tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
IV. - QUESTIONI DI MORALE SPECIALE
Ora
occorre esaminare le principali obiezioni
correnti contro certi punti della morale speciale,
limitando però la nostra scelta.
L'aborto.
- Si obietta che i moralisti assisi
sui principi, non indietreggiano nemmeno davanti
alla morte. Perisca il mondo, ma non un principio!
Esempio tipico è la posizione che assumono
davanti a certi accidenti, che talvolta avvengono
durante l'evoluzione della vita fetale, proibendo
in modo assoluto qualsiasi intervento terapeutico
o chirurgico che causi direttamente la morte
del feto, anche se il non intervento deve
causare la morte della madre, e, piuttosto
di sacrificare un feto, d'altronde inesorabilmente
condannato a perire, preferiscono veder morire
la madre, sacrificando cosi vite umane per
salvare un principio.
Vi
sono realmente casi in cui la morale cattolica
dichiara doversi lasciar morire la madre,
che può essere salvata solo uccidendo
un innocente, sia pure il feto ancora nel
seno materno. Come dice il Sommo Pontefice
Pio XI nell'enciclica sul matrimonio cristiano,
per quanto grande pietà si provi k
per la madre che il compimento del dovere
naturale espone a gravi pericoli per la sua
sanità e anche per la vita stessa ",
bisogna però ritenere che nessuna causa
potrà mai " bastare a scusare,
in nessun modo, la diretta uccisione d'un
innocente. E qui si tratta proprio di questo
". Non si può fare il male per
ottenere un bene, oppure per evitare un altro
male; non si può uccidere un innocente
per salvare la vita d'un altro; il fine non
giustifica i mezzi. Ecco quanto, in merito
alla presente questione, ha affermato Pio
XII, nel discorso alle ostetriche (29 ottobre
1951): et Uomo è il bambino anche non
ancora nato, allo stesso grado e per lo stesso
titolo che la madre. Inoltre ogni essere umano,
anche il bambino nel seno materno, ha il diritto
alla vita immediatamente da Dio, non dai genitori,
né da qualsiasi società o autorità
umana. Quindi non vi è nessun uomo,
nessuna autorità umana, nessuna scienza,
nessuna "indicazione" medica, eugenica,
sociale, economica, morale, che possa esibire
o dare un valido titolo giuridico per una
diretta deliberata disposizione sopra una
vita umana innocente, vale a dire una disposizione
che miri alla sua distruzione, sia come a
scopo, sia come a mezzo per un altro scopo,
per sé forse in nessun modo illecito.
Così, per esempio, salvare la vita
della madre è un nobilissimo fine,
ma l'uccisione diretta del bambino come mezzo
a tal fine, non è lecita. La diretta
distruzione della così detta "vita
senza valore", nata o non ancora nata,
praticata pochi anni or sono in gran numero,
non si può in alcun modo giustificare...
La vita di'un innocente è intangibile,
e qualunque diretto attentato o aggressione
contro di essa è violazione di una
delle leggi fondamentali, senza le quali non
è possibile una sicura convivenza umana
".
Alcuni
trovano che questa legge è dura e perfino
inumana. In realtà la legge può
essere dura, ma sarebbe ingiusto dirla inumana.
A chi considera le cose da un punto di vista
superiore o si colloca su un piano o in un
orizzonte più ampio, appare invece
che l'inflessibilità della legge che
proibisce in modo assoluto
l'uccisione d'un innocente è un beneficio
per la società. Dice molto bene H.
Muckermann, il noto biologo tedesco: a Malgrado
tutta la pietà che io provo per la
sorte infelice ma isolata d'una madre, che
forse un giorno dovrà morire a causa
del suo bambino, perché non è
permesso un intervento chirurgico, io credo
che per il bene comune sia preferibile il
rispetto della morale naturale. Infatti la
moralità pubblica e di conseguenza
il bene del popolo si avvantaggerà
incomparabilmente del sacrificio della madre,
che è forse la conseguenza di cause
che avrebbero potuto essere evitate... E questo
sacrificio non può essere considerato
come troppo grave, visto che la nostra vera
patria non è qui sulla terra"
(XJm das Leben der Ungeborenen, 4 ed., Bonn,
1925, p. 72).
La
moralità pubblica come può avvantaggiarsi
per il sacrificio della madre? Perché
si afferma con un esempio convincente, che
l'utilità non è la norma della
moralità, che l'utile, quando è
necessario, dev'essere sacrificato al bene.
I materialisti, salvando la donna col sacrificio
del bambino, rimangono nella loro logica.
"Essi s'accontentano della sola utilità
dell'atto operatorio: noi ci preoccupiamo
prima di tutto della sua moralità,
e, avendo scelto per regola di condotta non
l'utilità, ma il bene, per rispettare
il principio superiore dobbiamo assistere
col cuore sanguinante a catastrofi che forse
è possibile, ma non permesso impedire.
Non possumus, perché non licei "
(Dr. Hubert).
E'
bene tener conto anche delle conseguenze che
si dovrebbero fatalmente trarre dalla permissione
di uccidere il feto innocente per salvare
la vita della madre. Ammesso il principio
dell'utilità particolare come base
della moralità degli atti, si giungerà
a qualsiasi eccesso, dominati da una barbara
morale Bisognerà cominciare a giustificare
tutti gli aborti che recano qualche serio
vantaggio ai genitori. " Dall'aborto
praticato per salvare la vita della madre,
si passerà senza difficoltà
a quello chiesto da una donna o da una giovane,
prima degne di stima, per salvarle dal disonore
d'una gravidanza illegittima. Infatti, la
"coscienza del genere umano" non
tenterà di persuadere il medico che
l'onore vai più della vita della madre,
e che, a più forte ragione, lo si deve
preferire all'esistenza del feto? Infine il
medico come riuscirà a non farsi complice
dei genitori desiderosi d'evitare i pesi d'una
prole troppo numerosa? ". (Moreau et
Lavrand, Le médicin ckrétien,
Paris 1901, p. 199). Ammettere anche una sola
indicazione di aborto, significa sopprimere
tutte le barriere. E se vien permessa l'uccisione
del bambino nel seno materno, perché
non si permetterà poi l'uccisione del
neonato? Difatti tra il neonato e il feto
non c'è nessuna differenza sostanziale,
perché è lo stesso essere, l'identica
persona; diverso è solo il grado dì
sviluppo. Perché permettere l'uccisione
prima della nascita e proibirla immediatamente
dopo? Non vi sarebbe nessun motivo di mostrarsi
più severi nel secondo che nel primo
caso. Peggio ancora, se è lecito, in
caso di un'utilità molto grande, uccidere
un bambino ancora nel seno materno, perché
proibire di uccidere i vecchi che sono inutili
e di peso, gl'idioti, gli infermi, i figli
troppo numerosi? Una volta ammesso il principio
dell'utilità come base della moralità,
perché non spingere la logica fino
alla fine?
S'indietreggia
certamente davanti alle conseguenze, che però
si possono trarre dal principio (1).
Principiis obsta; è meglio essere severi
e non permettere la minima deviazione della
regola generale e assoluta che: " Non
è mai lecito uccidere direttamente
un innocente ".
(1)
Veramente non si può dire che si sia
indietreggiato nemmeno di fronte alle più
mostruose conseguenze. Ecco, per esempio,
scriveva Mons. Corrado Groeber Vescovo
Se
in qualche caso particolare l'applicare la
regola porta a conseguenze fatali per la vita
d'una madre, bisogna risolversi ad assistere
impotenti a questa fatalità e lasciare
perire la donna, piuttosto di salvarla con
un crimine. La maternità, come tutte
le cause nobili, ha pure i suoi martiri. Fortunatamente
i casi in cui la madre deve morire per il
suo bambino sono molto rari e, ai nostri giorni,
non si verificano quasi più. Il dottor
Stratz, uno dei ginecologi più stimati
della Germania, dice che tutto quello che
si racconta per spaventare le madri con lo
spettro del pericolo che corrono nel parto,
sono soltanto ciarle da vecchiette e racconti
da nutrici. Il novantacinque per cento dei
parti avviene in modo assolutamente normale,
senza nessun pericolo per la madre; e nei
restanti cinque casi su cento, il più
delle volte sarebbe stato possibile evitare
il pericolo se la donna incinta si fosse fatta
esaminare a tempo, e se certe persone, non
fatte per il matrimonio, se ne fossero astenute
(Mucker-mann, Keimendes Leben, Berlin e Bonn
1923, p. 9). Le celebrità mediche in
ginecologia e ostetricia sono oggi unanimi
nel dichiarare che praticamente c'è
sempre il mezzo di salvare la madre senza
dover nuocere al bambino. Dice bene il professor
Schockart di Lovanio: "Dal punto di vista
puramente umano, comprende male il suo compito
di salvatore di vite umane, chi si permette
di uccidere il frutto della gravidanza, che
domanda solo di poter maturare e vivere! "
(Cours d'obslélrique, 4 ed., Lovanio
1935, t. iv, p. 39). In una discussione alla
Società Belga di Ginecologia e Ostetricia,
nella seduta del 2 dicembre 1933, lo stesso
professore e il dottor Nolens di Hasselt,
apprezzato ginecologo, dissero che la loro
esperienza li autorizzava a dichiarare che
l'aborto terapeutico ad essi non sembrava
più necessario. Potremmo moltiplicare
le testimonianze, ma possono bastare queste
poche citazioni.
La
severità della Chiesa in questa materia
ha pure contribuito a far progredire la scienza
medica. La proibizione assoluta d'ogni aborto
diretto, spinse molti medici a dedicarsi a
pazienti ricerche per trovare altri mezzi
di salvare tanto la vita della madre che quella
del bambino. E vi sono perfettamente riusciti,
a Fu detta inumana la posizione della Chiesa,
ma l'evoluzione dell'ostetricia chirurgica
moderna le ha dato ragionel ", che il
dottor Niedermeyer di
Friburgo, in una sua pastorale del 31 maggio
1945, in merito all'applicazione dell'eutanasia
in Germania : " Tutti i manicomi furono
letteralmente vuotati, e i ricoverati soppressi
col veleno o con la corrente elettrica; in
molti ospedali i degenti furono uccisi con
iniezioni... Quando io osai oppormi all'eutanasia,
venni accusato di tradimento contro il popolo
tedesco ". E Pio XII, nel discorso ai
partecipanti al I Congresso internazionale
d'Istopatologia del sistema nervoso, (14 sett.
1952), osservava: " I grandi processi
del dopo guerra hanno messo in luce una quantità
spaventosa di documenti che attestano il sacrificio
di individui compiuto per "l'interesse
medico della comunità". Si trovano,
negli atti, deposizioni e rapporti che mostrano
come, con l'assenso e anche talvolta su d'un
ordine formale dell'autorità pubblica,
certi centri di ricerche esigevano sistematicamente
che si fornissero loro, per le esperienze
mediche, uomini dei campi di concentramento,
e come questi venivano consegnati a tali centri
: tanti uomini, tante donne, tanti per un
esperimento, tanti per l'altro. Esistono rapporti
sullo svolgimento e il risultato degli esperimenti,
sui sintomi oggettivi e soggettivi osservati
negli interessati durante le differenti fasi
degli esperimenti stessi. Non si possono leggere
tali appunti senza una profonda compassione
per tali vittime, di cui molte sono morte,
e senza inorridire davanti a siffatta aberrazione
della mente e del cuore umano ".
"
Quest'esempio, continua egli, dimostra che
la scienza dev'essere riconoscente alla Chiesa,
se non lascia mercanteggiare sul suo chiaro
e netto non licei; è uno stimolo agli
studiosi a ricercare nuovi mezzi, irreprensibili
dal punto di vista morale. Nulla può
mai essere giusto dal punto di vista igienico,
quando è falso dal lato morale "
(in Der Katholische Gedanke, 1933, p. 286).
E il P. Ver-meersch, in una discussione sul
feticidio medico alla Società scientifica
di Bruxelles, si ritenne autorizzato a far
dichiarazioni nello stesso senso: " Non
dimentichiamo che la necessità è
la madre delle invenzioni. Costretto a rispettare
l'essere anche più debole, l'uomo si
applicherà con tutti i mezzi a trovare
per gli esseri più grandi altri mezzi
di salvezza diversi dall'uccisione dei piccoli.
Cosi il rigore dei moralisti può affrettare
quei benefici progressi della chinirgia che
eliminano i motivi o i pretesti dei medici
per crudeli immolazioni. Quindi anziché
sdegnarsi per la severità della Chiesa,
la scienza medica, fiera delle sue scoperte
umanitarie, si volgerà a lei piena
di gratitudine e le dirà: Ti ringrazio
d'avermi ricordato il grande precetto: Non
ucciderei ".
2.
Aborto diretto e indiretto. - Ma
la stessa morale cattolica non permette qualche
lesione del principio: Non uccidere? In certi
casi non autorizza forse l'omicidio e l'aborto
indiretti? La differenza tra omicidio diretto
e indiretto in realtà è puramente
dialettica, è solo una sottigliezza
teologica, una cineseria, un mezzo per sottrarsi
per via traversa alle conseguenze fatali della
proibizione assoluta dell'aborto, di eludere
il rigore del precetto, pur salvando teoricamente
il principio.
La
distinzione tra omicidio diretto e indiretto,
e quindi tra aborto diretto e indiretto, è
fondata nella realtà, e sono due cose
molto diverse. Il medico che ricorre all'aborto
indiretto, che cioè prescrive una medicina
o fa ricorso a un'operazione che ha per risultato
diretto e immediato la guarigione della madre,
anche se l'intervento ha pure il risultato
di causare la morte del bambino, resta entro
i limiti del suo compito, perché guarisce
e non uccide, pur dovendo forzatamente veder
morire il bambino e assistere impotente a
questa fatale conseguenza. La morte del bambino
è dovuta a una causalità che
gli è estranea e di cui non può
impedire l'effetto. Anche la madre limita
l'intervento a proteggere la propria vita,
che vien salvata con mezzi leciti. Tanto il
me dico quanto la madre non vogliono la morte
del bambino come fine o come mezzo; non intendono
uccidere e non causano affatto la morte, ma
non fanno altro che lasciar svolgere il corso
naturale delle cose e delle circostanze, sulle
quali la loro volontà non può
nulla perché sono delle circostanze
fatali, che li rendono impotenti e causano
la morte del bambino. Questa morte avviene
loro malgrado, per l'intervento d'un fattore
che non possono rimuovere. La differenza tra
questo modo d'agire e un omicidio diretto
è enorme. Nel primo caso si uccide,
nel secondo si lascia morire, perché
non si ha il mezzo d'impedire l'esito fatale.
L'ordine morale non è leso quando uno
intende un fine onesto e non fa nulla d'illecito
per realizzarlo, anche se circostanze fatali,
contro cui si è impotenti, avranno
conseguenze cattive per altri; invece attenta
all'ordine morale chi pone un atto cattivo
in sé, anche se per ottenere un fine
buono. Bisogna sempre rifarsi al principio
fondamentale, che il fine non giustifica i
mezzi.
Un'autorevole
conferma della liceità dell'aborto
indiretto l'abbiamo nelle parole di Pio XII,
nel discorso al et Fronte della famiglia "
(26 nov. 1951): " Se la salvezza della
vita della futura madre, indipendentemente
dal suo stato di gravidanza, richiedesse un
urgente atto chirurgico, o altra applicazione
terapeutica, che avrebbe come conseguenza
accessoria, in nessun modo voluta né
intesa, ma inevitabile, la morte del feto,
un tale atto non potrebbe più dirsi
un diretto attentato alla vita innocente.
In queste condizioni l'operazione può
essere lecita, come altri simili interventi
medici, sempre che si tratti di un bene di
alto valore, qual'è la vita e non sia
possibile di rimandarla dopo la nascita del
bambino, né di ricorrere ad altro efficace
rimedio ".
La
differenza tra omicidio diretto e indiretto
è dunque reale, non solo dialettica,
come ha provato la grande guerra. Se un comandante
supremo fa bombardare una fortezza causando
la morte anche dei civili e non combattenti
che vi sono dentro, nessuno trova da ridire
per l'omicidio indiretto sulla persona dei
cittadini non combattenti; invece se per terrorizzare
fa mettere a morte dei pacifici cittadini,
sia pure nella speranza di finire più
presto la guerra ed evitare così una
maggior perdita di vite umane, oppure se mette
donne e bambini davanti all'esercito in marcia
per proteggerlo, allora una ventata d'indignazione
scuote il mondo, e tutti lo accusano di omicidio
e di crudeltà, perché agendo
cosi commette tanti omicidi diretti quante
sono le persone che fa uccidere (2).
3.
La Chiesa e il capitalismo. - Passiamo
a un altro ordine d'idee che riguarda la vita
economica.
È
un'accusa corrente che la Chiesa si schiera
col partito dei ricchi contro i proletari,
e che la morale cattolica protegge i capitalisti.
Bisogna
intendersi sul senso delle parole.
Si
vuoi dire semplicemente che la Chiesa difende
il diritto di proprietà? Ebbene, sì,
in questo senso la Chiesa difende il capitalismo,
anche se non è incline a un diritto
di proprietà assoluto, ma gli riconosca
dei limiti, tracciati dalle necessità
della vita sociale, che il potere civile deve
definire e determinare. Inoltre essa non manca
d'insistere sui doveri inerenti al possesso
dei beni terreni e sugli obblighi che gravano
sulla proprietà.
Se
per capitalismo s'intende " il regime
in cui alcuni contribuiscono all'attività
economica con i capitali, e altri col lavoro
", neppur in questo caso la Chiesa è
contro il capitalismo, perché esso
evidentemente " non va contro la giustizia
" (Quadragesimo anno). Il capitale e
il lavoro devono associarsi perché
l'uno non può nulla senza l'altro.
" Non ci può essere capitale senza
lavoro, né lavoro senza capitale ",
dice Leone XIII nella Rerum novarum, e finché
il sistema si mantiene in una collaborazione
ordinata tra i due fattori di produzione,
non c'è nulla da rimproverare. Anche
se i benefici ottenuti vengono a loro volta
reimpiegati per fare produrre altri beni,
e nuovamente investiti come capitale, non
c'è ancora nulla da ridire.
(2)
Cfr. G. Clement, II diritto alla nascita,
Studium, Roma 1943; A. Maget, L'aborto terapeutico,
nel voi. Matrimonio e Medicina, Milano, pp.
107-140; S. Dr Francesco, II diritto alla
nascita, Studium, Roma 1952.
Il
sistema economico basato sull'uso del capitale
non è condannabile in se stesso; però
bisogna tener conto dei particolari pericoli
cui espone e ai quali, come prova l'esame
imparziale delle condizioni economiche dei
nostri tempi e delle situazioni sociali che
ne derivano, l'umanità di fatto ha
dovuto soccombere su vasta scala, a II capitale
riuscì per lungo tempo ad arrogarsi
eccessivi vantaggi, reclamando per sé
tutto il prodotto e i frutti e lasciando agli
operai appena di che mantenersi e riprodursi.
Si diceva che per una legge economica ineluttabile,
tutto il capitale doveva accumularsi nelle
mani dei ricchi, e che, per la stessa legge,
gli operai erano condannati a trascinare la
loro precaria esistenza in una perpetua condizione
di miseria" (Quadragesimo anno). L'eccessivo
desiderio di guadagno ha fatto dimenticare
il riguardo dovuto al prossimo, si videro
sorgere condizioni economiche e sociali che,
per milioni di uomini, compromisero i più
preziosi beni della vita, specialmente la
religione, la moralità e la vita familiare,
creando inoltre una dipendenza economica e
un'insicurezza che pesano sempre più.
Il sistema capitalista, anche se non intrinsecamente
cattivo, è però stato viziato
di fatto; e, se evidentemente non è
condannabile in se stesso, né riprovevole
per il suo costituirsi, è purtroppo
vero che ha superato i limiti del lecito.
In realtà a il capitale viola l'ordine
quando impiega gli operai o la classe proletaria
solo per sfruttare a suo capriccio e per suo
profitto personale l'industria e tutto il
regime economico, senz'affano tener conto
né della dignità umana degli
operai, né del carattere sociale dell'attività
economica, e nemmeno della giustizia sociale
e del bene comune" (Quadragesimo anno).
Quindi di fatto l'economia capitalista diede
luogo a molti abusi.
Il
popolo, che non ama le astrazioni, ma giudica
secondo le situazioni concrete, col nome di
capitalismo, s'è abituato a indicare
non tanto il sistema in se stesso, quanto
il sistema come si presenta di fatto, e, quando
parla di capitalismo, ordinariamente vede
soltanto l'economia capitalista con tutte
le escrescenze che di fatto l'accompagnano,
e -con tutti gli abusi, cui ha dato luogo.
Il capitalismo inteso in questo senso non
è conciliabile con i princìpi
cristiani, poiché un simile capitalismo
e il cattolicesimo sono opposti tra loro come
l'acqua e il fuoco. Si rileggano i documenti
pontina e le encicliche Rerum Novarum e Quadragesimo
anno, e si vedrà come la Chiesa non
ha mai tollerato tale capitalismo, e come
anzi, lo ha esplicitamente condannato. Ecco
quanto, ad esempio, Pio XII asseriva nel Radiomessaggio
del 1 sett. 1944: "La coscienza cristiana
non può accettare quei sistemi, che
riconoscono il diritto di proprietà
privata secondo un concetto del tutto falso,
e sono quindi in contrasto col vero e sano
ordine sociale. Perciò là dove,
per esempio, il "capitalismo" si
basa sopra tali erronee concezioni e si arroga
sulla proprietà un diritto illimitato
senza alcuna subordinazione al bene comune,
la Chiesa lo ha riprovato come contrario al
diritto di natura ".
4.
La morale degli affari. - La morale
cattolica pretende anche di guidare l'attività
professionale dell'industriale e del commerciante;
ma la morale cattolica degli affari è
impossibile a praticarsi, perché paralizzante,
e al commerciante che volesse osservarla non
resta che chiudere i suoi uffici e la sua
bottega, e rassegnarsi alla mediocrità,
se non alla rovina.
Ma
sarebbe ingiusto considerare commercio e morale
come incompatibili. Il commercio non è
affatto immorale per se stesso, e il guadagno,
fine prossimo degli scambi e del commercio,
per sé non comporta nulla di male o
di contrario alla virtù, come dice
san Tommaso (II-II, q. 77, a. 4). La ricchezza
per sé è un bene che si può
desiderare e ricercare; è un bene,
non però un fine a se stessa ma un
mezzo al servizio dell'uomo.
Se
il commercio non gode la simpatia di molti
autori, specialmente antichi, è a causa
dei pericoli ai quali espone chi vi si dedica,
poiché la sete del guadagno facilmente
diventa insaziabile e tende a profittare per
sé all'infinito; è quindi naturalissima
la tentazione di accrescerlo in qualsiasi
modo. Il pericolo c'è sempre stato,
fu sempre attivo, e spesso riuscì a
falsare il regime normale della vita economica
e a fondare ingenti fortune su basi almeno
sospette. Non per nulla nell'antichità
pagana il dio del commercio era diventato
il dio dei ladri. I commercianti odierni non
invocano più Mercurio; molti tuttavia
non sono più scrupolosi dei loro predecessori
pagani nello scegliere i mezzi per arricchirsi
e per procurarsi vantaggi sempre maggiori.
La
Chiesa, fedele custode della moralità,
in ogni tempo ha segnalato questi pericoli,
e se non condannò mai il commercio
in se stesso, non cessò però
di proclamare che non tutti gli affari sono
buoni. L'uomo d'affari, che vuole essere onesto,
spesso dovrà scegliere tra Dio e Mammona;
e se vuole rimanere fedele agli appelli della
sua coscienza cristiana dovrà spesso
accontentarsi di guadala minori di quelli
dei suoi concorrenti meno scrupolosi, e, talora
dovrà anche astenersi da un certo genere
di imprese. In questo senso è verissimo
che la morale paralizza gli affari, cioè
quelli loschi e inquinati d'ingiustizia, purtroppo
tanto numerosi nella nostra epoca. "
L'osservazione della realtà ci rivela
nel mondo degli affari una deplorevole indisciplina
di costumi, che, se non bisogna esagerare,
è però necessario constatare,
comunque si camuffi e in qualunque tecnica
ci si presenti ". Cosi è detto
nelle conclusioni generali della 23.a sessione
delle Semaìnes Sociales de France tenuta
a Mulhouse nel 1931 e dedicata alla morale
cristiana e gli affari. La disonestà
fa numerose vittime, e non mancarono proteste
e appelli a una reazione, e, di fronte ai
mali di cui soffre la nostra società
per l'amoralismo e l'immoralismo nelle transazioni,
di fronte alle sofferenze e alle rovine accumulate
dai metodi chiaramente disonesti, anche se
spesso nascosti sotto una vernice di legalità,
s'è vista apparire ovunque l'aspirazione
della moralizzazione degli affari; si fecero
sentire, non solo in nome della morale, ma
anche in nome degl'interessi e del bene generale,
forti appelli a una morale degli affari e
a un'organizzazione che ne faciliti la pratica.
L'appello
è venuto dalla Chiesa. "
È assolutamente necessario, dichiara
il Sommo Pontefice Pio XI, ricondurre la vita
economica a un ordine sano e ben equilibrato"
(Quadragesima anno); è venuto anche
dai rappresentanti del mondo degli affari.
" I professionisti stessi, scrive il
Tiberghien, specialmente quelli che s interessano
maggiormente ai risultati pratici, come ad
es. gli addetti alla banca, all'industria
e al commercio, proclamano altamente che s'impone
una urgente riforma morale, in nome anche
delle esigenze economiche...
In
casi isolati i principi della giustizia e
dell'equità possono impacciare gli
affari, almeno in certe iniziative; ma alla
fine se ne avvantaggeranno gli affari stessi.
Infatti moralizzare è in definitiva
razionalizzare. Il Codice nazionale dei metodi
di vendita dei prodotti raffinati del petrolio,
elaborato verso la fine del 1928 e applicato
sotto gli auspici dell’American Petroleum
Institute dice: "Negli affari l’onestà
è ancora il miglior metodo e quello
che frutta di più ". Chi inganna
negli affari finisce sempre coll'ingannare
se stesso e pagare il prezzo dei suoi falsi
calcoli. Un proverbio fiammingo dice che è
l'onestà che resiste più a lungo,
mentre un bene mal acquistato non giova mai.
Questo vale per l'individuo; ma, anche sul
più vasto piano del campo nazionale
e internazionale, i moventi morali sono un
fattore di prosperità, mentre le numerose
immoralità sono spesso la causa delle
crisi economiche. Certi studi recenti lo hanno
dimostrato. Le crisi che subiamo, senza dubbio
sono dovute direttamente a delle cause economiche
e sociali; ma queste, a loro volta, sono la
risultante della libera attività umana.
Alla base di ogni crisi vi è una qualche
azione contro natura e quindi moralmente cattiva.
Si può quindi conchiudere che ogni
crisi economica è sempre preceduta
da una crisi morale (3).
5.
La restrizione mentale. - Si è
detto abbastanza contro la dottrina della
restrizione mentale. Confutata cento volte,
cento volte riapparvero le obiezioni.
Bisogna
certo riconoscere che, riguardo al dovere
della sincerità e alla liceità
della restrizione mentale, vi sono in certi
autori delle affermazioni insostenibili, peregrine
e perfino ridicole, ma che non toccano affatto
la teoria in se stessa, la quale resiste a
tutte le critiche, quando sia bene esposta.
È
dottrina generalmente ammessa dai moralisti
cattolici che non è mai permesso mentire,
nemmeno per cavarsela da una brutta situazione,
in cui si sia coinvolti, né per salvare
la vita propria o altrui, fosse pure la vita
del coniuge, del padre, della madre, d'un
figlio. Conclusione questa alla quale si doveva
arrivare una volta ammesso che la menzogna
è intrinsecamente illecita; tesi che,
dopo sant'Agostino, fu quasi unicamente adottata
(4). Tuttavia
non si mancò di notare che nella vita
di ciascuno vi sono delle congiunture tali
che sarebbe assurdo e insensato, e quindi
moralmente illecito, rivelare la verità,
come ad es. quando la rivelazione nuocesse
gravemente a noi o al prossimo. Che fare in
tali circostanze? Tacere? Molto spesso il
silenzio può essere più significativo
che dire chiaramente la verità. Dire
la verità? Sarebbe irragionevole. Pazienza
se mettessimo solo noi stessi nell'imbarazzo,
ma non abbiamo il diritto di esporre gli altri
a noie o di causare loro dei danni. Mentire?
La dottrina cattolica non lo permette. E allora?
Ecco la teoria della restrizione mentale.
(3)
Questo
è, in sostanza, anche il pensiero di
Pio XII là dove, nel discorso alla
A. C. L. I. di Roma (14 maggio 1953), afferma:
" Gli uomini che nel loro pensiero e
nelle loro azione si danno tutti alla terra
o che addirittura negano la patria celeste,
non hanno una solida base nemmeno in questo
mondo, anche se esteriormente sembrino possederla
o che essi stessi vantino il loro preteso
realismo ".Cfr. G. Bicchierai, Il mondo
degli affari e la morale, Morcelliana, Brescia
1935 ; F. Bau-dhuin, Deontologie des qffaires,
4 ed., Lovanio 1950 ; A. Muller, La Morale
degli affari, Civiltà Cattolica, Roma
1951. Azpiazu, L'uomo d'affari, ivi, 1953.
(4)
La questione se la menzogna sia o no intrinsecamente
illecita, questione che già S. Agostino
diceva " difiìcillima et latebrosissima
", è stata variamente risolta.
La dottrina che possiamo chiamare tradizionale,
sostiene la intrinseca malizia assoluta della
menzogna, definita locutio contra mentem.
Per dieci secoli, e cioè da S. Agostino
(sec. V), fino al secolo XVI, i teologi furono
quasi unanimi nell'accettare questa teoria,
ed anche in seguito la maggior parte dei teologi
si è pronunciata per questa soluzione.
Dal secolo XVI, a fianco della dottrina tradizionale,
va affermandosi pure la teoria della intrinseca
malizia solo condizionata della menzogna ;
vale a dire che la menzogna è per se
illecita, come è illecito l'omicidio,
però in qualche caso può diventare
lecita come, ad esempio, nei casi nei quali
il prossimo non ha diritto di conoscere la
verità. I sostenitori di questa tesi
danno della menzogna una definizione alquanto
diversa da quella tradizionale;la definiscono
cioè la negazione della verità
dovuta. Ne segue che, quando la verità
non è dovuta, come quando si è
obbligati a mantenere il segreto, il dire
il falso non è che un semplice atto
materiale lecito, e spesso doveroso. Di qui
la distinzione tra menzogna propriamente detta
(mendacium), e il falsiloquium, che non è
se non una bugia materiale.
Per
quanto questa seconda teoria (che in origine
fu sostenuta da protestanti, come il Grozio)
sia meno probabile della prima, almeno per
ragioni estrinseche, tuttavia gode di vera
probabilità e incontra sempre più
il favore anche di autori cattolici. Cfr.
R. Broiìillard m Eludes, 20 ott. 1930;
P. Ledrus in Periadica, 1943; pp. 1-58; 127-171
; 1944: pp. 1-60; Z945: PP- 157-200: Anonimo,
Le mensonge est-ti iiilrinséquement
mauvais? in L'Ami du Clergt '951. PP- 198-303.
I
moralisti dicono essere permesso cavarsi dall'imbarazzo
usando un'anfibologia o un equivoco, cioè
una formula che può essere compresa
in due modi, oppure usando di una restrizione
mentale, cioè di un'espressione che,
per cosi dire, si scosta dal suo senso ovvio
e naturale; nelle circostanze speciali in
cui ci si trova e nell'intenzione di chi la
proferisce, si usa la formula per esprimere
una cosa non significata dal senso letterale
dell'espressione, cosa che un uditore non
avvertito non sospetta. Colui che parla nella
sua mente, mentalis, fa una riserva, restrictio,
che non esprime apertamente e che cambia il
senso dell'espressione. La restrizione può
essere puramente mentale (pure o stride mentalis),
quando è impossibile a chiunque di
coglierla, quando chi la sente non ha alcun
elemento che gli permetta di sospettare la
restrizione, quando insomma nelle circostanze
in cui le parole sono proferite, non possono
avere che un solo senso percettibile. Invece
la restrizione sarà mentale in senso
largo (late mentalis) quando una persona sensata
potrà facilmente avvertire che alle
parole non si annette il senso ovvio e naturale,
quando " circostanze lo possono mettere
sulla via della verità, quando esse
sono tali che ogni uomo, che non sia troppo
ingenuo, comprenderà .che non bisogna
prendere la locuzione alla lettera. Nelle
circostanze concrete in cui viene pronunciata,
l'espressione usata prende per cosi dire un
nuovo senso, che non è quello ovvio,
ma che ogni uomo prudente e attento coglierà
facilmente. Le parole sono come dei segni.
Ora i segni possono avere sensi diversi, secondo
le circostanze in cui vengono usati. Lo stesso
avviene delle parole e delle espressioni,
che possono avere più sensi; e cosi
può accadere che in quella speciale
circostanza esprimano una cosa diversa da
ciò che esprimono nelle circostanze
abituali.
I
moralisti insegnano che la restrizione puramente
mentale o interna non è mai lecita
perché nessuno potrebbe sospettare
che si voglia usare le parole in un senso
diverso da quello che è loro ovvio,
ed equivale a una menzogna pura e semplice.
Ma la restrizione in senso largo, — quando
un uomo sensato può accorgersi che
si vuole dare all'espressione adoperata un
senso diverso da quello ovvio, quando circostanze
permettono di sospettare la restrizione —,
è permessa a due condizioni: La che
non vi sia per altro motivo l'obbligo di dire
la verità, e 2.a che ci sia un motivo
sufficiente, una ragione proporzionatamente
grave per non dire la verità -e per
permettere che il prossimo sia forse indotto
in errore.
Così
limitata, questa teoria non ha nulla che possa
scandalizzare. Si obietta che se ne è
abusato; può essere; ma di che cosa
non si abusa? I possibili abusi non infirmano
la legittimità del principio: abusus
non tollit usum!
Sappiamo
che ci sono altri modi per spiegare come si
possa uscire da situazioni imbarazzanti senza
dover rivelare la verità o senza sostenere
che la menzogna è talvolta permessa
(5). Forse sono
anche migliori della teoria sulla liceità
della restrizione mentale in senso largo,
la quale però, ben spiegata e capita,
può benissimo essere sostenuta. Ripetiamo
che nella restrizione mentale in senso largo
le circostanze permettono di sospettare che
si fa uso d'essa, poiché le parole
sono segni per esprimere il pensiero, ma segni
in qualche modo convenzionali, che hanno il
senso che si vuoi dare loro. Perciò
questo senso non è assoluto, né
invariabile, potendo mutare secondo le circostanze.
Per rendere il pensiero d'un autore, non possiamo
accontentarci di citare una frase tra mille,
dobbiamo interpretarlo in relazione al resto
del libro e collocare il passo nel suo contesto.
Così le parole e le formule usate in
circostanze concrete, possono avere un significato
diverso da quello ovvio. Le circostanze costituiscono
per così dire un contesto capace di
modificare il senso naturale delle espressioni
(A. Vermeersch, Restriction mentale et mensonge,
in D. A. F. C, rv, 978). Quindi ogni qualvolta
le circostanze sono tali che ogni persona
prudente e attenta può sospettare facilmente
che non si deve prendere l'espressione usata
nel senso ordinario, qualora si verifichino
le due condizioni indicate, si potrà
usare di questa espressione, cioè della
restrizione mentale in senso largo. Se poi
qualcuno per ignoranza o ingenuità
è ciononostante indotto in errore,
sarà questo un effetto puramente accidentale,
che non siamo tenuti ad evitare con grave
inconveniente per noi o per gli altri. Molti
autori moderni permettono di mentire per eludere
una domanda indiscreta o una curiosità
illegittima, per stornare un danno da sé
o dal prossimo; in questi casi i moralisti
dicono che non è mai lecito mentire,
ma permettono l'uso della restrizione mentale
in senso largo che da tutti praticamente deve
essere ammessa come lecita.
Ci
spiegheremo meglio con un esempio. Supponiamo
che durante la grande guerra un abitante delle
regioni occupate dal nemico sia stato condannato
a morte dal potere occupante, perché
ha servito la sua patria. Il condannato è
fuggito, e i poliziotti dell'occupante si
presentano a domicilio e chiedono alla moglie
dove sia il marito. Nessuno sosterrà
che la donna debba dire la verità ed
esporre cosi il marito alla morte. Se tacesse
0 dichiarasse che non vuole dirlo, potrebbe
pagarla cara. Facendo una restrizione mentale
in senso largo, può dire francamente
e con coscienza tranquilla di non sapere dove
sia il marito. Si deve supporre die i gendarmi
nemici sospettino che essa non vuoi dire l'intera
verità; le circostanze infatti sono
tali da permettere loro di capire che l'espressione
non si deve prendere alla lettera, e se non
sono incredibilmente ingenui, si guarderanno
bene dal credere alle parole della donna.
Essi insomma non sono indotti in errore e,
se lo sono, la colpa è della loro ignoranza
o, diciamolo pure, della loro stupidità.
(5)
Questi altri modi sono, ad esempio : l'equivoco
o risposta ambigua; la distinzione tira una
duplice scienza, tra la scienza cioè
comunicabile e quella non comunicabile; la
risposta evasiva o rifiuto di rispondere;
ecc. Accettando però la teoria della
malizia intrinseca solo condizionata della
bugia (v. sopra, p. ugp, n. 4), si può
anche ammettere che talora la menzogna, intesa
nel senso di solo falsiloquio, sia lecita.
Molti
oggi si vanno orientando verso quest'ultima
soluzione, in base principalmente a queste
ragioni: - 1) la teoria della non assoluta
malizia della bugia non è del tutto
sconosciuta all'antichità; la si trova
di fatto sostenuta, per esempio, da Origene,
da Clemente Alessandrino, da S. Ilario, da
S. Giovanni Crisostomo, da Cassiano, ecc.
; - a) la menzogna non è necessariamente
peccato contro Dio, come sostiene la dottrina
tradizionale, ma solo quando c'è disaccordo
formale tra parola e pensiero; - 3) la restrizione
mentale, anche se in se stessa pienamente
legittima, incontra oggi poco favore perché
- si dice - non è alla portata di tutti;
sa troppo di fariseismo; ha incontrato troppe
opposizioni; ecc
Ci
sono poi espressioni dell'uso comune dal senso
cosi ovviamente convenzionale, che costituiscono
una vera locutio conventionalis, un modo convenzionale
di parlare. Quando la domestica dice : "
II padrone non è in casa ", tutti
capiscono che ciò non vuoi proprio
dire che il padrone sia uscito, ma che forse
non può o non vuole ricevere, e nessuno,
di fatto, s'inganna. In sostanza è
questo un esempio di restrizione mentale in
senso largo, che, pensiamo, non offende nessuno,
né merita l'accusa d'astuzia o d'ipocrisia
a chi se ne serve. Perché allora scandalizzarsi
della teoria della restrictio mentalis di
cui la suddetta espressione non è che
un esempio e un'applicazione?
Bisogna
ben notare che i moralisti subordinano l'uso
della restrizione mentale a delle condizioni,
e che non è lecito usare le parole
con qualsiasi riserva sul senso. La permissione
di celare il proprio pensiero non equivale
all'autorizzazione ad affermare senza restrizione
quello che sappiamo essere falso. Anche sé
non siamo sempre obbligati a rivelare il vero
tenore delle cose, e a dire tutta la verità,
non per questo è permesso di affermare
tutto ciò che si vuole. Tra non dire
la verità e affermare positivamente
certe falsità, c'è una differenza
che sarà bene non perdere di vista.
6.
Esigenze impossibili in materia di castità.
- Si pretende che in materia di castità
la morale cattolica abbia esigenze antinaturali
impossibili nella pratica, nocive alla salute.
La
risposta è facile, poiché le
ricerche recenti hanno dimostrato che tali
accuse sono infondate.
La
morale cattolica è sempre basata sulla
natura umana. È moralmente bene ciò
che è conforme alla natura umana, ossia
ciò che è ragionevole; quindi
quanto è contrario alla natura o irragionevole,
è moralmente cattivo. Lo stesso si
deve dire della vita sessuale, in cui sono
cattivi solo gli atti in qualche modo contrari
alla natura o al fine della vita sessuale,
quindi tutti gli atti privi di rapporto oggettivo
con la generazione e l'educazione dei figli.
Ecco il principio fondamentale della castità.
Sarebbe assurdo sostenere, come alle volte
si è fatto, che la morale cattolica
proibisce ogni soddisfazione sessuale, e considera
il piacere sessuale cattivo in se stesso.
In tutta la letteratura cattolica si cercherebbe
invano una frase che affermi questa controverità.
Viene condannato solo il godimento disordinato,
l'attività sessuale che esclude positivamente
il fine voluto da Dio e dalla natura e la
ricerca della soddisfazione come fine ultimo.
Per
quanto sia forte l'inclinazione alla soddisfazione
sessuale, non si può dire tuttavia
che il desiderio solleciti irresistibilmente,
e lo prova il fatto di migliaia di persone
d'ambo i sessi, d'ogni età e condizione,
che vivono in continenza perpetua e osservano
una perfetta castità.- Oggi tutti i
medici " pedagogisti seri attestano che
è possibile resistere alle sollecitazioni
della passione. D'altronde ciascuno ha la
prova apodittica della possibilità
di resistenza ai desideri carnali nella testimonianza
della propria coscienza, che dice a ciascuno:
" Puoi resistere se lo vuoi seriamente
e se adoperi i mezzi appropriati ". La
civiltà materialistica ha accresciuto
le possibilità dell'eccitazione dei
sensi al punto che molti, non senza una parvenza
di verità, parlano della loro impotenza
di fronte alla passione, e dell'impossibilità
di resistervi; ma essi confondono le conseguenze
di cattive abitudini col desiderio naturale
e sano, e considerano manifestazione della
natura ciò che è soltanto un'intensificazione
artificiale del desiderio, giungendo a concludere
che qualsiasi limite posto al godimento sessuale
è contrario alla natura. Ma essi prendono
come natura ciò che è soltanto
conseguenza di cattive abitudini o d'un modo
sregolato di vivere. Sono irresistibili soltanto
le tendenze naturali al servizio della persona
per la conservazione dell'individuo. Ora,
il desiderio sessuale non è ordinato
alla conservazione dell'individuo, ma alla
procreazione della specie umana. Per la conservazione
del genere umano non occorre che tutti gli
uomini prendano parte all'opera della generazione,
poiché questa è sufficientemente
assicurata anche se molti s'astengono da ogni
atto destinato alla riproduzione. Queste ultime
considerazioni, di ordine teologico o metafisico,
spiegano perché il Creatore non abbia
voluto il desiderio sessuale come uno stimolo
irresistibile, come un vero bisogno imperioso
a cui non ci si possa sottrarre, ma come una
tendenza, certamente potente, ma a cui è
tuttavia possibile resistere. Cfr. G. Ries,
La costila e la Chiesa, Vita e Pensiero, Milano
1939, p. 41.
Oggi
non è più seriamente sostenibile
che la castità, anche perfetta, è
antifisiologica e nociva alla salute, poiché
vi sono troppi studiosi che hanno dimostrato
il contrario. La continenza non ha mai causato
e nemmeno accelerato la morte, non causa l'atrofia
degli organi sessuali, né ci sono malattie
dovute alla pratica della castità perfetta
(6).
7.
L'esaltazione del celibato: il disprezzo del
matrimonio. - Se la morale cattolica
è basata sulla natura, se non condanna
ogni soddisfazione sessuale, come spiegare
allora l'esaltazione che la Chiesa fa del
celibato? La stima della continenza e della
castità perfetta non include l'idea
che ogni attività sessuale è
più o meno inquinata d'immoralità?
Non include almeno un certo disprezzo del
matrimonio, quasi fosse uno stato imperfetto?
Affatto.
La
dottrina cattolica ritiene certamente che
la verginità in se stessa, conservata
volontariamente, e la continenza scelta come
stato di vita, per amore di Dio o per meglio
consacrarsi al servizio del prossimo, propter
regnum coelontm, sono per sé più
perfette dello stato coniugale; ma questa
verità non deve essere proposta in
modo da far considerare il matrimonio privo
di valore morale positivo e incompatibile
con la perfezione.
(6)
Su questo argomento, della non impossibilità
e della non nocività della castità
esiste una bibliografia copiosissima ; cfr.,
ad es. : R. Edwards, II tormento della carne,
I. P, L., Milano 1938; A. Gemelli, La tua
vita sessuale, Vita e Pensiero, Milano 1941;
L. Scremin, La continenza sessuale giovanile
e l'igiene, Lice, Torino 1941 ; S. Bioatello
Castità e verginità nel voi.
L'uomo, la donna e il matrimonio, Milano,
pp. 92-126; ecc.
Particolarmente
importante è il richiamo di Pio XII,
nel Radiomessaggio sulla coscienza cristiana
come oggetto di educazione (23 marzo 1952),dove
dice: 0 ...dichiariamo oggi ag'i educatori
e alla stessa gioventù : il comandamento
divino della purezza dell'anima e del corpo
vale senza diminuzione anche per la gioventù
odierna. Anch'essa ha l'obbligo morale e,
con l'aiuto della grazia, la possibilità
di conservarsi pura. Respingiamo quindi erme
erronea l'affermazione di coloro, che considerano
inevitabili le cadute negli anni della pubertà,
le quali così non meriterebbero che
se ne faccia gran caso, quasiché non
siano colpa grave, perché ordinariamente,
essi aggiungono, la passione toglie la libertà
necessaria affinchè un atto sia moralmente
imputabile ".
San
Gerolamo dice che la verginità non
deve essere lodata come il bene di fronte
al male, ma come il meglio di fronte al bene,
in modo che, lodandola, non si misconosca
il matrimonio, ma si dimostri anzi una grande
stima per esso. La verginità e il matrimonio
sono due beni eccelsi, entrambi utili e necessari
alla società, e che si completano a
vicenda nel servizio di Dio e del prossimo.
Il valore attribuito all'oro toglie forse
il valore all'argento? La preferenza data
alla rosa, dice forse disprezzo per gli altri
fiori? l'ammirazione per le sinfonie di Beethoven
è forse incompatibile con una grande
stima per le opere di un Badi, d'un Haydn,
d'un Mozart? L'amico della natura che si diletta
alla vista delle Alpi, passa forse indifferente
davanti alle montagne meno alte dei Vosgi
o alle colline delle Ardenne?
Dal
fatto che la Chiesa stima la verginità,
non si può concludere che essa la consideri
come il bene migliore per tutti. In se stesse
e in abstracto la verginità e la castità
perpetua sono più perfette, ma in individuo
e in concreto, per questo o quello individuo
sarà meglio il matrimonio. Ci sono
padri e madri di famiglia più benemeriti
e più vicini alla perfezione di molti
sacerdoti e suore, poiché l'abito non
fa il monaco, né lo stato di vita -costituisce
la perfezione dell'individuo. La Provvidenza
divina fa in modo che nel corpo mistico ci
siano membra Ji tutte le specie, sacerdoti,
e laici, vergini e madri, e ciò che
Dio fa, è ben fatto. In sé l'occhio
è forse un organo più nobile
del piede, ma per il corpo è meglio
che ci siano entrambi e che tutti e due compiano
bene la loro funzione. Cristo, lodando Maria,
non intese condannare Marta; così la
Chiesa, apprezzando la verginità come
stato in sé più perfetto, non
intende condannare il matrimonio, quasi fosse
inquinato da un'imperfezione positiva. Meno
perfetto non è sinonimo d'imperfetto.
Se la Chiesa considerasse il matrimonio e
la vita nel mondo spregevoli e senza valore
morale, potrebbe lodare come un sacrificio
eroico la volontà di rinunciarvi? (7).
8.
L'insistenza sui peccati della carne.
- I moralisti non si preoccupano eccessivamente
dei peccati carnali, tanto da dar l'impressione
che vi siano soltanto questi peccati e che
la lussuria sia il peccato per eccellenza?
(7)
L'obiezione, come è stata qui proposta
e confutata, non trova oggi molti sostenitori.
Se ancora si_ combatte la verginità,
è piuttosto perché la si considera
una forma egoistica per sottrarsi ai pesi
della famiglia e, quando è praticata
nella vita religiosa, come una specie di parassitismo.
Per
quanto poi riguarda i rapporti tra verginità
e matrimonio, oggi le posizioni sono addirittura
invertite : più che difendere la onestà
e l'eccellenza dello stato matrimoniale, è
necessario ricollocare al suo posto di onore
la verginità. Il matrimonio infatti,
anche da parte di alcuni autori cattolici,
è stato esaltato cosi da far credere
che solo nel matrimonio sia possibile la piena
espansione della propria personalità.
Da questo atteggiamento sono derivati due
errori gravi: il primo riguarda il fine primario
del matrimonio, fatto consistere non più
nella procreazione ed educazione della prole,
ma nel mutuo complemento dei due coniugi;
e l'altro sta nella negazione, almeno implicita,
della superiorità della verginità
sul matrimonio.
Contro
il primo errore si è espressamente
pronunciato il S. Ufficio, con un decreto
del 1 aprile 1944, SL" fini de' matrimonio.
Sullo stesso argomento ha pure richiamata
l'attenzione Pio XII, nel discorso alle ostetriche.
A
riguardo del secondo errore, ecco come lo
stesso Pio XII lo ha denunciato nel discorso
tenuto alle Superiore Generali delle Congregazioni
Religiose di Diritto Pontificio, il 15 settembre
1952: " Oggi vogliamo rivolgerci a coloro
che, sacerdoti o laici, predicatori, oratori
o scrittori, non hanno più una parola
di approvazione o di lode per la verginità
consacrata a Cristo; che da anni, non ostante
gli avvertimenti della Chiesa e contra-ramente
al suo pensiero, concedono al matrimonio una
preferenza di principio sulla verginità
; che arrivano, persino, a presentarlo quale
solo mezzo capace di assicurare alla personalità
umana il suo sviluppo e la sua perfezione
naturale: quelli che parlano e scrivono cosi
abbiano coscienza della propria responsabilità
dinanzi a Dio e dinanzi alla Chiesa. Bisogna
porli nel numero dei principali responsabili
di un fenomeno a cui accenniamo con tristezza
: mentre nel mondo cristiano e anche oltre
si levano oggi più che mai gli appelli
alle suore cattoliche, con rammarico ci si
trova obbligati a rispondere volta a volta
negativamente; si è persino costretti
ad abbandonare Opere antiche, Ospedali e Istituzioni
di educazione, tutto ciò perché
le vocazioni non sono più sufficienti
alle necessità ". Tra la ricca
bibliografia circa la verginità segnaliamo
in particolare : F. Bourassa, La virginité
chrétierme, Ed. L'Immaculée
Conception, Montreal 1952, perché contiene
un'adeguata risposta alle cinque diflBcoltà
mosse da un non ben inteso umanesimo che vuoi
porre il matrimonio al disopra della verginità
(pp. 63-129).
Nessun
moralista crediamo, ha mai sostenuto che l'impurità
è il massimo peccato, né il
trattato sulla castità occupa il posto
principale nei manuali di teologia morale.
Se i manuali vi dedicano un numero relativamente
grande di pagine, e i predicatori soprattutto
si scagliano con tanta insistenza contro i
peccati di lussuria, è perché
l'esperienza ha insegnato che tali peccati
son di gran lunga i più frequenti,
e chi lo negasse dimostrerebbe di chiudere
gli occhi davanti alla realtà e di
conoscere ben poco la vita. La questione sessuale
è il principio e la fine d'ogni morale,
dice Ribbing. Quando sant'Alfonso sostiene
che su cento riprovati novantanove devono
la loro dannazione ai peccati della carne
e che il centesimo non ne è del tutto
libero, esagera e si mostra certamente troppo
pessimista. D'altronde, c'è forse predicatore
o missionario che non faccia lo stesso quando
vuoi combattere un vizio determinato? Però
resta vero che le mancanze commesse contro
il sesto comandamento del decalogo sono molto
numerose, e il non parlarne non sopprime il
fatto che ogni giorno migliaia e migliaia
di uomini, soprattutto giovani, soccombono
alla tentazione, mentre forse avrebbero resistito,
se fossero stati prevenuti e avessero avuto
una nozione più chiara della malizia
della loro azione. Ma, lungi dallo spingere
i pastori d'anime a preoccuparsi senza necessità
dei peccati d'impurità, le dissertazioni
dei moralisti mirano a risparmiare loro ricerche
inutili e a permettere ai confessori di dare
una risposta chiara e precisa alle domande
dei penitenti. D'altronde tutti i trattati
di morale vietano ai confessori di fare domande
particolareggiate e consigliano di astenersi
dal far domande su queste materie quando la
domanda sarebbe superflua, e potrebbe offendere
il pudore del penitente.
9.
La morale e l'arte. - La morale è
impicciona e pretende imporre le sue leggi
all'arte. Vietando alla pittura e alla scultura
di rappresentare il nudo, alla letteratura
di descrivere certe scene della vita reale
o d'analizzare certi stati d'animo, ostacola
il genio dell'artista nelle sue esecuzioni
e composizioni, dimostrandosi cosi nemica
dell'arte.
La
morale e l'arte hanno ciascuna il proprio
campo, limitato dal fine cui mirano. La morale
ha lo scopo di dirigere l'attività
umana al fine ultimo, l'arte di creare una
soddisfazione d'ordine estetico; la morale
ha come oggetto il bene, l'arte e il bello.
Perciò l'arte non è una parte
della morale, da cui è formalmente
distinta, ma ha leggi proprie ed è
diretta al proprio fine. L'artista non è
tenuto a moralizzare. Però il fine
particolare dell'arte è subordinato
al fine ultimo e assoluto dell'uomo e, in
questo senso, l'arte non è interamente
indipendente dalla morale; l'artista non può
produrre un'opera che per natura sia tale
da sviare l'uomo dal suo fine ultimo, perché
la carità gl'impone l'obbligo di evitare
tutto ciò che per sé può
indurre il prossimo al male. Ora vi sono innegabilmente
delle opere artistiche, rappresentazioni plastiche
o descrizioni letterarie, che turbano l'immaginazione
e fanno nascere, in chi le contempla o legge,
sentimenti e idee che sono un reale pericolo
per la castità, come vi sono opere
piattamente realiste, o romanzi e novelle
crudamente naturaliste. Il nudo non è
cattivo in sé; il corpo umano, com'è,
è opera di Dio; ma di fatto, per l'uomo
ferito dal peccato originale, costituisce
un pericolo che non può essere sottovalutato;
e l'artista deve tener conto di questo fatto
e di questa realtà. Deve quindi astenersi
da ogni rappresentazione che sia tale da eccitare
l'appetito sessuale in un uomo dalla costituzione
normale, poiché la carità gli
proibisce d'essere al prossimo causa diretta
di scandalo e di dargli l'occasione di rovina
spirituale. Si ha un bel dire che la riproduzione
o la descrizione lasciva " non fa niente
", ma l'esperienza prova che a un uomo
normale questo <i fa proprio qualche cosa
". L'artista non si può disinteressare
dell'effetto cattivo che la sua opera produrrà
sulla maggior parte di quelli che contempleranno
o leggeranno. Il suo quadro, la sua scultura
cadrà sotto gli occhi di giovani, il
suo libro capiterà nelle mani di persone
d'ogni categoria. Non ha dunque mai sentito
parlare delle tempeste eccitate nelle anime
da rappresentazioni lascive o anche solo audaci,
degli effetti funesti della lettura d'un romanzo
osceno o licenzioso? Victor Hugo, non certo
sospetto d'eccessivi riguardi, cosi descrisse
i tristi effetti della cattiva lettura, in
questi noti versi:
Ahimè,
se la tua casta nano aprisse questo libro
infame, Sentiresti subito Dio morire nella
tua anima... Questa sera chineresti la tua
fronte triste e accigliata E domani rideresti
del santo pudore.
Ancora
più noto il seguente passo di Alfredo
de Musset:
II
cuore dell'uomo vergine è un vaso profondo;
Quando la prima acqua che vi si versa è
impura, Vi passerebbe il mare senza lavare
la macchia, Perché l'abisso è
immenso — e la macchia al fondo.
Si
può ben dire che il pericolo è
relativo, che molto dipende dalla disposizione
soggettiva, che basta la sorveglianza dei
genitori sui loro figli perché queste
opere non cadano sotto i loro occhi, e questi
libri non vengano nelle loro mani; tuttavia
molti genitori si vedono costretti ad ammettere
che i loro figli, malgrado la vigilanza, sono
stati colpiti, e hanno dovuto assistere, con
la morte in cuore, alla loro completa rovina
morale, che spesso ha trascinato nel naufragio
l'onore rispettabile di tutta una famiglia.
La
morale cristiana, all'artista, al pittore,
allo scultore, al letterato lascia un campo
molto vasto dove il talento e il genio possono
spiegarsi a loro agio. Si può essere
artisti, anche grandi artisti, senza infrangere
minimamente le regole della morale. I capolavori
delle arti plastiche e letterarie, irreprensibili
sotto ogni punto di vista; stanno numerosissimi
a provarlo (8).
(8)
Sui rapporti tra arte e morale, ecco quanto
ha affermato Pio XII, nel Radiomessaggio sulla
coscienza cristiana come oggetto di educazione
(23 marzo 1952) : " L'emancipazione delle
attività umane esterne, come le scienze,
la politica, l'arte, dalla morale viene talora
motivata in sede filosofica dall'autonomia
che ad esse compete, nel loro campo, di governarsi
esclusivamente secondo leggi proprie, benché
si ammetta che queste collimano di ordinario
con quelle morali. E si reca ad esempio l'arte,
alla quale si nega non solo ogni dipendenza,
ma anche ogni rapporto con la morale, dicendo
t l'arte è solo arte, e non morale
né altra cosa, da reggersi quindi con
le sole leggi della estetica, le quali per
altro, se sono veramente tali, non si piegheranno
a servire la concupiscenza... È, come
si vede, un sottile modo di sottrarre le coscienze
all'imperio delle leggi morali. In verità
non si può negare che tali autonomie
siano giuste, in quanto esprimono il metodo
proprio di ciascuna attività e i confini
che separano le loro diverse forme in sede
teorica; ma la separazione di metodo non deve
significare che lo scienziato, l'artista,
il politico siano liberi da sollecitudini
morali nell'esercizio delle loro attività,
specialmente se queste hanno immediati riflessi
nel campo estetico, come l'arte, la politica,
la economia... cosi l'autonomia teorica dalla
morale diviene in pratica ribellione alla
morale, e si spezza altresì quella
armonia insita alle scienze e alle arti, che
i filosofi di quella scuola acutamente riscontrano,
ma dicono casuale, mentre è invece
essenziale, se considerata dal soggetto, che
è l'uomo, e dal suo Creatore, che è
Dio ".