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Pio XII la "leggenda nera"

Il caso

Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

i miracoli di gesu'

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

PARTE QUINTA. - I MIRACOLI DI GESÙ CAPITOLO I. - IL PROBLEMA FONDAMENTALE

Esiste il naturale?

- Tolti i teorici dell'idealismo puro, tutti sono fermamente convinti che esiste un universo naturale, e ci credono perché sono persuasi d'averne prove convincenti.

Non parlo soltanto dell'universo fisico e attuale, di quello che ci attornia ed è percettibile ai sensi; ma intendo anche il passato e l'avvenire, dato che generalmente accettiamo le conclusioni degli storici seri e le predizioni degli astronomi competenti; sicché, oltre la realtà visibile, gli uomini credono generalmente a molte realtà invisibili. L'uomo moderno ha creduto nella radio con docilità perfetta e perfino con una certa fretta; adopera il ricevitore senza conoscerne il meccanismo e le leggi e senza essere capace di difendere una teoria al riguardo e di costruire una stazione trasmittente perfezionata. A dire il vero queste realtà non gli sono completamente invisibili, poiché vede le cause e gli effetti di queste " onde misteriose ", delle quali calcola la lunghezza. Ma tutto ciò è materiale.

Nella natura esistono anche esseri spirituali? Anime umane, anime di defunti, spiriti puri e, sopra tutti, Dio?

Un tempo ci credevan tutti, se ne parlava, se ne teneva conto; le antiche civiltà erano animate da tali concetti. Come il musulmano, sempre in lotta contro qualche djinn nascosto sotto la soglia della sua porta, l'uomo viveva con gli occhi rivolti ai suoi dèi. Il mondo moderno, anche se meglio attrezzato che in qualsiasi altro tempo per fare la ricerca sull'esistenza dell'anima e di Dio, preferisce non pensarci troppo. Il materialismo invade le nostre regioni, ma lo spiritualismo conduce un? vittoriosa controffensiva.

Esiste il soprannaturale?

- L'uomo ha due mezzi per rispondere: credere a chi offre buone ragioni prò o contro, o fare egli stesso l'esperienza che riterrà concludente o meno.

La risposta che si darà alla questione presente è estremamente importante per la salute dell'individuo e della società. Noi cristiani cattolici, che abbiamo tutti quanti la fede (anch'essa soprannaturale) nella realtà d'un mondo soprannaturale, siamo i primi a riconoscere che se, per un caso impossibile, fossimo nell'errore, la nostra condizione sarebbe peggiore di quella degl'increduli, e la nostra esistenza sarebbe perfino un flagello per gli altri uomini; non perché saremmo nocivi ai nostri fratelli (è noto che per noi la regina di tutte le virtù è la carità, fuoco infinitamente soave a chi lo possiede e benefico a chi lo incontra), ma perché qualsiasi propaganda d'uno stato morbido è nefasta. Mi spiego: l'oppio (il paragone viene dai nostri avversari) piace di certo a chi lo usa, ma bisogna astenersene; perciò è immorale venderlo, almeno senza controllo e in quantità troppo grande. Cosi la religione, si dirà, e soprattutto quella cattolica, è un oppio che conserva la capacità di soffrire sulla terra; perciò bisogna lottare contro simile calamità.

La risposta cattolica. - Io dico che noi, cattolici convinti, sentiamo più vivamente di chiunque la tragicità della questione se esista il soprannaturale, come attesta il grido di San Paolo: "Se il Cristo non è risorto, noi siamo i più infelici degli uomini".

In realtà quello che noi esaminiamo non è un soprannaturale qualsiasi, ma è " definito ", benché sia una partecipazione all'Infinito. Il catechismo ne da la sostanza a ogni spirito desideroso di conoscerlo dal di fuori; la fede teologale mette lo spirito umano in contatto con esso; la carità mette la volontà proprio nel centro di questo soprannaturale; la grazia abituale vi immerge l'anima e di qui comincia la vita soprannaturale, destinata normalmente a perfezionarsi nella gloria eterna, lo stato di gloria concreto e cosciente, dell'anima e del corpo di ciascuno, nonché del mondo intero. Chi muore privo della grazia, non può acquistare lo stato di gloria, si danna; la sua anima va all'inferno e il corpo risorgerà per " andare nel fuoco eterno ".

Se tutto questo è falso, il cattolico si culla in una speranza fallace e il suo vicino, che non ha da temere l'inferno, fa bene a prendere la vita presente cosi come viene, cercando con tutti i mezzi, onesti e disonesti, di trovare il suo paradiso sulla terra.

Ma ho detto : " Se per un caso impossibile... ", poiché è ormai impossibile che il soprannaturale non esista. Dio creò la natura e poteva benissimo fermarsi qui, ma è un fatto che qui non s'è fermato.

" È un fatto " e non resta che inchinarsi, non per salutare rispettosamente e continuare la propria strada, ma per passare dalla porta stretta, che immette nella via stretta, la quale conduce alla vita.

Questo fatto è intimamente connesso con la persona di Gesù; in un certo senso il fatto è la stessa persona di Gesù.

Anche qui il cattolicesimo è formale. Gesù è là " seconda persona " della divina Trinità, s'è incarnato quasi duemila anni fa; insegnò la vera dottrina indispensabile alla vera felicità d'ogni uomo; mori sopra una croce alle porte di Gerusalemme; morì vittima per espiare i peccati; resuscitò e salì al cielo; istituì l'Eucaristia, che lo contiene realmente; ritornerà a giudicare i vivi e i morti.

Di tutto questo abbiamo una certezza assoluta, che poggia non già sopra un'evidenza personale, né su fallaci argomenti, ma sull'autorità di Dio stesso. Perché la nostra fede soprannaturale ci possa condurre all'errore bisognerebbe o che Dio avesse voluto ingannarci (perché ha proprio detto tutte quelle cose che ora sono nel catechismo), oppure che, senza volerci ingannare, si sia ingannato Egli stesso.

La testimonianza di Gesù. - Gesù disse tutto questo ai suoi apostoli, ed essi lo hanno ripetuto ad altri che credettero come loro, facendo cosi parte della Chiesa. Ma quella di Gesù non è la parola di un semplice uomo: è la parola del Padre suo, la parola di Dio.

Mi si obbietta che questa è soltanto l'ipotesi. E sia, se cosi piace; ma vi risponderò con Gesù a quelli che lo ascoltavano senza credergli: " Se non accettate la mia dottrina per quello die è, cioè semplice esposizione in un linguaggio umano d'una dottrina che ho ricevuto da tutta l'eternità in una lingua divina, credete alle opere, cioè riconoscete che le opere (le quali d'altronde traducono in grandi caratteri la mia dottrina orale) hanno origine divina, e quindi, volenti o nolenti (ma sarà sempre volontariamente, perché il Padre mio attira con grande soavità tutti quelli che vengono a me), vi metterete alla mia scuola, se non volete essere ribelli alla divina Provvidenza ".

Gesù attesta, e non fa che questo. Egli non ricusa ciò che siamo in diritto di attendere da un testimonio: attesta in mille modi, ha fatto milioni di copie della lettera che lo accredita; perciò occorre credere a tutto il contenuto del messaggio orale, nel quale dice che Colui che l'ha mandato, lo incaricò di farcelo conoscere. Gesù assolse la sua missione, che emana da un amore misericordioso e infinito, e la continuò anche a costo di rimetterci la vita. " D'altronde, egli dice, si tratta della mia vita: il Padre mi ha mandato a rendere testimonianza alla verità, e il contenuto più commovente della vita eterna è che io sono il vostro buon pastore e che sarò felice nel dare la vita per tutte le mie pecorelle. Se non volete rimanere nel mio gregge, andatevene; ma sappiate che il regno di Dio ad ogni modo verrà, e beati quelli che vedono e intendono ciò che voi non volete né vedere né intendere ". '

Gesù si presenta come il più grande benefattore dell'umanità. Non malgrado o contro Dio, come sognò d'essere Stalin, " l'uomo d'acciaio ", ma obbedendo fino alla morte e alla morte di croce, con dolcezza e umiltà a quanto il Padre suo e nostro, Dio suo e Dio nostro, gli ha assegnato come compito, aspettando il futuro sommamente glorioso per lui e per i suoi discepoli, chiamati anch'essi a portare il peso della sua croce e della sua gloria.

Atteggiamento della critica indipendente. - Chiunque voglia pensare rettamente e avvicinarsi alla verità, deve diffidare, come davanti a un vespaio, dei lavori dei critici che si dicono " indipendenti ", poiché sono tutti in disaccordo e la verità non è un'integrazione di proposizioni contrarie; deve diffidare soprattutto perché l'intesa, che crediamo di constatare nel campo della cosiddetta critica indipendente, dipende interamente da un pregiudìzio filosofico e dalla falsa applicazione d'un valido princìpio di critica storica. Prima di vedere il pregiudizio e il principio giusto, devo avvertire die la formula è del P. Lagrange (1), die la usò solo parlando della composizione del secondo Vangelo. Si vedrà se ho ragione di allargare queste riflessioni a tutta la critica neotestamentaria.

(1) Et. selon saint Mare, 4 ed., p. L e LI.

Continuo quindi la citazione: ali pregiudizio è che il miracolo sia impossibile. Wrede prende apertamente l'impossibilità del miracolo come criterio per discernere quello die può essere storico, e quindi quello che può essere raccontato da un testimonio degno di fede ".

... "Ecco il principio giusto, che viene malamente applicato: la stessa storia della Chiesa, studiata sinceramente, prova che la riflessione sviluppa il dogma e che i racconti miracolosi su un dato tema vanno sempre aumentando. I conservatori hanno il torto di non tenere abbastanza conto di queste leggi del pensiero e della storia; i critici radicali di applicare queste leggi dello sviluppo perfino alla nascita del germe. I miracoli si vanno moltiplicando, ma i miracoli degli apocrifi suppongono miracoli bene accertali [il corsivo è nostro]. Occorre qualche tempo perché il dogma prenda un certo aspetto; sia pure, ma qual è il dogma primitivo? Il dogma si sviluppa più 0 meno presto, ma nasce sotto una certa forma, e dal fatto del suo sviluppo non è permesso- condudere die è nato in uno stato impercettibile. È un fatto storico, ripetuto molte volte, che un uomo può essere riconosciuto come dio l'indomani della sua morte, passando, senza fasi intermedie, dal rogo agli onori dell'apoteosi. Anche in questo caso il tempo non conta nulla. Dieci o cinquant'anni ordinariamente non aggiungeranno nulla, oltre un raffreddamento generale, al culto decretato dall'entusiasmo. La storia, come tale, non ha assolutamente nulla da obiettare che Gesù sia stato riconosciuto dai suoi discepoli come Dio. In nome della coscienza morale possiamo solo esigere che il giudizio pronunciato dagli apostoli si sia basato su fatti constatati, che essi, in qualche modo, abbiano toccato il soprannaturale col dito. Se fin dal primo giorno gli apostoli predicarono la resurrezione, il miracolo si trova già alle origini; ed essi potevano accettare l'evidenza di tutto questo solo se avevano già conosciuto Gesù come l'autore dei miracoli segnalati. Quando la critica rifiuta di riconoscere al Vangelo di Marco un carattere primitivo, perché è il Vangelo di Gesù Cristo Figlio di Dio, erra realmente, non solo contro la testimonianza di Marco, ma anche contro quella dei primi Apostoli; e quando dichiara certe parti secondarie perché sono miracolose, sostituisce i propri criteri all'analisi letteraria, cioè i pregiudizi degl'increduli del secolo ventesimo ".

I miracoli del Nuovo Testamento. Loro convenienza. - Per comodità di discussione, tralasciamo la distinzione tra il miracolo (opera di Dio solo), il meraviglioso (opera d'un angelo o d'un demonio) e il prodigioso (opera della natura 0 d'un uomo di genio).

La critica razionalista rigetta il valore storico del Nuovo Testamento perché contiene miracoli; e allora perché non rigettare anche i documenti profani che ne contengono altrettanti, se non di più? Essa distingue il fatto storico dal suo abbellimento leggendario. Bene! ma faccia lo stesso per il Nuovo Testamento. Hanno fatto la prova ed è fallita! Volendo scartare quello che credevano argilla, col piccone urtarono contro blocchi squadrati che sostengono l'edificio. I miracoli del Nuovo Testamento sono molto diversi da quelli della letteratura prolana. Vediamo Gesù (Giovanni Battista non fece miracoli), Pietro e Paolo fare prodigi davanti al popolo per suscitare o confermare la fede. Siccome la religione cristiana è soprannaturale, era conveniente che il suo insegnamento venisse confermato da segni soprannaturali. Questi miracoli hanno ottenuto questa fede; il loro racconto ebbe ed avrà lo stesso risultato.

Anche nell'ipotesi che il Nuovo Testamento non racconti nessun miracolo, noi diremo che storicamente è verisimile che Cristo e gli apostoli abbiano fatto miracoli, che in qualche modo sono necessari per autorizzare simile dottrina e indispensabili per spiegare la fede e l'entusiasmo che hanno ottenuto.

Essendo i nostri documenti storici degni di questo nome, accettiamo quanto contengono, compresi i miracoli, a motivo delle condizioni in cui questi furono operati. La buona Novella ci viene annunciata dall'Inviato di Dio, che la conferma con miracoli: io constato e m'inchino. Qui, come sempre, il miracolo aiuta a discernere la dottrina e dimostra che essa è divina; la dottrina poi aiuta a discernere il miracolo e lo rivela autentico.

L'Incarnazione e la Redenzione segnano l'apogeo dei benefici di Dio; la Resurrezione di Cristo e i miracoli, che ne sono come la via lattea, convengono allo stabilirsi definitivo del culto di Gesù crocifisso. L'intervento divino con i miracoli normalmente accompagna il grande intervento di Dio, che s'inserisce personalmente nella lista dei personaggi storici.

CAPITOLO II - I MIRACOLI DEL VANGELO

Prendiamo coscienza del fatto storico: gli scritti evangelici includono racconti miracolosi. Prima considereremo la materialità di questi fatti: i miracoli nel Vangelo; poi ne studieremo il valore, appellandoci al miracolo in generale; infine vedremo quale portata assumono i miracoli, che sono il segno della messianità di Cristo e, più ancora, della sua divinità incarnata.

§ I. Il fatto: i miracoli nel Vangelo.

Numero e classificazione. - Gli evangelisti attribuiscono miracoli a Cristo, cioè fatti meravigliosi, raccontati per se stessi, o allusioni a molti fatti analoghi, che in qualche modo determinano l'atmosfera entusiasta od ostile, in cui si svolge il dramma evangelico.

Ecco, senza volerne dare l'elenco completo, alcuni di questi passi: Mt., 4, 23-25; 8, 1-17, 22-34; 9, 2-8, 18-33; 12, 9-13, 22-23; 14, 14-36; 15, 22-38; 17, 14-18; 19, 2; 20, 29-34; 21, 14; Me, 1, 23-34, 40, 45; 2, 1-12; 3, 11-12; 4, 35-41; 5, 143;

31-56; 7, 25-37; 8, 1-10; 9, 14-28; 10, 46-52; Le, 4, 3341; 5, 12-26; 6, 6-10, 17-19;
1-16. 21; 8, 2. 22-56; 9, 11-17. 3743; 13, 10-17; 14, 24; 17, 12-19; 18, 3543;
Gv., 2, MI. 23; 4, 49-51. 54; 5, 2-17; 6, 1-21; 7, 31; 9, 141; 11, 1-44. 47; 12,
37; 20, 30, ecc.
I termini usati più spesso dagli evangelisti a indicare questi fatti sono: prodigi: tirata; fatti meravigliosi: taumdsia (Mt.); fatti straordinari: pura-doxa (Le); forze: dundmeis; segni: seméia; opere: èrga (Gv.).

Possiamo enumerare e classificare questi diversi miracoli: T. W. Wright in Hastings Dictionary of Christ and thè Gospels (1) da quarantun miracoli come appartenenti a Cristo; CI. Fillion (2) ne enumera soltanto trentanove. Su quest'ultima cifra si può notare che uno solo è riportato dai quattro evangelisti, tredici da tre, sei da due, venti sono particolari all'uno o all'altro. Il P. de Grandmaison (3) ne conta ventiquattro in San Matteo, ventidue in San Marco, ventiquattro in San Luca e nove in San Giovanni. Notiamo di passaggio l'accordo e l'indipendenza relativa delle nostre fonti: nessun evangelista pretese d'essere completo e ciascuno ha seguito le proprie informazioni e i suoi piani personali.

(1) Londra, igo8.
(2) Les miracles de M. S. Jesus Christ, Parigi .
(3) Jesus-Christ, t. II, p. 317.

Si può fare una classificazione dei miracoli, che rivela quanto essi siano straordinari: miracoli di creazione (moltiplicazione dei pani, trasformazione dell'acqua in vino), miracoli sulle forze della natura (tempesta sedata, cammino sulle acque, pesca miracolosa), resurrezione dei morti, cacciata dei demoni, guarigioni da malattie corporali; tra queste c'è una grande varietà: venti miracoli si riferiscono a infermità, come cecità, sordità, mutismo, febbre, lebbra, paralisi totale o parziale, emorragia, idropisia, ferite, ecc

Si deve anche notare il modo usato da Gesù nel guarire: alle volte basta il gesto o la parola; più spesso c'è l'imposizione delle mani sull'infermo o il contatto con la parte malata; due volte si serve della saliva; infine qualche volta Gesù alza gli occhi al cielo in segno di preghiera.

È evidentissimo che questi modi per se stessi non hanno alcun influsso fisico sul male; sono soltanto segni o simboli; il potere di guarire viene da altrove.

Loro autenticità e valore. - Che cosa pensare di questi fatti miracolosi riferiti dagli evangelisti? La loro autenticità è provata da quella dei Vangeli. Tuttavia a loro riguardo s'impongono alcuni rilievi, per la difficoltà che si prova nell'ammetterli. Prima di tutto alcuni dei miracoli più difficili si trovano in due o tre Vangeli: la resurrezione della figlia di Giairo, la moltiplicazione dei pani, la guarigione del cieco di Gerico, ecc. Inoltre i racconti miracolosi sono brani perfettamente validi dal punto di vista critico: i manoscritti sono d'accordo, le varianti del testo sono insignificanti e la chiarezza della narrazione rivela l'autenticità: semplicità di racconto, descrizioni particolareggiate di luoghi, tempi e persone, colori e vivezze, che rivelano il teste oculare. Il confronto tra i miracoli evangelici e quelli degli scritti apocrifi è istruttivo: quest'ultimi mirano al meraviglioso puro e semplice, trascurando le regole della convenienza e, alle volte, anche della carità; invece i miracoli autentici si mostrano totalmente disinteressati, realizzano gradualmente e semplicemente il loro ufficio di rivelare la missione di Cristo.

Infine il vero valore dei miracoli si desume dalla loro relazione all'insieme del racconto evangelico. Tutta la persona di Gesù, tale e quale viene presentata, esige e richiede miracoli, tanto che, sopprimendoli, si renderebbe inintelligibile il Vangelo stesso. Un miracolo suscita la fede dei primi discepoli e li lega a Gesù (alle nozze di Cana). Il successo del Salvatore nelle sue predicazioni in Galilea si spiega in gran parte mediante i miracoli che legittimano l'emozione della folla, nonché la fedeltà e la sua avidità nel ricercarlo e sentirlo. I miracoli dapprima suscitano la curiosità, poi l'invidia dei nemici: il Sinedrio dichiara: "Tutti lo seguiranno, perché fa molti prodigi", e soprattutto ai miracoli (completati ed esplicitati dalla chiara rivendicazione della propria figliolanza divina) occorre attribuire l'arresto e la morte di Gesù. I miracoli si presentano inoltre come incastonati nel testo evangelico, perché spesso Gesù di un prodigio che compie fa come il punto di partenza o il criterio del suo insegnamento. Se dunque la critica ammette la lezione data dal Maestro, non può negare il miracolo, che ne fu l'occasione, " I miracoli non si lasciano eliminare dai racconti evangelici, senza che si distruggano questi racconti alla base " dice Harnack (4). (Michel, Jésus-Christ, in D. T. C, VII, 1188ss.).

(4) Leherbuck dar Dogmengeschichte, I, p. 64.

 

§ 2. - Valore dei miracoli nel Vangelo.

Considerando i miracoli evangelici scopriremo il loro rapporto particolare con la missione di Cristo; ci fermeremo poi sulla difficoltà un po' speciale della guarigione dei demoniaci; infine cercheremo di rispondere alle obiezioni che si fanno contro i racconti miracolosi riportati negli scritti evangelici.

Nelle narrazioni degli evangelisti si trovano due diversi atteggiamenti di Gesù di fronte al miracolo: talvolta lo compie da se stesso: "Apriti" (p. es. Mt., 8,2-3; Me, 1,40-41; Le, 5,12-13); altre volte prega per ottenerlo da un Altro : tt Io ti rendo grazie... in quanto a me sapevo che tu mi esaudisci sempre " (p. es. Mt., 12,28; Le, 1I,?O; Me, 14,19; 4,41; Gv., 11,41).

Troviamo una spiegazione semplicissima del duplice atteggiamento nella dualità di natura di Cristo che, come Dio, produce il miracolo puramente e semplicemente; come uomo ne è la causa strumentale imperatoria ed esecutrice; in questo caso egli agisce " per lo Spirito " o mediante " il Dito " di Dio; però lo strumento presenta una ragione speciale per il rapporto dell'umanità alla divinità in Cristo: come strumento congiunto l'umanità esercita una causalità fisica, benché seconda, nelle divine operazioni del Salvatore.

Osserviamo l'agire di Cristo: si reca alla tomba di Lazzaro, come se i piedi portassero la divinità, la quale avrebbe certamente potuto resuscitare a distanza, ma Dio si serve di strumenti per la manifestazione esteriore dell'azione nascosta e bisogna che i discepoli sappiano a chi attribuire il ritorno alla vita; al morto dice: "Vieni fuori". La riunione dei due elementi del composto, di cui abbiamo parlato, viene attuata dal Cristo: vivificando il cadavere già in putrefazione, gli da ipso facto il moto; la voce di Cristo, che intima l'ordine d'agire, significa l'influsso profondo che da vita e moto all'inerzia. Ma lo strumento è strettamente legato al Verbo nell'unità della persona divina, come la mano è perfettamente legata all'artista, mentre lo scalpello è soltanto uno strumento mutuato. Noi sentiamo che la stessa vitalità di Dio anima il corpo umano di Cristo ed è una specie di sangue divino circolante nelle sue vene " Una forza emanava da lui, che guariva tutti " : dobbiamo metterci da quest'angolo per misurare che cosa possa essere il potere miracoloso di Gesù Cristo: la divina onnipotenza quasi traspariva attraverso i suoi occhi e le sue mani, dalla sua persona si sprigiona una forza, come un profumo unico che indica e manifesta una presenza.

Siamo cosi a questa conclusione, che sembra semplicissima, nonostante l'ampiezza della sua portata: se il miracolo è possibile soltanto a Dio, e se Cristo compie miracoli con un potere proprio, è perché è Dio.

Rapporto tra i miracoli e la missione del Salvatore. -1 miracoli erano appannaggio del Messia, come se lo rappresentavano i Giudei contemporanei a Cristo: tanto i profeti autentici, quanto la letteratura non canonica, annunciavano le opere meravigliose del Salvatore d'Israele; il potere taumaturgico era uno dei segni che lo facevano riconoscibile (come la nascita a Betlemme e la discendenza davidica), potere che anche per Giovanni Battista è il segno per eccellenza: " Riferitegli: i ciechi vedono, i sordi sentono", ecc. Perciò dal fatto che Cristo si doveva dichiarare Messia, deriva che doveva manifestare il suo meraviglioso potere, ma solo entro certi limiti data la necessità di reagire all'attesa carnale dei Giudei; in modo che Gesù esercitava il suo potere miracoloso in sordina e con tutta la prudenza e discrezione necessaria per non esasperare l'esaltazione nazionalista, chiedendo sempre al miracolato il silenzio sul fatto, anche se non lo otteneva sempre. Questo spiega certamente la strana espressione detta alla Vergine nelle nozze di Cana: " La mia ora non è ancor venuta ", volendo dire che la piena manifestazione messianica era ancora prematura.

Il legame generalmente ammesso tra il meraviglioso e la missione messianica non era un artifizio. Più sopra abbiamo insistito sulla finalità del miracolo, che è essenzialmente una prova indiretta della verità d'una dottrina. Nell'ipotesi contraria attesterebbe la verità d'un errore; ma ciò è assurdo, perché Dio, unico autore del miracolo, governa e la sostanza del fatto e le condizioni in cui si compie il miracolo, e quindi il valore morale e dottrinale del taumaturgo. Il Concilio Vaticano dice die il miracolo " divinae revelationis signum est cerlissimum " (e III, De fide; Denz. 1790), ma " occorre pure che il miracolo sia esplicitamente e implicitamente connesso con la dottrina rivelata, che viene a confermare " (5).

(5) Michel, Miraclt, in D.T.G., X, col. 1855.

I miracoli di Cristo il più delle volte sono connessi solo implicitamente col suo insegnamento; ma almeno una volta (però si potrebbero trovare altri esempi) la relazione alla missione salvatrice di Gesù è esplicita: "Alzati, prendi il tuo tettuccio... " (Me, 2, 9-10).

Dobbiamo considerare che il miracolo è un criterio di verità dato da Dio. Cristo fece miracoli più perfetti e in più gran numero di qualsiasi altro taumaturgo. Che senso hanno dunque questi segni e quale valore vi dobbiamo riconoscere?

Prima osserviamo che valore dia ad essi il Salvatore stesso: "Le opere che io faccio attestano di me che il Padre mi ha mandato " (Gv., 5, 36). Con le sue opere pare quindi che voglia provare die la sua missione è legittima, come dice sostanzialmente la sua risposta data agl'inviati di Giovanni Battista, e anche la risposta ai giudei riguardo alla sua persona s'appella alle opere stesse (Gv., 10, 24-25); perciò i giudei non hanno scuse a causa delle opere compiute da Lui (Gv., 15, 22-24). Per i miracoli operati in essa, Cafarnao viene giudicata più severamente di Tiro e di Sidone; almeno gli apostoli dovrebbero credere in Lui, avendo assistito ai suoi prodigi (Mt., 16, 6-12). La resurrezione di Lazzaro ha lo scopo di far glorificare Dio e di provocare la fede nel suo Inviato (Gv., 11).

I miracoli di Gesù hanno perciò come scopo la confidenza in Lui e la fede nella sua divina filiazione. I testi evangelici riferiscono le varie reazioni che essi suscitavano: i discepoli credono in lui (Gv., 2, 11. 23); l'ufficiale regio, dopo la guarigione del figlio, " credette in Lui " (Gv., 4, 53). Nicodemo manifesta chiaramente il nesso : " Nessuno potrebbe operare quei miracoli che tu fai, se Dio non è con lui " (Gv., 3, 2). Per questo la folla lo dichiara " un grande profeta ", " un santo personaggio ", " il Messia stesso ", " il Figlio di Davide "; Erode pensa di rivedere in Lui Giovanni Battista risorto. In definitiva, " se quest'uomo non venisse da Dio, non potrebbe fare nulla ". L'ammirazione timorosa d'una potenza sconosciuta lega la folla a Gesù; ma ancora più profondamente " i miracoli sono già l'implicita rivelazione dell'Incarnazione " (6), perché lasciano trasparire la divinità nell'umanità, nell'unità d'una sola persona" Però notiamo bene che, per se stesso, il taumaturgo non è Dio: i miracoli di Cristo provano più la divinità della sua missione che della sua persona, perché il rapporto esatto tra la causa principale e lo strumento e la vicinanza che li congiunge sfuggono agli sguardi e possono essere desunti solo dalla qualità del meraviglioso in questione: " Il dito di Dio è qui ". Pertanto ogni qualvolta Cristo compie prodigi a nome proprio e a suo piacimento, manifesta la sua volontà onnipotente e perciò stesso afferma la sua divinità. Ed è proprio questo il risultato cui giungono i miracoli: " Le folle della Galilea a questo riguardo non pensano diversamente da quelle della Giudea; un mendico, come il cieco nato, enuncia il nesso in modo chiaro quanto la gente istruita, come Nicodemo, gli amici di Lazzaro, l'ufficiale di Cafarnao, il centurione del Golgotha " (7).

Resta tuttavia la difficoltà espressa da G. G. Rousseau (8): rifiutando ai farisei il segno dal cielo che gli domandavano, Gesù rifiutò espressamente di provare la sua missione col miracolo. Si potrebbe aggiungere la battuta di San Giovanni: " Se non vedete prodigi e segni non credete " (4, 48)... " Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto " (ibd., 20, 29). Anzi, il fatto valorizza il meraviglioso evangelico, poiché Gesù Cristo rifiutò sempre quel genere di miracoli che gli avrebbe procurato una facile gloria, un successo effimero, che avrebbe soddisfatto la curiosità vana d'un pubblico scadente. I miracoli di Cristo ebbero sempre uno scopo morale, su cui abbiamo insistito. La sua dottrina è spirito e vita, il Salvatore mira all'intimo dell'anima e il meraviglioso, di cui si serve, è lo strumento che maneggia in funzione della sua missione spirituale e salvifica.

Cacciata dei demoni. - Prima di concludere, fermiamoci a un genere di miracoli che riesce difficile alla nostra mentalità moderna. Che cosa sono i demoniaci di cui parla il Vangelo? I razionalisti pensarono di risolvere facilmente la difficoltà assimilando le guarigioni e le espulsioni dei demoni, facendo un blocco solo di due gruppi di miracoli, che non sarebbero altro che liberazioni di grandi nervosi, epilettici, ecc La confusione tra malati e posseduti è insostenibile, perché vi si oppone tutto l'atteggiamento di Gesù. Qui non ci chiediamo che cosa propriamente intendessero i Giudei del primo secolo per demoni, né che origini abbiano avuto queste credenze, e ricordiamo semplicemente che essi pensavano i demoni come spiriti cattivi e impuri, incapaci di qualsiasi bene: "Può forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi? " (Gv., 9, 20-21). Satana era presentato come loro capo.

Ora la carriera di Gesù è, per cosi dire, incastrata tra manifestazioni spirituali, dove il posto principale è occupato da Satana, che per Gesù è una realtà perfettamente concreta, con la quale sa d'essere in lotta. Il duello comincia al principio del ministero pubblico, quando lo spirito maligno tenta di sedurre e intimidire Gesù per deviarlo dalla missione messianica, della quale presentiva l'importanza senza riuscire a capirne la natura; in seguito alcune manifestazioni molto nette dell'attività di Satana nell'ambiente di Gesù ne rivelano il potere e le intenzioni: in San Marco l'indemoniato di Gerasa chiama Gesù a Figlio del Dio supremo " (5, 20). Contro alcuni di questi spiriti solo la preghiera e il digiuno, come dichiara il Salvatore, possono influire. Ma la lotta finale tra Gesù e Satana, che a s'era ritirato per un certo tempo ", s'accende nell'Orto degli Ulivi... la battaglia in sé è già vinta: " II principe di questo mondo è già giudicato " e la liberazione dei posseduti era stata soltanto l'annuncio di tale giudizio e vittoria. Perché dunque la lotta? Perché nel campo divino il nemico ha occupato il posto dei figli di Dio e regna sull'umanità asservita; Cristo deve sloggiarlo e, schematicamente, questo è l'unico scopo della sua missione, a In realtà, scrive il P. de Grandmaison, Gesù agi costantemente nell'ipotesi e insegnò formalmente che le potenze spirituali, dagli evangelisti chiamate indistintamente te spiriti maligni, o " spiriti impuri ", opponendosi all'affermarsi del regno di Dio, esercitavano entro corpi umani e per mezzo di essi un'attività visibile, esprimevano giudizi talvolta contrassegnati da una penetrazione sovrumana " (9).

(6) Michel, ivi, col. 1197.
(7) L. de Grandmaison, Jésus-Chrisl, t. II, p. 332.
(8) Let.'res écrites de la montagne.
(9) L. de Grandmaison, ini, t. II, p. 350.

" Questa lotta, di cui l'espulsione dei demoni è l'episodio più eloquente, è il sottinteso di tutto il Vangelo " (10); e, in questa luce, le espulsioni dei demoni, anziché apparire come fantasie arcaiche, assumono un rilievo impressionante e appaiono come fasi d'un feroce combattimento, che ha per posta il regno di Dio nel mondo e la salvezza dell'umanità.

Obiezioni particolari contro i miracoli del Vangelo. - Dopo aver ricordato un aspetto del razionalismo, passiamo in rassegna alcune sue tesi sul miracolo. Uno dei più notevoli rappresentanti del protestantesimo liberale in Germania, W. Heitmiiller, nell'articolo Gesù Cristo dell'opera Die Religion in Geschichte und Gegenwart, ammette bensì l'importanza dei miracoli nel Vangelo, ma le norme interne del suo pensiero gli fanno distinguere varie categorie di miracoli: miracoli verosimili, meno verosimili, inverosimili, miracoli completamente impossibili, onde una scelta soggettiva tra le fonti. Ma questo è assai grave in uno storico, poiché si vede bene che il carattere intrinseco del fatto miracoloso, e non solo l'attestazione storica, ne compromette il valore ai suoi occhi, k Non solo possiamo, ma dobbiamo trattare con diffidenza quanto ha carattere di prodigio straordinario " (Op. e). L'autore ammette come miracoli storicamente autentici solo le guarigioni in cui la fiducia personale del malato può assolvere un compito. Ritorniamo così alla " fede che guarisce ". La tesi di Renan è adottata e riassunta da Loisy (11). Gesù faceva miracoli quasi contro voglia; " forse si giunse perfino a prestargli la resurrezione dei morti "; egli otteneva il successo principale con et una speciale categoria di malati, considerati come posseduti in modo speciale dal demonio, gl'infelici colpiti da affezioni nervose e da squilibri cerebrali... ". Siamo sempre allo stesso punto.

(11) Id., Un.
(12) Jésus et la tradition évangtliqus, 1910.

Per A. von Harnack il miracolo in quel tempo era et cosa quasi quotidiana " e, d'altronde, " sempre si attribuivano miracoli a personalità eccezionali; del resto oltre l'inviolabile ordine naturale, ci sono forze psicologiche an-cor poco conosciute, e noi non crederemo mai che una tempesta sia stata sedata con una parola, ma non negheremo sommariamente che paralitici abbiano camminato, che ciechi abbiano veduto" (12). Harnack classifica poi i racconti evangelici dei miracoli in questo modo:

1.o quelli provenienti dall'esagerazione di fatti naturali impressionanti;

2.o quelli che provengono da discorsi... da impressioni interiori trasformate in fatti;

3.0 racconti provenienti dal desiderio di veder compiute le predizioni dell'Antico Testamento;

4.o guarigioni sorprendenti operate dalla potenza spirituale di Gesù;

5.o racconti di fonti impossibili a determinarsi.

Riportando questa dottrina il P. Grandmaison fa giustamente notare che se il miracolo è quotidiano, mal si comprende l'emozione profonda, l'afflusso, i contrasti suscitati dal meraviglioso che proviene da Gesù. Quanto alle personalità eccezionali: a quanto si sa nessun miracolo fu mai attribuito a Giovanni Battista, a Piatone, a Luterò, a Napoleone! Ma specialmente l'esclusione dei miracoli " di natura " è un " postulato della filosofia materialista ". Le amputazioni, cui si abbandona l'autore per respingere alcuni testi e conservarne altri, sono il colmo dell'arbitrio, non tenendo nessun conto dei gradi di probabilità di cui si serve lo storico per stabilire i suoi indizi critici: pluralità, anzianità della testimonianza, ecc.

La critica indipendente usa generalmente questo processo di discriminazione illegittima, e intanto accorda sempre più favore alle forze spirituali, al punto che, specialmente in America e in Inghilterra, non sembra impossibile nessun prodigio attribuito a Cristo, salvo forse la resurrezione dei morti, senza tuttavia uscire dal campo naturale.

La posizione cambia con la nuova scuola della storia delle forme che intende basarsi sulla storia comparata delle religioni e sullo studio delle forme letterarie della storia. Questi autori non ammettono i miracoli evangelici più dei loro predecessori, ma " invece d'eliminare il miracoloso come esorbitante dai limiti del possibile, cercano di volatilizzarlo, spiegando naturalmente la sua presenza nel Vangelo " (L. de Grandmaison, ivi). " I racconti del meraviglioso sarebbero la creazione spontanea e normale d'una comunità di semplici credenti occupati a magnificare l'oggetto del loro culto " (Id.). Ma se la comunità può trasformare, non può creare; e quindi bisogna prima domandarsi come ebbe origine la fede di questi credenti, quale fu l'oggetto del loro culto e se sia mai possibile che vi siano credenti di così scarsa fiducia nell'oggetto del loro culto, da doverlo necessariamente magnificare.

Un puro divenire è impossibile sia in storia che in metafisica, e se negate l'inizio distruggete tutta la serie.

Il metodo in questione consiste in una minuziosa e quasi atomica analisi dei racconti evangelici per ricondurli, volenti o nolenti, ai cicli leggendari ellenico, rabbinico, o moderno. Ma " il senso dell'insieme, così forte e così eloquente di verità perisce completamente quando si abbandonano i testi a una scomposizione artificiosa, con una chimica cui nessuna pagina della storia potrebbe resistere " (L. de Grandmaison).

Ad ogni modo qui siamo nell'arbitrario e agli antipodi della vera scienza.

Checché abbiano detto i negatori del soprannaturale, i miracoli evangelici sono realtà storiche, che si possono negare, non sopprimere. Sono possibili, com'è possibile ogni miracolo, a causa dell'onnipotenza di Dio, che pone gli esseri nell'esistenza, e sono essenzialmente la manifestazione della messianità di Gesù.

Alcuni tentativi per spiegare i miracoli di Gesù.

- 1. L'abilità di Gesù. In questo caso Gesù sarebbe stato veramente troppo abile. Riuscire di prim'acchito, sempre, all'aria aperta, in modo impreveduto, senza che nessuno sospettasse sul suo ciarlatanesùno odioso e riuscisse a prenderlo in fallo.

Le forze occulte. - Esistono ed esistevano anche al tempo di Gesù; Egli le conosceva, ma non se ne servì; non aveva il radium né l'apparecchio per l'elettrolisi. Non ha certo inventato il mezzo naturale per calmare la tempesta o la medicina per restituire la vita ai morti, come promette la scienza che vuol mettersi al posto dell'Onnipotente. La forza occulta nell'agire segue certe leggi generali e particolari, e non annulla le forze ben note. I miracoli si spiegano unicamente con l'onnipotenza della forza divina che, se si vuole, era " occulta " e che in quegli istanti diventa manifesta.

La fede che guarisce. - Non si può spiegare come la fede abbia potuto calmare una tempesta o moltiplicare i pani d'orzo. Inoltre assieme al P. de Grandmaison notiamo:

1.o che ala cura attraverso la suggestione clinica guarisce soltanto quello che ha fatto la suggestione morbida ";

2.o " la cura me diante la suggestione ha limiti molto angusti "; quanto tempo richiede! a quan ti insuccessi va incontro e quante ricadute non è in grado di prevenire! Aggiungiamo che se la fede naturale facilita la guarigione di certe malattie, non ha nulla in comune con la fede religiosa, che Gesù richiedeva dai suoi malati o dai loro amici.

Il meraviglioso diabolico - Rispondiamo con un no categorico. Gesù lottava contro Satana e per Dio; non cercava né di evitare sofferenze, né d'attirare gli sguardi, né d'abbagliare i suoi nemici. " I miracoli di Gesù sono l'immagine, il simbolo vivente della sua opera spirituale " (L. de Grandmaison) che è bella e nettamente divina, e i miracoli hanno questa bellezza e questo carattere divino. Verrà un giorno in cui Gesù resusciterà tutti i morti, perché ha vinto il peccato.
" In breve, i miracoli nel Vangelo sono parte integrante di racconti degni di fede; sono evidentemente connessi con la missione e la testimonianza del Salvatore; superano nettamente il raggio d'azione delle forze naturali in gioco; non offrono nulla (anzi, tutto all'opposto) che impedisca di considerarli come il sigillo divino su una vita che, per tanti motivi, esige questa ratifica suprema. Sembra dunque bene e prudente credere in colui che è raccomandato da tali opere " (13).

(12) L'essenza del Cristianesimo, trad. ita!., Torino 1903, p. 38.
(13) L. db Grandmaison, Jésus-Christ, in D.A.F.C., II, 1470-1471.

§ 3. - I miracoli provano che Gesù disse solo e sempre la verità.

Ci furono fatti assolutamente straordinari, che si spiegano soltanto con un intervento intenzionale di Dio nel corso degli eventi, e che autenticano la missione divina di Gesù e autorizzano quanto Egli insegnò.

La narrazione dei miracoli attribuiti a Gesù è intimamente mescolata al racconto della sua vita e all'esposizione della sua dottrina, e spiega la fede dei discepoli, l'entusiasmo delle folle, la crescente invidia dei capi, che non osarono negare la realtà dei fatti, ma vollero soltanto vedere meraviglie diaboliche e trappole per cattivare le anime e perderle.

I razionalisti prima dichiararono che tali racconti rendevano sospetta tutta la narrazione evangelica; poi ritornarono su posizioni più ragionevoli, e la scienza storica tende a riconoscere cc un valore documentario apprezzabile anche ai racconti miracolosi " (Ad. von Harnack).

Verità storica e apologetica del miracolo. - Il P. de Grandmaison nel miracolo distingue una verità storica e una verità apologetica. La seconda non può esistere senza la prima, ma sono distinti i punti di vista. La figlia di Giairo era morta e Gesù la resuscitò davanti a cinque testimoni: il fatto è reale, e la resurrezione aveva la sua ragion d'essere soprattutto nell'autenticare, davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, la missione redentrice di Colui che vedranno agonizzante nel Getsemani; quindi il fatto ha una portata apologetica certa, che dopo la resurrezione di Gesù s'estese a tutti quelli che ne sentirono il racconto.

Spesso, se non sempre, il miracolo è un fatto apologetico; ma occorre notare che anche il suo modo ha una portata apologetica, come pure deve averla la sua serie. Mi spiego.

Se Gesù avesse seminato i miracoli a sproposito e a casaccio, ci potremmo chiedere dove volesse condurci e avremmo dei motivi per sospettare degli storici che gettarono questa polvere d'oro sulle vie di Palestina. Distinguiamo rapidamente le storie meravigliose, le novelle, le leggende, le epopee, i racconti mitologici dalla mancanza di saggezza nel distribuire il meraviglioso.

Invece lo studio attento dei Vangeli ci rivela anche nella trama dei miracoli una bellezza ineffabile, e questa filigrana è talmente in armonia con la dottrina evangelica, che sentiamo d'essere innanzi a un'incontestabile realtà e a una libertà veramente divina.

L'insieme dei miracoli evangelici è come un rosario infilato in un filo d'oro; ogni grano è una pietra preziosa, ma la serie e gli spazi hanno portata apologetica.

Vediamo Gesù rifiutarsi di dare un segno meteorico su comando, lo vediamo obbligato a rifiutare a Nazareth i regali che prodigava a Cafarnao, perché vuole la fede, la buona fede, a Egli dona come Dio, ma vuole l'umiltà del cuore " ha detto Santa Teresa di Lisieux, che aveva potuto osservare da vicino la maniera del Maestro divino.

La ripartizione delle guarigioni, degli esorcismi vittoriosi, delle resurrezioni, dei prodigi è l'opera d'un re, che si sa nato " per rendere testimonianza alla verità ". Non ammireremo mai abbastanza la sua saggezza e il suo metodo. È impossibile che i quattro evangelisti abbiano potuto inventare la carriera taumaturgica di Gesù, perché gli uomini non danno in questo modo via libera alla loro fantasia e non così la moderano, quando vogliono restare nei limiti del verosimile.