tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
PARTE
QUINTA. - I MIRACOLI DI GESÙ CAPITOLO
I. - IL PROBLEMA FONDAMENTALE
Esiste
il naturale?
-
Tolti i teorici dell'idealismo puro, tutti
sono fermamente convinti che esiste un universo
naturale, e ci credono perché sono
persuasi d'averne prove convincenti.
Non
parlo soltanto dell'universo fisico e attuale,
di quello che ci attornia ed è percettibile
ai sensi; ma intendo anche il passato e l'avvenire,
dato che generalmente accettiamo le conclusioni
degli storici seri e le predizioni degli astronomi
competenti; sicché, oltre la realtà
visibile, gli uomini credono generalmente
a molte realtà invisibili. L'uomo moderno
ha creduto nella radio con docilità
perfetta e perfino con una certa fretta; adopera
il ricevitore senza conoscerne il meccanismo
e le leggi e senza essere capace di difendere
una teoria al riguardo e di costruire una
stazione trasmittente perfezionata. A dire
il vero queste realtà non gli sono
completamente invisibili, poiché vede
le cause e gli effetti di queste " onde
misteriose ", delle quali calcola la
lunghezza. Ma tutto ciò è materiale.
Nella
natura esistono anche esseri spirituali? Anime
umane, anime di defunti, spiriti puri e, sopra
tutti, Dio?
Un
tempo ci credevan tutti, se ne parlava, se
ne teneva conto; le antiche civiltà
erano animate da tali concetti. Come il musulmano,
sempre in lotta contro qualche djinn nascosto
sotto la soglia della sua porta, l'uomo viveva
con gli occhi rivolti ai suoi dèi.
Il mondo moderno, anche se meglio attrezzato
che in qualsiasi altro tempo per fare la ricerca
sull'esistenza dell'anima e di Dio, preferisce
non pensarci troppo. Il materialismo invade
le nostre regioni, ma lo spiritualismo conduce
un? vittoriosa controffensiva.
Esiste
il soprannaturale?
-
L'uomo ha due mezzi per rispondere: credere
a chi offre buone ragioni prò o contro,
o fare egli stesso l'esperienza che riterrà
concludente o meno.
La
risposta che si darà alla questione
presente è estremamente importante
per la salute dell'individuo e della società.
Noi cristiani cattolici, che abbiamo tutti
quanti la fede (anch'essa soprannaturale)
nella realtà d'un mondo soprannaturale,
siamo i primi a riconoscere che se, per un
caso impossibile, fossimo nell'errore, la
nostra condizione sarebbe peggiore di quella
degl'increduli, e la nostra esistenza sarebbe
perfino un flagello per gli altri uomini;
non perché saremmo nocivi ai nostri
fratelli (è noto che per noi la regina
di tutte
le virtù è la carità,
fuoco infinitamente soave a chi lo possiede
e benefico a chi lo incontra), ma perché
qualsiasi propaganda d'uno stato morbido è
nefasta. Mi spiego: l'oppio (il paragone viene
dai nostri avversari) piace di certo a chi
lo usa, ma bisogna astenersene; perciò
è immorale venderlo, almeno senza controllo
e in quantità troppo grande. Cosi la
religione, si dirà, e soprattutto quella
cattolica, è un oppio che conserva
la capacità di soffrire sulla terra;
perciò bisogna lottare contro simile
calamità.
La
risposta cattolica. - Io dico che
noi, cattolici convinti, sentiamo più
vivamente di chiunque la tragicità
della questione se esista il soprannaturale,
come attesta il grido di San Paolo: "Se
il Cristo non è risorto, noi siamo
i più infelici degli uomini".
In
realtà quello che noi esaminiamo non
è un soprannaturale qualsiasi, ma è
" definito ", benché sia
una partecipazione all'Infinito. Il catechismo
ne da la sostanza a ogni spirito desideroso
di conoscerlo dal di fuori; la fede teologale
mette lo spirito umano in contatto con esso;
la carità mette la volontà proprio
nel centro di questo soprannaturale; la grazia
abituale vi immerge l'anima e di qui comincia
la vita soprannaturale, destinata normalmente
a perfezionarsi nella gloria eterna, lo stato
di gloria concreto e cosciente, dell'anima
e del corpo di ciascuno, nonché del
mondo intero. Chi muore privo della grazia,
non può acquistare lo stato di gloria,
si danna; la sua anima va all'inferno e il
corpo risorgerà per " andare nel
fuoco eterno ".
Se
tutto questo è falso, il cattolico
si culla in una speranza fallace e il suo
vicino, che non ha da temere l'inferno, fa
bene a prendere la vita presente cosi come
viene, cercando con tutti i mezzi, onesti
e disonesti, di trovare il suo paradiso sulla
terra.
Ma
ho detto : " Se per un caso impossibile...
", poiché è ormai impossibile
che il soprannaturale non esista. Dio creò
la natura e poteva benissimo fermarsi qui,
ma è un fatto che qui non s'è
fermato.
"
È un fatto " e non resta che inchinarsi,
non per salutare rispettosamente e continuare
la propria strada, ma per passare dalla porta
stretta, che immette nella via stretta, la
quale conduce alla vita.
Questo
fatto è intimamente connesso con la
persona di Gesù; in un certo senso
il fatto è la stessa persona di Gesù.
Anche
qui il cattolicesimo è formale. Gesù
è là " seconda persona
" della divina Trinità, s'è
incarnato quasi duemila anni fa; insegnò
la vera dottrina indispensabile alla vera
felicità d'ogni uomo; mori sopra una
croce alle porte di Gerusalemme; morì
vittima per espiare i peccati; resuscitò
e salì al cielo; istituì l'Eucaristia,
che lo contiene realmente; ritornerà
a giudicare i vivi e i morti.
Di
tutto questo abbiamo una certezza assoluta,
che poggia non già sopra un'evidenza
personale, né su fallaci argomenti,
ma sull'autorità di Dio stesso. Perché
la nostra fede soprannaturale ci possa condurre
all'errore bisognerebbe o che Dio avesse voluto
ingannarci (perché ha proprio detto
tutte quelle cose che ora sono nel catechismo),
oppure che, senza volerci ingannare, si sia
ingannato Egli stesso.
La
testimonianza di Gesù. - Gesù
disse tutto questo ai suoi apostoli, ed essi
lo hanno ripetuto ad altri che credettero
come loro, facendo cosi parte della
Chiesa. Ma quella di Gesù non è
la parola di un semplice uomo: è la
parola del Padre suo, la parola di Dio.
Mi
si obbietta che questa è soltanto l'ipotesi.
E sia, se cosi piace; ma vi risponderò
con Gesù a quelli che lo ascoltavano
senza credergli: " Se non accettate la
mia dottrina per quello die è, cioè
semplice esposizione in un linguaggio umano
d'una dottrina che ho ricevuto da tutta l'eternità
in una lingua divina, credete alle opere,
cioè riconoscete che le opere (le quali
d'altronde traducono in grandi caratteri la
mia dottrina orale) hanno origine divina,
e quindi, volenti o nolenti (ma sarà
sempre volontariamente, perché il Padre
mio attira con grande soavità tutti
quelli che vengono a me), vi metterete alla
mia scuola, se non volete essere ribelli alla
divina Provvidenza ".
Gesù
attesta, e non fa che questo. Egli non ricusa
ciò che siamo in diritto di attendere
da un testimonio: attesta in mille modi, ha
fatto milioni di copie della lettera che lo
accredita; perciò occorre credere a
tutto il contenuto del messaggio orale, nel
quale dice che Colui che l'ha mandato, lo
incaricò di farcelo conoscere. Gesù
assolse la sua missione, che emana da un amore
misericordioso e infinito, e la continuò
anche a costo di rimetterci la vita. "
D'altronde, egli dice, si tratta della mia
vita: il Padre mi ha mandato a rendere testimonianza
alla verità, e il contenuto più
commovente della vita eterna è che
io sono il vostro buon pastore e che sarò
felice nel dare la vita per tutte le mie pecorelle.
Se non volete rimanere nel mio gregge, andatevene;
ma sappiate che il regno di Dio ad ogni modo
verrà, e beati quelli che vedono e
intendono ciò che voi non volete né
vedere né intendere ". '
Gesù
si presenta come il più grande benefattore
dell'umanità. Non malgrado o contro
Dio, come sognò d'essere Stalin, "
l'uomo d'acciaio ", ma obbedendo fino
alla morte e alla morte di croce, con dolcezza
e umiltà a quanto il Padre suo e nostro,
Dio suo e Dio nostro, gli ha assegnato come
compito, aspettando il futuro sommamente glorioso
per lui e per i suoi discepoli, chiamati anch'essi
a portare il peso della sua croce e della
sua gloria.
Atteggiamento
della critica indipendente. - Chiunque
voglia pensare rettamente e avvicinarsi alla
verità, deve diffidare, come davanti
a un vespaio, dei lavori dei critici che si
dicono " indipendenti ", poiché
sono tutti in disaccordo e la verità
non è un'integrazione di proposizioni
contrarie; deve diffidare soprattutto perché
l'intesa, che crediamo di constatare nel campo
della cosiddetta critica indipendente, dipende
interamente da un pregiudìzio filosofico
e dalla falsa applicazione d'un valido princìpio
di critica storica. Prima di vedere il pregiudizio
e il principio giusto, devo avvertire die
la formula è del P. Lagrange (1),
die la usò solo parlando della composizione
del secondo Vangelo. Si vedrà se ho
ragione di allargare queste riflessioni a
tutta la critica neotestamentaria.
(1)
Et. selon saint Mare, 4 ed., p. L e LI.
Continuo
quindi la citazione: ali pregiudizio è
che il miracolo sia impossibile. Wrede prende
apertamente l'impossibilità del miracolo
come criterio per discernere quello die può
essere storico, e quindi quello che può
essere raccontato da un testimonio degno di
fede ".
...
"Ecco il principio giusto, che viene
malamente applicato: la stessa storia della
Chiesa, studiata sinceramente, prova che la
riflessione sviluppa il dogma e che
i racconti miracolosi su un dato tema vanno
sempre aumentando. I conservatori hanno il
torto di non tenere abbastanza conto di queste
leggi del pensiero e della storia; i critici
radicali di applicare queste leggi dello sviluppo
perfino alla nascita del germe. I miracoli
si vanno moltiplicando, ma i miracoli degli
apocrifi suppongono miracoli bene accertali
[il corsivo è nostro]. Occorre qualche
tempo perché il dogma prenda un certo
aspetto; sia pure, ma qual è il dogma
primitivo? Il dogma si sviluppa più
0 meno presto, ma nasce sotto una certa forma,
e dal fatto del suo sviluppo non è
permesso- condudere die è nato in uno
stato impercettibile. È un fatto storico,
ripetuto molte volte, che un uomo può
essere riconosciuto come dio l'indomani della
sua morte, passando, senza fasi intermedie,
dal rogo agli onori dell'apoteosi. Anche in
questo caso il tempo non conta nulla. Dieci
o cinquant'anni ordinariamente non aggiungeranno
nulla, oltre un raffreddamento generale, al
culto decretato dall'entusiasmo. La storia,
come tale, non ha assolutamente nulla da obiettare
che Gesù sia stato riconosciuto dai
suoi discepoli come Dio. In nome della coscienza
morale possiamo solo esigere che il giudizio
pronunciato dagli apostoli si sia basato su
fatti constatati, che essi, in qualche modo,
abbiano toccato il soprannaturale col dito.
Se fin dal primo giorno gli apostoli predicarono
la resurrezione, il miracolo si trova già
alle origini; ed essi potevano accettare l'evidenza
di tutto questo solo se avevano già
conosciuto Gesù come l'autore dei miracoli
segnalati. Quando la critica rifiuta di riconoscere
al Vangelo di Marco un carattere primitivo,
perché è il Vangelo di Gesù
Cristo Figlio di Dio, erra realmente, non
solo contro la testimonianza di Marco, ma
anche contro quella dei primi Apostoli; e
quando dichiara certe parti secondarie perché
sono miracolose, sostituisce i propri criteri
all'analisi letteraria, cioè i pregiudizi
degl'increduli del secolo ventesimo ".
I
miracoli del Nuovo Testamento. Loro convenienza.
- Per comodità di discussione, tralasciamo
la distinzione tra il miracolo (opera di Dio
solo), il meraviglioso (opera d'un angelo
o d'un demonio) e il prodigioso (opera della
natura 0 d'un uomo di genio).
La
critica razionalista rigetta il valore storico
del Nuovo Testamento perché contiene
miracoli; e allora perché non rigettare
anche i documenti profani che ne contengono
altrettanti, se non di più? Essa distingue
il fatto storico dal suo abbellimento leggendario.
Bene! ma faccia lo stesso per il Nuovo Testamento.
Hanno fatto la prova ed è fallita!
Volendo scartare quello che credevano argilla,
col piccone urtarono contro blocchi squadrati
che sostengono l'edificio. I miracoli del
Nuovo Testamento sono molto diversi da quelli
della letteratura prolana. Vediamo Gesù
(Giovanni Battista non fece miracoli), Pietro
e Paolo fare prodigi davanti al popolo per
suscitare o confermare la fede. Siccome la
religione cristiana è soprannaturale,
era conveniente che il suo insegnamento venisse
confermato da segni soprannaturali. Questi
miracoli hanno ottenuto questa fede; il loro
racconto ebbe ed avrà lo stesso risultato.
Anche
nell'ipotesi che il Nuovo Testamento non racconti
nessun miracolo, noi diremo che storicamente
è verisimile che Cristo e gli apostoli
abbiano fatto miracoli, che in qualche modo
sono necessari per autorizzare simile dottrina
e indispensabili per spiegare la fede e l'entusiasmo
che hanno ottenuto.
Essendo
i nostri documenti storici degni di questo
nome, accettiamo quanto contengono, compresi
i miracoli, a motivo delle condizioni in cui
questi furono operati.
La buona Novella ci viene annunciata dall'Inviato
di Dio, che la conferma con miracoli: io constato
e m'inchino. Qui, come sempre, il miracolo
aiuta a discernere la dottrina e dimostra
che essa è divina; la dottrina poi
aiuta a discernere il miracolo e lo rivela
autentico.
L'Incarnazione
e la Redenzione segnano l'apogeo dei benefici
di Dio; la Resurrezione di Cristo e i miracoli,
che ne sono come la via lattea, convengono
allo stabilirsi definitivo del culto di Gesù
crocifisso. L'intervento divino con i miracoli
normalmente accompagna il grande intervento
di Dio, che s'inserisce personalmente nella
lista dei personaggi storici.
CAPITOLO
II - I MIRACOLI DEL VANGELO
Prendiamo
coscienza del fatto storico: gli scritti evangelici
includono racconti miracolosi. Prima considereremo
la materialità di questi fatti: i miracoli
nel Vangelo; poi ne studieremo il valore,
appellandoci al miracolo in generale; infine
vedremo quale portata assumono i miracoli,
che sono il segno della messianità
di Cristo e, più ancora, della sua
divinità incarnata.
§
I. Il fatto: i miracoli nel Vangelo.
Numero
e classificazione. - Gli evangelisti
attribuiscono miracoli a Cristo, cioè
fatti meravigliosi, raccontati per se stessi,
o allusioni a molti fatti analoghi, che in
qualche modo determinano l'atmosfera entusiasta
od ostile, in cui si svolge il dramma evangelico.
31-56;
7, 25-37; 8, 1-10; 9, 14-28; 10, 46-52; Le,
4, 3341; 5, 12-26; 6, 6-10, 17-19;
1-16. 21; 8, 2. 22-56; 9, 11-17. 3743; 13,
10-17; 14, 24; 17, 12-19; 18, 3543;
Gv., 2, MI. 23; 4, 49-51. 54; 5, 2-17; 6,
1-21; 7, 31; 9, 141; 11, 1-44. 47; 12,
37; 20, 30, ecc.
I termini usati più spesso dagli evangelisti
a indicare questi fatti sono: prodigi: tirata;
fatti meravigliosi: taumdsia (Mt.); fatti
straordinari: pura-doxa (Le); forze: dundmeis;
segni: seméia; opere: èrga (Gv.).
Possiamo
enumerare e classificare questi diversi miracoli:
T. W. Wright in Hastings Dictionary of Christ
and thè Gospels (1)
da quarantun miracoli come appartenenti a
Cristo; CI. Fillion
(2) ne enumera soltanto trentanove.
Su quest'ultima cifra si può notare
che uno solo è riportato dai quattro
evangelisti, tredici da tre, sei da due, venti
sono particolari all'uno o all'altro. Il P.
de Grandmaison (3)
ne conta ventiquattro in San Matteo, ventidue
in San Marco, ventiquattro in San Luca e nove
in San Giovanni. Notiamo di passaggio l'accordo
e l'indipendenza relativa delle nostre fonti:
nessun evangelista pretese d'essere completo
e ciascuno ha seguito le proprie informazioni
e i suoi piani personali.
(1)
Londra, igo8.
(2)
Les
miracles de M. S. Jesus Christ, Parigi
.
(3)
Jesus-Christ,
t. II, p. 317.
Si
può fare una classificazione dei miracoli,
che rivela quanto essi siano straordinari:
miracoli di creazione (moltiplicazione dei
pani, trasformazione dell'acqua in vino),
miracoli sulle forze della natura (tempesta
sedata, cammino sulle acque, pesca miracolosa),
resurrezione dei morti, cacciata dei demoni,
guarigioni da malattie corporali; tra queste
c'è una grande varietà: venti
miracoli si riferiscono a infermità,
come cecità, sordità, mutismo,
febbre, lebbra, paralisi totale o parziale,
emorragia, idropisia, ferite, ecc
Si
deve anche notare il modo usato da Gesù
nel guarire: alle volte basta il gesto o la
parola; più spesso c'è l'imposizione
delle mani sull'infermo o il contatto con
la parte malata; due volte si serve della
saliva; infine qualche volta Gesù alza
gli occhi al cielo in segno di preghiera.
È
evidentissimo che questi modi per se stessi
non hanno alcun influsso fisico sul male;
sono soltanto segni o simboli; il potere di
guarire viene da altrove.
Loro
autenticità e valore. - Che
cosa pensare di questi fatti miracolosi riferiti
dagli evangelisti? La loro autenticità
è provata da quella dei Vangeli. Tuttavia
a loro riguardo s'impongono alcuni rilievi,
per la difficoltà che si prova nell'ammetterli.
Prima di tutto alcuni dei miracoli più
difficili si trovano in due o tre Vangeli:
la resurrezione della figlia di Giairo, la
moltiplicazione dei pani, la guarigione del
cieco di Gerico, ecc. Inoltre i racconti miracolosi
sono brani perfettamente validi dal punto
di vista critico: i manoscritti sono d'accordo,
le varianti del testo sono insignificanti
e la chiarezza della narrazione rivela l'autenticità:
semplicità di racconto, descrizioni
particolareggiate di luoghi, tempi e persone,
colori e vivezze, che rivelano il teste oculare.
Il confronto tra i miracoli evangelici e quelli
degli scritti apocrifi è istruttivo:
quest'ultimi mirano al meraviglioso puro e
semplice, trascurando le regole della convenienza
e, alle volte, anche della carità;
invece i miracoli autentici si mostrano totalmente
disinteressati, realizzano gradualmente e
semplicemente il loro ufficio di rivelare
la missione di Cristo.
Infine
il vero valore dei miracoli si desume dalla
loro relazione all'insieme del racconto evangelico.
Tutta la persona di Gesù, tale e quale
viene presentata, esige e richiede miracoli,
tanto che, sopprimendoli, si renderebbe inintelligibile
il Vangelo stesso. Un miracolo suscita la
fede dei primi discepoli e li lega a Gesù
(alle nozze di Cana). Il successo del Salvatore
nelle sue predicazioni in Galilea si spiega
in gran parte mediante i miracoli che legittimano
l'emozione della folla, nonché la fedeltà
e la sua avidità nel ricercarlo e sentirlo.
I miracoli dapprima suscitano la curiosità,
poi l'invidia dei nemici: il Sinedrio dichiara:
"Tutti lo seguiranno, perché fa
molti prodigi", e soprattutto ai miracoli
(completati ed esplicitati dalla chiara rivendicazione
della propria figliolanza divina) occorre
attribuire l'arresto e la morte di Gesù.
I miracoli si presentano inoltre come incastonati
nel testo evangelico, perché spesso
Gesù di un prodigio che compie fa come
il punto di partenza o il criterio del suo
insegnamento. Se dunque la critica ammette
la lezione data dal Maestro, non può
negare il miracolo, che ne fu l'occasione,
" I miracoli non si lasciano eliminare
dai racconti evangelici, senza che si distruggano
questi racconti alla base " dice Harnack
(4). (Michel,
Jésus-Christ, in D. T. C, VII, 1188ss.).
(4)
Leherbuck dar Dogmengeschichte, I, p. 64.
§
2. - Valore dei miracoli nel Vangelo.
Considerando
i miracoli evangelici scopriremo il loro rapporto
particolare con la missione di Cristo; ci
fermeremo poi sulla difficoltà un po'
speciale della guarigione dei demoniaci; infine
cercheremo di rispondere alle obiezioni che
si fanno contro i racconti miracolosi riportati
negli scritti evangelici.
Nelle
narrazioni degli evangelisti si trovano due
diversi atteggiamenti di Gesù di fronte
al miracolo: talvolta lo compie da se stesso:
"Apriti" (p. es. Mt., 8,2-3; Me,
1,40-41; Le, 5,12-13); altre volte prega per
ottenerlo da un Altro : tt Io ti rendo grazie...
in quanto a me sapevo che tu mi esaudisci
sempre " (p. es. Mt., 12,28; Le, 1I,?O;
Me, 14,19; 4,41; Gv., 11,41).
Troviamo
una spiegazione semplicissima del duplice
atteggiamento nella dualità di natura
di Cristo che, come Dio, produce il miracolo
puramente e semplicemente; come uomo ne è
la causa strumentale imperatoria ed esecutrice;
in questo caso egli agisce " per lo Spirito
" o mediante " il Dito " di
Dio; però lo strumento presenta una
ragione speciale per il rapporto dell'umanità
alla divinità in Cristo: come strumento
congiunto l'umanità esercita una causalità
fisica, benché seconda, nelle divine
operazioni del Salvatore.
Osserviamo
l'agire di Cristo: si reca alla tomba di Lazzaro,
come se i piedi portassero la divinità,
la quale avrebbe certamente potuto resuscitare
a distanza, ma Dio si serve di strumenti per
la manifestazione esteriore dell'azione nascosta
e bisogna che i discepoli sappiano a chi attribuire
il ritorno alla vita; al morto dice: "Vieni
fuori". La riunione dei due elementi
del composto, di cui abbiamo parlato, viene
attuata dal Cristo: vivificando il cadavere
già in putrefazione, gli da ipso facto
il moto; la voce di Cristo, che intima l'ordine
d'agire, significa l'influsso profondo che
da vita e moto all'inerzia. Ma lo strumento
è strettamente legato al Verbo nell'unità
della persona divina, come la mano è
perfettamente legata all'artista, mentre lo
scalpello è soltanto uno strumento
mutuato. Noi sentiamo che la stessa vitalità
di Dio anima il corpo umano di Cristo ed è
una specie di sangue divino circolante nelle
sue vene " Una forza emanava da lui,
che guariva tutti " : dobbiamo metterci
da quest'angolo per misurare che cosa possa
essere il potere miracoloso di Gesù
Cristo: la divina onnipotenza quasi traspariva
attraverso i suoi occhi e le sue mani, dalla
sua persona si sprigiona una forza, come un
profumo unico che indica e manifesta una presenza.
Siamo
cosi a questa conclusione, che sembra semplicissima,
nonostante l'ampiezza della sua portata: se
il miracolo è possibile soltanto a
Dio, e se Cristo compie miracoli con un potere
proprio, è perché è Dio.
Rapporto
tra i miracoli e la missione del Salvatore.
-1 miracoli erano appannaggio del Messia,
come se lo rappresentavano i Giudei contemporanei
a Cristo: tanto i profeti autentici, quanto
la letteratura non canonica, annunciavano
le opere meravigliose del Salvatore d'Israele;
il potere taumaturgico era uno dei segni che
lo facevano riconoscibile (come la nascita
a Betlemme e la discendenza davidica), potere
che anche per Giovanni Battista è il
segno per eccellenza: " Riferitegli:
i ciechi vedono, i sordi sentono", ecc.
Perciò dal fatto che Cristo si doveva
dichiarare Messia, deriva che doveva manifestare
il suo meraviglioso potere, ma solo entro
certi limiti data la necessità di reagire
all'attesa carnale dei Giudei; in modo che
Gesù esercitava il suo potere miracoloso
in sordina e con tutta la prudenza e discrezione
necessaria per non esasperare l'esaltazione
nazionalista, chiedendo sempre al miracolato
il silenzio sul fatto, anche se non lo otteneva
sempre. Questo spiega certamente la strana
espressione detta alla Vergine nelle nozze
di Cana: " La mia ora non è ancor
venuta ", volendo dire che la piena manifestazione
messianica era ancora prematura.
Il
legame generalmente ammesso tra il meraviglioso
e la missione messianica non era un artifizio.
Più sopra abbiamo insistito sulla finalità
del miracolo, che è essenzialmente
una prova indiretta della verità d'una
dottrina. Nell'ipotesi contraria attesterebbe
la verità d'un errore; ma ciò
è assurdo, perché Dio, unico
autore del miracolo, governa e la sostanza
del fatto e le condizioni in cui si compie
il miracolo, e quindi il valore morale e dottrinale
del taumaturgo. Il Concilio Vaticano dice
die il miracolo " divinae revelationis
signum est cerlissimum " (e III, De fide;
Denz. 1790), ma " occorre pure che il
miracolo sia esplicitamente e implicitamente
connesso con la dottrina rivelata, che viene
a confermare " (5).
(5)
Michel, Miraclt, in D.T.G., X, col. 1855.
I
miracoli di Cristo il più delle volte
sono connessi solo implicitamente col suo
insegnamento; ma almeno una volta (però
si potrebbero trovare altri esempi) la relazione
alla missione salvatrice di Gesù è
esplicita: "Alzati, prendi il tuo tettuccio...
" (Me, 2, 9-10).
Dobbiamo
considerare che il miracolo è un criterio
di verità dato da Dio. Cristo fece
miracoli più perfetti e in più
gran numero di qualsiasi altro taumaturgo.
Che senso hanno dunque questi segni e quale
valore vi dobbiamo riconoscere?
Prima
osserviamo che valore dia ad essi il Salvatore
stesso: "Le opere che io faccio attestano
di me che il Padre mi ha mandato " (Gv.,
5, 36). Con le sue opere pare quindi che voglia
provare die la sua missione è legittima,
come dice sostanzialmente la sua risposta
data agl'inviati di Giovanni Battista, e anche
la risposta ai giudei riguardo alla sua persona
s'appella alle opere stesse (Gv., 10, 24-25);
perciò i giudei non hanno scuse a causa
delle opere compiute da Lui (Gv., 15, 22-24).
Per i miracoli operati in essa, Cafarnao viene
giudicata più severamente di Tiro e
di Sidone; almeno gli apostoli dovrebbero
credere in Lui, avendo assistito ai suoi prodigi
(Mt., 16, 6-12). La resurrezione di Lazzaro
ha lo scopo di far glorificare Dio e di provocare
la fede nel suo Inviato (Gv., 11).
I
miracoli di Gesù hanno perciò
come scopo la confidenza in Lui e la fede
nella sua divina filiazione. I testi evangelici
riferiscono le varie reazioni che essi suscitavano:
i discepoli credono in lui (Gv., 2, 11. 23);
l'ufficiale regio, dopo la guarigione del
figlio, " credette in Lui " (Gv.,
4, 53). Nicodemo manifesta chiaramente il
nesso : " Nessuno potrebbe operare quei
miracoli che tu fai, se Dio non è con
lui " (Gv., 3, 2). Per questo la folla
lo dichiara " un grande profeta ",
" un santo personaggio ", "
il Messia stesso ", " il Figlio
di Davide "; Erode pensa di rivedere
in Lui Giovanni Battista risorto. In definitiva,
" se quest'uomo non venisse da Dio, non
potrebbe fare nulla ". L'ammirazione
timorosa d'una potenza sconosciuta lega la
folla a Gesù; ma ancora più
profondamente " i miracoli sono già
l'implicita rivelazione dell'Incarnazione
" (6), perché
lasciano trasparire la divinità nell'umanità,
nell'unità d'una sola persona"
Però notiamo bene che, per se stesso,
il taumaturgo non è Dio: i miracoli
di Cristo provano più la divinità
della sua missione che della sua persona,
perché il rapporto esatto tra la causa
principale e lo strumento e la vicinanza che
li congiunge sfuggono agli sguardi e possono
essere desunti solo dalla qualità del
meraviglioso in questione: " Il dito
di Dio è qui ". Pertanto ogni
qualvolta Cristo compie prodigi a nome proprio
e a suo piacimento, manifesta la sua volontà
onnipotente e perciò stesso afferma
la sua divinità. Ed è proprio
questo il risultato cui giungono i miracoli:
" Le folle della Galilea a questo riguardo
non pensano diversamente da quelle della Giudea;
un mendico, come il cieco nato, enuncia il
nesso in modo chiaro quanto la gente istruita,
come Nicodemo, gli amici di Lazzaro, l'ufficiale
di Cafarnao, il centurione del Golgotha "
(7).
Resta
tuttavia la difficoltà espressa da
G. G. Rousseau (8):
rifiutando ai farisei il segno dal cielo che
gli domandavano, Gesù rifiutò
espressamente di provare la sua missione col
miracolo. Si potrebbe aggiungere la battuta
di San Giovanni: " Se non vedete prodigi
e segni non credete " (4, 48)... "
Beati quelli che non hanno veduto e hanno
creduto " (ibd., 20, 29). Anzi, il fatto
valorizza il meraviglioso evangelico, poiché
Gesù Cristo rifiutò sempre quel
genere di miracoli che gli avrebbe procurato
una facile gloria, un successo effimero, che
avrebbe soddisfatto la curiosità vana
d'un pubblico scadente. I miracoli di Cristo
ebbero sempre uno scopo morale, su cui abbiamo
insistito. La sua dottrina è spirito
e vita, il Salvatore mira all'intimo dell'anima
e il meraviglioso, di cui si serve, è
lo strumento che maneggia in funzione della
sua missione spirituale e salvifica.
Cacciata
dei demoni. - Prima di concludere,
fermiamoci a un genere di miracoli che riesce
difficile alla nostra mentalità moderna.
Che cosa sono i demoniaci di cui parla il
Vangelo? I razionalisti pensarono di risolvere
facilmente la difficoltà assimilando
le guarigioni e le espulsioni dei demoni,
facendo un blocco solo di due gruppi di miracoli,
che non sarebbero altro che liberazioni di
grandi nervosi, epilettici, ecc La confusione
tra malati e posseduti è insostenibile,
perché vi si oppone tutto l'atteggiamento
di Gesù. Qui non ci chiediamo che cosa
propriamente intendessero i Giudei del primo
secolo per demoni, né che origini abbiano
avuto queste credenze, e ricordiamo semplicemente
che essi pensavano i demoni come spiriti cattivi
e impuri, incapaci di qualsiasi bene: "Può
forse un demonio aprire gli occhi ai ciechi?
" (Gv., 9, 20-21). Satana era presentato
come loro capo.
Ora
la carriera di Gesù è, per cosi
dire, incastrata tra manifestazioni spirituali,
dove il posto principale è occupato
da Satana, che per Gesù è una
realtà perfettamente concreta, con
la quale sa d'essere in lotta. Il duello comincia
al principio del ministero pubblico, quando
lo spirito maligno tenta di sedurre e intimidire
Gesù per deviarlo dalla missione messianica,
della quale presentiva l'importanza senza
riuscire a capirne la natura; in seguito alcune
manifestazioni molto nette dell'attività
di Satana nell'ambiente di Gesù ne
rivelano
il potere e le intenzioni: in San Marco l'indemoniato
di Gerasa chiama Gesù a Figlio del
Dio supremo " (5, 20). Contro alcuni
di questi spiriti solo la preghiera e il digiuno,
come dichiara il Salvatore, possono influire.
Ma la lotta finale tra Gesù e Satana,
che a s'era ritirato per un certo tempo ",
s'accende nell'Orto degli Ulivi... la battaglia
in sé è già vinta: "
II principe di questo mondo è già
giudicato " e la liberazione dei posseduti
era stata soltanto l'annuncio di tale giudizio
e vittoria. Perché dunque la lotta?
Perché nel campo divino il nemico ha
occupato il posto dei figli di Dio e regna
sull'umanità asservita; Cristo deve
sloggiarlo e, schematicamente, questo è
l'unico scopo della sua missione, a In realtà,
scrive il P. de Grandmaison, Gesù agi
costantemente nell'ipotesi e insegnò
formalmente che le potenze spirituali, dagli
evangelisti chiamate indistintamente te spiriti
maligni, o " spiriti impuri ", opponendosi
all'affermarsi del regno di Dio, esercitavano
entro corpi umani e per mezzo di essi un'attività
visibile, esprimevano giudizi talvolta contrassegnati
da una penetrazione sovrumana " (9).
(6)
Michel, ivi, col. 1197.
(7) L. de Grandmaison,
Jésus-Chrisl, t. II, p. 332.
(8) Let.'res
écrites de la montagne.
(9)
L. de Grandmaison, ini, t. II, p. 350.
"
Questa lotta, di cui l'espulsione dei demoni
è l'episodio più eloquente,
è il sottinteso di tutto il Vangelo
" (10);
e, in questa luce, le espulsioni dei demoni,
anziché apparire come fantasie arcaiche,
assumono un rilievo impressionante e appaiono
come fasi d'un feroce combattimento, che ha
per posta il regno di Dio nel mondo e la salvezza
dell'umanità.
Obiezioni
particolari contro i miracoli del Vangelo.
- Dopo aver ricordato un aspetto del razionalismo,
passiamo in rassegna alcune sue tesi sul miracolo.
Uno dei più notevoli rappresentanti
del protestantesimo liberale in Germania,
W. Heitmiiller, nell'articolo Gesù
Cristo dell'opera Die Religion in Geschichte
und Gegenwart, ammette bensì l'importanza
dei miracoli nel Vangelo, ma le norme interne
del suo pensiero gli fanno distinguere varie
categorie di miracoli: miracoli verosimili,
meno verosimili, inverosimili, miracoli completamente
impossibili, onde una scelta soggettiva tra
le fonti. Ma questo è assai grave in
uno storico, poiché si vede bene che
il carattere intrinseco del fatto miracoloso,
e non solo l'attestazione storica, ne compromette
il valore ai suoi occhi, k Non solo possiamo,
ma dobbiamo trattare con diffidenza quanto
ha carattere di prodigio straordinario "
(Op. e). L'autore ammette come miracoli storicamente
autentici solo le guarigioni in cui la fiducia
personale del malato può assolvere
un compito. Ritorniamo così alla "
fede che guarisce ". La tesi di Renan
è adottata e riassunta da Loisy (11).
Gesù faceva miracoli quasi contro voglia;
" forse si giunse perfino a prestargli
la resurrezione dei morti "; egli otteneva
il successo principale con et una speciale
categoria di malati, considerati come posseduti
in modo speciale dal demonio, gl'infelici
colpiti da affezioni nervose e da squilibri
cerebrali... ". Siamo sempre allo stesso
punto.
(11)
Id., Un.
(12) Jésus
et la tradition évangtliqus, 1910.
Per
A. von Harnack il miracolo in quel tempo era
et cosa quasi quotidiana " e, d'altronde,
" sempre si attribuivano miracoli a personalità
eccezionali; del resto oltre l'inviolabile
ordine naturale, ci sono forze psicologiche
an-cor poco conosciute, e noi non crederemo
mai che una tempesta sia stata sedata
con una parola, ma non negheremo sommariamente
che paralitici abbiano camminato, che ciechi
abbiano veduto" (12). Harnack classifica
poi i racconti evangelici dei miracoli in
questo modo:
1.o
quelli provenienti dall'esagerazione di fatti
naturali impressionanti;
2.o
quelli che provengono da discorsi... da impressioni
interiori trasformate in fatti;
3.0
racconti provenienti dal desiderio di veder
compiute le predizioni dell'Antico Testamento;
4.o
guarigioni sorprendenti operate dalla potenza
spirituale di Gesù;
5.o
racconti di fonti impossibili a determinarsi.
Riportando
questa dottrina il P. Grandmaison fa giustamente
notare che se il miracolo è quotidiano,
mal si comprende l'emozione profonda, l'afflusso,
i contrasti suscitati dal meraviglioso che
proviene da Gesù. Quanto alle personalità
eccezionali: a quanto si sa nessun miracolo
fu mai attribuito a Giovanni Battista, a Piatone,
a Luterò, a Napoleone! Ma specialmente
l'esclusione dei miracoli " di natura
" è un " postulato della
filosofia materialista ". Le amputazioni,
cui si abbandona l'autore per respingere alcuni
testi e conservarne altri, sono il colmo dell'arbitrio,
non tenendo nessun conto dei gradi di probabilità
di cui si serve lo storico per stabilire i
suoi indizi critici: pluralità, anzianità
della testimonianza, ecc.
La
critica indipendente usa generalmente questo
processo di discriminazione illegittima, e
intanto accorda sempre più favore alle
forze spirituali, al punto che, specialmente
in America e in Inghilterra, non sembra impossibile
nessun prodigio attribuito a Cristo, salvo
forse la resurrezione dei morti, senza tuttavia
uscire dal campo naturale.
La
posizione cambia con la nuova scuola della
storia delle forme che intende basarsi sulla
storia comparata delle religioni e sullo studio
delle forme letterarie della storia. Questi
autori non ammettono i miracoli evangelici
più dei loro predecessori, ma "
invece d'eliminare il miracoloso come esorbitante
dai limiti del possibile, cercano di volatilizzarlo,
spiegando naturalmente la sua presenza nel
Vangelo " (L. de Grandmaison, ivi). "
I racconti del meraviglioso sarebbero la creazione
spontanea e normale d'una comunità
di semplici credenti occupati a magnificare
l'oggetto del loro culto " (Id.). Ma
se la comunità può trasformare,
non può creare; e quindi bisogna prima
domandarsi come ebbe origine la fede di questi
credenti, quale fu l'oggetto del loro culto
e se sia mai possibile che vi siano credenti
di così scarsa fiducia nell'oggetto
del loro culto, da doverlo necessariamente
magnificare.
Un
puro divenire è impossibile sia in
storia che in metafisica, e se negate l'inizio
distruggete tutta la serie.
Il
metodo in questione consiste in una minuziosa
e quasi atomica analisi dei racconti evangelici
per ricondurli, volenti o nolenti, ai cicli
leggendari ellenico, rabbinico, o moderno.
Ma " il senso dell'insieme, così
forte e così eloquente di verità
perisce completamente quando si abbandonano
i testi a una scomposizione artificiosa, con
una chimica cui nessuna pagina della storia
potrebbe resistere " (L. de Grandmaison).
Ad
ogni modo qui siamo nell'arbitrario e agli
antipodi della vera scienza.
Checché
abbiano detto i negatori del soprannaturale,
i miracoli evangelici sono realtà storiche,
che si possono negare, non sopprimere. Sono
possibili, com'è possibile ogni miracolo,
a causa dell'onnipotenza di Dio, che pone
gli
esseri nell'esistenza, e sono essenzialmente
la manifestazione della messianità
di Gesù.
Alcuni
tentativi per spiegare i miracoli di Gesù.
-
1. L'abilità di Gesù.
In questo caso Gesù sarebbe stato veramente
troppo abile. Riuscire di prim'acchito, sempre,
all'aria aperta, in modo impreveduto, senza
che nessuno sospettasse sul suo ciarlatanesùno
odioso e riuscisse a prenderlo in fallo.
Le
forze occulte. - Esistono ed esistevano
anche al tempo di Gesù; Egli le conosceva,
ma non se ne servì; non aveva il radium
né l'apparecchio per l'elettrolisi.
Non ha certo inventato il mezzo naturale per
calmare la tempesta o la medicina per restituire
la vita ai morti, come promette la scienza
che vuol mettersi al posto dell'Onnipotente.
La forza occulta nell'agire segue certe leggi
generali e particolari, e non annulla le forze
ben note. I miracoli si spiegano unicamente
con l'onnipotenza della forza divina che,
se si vuole, era " occulta " e che
in quegli istanti diventa manifesta.
La fede che guarisce. - Non
si può spiegare come la fede abbia
potuto calmare una tempesta o moltiplicare
i pani d'orzo. Inoltre assieme al P. de Grandmaison
notiamo:
1.o che ala cura attraverso
la suggestione clinica guarisce soltanto quello
che ha fatto la suggestione morbida ";
2.o
" la cura me diante la suggestione ha
limiti molto angusti "; quanto tempo
richiede! a quan ti insuccessi va incontro
e quante ricadute non è in grado di
prevenire! Aggiungiamo che se la fede naturale
facilita la guarigione di certe malattie,
non ha nulla in comune con la fede religiosa,
che Gesù richiedeva dai suoi malati
o dai loro amici.
Il
meraviglioso diabolico - Rispondiamo
con un no categorico. Gesù lottava
contro Satana e per Dio; non cercava né
di evitare sofferenze, né d'attirare
gli sguardi, né d'abbagliare i suoi
nemici. " I miracoli di Gesù sono
l'immagine, il simbolo vivente della sua opera
spirituale " (L. de Grandmaison) che
è bella e nettamente divina, e i miracoli
hanno questa bellezza e questo carattere divino.
Verrà un giorno in cui Gesù
resusciterà tutti i morti, perché
ha vinto il peccato.
" In breve, i miracoli nel Vangelo sono
parte integrante di racconti degni di fede;
sono evidentemente connessi con la missione
e la testimonianza del Salvatore; superano
nettamente il raggio d'azione delle forze
naturali in gioco; non offrono nulla (anzi,
tutto all'opposto) che impedisca di considerarli
come il sigillo divino su una vita che, per
tanti motivi, esige questa ratifica suprema.
Sembra dunque bene e prudente credere in colui
che è raccomandato da tali opere "
(13).
(12)
L'essenza del Cristianesimo, trad.
ita!., Torino 1903, p. 38.
(13)
L. db Grandmaison, Jésus-Christ,
in D.A.F.C., II, 1470-1471.
§
3. - I miracoli provano che Gesù disse
solo e sempre la verità.
Ci
furono fatti assolutamente straordinari, che
si spiegano soltanto con un intervento intenzionale
di Dio nel corso degli eventi, e che autenticano
la missione divina di Gesù e autorizzano
quanto Egli insegnò.
La
narrazione dei miracoli attribuiti a Gesù
è intimamente mescolata al racconto
della sua vita e all'esposizione della sua
dottrina, e spiega la fede dei discepoli,
l'entusiasmo delle folle, la crescente invidia
dei capi, che non osarono negare la realtà
dei fatti, ma vollero soltanto vedere meraviglie
diaboliche e trappole per cattivare le anime
e perderle.
I
razionalisti prima dichiararono che tali racconti
rendevano sospetta tutta la narrazione evangelica;
poi ritornarono su posizioni più ragionevoli,
e la scienza storica tende a riconoscere cc
un valore documentario apprezzabile anche
ai racconti miracolosi " (Ad. von Harnack).
Verità
storica e apologetica del miracolo. -
Il P. de Grandmaison nel miracolo distingue
una verità storica e una verità
apologetica. La seconda non può esistere
senza la prima, ma sono distinti i punti di
vista. La figlia di Giairo era morta e Gesù
la resuscitò davanti a cinque testimoni:
il fatto è reale, e la resurrezione
aveva la sua ragion d'essere soprattutto nell'autenticare,
davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni, la missione
redentrice di Colui che vedranno agonizzante
nel Getsemani; quindi il fatto ha una portata
apologetica certa, che dopo la resurrezione
di Gesù s'estese a tutti quelli che
ne sentirono il
racconto.
Spesso,
se non sempre, il miracolo è un fatto
apologetico; ma occorre notare che anche il
suo modo ha una portata apologetica, come
pure deve averla la sua serie. Mi spiego.
Se
Gesù avesse seminato i miracoli a sproposito
e a casaccio, ci potremmo chiedere dove volesse
condurci e avremmo dei motivi per sospettare
degli storici che gettarono questa polvere
d'oro sulle vie di Palestina. Distinguiamo
rapidamente le storie meravigliose, le novelle,
le leggende, le epopee, i racconti mitologici
dalla mancanza di saggezza nel distribuire
il meraviglioso.
Invece
lo studio attento dei Vangeli ci rivela anche
nella trama dei miracoli una bellezza ineffabile,
e questa filigrana è talmente in armonia
con la dottrina evangelica, che sentiamo d'essere
innanzi a un'incontestabile realtà
e a una libertà veramente divina.
L'insieme
dei miracoli evangelici è come un rosario
infilato in un filo d'oro; ogni grano è
una pietra preziosa, ma la serie e gli spazi
hanno portata apologetica.
Vediamo
Gesù rifiutarsi di dare un segno meteorico
su comando, lo vediamo obbligato a rifiutare
a Nazareth i regali che prodigava a Cafarnao,
perché vuole la fede, la buona fede,
a Egli dona come Dio, ma vuole l'umiltà
del cuore " ha detto Santa Teresa di
Lisieux, che aveva potuto osservare da vicino
la maniera del Maestro divino.
La
ripartizione delle guarigioni, degli esorcismi
vittoriosi, delle resurrezioni, dei prodigi
è l'opera d'un re, che si sa nato "
per rendere testimonianza alla verità
". Non ammireremo mai abbastanza la sua
saggezza e il suo metodo. È impossibile
che i quattro evangelisti abbiano potuto inventare
la carriera taumaturgica di Gesù, perché
gli uomini non danno in questo modo via libera
alla loro fantasia e non così la moderano,
quando vogliono restare nei limiti del verosimile.