Impostazione del problema apologetico -
La fede soprannaturale e la possibilità
dell'Apologetica
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
II - LA FEDE SOPRANNATURALE E LA POSSIBILITÀ
DELL'APOLOGETICA
§
1. - Tesi protestante:
la fede, incontro di Dio con lo spirito solo.
Dottrina dei primi riformatori. - Com'è
noto, la Chiesa, per i riformatori, non è
un'istituzione sacra, dotata di autorità
divina, ma una società profana, certamente
voluta da Dio. dal momento che per sua volontà
il Vangelo deve essere annunciato, ma che,
come lo Stato o qualsiasi altra associazione
puramente umana, non ha il diritto di legare
le coscienze. Perciò, non è
la maestra che precede la fede, ma l'espressione
che la segue. Tra l'anima del protestante
e Dio, non ci deve essere alcun intermediario,
perché il fedele, ricevendo i libri
ispirati e comprendendoli secondo dò
che gli insegna il testimonium Spiritus Sancii
internum, crede che Gesù Cristo è
il Salvatore e che per Lui possiede la salute
inamissibile.
Questa
concezione luterana e calvinista in realtà
pone come intermediario indispensabile i Libri
Santi, ritenuti come verità assoluta.
Per secoli i teologi della riforma insegnarono
anche l'ispirazione letterale della Scrittura,
finché la critica storica e la filosofia
idealistica tedesca non abbatterono questa
teoria. Anche la logica interna del protestantesimo
sviluppava le sue conseguenze: la Bibbia è
un libro scritto, una data realtà;
quindi, come può avere il diritto di
assoggettare le anime a qualche cosa di creato?
Se cosi fosse, la lettera ucciderebbe la religione
dello spirito. Lasciando da parte gli Anglicani,
che sono in una situazione più complessa,
oggi tra i protestanti il fedele è
in rapporto diretto con Dio e la predicazione
di una Chiesa o la lettura del Vangelo, che
suscitano la fede, sono soltanto l'occasione
dell'incontro tra Dio e l'anima, cioè
della fede, che è strettamente personale
e strettamente spirituale. Ormai, la teologia
esclude l'apologetica, che un tempo era giustificata
dalla necessità di stabilire l'autenticità
e l'ispirazione della Scrittura, ma ora non
ha più senso, perché Dio solo
parla all'anima sola.
Evoluzione
del protestantesimo: Schleiermacher
e i teologi del secolo XIX. - Questo
vuoi forse dire che Dio si rivela ad ogni
fedele come si era rivelato agli Apostoli?
che ripete a ciascuno di coloro che Egli chiama
quello che ha detto nella Bibbia? o che si
unisce ad ognuno con grazie eminenti di orazione,
come quelle di cui vennero favoriti tanti
santi cattolici? La storia e l'esperienza
comune dimostrano abbondantemente che non
è cosi; e d'altronde, il protestantesimo
subiva troppo l'influsso della filosofia che
non gli lasciava rinnovare il montanismo o
Gioacchino da Fiore; quindi, trovò
più semplice spiegare l'incontro personale
dell'uomo con Dio identificandolo con ciò
che di fatto provano le anime religiose, e
facendo della fede una sola cosa con l'esperienza
religiosa dei singoli. Dopo Schleiermacher,
la teologia protestante del secolo XIX, fu
orientata soprattutto in questo senso in Germania
e in Francia, ove ebbe il suo rappresentante
in Augusto Sabatier. Una tale teologia non
ammette nessuna apologetica, dal momento che
la mia fede è quello che provo io quando
penso a Dio; il mio sentimento religioso,
per esprimersi, genera le concezioni che si
chiamano dommi e che riconosco nelle pagine
della Sacra Scrittura. I dommi sorgono dalla
fede anziché comandarla. Siccome nella
religione nulla è anteriore alla fede,
ogni tentativo di giustificare la fede in
nome della ragione è un'empietà,
e in nome della storia è una sciocchezza,
poiché a chi ha l'esperienza del divino,
è ridicolo darne la prova. Oggi, i
teologi protestanti sono i primi a stupire
che una tale dottrina abbia potuto dominare
il mondo della riforma per un secolo. Infatti,
se la fede consiste nei fenomeni soggettivi
che avvengono in me; se ciò che Dio
mi dice è unicamente quello che della
sua parola io credo di percepire nella mia
coscienza, non c'è criterio che mi
permetta di distinguere la fede da una qualsiasi
opinione profana o di affermare che Dio mi
si è manifestato. Solo una filosofia
panteista che identifichi Dio con l'universo
mi permetterebbe di affermarlo; ma, in questo
caso, tutti i fenomeni sono egualmente divini
e non c'è più ragione di assegnare
un campo speciale alla religione.
II
protestantesimo contemporaneo ritorna a una
concezione "estrinsecista " della
fede. - In questi ultimi anni, tra
i seguaci della riforma, sono sorte numerose
teorie leggermente differenziate, però
tutte concordi nel sostenere in modo assoluto
che la fede è un incontro strettamente
personale con Dio. Malgrado l'ingegnosità
dei loro autori, non possono aprire nuove
vie e si riducono sostanzialmente a negare
che l'incontro con Dio avvenga in modo cosciente,
e la fede che non ha nessun sostegno storico
e razionale, priva perfino di quanto ha di
realtà soggettiva, resta completamente
a sospesa in aria n; e, in questo caso, è
inutile dirlo, scompare perfino la nozione
di apologetica, che viene addirittura considerata
come un relitto del paganesimo greco; oppure
considerano l'incontro con Dio in quanto ha
alcuni segni dei fenomeni psicologici, pur
non consistendo essenzialmente in essi. È
facile vedere che questa posizione è
instabile e anche insostenibile. Se la fede
è un rapporto personale con Dio e si
manifesta con segni nella coscienza, non c'è
dubbio che questi segni devono essere opera
di Dio, e allora, bisogna tornare alla teologia
dell'esperienza religiosa di Schleiermacher;
oppure i fenomeni religiosi saranno senza
fondamento, senza valore, non verificabili,
ed eccoci alla teologia di Barth. Ad ogni
modo, in ambedue i casi, la fede è
l'incontro in cui Dio ci dice la sua Parola,
e quindi la fede riconosce e discerne la Parola
di Dio nella Scrittura e l'apologetica è
sempre un non senso. In definitiva, la Riforma
oggi è spezzata in due: per i a modernisti
", come si diceva quarantanni fa, la
Rivelazione è immanente e sgorga dalla
natura; per gli " estrinsecisti ",
la Rivelazione proviene talmente dal di fuori,
che non trova nulla di corrispondente nella
natura umana, che schiaccia.
Prendiamo,
un po' a caso, una delle innumerevoli Glaubenslehren,
La vita religiosa, dice il Lehmann, comincia
quando l'uomo pone il problema della propria
esistenza (1).
Secondo Erich Schader, noi siamo orientati
verso Dio dal desiderio della felicità,
dalla nostra insoddisfazione per le cose finite,
dalla tendenza a darci a grandezze superiori
a noi stessi e a dominare la natura; e accetteremo
la fede nascente in noi, come soddisfazione
dei nostri desideri e delle nostre tendenze.
Però è bene inteso che la fede
non è fondata su nessuna prova, ma
ci si dice che è confidenza, adesione
a una parola estranea per un'affermazione
decisiva; è ragionevole, piena di promesse,
Buona Novella che ci salva dalla miseria,
ci trasporta nella vita eterna e s'impossessa
di tutto noi stessi (2).
La razionalità della fede è
la sua esenzione dall'illusione, la conoscenza
della morte e del peccato. Relativamente a
Dio, la fede consiste nel riconoscere un'autorità
superiore a noi stessi, come pure nel riconoscere
la propria assoluta dipendenza e nel trovare
la salute e la vita eterna in quest'affermazione.
(1)
Der Glaube, eine Untersuchung der evangelischen
Religiosilàt, Karlsruhc, Brau, 1928.
(2)
Glaubenslehre fùr Gebitdete, Gutcrsloh,
Bertelsmann, 1933. Teoria quasi identica in
Martin Schulze, Grwdriss der evangelischen
Dogmatik, pp. 45-46 (Kònigsberg, 1931).
Veduta generale sulle teorie protestanti sulla
fede e bibliografia in Theodor OdenwalD, Proteslanliscke
Theologie, Ueberblick und EinfOhrung, pp.
7-17 e 66-97, Berlin-Leipzig, Walt-er de Gruyter
1923 (Sammlung Gòscheni.
La
fede è oscurità, rischio totale,
salto nelle tenebre, e cercarle un fondamento
scientifico significa sopprimerla, perché
si esercita in un campo dove la ragione dice
soltanto: ignoramus, ignorabimus. Lehmann
giunge a dire che la fede è assolutamente
indipendente dalla storia, e perfino che la
questione dell'esistenza storica di Gesù
non ha una particolare importanza per essa
(3). In realtà,
chi crede sperimenta che la fede compie la
promessa, perché da la nuova vita.
Altri
autori descrivono la fede in modo più
complesso. Secondo SchSder, la fede, in quanto
è confidenza personale e attiva in
Dio invisibile e nel suo Cristo, ci immette
sotto la sovranità di Dio e l'influsso
efficace di Cristo (4).
Schàder fa vedere il carattere esistenziale,
sociale, totale, incondizionato della fede,
e ne sviluppa le manifestazioni psicologiche.
Ma per nessun teologo la fede dipende dalle
prove razionali o dalle constatazioni storielle;
ma, sempre secondo Schader, che cita una frase
di S. Paolo nell'Epistola ai Filippesi (3,
12), consiste a nell'essere afferrati da Gesù
Cristo " (5).
La
teologia dialettica spinge fino in fondo questo
principio dei riformatori: nulla tra Dio e
l'uomo. Di qui, trae la conseguenza: nulla
di umano, nulla di creato nella Rivelazione.
Tanto il teologo che esprime la Parola di
Dio, come il fedele che pensa i dommi, li
trasforma in una costruzione umana, poiché
la parola di Dio non è qualche cosa
di espresso o di esprimibile, ma Spirito:
Dio è sempre soggetto, mai oggetto.
"Amico mio, dice Carlo Barth in una conferenza,
io ho fatto ciò che ho potuto per avvertirti
che la mia espressione e la mia negazione
non hanno la pretesa di essere la verità
di Dio, ma di testimoniare la verità
di Dio, che è al centro oltre ogni
si e ogni no "
(6). Quindi, per essenza, la fede è
superiore ad ogni misura razionale. Lungi
dal prendere le parole dei Pastori o della
Scrittura come suscettibili di prove, "
non ci facciamo illusioni, dice Carlo Barth,
dal punto di vista logico, siamo sullo stesso
piano dei postulati di Kant o dell'ideale
di una finalità storica " (7).
Barth ripete spesso che non c'è via
che vada dall'uomo a Dio; quindi, la fede
è il salto assoluto nell'abisso sconosciuto,
il rischio totale.
Conseguenza:
soggettività radicale della fede protestante.
- In teoria per i protestanti, la Rivelazione
e la fede sono un dominio religioso inaccessibile
alla filosofia. L'uomo precisa la sua fede
confrontandola con la Scrittura o con la fede
della comunità religiosa di cui è
membro e giudicando con la sua fede personale
ciò che deve accettare o rigettare.
Ma in realtà, in nome di che cosa opera
questo discernimento? Non può farlo
che mediante princìpi soggettivi, e
cosi avviene di fatto. Leggendo i teologi
protestanti, noi cattolici siamo assai sorpresi
nel vedere che la Scrittura e meno ancora
le confessioni di fede non sono affatto la
regola del credere. Il teologo e probabilmente
anche il fedele, in principio, della natura
della sua fede si fa una certa concezione
indubbiamente determinata dalle sue tendenze,
dalla sua educazione, dal genere della sua
pietà, simile all'intuizione centrale
bergsoniana, principio dei sistemi filosofici.
Come poi la filosofia parte dalla sua intuizione
e vi costruisce sopra tutto l'edificio, cosi
il protestante alla sua idea della fede aggancia
le proposizioni prerequisite e derivate da
essa, o più semplicemente, quelle che,
mediante un legame " organico ",
sono in grado di formare un tutto con essa.
In pratica, le teologie protestanti sono sistemi
razionali costruiti attorno a fatti soggettivi
(teologie più o meno tinte di psicologismo
e di storicismo), o attorno alla proposizione
" Dio paria " (teologia dialettica).
(3)
Ivi, nota, p. 52.
(4) Ivi, p. 36.
(5) Ivi, p. 35.
(6)Das Wort Goltes
und die Theologie, p. 172, Munchen, Chr. Kaiser,
1925.
(7) Ivi, p. 152.
V. la concezione della fede nella Dogmatik
di Barth, pp. 239-261
Miinchen, Chr. Kaiser, 1932. Noi abbiamo cercato
di dare una veduta d'insieme della
teologia dialettica in Reuue des Sciences
philosophiques et théologiques, aprile
1930.
Tuttavia,
non abbiamo difficoltà a riconoscere
un aspetto della verità che
Barth esprime molto bene nei volumi già
pubblicati della sua Kirchliche Dogmatik:
Gesù Cristo è la Parola e la
Rivelazione di Dio; la nostra adesione al
Cristianesimo è prima di tutto un'unione
vivente con la Persona di Cristo. Barth però
ha torto quando ne trae la conclusione che
i sistemi di idee che esprimono la Rivelazione,
per se stessi, non appartengono alla fede
(le definizioni dommatiche). Praticamente
però egli si lega talmente a questi
sistemi, che gli awersari talvolta lo accusano
di restaurare l'intellettualismo dei teologi
del secolo decimoterzo.
§
2. - Tesi cattolica: la fede, incontro di
Dio con tutto l'uomo. Concezione della fede.
-
Siamo d'accordo nel dire che la fede cattolica
è l'incontro dell'anima con Dio; che
essa giustifica l'uomo e lo giustifica gratuitamente,
come dice il Concilio di Trento, nel senso
che " la fede è l'inizio della
salute dell'uomo, il fondamento, la radice
di ogni giustificazione " (8).
Prima di avere la fede, non è possibile
avere nessuna specie di relazione vivente
con Dio, e l'uomo ignorerebbe perfino gli
elementi necessari a sapersi per arrivare
a Dio; dopo l'atto di fede, ogni cosa è
possibile nei rapporti con Dio, il quale comincia
la sua opera nell'anima. La conoscenza data
dalla fede, cioè la " sapienza
" e la " scienza " di cui S.
Paolo parla tanto spesso, specialmente nella
prima lettera ai Corinti (cc. 1-4) e in quella
ai Colossesi, sono " gli ocelli illuminati
del cuore ", " l'ammirabile luce
" in cui Dio ci ha trasferiti uscendo
dalle tenebre della morte, la conoscenza che
ci porta al fondo misterioso e allo scopo
della nostra esistenza, e che impegna le risorse
più nascoste della nostra anima. A
questo riguardo, ripetiamo ciò che
dicono Kierkegaard e Bardi.
Ber
noi cattolici però Dio rivolge la sua
Parola attraverso elementi di tutto il nostro
essere e di tutto l'essere creato. C'è
una preparazione alla fede, cui ci avvia il
mondo sensibile indicandoci il Creatore; ci
sono le condizioni alla fede: la ragione e
la libera volontà; c'è un veicolo
della fede: la storia; ci sono le prove: i
miracoli, le profezie, la trasformazione delle
anime e della società; un contenuto:
le verità della Scrittura, trasmesse
dalla Tradizione e promulgate dalla Chiesa;
un'autorità che dirige e regola la
fede: la Chiesa. Per rivolgersi a noi, Dio
si serve di tutto quello che abbiamo, di tutto
quello che possiamo, di tutto quello che siamo,
e si adatta a noi prolungando in qualche modo
il mistero dell'Incarnazione. I Cattolici
non chiamano l'azione sovrana di Dio nell'anima
con il nome di Parola, che i protestanti adoperano
e dicono intelligibile; essa è una
qualità che trasforma l'anima, la fa
diventare figlia di Dio ed è l'inchoatio
vitae aeternae su questa terra.
È
chiaro die questa concezione della fede è
più umana, e che è anche più
religiosa, non avendo bisogno di essere sostituita
da un succedaneo filosofia) e soggettivo e
perché l'uomo, diremo con Piatone,
in questo modo, giunge a Dio " con tutta
la sua anima ".
(8)
Sess. vi, e. 8.
Non
è nostro compito provarne il solido
fondamento, ma dobbiamo svilupparla alquanto
per trarne principi che riguardano l'apologetica.
L'oggetto
della fede. - L'oggetto della fede
è Dio, che siamo chiamati a vedere
faccia a faccia; la fede ha il compito di
condurci alla beatitudine, dandocene i principi
oscuri. Noi crediamo indubbiamente alla Vergine
Maria, all'azione di Dio nel mondo, alla Chiesa,
ecc, a ogni specie di verità che si
impongono alla fede per il loro rapporto con
Dio, che è perciò l'oggetto
essenziale della fede. Per il nostro intelletto,
l'essere prende la forma del vero, e crediamo
alla Parola di Dio perché egli è
la verità; perciò, San Tommaso
ha definito perfettamente l'oggetto della
fede dicendo che è Dio, Verità
Prima. La fede porta sulle cose invisibili
la prova delle cose che non si vedono, come
dice l'Epistola agli Ebrei (11, 1). Se la
fede ci portasse su proposizioni dimostrate
o fatti direttamente constatati, il divino
comando di credere e il merito della fede
perderebbero ogni senso, perché si
possono comandare solo le azioni libere. Tuttavia,
l'oscurità della fede non la rende
punto irrazionale, dal momento che anche i
misteri più nascosti ci sono parzialmente
intelligibili, altrimenti non potremmo nemmeno
pensarli e sarebbero estranei alla nostra
vita. La rivelazione di questi inconoscibili
totalmente estrinseci a noi sarebbe una specie
di gioco tirannico di Dio. Anzi, la fede presuppone
di essere preceduta e accompagnata da una
visione, e San Tommaso dice che crediamo propter
evidentiam signorum
(9). Su questo, il modo di agire di
Gesù e degli Apostoli, che parlano
sempre come se l'adesione alla fede fosse
determinata da argomenti, non lascia nessun
dubbio. Agli inviati di Giovanni Battista,
Gesù prova la sua missione mostrando
come i ciechi vedono, i sordi sentono e come
sia compiuta la profezia di Isaia che disse
che i poveri sarebbero stati evangelizzati
(10); Gesù
rimanda i Farisei alle sue opere, che sono
la testimonianza del Padre (Gv., 5, 36 sg.)
e a Mosè che ha parlato di Lui (ivi,
45-47); compie miracoli davanti alla folla
per giustificare le sue rivendicazioni (il
paralitico e la remissione dei peccati); e
vuole che si creda alla sua parola perché
è verace (ivi, 8, 14). Tutti i discorsi
di Pietro e di Paolo riportati dagli Atti
adoperano argomenti filosofici e storici per
provare la necessità di credere in
Gesù. Come si vede, Dio ha voluto adattarsi
alla nostra natura integrale, cioè
al nostro intelletto discorsivo, alla nostra
natura sensibile e sociale. L'apologetica
sarà quindi in parte empirica (constatazioni
personali, fatti storici), in parte deduttiva,
e in parte fondata sul fatto della Chiesa.
L'atto
di fede. - Per noi, l'atto di fede
è la questione più importante,
perché dalla sua natura dipendono la
natura, la divisione e i metodi dell'apologetica.
San Tommaso, prendendone la definizione da
S. Agostino (De praede-stinalione Sanclorum,
II), insegna che l'atto di fede (cum assensu
cogitare) racchiude due elementi: la ricerca
discorsiva comune all'opinione e al dubbio,
e la certezza, propria dell'intuizione (intelligentia)
e della scienza. Da una parte, vi sono conoscenze
e lo sforzo dell'intelletto per organizzarle
e penetrare oltre di esse; dall'altra, la
volontà assicura l'unità e l'assenso
che l'intelletto da sé non è
in grado di procurare (11).
(9)
2a 2ae, q. i, art. 4, ad 2.
(10)
Mt. 11, 2 ss. e testi paralleli di Mc. e Lc.
(11)
1a 2ae, q. 2. art. 1.
Compito
dell'intelligenza. - La pìslis,
fides, per la stessa etimologia, include certamente
prima di tutto la fedeltà. Nella Bibbia,
queste parole e i vocaboli ebraici che i Settanta
traducono con pistis, pistéuo,
in primo luogo significano la fedeltà
di Dio alle sue promesse, la veracità
della sua parola, la fedeltà dell'uomo
a custodire la parola di Dio, e quindi, la
sommissione del suo intelletto, la tenacia
del suo assenso. È vero che pistis,
pisléuo, hanno senso complesso e risonanze
molteplici, come del resto tutte le parole
vive; e se alle volte le armonie sembrano
coprire il suono fondamentale, è anche
vero che il suono fondamentale è proprio
il senso intellettuale di assenso. Gesù
a Nicodemo confida che Egli dice ciò
che sa e testimonia ciò che ha veduto,
e vuole che si creda non solo alle epìgeia,
ma anche alle epourdnia (Gv., 3,
10-12) che sono evidentemente le verità
riguardanti il mondo terrestre e il mondo
celeste. La parola della fede che noi predichiamo
(Rom., 10, 8) non è altro che il contenuto
di una predicazione. II posto eminente che
S. Paolo assegna alla gnósis, l'importanza
delle paradóseis, che egli ricorda
prima di imporre alla fede verità come
l'Eucarestia e la resurrezione dei morti (1
Con, cc. 11 e 15) provano che l'Apostolo proponeva
ai suoi ascoltatori una catechesi già
fissata dalla Chiesa, alla quale si riferivano
i discorsi degli apostoli e dei didascali.
La celebre definizione della Lettera agli
Ebrei (11, 1) enuncia l'elemento intellettuale
della fede (la prova delle cose che non si
vedono), dopo averne messo in luce l'elemento
volontario (elpizoménon upó-stasis).
La
fede è atto libero. - L'adesione
alle verità rivelate è realmente
un atto di libera volontà, perché
il volere interviene certamente in ogni determinazione
dell'intelletto, dal momento che pensare significa
agire e agire è volere. Per formulare
il minimo giudizio, è necessario che
io voglia unire soggetto e predicato. Come
dicevano gli scolastici, il giudizio è
un atto specifico dell'intelletto e un atto
elicito della volontà. Però,
nell'atto di fede, la volontà non ha
soltanto questo compito universale, ma il
compito specialissimo di supplire all'inevidenza
delle verità della fede. I rimproveri
che Gesù rivolge a Nicodemo e ai Farisei,
le minacce a Betsaida e a Corozain, il suo
pianto su Gerusalemme, hanno senso solo dal
fatto che questi individui e queste città
infedeli potevano, dovevano e non volevano
credere. Del resto, l'esperienza attesta abbastanza
che l'atto di fede è libero, senza
che questo significhi che il volere si decida
a credere spinto da una mozione arbitraria,
priva di valide ragioni. Molti scrittori ostili
al cristianesimo pretendono che l'atto di
fede sia un'intrusione disonesta del desiderio
che finge di riconoscere come vero ciò
che l'intelletto non ha motivi di ammettere
come vero. L'accusa forse non è ingiusta
se mossa ad alcune scuole protestanti, ma
è una menzogna se lanciata contro il
cattolicesimo. Il volere non ha il compito
di affermare ciò che sappiamo falso
o improbabile, ma: 1. di escludere i motivi
di dubbio sempre facili a trovarsi anche quando
siamo perfettamente certi; 2. di far considerare
i motivi che abbiamo per assentire a una verità;
3. di metterci nelle disposizioni morali necessarie
a capire e interpretare giustamente le verità
che Dio ha rivelato.
La
fede è opera della grazia.
- Crediamo perché lo vogliamo. Credere
è un'opzione e un'opzione meritoria.
Con questo, il Nuovo Testamento insegna pure
che la fede non è assolutamente il
frutto d'un'iniziativa umana: "Nessuno
può venire a me, dice Gesù,
se non lo attira il Padre " (Gv., 6,
44). È anche noto come S. Paolo insista
sul fatto che l'uomo non può gloriarsi
di nulla, né cominciare alcunché
riguardo alla sua salvezza se non è
prevenuto da Dio. Come si possono accordare
l'attività e la libertà dell'operazione
umana con l'iniziativa assoluta di Dio e con
il suo dono assolutamente gratuito, è
un mistero, ma non una contraddizione. Alcuni
protestanti, per salvare la pienezza dell'azione
di Dio, negano totalmente l'attività
e la libertà della fede dell'uomo,
e quindi, negano formalmente le asserzioni
di Gesù Cristo e l'insegnamento dato
dalla Chiesa per quindici secoli. L'attività
di Dio non annulla l'attività e la
libertà umana; Dio anzi ci da l'agire
liberamente.
Armonia
dei tre fattori dell'atto di fede.
- Come si possono spiegare le parole di Gesù:
" Beati coloro che credono senza aver
veduto " (Gv., 20, 29) se la fede è
l'opera dello spirito umano che si risolve
seguendo motivi ragionevoli? Prima di tutto,
la parola di Gesù non oppone affatto
il rischio assoluto, la Wagnis senza luce
dei protestanti, alla fede cattolica fondata
su prove; ma la visione materiale e grossolana
alla fede che si affida alla testimonianza
di Dio. Possiamo affidarci a Gesù sedotti
dai suoi prodigi; ma piegarsi cosi davanti
al Taumaturgo non significa esattamente credere
di cuore a Lui, abbandonarsi alla sua guida,
entrare pienamente e gioiosamente nel suo
moto e nel suo pensiero. Conversioni siffatte
non resisteranno alla prova; per questo, Gesù
biasima la fede die poggia solo su questo
fondamento. " Se non vedete miracoli
e portenti, non credete " (Gv., 4, 48).
In realtà, questo significa accettare
soltanto l'esterno della sua parola e ammetterla
per un motivo diverso dal beneficio che contiene;
significa seguire Gesù come schiavi
o cortigiani, ma non come figli; significa
obbedire a Lui per timore o interesse, non
per amore. È anche scritto : "
Beati coloro che credono senza aver veduto
".
"
Non i loro occhi, ma il lume spirituale della
parola induce costoro a credere. Udendo Gesù
esporre i suoi "misteri", sentirono
il loro cuore illuminato e infiammato; per
essere conquistati da Lui, non gli chiesero
un atto di forza, ma percepirono lo splendore
irresistibile della verità. È
possibile non essere con Lui con tutto il
cuore? Nel loro intimo sono in comunione con
il suo pensiero e la sua volontà. Ad
essi non occorre nessuna prova esterna, perché
hanno percepito lo splendore del sole che
ha brillato, e per scoprirlo non hanno bisogno
di lampada. La Parola di Gesù non sa
che farsene di una testimonianza forzosa,
perché è testimone a se stessa"
(12).
Perciò,
il merito della fede non è legato alla
sommissione imposta dalla violenza dei prodigi,
ma all'amore per la verità. I concetti
giovannei di fós e di aléteia
come pure la gnósis e la sofia di S.
Paolo, indicano che la fede entra attraverso
la ragione illuminandola. San Tommaso, applicando
la teoria della virtù e della passione,
ci da la soluzione psicologica del problema,
quando dice che un motivo razionale diminuisce
il merito se eccita o determina a credere
una volontà disposta solo mediocremente;
ma se la volontà ama la Verità
Prima e vi si attacca, la ricerca dei motivi
razionali, è molto lungi dal diminuire
il merito, che anzi accresce (13).
Basta riflettere un po' su noi stessi, per
vedere subito quanto è giusta questa
dottrina. I motivi addotti per fondare l'autenticità
e l'autorità della Rivelazione non
possono dimostrare dei dommi, che conservano
sempre il loro carattere misterioso, poiché
non si crede perché si capisce, ma
perché lo ha detto Dio.
(12)
O. LEMARié, Éludes de psychologze
religieuse, pp. 133-134.
(13)2a 2ae, q.
2, art. io, con la risposta ad 2.
Le dimostrazioni che si danno nei preamboli
della fede hanno precisamente il risultato
di chiarire l'autorità di Dio rivelante,
il fatto della rivelazione e l'obbligo di
credere; e siccome non diminuiscono la carità,
non diminuiscono neppure il merito, che anzi
accrescono in proporzione della carità
che li ha cercati e compresi.