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Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

i fondamenti della moralita'

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO II - I FONDAMENTI DELLA MORALITÀ

1. Morale soprannaturale. - La morale cattolica si presenta come soprannaturale, interamente basata sul domma dell'elevazione dell'uomo a un ordine superiore alla natura, e con le sue leggi mira solo a regolare la vita soprannaturale. La natura umana non viene ad essere negletta? I doveri religiosi non preoccupano il cristiano fino a stornarlo dai suoi doveri naturali o a metterli in secondo piano?

La preoccupazione del soprannaturale potrebbe forse spingere l'uomo a trascurare i suoi doveri naturali, se ci fosse opposizione tra l'ordine soprannaturale e la natura, il die assolutamente non è. È un principio fondamentale della teologia della grazia che la grazia non distrugge, ma suppone la natura: gralia naturarli supponit. Tanto la natura che l'ordine soprannaturale sono l'opera di Dio e quindi la natura non può essere cattiva, né può esserci contraddizione tra la natura, opera di Dio, e l'ordine soprannaturale, egualmente opera di Dio. La morale cattolica comprende tutta la morale naturale e non è possibile essere cattolici perfetti quando non si è uomini perfetti, onde per vivere da cristiani bisogna cominciare a non trascurare alcun dovere naturale. I doveri religiosi sono soltanto una parte delle obbligazioni imposte ai cristiani, sono una delle tavole della legge. Il cristianesimo ci comanda la carità e la bontà verso il prossimo, la pratica della giustizia verso tutti, il rispetto della verità e dell'onore altrui, l'esatto adempimento dei doveri del nostro stato. Il Dio che ci ha creati è anche il Dio che ci ha elevati all'ordine soprannaturale e non può contraddirsi nelle sue opere; facendoci partecipi d'una vita superiore non ci ha tagliati dalla vita puramente umana; imponendoci doveri nuovi e d'un altro ordine, non ha rinunciato ai diritti che ha sopra di noi come Creatore; divenendo cristiani non abbiamo cessato di essere uomini, e per raggiungere il fine ultimo e soprannaturale dobbiamo cominciare ad osservare la legge naturale. Un cristiano che s'accontentasse di dire le sue preghiere, andare a messa e ricevere i sacramenti senza pensare ad essere buono, caritatevole, educato, gentile e giusto, sarebbe un misero cristiano. I moralisti cattolici non sono forse unanimi nell'insegnare che i doveri di giustizia e di carità hanno la precedenza sui doveri religiosi, che la necessità di soccorrere il prossimo dispensa dal compiere i doveri di religione in senso ristretto, come per esempio dall'ob-bligo di assistere alla messa la domenica? Se la pratica devota e gli esercizi di pietà non sono accompagnati da un serio sforzo per correggere i propri difetti, per vincersi, per essere buoni, non si merita di essere chiamati uomini religiosi. Il tipo della bigotta che non manca a nessuna benedizione, dice rosari, fa la via crucis e corre ai luoghi mete di pellegrinaggi, ma non sa dominare la propria lingua, e prova piacere a far sorgere sospetti sull'onore del prossimo, non è l'immagine, ma la caricatura della persona religiosa. L'annettere troppa importanza agli esercizi di pietà e alle pratiche devote, senza darsi pensiero della giustizia e della carità verso tutti, significa che si è indietro nella via della santità. Quando si guarda troppo esclusivamente al cielo trascurando i mezzi naturali per procurare agli uomini la felicità di quaggiù, non ci possiamo dire animati dallo spirito veramente cristiano, che spira attraverso il vangelo. Vogliamo sapere dalle stesse labbra del suo fondatore quale è il vero spirito del cristianesimo? Rileggiamo il capitolo 25 di san Matteo dove Cristo stesso descrive il giudizio finale : " Quando verrà il Figlio dell'uomo nella sua gloria, e tutti gli angeli saranno con lui, allora sederà sul suo trono glorioso. E tutte le genti saranno radunate davanti a Lui, e separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e porrà le pecore alla sua destra, e i capretti alla sinistra. Allora dirà il Re a coloro che sono alla sua destra: "Venite, o benedetti del Padre mio, prendete possesso del regno che vi sta preparato sin dalla creazione del mondo, perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete, e mi deste da bere; ero forestiero e mi ricoveraste; ignudo, e mi rivestiste, in prigione e mi veniste a trovare". Allora i giusti gli diranno: "Signore, quando mai t'abbiamo veduto affamato e t'abbiam dato da mangiare, assetato e t'abbiam dato da bere? Quando t'abbiam veduto forestiero e ti abbiamo ricoverato, o ignudo e ti abbiamo rivestito? Quando ti abbiam veduto infermo o in prigione e siamo venuti a trovarti?" E il Re risponderà: "In verità io vi dico, che quando avete fatto ciò a uno dei più piccoli tra questi miei fratelli, l'avete fatto a me".

Allora dirà anche a quelli di sinistra: "Andate via da me, o maledetti, al fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame, e non mi deste da mangiare; ebbi sete, e non mi deste da bere; ero forestiero e non mi ricoveraste; ignudo, e non mi rivestiste; infermo e in prigione, e non mi visitaste". Aneli'essi allora diranno: "Signore, quando ti abbiamo veduto affamato, 0 assetato, 0 forestiero, o ignudo, o infermo, 0 in prigione, e non ti abbiamo assistito?" E risponderà loro: "In verità vi dico, che quando non l'avete fatto a uno dei più piccoli tra questi, neppure a me l'avete fatto". E se ne andranno costoro al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna ". Cosi dunque, nota uno tra i massimi autori spirituali moderni, " dalla stessa bocca di Gesù noi sappiamo che la sentenza che deciderà della nostra sorte eterna, sarà stabilita sull'amore che avremo avuto per Gesù Cristo nella persona dei nostri fratelli. Quando compariremo davanti a Lui nell'ultimo giorno, Cristo non domanderà se abbiamo molto digiunato, se siamo vissuti nella penitenza, se abbiamo passato molte ore nell'orazione; noi Ma se abbiamo amato e assistito i nostri fratelli. Gli altri comandamenti non sono certamente lasciati da parte, ma il loro adempimento non sarà servito a nulla, se non avremo osservato il precetto, tanto caro a Nostro Signore da farne il suo comandamento, di amarci scambievolmente " (Marmion, Cristo vita dell'anima, 7 ediz., Milano, 1940, p. 503).

Ecco dunque il vero precetto fondamentale del cristianesimo, il vero spirito della morale cristiana: amare il prossimo e fargli del bene. Cristo stesso non disse d'altronde che l'amore del prossimo è il compendio della legge e il segno che distingue il vero cristiano? " Da questo tutti conosceranno che siete miei discepoli, se avete amore l'un per l'altro " (Gv. 13, 35). Non si dica che molti cattolici non praticano questa raccomandazione del Salvatore e sembrano annettere più valore alle preghiere e agli altri esercizi di pietà, che alla pratica della carità. Anche se così fosse, risponderemmo che non si può giudicare una dottrina da ciò che fanno gli uomini, né secondo il modo di molti nel praticarla, ma secondo quello che è in se stessa e nello spirito di colui che l'ha proposta e insegnata. Del resto, nonostante le deficienze di molti aderenti, è ancora nel cattolicesimo che si trova la pratica più frequente e più intensa della carità. Osservate coloro che professano la perfezione cristiana, i religiosi e le religiose: quale fioritura di opere di carità più diverse! cura degli ammalati, dei vecchi e degli orfani, insegnamento di tutti i gradi, cura ininterrotta per rimediare alle miserie dell'anima e del corpo! Per conoscere il vero spirito della morale cattolica, non è più logico esaminare la vita di quelli che fanno professione di praticarla fino alla perfezione, anziché stornare gli occhi da essi per fissarli unicamente sui tiepidi e su coloro che mancano?

Per essere perfetti cristiani e praticare la morale cristiana, bisogna quindi sforzarsi prima di tutto d'essere uomini perfetti. L'essere cristiani ci obbliga a compiere i doveri naturali meglio di quanto non si farebbe per motivi puramente naturali; di fatto pochi uomini sono cosi perfetti come i santi. San Paolo, sant'Agostino, san Vincenzo de" Paoli, san Giovanni Bosco, il Padre Damiano, non sono forse veri tipi d'uomini e modelli d'umanità? E Cristo stesso, il cristiano per eccellenza, non fu chiamato il più bello dei figli degli uomini? (1).

2. La mortificazione e la rinuncia. -Potrebbe sorgere la tentazione d'opporre a queste considerazioni la necessità della mortificazione e della rinuncia, parte essenziale della morale e dell'ascetismo cristiano. I trattati di spiritualità non ripetono continuamente che bisogna vincere e dominare la natura ed estirparne i moti? Basta riflettere al seguente passo dell'Imitazione (lib. Ili, e LIV, n. 3), sui moti della natura e della grazia: " quanto più si riesce a vincere la natura, tanto più abbondante la grazia si effonde in noi ". Osserviamo però che l'autore dell’Imitazione qui non prende la parola natura nel senso proprio e filosofico, non la considera in se stessa come uscì dalle mani del Creatore, ma pensa alla natura decaduta, ferita dal peccato, indebolita dalle cattive abitudini, dal peccato e dal vizio. È diffìcile conciliare il disprezzo con cui alcuni autori spirituali parlano talvolta della natura con la sana dottrina della teologia cattolica. Alcuni autori ascetici forse non si preoccupano abbastanza del rigore filosofico nell'enunciare le loro dottrine. Ciò è molto deplorevole, ed è augurabile che anche i trattati ascetici si preoccupino di più dell'esattezza dei concetti teologici e filosofici.

Tuttavia occorre evitare le esagerazioni. Rinuncia e mortificazione non sono sinonimi di distruzione della natura, diremmo anzi il contrario. In realtà che cosa si vuole ottenere con la mortificazione se non l'estirpazione delle cattive tendenze, la distruzione di tutto ciò che ci rende meno liberi, meno buoni e, in una parola, meno uomini? Ciò significa che la mortificazione e, la rinuncia hanno un fine positivo, quello di renderci migliori e più uomini.

(1) Le surriferite osservazioni sono quanto mai opportune poiché non si può parlare di una vera formazione soprannaturale senza che alla base vi sia una soda formazione umana. Però è anche necessario insistere nel far comprendere che la morale cristiana esige un atteggiamento diverso da quello della morale puramente naturale o umana. La materialità dell'osservanza potrà anche essere identica, ma non lo spirito che la informa. Per esempio, il passo di S. Matteo (25, 35 ss.) " ebbi fame... ", prende un significato ben diverso se interpretato da uno dei cosi detti filantropi, a tinta massonica, del secolo scorso ; ovvero da un marxista che si ostina ad asserire che G. Cristo fu il primo socialista o comunista; oppure da un cristiano. I primi non vi vedranno altro che il buon cuore di un saggio che fa appello alla pratica della misericordia ; il cristiano invece rifletterà a quella "cristificazione dei fratelli " (Plus) che è ben marcata da quel : " lo avete fatto a me ". Iprimi non penseranno che a un dovere di solidarietà umana, il cristiano invece cre
derà nella solidarietà soprannaturale del Corpo mistico di Cristo. E' importante cioè
che, mentre .si mette in giusta luce l'aspetto umano della morale, non si dimentichi né
si sottovaluti quello cristiano. Solo dall'armonica combinazione dei due elementi si ha
la morale perfetta, quella umano-divina. Questi pensieri sono ampliamente e ripetuta-
mente sviluppati da G. Leclerco. nel volume : L'insegnamento della Morale.

Si potrebbe anche osservare, che mortificazione è una parola mal scelta e sarebbe meglio, come osservò molto bene un autore recente, chiamarla vivificazione, et poiché si lotta contro la natura solo per fortificarla, si purifica e si sopprime solo per rendersi più capaci di opere feconde e di vita" (P. Bureau, L'indiscipline des meurs, Parigi, 1920, p. 330). Il giardiniere taglia i getti selvatici e i succhioni non per uccidere la pianta, ma per fortificarla, per evitare un inutile spreco di linfa, per ottenere cespugli e alberi più robusti, frutti e fiori più belli. Allo stesso modo la mortificazione distrugge le escrescenze dei sensi onde perfezionare la volontà, agisce sulla natura per purificarla e fortificarla, per evitare un inutile spreco di forze e rendere l'uomo capace di produrre abbondanti frutti di vita e di opere. La mortificazione mira a rendere l'uomo meno schiavo della passione e farlo più libero. Ora quanto più l'uomo è libero tanto più si può sviluppare la sua personalità e quando la pratica del bene gli sarà diventata una specie di seconda natura, la libertà sarà completa, la personalità potrà espandersi in tutta la sua perfezione. È dunque vero che la mortificazione non tende a distruggere la natura, ma a svilupparla, e sarebbe meglio chiamarla vivificazione (2).

3. Morale dell'aldilà. - La morale cattolica è una morale dell'aldilà, che invita, anzi obbliga il cristiano a fissare costantemente lo sguardo sulla vita futura e distoglie l'uomo da quella presente, mostrandosi così nemica di ogni progresso.

È vero che il cristiano deve preoccuparsi più della salute eterna, della gloria di Dio e della beatitudine celeste nell'altro mondo che di qualsiasi altra cosa; ma ciò non comporta che si debbano trascurare i beni terrestri. La Chiesa stessa c'invita a servirci dei beni temporali, purché non in modo da perdere i beni eterni: Sic transeamus per bona temporalia ut non amittamus aeterna (Orat. Miss., Ili Dom. p. Pent.). La Chiesa riconosce alle cose terrestri il valore d'un bene reale, e deve riconoscerlo per non contraddire le sue stesse definizioni dommatiche. Ogni volta che nei secoli gli eretici attaccarono l'ordine naturale, la Chiesa proclamò solennemente che la vita presente è un bene, e condannò il dualismo gnostico e il rigorismo montanista. Il concilio di Gangres, del secolo quarto, difese il matrimonio, la ricchezza e il lavoro, contro le esagerazioni di asceti esaltati; il concilio Vaticano mise in rilievo i vantaggi e il senso religioso delle belle arti e delle scienze (Denz. 1799). Del resto questa posizione è una esigenza dei principi cattolici.

(2) L'argomento è di viva attualità ed è importante che venga messo ben a fuoco perché non mancano indizi di sfasature. Quando ad esempio, nel 1945 la rivista Vie Spi-riluelle provocò un'inchiesta fra i suoi lettori sul tema: 0 verso quale tipo di santità ci incamminiamo ", alcune risposte (cfr. Vie Spirituelle, febbr. 1946) furono alquanto sconcertanti. Dall'insieme infatti risultò che ciò che si aspetta oggi dalla santità è l'esaltazione dell'uomo ; che i concetti di sacrificio, di mortificazione, di penitenza, non hanno molta presa sull'anima moderna. I santi di domani, più che penitenti dovranno essere i re del creato. Il dovere ha una importanza secondaria di fronte all'amore. I voti e la vita religiosa non godono di molta stima, ecc. Un tema che affascina molto i nostri contemporanei, specialmente i giovani, è quello dell'umanesimo cristiano, oggetto di molti scritti in questi ultimi anni. Nessuno nega il molto di vero che vi è in questo atteggiamento più positivo e più ottimistico ; è però necessario che venga salvato quel sano equilibrio che, mentre esalta i valori positivi, non misconosca gli aspetti umilianti, quali il peccato originale e personale con i relativi detriti e il conseguente dovere della lotta, della rinuncia, della sequela di Cristo nella sofferenza e nell'umiliazione. Il tutto e il nulla di S. Giovanni della Croce, conservano sempre la loro ragione d'esistere e, più ancora, la conserva queìl'abneget semetìpsum del Vangelo.

Il dogma della creazione del mondo da parte di Dio (tanto del mondo materiale quanto di quello spirituale), la parola di Dio dopo la creazione, attestante che tutte le cose create sono buone, il comandamento divino di lavorare sei giorni la settimana e di riposarsi il settimo, tutto ciò esclude una concezione pessimistica di questo mondo e non è conciliabile con un'opposizione di principio ai beni materiali e all'attività profana o terrestre. La morale cattolica riconosce un peccato nel furto £ nel danno causato volontariamente ai beni materiali; anzi la quantità del danno le serve come criterio per determinare la gravita del peccato contro la giustizia. Non è questa una prova evidente die la Chiesa annette un grande valore morale alla proprietà, ai beni terrestri e all'attività economica? Il fatto che essa esalta la povertà volontaria non si oppone affatto a questa dottrina. Anzi, se loda altamente la rinuncia ai beni terrestri, cui riconosce il carattere d'un sacrificio eroico, che osa chiedere solo a una schiera eletta, ciò significa che questi beni non sono disprezzabili, né cattivi per se stessi, diversamente dovrebbe esigere da tutti la rinuncia. È eroica solo la rinuncia a beni importanti.

A questo riguardo la storia parla un linguaggio eloquente. In tutti i tempi la Chiesa contribuì potentemente al progresso delle scienze e delle arti profane, e non soltanto tollerò l'attività terrestre, ma la permise, l'incoraggiò e la benedisse. Senza alcun rimorso di coscienza, i preti e i monaci furono custodi della cultura classica, praticarono le belle lettere, scrissero poemi e cronache, coltivarono campi, giardini, vigne, esercitarono arti e mestieri. Più di una volta la Chiesa concesse indulgenze alla costruzione di strade e di ponti, e insigni privilegi alle università e alle scuole non solo di scienze sacre, ma anche delle scienze profane. Il rituale contiene formule di benedizione per librerie e macchine tipografiche, biblioteche, archivi, scuole, navi, ferrovie, veicoli, aeroplani, ponti, strumenti per spegnere gli incendi, sismografi, altiforni, fornaci di calce e di mattoni ecc. Se avesse una morale opposta alle cose della terra e alle occupazioni profane, la Chiesa come potrebbe implorare le benedizioni di Dio su oggetti che non hanno nessuna utilità diretta per l'aldilà, ma servono solo alla vita terrena dell'uomo? (3).

(3) II problema non appena della conciliabilità dell'uso dei beni terrestri con la tendenza al fine ultimo, ma del positivo apporto di questi beni, come una disposizione ottima allo sviluppo della santità personale, è stato ampiamente trattato in questi ultimi tempi, in una serie di studi, quali, ad esempio : G. Maritain, Umanesimo integrale, Studium, Roma 1946; Mouroux, II senso cristiano dell'uomo, Morcelliana, Brescia 1948; C. Moeller, Umanesimo e Santità, Morcelliana, Brescia 1950; G. Thils, Teologia delle realtà terrene, Ed. Paoline, Alba 1951; ecc.

Una prova poi evidente del come la morale cattolica non si oppone al benessere, anche materiale, dell'uomo, ma che anzi Io favorisce positivamente e lo incrementa, è data dalla dottrina sociale della Chiesa, cosi insistentemente predicata dagli ultimi pontefici. Anche recentemente Pio XII, nel discorso tenuto il ia maggio 1953 alle A.C.L.I. di Roma, mettendo in guardia gli operai contro le lusinghe di coloro che li esortano a non guardare il cielo ma a procurare di formarsi, con qualsiasi mezzo, il paradiso quaggiù, ricordava (commemorando la Rertan novarwn di Leone XIII) che: " l'uso dei beni temporali è necessario all'esercizio della virtù ", e soggiungeva : " Mentre Leone XIII lanciava il suo grido di verità e di giustizia nella questione operaia, voleva che gli uomini, e particolarmente i lavoratori, stessero con ambedue i piedi sulla terra. Quaggiù essi dovevano, come cristiani, occuparsi del vero ordine. Tuttavia l'uomo, creato e salvato da Dio, non può avere i due piedi sulla terra, senza tenere lo sguardo volto verso Dio, verso il fine della vita umana... ", perché " ...un vero ordine umano quaggiù non può essere perfetto né perfettibile, se non si indirizza verso l'ai di là ".

4. La speranza e il timore in quanto moventi d'azione. - II cristianesimo, appellandosi alla speranza in una ricompensa celeste e al timore delle pene dell'inferno, si propone moventi immorali d'azione e fa il bene ed evita il male non per se stessi, ma solo per pagare il prezzo della felicità personale nell'aldilà; invece di regolarsi coll'apprezzamento del bene morale e col sentimento del dovere, il cristiano si lascia condurre da un sentimento d'egoismo e mira al suo bene personale. Concezione poco elevata, morale dell'interesse, mentalità da mercenari e da spiriti mercantili, che da solo per ricevere: io faccio il bene per meritare la felicità celeste, fuggo il male per evitare le pene dell'inferno! Questo è l'opposto della vera moralità, il capovolgimento della scala dei valori.

La speranza della ricompensa e il timore delle pene possono sembrare e sono di fatto un movente meno elevato della preoccupazione del dovere e dell'amore disinteressato. Però, anche se non sono il movente più nobile, non possono tuttavia venire qualificati come immorali, poiché non ci può essere immoralità nel conformarsi alle intenzioni del legislatore divino. Ora Iddio, supremo legislatore, alle sue prescrizioni aggiunge la sanzione d'una ricompensa 0 d'una punizione, per indurre più efficacemente l'uomo a osservare i comandamenti e allontanarlo più sicuramente dal trasgredire le leggi, come del resto fa anche il legislatore umano. Perciò l'uomo che, in vista della ricompensa e del timore della dannazione eterna, si muove a praticare seriamente la virtù, si conforma all'intenzione del legislatore divino, agisce bene ed ha la volontà conforme a quella di Dio.

Una morale disinteressata può sembrare più nobile e più elevata, ma riposa interamente sopra un'astrazione metafisica, e presenta l'inconveniente d'essere fatta per degli esseri fittizi, non per uomini di carne e sangue. Voler k purificare " l'idea del dovere da ogni considerazione eudemonistica, tentare di eliminare dalla morale ogni preoccupazione di felicità personale, urta contro i fatti più elementari della vita psichica, e il tentativo trascina alla rovina la moralità strappandola dal suolo dove cresce naturalmente.

Innanzitutto, questo tentativo, non tien conto del fine dell'uomo. Se l'uomo di fatto è destinato a sopravvivere nell'aldilà, a glorificare Dio nell'eternità e a trovare così la beatitudine personale, non potrà far astrazione da questo destino. In chi crede nell'immortalità dell'anima, l'idea dell'eternità produce necessariamente una profonda impressione, ed è un naturale stimolo per il credente a praticare il bene e a tenersi lontano dal male. Se i critici della morale cristiana si dicono contrari a ogni idea di sanzione, di ricompense e di pene nell'altro mondo è sempre perché non credono che la vita personale continui nell'aldilà.

Inoltre una morale assolutamente disinteressata non tien conto della natura umana, poiché nulla è tanto generale, universale, e più umano del desiderio di felicità. In tutti i suoi atti l'uomo cerca il proprio bene, e la volontà viene mossa solo dal miraggio di conseguire un bene.

Queste due considerazioni spiegano come la condotta morale e la felicità personale debbano essere intimamente, naturalmente e necessariamente connesse. Per necessità della sua natura l'uomo aspira alla felicità perfetta che può soddisfare il suo desiderio del bene supremo e della beatitudine. L'osservanza della legge morale conduce necessariamente alla beatitudine e l'uomo non può volere l'una senza insieme volere l'altra. Se invece fosse possibile osservare fedelmente la legge morale senza il miraggio della beatitudine, la legge morale sarebbe un'insieme di prescrizioni antinaturali, di comandamenti tragicamente draconiani, che costringerebbero gli uomini ad agire contro la loro natura.

Non invano Dio ha annesso una sanzione alle sue leggi e vi ha aggiunto il miraggio di ricompense o di pene, perché la vita ha circostanze tali in cui solo questa prospettiva può essere il movente efficace e la considerazione unica capace di conservare l'uomo nella via della virtù e tenerlo lontano dal vizio. Di fronte alle sollecitazioni delle passioni, all'esca del male che oscura la ragione, alla seduzione della tentazione, l'idea della ricompensa e del timore talvolta può essere l'unica considerazione che impressioni l'anima e che offra l'unico punto di appoggio al nostro povero essere umano. Non dimentichiamo che l'uomo non è un puro spirito, ma che ha anche un corpo, fatto di carne e ossa, con un violento appetito sensitivo e moti passionali. Nella vita vi sono momenti in cui occorre far appello a tutti i motivi di praticare il bene e fuggire il male; non solo ai moventi più limpidamente ideali, ed elevati, ma anche a motivi che possono sembrare meno nobili, ma che sono più efficaci, perché più umani.

La varietà dei motivi proposti all'uomo dalla morale teista per la pratica del bene e per la fuga del male, si adatta a tutte le circostanze in cui si può trovare ed è una conferma della verità della morale stessa, alla quale conferisce una solidità che invano si cercherebbe negli altri sistemi d'etica, dai motivi unilaterali d'azione, astratti e senza forza. La morale teistica è efficace perché risponde bene alla natura.

Appunto perché perfettamente adatta alla natura umana questa morale ha prodotto tanti frutti di bene nel corso dei secoli e, a questo riguardo, la dottrina cristiana sostiene vittoriosamente il confronto con i sistemi morali, che pretendono d'essere più nobili, perché più disinteressati.

Come abbiamo detto, il tentativo d'eliminare dalla vita morale qualsiasi aspirazione alla felicità personale è destinato al naufragio, perché non tiene conto dei fatti più elementari della vita psichica e trascina fatalmente alla rovina della moralità. Simile tentativo è anche psicologicamente inattuabile, perché l'uomo può volere solo ciò che vede come bene proprio. Supponete qualcosa che in nessun modo sia un bene per l'uomo; l'uomo non potrà volerlo. Un atto di volontà assolutamente disinteressato, cioè che non presenta nessun rapporto di bene per noi, è psicologicamente impossibile. L'uomo tende necessariamente alla felicità perfetta, alla beatitudine, e nulla è più naturale di questo desiderio di felicità. Proprio per questo motivo Dio vuole che desideriamo il cielo e temiamo l'inferno. Perciò una morale che non tenga conto dell'aspirazione alla felicità, non è solo irreale, astratta e inefficace, ma anche falsa, contradittoria e sterile; inumana e contro natura, vuole costringere l'uomo a un atteggiamento superiore alle sue forze, gl'impone esigenze superiori ai suoi mezzi. Niente più pericoloso che voler violentare la natura, la quale alla fine sempre si vendica e prende il sopravvento. Una morale assolutamente " disinteressata " porta fatalmente alla trascuranza di doveri, a frequenti trasgressioni e ai peggiori eccessi, come dimostrano l'esperienza e la storia. Infatti gli stoici, col loro impraticabile rigorismo, non resero soltanto ridicoli se stessi, ma contribuirono a diffondere la dottrina epicurea; gli umanisti inglesi e italiani, quanto più 'Combatterono l'idea cristiana della beatitudine, più furono inclini all'utilitarismo grossolano d'un Machiavelli, o d'un Hobbes; accanto alla morale " disinteressata " del giansenismo, si vide nascere in Francia un sistema economico che faceva un diritto naturale del vantaggio personale più brutale; l'isolamento Kantiano della buona volontà e i successivi assalti contro il domma cristiano dell'immortalità dell'anima furono seguiti dal moderno eudemonismo, che si lascia travolgere dai sogni dell'evoluzionismo materialista, il quale fa della volontà una facoltà sensibile ed erige la gioia di vivere a movente morale.

È molto meglio non dimenticare che la morale è destinata a uomini e tener conto della natura com'è e non quale si vorrebbe che fosse. La morale è la scienza pratica che, più d'ogni altra, deve mirare alla realtà, e un sano realismo è sempre preferibile a un idealismo basato unicamente su astrazioni e illusioni.

D'altronde l'obiezione contro la " morale interessata a e i " movimenti di azione vili ed egoisti " perde molto valore davanti alla nozione esatta della beatitudine. La felicità sperata non si ottiene a scapito della felicità altrui e non consiste in un godimento unilaterale e nemmeno nella soddisfazione dei desideri volgarmente egoisti. Per il credente cristiano il cielo e l'inferno non sono, come per i musulmani, luoghi dove si accumulano gioie create o pene sensibili, ma sono prima di tutto luoghi di coabitazione con Dio, fonte di ogni beatitudine, o di separazione da Lui; anche il cristiano più semplice e meno istruito sa che la felicità del cielo è essenzialmente possesso di Dio; e se anche ammette che questa felicità essenziale aggiunge gioie e soddisfazioni accidentali, non resta meno vero che sopra la porta del cielo vede il " Venite a me " del divin Salvatore, come sopra le porte dell'inferno vede il terribile <i Lontani da me, maledetti ". Il desiderio della beatitudine è necessariamente subordinato all'amore di Dio e s'identifica con la glorificazione del Creatore. Chi nel cielo cercasse solo la sua sicurezza e soddisfazione personale, e non esitasse a rinunciare senza rimpianto a Dio, non sarebbe animato dal senso cristiano. Il cielo prima di tutto è il regno di Dio, e la beatitudine consiste essenzialmente nella visione beatifica, nella conoscenza, nell'amore, nell'adorazione e nella glorificazione di Dio.

Aspirando al cielo il cristiano non fa astrazione dalla gloria divina, né lo potrebbe fare senza cadere in un errore grossolano, senza deformare il domma della vita eterna; desiderando il cielo con ciò stesso desidera la glorificazione di Dio, perché in Lui troverà la beatitudine e la felicità. Considerato da questo punto di vista, l'unico reale, il desiderio del cielo perde il suo carattere egoistico e non ha nulla di comune con l'aspirazione mercenaria, che pensa soltanto a se stessa, solo in vista del proprio vantaggio.