tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
II - I FONDAMENTI DELLA MORALITÀ
1.
Morale soprannaturale. -
La morale cattolica si presenta come soprannaturale,
interamente basata sul domma dell'elevazione
dell'uomo a un ordine superiore alla natura,
e con le sue leggi mira solo a regolare la
vita soprannaturale. La natura umana non viene
ad essere negletta? I doveri religiosi non
preoccupano il cristiano fino a stornarlo
dai suoi doveri naturali o a metterli in secondo
piano?
La
preoccupazione del soprannaturale potrebbe
forse spingere l'uomo a trascurare i suoi
doveri naturali, se ci fosse opposizione tra
l'ordine soprannaturale e la natura, il die
assolutamente non è. È un principio
fondamentale della teologia della grazia che
la grazia non distrugge, ma suppone la natura:
gralia naturarli supponit. Tanto la natura
che l'ordine soprannaturale sono l'opera di
Dio e quindi la natura non può essere
cattiva, né può esserci contraddizione
tra la natura, opera di Dio, e l'ordine soprannaturale,
egualmente opera di Dio. La morale cattolica
comprende tutta la morale naturale e non è
possibile essere cattolici perfetti quando
non si è uomini perfetti, onde per
vivere da cristiani bisogna cominciare a non
trascurare alcun dovere naturale. I doveri
religiosi sono soltanto una parte delle obbligazioni
imposte ai cristiani, sono una delle tavole
della legge. Il cristianesimo ci comanda la
carità e la bontà verso il prossimo,
la pratica della giustizia verso tutti, il
rispetto della verità e dell'onore
altrui, l'esatto adempimento dei doveri del
nostro stato. Il Dio che ci ha creati è
anche il Dio che ci ha elevati all'ordine
soprannaturale e non può contraddirsi
nelle sue opere; facendoci partecipi d'una
vita superiore non ci ha tagliati dalla vita
puramente umana; imponendoci doveri nuovi
e d'un altro ordine, non ha rinunciato ai
diritti che ha sopra di noi come Creatore;
divenendo cristiani non abbiamo cessato di
essere uomini, e per raggiungere il fine ultimo
e soprannaturale dobbiamo cominciare ad osservare
la legge naturale. Un cristiano che s'accontentasse
di dire le sue preghiere, andare a messa e
ricevere i sacramenti senza pensare ad essere
buono, caritatevole, educato, gentile e giusto,
sarebbe un misero cristiano. I moralisti cattolici
non sono forse unanimi nell'insegnare che
i doveri di giustizia e di carità hanno
la precedenza sui doveri religiosi, che la
necessità di soccorrere il prossimo
dispensa dal compiere i doveri di religione
in senso ristretto, come per esempio dall'ob-bligo
di assistere alla messa la domenica? Se la
pratica devota e gli esercizi di pietà
non sono accompagnati da un serio sforzo per
correggere i propri difetti, per vincersi,
per essere buoni, non si merita di essere
chiamati uomini religiosi. Il tipo della bigotta
che non manca a nessuna benedizione, dice
rosari, fa la via crucis e corre ai luoghi
mete di pellegrinaggi, ma non sa dominare
la propria lingua, e prova piacere a far sorgere
sospetti sull'onore del prossimo, non è
l'immagine, ma la caricatura della persona
religiosa. L'annettere troppa importanza agli
esercizi di pietà e alle pratiche devote,
senza darsi pensiero della giustizia e della
carità verso tutti, significa che si
è indietro nella via della santità.
Quando si guarda troppo esclusivamente al
cielo trascurando i mezzi naturali per procurare
agli uomini la felicità di quaggiù,
non ci possiamo dire animati dallo spirito
veramente cristiano, che spira attraverso
il vangelo. Vogliamo sapere dalle stesse labbra
del suo fondatore quale è il vero spirito
del cristianesimo? Rileggiamo il capitolo
25 di san Matteo dove Cristo stesso descrive
il giudizio finale : " Quando verrà
il Figlio dell'uomo nella sua gloria, e tutti
gli angeli saranno con lui, allora sederà
sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno
radunate davanti a Lui, e separerà
gli uni dagli altri, come il pastore separa
le pecore dai capri; e porrà le pecore
alla sua destra, e i capretti alla sinistra.
Allora dirà il Re a coloro che sono
alla sua destra: "Venite, o benedetti
del Padre mio, prendete possesso del regno
che vi sta preparato sin dalla creazione del
mondo, perché ebbi fame e mi deste
da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere;
ero forestiero e mi ricoveraste; ignudo, e
mi rivestiste, in prigione e mi veniste a
trovare". Allora i giusti gli diranno:
"Signore, quando mai t'abbiamo veduto
affamato e t'abbiam dato da mangiare, assetato
e t'abbiam dato da bere? Quando t'abbiam veduto
forestiero e ti abbiamo ricoverato, o ignudo
e ti abbiamo rivestito? Quando ti abbiam veduto
infermo o in prigione e siamo venuti a trovarti?"
E il Re risponderà: "In verità
io vi dico, che quando avete fatto ciò
a uno dei più piccoli tra questi miei
fratelli, l'avete fatto a me".
Allora
dirà anche a quelli di sinistra: "Andate
via da me, o maledetti, al fuoco eterno, che
è stato preparato per il diavolo e
per gli angeli suoi. Perché ebbi fame,
e non mi deste da mangiare; ebbi sete, e non
mi deste da bere; ero forestiero e non mi
ricoveraste; ignudo, e non mi rivestiste;
infermo e in prigione, e non mi visitaste".
Aneli'essi allora diranno: "Signore,
quando ti abbiamo veduto affamato, 0 assetato,
0 forestiero, o ignudo, o infermo, 0 in prigione,
e non ti abbiamo assistito?" E risponderà
loro: "In verità vi dico, che
quando non l'avete fatto a uno dei più
piccoli tra questi, neppure a me l'avete fatto".
E se ne andranno costoro al supplizio eterno,
e i giusti alla vita eterna ". Cosi dunque,
nota uno tra i massimi autori spirituali moderni,
" dalla stessa bocca di Gesù noi
sappiamo che la sentenza che deciderà
della nostra sorte eterna, sarà stabilita
sull'amore che avremo avuto per Gesù
Cristo nella persona dei nostri fratelli.
Quando compariremo davanti a Lui nell'ultimo
giorno, Cristo non domanderà se abbiamo
molto digiunato, se siamo vissuti nella penitenza,
se abbiamo passato molte ore nell'orazione;
noi Ma se abbiamo amato e assistito i nostri
fratelli. Gli altri comandamenti non sono
certamente lasciati da parte, ma il loro adempimento
non sarà servito a nulla, se non avremo
osservato il precetto, tanto caro a Nostro
Signore da farne il suo comandamento, di amarci
scambievolmente " (Marmion, Cristo vita
dell'anima, 7 ediz., Milano, 1940, p. 503).
Ecco
dunque il vero precetto fondamentale del cristianesimo,
il vero spirito della morale cristiana: amare
il prossimo e fargli del bene. Cristo stesso
non disse d'altronde che l'amore del prossimo
è il compendio della legge e il segno
che distingue il vero cristiano? " Da
questo tutti conosceranno che siete miei discepoli,
se avete amore l'un per l'altro " (Gv.
13, 35). Non si dica che molti cattolici non
praticano questa raccomandazione del Salvatore
e sembrano annettere più valore alle
preghiere e agli altri esercizi di pietà,
che alla pratica della carità. Anche
se così fosse, risponderemmo che non
si può giudicare una dottrina da ciò
che fanno gli uomini, né secondo il
modo di molti nel praticarla, ma secondo quello
che è in se stessa e nello spirito
di colui che l'ha proposta e insegnata. Del
resto, nonostante le deficienze di molti aderenti,
è ancora nel cattolicesimo che si trova
la pratica più frequente e più
intensa della carità. Osservate coloro
che professano la perfezione cristiana, i
religiosi e le religiose: quale fioritura
di opere di carità più diverse!
cura degli ammalati, dei vecchi e degli orfani,
insegnamento di tutti i gradi, cura ininterrotta
per rimediare alle miserie dell'anima e del
corpo! Per conoscere il vero spirito della
morale cattolica, non è più
logico esaminare la vita di quelli che fanno
professione di praticarla fino alla perfezione,
anziché stornare gli occhi da essi
per fissarli unicamente sui tiepidi e su coloro
che mancano?
Per
essere perfetti cristiani e praticare la morale
cristiana, bisogna quindi sforzarsi prima
di tutto d'essere uomini perfetti. L'essere
cristiani ci obbliga a compiere i doveri naturali
meglio di quanto non si farebbe per motivi
puramente naturali; di fatto pochi uomini
sono cosi perfetti come i santi. San Paolo,
sant'Agostino, san Vincenzo de" Paoli,
san Giovanni Bosco, il Padre Damiano, non
sono forse veri tipi d'uomini e modelli d'umanità?
E Cristo stesso, il cristiano per eccellenza,
non fu chiamato il più bello dei figli
degli uomini? (1).
2.
La mortificazione e la rinuncia.
-Potrebbe sorgere la tentazione d'opporre
a queste considerazioni la necessità
della mortificazione e della rinuncia, parte
essenziale della morale e dell'ascetismo cristiano.
I trattati di spiritualità non ripetono
continuamente che bisogna vincere e dominare
la natura ed estirparne i moti? Basta riflettere
al seguente passo dell'Imitazione (lib. Ili,
e LIV, n. 3), sui moti della natura e della
grazia: " quanto più si riesce
a vincere la natura, tanto più abbondante
la grazia si effonde in noi ". Osserviamo
però che l'autore dell’Imitazione qui
non prende la parola natura nel senso proprio
e filosofico, non la considera in se stessa
come uscì dalle mani del Creatore,
ma pensa alla natura decaduta, ferita dal
peccato, indebolita dalle cattive abitudini,
dal peccato e dal vizio. È diffìcile
conciliare il disprezzo con cui alcuni autori
spirituali parlano talvolta della natura con
la sana dottrina della teologia cattolica.
Alcuni autori ascetici forse non si preoccupano
abbastanza del rigore filosofico nell'enunciare
le loro dottrine. Ciò è molto
deplorevole, ed è augurabile che anche
i trattati ascetici si preoccupino di più
dell'esattezza dei concetti teologici e filosofici.
Tuttavia
occorre evitare le esagerazioni. Rinuncia
e mortificazione non sono sinonimi di distruzione
della natura, diremmo anzi il contrario. In
realtà che cosa si vuole ottenere con
la mortificazione se non l'estirpazione delle
cattive tendenze, la distruzione di tutto
ciò che ci rende meno liberi, meno
buoni e, in una parola, meno uomini? Ciò
significa che la mortificazione e, la rinuncia
hanno un fine positivo, quello di renderci
migliori e più uomini.
(1)
Le surriferite osservazioni sono quanto mai
opportune poiché non si può
parlare di una vera formazione soprannaturale
senza che alla base vi sia una soda formazione
umana. Però è anche necessario
insistere nel far comprendere che la morale
cristiana esige un atteggiamento diverso da
quello della morale puramente naturale o umana.
La materialità dell'osservanza potrà
anche essere identica, ma non lo spirito che
la informa. Per esempio, il passo di S. Matteo
(25, 35 ss.) " ebbi fame... ", prende
un significato ben diverso se interpretato
da uno dei cosi detti filantropi, a tinta
massonica, del secolo scorso ; ovvero da un
marxista che si ostina ad asserire che G.
Cristo fu il primo socialista o comunista;
oppure da un cristiano. I primi non vi vedranno
altro che il buon cuore di un saggio che fa
appello alla pratica della misericordia ;
il cristiano invece rifletterà a quella
"cristificazione dei fratelli "
(Plus) che è ben marcata da quel :
" lo avete fatto a me ". Iprimi
non penseranno che a un dovere di solidarietà
umana, il cristiano invece cre
derà nella solidarietà soprannaturale
del Corpo mistico di Cristo. E' importante
cioè
che, mentre .si mette in giusta luce l'aspetto
umano della morale, non si dimentichi né
si sottovaluti quello cristiano. Solo dall'armonica
combinazione dei due elementi si ha
la morale perfetta, quella umano-divina. Questi
pensieri sono ampliamente e ripetuta-
mente sviluppati da G. Leclerco. nel volume
: L'insegnamento della Morale.
Si
potrebbe anche osservare, che mortificazione
è una parola mal scelta e sarebbe meglio,
come osservò molto bene un autore recente,
chiamarla vivificazione, et poiché
si lotta contro la natura solo per fortificarla,
si purifica e si sopprime solo per rendersi
più capaci di opere feconde e di vita"
(P. Bureau, L'indiscipline des meurs, Parigi,
1920, p. 330). Il giardiniere taglia i getti
selvatici e i succhioni non per uccidere la
pianta, ma per fortificarla, per evitare un
inutile spreco di linfa, per ottenere cespugli
e alberi più robusti, frutti e fiori
più belli. Allo stesso modo la mortificazione
distrugge le escrescenze dei sensi onde perfezionare
la volontà, agisce sulla natura per
purificarla e fortificarla, per evitare un
inutile spreco di forze e rendere l'uomo capace
di produrre abbondanti frutti di vita e di
opere. La mortificazione mira a rendere l'uomo
meno schiavo della passione e farlo più
libero. Ora quanto più l'uomo è
libero tanto più si può sviluppare
la sua personalità e quando la pratica
del bene gli sarà diventata una specie
di seconda natura, la libertà sarà
completa, la personalità potrà
espandersi in tutta la sua perfezione. È
dunque vero che la mortificazione non tende
a distruggere la natura, ma a svilupparla,
e sarebbe meglio chiamarla vivificazione
(2).
3.
Morale dell'aldilà. - La morale
cattolica è una morale dell'aldilà,
che invita, anzi obbliga il cristiano a fissare
costantemente lo sguardo sulla vita futura
e distoglie l'uomo da quella presente, mostrandosi
così nemica di ogni progresso.
È
vero che il cristiano deve preoccuparsi più
della salute eterna, della gloria di Dio e
della beatitudine celeste nell'altro mondo
che di qualsiasi altra cosa; ma ciò
non comporta che si debbano trascurare i beni
terrestri. La Chiesa stessa c'invita a servirci
dei beni temporali, purché non in modo
da perdere i beni eterni: Sic transeamus per
bona temporalia ut non amittamus aeterna (Orat.
Miss., Ili Dom. p. Pent.). La Chiesa riconosce
alle cose terrestri il valore d'un bene reale,
e deve riconoscerlo per non contraddire le
sue stesse definizioni dommatiche. Ogni volta
che nei secoli gli eretici attaccarono l'ordine
naturale, la Chiesa proclamò solennemente
che la vita presente è un bene, e condannò
il dualismo gnostico e il rigorismo montanista.
Il concilio di Gangres, del secolo quarto,
difese il matrimonio, la ricchezza e il lavoro,
contro le esagerazioni di asceti esaltati;
il concilio Vaticano mise in rilievo i vantaggi
e il senso religioso delle belle arti e delle
scienze (Denz. 1799). Del resto questa posizione
è una esigenza dei principi cattolici.
(2)
L'argomento è di viva attualità
ed è importante che venga messo ben
a fuoco perché non mancano indizi di
sfasature. Quando ad esempio, nel 1945 la
rivista Vie Spi-riluelle provocò un'inchiesta
fra i suoi lettori sul tema: 0 verso quale
tipo di santità ci incamminiamo ",
alcune risposte (cfr. Vie Spirituelle, febbr.
1946) furono alquanto sconcertanti. Dall'insieme
infatti risultò che ciò che
si aspetta oggi dalla santità è
l'esaltazione dell'uomo ; che i concetti di
sacrificio, di mortificazione, di penitenza,
non hanno molta presa sull'anima moderna.
I santi di domani, più che penitenti
dovranno essere i re del creato. Il dovere
ha una importanza secondaria di fronte all'amore.
I voti e la vita religiosa non godono di molta
stima, ecc. Un tema che affascina molto i
nostri contemporanei, specialmente i giovani,
è quello dell'umanesimo cristiano,
oggetto di molti scritti in questi ultimi
anni. Nessuno nega il molto di vero che vi
è in questo atteggiamento più
positivo e più ottimistico ; è
però necessario che venga salvato quel
sano equilibrio che, mentre esalta i valori
positivi, non misconosca gli aspetti umilianti,
quali il peccato originale e personale con
i relativi detriti e il conseguente dovere
della lotta, della rinuncia, della sequela
di Cristo nella sofferenza e nell'umiliazione.
Il tutto e il nulla di S. Giovanni della Croce,
conservano sempre la loro ragione d'esistere
e, più ancora, la conserva queìl'abneget
semetìpsum del Vangelo.
Il
dogma della creazione del mondo da parte di
Dio (tanto del mondo materiale quanto di quello
spirituale), la parola di Dio dopo la creazione,
attestante che tutte le cose create sono buone,
il comandamento divino di lavorare sei giorni
la settimana e di riposarsi il settimo, tutto
ciò esclude una concezione pessimistica
di questo mondo e non è conciliabile
con un'opposizione di principio ai beni materiali
e all'attività profana o terrestre.
La morale cattolica riconosce un peccato nel
furto £ nel danno causato volontariamente
ai beni materiali; anzi la quantità
del danno le serve come criterio per determinare
la gravita del peccato contro la giustizia.
Non è questa una prova evidente die
la Chiesa annette un grande valore morale
alla proprietà, ai beni terrestri e
all'attività economica? Il fatto che
essa esalta la povertà volontaria non
si oppone affatto a questa dottrina. Anzi,
se loda altamente la rinuncia ai beni terrestri,
cui riconosce il carattere d'un sacrificio
eroico, che osa chiedere solo a una schiera
eletta, ciò significa che questi beni
non sono disprezzabili, né cattivi
per se stessi, diversamente dovrebbe esigere
da tutti la rinuncia. È eroica solo
la rinuncia a beni importanti.
A
questo riguardo la storia parla un linguaggio
eloquente. In tutti i tempi la Chiesa contribuì
potentemente al progresso delle scienze e
delle arti profane, e non soltanto tollerò
l'attività terrestre, ma la permise,
l'incoraggiò e la benedisse. Senza
alcun rimorso di coscienza, i preti e i monaci
furono custodi della cultura classica, praticarono
le belle lettere, scrissero poemi e cronache,
coltivarono campi, giardini, vigne, esercitarono
arti e mestieri. Più di una volta la
Chiesa concesse indulgenze alla costruzione
di strade e di ponti, e insigni privilegi
alle università e alle scuole non solo
di scienze sacre, ma anche delle scienze profane.
Il rituale contiene formule di benedizione
per librerie e macchine tipografiche, biblioteche,
archivi, scuole, navi, ferrovie, veicoli,
aeroplani, ponti, strumenti per spegnere gli
incendi, sismografi, altiforni, fornaci di
calce e di mattoni ecc. Se avesse una morale
opposta alle cose della terra e alle occupazioni
profane, la Chiesa come potrebbe implorare
le benedizioni di Dio su oggetti che non hanno
nessuna utilità diretta per l'aldilà,
ma servono solo alla vita terrena dell'uomo?
(3).
(3)
II problema non appena della conciliabilità
dell'uso dei beni terrestri con la tendenza
al fine ultimo, ma del positivo apporto di
questi beni, come una disposizione ottima
allo sviluppo della santità personale,
è stato ampiamente trattato in questi
ultimi tempi, in una serie di studi, quali,
ad esempio : G. Maritain, Umanesimo integrale,
Studium, Roma 1946; Mouroux, II senso cristiano
dell'uomo, Morcelliana, Brescia 1948; C. Moeller,
Umanesimo e Santità, Morcelliana, Brescia
1950; G. Thils, Teologia delle realtà
terrene, Ed. Paoline, Alba 1951; ecc.
Una
prova poi evidente del come la morale cattolica
non si oppone al benessere, anche materiale,
dell'uomo, ma che anzi Io favorisce positivamente
e lo incrementa, è data dalla dottrina
sociale della Chiesa, cosi insistentemente
predicata dagli ultimi pontefici. Anche recentemente
Pio XII, nel discorso tenuto il ia maggio
1953 alle A.C.L.I. di Roma, mettendo in guardia
gli operai contro le lusinghe di coloro che
li esortano a non guardare il cielo ma a procurare
di formarsi, con qualsiasi mezzo, il paradiso
quaggiù, ricordava (commemorando la
Rertan novarwn di Leone XIII) che: "
l'uso dei beni temporali è necessario
all'esercizio della virtù ", e
soggiungeva : " Mentre Leone XIII lanciava
il suo grido di verità e di giustizia
nella questione operaia, voleva che gli uomini,
e particolarmente i lavoratori, stessero con
ambedue i piedi sulla terra. Quaggiù
essi dovevano, come cristiani, occuparsi del
vero ordine. Tuttavia l'uomo, creato e salvato
da Dio, non può avere i due piedi sulla
terra, senza tenere lo sguardo volto verso
Dio, verso il fine della vita umana... ",
perché " ...un vero ordine umano
quaggiù non può essere perfetto
né perfettibile, se non si indirizza
verso l'ai di là ".
4.
La speranza e il timore in quanto moventi
d'azione. - II cristianesimo, appellandosi
alla speranza in una ricompensa celeste e
al timore delle pene dell'inferno, si propone
moventi immorali d'azione e fa il bene ed
evita il male non per se stessi, ma solo per
pagare il prezzo della felicità personale
nell'aldilà; invece di regolarsi coll'apprezzamento
del bene morale e col sentimento del dovere,
il cristiano si lascia condurre da un sentimento
d'egoismo e mira al suo bene personale. Concezione
poco elevata, morale dell'interesse, mentalità
da mercenari e da spiriti mercantili, che
da solo per ricevere: io faccio il bene per
meritare la felicità celeste, fuggo
il male per evitare le pene dell'inferno!
Questo è l'opposto della vera moralità,
il capovolgimento della scala dei valori.
La
speranza della ricompensa e il timore delle
pene possono sembrare e sono di fatto un movente
meno elevato della preoccupazione del dovere
e dell'amore disinteressato. Però,
anche se non sono il movente più nobile,
non possono tuttavia venire qualificati come
immorali, poiché non ci può
essere immoralità nel conformarsi alle
intenzioni del legislatore divino. Ora Iddio,
supremo legislatore, alle sue prescrizioni
aggiunge la sanzione d'una ricompensa 0 d'una
punizione, per indurre più efficacemente
l'uomo a osservare i comandamenti e allontanarlo
più sicuramente dal trasgredire le
leggi, come del resto fa anche il legislatore
umano. Perciò l'uomo che, in vista
della ricompensa e del timore della dannazione
eterna, si muove a praticare seriamente la
virtù, si conforma all'intenzione del
legislatore divino, agisce bene ed ha la volontà
conforme a quella di Dio.
Una
morale disinteressata può sembrare
più nobile e più elevata, ma
riposa interamente sopra un'astrazione metafisica,
e presenta l'inconveniente d'essere fatta
per degli esseri fittizi, non per uomini di
carne e sangue. Voler k purificare "
l'idea del dovere da ogni considerazione eudemonistica,
tentare di eliminare dalla morale ogni preoccupazione
di felicità personale, urta contro
i fatti più elementari della vita psichica,
e il tentativo trascina alla rovina la moralità
strappandola dal suolo dove cresce naturalmente.
Innanzitutto,
questo tentativo, non tien conto del fine
dell'uomo. Se l'uomo di fatto è destinato
a sopravvivere nell'aldilà, a glorificare
Dio nell'eternità e a trovare così
la beatitudine personale, non potrà
far astrazione da questo destino. In chi crede
nell'immortalità dell'anima, l'idea
dell'eternità produce necessariamente
una profonda impressione, ed è un naturale
stimolo per il credente a praticare il bene
e a tenersi lontano dal male. Se i critici
della morale cristiana si dicono contrari
a ogni idea di sanzione, di ricompense e di
pene nell'altro mondo è sempre perché
non credono che la vita personale continui
nell'aldilà.
Inoltre
una morale assolutamente disinteressata non
tien conto della natura umana, poiché
nulla è tanto generale, universale,
e più umano del desiderio di felicità.
In tutti i suoi atti l'uomo cerca il proprio
bene, e la volontà viene mossa solo
dal miraggio di conseguire un bene.
Queste
due considerazioni spiegano come la condotta
morale e la felicità personale debbano
essere intimamente, naturalmente e necessariamente
connesse. Per necessità della sua natura
l'uomo aspira alla felicità perfetta
che può soddisfare il suo desiderio
del bene supremo e della beatitudine. L'osservanza
della legge morale conduce necessariamente
alla beatitudine e l'uomo non può volere
l'una senza insieme volere l'altra. Se invece
fosse possibile osservare fedelmente la legge
morale senza il miraggio della beatitudine,
la legge morale sarebbe un'insieme di prescrizioni
antinaturali, di comandamenti tragicamente
draconiani, che costringerebbero gli uomini
ad agire contro la loro natura.
Non
invano Dio ha annesso una sanzione alle sue
leggi e vi ha aggiunto il miraggio di ricompense
o di pene, perché la vita ha circostanze
tali in cui solo questa prospettiva può
essere il movente efficace e la considerazione
unica capace di conservare l'uomo nella via
della virtù e tenerlo lontano dal vizio.
Di fronte alle sollecitazioni delle passioni,
all'esca del male che oscura la ragione, alla
seduzione della tentazione, l'idea della ricompensa
e del timore talvolta può essere l'unica
considerazione che impressioni l'anima e che
offra l'unico punto di appoggio al nostro
povero essere umano. Non dimentichiamo che
l'uomo non è un puro spirito, ma che
ha anche un corpo, fatto di carne e ossa,
con un violento appetito sensitivo e moti
passionali. Nella vita vi sono momenti in
cui occorre far appello a tutti i motivi di
praticare il bene e fuggire il male; non solo
ai moventi più limpidamente ideali,
ed elevati, ma anche a motivi che possono
sembrare meno nobili, ma che sono più
efficaci, perché più umani.
La
varietà dei motivi proposti all'uomo
dalla morale teista per la pratica del bene
e per la fuga del male, si adatta a tutte
le circostanze in cui si può trovare
ed è una conferma della verità
della morale stessa, alla quale conferisce
una solidità che invano si cercherebbe
negli altri sistemi d'etica, dai motivi unilaterali
d'azione, astratti e senza forza. La morale
teistica è efficace perché risponde
bene alla natura.
Appunto
perché perfettamente adatta alla natura
umana questa morale ha prodotto tanti frutti
di bene nel corso dei secoli e, a questo riguardo,
la dottrina cristiana sostiene vittoriosamente
il confronto con i sistemi morali, che pretendono
d'essere più nobili, perché
più disinteressati.
Come
abbiamo detto, il tentativo d'eliminare dalla
vita morale qualsiasi aspirazione alla felicità
personale è destinato al naufragio,
perché non tiene conto dei fatti più
elementari della vita psichica e trascina
fatalmente alla rovina della moralità.
Simile tentativo è anche psicologicamente
inattuabile, perché l'uomo può
volere solo ciò che vede come bene
proprio. Supponete qualcosa che in nessun
modo sia un bene per l'uomo; l'uomo non potrà
volerlo. Un atto di volontà assolutamente
disinteressato, cioè che non presenta
nessun rapporto di bene per noi, è
psicologicamente impossibile. L'uomo tende
necessariamente alla felicità perfetta,
alla beatitudine, e nulla è più
naturale di questo desiderio di felicità.
Proprio per questo motivo Dio vuole che desideriamo
il cielo e temiamo l'inferno. Perciò
una morale che non tenga conto dell'aspirazione
alla felicità, non è solo irreale,
astratta e inefficace, ma anche falsa, contradittoria
e sterile; inumana e contro natura, vuole
costringere l'uomo a un atteggiamento superiore
alle sue forze, gl'impone esigenze superiori
ai suoi mezzi. Niente più pericoloso
che voler violentare la natura, la quale alla
fine sempre si vendica e prende il sopravvento.
Una morale assolutamente " disinteressata
" porta fatalmente alla trascuranza di
doveri, a frequenti trasgressioni e ai peggiori
eccessi, come dimostrano l'esperienza e la
storia. Infatti gli stoici, col loro impraticabile
rigorismo, non resero soltanto ridicoli se
stessi, ma contribuirono a diffondere la dottrina
epicurea; gli umanisti inglesi e italiani,
quanto più 'Combatterono l'idea cristiana
della beatitudine, più furono inclini
all'utilitarismo grossolano d'un Machiavelli,
o d'un Hobbes; accanto alla morale "
disinteressata " del giansenismo, si
vide nascere in Francia un sistema economico
che faceva un diritto naturale del vantaggio
personale più brutale; l'isolamento
Kantiano della buona volontà e i successivi
assalti contro il domma cristiano dell'immortalità
dell'anima furono seguiti dal moderno eudemonismo,
che si lascia travolgere dai sogni dell'evoluzionismo
materialista, il quale fa della volontà
una facoltà sensibile ed erige la gioia
di vivere a movente morale.
È
molto meglio non dimenticare che la morale
è destinata a uomini e tener conto
della natura com'è e non quale si vorrebbe
che fosse. La morale è la scienza pratica
che, più d'ogni altra, deve mirare
alla realtà, e un sano realismo è
sempre preferibile a un idealismo basato unicamente
su astrazioni e illusioni.
D'altronde
l'obiezione contro la " morale interessata
a e i " movimenti di azione vili ed egoisti
" perde molto valore davanti alla nozione
esatta della beatitudine. La felicità
sperata non si ottiene a scapito della felicità
altrui e non consiste in un godimento unilaterale
e nemmeno nella soddisfazione dei desideri
volgarmente egoisti. Per il credente cristiano
il cielo e l'inferno non sono, come per i
musulmani, luoghi dove si accumulano gioie
create o pene sensibili, ma sono prima di
tutto luoghi di coabitazione con Dio, fonte
di ogni beatitudine, o di separazione da Lui;
anche il cristiano più semplice e meno
istruito sa che la felicità del cielo
è essenzialmente possesso di Dio; e
se anche ammette che questa felicità
essenziale aggiunge gioie e soddisfazioni
accidentali, non resta meno vero che sopra
la porta del cielo vede il " Venite a
me " del divin Salvatore, come sopra
le porte dell'inferno vede il terribile <i
Lontani da me, maledetti ". Il desiderio
della beatitudine è necessariamente
subordinato all'amore di Dio e s'identifica
con la glorificazione del Creatore. Chi nel
cielo cercasse solo la sua sicurezza e soddisfazione
personale, e non esitasse a rinunciare senza
rimpianto a Dio, non sarebbe animato dal senso
cristiano. Il cielo prima di tutto è
il regno di Dio, e la beatitudine consiste
essenzialmente nella visione beatifica, nella
conoscenza, nell'amore, nell'adorazione e
nella glorificazione di Dio.
Aspirando
al cielo il cristiano non fa astrazione dalla
gloria divina, né lo potrebbe fare
senza cadere in un errore grossolano, senza
deformare il domma della vita eterna; desiderando
il cielo con ciò stesso desidera la
glorificazione di Dio, perché in Lui
troverà la beatitudine e la felicità.
Considerato da questo punto di vista, l'unico
reale, il desiderio del cielo perde il suo
carattere egoistico e non ha nulla di comune
con l'aspirazione mercenaria, che pensa soltanto
a se stessa, solo in vista del proprio vantaggio.