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l'insegnamento di gesu'
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection CAPITOLO
I. - GENERALITÀ L'insegnamento
di Gesù è l'insegnamento di
Dio. -
Esso si presenta come tale e come tale dev'essere
preso per essere capito. Gesù
lo disse: " La mia dottrina non è
tanto mia, quanto di Colui che mi ha mandato;
chi vuoi fare la volontà di lui conoscerà
se tale dottrina viene da Dio o se io parlo
di mia autorità " (Gv., 7, 16-17).
La lettera agli Ebrei comincia ricordando
questa verità così grave: "
Iddio, che negli antichi tempi aveva parlato
a più riprese e in molte maniere ai
nostri padri per mezzo dei profeti, in questi
ultimi tempi ha parlato a noi per mezzo del
Figliolo, che costituì erede di tutte
le cose, mediante il quale ha anche creato
il mondo. Questo Figlio, che è l'irradiazione
e l'immagine della sua gloria, e l'impronta
della sua sostanza, e che tutte le cose sostiene
con la potente sua parola, dopo averci purificati
dei peccati, si è assiso alla destra
della divina maestà nel più
alto dei deli " (Ebr., 1, 1-8). Celso
si burlava dei giudei e dei cristiani, i quali
hanno la pretesa d'essere gli unici a possedere
un insegnamento divino. Non
è proprio un caso da burla, perché
l'insegnamento deve giovare a tutti. In linea
di diritto ci dovrebbero essere soltanto i
cristiani, e ogni uomo ha il dovere di ricevere
l'insegnamento dell'Inviato di Dio. Noi non
disprezziamo nessuno, perché sappiamo
che i nostri peggiori nemici si possono convenire
e ci possono precedere nel regno di Dio; perciò
non c'è nessun insegnamento divino
che interessi soltanto una categoria di uomini.
Come diceva Gesù: et Non vogliate essere
chiamati Rabbi, perché uno solo è
il vostro Maestro e tutti voi siete fratelli.
E non chiamate padre vostro alcuno sulla terra,
perché uno solo è "Il vostro
Padre, quello celeste. Né vi fate chiamare
dottori, perché uno solo è il
vostro Dottore, il Cristo " (Mt., 23,
8-10). Se leggiamo il testo precedente direi
" verticalmente " (e aedo questo
sia conforme a una delle leggi del parallelismo
semitico, sul quale vorrei ritornare), si
vede che ormai sulla terra nessuno ha il diritto
di mettersi sopra gli altri e di prendere
l'atteggiamento tanto caro ai dottori d'Israele,
poiché c'è soltanto più
un essere che possa e debba essere chiamato
Maestro e Padre (spirituale) o Dottore, e
quest'essere è contemporaneamente il
nostro Padre, che è nei cieli, e il
Cristo, in quanto è vero che la dottrina
di Cristo non è altra cosa da quella
di Dio. Quindi
l'insegnamento di Gesù è lo
stesso per tutti e mira a tutte le generazioni,
" È più facile che passino
il cielo e la terra, anziché un solo
apice della legge cada a vuoto " (Le,
16, 17). Egli si rivolge a tutto l'universo:
" Verranno da Oriente e da Occidente,
da Settentrione e da Mezzodì, e si
adageranno a mensa nel regno di Dio "
(Le, 13, 29). Possiamo dire altrettanto delle
dottrine del Vecchio Testamento? L'Antico
Testamento. - Qui potremmo anche
lasciare da parte la questione, poiché
trattiamo soprattutto dell'insegnamento di
Gesù. Egli però non venne ad
abrogare la Legge né i profeti, e la
Chiesa ha conservato come sua la biblioteca
sacra d'Israele. Perché
noi rigettiamo gli scritti religiosi dei Cinesi,
dei Giapponesi, dei Persiani, degl'Indù,
dei Greci, dei Romani, dei Celti, dei Germani,
degli Egiziani, dei Fenici, Ittiti, Assiri,
Babilonesi, Sumeri, per conservare soltanto
le opere di Mosè, d'Isaia e degli altri
autori ebrei o giudei? Perché
leggiamo con rispetto questi libri, quando
annettiamo così poca importanza ai
libri giudaici, ad esempio alle parabole di
Henoc o agli scritti talmudici? Noi
conserviamo la Bibbia di Gesù e degli
apostoli, pur riconoscendo che nei libri del
paganesimo o del giudaismo permangono resti
di verità primitive comunicate da Dio.
Ma accanto a questi barlumi quante tenebre!
Attorno a queste verità quanti erroril Nonostante
che l'errore più diffuso fosse il politeismo,
vediamo che Abramo adora il vero Dio e che
i patriarchi sono preservati dall'idolatria.
Nel secolo XIII Mosè viene a conoscenza
del nome di Dio, che si chiama (" Io
sono a e che d'ora in poi sarà chiamato
" Jahvè ", cioè "
Egli è ". Il popolo, con il quale
Jahvè si degna stringere un'alleanza,
ha la missione di conservare l'insegnamento
divino, il cui primo articolo è l'unità
di Dio. Questa economia e pedagogia, come
dirà San Paolo, si spiega in quanto
è preparazione all'era cristiana e,
nonostante molte infedeltà, si conserverà
" un resto " e da Sion uscirà
la legge religiosa che dovrà governare
tutte le nazioni, " perché, come
dirà Gesù alla donna di Samaria,
la salute deve venire dai giudei ". L'insegnamento
di Gesù s'impone dunque ai gentili,
a tutti i gentili, ma anche ai giudei, perché
è lo stesso insegnamento di Dio, che
ha consecrato Gesù (il domma dell'Incarnazione
ci fa intravvedere che cosa significhi questo)
e lo inviò nel mondo a diffondere la
piena luce e a dare tutto il suo valore alla
luce antica, la quale si presentava come un'aurora.
Gli scritti dell'Antico Testamento (che spesso
sono soltanto il compendio succinto di ardenti
predicazioni orali) orientavano ii pensiero
e il cuore verso l'era messianica. Non parlo
soltanto di questo o di quell'oracolo o profezia
propriamente detta riguardante il Cristo,
ma penso a tutta la Bibbia e a tutto il suo
contenuto, che è una promessa divina
d'ordine religioso, che interessa il mondo
intero. Sfortunatamente i depositari della
promessa le diedero arbitrariamente un senso
materiale, particolarizzato, strettamente
nazionalista e molto, troppo, terreno, a Venne
la vera Luce tra i suoi, e non la ricevettero
" (Gv., 1, 9-11). Oggi i giudei attendono
ancora Colui che è venuto tra loro... CAPITOLO
II. - L'INSEGNAMENTO DI GESÙ; SUA NOVITÀ
E TRASCENDENZA IN CONFRONTO DEL GIUDAISMO Gesù
esercitò un influsso unico sul pensiero
religioso, ed è impossibile trovare
nella fede cristiana una sola concezione che,
a contatto con Lui, non sia stata elevata
e trasformata (1). Questa
verità è ancor più chiara
quando si confronta l'insegnamento di Gesù
con la dottrina giudaica vigente al tempo
della sua venuta in questo mondo, cioè
con un insegnamento che tendeva sempre più
a inaridirsi e formalizzarsi. Confronteremo
dunque la fede dell'Antico Testamento, quale
si manifesta nei libri ispirati e quale venne
impoverita nel periodo anteriore alla venuta
di Gesù, con la fede che ci diede Colui
che parlava con tanta autorità. Dio
Padre nell'Antico Testamento e nell'antico
Giudaismo (2).
-
Israele
difende gelosamente la fede in un Dio unico
(Dt, 6, 4), fede monoteista molto elevata,
che preparava in modo efficacissimo al cristianesimo. Prima
dell'esilio. - Già prima dell'esilio
Jahvè era riconosciuto e predicato
come il Dio onnipotente (Is., 7, 18; Ger.,
27, 5), e dopo l'esilio gli Ebrei si abituano
a chiamarlo a Dio del cielo e della terra
" (Tob., 10, 13) e ire dei secoli "
(ivi, 13, 6). La pietà giudaica, interamente
sostanziata e permeata dallo spirito dei salmi,
amava nutrirsi del pensiero che tutto il mondo,
creato da Dio, è di Dio, dipendente
da Lui, è pieno di Lui (Salm., 73,
16). Chiunque vivesse in tale fede, nel dominio
sommo e assoluto di Dio, non poteva concepire
questo regno come esclusivamente nazionale,
ma universale (3).
Certo l'autentico giudaismo non divenne mai
cosmopolita, nel senso di quello di Filone,
e non abdicò mai alle speranze privilegiate
d'Israele, alla bontà paterna di Jahvè
per il suo primogenito; ma anche le altre
nazioni appartenevano a Jahvè, il cui
regno s'estende sopra di loro, che un giorno
ne diverranno coscienti
(4). La
Dispersione. - Spargendo Israele
fra le nazioni e adunando proseliti attorno
alle sinagoghe, la Dispersione ravvivò
i desideri e le speranze (Mal., 1, 11). Nello
stesso tempo il dominio di Dio è sentito
nettamente come individuale, come riguardante
in modo immediato ogni uomo. Dopo Geremia
ed Ezechiele il pensiero della Provvidenza
e del giudizio di Dio per ciascuno è
costantemente presente al pensiero giudaico
(Salm., 1, 13; Prov., 24, 12); si manifesta
una bella speranza, che non viene turbata
nemmeno dallo Sheol (Salm., 72, 25); appelli
alla paterna misericordia di Dio paiono preludere
alla fede cristiana
(Salm., 102, 13-14). Fin dall'origine, Dio
molto spesso appariva come Padre d'Israele,
e solo più tardi e molto raramente
si presentò come Padre del giusto (5);
mai però come Padre dei peccatori. (1)
Lebreton, Origines du dogme de la Trinile,
t. I, p. xvi.
(2) Seguiamo
qui il Lebreton.
(3)
Lagrange, Le règne de Dieu dans
le Judaisme, Revue biblique, 1908, pp.
325 ss.
(4) Lagrange,
Le messianisme, pp. 154-157.
(5) Id., La patemité
de Dieu dans l'A. T., Revue biblique, 1908,
pp. 481-499. Nel
giudaismo palestinese. Se si considerano solo
le apocalissi e i targumim nella teologia
giudaica si sarebbe tentati di vedere prima
di tutto uno sforzo per affermare la trascendenza
divina, col pericolo d'isolare Dio dal mondo.
I veggenti delle apocalissi trascurarono molto
spesso la concezione della paternità
divina, che gli autori dei targumim cancellarono
dai testi biblici, però dal primo secolo
della nostra era in poi i rabbini vi si riattaccano
e se ne nutrono. Intanto si manifesta un feroce
esclusivismo e, alle volte, un orgoglio intollerante
(6), con una
stretta e gelosa concezione del Dio d'Israele,
che impoverisce la religione. Più tardi
si finirà col presentare perfino Dio
soggetto alla Legge. Invece
un'altra corrente di pensiero, meno profondo
ma più appariscente, tende ad allontanare
Dio dal mondo e dagli uomini, con una preoccupazione
che si tradisce nelle apocalissi (Henoch,
14, 7). Nel
giudaismo alessandrino. Filone mette
in rilievo il carattere universalista di Dio;
volendo purificare la nozione di Dio, la impoverisce,
poiché la trascendenza di Jahvè
non proviene più dalla sua santità,
ma dalla sua grandezza ideale; l'uomo non
può vedere Dio non perché è
impuro, ma perché Dio supera la contemplazione
dell'intelligenza umana. L'attrattiva della
speculazione ellenica sviò Filone dalla
rivelazione più alta e specialmente
più personale, più reale e intima
che Dio aveva fatto di se stesso al suo popolo. Insegnamento
dei sinottici - L'insegnamento di
Gesù riportato nei sinottici ha come
oggetto principale la fede nel Padre celeste.
Come preghiera Gesù insegna il Pater. Come
s'è visto, l'Antico Testamento e il
giudaismo chiamano Dio col nome di "
Padre ", ma la religione di Gesù
va oltre e, al nome " Padre ", che
rese amabilissimo, dobbiamo riconoscere che
diede un senso più profondo (7). Il
termine esprime prima di tutto la fede e la
fiducia filiale in Dio: " Non preoccupatevi
per la vostra vita; ...il vostro Padre celeste
sa che voi avete bisogno di questo "
(Mt, 6, 25-52; Le, 12, 22-32). Tale
fiducia deve ispirare la preghiera; il Padre
capisce a volo i suor figli e li esaudisce;
" Nel pregare non siate ciarlieri...
" (Mt, 6, 7-9; 7, 7-11). La misericordia
paterna appare nel perdono delle colpe (Mt.,
6, 14-15). Si
è visto che nell'Antico Testamento
e nella letteratura giudaica vi sono tratti
simili, ma solo sporadici e ben lungi dal
formare una trama della predicazione, come
nel Vangelo, né mai si trova che il
peccatore, come individuo, si rivolga a Dio
come al suo Padre. Solo il giusto a osa gloriarsi
d'avere Dio come Padre " (Sap., 2, 13). Non
si trova nemmeno il perdono reciproco dato
come garanzia e condizione del perdono divino.
Il Vangelo ci presenta la paternità
divina, che fissa tra Dio e gli uomini, e
anche tra gli uomini, relazioni più
strette e. più universali, poiché
tutti, compresi i pubblicani e le donne perdute,
se vogliono convenirsi, hanno diritto di chiamare
Dio loro Padre, e tutti, anche i samaritani,
hanno diritto alla nostra assistenza, al nostro
amore e quando occorre anche al nostro perdono.
La filiazione non 6 più un privilegio
di razza, ma viene offerta gratuitamente a
tutti.
(6) Mekilta sull'Esodo
15, 2 (trad. Winter, p. laa).
(7) Jakson e
Lake (Begimings of Christùmity, pp.
401 s.) negarono questo punto.
Intanto
si può più o meno partecipare
alla filiazione, secondo che piacciamo più
o meno al Padre: te ...Siate perfetti com'è
perfetto il Padre vostro celeste " (Mt.,
5, 48). Luca enuncia il precetto così:
a Siate misericordiosi com'è misericordioso
il Padre vostro celeste " (Le, 6, 36).
La sua misericordia universale è la
perfezione paterna che i figli devono sforzarsi
di riprodurre. Cosi
intesa, la filiazione divina da un nuovo orientamento
alla vita religiosa, essendo l'imitazione
di Dio, la vita con e per Dio (Mt, 6, 3-18). Tutto
lo sforzo dell'anima, che il giudaismo applicava
soprattutto alle osservanze esteriori, viene
riportato sullo sviluppo intimo della vita
religiosa e l'unione nella santità
con Dio Padre diviene l'ideale proposto. In
tal modo Gesù restituì la nozione
della divina paternità alla sua bellezza
primitiva; molto più, rivelò
al mondo tutta la sua estensione e benignità,
tutta la tenerezza infinita del Padre per
tutti i suoi figli. Sulla
paternità di Dio verso i discepoli
di Gesù il quarto Vangelo ha un insegnamento
talmente profondo, che crediamo cosa inutile
sottolinearne la ricchezza incomparabile. CAPITOLO
III. - ORIGINALITÀ E SUPERIORITÀ
DEL CRISTIANESIMO DI FRONTE AI MISTERI PAGANI Come
fare il confronto. - La storia comparata
delle religioni non può minimamente
nuocere alla storia del cristianesimo e ancor
meno al cristianesimo stesso. Si
tratta di studiare contemporaneamente nel
tempo e nello spazio la religione cristiana
e le altre religioni, per meglio conoscerle. Aprioristicamente
uno scrittore cristiano poteva benissimo prendere
in prestito un'espressione anteriore usuale
negli ambienti pagani e darle un nuovo senso;
cosi pure uno scrittore pagano poteva prendere
in prestito un'espressione cristiana e introdurla
nella sua teologia. Il Cumont pensa che il
taurobolo abbia preso dal cristianesimo l'aspetto
redentore che ci è noto; e San Giacomo
potè parlare della " ruota della
vita ", spogliando la frase del valore
tecnico che aveva nel paganesimo. Cesare
era dio per quelli che ne praticavano il culto,
ma ciò non impedì ai cristiani
di adorare Gesù; Cesare faceva la sua
" parusia ", visitava solennemente
qualche sua provincia; il cristiano attendeva
la " parusia " di Gesù e
sapeva che essa sarà folgorante e definitiva. Confrontando
le religioni bisogna evitare di assimilarle;
parlando d'una religione pagana non bisogna
servirsi di parole con senso cristiano e,
viceversa, parlando del cristianesimo usare
termini di senso tecnico in altre religioni. Occorre
anche tener conto delle distanze nello spazio
e nel tempo: nello spazio, perché gl'influssi
non potevano diffondersi lontano e presto
come ai nostri giorni; nel tempo, perché
il lavoro teologico si sviluppa incessantemente. L'espansione
del cristianesimo nel mondo giudaico, in quello
greco-romano e nelle regioni del mondo barbaro
non si spiega abbastanza con cause soltanto
naturali. La croce non disponeva né
dell’orgoglio di razza, di cui beneficiò
la croce uncinata, né degli assalti
rabbiosi che agitano la bandiera rossa. Nella
prefazione a Les religions orientales dans
le paganisme, Franz Cumont scrive: te Si può
parlare di "vespri isiaci" o d'una
"cena di Mitra con i suoi compagni",
ma solo nel senso in cui si dice: "i
principi vassalli dell'impero", o: "socialismo
di Diodeziano", con un artificio stilistico
per far risaltare un ravvicinamento e stabilire
in modo vivo e approssimativo un parallelo.
Una parola non è una dimostrazione
e non bisogna affrettarsi a concludere un
influsso da un'analogia ". È
prudente stare sempre più attenti contro
i pericoli d'errore in cui s'incorre abusando
delle parole. Ascoltiamo
gli avvertimenti d'uno storico di classe,
il Labriolle: "In queste difficili questioni
non sarà certo possibile intendersi
finché non si sia raggiunto l'accordo
su alcuni punti metodologici. Prima di parlare
di "prestiti" sia da una parte che
dall'altra, si dovrà riconoscere: 1.o
che dal momento che tutte le religioni tendono
a stabilire un commercio tra l'uomo e Dio,
tutte quante hanno la possibilità di
servirsi di simboli che si assomigliano tra
loro, poiché in quest'ordine il voto
della natura umana non può variare
indefinitamente; 2.o
che vivendo e sviluppandosi in mezzo alla
civiltà greco-romana, il cristianesimo
non potè rigettare sistematicamente
tutte le forme con cui fino allora s'esprimeva
il sentimento religioso, anche se ne ripudiava
qualcuna;
3.o che "le somiglianze non
suppongono necessariamente l'imitazione",
che inoltre "le somiglianze d'idee o
di pratiche si devono spesso spiegare fuori
di ogni prestito, per una semplice comunità
d'origine" (1);
4.o che parlando dei culti
pagani è un abuso formale usare la
terminologia specificamente cattolica, terminologia
che questi culti in realtà non hanno
mai usato, e che nulla favorisce più
facilmente le confusioni fallaci e gli artificiosi
accostamenti; 5.o che infine, se vogliono
superare la zona poco sicura dei ravvicinamenti
ingegnosi, gli storici delle religioni si
devono rassegnare a una serie di lavori d'approccio,
condotti con il rigore del metodo filologico,
per determinare la sfumatura semantica delle
parole, eventualmente i mutamenti di senso
che poterono subire, e l'esatta cronologia
delle dottrine. Senza queste precauzioni preventive
tutto fluttua secondo il capriccio del dilettantismo
erudito " (2). Trascendenza
del cristianesimo confrontato con i misteri
pagani. - I
predicatori del Vangelo provavano una ripugnanza
invincibile per tutte le religioni pagane
e per i loro culti misterici. Lungi dal farne
prestiti, ne eliminavano qualsiasi traccia
nei loro neofiti. Paolo soprattutto voleva
che i cristiani fossero degli " azzimi
" puri d'ogni lievito. Difatti
gli storici constatano che di fronte alla
religione greca, quale si manifesta nel primo
secolo della nostra era, il cristianesimo
resta per noi qualcosa di specifico
(3). "
Un pagano non diventava mai cristiano se prima
non aveva ammesso la fede monoteista "
(P. Lagrange); lasciava tutti i suoi dèi
e tutti gli dèi, e adorava il solo
vero Dio e il suo unico Figlio, nato dal seno
della divinità prima del mondo e del
tempo, e che si è fatto uomo per immolarsi
sopra una croce, come vittima espiatrice d'ogni
peccato commesso dagli uomini. (1)
Citazione di Franz Comont, Les religions
orientales, 4 ed., p. X: l'autore pensa
all'Oriente ellenistico.
(2) P. de Labriolle,
La réaction paienne, p. 53.
(3) L. Gernet
et A. Boulanger, in Le génie grec
dans la religion, p. 515. Nei
culti antichi fu invano cercata "l'idea
d'una morte divina subita volontariamente
per la salute degli uomini ", e quella
d' " una partecipazione mediante la credenza
e il culto in una col dono interiore dell'anima,
alla vita sofferente e trionfante d'un salvatore
". Il
domma di Gesù Cristo Figlio di Dio
crocefisso è soltanto nostro; è
un diamante che la punta della critica non
può scalfire. Intanto
diamo uno sguardo sulle miserie e sulle grandezze
dei misteri pagani. I
misteri pagani. - 1.
I misteri di Mitra. - Mitra è
un dio persiano, compagno del sole, che fu
spesso identificato col dio Sole. Prima di
creare il mondo ha catturato e strozzato il
Toro; però non è mai stato "
mediatore " tra Dio e gli uomini, ma
solo tra il bene e il male; non è un
dio sofferente, benché abbia sofferto
di essere obbligato dal Sole a sgozzare il
Toro primordiale. Questo non era un sacrificio
e il Cumont, specialista di questioni mitriache
non crede che il culto riproducesse quest'immolazione.
Non c'era né battesimo né comunione
mitriaca, ma solo un'oblazione rituale e un'offerta
di pane e acqua. 2.I
misteri di Dioniso, l'orfismo,
e la leggenda di Zagreus. - "
Dopo uno studio minuzioso dei testi invocati,
il P. Lagrange conclude che il rivelatore
dei misteri non è Dioniso, ma Orfeo,
che la " passione " di Dioniso non
è il principio della salute, ma il
crimine originale, il più grande ostacolo
alla salute; che il dio non è resuscitato
e che i suoi adepti, da buoni Greci, non sanno
che farsene della resurrezione; che i riti
orfici erano soltanto purificatori; che nell'orfismo
l'unione con il dio si effettuava con una
specie di possesso anteriore al rito dello
squartamento, che quindi non era una teofagia,
o forse anche mediante una ierogamia. Non
c'è dubbio che l'orfismo abbia potuto
preparare le anime all'idea della passione,
al domma del peccato originale e alle pratiche
dell'ascetismo cristiano (donde l'opinione
dei Padri su Orfeo discepolo di Mosè,
e la rappresentazione catacombale di Cristo
sotto le sembianze d'Orfeo); però il
cristianesimo non aveva affatto bisogno di
cercare nessun dei suoi elementi nei misteri
di Dionisio " (4).
Il P. Festugière ha dimostrato che
i misteri di Dioniso non esercitarono nessun
influsso sul cristianesimo (v. in particolare
il riassunto della sua ricerca nella Revue
biblique, 1935, p. 380s). 3.
I misteri d'Eleusi. - " II mito
di Demetra era una storia divina che riguardava
soltanto persone divine e in cui l'utilità
per gli uomini non era neppure intesa. Vedere
nella "passione" della dea un fatto
salutare per il mondo significa trasportare
nei misteri un'idea cristiana ". La ierogamia
invece doveva essere considerata come un simbolo
efficace. ..." Gl'iniziati circa la loro
salvezza avevano una sicurezza religiosa,
senza che fosse loro richiesto la conversione
o una nuova vita " (5).
I misteri d'Eleusi facevano sorgere speranze
per il dopo morte, ma la felicità promessa
doveva attuarsi sulla terra. Né rinascita,
né resurrezione dei corpi, né
divina filiazione: l'iniziato rimarrà
nell'Ade, mentre il cristiano, essendo figlio
di Dio e coerede di Cristo, andrà in
cielo vicino a Dio. (4)
E. Magnin, Cahiers de la XouvelU Journet,
XVIII, p. 179; citato in Restie biblique
9 p. 435.
(5) Id., ivi,
p. 182; cfr. Revue biblique, 1919, pp. 203
ss. e 208 ss.
4.
I misteri di Cibele e di Attis. -
L'esame dei testi dimostra che non è
possibile parlare della resurrezione di Attis
e che il taurobolio non è un rito di
comunione sacramentale con Cibele o Attis.
Un'iscrizione del 376 chiama renatus chi fu
iniziato al taurobolio, ma è un prestito
dell'idea cristiana di rigenerazione, preso
quando i pagani formano un fronte comune contro
il cristianesimo. " Non conosciamo nessun
taurobolio bene attestato anteriormente al
secondo secolo della nostra era; l'attribuzione
d'un influsso diretto dei misteri di Cibele
sul cristianesimo primitivo dev'essere considerato
come un semplice scherzo di cattivo gusto.
Se ne scorge forse una minima traccia nella
gnosi cristiana di Clemente Alessandrino,
che prima del battesimo era stata mista di
Cibele? " (6).
5.
I misteri d'Iside e di Osiride. -
Distinguiamo il mito egiziano, le feste pubbliche,
i misteri e il mito inventato dal Loisy, in
cui l'iniziato sarebbe stato associato alla
morte, alla sepoltura, alla resurrezione d'Osiride;
ma niente è più falso. La morte
di Gesù è un sacrificio al quale
egli acconsentì e che fu accettato
da Dio; la morte d'Osiride non è assolutamente
acconsentita e non ha per nulla il carattere
e il valore d'un sacrificio. Gesù fu
sepolto, Osiride venne privato della sepoltura.
Il battezzato è giustificato dai meriti
del Dio sofferente; l'iniziato muore simbolicamente
per godere simbolicamente della felicità
degli eletti, ma la sua morte non lo unisce
alla morte d'Osiride, che non è affatto
salutare. (6)
Lemonnyer, in Le Christ, Bloud et Gay, Paris,
p. 21.
CAPITOLO IV.
- L'ASPETTO POSITIVO DELL'INSEGNAMENTO DI
GESÙ
§
1. - Caratteri generali dell'insegnamento
di Gesù. L'aurora
è inutile se non conduce alla levata
del sole. Diffondendo sul mondo la piena
luce religiosa, il Figlio di Dio ha pienamente
valorizzato le luci della ragione naturale
e quelle dell'Antico Testamento. Non
bisogna cercare nelle tenebre del paganesimo,
e nemmeno nei barlumi del profetismo, l'origine
dell'insegnamento di Gesù, che gli
proviene dal Padre suo. Il
divin Maestro sulla terra non poteva trovare
che dei discepoli. Insegnamento
pubblico. - Nella notte precedente
la passione, Gesù di Nazareth fu interrogato
dal sommo sacerdote k sui suoi discepoli e
sulla sua dottrina ", cioè sulla
dottrina die diede ai discepoli. Egli rifiutò
dì rispondere, non volendo ripetere
nella notte e come di nascosto un insegnamento
essenzialmente pubblico e universale. "
Io ho parlato in pieno giorno al mondo; ho
sempre
insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, dove
si radunano i giudei e nulla ho detto in segreto;
perché interroghi me? Interroga quelli
che udirono su che cosa ho loro parlato. Ecco,
costoro sanno bene quello che ho detto ". Però
Gesù ha dato ai suoi dodici r discepoli
" precisazioni che non dava alla folla. Ma
un giorno i discepoli dovevano poi trasmetterle
alla folla, " perché, diceva Gesù,
non c'è cosa occulta che non debba
divenir palese, né cosa segreta che
non debba essere conosciuta e messa in piena
luce. Ponete dunque mente a come ascoltate"
(Le, 8, 17-18). E, con una figura espressiva:
et Quel che io vi dico nelle tenebre, voi
ditelo in piena luce; e ciò che vi
si dice all'orecchio, predicatelo sopra i
tetti " (Mt., 10, 27). L'insegnamento
attraverso le parabole. - Perché
egli dunque velò la sua dottrina? "Velò"?
Sì, sotto il velo delle parabole.
Fu per permettere agli occhi malati di cogliere
il più possibile la sua dottrina. Gesù
doveva far vedere un fiume di diamanti, e
per farne brillare tutta la luce avrebbe dovuto
esporlo in pieno sole, ma avrebbe accecato
gli occhi della folla. Per bontà verso
di questa, stese sopra i fulgenti diamanti
dei veli trasparenti al massimo, cioè
le parabole; però " in privato
spiegava ogni cosa ai suoi discepoli "
(Me, 4, 34), perché, diceva "
a voi è concesso (da Dio, da Gesù,
dallo Spirito Santo) d'essere messi a parte
dei misteri del regno di
Dio " (Le, 8, 10).
Allora perché gli evangelisti conservarono
queste parabole palestinesi, che per noi sono
ancor più enigmatiche?
Perché ora noi ne abbiamo la chiave.
E poiché desideriamo conoscere l'insegnamento
di Gesù, rallegriamoci di averlo così
come egli lo propose ai suoi contemporanei.
D'altra parte la parabola è il genere
che meglio rispetta la dottrina che ricopre.
La metafora, e specialmente quella prolungata
in allegoria, rischia di scolorire la dottrina;
la parabola no. Così il paragone della
morte con uno scheletro armato di falce, ha
l'inconveniente di lasciar credere che la
morte agisca come una persona senza cuore,
senza tener nessun conto di Dio, dell'uomo
e della natura. La parabola è un racconto
più o meno particolareggiato, piò
o meno prolungato, che descrive una situazione
in se stessa e conosciuta, vera o verisimile;
la sua applicazione viene fatta sopra tutto
un insieme, su tutta una situazione da conoscersi;
che conserva la propria natura, i suoi caratteri
particolari, le sue esigenze naturali o soprannaturali. I
destinatari dell'insegnamento di Gesù.
- In qualunque modo lo si presenti, quello
di Gesù è un insegnamento valido
per tutti i tempi e per tutti i luoghi. Gesù
si rivolge: A
tutti tempi. - " II cielo e la terra
passeranno, ma le mie parole non passeranno
" (Mt., 24, 35); " io sono con voi
tutti i giorni sino alla fine del mondo (Mt.,
28, 20). A
tutta la terra e a tutti gli uomini. -
" Colui che getta il buon seme è
il Figlio dell'uomo; il campo è il
mondo" (Mt., 13, 37-38). " Andate
per tutto il mondo e predicate il Vangelo
ad ogni creatura. Chi crederà e si
fa battezzare,
si salverà; chi non crede sarà
condannato " (Me, 16, 15). " Andate
dunque e ammaestrate tutte le genti a (Mt.,
28, 19). L'insegnamento
contenuto negli atti di Gesù. -
Gesù predicò verbo et opere.
Nulla è più eloquente della
sua morte sopra una croce. Ora nella sua vita
tutto è volontario. Trascorre liberamente
nell'oscurità e nel lavoro manuale
trentun anno, su trentatrè della sua
vita; a dodici anni afferma la sua completa
indipendenza e manifesta la sua infinita sapienza,
ma per rientrare subito nella sommissione
e nel silenzio. Se durante il ministero rimane
povero al punto di non avere nemmeno una pietra
dove posare il capo, se si è affaticato
fino all'estremo delle forze, se durante la
tempesta s'addormenta, se permette che una
peccatrice gli bagni i piedi con le lacrime,
se appare a Maria di Magdala prima che a qualsiasi
altro, se piange su Lazzaro o su Gerusalemme,
se accetta le acclamazioni dei fanciulli,
è sempre per illuminare le anime. Anche
solo il modo di fare i miracoli meriterebbe
uno studio profondo, che ci rivelerebbe abissi
di grandezza e d'umiltà, tesori di
forza e di condiscendenza. In
quanto al suo modo di parlare, senz'entrare
per ora nel campo della sua dottrina, si può
osservarne dall'esterno la linea, e questa
divina pedagogia comporta per se stessa un
insegnamento. Gesù prima di parlare
del re, parla del regno di Dio; a tempo debito
si serve della sua conoscenza soprannaturale
dei segreti del cuore e di quelli dell'avvenire.
Chiunque sia in buona fede deve arrendersi. Ma
passiamo alle sue parole di vita. §
2. - L'insegnamento di Gesù. Il
discorso della Montagna. - Ecco il
giudizio di un protestante liberale su questo
discorso di Gesù. " Esso contiene
un incomparabile tesoro di sapienza e di morale
religiosa, e in tutti i tempi fu sempre giustamente
considerato come la perla di tutti i discorsi
consegnati nei nostri Vangeli. Non c'è
una riga, non una parola che non porti il
sigillo dell'originalità, dell'assoluta
verità, della concezione più
sublime, del sentimento più ammirabile.
Se mai la tradizione, che ci ha conservato
i ricordi del passaggio di Gesù sulla
terra, ha in sé la certezza e la prova
della sua fedeltà, è proprio
qui; e si può dire che qui non c'è
una sola sentenza che non sia diventata una
massima proverbiale per tutti i secoli, senz'aver
perduto nulla della sua potenza e del suo
valore " (1). E,
come diceva San Giovanni Crisostomo, se tutti
i cristiani attuassero l'ideale descritto
da Gesù in questo discorso, "
nel mondo vi sarebbe tanta luce che non esisterebbero
più pagani ". Questo
programma di vita è l'unica fonte di
felicità individuale, familiare, sociale,
internazionale; e le dottrine che l'hanno
cercata altrove contribuiscono tutte quante
a diminuire questa felicità e a compromettere
quella eterna. Il Figlio di Dio crocifisso
è e sarà sempre l'unico Maestro,
il solo Dottore, "perché, egli
diceva, avete un solo dottore: il Cristo"
(Mt., 23, 10). Qui c'è uno che è
da più di Giona, ascoltato dai Niniviti;
qui c'è uno più saggio del saggio
Salomone, che la regina Saba venne a sentire
dagli estremi confini della terra (cfr. Mt,
12, 89-42). (1)
Reuss, Histoire évaiigélique,
Paria 1876, p. 191. Gesù
ci rivela lo scopo della nostra vita e la
via per. cui vi si giunge. Dio.
- Solo Dio è buono. Egli è unico.
È vivente: il Padre ha un Figlio che
ha glorificato prima di costituire il mondo;
quanto ha il Padre lo ha anche il Figlio,
e questo spiega come lo Spirito di verità,
che il Padre manderà, prenderà
dal Figlio tutto quello che da. Queste distinzioni
tra il Padre, il Figlio e " l'altro a
Consolatorc, non nuocciono affatto all'unità
divina: il Padre e il Figlio a non sono che
una sola cosa " (Gv., 10, 30); il Padre
è nel Figlio e reciprocamente; il Figlio
compie le opere del Padre suo e reciprocamente;
quest'unità è il modello di
quella cui devono giungere i discepoli di
Gesù (Gv., 17, 22). La
morale. - Siamo in realtà
quello che siamo agli occhi del Padre, che
vede nel segreto. Il regno di Dio resta chiuso
alla pseudo-santità farisaica. I
farisei cercano di farsi credere giusti davanti
agli uomini, ma Dio conosce il loro cuore:
la magnifica facciata, che riempie il popolo
di meraviglia, agli occhi del Padre è
un orrore; il sepolcro imbiancato non inganna
Dio, che vede il putridume che vi è
nascosto; la coppa viene purificata, ma la
bevanda resta inquinata. Invece
la minima elemosina, la più piccola
preghiera, il minimo sacrificio è veduto
dal Padre, e riceverà da Lui una ricompensa
eterna. I
comandamenti e i consigli. - L'amore
a Dio e al prossimo sono l'alfa e l'omega
della morale; d'ora in poi quest'amore nel
cuore dei discepoli sarà regolato dai
battiti del Cuore di Gesù; quando io
amo il mio Dio e il mio fratello, è
Gesù che ama in me, e io in loro amo
Gesù. Io
so che Dio mi ama, che Gesù mi ama,
che tutti i discepoli di Gesù mi amano;
questo mi dilata l'anima all'infinito. D'altra
parte io attingo nel Cuore di Gesù
un amore senza limiti, che con un solo slancio
mi porta verso tutti, verso Gesù e
verso Dio. Questo
slancio è un'obbedienza gioiosa agli
ordini che Gesù mi da; è normale,
perché Gesù non ha amato diversamente.
Egli ha eseguito tutti gli ordini del Padre
suo e in particolare l'ordine di dare la sua
vita sopra una croce per noi; e noi tenderemo
fino a questa meta, ogni giorno. L'abnegazione
cristiana è sommamente deliziosa a
chi la pratica come la praticò Gesù.
Non cercando in nulla noi stessi, viviamo
la vita più felice possibile, perché
ci ritroviamo in tutto, essendo tutto un'occasione
di donarsi agli uomini, a Cristo Re, a Dio
infinitamente amabile. II
giogo diventa estremamente soave, il fardello
quasi non pesa più sulle spalle, in
queste nuove condizioni che Gesù s'è
degnato di stabilire sulla terra per glorificare
il Padre suo e Padre nostro, il Dio suo e
Dio nostro. E
se ci è dato questo, noi aspireremo
a un'assoluta povertà, a una verginità
perpetua, a un'obbedienza totale, fino alla
morte. Semplici consigli, che furono sempre
intesi e seguiti, perché Cristo, che
li ha dati, ha saputo trovare la via dei poveri
cuori che palpitano nei nostri petti. La
Chiesa di Gesù. - Gesù
non volle discepoli individuali, che non appartenessero
a una fraternità: vuole che tutti formino
un solo gregge, di cui egli
è l'unico pastore. La metà del
suo gregge (Israele) apparteneva già
alla vera religione e attendeva il Cristo,
che è Gesù; l'altra metà
(i gentili) dovrà fondersi con la prima,
perché Gesù sopprime qualsiasi
distinzione. Durante l'assenza di Lui, Pietro
dovrà pascere tutte le pecorelle e
tutti gli agnelli di Cristo, e sarà
assistito da Giacomo, Giovanni e dagli altri.
Tutta quanta la Chiesa riposerà su
Pietro, come sopra una roccia infrangibile,
e Pietro sarà infallibile nella sua
fede e cosi potrà confermare la fede
di tutti i suoi fratelli. La
Chiesa di Gesù è santa, molto
santa, divinamente santa. Per farne parte
bisogna nascere dall'alto, dall'acqua e dallo
Spirito (ricevere un battesimo col quale lo
Spirito di Dio purifica internamente l'anima).
La remissione dei peccati è dovuta
all'effusione del sangue di Gesù offertosi
in sacrificio. La Chiesa, ed essa sola, ha
il diritto di scomunicare quei suoi membri
che rifiutano d'ascoltarla. Per preservarsi
dal male, bisogna essere pronti a strapparsi
l'occhio o a tagliarsi la mano; bisogna evitare
di dare scandalo al discepolo debole, e chi
commette tale mancanza s'attira la collera
divina. La vita cristiana si nutre alle fonti
più pure e attinge l'acqua viva dal
cuore stesso di Gesù, mangia la sacra
carne del Salvatore e beve il suo sangue redentore.
La santità di Cristo viene come trasfusa
in noi attraverso i sacramenti. La
Chiesa, fondata da Gesù Cristo, è
necessariamente cattolica, perché composta
" dei figli del Regno ", che devono
" venire dall'Oriente e dall'Occidente,
dal Nord e dal Mezzogiorno " (cioè
da ogni parte) per a prendere posto alla mensa
del Regno di Dio " (Le, 13, 29). D'altronde
l'unità della Chiesa non sopporta frontiere
o regioni chiuse; e Satana, il principe di
questo mondo, viene gettalo fuori, e perciò
il mondo passa sotto lo scettro di Gesù. Infine
la Chiesa deve sempre restare apostolica,
come nel suo primo giorno di vita, perché
Gesù si scelse dodici apostoli e affidò
loro il governo delle dodici tribù,
cioè di tutto Israele; e siccome il
giudaismo ha tradito, " il Regno di Dio
" sarà tolto ai cattivi vignaioli
e sarà dato " a una nazione che
ne farà i frutti" (Mt., 21, 43).
Gesù non dice: "alle nazioni",
ma a "una nazione" differente non
necessariamente per sangue, ma certamente
per lo spirito; quindi: a un nuovo popolo
di Dio, ai veri figli d'Abramo, al vero Israele,
" all'Israele di Dio ", come dirà
San Paolo. Il
regno celeste e terrestre di Dio.
- II regno di Dio è il cielo, dove
i giusti troveranno Dio dopo la loro morte
e più ancora dopo la loro gloriosa
resurrezione. Questo punto di dottrina non
è nuovo. Gesù
aggiunge una rivelazione: Cristo è
venuto sulla terra a instaurare il regno di
Dio, il vero regno di Dio sulla terra. Per
renderlo visibile Gesù gli da "
la fisionomia d'un regno del Figlio, distinto
dal regno eterno, che è quello del
Padre ". Questo regno del Figlio è
la Chiesa militante. In
questo regno la zizzania rimane mescolata
al buon grano; si devono ambire i posti dei
servi e degli umili. I farisei sono colpevoli
perché non entrano nel regno e sbarrano
la via agli altri; però, nonostante
tutto, la generazione contemporanea a Gesù
non scomparirà senza che si sia acquistata
la certezza che il Figlio dell'uomo è
venuto nel suo regno: fatto che avrà
del miracoloso, poiché un uomo crocefisso
non può diventare cosi presto e cosi
manifestamente un re infinitamente amato e
letteralmente adorato. Gesù predisse
questo e i fatti gli hanno dato ragione. Il
regno postumo di Cristo durerà fino
alla consumazione dei secoli, dopo di
che i giusti saranno definitivamente separati
dai cattivi (parabole del loglio e della rete). Quanto
tempo durerà questo regno sulla terra?
Gesù non ha la missione di dircelo,
ma ci sarà il tempo per radunare discepoli
in tutte le nazioni; il chicco di senapa deve
aver il tempo per crescere e diventare un
arbusto coperto di foglie; il lievito eserciterà
tutta la sua azione progressiva sulla pasta,
nonostante molti ostacoli e continue persecuzioni.
Perciò si possono prevedere lunghi
secoli. Ma
il regno terrestre cesserà il giorno
in cui il Salvatore " ritornerà
nella sua gloria e tutti gli angeli con lui;
allora siederà sul suo trono glorioso
e tutte le genti saranno radunate davanti
a lui, e separerà gli uni dagli altri
come il pastore separa le pecore dai capri
" (Mt., 25, 31-32). Egli che, fino allora,
avrà fatto tutto per salvare, non esiterà
a " condannare " a una pena eterna
quelli che avranno lasciato il Cristo nella
fame, nella sete, senz'alloggio, né
vesti, malato e carcerato. Il
cielo. - Gesù mantenne la
fede nella resurrezione della carne e promise
di far sentire la sua voce a tutti quelli
che saranno nel sepolcro. A Marta, che gli
diceva la sua certezza nella resurrezione
del fratello " nell'ultimo giorno ",
Gesù rispose: "Io sono la resurrezione
e la vita; chi crede in me, ancorché
muoia, vivrà, e chiunque vive e crede
in me non morrà mai in eterno "
(Gv., 11, 25-26). Annunciando
l'Eucaristia dice: " Chi mangia di questo
pane vivrà in eterno... Chi mangia
la mia carne e beve il mio sangue ha la vita
eterna, e io lo resusciterò nell'ultimo
giorno " (Gv., 6, 59 e 55). La vera manna
ci conserva in vita fino al nostro ingresso
nella vera terra promessa, " I giusti
risplenderanno come il sole nel regno del
Padre loro " (Mt, 13, 43). L'inferno.
- " Serpenti! razza di vipere! come potrete
voi scampare dalla condanna all'inferno? "
(Mt., 23, 33), poiché chiunque avrà
detto a suo fratello " raca " (stupido),
sarà passibile del fuoco della geenna
(Mt., 5, 22). Questo è " il fuoco
eterno, che è stato preparato per il
diavolo e per i suoi angeli a (Mt., 25, 41).
" Come si raccoglie la zizzania e si
abbrucia nel fuoco, cosi avverrà alla
fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà
i suoi angeli ed essi toglieranno via dal
suo regno tutti gli scandalosi e gli operatori
d'iniquità, e li getteranno nella fornace
ardente, dove sarà pianto e stridor
di denti! " (Mt., 13, 40 e 42). Siccome
questo è divinamente vero, il grande
Cuore di Gesù non poteva nascondercelo. Altri
punti di dottrina. - Non abbiamo
lo spazio disponibile per poter affrontare
gli altri punti dell'insegnamento di Gesù,
come sulla preghiera, il matrimonio, la società
civile, i sacramenti, le virtù, la
gioia, la pace, eco Gesù
parla da maestro, e tuttavia non ha inventato
nulla; ha ascoltato il Padre ed ha ripetuto
fedelmente a noi quello che ha sentito; Egli
ha le parole della vita eterna; se lo abbandoniamo
da chi andremo dunque? Presto o tardi bisognerà
tornare a Lui, come il figliol prodigo e rovinato,
il cui fratello maggiore si senti dure : a
Figlio mio, tu stai sempre con me e tutto
il mio è pure tuo " (Le, 15, 31).
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