tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
INTRODUZIONE
II
problema. - Un fatto recente di grande
importanza nella vita della Chiesa Cattolica,
la definizione dogmatica dell'Assunzione di
Maria SS. in ciclo, solennemente proclamata
da S. S. Pio XII il Lo Novembre 1950 ha riproposto
alla mente di molti cattolici il problema
dello sviluppo dei dogmi: problema non nuovo
nella teologia, ma che, dopo un momento di
celebrità nel periodo del modernismo,
sembrava accantonato per il pubblico non specializzato
negli studi teologici.
La
definizione dell'Assunzione, infatti, pur
accolta con fede e con gioia da tutti i credenti,
non ha mancato di suscitare nella mente di
parecchi cattolici colti degli interrogativi:
perché la Chiesa soltanto oggi proclama
l'Assunzione come verità di fede? dove
è insegnata? come la Chiesa l'ha conosciuta?
Per coloro poi che avevano una qualche conoscenza
della storia della dottrina — ed oggi sono
un po' più numerosi che non nel passato
i conoscitori anche laici della storia della
dottrina cattolica, non foss'altro per i frequenti
contatti tra la storia della dottrina e la
storia dell'arte o della cultura — per costoro
la vaga conoscenza delle diverse fasi dello
sviluppo storico della dottrina suscita altre
domande: come si spiega il silenzio o la mancanza
di indizi dei primi secoli? le varie denominazioni
della festa, che sembrano accennare a concezioni
diverse del mistero? i dubbi sollevati da
alcuni autori medioevali?
Queste
domande poi nella mente delle persone culturalmente
più preparate ne suscitano altre, di
portata più generale, sentite alle
volte come difficoltà, altre volte
come interrogativi che esigono una risposta
adeguata da parte della teologia cattolica.
A
chi osserva con l'occhio e l'attenzione dello
storico appare innegabile, infatti, un certo
" accrescimento " o sviluppo nell'insegnamento
dogmatico della Chiesa: la Chiesa propone
oggi come dogma, cioè come verità
rivelata da Dio e obbligatoria da credere,
un certo numero di dottrine che non ha sempre
proposte come tali, che sono state anzi talvolta
negate per un certo periodo anche da grandi
dottori (si pensi all'Immacolata), e che non
è facile vedere presenti nella Scrittura
o nei documenti della Chiesa primitiva. D'altra
parte la Chiesa asserisce che tutto il suo
insegnamento dogmatico è d'origine
divina e che la Rivelazione divina s'è
conclusa alla morte degli apostoli: come si
conciliano tra loro questi fatti, apparentemente
contraddittori? Inoltre gli storici più
attenti non hanno mancato di rilevare la presenza
in alcune definizioni dogmatiche di un linguaggio
e di concetti derivanti dalla teologia scolastica
medioevale, e si sono perciò proposti
la domanda: quale rapporto esiste tra il dogma
e la teologia? quale influenza hanno avuto
la filosofia e la teologia medioevale nell'insegnamento
dogmatico della Chiesa? e, in forma più
generale, quale rapporto esiste tra l'insegnamento
dogmatico della Chiesa e la storia del pensiero,
della cultura, della spiritualità?
Il
complesso di queste domande costituisce quel
problema che si suole chiamare problema dello
sviluppo del dogma. Ed è certamente
uno dei problemi più importanti della
teologia e dell'apologetica cattolica contemporanea.
Basti fare questa semplice riflessione: se
nell'insegnamento dogmatico attuale della
Chiesa fosse contenuta qualche affermazione
che ha un'origine puramente umana, come si
potrebbe sostenere l'affermazione fondamentale
che la Chiesa non propone da credere che la
verità divina?
Triplice
aspetto del problema. - II complesso
degli interrogativi suscitati dal fatto storico
dell'" accrescimento " dell'insegnamento
dogmatico della Chiesa Cattolica mostra che
il problema ha diversi aspetti, che è
necessario tenere accuratamente distinti per
una esatta impostazione e soluzione,
V'è
anzitutto un aspetto teologico: in che consiste
e come si spiega il fatto dello sviluppo dell'insegnamento
dogmatico della Chiesa? a quali cause o fattori
è dovuto? a quali leggi obbedisce?
E' questo un problema analogo a tanti altri
problemi teologici, nei quali l'intelligenza
credente non ha tanto il compito di giustificare
o di difendere una dottrina cattolica, quanto
piuttosto di comprenderla.
V'è
un aspetto apologetico: come conciliare l'affermazione
di principio, che la Chiesa propone a credere
soltanto verità divinamente rivelate,
con la differenza storicamente costatabile
tra il contenuto della Rivelazione terminata
alla morte degli apostoli e il contenuto sempre
più ricco dell'insegnamento della Chiesa?
E
v'è pure un aspetto metodologico: lo
studio storico dello sviluppo dei dogmi come
dev'essere condotto? Deve necessariamente
e in ogni caso riuscire a dimostrare un'identità
storicamente evidente tra l'insegnamento contenuto
nelle fonti della Rivelazione (Scrittura e
Tradizione orale) e l'insegnamento dogmatico
attuale della Chiesa?
Metodo
dell'esposizione. - E' evidente a
una semplice riflessione che i tre aspetti
del problema devono essere esaminati successivamente
in questo stesso ordine, perché l'aspetto
teologico espone ed illustra la dottrina cattolica
che l'aspetto apologetico deve poi giustificare.
Ed allo stesso modo la teologia precisa la
natura e le condizioni dello sviluppo dogmatico,
che lo studio storico deve tener presenti
se vuole comprendere i fatti come sono realmente
avvenuti.
La
successione logica dei vari aspetti del problema
impone quindi l'ordine di questa breve trattazione,
che non intende esaurire tutto il problema
ma delineare le linee essenziali di soluzione
dei tre momenti descritti.
All'esame
vero e proprio del problema è necessario
premettere, però, una introduzione
che dapprima esponga l'insegnamento del Magistero
della Chiesa sullo sviluppo del dogma, e poi
delinei brevemente la storia del problema.
La
ragione dell'introduzione è chiara.
La teologia cattolica si distingue da altre
forme e metodi di studio del Cristianesimo
perché riconosce nell'insegnamento
del Magistero la sua norma prossima e il suo
oggetto primario: essa vuole comprendere,
giustificare, seguire l'insegnamento del Magistero
nello studio della verità e della realtà
cristiana, perché sa che la luce del
Magistero è la sola adeguata all'oggetto
del suo studio. La storia del problema poi
servirà a chiarire meglio sia la esatta
formulazione dei suoi vari aspetti, sia la
situazione attuale della teologia al riguardo,
aiutando a distinguere ciò che si può
affermare con certezza da ciò die appare
ancora discutibile. Risulta così il
piano generale dell'esposizione:
1.a
Parte:
a) la dottrina cattolica sullo sviluppo dogmatico;
b) la
storia del problema e le sue soluzioni.
2.a
Parte:
a) la spiegazione teologica dello sviluppo
dogmatico;
b) la sua giustificazione apologetica;
c) il
metodo della storia dei dogmi.
PARTE
PRIMA
CAPITOLO
I. - LA DOTTRINA DEL MAGISTERO
L'insegnamento
della Chiesa cattolica circa lo sviluppo dogmatico
comprende due affermazioni complementari,
non ugualmente sottolineate nell'insegnamento
esplicito del Magistero, ma ambedue costantemente
presenti e coessenziali.
La
Rivelazione divina affidata alla Chiesa ha
avuto termine con la morte dell'ultimo apostolo,
così che da quel momento non hanno
più luogo rivelazioni che comunichino
alla Chiesa nuove verità da credere:
La Chiesa non ha ricevuto la Rivelazione divina
come un patrimonio di verità tutte
perfettamente chiare e distintamente conosciute
fin dai primi tempi della sua vita; ma come
un patrimonio di verità suscettibile
e bisognoso di un progressivo approfondimento
di conoscenza, per poter essere pienamente
assimilato. Una parola di spiegazione e di
giustificazione di queste due affermazioni
permetterà di formulare alla fine una
determinazione più esatta del senso
della dottrina cattolica.
§ 1. -
La conclusione della Rivelazione alla morte
degli apostoli.
E'
un'affermazione costante nell'insegnamento
della Chiesa Cattolica (1).
(1)
Per la documentazione storica di questa affermazione
è sempre utile consultare I. B. Franzelin,
Tractatus de divina Traditane et Scrìptura,
tesi XXII (III ed., Roma 1882) pp. 263-277.
Più recentemente cfr. L. De Grandmaison,
Le dogme chrétien (Parigi, 1938), pp.
158-225; R.Spiazzi, Rivelazione compiuta conia
morte degli Apostoli, nel volume *Lo sviluppo
del dogma secondo la dottrina cattolica "
(Roma, 1953) pp. 24-57; e soprattutto D. Van
den Eynde, Les normes de l'enseignement chrétisn
dans la littérature patristique des
trois premieri siècles (Parigi, 1933).
Fin
dalle prime battaglie contro l'eresia, la
Chiesa, per mezzo dei suoi dottori, ha affermato
questo principio: la verità divina
proveniente dal Padre e comunicataci dal Figlio
è stata consegnata da Gesù Cristo
agli Apostoli, dagli Apostoli alla Chiesa,
la quale nulla vi può aggiungere e
nulla ne può togliere. " La Chiesa,
pur essendo sparsa in tutto il mondo, custodisce
diligentemente questa predicazione e questa
fede ricevuta dagli Apostoli come se abitasse
nella stessa casa; e crede tutta la stessa
verità come se avesse una sola anima
e un solo cuore, e la predica e insegna e
trasmette concordemente come se avesse una
sola bocca... E colui che è molto abile
nel parlare, tra i capi della Chiesa, non
insegna altro che questo — nessuno, infatti,
è superiore al Maestro — né
colui che è poco abile sminuisce la
tradizione. Essendo, infatti, una e identica
la fede, colui che può dire molte cose
a suo riguardo, non la amplia e colui che
può dire poco non la sminuisce "
(2).
Queste
parole di Ireneo, che esprimono chiaramente
l'atteggiamento della Chiesa dei primissimi
secoli, trovano a distanza di diciassette
secoli una perfetta corrispondenza nell'insegnamento
del Concilio Vaticano: " La Rivelazione
soprannaturale, secondo la fede della Chiesa
universale già dichiarata dal Sacrosanto
Concilio Tridentino, è contenuta nella
Scrittura e nelle tradizioni non scritte,
che gli Apostoli hanno ricevuto da Gesù
Cristo direttamente, oppure per influsso dello
Spirito Santo, ed hanno trasmesso in modo
che, come di mano in mano, pervenissero fino
a noi " (3).
Si comprende quindi perché al sorgere
del Modernismo, con la sua interpretazione
immanentistica della Rivelazione, la Chiesa
sia intervenuta condannando la proposizione
seguente : " La Rivelazione, che forma
oggetto della fede cattolica, non è
stata (definitivamente) completa con gli Apostoli
" (4).
Dalla
affermazione che la Rivelazione era definitivamente
compiuta alla morte degli Apostoli discende
una conseguenza, pure costantemente presente
nell'insegnamento della Chiesa: la coscienza
che il suo compito non è quello di
aggiungere qualcosa o di innovare nell'insegnamento
ricevuto dagli Apostoli, nella " tradizione
", ma quello di custodire, trasmettere
e interpretare fedelmente l'insegnamento apostolico.
(2) Ireneo, Adversus
Haereses, 1. I, 10, a. Ireneo sviluppa questa
identità e apostolicità della
dottrina della Chiesa nella prima parte del
III libro dello Adversus Haereses
cfr. l'edizione recente curata da F. Sagnard
nella collezione " Sources chétiennes
"; Irenéo de Lyon, Conte les Héresies,
livre Ill.e (Parigi 1952).
(3)
Costituzione "De fide catholica ",
cap. II (cfr. Denzinger,Enchirìdion
Symbolorum et definitionum, n. 1787).
(4)
Decreto "Lamentabili", prop. ai
(Denz. 2021). I teologi sono oggi unanimi
nel ritenere che la tesi della conclusione
della Rivelazione con la morte degli Apostoli
appartenga alla dottrina cattolica. Vi sono
però giudizi diversi circa il grado
del suo insegnamento da parte del Magistero
della Chiesa: alcuni la ritengono già
insegnata in modo sufficientemente chiaro
come di fede (cosi Van Noort, Defontibusrevehtionìs;
Sa-laverri, Sacrae theologiae stimma, voi.
I); altri invece ritengono che non esista
ancora una tale chiarezza. Durante la a settimana
teologica " sul problema dello sviluppo
del dogma, tenuta a Roma presso l'Università
Gregoriana nel 1951, venne proposta ed accettata
la qualificazione teologica " proxima
fidei ", cioè dottrina prossima
a diventare dottrina di fede, ma non ancora
chiaramente tale.
Già
presente, come s'è visto, nel pensiero
di Ireneo, questa chiara coscienza ha ispirato
l'attività e le definizioni dogmatiche
del Concilio Tridentino (5),
e finalmente è stata esplicitamente
formulata a più riprese nel Concilio
Vaticano: " La dottrina della fede da
Dio rivelata non è stata affidata alla
sposa di Cristo come una dottrina filosofica
da perfezionare mediante l'ingegno umano,
ma come un deposito divino da custodire fedelmente
e da interpretare infallibilmente"; "lo
Spirito Santo non è stato promesso
ai successori di Pietro perché sotto
l'influsso della sua Rivelazione manifestassero
una nuova dottrina, ma perché con la
sua assistenza custodissero santamente ed
esponessero fedelmente la Rivelazione o deposito
della fede trasmesso dagli Apostoli "(6).
Questo
insegnamento costante della Chiesa ha il suo
fondamento ben noto nella funzione particolare
affidata da Gesù agli Apostoli, d'essere
i testimoni autentici della sua vita e della
sua dottrina (cfr. Giov. 15, 26-17; A. 1,
8, 12), e perciò stesso i " fondamenti
" della sua Chiesa (cfr. Mt. 16, 18;
Ef. 2,20). Ed è perfettamente rispondente
all'insegnamento degli Apostoli stessi che
richiedono la fedeltà più rigorosa
all'insegnamento da essi trasmesso (cfr. Gai.
1, 8-9; I Tim. 6, 20-21; II Tim. 1, 18-14;
2, 14-3, 5; Col. 2, 6-8; I Giov. 2, 18-28;
II Giov. 7-11).
La
dottrina che afferma il compimento della Rivelazione
alla morte degli Apostoli può assumere
però un significato profondamente diverso
secondo la maniera con cui si concepisce questa
Rivelazione e il suo compimento. Si potrebbe
cioè, ragionando a priori e in via
di ipotesi, pensare che la Rivelazione divina
sia consistita in una serie di verità
espresse mediante proposizioni chiare e facilmente
assimilabili dalla comune intelligenza degli
uomini sufficientemente preparati, come ad
esempio l'affermazione di Gesù: "
Io e il Padre siamo una cosa sola ",
che dagli uditori è stata immediatamente
compresa come affermazione della propria divinità
(Giov. 10, 31-33). In tal caso la et custodia
" e la " esposizione " fedele
della Chiesa non potrebbe consistere che nel
trasmettere la verità stessa nel suo
preciso significato, determinato dalle circostanze
nelle quali essa è stata enunciata.
Evidentemente una parte della Rivelazione
può aver assunto questa forma.
Ma
si può anche formulare l'ipotesi che
la Rivelazione, che è poi il pensiero
di Dio comunicato agli uomini, abbia assunto
la forma di un insegnamento ricco e complesso,
come qualunque insegnamento veramente profondo,
e perciò stesso non facilmente né
immediatamente assimilabile da tutti. Appunto
come ogni dottrina veramente profonda che
richiede una maturazione intellettuale e spirituale
per poter essere compresa in tutta la sua
profondità: si pensi, ad esempio, la
diversa comprensione che possono avere della
filosofia platonica o aristotelica o kantiana
o hegeliana uno studente di liceo, uno studente
universitario di filosofia, un professore
universitario.
(5)
Si vedano le formule usate dal Conc. Trid.
per esprimere o giustificare la propria dottrina
come dottrina " tradizionale " della
Chiesa (cfr. Denz. 783, 787, 791, 792 a, 801,
843 a 873 a, 874, 877, ecc).
(6) Costituzione
" De fide catholica ", cap. IV (Denz.
1800) ; Costituzione t De Ecclesia ",
cap. IV (Denz. 1836).
In questa seconda ipotesi è facilmente
comprensibile che il compito della Chiesa
rispetto alla Rivelazione deve essere diverso
che nella prima ipotesi: per conservare fedelmente
la Rivelazione, la Chiesa deve anzitutto capirla
nel suo significato profondo, perché
una trasmissione- puramente materiale di formule
non comprese nel significato ad esse attribuito
da Dio non custodirebbe fedelmente la Rivelazione.
Questa è pensiero divino espresso in
parole, ma è anzitutto pensiero: per
comprenderla la Chiesa, che dopo la morte
degli Apostoli non riceve più nuove
rivelazioni, potrà e dovrà usare
tutti i mezzi e tutte le vie. con cui l'intelligenza
umana si sforza di comprendere e ricostruire
un pensiero profondo e vero partendo dai documenti
che ce lo tramandano. E poiché in questo
sforzo di interpretazione e di ricostruzione
sono possibili dei dubbi, delle incertezze
almeno momentanee, anche degli errori, la
Chiesa, con l'aiuto dello Spirito Santo, dovrà
a poco a poco chiarire i dubbi, fissare definitivamente
la interpretazione esatta del senso divino
della parola rivelata, eliminare le interpre-tazioni
sbagliate. Il quadro dell'insegnamento della
Chiesa ci si presenterebbe a priori come notevolmente
diverso in questo caso dal tipo che avrebbe
assunto nel primo caso: si avvicinerebbe di
molto o coinciderebbe esattamente con quello
che la storia effettivamente ci manifesta.
Come
la Chiesa pensa sia avvenuta la Rivelazione,
e quindi come concepisce il suo rapporto con
essa? La risposta è contenuta nella
seconda affermazione esposta sopra.
§
2. - Il modo della Rivelazione: rivelazione
esplicita e rivelazione implicita.
Non
da oggi soltanto, per motivi apologetici,
ma da sempre si può dire, almeno da
quando ha incominciato a riflettere in modo
approfondito attorno a questo problema, il
pensiero cristiano ritiene e insegna che la
parola divina alla Chiesa consegnata è
ricca di significati profondi, proporzionali
all'intelligenza divina di Chi l'ha comunicata,
e che l'intelligenza umana credente soltanto
a poco a poco riesce a " scoprire "
cioè a vedere, guidata in questo dallo
Spirito che continuamente assiste la Chiesa
per condurla alla conoscenza della verità
(7).
Un
padre del secolo IV, Gregorio Nazìanzeno,
a proposito di una dottrina cristiana cosi
essenziale come il mistero della Trinità,
presenta a questo modo il procedimento della
Rivelazione divina: celi Vecchio Testamento
predicava manifestamente il Padre, e più
oscuramente il Figlio; il Nuovo ha manifestato
il Figlio e insinuato la divinità dello
Spirito. Attualmente lo Spirito abita in noi
e si manifesta a noi più chiaramente.
Non sarebbe stato prudente, infatti, quando
la divinità del Padre non era ancora
pienamente riconosciuta, predicare apertamente
il Figlio, e prima che fosse riconosciuta
la divinità del figlio imporci anche
lo Spirito Santo... Conveniva invece che mediante
suggestioni ed ascensioni parziali, progredendo
da chiarezza (limitata) a chiarezza (maggiore)
la luce della Trinità illuminasse (pienamente)
quelli che avevano già ricevuto delle
illuminazioni (iniziali) "
(8).
(7)
La documentazione della esistenza di una convinzione
comune circa il progresso nella conoscenza
della Rivelazione divina si può vedere
in R. M. Schultes, Introducilo in historiam
dogmatum, p. I (Parigi 1922) pp. 46-140; e
più sinteticamente in L. de Grandmakon,
0. e, pp. 82-110; R. Draouet, Histoire du
dogmi catholique (Parigi, 1946) pp. 9-16.
(8)
Orazione XXXI (Theologica V), 26 (Migne gr.
36, 161).
La
stessa dottrina, a distanza di secoli, è
ripresa dal Concilio Vaticano, che assume
e fa proprio un pensiero di Vincenzo di Lérin:
"Cresca dunque... e si sviluppi assai
l'intelligenza, la scienza, la sapienza, sia
dei singoli che di tutti, tanto del cristiano
isolato che di tutta la Chiesa; ma nel suo
genere, cioè nell'identico dogma, nell'identico
significato, nell'identica dottrina"
(9). E più
recentemente la Costituzione: " Munificentissimius
Deus" presenta a questo modo la formazione
e lo sviluppo della dottrina della Assunzione
: " La fede comune della Chiesa (nella
Assunzione di Maria) si manifesta sin dall'antichità
lungo il corso dei secoli attraverso varie
testimonianze, indizi e vestigia; e si mette
sempre più chiaramente in luce. I fedeli,
infatti, guidati e stostenuti dai loro pastori,
appresero bensì dalla Sacra Scrittura
che la Vergine Maria, durante il suo terreno
pellegrinaggio menò una vita piena
di preoccupazione, angustie e dolori... Parimenti
non trovarono difficoltà nell'ammettere
che Maria sia morta, come già il suo
Unigenito. Ma ciò non ha impedito di
credere e professare apertamente che il suo
corpo non fu soggetto alla corruzione del
sepolcro, e che non fu ridotto in putredine
e in cenere l'augusto tabernacolo del Verbo
di Dio. Che, anzi, illuminati dalla divina
grazia e spinti dall'amore verso Colei che
è Madre di Dio e Madre nostra dolcissima,
hanno contemplato in luce sempre più
chiara l'armonia meravigliosa dei privilegi
che il prowidentissimo Iddio ha elargito all'alma
soda del nostro Redentore, e che hanno raggiunto
un tale altissimo vertice, quale da nessun
essere creato, eccettuata la natura umana
di Cristo, è stato mai raggiunto"
(10).
Quasi
contemporaneamente l'Enciclica a Humani generis
" affermava essere compito della teologia
quello di " indicare come gli insegnamenti
del Magistero vivo si trovino sia esplicitamente,
sia implicitamente nella Sacra Scrittura e
nella divina tradizione" (11).
Anche
questo insegnamento del Magistero si appoggia
ad un chiaro insegnamento della Rivelazione.
Oltre alle parole di Gesù, riferite
da Giovanni, relative alla funzione dello
Spirito Santo nella Chiesa (12),
bisogna ricordare il duplice insegnamento
di Paolo. Quanto Paolo insiste sul dovere
della fedeltà assolutata all'insegnamento
da lui trasmesso, altrettanto chiaramente
insegna la esistenza di un duplice grado di
conoscenza delle realtà soprannaturali
e della parola divina che le comunica: un
grado iniziale necessario alla vita cristiana
ed a tutti facilmente accessibile (cfr. I
Tess. 2, 13-14; I Col. 1, 18-19; 8, 1-2; Ebr.
6, 1-2), ed un grado superiore, frutto di
una grazia più abbondante e riservato
ai perfetti (Ef. 1, 17-19; 3, 18-19; Fil.
1, 9-10; 3, 15; Col. 1, 9) (13).
(9)
Costituzione "De fide catholica ",
cap. IV (Denz. 1800).
(10)A.
A. S., 42 (1950), pp. 757-758.
(11)A.
A. S., 42 (1950). P- 568.
(12)Giov.
14, 16-26; 15, 26-27; 16, 12-14. Cfr. pure
I Giov. 2, 20. 27; I Cor. 2, 10-
(13)16.
Sulla funzione perenne dello Spirito Santo
nella Chiesa perla manifestazione della
verità divina cfr. recentemente E.
Dhanis, Révélation explicite
et implicite, nel voi. " Lo sviluppo
del dogma nella dottrina cristiana "
(Roma, 1953) pp. 168-218.
Sulla conoscenza della verità religiosa
in S. Paolo si veda J. Dupont, Gnosis.
La connaissance religieuse dans les èpitres
de St. Pad (Lovanio, 1949).
Queste affermazione chiare, assieme con la
prassi della Chiesa, dimostrano che la Rivelazione
non consta soltanto di un complesso di verità
manifeste e facilmente accessibili; ma comprende
pure una dottrina non immediatamente e facilmente
accessibile, che soltanto a poco a poco sotto
l'influsso dello Spirito Santo viene chiaramente
conosciuta e insegnata dalla Chiesa. Per questo
il progresso e lo sviluppo nella conoscenza
della Rivelazione appare come un fatto normale
e prevedibile. Se l'insegnamento del Magistero
ha più frequentemente e fortemente
sottolineato l'identità o la continuità
tra la Rivelazione trasmessa dagli Apostoli
e la propria dottrina, ciò è
facilmente comprensibile per la preoccupazione
di salvaguardare la fedeltà del proprio
insegnamento alla Rivelazione divina. Ma il
concetto di una Rivelazione destinata a manifestare
soltanto progressivamente, " secondo
la diversità dei tempi, degli uomini
e delle circostanze " e sotto l'influenza
della grazia, tutta la propria ricchezza di
verità, non è meno essenziale
alla dottrina cattolica che la prima affermazione
(14). Soltanto
la unione delle due affermazioni esprime quindi
esattamente la dottrina cattolica circa la
Rivelazione fatta agli Apostoli.
§
3. - Significato del " deposito della
fede ".
Alla
luce della dottrina cattolica cosi precisata,
appare chiaro anche il concetto cattolico
di " deposito della fede ", trasmesso
dagli Apostoli alla Chiesa.
Il
" deposito della fede " è
un insegnamento comunicato da Dio agli Apostoli
e da questi trasmesso alla Chiesa, che comprende
verità chiare e immediatamente percepibili,
cioè verità esplicitamente rivelate,
e verità già presenti nel pensiero
divino espresso nella Rivelazione ma non immediatamente
percepibili, e destinate ad esser percepite
più tardi sotto l'influenza di vari
fattori e della grazia: una grazia che dovrà
essere diversa da una vera nuova Rivelazione,
ma pure necessaria, perché il pensiero
divino rivelato possa essere percepito. In
altre parole, il " deposito della fede
" comprende dei " gerani "
di verità destinati a svilupparsi,
ed è prevista un'azione illuminatrice
dello Spirito Santo, cioè della grazia,
per farli sviluppare.
(14)
R. Schultes così esprime la conclusione
del suo esame della Scrittura e della tradizione
primitiva: " Tum Scriptura sacra,
tum vetus Ecclesia progressum dogmaticum agnoscunt
ac naturam ipsius determinant "
(0. e, p. 57). E più avanti, esponendo
le conclusioni di tutto lo studio storico,
afferma: " Doctrina igitur catholica
verum progressum dogmaticum admittit ac statuit
n; e cita, approvandola, l'espressione del
teologo tedesco J. Mausbach: " Optime,
igitur, Mausbach notat esse sententiam acatholicam
quae tenet in religione christiana verum profectum
vel evolutionem non esse admittendam "
(0. e., p. 163).
Quante
e quali sono le verità chiaramente
rivelate e quante e quali le verità
soltanto " germinalmente " rivelate?
L'insegnamento della Chiesa non ha mai dato
precisazioni al riguardo; né le potrebbe
dare, prima che tutte le verità soltanto
" germinalmente " rivelate si siano
manifestate. Il che non siamo affatto sicuri
sia già avvenuto, né la Chiesa
potrà mai essere sicura prima della
fine della sua storia: lo Spirito Santo, infatti,
le è stato dato come illuminatore e
guida nella conoscenza della verità
rivelata fino alla fine del mondo (cfr. Giov.
14,16); e la Chiesa non può mai sapere
a un certo punto della sua storia a quali
approfondimenti della parola rivelata lo Spirito
Santo potrebbe guidarla in un'epoca successiva.
Non sono quindi determinabili a priori dei
limiti positivi allo sviluppo della conoscenza
delle verità " germinalmente "
rivelate nella Chiesa; appena alla fine del
mondo sapremo di quali profondi significati
era ricca la parola rivelata porta-trice del
pensiero divino. Per ora sappiamo soltanto
che, comunque avvenga e qualunque possa essere
un nuovo approfondimento, non potrà
essere che il riconoscimento di un significato
già presente nel a deposito della fedo
che la Chiesa ha ricevuto dagli Apostoli e
che da essa era già creduto: perché
la Chiesa crede sempre tutto il pensiero divino
a lei rivelato, pensiero che sa essere molto
più profondo di quello che un'intelligenza
meramente naturale, cioè senza la grazia
illuminatrice dello Spirito Santo, potrebbe
scorgere nella parola di Dio.
Precisato
a questo modo il senso della dottrina cattolica
circa i rapporti tra il " deposito della
fede " e le definizioni dogmatiche della
Chiesa, siamo in grado di comprendere meglio
la storia del problema e le soluzioni date
ad esso dai teologi, per giudicarne il rispettivo
valore.
CAPITOLO
II. - LA STORIA DEL PROBLEMA E LE SUE SOLUZIONI
Il
problema dello sviluppo dogmatico nella forma
che noi conosciamo, e che è stata delineata
brevemente nella introduzione, è un
problema relativamente recente: non risale
più in là del sec XIX. Ma, come
tutti i veri problemi, ha una preistoria,
che incomincia con un problema posto dalla
teologia medioevale e sviluppato poi dalla
teologia post-tridentina. Poiché nostro
intento non è di fare una storia del
problema, ma di cogliere te posizioni dottrinali
dei teologi ed i loro principi ispiratori,
dobbiamo necessariamente limitarci qui a tracciare
dei quadri, riducendo le posizioni teologiche
all'essenziale e rimandando per una informazione
più completa alla bibliografia che
viene riportata alla fine.
§.
1. - Il problema dello sviluppo della Rivelazione
nella Teologia scolastica.
Per
motivi storicamente ben determinati, la teologia
scolastica pre e post-tridentina si è
trovata ad affrontare questo problema: a)
una proposizione dedotta logicamente da due
premesse rivelate si può dire ancora
rivelata e quindi credibile con fede divina,
oppure no? b) e una proposizione dedotta logicamente
da una maggiore rivelata mediante una minore
di ragione si può essa pure dire rivelata
e credibile con fede divina? (15).
(15)
Nella teologia cattolica le proposizioni del
primo tipo vengono chiamate "verità
implicitamente rivelate " (formaliter
implicite revelatae), mentre quelle del secondo
tipo, vengono chiamate " verità
virtualmente rivelate " (virtualiter
revelatae), oppure " conclusioni teologiche
propriamente dette ".
La
distinzione concettuale tra le due categorie
è abbastanza chiara. Nelle prime, l'intelligenza
umana ha una funzione relativamente secondaria
e strumentale: accostare le premesse rivelate,
dalla cui connessione logica sprizza immediatamente
la verità divina; mentre invece nelle
seconde il compito dell'intelligenza umana
è assai più rilevante: è
essa che deve elaborare a suo rischio anche
la minore razionale che le servirà
per ricavare delle conclusioni. Ma quando
si passa a esaminare in concreto se una determinata
dottrina ricavata dalla Rivelazione è
formalmente o virtualmenta rivelata, il compito
è spesso assai difficile; e si trova
frequentemente che le stesse dottrine vengono
dagli uni classificate nella prima, dagli
altri nella seconda categoria. Ed inoltre
la terminologia non è sempre uniforme.
Per
la storia del problema e della terminologia
si veda particolarmente Schujctbs, ".
e, parte I. Per la terminologia e le classificazioni
oggi comuni, cfr. S. Cartechini, De valore
notanm theologkanm, (Roma, 1951).
a)
La risposta alla prima domanda fu quasi unanimemente
affermativa, con la seguente ragione: chi
afferma esplicitamente delle premesse afferma
implicitamente anche una conseguenza logica
delle premesse,se prevede che essa verrà
dedotta; e chi afferma, esplicitamente o implicitamente
una proposizione, si assume la responsabilità
della sua verità.
Ora
tutto questo si verifica nel caso della Rivelazione
divina: Dio, affermando le premesse, non soltanto
vede la conclusione in esse logicamente contenuta,
ma prevede infallibilmente che la conclusione
stessa sarà un giorno ricavata, e perciò
ne garantisce la verità, ne fa sua
la verità. Se Dio non intendesse questo,
avrebbe a sua disposizione mille modi per
far comprendere agli uomini che la verità
che Egli intende garantire non si estende
al di là di ciò che Egli esplicitamente
e direttamente afferma.
Così,
infatti, avviene tra noi uomini quando ascoltiamo
un uomo intelligente affermare qualcosa: non
ci accontentiamo del suo pensiero esplicito
e immediato; siamo sovente persuasi che egli
ha pure un pensiero profondo che vuole farci
sapere, e ci fa di fatto sapere manifestando
degli indizi che logicamente collegati tra
loro bastano a manifestarlo, ma vuole lasciare
a noi l'onere e l'onore della sua scoperta.
E' errato applicare a Dio la stessa riflessione?
No, non è errato, purché ci
si mantenga entro i limiti di una connessione
logica davvero necessaria ed evidente : "
bona et necessaria consequentia " dicevano
gli scolastici. Per questo l'opposizione dei
pochi che rispondevano negativamente alla
prima domanda è stata facilmente superata.
b)
Diversamente sono andate le cose per la seconda
domanda.
Una
corrente teologica abbastanza numerosa, infatti,
ritenne e ritiene tuttora che una proposizione
dedotta da una verità rivelata mediante
una minore di ragione non possa essere detta
una verità implicitamente rivelata
e credibile con fede divina. La ragione addotta
è semplice: chi afferma una verità
non afferma per ciò stesso tutte le
conseguenze che altri potranno dedurre dalla
propria affermazione, anche se sono logiche
e prevedibili. Per questo essi non accettano
di estendere il ragionamento fatto sopra a
questa categoria di proposizioni. Ma molti
altri teologi, e sembra più logicamente,
pensarono e pensano che, quando si tratta
di Dio che parla, non si può distinguere
.tra conclusioni le cui premesse sono ambedue
rivelate e conclusioni di cui una sola premessa
sia rivelata: il pensiero divino comprende
con un solo sguardo l'affermazione rivelata
e le conseguenze che da essa legittimamente
ricaveranno
gli uomini usando rattamente la loro ragione
(non è anch'essa un riflesso dell'intelligenza
divina?), e perciò a Lui non sarebbe
difficile parlare in modo da disilludere gli
uomini circa quelle conclusioni che Egli non
intendesse garantire. L'unica differenza che
si può stabilire tra il primo caso
e questo sta nel fatto che in questo secondo
caso è meno facile avere la certezza
che la conclusione logica che viene ricavata
rappresenti davvero il pensiero profondo di
Dio: quel pensiero profondo che Dio ha già
trasmesso nella Rivelazione, ma lascia a noi
di scoprire. Per questo è necessaria
ir questo caso, più ancora che nel
primo, una definizione della Chiesa che garantisca
la coincidenza della conclusione logica con
il pensiero profondo di Dio.
Le
due posizioni teologiche esposte, che rappresentano
ancora oggi una spiegazione molto diffusa
dello sviluppo dogmatico, nonostante la loro
reale divergenza avevano un presupposto comune,
almeno nella forma in cui sono state e vengono
comunemente sostenute nei manuali di teologia:
supponevano cioè che il metodo che
permette di passare dalla Rivelazione esplicita
al pensiero implicito e profondo di Dio, sia
sempre è soltanto il sillogismo deduttivo.
E come conseguenza di ciò lo sviluppo
dogmatico veniva spesso concepito come uno
sviluppo logico-razionale di tipo deduttivo.
Ma questo modo di concepire lo sviluppo del
dogma non corrisponde esattamente alla storia
e, ciò che più importa, non
risponde neppure al metodo con cui l'intelligenza
procede nella comprensione di un pensiero
profondo concreto: si pensi, ad esempio, ai
metodi con cui la critica letteraria o filosofica
cerca di penetrare le intenzioni e il pensiero
profondo di un autore. E per restare nel campo
teologico, si pensi al metodo utilizzato dalla
esegesi e dalla teologia biblica odierna per
scoprire il senso esatto di un libro ispirato,
o il pensiero di Paolo e di Giovanni.
Fu
certamente questa mancanza di una adeguata
teoria della conoscenza del pensiero concreto
che non permise alla teologia scolastica di
trovarsi sufficientemente attrezzata per la
spiegazione dello sviluppo dogmatico storicamente
costatabile. Quando la storia dei dogmi portò
ad una più completa ed esatta conoscenza
dei fatti, la teologia cattolica non era ancora
preparata ad affrontare il problema in tutta
la sua complessità, e fu necessario
un lungo periodo di maturazione prima di giungere
a comprenderlo nei suoi termini reali. Questa
maturazione ha avuto inizio verso la metà
del secolo XIX e s'è conclusa nel periodo
del modernismo.
§2.-Il
problema nel secolo XLX: Newman e Franzelin.
Tre
grandi fatti hanno dato al problema dello
sviluppo dogmatico un impulso ed un orientamento
nuovo nel secolo XIX: la definizione dogmatica
dell'Immacolata Concezione, che poneva i teologi
cattolici dinanzi a un caso di sviluppo tra
i più difficili da spiegare; lo sviluppo
degli studi di storia dei dogmi, dapprima
in campo protestante, poi anche in campo cattolico;
il pensiero di Newman (16).
(16)
Un altro grande autore deve essere ricordato
J. A. Moehler (1796-1838) la cui opera Die
Einheit in der Kirche (1825) e stata conosciuta
da Newman e da Giovanni Perrone, ed ha influito
sia sul primo che sul secondo, contribuendo
cosi a rendere vivo il senso dello sviluppo
dogmatico nella Teologia cattolica del sec.
XIX.
Per
il pensiero di Moehler cfr. A. Minon, L'attitudine
de J. A. Moehler dans la questuiti du developpement
du dogme, in " Ephem. Theol. Lov. "
16 (1939), pp. 328-382.
Per
il rapporto Moehler - Newman - Perrone cfr.
T. Lynch, The Newman-Perrone papers on development,
in "Gregorianum " 16 (1935) pp.
403-444.
Di
Perrone merita di essere ricordata anche l'opera
De Immaculatu B. V. Marìae conceptu
(Torino, 1954), perché egli fu uno
dei principali membri della commissione teologica
che preparò la definizione dell'Immacolata;
e contribuì alla elaborazione dei principi
teologici che permisero di giustificare la
definizione stessa.
Due
uomini soprattutto interessano per la influenza
da essi esercitata sull'approfondimento del
problema: Newman e Franzelin. Quest'ultimo
si mantiene sostanzialmente nella linea della
teologia scolastica, alla quale cerca di dare
un approfondimento, sia per illustrare la
funzione propria del Magistero nella trasmissione
della verità rivelata, sia per interpretare
più esattamente i fatti storici (17).
Quanto al primo scopo Franzelin giustamente
rileva che il primo fattore dello sviluppo
dogmatico è l'insegnamento del Magistero
infallibile, il quale, di fronte alle domande
ed ai problemi suscitati dall'incontro tra
la verità rivelata e il pensiero umano
nei vari momenti della sua storia, interviene
per dare la soluzione esatta, cioè
rispondente al pensiero di Dio; interpreta
infallibilmente la Rivelazione per custodirne
il significato originario; ed in questo, pur
dovendo valersi di tutti i mezzi umani di
studio e di controllo, è però
soprattutto guidato e garantito da una speciale
provvidenza e direzione dello Spirito Santo.
Nel che tutti possono essere d'accordo.
Per
il secondo scopo, di spiegazione della storia,
Franzelin ha proposto una duplice teoria.
In primo luogo distingue tra verità
rivelate fondamentali ed essenziali per la
vita cristiana, che sono sempre state esplicitamente
insegnate e credute nella Chiesa, e verità
rivelate secondarie, ugualmente vere ma non
ugualmente essenziali alla vita cristiana,
che la Chiesa non ha sempre esplicitamente
proposte, così che in determinati tempi
e luoghi hanno potuto essere ignorate e magari
anche negate, sebbene non universalmente.
Si comprende allora la sua seconda teoria:
la teoria dei tre stadi d'insegnamento e di
fede circa le verità secondarie. In
un primo stadio esse non sono esplicitamente
insegnate e credute nella Chiesa: sono insegnate
e credute implicitamente, perché logicamente
contenute nelle verità rivelate essenziali,
e contenute in modo che una semplice riflessione
logica ve le potrebbe mostrare presenti; ma
non tutti vedono tale connessione logica per
sé evidente, e sorgono dei dubbi e
delle negazioni, che agitano il problema dell'origine
divina di queste verità secondarie;
interviene allora, al momento opportuno, il
Magistero a troncare ogni dubbio, definendo
l'origine rivelata.
Lo
schema corrisponde di fatto a quanto è
possibile in genere costatare nello sviluppo
storico della verità rivelata; ma con
qualche precisazione. Franzelin non ha fatto
uno studio analitico di tutti i casi di sviluppo
dogmatico, e non ha quindi esaminato se tutti
i casi di verità secondarie siano tt
logicamente " deducibili da verità
essenziali con una deduzione necessaria.
(17)
Cfr. I. B. Franzemn, De divina Tradilime et
Scrìplura, tesi XXIII-XXVI (III ed.,
pp. 278-315).
Inoltre
non ò facile precisare come dovessero
essere presenti nel primo stadio le verità
rivelate secondarie nella fede e nell'insegnamento
della Chiesa, secondo il pensiero di Franzelin:
si ha l'impressione, infatti, che egli consideri
il secondo stadio come accidentale, come un
momentaneo allontanamento da una fede dapprima
più confusamente ma realmente presente.
E cosi è stato di fatto inteso da molti
divulgatori delle sue idee. Ora questo non
risponde esattamente alla storia,- la quale
mostra talvolta un lento e lungo camminare
verso la luce di verità prima sconosciute
(18).
Notevolmente
diverso da quello di Franzelin è il
pensiero di Newman nel suo famoso " Saggio
sullo sviluppo della dottrina cristiana "
(19). Egli non
parte da principi teologici, ma da osservazioni
storiche e da una dottrina filosofica. L'osservazione
storica mostra nel Cristianesimo cattolico
una molteplicità di sviluppi dottrinali
e di sviluppi istituzionali, a proposito dei
quali è però sempre possibile
ricostruire storicamente una genealogia che
mostra il collegamento tra questi sviluppi
e qualche verità rivelata. Ora questo
fatto a prima vista paradossale non è
altro che l'applicazione al Cristianesimo
di una legge generale, che regola l'incontro
tra la verità eterna ("l' idea
" nel linguaggio di N.) e l'intelligenza
umana: " E' la caratteristica del nostro
spirito l'essere esso occupato senza posa
nel giudicare delle cose, che man mano gli
si presentano innanzi. Non appena noi percepiamo,
giudichiamo; non lasciamo che l'idea della
cosa che ci si presenta stia a sé;
paragoniamo, discutiamo, facciamo astrazione,
generalizziamo, connettiamo, correggiamo,
classifichiamo: e noi vediamo tutte le nostre
conoscenze in quelle associazioni nelle quali
un tale processo le ha strette. Fra i giudizi
cosi formulati e che divengono nel nostro
spirito aspetti sotto i quali vediamo le cose
nelle quali ci siamo incontrati, taluni sono
semplici opinioni che vanno e vengono, o che
al più rimangono in noi fino a che
un incidente qualunque non venga a cacciarle
di posto, qualunque possa essere l'influenza
che nel frattempo esse abbiano potuto esercitare.
Altri (giudizi), a torto o a ragione, non
importa, si sono profondamente radicati nel
nostro spirito, ed hanno fatto presa su di
noi, sia che essi riguardino cose di fatto,
sia che riguardino principi di condotta pratica;
o che siano modi di concepire la vita ed il
mondo, o pregiudizi, immaginazioni, convinzioni
varie.
(18)
La prova migliore di quest'asserzione si può
ottenere studiando storicamente il formarsi,
il diffondersi e l'affermarsi delle due dottrine
mariane ultimamente definite: l'Immacolata
e l'Assunzione. Un breve sunto del loro sviluppo
storico si può trovare in Cl. Dillenschneider.,
Le sens de la fot et le progrès dogmatique
du mystke mortai (Roma, 1954).
Per
la dottrina dell'Assunzione però nulla
può sostituire la lettura attenta del
primo volume di P. C. Balio, Testimonia de
assumptione B. V. M. (Roma, 1948).
(19).
J. H. Newman, An Essay on thè development
of Christian Doctrìne. Come si sa l'opera
fu composta da Newman mentre era ancora anglicano
(fra il 1843 e il 1845), e più a scopo
personale che per essere pubblicata; fu però
pubblicata una prima volta dopo la conversione
nel 1846. Newman la ripubblicò poi,
con cambiamenti notevoli ma che lasciarono
intatto il pensiero sostanziale, nel 1878.
Per
un'analisi dell'opera cfr. J. GurrroN, La
philosophie de Newman. Essqy sur le developpement
du dogme (Parigi, 1933). E per tutto il pensiero
di Newman sull'argomento, che qui è
impossibile esporre, si veda ora J. H. Walqrave,
Newman. Le developpement du dogme (Parigi,
1957).
Molti
di questi giudizi riguardano talora uno stesso
oggetto, che viene così ad essere variamente
concepito non solo da varie menti, ma anche
da una sola. Accade talora che essi si trovino
tra loro in una cosi intima relazione, che
ciascuno implica gli altri" (20).
In una parola: ""l'idea" che
rappresenta un oggetto, o un supposto oggetto,
equivale alla somma totale dei suoi possibili
aspetti, per quanto questi possano variare
nelle varie coscienze degli individui; e la
sua forza e profondità, egualmente
che la sua entità obiettiva, è
proporzionata alla varietà degli aspetti
sotto i quali essa si presenta alle varie
menti " (21).
" In un mondo più elevato la cosa
corre diversamente; ma quaggiù vivere
equivale a cambiare, ed essere perfetti è
aver cambiato molte volte "
(22). Vale a dire che una verità,
quanto più è profonda, ha 'bisogno,
per mostrare tutto il suo contenuto, di incontrarsi
con altre idee, assimilarle, respingerle,
magari comporsi con esse in un sistema, svilupparsi
insomma; il che non può avvenire se
non nel tempo, tanto più lungo quanto
più la verità è ricca
di potenzialità virtuali.
Se
questa è la legge generale che regola
la vita della verità nell'intelligenza
umana, non vi dev'essere nessuna meraviglia
che ciò sia avvenuto anche per il Cristianesimo:
lo sviluppo delle idee nel Cristianesimo è
un fatto normale, dipendente dalla ricchezza
virtualmente 'illimitata delle verità
rivelate, riflesso del pensiero stesso di
Dio, e dalla struttura limitata e progressiva
della conoscenza umana. E non ci si dovrà
meravigliare neppure di trovare nel Cristianesimo
diverse forme di sviluppo delle idee rivelate,
che riproducono nel caso del Cristianesimo
le diverse forme generali di sviluppo delle
idee: sviluppi politici, sviluppi logici,
sviluppi storici, sviluppi etici, sviluppi
metafisici, sempre prendendo i termini nel
significato loro dato da Newman. a Se il cristianesimo
è una religione universale, adatta
non solo ad una regione o ad un periodo, ma
a tutti i tempi ed a tutti i paesi, esso non
può fare a meno di variare nelle sue
relazioni e nella sua vita nel mondo che lo
circonda, e cioè non può fare
a meno di svilupparsi " (23).
Se
può sorgere un problema, esso non riguarderà
tanto il fatto dello sviluppo, quanto il metodo
per distinguere gli sviluppi legittimi dagli
sviluppi illegittimi o corruzioni.
Ed
è qui che Newman propone le sue sette
" note " distintive degli sviluppi
legittimi, che poi applica a verificare e
valutare gli sviluppi avvenuti entro il Cristianesimo
cattolico: preservazione del tipo, continuità
dei principi, potenza di assimilazione (dell'idea),
connessione logica, anticipazione dell'avvenire,
azione conservatrice del pensato, vigore cronico.
(20)
È l'inizio del capitolo primo del Saggio.
Cito nella traduzione di D. Battami:
Card. G. E. Newman, Lo sviluppo del dogma
cristiano (Roma, 1908), che è abbastanza
fedeleal testo, controllando però sull'originale.
Il passo citato si trova a p. 36.
(21) Or., par.
2 (ed. cit., p. 37).
(22) È
la conclusione della prima sezione del cap.
I: ib., par. 7 (ed. cit., p. 44).
(23). 0. e, cap.
II sez. I (ed. cit., pag. 63).
Quale
la conclusione dell'applicazione delle sette
" note "?
E'
assai importante rilevare esattamente il pensiero
di Newman al riguardo. Per lui, se esistesse
un'intelligenza capace di seguire perfettamente
lo sviluppo del Cristianesimo in tutti i singoli
casi e di vedere con assoluta chiarezza l'osservanza
in ogni caso di sviluppo delle sette it note
", sarebbeteoricamente possibile una
verifica razionale della fedeltà degli
sviluppi stessi al dato rivelato. Ma una simile
intelligenza non esiste, e deve perciò
essere supplita da un altro mezzo: l'insegnamento
di un Magistero infallibile. La Rivelazione
divina che esige un'adesione assoluta, ha
bisogno di essere conservata, nelle vicissitudini
del suo incontro con l'intelligenza umana,
da un organo che garantisca con certezza assoluta
la fedeltà dei singoli sviluppi alla
Rivelazione stessa; e tale organo non può
essere che un Magistero infallibile, come
appunto insegna la dottrina cattolica.
E'
facile vedere quanto il pensiero di Newman
sullo sviluppo del Cristianesimo sia suscettibile
di molteplici possibilità di applicazione,
che gli permettono di adattarsi e di spiegare
i fatti storici più disparati. Nonostante
alcune difficoltà per conciliare perfettamente
il Saggio e con le esigenze della dottrina
cattolica (bisogna ricordare che Newman lo
ha scritto mentre era ancora anglicano, in
cammino verso la Chiesa cattolica), bisogna
tuttavia riconoscere che le sue intuizioni
essenziali sono valide e preziose anche oggi,
e costituiscono un apporto notevolissimo alla
soluzione del problema dello sviluppo dei
dogmi. Poniamo tra queste: la dimostrazione
della " normalità " dello
sviluppo dottrinale nel Cristianesimo, per
la struttura propria dell'intelligenza umana;
la concezione della molteplicità di
forme di sviluppo, per i diversi modi di a
germinazione n genealogica delle idee; l'affermazione
del valore puramente subordinato dei criteri
razionali di verifica degli sviluppi legittimi
(le " note ") in confronto al valore
primario ed essenziale del Magistero infallibile.
E poi lo spirito informatore dell'opera intera,
che è la ricerca di un equilibrio tra
costatazione storica e principi razionali
nella spiegazione del fatto storico dello
sviluppo del Cristianesimo. E' la vera difficoltà,
ed il nocciolo del problema.
§
3. - Dal periodo del Modernismo alla definizione
della Assunzione.
a)
Gli anni a cavaliere tra il secolo XIX e il
XX sono stati anni cruciali per io sviluppo
del problema che stiamo esaminando entro l'ambito
della teologia cattolica. Durante questo periodo,
infatti, la teologia cattolica si è
incontrata là prima volta in una misura
abbastanza ampia con i risultati della giovane
scienza della storia dei dogmi e con tutti
i particolari problemi da essa suscitati.
Mentre alcuni uomini teologicamente e forse
anche spiritualmente non preparati perdevano
la fede e interpretavano lo sviluppo dogmatico
secondo i canoni del protestantesimo liberale
e con una filosofia religiosa immanentistica
— sono i modernisti — i teologi più
preparati si sono preoccupati di riprendere
il problema dello sviluppo dogmatico in maniera
da tener fede contemporaneamente ai principi
teologici certi ed alle risultanze della storia.
Nessuna opera di vasto respiro e profondamente
innovatrice è comparsa durante questo
periodo. Ma alcuni studi pregevoli hanno chiarito
il problema, proposto soluzioni soddisfacenti
di punti particolari, elaborato a poco a poco
delle idee direttive che si sono imposte agli
studiosi successivi: è insomma incominciato
lo studio analitico del problema. Rimandando
alla bibliografia l'indicazione più
precisa dei nomi, ricordiamo qui i principali
problemi toccati nel periodo con le soluzioni
comunemente o più comunemente accettate
dai teologi cattolici (24).
Un
primo problema è stato il concetto
stesso di dogma, che veniva deformato dall'interpretazione
pragmatistica datane da E. Le Roy in un suo
famoso articolo. Su questo punto non v'è
stata nessuna divergenza tra i cattolici:
tutti riconobbero e sottolin