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Gli errori dello spiritismo e della reincarnazione

Il laicismo

Elogio di Pio IX

Pio XII la "leggenda nera"

Il caso

Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

INVITO ALLA FEDE


PRESENTAZIONE

Come è detto nel titolo, questo piccolo libro è un invito a riflettere su temi che ciascuno di noi porta già dentro di sé e che certamente sono affiorati, almeno sotto forma di domanda o di dubbio, nella mente di tutti.

Sono i temi fondamentali della nostra esistenza e del nostro destino di uomini che esigono (questa è appunto la tesi del libro) la fede per essere compresi e risolti.

La fede non è, come pensano molti, una sorta di alienazione o di fuga dalle realtà terrene; al contrario essa presuppone queste realtà delle quali è anzi l'unica spiegazione e la più completa valorizzazione. Essere uomini di fede non significa essere meno uomini, ma essere uomini completi.

La fede è certamente un dono di Dio, ma va preparata e quasi attirata dentro di noi con la riflessione personale e con la preghiera.

Queste pagine, lungi dal voler imporre la verità a chicchessia, desiderano solo aiutare il lettore a formarsi personalmente le sue convenzioni e (perché no?) a formulare nell'inti­mo del cuore una segreta preghiera.

Ma a questo punto la fede avrebbe già fatto il suo ingresso nell'anima e il libro avrebbe esaurita la propria missione di invito per cedere il posto alla luce di Dio.

Don Angelo Albani

Don Massimo Astrua

 

 

 

I NOI SIAMO UN MISTERO A NOI STESSI

IL PUNTO DI PARTENZA di ogni riflessione che possa veramente illuminare la vita di ciascuno di noi, siamo noi stessi.

Le domande: chi sono io? perché esisto? qual è il mio destino? perché devo morire? che mi attende dopo la morte? e simili, sono il primo passo da compiere se vogliamo dare un senso alla nostra vita.

Ma, come vedremo, noi siamo incapaci di rispondere a tali domande.

Dopo secoli di riflessione filosofica su tale argomenti i punti interrogativi rimangono, e con essi rimani il mistero.

O meglio: rimane LA CONSAPEVOLEZZA DELLA NOSTRA INCAPACITÀ a svelare il mistero; il che è già un passo avanti, perché ci avvia sulla strada giusta: quella di rivolgere la domanda ad un "Altro" che ne sa più di noi (1).

(1) Qualche Lettore potrà a questo punto non condi­videre la soluzione da noi anticipata. Noi Lo preghiamo di voler terminare la lettura almeno di questo primo capi­tolo e di dare poi il Suo giudizio.

Esamineremo quindi - tra le tante - cinque realtà per noi misteriose alle quali non possiamo sottrarci, ma delle quali dobbiamo poter dare una spiegazione: che serve infatti all'uomo scoprire i misteri dell'atomo o quelli del cosmo se poi non riesce a chiarire i misteri della propria esistenza?

 

1 LA NOSTRA ESISTENZA È UN MISTERO

Ogni bimbo che viene al mondo si rirtova ad esistere senza saperlo.

Di fatto nessun uomo è libero di decidere se esistere o no.

E' NATO UN BIMBO. E' nato senza volerlo, anzi senza neppure saperlo: s'è trovato al mondo e nulla più!

Ogni giorno nascono sulla Terra più di centomila bambini come lui, ma nessuno di essi ha scelto di esistere.

NOI TUTTI SIAMO NATI COSÌ. Siamo al mondo senza averlo voluto; siamo nati da genitori a noi sconosciuti; siamo nati in un tempo e in un luogo non scelti da noi. Siamo nati mentre avremmo potuto non nascere...

Chi allora ha deciso la nostra esistenza? chi l'ha realizzata? chi ci ha donato questi genitori e non altri? chi ha stabilito che nascessimo in questo secolo e non in un altro?

Veramente la nostra esistenza è un grande mistero: un mistero che adombra la presenza di Uno che tutti ci sovrasta e ci domina, e che decide e realizza a suo piacimento la venuta nel mondo di ciascuno di noi (2).

(2) Il «mistero della nostra esistenza» non è legato tanto alla nostra esistenza «corporea», quanto alla nostra esistenza «spirituale».

Sappiamo infatti che il nostro corpo è il risultato di una evoluzione biologica che inizia col concepimento e cessa con la morte.

Ma in noi c'è qualcosa di più: ognuno di noi è «cosciente di esistere», «sa di essere lui» e non un altro; sa di possedere il proprio corpo come «suo», di essere «soggeto di azioni responsabili», di essere «persona».

Ebbene, è proprio in questo «avere coscienza di sé» («l'autocoscienza», come la chiamano i filosofi), in questo riconoscersi esistente come individuo, come un «io» personale distinto dagli altri, che si manifesta il mistero della nostra esistenza.

 

2 CIÒ CHE SIAMO È UN MISTERO

Divenuto grandicello, il bimbo si acorge di avere testa, mani e piedi. In realtà ognuno di noi è costretto ad accettare se stesso così come è.

PASSANO GLI ANNI: il bimbo si apre alla vita e incomincia a scoprire se stesso. Le sue mani, per esempio, cosi agili ed utili. I suoi occhi, che si aprono come due finestre sul mondo. E poi la sua intelligenza che legge il significato delle cose; e il suo potere d'amare...

NOI TUTTI CI SIAMO RITROVATI COSÌ; due mani per lavorare, due occhi per vedere... l'intelligenza e l'amore.

Nessuno di noi ha potuto sottrarsi dall'essere quello che è; noi tutti siamo stati costretti a subire noi stessi (3).

(3) Notiamo che anche i genitori sono costretti a «subire» ed «accettare» i propri figli così come sono: essi infatti non sono che semplici collaboratori di «Qualcuno» che li ha progettati e voluti così.

Chi allora ha deciso la forma del nostro corpo e le attitudini della nostra anima? Più ancora: chi ha deciso che dovessimo avere un corpo ed un'anima? chi ci ha ideati e voluti così?

Ancora una vola dobbiamo rispondere: Qualcuno più grande di noi, che ci ha fatti come meglio ha voluto, decidendo tutto per noi.

 

3 LA NOSTRA MORTE È UN MISTERO

Passano gli anni e il bimbo di allora è oggi un vecchio vicino a morire.

Anche l'invecchiamento e la morte sono realtà che tutti dobbiamo subire in silenzio. LA VITA È PASSATA VELOCE ed è giunta al suo termine: il bimbo di allora è oggi un vecchio che attende la morte. Anche noi - tutti, senza eccezioni - SAPPIAMO DI DOVER UN GIORNO MORIRE possiamo allontanarne il pensiero ma non la certezza; possiamo tentare di ritardarne l'evento, ma sappiamo di non poterlo evitare per sempre.

Davanti a un fatto così sconvolgente, così non voluto eppure così certo e così universale, ognuno si chiede: ma perché non posso vivere sempre? Chi ha stabilito che l'uomo debba morire, che io debba morire? (4).

(4) Nel problema della morte è contenuto anche il problema del male fisico: la morte infatti è come la «somma» di tutti i mali che ci possono colpire su questa terra.

Pertanto, alla domanda «Perché la morte?» devo aggiungere le domande: «Perché il dolore, specialmente quello degli innocenti, perché le malattie? perché le carestie, i terremoti, le alluvioni? perché le ingiustizie sociali, gli inquinamenti, la fame nel modo, le guerre?».

Di tutti questi mali (dei quali la morte è la somma) a noi preme ora non tanto stabilire causa (ma anche questa ci sarà svelata da «Colui che ci ha fatti», ed è il peccato), quanto piuttosto conoscere la loro «funzione» nella nostra vita concreta: il male fisico è un assurdo o ha uno scopo? è per noi solo una «perdita» o ha invece una sua «contropartita» che chiude il bilancio in vantaggio per noi? E vedremo che l'ipotesi giusta è proprio quest'ultima.

E di nuovo il pensiero corre a Colui che è padrone della vita dell'uomo e che ha scelto per l'uomo questo destino: un destino per noi misterioso e apparentemente crudele ma che non può non avere un suo senso e una sua spiegazione.

Un senso e una spiegazione che solo Lui può svelarci.

 

4 DOPO LA MORTE: UN ALTRO MISTERO

La tomba è veramente il traguardo finale della vita dell'uomo? O invece non è che un passaggio al di là del quale egli continua la pro­pria esistenza? ,,

QUANDO VERRÀ LA MORTE e il nostro corpo giacerà senza vita, che sarà di noi? Cadremo di colpo nel nulla come se mai fossimo stati, o continueremo ad avere la coscienza di esistere?

Cosa esperimenteremo in quell'istante supremo? Avverrà l'incontro con Colui che ci ha dato l'esistenza, o la Sua presenza continuerà a restare misteriosa per noi?

E inoltre, saremo felici per il bene compiuto e puniti per il male commesso? rivedremo i nostri cari e potremo restare sempre con loro?

NESSUNO PUÒ RISPONDERE a queste domande, neppure il più grande filosofo, neppure tutti i filosofi dell'umanità uniti insieme, perché nessuno di loro sa queste cose.

Sarà allora la nostra morte un salto nel buio?

È mai possibile che la conclusione di tutta la nostra esistenza di uomini, benché inevitabile, sia incerta come un gioco d'azzardo?

Ancora una volta il pensiero corre a Colui che ci ha fatti e ci ha fatti mortali. Lui - e Lui solo - sa quel che ci attende dopo la morte. Lui - e Lui solo - può dircelo.

 

5 IL SENSO DELLA STORIA UMANA

La Terra vista dallo spazio ci porta a riflettere sul senso della storia umana. Possibile che tutto finisca quaggiù? Ecco LA NOSTRA TERRA vista dallo spazio. Su questa piccola sfera vagante nell'universo l'umanità intera ha iniziato e vissuto la sua storia e si appresta a vivere il proprio futuro.

È qui che gli uomini hanno costruito le loro grandi civiltà ed è qui che queste civiltà sono, ad una ad una, crollate.

È qui che migliaia di generazioni umane hanno incominciato felici la propria esistenza, ed è qui che tutte sono ritornate ad essere polvere.

È qui che la nostra generazione guarda oggi fiduciosa al futuro, ma è pure qui che, domani, noi tutti saremo sepolti. QUESTO CICLO di nascita, di vita e di morte è essenziale all'umanità così come storicamente esiste. Qualunque progresso scientifico, qualunque conquista tecnica, qualunque benessere sociale realizzabile dall'uomo potranno ritardarne la conclusione, ma non annullarlo.

VIENE ALLORA DA CHIEDERSI: qual è il senso della storia umana? Possibile che tutto quanto l'uomo costruisce sulla terra non lasci traccia per lui al di là della morte? Possibile che l'umanità intera, a ondate successive, perisca nel nulla, dopo aver lavorato e sofferto per millenni sulla terra?

O invece la morte non è che una porta, al di là della quale la storia umana continua e trova il suo senso e il suo compimento?

A queste domande nessun uomo ha saputo rispondere, né mai lo potrà. Il mistero è più grande di noi. Le congetture e le ipotesi non possono certamente bastare. La risposta sicura va cercata al di fuori dell'uomo; meglio, al di sopra dell'uomo: in Colui che lo ha fatto.

 

II COLUI CHE CI HA FATTI

IL DILEMMA è evidente:

- o rinunciare a una spiegazione sul senso della nostra vita (e molta gente fa questa rinuncia...)

- o chiedere questa spiegazione ad un «Altro» che ne sa più di noi.

Di questo «Altro» abbiamo già intuito la presenza negli «interrogativi» che la nostra esistenza porta con sé.

A questo «Altro» abbiamo già dato anche un nome, e lo abbiamo chiamato «Colui che ci ha fatti».

Chiediamoci ora: QUESTO «ALTRO» ESISTE DAVVERO? Veramente oltre il mondo nel quale viviamo c'è un Essere dal quale questo stesso mondo dipende?

RISPONDIAMO DI SI, e ne vediamo ora il perché.

 

1- IL MONDO CI RIVELA COLUI CHE LO HA FATTO

1) UNA PREMESSA:

Ognuno di noi comprende benissimo che una cosa che ancor non esiste non può darsi l'esistenza da sé: sarebbe UN ASSURDO pensare il contrario. Dal nulla infatti non può nascere nulla.

2) UN FATTO:

L'ESPERIENZA Ci mostra però che ogni realtà che vediamo nel mondo è prodotta da un'altra realtà che già c'era prima di lei: le spighe del campo derivano dal chicco di grano, l'uomo deriva dall'uomo, gli astri attuali da precedenti formazioni di materia... Tutti gli oggetti che ci circondano sono frutto di trasformazioni (operate dalla natura o dall'uomo) di altri corpi preesistenti.

Di questo nessuno dubita.

3) LA CONSEGUENZA:

Eppure proprio da questa premessa e da questo fatto ammessi da tutti scaturi­sce una verità sulla quale non tutti riflettono: se ogni cosa deriva da un'altra che già c'era prima di lei, ALL'INIZIO di tutta la serie di cose prodotte DEVE ESISTERE UN ESSERE NON PRODOTTO DA ALCUNO, UN PRINCIPIO NON PRINCIPATO, CHE ESISTE PER PROPRIA VIRTÙ.

DIVERSAMENTE non sarebbe mai potuta iniziare la serie delle cose che vediamo nel mondo (1).

(1) I filosofi dicono le stesse cose introducendo i concetti di «relativo» e di «assoluto».

Tutto quanto esiste nel mono (essi dicono) non ha in sé la ragione della propria esistenza, ma l'ha in un altro dal quale l'ha ricevuta: la sua esistenza è cioè «RELATIVA » ad un altro.

Ma le realtà «relative», quando esistono (ed il mondo nel quale viviamo esiste), proprio perché non hanno in sé la ragione della propria esistenza, ci testimoniano l'esistenza di «un Altro» che ha in Sé la ragione della propria esistenza, che esiste da Se stesso, cioè di un «ASSOLUTO» senza del quale il mondo «relativo» non esisterebbe.

L'esistenza del «relativo» (il mondo) ci testimonia l'esistenza dell'«Assoluto», cioè di Dio.

IN TAL MODO, proprio la riflessione sulle realtà terrene ci conduce alla scoperta dell' "Altro" che esiste all'inizio di esse, e che vi esiste per propria virtù: ci conduce cioè alla scoperta di DIO.

 

2 - UNA DIFFERENZA IMPORTANTE: DA SEMPRE - DA SÉ

A QUESTO PUNTO può sorgere spontanea una domanda: SE l'universo nel quale viviamo fosse eterno, cioè ESISTESSE DA SEMPRE, che necessità vi sarebbe di un Dio creatore per spiegare l'inizio di tutte le cose esistenti?

Il dubbio è insidioso, ma è solo apparente e si dissolve riflettendo che altro è dire che una cosa esiste «da sempre» e altro è dire che una cosa esiste «da sé».

"Da sempre" si riferisce al tempo dell'esistenza di una cosa.

"Da sé" si riferisce alla causa che ha fatto esistere quella cosa (2).

(2) «Tempo» e «Causa» sono due concetti diversi che non interferiscono a vicenda, come ad esempio il «colore» e la «grandezza». Io posso avere un oggetto rosso piccolo oppure grande, senza che il colore rosso sia meno rosso nel primo che nel secondo. Allo stesso modo il tempo più o meno lungo dela esistenza di una cosa non elimina la necessità di una causa che faccia esistere quella cosa.

Ci sia consentita UNA IMMAGINE: Qualunque film, sia breve che lungo (e questo riguarda il tempo)... ... ha un autore, un "regista" che lo ha fatto (cioè una causa): diversamente il film non potrebbe esistere.

La lunga durata del film (tempo) non elimina la ne­cessità del regista (causa), ma anzi la presuppone ancor più, tanto che se ci fosse un film eterno, (ossia di durata infinita) si deve a maggior ragione concludere che anche il regista che lo ha fatto è eterno.

COSÌ AVVIENE DELL'UNIVERSO nel quale viviamo: quand'anche esso fosse eterno cioè esistesse da sempre (3)

(3) La scienza attuale non ha dimostrato l'eternità dell'u­niverso, e dispone anzi di elementi (Secondo e Terzo pricipio della Termodinamica) che inducono a concludere che l'universo nel quale viviamo ha avuto un inizio nel tempo.

- ciò non porterebbe a concludere che si è tatto da sé, ma al contrario, che la Causa (Dio) che lo ha fatto è essa pure eterna!

 

3 - COLUI CHE CI HA FATTI: L'INFINITAMENTE PERFETTO

SEGUENDO LA NOSTRA RAGIONE e riflettendo su noi stessi e sul mondo, Dio ci si impone come LA REALTÀ SUPREMA che esiste necessariamente e da sempre. Realtà totalmente diversa da ogni altra realtà che vediamo nel mondo, perché queste ultime "ricevono" l'esse­re, mentre Dio è "la Sorgente" del­l'Essere, Cioè L'ESSERE STESSO INFINITO. L'immagine del sole e dei raggi che da esso­ promanano può aiutarci a comprendere i rap­porti tra Dio, sorgente infinita di ogni perfezio­ne, e le creature che sono da Lui dipendenti e limitate nelle loro perfezioni.

Ne viene che mentre le realtà che vediamo nel mondo sono limitate nelle loro perfezioni ‹vitalità, potenza, sapienza, bellezza, bontà, felicità...), Dio invece È INFINITO nelle Sue perfezioni. Ciò significa che Dio è vita infinita, è potenza infinita (e come tale può realizzare tutto ciò che vuole, anche creare dal nulla), che è sapienza infinita, bontà infinita, felicità infinita... in una parola che è PERFEZIONE INFINITA (4).

(4) É ovvio che la «perfezione infinita» di Dio non si esaurisce nella vita, nella potenza, nella bontà, ecc. - tutti "attributi" che noi sappiamo essere in Lui perché li vediamo riflessi nelle cose da Lui create - ma sono infinitamente di più, sia nel numero che nella perfezione.

 

4 - L'UNIVERSO E' STATO CREATO DA DIO

Dio STA DUNQUE ALL'INIZIO di tutto l'Universo; questo lo abbiamo accertato senza ombra di dubbio.

Ora vogliamo chiederci: IN CHE MODO Dio ha dato inizio all'Universo?

A questa domanda una sola risposta è possibile: facendolo dal nulla, dato che precedentemente nulla ancora esisteva.

E "fare dal nulla" si dice "CREARE".

Da questo fatto scendono due considerazioni che fissano la nostra posizione di fronte a Dio.

Il raggio di luce dipende dal sole nel suo stesso esistere

1) L'Universo creato, e noi uomini in esso, DIPENDIAMO DA Dio per la nostra stessa esistenza; siamo cioè Sua proprietà nel senso più vero e Dio è veramente nostro Padrone e Signore.

II raggio di luce dipende dal sole nelle sue perfezioni (calore, luce, ecc.).

2) Tutto quanto c'è in noi di positivo, di buono, di bello, di vero, È PURA PARTECIPAZIONE della bontà, della bellezza, della verità infinita di Dio.

Ecco allora i due fondamentali ATTEGGIAMENTI che tutti noi dobbiamo assumere nei riguardi di Dio:

1) RICONOSCERE LA NOSTRA TOTALE DIPEN­DENZA DA Lui: Ognuno di noi deve confessare a se stesso che Dio è "il Tutto" e che noi (da noi stessi) siamo "il nulla".

Questo riconoscimento e questa confessione si esprimono nella ADORAZIONE di Dio, che è perciò il primo dovere dell'uomo, il primo omaggio alla verità.

2) RICONOSCERE CHE TUTTO QUANTO NOI SIAMO E POSSEDIAMO è "DONO GRATUITO" DI DIO.

Questo riconoscimento si esprime nel RINGRAZIAMENTO per quanto Dio ci ha donato e nella DOMANDA per avere ancora da Lui.

Il riconoscimento della VERITA - che si fa adorazione, ringraziamento e domanda - è il contenuto di ogni rapporto e di ogni nostro colloquio con Dio, cioè di ogni PREGHIERA: per questo l'uomo che non prega è fuori della verità.

 

5 - LA CREAZIONE E' STATA UN ATTO DI AMORE

QUANDO Dio ci HA CREATO DAL NULLA, non lo ha fatto per sé, ma per noi; non ha inteso accrescere la Sua felicità (ne lo avrebbe potuto, essendo già infinita!), ma donare a noi un raggio della Sua felicità.

La Creazione è stata UN ATTO DI ALTRUISMO, UN ATTO DI AMORE.

Tuttavia questo atto di amore di Dio non poteva avere come scopo SUPREMO che LA GLORIA E L'ESALTAZIONE DI DIO STESSO, e ciò per due motivi:

- anzitutto perché Dio non può subordinarsi alla sua creatura;

- e poi perché la creatura non può trovare la propria felicità se non in Dio, sorgente unica ed infinita di felicità.

Dio crea l'uomo per farlo felice; ma non può farlo felice se non unendolo a Sé.

COSI' DIO CI CREA PER FARCI FELICI, ma Cl FA FELICI CREANDOCI PER SÉ.

L'uomo, questa creatura che può pilotare liberamente la propria esistenza verso mete diverse, deve sapere e ricordare che l'unico porto ove lo attende la propria felicità è il "porto di Dio", e che di conseguenza l'unica rotta da seguire è "la volontà di Dio" su di lui.

L'OBBEDIENZA A DIO è quindi per l'uomo il massimo atto di saggezza, come la disobbedienza a Dio è la stoltezza suprema perché la prima lo conduce e la seconda lo distoglie dal conseguire la propria felicità.

 

III NOI E DIO

1 - L'INIZIATIVA DELL'UOMO: LA RELIGIOSITA' UMANA

CHIUNQUE, o perché illuminato dalle pagine precedenti o per suo proprio intuito, sia giunto a condividere i pensieri fin qui esposti e a riconoscere nel suo intimo la realtà di Dio, non potrà non porsi un altro problema: quello dei propri rapporti con Dio, cioè IL PROBLEMA RELIGIOSO (1).

(1) La parola "Religione" deriva dal latino «relegare» (legare insieme) e designa comunemente il legarne, ossia i rapporti che intercorrono tra gli uomini e Dio.

 

La religiosità egiziana è uno dei grandi tentativi compiuti dall'uomo per stabilire un proprio rapporto con Dio.

Gli uomini di tutti i tempi - anche se semplici e indotti - lo hanno affrontato ritenendolo il loro primo dovere di uomini, anche se poi lo hanno risolto in modo parziale e spessissimo errato:

- hanno cercato anzitutto di "identificare Dio", di scoprirne il volto e il luogo della presenza in mezzo a loro; e spesso lo hanno concretizzato nelle forze della natura o negli astri del cielo, e gli hanno eretto templi ove poterlo incontrare.

- poi hanno cercato di "stabilire un rapporto con Lui", che non poteva essere che di sudditanza, offrendogli il culto della preghiera e del sacrificio.

- da ultimo "hanno teso l'orecchio alla voce di Lui", pensando di udirla - e con ragione - nel dettame interiore della propria coscienza.

È nato cosi - per iniziativa dell'uomo - un "legame" nuovo con Dio, una "religione" appunto, che chiameremo "UMANA".

L'ORIGINE "UMANA" di questa religiosi­tà rende ragione di alcuni fatti oggi non bene interpretati:

1) del numero e della varietà di queste forme religiose.

Proprio perché nascono dall'uomo, ogni uomo è - per così dire - il fondatore della propria religiosità, anche se poi, nel corso dei secoli, le singole religiosità, sotto la guida di persone più dotate, si sono riunite in correnti religiose alle quali molti uomini ed interi popoli si sono aggregati.

2) dei loro difetti e dei loro limiti.

Proprio perché frutto della limitata intelligenza dell'uomo che vuol penetrare l'infinita Realtà di Dio, le religioni "umane" attingono solo parte della Verità e contengono inevitabilmente errori, assumendo talvolta, nella pratica, forme di culto aberranti e crudeli, anche quando l'intenzione era di rendere con esse omaggio a Dio.

3) del fondamento razionale di que­ste forme religiose.

Queste forme di religiosità, infatti, sono nate dall'uomo in quanto razionalmente consapevole della propria dipen­denza oggettiva da Dio, e non non sono affatto proiezione fantastica e irrazionale del proprio bisogno di sicurezza in un essere immaginario (2).

(2) Questa è appunto la tesi marxista sulla religione, secondo la quala l'uomo trasferisce (alienandosi) le sue aspirazioni alla felicità totale in una entità inesistente che immagina al di fuori di lui e che chiama Dio.

 

Per il marxismo (ma anche per tante forme di filosofie contemporanee che cercano nell'uomo la spiegazione di tutto), l'alienazione religiosa è quindi una "illusione", seguendo la quale l'uomo si allontana dalla realtà.

Ma questa tesi trova la sua confutazione proprio in ciò che è detto in queste pagine, nelle quali proprio la ragione umana ci ha condotti a capire che la vera e fontale Realtà è Dio e che solo avvicinandosi a Lui l'uomo può veramete realizzare se stesso.

Pur nella loro limitatezza e imperfezione queste religioni "umane" sono tuttavia lo sbocco più nobile della attività dell'uomo, e preparano il terreno nel quale potrà germogliare e fruttificare l'iniziativa di Dio.

 

2 - L'INIZIATIVA DI DIO: LA RELIGIONE DIVINA

DIO HA CREATO L'UOMO e l'ha creato bisognoso di Sé: bisognoso di cono­scerLo, bisognoso di adorarLo, bisognoso di ubbidirLo.

Le religiosità umane - delle quali abbiamo parlato - sono questo sforzo che l'uomo ha compiuto per incontrare Dio e stabilire rapporti con Lui, anche se ha dovuto cercare nel buio, come a tastoni, senza raggiungere mai certezze profonde e definitive.

MA SE IN QUESTO BUIO DIO ACCENDESSE UNA LUCE, se Dio prendesse Lui l'iniziativa di manifestarsi all'uomo, se gli parlasse di sé come un padre parla ai suoi figli, allora la ricerca di Dio sarebbe compiuta.

E QUESTO DIO LO HA FATTO: ha acceso la Sua luce nelle nostre tenebre e ci ha parlato de sé. Si è manifestato all'uomo senza ombra di dubbio, lo ha illuminato sui problemi fondamentali della propria esistenza e del proprio destino, ha stabilito con lui un legame autentico, una "RELIGIONE" che, essendo da Lui rivelata, chiameremo giustamente "DIVINA" (3).

(3) La religione "divina", cioé stabilita per iniziativa di Dio, si dice «rivelata» (da «revelare», togliere il velo) perché in essa Dio ci manifesta Se stesso, come se togliesse un velo che Lo nascondeva a noi.

Ci pare pure importante precisare alcune caratteristi che che distinguono la religione "divina" da quelle "umane":

1) Le religioni "umane" sono molte, tante quanti sono gli uomini o i gruppi di uomini che le hanno espresse; quella "divina" è una, come uno è Dio che l'ha rivelata e una è la Verità.

2) Le religioni "umane", proprio perché elaborate da uomini che non conoscono tutta la verità, contengono molti errori. La religione "divina" è invece infallibilmente vera, cioè rispecchia fedelmente la realtà.

3) Le religioni "umane" sono vie imperfette per raggiungere Dio e, come tali, incerte e provvisorie. La religione "divina" è la via perfetta che conduce a Dio e, come tale è sicura e definitiva.

 

4) Le religioni "umane" sono accettate da Dio, perché manifestazione della buona volontà di uomini che, senza loro colpa, ancora Lo ignorano; ma la religiobe "divina" è esigita da Dio da parte di coloro che l'hanno conosciuta, perché è l'unica espressione oggettivamente vera dei rap­porti tra l'uomo e Dio.

Ecco rappresentata simbolicamente la differenza tra le molteplici religioni umane (a sinistra) nate per iniziativa degli uomini che cercano Dio e l'unica Religione Divina, nella quale è Dio -. che si manifesta (si "rivela") all'uomo e gli comunica la Verità, su Dio e sull'uomo, senza errore ed in modo comprensibile a tutti.

Certamente per conoscere quale sia l'unica Religione "divina", ossia l'unica "vera", è necessario conoscere “1e prove razionali” (ossia comprensibili dalla ragione umana) della sua verità.

Queste prove le daremo nel capitolo IV, anche se, nel seguente n° 3 - allo scopo di poter valutare la forza delle stesse prove - anticiperemo la conclusione alla quale tali prove ci condurranno.

 

3 - LA RELIGIONE DIVINA E' IL CRISTIANESIMO

A questo punto vogliamo anticipare una affermazione che per chi scrive è certezza e per chi legge - se già non lo è - lo potrà (e lo dovrà) diventare:

QUEST'UNICA VERA RELIGIONE RIVELATA DA Dio, che sola ci fa conoscere Dio quale è veramente e che sola ci può perfettamente congiungere a Lui, È IL CRISTIANESIMO.

Il lettore chiederà: Le prove? Rispondiamo: le prove ci sono, e le esporremo. Prima però ci preme descrivere, condensandolo in pochissime righe, il Cristianesimo stesso: diversamente il lettore non potrebbe valutarlo in modo adeguato né in sé né nelle prove che Dio ci ha dato per garantirlo come proveniente da Lui.

Qual è dunque L'ESSENZA DEL CRISTIANESIMO?

La condenseremo in tre punti, strettamente legati tra loro:

Perché l'uomo potesse unirsi a Dio, Dio stesso si è fatto uomo in uomo Gesù Cristo realizzando in Cristo l'unione uomo dell'uomo con Dio.

1) Il Cristianesimo È LA PARTECIPAZIONE DELL'UOMO ALLA STESSA VITA INFINITA DI Dio, è la "divinizzazione" dell'uomo. Già sappiamo che l'uomo non può trovare la propria felicità se non unendosi a Dio, sorgente unica di felicità: ebbene, Dio ha voluto che questa unione dell'uomo con Lui fosse la massima possibile, cioè l'unione di vita.

2) Dio ha realizzato questa unione FACENDOSI LUI STESSO UOMO COME NOI e prendendo il nome di Gesù.

In altre parole questa «unione di vita», per un misterioso disegno di amore, è iniziata da Dio: Lui stesso ha voluto farsi uomo in Gesù Cristo il quale è così diventato il «primogenito» di molti fratelli, modello e causa della divinizzazione di ogni altro uomo (1).

(1) Perché il lettore possa comprendere il senso esatto di queste affermazioni, vogliamo qui ricordare i due principali Misteri della Fede cristiana:

1) Il Mistero della Santissima Trinità, nel quale ci è rivelato che l'unico Dio vive in tre Persone, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo.

2) II Mistero della Incarnazione, nel quale ci è rivelato che la seconda Persona della Santissima Trinità, cioè il Figlio, si è fatto uomo come noi, nascendo da Maria Vergin e prendendo il nome di Gesù.

 

3) Ogni singolo uomo che, nell'unica ed irrepetibile vita terrena, si RISOLVE LIBERAMENTE PER CRISTO, coopera con Dio a realizzare la propria divinizzazione.

L'adesione a Cristo inizia con la fede in Lui, si perfeziona con l'amore per Lui e si conclude nell'unione perfetta ed eterna con Lui, meta suprema della speranza cristiana.

Ecco dunque cos'è il Cristianesimo: È DIO CHE SI FA UOMO (IN CRISTO), PERCHÉ L'UOMO POSSA (IN CRISTO) DIVENIRE DIO (2).

(2) Questa espressione, che a prima vista può sembrare forte, rispecchia fedelmente la realtà: l'uomo, pur rimanendo «creatura», partecipa veramente alla Vita del suo «Creatore».

Tutto il resto, benché importantissimo, è orientato alla realizzazione di questo supremo disegno d'amore.

 

IV LE GARANZIE DI DIO

Ed eccoci ora alla domanda centrale: QUALI GARANZIE Dio ci dà che il Cristianesimo è veramente la religione divina?

Diciamo subito che le prove che Dio ci offre non sono così travolgenti da costringere il lettore ad aderivi. SI tratta piuttosto di segni validi, anzi validissimi, ma che richiedono, per essere accettati, la disponibilità personale di chi li esamina.

Il proverbio: «non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere», qui calza a pennello. Dio infatti si mostra solo a chi lo vuole sinceramente vedere e si nasconde a chi non vuol saperne di Lui.

Al lettore di buona volontà che si è messo sinceramente alla ricerca di Dio, noi esporremo ora alcuni di questi «segni», ognuno dei quali ha certamente le caratteristiche di uno speciale intervento divino, ma la cui forza probante appare completa quando venga considerato insieme con gli altri.

 

1 - IL «SEGNO» DELL'ANTICO TESTAMENTO

Tra le esperienze religiose dell'umanità ce n'è una che si stacca nettamente da tutte le altre: l'esperienza religiosa del popolo d'Israele.

Mentre infatti tutti gli altri popoli della storia esprimono religiosità che col tempo degradano e si fossilizzano, quasi contenessero in sé i germi della decomposizione, il popolo d'Israele vive una religione che non solo si conserva intatta nel tempo, ma che si perfeziona e si spiritualizza sempre più.

QUESTA ASSOLUTA ORIGINALITÀ DELLA RELIGIONE D'ISRAELE, testimoniata dai libri dell'Antico Testamento, si manifesta soprattutto così:

1) nella fede che questo popolo ha in un unico Dio, fede che conserva intatta nel corso dei secoli pur in mezzo a mille tentazioni di idolatria.

2) nell'attesa, crescente nel corso dei secoli, che si realizzino le promesse divi­ne, specialmente quella del Messia, cioè del Cristo salvatore (1).

(1) Per una lettura facile e dell'Antico Testamento, raccomandiamo il volume: Lettura Catechistica dellAntico Testameno, edito dalla Mimep-Docete di Pessano, curato da Mons. Enrico Galbiati, dove sono messi in rilievo i progressivi sviluppi storici e profetici dell'Antico Testamento.

Tutto ciò è espresso in modo semplice e quasi plastico da un grande biblista italiano (2),

(2) Galbiati-Piazza, Pagine difficili della Bibbia, Bevilacqua e Solari, Genova, 1954, pagg. 26-28.

 

al quale cediamo la parola, certi di affidare il lettore a un maestro che per la immensa cultura biblica e il profondo senso della storia merita la sua fiducia e la sua piena adesione.

«Supponiamo di controllare dall'alto di una collina, per lungo tratto, il corso di un fiume. Il fiume scorre largo e lento, e noi distinguiamo sulla superficie delle acque tronchi, rami frondosi divelti dalla bufera e detriti di ogni genere.

Tutto questo materiale si muove nella stessa direzione: la direzione della corrente. Di tanto in tanto qualche colpo di vento fa oscillare tronchi, rami e detriti: si urtano, sembrano retrocedere per un momento, qualcuno va ad arenarsi in un'insenatura e vi rimane come in riposo, mentre gli altri continuano il loro corso fatale, sempre nella stessa direzione, sempre alla deriva. È naturale, c'è la forza dell'acqua che li spinge: non può avvenire diversamente.

Ma ecco che fissando lo sguardo vediamo apparire, giù infondo dove vanno scomparendo i i tronchi e i detriti, un punto nero che avanza in direzione contraria e sta avvicinandosi lentamente. Che è mai ciò? Come può muoversi, non per qual­che istante, ma con movimento sicuro e continuo, sempre in direzione contraria alla corrente, aggirando abilmente gli ostacoli?

Non c'è che una risposta: quella zattera, o barca che sia, è guidata da un essere intelligente, capace di risalire la corrente, perseguendo una meta ben definita».

Dall'immagine, il biblista passa ora alla sua significanza storica:

«È cosi che scopriamo l'indizio non equivoco dell'avvenuto intervento divino nella storia religiosa dei popoli. Noi li vediamo deviare nei millenni sempre secondo le stesse direzioni fatali: la magia, la consuetudine, l'indifferenza morale. Di tanto in tanto c'è qualche oscillazione: qualcuno scopre un frammento di verità: il monoteismo di certi pensatori, l'amore degli Stoici per la virtù, la brama di purificazione del Platonismo, il disprezzo dei valori terreni presso i filosofi indiani. Ma nulla si oppone efficacemente all'universale degradare del senso religioso delle masse. Di tanto in tanto qualche tronco si arena e arresta il suo corso: sono le religioni consuetudinarie, fossilizzate in uno stato di quiete, senza rimorsi e senza speranze.

MA ECCO, IMPROVVISAMENTE, SPUNTA L'I­DEA MONOTEISTA in un piccolo clan, in una famiglia di seminomadi che fa la spola tra il deserto Siriaco e il sud della Palestina.

«Nessuna meraviglia - qualcuno commenta - e un caso, ma passerà: quel piccolo clan finirà per assorbire le idee dei suoi vicini...».

Ma dopo qualche secolo il clan è diventato un piccolo popolo ed ha ancora la stessa idea; in più ha una Legge, imperniata su quell'idea; un decalogo morale, e un luogo di culto. Qualcuno commenta:

«Strano! ma passerà; il contatto politico e culturale con i grandi popoli dell'Asia anteriore farà andare alla deriva anche Israele...».

Se non che, dopo qualche secolo ancora, in seno a quel popolo appaiono e Profeti. Altro fenomeno psicologico inspiegabile! Non è uno, non sono pochi sognatori; è una serie che si protrae nei secoli, svariatissima nei soggetti, sempre coerente e progressiva nell'idea.

La religione monoteistica è salva ed è ormai ben delineata: Provvidenza divina, impegno morale, retribuzione, messianismo.

FINALMENTE VIENE CRISTO: arriva come una persona attesa da secoli, col lieto messaggio della Redenzione uni­versale, coll'onda vivificatrice della Grazia, col sublime programma della Carità.

Il patrimonio religioso di Israele non solo è salvo ma potenziato ed impre­ziosito fino all'inverosimile, parte alla conquista del mondo».

Ed ecco infine l'interpretazione di questo fenomeno storico: «Domandiamoci ora lealmente: per­ché questa idea ha camminato contro corrente, procedendo sempre nella medesima direzione, come per seguire un piano prestabilito? Donde questa continuità di disegno in un viaggio mil­lenario? Perché questa idea religiosa non fu travolta nella comune deriva?»

E risponde:

«E' DIO CHE HA PARLATO! E' DIO CHE SI E' INSINUATO NELLA STORIA DEGLI UOMINI!»

 

2 - IL «SEGNO» DEL VANGELO

Il Vangelo - come sappiamo - è la narrazione, scritta da testimoni oculari o da persone che hanno interrogato i testimoni oculari, di quello che Gesù Cristo ha fatto ed ha detto. Il Vangelo è quindi prima di tutto un libro storico (1).

(1) Invitiamo il lettore che volesse avere qualche basilare notizia sulla Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) come documento storico, a leggere l'Appendice.

Usando quindi il Vangelo come documento che riferisce fatti realmente avvenuti, vogliamo mettere in evidenza DUE ASPETTI STRAORDINARI DELLA FIGURA DI CRISTO, inspiegabili senza riconoscere l'intervento divino a suo favore: e cioè l'avveramento in lui delle profezie antiche e il carattere unico della sua personalità.

 

1 ) IN GESÚ SI SONO AVVERATE LE PROFEZIE DELL'ANTICO TESTAMENTO.

Il primo fatto straordinario (inspiegabile umanamente e unico nella storia) è che l'Antico Testamento annuncia con anticipo di secoli la venuta di un uomo - il Cristo - nel quale «saranno benedette tutte le nazioni della terra» (Genesi, 22,18).

Di questo uomo l'Antico Testamento profetizza con precisione molti particolari che non avrebbero mai potuto essere realizzati a bella posta, perché indipendenti dalla volontà umana (come il luogo e il tempo della nascita e le circostanze della morte), ma che di fatto si realizzarono in Gesù Cristo.

1) IL LUOGO DELLA NASCITA: BETLEMME Michea 5,2 Luca 2,1-7

2) IL TEMPO DELLA NASCITA Aggeo 2,7 Luca 2,1-7 Daniele 9,24-27 Luca 2,1-7 Malachia 3,1; 4,5 Luca 2,1-7

3) NASCERÀ DA UNA VERGINE Isaia 7,14 Luca 1, 26-38

4) CIRCOSTANZE PARTICOLAREGGIATE CHE ACCOMPAGNANO LA SUA MORTE:

a) sarà flagellato, coronato di spine, sputacchiato Isaia 50,6 Giovanni 19, 11 Matteo 27, 27-30

b) subirà una ingiusta condanna a morte Isaia 53, 7-12 Luca 23, 20-25

c) le sue mani e i suoi piedi saranno perforati Salmo 21,17 Marco 15, 22-25

d) berrà fiele ed aceto Salmo 68, 22 Giovani 19, 28-30

e) nei suoi dolori sarà deriso Salmo 21, 8-9 Matteo 27, 39-44

f) le sue vesti saranno tirate a sorte e divise Salmo 21, 19 Giovanni 19,023-24

g) sarà trafitto da una lancia Zaccaria 12, 10 Giovanni 19, 31-37

5) RISORGERÀ DALLA MORTE Salmo 15, 8-11 Matteo cap. 28 (Mc. 16, Luca 24; Gv. 20).

A prova di ciò, nella pagina 48 abbia­mo elencato, nella colonna di sinistra, alcune di queste profezie dell'Antico Testamento, e nella colonna di destra la loro realizzazione in Gesù Cristo, come ci è testimoniata dai Vangeli.

A questo proposito ci piace qui ricordare ciò che quel grande genio che fu Biagio Pascal lasciò scritto nei suoi celebri "Pensieri": «Gesù è stato preannunciato, Maometto no. Per questo io credo in Gesù!» (Pensieri, n. 599).

 

2) GESÙ CRISTO È LUI STESSO GARANZIA DELLA SUA ORIGINE DIVINA .

Il secondo aspetto straordinario che accompagna la figura di Gesù è Lui stesso.

a) Coloro che hanno conosciuto Gesù (e furono moltissimi!) ce lo hanno descritto come un uomo perfetto, ed ancor oggi noi stessi, leggendo i Vangeli, non possiamo sottrarci al fascino del suo equilibrio, della sua bontà, del suo senso di giustizia, della sua profonda onestà e sincerità, della sua straordinaria unione con Dio: in una parola, della sua santità.

b) Ma c'è di più. Dalla bocca di Gesù è uscito un insegnamento che ha veramente risolto gli eterni problemi dell'uomo: da quello della sua origine a quello del suo desti­no, da quello dei rapporti con i propri fratelli a quello dei rapporti con Dio.

Anche i misteri del dolore e della morte cessano di esser indecifrabili e quadrano perfettamente nel suo inse­gnamento come tessere di un grande mosaico che, per la prima volta, ci rivela la nostra grandezza di uomini.

c) Ma c'è ancora di più. Durante la propria vita (e le prove sto­riche sono schiaccianti) Gesù ha operato meravigliosi gesti di potenza (i "segni miracolosi") che testimoniano l'intervento di Dio in suo favore: Gesù domina e comanda alle forze cieche della natura, guarisce i malati, fa risorgere i morti; soprattutto fa risorger sé stesso dalla morte; e tutto questo alla presenza non solo di amici, ma anche di nemici che mai hanno potuto negare e neppur dubitare della verità storica dei fatti.

Questi «gesti meravigliosi di potenza», tutti volti al bene degli uomini specialmente dei più sfortunati, non solo sono in perfetta armonia con tutto l'insegnamento di Gesù, ma sono compiuti proprio in appoggio al suo insegna­mento, specialmente alla sua dichiarazione di essere Lui, Gesù di Nazaret, il Figlio stesso di Dio fattosi uomo!

Davanti a un uomo che assomma in sé tanta santità, tanta sapienza, tanta misericordiosa potenza, come non «intuire» che li, in Lui, è la Verità che cerchiamo?

 

3 - LA CONVERGENZA DEI «SEGNI»

Se ora consideriamo tutti insieme i «segni» che abbiamo descritto, e cioè:

- la storia religiosa del popolo d'Israele che da secoli attende il Cristo Salvatore,

- le profezie dell'Antico Testamento e la loro particolareggiata realizzazione in Cristo,

- l'equilibrio umano e la santità della Persona di Cristo,

- la novità e sublimità inarrivabile del suo insegnamento,

- la rivelazione per l'uomo di un destino (il più alto possibile!) di divina felicità,

- la garanzia dei «segni miracolosi», ci accorgiamo che tutti convergono in un'unica testimonianza a favore di Cristo.

Ripetiamo: se questi segni, presi isolatamente, possono anche non avere per tutti una forza risolutiva, LA LORO CON­VERGENZA IN FAVORE DI CRISTO non può non lasciare pensosa un'anima retta e amante della verità.

Non siamo ancora alla fede, ma siamo alla consapevolezza che la fede in Cristo non solo è ragionevole e possibile, ma che è ormai divenuta la meta di una ricerca personale alla quale io non posso più, in coscienza, sottrarmi.

 

V IL MIO INCONTRO CON CRISTO

Il «centro» del Cristianesimo è dunque Cristo, Dio fattosi uomo.

Ma come può avvenire il nostro (il mio!) incontro con Lui?

Diciamo subito che questo incontro è qualcosa di unico nella vita di un uomo, proprio perché è l'incontro con Dio, e come tale si realizza in modo del tutto singolare.

Vediamone le linee maestre:

1) Nell'uomo nasce dapprima l'INTERESSE PER CRISTO.

Non però un interesse puramente intelletuale, di erudizione, ma personale, interiore, vitale.

Si ha l'intima percezione che Cristo è per noi, per me, colui che fin'ora c'è mancato e nel quale soltanto troveremo la soluzione di ogni nostro problema umano.

Questo interesse è suscitato in noi da Dio stesso: è un dono di Dio, è il primo appello alla fede.

2) A questa prima fase fa seguito (ma anche può sovrapporsi; i tempi, infatti, non contano in questo processo: possono essere lunghi o brevissimi) LA RICERCA DI CRISTO, non certo sui libri, ma nel popolo in cui Egli vive, ciò nella Chiesa.

C'è infatti un popolo che ha già incontrato Cristo, che già crede in Lui e già vive la Sua vita divina: ed è lì che bisogna cercarLo. È un popolo di uomini ancora peccatori ma che cammina sulla via di Dio, guidato da coloro (il Papa e i Vescovi) che fin dall'inizio Cristo ha stabiliti come continuatori della Sua missione divinizzatrice.

3) Se la ricerca sarà umile e sincera, se saprà, sotto la cenere delle debolezze che incontrerà, nella Chiesa, scoprire il fuoco della Parola e della Vita di Dio; si sarà perseverante nella preghiera, allora certamente avverà L'INCONTRO CON CRISTO.

Come avvenga questo incontro non è possibile dirlo in modo compiuto, ma solo adombrarlo:

L'uomo, per dono gratuito di Dio, INTUISCE CHI È GESU', l'onnipotente ed eterno Dio che si è fatto uomo per lui e che per lui è morto e risorto.

In quello stesso istante l'uomo RICONOSCE IN CRISTO IL SUO UNICO MAESTRO la cui parola, proprio perché parola di Dio, è da lui accettata con assoluta certezza come la Verità. Una luce nuova, proveniente da Dio, illumina la sua intelligenza che ora vede la realtà attraverso gli occhi di Cristo (1).

(1) La fede cristiana è uindi prima di tutto Fede in Cristo-Dio e, solo attraverso Cristo, in tutte le altre realtà divine da Lui rivelate.

 

Proprio perché la fede è un modo di vedere «divino», è cioè un dono di Dio che scende dall'alto, l'uomo non può meritarla, ma solo chiederla ed accettarla in ginocchio, nella preghiera.

E quello di PREGARE è proprio l'ultimo invito che rivolgiamo al lettore.

Tanti uomini (e tanti filosofi) sono rimasti o sono ritornati nel buio perché hanno voluto cercare da soli, irrigidendosi in piedi: se avessero piegato le ginocchia e chiesto aiuto, come il bimbo chiede aiuto alla mamma, sarebbero certamente «entrati nel regno dei cieli» (Matt. X8,3).

Amico lettore, se queste pagine sono valse a rompere il velo della indifferenza e della sfiducia che forse prima avvolgeva la sua anima, compia ora il gesto più bello e più dignitoso che un uomo possa compiere: si metta in ginocchio, e preghi almeno così:

«Signore, se ci sei, parlami al cuore, perché io ho bisogno di Te».

O ripeta con il povero padre del povero ragazzo che chiede a Gesù di guarirlo: «Signore, io voglio credere, ma Tu aiuta la mia incredulità!» (Marco, 9,24).

E poi si presenti a un buon Sacerdote che a nome di Cristo chiarisca i suoi dubbi, ma soprattutto le doni, col perdono misericordioso di tutti i peccati, l'amicizia e la Vita divina con la quale Gesù ardentemente desidera infiammare il suo cuore (Luca, 12,49).

Dopo questo, dimentichi pure tutto quello che ha letto fin qui, e prosegua nell'umile preghiera, finché «Colui che sta alla porta e bussa» (Apoc. 3,20) sia entrato a prendere definitivo possesso dell'anima sua.

 

APPENDICE PRIMA:

LA SACRA BIBBIA

In questa prima appendice vogliamo fornire al lettore le notizie fondamentali sulla BIBBIA.

La parola «Bibbia» sembra indicare un solo libro; invece essa deriva da un nome plurale: «biblia», che in greco vuol dire «libri».

Si tratta infatti di una piccola biblioteca formata da 72 libri, tra grandi e piccoli, 46 dei quali, scritti prima della venuta di Gesù, sono L'ANTICO TESTAMENTo, mentre i rimanenti 27, scritti dopo la venuta di Gesù, sono IL NUOVO TESTAMENTO.

Ogni persona istruita deve conoscere almeno i nomi, gli autori e la data di composizione di questi libri. Eccone quindi l'elenco secondo l'ordine comunemente seguito.

Al titolo di ogni libro abbiamo aggiunto l'indicazione del secolo o dell'anno in cui fu scritto: quando i numeri sono due, il primo si riferisce ai documenti più antichi contenuti nel libro, o alla sua prima fase di composizione; il secondo alla composizione o redazione definitiva. Infatti alcuni di questi libri ebbero una storia molto lunga e complicata: la loro composizione poté durare anche dei secoli.

 

LIBRI DELL ANTICO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

Il «Pentateuco», cioè i «cinque libri» attribuiti a Mosé: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio: sec. XIII-VI avanti Cristo.

Giosué: secoli XII-VII av. C.

Giudici: sec. XII-VII av. C.

Rut: sec. VII- VI av. C.

1° e 2° di Samuele: sec. XI-VII av. C.

i° e 2° dei Re: sec. VII-VI av. C.

i° e 2° delle Cronache (o Paralipòmeni): sec. VI av. C.

Esdra e Neemia: sec. V-IV av. C.

Tobia: sec. III av. C.

Giuditta: sec. II av. C.

Ester: sec. IV av. C.

i° dei Maccabei: circa il 140 av. C.

2° dei Maccabei: circa il 110 av. C.

LIBRI DIDATTICI

Giobbe: sec. V av. C.

Salmi: sec. XI-IV av. C.

Proverbi: sec. X- IV av. C.

Ecclesiaste (o Qoelet): sec. III av. C.

Cantico dei Cantici: sec. IV av. C.

Sapienza: circa il Zoo av. C.

Ecclesiastico (o Siràcide): circa il 190 av. C.

LIBRI PROFETICI

I quattro profeti maggiori: Isaia: sec. VIII av. C.

(i capi 4o-66 sono del secolo VI av. C.)

Geremia: sec. VII-VI av. C.,

con Baruch: sec VI av. C.

e con le Lamentazioni (o Threni): circa il 586 av. C.

Ezechiele: sec. VI av. C.

Daniele: sec. VI-II av. C.

I dodici profeti minori:

Osea: sec. VIII av. C.

Gioele: sec. V av. C.

Amos: sec. VIII av. C.

Abdia: sec. VI-V av. C.

Giona: sec. V-IV av. C.

Michea: sec. VIII av. C.

Nahum: circa il 620 av. C.

Abacuc: circa il 620 av. C.

Sofonia: circa il 640-630 av. C.

Aggeo: nell'anno 520 av. C.

Zaccaria: negli anni 520-518 av. C. (i capi 9-14 sono del secolo IV)

Malachia: tra il 500 e il 455 av. C.

 

LIBRI DEL NUOVO TESTAMENTO

LIBRI STORICI

I quattro Vangeli (o Evangeli):

Matteo: circa l'anno 50 dopo Cristo.

Marco: circa l'anno 55 dopo C.

Luca: circa il 60 d. C.

Giovanni: circa l'anno 65 d. C.

Gli Atti degli Apostoli: nel 63 d. C.

LIBRI DIDATTICI

Le quattordici Epistole (o Lettere) di S. Paolo:

Ai Romani: anno 58 d. C.

1 e 2 ai Corinzi: anni 56 e 57 d. C.

Ai Galati: anno 55 o 56 d. C.

Agli Efesini: tra il 61 e il 63 d. C.

Ai Filippesi: circa il 61 d. C.

Ai Colossesi: tra il 61 e il 63 d. C.

1 e 2 ai Tessalonicesi: anno 50 e 52 d. C.

1 e 2 a Timoteo: anni 64-65 e 66-67 d. C.

A Tito: circa l'anno 65 d. C.

A Filemone: tra il 61 e il 63 d. C.

Agli Ebrei: circa l'anno 67 d. C.

Le sette Epistole dette «Cattoliche»:

Di Giacomo: circa l'anno 49 (oppure verso l'anno 60)

1 e 2 di Pietro: negli anni 63-64 e 67 d. C.

1, 2 e 3 di Giovanni: verso il 100 d. C.

Di Giuda: circa il 63-64 d. C.

LIBRO PROFETICO

L'Apocalisse di San Giovanni: circa l'anno 95 d. C.

PERCHÉ IL LETTORE possa meglio comprendere la forza probativa dei documenti biblici in favore di Cristo, riassumiamo qui alcune notizie essenziali ordinandole in tre punti:

 

1) I TESTI BIBLICI SONO STATI SCRITTI IN «GENERI LETTERARI» DIVERSI: IN GENERE LETTERARIO STORICO, DIDATTICO, PROFETICO .

Come il lettore avrà osservato leggendo l'elenco dei libri della Bibbia, essi vengono tradizionalmente raggruppati in libri «storici», «didattici» e «profetici».

Questa divisione è stata fatta perché alcuni libri della Bibbia intendono rife­rire fatti storici, veramente successi, altri intendono solo dare un insegnamento, altri ancora enunciare avvenimenti futuri.

La divisione tuttavia non è rigidissi­ma: alcuni libri «storici» contengono parentesi «didattiche» o «profetiche» e viceversa. Talvolta ancora la storia è insegnata attraverso una composizione poetica (come il racconto della creazio­ne in Genesi 1 e 2, o come quella del pec­cato originale in Genesi 2).

Ad ogni modo quando risulta chiaro che l'Autore intende narrare fatti storici non v'è motivo per dubitare della loro storicità.

Ciò è particolarmente evidente - come dimostreremo in modo approfon­dito nella Appendice Seconda - nelle narrazioni evangeliche, scritte da testimoni oculari o da loro contemporanei degni della massima fede, e mai contraddetti neppure dai nemici di Cristo.

Se si aggiunge la perfetta concordanza tra gli avvenimenti narrati dalla Bibbia e quelli della storia profana, l'esatta descrizione dei luoghi, la perfetta conoscenza delle usanze e della mentalità del tempo, e soprattutto il credito straordinario che i Vangeli hanno riscosso tra i contemporanei fino a indurli a dare la vita per testimoniarne la verità, allora si

comprende che quanto detto nei Vangeli non è che la narrazione fedele di quanto e storicamente.

 

2) TUTTO IL TESTO BIBLICO È STATO SCRITTO SOTTO ISPIRAZIONE DI DIO, ED HA PERCIO' DIO COME AUTORE PRINCIPALE.

Questa affermazione - che ora spiegheremo - può essere accettata solo da chi ha già la Fede.

Per il credente, infatti, la Bibbia non è solo un documento storico-letterario (come abbiamo detto nei due punti precedenti), ma è anche e soprattutto il messaggio di Dio all'umanità.

Il popolo ebraico e poi Gesù Cristo stesso con gli Apostoli e la Chiesa hanno sempre ritenuto la Bibbia parola di Dio, e Dio stesso il suo vero Autore.

Ciò è potuto avvenire perché «Dio, per la composizione dei Libri Sacri... ha scelto degli uomini nei quali Egli stesso agiva... affinché scrivessero, come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva fossero scritte» (1).

(1) Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 11 a. Dio è quindi l'Autore Principale della Bibbia, perché ispiratore del messaggio in essa contenuto; mentre lo scrittore sacro è l'Autore secondario che ha espresso il messaggio divino nel suo proprio linguaggio umano.

 

Questa speciale assistenza di Dio è chiamata «ispirazione».

Nella «Ispirazione divina» l'assistenza di Dio si è estesa non solo alla mente ed alla volontà dell'autore umano, ma anche all'atto dello scrivere. Ne consegue che il criterio base per sapere quali cose Dio ci ha voluto dire (o, con parola tecnica, «rivelare») nella Bibbia, è di «ricercare con attenzione che cosa in realtà gli scrittori sacri, ispirati da Dio, abbiano voluto significare» (2).

L'INTENZIONE DEGLI AUTORI ISPIRATI sarà appurata tenendo conto:

1) del «genere letterario» (storico, poetico, didattico, ecc.) (3) nel quale l'autore sacro ha voluto esprimersi.

2) dell' «analogia della fede» (4), cioè del fatto che ogni passo della Bibbia deve essere in armonia e non in contraddizione con tutto il resto della Rivelazione divina: Dio infatti non può contraddirsi.

3) della «approvazione finale della Chiesa», la quale sola ha da Cristo il «divino mandato e ministero di conservare e di interpretare la parola di Dio» (5).

( 2) Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 a.

(3) Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 b.

(4) Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 c.

(5) Concilio Vaticano II, Cost. Dei Verbum, n. 12 c.

 

3) IL TESTO BIBLICO CHE OGGI NOI POSSEDIAMO RIPRODUCE ESATTAMENTE GLI ORIGINALI.

Tanto i libri dell'Antico Testamento quanto quelli del Nuovo Testamento non sono giunti a noi nell'originale scritto dagli Autori, ma attraverso copie fedelissime, alcune delle quali sono di solo qualche decennio posteriori all'originale.

Per l'Antico Testamento possediamo copie che risalgono al II secolo prima di Cristo, come il papiro Rylands del II secolo avanti Cristo ed i manoscritti scoperti nel 1947 a Qumran, sulla riva occi­dentale del Mar Morto tra i quali spicca il celebre rotolo scritto su pergamena (qui sopra) contenente le profezie di Isaia, anch'esso del II secolo avanti Cristo.

Per il Nuovo Testamento possediamo copie quasi contemporanee all'originale, il cui numero è enorme (solo dei Vangeli possediamo ben 4.680 manoscritti parziali e circa 230 completi). Ma data l'importanza che l'origine dei VANGELI ha per la nostra Fede, ne tratteremo in modo specifico nella APPENDICE SECONDA che segue.

 

APPENDICE SECONDA

I VANGELI

I quattro Vangeli - scritti da Matteo, Marco, Luca e Giovanni - sono la «Magna charta» del Cristiano, perché essi ci testimoniano l'esistenza, l'opera e l'insegnamento di Gesù.

Gesù stesso consacra i Vangeli come il Sui messaggio eterno di salvezza, superiore ad ogni altro messaggio umano «Il cielo e la terra (ossia qualsiasi dottrina che nasce dalle creature) passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13,31).

Ecco perché dobbiamo anzitutto conoscere come sono nati i Vangeli; poi dobbiamo accertarci che gli Autori furono bene informati e sinceri, ossia che quanto essi dicono è veramente avvenuto nella storia; e, infine, dobbiamo dare le prove che i loro scritti sono giunti integri fino a noi.

 

I - COME E QUANDO SONO NATI I VANGELI

Le persone che sono vissute con Gesù in Palestina 2000 anni fa, che hanno ascoltato le sue parole, che hanno assistito ai suoi miracoli, che l'hanno visto morire in croce, e poi l'hanno rivisto risorto, non hanno potuto tacere questa loro esperienza straordinaria, ma l'hanno raccontata a voce a quante più persone potevano e, appena fu loro possibile, hanno messo questi fatti per iscritto, affinché nulla andasse perduto.

É nata così, tra i discepoli di Gesù, cioè nella prima Comunità cristiana, una "tradizione orale" di quello che Gesù ha fatto ed ha detto, tradizione che, attraversando i secoli, è giunta fino a noi nella Chiesa (1);

(1) Si comprende quindi come l'autentica "fonte" dei fatti e delle verità contenute nei Vangeli è la "Tradizione orale" dalla quale i Vangeli stessi derivano.

 

Si comprende anche come l'autentica interpretazione dei Vangeli spetta alla Chiesa (ossia agl Apostoli con a capo Pietro e ai loro successori, i Vescovi con a capo il Papa), depositaria unica della Tradizione.

e che fu subito messa per iscritto nei quattro libretti che noi chiamiamo "Vangeli"

Ciò premesso, seguendo gli studi del celebre Padre Carmignac, possiamo così ricostruire la nascita dei quattro Vangeli:

GESU' nacque, visse e predicò la sua dottrina in Palestina, e qui morì crocifisso nell'anno 778 di Roma, corrispondente all'anno 30 dell'Era Cristiana.

Negli ultimi tre anni della sua vita, ossia negli anni 28, 29 e 30, Gesù predicò il suo Vangelo al popolo, raccogliendo attorno a Sé un piccolo numero di discepoli che divennero i testimoni privilegiati del suo insegnamento e di suoi miracoli.

Sicuramente, già in questi anni alcuni dei suoi insegnamenti furono messi per iscritto: si tratta della raccolta di detti del Signore che gli studiosi chiamano “fonte Q”, e che confluì poi nei Vangeli.

Tra gli anni 30 e 45, la divulgazione orale del Cristianesimo varca i confini della Palestina raggiungendo la Siria (dove, ad Antiochia, i discepoli di Gesù furono per la prima volta chiamati “Cristiani”, l'Asia Minore e la stessa Roma.

Ed è proprio a Roma che, verso l'anno 42, (lo dimostreremo più avanti) la predicazione di Pietro viene messa per iscritto in lingua ebraica da Marco, suo segretario e interprete. Questo primo Vangelo sarà poi tradotto dallo stesso Marco in lingua greca, e così giungerà a noi.

Attorno agli anni 50, in Palestina, l'apostolo Matteo scrive il suo Vangelo in lingua ebraica, Vangelo che sarà in seguito tradotto in greco, mentre negli stessi anni il discepolo di Paolo, il medi­co antiocheno Luca, scrive, forse in Grecia, il suo Vangelo in lingua greca.

Infine, tra gli anni 60 e 70, l'apostolo Giovanni scrive a Efeso il quarto Vangelo, integrando i tre già esistenti in base alla propria conoscenza diretta dei fatti.

Gli originali dei Vangeli non sono giunti fino a noi; ma ciò non deve meravigliare perché essi furono quasi certamente scritti su fogli di papiro che sono assai fra­gili e deperibili.

Però di essi ne furono fatte subito copie dagli stessi contemporanei degli evangelisti e poi, su su nei secoli, moltissime altre copie in modo che - come dimostreremo tra poco - il testo dei Vangeli che noi oggi possediamo rispecchia fedelmente quello degli originali.

La datazione dei Vangeli che qui abbiamo riferita è oggi comunemente ammessa dagli studiosi più seri ed obiettivi, specialmente dopo il ritrovamento degli antichissimi papiri che pre­senteremo in seguito. (Cfr. Carsten Thiede, Gesù, storia o leggenda?, Bologna 1992, pagg. 31-53. Hugo Staudinger, Credibilità storica dei Vangeli, Bologna 1991, pagg.31-51. Craig Blomberg, in: Indagine su Gesù, Casale 1991, pagg. 42­48).

Per la datazione di Giovanni prima dell'anno 70 (fino ad ora era ritenuto della fine del primo secolo) si veda quanto dicono il Thiede a pag. 37, lo Staudinger alle pagg. 42-43 e il Blomberg a pag. 47.

Si aggiunga che il grande studioso pro­testante Oscar Cullmann arretra la data­zione del Vangelo di Giovanni addirittura all'anno 50. (Cfr. l'intervista a Oscar Cullmann pubblicata sul Sabato del 20/02/93 a pag. 62).

Come si sa, una datazione molto più tardiva di tutti gli scritti del Nuovo Testamento era stata sostenuta, fin dall'i­nizio del nostro secolo, dagli studiosi di scuola illuministica (cfr. Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Roma 1952, pagg. 207-246) che, volendo negare la storicità dei fatti soprannaturali (come i miracoli) narrati nei Vangeli, sostennero che i Vangeli stessi non riferiscono ogget­tivamente i detti e i fatti di Gesù, ma solo ciò che una comunità cristiana (che non aveva conosciuto né Gesù né gli Apostoli) pensava soggettivamente di Lui. Per giustificare un tale punto di vista era ovviamente necessario ipotizzare una composizione molto tarda dei testi evangelici, attorno all'anno 100 o anche dopo. E questa ipotesi di datazione tardiva (oggi smentita anche dagli ultimi ritrovamenti archeologici) fece scuola e influenzò pur­troppo anche molti biblisti cattolici.

 

II - GLI AUTORI DEI VANGELI SONO PERSONE BENE INFORMATE E DEGNE DI FEDE.

Fin qui abbiamo detto cosa sono e come sono nati i Vangeli, ma ora dob­biamo dimostrare che i Vangeli ebbero come Autori persone che conobbero con esattezza i fatti e che erano degne di fede.

1) Ebbene, gli Autori dei Vangeli conoscono con esattezza le cose che scrivono essendo due di essi, Matteo e Giovanni, addirittura testimoni oculari dei fatti che narrano; mentre gli altri due, Marco e Luca, hanno messo per iscritto la testimonianza di persone che sono vissute a lungo con Gesù, Luca specialmente da Maria, mentre Marco da Pietro.

Inoltre, poiché gli Autori scrissero i loro Vangeli quasi subito dopo la morte di Gesù o, al massimo, entro i primi decenni quando ancora vivevano moltissimi testimoni oculari dei fatti che narrano, essi erano praticamente nella impossibilità di scrivere cose non vere, tanto che gli stessi nemici dei primi cristiani cercarono sì di perseguitarli imprigionandoli e uccidendoli, ma non poterono mai negare la verità dei fatti narrati nei Vangeli.

2) Che poi gli Evangelisti fossero persone degne di fede è dimostrato dal fatto che essi subirono persecuzioni e la stessa morte pur di non tradire la verità dei fatti da loro narrati.

Inoltre bisogna ricordare che la Chiesa - in mezzo al brulicare di moltissimi falsi vangeli (i cosiddetti "vangeli apocrifi") - scelse solo i Vangeli scritti da Matteo, da Marco, da Luca e da Giovanni come gli unici quattro auten­tici e veri: il che ci rassicura sulla credibilità ed onestà intellettuale dei loro Autori.

 

III - IL TESTO DEI VANGELI È STATO TRASMESSO FEDELMENTE FINO A NOI.

Se è certo che gli Autori dei Vangeli hanno scritto quel che hanno visto e udito, possiamo anche essere certi che i loro scritti sono giunti intatti f no a noi?

Ossia, possiamo essere certi che i nostri Vangeli di oggi riferiscono con esattezza i fatti che riguardano Gesù avvenuti in Palestina 2.000 anni fa?

Per rispondere a questa domanda ripercorriamo a ritroso, la "catena" dei testi evangelici, cominciando da quelli che oggi possediamo per discendere negli anni fino ai grandi Codici del IV secolo dopo Cristo, scritti su pergamena, ed ai numerosissimi frammenti di Vangelo scritti sui fragili papiri, che sono databili ai primi decenni dalla morte di Gesù.

 

A) I VANGELI CHE OGGI NOI POSSEDIAMO

E cominciamo dai testi del Vangelo che oggi abbiamo tra le mani.

Qui abbiamo riprodotto una pagina di un Vangelo come quelli che oggi ognuno di noi può acquistare in libreria.

Esso è in lingua italiana, nella traduzione ufficiale curata dalla CEI e fatta direttamente sul testo originale greco, la lingua nella quale i vangeli furono scritti (o nella quale furono tradotti dalla prima stesura in ebraico) ad opera degli stessi evangelisti.

 

B) I CODICI SCRITTI SU PERGAMENA NEL N SECOLO DOPO CRISTO

Si chiederà: dove i traduttori in lingua italiana hanno preso il testo originale greco? Rispondiamo che lo hanno preso dagli antichi codici del IV secolo dopo Cristo, scritti in lingua greca su pergamena e che contengono tutto il testo dei Vangeli.

La ragione per cui si dovette attendere fino al IV secolo dopo Cristo per scrivere i Vangeli su solidi fogli di pergamena è che solo nel IV secolo l'imperatore Costantino, con il rescritto di Milano del 313, concesse la libertà al Cristianesimo.

Solo allora i Vangeli (scritti prima nella semiclandestinità su economici ma fragili fogli di papiro) furono ricopiati sui più costosi ma solidissimi fogli di pergamena, e rilegati poi in forma di codice.

Di questi codici ricorderemo qui solo i tre principali: Il Codice Vaticano; il Codice Sinaitico e il Codice Alessandrino.

Il Codice Vaticano (B,03) cosiddetto perché fin dal secolo XV è conservato nella Biblioteca Vaticana.

É il più antico dei grandi codici del IV secolo ed è anzi considerato molto vici­no all'epoca dei manoscritti su papiro.

É scritto su 3 colonne e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, i quattro Vangeli integralmente e la maggior parte delle lettere degli Apostoli.

Il Codice Sinaitico (S,01), scoperto dal celebre papirologo von Tischendorf nel I Monastero di Santa Caterina sul monte Sinai. É scritto su 4 colonne.

É dell'inizio del IV secolo e contiene quasi tutto l'Antico Testamento, tutto il Nuovo Testamento.

Dopo molte vicissitudini è stato acquistato dal Museo Britannico di Londra dove è conservato.

Alcuni fogli mancanti dello stesso codice furono più tardi ritrovati a S. Caterina e qui conservati.

Il Codice Alessandrino (A,02) è del secolo V e contiene quasi tutto l'Antico Testamento e il Nuovo Testamento con solo poche lacune.

É pure conservato nel Museo Britannico di Londra.

L'importanza scientifica di questi codici del N secolo è illustrata in questo grafico.

Gli antichissimi frammenti di papiri evangelici (dei quali parleremo subito) furono ricopiati fedelmente, nel IV secolo (notiamo che nel N sec. i papiri del Vangelo erano numerosissimi ed erano ancora intatti), sui robusti Codici di pergamena, che fanno da "ponte" tra quelli e i Vangeli che noi oggi possedia­mo, ossia fanno da ponte tra Gesù e noi.

 

C) GLI ANTICHISSIMI PAPIRI EVANGELICI DEI PRIMI DECENNI DOPO CRISTO

Quel che ci resta ora da dimostrare è che questi codici del IV secolo riproducono fedelmente gli antichissimi papiri scritti nei primi decenni dopo Cristo. Ed è appunto quanto ci accingiamo ora a fare.

Come abbiamo accennato a pagina 69, di questi frammenti di papiri dei Vangeli - che vanno da Gesù al IV secolo - ne sono giunti a noi ben 4.680 parziali e circa 230 completi: ma il loro numero è destinato ad aumentare col procedere delle ricerche archeologiche.

Noi ne ricorderemo qui solo i principali, per dimostrare che il loro testo è riprodotto esattamente nei grandi codi­ci del IV secolo.

Questi antichi papiri - anche se piccoli - fanno infatti come da "tasselli di saggio" e confermano che tutto il testo dei Vangeli contenuto nei grandi Codici del IV secolo è fedele agli originali.

E incominciamo col mostrare il papiro Chester Beatty I (P45), ritrovato presso il Cairo nel 193o ed ora custodito nel Museo Beatty di Dublino.

Esso è legato in forma di codice ed è databile alla prima metà del secolo III. Contiene gran parte dei Vangeli di Marco e di Luca, e degli Atti.

Più antico del Beatty I° è il codice in papiro P66, detto Bodmer II perché

conservato nella Biblioteca Bodmer di Coligny, presso Ginevra.

É databile alla seconda metà del secolo II, forse anche verso il 15o d.C. Contiene i primi 14 capitoli del Vangelo di Giovanni, dai versi 1,1 ai versi 14,26 (mancano solo 24 versetti) e alcuni frammenti dei restanti 7 capitoli.

Più antico ancora è il frammento di codice P52, detto papiro Rylands, ritro­vato nel 192o nell'alto Egitto e conserva­to nella Biblioteca Rylands di Man­cester.

É scritto sui due lati e contiene alcuni versetti del capitolo 18 del Vangelo di Giovanni.

L'esame della scrittura e la prova al radio-carbonio 14 lo fanno datare all'e­poca dell'imperatore Adriano (137-139 dopo Cristo) se non prima. General­mente è ritenuto dell'anno 125.

Ma il più antico papiro contenente un testo del Vangelo è il 7Q5, così detto perché ritrovato nella settima grotta di Qumran e catalogato con il numero pro­gressivo 5.

Di esso, data la sua antichità ed importanza, ci occuperemo ora più a lungo.

Qumran è una località della Pa­lestina a Nord-Est del Mar Morto dove ai tempi di Gesù fioriva una comunità religiosa di monaci Esseni, del cui monastero rimangono ancor oggi nume­rosi resti.

Quando Vespasiano, nell'anno 66 dopo Cristo, in seguito alla prima solleva­zione dei Giudei contro Roma, iniziò la repressione militare che si concluse con la distruzione di Gerusalemme i monaci fuggirono da Qumran non però prima di aver nascosto, nelle numerose grotte naturali che costellano le alture a nord del monastero, i loro libri sacri racchiusi in anfore di terracotta ben sigillate.

Fu così che quei preziosi manoscritti sfuggirono alla distruzione e poterono giungere fino a noi.

Infatti, quasi 2000 anni più tardi, nel 1947, alcuni pastori beduini che erano saliti sui dirupi di Qumran alla ricerca di una capra, penetrarono in una grotta dove trovarono alcune anfore piene di rotoli tutti coperti di scritture antiche.

La scoperta attirò subito l'attenzione del mondo scientifico: le grotte, in numero di 11, furono ispezionate sistematicamente dagli archeologi: nella grotta n. 1 fu ritrovato il celebre rotolo di Isaia, scritto in ebraico su pergamena, risalente al I secolo avanti Cristo (vedi a pagina 69), mentre nella grotta ispezionata nel 1955, furono rinvenuti alcuni frammenti di rotoli di papi­ro eccezionalmente scritti in lingua greca.

Ma fu solo 17 anni dopo, nel 1972, che il celebre papirologo spagnolo, Padre José O'Callaghan, mentre stava lavo­rando alla catalogazione scientifica dei papiri greci dell'Antico Testamento, cer­cando di decifrare il 7Q5, scoprì che esso conteneva non un testo dellAntico Testamento ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo 6° del Vangelo di San Marco.

Ecco (pag.92 a sinistra)la trascrizio­ne in caratteri moderni delle lettere decifrate e la loro integrazione (qui evi­denziata) nel testo criticamente ricostruito e la traduzione italiana del passo:

«...avevano capito riguardo ai pani, ma il loro cuore era indurito. 53 E compiuta la traversata vennero a Genesaret e approdarono. 54 E quando...

Possiamo quindi affermare con cer­tezza che il papiro 7Q5 contiene il testo di Marco lo stesso testo che ritroviamo intatto nei grandi codici del IV secolo e che qui abbiamo messo in evidenza nel Codice Vaticano.

Ciò dimostra che la trasmissione del testo dei Vangeli si è mantenu­ta inalterata dai manoscritti del I secolo ai grandi codici del IV secolo e, da questi, fino ai nostri giorni.

Alla fine di questo nostro lavoro non ci resta che il dovere di precisare il meglio possibile l'anno nel quale fu scritto il papiro 7Q5.

In base ai dati storici esso è certa­mente anteriore agli anni 66-68 dopo Cristo, anni nei quali - come sappiamo - fu nascosto nella grotta 7 di Qumran.

Ma in base ai dati paleografici, ossia in base al tipo di scrittura, esso risulta ancora più antico: infatti i paleografi Schubart e Roberts hanno datato il 7Q5 attorno agli anni 50; e questo ancor prima che O'Callaghan lo identificasse con Marco 6,52-53.

Se poi, seguendo gli studi di Padre Carmignac, riflettiamo che il 7Q5 non è l'originale scritto in ebraico da Marco a Roma, ma una copia della sua traduzione greca giunta più tardi a Qumran, si deve concludere con lui che l'originale di Marco è ancora più antico e fu scritto assai prima dell'anno 50, forse tra il 42 e il 45, ossia a soli 10-15 anni dalla mor­te di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari dei fatti (Op.cit.pag.104).

Notiamo infine che la vicinanza dei manoscritti dei Vangeli ai fatti che narrano è, si può dire, un caso unico nella storia della trasmissione dei testi antichi. Se si pensa che eventi storici dei quali nessuno dubita, come le campagne di Giulio Cesare in Gallia da lui descritte nel De bello gallico, sono testimoniate da pochissimi manoscritti che distano 8 secoli dall'originale; e che le opere dei grandi poeti greci come Omero, Eschilo, Euripide e Sofocle e di grandi filosofi come Platone e Aristotile sono giunte a noi su copie scritte 1200-1300 anni dopo che fu scritto l'originale, allora dobbiamo convenire che i Vangeli sono, sotto l'aspetto delle fonti, i testi più sicuri che si conoscano.

 

CONCLUSIONE GENERALE

Queste conclusioni scientifiche si rivol­gono alla intelligenza dell'uomo, ma sono anche una premessa e una conferma che favoriscono la sua Fede nella verità divina dei Vangeli.

La Fede in Cristo è infatti sicuramen­te un dono di Dio, ma è un dono che si fonda su un fatto storico, su un Avvenimento concreto, l'Incarnazione del Figlio di Dio, così come la Tradizione della Chiesa e la testimonianza dei Vangeli ce lo annunciano.

Chi non ha ancora la Fede usi la Bibbia e i Vangeli come libri storici; ma quando la Fede avrà illuminato la sua anima, li legga come «parola di Dio» infallibilmente vera, e vi scoprirà, condotto per mano dalla Chiesa, tutto quanto il suo spirito può desiderare, ossia la Verità sulla propria esistenza terrena e sul suo destino eterno.