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Questioni di morale speciale

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO IV. - QUESTIONI DI MORALE SPECIALE

Ora occorre esaminare le principali obiezioni correnti contro certi punti della morale speciale, limitando però la nostra scelta.

L'aborto. - Si obietta che i moralisti assisi sui principi, non indietreggiano nemmeno davanti alla morte. Perisca il mondo, ma non un principio! Esempio tipico è la posizione che assumono davanti a certi accidenti, che talvolta avvengono durante l'evoluzione della vita fetale, proibendo in modo assoluto qualsiasi intervento terapeutico o chirurgico che causi direttamente la morte del feto, anche se il non intervento deve causare la morte della madre, e, piuttosto di sacrificare un feto, d'altronde inesorabilmente condannato a perire, preferiscono veder morire la madre, sacrificando cosi vite umane per salvare un principio.

Vi sono realmente casi in cui la morale cattolica dichiara doversi lasciar morire la madre, che può essere salvata solo uccidendo un innocente, sia pure il feto ancora nel seno materno. Come dice il Sommo Pontefice Pio XI nell'enciclica sul matrimonio cristiano, per quanto grande pietà si provi k per la madre che il compimento del dovere naturale espone a gravi pericoli per la sua sanità e anche per la vita stessa ", bisogna però ritenere che nessuna causa potrà mai " bastare a scusare, in nessun modo, la diretta uccisione d'un innocente. E qui si tratta proprio di questo ". Non si può fare il male per ottenere un bene, oppure per evitare un altro male; non si può uccidere un innocente per salvare la vita d'un altro; il fine non giustifica i mezzi. Ecco quanto, in merito alla presente questione, ha affermato Pio XII, nel discorso alle ostetriche (29 ottobre 1951): et Uomo è il bambino anche non ancora nato, allo stesso grado e per lo stesso titolo che la madre. Inoltre ogni essere umano, anche il bambino nel seno materno, ha il diritto alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori, né da qualsiasi società o autorità umana. Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna "indicazione" medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito. Così, per esempio, salvare la vita della madre è un nobilissimo fine, ma l'uccisione diretta del bambino come mezzo a tal fine, non è lecita. La diretta distruzione della così detta "vita senza valore", nata o non ancora nata, praticata pochi anni or sono in gran numero, non si può in alcun modo giustificare... La vita di'un innocente è intangibile, e qualunque diretto attentato o aggressione contro di essa è violazione di una delle leggi fondamentali, senza le quali non è possibile una sicura convivenza umana ".

Alcuni trovano che questa legge è dura e perfino inumana. In realtà la legge può essere dura, ma sarebbe ingiusto dirla inumana. A chi considera le cose da un punto di vista superiore o si colloca su un piano o in un orizzonte più ampio, appare invece che l'inflessibilità della legge che proibisce in modo assoluto l'uccisione d'un innocente è un beneficio per la società. Dice molto bene H. Muckermann, il noto biologo tedesco: a Malgrado tutta la pietà che io provo per la sorte infelice ma isolata d'una madre, che forse un giorno dovrà morire a causa del suo bambino, perché non è permesso un intervento chirurgico, io credo che per il bene comune sia preferibile il rispetto della morale naturale. Infatti la moralità pubblica e di conseguenza il bene del popolo si avvantaggerà incomparabilmente del sacrificio della madre, che è forse la conseguenza di cause che avrebbero potuto essere evitate... E questo sacrificio non può essere considerato come troppo grave, visto che la nostra vera patria non è qui sulla terra" (XJm das Leben der Ungeborenen, 4 ed., Bonn, 1925, p. 72).

La moralità pubblica come può avvantaggiarsi per il sacrificio della madre? Perché si afferma con un esempio convincente, che l'utilità non è la norma della moralità, che l'utile, quando è necessario, dev'essere sacrificato al bene. I materialisti, salvando la donna col sacrificio del bambino, rimangono nella loro logica. "Essi s'accontentano della sola utilità dell'atto operatorio: noi ci preoccupiamo prima di tutto della sua moralità, e, avendo scelto per regola di condotta non l'utilità, ma il bene, per rispettare il principio superiore dobbiamo assistere col cuore sanguinante a catastrofi che forse è possibile, ma non permesso impedire. Non possumus, perché non licei " (Dr. Hubert).

E' bene tener conto anche delle conseguenze che si dovrebbero fatalmente trarre dalla permissione di uccidere il feto innocente per salvare la vita della madre. Ammesso il principio dell'utilità particolare come base della moralità degli atti, si giungerà a qualsiasi eccesso, dominati da una barbara morale Bisognerà cominciare a giustificare tutti gli aborti che recano qualche serio vantaggio ai genitori. " Dall'aborto praticato per salvare la vita della madre, si passerà senza difficoltà a quello chiesto da una donna o da una giovane, prima degne di stima, per salvarle dal disonore d'una gravidanza illegittima. Infatti, la "coscienza del genere umano" non tenterà di persuadere il medico che l'onore vai più della vita della madre, e che, a più forte ragione, lo si deve preferire all'esistenza del feto? Infine il medico come riuscirà a non farsi complice dei genitori desiderosi d'evitare i pesi d'una prole troppo numerosa? ". (Moreau et Lavrand, Le médicin ckrétien, Paris 1901, p. 199). Ammettere anche una sola indicazione di aborto, significa sopprimere tutte le barriere. E se vien permessa l'uccisione del bambino nel seno materno, perché non si permetterà poi l'uccisione del neonato? Difatti tra il neonato e il feto non c'è nessuna differenza sostanziale, perché è lo stesso essere, l'identica persona; diverso è solo il grado dì sviluppo. Perché permettere l'uccisione prima della nascita e proibirla immediatamente dopo? Non vi sarebbe nessun motivo di mostrarsi più severi nel secondo che nel primo caso. Peggio ancora, se è lecito, in caso di un'utilità molto grande, uccidere un bambino ancora nel seno materno, perché proibire di uccidere i vecchi che sono inutili e di peso, gl'idioti, gli infermi, i figli troppo numerosi? Una volta ammesso il principio dell'utilità come base della moralità, perché non spingere la logica fino alla fine?

S'indietreggia certamente davanti alle conseguenze, che però si possono trarre dal principio (1). Principiis obsta; è meglio essere severi e non permettere la minima deviazione della regola generale e assoluta che: " Non è mai lecito uccidere direttamente un innocente ".

(1) Veramente non si può dire che si sia indietreggiato nemmeno di fronte alle più mostruose conseguenze. Ecco, per esempio, scriveva Mons. Corrado Groeber Vescovo

Se in qualche caso particolare l'applicare la regola porta a conseguenze fatali per la vita d'una madre, bisogna risolversi ad assistere impotenti a questa fatalità e lasciare perire la donna, piuttosto di salvarla con un crimine. La maternità, come tutte le cause nobili, ha pure i suoi martiri. Fortunatamente i casi in cui la madre deve morire per il suo bambino sono molto rari e, ai nostri giorni, non si verificano quasi più. Il dottor Stratz, uno dei ginecologi più stimati della Germania, dice che tutto quello che si racconta per spaventare le madri con lo spettro del pericolo che corrono nel parto, sono soltanto ciarle da vecchiette e racconti da nutrici. Il novantacinque per cento dei parti avviene in modo assolutamente normale, senza nessun pericolo per la madre; e nei restanti cinque casi su cento, il più delle volte sarebbe stato possibile evitare il pericolo se la donna incinta si fosse fatta esaminare a tempo, e se certe persone, non fatte per il matrimonio, se ne fossero astenute (Mucker-mann, Keimendes Leben, Berlin e Bonn 1923, p. 9). Le celebrità mediche in ginecologia e ostetricia sono oggi unanimi nel dichiarare che praticamente c'è sempre il mezzo di salvare la madre senza dover nuocere al bambino. Dice bene il professor Schockart di Lovanio: "Dal punto di vista puramente umano, comprende male il suo compito di salvatore di vite umane, chi si permette di uccidere il frutto della gravidanza, che domanda solo di poter maturare e vivere! " (Cours d'obslélrique, 4 ed., Lovanio 1935, t. iv, p. 39). In una discussione alla Società Belga di Ginecologia e Ostetricia, nella seduta del 2 dicembre 1933, lo stesso professore e il dottor Nolens di Hasselt, apprezzato ginecologo, dissero che la loro esperienza li autorizzava a dichiarare che l'aborto terapeutico ad essi non sembrava più necessario. Potremmo moltiplicare le testimonianze, ma possono bastare queste poche citazioni.

La severità della Chiesa in questa materia ha pure contribuito a far progredire la scienza medica. La proibizione assoluta d'ogni aborto diretto, spinse molti medici a dedicarsi a pazienti ricerche per trovare altri mezzi di salvare tanto la vita della madre che quella del bambino. E vi sono perfettamente riusciti, a Fu detta inumana la posizione della Chiesa, ma l'evoluzione dell'ostetricia chirurgica moderna le ha dato ragionel ", che il dottor Niedermeyer di Friburgo, in una sua pastorale del 31 maggio 1945, in merito all'applicazione dell'eutanasia in Germania : " Tutti i manicomi furono letteralmente vuotati, e i ricoverati soppressi col veleno o con la corrente elettrica; in molti ospedali i degenti furono uccisi con iniezioni... Quando io osai oppormi all'eutanasia, venni accusato di tradimento contro il popolo tedesco ". E Pio XII, nel discorso ai partecipanti al I Congresso internazionale d'Istopatologia del sistema nervoso, (14 sett. 1952), osservava: " I grandi processi del dopo guerra hanno messo in luce una quantità spaventosa di documenti che attestano il sacrificio di individui compiuto per "l'interesse medico della comunità". Si trovano, negli atti, deposizioni e rapporti che mostrano come, con l'assenso e anche talvolta su d'un ordine formale dell'autorità pubblica, certi centri di ricerche esigevano sistematicamente che si fornissero loro, per le esperienze mediche, uomini dei campi di concentramento, e come questi venivano consegnati a tali centri : tanti uomini, tante donne, tanti per un esperimento, tanti per l'altro. Esistono rapporti sullo svolgimento e il risultato degli esperimenti, sui sintomi oggettivi e soggettivi osservati negli interessati durante le differenti fasi degli esperimenti stessi. Non si possono leggere tali appunti senza una profonda compassione per tali vittime, di cui molte sono morte, e senza inorridire davanti a siffatta aberrazione della mente e del cuore umano ".

" Quest'esempio, continua egli, dimostra che la scienza dev'essere riconoscente alla Chiesa, se non lascia mercanteggiare sul suo chiaro e netto non licei; è uno stimolo agli studiosi a ricercare nuovi mezzi, irreprensibili dal punto di vista morale. Nulla può mai essere giusto dal punto di vista igienico, quando è falso dal lato morale " (in Der Katholische Gedanke, 1933, p. 286). E il P. Ver-meersch, in una discussione sul feticidio medico alla Società scientifica di Bruxelles, si ritenne autorizzato a far dichiarazioni nello stesso senso: " Non dimentichiamo che la necessità è la madre delle invenzioni. Costretto a rispettare l'essere anche più debole, l'uomo si applicherà con tutti i mezzi a trovare per gli esseri più grandi altri mezzi di salvezza diversi dall'uccisione dei piccoli. Cosi il rigore dei moralisti può affrettare quei benefici progressi della chinirgia che eliminano i motivi o i pretesti dei medici per crudeli immolazioni. Quindi anziché sdegnarsi per la severità della Chiesa, la scienza medica, fiera delle sue scoperte umanitarie, si volgerà a lei piena di gratitudine e le dirà: Ti ringrazio d'avermi ricordato il grande precetto: Non ucciderei ".

2. Aborto diretto e indiretto. - Ma la stessa morale cattolica non permette qualche lesione del principio: Non uccidere? In certi casi non autorizza forse l'omicidio e l'aborto indiretti? La differenza tra omicidio diretto e indiretto in realtà è puramente dialettica, è solo una sottigliezza teologica, una cineseria, un mezzo per sottrarsi per via traversa alle conseguenze fatali della proibizione assoluta dell'aborto, di eludere il rigore del precetto, pur salvando teoricamente il principio.

La distinzione tra omicidio diretto e indiretto, e quindi tra aborto diretto e indiretto, è fondata nella realtà, e sono due cose molto diverse. Il medico che ricorre all'aborto indiretto, che cioè prescrive una medicina o fa ricorso a un'operazione che ha per risultato diretto e immediato la guarigione della madre, anche se l'intervento ha pure il risultato di causare la morte del bambino, resta entro i limiti del suo compito, perché guarisce e non uccide, pur dovendo forzatamente veder morire il bambino e assistere impotente a questa fatale conseguenza. La morte del bambino è dovuta a una causalità che gli è estranea e di cui non può impedire l'effetto. Anche la madre limita l'intervento a proteggere la propria vita, che vien salvata con mezzi leciti. Tanto il me dico quanto la madre non vogliono la morte del bambino come fine o come mezzo; non intendono uccidere e non causano affatto la morte, ma non fanno altro che lasciar svolgere il corso naturale delle cose e delle circostanze, sulle quali la loro volontà non può nulla perché sono delle circostanze fatali, che li rendono impotenti e causano la morte del bambino. Questa morte avviene loro malgrado, per l'intervento d'un fattore che non possono rimuovere. La differenza tra questo modo d'agire e un omicidio diretto è enorme. Nel primo caso si uccide, nel secondo si lascia morire, perché non si ha il mezzo d'impedire l'esito fatale. L'ordine morale non è leso quando uno intende un fine onesto e non fa nulla d'illecito per realizzarlo, anche se circostanze fatali, contro cui si è impotenti, avranno conseguenze cattive per altri; invece attenta all'ordine morale chi pone un atto cattivo in sé, anche se per ottenere un fine buono. Bisogna sempre rifarsi al principio fondamentale, che il fine non giustifica i mezzi.

Un'autorevole conferma della liceità dell'aborto indiretto l'abbiamo nelle parole di Pio XII, nel discorso al et Fronte della famiglia " (26 nov. 1951): " Se la salvezza della vita della futura madre, indipendentemente dal suo stato di gravidanza, richiedesse un urgente atto chirurgico, o altra applicazione terapeutica, che avrebbe come conseguenza accessoria, in nessun modo voluta né intesa, ma inevitabile, la morte del feto, un tale atto non potrebbe più dirsi un diretto attentato alla vita innocente. In queste condizioni l'operazione può essere lecita, come altri simili interventi medici, sempre che si tratti di un bene di alto valore, qual'è la vita e non sia possibile di rimandarla dopo la nascita del bambino, né di ricorrere ad altro efficace rimedio ".

La differenza tra omicidio diretto e indiretto è dunque reale, non solo dialettica, come ha provato la grande guerra. Se un comandante supremo fa bombardare una fortezza causando la morte anche dei civili e non combattenti che vi sono dentro, nessuno trova da ridire per l'omicidio indiretto sulla persona dei cittadini non combattenti; invece se per terrorizzare fa mettere a morte dei pacifici cittadini, sia pure nella speranza di finire più presto la guerra ed evitare così una maggior perdita di vite umane, oppure se mette donne e bambini davanti all'esercito in marcia per proteggerlo, allora una ventata d'indignazione scuote il mondo, e tutti lo accusano di omicidio e di crudeltà, perché agendo cosi commette tanti omicidi diretti quante sono le persone che fa uccidere (2).

3. La Chiesa e il capitalismo. - Passiamo a un altro ordine d'idee che riguarda la vita economica.

È un'accusa corrente che la Chiesa si schiera col partito dei ricchi contro i proletari, e che la morale cattolica protegge i capitalisti.

Bisogna intendersi sul senso delle parole.

Si vuoi dire semplicemente che la Chiesa difende il diritto di proprietà? Ebbene, sì, in questo senso la Chiesa difende il capitalismo, anche se non è incline a un diritto di proprietà assoluto, ma gli riconosca dei limiti, tracciati dalle necessità della vita sociale, che il potere civile deve definire e determinare. Inoltre essa non manca d'insistere sui doveri inerenti al possesso dei beni terreni e sugli obblighi che gravano sulla proprietà.

Se per capitalismo s'intende " il regime in cui alcuni contribuiscono all'attività economica con i capitali, e altri col lavoro ", neppur in questo caso la Chiesa è contro il capitalismo, perché esso evidentemente " non va contro la giustizia " (Quadragesimo anno). Il capitale e il lavoro devono associarsi perché l'uno non può nulla senza l'altro. " Non ci può essere capitale senza lavoro, né lavoro senza capitale ", dice Leone XIII nella Rerum novarum, e finché il sistema si mantiene in una collaborazione ordinata tra i due fattori di produzione, non c'è nulla da rimproverare. Anche se i benefici ottenuti vengono a loro volta reimpiegati per fare produrre altri beni, e nuovamente investiti come capitale, non c'è ancora nulla da ridire.

(2) Cfr. G. Clement, II diritto alla nascita, Studium, Roma 1943; A. Maget, L'aborto terapeutico, nel voi. Matrimonio e Medicina, Milano, pp. 107-140; S. Dr Francesco, II diritto alla nascita, Studium, Roma 1952.

Il sistema economico basato sull'uso del capitale non è condannabile in se stesso; però bisogna tener conto dei particolari pericoli cui espone e ai quali, come prova l'esame imparziale delle condizioni economiche dei nostri tempi e delle situazioni sociali che ne derivano, l'umanità di fatto ha dovuto soccombere su vasta scala, a II capitale riuscì per lungo tempo ad arrogarsi eccessivi vantaggi, reclamando per sé tutto il prodotto e i frutti e lasciando agli operai appena di che mantenersi e riprodursi. Si diceva che per una legge economica ineluttabile, tutto il capitale doveva accumularsi nelle mani dei ricchi, e che, per la stessa legge, gli operai erano condannati a trascinare la loro precaria esistenza in una perpetua condizione di miseria" (Quadragesimo anno). L'eccessivo desiderio di guadagno ha fatto dimenticare il riguardo dovuto al prossimo, si videro sorgere condizioni economiche e sociali che, per milioni di uomini, compromisero i più preziosi beni della vita, specialmente la religione, la moralità e la vita familiare, creando inoltre una dipendenza economica e un'insicurezza che pesano sempre più. Il sistema capitalista, anche se non intrinsecamente cattivo, è però stato viziato di fatto; e, se evidentemente non è condannabile in se stesso, né riprovevole per il suo costituirsi, è purtroppo vero che ha superato i limiti del lecito. In realtà a il capitale viola l'ordine quando impiega gli operai o la classe proletaria solo per sfruttare a suo capriccio e per suo profitto personale l'industria e tutto il regime economico, senz'affano tener conto né della dignità umana degli operai, né del carattere sociale dell'attività economica, e nemmeno della giustizia sociale e del bene comune" (Quadragesimo anno). Quindi di fatto l'economia capitalista diede luogo a molti abusi.

Il popolo, che non ama le astrazioni, ma giudica secondo le situazioni concrete, col nome di capitalismo, s'è abituato a indicare non tanto il sistema in se stesso, quanto il sistema come si presenta di fatto, e, quando parla di capitalismo, ordinariamente vede soltanto l'economia capitalista con tutte le escrescenze che di fatto l'accompagnano, e -con tutti gli abusi, cui ha dato luogo. Il capitalismo inteso in questo senso non è conciliabile con i princìpi cristiani, poiché un simile capitalismo e il cattolicesimo sono opposti tra loro come l'acqua e il fuoco. Si rileggano i documenti pontina e le encicliche Rerum Novarum e Quadragesimo anno, e si vedrà come la Chiesa non ha mai tollerato tale capitalismo, e come anzi, lo ha esplicitamente condannato. Ecco quanto, ad esempio, Pio XII asseriva nel Radiomessaggio del 1 sett. 1944: "La coscienza cristiana non può accettare quei sistemi, che riconoscono il diritto di proprietà privata secondo un concetto del tutto falso, e sono quindi in contrasto col vero e sano ordine sociale. Perciò là dove, per esempio, il "capitalismo" si basa sopra tali erronee concezioni e si arroga sulla proprietà un diritto illimitato senza alcuna subordinazione al bene comune, la Chiesa lo ha riprovato come contrario al diritto di natura ".

4. La morale degli affari. - La morale cattolica pretende anche di guidare l'attività professionale dell'industriale e del commerciante; ma la morale cattolica degli affari è impossibile a praticarsi, perché paralizzante, e al commerciante che volesse osservarla non resta che chiudere i suoi uffici e la sua bottega, e rassegnarsi alla mediocrità, se non alla rovina.

Ma sarebbe ingiusto considerare commercio e morale come incompatibili. Il commercio non è affatto immorale per se stesso, e il guadagno, fine prossimo degli scambi e del commercio, per sé non comporta nulla di male o di contrario alla virtù, come dice san Tommaso (II-II, q. 77, a. 4). La ricchezza per sé è un bene che si può desiderare e ricercare; è un bene, non però un fine a se stessa ma un mezzo al servizio dell'uomo.

Se il commercio non gode la simpatia di molti autori, specialmente antichi, è a causa dei pericoli ai quali espone chi vi si dedica, poiché la sete del guadagno facilmente diventa insaziabile e tende a profittare per sé all'infinito; è quindi naturalissima la tentazione di accrescerlo in qualsiasi modo. Il pericolo c'è sempre stato, fu sempre attivo, e spesso riuscì a falsare il regime normale della vita economica e a fondare ingenti fortune su basi almeno sospette. Non per nulla nell'antichità pagana il dio del commercio era diventato il dio dei ladri. I commercianti odierni non invocano più Mercurio; molti tuttavia non sono più scrupolosi dei loro predecessori pagani nello scegliere i mezzi per arricchirsi e per procurarsi vantaggi sempre maggiori.

La Chiesa, fedele custode della moralità, in ogni tempo ha segnalato questi pericoli, e se non condannò mai il commercio in se stesso, non cessò però di proclamare che non tutti gli affari sono buoni. L'uomo d'affari, che vuole essere onesto, spesso dovrà scegliere tra Dio e Mammona; e se vuole rimanere fedele agli appelli della sua coscienza cristiana dovrà spesso accontentarsi di guadala minori di quelli dei suoi concorrenti meno scrupolosi, e, talora dovrà anche astenersi da un certo genere di imprese. In questo senso è verissimo che la morale paralizza gli affari, cioè quelli loschi e inquinati d'ingiustizia, purtroppo tanto numerosi nella nostra epoca. " L'osservazione della realtà ci rivela nel mondo degli affari una deplorevole indisciplina di costumi, che, se non bisogna esagerare, è però necessario constatare, comunque si camuffi e in qualunque tecnica ci si presenti ". Cosi è detto nelle conclusioni generali della 23.a sessione delle Semaìnes Sociales de France tenuta a Mulhouse nel 1931 e dedicata alla morale cristiana e gli affari. La disonestà fa numerose vittime, e non mancarono proteste e appelli a una reazione, e, di fronte ai mali di cui soffre la nostra società per l'amoralismo e l'immoralismo nelle transazioni, di fronte alle sofferenze e alle rovine accumulate dai metodi chiaramente disonesti, anche se spesso nascosti sotto una vernice di legalità, s'è vista apparire ovunque l'aspirazione della moralizzazione degli affari; si fecero sentire, non solo in nome della morale, ma anche in nome degl'interessi e del bene generale, forti appelli a una morale degli affari e a un'organizzazione che ne faciliti la pratica.

L'appello è venuto dalla Chiesa. " È assolutamente necessario, dichiara il Sommo Pontefice Pio XI, ricondurre la vita economica a un ordine sano e ben equilibrato" (Quadragesima anno); è venuto anche dai rappresentanti del mondo degli affari. " I professionisti stessi, scrive il Tiberghien, specialmente quelli che s interessano maggiormente ai risultati pratici, come ad es. gli addetti alla banca, all'industria e al commercio, proclamano altamente che s'impone una urgente riforma morale, in nome anche delle esigenze economiche...

In casi isolati i principi della giustizia e dell'equità possono impacciare gli affari, almeno in certe iniziative; ma alla fine se ne avvantaggeranno gli affari stessi. Infatti moralizzare è in definitiva razionalizzare. Il Codice nazionale dei metodi di vendita dei prodotti raffinati del petrolio, elaborato verso la fine del 1928 e applicato sotto gli auspici dell’American Petroleum Institute dice: "Negli affari l’onestà è ancora il miglior metodo e quello che frutta di più ". Chi inganna negli affari finisce sempre coll'ingannare se stesso e pagare il prezzo dei suoi falsi calcoli. Un proverbio fiammingo dice che è l'onestà che resiste più a lungo, mentre un bene mal acquistato non giova mai. Questo vale per l'individuo; ma, anche sul più vasto piano del campo nazionale e internazionale, i moventi morali sono un fattore di prosperità, mentre le numerose immoralità sono spesso la causa delle crisi economiche. Certi studi recenti lo hanno dimostrato. Le crisi che subiamo, senza dubbio sono dovute direttamente a delle cause economiche e sociali; ma queste, a loro volta, sono la risultante della libera attività umana. Alla base di ogni crisi vi è una qualche azione contro natura e quindi moralmente cattiva. Si può quindi conchiudere che ogni crisi economica è sempre preceduta da una crisi morale (3).

5. La restrizione mentale. - Si è detto abbastanza contro la dottrina della restrizione mentale. Confutata cento volte, cento volte riapparvero le obiezioni.

Bisogna certo riconoscere che, riguardo al dovere della sincerità e alla liceità della restrizione mentale, vi sono in certi autori delle affermazioni insostenibili, peregrine e perfino ridicole, ma che non toccano affatto la teoria in se stessa, la quale resiste a tutte le critiche, quando sia bene esposta.

È dottrina generalmente ammessa dai moralisti cattolici che non è mai permesso mentire, nemmeno per cavarsela da una brutta situazione, in cui si sia coinvolti, né per salvare la vita propria o altrui, fosse pure la vita del coniuge, del padre, della madre, d'un figlio. Conclusione questa alla quale si doveva arrivare una volta ammesso che la menzogna è intrinsecamente illecita; tesi che, dopo sant'Agostino, fu quasi unicamente adottata (4). Tuttavia non si mancò di notare che nella vita di ciascuno vi sono delle congiunture tali che sarebbe assurdo e insensato, e quindi moralmente illecito, rivelare la verità, come ad es. quando la rivelazione nuocesse gravemente a noi o al prossimo. Che fare in tali circostanze? Tacere? Molto spesso il silenzio può essere più significativo che dire chiaramente la verità. Dire la verità? Sarebbe irragionevole. Pazienza se mettessimo solo noi stessi nell'imbarazzo, ma non abbiamo il diritto di esporre gli altri a noie o di causare loro dei danni. Mentire? La dottrina cattolica non lo permette. E allora? Ecco la teoria della restrizione mentale.

(3) Questo è, in sostanza, anche il pensiero di Pio XII là dove, nel discorso alla A. C. L. I. di Roma (14 maggio 1953), afferma: " Gli uomini che nel loro pensiero e nelle loro azione si danno tutti alla terra o che addirittura negano la patria celeste, non hanno una solida base nemmeno in questo mondo, anche se esteriormente sembrino possederla o che essi stessi vantino il loro preteso realismo ".Cfr. G. Bicchierai, Il mondo degli affari e la morale, Morcelliana, Brescia 1935 ; F. Bau-dhuin, Deontologie des qffaires, 4 ed., Lovanio 1950 ; A. Muller, La Morale degli affari, Civiltà Cattolica, Roma 1951. Azpiazu, L'uomo d'affari, ivi, 1953.

(4) La questione se la menzogna sia o no intrinsecamente illecita, questione che già S. Agostino diceva " difiìcillima et latebrosissima ", è stata variamente risolta.
La dottrina che possiamo chiamare tradizionale, sostiene la intrinseca malizia assoluta della menzogna, definita locutio contra mentem. Per dieci secoli, e cioè da S. Agostino (sec. V), fino al secolo XVI, i teologi furono quasi unanimi nell'accettare questa teoria, ed anche in seguito la maggior parte dei teologi si è pronunciata per questa soluzione. Dal secolo XVI, a fianco della dottrina tradizionale, va affermandosi pure la teoria della intrinseca malizia solo condizionata della menzogna ; vale a dire che la menzogna è per se illecita, come è illecito l'omicidio, però in qualche caso può diventare lecita come, ad esempio, nei casi nei quali il prossimo non ha diritto di conoscere la verità. I sostenitori di questa tesi danno della menzogna una definizione alquanto diversa da quella tradizionale;la definiscono cioè la negazione della verità dovuta. Ne segue che, quando la verità non è dovuta, come quando si è obbligati a mantenere il segreto, il dire il falso non è che un semplice atto materiale lecito, e spesso doveroso. Di qui la distinzione tra menzogna propriamente detta (mendacium), e il falsiloquium, che non è se non una bugia materiale.
Per quanto questa seconda teoria (che in origine fu sostenuta da protestanti, come il Grozio) sia meno probabile della prima, almeno per ragioni estrinseche, tuttavia gode di vera probabilità e incontra sempre più il favore anche di autori cattolici. Cfr. R. Broiìillard m Eludes, 20 ott. 1930; P. Ledrus in Periadica, 1943; pp. 1-58; 127-171 ; 1944: pp. 1-60; Z945: PP- 157-200: Anonimo, Le mensonge est-ti iiilrinséquement mauvais? in L'Ami du Clergt '951. PP- 198-303.

I moralisti dicono essere permesso cavarsi dall'imbarazzo usando un'anfibologia o un equivoco, cioè una formula che può essere compresa in due modi, oppure usando di una restrizione mentale, cioè di un'espressione che, per cosi dire, si scosta dal suo senso ovvio e naturale; nelle circostanze speciali in cui ci si trova e nell'intenzione di chi la proferisce, si usa la formula per esprimere una cosa non significata dal senso letterale dell'espressione, cosa che un uditore non avvertito non sospetta. Colui che parla nella sua mente, mentalis, fa una riserva, restrictio, che non esprime apertamente e che cambia il senso dell'espressione. La restrizione può essere puramente mentale (pure o stride mentalis), quando è impossibile a chiunque di coglierla, quando chi la sente non ha alcun elemento che gli permetta di sospettare la restrizione, quando insomma nelle circostanze in cui le parole sono proferite, non possono avere che un solo senso percettibile. Invece la restrizione sarà mentale in senso largo (late mentalis) quando una persona sensata potrà facilmente avvertire che alle parole non si annette il senso ovvio e naturale, quando " circostanze lo possono mettere sulla via della verità, quando esse sono tali che ogni uomo, che non sia troppo ingenuo, comprenderà .che non bisogna prendere la locuzione alla lettera. Nelle circostanze concrete in cui viene pronunciata, l'espressione usata prende per cosi dire un nuovo senso, che non è quello ovvio, ma che ogni uomo prudente e attento coglierà facilmente. Le parole sono come dei segni. Ora i segni possono avere sensi diversi, secondo le circostanze in cui vengono usati. Lo stesso avviene delle parole e delle espressioni, che possono avere più sensi; e cosi può accadere che in quella speciale circostanza esprimano una cosa diversa da ciò che esprimono nelle circostanze abituali.

I moralisti insegnano che la restrizione puramente mentale o interna non è mai lecita perché nessuno potrebbe sospettare che si voglia usare le parole in un senso diverso da quello che è loro ovvio, ed equivale a una menzogna pura e semplice. Ma la restrizione in senso largo, — quando un uomo sensato può accorgersi che si vuole dare all'espressione adoperata un senso diverso da quello ovvio, quando circostanze permettono di sospettare la restrizione —, è permessa a due condizioni: La che non vi sia per altro motivo l'obbligo di dire la verità, e 2.a che ci sia un motivo sufficiente, una ragione proporzionatamente grave per non dire la verità -e per permettere che il prossimo sia forse indotto in errore.

Così limitata, questa teoria non ha nulla che possa scandalizzare. Si obietta che se ne è abusato; può essere; ma di che cosa non si abusa? I possibili abusi non infirmano la legittimità del principio: abusus non tollit usum!

Sappiamo che ci sono altri modi per spiegare come si possa uscire da situazioni imbarazzanti senza dover rivelare la verità o senza sostenere che la menzogna è talvolta permessa (5). Forse sono anche migliori della teoria sulla liceità della restrizione mentale in senso largo, la quale però, ben spiegata e capita, può benissimo essere sostenuta. Ripetiamo che nella restrizione mentale in senso largo le circostanze permettono di sospettare che si fa uso d'essa, poiché le parole sono segni per esprimere il pensiero, ma segni in qualche modo convenzionali, che hanno il senso che si vuoi dare loro. Perciò questo senso non è assoluto, né invariabile, potendo mutare secondo le circostanze. Per rendere il pensiero d'un autore, non possiamo accontentarci di citare una frase tra mille, dobbiamo interpretarlo in relazione al resto del libro e collocare il passo nel suo contesto. Così le parole e le formule usate in circostanze concrete, possono avere un significato diverso da quello ovvio. Le circostanze costituiscono per così dire un contesto capace di modificare il senso naturale delle espressioni (A. Vermeersch, Restriction mentale et mensonge, in D. A. F. C, rv, 978). Quindi ogni qualvolta le circostanze sono tali che ogni persona prudente e attenta può sospettare facilmente che non si deve prendere l'espressione usata nel senso ordinario, qualora si verifichino le due condizioni indicate, si potrà usare di questa espressione, cioè della restrizione mentale in senso largo. Se poi qualcuno per ignoranza o ingenuità è ciononostante indotto in errore, sarà questo un effetto puramente accidentale, che non siamo tenuti ad evitare con grave inconveniente per noi o per gli altri. Molti autori moderni permettono di mentire per eludere una domanda indiscreta o una curiosità illegittima, per stornare un danno da sé o dal prossimo; in questi casi i moralisti dicono che non è mai lecito mentire, ma permettono l'uso della restrizione mentale in senso largo che da tutti praticamente deve essere ammessa come lecita.

Ci spiegheremo meglio con un esempio. Supponiamo che durante la grande guerra un abitante delle regioni occupate dal nemico sia stato condannato a morte dal potere occupante, perché ha servito la sua patria. Il condannato è fuggito, e i poliziotti dell'occupante si presentano a domicilio e chiedono alla moglie dove sia il marito. Nessuno sosterrà che la donna debba dire la verità ed esporre cosi il marito alla morte. Se tacesse 0 dichiarasse che non vuole dirlo, potrebbe pagarla cara. Facendo una restrizione mentale in senso largo, può dire francamente e con coscienza tranquilla di non sapere dove sia il marito. Si deve supporre die i gendarmi nemici sospettino che essa non vuoi dire l'intera verità; le circostanze infatti sono tali da permettere loro di capire che l'espressione non si deve prendere alla lettera, e se non sono incredibilmente ingenui, si guarderanno bene dal credere alle parole della donna. Essi insomma non sono indotti in errore e, se lo sono, la colpa è della loro ignoranza o, diciamolo pure, della loro stupidità.

(5) Questi altri modi sono, ad esempio : l'equivoco o risposta ambigua; la distinzione tira una duplice scienza, tra la scienza cioè comunicabile e quella non comunicabile; la risposta evasiva o rifiuto di rispondere; ecc. Accettando però la teoria della malizia intrinseca solo condizionata della bugia (v. sopra, p. ugp, n. 4), si può anche ammettere che talora la menzogna, intesa nel senso di solo falsiloquio, sia lecita.

Molti oggi si vanno orientando verso quest'ultima soluzione, in base principalmente a queste ragioni: - 1) la teoria della non assoluta malizia della bugia non è del tutto sconosciuta all'antichità; la si trova di fatto sostenuta, per esempio, da Origene, da Clemente Alessandrino, da S. Ilario, da S. Giovanni Crisostomo, da Cassiano, ecc. ; - a) la menzogna non è necessariamente peccato contro Dio, come sostiene la dottrina tradizionale, ma solo quando c'è disaccordo formale tra parola e pensiero; - 3) la restrizione mentale, anche se in se stessa pienamente legittima, incontra oggi poco favore perché - si dice - non è alla portata di tutti; sa troppo di fariseismo; ha incontrato troppe opposizioni; ecc

Ci sono poi espressioni dell'uso comune dal senso cosi ovviamente convenzionale, che costituiscono una vera locutio conventionalis, un modo convenzionale di parlare. Quando la domestica dice : " II padrone non è in casa ", tutti capiscono che ciò non vuoi proprio dire che il padrone sia uscito, ma che forse non può o non vuole ricevere, e nessuno, di fatto, s'inganna. In sostanza è questo un esempio di restrizione mentale in senso largo, che, pensiamo, non offende nessuno, né merita l'accusa d'astuzia o d'ipocrisia a chi se ne serve. Perché allora scandalizzarsi della teoria della restrictio mentalis di cui la suddetta espressione non è che un esempio e un'applicazione?

Bisogna ben notare che i moralisti subordinano l'uso della restrizione mentale a delle condizioni, e che non è lecito usare le parole con qualsiasi riserva sul senso. La permissione di celare il proprio pensiero non equivale all'autorizzazione ad affermare senza restrizione quello che sappiamo essere falso. Anche sé non siamo sempre obbligati a rivelare il vero tenore delle cose, e a dire tutta la verità, non per questo è permesso di affermare tutto ciò che si vuole. Tra non dire la verità e affermare positivamente certe falsità, c'è una differenza che sarà bene non perdere di vista.

6. Esigenze impossibili in materia di castità. - Si pretende che in materia di castità la morale cattolica abbia esigenze antinaturali impossibili nella pratica, nocive alla salute.

La risposta è facile, poiché le ricerche recenti hanno dimostrato che tali accuse sono infondate.

La morale cattolica è sempre basata sulla natura umana. È moralmente bene ciò che è conforme alla natura umana, ossia ciò che è ragionevole; quindi quanto è contrario alla natura o irragionevole, è moralmente cattivo. Lo stesso si deve dire della vita sessuale, in cui sono cattivi solo gli atti in qualche modo contrari alla natura o al fine della vita sessuale, quindi tutti gli atti privi di rapporto oggettivo con la generazione e l'educazione dei figli. Ecco il principio fondamentale della castità. Sarebbe assurdo sostenere, come alle volte si è fatto, che la morale cattolica proibisce ogni soddisfazione sessuale, e considera il piacere sessuale cattivo in se stesso. In tutta la letteratura cattolica si cercherebbe invano una frase che affermi questa controverità. Viene condannato solo il godimento disordinato, l'attività sessuale che esclude positivamente il fine voluto da Dio e dalla natura e la ricerca della soddisfazione come fine ultimo.

Per quanto sia forte l'inclinazione alla soddisfazione sessuale, non si può dire tuttavia che il desiderio solleciti irresistibilmente, e lo prova il fatto di migliaia di persone d'ambo i sessi, d'ogni età e condizione, che vivono in continenza perpetua e osservano una perfetta castità.- Oggi tutti i medici " pedagogisti seri attestano che è possibile resistere alle sollecitazioni della passione. D'altronde ciascuno ha la prova apodittica della possibilità di resistenza ai desideri carnali nella testimonianza della propria coscienza, che dice a ciascuno: " Puoi resistere se lo vuoi seriamente e se adoperi i mezzi appropriati ". La civiltà materialistica ha accresciuto le possibilità dell'eccitazione dei sensi al punto che molti, non senza una parvenza di verità, parlano della loro impotenza di fronte alla passione, e dell'impossibilità di resistervi; ma essi confondono le conseguenze di cattive abitudini col desiderio naturale e sano, e considerano manifestazione della natura ciò che è soltanto un'intensificazione artificiale del desiderio, giungendo a concludere che qualsiasi limite posto al godimento sessuale è contrario alla natura. Ma essi prendono come natura ciò che è soltanto conseguenza di cattive abitudini o d'un modo sregolato di vivere. Sono irresistibili soltanto le tendenze naturali al servizio della persona per la conservazione dell'individuo. Ora, il desiderio sessuale non è ordinato alla conservazione dell'individuo, ma alla procreazione della specie umana. Per la conservazione del genere umano non occorre che tutti gli uomini prendano parte all'opera della generazione, poiché questa è sufficientemente assicurata anche se molti s'astengono da ogni atto destinato alla riproduzione. Queste ultime considerazioni, di ordine teologico o metafisico, spiegano perché il Creatore non abbia voluto il desiderio sessuale come uno stimolo irresistibile, come un vero bisogno imperioso a cui non ci si possa sottrarre, ma come una tendenza, certamente potente, ma a cui è tuttavia possibile resistere. Cfr. G. Ries, La costila e la Chiesa, Vita e Pensiero, Milano 1939, p. 41.

Oggi non è più seriamente sostenibile che la castità, anche perfetta, è antifisiologica e nociva alla salute, poiché vi sono troppi studiosi che hanno dimostrato il contrario. La continenza non ha mai causato e nemmeno accelerato la morte, non causa l'atrofia degli organi sessuali, né ci sono malattie dovute alla pratica della castità perfetta (6).

7. L'esaltazione del celibato: il disprezzo del matrimonio. - Se la morale cattolica è basata sulla natura, se non condanna ogni soddisfazione sessuale, come spiegare allora l'esaltazione che la Chiesa fa del celibato? La stima della continenza e della castità perfetta non include l'idea che ogni attività sessuale è più o meno inquinata d'immoralità? Non include almeno un certo disprezzo del matrimonio, quasi fosse uno stato imperfetto?

Affatto.

La dottrina cattolica ritiene certamente che la verginità in se stessa, conservata volontariamente, e la continenza scelta come stato di vita, per amore di Dio o per meglio consacrarsi al servizio del prossimo, propter regnum coelontm, sono per sé più perfette dello stato coniugale; ma questa verità non deve essere proposta in modo da far considerare il matrimonio privo di valore morale positivo e incompatibile con la perfezione.

(6) Su questo argomento, della non impossibilità e della non nocività della castità esiste una bibliografia copiosissima ; cfr., ad es. : R. Edwards, II tormento della carne, I. P, L., Milano 1938; A. Gemelli, La tua vita sessuale, Vita e Pensiero, Milano 1941; L. Scremin, La continenza sessuale giovanile e l'igiene, Lice, Torino 1941 ; S. Bioatello Castità e verginità nel voi. L'uomo, la donna e il matrimonio, Milano, pp. 92-126; ecc.

Particolarmente importante è il richiamo di Pio XII, nel Radiomessaggio sulla coscienza cristiana come oggetto di educazione (23 marzo 1952),dove dice: 0 ...dichiariamo oggi ag'i educatori e alla stessa gioventù : il comandamento divino della purezza dell'anima e del corpo vale senza diminuzione anche per la gioventù odierna. Anch'essa ha l'obbligo morale e, con l'aiuto della grazia, la possibilità di conservarsi pura. Respingiamo quindi erme erronea l'affermazione di coloro, che considerano inevitabili le cadute negli anni della pubertà, le quali così non meriterebbero che se ne faccia gran caso, quasiché non siano colpa grave, perché ordinariamente, essi aggiungono, la passione toglie la libertà necessaria affinchè un atto sia moralmente imputabile ".

San Gerolamo dice che la verginità non deve essere lodata come il bene di fronte al male, ma come il meglio di fronte al bene, in modo che, lodandola, non si misconosca il matrimonio, ma si dimostri anzi una grande stima per esso. La verginità e il matrimonio sono due beni eccelsi, entrambi utili e necessari alla società, e che si completano a vicenda nel servizio di Dio e del prossimo. Il valore attribuito all'oro toglie forse il valore all'argento? La preferenza data alla rosa, dice forse disprezzo per gli altri fiori? l'ammirazione per le sinfonie di Beethoven è forse incompatibile con una grande stima per le opere di un Badi, d'un Haydn, d'un Mozart? L'amico della natura che si diletta alla vista delle Alpi, passa forse indifferente davanti alle montagne meno alte dei Vosgi o alle colline delle Ardenne?

Dal fatto che la Chiesa stima la verginità, non si può concludere che essa la consideri come il bene migliore per tutti. In se stesse e in abstracto la verginità e la castità perpetua sono più perfette, ma in individuo e in concreto, per questo o quello individuo sarà meglio il matrimonio. Ci sono padri e madri di famiglia più benemeriti e più vicini alla perfezione di molti sacerdoti e suore, poiché l'abito non fa il monaco, né lo stato di vita -costituisce la perfezione dell'individuo. La Provvidenza divina fa in modo che nel corpo mistico ci siano membra Ji tutte le specie, sacerdoti, e laici, vergini e madri, e ciò che Dio fa, è ben fatto. In sé l'occhio è forse un organo più nobile del piede, ma per il corpo è meglio che ci siano entrambi e che tutti e due compiano bene la loro funzione. Cristo, lodando Maria, non intese condannare Marta; così la Chiesa, apprezzando la verginità come stato in sé più perfetto, non intende condannare il matrimonio, quasi fosse inquinato da un'imperfezione positiva. Meno perfetto non è sinonimo d'imperfetto. Se la Chiesa considerasse il matrimonio e la vita nel mondo spregevoli e senza valore morale, potrebbe lodare come un sacrificio eroico la volontà di rinunciarvi? (7).

8. L'insistenza sui peccati della carne. - I moralisti non si preoccupano eccessivamente dei peccati carnali, tanto da dar l'impressione che vi siano soltanto questi peccati e che la lussuria sia il peccato per eccellenza?

(7) L'obiezione, come è stata qui proposta e confutata, non trova oggi molti sostenitori. Se ancora si_ combatte la verginità, è piuttosto perché la si considera una forma egoistica per sottrarsi ai pesi della famiglia e, quando è praticata nella vita religiosa, come una specie di parassitismo.

Per quanto poi riguarda i rapporti tra verginità e matrimonio, oggi le posizioni sono addirittura invertite : più che difendere la onestà e l'eccellenza dello stato matrimoniale, è necessario ricollocare al suo posto di onore la verginità. Il matrimonio infatti, anche da parte di alcuni autori cattolici, è stato esaltato cosi da far credere che solo nel matrimonio sia possibile la piena espansione della propria personalità. Da questo atteggiamento sono derivati due errori gravi: il primo riguarda il fine primario del matrimonio, fatto consistere non più nella procreazione ed educazione della prole, ma nel mutuo complemento dei due coniugi; e l'altro sta nella negazione, almeno implicita, della superiorità della verginità sul matrimonio.

Contro il primo errore si è espressamente pronunciato il S. Ufficio, con un decreto del 1 aprile 1944, SL" fini de' matrimonio. Sullo stesso argomento ha pure richiamata l'attenzione Pio XII, nel discorso alle ostetriche.

A riguardo del secondo errore, ecco come lo stesso Pio XII lo ha denunciato nel discorso tenuto alle Superiore Generali delle Congregazioni Religiose di Diritto Pontificio, il 15 settembre 1952: " Oggi vogliamo rivolgerci a coloro che, sacerdoti o laici, predicatori, oratori o scrittori, non hanno più una parola di approvazione o di lode per la verginità consacrata a Cristo; che da anni, non ostante gli avvertimenti della Chiesa e contra-ramente al suo pensiero, concedono al matrimonio una preferenza di principio sulla verginità ; che arrivano, persino, a presentarlo quale solo mezzo capace di assicurare alla personalità umana il suo sviluppo e la sua perfezione naturale: quelli che parlano e scrivono cosi abbiano coscienza della propria responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi alla Chiesa. Bisogna porli nel numero dei principali responsabili di un fenomeno a cui accenniamo con tristezza : mentre nel mondo cristiano e anche oltre si levano oggi più che mai gli appelli alle suore cattoliche, con rammarico ci si trova obbligati a rispondere volta a volta negativamente; si è persino costretti ad abbandonare Opere antiche, Ospedali e Istituzioni di educazione, tutto ciò perché le vocazioni non sono più sufficienti alle necessità ". Tra la ricca bibliografia circa la verginità segnaliamo in particolare : F. Bourassa, La virginité chrétierme, Ed. L'Immaculée Conception, Montreal 1952, perché contiene un'adeguata risposta alle cinque diflBcoltà mosse da un non ben inteso umanesimo che vuoi porre il matrimonio al disopra della verginità (pp. 63-129).

Nessun moralista crediamo, ha mai sostenuto che l'impurità è il massimo peccato, né il trattato sulla castità occupa il posto principale nei manuali di teologia morale. Se i manuali vi dedicano un numero relativamente grande di pagine, e i predicatori soprattutto si scagliano con tanta insistenza contro i peccati di lussuria, è perché l'esperienza ha insegnato che tali peccati son di gran lunga i più frequenti, e chi lo negasse dimostrerebbe di chiudere gli occhi davanti alla realtà e di conoscere ben poco la vita. La questione sessuale è il principio e la fine d'ogni morale, dice Ribbing. Quando sant'Alfonso sostiene che su cento riprovati novantanove devono la loro dannazione ai peccati della carne e che il centesimo non ne è del tutto libero, esagera e si mostra certamente troppo pessimista. D'altronde, c'è forse predicatore o missionario che non faccia lo stesso quando vuoi combattere un vizio determinato? Però resta vero che le mancanze commesse contro il sesto comandamento del decalogo sono molto numerose, e il non parlarne non sopprime il fatto che ogni giorno migliaia e migliaia di uomini, soprattutto giovani, soccombono alla tentazione, mentre forse avrebbero resistito, se fossero stati prevenuti e avessero avuto una nozione più chiara della malizia della loro azione. Ma, lungi dallo spingere i pastori d'anime a preoccuparsi senza necessità dei peccati d'impurità, le dissertazioni dei moralisti mirano a risparmiare loro ricerche inutili e a permettere ai confessori di dare una risposta chiara e precisa alle domande dei penitenti. D'altronde tutti i trattati di morale vietano ai confessori di fare domande particolareggiate e consigliano di astenersi dal far domande su queste materie quando la domanda sarebbe superflua, e potrebbe offendere il pudore del penitente.

9. La morale e l'arte. - La morale è impicciona e pretende imporre le sue leggi all'arte. Vietando alla pittura e alla scultura di rappresentare il nudo, alla letteratura di descrivere certe scene della vita reale o d'analizzare certi stati d'animo, ostacola il genio dell'artista nelle sue esecuzioni e composizioni, dimostrandosi cosi nemica dell'arte.

La morale e l'arte hanno ciascuna il proprio campo, limitato dal fine cui mirano. La morale ha lo scopo di dirigere l'attività umana al fine ultimo, l'arte di creare una soddisfazione d'ordine estetico; la morale ha come oggetto il bene, l'arte e il bello. Perciò l'arte non è una parte della morale, da cui è formalmente distinta, ma ha leggi proprie ed è diretta al proprio fine. L'artista non è tenuto a moralizzare. Però il fine particolare dell'arte è subordinato al fine ultimo e assoluto dell'uomo e, in questo senso, l'arte non è interamente indipendente dalla morale; l'artista non può produrre un'opera che per natura sia tale da sviare l'uomo dal suo fine ultimo, perché la carità gl'impone l'obbligo di evitare tutto ciò che per sé può indurre il prossimo al male. Ora vi sono innegabilmente delle opere artistiche, rappresentazioni plastiche o descrizioni letterarie, che turbano l'immaginazione e fanno nascere, in chi le contempla o legge, sentimenti e idee che sono un reale pericolo per la castità, come vi sono opere piattamente realiste, o romanzi e novelle crudamente naturaliste. Il nudo non è cattivo in sé; il corpo umano, com'è, è opera di Dio; ma di fatto, per l'uomo ferito dal peccato originale, costituisce un pericolo che non può essere sottovalutato; e l'artista deve tener conto di questo fatto e di questa realtà. Deve quindi astenersi da ogni rappresentazione che sia tale da eccitare l'appetito sessuale in un uomo dalla costituzione normale, poiché la carità gli proibisce d'essere al prossimo causa diretta di scandalo e di dargli l'occasione di rovina spirituale. Si ha un bel dire che la riproduzione o la descrizione lasciva " non fa niente ", ma l'esperienza prova che a un uomo normale questo <i fa proprio qualche cosa ". L'artista non si può disinteressare dell'effetto cattivo che la sua opera produrrà sulla maggior parte di quelli che contempleranno o leggeranno. Il suo quadro, la sua scultura cadrà sotto gli occhi di giovani, il suo libro capiterà nelle mani di persone d'ogni categoria. Non ha dunque mai sentito parlare delle tempeste eccitate nelle anime da rappresentazioni lascive o anche solo audaci, degli effetti funesti della lettura d'un romanzo osceno o licenzioso? Victor Hugo, non certo sospetto d'eccessivi riguardi, cosi descrisse i tristi effetti della cattiva lettura, in questi noti versi:

Ahimè, se la tua casta nano aprisse questo libro infame, Sentiresti subito Dio morire nella tua anima... Questa sera chineresti la tua fronte triste e accigliata E domani rideresti del santo pudore.

Ancora più noto il seguente passo di Alfredo de Musset:

II cuore dell'uomo vergine è un vaso profondo; Quando la prima acqua che vi si versa è impura, Vi passerebbe il mare senza lavare la macchia, Perché l'abisso è immenso — e la macchia al fondo.

Si può ben dire che il pericolo è relativo, che molto dipende dalla disposizione soggettiva, che basta la sorveglianza dei genitori sui loro figli perché queste opere non cadano sotto i loro occhi, e questi libri non vengano nelle loro mani; tuttavia molti genitori si vedono costretti ad ammettere che i loro figli, malgrado la vigilanza, sono stati colpiti, e hanno dovuto assistere, con la morte in cuore, alla loro completa rovina morale, che spesso ha trascinato nel naufragio l'onore rispettabile di tutta una famiglia.

La morale cristiana, all'artista, al pittore, allo scultore, al letterato lascia un campo molto vasto dove il talento e il genio possono spiegarsi a loro agio. Si può essere artisti, anche grandi artisti, senza infrangere minimamente le regole della morale. I capolavori delle arti plastiche e letterarie, irreprensibili sotto ogni punto di vista; stanno numerosissimi a provarlo (8).

(8) Sui rapporti tra arte e morale, ecco quanto ha affermato Pio XII, nel Radiomessaggio sulla coscienza cristiana come oggetto di educazione (23 marzo 1952) : " L'emancipazione delle attività umane esterne, come le scienze, la politica, l'arte, dalla morale viene talora motivata in sede filosofica dall'autonomia che ad esse compete, nel loro campo, di governarsi esclusivamente secondo leggi proprie, benché si ammetta che queste collimano di ordinario con quelle morali. E si reca ad esempio l'arte, alla quale si nega non solo ogni dipendenza, ma anche ogni rapporto con la morale, dicendo t l'arte è solo arte, e non morale né altra cosa, da reggersi quindi con le sole leggi della estetica, le quali per altro, se sono veramente tali, non si piegheranno a servire la concupiscenza... È, come si vede, un sottile modo di sottrarre le coscienze all'imperio delle leggi morali. In verità non si può negare che tali autonomie siano giuste, in quanto esprimono il metodo proprio di ciascuna attività e i confini che separano le loro diverse forme in sede teorica; ma la separazione di metodo non deve significare che lo scienziato, l'artista, il politico siano liberi da sollecitudini morali nell'esercizio delle loro attività, specialmente se queste hanno immediati riflessi nel campo estetico, come l'arte, la politica, la economia... cosi l'autonomia teorica dalla morale diviene in pratica ribellione alla morale, e si spezza altresì quella armonia insita alle scienze e alle arti, che i filosofi di quella scuola acutamente riscontrano, ma dicono casuale, mentre è invece essenziale, se considerata dal soggetto, che è l'uomo, e dal suo Creatore, che è Dio ".