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obiezioni contro l'antico testamento - Obiezioni contro la Religione e la Morale dell'Antico Testamento

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO III. - OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE E LA MORALE DELL'ANTICO TESTAMENTO

La religione insegnata dai libri sacri e attribuita ai figli d'Israele non solo sarebbe inferiore alla dottrina di Cristo, ma anche opposta alle nozioni e ai precetti della religione cristiana, e perfino alla religione in se stessa.

L'obiezione s'appoggia a fatti che si possono dividere in tre categorie. La prima categoria comprende le pratiche e le credenze che si vuole provengano dalle forme elementari della vita religiosa osservabile in tutti i popoli di cultura inferiore; cosi nell'Antico Testamento si segnalano vestigia non equivoche di credenze animistiche, feticistiche, totemiche, magiche, ecc; la seconda categoria di fatti dimostrerebbe indirettamente l'inferiorità della fede e della morale israelitica relativamente all'insegnamento del Nuovo Testamento; infine una terza categoria unisce le obiezioni che si fanno valere contro il monoteismo e il messianismo, le due credenze israelitiche che la Chiesa considera come il meglio della rivelazione anticotestamentaria.

§ I. - Le pretese forme elementari della religione e della morale anticotestamentaria.

La maggior parte dei manuali di storia della religione ebraica d'autori indipendenti indica un numero più o meno elevato di credenze e di pratiche infrareligiose, che gli agiografi avrebbero riportato e quindi approvato. Per una buona esposizione della questione rimandiamo all'opera del compianto professor Ed. Konig, Geschichte der alttestamentlichen Religion, 2 ed., Gutersloh, 1915.

I fatti principali.

a) Vestigia d'un culto agli animali o a certe specie dì animali. - La venerazione del serpente di bronzo fabbricato da Mosè e conservato nel tempio di Gerusalemme fino alla riforma di Ezechia; la distinzione tra animali puri e animali impuri; l'attribuzione dei nomi di animali alle tribù o agli antenati delle famiglie patriarcali, come Simeone, Caleb, Lea, Rachele.

b) Vestigia d'un culto dei morti e degli antenati. La venerazione delle tombe, la pratica dei sacrifici funebri, l'ampiezza e bizzarria dei riti dei funerali, l'attribuzione del titolo te elohim " dato agli spiriti dei trapassati.

c) Vestigia d'un culto agli alberi, alle fonti, ai fiumi, alle montagne e alle pietre. - Ricordiamo prima di tutto la frequente menzione delle montagne sacre; le pratiche rituali osservate o prescritte verso certe pietre, che forse venivano considerate come tabernacoli di spiriti o anche di divinità; le colonne erette all'ingresso del tempio di Gerusalemme; il titolo di " rupe " che Dio decretò a se stesso; la venerazione religiosa agli alberi, ai quali la tradizione legava questo o quel fatto dell'antica storia religiosa: i terebinti di Sichem, di Manre, d'Ofra, il tamarisco di Beer-Sheba, il roveto del Sinai, ecc; infine la venerazione religiosa delle fonti e dei fiumi con acqua considerata miracolosa, come la sorgente di Qadesh, di Beer-Sheba, di Lahai-Roi e, nella stessa Gerusalemme, quelle di Rogel e di Gihon, senza contare l'acqua santa del tempio. Siamo indubbiamente vicini al senso originale di queste pratiche, scrive A. Lods, ammettendo che in questi oggetti abitasse costantemente un dio o uno spirito.

Vestigia d'un culto a certi gruppi di spiriti rappresentati come indipendenti dalla natura. Rimandiamo ai serafim, temibili serpenti alati; ai se'irim, demoni vellosi del deserto; al demonio Azazel e a Lilith, il demonio femminile, temuto anche dagli Assiri,
Vestigia d'un culto agli astri. - Alcune feste degli Ebrei, la cui origine si può far risalire all'epoca premosaica, nota A. Lods, hanno un pronunciato carattere lunare, come la Pasqua, rito pastorale che si celebrava di notte al plenilunio di primavera; tale certamente la festa del novilunio al principio d'ogni mese.
Vestigia d'un politeismo, cioè d'un culto ai baalim, divinità locali o tribali della terra di Canaan. Però sulle credenze politeistiche gli autori indipendenti propongono opinioni divergenti. Così, ad esempio, in disaccordo con l'assiriologo Hommel e l'ebraicista Baentsch, lo storico protestante A. Lods, rifiutandosi di attribuire agli Ebrei nomadi un politeismo sviluppato e sapiente mente organizzato, conclude : " Probabilmente non saremmo lontani dal vero se definissimo lo stato religioso al tempo della fondazione del jahvismo come un polidemonismo leggermente tinto di politeismo" (1).

Principi per una soluzione. - Per non perdere tempo, non esamineremo i numerosi fatti che nel passato accumularono i seguaci della scuola wellhausiana. Simile esame solleverebbe più d'un problema interessante d'esegesi, e rettificherebbe discretamente le spiegazioni, ma lo scopo limitato, che ci siamo proposti, rende inutile una simile inchiesta. Quindi preferiamo dare ai nostri lettori alcuni princìpi di buona esegesi, che non sarà difficile applicare.

Farebbe torto alla rivelazione anticotestamentaria chi la facesse responsabile delle credenze o delle pratiche religiose delle quali si limita a segnalare la diffusione tra i figli d'Israele, indicandole o descrivendole senza approvarle o condannarle. La rivelazione è responsabile delle pratiche e delle credenze predicate e imposte agli Ebrei dai messi del jahvismo in nome di Jahvé stesso.

C'è da stupire se la religione jahvistica non conquistò subito tutto il popolo d'Israele e nemmeno tutta l'anima israelitica di ciascun individuo? Il fallimento parziale non ci può meravigliare, poiché il jahvismo formulava esigenze spirituali elevate e perfino le anime religiose dell'Antica Legge opponevano non poche tenebre e debolezze alla luce e alla grazia divina. I libri dell'Antico Testamento non attestano forse che il monoteismo jahvistico dovette intraprendere un'atroce guerra di conquista contro le religioni cananee e che, anche dopo il trionfo del movimento profetico, fu sempre minimo il numero dei credenti perfetti, sotto la protezione d'Abramo, di Mosè, Samuele, ed Elia? Possiamo quindi credere che le forme elementari della vita religiosa, come le credenze animistiche, naturistiche, polidemoniache e altre ancora abbiano avuto vita tenace tra i figli d'Israele, proprio nella misura in cui questi continuavano a sottrarsi alla luce divina; però sarebbe ingiusto imputare queste credenze erronee al jahvismo o trattarle alla pari della religione rivelata. Esse non riuscirono mai a soffocare la voce dello Spirito di Dio, e tanto meno si stabilirono in mezzo ai figli d'Israele fino ad assumere la vera fisionomia della religione di Jahvé (2).

(1) Sulla presente questione vedi l'esposizione di A. Lods, Israèl. Des origine* au milieu
da Vili siede, Parigi 1930, pp. 241-293.
(2) Fr. X. Kortle:tner, Cananaeorum auetoritas num ad rdigionem Israèlitanon aliquid
perlinuerit, Innsbruck 1932. - A varie riprese citeremo le opere di quest'autore la cui sintesi storica lascia certo a desiderare, ma che ha una documentazione straordinariamente abbondante.

Oltre le vestigia delle antiche religioni pagane della terra di Canaan, al margine del jahvismo e nell'anima ancor rozza degli Ebrei vi fu una fioritura di pratiche superstiziose, provenienti dalla mescolanza di credenze pagane con la fede monoteistica. Siamo nel campo del folklore e di quella che venne chiamata la religione popolare. Ovunque e sempre l'anima popolare resta avvolta da numerosi concetti religiosi di qualità inferiore, d'ispirazione elementare; non avendo una cultura sufficiente, spesso reagisce, seguendo tali concetti, sulle nozioni religiose più elevate. Se tale è l'anima popolare davanti alla religione cristiana, come avrebbe potuto essere diversamente davanti al mosaismo? Spesso i jahvisti semplici potevano comprendere male i princìpi della loro religione, oppure, ricevendoli e comunque depositandoli nel terriccio delle cre

denze popolari, che sappiamo quanto valgano, potevano essere più o meno viziati, sviluppando così un folklore e una religione popolare cui alludono ripetutamente gli scritti ispirati, ne segnalano le pratiche, alle volte senza condannarle (3).

Alla luce delle distinzioni che occorre fare tra il jahvismo, il mosaismo e la religione rivelata da una parte, e dall’altra i culti cananei, il folklore religioso, la religione popolare, crediamo possibile risolvere tutte le obiezioni. I fatti citati o derivano dagli antichi culti della terra di Canaan, condannati dallo jahvismo, o riguardano la religione popolare o il folklore religioso, che sembrano tollerati a lungo dagli organi della rivelazione, finché non comportano la negazione di qualche articolo del credo jahvistico; oppure fanno parte della religione rivelata, ma portano il segno dell'imperfezione, propria di tutta l'antica economia biblica. Altrove abbiamo spiegato diffusamente che l'Antico Testamento richiede un complemento; quindi è nell'errore chi vuoi trovare in esso l'espressione perfetta e senza macchia delle credenze donateci dal cristianesimo, espressione che, anche dopo la rivelazione neotestamentaria, i grandi uomini spirituali non cessano di scavare e approfondire (4).

Conclusione. - Finiamo con un rilievo. Oggi nessuno sogna di sottoscrivere le vedute, per quanto brillanti, sviluppate da Ernesto Renan nell'Histoire du peuple d'Israèl, né si può in particolare accogliere il suo quadro della vita religiosa degli Ebrei, quale fu vissuta al tempo delle peregrinazioni in Siria, in Palestina e anche in Egitto. Però c'è un'ipotesi di Renan, della quale egli abusò, cui non si può rifiutare ogni valore, cioè quella delle profonde differenze che distinguono e oppongono le istituzioni dei popoli nomadi e quelle dei popoli di civiltà più raffinata, che hanno una dimora fìssa nelle città e nei grandi villaggi. Secondo Renan sarebbe propria dei popoli pastori la purezza dei costumi e la relativa elevatezza delle credenze religiose.

Il tempo ha decantate le affermazioni esagerate dello storico francese, di cui riteniamo quanto hanno di fondato. Nella terra di Ganaan non mancò un certo numero di famiglie o di clan di pastori, poiché dal tempo di Abramo fino all'epoca di Cristo, anzi fino ad oggi, intere famiglie continuano ad abitare sotto le tende, nelle steppe e nei deserti. Non è possibile attribuire a questi raggruppamenti di nomadi o seminomadi, viventi al margine della civiltà materiale, un compito importante nel conservare, trasmettere ed epurare la religione? Alla fede jahvista, più o meno contaminata dei cittadini e dei grandi proprietari rurali, sui quali la civiltà cananea aveva lasciato la sua impronta, essi opposero le tradizioni delle origini, spogliate da ogni alleanza pagana e conservate intatte sulle montagne d'Israele o nelle steppe di Giuda. Non è forse alla fede e alle condizioni di vita di questi clan nomadi privilegiati del jahvismo, che i grandi profeti del secolo vm volsero gli occhi fino a intravvedere e descrivere con i colori della vita patriarcale l'avvenire messianico della nazione? Se cosi stanno i fatti, si spiega più facilmente l'esistenza e la trasmissione del jahvismo puro e fedele ai principi della riforma religiosa mosaica, e fa piacere constatare come uno studioso tanto apprezzato, come Emery Barnes, se ne renda conto e sia prontissimo ad accogliere una simile spiegazione (5).

(3) Id., De religione pupillari Israèlitarum, Innsbruck 1937.
(4)Vedi J. Coppens, Pour mieux comprendre et mieux enseigner l'histoìre sainte de l'Ancien
Testament, Parigi, Desclée de Br. 1936.
(5) The Mosaic Religion, in Theology, 1935, t. xxxi, pp. 6-17. - L'atteggiamento di
Korti.eitner nei confronti di quest'ipotesi mi sembra troppo severo ; Relitto Jahvae cohae-
realne tum simplicitak tdtae nomadum, Innsbruck 1933 ; va bene condannare l'ipotesi come una spiegazione razionalistica del jshvismo, però mi sembra contenga alcuni elementi di verità.

§ 2. - Le dottrine religiose morali dell'Antico Testamento dette contrarie al cristianesimo.

In questa seconda categoria di difficoltà dovremo esaminare le considerazioni svolte dagli autori razionalisti per scavare un abisso invalicabile tra la dottrina cristiana e l'insegnamento della Legge Antica.

Enunciazione di tali obiezioni. - Si dice che il cristianesimo predica la continenza e la castità; invece i costumi israelitici erano poco sensibili ai disordini sensuali: i patriarchi praticavano la poligamia; Abramo lascia equivocare sulla condizione di Sara sua sposa; Giuditta espone la sua virtù per salvare la patria, ecc. Il cristianesimo esige la purezza del cuore e l'onestà assoluta; invece gli Ebrei tollerano la menzogna e la frode, come si vede nella storia di Giacob-be; Gesù Cristo esige il rispetto assoluto alla vita umana e promulga la suprema legge della carità; invece Israele inclina alla vendetta (la maledizione di Canaan e i salmi imprecatori) e non indietreggia davanti all'omicidio ordinato a fini superiori, profani o sacri, come il sacrificio d'Isacco, l'immolazione della figlia di Jefte, l'uccisione d'Eglon e di Sisara, lo sterminio dei Cananei, ecc La morale cristiana proibisce il suicidio; invece vari grandi uomini dell'Antico Testamento si diedero la morte: Abimelec, colpito al capo da un pezzo di macina si fa uccidere dallo scudiero, onde non si possa dire: "Fu ucciso da una donna "; Sansone, imprigionato dai Filistei, si fa crollare addosso il tempio di Da-gon; Saul, inseguito dall'esercito nemico, si trafigge con la propria spada; Achitofel, respinto da Assalonne, s'impicca, ecc. Soprattutto poi, mentre nella nuova economia il primo principio fondamentale della legge morale è l'imputabilità strettamente personale, in Israele imperversa la legge implacabile della responsabilità collettiva: Mosè soffre per il suo popolo, e in ogni famiglia i figli espiano le mancanze morali dei genitori.

Risposta. - Di alcuni dei fatti elencati è discutibile il senso che vien loro attribuito; cosi la storia della figlia di Jefte, che venne variamente interpretata (6); il sacrificio d'Isacco presenta alcuni particolari che potrebbero dargli un senso diverso da quello adottato dall'esegeta comune (7). Però non insistiamo, perché la soluzione delle difficoltà non consiste nel proporre interpretazioni nuove e più ingegnose di quelle antiche; essa è infinitamente più semplice, riguarda la generalità dei casi e consiste nel riconoscere generosamente il carattere imperfetto della religione e della morale israelitica di fronte alla morale e alla religione neotestamentaria.

(6) V. J. Coppens, Le chan. Albin Vati Hoonacker, ecc, p. 33.
(7) Cfr. A. C. Welch, Prophet and Priest in Old Israel, Londra 1936, pp. 81-82.

In ciò è unanime tutta quanta la tradizione ecclesiastica, ma sfortunatamente certi autori in pratica si diportano come se la rivelazione da Abramo a Gesù non avesse fatto nessun progresso. L'insegnamento anticotestamentario ha una perfezione limitata e a salvare il principio dell'inerranza biblica basta che le affermazioni degli agiografi conducano al nocciolo luminoso, e non all'involucro di tenebre, le cui frontiere furono fatte indietreggiare gradatamente dalle rivelazioni che Dio fece successivamente agli uomini dell'Antico Testamento. È possibile ridurre a due categorie la maggior parte delle limitazioni: quelle dettate dallo spirito nazionale dell'antica economia e quelle provenienti da un'escatologia deficiente. La rivelazione dell'Antico Testamento non si affrancò dai contorni nazionali e non dispensò lumi definitivi sull'aldilà; perciò molti insegnamenti conservano aspetti d'una morale terrena, provvisoria, collettiva, sui quali trionferà poi completamente la predicazione di Cristo (8).

§ 3. - La dottrina monoteistica del V. Testamento.

L'Antico Testamento ha valore soprattutto per le grandi dottrine religiose delle quali il popolo israelitico fu il portatore nell'antichità. Queste dottrine sono la fede in un solo Dio, le speranze messianiche ed escatologiche, la morale del decalogo. Ora la critica razionalistica attacca perfino questo triplice insegnamento e tenta di provare che il monoteismo nel mondo antico non fu un privilegio d'Israele; che la predicazione messianica dei profeti non contiene le visioni chiare realizzabili e realizzate cui si appella l'apologetica cristiana per giustificare la nascita del cristianesimo; che il decalogo, del quale si fa un vanto a Mosè, venne introdotto nella religione israelitica più tardi.

Nell'esposizione della storia d'Israele S. Magnin ha fatto conoscere i fatti principali che manifestano la trascendenza del monoteismo israelitico. Noi preciseremo alcuni aspetti di quest'esposizione.

1. Spiegazione di Renan e d'alcuni autori che propugnano l'origine semitica. - Gli autori indipendenti variano notevolmente nel presentare gli argomenti contro l'origine soprannaturale del monoteismo israelitico.

a) La spiegazione di Renan. - A quest'autore piaceva spiegare il monoteismo ebraico ricorrendo agl'istinti religiosi dei popoli semitici: esso sarebbe stato conservato, se non causato, dalla permanenza nel deserto, dove la contemplazione con la sua monotonia generava necessariamente una teologia monoteistica. Renan additava l'Arabia come la patria per eccellenza dei pensatori religiosi che si evolvono nell'orbita del monoteismo.

Vale la pena citare la pagina di storia religiosa dove Renan sviluppa il suo pensiero, perché contiene il germe d'alcune di quelle teorie che sono poi diventate di moda per spiegare l'origine del credo israelitico. " La coscienza semitica è chiara ma poco estesa; comprende a meraviglia l'unità, ma non sa cogliere la molteplicità.

(8) V. il nostro opuscolo : Pour mieux compratóre et mieta enseigner Fhistoire de l'Ancien Testament, Parigi, Desclée de Br. 1936.

II monoteismo ne riassume e spiega tutti i caratteri. È gloria della razza semitica l'aver raggiunto fin da principio la nozione della divinità, che tutti gli altri popoli dovevano adottare sul suo esempio e sulla fede della sua predicazione. Questa razza sempre concepì il governo dell'universo come una monarchia assoluta; la sua teodicea, dopo il libro di Giobbe, non ha più fatto un passo; sempre le furono estranee le grandezze e le aberrazioni del politeismo.

Il monoteismo non s'inventa: l'India, pur avendo un pensiero tanto originale e profondo, non vi è ancora giunta nemmeno oggi; tutta la forza dello spirito greco non bastò per condurre l'umanità al monoteismo, senza la cooperazione dei Semiti, i quali, possiamo anche affermare, non avrebbero mai raggiunto il domma dell'unità divina se non l'avessero trovato negl'istinti più imperiosi del loro spirito e del loro cuore; essi in Dio non compresero affatto la varietà, la pluralità, il sesso. La natura poi tiene poco posto nelle religioni semitiche: il deserto è monoteista; sublime nella sua uniformità immensa, all'uomo rivela prima di tutto l'idea dell'infinito " (9).

La facile e semplicistica spiegazione di Renan si mostrò ben presto insufficiente, poiché a mano a mano che s'imparò a conoscere meglio le antiche civiltà semitiche e quelle delle tribù nomadi, che avevano attraversato il deserto siro-arabico, si vide che nel deserto le credenze politeiste erano fiorite con la stessa esuberanza che nelle terre coltivate dell'Oriente antico, tanto fra i discendenti di Sem quanto fra quelli di Cam e di Jafet. Bisognava quindi abbandonare l'ipotesi di Renan, o modificarla profondamente, indicando con esattezza il gruppo dei Semiti e l'epoca della loro storia, alla quale si collegherebbe il monoteismo israelitico. Assieme allo sguardo retrospettivo che la storia permette di dare, non è privo d'interesse considerare quali ipotesi hanno affascinato gli studiosi.

b) Monoteismo comune ai Semiti. - Dapprima un certo numero di studiosi credette di poter asserire l'esistenza d'un monoteismo primitivo comune ai Semiti, in base a nuove considerazioni. L'argomento principale consisteva nell'ammettere l'esistenza d'un dio, El, Ilu, comune ai popoli semitici, considerandolo come il dio " primitivo e molto probabilmente unico dei Semiti " (10).

Com'è noto, questa tesi fu aspramente discussa. Non si nega che presso molti popoli sia esistito un dio El, Ilu, ma si tratta di sapere se questa divinità si trova presso tutti i Semiti e se nei tempi primitivi fu l'unico dio. Provare questo pare difficile.

c) Monoteismo in una famiglia più ristretta. - Se manca un monoteismo comune ai Semiti, non sarà possibile trovare la fede monoteistica assodata in qualche famiglia etnica più ristretta? Quando il panbabilonismo era di moda, gli storici si volgevano necessariamente alla religione assiro-babilonese, ma le ricerche fatte non diedero nessun risultato, poiché nell'Assiria-Babilonia il poli teismo si sviluppò con una ricchezza impressionante e, sotto l'influsso sia delle speculazioni sacerdotali, sia degli eventi politici, s'organizzò a varie riprese, ge-rarchizzando le divinità che si credeva componessero il panteon, e ponendole sotto l'autorità d'un dio supremo, al quale si rendeva un culto particolare, che però fu sempre inferiore a una vera religione monoteistica.

(9) E. Renan, Histoire generale et système compare des langues sémitiques, I parte, Parigi l855> PP- 5-6-
(10) M. J. Laorange, Études sur les religions sémitiques, 1 ed., Parigi 1903, p. 70. -
Evidentemente né il P. Lagrange, né il P. Landersdorfer, citato più avanti, non interpre
tano razionalisticamente i fatti sui quali talvolta concordano con i razionalisti, perché
ammettono la rivelazione primitiva e gl'interventi soprannaturali di Dio nella storia degli
Ebrei.

Si giunse a costituire delle triadi, una supremazia politico-religiosa degli dèi venerati nelle capitali dei regni, per esempio quella di Marduk o di Assur, a comporre inni e preghiere in cui le tendenze monoteistiche talora rivestono le forme d'una fede e d'una fiducia in un solo Dio. Cosi stando le cose, anche i seguaci del panbabilonismo rinunciarono a qualsiasi tentativo di trovare o di costituire un preteso monoteismo babilonese (11).

c) Elohismo tra gli Arabi. - Sconfortati dall'esito delle ricerche sulle antiche civiltà sumerica e assiro-babilonese (12), alcuni autori credettero di trovare tra gli Arabi quanto mancava tra gli Assiro-babilonesi, rinnovando così, in forma più particolare e modificata, l'ipotesi di Renan. G. Brockelmann, ad esempio, sebbene molto timidamente, propose d'ammettere che tra le tribù arabe del deserto esistesse un elohismo di tendenze monoteistiche, propenso com'è a considerare il deserto quale culla del monoteismo islamico. Egli afferma che Allah (Allah und die Golzen. Der Ursprung des islamischen Monotheismus. in Arch. liei. Wiss., 1922, pp. 93-121) non è un dio idolatrico elevato sopra gli altri per potenza e grado, per il fatto che in tutte le tradizioni antiche appariva come Dio supremo, creatore e signore, e non c'è mai una figura intermedia che lo spieghi. Sia pure, rispondono altri studiosi, ma può trattarsi d'un prestito preso, se non dal cristianesimo, almeno dal giudaismo, che molte tribù arabe avevano imparato a conoscere.

Parecchi studiosi tentarono di salvare l'origine " araba " del monoteismo israelitico, ipotesi che le tradizioni dell'Arabia antica appoggiano scarsamente (cfr. J. Wellhausen, Reste arabischen Heidentums, 2 ed., Berlino 1897), dirigendo le ricerche su una regione più circoscritta dell'Arabia, cioè l'Arabia del sud (13). Basandosi sui lavori e specialmente sulla monografia di Nielsen con secrata al dio sabeo Ilmukah: Die sabarische Gott Ilmukah (Lipsia, 1910), poi mettendo la patria arranita dei patriarchi in stretta relazione storica con l'Arabia meridionale e la penisola sinaitica, il P. Landersdorfer credette poter giustapporre antiche credenze monoteistiche con la fede d'Israele. Fu un brillante fuoco d'artificio, che presto si spense (14).

(11) Fr. X. Kortleitner, Babyloniorum attetoritas quantum apud antiquos IsraSlitas va-luerit? Innsbruck 1930.

(12) Accanto all'Assiro-Babilonia, l'Egitto era il secondo centro di civilizzazione nel Medio Oriente. Recentemente s'è pensato di far derivare il monoteismo israelitico dalle antiche religioni egiziane : cfr. Fr. X. Kortleitner, Aegyptiorum auctorìlas quantum epud Isra&ilarum instituta sacra pertinuerit, Innsbruck, 1933. - Óltre gli Egiziani e gli Assiro-babilonesi, molti altri popoli penetrarono dal 1800 al 1200 nelle regioni che formano la cosiddetta " mezzaluna fertile " (la regione del Tigri, dell'Eufrate e dell'Oronte) : procedendo da est a ovest indichiamo iMitanni, gli Urriti, gl'Ittiti, gli Hyksos,gliAramei. Le credenze religiose della maggior parte di questi popoli sono poco note e nessuno di essi sembra doversi prendere in considerazione.
(13) F. Hommel, Die altìsraeliiiscke Ueberlisferung in tnschriftlicher Beleuchtung, Monaco 1897; Der Gestimdienst der alter Araba und die altisraelitische Ueberlieferung, Monaco igoi. D. Nielsen, Die allarabìschen Mondreligian und die Masaische Ueberlieferung, Strasburgo 1904; D. Landersdorfer, Die Bibel und die sudarabische Altertumforschung, MUnster in West. 1920 ; - Alcuni di questi autori fanno agire l'influsso arabo attraverso Babilonia, per soddisfare insieme le esigenze del panbabilonismo e quelle della Bibbia, che fa venire Abramo da Ur di Caldea. V. G. Ryckmans, Les religions arabes préislamiques, in M. Gorce-R. Mortier, Histoire generale des religions, Parigi 1947, pp. 307-332.
(14) Sulla questione delle tendenze monoteistiche dell'Oriente antico vedi la magistrale sintesi dello studioso cattolico J. Hehn, Die biblisehe und babylonische Cotlesidee. Die israelitische GoUesauffassung im Lichte der altorientalischen Religionsgeschichte, Lipsia 1913. L'opera fu messa all'Indice e quindi si deve leggere con le debite riserve ; essa contiene una documentazione d'importanza capitale, e sul problema del monoteismo israelitico formula numerosi giudizi, di cui la letteratura cattolica a questo riguardo continuerà ancora per molto tempo ad avvantaggiarsi.

2. Secondo grappo dì spiegazioni. - Rinunciando all'idea fondamentale di Renan, un secondo gruppo d'autori cerca di spiegare lo sbocciare delle credenze monoteistiche nell'antico Oriente mediante l'influsso che i culti solari avrebbero esercitato sulle antiche religioni politeistiche. Infatti è noto che la venerazione del dio sole fece sorgere parecchie religioni solari, che instaurarono tutte quante un certo monismo religioso. Gli esempi più noti sono quelli dei culti siriaci, dei quali Franz Cumont tracciò la storia, e quello del culto di Mitra, il sol invictus degl'imperatori romani. Nell'antico Oriente un caso simile di culto solare, forse altrettanto impressionante, fu il culto di Aton, il disco solare, che il faraone riformatore Amenofis IV tentò d'istituire e di opporre a quello del dio tebano Amon-Ra. Il tentativo sarebbe stato fatto prima che si formasse il jahvismo mosaico, e il famoso inno che Amenofis IV rivolse al sole avrebbe influito sul salmo CIV (CHI), uno dei più bei canti religiosi del salterio.

Anche qui, quando si considerano ì fatti da vicino e si stringe più da presso il senso dei documenti messi a confronto, all'estremo vertice del confronto cessano le analogie, proprio ove dovrebbe avvenire l'incontro. Per il culto del dio sole avviene press'a poco quanto accade per quello della dèa madre, la grande dea, la dea della vegetazione: in tutti e due i casi una divinità naturistica prevalse sulle altre non fino a sopprimerle, ma fino a dominarle e relegarle in secondo piano. È naturale che il sole e la terra madre siano pervenuti a una tale supremazia, perché si ritrovano quasi identici presso tutti i popoli e rappresentano gli elementi della natura con cui l'uomo deve fare i conti. Sotto alcuni aspetti s'aggiunsero " i cieli " e divennero anch'essi il simbolo d'una divinità, la cui religione ha essa pure un certo andamento monoteistico.

3. Terzo gruppo di spiegazioni. - Sembra che in questi ultimi anni la scienza comparata delle religioni cambi ancora una volta direzione, lasciandosi ora affascinare dal preteso monoteismo della letteratura sapienziale, quale si manifesterebbe soprattutto nella letteratura sapienziale egiziana. In un recente articolo il prof. A. Lods elenca i testi principali che occorrerebbe considerare {Le monothéisme israelile a-t-il eu des précurseurs panni des sages de l'Ancien Orienti in Rev. Hist. Philos. Rei, 1934, t. XIV, pp. 197-205) e da un responso tra i più categorici: " Nelle espressioni "Dio", "il dio" c'è poco più che un monoteismo verbale, che è soltanto un lontanissimo avviamento all'idea dell'unità del divino. L'uso di queste locuzioni nei moralisti egiziani e assirobabilonesi risponde esattissimamente a quello dei termini theós e o tkeós che dai Greci politeisti erano usati quasi come sinonimi di theoi. S'ammetterà volentieri che la letteratura gnomica internazionale dell'antico Oriente preparò il terreno al movimento profetico israelitico, diffondendo nell'elite della nazione idee "levate sulla divinità e la sua giustizia.

Però non basta quest'influsso a spiegare la convinzione categorica che si manifesta con crescente chiarezza nell'anima dei profeti d'Israele nei secoli VIII-VII-VI riguardo al carattere unico e universale del Dio che si era rivelato a loro, convinzione che arrivò a esprimersi in formule chiarissime: "Jahvé è Dio e non ce ne sono affatto altri". Gli dèi delle nazioni "non sono dèi". "Lo giuro sull'onor mio, dice Jahvé:

Ogni ginocchio si piegherà davanti a me e ogni lingua giungerà per il mio nome. Le isole spereranno in me" ".

4. Quarto gruppo di spiegazioni. - Altri autori si limitano ad appellarsi alle tendenze, dette enoteiste, d'ogni vita religiosa un po' intensa, cioè il bisogno che ha un'anima religiosa di fare una scelta tra le divinità che le si presentano e, data la preferenza, di limitare ad essa il proprio orizzonte religioso. Per appoggiare queste tendenze si citano volentieri i nomi teofori, che insistono sul carattere veramente trascendente d'una divinità particolare, o che la esaltano come la divinità, diremmo unica, di colui al quale venne dato il nome. Così questi nomi accadici: Iluma-Nushu (Nusku è davvero dio), Ea-ma-ilu (Ea è il mio dio), l-li-ma-ilum (il mio dio è dio), llu-shu-ma (lui soprattutto è dio), Mannum-kima-ilija (chi è come il mio dio?). Si dice essere sufficiente che la riflessione filosofica rinvigorisca queste tendenze, oppure che la volontà unificatrice d'un re o d'un collegio di sacerdoti se ne impadronisca, perché risulti nel modo più naturale un monoteismo almeno allo stato embrionale.

Questa teoria è insufficiente quanto le ipotesi rivali, lasciando sempre da spiegare perché in realtà queste tendenze siano riuscite soltanto in Israele, mentre altrove fallirono dovunque. Inoltre i migliori assirologi negano che tali formule ed esclamazioni esprimano un reale monoteismo, perché al massimo fissano temporaneamente ed esclusivamente l'attenzione dei fedeli sopra una divinità, che cercano di esaltare per un momento, onde attirare la sua attenzione sulle preghiere con cui viene assediata: B. Gemser, Die Beteekenisder Persoonsnamen voor onze Kennis vati het Leven der onde Babyloniers en Ai-syriers, Wageningen, 1924. Insomma soltanto il monoteismo israelitico seppe tenersi al riparo dalla credenza nelle idee associate nella suprema dignità e resistere all'attrattiva quasi generale di elaborare le triadi divine. Le scoperte dei testi archeologici di Ras Shamra-Ugarit hanno messo in una luce tutta nuova l'ammirabile trascendenza della religione d'Israele, in contrasto con le speculazioni mitologiche, di cui si dilettavano gli antichi cananei.

Conclusione. - Come si vede, i risultati della nostra inchiesta sulle origini del monoteismo israelitico sono sfavorevoli alle ipotesi della storia coniparata delle religioni, poiché nessuna di esse risolve il problema. Il monoteismo israelitico si presenta allo storico con caratteri che portano il segno indelebile della sua origine specificamente israelitica e che, posta la trascendenza del fenomeno, postulano una causa divina (15).

§ 4. - II Messianesimo.

Difficoltà. - A chi lo intraprende impreparato, lo studio delle credenze messianiche riserva molte sorprese e delusioni. La maggior parte dei manuali di storia sacra abitua i lettori a credere che tra le predizioni dell'Antico Testamento e la loro realizzazione nel Vangelo e nella Chiesa ci sia una corrispondenza lampante come in un'equazione matematica; invece ci si avvede ben presto che cosi non è. Chi non ricorda lo sbalordimento degli studenti di teologia o dei laici colti che cominciano a leggere la Bibbia e prendono il primo contatto personale con i vecchi e oscuri testi? Hanno l'impressione che gli unici elementi chiari mirino alla restaurazione temporale della dinastia davidica, alla ricostruzione della città regale di Gerusalemme e del suo santuario e, alle volte, ma in sottordine, a ristabilire il sacerdozio levitico; però nessuno di questi elementi si è realizzato.

Princìpi per una soluzione. - Le difficoltà che ci vengono opposte sono reali e i commentatori che si rifiutassero di attenuare l'esegesi delle profezie messianiche rivendicando ai testi, che le contengono, un avveramento matematicamente esatto, falserebbero il senso delle predizioni e imporrebbero all'apologetica un compito impossibile.

Nei nostri studi sui profeti israeliti ci siamo proposti di apportare alcuni schiarimenti allo sconcertante problema in pagine che vennero accolte favorevolmente. Quindi ci permettiamo di rimandarvi il lettore che vuole avere un'esposizione completa della questione. Qui bastino alcune spiegazioni generali (16).

1. - Prima di tutto e soprattutto teniamo sempre presente che il compimento delle profezie messianiche riguarda la loro sostanza, non quello che abbiamo chiamato l'involucro contingente. Non è sempre facile distinguere tra il fondo del messaggio profetico e l'involucro letterario convenzionale che lo ricopre; ma non ci venga rivolto il rimprovero di procedere arbitrariamente e aprioristicamente, solo alla luce degli eventi dell'economia cristiana, moven doci in un ampio circolo vizioso; proprio l'Antico Testamento a chi lo sa leggere offre i criteri necessari al discernimento.

(15) Si leggano anche le conclusioni di W. L. Wardijj, The OriginsofHebrewMonotheism, in £"ite:Ar. Alti. Wiss., 1925, t. n, pp. 193-209; e Fa. X. Kortleitner, Quaestiones de Velcri Testamento et comparativa rdigionum historia recentiorc aitati proposito:, Averbode (Belgio) 1925; Formai cullus mosaici cum ceterìs religionibus orientis antiqui comparatae, 3 ed., Inosbruck 1933. Th. H. Meek, autore non sospettabile di pregiudizi pretesamente dominatici, rigetta anch'egli le spiegazioni religionistiche del monoteismo ebraico: Hebrew Orìgins, New-York 1936, pp. 176-191.
(16) Les prophètes d'Israll. I. Le prophétisme en Israll. Les prophètis orateurs, 2 ed., Dessain, Malines 1933. Uscirà presto un nuovo volume sul Messianismo.

2. - In secondo luogo il carattere frammentario delle profezie messianiche è un fatto evidente, essendo l'economia della Legge antica come un prisma cristallino, che divide e diffonde i raggi luminosi della rivelazione. Nei vecchi testi il Messia appariva sotto vari lineamenti; sono aspetti diversi che si tratta di far convergere in una stessa immagine. Come le plance a colori, i lineamenti del Messia non furono stampati tutti insieme e certe visioni furono riscritte varie volte, tanto che la considerazione del loro insieme urta contro le inevitabili difficoltà create dalla lettura d'un palinsesto. Però un'esegesi sobria e severa dei principali testi messianici permette di tracciare un quadro con lineamenti d'incomparabile grandezza, di cui il cristianesimo è l'immagine fedele. Nella sintesi delle profezie si tratta prima di tutto dell'avvento d'un regno spirituale di Dio, che si compirà attraverso la pacifica predicazione del monoteismo ai gentili e assicurerà il perfezionamento del giudaismo, dandogli un irraggiamento religioso mondiale e definitivo; in secondo luogo si tratta del compito missionario, che nella conquista del mondo pagano spetterà a un luogotenente di Jahvé: l'unto, l'eletto, il prediletto, il figlio di Dio: il Messia. Inoltre pare che almeno uno dei veggenti d'Israele, riflettendo sulle sofferenze che erano divenute e dovevano divenire la proprietà dei suoi compatrioti, sul calco del suo popolo concepì l'eletto di Jahvè come un martire e quindi autore della miracolosa e pacifica conversione del mondo pagano, mediante la predicazione e l'efficacia della sua passione e della sua espiazione vicaria.

Il messianismo, come la fede monoteistica, concepito sopra un piano spirituale e morale, si presenta come un fatto unico nella storia religiosa dell'Oriente antico, con un'unicità cosi notevole da postulare un'origine specificamente israelitica. Come da un lato le risorse dell'anima israelitica o quelle della terra di Canaan non offrono alcuna spiegazione naturale e, dall'altro lato, siccome la storia ha autenticato le visioni apponendo il sigillo del compimento, l'unicità del messianismo trova tuttora la sua migliore spiegazione nella natura divina del fatto che lo provocò, cioè nel carisma della vera profezia, nel soffio dello Spirito Santo.

Abbiamo detto che il messianismo nella storia religiosa dell'Oriente antico è un fatto unico e trascendente, e l'insufficienza delle spiegazioni puramente razionali è ancor più evidente che nel caso del monoteismo. Le speculazioni iraniche, alle quali un tempo s'appellavano i wellhausiani, non sono più seguite nemmeno dalla critica indipendente, poiché si vide che esse furono importate troppo recentemente nella terra d'Israele. Le visioni assiro-babilonesi sul futuro, recentemente analizzate dalla scuola Gunkel-Gressmann, o le speranze di salute attestate nella letteratura dell'antico Egitto, sulle quali volle insistere Ed. Meyer, sono anch'esse troppo distanti dalle credenze d'Israele e anche troppo politiche e materiali, perché vi si possa scorgere una mutua dipendenza. Siccome la sostanza dell'escatologia israelitica ha l'impronta del sigillo jahvistico, bisogna trovarne la spiegazione nello stesso Israele e nella religione di Jahvé. La necessità d'un'interpretazione jahvistica in questi ultimi anni è stata riconosciuta da esegeti di buona fama, come E. Sellin, L. K. Bleeker, S. Movinkel. Per giungere a concludere che occorre una spiegazione soprannaturale c'è ancora da fare molta strada, che però è accessibile. La spiegazione

soprannaturale si può valere d'una serie di verosimiglianze convergenti, che sembrano darci una certezza morale (17).

§ 5. - L'origine del decalogo.

Opinione di Loisy. - Nella sua storia de La religion d'israèl (3 ed., Parigi, 1983, pp. 210-212) Alfredo Loisy afferma: "Anche se la data è molto discussa, il decalogo tradizionale, che venne raccolto nel documento elohistico dell'Esateuco e riprodotto nel Deuteronomio, non pare anteriore all'esilio. Contro i superstiti difensori dell'origine mosaica di questi precetti, si fece giustamente valere che il divieto delle immagini non conviene assolutamente all'epoca del deserto, in quanto superfluo nonché il fatto che i Giudei prima della cattività pare abbiano ignorato il sabato ebdomadario. Tolte le glosse che lo sovraccaricarono, il nostro decalogo era concepito in questi termini:

"Io sono Jahvè, tuo Dio,

che ti ha tratto dal paese d'Egitto,

dalla casa degli schiavi.

Non avrai altri dèi fuori di me.

Non farai immagine scolpita.

Non pronuncerai colpevolmente il nome di Jahvé, tuo Dio.

Pensa al sabato per santificarlo.

Onora tuo padre e tua madre.

Non ucciderai.

Non sarai punto adultero.

Non ruberai affatto.

Non porterai affatto la tua testimonianza contro il tuo prossimo.

Non bramerai affatto la casa del tuo prossimo".

Cinque precetti sono religiosi, essendo anche il rispetto dei genitori parte della religione; cinque sono di morale sociale. Le proibizioni religiose riguardano la superstizione delle immagini e l'uso magico del nome divino. Non ci sono prescrizioni rituali, eccetto che si prenda come tale quella del sabato. E non si parla d'altro, perché nel corso ordinario della vita il giudeo comune poteva non avere altro obbligo rituale esteriore oltre quello del riposo sabatico. Ma questo punto di vista non conviene ai tempi anteriori all'esilio ".

Come si vede, i rilievi riguardano l'origine posteriore all'esilio del decalogo, anche se formulati con molta esitazione e molte riserve, mentre appare riconosciuta la grandezza del codice morale.

Nuove posizioni dell'esegesi non cattolica del Vecchio Testamento. -

Noi crediamo die anche sul capitolo delle origini del decalogo l'esegesi non cattolica del Vecchio Testamento tenda a riavvicinarsi alle posizioni tradizionali, come prova un recente articolo dedicato a questo proposito da W. E. Barnes, di cui vogliamo riprodurre l'essenziale, che apre nuove vedute sulla questione e prova che ci si va liberando sempre più dall'ortodossia wellhausiana (18). Riportando il problema delle origini del decalogo nel suo contesto storico tradizionale, cioè nell'opera legislativa di Mosè, Barnes formula due domande: Lo Sotto il cumulo dei testi che formano l'attuale Pentateuco, possiamo trovare gli antichi codici delle leggi che risalgono allo stesso Mosè. 2.0 In caso affermativo, come si spiega che qest’opera di Mosè ci venne conservata, malgrado il pericolo dei giudici, che segna la decadenza religiosa del popolo d'Israele? In altre parole: per quali vie si conservò il mosaismo e si trasmise di generazione in generazione da Mosè fino ad Elia tesbite? Si può trovare nel mosaismo un principio di vita, d'una forza immanente, che rese possibile questa prodigiosa conservazione? Barnes pensa di poter così rispondere: A Mosè risalgono almeno entrambe le due sezioni del Pentateuco, che vengono presentate come emanate da Jahvé e scritte dal Signore stesso sopra tavole di pietra, cioè il decalogo morale ed elohistico di Es. XXIII, e il decalogo rituale e jahvistico di Es. 34, 10-27, documento questo che, come si ricorderà, venne segnalato per la prima volta verso il 1800 all'attenzione degli esegeti dal poeta Goethe.

(17) E' il famoso argomento della convergenza, al quale il Card. Newman s'appella in An Essay ut Aid ofa Grommarof Assali, nuova ed., Londra 1903, pp. 293, 319-330,410-412. Esiste una trad. it. dal titolo Filosofia della religione, Guanda, Modena 1943.

Barnes conclude che i due documenti hanno origine mosaica. L'attuale redazione non rappresenta più con esattezza quella ricevuta dal legislatore degli Ebrei; ma la forma primitiva è ancora discernibile e si scopre non appena tolgono dal testo attuale alcune addizioni e amplificazioni evidenti, specialmente i passi che presuppongono la vita sedentaria e agricola degli Israeliti. La recensione primitiva concepita unicamente per un popolo di nomadi e di pastori, poiché il tenore primitivo del decalogo morale non tien presente il possesso dei campi coltivati, né quindi i lavori agricoli. A prima vista il decalogo cultuale pare avere un'altra origine, ma le rare allusioni al lavoro agricolo ivi contenute si spiegano in funzione delle abitudini d'un popolo seminomade, come possiamo pensare il popolo d'Israele al tempo dell'Esodo. D'altronde il secondo comandamento, che proibisce di fabbricare idoli, e il quarto, che prescrive di osservare il sabato, quadrano bene col contesto storico dell'opera di Mosè. Se si ammette, com'è necessario e doveroso, che tutto lo sforzo di Mosè consistette nel separare Jahvé dalle divinità della terra di Canaan, si capisce perché abbia rifiutato al Dio degli Ebrei ogni forma corporea e sensibile. L'istituzione del sabato è anteriore non solo a Neemia, ma anche ad Ezechiele, Geremia, Amos e può servirle come cornice storica la reazione contro l'oppressione egiziana.

È vero che molti autori pensano che la predicazione dei profeti escluda l'origine antica del decalogo morale, ma i testi profetici, giustapposti dai well-hausiani ai precetti del decalogo, sono più un'eco che un primo abbozzo di essi.

La religione enunciata in germe nei due codici mosaici è quella magnifica e trascendente dei profeti scrittori del secolo VIII, che inculca l'unicità di Jahvé, come pure il suo carattere morale e trascendente. Sul piano secondario dell'organizzazione questa religione si concreta in una serie di precetti, che inculcano sia la purezza rituale e sia il sentimento della dipendenza assoluta dei fedeli da Dio: proibizione di offrire pane lievitato, ordine di votare a Jahvé i primogeniti e le primizie, di osservare il sabato e di fare i tre pellegrinaggi annuali.

(18) The Mosaic Religion, in Theobgy, 1935, t. set, pp. 6-17.

Ma se l'opera di Mosè s'impose al popolo coll'insegnamento elevato, il valore unico della sua morale e con l'imponente insieme delle prescrizioni religiose, come spiegare da una parte l'eclissi di quest'opera dopo la conquista di Canaan, e d'altra parte la sua conservazione in una nazione che aveva traviato? Prima di tutto il fatto della sua conservazione è forse meno straordinàrio di quanto sembri a prima vista, oppure, se prodigio c'è, il miracolo dipende proprio dal carattere prodigioso dell'opera mosaica stessa. Il contenuto della rivelazione mosaica era tanto trascendente (" Jahvé è il tuo Dio, è un Dio unico, egli solo è Dio ") e cosi meravigliosa era la liberazione d'Israele operata da questo stesso Dio, che il ricordo della rivelazione e dei suoi contorni storici non si potè cancellare dalla memoria degli Ebrei, ai quali restò presente e vivo tale ricordo che, come un'idea forza, non cessò di suscitare la fiducia in Jahvé, di assicurare a Jahvé la fedeltà del suo popolo, di far sbocciare le più grandiose visioni sull'avvenire.

Non possiamo poi identificare tutto Israele con alcune bande guerriere e selvagge, che diedero l'ultima mano alla conquista definitiva della Palestina, guidate da Ehud, Gedeone, Abimelec, Jefte e Sansone. Il Barnes dice che vi furono it due corridoi oscuri " per i quali il mosaismo da Mosè giunse fino a Elia, sfociando nella magnifica chiarezza della predicazione dei profeti dei secoli vili e vii: le persone 0 classi di persone esistenti dopo Mosè, che si dedicavano a conservare e trasmettere le credenze e le istituzioni jahvistiche, cioè le comunità religiose dei Recabiti e le corporazioni dei profeti di professione. Parecchie di tali comunità s'erano stabilite nella Transgiordania, nella terra di Basan, di Gilead e di Moab, e ci rivelano il corridoio che il Barnes chiama territoriale, dove il mosaismo si rifugiò nel tempo della decadenza religiosa. Ex oriente lux, conclude in modo certo originale l'articolo di Barnes. Le migliori forze jahvistiche e i più coraggiosi rappresentanti del jahvismo si rifugiarono in Transgiordania, dove il mosaismo costituì le sue riserve e donde, sulle tracce d'Elia, d'Eliseo e dei loro discepoli, si lanciò alla conquista della Palestina cisgiordanica, rinnovando nell'ordine spirituale, e dopo parecchi secoli, il piano conquistatore già attuato da Giosuè e dai Giudici d'Israele nell'ordine politico. Per confermare la sua ipotesi l'autore richiama l'attenzione sulle tradizioni deuterocanoniche, le quali tutte conservarono il ricordo dell'importanza spettante alla Transgiordania nell'elaborare e conservare l'opera mosaica: Dt. 1,5; 4,41-42. 44. 46.

Queste vedute del Barnes sull'opera di Mosè pensiamo possano interessare l'apologetica cristiana. D'altronde rispondiamo volentieri all'appello di quest'autore, onde accordare maggior importanza alla Transgiordania nella storia d'Israele.

L'influsso che più tardi esercitarono le capitali dei due regni cisgiordanici, cioè Samaria e Gerusalemme, e il fatto che la maggior parte delle tradizioni letterarie proviene da questi ambienti, ci nascondono la parte avuta dalle regioni d'oltre Giordano, e forse è bene rettificare il punto di vista storico, contemplando la storia degli Ebrei non soltanto dalle colline della Giudea o di Efraim (19).

(19) V. la posizione della critica riguardo alle leggi di Mosè in: J. Coppens, Histoire crìtique des Lìares de l'Ancien Testoment, 3 ed., Bruges-Parigi, Desclée de Br. 1948 ; nuova ed. 1948.