obiezioni contro l'antico testamento - Obiezioni
contro la Religione e la Morale dell'Antico
Testamento
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III. - OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE E LA
MORALE DELL'ANTICO TESTAMENTO
La
religione insegnata dai libri sacri e attribuita
ai figli d'Israele non solo sarebbe inferiore
alla dottrina di Cristo, ma anche opposta
alle nozioni e ai precetti della religione
cristiana, e perfino alla religione in se
stessa.
L'obiezione
s'appoggia a fatti che si possono dividere
in tre categorie. La prima categoria comprende
le pratiche e le credenze che si vuole provengano
dalle forme elementari della vita religiosa
osservabile in tutti i popoli di cultura inferiore;
cosi nell'Antico Testamento si segnalano vestigia
non equivoche di credenze animistiche, feticistiche,
totemiche, magiche, ecc; la seconda categoria
di fatti dimostrerebbe indirettamente l'inferiorità
della fede e della morale israelitica relativamente
all'insegnamento del Nuovo Testamento; infine
una terza categoria unisce le obiezioni che
si fanno valere contro il monoteismo e il
messianismo, le due credenze israelitiche
che la Chiesa considera come il meglio della
rivelazione anticotestamentaria.
§
I. - Le pretese forme elementari della religione
e della morale anticotestamentaria.
La
maggior parte dei manuali di storia della
religione ebraica d'autori indipendenti indica
un numero più o meno elevato di credenze
e di pratiche infrareligiose, che gli agiografi
avrebbero riportato e quindi approvato. Per
una buona esposizione della questione rimandiamo
all'opera del compianto professor Ed. Konig,
Geschichte der alttestamentlichen Religion,
2 ed., Gutersloh, 1915.
I
fatti principali.
a)
Vestigia d'un culto agli animali o a certe
specie dì animali. - La venerazione
del serpente di bronzo fabbricato da Mosè
e conservato nel tempio di Gerusalemme fino
alla riforma di Ezechia; la distinzione tra
animali puri e animali impuri; l'attribuzione
dei nomi di animali alle tribù o agli
antenati delle famiglie patriarcali, come
Simeone, Caleb, Lea, Rachele.
b)
Vestigia d'un culto dei morti e degli antenati.
La venerazione delle tombe, la pratica dei
sacrifici funebri, l'ampiezza e bizzarria
dei riti dei funerali, l'attribuzione del
titolo te elohim " dato agli spiriti
dei trapassati.
c)
Vestigia d'un culto agli alberi, alle fonti,
ai fiumi, alle montagne e alle pietre.
- Ricordiamo prima di tutto la frequente menzione
delle montagne sacre; le pratiche rituali
osservate o prescritte verso certe pietre,
che forse venivano considerate come tabernacoli
di spiriti o anche di divinità; le
colonne erette all'ingresso del tempio di
Gerusalemme; il titolo di " rupe "
che Dio decretò a se stesso; la venerazione
religiosa agli alberi, ai quali la tradizione
legava questo o quel fatto dell'antica storia
religiosa: i terebinti di Sichem, di Manre,
d'Ofra, il tamarisco di Beer-Sheba, il roveto
del Sinai, ecc; infine la venerazione religiosa
delle fonti e dei fiumi con acqua considerata
miracolosa, come la sorgente di Qadesh, di
Beer-Sheba, di Lahai-Roi e, nella stessa Gerusalemme,
quelle di Rogel e di Gihon, senza contare
l'acqua santa del tempio. Siamo indubbiamente
vicini al senso originale di queste pratiche,
scrive A. Lods, ammettendo che in questi oggetti
abitasse costantemente un dio o uno spirito.
Vestigia
d'un culto a certi gruppi di spiriti rappresentati
come indipendenti dalla natura. Rimandiamo
ai serafim, temibili serpenti alati; ai se'irim,
demoni vellosi del deserto; al demonio Azazel
e a Lilith, il demonio femminile, temuto anche
dagli Assiri,
Vestigia d'un culto agli astri. - Alcune feste
degli Ebrei, la cui origine si può
far risalire all'epoca premosaica, nota A.
Lods, hanno un pronunciato carattere lunare,
come la Pasqua, rito pastorale che si celebrava
di notte al plenilunio di primavera; tale
certamente la festa del novilunio al principio
d'ogni mese.
Vestigia d'un politeismo, cioè d'un
culto ai baalim, divinità locali o
tribali della terra di Canaan. Però
sulle credenze politeistiche gli autori indipendenti
propongono opinioni divergenti. Così,
ad esempio, in disaccordo con l'assiriologo
Hommel e l'ebraicista Baentsch, lo storico
protestante A. Lods, rifiutandosi di attribuire
agli Ebrei nomadi un politeismo sviluppato
e sapiente mente organizzato, conclude : "
Probabilmente non saremmo lontani dal vero
se definissimo lo stato religioso al tempo
della fondazione del jahvismo come un polidemonismo
leggermente tinto di politeismo" (1).
Principi
per una soluzione. - Per non perdere
tempo, non esamineremo i numerosi fatti che
nel passato accumularono i seguaci della scuola
wellhausiana. Simile esame solleverebbe più
d'un problema interessante d'esegesi, e rettificherebbe
discretamente le spiegazioni, ma lo scopo
limitato, che ci siamo proposti, rende inutile
una simile inchiesta. Quindi preferiamo dare
ai nostri lettori alcuni princìpi di
buona esegesi, che non sarà difficile
applicare.
Farebbe
torto alla rivelazione anticotestamentaria
chi la facesse responsabile delle credenze
o delle pratiche religiose delle quali si
limita a segnalare la diffusione tra i figli
d'Israele, indicandole o descrivendole senza
approvarle o condannarle. La rivelazione è
responsabile delle pratiche e delle credenze
predicate e imposte agli Ebrei dai messi del
jahvismo in nome di Jahvé stesso.
C'è
da stupire se la religione jahvistica non
conquistò subito tutto il popolo d'Israele
e nemmeno tutta l'anima israelitica di ciascun
individuo? Il fallimento parziale non ci può
meravigliare, poiché il jahvismo formulava
esigenze spirituali elevate e perfino le anime
religiose dell'Antica Legge opponevano non
poche tenebre e debolezze alla luce e alla
grazia divina. I libri dell'Antico Testamento
non attestano forse che il monoteismo jahvistico
dovette intraprendere un'atroce guerra di
conquista contro le religioni cananee e che,
anche dopo il trionfo del movimento profetico,
fu sempre minimo il numero dei credenti perfetti,
sotto la protezione d'Abramo, di Mosè,
Samuele, ed Elia? Possiamo quindi credere
che le forme elementari della vita religiosa,
come le credenze animistiche, naturistiche,
polidemoniache e altre ancora abbiano avuto
vita tenace tra i figli d'Israele, proprio
nella misura in cui questi continuavano a
sottrarsi alla luce divina; però sarebbe
ingiusto imputare queste credenze erronee
al jahvismo o trattarle alla pari della religione
rivelata. Esse non riuscirono mai a soffocare
la voce dello Spirito di Dio, e tanto meno
si stabilirono in mezzo ai figli d'Israele
fino ad assumere la vera fisionomia della
religione di Jahvé (2).
(1)
Sulla presente questione vedi l'esposizione
di A. Lods, Israèl. Des origine* au
milieu
da Vili siede, Parigi 1930, pp. 241-293.
(2)
Fr. X. Kortle:tner, Cananaeorum auetoritas
num ad rdigionem Israèlitanon aliquid
perlinuerit, Innsbruck 1932. - A varie riprese
citeremo le opere di quest'autore la cui sintesi
storica lascia certo a desiderare, ma che
ha una documentazione straordinariamente abbondante.
Oltre
le vestigia delle antiche religioni pagane
della terra di Canaan, al margine del jahvismo
e nell'anima ancor rozza degli Ebrei vi fu
una fioritura di pratiche superstiziose, provenienti
dalla mescolanza di credenze pagane con la
fede monoteistica. Siamo nel campo del folklore
e di quella che venne chiamata la religione
popolare. Ovunque e sempre l'anima popolare
resta avvolta da numerosi concetti religiosi
di qualità inferiore, d'ispirazione
elementare; non avendo una cultura sufficiente,
spesso reagisce, seguendo tali concetti, sulle
nozioni religiose più elevate. Se tale
è l'anima popolare davanti alla religione
cristiana, come avrebbe potuto essere diversamente
davanti al mosaismo? Spesso i jahvisti semplici
potevano comprendere male i princìpi
della loro religione, oppure, ricevendoli
e comunque depositandoli nel terriccio delle
cre
denze
popolari, che sappiamo quanto valgano, potevano
essere più o meno viziati, sviluppando
così un folklore e una religione popolare
cui alludono ripetutamente gli scritti ispirati,
ne segnalano le pratiche, alle volte senza
condannarle (3).
Alla
luce delle distinzioni che occorre fare tra
il jahvismo, il mosaismo e la religione rivelata
da una parte, e dall’altra i culti cananei,
il folklore religioso, la religione popolare,
crediamo possibile risolvere tutte le obiezioni.
I fatti citati o derivano dagli antichi culti
della terra di Canaan, condannati dallo jahvismo,
o riguardano la religione popolare o il folklore
religioso, che sembrano tollerati a lungo
dagli organi della rivelazione, finché
non comportano la negazione di qualche articolo
del credo jahvistico; oppure fanno parte della
religione rivelata, ma portano il segno dell'imperfezione,
propria di tutta l'antica economia biblica.
Altrove abbiamo spiegato diffusamente che
l'Antico Testamento richiede un complemento;
quindi è nell'errore chi vuoi trovare
in esso l'espressione perfetta e senza macchia
delle credenze donateci dal cristianesimo,
espressione che, anche dopo la rivelazione
neotestamentaria, i grandi uomini spirituali
non cessano di scavare e approfondire (4).
Conclusione.
- Finiamo con un rilievo. Oggi nessuno sogna
di sottoscrivere le vedute, per quanto brillanti,
sviluppate da Ernesto Renan nell'Histoire
du peuple d'Israèl, né si può
in particolare accogliere il suo quadro della
vita religiosa degli Ebrei, quale fu vissuta
al tempo delle peregrinazioni in Siria, in
Palestina e anche in Egitto. Però c'è
un'ipotesi di Renan, della quale egli abusò,
cui non si può rifiutare ogni valore,
cioè quella delle profonde differenze
che distinguono e oppongono le istituzioni
dei popoli nomadi e quelle dei popoli di civiltà
più raffinata, che hanno una dimora
fìssa nelle città e nei grandi
villaggi. Secondo Renan sarebbe propria dei
popoli pastori la purezza dei costumi e la
relativa elevatezza delle credenze religiose.
Il
tempo ha decantate le affermazioni esagerate
dello storico francese, di cui riteniamo quanto
hanno di fondato. Nella terra di Ganaan non
mancò un certo numero di famiglie o
di clan di pastori, poiché dal tempo
di Abramo fino all'epoca di Cristo, anzi fino
ad oggi, intere famiglie continuano ad abitare
sotto le tende, nelle steppe e nei deserti.
Non è possibile attribuire a questi
raggruppamenti di nomadi o seminomadi, viventi
al margine della civiltà materiale,
un compito importante nel conservare, trasmettere
ed epurare la religione? Alla fede jahvista,
più o meno contaminata dei cittadini
e dei grandi proprietari rurali, sui quali
la civiltà cananea aveva lasciato la
sua impronta, essi opposero le tradizioni
delle origini, spogliate da ogni alleanza
pagana e conservate intatte sulle montagne
d'Israele o nelle steppe di Giuda. Non è
forse alla fede e alle condizioni di vita
di questi clan nomadi privilegiati del jahvismo,
che i grandi profeti del secolo vm volsero
gli occhi fino a intravvedere e descrivere
con i colori della vita patriarcale l'avvenire
messianico della nazione? Se cosi stanno i
fatti, si spiega più facilmente l'esistenza
e la trasmissione del jahvismo puro e fedele
ai principi della riforma religiosa mosaica,
e fa piacere constatare come uno studioso
tanto apprezzato, come Emery Barnes, se ne
renda conto e sia prontissimo ad accogliere
una simile spiegazione (5).
(3)
Id., De religione pupillari Israèlitarum,
Innsbruck 1937.
(4)Vedi J. Coppens,
Pour mieux comprendre et mieux enseigner l'histoìre
sainte de l'Ancien
Testament, Parigi, Desclée de Br. 1936.
(5) The Mosaic
Religion, in Theology, 1935, t. xxxi, pp.
6-17. - L'atteggiamento di
Korti.eitner nei confronti di quest'ipotesi
mi sembra troppo severo ; Relitto Jahvae cohae-
realne tum simplicitak tdtae nomadum, Innsbruck
1933 ; va bene condannare l'ipotesi come una
spiegazione razionalistica del jshvismo, però
mi sembra contenga alcuni elementi di verità.
§
2. - Le dottrine religiose morali dell'Antico
Testamento dette contrarie al cristianesimo.
In
questa seconda categoria di difficoltà
dovremo esaminare le considerazioni svolte
dagli autori razionalisti per scavare un abisso
invalicabile tra la dottrina cristiana e l'insegnamento
della Legge Antica.
Enunciazione
di tali obiezioni. - Si dice che
il cristianesimo predica la continenza e la
castità; invece i costumi israelitici
erano poco sensibili ai disordini sensuali:
i patriarchi praticavano la poligamia; Abramo
lascia equivocare sulla condizione di Sara
sua sposa; Giuditta espone la sua virtù
per salvare la patria, ecc. Il cristianesimo
esige la purezza del cuore e l'onestà
assoluta; invece gli Ebrei tollerano la menzogna
e la frode, come si vede nella storia di Giacob-be;
Gesù Cristo esige il rispetto assoluto
alla vita umana e promulga la suprema legge
della carità; invece Israele inclina
alla vendetta (la maledizione di Canaan e
i salmi imprecatori) e non indietreggia davanti
all'omicidio ordinato a fini superiori, profani
o sacri, come il sacrificio d'Isacco, l'immolazione
della figlia di Jefte, l'uccisione d'Eglon
e di Sisara, lo sterminio dei Cananei, ecc
La morale cristiana proibisce il suicidio;
invece vari grandi uomini dell'Antico Testamento
si diedero la morte: Abimelec, colpito al
capo da un pezzo di macina si fa uccidere
dallo scudiero, onde non si possa dire: "Fu
ucciso da una donna "; Sansone, imprigionato
dai Filistei, si fa crollare addosso il tempio
di Da-gon; Saul, inseguito dall'esercito nemico,
si trafigge con la propria spada; Achitofel,
respinto da Assalonne, s'impicca, ecc. Soprattutto
poi, mentre nella nuova economia il primo
principio fondamentale della legge morale
è l'imputabilità strettamente
personale, in Israele imperversa la legge
implacabile della responsabilità collettiva:
Mosè soffre per il suo popolo, e in
ogni famiglia i figli espiano le mancanze
morali dei genitori.
Risposta.
- Di alcuni dei fatti elencati è
discutibile il senso che vien loro attribuito;
cosi la storia della figlia di Jefte, che
venne variamente interpretata (6);
il sacrificio d'Isacco presenta alcuni particolari
che potrebbero dargli un senso diverso da
quello adottato dall'esegeta comune (7).
Però non insistiamo, perché
la soluzione delle difficoltà non consiste
nel proporre interpretazioni nuove e più
ingegnose di quelle antiche; essa è
infinitamente più semplice, riguarda
la generalità dei casi e consiste nel
riconoscere generosamente il carattere imperfetto
della religione e della morale israelitica
di fronte alla morale e alla religione neotestamentaria.
(6)
V. J. Coppens, Le chan. Albin Vati Hoonacker,
ecc, p. 33.
(7) Cfr. A. C.
Welch, Prophet and Priest in Old Israel, Londra
1936, pp. 81-82.
In
ciò è unanime tutta quanta la
tradizione ecclesiastica, ma sfortunatamente
certi autori in pratica si diportano come
se la rivelazione da Abramo a Gesù
non avesse fatto nessun progresso. L'insegnamento
anticotestamentario ha una perfezione limitata
e a salvare il principio dell'inerranza biblica
basta che le affermazioni degli agiografi
conducano al nocciolo luminoso, e non all'involucro
di tenebre, le cui frontiere furono fatte
indietreggiare gradatamente dalle rivelazioni
che Dio fece successivamente agli uomini dell'Antico
Testamento. È possibile ridurre a due
categorie la maggior parte delle limitazioni:
quelle dettate dallo spirito nazionale dell'antica
economia e quelle provenienti da un'escatologia
deficiente. La rivelazione dell'Antico Testamento
non si affrancò dai contorni nazionali
e non dispensò lumi definitivi sull'aldilà;
perciò molti insegnamenti conservano
aspetti d'una morale terrena, provvisoria,
collettiva, sui quali trionferà poi
completamente la predicazione di Cristo (8).
§
3. - La dottrina monoteistica del V. Testamento.
L'Antico
Testamento ha valore soprattutto per le grandi
dottrine religiose delle quali il popolo israelitico
fu il portatore nell'antichità. Queste
dottrine sono la fede in un solo Dio, le speranze
messianiche ed escatologiche, la morale del
decalogo. Ora la critica razionalistica attacca
perfino questo triplice insegnamento e tenta
di provare che il monoteismo nel mondo antico
non fu un privilegio d'Israele; che la predicazione
messianica dei profeti non contiene le visioni
chiare realizzabili e realizzate cui si appella
l'apologetica cristiana per giustificare la
nascita del cristianesimo; che il decalogo,
del quale si fa un vanto a Mosè, venne
introdotto nella religione israelitica più
tardi.
Nell'esposizione
della storia d'Israele S. Magnin ha fatto
conoscere i fatti principali che manifestano
la trascendenza del monoteismo israelitico.
Noi preciseremo alcuni aspetti di quest'esposizione.
1.
Spiegazione di Renan e d'alcuni autori che
propugnano l'origine semitica. -
Gli autori indipendenti variano notevolmente
nel presentare gli argomenti contro l'origine
soprannaturale del monoteismo israelitico.
a)
La spiegazione di Renan. - A quest'autore
piaceva spiegare il monoteismo ebraico ricorrendo
agl'istinti religiosi dei popoli semitici:
esso sarebbe stato conservato, se non causato,
dalla permanenza nel deserto, dove la contemplazione
con la sua monotonia generava necessariamente
una teologia monoteistica. Renan additava
l'Arabia come la patria per eccellenza dei
pensatori religiosi che si evolvono nell'orbita
del monoteismo.
Vale
la pena citare la pagina di storia religiosa
dove Renan sviluppa il suo pensiero, perché
contiene il germe d'alcune di quelle teorie
che sono poi diventate di moda per spiegare
l'origine del credo israelitico. " La
coscienza semitica è chiara ma poco
estesa; comprende a meraviglia l'unità,
ma non sa cogliere la molteplicità.
(8)
V. il nostro opuscolo : Pour mieux compratóre
et mieta enseigner Fhistoire de l'Ancien Testament,
Parigi, Desclée de Br. 1936.
II
monoteismo ne riassume e spiega tutti i caratteri.
È gloria della razza semitica l'aver
raggiunto fin da principio la nozione della
divinità, che tutti gli altri popoli
dovevano adottare sul suo esempio e sulla
fede della sua predicazione. Questa razza
sempre concepì il governo dell'universo
come una monarchia assoluta; la sua teodicea,
dopo il libro di Giobbe, non ha più
fatto un passo; sempre le furono estranee
le grandezze e le aberrazioni del politeismo.
Il
monoteismo non s'inventa: l'India,
pur avendo un pensiero tanto originale e profondo,
non vi è ancora giunta nemmeno oggi;
tutta la forza dello spirito greco non bastò
per condurre l'umanità al monoteismo,
senza la cooperazione dei Semiti, i quali,
possiamo anche affermare, non avrebbero mai
raggiunto il domma dell'unità divina
se non l'avessero trovato negl'istinti più
imperiosi del loro spirito e del loro cuore;
essi in Dio non compresero affatto la varietà,
la pluralità, il sesso. La natura poi
tiene poco posto nelle religioni semitiche:
il deserto è monoteista; sublime nella
sua uniformità immensa, all'uomo rivela
prima di tutto l'idea dell'infinito "
(9).
La
facile e semplicistica spiegazione di Renan
si mostrò ben presto insufficiente,
poiché a mano a mano che s'imparò
a conoscere meglio le antiche civiltà
semitiche e quelle delle tribù nomadi,
che avevano attraversato il deserto siro-arabico,
si vide che nel deserto le credenze politeiste
erano fiorite con la stessa esuberanza che
nelle terre coltivate dell'Oriente antico,
tanto fra i discendenti di Sem quanto fra
quelli di Cam e di Jafet. Bisognava quindi
abbandonare l'ipotesi di Renan, o modificarla
profondamente, indicando con esattezza il
gruppo dei Semiti e l'epoca della loro storia,
alla quale si collegherebbe il monoteismo
israelitico. Assieme allo sguardo retrospettivo
che la storia permette di dare, non è
privo d'interesse considerare quali ipotesi
hanno affascinato gli studiosi.
b)
Monoteismo comune ai Semiti. - Dapprima
un certo numero di studiosi credette di poter
asserire l'esistenza d'un monoteismo primitivo
comune ai Semiti, in base a nuove considerazioni.
L'argomento principale consisteva nell'ammettere
l'esistenza d'un dio, El, Ilu, comune ai popoli
semitici, considerandolo come il dio "
primitivo e molto probabilmente unico dei
Semiti " (10).
Com'è
noto, questa tesi fu aspramente discussa.
Non si nega che presso molti popoli sia esistito
un dio El, Ilu, ma si tratta di sapere se
questa divinità si trova presso tutti
i Semiti e se nei tempi primitivi fu l'unico
dio. Provare questo pare difficile.
c)
Monoteismo in una famiglia più ristretta.
- Se manca un monoteismo comune ai
Semiti, non sarà possibile trovare
la fede monoteistica assodata in qualche famiglia
etnica più ristretta? Quando il panbabilonismo
era di moda, gli storici si volgevano necessariamente
alla religione assiro-babilonese, ma le ricerche
fatte non diedero nessun risultato, poiché
nell'Assiria-Babilonia il poli teismo si sviluppò
con una ricchezza impressionante e, sotto
l'influsso sia delle speculazioni sacerdotali,
sia degli eventi politici, s'organizzò
a varie riprese, ge-rarchizzando le divinità
che si credeva componessero il panteon, e
ponendole sotto l'autorità d'un dio
supremo, al quale si rendeva un culto particolare,
che però fu sempre inferiore a una
vera religione monoteistica.
(9)
E. Renan, Histoire generale et système
compare des langues sémitiques, I parte,
Parigi l855> PP- 5-6-
(10)
M. J. Laorange, Études sur les religions
sémitiques, 1 ed., Parigi 1903, p.
70. -
Evidentemente né il P. Lagrange, né
il P. Landersdorfer, citato più avanti,
non interpre
tano razionalisticamente i fatti sui quali
talvolta concordano con i razionalisti, perché
ammettono la rivelazione primitiva e gl'interventi
soprannaturali di Dio nella storia degli
Ebrei.
Si
giunse a costituire delle triadi, una supremazia
politico-religiosa degli dèi venerati
nelle capitali dei regni, per esempio quella
di Marduk o di Assur, a comporre inni e preghiere
in cui le tendenze monoteistiche talora rivestono
le forme d'una fede e d'una fiducia in un
solo Dio. Cosi stando le cose, anche i seguaci
del panbabilonismo rinunciarono a qualsiasi
tentativo di trovare o di costituire un preteso
monoteismo babilonese (11).
c)
Elohismo tra gli Arabi. - Sconfortati
dall'esito delle ricerche sulle antiche civiltà
sumerica e assiro-babilonese (12),
alcuni autori credettero di trovare tra gli
Arabi quanto mancava tra gli Assiro-babilonesi,
rinnovando così, in forma più
particolare e modificata, l'ipotesi di Renan.
G. Brockelmann, ad esempio, sebbene molto
timidamente, propose d'ammettere che tra le
tribù arabe del deserto esistesse un
elohismo di tendenze monoteistiche, propenso
com'è a considerare il deserto quale
culla del monoteismo islamico. Egli afferma
che Allah (Allah und die Golzen. Der Ursprung
des islamischen Monotheismus. in Arch. liei.
Wiss., 1922, pp. 93-121) non è un dio
idolatrico elevato sopra gli altri per potenza
e grado, per il fatto che in tutte le tradizioni
antiche appariva come Dio supremo, creatore
e signore, e non c'è mai una figura
intermedia che lo spieghi. Sia pure, rispondono
altri studiosi, ma può trattarsi d'un
prestito preso, se non dal cristianesimo,
almeno dal giudaismo, che molte tribù
arabe avevano imparato a conoscere.
Parecchi
studiosi tentarono di salvare l'origine "
araba " del monoteismo israelitico, ipotesi
che le tradizioni dell'Arabia antica appoggiano
scarsamente (cfr. J. Wellhausen, Reste arabischen
Heidentums, 2 ed., Berlino 1897), dirigendo
le ricerche su una regione più circoscritta
dell'Arabia, cioè l'Arabia del sud
(13). Basandosi
sui lavori e specialmente sulla monografia
di Nielsen con secrata al dio sabeo Ilmukah:
Die sabarische Gott Ilmukah (Lipsia, 1910),
poi mettendo la patria arranita dei patriarchi
in stretta relazione storica con l'Arabia
meridionale e la penisola sinaitica, il P.
Landersdorfer credette poter giustapporre
antiche credenze monoteistiche con la fede
d'Israele. Fu un brillante fuoco d'artificio,
che presto si spense (14).
(12)
Accanto all'Assiro-Babilonia, l'Egitto era
il secondo centro di civilizzazione nel Medio
Oriente. Recentemente s'è pensato di
far derivare il monoteismo israelitico dalle
antiche religioni egiziane : cfr. Fr. X. Kortleitner,
Aegyptiorum auctorìlas quantum epud
Isra&ilarum instituta sacra pertinuerit,
Innsbruck, 1933. - Óltre gli Egiziani
e gli Assiro-babilonesi, molti altri popoli
penetrarono dal 1800 al 1200 nelle regioni
che formano la cosiddetta " mezzaluna
fertile " (la regione del Tigri, dell'Eufrate
e dell'Oronte) : procedendo da est a ovest
indichiamo iMitanni, gli Urriti, gl'Ittiti,
gli Hyksos,gliAramei. Le credenze religiose
della maggior parte di questi popoli sono
poco note e nessuno di essi sembra doversi
prendere in considerazione.
(13) F. Hommel,
Die altìsraeliiiscke Ueberlisferung
in tnschriftlicher Beleuchtung, Monaco 1897;
Der Gestimdienst der alter Araba und die altisraelitische
Ueberlieferung, Monaco igoi. D. Nielsen, Die
allarabìschen Mondreligian und die
Masaische Ueberlieferung, Strasburgo 1904;
D. Landersdorfer, Die Bibel und die sudarabische
Altertumforschung, MUnster in West. 1920 ;
- Alcuni di questi autori fanno agire l'influsso
arabo attraverso Babilonia, per soddisfare
insieme le esigenze del panbabilonismo e quelle
della Bibbia, che fa venire Abramo da Ur di
Caldea. V. G. Ryckmans, Les religions arabes
préislamiques, in M. Gorce-R. Mortier,
Histoire generale des religions, Parigi 1947,
pp. 307-332.
(14) Sulla questione
delle tendenze monoteistiche dell'Oriente
antico vedi la magistrale sintesi dello studioso
cattolico J. Hehn, Die biblisehe und babylonische
Cotlesidee. Die israelitische GoUesauffassung
im Lichte der altorientalischen Religionsgeschichte,
Lipsia 1913. L'opera fu messa all'Indice e
quindi si deve leggere con le debite riserve
; essa contiene una documentazione d'importanza
capitale, e sul problema del monoteismo israelitico
formula numerosi giudizi, di cui la letteratura
cattolica a questo riguardo continuerà
ancora per molto tempo ad avvantaggiarsi.
2.
Secondo grappo dì spiegazioni. -
Rinunciando all'idea fondamentale di Renan,
un secondo gruppo d'autori cerca di spiegare
lo sbocciare delle credenze monoteistiche
nell'antico Oriente mediante l'influsso che
i culti solari avrebbero esercitato sulle
antiche religioni politeistiche. Infatti è
noto che la venerazione del dio sole fece
sorgere parecchie religioni solari, che instaurarono
tutte quante un certo monismo religioso. Gli
esempi più noti sono quelli dei culti
siriaci, dei quali Franz Cumont tracciò
la storia, e quello del culto di Mitra, il
sol invictus degl'imperatori romani. Nell'antico
Oriente un caso simile di culto solare, forse
altrettanto impressionante, fu il culto di
Aton, il disco solare, che il faraone riformatore
Amenofis IV tentò d'istituire e di
opporre a quello del dio tebano Amon-Ra. Il
tentativo sarebbe stato fatto prima che si
formasse il jahvismo mosaico, e il famoso
inno che Amenofis IV rivolse al sole avrebbe
influito sul salmo CIV (CHI), uno dei più
bei canti religiosi del salterio.
Anche
qui, quando si considerano ì fatti
da vicino e si stringe più da presso
il senso dei documenti messi a confronto,
all'estremo vertice del confronto cessano
le analogie, proprio ove dovrebbe avvenire
l'incontro. Per il culto del dio sole avviene
press'a poco quanto accade per quello della
dèa madre, la grande dea, la dea della
vegetazione: in tutti e due i casi una divinità
naturistica prevalse sulle altre non fino
a sopprimerle, ma fino a dominarle e relegarle
in secondo piano. È naturale che il
sole e la terra madre siano pervenuti a una
tale supremazia, perché si ritrovano
quasi identici presso tutti i popoli e rappresentano
gli elementi della natura con cui l'uomo deve
fare i conti. Sotto alcuni aspetti s'aggiunsero
" i cieli " e divennero anch'essi
il simbolo d'una divinità, la cui religione
ha essa pure un certo andamento monoteistico.
3.
Terzo gruppo di spiegazioni. - Sembra
che in questi ultimi anni la scienza comparata
delle religioni cambi ancora una volta direzione,
lasciandosi ora affascinare dal preteso monoteismo
della letteratura sapienziale, quale si manifesterebbe
soprattutto nella letteratura sapienziale
egiziana. In un recente articolo il prof.
A. Lods elenca i testi principali che occorrerebbe
considerare {Le monothéisme israelile
a-t-il eu des précurseurs panni des
sages de l'Ancien Orienti in Rev. Hist. Philos.
Rei, 1934, t. XIV, pp. 197-205) e da un responso
tra i più categorici: " Nelle
espressioni "Dio", "il dio"
c'è poco più che
un monoteismo verbale, che è soltanto
un lontanissimo avviamento all'idea dell'unità
del divino. L'uso di queste locuzioni nei
moralisti egiziani e assirobabilonesi risponde
esattissimamente a quello dei termini theós
e o tkeós che dai Greci politeisti
erano usati quasi come sinonimi di theoi.
S'ammetterà volentieri che la letteratura
gnomica internazionale dell'antico Oriente
preparò il terreno al movimento profetico
israelitico, diffondendo nell'elite della
nazione idee "levate sulla divinità
e la sua giustizia.
Però
non basta quest'influsso a spiegare la convinzione
categorica che si manifesta con crescente
chiarezza nell'anima dei profeti d'Israele
nei secoli VIII-VII-VI riguardo al carattere
unico e universale del Dio che si era rivelato
a loro, convinzione che arrivò a esprimersi
in formule chiarissime: "Jahvé
è Dio e non ce ne sono affatto altri".
Gli dèi delle nazioni "non sono
dèi". "Lo giuro sull'onor
mio, dice Jahvé:
Ogni
ginocchio si piegherà davanti a me
e ogni lingua giungerà per il mio nome.
Le isole spereranno in me" ".
4.
Quarto gruppo di spiegazioni. - Altri
autori si limitano ad appellarsi alle tendenze,
dette enoteiste, d'ogni vita religiosa un
po' intensa, cioè il bisogno che ha
un'anima religiosa di fare una scelta tra
le divinità che le si presentano e,
data la preferenza, di limitare ad essa il
proprio orizzonte religioso. Per appoggiare
queste tendenze si citano volentieri i nomi
teofori, che insistono sul carattere veramente
trascendente d'una divinità particolare,
o che la esaltano come la divinità,
diremmo unica, di colui al quale venne dato
il nome. Così questi nomi accadici:
Iluma-Nushu (Nusku è davvero dio),
Ea-ma-ilu (Ea è il mio dio), l-li-ma-ilum
(il mio dio è dio), llu-shu-ma (lui
soprattutto è dio), Mannum-kima-ilija
(chi è come il mio dio?). Si dice essere
sufficiente che la riflessione filosofica
rinvigorisca queste tendenze, oppure che la
volontà unificatrice d'un re o d'un
collegio di sacerdoti se ne impadronisca,
perché risulti nel modo più
naturale un monoteismo almeno allo stato embrionale.
Questa
teoria è insufficiente quanto le ipotesi
rivali, lasciando sempre da spiegare perché
in realtà queste tendenze siano riuscite
soltanto in Israele, mentre altrove fallirono
dovunque. Inoltre i migliori assirologi negano
che tali formule ed esclamazioni esprimano
un reale monoteismo, perché al massimo
fissano temporaneamente ed esclusivamente
l'attenzione dei fedeli sopra una divinità,
che cercano di esaltare per un momento, onde
attirare la sua attenzione sulle preghiere
con cui viene assediata: B. Gemser, Die Beteekenisder
Persoonsnamen voor onze Kennis vati het Leven
der onde Babyloniers en Ai-syriers, Wageningen,
1924. Insomma soltanto il monoteismo israelitico
seppe tenersi al riparo dalla credenza nelle
idee associate nella suprema dignità
e resistere all'attrattiva quasi generale
di elaborare le triadi divine. Le scoperte
dei testi archeologici di Ras Shamra-Ugarit
hanno messo in una luce tutta nuova l'ammirabile
trascendenza della religione d'Israele, in
contrasto con le speculazioni mitologiche,
di cui si dilettavano gli antichi cananei.
Conclusione.
- Come si vede, i risultati della nostra inchiesta
sulle origini del monoteismo israelitico sono
sfavorevoli alle ipotesi della storia coniparata
delle religioni, poiché nessuna di
esse risolve il problema. Il monoteismo israelitico
si presenta allo storico con caratteri che
portano il segno indelebile della sua origine
specificamente israelitica e che, posta la
trascendenza del fenomeno, postulano una causa
divina (15).
§
4. - II Messianesimo.
Difficoltà.
- A chi lo intraprende impreparato, lo studio
delle credenze messianiche riserva molte sorprese
e delusioni. La maggior parte dei manuali
di storia sacra abitua i lettori a credere
che tra le predizioni dell'Antico Testamento
e la loro realizzazione nel Vangelo e nella
Chiesa ci sia una corrispondenza lampante
come in un'equazione matematica; invece ci
si avvede ben presto che cosi non è.
Chi non ricorda lo sbalordimento degli studenti
di teologia o dei laici colti che cominciano
a leggere la Bibbia e prendono il primo contatto
personale con i vecchi e oscuri testi? Hanno
l'impressione che gli unici elementi chiari
mirino alla restaurazione temporale della
dinastia davidica, alla ricostruzione della
città regale di Gerusalemme e del suo
santuario e, alle volte, ma in sottordine,
a ristabilire il sacerdozio levitico; però
nessuno di questi elementi si è realizzato.
Princìpi
per una soluzione. - Le difficoltà
che ci vengono opposte sono reali e i commentatori
che si rifiutassero di attenuare l'esegesi
delle profezie messianiche rivendicando ai
testi, che le contengono, un avveramento matematicamente
esatto, falserebbero il senso delle predizioni
e imporrebbero all'apologetica un compito
impossibile.
Nei
nostri studi sui profeti israeliti ci siamo
proposti di apportare alcuni schiarimenti
allo sconcertante problema in pagine che vennero
accolte favorevolmente. Quindi ci permettiamo
di rimandarvi il lettore che vuole avere un'esposizione
completa della questione. Qui bastino alcune
spiegazioni generali (16).
1.
- Prima di tutto e soprattutto teniamo sempre
presente che il compimento delle profezie
messianiche riguarda la loro sostanza, non
quello che abbiamo chiamato l'involucro contingente.
Non è sempre facile distinguere tra
il fondo del messaggio profetico e l'involucro
letterario convenzionale che lo ricopre; ma
non ci venga rivolto il rimprovero di procedere
arbitrariamente e aprioristicamente, solo
alla luce degli eventi dell'economia cristiana,
moven doci in un ampio circolo vizioso; proprio
l'Antico Testamento a chi lo sa leggere offre
i criteri necessari al discernimento.
(15)
Si leggano anche le conclusioni di W. L. Wardijj,
The OriginsofHebrewMonotheism, in £"ite:Ar.
Alti. Wiss., 1925, t. n, pp. 193-209; e Fa.
X. Kortleitner, Quaestiones de Velcri Testamento
et comparativa rdigionum historia recentiorc
aitati proposito:, Averbode (Belgio) 1925;
Formai cullus mosaici cum ceterìs religionibus
orientis antiqui comparatae, 3 ed., Inosbruck
1933. Th. H. Meek, autore non sospettabile
di pregiudizi pretesamente dominatici, rigetta
anch'egli le spiegazioni religionistiche del
monoteismo ebraico: Hebrew Orìgins,
New-York 1936, pp. 176-191.
(16) Les prophètes
d'Israll. I. Le prophétisme en Israll.
Les prophètis orateurs, 2 ed., Dessain,
Malines 1933. Uscirà presto un nuovo
volume sul Messianismo.
2.
- In secondo luogo il carattere frammentario
delle profezie messianiche è un fatto
evidente, essendo l'economia della Legge antica
come un prisma cristallino, che divide e diffonde
i raggi luminosi della rivelazione. Nei vecchi
testi il Messia appariva sotto vari lineamenti;
sono aspetti diversi che si tratta di far
convergere in una stessa immagine. Come le
plance a colori, i lineamenti del Messia non
furono stampati tutti insieme e certe visioni
furono riscritte varie volte, tanto che la
considerazione del loro insieme urta contro
le inevitabili difficoltà create dalla
lettura d'un palinsesto. Però un'esegesi
sobria e severa dei principali testi messianici
permette di tracciare un quadro con lineamenti
d'incomparabile grandezza, di cui il cristianesimo
è l'immagine fedele. Nella sintesi
delle profezie si tratta prima di tutto dell'avvento
d'un regno spirituale di Dio, che si compirà
attraverso la pacifica predicazione del monoteismo
ai gentili e assicurerà il perfezionamento
del giudaismo, dandogli un irraggiamento religioso
mondiale e definitivo; in secondo luogo si
tratta del compito missionario, che nella
conquista del mondo pagano spetterà
a un luogotenente di Jahvé: l'unto,
l'eletto, il prediletto, il figlio di Dio:
il Messia. Inoltre pare che almeno uno dei
veggenti d'Israele, riflettendo sulle sofferenze
che erano divenute e dovevano divenire la
proprietà dei suoi compatrioti, sul
calco del suo popolo concepì l'eletto
di Jahvè come un martire e quindi autore
della miracolosa e pacifica conversione del
mondo pagano, mediante la predicazione e l'efficacia
della sua passione e della sua espiazione
vicaria.
Il
messianismo, come la fede monoteistica, concepito
sopra un piano spirituale e morale, si presenta
come un fatto unico nella storia religiosa
dell'Oriente antico, con un'unicità
cosi notevole da postulare un'origine specificamente
israelitica. Come da un lato le risorse dell'anima
israelitica o quelle della terra di Canaan
non offrono alcuna spiegazione naturale e,
dall'altro lato, siccome la storia ha autenticato
le visioni apponendo il sigillo del compimento,
l'unicità del messianismo trova tuttora
la sua migliore spiegazione nella natura divina
del fatto che lo provocò, cioè
nel carisma della vera profezia, nel soffio
dello Spirito Santo.
Abbiamo
detto che il messianismo nella storia religiosa
dell'Oriente antico è un fatto unico
e trascendente, e l'insufficienza delle spiegazioni
puramente razionali è ancor più
evidente che nel caso del monoteismo. Le speculazioni
iraniche, alle quali un tempo s'appellavano
i wellhausiani, non sono più seguite
nemmeno dalla critica indipendente, poiché
si vide che esse furono importate troppo recentemente
nella terra d'Israele. Le visioni assiro-babilonesi
sul futuro, recentemente analizzate dalla
scuola Gunkel-Gressmann, o le speranze di
salute attestate nella letteratura dell'antico
Egitto, sulle quali volle insistere Ed. Meyer,
sono anch'esse troppo distanti dalle credenze
d'Israele e anche troppo politiche e materiali,
perché vi si possa scorgere una mutua
dipendenza. Siccome la sostanza dell'escatologia
israelitica ha l'impronta del sigillo jahvistico,
bisogna trovarne la spiegazione nello stesso
Israele e nella religione di Jahvé.
La necessità d'un'interpretazione jahvistica
in questi ultimi anni è stata riconosciuta
da esegeti di buona fama, come E. Sellin,
L. K. Bleeker, S. Movinkel. Per giungere a
concludere che occorre una spiegazione soprannaturale
c'è ancora da fare molta strada, che
però è accessibile. La spiegazione
soprannaturale
si può valere d'una serie di verosimiglianze
convergenti, che sembrano darci una certezza
morale (17).
§
5. - L'origine del decalogo.
Opinione
di Loisy. - Nella sua storia de La
religion d'israèl (3 ed., Parigi, 1983,
pp. 210-212) Alfredo Loisy afferma: "Anche
se la data è molto discussa, il decalogo
tradizionale, che venne raccolto nel documento
elohistico dell'Esateuco e riprodotto nel
Deuteronomio, non pare anteriore all'esilio.
Contro i superstiti difensori dell'origine
mosaica di questi precetti, si fece giustamente
valere che il divieto delle immagini non conviene
assolutamente all'epoca del deserto, in quanto
superfluo nonché il fatto che i Giudei
prima della cattività pare abbiano
ignorato il sabato ebdomadario. Tolte le glosse
che lo sovraccaricarono, il nostro decalogo
era concepito in questi termini:
"Io
sono Jahvè, tuo Dio,
che
ti ha tratto dal paese d'Egitto,
dalla
casa degli schiavi.
Non
avrai altri dèi fuori di me.
Non
farai immagine scolpita.
Non
pronuncerai colpevolmente il nome di Jahvé,
tuo Dio.
Pensa
al sabato per santificarlo.
Onora
tuo padre e tua madre.
Non
ucciderai.
Non
sarai punto adultero.
Non
ruberai affatto.
Non
porterai affatto la tua testimonianza contro
il tuo prossimo.
Non
bramerai affatto la casa del tuo prossimo".
Cinque
precetti sono religiosi, essendo anche il
rispetto dei genitori parte della religione;
cinque sono di morale sociale. Le proibizioni
religiose riguardano la superstizione delle
immagini e l'uso magico del nome divino. Non
ci sono prescrizioni rituali, eccetto che
si prenda come tale quella del sabato. E non
si parla d'altro, perché nel corso
ordinario della vita il giudeo comune poteva
non avere altro obbligo rituale esteriore
oltre quello del riposo sabatico. Ma questo
punto di vista non conviene ai tempi anteriori
all'esilio ".
Come
si vede, i rilievi riguardano l'origine posteriore
all'esilio del decalogo, anche se formulati
con molta esitazione e molte riserve, mentre
appare riconosciuta la grandezza del codice
morale.
Nuove
posizioni dell'esegesi non cattolica del Vecchio
Testamento. -
Noi
crediamo die anche sul capitolo delle origini
del decalogo l'esegesi non cattolica del Vecchio
Testamento tenda a riavvicinarsi alle posizioni
tradizionali, come prova un recente articolo
dedicato a questo proposito da W. E. Barnes,
di cui vogliamo riprodurre l'essenziale, che
apre nuove vedute sulla questione e prova
che ci si va liberando sempre più dall'ortodossia
wellhausiana (18).
Riportando il problema delle origini del decalogo
nel suo contesto storico tradizionale, cioè
nell'opera legislativa di Mosè, Barnes
formula due domande: Lo Sotto il cumulo dei
testi che formano l'attuale Pentateuco, possiamo
trovare gli antichi codici delle leggi che
risalgono allo stesso Mosè. 2.0 In
caso affermativo, come si spiega che qest’opera
di Mosè ci venne conservata, malgrado
il pericolo dei giudici, che segna la decadenza
religiosa del popolo d'Israele? In altre parole:
per quali vie si conservò il mosaismo
e si trasmise di generazione in generazione
da Mosè fino ad Elia tesbite? Si può
trovare nel mosaismo un principio di vita,
d'una forza immanente, che rese possibile
questa prodigiosa conservazione? Barnes pensa
di poter così rispondere: A Mosè
risalgono almeno entrambe le due sezioni del
Pentateuco, che vengono presentate come emanate
da Jahvé e scritte dal Signore stesso
sopra tavole di pietra, cioè il decalogo
morale ed elohistico di Es. XXIII, e il decalogo
rituale e jahvistico di Es. 34, 10-27, documento
questo che, come si ricorderà, venne
segnalato per la prima volta verso il 1800
all'attenzione degli esegeti dal poeta Goethe.
(17)
E' il famoso argomento della convergenza,
al quale il Card. Newman s'appella in An Essay
ut Aid ofa Grommarof Assali, nuova ed., Londra
1903, pp. 293, 319-330,410-412. Esiste
una trad. it. dal titolo Filosofia della religione,
Guanda, Modena 1943.
Barnes
conclude che i due documenti hanno origine
mosaica. L'attuale redazione non
rappresenta più con esattezza quella
ricevuta dal legislatore degli Ebrei; ma la
forma primitiva è ancora discernibile
e si scopre non appena tolgono dal testo attuale
alcune addizioni e amplificazioni evidenti,
specialmente i passi che presuppongono la
vita sedentaria e agricola degli Israeliti.
La recensione primitiva concepita unicamente
per un popolo di nomadi e di pastori, poiché
il tenore primitivo del decalogo morale non
tien presente il possesso dei campi coltivati,
né quindi i lavori agricoli. A prima
vista il decalogo cultuale pare avere un'altra
origine, ma le rare allusioni al lavoro agricolo
ivi contenute si spiegano in funzione delle
abitudini d'un popolo seminomade, come possiamo
pensare il popolo d'Israele al tempo dell'Esodo.
D'altronde il secondo comandamento, che proibisce
di fabbricare idoli, e il quarto, che prescrive
di osservare il sabato, quadrano bene col
contesto storico dell'opera di Mosè.
Se si ammette, com'è necessario e doveroso,
che tutto lo sforzo di Mosè consistette
nel separare Jahvé dalle divinità
della terra di Canaan, si capisce perché
abbia rifiutato al Dio degli Ebrei ogni forma
corporea e sensibile. L'istituzione del sabato
è anteriore non solo a Neemia, ma anche
ad Ezechiele, Geremia, Amos e può servirle
come cornice storica la reazione contro l'oppressione
egiziana.
È
vero che molti autori pensano che la predicazione
dei profeti escluda l'origine antica del decalogo
morale, ma i testi profetici, giustapposti
dai well-hausiani ai precetti del decalogo,
sono più un'eco che un primo abbozzo
di essi.
La
religione enunciata in germe nei due codici
mosaici è quella magnifica e trascendente
dei profeti scrittori del secolo VIII, che
inculca l'unicità di Jahvé,
come pure il suo carattere morale e trascendente.
Sul piano secondario dell'organizzazione questa
religione si concreta in una serie di precetti,
che inculcano sia la purezza rituale e sia
il sentimento della dipendenza assoluta dei
fedeli da Dio: proibizione di offrire pane
lievitato, ordine di votare a Jahvé
i primogeniti e le primizie, di osservare
il sabato e di fare i tre pellegrinaggi annuali.
(18)
The Mosaic Religion, in Theobgy, 1935, t.
set, pp. 6-17.
Ma
se l'opera di Mosè s'impose al popolo
coll'insegnamento elevato, il valore unico
della sua morale e con l'imponente insieme
delle prescrizioni religiose, come spiegare
da una parte l'eclissi di quest'opera dopo
la conquista di Canaan, e d'altra parte la
sua conservazione in una nazione che aveva
traviato? Prima di tutto il fatto della sua
conservazione è forse meno straordinàrio
di quanto sembri a prima vista, oppure, se
prodigio c'è, il miracolo dipende proprio
dal carattere prodigioso dell'opera mosaica
stessa. Il contenuto della rivelazione mosaica
era tanto trascendente (" Jahvé
è il tuo Dio, è un Dio unico,
egli solo è Dio ") e cosi meravigliosa
era la liberazione d'Israele operata da questo
stesso Dio, che il ricordo della rivelazione
e dei suoi contorni storici non si potè
cancellare dalla memoria degli Ebrei, ai quali
restò presente e vivo tale ricordo
che, come un'idea forza, non cessò
di suscitare la fiducia in Jahvé, di
assicurare a Jahvé la fedeltà
del suo popolo, di far sbocciare le più
grandiose visioni sull'avvenire.
Non
possiamo poi identificare tutto Israele con
alcune bande guerriere e selvagge, che diedero
l'ultima mano alla conquista definitiva della
Palestina, guidate da Ehud, Gedeone, Abimelec,
Jefte e Sansone. Il Barnes dice che vi furono
it due corridoi oscuri " per i quali
il mosaismo da Mosè giunse fino a Elia,
sfociando nella magnifica chiarezza della
predicazione dei profeti dei secoli vili e
vii: le persone 0 classi di persone esistenti
dopo Mosè, che si dedicavano a conservare
e trasmettere le credenze e le istituzioni
jahvistiche, cioè le comunità
religiose dei Recabiti e le corporazioni dei
profeti di professione. Parecchie di tali
comunità s'erano stabilite nella Transgiordania,
nella terra di Basan, di Gilead e di Moab,
e ci rivelano il corridoio che il Barnes chiama
territoriale, dove il mosaismo si rifugiò
nel tempo della decadenza religiosa. Ex oriente
lux, conclude in modo certo originale l'articolo
di Barnes. Le migliori forze jahvistiche e
i più coraggiosi rappresentanti del
jahvismo si rifugiarono in Transgiordania,
dove il mosaismo costituì le sue riserve
e donde, sulle tracce d'Elia, d'Eliseo e dei
loro discepoli, si lanciò alla conquista
della Palestina cisgiordanica, rinnovando
nell'ordine spirituale, e dopo parecchi secoli,
il piano conquistatore già attuato
da Giosuè e dai Giudici d'Israele nell'ordine
politico. Per confermare la sua ipotesi l'autore
richiama l'attenzione sulle tradizioni deuterocanoniche,
le quali tutte conservarono il ricordo dell'importanza
spettante alla Transgiordania nell'elaborare
e conservare l'opera mosaica: Dt. 1,5; 4,41-42.
44. 46.
Queste
vedute del Barnes sull'opera di Mosè
pensiamo possano interessare l'apologetica
cristiana. D'altronde rispondiamo volentieri
all'appello di quest'autore, onde accordare
maggior importanza alla Transgiordania nella
storia d'Israele.
L'influsso
che più tardi esercitarono le capitali
dei due regni cisgiordanici, cioè Samaria
e Gerusalemme, e il fatto che la maggior parte
delle tradizioni letterarie proviene da questi
ambienti, ci nascondono la parte avuta dalle
regioni d'oltre Giordano, e forse è
bene rettificare il punto di vista storico,
contemplando la storia degli Ebrei non soltanto
dalle colline della Giudea o di Efraim (19).
(19)
V. la posizione della critica riguardo alle
leggi di Mosè in: J. Coppens, Histoire
crìtique des Lìares de l'Ancien
Testoment, 3 ed., Bruges-Parigi, Desclée
de Br. 1948 ; nuova ed. 1948.