tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
III. - QUESTIONI DI MORALE GENERALE
1.
Il fine e i mezzi.
- La morale dei Gesuiti. - Se c'è
un'obiezione che ha la vita dura, è
quella che pretende che i moralisti cattolici
in generale e i gesuiti in particolare insegnino
che il fine giustifica i mezzi. Confutata
cento volte, riappare periodicamente. La troviamo
già nel calvinista Dumoulin; Pascal
la volgarizzò nella settima delle sue
Lettere provinciali, dove espone la pretesa
dottrina dei casisti sul metodo di dirigere
l'intenzione; fece furore in Germani"
al tempo del Kulturkampf; ripresa nelle varie
edizioni della Realencyclopadie protestante,
è un piatto forte di tutti i libelli
contro la morale cattolica.
Intanto
nulla di più falso di quest'accusa;
poiché tutti i moralisti, dai Padri
della Chiesa e gli scolastici agli autori
più recenti, lungi dal difendere questo
assioma, lo combattono apertamente.
Se
è vero che i Padri insegnano talora
che bisogna giudicare l'opera secondo l'intenzione,
che un'azione è buona se procede da
una buona intenzione, questo va inteso in
rapporto ad un'azione .per sé indifferente,
la quale trae realmente il suo valore morale
dall'intenzione; l'opera in sé indifferente
è buona quando è compiuta in
vista d'un fine buono. Quando affermano che
un'azione in sé cattiva è buona
se fatta con una buona intenzione, intendono
parlare unicamente della bontà soggettiva.
Dare che un'azione cattiva in se stessa è
soggettivamente buona, se ispirata da una
lodevole intenzione, non significa approvare
l'atto malvagio come tale, e non vuoi affatto
dire che l'azione divenga oggettivamente buona.
Quando l'agente in buona fede, e quindi in
un errore per lui invincibile, è persuaso
che un'azione è buona e lecita, facendola
non commette peccato formale, anzi questa
può essere meritoria per lui. Perfino
i santi possono ingannarsi e qualche volta
s'ingannarono, sul valore morale di un'azione.
Quando leggiamo che Abramo, Giacobbe, Giuditta
e altri mentirono, che Mosè, di propria
autorità, uccise un egiziano, che Sansone
commise un atto che equivaleva a un suicidio,
la sacra Scrittura non dice che fecero bene:
riporta i fatti, è vero, senza una
parola di biasimo, ma anche senza una parola
d'approvazione o di lode. Questi personaggi
biblici poterono pensare in buona fede di
poter agire cosi; ma fu per errore, ed è
proprio questo che costituisce nel loro caso,
anche la loro scusa. Con terminologia teologica
diremo che la loro azione soggettivamente
o formalmente era buona, benché oggettivamente
o materialmente fosse peccato. È vano
cercare nei Padri della Chiesa una frase la
quale dica che si può fare il male
per ottenere un bene. Tutti gli antichi, eccetto
forse Cassiano e pochi altri, insegnano unanimi
essere illecita la menzogna ufficiosa, cioè
l'affermazione di ciò che sappiamo
essere falso, coll'intenzione di cavarsi da
una brutta situazione o per esser di vantaggio
al prossimo. A questo proposito la dottrina
di Sant'Agostino, per ricordare solo il massimo
dei Padri, è esplicita, e il trattato
Contra mendacium è per cosi dire tutto
consecrato a confutare l'opinione di quelli
che sostengono essere talora lecito mentire
se per un fine buono.
È
caratteristico il passo seguente, che riassume
la dottrina di Sant'Agostino, e anche di tutti
gli scrittori ortodossi : " Importa sommamente
sapere per quale causa o qual fine e con che
intenzione si fa qualcosa; e quando è
evidente
che un'opera è peccato, non possiamo
farla per nessuna buona causa, né buon
fine, né buona intenzione... Quando
un'azione, come il furto, il libertinaggio,
la bestemmia e simili, è già
peccato, chi oserà dire che si può
farla per cause buone, in modo che non sia
più peccato, oppure (e questo è
ancora più assurdo) perché questo
è un peccato lecito? Chi oserebbe dire:
per poter dare ai poveri, rubiamo i beni dei
ricchi... Chi oserebbe sostenere questo, a
meno che non si vogliano distruggere le istituzioni
umane, corrompere i costumi e rovesciare le
leggi? " (e. VII, n. 18).
Non
diversa è la dottrina degli scolastici.
Se dapprima alcuni hanno torse insistito eccessivamente
sulla necessità della buona intenzione,
abbandonandosi a un intenzionalismo esagerato,
che esclude la moralità oggettiva e
riconosce solo la morale soggettiva (sembra
questo il caso di Abelardo, che da uno scrittore
fu chiamato il padre del gesuitismo, e di
Ugo di San Vittore), non furono però
seguiti dai grandi autori della Scuola, i
quali insegnano decisamente che non è
mai permesso fare il male, nemmeno in vista
del massimo bene. Tanto per fare un esempio,
ci limitiamo a citare un passo del più
grande degli scolastici, San Tommaso d'Aquino,
che così riassume la dottrina unanimemente
difesa: " II bene risulta dall'integrità
dei suoi elementi; invece il male da qualsiasi
difetto. Perciò la volontà sarà
sempre cattiva quando vuole una cosa cattiva
in se stessa, anche se per un buon fine "
(HI, q. 19 a. 7 ad 3).
Gli
autori successivi non parlano diversamente
e dicono che la buona intenzione è
viziata dall'elezione di un'opera cattiva,
e che la cattiva elezione non diventa buona
e onesta per la buona intenzione con cui è
fatta.
Ma
e i Gesuiti? Non vanno contro quest'unanime
dottrina degli altri? Non insegnano apertamente,
o in termini più o meno velati e abili,
che il fine giustifica i mezzi?
Si
leggano le opere dei grandi teologi della
Compagnia di Gesù, di Lugo, Toledo,
Molina, Vasquez, Valentia, Suarez, Laymann,
e, tra i più recenti, Gury, Ballerini-Palmieri,
Lehmkuhl, Cathrein, Meyer, Bucceroni, Noldin,
Gènicot-Salsmans (ricordiamo solo i
più noti) e non si troverà affatto
in essi qualcosa che assomigli all'affermazione
che il fine giustifica i mezzi.
Si
dice: passi per grandi autori, ma e i casisti?
Prima
di tutto è assai poco probabile, e
ciò causerebbe molta meraviglia, che
gli autori di second'ordine si allontanino
in questo dai grandi maestri, gloria della
loro Congregazione. Inoltre il fondatore della
Compagnia di Gesù, nei suoi Esercizi
spirituali e nelle istituzioni della sua congregazione,
mette in guardia contro la scelta delle cose
malvage, insistendo non solo sulla purezza
d'intenzione, ma anche sulla scelta dei mezzi
in sé onesti, riprovando l'elezione
d'ogni mezzo cattivo e contrario a quello
che la Chiesa approva: a La prima condizione
richiesta perché possiamo fare una
buona elezione è che l'occhio della
nostra intenzione sia semplice. Io devo considerare
una sola cosa, il fine per cui sono creato.
Ora questo fine è la gloria di Dio,
nostro Signore, e la salute della mia anima;
dunque qualunque sia la cosa che io mi decido
a scegliere, la devo scegliere perché
mi aiuta a ottenere questo fine, guardandomi
dal subordinare e attirare il fine al mezzo,
ma dirigendo il mezzo verso il fine (ultimo)...
Prima regola: È necessario che tutte
le cose di cui vogliamo fare elezione siano
indifferenti o buone in se stesse, e ammesse
nella Chiesa cattolica madre nostra santa.
Esse non possono dunque mai essere cattive,
né contrarie a ciò che la Chiesa
approva (1).
Su questo punto i casisti della Compagnia
di Gesù avrebbero potuto allontanarsi
dallo spirito del loro santo fondatore fino
ad insegnare che si possono scegliere cose
cattive per un fine o un'intenzione buona?
Anche questo è poco probabile. Evidentemente
non ci fu possibile scorrere le pagine di
tutti gli autori appartenenti alla Compagnia
di Gesù, ma nessuno di quelli che abbiamo
esaminati (e sono molto numerosi) insegna
espressamente o in termini equivalenti la
dottrina incriminata, che cioè il fine
giustifichi i mezzi
(2).
Forse
interessa fare qui appello a un argomento
estrinseco, non privo di valore probativo.
Nel 1852 il P. Roh S. J. propose un premio
di mille fiorini a chi avesse provato che
l'assioma " il fine giustifica i mezzi
" si trova in uno scritto di qualche
autore appartenente alla Compagnia di Gesù.
Poco dopo i mille fiorini furono rivendicati
dall'autore d'un articolo, comparso nella
Volksblait di Halle, che diceva di aver trovato
la frase nelle Costituzioni della Compagnia!
Ma quando il P. Roh mostrò il testo
del passo citato il Volksblatt riconobbe lealmente
d'essere stato indotto in errore. Altri pretesero
che la frase incriminata, pur non trovandosi
alla lettera nelle opere dei Gesuiti, vi fosse
però spesso insegnata in termini equivalenti.
Allora il P. Roh dichiarò che s'accontentava
d'un testo equivalente, e nel 1862 rinnovò
la sua proposta. Nel 1868 il pastore protestante
Maurer pretese d'aver diritto al premio, per
aver trovato il famoso assioma nel Busembaum,
quando insegna che un prigioniero può
eludere la sorveglianza delle guardie, sia
dando da mangiare e da bere, onde s'addormentino,
oppure facendo in modo che si allontanino,
e die può anche spezzare le sue catene
e forzare il carcere. La ragione addotta dall'autore
è questa: quando è lecito il
fine, lo sono anche i mezzi: cum finis est
licitus, etiam media licita sunt. La frase
si trova effettivamente in Busembaum: ma appare
chiaro che l'autore permette solo l'uso dei
mezzi indifferenti, o buoni in sé,
e non affatto dei mezzi in se stessi cattivi,
come ammisero lealmente anche autori protestanti,
tra i quali Griinberg, che aveva studiato
con cura il passo citato. Perciò al
P. Roh fu facile dimostrare l'errore di Maurer.
Per una terza volta (1869) il P. Roh rinnovò
la proposta, che, dopo la sua morte, fu ancora
rinnovata a più riprese, specialmente
nel 1887, 1890, 1891; però nessuno
reclamò il premio. Non mancò
tuttavia qualche tentativo, specialmente da
parte dello Zoeckler (1902), il quale pretese
ancora una volta che il principio sia insegnato
" equivalentemente " dai Gesuiti;
preceduto di pochi anni da Tschackert (1898),
il quale, pur ammettendo che il principio
non è contenuto in termini espressi
né nelle costituzioni della compagnia,
e nemmeno negli scritti degli autori posteriori
della Congregazione, diceva però die
viene " istintivamente " ammesso
dai Gesuiti e si trova k in modo trasparente
" nei loro libri; e citava soprattutto
un testo dell'Escobar, dove insegna che gli
atti ricevono la loro specificazione morale
dal fine e che le azioni sono buone o cattive
secondo che il fine è buono o cattivo.
(1)
Gli esercizi spirituali di S. Ionazio di Loiola,
tradotti e commentati dal P. Lui gi Ambruzzi,
Salani, Firenze 1943, pp. 167 ss.
(2)
Su questa famosa controversia si può
consultare il libro di Reichmann, Der heiligt
die Mitlel. Ein Beitrag zur Geschichte der
christlichen Sittenlehre, Friburgo in Br.
Il
P. Reichmann potè provare senza difficoltà
che l'Escobar, come del resto gli altri autori
della Compagnia, nel passo incriminato, non
parla affatto delle azioni cattive in se stesse.
Al
principio del 1903 l'abate Dasbach propose
un nuovo premio di duemila fiorini a chi riuscisse
a provare che i Gesuiti abbiano mai insegnato
che il fine giustifica l'uso di un mezzo qualsiasi.
L'ex gesuita von Hoensbroech si dichiarò
pronto a dare la prova, a condizione che gli
argomenti che avrebbero addotto, fossero sottoposti
all'apprezzamento di giudici imparziali, di
un tribunale composto da un numero eguale
di cattolici e di protestanti. Nel giugno
del 1903 pubblicò un articolo nel periodico
Deutschland, ma non fu possibile costituire
il tribunale richiesto, perché tre
professori cattolici avevano accettato l'invito
di farne parte, ma ventisette professori protestanti
successivamente invitati, rifiutarono. Siccome
Dasbach rifiutava di riconoscere il valore
degli argomenti di von Hoensbroech, questi
lo citò davanti al tribunale civile.
La questione venne trattata davanti al tribunale
di Colonia che, il 30 marzo 1905, pronunciò
il suo giudizio dichiarando insufficienti
gli argomenti di von Hoensbroech. L'ex-gesuita
manifestò l'intenzione di andare in
appello, ma non lo fece mai
(3), essendosi certamente reso conto
che la sua causa era disperata.
Il
principio incriminato non si trova dunque
mai in autori cattolici? È possibile
che qualcuno l'abbia insegnato, ma mettendosi
in contraddizione con la dottrina cattolica.
Viene attribuito soprattutto al Tasso che
dice: Per la fé e per la patria il
tutto lice, ma i poeti possono permettersi
delle licenze: poetis multa licent! Inoltre
il Tasso non fa dire l'espressione a un cristiano,
ma al mago e stregone Idraote che, ispirato
da un cattivo demone, medita la morte dei
crociati. Nel Don Chisciotte, Cervantes pure
dice che non si può chiamare inganno
ciò che è fatto per un fine
buono. Ma Cervantes non gode grande stima
di buon cattolico, meno ancora di teologo.
Il principio fu difeso da Machiavelli, ma
nemmeno lui è in odore di santità
presso i cattolici, e i suoi primi avversari
furono proprio i Gesuiti.
Crediamo
che questi argomenti bastino, e ci permettono
di concludere che s'attribuisce a torto ai
moralisti cattolici la dottrina che il fine
giustifica i mezzi (4).
(3)
Per le particolarità della controversia
si può consultare oltre il Reichmann
già citalo: Duiir, i Gesuiti. Favole
e leggende, trad. dal tcd., Fiorentina, Firenze
igo8.
(4) Questo principio:
del fine che giustifica i mezzi, sebbene proposto
in forma al quanto diversa, è sostenuto
anche oggi dai fautori della morale della
circostanza, o " esistenzialismo etico
". Ecco come ne espone i principi fondamentali
Pio XII, nel discorso del 18 aprile ig52 :
" La nuova etica (adattata alle circostanze),
dicono i suoi autori, è eminentemente
" individuale ". Nella determinazione
di coscienza l'uomo singolo s'incontra direttamente
con Dio e dinanzi a lui delibera senza nessun
intervento e in nessuna maniera, di qualsiasi
legge, o autorità, o comunità,
o culto, o confessione. Esiste soltanto l'io
dell'uomo e l'io del Dio personale ; non del
Dio della legge, ma del Dio Padre, al quale
l'uomo deve unirsi nell'amore filiale. Vista
cosi la decisione di coscienza è dunque
un " rischio " personale, secondo
la conoscenza e la valutazione proprie, in
piena sincerità davanti a Dio. Queste
due cose, la retta intenzione e la risposta
sincera, sono prese in considerazione da Dio;
l'azione non gli importa nulla. Dimodoché
la risposta può essere quella di mutare
la fede cattolica con altri principi, di divorziare,
d'interrompere la gravidanza, di rifiutare
obbedienza all'autorità competente
nella famiglia, nella Chiesa, nello Stato,
e cosi di seguito a. A questa opportunistica
etica di circostanza il Papa oppone queste
tre massime : " La prima è che
concediamo che Dio vuole innanzitutto e sempre
la retta intenzione; ma ciò non basta.
Egli vuole anche l'opera buona. La seconda
è che non è permesso fare il
male perché ne venga il bene (cfr.
Rom. 3, 8) ; ma siffatta etica opera, forse
senza rendersene conto, secondo il principio
che il fine santifica i mezzi. La terza è
che possono darsi circostanze, in cui l'uomo,
e specialmente il cristiano, deve ricordare
che è necessario sacrificare tutto,
anche la vita, per salvare l'anima ".
Cfr. J. Fuohs, Morale thialogi-que et morale
de la situaiion, in N. R. Théologique,
1954, pp. 1073-1085.
2.
II probabilismo. - Un altro cavallo
di battaglia degli avversar! del cattolicesimo
è il probabilismo, che però
viene combattuto solo da quelli che non lo
comprendono.
Per
probabilismo s'intende un sistema proposto
per formarsi una coscienza certa in caso dubbio
sull'esistenza di un'obbligazione. Il nome
stesso di " coscienza " indica già
che il volere e l'azione devono essere preceduti
da una " scienza ", da una conoscenza
il più possibile certa; nel caso in
cui vi sia questa conoscenza certa dell'esistenza
d'un'obbligazione, non c'è bisogno
d'un sistema morale e si sa già che
cosa bisogna fare. Ma quando non si ha questa
certezza, quando accanto a ragioni serie che
militano per l'obbligazione si possono invocare
ragioni egualmente serie in favore della non-obbligazione,
e della libertà di agire? Quando, malgrado
le ricerche e le riflessioni, non si giunge
a una certezza sufficiente? Solo allora si
pone la questione se sia possibile per una
via laterale o indiretta, giungere a una sufficiente
certezza pratica. Gli autori cattolici proposero
diverse soluzioni; ma tutti i sistemi dicono
concordi che quando c'è una certezza
morale, quando si conosce sufficientemente
il proprio dovere, unica soluzione o libertà
è quella di sottomettersi alla prescrizione
della legge e obbedire alla voce del dovere.
Non occorre una certezza assoluta, matematica
o scientifica; basta avere una certezza morale,
la sola realizzabile nelle questioni pratiche,
e che non esclude ogni dubbio possibile, ma
ogni dubbio ragionevole e prudente. Non si
può mai agire con un dubbio pratico
sulla liceità dell'atto che si vuoi
compiere, ma prima si deve risolvere il dubbio,
e se non è possibile risolverlo direttamente,
si cercherà di risolverlo indirettamente,
e di arrivare a una certezza pratica. Ora,
secondo la dottrina del probabilismo, nel
caso d'un dubbio serio sull'esistenza d'un'obbligazione,
dubbio che persiste malgrado le ricerche,
riflessioni o consultazioni, ci possiamo ritenere
liberi dall'obbligo quando ci sono ragioni
serie e fondate in favore della libertà
di agire. Si noti bene, che il dubbio dev'essere
fondato, basato su ragioni serie; ragioni
apparenti e pretesti non bastano per credersi
esonerati dall'obbigazione. Finché
non è certa l'esistenza dell'obbligazione
oggettiva, non lo sarà nemmeno quella
dell'obbligazione soggettiva. Ora, un'obbligazione
soggettiva die non è certa, non è
una vera obbligazione, un'obbligazione cioè
nel vero senso della parola. Essere obbligati
significa dovere, essere tenuti; se l'obbligazione
forse esiste, ma anche forse non esiste, si
potrà al massimo arrivare a concludere:
forse io devo, è possibile che io debba,
non mai: io devo certamente e assolutamente.
Il concetto di " dovere " esclude
ogni dubbio, ogni incertezza ragionevole e
fondata. Perciò finché si possono
invocare ragioni serie contro l'esistenza
dell'obbligazione, giustamente e senza temerità
possiamo crederci liberi. Questo significa
l'adagio: lex dubia non obligat: un'obbligazione,
la cui esistenza non è abbastanza provata,
non ci lega e non è una vera obbligazione.
In una parola, l'esistenza dell'obbligazione
dev'essere provata; finché non è
provata resta la libertà di agire,
non s'è obbligati, non si deve.
In
questo modo il probabilismo, malgrado il nome,
è uno strumento di certezza. "
Metodicamente esso illumina in ogni caso la
coscienza fino alla certezza. Non già
che dica: il probabile diviene certo; ma applica
una legge certa della morale, una condizione
assoluta dell'attività umana. Quando
nulla mi prova l'illecita di un atto, quando
ragioni positive militano seriamente in favore
della sua liceità senza eliminare i
dubbi speculativi, la vita pratica si può
certamente dirigere secondo le prove che favoriscono
l'atto: l'atto è provato lecito, anche
se la speculazione non risolve ancora tutti
i dubbi che potrebbero restringere la libertà.
L'assenza di certezza contro il mio diritto
m'autorizza a continuare l'esercizio di questo
diritto fino a una più ampia informazione
" (M. d'Herbigny, La ihéologie
du révélé, Paris 1921,
p. 230). L'uomo è ir padrone delle
sue azioni, Dio gli ha dato la libertà
di agire. Ogni limitazione di questa libertà,
cioè ogni obbligazione morale che gli
si vuole imporre, deve essere provata e, finché
questa prova non è data, l'uomo si
può muovere liberamente; ma questa
prova non è data finché si possono
invocare serie ragioni contro l'esistenza
dell'obbligazione. L'uomo conserva dunque
la sua libertà d'agire finché
non sia data la prova.
Compreso
cosi, il probabilismo, esclude assolutamente
ogni pericolo d'abuso e di lassismo e nessuno
è in diritto di adombrarsi quando viene
applicato nella vita pratica d'ogni giorno.
Tale sistema mantiene il giusto mezzo tra
un rigorismo eccessivo, per il quale basta
un'obbligazione presunta per privare della
libertà d'azione, e il lassismo, secondo
il quale il minimo dubbio sull'esistenza dell'obbligazione
basta a liberare l'uomo da ogni legame morale.
È qui il grande merito del probabilismo;
contro un rigorismo esagerato difende la libertà
d'agire dell'uomo, esigendo la prova dell'obbligazione
morale; contro il lassismo difende i diritti
dell'autorità e della legge, esigendo
ragioni serie prima d'autorizzare il soggetto
a credersi sciolto dall'obbligazione di sottomettersi.
Così il probabilismo educa la libertà
e la premunisce contro ogni eccesso nell'uno
o nell'altro senso (5).
(5)
I sistemi morali sono di data abbastanza recente
nella storia della teologia morale; non risalgono
infatti che al sec. XVI. La discussione si
è fatta particolarmente vivace attorno
ad essi nei secoli XVII e XVIII. È
di questo periodo la condanna, da parte della
Chiesa, dei due sistemi opposti, il tuziorismo
assoluto e il lassismo.
Oggi
il campo è ormai pacifico e, pur esistendo
sfumature tra correnti probabili-stiche, equiprobabilistiche
e compensazionistiche, di fatto le frontiere
si sono riawici-nate e il probabilismo ha
avuto ormai incontrastato il dominio. Il sistema
morale, questione trattata esclusivamente
nel campo della teologia cattolica, ha il
grande vantaggio di aiutare la formazione
della coscienza praticamente certa nel caso
di dubbio speculativo insolubile, e di contribuire
a creare coscienze equilibrate, che si tengano
parimenti lontane dai due eccessi di rigorismo
e di lassismo. Si è rimproverato ai
sistemi, al probabilismo in particolare, di
essere un po' gli strumenti di un certo minimismo
morale, utili ai confessori per la definizione
del lecito e dell'illecito, ma ben poco stimolanti
alla virtù. L'obiezione però
cade quando si tenga conto del vero ambito
di applicazione del sistema morale, che non
è evidentemente quello di voler limitare
l'azione agli stretti obblighi, ma solo di
giustificare la imposizione degli obblighi.
3.
La distinzione ira peccati mortali e veniali.
- Dobbiamo ancora parlare della distinzione
tra peccati veniali e mortali? Alcuni se ne
mostrano scandalizzati.
Intanto
nulla è più fondato di questa
distinzione. Se tutti i peccati sono egualmente
gravi, allora tutti sono anche egualmente
leggeri. Crediamo che nessuno oserebbe sostenere
che l'omicidio e l'adulterio non sono più
gravi delle mancanze quotidiane; e che un
furto di diecimila franchi non è più
grave di quello di pochi centesimi.
Proprio
a questa conclusione si arriva quando si rigetta
la distinzione tra peccato mortale e peccato
veniale.
Per
comprendere questa distinzione la miglior
cosa è rileggere il passo dove san
Tommaso tratta ex professo la questione: "
Il peccato consiste in un disordine dell'anima,
come la malattia consiste in un disordine
del corpo; il peccato è una specie
di malattia dell'anima, e ciò che è
la guarigione relativamente alla malattia,
il perdono lo è relativamente al peccato.
Come ci sono malattie curabili e malattie
incurabili, che si chiamano mortali, cosi
ci sono peccati che sono guaribili, — e si
chiamano veniali, — e peccati che per se stessi
sono incurabili, ma che Dio può guarire,
e si chiamano mortali. Una malattia è
detta incurabile o mortale quando sopprime
un principio di vita. Quando questo principio
cessa, non resta più nulla capace di
riparare la perdita; ecco perche questa malattia
non può essere guarita, ma causa la
morte. Vi è al contrario una malattia
che non sopprime nessun principio vitale,
ma solo -dei modi di essere che ne derivano,
e che possono venire ristabiliti dai principi
vitali, come per esempio la febbre terzana,
che consiste in un'eccessiva abbondanza di
bile, che le forze della natura possono vincere.
Principio delle azioni è il fine, come
dice il Filosofo nel sesto libro delle Etiche
(L. VII, e. Vili, verso la metà). Perciò
il principio della vita spirituale, che consiste
nella rettitudine dell'azione, è il
fine delle azioni umane, cioè l'amor
di Dio e del prossimo: il fine del precetto
è la carità, come dice la prima
lettera a Timoteo (1, 5). Infatti grazie alla
carità l'anima è unita a Dio,
vita dell'anima, come l'anima è la
vita del corpo. Se dunque viene eliminata
la carità, si ha il peccato mortale
e allora per sé non c'è più
principio di vita che possa riparare questa
perdita; tuttavia può essere restaurata
dallo Spirito Santo, poiché come dice
la lettera ai Romani (5, 5), l'amore di Dio
è diffuso nei nostri cuori per lo Spirito
Santo che ci è stato dato. Se la mancanza
di rettitudine non giunge ad escludere la
carità, allora il peccato sarà
veniale; poiché per la carità,
che sussiste come principio di vita, tutti
i difetti possono essere guariti, secondo
il detto del libro dei Proverbi (10, 12):
"la carità copre tutti i delitti".
Due ragioni possono far sì che un peccato
escluda o no la carità; una riguarda
il peccatore e l'altra la natura stessa dell'opera.
Da parte del peccatore questo può accadere
in due modi: primo, in quanto l'atto del peccato
appartiene a una potenza dell'anima che non
ha la funzione di dirigere verso il fine,
e quindi nemmeno di allontanare da esso; per
questo motivo un moto di sensualità
non può essere un peccato mortale,
ma soltanto un peccato veniale, perché
solo alla ragione tocca dirigere al fine.
Poi perché una potenza che è
capace di dirigere al fine o di allontanare,
può volgere contro il fine un atto
che per sé non gli è opposto;
così, per esempio, se uno dice una
parola oziosa in disprezzo di Dio, il che
è contrario all'amore, vi sarà
un peccato mortale, non però a causa
della natura dell'azione, ma per là
volontà cattiva dell'agente. C'è
poi un secondo modo per cui un peccato è
in opposizione oppure no con la carità,
modo che riguarda la natura dell'opera, cioè
l'oggetto o la materia, in quanto è
contraria o no alla carità. Infatti,
come ci sono degli alimenti che per se stessi
sono contrari alla vita, per esempio un cibo
avvelenato, mentre altri non mettono la vita
in pericola, ma solo ne ostacolano il benessere,
come per esempio un cibo grossolano e indigesto,
o anche un cibo digeribile, ma preso in quantità
troppo grande; così nelle azioni umane
ci sono cose che in se stesse sono contrarie
all'amore di Dio e del prossimo, specialmente
tutto ciò che sopprime l'obbedienza
e il rispetto dell'uomo verso Dio, come la
bestemmia, l'idolatria, eoe; come pure tutto
ciò che rende impossibile la vita in
società, come il furto, l'omicidio
ecc Quando infatti tali delitti sono commessi
con frequenza e senza ragione, non è
possibile nessuna vita sociale; e queste azioni
sono peccati mortali secondo la loro specie,
qualunque sia l'intenzione o la volontà
da cui procedono. Invece vi sono azioni che
contengono bensì un disordine, ma non
escludono direttamente i beni di cui si è
parlato; così, ad esempio, quando uno
dice una bugia, non in cose che si riferiscono
alla fede, né in danno del prossimo,
ma per divertire o aiutare; o quando nell'uso
dei cibi o delle bevande si oltrepassa la
misura ecc; per tale ragione queste azioni
sono peccati veniali nella loro specie "
(Quaest. disp. De Maio, q. VII, a. 1).
Le
ragioni della distinzione tra peccato mortale
e veniale sono quindi molteplici; vi sono
peccati d'ignoranza o di passione e peccati
di malizia; tutti suppongono una certa conoscenza
del male e una certa libertà di consenso;
ma nel peccato d'ignoranza o di passione la
gravita e la responsabilità vengono
diminuite, nella misura in cui la chiaroveggenza
e la libertà dello spirito sono turbate
da false rappresentazioni o da eccitazioni
del sentimento, invece nel peccato di malizia,
in quanto è opera della volontà
interiormente depravata, sussistono tutta
la gravita e l'imputabilità. Questo
peccato è in grado più alto
l'opera propria della volontà, procede
maggiormente da essa ed è più
duraturo, più vicino ai princìpi
e per questo più difficilmente guaribile
che non il peccato d'ignoranza e di passione.
La gravita del peccato può dunque dipendere
dalla disposizione di chi lo commette, e lo
stesso atto materiale per uno sarà
peccato mortale, per un altro sarà
veniale. Badando soltanto alla materia, senza
considerare i motivi che spingono all'azione,
si finirebbe in una concezione pagana e farisaica.
Una prima specie di peccati veniali comprende
dunque i movimenti improvvisi e gli atti imperfetti,
in cui la libertà non è intera
e il consenso incompleto.
Ma
la differenza di gravita può anche
dipendere dalla materia, dall'oggetto dell'atto.
Tutto ciò che in se stesso è
tale da distruggere in noi l'amore di Dio
e del prossimo, sopprimere l'unione con Dio,
allontanarci dal fine ultimo sarà peccato
mortale; invece le mancanze che non diminuiscono
l'amore e l'unione con Dio, o allontanano
sì dal fine ultimo ma senza sviarci,
saranno solo peccati veniali. Mentre alcuni
delitti uccidono in noi la vita soprannaturale,
altre mancanze la diminuiscono o l'arrestano
soltanto. Questa è la ragione d'essere
d'una seconda specie di peccati veniali, dove
il consenso e la iibertà sono interi,
ma dove la colpa verte sopra un oggetto di
minore importanza per la vita soprannaturale.
Questo
non crea nessuna difficoltà. Forse
è più difficile comprendere
come la sola quantità possa bastare
a rendere un peccato mortale o veniale. È
soprattutto il caso dei danni causati ad altri.
Come mai il furto d'una somma minima costituisce
solo un peccato veniale, mentre il prendere
una grande somma, che non è se non
l'addizione di piccole somme, costituisce
un peccato mortale? Una somma di mille lire,
agli occhi di Dio, non è piccola come
quella di cinque lire? E agli occhi di chi
ama sinceramente Dio, rubare cinque lire non
costituisce un'offesa allo stesso titolo che
prendere mille lire?
Per
comprendere queste differenze nella gravita
del peccato, tra Dio, il bene supremo, e l'atto
materiale o concreto, bisogna interporre la
speciale virtù che viene offesa, e
il bene che costituisce il fine di questa
virtù. Quando si lede il prossimo nei
suoi beni materiali, la questione del valore
del bene danneggiato non è senz'importanza;
può infatti essere cosi grande da ledere
il prossimo nei beni necessari al sostentamento
della sua vita o semplicemente al superfluo;
alle volte sentirà la lesione come
un attentato al suo diritto, come una notevole
ingiustizia che gli viene fatta, e prenderà
la lesione sul serio, mentre in altri casi
il bene tolto sarà così minimo
che nel furto vedrà più un'indelicatezza,
che una flagrante ingiustizia. Si tratta della
disobbedienza d'un fanciullo? Bisognerà
vedere se viene intaccata o minacciata l'autorità
dei genitori, in modo che il fanciullo disobbedendo
non meriti più di essere chiamato un
buon figliuolo, o se, malgrado l'atto di insubordinazione,
in fondo i genitori siano ancora contenti
di lui. Simile distinzione si può fare
nelle mancanze contro l'amicizia, l'amore
coniugale, ecc Se in tutti questi casi può
bastare una goccia per far traboccare il vaso,
non mutano queste considerazioni; poiché
allora non è l'accrescimento minimale
della quantità la causa per cui c'è
mancanza grave, ma la differenza qualitativa:
ciò che era piuttosto leggerezza, petulanza,
gioco, ora è divenuto una cosa seria;
l'" habitus " dell'amicizia, dell'amore
coniugale, dell'amore paterno e materno, della
giustizia, non sopporta un carico più
pesante, ma è scosso o distrutto. Poiché
questi beni, alla luce del fine ultimo della
morale, hanno certamente grande importanza,
è chiaro che l'atto che li lede costituisce
un peccato grave. Quindi la differenza materiale
influisce solo indirettamente dal punto di
vista morale e religioso. In ogni caso, oltre
l'oggetto, ci sono molti fattori interni e
psicologici, come pure circostanze concomitanti
all'atto, che influiscono sulla gravita e
ne fanno un peccato mortale o veniale.
È
inutile aggiungere che il classificare un
atto come peccato veniale, non significa permetterlo.
Anche il peccato veniale è un male,
un grande male, che dobbiamo evitare il più
possibile. Nessun moralista parlerà
diversamente (6).
(6)
Nessuno più oggi mette in seria discussione
la distinzione tra peccati mortali e veniali.
Un elemento invece sul quale si insiste molto
è quello degli apporti soggettivi alla
colpa. Si rimprovera alla teologia morale
di essere stata troppo la scienza dell'atto
in se stesso, e di non avere tenuto in sufficiente
conto il soggetto concreto nella sua complessità.
La distinzione tra peccato mortale e veniale
è quindi considerata non tanto in rapporto
agli elementi oggettivi che la fondano, quanto
piuttosto in rapporto alla responsabilità
del soggetto operante. Il rimprovero non è
del tutto meritato dal momento che sempre
vennero presi in considerazione gli impedimenti,
sia attuali che abituali, dell’atto umano.
Sempre anche si è ammesso che non è
facile definire in concreto un atto come peccato
grave o leggero. E' però doveroso ammettere
che il progresso, realizzato in questi ultimi
anni, specialmente nel campo della psicologia,
come ha giovato, ad altre scienze che hanno
per oggetto l'uomo è pure di grande
aiuto alla morale nel giudizio sulla responsabilità
degli atti umani. Opere di utile consultazione
sull'argomento possono essere, ad esempio:
R. de Sinety, Psicopatologia e Direzione Spirituale,
Morcelliana, Brescia 1937; H. Bless, Manuale
di Psichiatria Pastorale, Marietti, Torino
1950. P. Lachapeiae, Psichiatrìa Pastorale,
Morcelliana. Brescia 1953; E. Mouoter, Trattato
del carattere, 2 voli., Edizioni Paoline,
Alba 1949-50. Dobbestein, Psichiatria Pastorale,
Edizioni Paoline, Alba 1955.
4.
La teoria delle leggi penali.
- Non è forse vero che la maggior parte
dei moralisti prendono troppo alla leggera
i doveri civici e lesinano sulle obbli-gazioni
imposte dall'autorità civile? Con la
loro teoria delle leggi penali, riprendono
con una mano quello che avevano concesso con
l'altra; per i partigiani di questa teoria
ogni vera obbigazione delle leggi civili di
fatto scompare e tutto si riduce alla preoccupazione
di non lasciarsi sorprendere; non visto, non
preso, è la loro formula riguardo a
tutte le. leggi dello Stato. D'altronde anche
seri moralisti deplorano questo atteggiamento.
Il R. P. Gillet afferma che la distinzione
tra le leggi morali e penali " consacra
il regno dell'individualismo e la scomparsa
del senso sociale " e che quindi si farebbe
bene a sopprimere questa troppo famosa distinzione
(Conscience chrétienne et justice sociale,
Paris 1922, pp. 454 e 452).
Prima
di tutto non è completamente esatto
dire, come hanno fatto alcuni teologi, che
la legge penale non impone nessun obbligo
di coscienza. La vera nozione della legge
penale suppone necessariamente un'obbligazione
di coscienza, specialmente quella di sottomettersi
alla pena, di subirla, almeno dopo la sentenza
legittima della competente giurisdizione.
In realtà la legge è una regola
d'azione, che lega con un vincolo morale il
soggetto per il quale è data; una prescrizione
che non comporta nessuna obbligazione morale
non sarebbe una legge, al massimo sarebbe
un voto, un consiglio o un'esortazione.
Non
è nemmeno esatto vedere nella legge
penale solo un'obbligazione disgiunta, come
se il legislatore lasciasse la scelta tra
l'osservanza del precetto e la pena, o dicesse
press'a poco così: a O osservate questa
legge, o subirete la pena; a voi la scelta
". Infatti è chiaro che il legislatore
non è indifferente di fronte alle due
alternative, e non lascia la scelta, ma vuole
certamente che il suo precetto venga osservato.
Tutti i buoni autori sono concordi'nel dire
che la legge penale, se non obbliga in coscienza
all'atto che intima, obbliga però in
foro interno ad accettare la pena stabilita,
a sottomettersi alla giusta scienza pronunciata
dalla competente autorità, e proibisce
in coscienza di resistere a quelli che vorrebbero
costringere il delinquente a subire la pena
meritata e giustamente pronunciata. Questo
si vuoi dire quando si afferma in termini
filosofici che la legge penale non obbliga
direttamente in coscienza ma soltanto indirettamente;
si potrebbe dire che è penale relativamente
all'azione prescritta, respectu agendorum,
ma morale relativamente alla pena da subire,
respectu poetine patiendae. Al Congresso d'economia
sociale cattolica tenuto a Liegi (Xhovémont)
nel settembre del 1920, il rapporto del Padre
Rutten sul compito dello Stato, suscitò
una discussione sulla natura della legge penale:
Mgr. Laminne, presidente del congresso e teologo
insigne, ne trasse la seguente conclusione,
che caratterizza assai bene la vera natura
della legge penale: " Come principio
pare che tutti siano d'accordo nel dire che
ogni legge, penale o no, obbliga in coscienza;
le leggi penali obbligano a subire la pena
pronunciata, e, anche se ne avessimo i mezzi,
non potremmo opporci con la forza o l'astuzia
all'applicazione della pena ".
Esprimeremmo
quindi molto male lo spirito d'una legge penale,
e la caratterizzeremmo molto imperfettamente
dicendo che essa s'accontenta di dichiarare
al cittadino: " Evita di lasciarti prendere
in fallo; per il resto fa quello che vuoi
". Non pensiamo nemmeno che un teologo
serio, un moralista cosciente della sua missione,
abbia mai detto simile enormità; invece
tutti gli autori sono concordi nell'insistere
sulla necessità di obbedire alla legge,
penale o no; bisogna sottomettersi alle giuste
ordinanze dell'autorità; se l'amore
della legge e il senso del dovere non sono
motivi sufficienti, si osservi almeno per
evitare la pena. In certe congiunture e per
seri motivi il legislatore può accontentarsi
dell'obbligazione di sottostare alla pena,
senza urgere un'obbligazione diretta di coscienza
che si estenda allo stesso atto.
Diciamo
che il legislatore deve avere motivi seri
per limitare l'obbligazione della legge solo
all'accettazione della pena, e che non può
lasciarsi guidare dall'arbitrio, perché
avendo la custodia del bene comune, e tenuto
per giustizia a fare del suo meglio per assicurarlo.
Se la sua volontà di restringere l'obbligaziòne
della legge non fosse ragionevole (e non lo
sarebbe se la sua intenzione di non legare
i sudditi in foro interno fosse contraria
al bene comune e tradisse gli interessi della
collettività, di cui è il custode)
la legge conserverebbe tutta' la forza obbligante
che ha in se stessa, obbligherebbe direttamente
in coscienza, in virtù della giustizia
legale, e dunque del diritto naturale, del
quale il legislatore non può cambiare
nulla. " L'intenzione del legislatore,
come dice molto bene il R. P. Gillet, si deve
rettificare sul bene comune " {Op. cit.,
p. 454, n. 1).
Ne
risulta che il campo delle leggi penali è
ristretto, e nessuno pensa nemmeno di porre
la questione se tutte le leggi civili siano
puramente penali. La questione di sapere se
una legge è puramente penale si pone
solo per le leggi positive, che aggiungono
qualche determinazione alla legge naturale,
come pure per gli ordini o le proibizioni
che derivano dalla legge naturale solo lontanamente,
e riguardano cose indifferenti in se stesse.
Se la legge si accontenta di confermare o
sanzionare obbligazioni di diritto naturale,
di precisarne il contenuto, di determinare
più esattamente i diritti degli individui
se la materia della legge ha relazione diretta
con i buoni costumi, se è richiesta
per il bene comune e la pace sociale, se necessaria
per evitare gravi inconvenienti o danni agl'individui,
allora la legge obbliga direttamente in coscienza.
Invece quando la cosa prescritta è
indifferente in se stessa, quando si tratta
di materie che nei singoli casi non creano
alcun pericolo per il prossimo, o hanno col
bene comune solo un rapporto cosi remoto che
il bene generale non ne soffre granché,
se la legge in qualche caso non è osservata;
quando il legislatore sa che il desiderio
d'evitare qualsiasi screzio con la polizia
e la preoccupazione di risparmiarsi delle
noie, o anche solo di salvaguardare il proprio
onore davanti ai concittadini, bastano ampiamente
a ottenere dalla comunità che gli è
soggetta un moto d'insieme, anche se non uniforme,
che col suo risultato contribuirà al
bene comune nella misura voluta, quando è
persuaso che il timore del castigo determinerà
verosimilmente un numero sufficiente di suoi
subordinati a comportarsi com'egli si augura
nel suo foro interno, allora non c'è
inconveniente che il legislatore s'accontenti
di un'obbligazione di coscienza, che non si
estenda direttamente all'atto prescritto.
Se la prescrizione resta nel margine delle
misure utili, ma non indispensabili, il potere
ufficiale potrà renderla più
o meno obbligatoria, secondo che vi impegna
più o meno d'autorità.
Ristretto
così il campo in cui le leggi possono
assumere carattere puramente penale, non c'è
nessun pericolo di vedere scomparire o scemare
il senso sociale, il rispetto delle leggi
e la coscienza delle obbligazioni del cittadino
verso la collettività. La maggior parte
delle leggi obbligherà sempre e direttamente
in coscienza; le leggi penali saranno sempre
e solo un'eccezione, minima per il loro numero
e importanza.
Ci
si dice che sovente i non credenti si mostrano
scandalizzati sentendo parlare della teoria
delle leggi penali, e gridano alto quando
i moralisti cattolici osano sostenere che
vi sono leggi civili che non obbligano direttamente
in coscienza. Con il P. I-I. du Passage, incliniamo
a rispondere che o possiamo scrollare dolcemente
le spalle davanti a questi virtuosi allarmi
". Quando i cattolici discutono tra loro
sul tenore di un'obbligazione morale e religiosa,
i seguaci della morale laica non devono immischiarsi
nel dibattito, perché non conoscono
il senso che noi annettiamo alle parole "
obbligazione morale " e " religiosa
". Per noi cristiani l'espressione "
dovere di coscienza " ha tutt'altro senso
che per un non credente; per noi queste parole
implicano l'idea d'un legame die vincola assai
di più che per un partigiano della
morale indipendente, morale senza vera obbligazione,
né sanzione (7).
5.
Doveri verso la Patria e lo Stato. -
Talvolta si rimprovera alla morale cattolica
d'essere troppo individualista, d'insistere
eccessivamente sulla perfezione della personalità,
di non accentuare abbastanza i doveri sociali,
di lesinare sulle obbligazioni dei cittadini
verso la patria e lo stato.
(7)
Siamo perfettamente d'accordo con PA. nel
negare agli increduli il diritto di muovere
rimproveri ai moralisti cattolici per l'atteggiamento
merepenalista. Riconosciamo inoltre che il
problema è molto complesso, e non intendiamo
affatto negare la probabilità, soprattutto
estrinseca, alla tesi merepenalista. Personalmente
però siamo più favorevoli all'opinione
che nega l'esistenza di leggi merepenali,
o almeno a una forte limitazione dei casi
di merepenalismo.
Infatti
: se si esamina l'origine storica della teoria
merepenalista ; se si tiene conto della massima
discordanza tra i suoi stessi fautori nel
definire la natura delle leggi merepenali
e, più ancora, nel determinarle in
specie; se si riflette che nella praticale
presso qualche autore anche nella teoria),
l'atteggiamento merepenalista finisce coll'estendersi
a tutte o quasi le leggi puramente civili,
sconfinando talora anche in quelle confermative
del diritto naturale; se non si vuole contraddire
alla dottrina sociale della Chiesa che continuamente
fa appello al concorde contributo del cittadino
e dello Stato nella realizzazione di una migliore
giustizia sociale ; se non si vuole misconoscere,
o addirittura sabotare, lo sforzo almeno di
quei governi che si preoccupano di dare alle
loro leggi una solida base di obbligazione
morale ; ecc, ci sembra che i moralisti avrebbero
tutto da guadagnare, dall'abbandono di questa
teoria. Ciò, del resto, non significherebbe
— come qualcuno teme — abbandonare il cittadino
al capriccio dispotico dello Stato perché,
a salvaguardarlo nei suoi diritti ci sembra
che dovrebbe bastare la distinzione tra leggi
giuste e leggi ingiuste. Le prime si devono
osservare in coscienza; le altre non tengono
perché, al dire di S. Tommaso sunt
magis violentine quota leges (Somma Teologica,
I-II, q. 96, a. 4). Per una più ampia
documentazione del nostro pensiero cfr. Obbligazione
morale delle Leggi Civili, nel voi. Questioni
attuali di Morale Sociale, Lice, Torino 1952,
pp. 97-133.
Obiettare
cosi significa conoscere male la dottrina
cattolica. Tutti i trattati di morale hanno
un capitolo consacrato ai doveri verso la
patria, che, come dice san Tommaso, è
con Dio e i nostri parenti, un principio connaturale
della nostra educazione (IMI. q. 101, a. 3).
Questi doveri formano l'oggetto d'una virtù
speciale, il patriottismo o la pietà
verso la patria. Questi doveri sono una parte
tanto essenziale della morale cattolica, che
per rispondere ai calunniatori, i quali avevano
accusato i vescovi francesi d'essere nemici
della patria per la loro fedeltà alla
Chiesa, il B. Pio X non esitò a dichiarare
che " se il cattolicesimo fosse nemico
della patria, non sarebbe più una religione
divina ". Pio XII, nell'Enciclica Stimmi
Pontificatus, afferma che l'amore di Patria
è voluto da quel naturale ordine di
carità, stabilito da Dio, " secondo
il quale bisogna amare più intensamente
e beneficare coloro che sono a noi uniti con
vincoli speciali ", e cita la condotta
del Divino Maestro il quale ". diede
esempio di questa preferenza verso la sua
terra e la sua Patria, piangendo sulle incombenti
rovine della Città santa ". La
sacra Scrittura e i Padri, i papi e i vescovi,
la filosofìa e la teologia cattolica
hanno sempre insistito sul dovere d'obbedire
al potere stabilito. Bisogna dare a Cesare
ciò che spetta a Cesare (Mt. 22, 21;
Me. 12, 17; Le. 20, 25). Ai Giudei, sebbene
soggetti a una dominazione straniera e pagana,
san Paolo ordina la sommissione, non solo
per timore del castigo, ma anche per motivo
di coscienza (Rom. 13, 7). Il primo papa,
nella prima enciclica, inculca egualmente
l'obbedienza al re, come sovrano, e ai governatori,
come suoi delegati (1 Pietr. 2, 13-14). Leone
XIII dice che i primi cristiani, tormentati
con crudeltà pari all'ingiustizia dagl'imperatori
pagani, non vennero mai meno ai doveri dell'obbedienza
e del rispetto. Tertulliano non temeva di
affermare che in tutto il vasto impero romano
si vedeva diminuire il numero dei nemici dello
Stato nella misura che crescevano i cristiani.
E più tardi quando gli stati ebbero
alla loro testa principi cristiani, la Chiesa
raddoppiò le cure per fare comprendere
con la sua predicazione quanto di sacro vi
sia nel potere di quelli che governano. Quest'insegnamento
produsse il salutare effetto di fondere nello
spirito dei popoli l'immagine della sovranità
con una visione della maestà religiosa
che doveva necessariamente accrescere il rispetto
e l'amore dei sudditi verso i prìncipi
(Enc. Diuturnum illud). Nei tempi moderni,
mentre il principio d'autorità veniva
ovunque combattutto, i papi e i vescovi non
mancarono d'esortare i fedeli all'obbedienza
e al rispetto verso coloro che sono investiti
del potere civile, non esitando a dichiarare
colpevole di peccato -chi resiste alle giuste
ordinanze di quelli che sono a capo della
città, " Gli amministratori della
cosa pubblica, dice ancora Leone XIII, debbono
poter obbligare in guisa i cittadini ad obbedire,
che il non obbedire per questi sia peccato
" (ivi).
D'altronde
è la dottrina tradizionale della Chiesa
e principio fondamentale della sociologia
cattolica che ogni potere viene da Dio, autore
della natura umana, in modo che " chi
resiste all'autorità, resiste all'ordine
stabilito da Dio e attirerà sopra di
sé la condanna " (Rom. 13, 2).
È forse possibile citare un solo sistema
filosofia) che offra una base più solida
per fondare l'obbligo dell'obbedienza ai poteri
stabiliti?
È
vero che la morale cattolica non esige l'obbedienza
a ogni costo, " II rispetto dovuto ai
poteri costituiti, dice Leone XIII, non può
comportare il rispetto e tanto meno l'obbedienza
illimitata a qualsiasi misura legislativa
emanata da questi stessi poteri " (Enc.
Au milieu des sollecitudes, 16 feb. 1892).
Se bisogna dare a Cesare quanto spetta a Cesare,
bisogna anche dare a Dio quanto spetta a Dio.
La coscienza può ritenersi obbligata
dalle leggi positive solo in quanto ragionevoli
e giuste, avendo gli individui diritti essenziali
derivanti dalla loro condizione di uomini,
e nessun potere umano può privameli
senz'abuso di competenza e senza commettere
una flagrante ingiustizia. Contro gli abusi
manifesti del potere, la morale cattolica
difende i diritti essenziali della persona
e della famiglia; contro le tendenze all'assolutismo
e le dottrine totalitarie essa proclama che
l'uomo non è totalmente, né
in tutto ciò che ha subordinato alla
comunità (I-II, q. 21, a. 4, ad 3).
L'uomo è una persona, un essere con
un fine proprio; non è soltanto un
cittadino, ma anche un individuo, con personalità
e diritti che lo stato deve riconoscere. Gl'individui
e la famiglia hanno sulla società civile
una priorità logica e una priorità
reale, e quindi i diritti della collettività
non prevalgono sempre sui diritti dell'individuo,
e il diritto dello Stato non è totale
al punto che gl'individui esistano solo per
esso. L'uomo che vive nella comunità
conserva la propria individualità e
personalità; il fatto di appartenere
alla società civile impone alla sua
attività, libera e personale, restrizioni
die però non possono spingersi fino
a distruggere la personalità umana
nella sua essenza (8).
(8)
Su questo argomento, dei rapporti tra il pubblico
potere da un lato, e l'individuo e la famiglia
dall'altro, i postulati della morale cattolica
sono stati più volte autorevolmente
richiamati, specie in questi ultimi tempi,
da numerosi documenti pontifici. Cfr., ad
esempio Pio XI nell'Enciclica Quadragesimo
anno (1931), e Divini Redmptoris (1937); Pio
XII, nell'Enciclica Stimmi Pontificatio, e
nei Radiomessaggi: Pel cinquantenario della
" Rerum Novarwn " (1941), e Sull'ordine
interno delle Nazioni (1942).
Esiste
pure sull'argomento una copiosissima bibliografia.
Vorremmo
piuttosto far osservare che, mentre TA., nel
rispondere all'obiezione si è limitato
esclusivamente a toccare i rapporti che devono
intercorrere, secondo la morale cattolica,
tra il cittadino e Io Stato e viceversa ;
il problema si presenta effettivamente molto
più vasto. Infatti, il rimprovero di
non accentuare sufficientemente i doveri sociali,
e di essere quindi troppo individualista,
viene mosso alla Teologia Morale, anche da
autori cattolici, in rapporto un po' a tutti
i doveri sociali del cittadino.
Ecco
quanto scrive, in merito, G. Leclercq, nel
suo volume su L'insegnamento della Morale,
pp. 30455. : 0 II disagio che provano oggi
quelli che devono insegnare la morale cattolica
deriva dal fatto che la morale, com'è
stata insegnata fino al secolo XX, è
strettamente individuale ed oggi invece gli
aspetti sociali del dovere morale paiono talmente
evidenti che non si può fare a meno
di rimanere scandalizzati da una morale che
non dia loro il primo posto, o almeno, un
posto di primo piano d.
Nei
trattati di Teologia Morale non vi è,
di regola, proporzione, per esempio, tra il
posto assegnato alla giustizia commutativa
e quello assegnato alla giustizia distributiva
e legale ; la prima fa, nel confronto delle
altre due, la parte del leone. La soluzione
data a certi problemi, ad esempio quello della
erogazione del superfluo, non si armonizza
più bene con le nuove esigenze, né
con la stessa dottrina sociale della Chiesa;
certi principi, che sono basilari, come ad
esempio quello che afferma la superiorità
del bene comune su quello privato, non ricevono
sempre, nelle singole questioni, una coerente
applicazione; ecc.
A
una tradizione individualista sta succedendo
una specie di rivoluzione che da una sempre
maggiore importanza alla comunità,
tanto sul terreno politico, quanto su quello
sociale. Le stesse scienze teologiche si vanno
sempre più orientando in questo senso,
come lo prova la dottrina del Corpo mistico,
alla quale si da una sempre maggiore importanza
in dommatica ; il maggior incremento del culto
liturgico, ecc. Anche la morale, non deve
rimanere estranea a questo nuovo spirito comunitario.