre è
difficile credere che, secondo il jahvista,
Dio abbia rifiutato il discernimento del bene
morale.
d)
Del resto l'espressione " conoscere il
bene e il male " venne interpretata in
senso intellettuale dallo stesso autore di
Gn. 3, 22 che, in conseguenza dell'acquisto
della conoscenza fatto dall'uomo, prevede
che coglierà il frutto dell'albero
della vita. Secondo alcuni autori il versetto
22 del capo 3 non è certamente autentico,
perché sarebbe derivato da 3, 3 e da
3, 24b. Ma anche se cosi fosse, resterebbe
il fatto che 3, 22, che sarebbe in tal modo
una delle interpretazioni più antiche,
ha adottato la interpretazione intellettualista,
confermata anche dall'interpretazione delle
parole (3, 5) che il serpente suggerisce per
sedurre la sua vittima. Il fatto della seduzione
non prova che il serpente abbia mentito, poiché
il mentitore non dice soltanto menzogne.
È
vero che si obietta che se così fosse
il serpente non avrebbe mai spinto l'uomo
a gustare il frutto, per non suscitare un
concorrente; ma anche qui, che ne sappiamo
noi? E perché l'uomo, divenuto intelligente,
sarebbe diventato necessariamente il concorrente
del serpente, mentre avrebbe potuto egualmente
divenire un alleato utile contro Jahvé?
Infine
il senso dell'espressione nei testi più
antichi è nettamente intellettuale,
come Dt 1, 39 (parallelo solo testuale), 2
Re 19, 35 e Is 7, 15. Attesti precedenti Budde
oppose Am 5, 14s, interpretando anche Is 7,
15 in ordine morale, che crede essere almeno
connotato anche in Dt 1, 39. Però questi
ultimi testi non sembra debbano prevalere
su quelli della prima serie.
e)
Dobbiamo ancora rispondere a due difficoltà
sollevate contro la spiegazione intellettualista.
Prima di tutto'se è difficile negare
ai nostri progenitori il discernimento morale,
non lo è meno negare loro una certa
facoltà di discernere il buono dal
cattivo, l'utile dal nocivo, prima di mangiare
il frutto. D'accordo, ma secondo il narratore
non si tratta dell'acquisto della scienza
pura e semplice, ma d'una conoscenza del bene
e del male eguale a quella degli Elohim (3,
5 e 3, 22). A chi osserva che in Gn II l'uomo
possiede già questa conoscenza, Lods
risponde che Gn II rappresenta una tradizione
indipendente, che apprezza in modo diverso
il lavoro agricolo e la maternità.
La
seconda difficoltà è capitale.
Ci si obietta che in Gn III la conoscena della
nudità viene descritta come conseguenza
dell'aver mangiato il frutto; ma confrontando
Gn 3, 7 con Gn 2, 25, appare che questa coscienza
deriva formalmente dall'ordine morale.
Per
rispondere a questa difficoltà Lods
attribuisce Gn 2, 25 a un'altra tradizione,
ma questo peggiora la situazione, poiché
resta sempre il fatto che l'interpretazione
morale è più antica, o almeno
egualmente antica di quella di Gn 3, 22, su
cui si basa Lods, e questo significa che le
due interpretazioni si sarebbero trovate di
fronte quasi fin dalle origini.
Molto
più giustamente Lods fa notare che
nemmeno l'interpretazione contraria spiega
la portata dei testi. Come si può riconoscere
nella coscienza della nudità il primo
risveglio della coscienza morale, se lo stato
di nudità senza il sentimento di vergogna
non è descritto come immorale in se
stesso?
Infine
Lods propone positivamente di vedere nella
coscienza della nuditi un effetto dell'illumuiazione
intellettuale, che i nostri progenitori acquistarono
indebitamente e questo potrebbe segnare il
passaggio dall'infanzia alla pubertà
e forse anche, come pensava Wellhausen, da
uno stato selvaggio a un rudimento di civiltà.
L'autore rimanda poi al mito di Enkidu.
Che
pensare della controversia tra Budde e Lods?
Secondo noi il critico francese dimostra luminosamente
che i nostri progenitori prima della caduta
ebbero indiscutibilmente la coscienza morale,
senza la quale l'intero racconto è
privo di senso; però a causa di Gn
2,25 e 3,7 il senso morale non manca nell'espressione
" conoscere il bene e il male ".
Per
soddisfare a tutti i dati del racconto, preferiamo
dire che l'uomo e la donna aspirarono a una
specialissima conoscenza d'ordine morale,
che credevano riservata a Elohim, pretendendo
cioè un privilegio morale di Dio. Tenendo
conto del senso pratico connotato dal verbo
ebraico Yadà, non si potrebbe tradurre
" la scienza sperimentale del bene e
del male "? Viene naturalmente da pensare
alle credenze d'alcuni popoli pagani, come
nel caso della mitologia greco-romana, che
concepivano le loro divinità esenti
dalla legge morale. Dio sarebbe cosi sottratto
all'obbligazione, senz'essere tenuto a piegarsi
alle prescrizioni date agli uomini, essendo
privilegio degli dèi permettersi qual-siasi
cosa e sperimentare in tutta la loro estensione
il bene e il male. Tale pres-s'a poco sarebbe
il contenuto delle parole del serpente seduttore,
cui prestarono fede i progenitori, ma mentre
desiderarono acquistare un preteso privilegio
morale riservato a Elohim essi perderono l'unico
reale privilegio di ordine morale che già
possedevano, cioè la immunità
dalla concupiscenza. Erano nudi e non sentivano
vergogna; dopo invece si aprono loro gli occhi
e sorge la concupiscenza.
Questa
spiegazione ha il vantaggio di giustificare
tutti gli elementi del racconto conservando
all'uomo e alla donna il possesso della coscienza
morale prima della caduta. Nell'oggetto della
tentazione vede un preteso privilegio divino
e lo interpreta come derivante dall'ordine
morale, conforme a Gn 2, 25, a Gn 3, 7 e al
senso di altri passi biblici; assegna al serpente
il compito di seduttore, che gli è
proprio e spiega perfettamente il risveglio
della concupiscenza (10).
3.
Il peccato del Paradiso. -
La teologia cattolica accorda un'importanza
fondamentale al racconto del Paradiso e della
caduta, andando evidentemente oltre il pensiero
di Cristo e degli scrittori ecclesiastici,
che sono particolarmente sobrii nell'alludere
a Gn II-III, e che almeno vigilano per non
costruire la dottrina cristiana sopra una
base tanto contestabile. Del resto pare che
la teologia cattolica ignori di che si tratti
nel racconto, perché se lo sapesse
si mostrerebbe assai prudente. Infatti leggendo
i migliori esegeti della nostra epoca, pare
accertato che l'agiografo fa consistere il
peccato del paradiso nell'opera della carne,
considerando l'atto coniugale come inquinato
di peccato in quanto tale, anche se contenuto
entro i limiti del matrimonio. Simile dottrina
è formalmente opposta a quanto insegna
non solo la ragione umana, ma anche alla dottrina
della Chiesa, che riconosce essa pure la santità
del matrimonio e ha fatto di quest'istituzione
un sacramento. Pertanto Gn II-III ci mette
di fronte a speculazioni impregnate di vero
e proprio encratismo avanti lettera, che la
teologia cattolica farebbe bene a ripudiare.
(10)
È noto che il can. Van Hoonacker intendeva
l'espressione "conoscere il bene e il
male " come la scienza particolare agli
Elohim, esseri divini, cherubini, che popolavano
il paradiso: v. J. Coppens, Le chanoine Albin
Van Hoonacker, ecc, p. 15. Però tale
esegesi non s'impone. Tuttavia, volendola
adottare, è facilmente accordabile
con quella proposta da noi. Su tutto l'appassionante
e complesso problema della conoscenza del
bene e del male, si può consultare:
La cotutaissance du Bien et du Mal et le peché
du Paiadis. Contribution à tinterprètation
de Gn. II-III, in Analecla Lovaniensia Biblica
et Oriintalia, fase: 3, Bruges-Pariji, Desclée
de Br; 1957.
Risposta.
-. Non è facile interpretare
Gn II-III, perché il racconto è
complesso e ricco di contenuto; l'agiografo
al momento buono sa essere sottile e maneggia
l'ironia e forse ha pure un po' di umorismo.
La redazione è molto lontana nel tempo
e quindi ci sfuggono necessariamente molte
sfumature del pensiero dell'autore. Tuttavia
d pare assurdo e blasfemo voler presentare
l'atto coniugale come inquinato dal peccato,
o addirittura come costitutivo formale del
peccato del paradiso. Tutta la Bibbia, compreso
Gn II-III, sia nel documento J come in P,
presenta o suppone la procreazione come un'opera
voluta e benedetta da Dio, e la fecondità
come la benedizione per eccellenza. È
vero che alcuni autori cattolici vollero salvare
la teoria sessuale radicale supponendo che
Dio avesse interdetto temporaneamente l'atto
coniugale ai progenitori, che quindi avrebbero
peccato anticipando indebitamente l'unione
coniugale. Però tale ipotesi non ha
alcun fondamento nel testo e perciò
è inutile fermarvisi anche per un solo
momento, poiché la teoria sessuale
radicale è inutile, dal momento che
ci appare falsa.
Con
questo si vuoi forse dire che nella trasgressione
dei progenitori non c'è alcun elemento
sessuale e che nessuna mancanza sessuale abbia
accompagnato o aggravato la mancanza principale,
cioè la disobbedienza ispirata dall'orgoglio?
Noi abbiamo tentato di risolvere il problema
dell'opera La conno." sance du Bien et
du Mal et le péché du Paradis
(Parigi-Bruges, Desclée de Bt, 1947)
sforzandoci di dimostrare che il redattore
finale o, se si vuole le fonti utilizzate,
hanno verosimilmente intravisto una mancanza
grave contro la castità concomitante
al peccato d'orgoglio, non certo nell'attuare
l'atto coniugale come tale, ma nell'empio
tentativo di mettere l'opera della carne sotto
la tutela delle divinità della vegetazione
e della fecondità, che nel racconto
sarebbero presentate sotto l'emblema del serpente.
Per le prove e le particolariià, con
cui occorrerebbe sviluppare questi punti di
vista, rimandiamo allo studio suddetto.
4.
La longevità dei patriarchi.
- L'Histoire sainte par un professeur de seminane
(Parigi, 1924, p. 82), nota che " secondo
le cifre, per quanto diverse, trasmesse dal
testo biblico, pare risulti che i patriarchi
ebbero i loro figli a un'età eccezionalmente
avanzata e che la loro vita ebbe una durata
assolutamente fuori delle proporzioni della
vita umana nelle epoche storiche ".
La
difficoltà è classica.
Forse è possibile far ricorso alla
teoria, che abbiamo spiegato, delle citazioni
esplicite, o a quella dei dati popolari, ripresi
semplicemente da un punto di vista tematico
e simbolico. A me pare che il P. Bea. Rettore
del Pontificio Istituto Biblico di Roma e
autore assai prudente, propenda momentaneamente
a tale esegesi quando scrive (De Pentateucho,
2 ed.. Roma, 1933, p. 184): "Addizionando
l'età in cui i patriarchi ebbero i
loro figli e il numero di anni da essi raggiunto...
sembra si voglia indicare die essi furono
i capi e le guide delle loro famiglie per
un tempo abbastanza lungo, onde assicurare
la continuazione e la conservazione della
tradizione ". Più innanzi (p.
186) lo stesso autore considera come fatto
storico la longevità patriarcale: a
Non -ci sono solide ragioni che ci obbligano
a metterla in dubbio ".
Secondo
me il partito più prudente è
quello dell'Histoire sainte par un professeur
de seminane, che si rassegna a ignorare la
vera spiegazione, secondo il consiglio di
Sant'Agostino : " Su tale questione e
molte altre simili si possono ignorare
molte cose, senza pericolo per la fede cristiana"
(11). Del resto
si può anche credere di trovare la
vera soluzione ricorrendo ai generi letterari,
come caldamente raccomanda di fare l'ultima
enciclica pontificia, essendo difficile dimostrare
che l'agiografo intendesse comunicarci dati
certi e garantiti dalla rivelazione e quindi
da credersi con fede divina, quando inseri
questi dati cronologici, che forse sono l'opera
d'un autore relativamente recente, che cercò
di elaborare alla meglio e con beneficio d'inventario
un sistema di date. In realtà fece
del suo meglio, cosciente com'era delle imperfezioni
della sua opera e lavorando entro lo schema
dei generi letterari noti e praticati al suo
tempo.
5.
II diluvio. - II P. Bea (Op. eh.,
p. 173) dice giustamente che il problema dell'universalità
del diluvio è celebre, e al riguardo
sono state formulate tre opinioni principali.
La prima inclina all'universalità assoluta;
la seconda ammette l'universalità antropologica;
la terza restringe il diluvio a una razza
particolare. Oggi nelle scuole cattoliche
prevale la seconda opinione, solo perché
sembra più prudente e saggio attenervisi
(E. Mangenot). Il P. Bea (Op. cit., p. 176)
giunge a riconoscere che essa prevale soprattutto
grazie a " princìpi teologici
". Perciò l'apologetica fa bène
a lasciare la porta spalancata alla terza
spiegazione già proposta da F. de Hummelauer,
H. Zschokke, J. Ddller, H. Lesètre
e difesa tuttora, malgrado il favore di cui
gode la seconda opinione, da Paolo Heinisch,
già professore all'università
cattolica di Nimega: Dos Buch Genesis (Bonn,
1930, pp. 181-184).
Nessuna
tesi dommatica, conclude l'Heinisch, esige
l'universalità antropologica, cui d'altronde
sembrano apertamente sfavorevoli alcuni dati
del testo biblico, come pure parecchie conclusioni
delle scienze linguistiche ed etnografiche,
sebbene queste ultime riguardino meno l'universalità
antropologica del diluvio che quella geografica.
Nell'ipotesi del diluvio ristretto a una sola
razza, si dirà che la Bibbia, nel suo
compendio di storia primitiva, tiene presenti
solo i discendenti di Caino e di Seth, trascurando
gli altri figli di Adamo.
(11)
A titolo di curiosità ecco le riflessioni
d'un "profano " in esegesi, il pubblicista
cattolico Alfredo Poizat, Le miracle jtdf,
Parigi 1932, pp. ioa-103: " Fino al diluvio
gli uomini ci vengono rappresentati come esclusivamente
vegetariani o viventi di latticini, pervengono
assai tardi alla pubertà, dieci volte
più tardi che oggi, ma vivevano pure
un'esistenza dieci volte più lunga,
con una statura che non ci è detto
fosse diversa da quella attuale. Però
questi dati saranno poi molto esatti, anche
se Mosè li rettificò di certo
e li condusse il più possibile al ragionevole
e al verosimile?
Prendiamo
per esempio il caso di Matusalem, che è
padre di lamech a 187 anni e che muore a 969.
Dividendo per dieci, la sua paternità
si riduce al diciannovesimo anno e l’età
della sua vita a poco meno di 97 anni, e questo
rientra nel nostro normale. Nella storia dei
Persiani del Gobinau vediamo che questo popolo
conservava nelle sue tradizioni un elenco
analogo di dieci dèi-antenati, con
un'esistenza di fronte alla quale la nostra
ha la proporzione di 1 a io.ooo, proporzione
che Mosè, preoccupato com'è
della verisimiglianza, abbassa, com'ho detto,
al multiplo di dieci, che forse tra i Semiti
era tradizionale.
Non
si possono invocare come prove dirette e chiare
del diluvio biblico, e specialmente della
sua universalità, le pretese conferme
archeologiche, desunte ad esempio dagli scavi
fatti in Mesopotamia, a Ur e altrove. I dati
archeologici provano che nell'antichità
molte città antiche della valle dei
due fiumi subivano gravi inondazioni, alcune
delle quali forse le sommersero completamente
o partzialmente; però nulla prova che
si debba collegare il diluvio a una di tali
catastrofi, e se proprio si vuole identificare
il diluvio con un'inondazione, manca completamente
ogni prova per fare un accostamento preciso
e tale da chiarire interamente il racconto
biblico.
6.
La moglie di Lot. - La storia della
moglie di Lot è molto curiosa. Ci sfugge
la vera natura del castigo che colpì
la donna e la punizione sembra sproporzionata
alla mancanza che le viene imputata (Gen.,
19, 26).
Don
Agostino Calmet, nel suo Commentane litléral
sur tous les Uvret de l'Ancien Teslament (t.
I, 2 ed., Parigi, 1715), fin da allora doveva
affrontare le due difficoltà, uscendo
dall'imbarazzo come poteva e alquanto malamente,
a La pena che colpì la donna appena
si voltò indietro, dimostra che c'era
un precetto positivo e letterale di non voltarsi
indietro".
A
noi pare possibile una spiegazione più
soddisfacente, tenendo conto di questi tre
dati: 1.0 il versetto 17 del capitolo 19 si
legge così (trad. Vaccari):
"Mettiti
in salvo, per la tua vita; non guardare indietro,
né restare in tutto il distretto, mettiti
in salvo alla montagna per non essere travolto".
Il Signore ordinò a Lot e ai suoi familiari
di non voltarsi indietro e di non fermarsi
nel distretto o pianura. I due versi hanno
senso completamentare e voltarsi indietro
significa arrestarsi nel distretto o nella
pianura, trascurando di salvarsi sulla montagna
ed esponendosi al pericolo; quindi la moglie
di Lot si sarebbe rifiutata di seguire il
marito e, allontanandosi da lui contro l'ordine
di Jahvè, sarebbe stata sorpresa dal
cataclisma. Insomma la moglie di Lot non venne
colpita da un castigo particolare, ma perì
nella catastrofe generale cui non si era sottratta.
2.o L'enunciazione del versetto 26 è
oscura. Dom Calmet nota che il testo ebraico
è: " Essa guardò dietro
di lui ", e tale è pure la versione
adottata da tre traduzioni giudaiche molto
letterali della Bibbia, pubblicate recentemente
in Germania: " Da blickte sein Weib hinter
ihm" (J. B. Jacob); a sein Weib aber
schaute sich hinter ihm um " (H. Torczyner);
" sein Weib blickte sich hinter ihm um
" (M. Buber). A chi si riferisce la terza
persona singolare del pronome personale maschile?
Calmet pensa si riferisca all'angelo che conduce
Lot; oppure a Lot stesso, al quale pensano
unicamente quasi tutti i commentatori moderni.
Ma si è riflettuto bene sulla straordinaria
espressione che ne risulta? " La moglie
di Lot guardò dietro di lui ",
cioè di suo marito. Capisca chi può.
Ascoltiamo il grave Calmet: uLot andava davanti
con le figlie; la moglie veniva dietro, si
fermò e si voltò verso Sodoma.
Tremellius crede che Lot camminasse dietro
e che la moglie si voltasse dalla parte di
lui per vedere la città ". Il
senso del versetto non è più
semplice e d'altronde più in armonia
del 17 che abbiamo letto, se traduciamo: k
La moglie di Lot guardò dietro di lui,
cioè si allontanò da suo marito
e se ne separò "? Come dice il
versetto 17, guardare indietro significa arrestarsi
nella pianura o distretto e non rassegnarsi
a lasciare la regione maledetta. La moglie
di Lot, incredula (come afferma Sap. 10, 7),
venne raggiunta dal cataclisma e fu perduta
per la sua mancanza di fede. 3.o Aggiungiamo
che, secondo alcuni, la moglie di Lot era
originaria di Sodoma (si legga ad esempio
Math. Polus: Synopsis criticorum aìiorumqui
S. Scrìptwae interpretum; t. I, Londra,
1669: erat enim de filiabus Sodomae); il che
era possibile e spiegherebbe bene il fatto
che la donna fosse attaccata alla sua patria
e si rifiutasse di lasciarla per seguire il
marito.
Checché
ne sia di quest'ultimo punto, di cui la nostra
spiegazione non ha bisogno, restano soppresse
le difficoltà classiche che s'oppongono
al racconto, perché non venne punito
il fatto materiale di voltare il capo e nemmeno
la curiosità della donna, come vuole
l'Histoire sainte par un professeur de séminaire
(12), ma l'ostinazione
a non voler separarsi dalla città maledetta,
quindi la duplice infedeltà: a Dio
e al marito.
E
la colonna di sale? Assieme alla citata Histoire
sainte possiamo credere che la donna, sorpresa
dal cataclisma, venne ricoperta da depositi
salini, " Più tardi si localizzò
il ricordo del fatto dando il nome della donna
a qualcuna delle colonne di sale che si ergono
lungo la sponda del Mar Morto ".
7.
la torre dì Babele. - (Gn.,
11, 1-9). - È più facile interpretare
il racconto della torre di Babele che non
le precedenti narrazioni della Genesi, poiché
il suo contenuto non solleva speciali difficoltà
contro l'inerranza; ma è più
faticoso ricavare il senso esatto del racconto
come l'intese l'agiografo e lo inserì
nella sua storia religiosa dell'umanità
primitiva. Albino Van Hoonacker protesta contro
l'abitudine troppo diffusa nei manuali di
mescolare al racconto biblico elementi disparati,
desunti dai commentatori antichi, e perfino
dall'antica tradizione giudaica, palestinese
e anche ellenica, e si fa torto ai costruttori
della torre quando, ad esempio, s'attribuisce
loro la volontà temeraria e sacrilega
di dare la scalata al cielo, oppure il desiderio
di prepararsi un luogo di rifugio che avrebbe
messo l'umanità al sicuro da un nuovo
diluvio (13). Secondo noi all'intervento di
Jahvè bisogna attribuire un'intenzione
punitrice, ma si concederà pure che
l'intervento stesso servì a meraviglia
ai disegni provvidenziali di Jahvè,
cioè alla sua volontà d'assicurare
il popolamento della terra, conforme al programma
della creazione (Gn., 1, 28).
8. Il quadro delle nazioni. -
L'esegesi cattolica non è più
impacciata nello spiegare l'importante documento
etnografico, che occupa il capitolo decimo
della Genesi. UHistoire sainte par un professeur
de seminane, ad esempio, adotta un punto di
vista particolarmente largo: " II quadro
si presenta sotto il punto di vista di un
albero genealogico... Sarebbe [però]
imprudente prenderne alla lettera i termini
(figli, generare)... L'autore sacro vuoi,
soltanto definire un gruppo consecrato dalla
storia e dalla geografia, e nulla più...
" (p. 119). Per l'apologetica non si
tratta più di giustificare i rapporti
etnografici dei popoli enumerati dal capitolo
decimo della Genesi come parenti tra di loro,
ma tutt'al più di fissare l'epoca dei
rapporti storici e geografici presupposti
dal quadro delle nazioni. È evidente
che si tratta d'una questione accessoria,
il più delle volte risolta in modo
diverso dai critici cattolici e da quelli
non cattolici. Nel suo commento alla Genesi
Paolo Heinisch {Genesis, Bonn, 1933) non esita
a rivendicare a Gen. X un'origine postmosaica
e dovrebbe venir datate alla fine del secolo
vin o al principio del vii. Da una parte Ninive
non è distrutta, l'Assiria ha ancora
una potenza superiore a Babilonia; dall'altra
parte né 1 Persiani, né gli
" Arabi " (questi ultimi visti solo
come un gruppo etnico) non compaiono ancora
all'orizzonte. L'ipotesi dello Heinisch, che
gli esegeti credenti non hanno giudicato contraria
alle direttive della Commissione biblica,
sopprime una crux interpretum che ostacolava
assai l'esegesi del capitolo decimo del primo
libro di Mosè.
(12) Parigi (1924),
p. 162, nota 2.
(13)
Si legga la spiegazione proposta da A. Van
Hoonacker in J. Coppens, Le cha-tmt Albin
Van Hoonacker, ecc, Parigi, Desclée
de Br., 1935, pp. 20-21 xX'Histoire sainte
par m professa di seminiate (pp. 98-99) si
dimostra egualmente riservata sulle spiegazioni
tradizionali della costruzione della città
e della torre di Babele. Sul racconto della
torre di Babele si veda l'articolo di O. E.
Ravin, Der Turni zum Babel, in ZeUsehr. Deutsch.
Marg. Cadiseli., 1937, t. xer, pp. 352-72.
9.
La cronologia bìblica. -
A. - Direttive. - La cronologia biblica è
uno scoraggiante soggetto di studi; ma in
questi ultimi anni l'esegesi cattolica è
riuscita a sfiorare un po' i principali problemi
sollevati da essa (14).
Per
il periodo primitivo della preistoria e della
protostoria umana la
questione
appare definitivamente risolta e gli autori
cattolici sono concordi a
non
dare più un valore assoluto ai dati
cronologici dei primi dieci capitoli della
Genesi.
Nel 1928 il P. Bea, rettore del Pontificio
Istituto Biblico, affermava
ancora
che la Sacra Scrittura " ci offre tuttora
quanto ci occorre per potei
fissare
l'anno del diluvio e anche della creazione
a (De Penlaleucho, Roma,
1928,
p. 153); ma nel 1933, pur conservando la frase
citata, le da un altro senso:
"
Le ultime ricerche delle scienze geologiche,
paleontologiche e "tipologiche"
hanno
dimostrato in modo assoluto (omnino) che il
numero di anni indicato
dalla
cronologia biblica non risponde affatto (nequaquam)
alle conclusioni
certe
della scienza a (De Pentateucho, 2 ed., Roma,
1933, p. 180). Registriamo
senz'altro
l'evoluzione dottrinale di questo manuale,
che è tenuto in gran
considerazione
negli ambienti ecclesiastici, e aggiungiamo
che la rivista Biblica,
organo
dello stesso Istituto Pontificio, l'ha in
certo modo sanzionata in un
articolo
del P. Kòppel, Ullimae investigationes
de aetate generis humuni
(1934,
t. xv, pp. 419-436).
Gli
studiosi cattolici possono quindi darsi liberamente
agli studi della cronologia dei tempi preistorici,
con il diritto di collegarsi al sistema che
a loro sembrerà meglio fondato dal
punto di vista della scienza.
B.
- A titolo d'illustrazione ecco lo schema
cronologico proposto da un orientalista di
grande fama, F. M. Th. B6hl, professore dell'università
di Leida, Schizze der mesopotamischen Kulturgeschichte,
in Nette Theologiscke Studiai, 1936, t. XXXVI;
pp. 129-138.
Dopo
la pubblicazione dell'articolo di Bohl la
cronologia dell'antica Asia anteriore non
ha subito modifiche profonde, salvo che per
la data del regno di Hammurabi. Restando sulle
generali, l'Albright (From thè Storte
Age, p. 105) non esita più ad affermare
che, a partire dal 2.400, la cronologia del
vicino Oriente può venir fissata con
uno scarto d'una cinquantina d'anni, mentre
oltre tale data è molto più
incerta, potendosi contare solo per secoli,
con un margine di incertezza che il più
spesso va da cento a duecento anni. Per la
nuova data di Hammurabi una comunicazione
alla reale Accademia di Amsterdam (Kiw Hammurabi
of Babylon and the Setting of his Timeabout
1100 B. Ò.] in Meded. Kon. Nederl.
Akademie van Wetenschappen, nuova serie, t.
9, n. 10,
(14)
Sulla cronologia dell'Antico Oriente si legga
l'importante opera di W. F. Ai-brioht, From
thè Stane Age io Chrìslianity.
Monotheism and thè histarical Proeess,
Baltimora 1940; trad. francese presso Payot,
Pari".
Amsterdam,
1946) lo stesso Bohl s'incaricò di
correggere i suoi antichi calcoli Basandosi
su varie informazioni recenti, e soprattutto
sulla nuova lista cronologica dei re assiri,
scoperta da Frankort a Khorsabad e pubblicata
più tardi da Poebel, pare ormai fermamente
accertato che il regno del grande re babilonese
dev'essere considerevolmente avvicinato a
noi. Ormai quasi tutti gli autori sono concordi
nel collocarlo verso il 1700, sebbene si dividano
poi quando si tratta di fissare una data concreta:
1750-1708 (R. de Vara, O. P., Les Patrìarches
hébreux et les découvertes modernes,
in Revue biblique, 1946, t. liti, pp. 321-348),
1704-1662 (Poebel), 1728-1686 (Albright).
Bohl stesso inclina a porre i quarantadue
anni e più del regno di Hammurabi piuttosto
dopo che prima del 1700.
La
storia dell'Oriente antico avrebbe quindi
abbracciato questi periodi:
Primo
periodo: dalla fine dell'ultimo periodo
glaciale (nel vicino Oriente e in Egitto verso
1*8.000 a. C.) fin verso il 5.000 a. C. -
i. l'epoca in cui nascono le civiltà
neolitiche e calcolitiche e si diffondono
sugli altopiani dell'Asia anteriore dove,
verso il 5.000, si formò una civiltà
neolitica di popoli dediti all'agricoltura,
che perciò avevano superato lo stadio
della vita nomade e anche seminomade.
Secondo periodo: dal 5.000
al 3.700 a. C. - Verso il 5.000 comincia la
colonizzazione delle tre grandi pianure del
vicino Oriente, cioè dell'Indo, del-
l'Eufrate e del Nilo, come pure il popolamento
della valle del Giordano, regioni diventate
per la prima volta abitabili verso questa
data. In queste valli le condizioni di vita
e soprattutto il bisogno di cominciare grandi
lavori d'irrigazione obbligarono i popoli
ivi stabiliti a costituire una forte organizzazione
sociale e politica, giungendo cosi a formare
i primi stati.
La comparsa di questa prima colonizzazione
in Mesopotamia coincide con le origini della
civiltà presumerica. Dal punto di vista
etnico si segnala l'arrivo degli a uomini
dal profilo d'uccello " (Vogelgeschichtmenschen)
giunti verso il 5000 dagli altopiani a oriente
di Babilonia, e la venuta degli " uomini
con il grembiule di foglie " (Blattschurz,
cfr. Gn. 3, 7), giunti dalla Polinesia per
via di mare verso il 4.000. Bohl osserva di
passaggio che quest'ultima data coincide press'a
poco con quella che la storia sacra fissa
per la creazione dei nostri progenitori, che
furono anch'essi posti da Dio in un "
eden s in Mesopotamia e dopo la caduta compaiono
vestiti d'una cintura di foglie di fico.
3.
Terzo periodo: dal 3.700 al 2.600;
periodo dell'antica storia dei Sumeri. - La
migrazione sumerica pare si debba porre verso
il 3.700. Venuti dalle sponde del Mar Caspio,
regione chiamata la riserva dei popoli uralo-altaici,
i Sumeri si fermarono dapprima nell'Assiria
(civiltà di Tepe Gawra), poi discesero
nella piana mesopotamica, dove crearono la
prima grande civiltà, combinando in
una nuova sintesi superiore tutti gli elementi
culturali preesistenti.
Questo popolo di montanari, battaglieri e
conquistatori, nella piana mesopotamica edificò
le sacre torri, dette Ziggurat, vi organizzò
una specie di comunismo religioso, e il re
veniva venerato come una specie di luogotenente
degli dèi; ogni Capodanno il dio-padre,
che era il capo supremo, discendeva dal cielo,
verificava i conti dell'anno precedente, gettava
le sorti dell'anno nuovo, celebrava i riti
d'una ierogamia e rinnovava la sua intronizzazione.
Si credeva che durante queste cerimonie arcaiche
il cielo e la terra si compenetrassero a vicenda,
e che la terra ricevesse l'impronta sempre
più visibile del cielo. La regalità,
come già accennammo, era ritenuta sacra
e divina, e i re erano i grandi sacerdoti
e i rappresentanti degli dèi.
La
storia di Sumer e di Akkad, la più
nota finora, si suddivide cosi: a) periodo
di Uruk (Warka, Erech: 3700-8400), che si
segnala già per una stupefacente fioritura
culturale, con i caratteristici mosaici nero-bianco-rosso;
b) periodo di Genidet-Nasr (3400-3100), che
spesso viene chiamato di transizione; e) periodo
classico di Ur, detto anche protodinastico,
il periodo dello splendore delle antiche dinastie;
d) periodo sumero-accadico, in cui viene posto
il regno di Sargon il grande d'Agade; f) periodo
della rinascita sumerica o della terza dinastia
di Ur. Prima del regno di Uruk, qui classificato
per primo, l'Albright distingue ancora le
civiltà dette: a) di el-Obeid; b) di
Samarra; e) di Ghassul; d) di teli Halaf,
le quali però sono ancora poco conosciute
e non sappiamo di quanto siano debitrici ai
Sumeri.
Dal
2.600 al 2.300. - Alla storia antica
dei Sumeri succedono le invasioni dei Semiti
e le lotte tra i nuovi venuti e le antiche
popolazioni. L'invasione dei Semiti pone fine
all'antica storia di Sumer. Misti ad altri
gruppi etnici, specialmente Urriti e Subarriani,
originari dell'Assiria, e di Amurru, i Semiti,
e più precisamente gli Akkadi, loro
primi rappresentanti, introdussero in Mesopotamia
l'organizzazione patriarcale e l'economia
capitalista. Non conosciamo la sede primitiva
dei Semiti, che fu cercata in Arabia (opinione
comune un tempo), nell'Alta Siria (A. T. Clay),
nel Negeb e nei paesi di Edom e di Moab (tavolette
di Ras Shamra). Nemmeno il sito d'Agade non
è ancora identificato.
Venendo in Mesopotamia, i Semiti separarono
i Sumeri dalla loro base di reclutamento.
Wrukagina, re-sacerdote di Lagash, codificando
il diritto cercò invano d'unire le
forze sumeriche; Sar’on I d'Agade lo vinse
e, con l'aiuto delle nuove armi, la freccia
e l'arco, schiacciò le falangi degli
awersari e fondò il primo grande impero
mesopotamico instaurando una specie di dittatura
militare.
Dal
2.300 al 2.000. - Con la scomparsa
della prima potenza semitica comincia un quinto
periodo, che corrisponde a un'ammirabile rinascita
sumerica, già accennata dal regno di
Gudea a Lagash con centro a Ur, la città
del dio lunare, posta nella Bassa Mesopotamia.
Il regno di Dungi, re di Ur, (2276-2231),
ne segna l'apogeo. I despoti di questo periodo
rafforzano i loro rapporti con gli dèi;
non s'accontentano di esserne i rappresentanti
come un tempo, ma divengono eguali a loro,
re e dèi nello stesso tempo. Il monarca
divinizzato ha un potere assoluto. La dinastia
di Dungi si estingue nel 2187 con il monarca
Ibi-Sin; la civiltà e la potenza sumerica
della città di Ur passano a quella
di Isin e di Lana, per poi scomparire definitivamente
dalla storia verso il 1200
per esaurimento, a quanto pare.
Dal
2.000 all'800. - Dopo il 2.000 la
storia del vicino Oriente è più
nota. Soprattutto le magnifiche scoperte di
Mari, sul Medio Oriente, dove sono stati trovati
importanti archivi che gettano nuova luce
sull'impero degli Amorrei, come pure i testi
egiziani d'esecrazione contro i popoli dell'Asia,
editi da K. Sethe e da Posener, hanno arricchito
considerevolmente la nostra conoscenza dell'Oriente
dal 2.000 al 1.500. Inoltre le tavolette di
Ras Shamra-Ugarit hanno colmato più
d'una lacuna del periodo precedente la corrispondenza
di Amarna (v. R. de Langhe, Les iextes de
Ras Shamra-Ugarit et le milieu biblique de
l'Ancien Testament, 2 voi., Parigi, Desdée
de Br., 1945).
Verso
il 2.000 e, più esattamente, il 1940,
la potenza sumeriea declina definitivamente
e sta per finire, mentre si fa sensibile la
spinta degli Amorrei, antichi nomadi del deserto
siro-arabico, che avevano cominciato a stabilirsi
in Siria, Palestina, Transgiordania a danno
dei Cananei, come crede il P. de Vaux. Verso
il 1940 discendono nella valle dei due fiumi;
fondano un potente stato a Mari; alcuni poi
s'incontrano a Larsa e altri nel 1830 fondano
la prima dinastia babilonese; altri ancora,
con Shamshi Adad I, verso il 1750 prendono
il potere ad Assur; verso la stessa epoca
Kish, Sippar, Eshnunna, Kazallu sono governate
da principi che hanno un nome amorreo. "
Un gioco d'alleanze e di rivalità,
continua il P. de Vaux nell'articolo citato
(p. 343), conserva tra loro una specie d'equilibrio
di potenze, che venne spezzato a vantaggio
di Hammu-rabi, quando questi sconfisse successivamente
i suoi rivali di Babilonia, vinse Rimsin,
s'impadronì di Mari e si estese verso
il Paese Alto ".
Però
mentre Hammurabi fonda il suo impero, alle
frontiere del suo regno si preparavano già
nuove migrazioni; altre tribù semitiche,
come i Rab-baia, i Sùtu, i Bené-Simal
e i Bené-Yamina, gli Habiru, assalgono
le frontiere della " mezzaluna fertile
". Dalle montagne circostanti la Mesopotamia
discendono popoli non semitici, che notizie
più tardive ci permettono di chiamare
Urriti (art. cit. p. 345). Tuttavia non tutti
i nuovi venuti rivolsero gli sguardi e i passi
verso la Mesopotamia, perché alcuni
gruppi, eterogeneamente composti, discesero
in Palestina e, con il nome di Hyksos, cominciarono
la conquista dell'Egitto; in seguito altri
popoli, certamente d'origine indoeuropea,
sorsero sul teatro della storia. Primi fra
tutti ricordiamo gl'Ittiti, con un impero
che, in certi momenti, raggiunse una reale
grandezza. Un re ittita, Mursil, verso il
1530 s'impadronì di Babilonia, saccheggiò
la città, mise fine alla prima dinastia
babilonese e cosi permise ai Cassiti di stabilirvisi
poco dopo.
Nelle
guerre di conquista i popoli stranieri, cioè
gli Urriti, i Mitanni, gli Ittiti, gli Hyksos,
irrompendo nel Medio Oriente e causando la
progressiva scomparsa degli stati amorrei,
disponevano di nuove armi, come il cavallo
e il carro da battaglia. Però culturalmente
erano molto inferiori ai Semiti, tanto che,
nonostante tutte le fluttuazioni politiche,
perdurano e la lingua e la cultura accadiche,
le quali s'impongono anche ai nuovi venuti
e ai conquistatori. La lingua accadica diventa
internazionale e i miti accadici circolano
per tutta l'Asia anteriore, da Babilonia a
Boghz Koi e da Nuzi ad Amarna. In queste condizioni
di vita agitata, forse favorito dallo spostamento
dei vari popoli, Abramo si muove e viaggia
liberamente, associato forse agli Habiru,
da Ur in Caldea fino in Palestina e in Egitto.
Verso
il 1.200 una seconda serie d'invasioni cambia
nuovamente la fisionomia dell'Asia anteriore.
Popoli imparentati con gli Arii ed originari
dell'Europa, distruggono l'impero ittita e
minacciano l'Egitto, mentre un'ondata di Aramei
s'abbatte sull'Assiria e la Mesopotamia, rafforzandovi
l'elemento semitico. In seguito a questi vari
eventi, si formano diversi nuovi gruppi etnici,
in cui si sveglia il sentimento nazionale.
Tra queste giovani nazioni quella dei Bene
Israel occupa un posto a parte. Le nuove nazionalità
cosi costituite poterono svilupparsi e conservare
l'indipendenza per più secoli, cioè
fin verso l'80O, data intorno alla quale si
costituì il grande impero assiro, che
sacrificò successivamente le piccole
nazioni alla sua egemonia. In Palestina solo
il regno di Giuda conservò un'ombra
d'indipendenza.
Ora
conviene situare nei quadri cronologici che
abbiamo tracciato i tre grandi fatti antichi,
che la storia sacra ci racconta diffusamente:
la migrazione d'Abramo, la partenza dei Bene
Israel per l'Egitto, il loro ritorno nella
terra di Canaan. La maggior parte degli storici
crede doversi collegare tali fatti a uno dei
periodi delle migrazioni segnalate, ma sfortunatamente
non sono concordi sul periodo da scegliere.
Alcuni anni fa si credeva d'avere due capisaldi
ben certi per la cronologia assoluta dell'epoca
patriarcale. Grazie all'identificazione di
Amrafel, ricordato nel capitolo XIV della
Genesi, con Hammurabi, Abramo diventava contemporaneo
del grande re di Babilonia; inoltre sembrava
sempre più che si dovesse situare l'E^b
sotto il regno del faraone Merneptah. Oggi
però i due punti di partenza sono diventati
incerti, da quando il Bóhl, nostro
collega dell'università di Leida, ha
messo in dubbio l'identificazione Amrafel-Hammurabi,
e i suoi argomenti non sono ancora stati confutati
in modo perentorio; inoltre per la data dell'Esodo
gli scavi di Gerico, incominciati da Garstang,
sembrano contraddire l'ipotesi che pone nel
sec. XIII-XII la distruzione di questa città
cananea e quindi la conquista israelitica
della Palestina.
Gli
esegeti, che aderiscono alle nuove conclusioni
degli studi cronologici, modificano come segue
il modo di vedere finora accolto in molti
ambienti aitici. Abramo si sarebbe stabilito
in Palestina nel secolo XVI e la sua migrazione
avrebbe coinciso con gli spostamenti degli
Habiru e deglutiti. Gli autori, che ormai
opinano per una data più antica, pongono
il fatto militare della distruzione di Gerico
nel secolo XV e, per conciliare questa data
con le conclusioni d'altronde accolte negli
ambienti critici riguardo alla conquista della
Palestina da parte dei Bene Israel, suppongono
che la conquista sia avvenuta in tappe cronologicamente
distanti, per cui la guerra di conquista avrebbe
avuto inizio nei secoli XV-XIV, prolungandosi
fino al tempo di Davide. Quest'ipotesi, diventata
quasi comune tra gli autori razionalisti e
protestanti, in questi ultimi tempi venne
pure proposta dall'esegeta cattolico Schmidtke,
la cui opera venne però messa all'Indice
(15).
In
quanto al capitolo XIV della Genesi e ai risultati
che se ne possono trarre per datare Abramo,
ecco le ultime conclusioni di Bohl, notevolmente
diverse da quelle alle quali abbiamo fatto
allusione nella prima edizione di quest'opera:
l.o l'autore continua a credere
che in Gn. XIV si tratti dei re confederati
non della Mesopotamia meridionale, ma di quella
del Nord; 2.0 continua a credere che
si debba identificare Tid'al con il re ittita
Tudhalias, che ora precisa in Tudhalias I
e propone per il suo regno gli anni 1720-1680;
3.o si potrebbe pure identificare
con certezza un secondo re grazie agli archivi
di Mari; Arioc sarebbe Arriwuk, figlio del
re Zimrilim di Mari; 4.o Amrafel potrebbe essere
Amut-pi-el di Qatanum sull'Orante, uno degli
alleati di Hammurabi nella lotta contro Zimlirim
di Mari; 5.o Kedor-la'omer per ora
resiste a ogni tentativo d'identificazione,
anche se il nome, come attesta la Genesi,
sia perfettamente elamita.
(15)
F. Schmidtke, Die Einwanderung Israels in
Kanaan, Breslavia 1933.
In
queste condizioni tra Abramo e Hammurabi non
è ristabilito il rapporto al quale
si credette a lungo sulla fede di Gn. XIV,
che non alluderebbe affatto al grande re.
Tuttavia, se non erro, si ritorna in qualche
modo al ravvicinamente in maniera indiretta.
Abramo diviene contemporaneo di due e forse
di tre re contemporanei di Hammurabi di Babilonia,
conforme alla loro cronologia e a quella nuova
dello stesso Hammurabi; quindi la migrazione
del patriarca Abramo dovrebbe venir posta
verso il 1.700 a. C. e perciò, per
questo fatto tanto importante per la storia
israelitica, sarebbe ormai raggiunta una data
relativamente sicura.
Ancor
più difficile pare poter fissare la
data dell'Esodo. È quasi certo che
la conquista della Palestina da parte dei
figli d'Israele dev'essere posta in un periodo
di decadenza dell'impero egiziano, quando
i faraoni avrebbero abbandonato l'occupazione
della Palestina con le loro truppe. Ma si
presentano purtroppo tre periodi: quello dal
1400 al 1350, specialmente il regno di Tutan-kamon,
l'ultimo faraone della XVIII dinastia, che
successe ad Amenofis III (1411-1375) e ad
Amenofis IV (1375-1358); quello del 1225 al
1200, cioè il regno di Merneptah (1225-1215)
della XIX dinastia, il faraone che successe
a Seti I (1314-1292) e a Ramses II (1292-1225);
infine gl'inizi del secolo XII, cioè
gli anni che seguirono l'invasione dei Filistei
in Palestina e la loro installazione (1192)
sul litorale di questo paese
(16).
In
un recente articolo svàl'Expository
Times (17), Robinson
si pronuncia per la XVIII dinastia, e anche
per una data assai più lontana, compresa
tra il 1580 e il 1400, per questi motivi:
a) tale periodo corrisponde a quello di Amarna;
ora, anche se le numerose lettere di Amarna
non ricordano le imprese militari che la Bibbia
attribuisce a Giosuè, la situazione
che esse descrivono conviene perfettamente
all'ingresso degl'Israeliti in Palestina.
Inoltre non è inverosimile stabilire
un certo rapporto tra gl'Israeliti e gli 0
Ebrei ", dalle lettere indicati come
presenti nella terra di Canaan; b) solo quest'ipotesi
spiega come un'iscrizione di Seti I ricordi
la tribù di Aser come già. stabilita
nella terra di Canaan e che un'iscrizione
di Merneptah riferisca che Israele è
stato distrutto; e) inoltre soltanto questa
cronologia permette d'attribuire al periodo
dei Giudici la durata necessaria all'evoluzione
e all'organizzazione delle tribù israelitiche;
d) essa sola spiega come le tribù di
Dan e di Aser si siano stabilite lungo il
litorale, il che sarebbe stato difficile,
se non impossibile, dopo l'avanzata filistea
del 1192; e) la maggior parte degli archeologi
pone la rovina di Gerico prima del regno di
Ramses II, e pensano che la città non
sia stata occupata dal principio del secolo
XIII fino alla metà del secolo IX a.
C.) infine il nome di Mosè è
imparentato con parecchi nomi dei faraoni
della XVIII dinastia.
Non
si manca di obbiettare: l.o
il silenzio del libro dei Giudici sulle campagne
di Seti I e di Ramses II in Palestina; 2.o
la costruzione della città di | Pithom
e di Ramses da parte degli Ebrei; 3.0
la possibilità d'una data più
tardi diva per la distruzione di Gerico.
(17)
T. H. Robinson, The Date of thè Exodus,
in Expository Times, 1923, t. lxvii. PP- 53-55-
Alla
prima difficoltà alcuni risposero mettendo
l'attività di Sisara, ricorre) Vedi
la tavola cronologica di questi periodi in
Ricei-III, Storia d'Israele. I. Dalle orìgini
all'esilio, Torino 1932, p. 38. Il problema
della cronologia è stato discusso molto
minutamente da M. H. Rowley, Israel's Sojotanin
Egypt, Manchester, 1938. Egli crede che E
faraone oppressore sia Ramses II e che gl'Israeliti
abbiano lasciato l'Egitto verso il 1325, data
dalla Bibbia, in relazione con quella degli
eserciti egiziani; ma l'ipotesi ebbe poca
fortuna. Secondo alcuni autori più
recenti il famoso capitano sarebbe piuttosto
il capo d'un'avanguardia dei popoli ittiti.
Quindi è meglio dire che le tradizioni
israelitiche registrate nel libro dei Giudici
riguardano un periodo della storia israelitica
in cui i figli d'Israele occuparono il centro
della Palestina. La vita nazionale era concentrata
attorno alla città e al santuario di
Silo; le colonie israelitiche si distribuivano
al centro del paese, dalla regione montana
di Gerusalemme fino alle colline attorno alla
piana d'Esdrelon. In queste condizioni, siccome
gli Egiziani occuparono specialmente il litorale
e la piana del nord, le operazioni dei loro
eserciti non interessavano i narratori israelitici.
Più
grave è la seconda difficoltà,
che riguarda la costruzione delle città
di Pithom e di Ramses. Dopo gli scavi cominciati
dal Naville, la città di Pithom viene
identificata con una località situata
nel Wadi-Tumilat o terra di Goshen, e si aggiunge
che sarebbe stata edificata sotto il regno
di Ramses II da schiavi asiatici, tra i quali
bisognerebbe riconoscere gli Ebrei. Però
la teoria del Naville non è stata accolta
in modo unanime e alcuni dissero perfino che
essa riposa soltanto sopra una serie d'ipotesi,
l'una più gratuita dell'altra; altri
esegeti hanno espresso il parere che il ricordo
delle due città nell'Esodo I, II, potrebbe
essere opera d'un glossatore (18).
Infine,
per una data più tardiva della rovina
di Gerico, il Garstang deve certamente ammettere
che le conclusioni d'ordine cronologico, desunte
dal P. Vincent dallo studio della ceramica,
specialmente da quella trovata nella necropoli,
ci pongono innanzi ai vestigi del periodo
del bronzo evoluto, per cui occorre discendere
fin verso il 1250. Però il Garstang
si sottrae alle conclusioni del P. Vincent
limitando le apparizioni del Bronzo III a
un ipotetico posto avanzato, che sarebbe stato
tenuto da una guarnigione straniera sotto
i Ramessidi. Al che il P. Vincent risponde:
" E che cosa potevano custodire questi
miliziani stranieri a vantaggio dei faraoni
ramessidi sulle ceneri malinconiche e maledette
d'una città distrutta fin dal 1400?
" (19).
Insomma res sub judice est. Abbiamo già
accennato come molti autori recenti cerchino
di conciliare i vari dati e suppongano che
la conquista della Palestina debba essere
ripartita in diverse penetrazioni degl'Israeliti
nella terra di Canaan (20).
(18)
G. Ricciotti (0. e, pp. 224-238) riconoscendoli
carattere incerto delle due ipo tesi cronologiche,
a titolo d'informazione riporta un'altra spiegazione
: " E' vero che questo appellativo (Pi-Ramses)
a rigore potrebbe essere spiegato con un'anticipazione
cronologica, come nel caso della terra di
Ramses ".
(19) Reuue biblique,
1935, t. XIV, pp. 583-605.
(20) Crediamo
di non dover cambiare le nostre opinioni sulla
data dell'Esodo, pur restando la questione
sempre incerta : lis sub judice est. Veramente
dobbiamo aggiungere che in quest'ultimi anni
l'ipotesi d'una data più recente, posta
nel secolo XIII, guadagna terreno, potendosi
appellare a nuovi argomenti: 1)
il fatto che la data di Hammurabi aggiornata
di due secoli invita ad aggiornare nella stessa
misura la cronologia d'Israele, il che per
l'Esodo dal secolo XV ci conduce al XIII ;
2) le tradizioni sull'Esodo
suppongono la presenza di Edom, Moab e Ammon
in Transgiordania ; ora, secondo i risultati
delle esplorazioni di M. N. Glueck in Transgiordania,
questi popoli fissarono quivi la loro dimora
non prima del secolo XIII ; 3)
tra le città distrutte da Israele nel
suo ingresso nella terra di Canaan figura
certamente Lachish (Teli ed Duweir) ; ora
gli scavi iniziati sul posto dalla Welcome-expedition,
sotto la guida del compianto Starkey, hanno
accertato che la città fu distrutta
e saccheggiata verso il 1930; 4) infine gli
scavi del Montet nel delta egiziano, soprattutto
a Tanis (P. Montet, Tanis. Douze années
de fouilles dans une capitai oubliée
a Delta Egyplien, Parigi 1942) hanno anch'essi
confermato la cronologia recente. D'altronde
i sostenitori d'una data più antica
della distruzione di Gerico convengono che
ormai si possa discendere al 1300 per situare
il saccheggio della città. Ma neppure
quest'ultima data non permette ancora di pensare
a Ramses II (Rowley) e tanto meno a Memeptha
come faraone dell'Esodo, come propongono abitualmente
i sostenitori dell'ipotesi d'una cronologia
più recente.
Sul
problema dell'Esodo si veda : H. Rowley, The
Exodus and thè Settlement in Canaan,
in Bull. Am. Or. Soc, n. 85, 1942, pp. 27-34;
G- E. Wrioht, The Misunderslood Item in thè
Exodus-Conquest Cycle, n. 86, 1942, pp. 38-35;
H. Rowley, TheRe-Discovery oj thè Olà
Testament, Londra, s. d. 1945 ; G. E. Wrioht,
Fl. V. Filson, W. F. Albright, The Westmin-star
Historìcal Alias to thè Bible,
First British Edition, Londra 1946.
Dal
regno di Davide e di Salomone in poi si possono
fissare i principali elementi della cronologia
biblica. Il parere autorevole emesso un tempo
da Mons. Ruffini, attuale cardinale arcivescovo
di Palermo, riassume bene la questione: "
Per gli anni dell'età regia si deve
dire: l.o sono vere tutte le date
che vanno dalla divisione del regno fino ad
Ocozia nel regno di Giuda, e a Gioram nel
regno d'Israele; 2.o tutte le date da Ocozia
e Gioram fino alla distruzione di Samaria
si spiegano abbastanza facilmente, eccetto
due sincronismi, quello di Facea e soprattutto
quello d'Azaria che però non ripugnano
completamente alla verità; 3.o le date del regno di
Giuda, dopo la distruzione del regno d'Israele,
non vanno soggette a nessuna difficoltà
" (21).
Per
uno studio più particolareggiato della
cronologia dei re di Giuda e d'Israele rimandiamo
al nostro opuscolo: En marge de l'histoire
sainte (22),
dove esponiamo le speciali difficoltà
relative e giustifichiamo il sistema che ci
sembra preferibile.
10.
La presa di Gerico per opera di Giosuè.
- II racconto della presa di Gerico è
una delle più belle narrazioni del
libro di Giosuè, ma gli scavi eseguiti
sul luogo, dove sorgeva l'antica città
cananea, mettono in dubbio la storicità
del miracolo fatto da Dio su richiesta del
conquistatore ebraico.
I
dubbi vennero formulati per la prima volta
dopo gli scavi iniziati da Ernst Sellin nel
1908-1909. Com'è noto, l'esploratore
tedesco esumò una doppia cerchia di
mura, costruite sopra il piano d'un ovale
con la punta a sud. La parte orientale delle
mura era certamente scomparsa, ma Sellin pensa
che la demolizione di questa sezione dei bastioni
risalga all'epoca bizantina. Dagli scavi pare
quindi risultare che le trombe dell'esercito
vittorioso di Giosuè non fecero crollare
le mura della città cananea.
Che
cosa pensare di questa difficoltà?
È
un fatto che la storia della città
di Gerico, come dovrebb'essere descritta dopo
gli scavi, appare sempre più complicata;
dopo le ultime ricerche per opera di Garstang,
sorsero nuove difficoltà, ma io credo
che non impediscano d'inserire nella storia
archeologica della città una caduta
delle mura, sopraggiunta per esempio a causa
d'un terremoto.
(21)
E. Ruffini, Chrtmologìa V. et JV. Testamenti
in aeram nostram collata, Roma 1924, P- 37
(22)
Bruges Bayaert 1936.
In
attesa che si conosca meglio la storia archeologica
di Gerico, pare che si possa segnalare l'ingegnosa
interpretazione del libro 6 di Giosuè
data dal can. Van Hoonacker, secondo il quale
il testo ebraico attesterebbe non la caduta
delle mura della città, ma la caduta
delle truppe della guarnigione, e parecchi
elementi del racconto appoggiano quest'interpretazione
(23).
11.
II miracolo compiuto da Giosuè nella
valle di Gabaon. - Ormai nessuno,
che abbia capito le spiegazioni date sopra
sulla Bibbia e le scienze naturali, prenderà
sul serio l'obiezione dei vecchi razionalisti
che accusavano la Bibbia, Giosuè e
lo Spirito Santo d'essere in contraddizione
con le teorie astronomiche di Galileo. Rimane
però la difficoltà: un miracolo
grandioso: terra che si arresta e quindi arresto
del moto degli altri corpi celesti, il che
sembra sproporzionato con il fine relativamente
modesto che si proponeva la Provvidenza, e
cioè la disfatta d'una banda armata
di Cananei.
È
noto come il can. Van Hoonacker, sviluppando
ingegnosamente le congetture di alcuni autori
anglicani e cattolici, girò la difficoltà
dicendo che il testo, il quale parla dell'arresto
del sole, non si dovrebbe intendere come un
arresto del moto, ma dello splendore. Dal
punto di vista filologico e letterario la
spiegazione è plausibile, né
vi si oppone l'inerranza biblica (24).
12.
Le storie di Sansone, Tobia e Giona. .
Vogliamo segnalare questi tre cicli di narrazione
perché sono tra le più difficili
a spiegarsi, e perché da tempo quasi
immemorabile hanno offerto agli esegeti indipendenti
materia a molteplici obiezioni.
a)
Sansone. " Prima di Samuele e di
Saul non c'è personaggio cui l'antica
storia giudaica dedichi più attenzione
che a Sansone, della tribù di Dan "
(25). La sua
leggenda, aggiunge Loisy (26),
è meravigliosa, ma la storia ne ritiene
ben poco, trattandosi soprattutto d'un eroe
leggendario.
Risposta.
- La storia delle gesta di Sansone non è
affatto banale e ne] 1903 il P. Lagrange ne
dava questo giudizio: " La cornice storica
è perfettamente determinata e nulla
autorizza a dubitare della lotta che l'eroe
danita sostenne contro i suoi nemici. Dallo
stesso testo pare risulti chiaramente che
la verve popolare si esercitò a proposilo
di Sansone " (27).
Nel 1935 L. Dennefeld riprende l'ultima frase,
la corrobora con l'autorità di Lesètre,
Zapletal, Desnoy-ers e Feldmann, ma esita
a farla totalmente propria (28).
Qualunque sia il senso generale della storia,
le tradizioni riguardo alla capigliatura di
Sansone (Hum-melauer diceva che questa è
la cosa più stupefacente nella vita
dell'eroe danita) sono bene spiegate dal commento
del P. Lagrange: ali portare la capigliatura
intatta indicava la consecrazione perpetua
a Jahvé, probabilmente in vista di
combattimenti. A questa consecrazione esteriore
Jahvé rispondeva dando all'eroe una
forza straordinaria " (p. 262).
(23)
Si legga in J. Coppens, Le chanoine Albin
Van Hoonacker, pp. ao-30 l'esposizione degli
aigomenti del professore di Lovanio, la cui
ipotesi è stata recentemente ripresa
e ap poggiata in parte su nuove considerazioni
dal R. P. Tournay, A propos des Murailles
di Jérìcho, in Vivre et Penser
(Restie Biblique 1940-1945), 3 serie, 1945,
pp. 304-306.
(24)Si legga
l'esposizione dell'ipotesi e delle prove di
sostegno in J. Coppens, Li chanoine Albin
Van Hoonacker pp. 30-32. - F. Ceotpens, O.
P., (Lemirade de Josué, in Eluda religieuses,
n. 448,1-24, Liegi, La Pensée Catholique,
1944) propose di modificare l'ipotesi di Van
Hoonacker, basandosi sulla descrizione d'una
pioggia di meteoriti caduta in Siberia nel
1908, e pubblicata nel 1930 e 1934, volendo
sostituire i meteoriti alla grandine e spiegare
il prolungarsi del giorno per analogia con
la luminosità anormale osservata la
sera e la notte successiva alla pioggia dei
meteoriti. Da parte nostra non vediamo come
si possa trarre molto profitto da questa congettura.
(25) M. Vernes,
Précis d'hisloire juive Parigi, 1889,
p. 233.
(26) A. Loisy,
La religion d'Jsrael, 3 ed., Parigi 1933,
p. 83.
(27) Le Lime
des Juges, in Études bibliques, Parigi
1923, p. 258.
(28) Hisioire
d'Israel et de l'Ancìen Orìent,
Parigi 1935.
b)
Il libro di Tobia. - Le linee generali
della storia narrata dal libro di Tobia non
suscitano difficoltà insormontabili.
I fatti poterono accadere in Assiria nella
cornice degli eventi successivi alla deportazione
degli abitanti di Samaria (722 a. C. ); né
obiezioni molto gravi si possono trarre dal
fatto che dell'Assiria l'autore sembra ignorare
la geografia (si dice che confonda la città
di Ecbatana nella Media con quella di Ragès,
costruita da Seleuco I, e che colloca Ninìve
sulla sponda occidentale del Tigri), come
pure la storia (ignora Sargon e quindi attribuisce
la presa di Samaria a Salmanasar, cui attribuisce
come figlio Sennacherib). In pratica, di fronte
a una tradizione manoscritta molto incerta,
è impossibile discutere tali particolari.
Così, ad es., riguardo alla crux interpreium
Tb 3,7 : " In Rages civitate Medorum
" lo studio dei manoscritti della Volgata
ha dimostrato che questo dato mancava in parecchi
testimoni importanti: il Cod. Amiatinus e
Toletanus, la Bibbia di Huesca, ecc Le difficoltà
più serie riguardano la demonologia
che l'autore sacro pare inculcare. Io credo
che il miglior studio cattolico pubblicato
sulla questione sia il commento del P. M.
M. Schumpp, O. P., Dos Buch Tobias ubersetzet
una erklàrt (Munster in West., 1933),
secondo il quale l'agiografo non intende insegnare
formalmente la sua demonologia, ma la prende
dalle credenze popolari del suo tempo e la
presuppone, e in ordine ad esse, per combattere
il terrore popolare riguardo agli spiriti,
insegna l'onnipotenza di Dio e la fiducia
che i fedeli devono avere in lui.
Oltre
la demonologia bisogna anche segnalare, in
quanto offrono il fianco alla critica, i riti
usati per guarire, che il libro di Tobia presenta
come rivelati dall'arcangelo Raffaele (6,5):
a Sventra questo pesce e conservane il cuore,
il fegato e il fiele, perché sono usati
come rimedi utili ". Infatti Tobia gettò
il cuore e il fegato nel fuoco per cacciare
i demoni (6,8-19) e il fiele servi per ungere
e guarire gli occhi d'un cieco (6,9; 11,13).
Queste pratiche sono certamente bizzarre e
molti esegeti non cattolici non esitano a
classificarle tra i riti magici.
Ammettiamo
la difficoltà d'interpretare simili
testi oscuri. Nel commento citato il P. Schumpp
utilizza meglio che può le spiegazioni
dei commentatori credenti e nota due fatti:
da una parte le pratiche descritte esternamente
s'avvicinano a certi riti della magia, degli
esorcismi, della medicina popolare in uso
nell'Oriente antico; dall'altra parte il sacro
autore evita ogni nozione magica attribuendo
la guarigione e quindi l'efficacia dei rimedi
unicamente a Dio.
È
possibile conciliare questi due dati? Il P.
Schumpp crede di si. L'angelo s'appropriò
d'un rimedio popolare, che comunemente era
interpretato come un rito d'esorcismo, per
far più facilmente comprendere che
si trattava di combattere realmente un influsso
demoniaco; d'altronde mettendolo al servizio
dell'onnipotenza divina intendeva spogliarlo
di qualsiasi riferimento all'errore. Tanto
più legittimamente il Signore poteva
servirsi dei riti della medicina o della superstizione
popolare quanto più, usandoli, mostrava
che solo la potenza
divina poteva rendere efficaci pratiche le
quali, nonostante le credenze popolari, generalmente
si rivelavano del tutto inefficaci.
Se
queste spiegazioni sembrano troppo artificiali,
si ricorra all'ipotesi di un genere letterario
popolare, infrastorico, soluzione che per
i libri di Giuditta, Ester e Tobia venne adottata
da J. Fischer nella Theologische Revue, 1929,
p. 350, che è convinto esservi le gravi
ragioni volute dalla Commissione biblica e
crede che in questo caso siano realizzate.
La maggioranza degli esegeti cattolici esita
a far propria questa soluzione, di fronte
alla quale solo gli esegeti tedeschi (cfr.
J. Fischer, H. Junker e altri) si dimostrano
più progressisti.
c)
La storia di Giona. - Questa storia con
le difficoltà che provoca non ci deve
intrattenere a lungo. La spiegazione di Van
Hoonacker, che propone di non trattare la
profezia di Giona come un libro storico, sopprime
tutte le difficoltà (29). Certamente
non tutta l'esegesi cattolica segue quest'ipotesi
ma, secondo autori seri e indiscutibilmente
ortodossi, questa spiegazione è accordabile
con i principi cattolici dell'ispirazione
e i dati della tradizione, e basta questo
perché l'apologetica possa continuare
ad appellarsi al commento del professore di
Lovanio.
13.
Il libro di Daniele. - In un esame
delle principali difficoltà storiche
sollevate contro l'Antico Testamento, non
possiamo omettere quelle desunte dal libro
di Daniele riguardo alla follia di Nabuchodonosor,
alla pretesa successione di Baltasar e all'identificazione
di Dario il Medo.
a)
La follia di Nabuchodonosor. - II quarto
capitolo di Daniele (w. 25-34) racconta che
il re Nabuchodonosor fu colpito dalla follia
e che visse in questo stato per sette "
tempi " o anni. Ora i documenti babilonesi
non alludono affatto a questa malattia del
re; anzi, riferiscono che, l'ultimo re di
Babilonia, Nabonide, venne relegato nell'oasi
di Tema, probabilmente l'anno settimo del
suo regno, verso il 548. Secondo parecchie
fonti la causa del soggiorno misterioso di
Nabonide a Tema fu una malattia, e il quarto
capitolo di Daniele si riferirebbe proprio
a questo fatto (cfr. E. Dhorme, J. G6ttesberger).
Cosi stando le cose, la Bibbia attribuirebbe
a Nabuchodonosor un fatto che si deve riferire
al suo successore.
Risposta.
- Alcuni esegeti cattolici credono
senz'altro che Dn. 4, 25-34 si riferisca realmente
a Nabonide, uno dei successori di Nabuchodonosor,
come per esempio J. Gottesberger, Das Buch
Daniel (Bonn, 1928). Essi osservano tuttavia
che non si tratta d'un errore biblico, ma
d'un'alterazione del testo primitivo, essendo
il testo del libro di Daniele incerto in molte
parti e sembrando molto.rimaneggiato. È
quindi possibile che in Dn. 4, 25-34 e anche
altrovt (Dn. 5, 1-2) un copista abbia sostituito
il nome di Nabuchodonosor a quello di Nabonide,
ignorato quasi completamente (cfr. Hommel,
Rieseler).
b)
Baltasar, re dei Caldei. - II capitolo
quinto di Daniele ricorda Baltasar come figlio
di Nabuchodonosor e ultimo re di Babilonia,
che avrebbe regnato almeno tre anni (Dn. 7,
1-2; 8,1) e col suo regno sarebbe finito l'impero
babilonese. Ma il fatto è che fu dimostrata
la seguente successione dei re babilone si:
Nabuchodonosor (605-562), Amil-Marduk o Evilmerodach
(561-559), Nir-galsarussur (559-556), Labasi-Marduk
(556), Nabonide (555-539), che ebbe un figlio
di nome Baltasar, ma nulla prova che sia salito
al potere.
(29)
A. Van Hoonacker, Les dotta petìts
prophìts, in Études bibliques,
Parigi 1908,
Risposta.
- Bisogna ammettere che il racconto biblico
suppone una situazione confusa, ma che molte
difficoltà si chiariscono se, con Rieseler,
s'ammette (e J. Gottesberger non rifiuta alla
congettura una certa verosimiglianza) che
anche in Dn. V a Nabuchodonosor bisogna sostituire
il nome di Nabonide, e questa ci sembra la
migliore soluzione, fintanto che la documentazione
assiro-babilonese non abbia apportato maggior
luce.
c)
La personalità di Dario il Medo. -
II libro di Daniele ricorda varie volte un
re molto enimmatico, Dario il Medo che, secondo
Dn. 5, 30-31, sembra impadronirsi del potere
in Babilonia nel 539, all'età di sessantadue
anni, succedendo a Baltasar. Quest'affermazione
risponde alla linea storica del libro di Daniele,
che fa occupare Babilonia prima dai Medi e
poi dai Persiani. Dn. 11, 1 precisa il problema
presentando Dario come figlio di Serse. Ma
la storia si svolse in modo del tutto diverso:a)
Se c'è priorità dei Medi sui
Persiani, essa risale al 612 e non al 53°,
quando cioè, assieme agli Sciti, soggiogarono
Ninive e l'Assiria; b) Babilonia fu presa
per opera di Ciro e tra il suo regno e quello
di Baltasar non c'è posto per un regno
intermedio di Dario il Medo; e) la storia
persiana conosce Dario I, figlio d'Istaspe
(521-485) e padre di Serse (485465), ma ignora
completamente un Dario figlio di Serse; d)
dopo il 539 nessun re medo regnò su
Babilonia, mentre il Dario in questione viene
varie volte qualificato come medo.
Risposta.
- La difficoltà è seria
e all'autore dell'ultima monografia sul sog-_
getto pare insolubile (H. H. Rowley, Darius
thè Mede and thè Four Empires
' in thè Book of Daniel, Cardiff, 1935).
Rowley conclude che Dario il Medo non può
venir identificato né con Cambise,
successore di Ciro e, in alcuni testi, associato
con lui; né con Astiage, figlio di
Ciassare I conquistatore di Ninive; né
con Ciassare II, figlio d'Astiage e ultimo
re dei Medi, che venne detronizzato da Ciro;
né con Gobrias, un ufficiale di Ciro.
Del resto riguardo all'ultimo personaggio
la maggior parte degli autori, come aveva
già fatto Senofonte, confonde Ugbaru,
l'ufficiale di Ciro che conquistò Babilonia,
con uno chiamato Gubaru, posto da Ciro come
governatore della città e, a quanto
sembra, vissuto sotto il regno di Cambise
e di Serse. Però né in Ugbaru,
né in Gubaru si verificano i dati riportati
dall'agiografo riguardo all'enimmatico Dario.
In queste condizioni occorre o rassegnarsi
a ignorare finché non faccia nuova
luce qualche scoperta di nuovi documenti cuneiformi,
oppure a dire con Göttesberger che anche
qui l'inesattezza è imputabile non
all'autore sacro, ma al testo tramandato che,
servendosi d'elementi disparati, inventò
la persona di Darfo il Medo, confondendolo
con Dario I d'Istaspe. Anche Rowley si attiene
a simile spiegazione. Una terza e più
radicale soluzione, già proposta nel
1904 dal P. Lagrange e ripresa nel 1932 da
H. Junker (Untersuckungen uber Meralische
und exegetische Probleme des Buches Daniel,
Bonn, 1932, p. 28, nota 1) afferma che le
sezioni storiche del libro di Daniele derivano
dal genere delle tradizioni popolari e quindi
non si può esigere un'esattezza rigorosamente
"torica (30).
(30)
Chi vuole può documentarsi sulle posizioni
recenti dell'esegesi protestante sul libro
di Daniele con l'eccellente opuscolo di M.
W. Baumoartner, Dos Buch Daniel una seine
Botschaft von don letzen Dingen, Basilea 1944,
secondo il quale bisogna distinguere i racconti
dagli oracoli propriamente detti : i primi
sviluppano in modo originale e veramente religioso
una serie di temi leggendari, che si ritrovano
sbriciolati nella letteratura dell'antico
Oriente; gli oracoli riguardano tutta l'epoca
maccabea e si potrebbero datare quasi perfino
nel mese; tutti conterrebbero una sezione
di storia sotto forma di profezia! vatùinium
ex eventu; poi una previsione dell'avvenire
propriamente detta. Quindi per fissare la
data della composizione basterebbe determinare
dove finisca la visione della storia e dove
cominci l'aspettativa del futuro. Alcuni oracoli
avrebbero anche subito correzioni cronologiche,
ispirate dal desiderio di mettere a punto
le profezìe, a mano a mano che gli
eventi le smentivano. Per l'esegesi cattolica:
G. Rinauji, Daniele, 3 ed., Marietti, Torino
14.
Difficoltà generale contro l'antica
storia d'Israele.
-
a)Ultima obiezione d'ordine
generale. Si obietta che la storia
antica d'Israele, specialmente le narrazioni
dell'Esodo e quelle della conquista di Canaan
(supposto che siano ammesse come storiche
le grandi linee) ha molti dati, come quello
che concerne te circostanze di luogo e di
tempo, le cifre, le statistiche, gl'itinerari,
ecc, di cui pare difficile poter ammettere
il valore. Un solo esempio: la cifra di seicentomila
fanti, che l'Esodo attribuisce alle tribù
d'Israele quando escono dall'Egitto, è
fantastica. L. Dennefeld (Histoire d'Israel
et de l'ancien Orient, Parigi, 1935) osserva
a questo riguardo: "Una tale massa avrebbe
formato una fila di centocinquanta chilometri,
il che corrisponde a trenta giorni di marcia
d'una carovana ". A proposito di Es.
12, 37-41 già Maurizio Vernes scriveva
nel suo Précis d'histoire juive (Parigi,
1889, p. 95): " Cifre ridicolmente gonfiate,
che tolgono ogni verosimiglianza alla storia
successiva " (31).
b)
Risposta. - Ammettiamo la difficoltà
di spiegare molte sezioni dei libri storici
e che non c'è una risposta generale
da dare come valida per tutte le difficoltà;
quindi ogni caso si deve esaminare a parte.
Però, in quanto alle cifre, le località,
le indicazioni cronologiche e geografiche
e altri particolari delle narrazioni, pare
possibile e doveroso tener conto di certe
modifiche subite dal testo sacro per opera
dei copisti e dei glossatori. Tutti gli esegeti
ammettono concordi che certi elementi del
testo sono alterati (v. A. Loisy, Histoire
du texte et des versions de la Bible, 1.1,
Amiens, 1892).
Ultimamente
Paolo Heinisch ha richiamato l'attenzione
degli esegeti sul fatto di queste alterazioni
testuali e se ne servi per spiegare passabilmente
tratti difficili della Genesi, dell'Esodo,
del Levitico, dei Numeri. Si veda per esempio
Numeri (Bonn, 1936, pp. 12-13). Quest'autore
volle giustificare criticamente il suo metodo
di lavoro e armonizzarlo con la dottrina cattolica
sull'ispirazione (v. p. es. il commento a
Gn. 43, ed Es. 13).
Non
converrebbe certamente postulare un'alterazione
testuale dei libri sacri ogni qualvolta si
sia davanti a un passo difficile, perché
sarebbe un metodo esegetico arbitrario, inventato
per il bisogno della causa. In ogni caso particolare
solo ragioni oggettive e desunte dal testo
possono autorizzare l'esegeta a considerare
un passo difficile come effetto d'un'alterazione
testuale per via d'addizione, di glossa, di
correzione fallace, ecc. Mancando queste ragioni
bisognerà risolversi a confessare la
propria ignoranza (come potremmo pretendere
di cogliere sempre e ovunque il senso completo
dei testi antichi?), o cercare di capire i
passi difficili alla luce della storiografia
antica, come abbiamo spiegato.
(31)
Molte difficoltà d'ordine storico sorgono,
ad esempio, per la conquista di Canaan da
parte degli Ebrei. Gios. X e Giud. I sembrano
contraddirsi : da una parte le città
di Debir e di Hebron sono prese da Giosuè;
dall'altra pare che esse siano cadute in potere
degl'Israeliti solo al tempo dei Giudici.
Il saccheggio di Ai viene attribuito alle
truppe di Giosuè; invece gli scavi
fatti sul posto sembrano contraddire questa
tradizione e invitarci ad attribuire agl'Israeliti
il sacco di Bethel, cosa di cui la Bibbia
non parla. Cosi Gerico, secondo gli archeologi
venne distrutta prima della venuta degl'Israeliti,
anche qui contrariamente ai dati biblici.
Si potrebbe dare una soluzione radicale dicendo
che l'agiografia non seppe né volle
scrivere una storia perfettamente esatta e
che s'accontentò, conforme ai generi
letterali allora in uso, di scrivere una relazione
più 0 meno approssimativa, presentando
ora allineate l'una all'altra, ora combinate
più o meno felicemente, tradizioni
tal volta contrarie, talora già deformate.
Ma questa soluzione, giustificabile forse
albume della teoria dei generi letterari,
e anche abbastanza conciliabile con la dottrina
dell'ispirazione e dell'inerranza, è
certo larga e facile. Importa che l'esegeta
cattolico, e anche l'esegeta in genere, non
si scoraggi troppo presto davanti a una contraddizione
apparente, e nemmeno voglia, cadendo nell'altro
estremo, tutto armonizzare, spesso a costo
delle combinazioni più artificiose.
Anziché salvare le Sacre Scritture,
tale metodo riuscirebbe solo a screditarle
di fronte a quelli che non condividono la
nostra fede e che d'altronde vogliono studiare
la Scrittura onestamente e senza partito preso
contro la religione. Nulla delude di più
l'incredulo quanto il vedere che lo si vuole
circuire a forza di sottigliezze. E' infinitamente
meglio riconoscere lealmente le difficoltà,
quando ci sono, far intravvedere soluzione
più larga come estrema e intanto continuare
a studiare sempre più da vicino i dati
apparentemente contraddittori, ricordando
che molto spesso il progresso degli studi
le ha dissipate. Basta ricordare i successi
ottenuti dalla scienza dell'Oriente antico
in questi ultimi cinquantanni per essere modesti
e prudenti, non solo nella soluzione dei problemi,
ma anche, e più ancora, nel proporre
le difficoltà che ex eathedra verrebbero
dichiarate tali da rovesciare per sempre le
posizioni della teologia cattolica in fatto
d'ispirazione biblica. Cosi, ad es., per il
problema di Ai vedi il P. H. Vincent, Les
fouilles d'Et-Tell = Ai, in Reaue biblique,
1937, t. xlvx, pp. 230-266, soprattutto pp.
258-266. Per tutti i problemi si veda D. Baldi,
Giosuè, Marietti, Torino 1952.