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l'insegnamento di gesu'

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

CAPITOLO I. - GENERALITÀ

L'insegnamento di Gesù è l'insegnamento di Dio.

- Esso si presenta come tale e come tale dev'essere preso per essere capito.

Gesù lo disse: " La mia dottrina non è tanto mia, quanto di Colui che mi ha mandato; chi vuoi fare la volontà di lui conoscerà se tale dottrina viene da Dio o se io parlo di mia autorità " (Gv., 7, 16-17). La lettera agli Ebrei comincia ricordando questa verità così grave: " Iddio, che negli antichi tempi aveva parlato a più riprese e in molte maniere ai nostri padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi tempi ha parlato a noi per mezzo del Figliolo, che costituì erede di tutte le cose, mediante il quale ha anche creato il mondo. Questo Figlio, che è l'irradiazione e l'immagine della sua gloria, e l'impronta della sua sostanza, e che tutte le cose sostiene con la potente sua parola, dopo averci purificati dei peccati, si è assiso alla destra della divina maestà nel più alto dei deli " (Ebr., 1, 1-8).

Celso si burlava dei giudei e dei cristiani, i quali hanno la pretesa d'essere gli unici a possedere un insegnamento divino.

Non è proprio un caso da burla, perché l'insegnamento deve giovare a tutti. In linea di diritto ci dovrebbero essere soltanto i cristiani, e ogni uomo ha il dovere di ricevere l'insegnamento dell'Inviato di Dio. Noi non disprezziamo nessuno, perché sappiamo che i nostri peggiori nemici si possono convenire e ci possono precedere nel regno di Dio; perciò non c'è nessun insegnamento divino che interessi soltanto una categoria di uomini. Come diceva Gesù: et Non vogliate essere chiamati Rabbi, perché uno solo è il vostro Maestro e tutti voi siete fratelli. E non chiamate padre vostro alcuno sulla terra, perché uno solo è "Il vostro Padre, quello celeste. Né vi fate chiamare dottori, perché uno solo è il vostro Dottore, il Cristo " (Mt., 23, 8-10). Se leggiamo il testo precedente direi " verticalmente " (e aedo questo sia conforme a una delle leggi del parallelismo semitico, sul quale vorrei ritornare), si vede che ormai sulla terra nessuno ha il diritto di mettersi sopra gli altri e di prendere l'atteggiamento tanto caro ai dottori d'Israele, poiché c'è soltanto più un essere che possa e debba essere chiamato Maestro e Padre (spirituale) o Dottore, e quest'essere è contemporaneamente il nostro Padre, che è nei cieli, e il Cristo, in quanto è vero che la dottrina di Cristo non è altra cosa da quella di Dio.

Quindi l'insegnamento di Gesù è lo stesso per tutti e mira a tutte le generazioni, " È più facile che passino il cielo e la terra, anziché un solo apice della legge cada a vuoto " (Le, 16, 17). Egli si rivolge a tutto l'universo: " Verranno da Oriente e da Occidente, da Settentrione e da Mezzodì, e si adageranno a mensa nel regno di Dio " (Le, 13, 29). Possiamo dire altrettanto delle dottrine del Vecchio Testamento?

L'Antico Testamento. - Qui potremmo anche lasciare da parte la questione, poiché trattiamo soprattutto dell'insegnamento di Gesù. Egli però non venne ad abrogare la Legge né i profeti, e la Chiesa ha conservato come sua la biblioteca sacra d'Israele.

Perché noi rigettiamo gli scritti religiosi dei Cinesi, dei Giapponesi, dei Persiani, degl'Indù, dei Greci, dei Romani, dei Celti, dei Germani, degli Egiziani, dei Fenici, Ittiti, Assiri, Babilonesi, Sumeri, per conservare soltanto le opere di Mosè, d'Isaia e degli altri autori ebrei o giudei?

Perché leggiamo con rispetto questi libri, quando annettiamo così poca importanza ai libri giudaici, ad esempio alle parabole di Henoc o agli scritti talmudici?

Noi conserviamo la Bibbia di Gesù e degli apostoli, pur riconoscendo che nei libri del paganesimo o del giudaismo permangono resti di verità primitive comunicate da Dio. Ma accanto a questi barlumi quante tenebre! Attorno a queste verità quanti erroril

Nonostante che l'errore più diffuso fosse il politeismo, vediamo che Abramo adora il vero Dio e che i patriarchi sono preservati dall'idolatria. Nel secolo XIII Mosè viene a conoscenza del nome di Dio, che si chiama (" Io sono a e che d'ora in poi sarà chiamato " Jahvè ", cioè " Egli è ". Il popolo, con il quale Jahvè si degna stringere un'alleanza, ha la missione di conservare l'insegnamento divino, il cui primo articolo è l'unità di Dio. Questa economia e pedagogia, come dirà San Paolo, si spiega in quanto è preparazione all'era cristiana e, nonostante molte infedeltà, si conserverà " un resto " e da Sion uscirà la legge religiosa che dovrà governare tutte le nazioni, " perché, come dirà Gesù alla donna di Samaria, la salute deve venire dai giudei ".

L'insegnamento di Gesù s'impone dunque ai gentili, a tutti i gentili, ma anche ai giudei, perché è lo stesso insegnamento di Dio, che ha consecrato Gesù (il domma dell'Incarnazione ci fa intravvedere che cosa significhi questo) e lo inviò nel mondo a diffondere la piena luce e a dare tutto il suo valore alla luce antica, la quale si presentava come un'aurora. Gli scritti dell'Antico Testamento (che spesso sono soltanto il compendio succinto di ardenti predicazioni orali) orientavano ii pensiero e il cuore verso l'era messianica. Non parlo soltanto di questo o di quell'oracolo o profezia propriamente detta riguardante il Cristo, ma penso a tutta la Bibbia e a tutto il suo contenuto, che è una promessa divina d'ordine religioso, che interessa il mondo intero. Sfortunatamente i depositari della promessa le diedero arbitrariamente un senso materiale, particolarizzato, strettamente nazionalista e molto, troppo, terreno, a Venne la vera Luce tra i suoi, e non la ricevettero " (Gv., 1, 9-11). Oggi i giudei attendono ancora Colui che è venuto tra loro...

CAPITOLO II. - L'INSEGNAMENTO DI GESÙ; SUA NOVITÀ E TRASCENDENZA IN CONFRONTO DEL GIUDAISMO

Gesù esercitò un influsso unico sul pensiero religioso, ed è impossibile trovare nella fede cristiana una sola concezione che, a contatto con Lui, non sia stata elevata e trasformata (1).

Questa verità è ancor più chiara quando si confronta l'insegnamento di Gesù con la dottrina giudaica vigente al tempo della sua venuta in questo mondo, cioè con un insegnamento che tendeva sempre più a inaridirsi e formalizzarsi.

Confronteremo dunque la fede dell'Antico Testamento, quale si manifesta nei libri ispirati e quale venne impoverita nel periodo anteriore alla venuta di Gesù, con la fede che ci diede Colui che parlava con tanta autorità.

Dio Padre nell'Antico Testamento e nell'antico Giudaismo (2).

- Israele difende gelosamente la fede in un Dio unico (Dt, 6, 4), fede monoteista molto elevata, che preparava in modo efficacissimo al cristianesimo.

Prima dell'esilio. - Già prima dell'esilio Jahvè era riconosciuto e predicato come il Dio onnipotente (Is., 7, 18; Ger., 27, 5), e dopo l'esilio gli Ebrei si abituano a chiamarlo a Dio del cielo e della terra " (Tob., 10, 13) e ire dei secoli " (ivi, 13, 6). La pietà giudaica, interamente sostanziata e permeata dallo spirito dei salmi, amava nutrirsi del pensiero che tutto il mondo, creato da Dio, è di Dio, dipendente da Lui, è pieno di Lui (Salm., 73, 16). Chiunque vivesse in tale fede, nel dominio sommo e assoluto di Dio, non poteva concepire questo regno come esclusivamente nazionale, ma universale (3). Certo l'autentico giudaismo non divenne mai cosmopolita, nel senso di quello di Filone, e non abdicò mai alle speranze privilegiate d'Israele, alla bontà paterna di Jahvè per il suo primogenito; ma anche le altre nazioni appartenevano a Jahvè, il cui regno s'estende sopra di loro, che un giorno ne diverranno coscienti (4).

La Dispersione. - Spargendo Israele fra le nazioni e adunando proseliti attorno alle sinagoghe, la Dispersione ravvivò i desideri e le speranze (Mal., 1, 11). Nello stesso tempo il dominio di Dio è sentito nettamente come individuale, come riguardante in modo immediato ogni uomo. Dopo Geremia ed Ezechiele il pensiero della Provvidenza e del giudizio di Dio per ciascuno è costantemente presente al pensiero giudaico (Salm., 1, 13; Prov., 24, 12); si manifesta una bella speranza, che non viene turbata nemmeno dallo Sheol (Salm., 72, 25); appelli alla paterna misericordia di Dio paiono preludere alla fede cristiana (Salm., 102, 13-14). Fin dall'origine, Dio molto spesso appariva come Padre d'Israele, e solo più tardi e molto raramente si presentò come Padre del giusto (5); mai però come Padre dei peccatori.

(1) Lebreton, Origines du dogme de la Trinile, t. I, p. xvi.
(2) Seguiamo qui il Lebreton.
(3) Lagrange, Le règne de Dieu dans le Judaisme, Revue biblique, 1908, pp. 325 ss.
(4) Lagrange, Le messianisme, pp. 154-157.
(5) Id., La patemité de Dieu dans l'A. T., Revue biblique, 1908, pp. 481-499.

Nel giudaismo palestinese. Se si considerano solo le apocalissi e i targumim nella teologia giudaica si sarebbe tentati di vedere prima di tutto uno sforzo per affermare la trascendenza divina, col pericolo d'isolare Dio dal mondo. I veggenti delle apocalissi trascurarono molto spesso la concezione della paternità divina, che gli autori dei targumim cancellarono dai testi biblici, però dal primo secolo della nostra era in poi i rabbini vi si riattaccano e se ne nutrono. Intanto si manifesta un feroce esclusivismo e, alle volte, un orgoglio intollerante (6), con una stretta e gelosa concezione del Dio d'Israele, che impoverisce la religione. Più tardi si finirà col presentare perfino Dio soggetto alla Legge.

Invece un'altra corrente di pensiero, meno profondo ma più appariscente, tende ad allontanare Dio dal mondo e dagli uomini, con una preoccupazione che si tradisce nelle apocalissi (Henoch, 14, 7).

Nel giudaismo alessandrino. Filone mette in rilievo il carattere universalista di Dio; volendo purificare la nozione di Dio, la impoverisce, poiché la trascendenza di Jahvè non proviene più dalla sua santità, ma dalla sua grandezza ideale; l'uomo non può vedere Dio non perché è impuro, ma perché Dio supera la contemplazione dell'intelligenza umana. L'attrattiva della speculazione ellenica sviò Filone dalla rivelazione più alta e specialmente più personale, più reale e intima che Dio aveva fatto di se stesso al suo popolo.

Insegnamento dei sinottici - L'insegnamento di Gesù riportato nei sinottici ha come oggetto principale la fede nel Padre celeste. Come preghiera Gesù insegna il Pater.

Come s'è visto, l'Antico Testamento e il giudaismo chiamano Dio col nome di " Padre ", ma la religione di Gesù va oltre e, al nome " Padre ", che rese amabilissimo, dobbiamo riconoscere che diede un senso più profondo (7).

Il termine esprime prima di tutto la fede e la fiducia filiale in Dio: " Non preoccupatevi per la vostra vita; ...il vostro Padre celeste sa che voi avete bisogno di questo " (Mt, 6, 25-52; Le, 12, 22-32).

Tale fiducia deve ispirare la preghiera; il Padre capisce a volo i suor figli e li esaudisce; " Nel pregare non siate ciarlieri... " (Mt, 6, 7-9; 7, 7-11). La misericordia paterna appare nel perdono delle colpe (Mt., 6, 14-15).

Si è visto che nell'Antico Testamento e nella letteratura giudaica vi sono tratti simili, ma solo sporadici e ben lungi dal formare una trama della predicazione, come nel Vangelo, né mai si trova che il peccatore, come individuo, si rivolga a Dio come al suo Padre. Solo il giusto a osa gloriarsi d'avere Dio come Padre " (Sap., 2, 13).

Non si trova nemmeno il perdono reciproco dato come garanzia e condizione del perdono divino. Il Vangelo ci presenta la paternità divina, che fissa tra Dio e gli uomini, e anche tra gli uomini, relazioni più strette e. più universali, poiché tutti, compresi i pubblicani e le donne perdute, se vogliono convenirsi, hanno diritto di chiamare Dio loro Padre, e tutti, anche i samaritani, hanno diritto alla nostra assistenza, al nostro amore e quando occorre anche al nostro perdono. La filiazione non 6 più un privilegio di razza, ma viene offerta gratuitamente a tutti.


(6) Mekilta sull'Esodo 15, 2 (trad. Winter, p. laa).
(7) Jakson e Lake (Begimings of Christùmity, pp. 401 s.) negarono questo punto.

Intanto si può più o meno partecipare alla filiazione, secondo che piacciamo più o meno al Padre: te ...Siate perfetti com'è perfetto il Padre vostro celeste " (Mt., 5, 48). Luca enuncia il precetto così: a Siate misericordiosi com'è misericordioso il Padre vostro celeste " (Le, 6, 36). La sua misericordia universale è la perfezione paterna che i figli devono sforzarsi di riprodurre.

Cosi intesa, la filiazione divina da un nuovo orientamento alla vita religiosa, essendo l'imitazione di Dio, la vita con e per Dio (Mt, 6, 3-18).

Tutto lo sforzo dell'anima, che il giudaismo applicava soprattutto alle osservanze esteriori, viene riportato sullo sviluppo intimo della vita religiosa e l'unione nella santità con Dio Padre diviene l'ideale proposto.

In tal modo Gesù restituì la nozione della divina paternità alla sua bellezza primitiva; molto più, rivelò al mondo tutta la sua estensione e benignità, tutta la tenerezza infinita del Padre per tutti i suoi figli.

Sulla paternità di Dio verso i discepoli di Gesù il quarto Vangelo ha un insegnamento talmente profondo, che crediamo cosa inutile sottolinearne la ricchezza incomparabile.

CAPITOLO III. - ORIGINALITÀ E SUPERIORITÀ DEL CRISTIANESIMO DI FRONTE AI MISTERI PAGANI

Come fare il confronto. - La storia comparata delle religioni non può minimamente nuocere alla storia del cristianesimo e ancor meno al cristianesimo stesso.

Si tratta di studiare contemporaneamente nel tempo e nello spazio la religione cristiana e le altre religioni, per meglio conoscerle.

Aprioristicamente uno scrittore cristiano poteva benissimo prendere in prestito un'espressione anteriore usuale negli ambienti pagani e darle un nuovo senso; cosi pure uno scrittore pagano poteva prendere in prestito un'espressione cristiana e introdurla nella sua teologia. Il Cumont pensa che il taurobolo abbia preso dal cristianesimo l'aspetto redentore che ci è noto; e San Giacomo potè parlare della " ruota della vita ", spogliando la frase del valore tecnico che aveva nel paganesimo.

Cesare era dio per quelli che ne praticavano il culto, ma ciò non impedì ai cristiani di adorare Gesù; Cesare faceva la sua " parusia ", visitava solennemente qualche sua provincia; il cristiano attendeva la " parusia " di Gesù e sapeva che essa sarà folgorante e definitiva.

Confrontando le religioni bisogna evitare di assimilarle; parlando d'una religione pagana non bisogna servirsi di parole con senso cristiano e, viceversa, parlando del cristianesimo usare termini di senso tecnico in altre religioni.

Occorre anche tener conto delle distanze nello spazio e nel tempo: nello spazio, perché gl'influssi non potevano diffondersi lontano e presto come ai nostri giorni; nel tempo, perché il lavoro teologico si sviluppa incessantemente.

L'espansione del cristianesimo nel mondo giudaico, in quello greco-romano e nelle regioni del mondo barbaro non si spiega abbastanza con cause soltanto naturali. La croce non disponeva né dell’orgoglio di razza, di cui beneficiò la croce uncinata, né degli assalti rabbiosi che agitano la bandiera rossa.

Nella prefazione a Les religions orientales dans le paganisme, Franz Cumont scrive: te Si può parlare di "vespri isiaci" o d'una "cena di Mitra con i suoi compagni", ma solo nel senso in cui si dice: "i principi vassalli dell'impero", o: "socialismo di Diodeziano", con un artificio stilistico per far risaltare un ravvicinamento e stabilire in modo vivo e approssimativo un parallelo. Una parola non è una dimostrazione e non bisogna affrettarsi a concludere un influsso da un'analogia ".

È prudente stare sempre più attenti contro i pericoli d'errore in cui s'incorre abusando delle parole.

Ascoltiamo gli avvertimenti d'uno storico di classe, il Labriolle: "In queste difficili questioni non sarà certo possibile intendersi finché non si sia raggiunto l'accordo su alcuni punti metodologici. Prima di parlare di "prestiti" sia da una parte che dall'altra, si dovrà riconoscere:

1.o che dal momento che tutte le religioni tendono a stabilire un commercio tra l'uomo e Dio, tutte quante hanno la possibilità di servirsi di simboli che si assomigliano tra loro, poiché in quest'ordine il voto della natura umana non può variare indefinitamente;

2.o che vivendo e sviluppandosi in mezzo alla civiltà greco-romana, il cristianesimo non potè rigettare sistematicamente tutte le forme con cui fino allora s'esprimeva il sentimento religioso, anche se ne ripudiava qualcuna;
3.o
che "le somiglianze non suppongono necessariamente l'imitazione", che inoltre "le somiglianze d'idee o di pratiche si devono spesso spiegare fuori di ogni prestito, per una semplice comunità d'origine" (1);
4.o che parlando dei culti pagani è un abuso formale usare la terminologia specificamente cattolica, terminologia che questi culti in realtà non hanno mai usato, e che nulla favorisce più facilmente le confusioni fallaci e gli artificiosi accostamenti; 5.o che infine, se vogliono superare la zona poco sicura dei ravvicinamenti ingegnosi, gli storici delle religioni si devono rassegnare a una serie di lavori d'approccio, condotti con il rigore del metodo filologico, per determinare la sfumatura semantica delle parole, eventualmente i mutamenti di senso che poterono subire, e l'esatta cronologia delle dottrine. Senza queste precauzioni preventive tutto fluttua secondo il capriccio del dilettantismo erudito " (2).

Trascendenza del cristianesimo confrontato con i misteri pagani. -

I predicatori del Vangelo provavano una ripugnanza invincibile per tutte le religioni pagane e per i loro culti misterici. Lungi dal farne prestiti, ne eliminavano qualsiasi traccia nei loro neofiti. Paolo soprattutto voleva che i cristiani fossero degli " azzimi " puri d'ogni lievito.

Difatti gli storici constatano che di fronte alla religione greca, quale si manifesta nel primo secolo della nostra era, il cristianesimo resta per noi qualcosa di specifico (3).

" Un pagano non diventava mai cristiano se prima non aveva ammesso la fede monoteista " (P. Lagrange); lasciava tutti i suoi dèi e tutti gli dèi, e adorava il solo vero Dio e il suo unico Figlio, nato dal seno della divinità prima del mondo e del tempo, e che si è fatto uomo per immolarsi sopra una croce, come vittima espiatrice d'ogni peccato commesso dagli uomini.

(1) Citazione di Franz Comont, Les religions orientales, 4 ed., p. X: l'autore pensa all'Oriente ellenistico.
(2) P. de Labriolle, La réaction paienne, p. 53.
(3) L. Gernet et A. Boulanger, in Le génie grec dans la religion, p. 515.

Nei culti antichi fu invano cercata "l'idea d'una morte divina subita volontariamente per la salute degli uomini ", e quella d' " una partecipazione mediante la credenza e il culto in una col dono interiore dell'anima, alla vita sofferente e trionfante d'un salvatore ".

Il domma di Gesù Cristo Figlio di Dio crocefisso è soltanto nostro; è un diamante che la punta della critica non può scalfire.

Intanto diamo uno sguardo sulle miserie e sulle grandezze dei misteri pagani.

I misteri pagani. -

1. I misteri di Mitra. - Mitra è un dio persiano, compagno del sole, che fu spesso identificato col dio Sole. Prima di creare il mondo ha catturato e strozzato il Toro; però non è mai stato " mediatore " tra Dio e gli uomini, ma solo tra il bene e il male; non è un dio sofferente, benché abbia sofferto di essere obbligato dal Sole a sgozzare il Toro primordiale. Questo non era un sacrificio e il Cumont, specialista di questioni mitriache non crede che il culto riproducesse quest'immolazione. Non c'era né battesimo né comunione mitriaca, ma solo un'oblazione rituale e un'offerta di pane e acqua.

2.I misteri di Dioniso, l'orfismo, e la leggenda di Zagreus. - " Dopo uno studio minuzioso dei testi invocati, il P. Lagrange conclude che il rivelatore dei misteri non è Dioniso, ma Orfeo, che la " passione " di Dioniso non è il principio della salute, ma il crimine originale, il più grande ostacolo alla salute; che il dio non è resuscitato e che i suoi adepti, da buoni Greci, non sanno che farsene della resurrezione; che i riti orfici erano soltanto purificatori; che nell'orfismo l'unione con il dio si effettuava con una specie di possesso anteriore al rito dello squartamento, che quindi non era una teofagia, o forse anche mediante una ierogamia. Non c'è dubbio che l'orfismo abbia potuto preparare le anime all'idea della passione, al domma del peccato originale e alle pratiche dell'ascetismo cristiano (donde l'opinione dei Padri su Orfeo discepolo di Mosè, e la rappresentazione catacombale di Cristo sotto le sembianze d'Orfeo); però il cristianesimo non aveva affatto bisogno di cercare nessun dei suoi elementi nei misteri di Dionisio " (4). Il P. Festugière ha dimostrato che i misteri di Dioniso non esercitarono nessun influsso sul cristianesimo (v. in particolare il riassunto della sua ricerca nella Revue biblique, 1935, p. 380s).

3. I misteri d'Eleusi. - " II mito di Demetra era una storia divina che riguardava soltanto persone divine e in cui l'utilità per gli uomini non era neppure intesa. Vedere nella "passione" della dea un fatto salutare per il mondo significa trasportare nei misteri un'idea cristiana ". La ierogamia invece doveva essere considerata come un simbolo efficace. ..." Gl'iniziati circa la loro salvezza avevano una sicurezza religiosa, senza che fosse loro richiesto la conversione o una nuova vita " (5). I misteri d'Eleusi facevano sorgere speranze per il dopo morte, ma la felicità promessa doveva attuarsi sulla terra. Né rinascita, né resurrezione dei corpi, né divina filiazione: l'iniziato rimarrà nell'Ade, mentre il cristiano, essendo figlio di Dio e coerede di Cristo, andrà in cielo vicino a Dio.

(4) E. Magnin, Cahiers de la XouvelU Journet, XVIII, p. 179; citato in Restie biblique
9 p. 435.
(5) Id., ivi, p. 182; cfr. Revue biblique, 1919, pp. 203 ss. e 208 ss.

4. I misteri di Cibele e di Attis. - L'esame dei testi dimostra che non è possibile parlare della resurrezione di Attis e che il taurobolio non è un rito di comunione sacramentale con Cibele o Attis. Un'iscrizione del 376 chiama renatus chi fu iniziato al taurobolio, ma è un prestito dell'idea cristiana di rigenerazione, preso quando i pagani formano un fronte comune contro il cristianesimo. " Non conosciamo nessun taurobolio bene attestato anteriormente al secondo secolo della nostra era; l'attribuzione d'un influsso diretto dei misteri di Cibele sul cristianesimo primitivo dev'essere considerato come un semplice scherzo di cattivo gusto. Se ne scorge forse una minima traccia nella gnosi cristiana di Clemente Alessandrino, che prima del battesimo era stata mista di Cibele? " (6).

5. I misteri d'Iside e di Osiride. - Distinguiamo il mito egiziano, le feste pubbliche, i misteri e il mito inventato dal Loisy, in cui l'iniziato sarebbe stato associato alla morte, alla sepoltura, alla resurrezione d'Osiride; ma niente è più falso. La morte di Gesù è un sacrificio al quale egli acconsentì e che fu accettato da Dio; la morte d'Osiride non è assolutamente acconsentita e non ha per nulla il carattere e il valore d'un sacrificio. Gesù fu sepolto, Osiride venne privato della sepoltura. Il battezzato è giustificato dai meriti del Dio sofferente; l'iniziato muore simbolicamente per godere simbolicamente della felicità degli eletti, ma la sua morte non lo unisce alla morte d'Osiride, che non è affatto salutare.

(6) Lemonnyer, in Le Christ, Bloud et Gay, Paris, p. 21.


CAPITOLO IV. - L'ASPETTO POSITIVO DELL'INSEGNAMENTO DI GESÙ

§ 1. - Caratteri generali dell'insegnamento di Gesù.

L'aurora è inutile se non conduce alla levata del sole. Diffondendo sul  mondo la piena luce religiosa, il Figlio di Dio ha pienamente valorizzato le  luci della ragione naturale e quelle dell'Antico Testamento.

Non bisogna cercare nelle tenebre del paganesimo, e nemmeno nei barlumi del profetismo, l'origine dell'insegnamento di Gesù, che gli proviene dal Padre suo.

Il divin Maestro sulla terra non poteva trovare che dei discepoli.

Insegnamento pubblico. - Nella notte precedente la passione, Gesù di Nazareth fu interrogato dal sommo sacerdote k sui suoi discepoli e sulla sua dottrina ", cioè sulla dottrina die diede ai discepoli. Egli rifiutò dì rispondere, non volendo ripetere nella notte e come di nascosto un insegnamento essenzialmente pubblico e universale. " Io ho parlato in pieno giorno al mondo; ho sempre insegnato nelle sinagoghe e nel tempio, dove si radunano i giudei e nulla ho detto in segreto; perché interroghi me? Interroga quelli che udirono su che cosa ho loro parlato. Ecco, costoro sanno bene quello che ho detto ".

Però Gesù ha dato ai suoi dodici r discepoli " precisazioni che non dava alla folla.

Ma un giorno i discepoli dovevano poi trasmetterle alla folla, " perché, diceva Gesù, non c'è cosa occulta che non debba divenir palese, né cosa segreta che non debba essere conosciuta e messa in piena luce. Ponete dunque mente a come ascoltate" (Le, 8, 17-18). E, con una figura espressiva: et Quel che io vi dico nelle tenebre, voi ditelo in piena luce; e ciò che vi si dice all'orecchio, predicatelo sopra i tetti " (Mt., 10, 27).

L'insegnamento attraverso le parabole. - Perché egli dunque velò la sua dottrina?

"Velò"?
Sì, sotto il velo delle parabole.
Fu per permettere agli occhi malati di cogliere il più possibile la sua dottrina. Gesù doveva far vedere un fiume di diamanti, e per farne brillare tutta la luce avrebbe dovuto esporlo in pieno sole, ma avrebbe accecato gli occhi della folla. Per bontà verso di questa, stese sopra i fulgenti diamanti dei veli trasparenti al massimo, cioè le parabole; però " in privato spiegava ogni cosa ai suoi discepoli " (Me, 4, 34), perché, diceva " a voi è concesso (da Dio, da Gesù, dallo Spirito Santo) d'essere messi a parte dei misteri del regno di
Dio " (Le, 8, 10).
Allora perché gli evangelisti conservarono queste parabole palestinesi, che per noi sono ancor più enigmatiche?
Perché ora noi ne abbiamo la chiave. E poiché desideriamo conoscere l'insegnamento di Gesù, rallegriamoci di averlo così come egli lo propose ai suoi contemporanei.
D'altra parte la parabola è il genere che meglio rispetta la dottrina che ricopre. La metafora, e specialmente quella prolungata in allegoria, rischia di scolorire la dottrina; la parabola no. Così il paragone della morte con uno scheletro armato di falce, ha l'inconveniente di lasciar credere che la morte agisca come una persona senza cuore, senza tener nessun conto di Dio, dell'uomo e della natura. La parabola è un racconto più o meno particolareggiato, piò o meno prolungato, che descrive una situazione in se stessa e conosciuta, vera o verisimile; la sua applicazione viene fatta sopra tutto un insieme, su tutta una situazione da conoscersi; che conserva la propria natura, i suoi caratteri particolari, le sue esigenze naturali o soprannaturali.

I destinatari dell'insegnamento di Gesù. - In qualunque modo lo si presenti, quello di Gesù è un insegnamento valido per tutti i tempi e per tutti i luoghi. Gesù si rivolge:

A tutti tempi. - " II cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno " (Mt., 24, 35); " io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo (Mt., 28, 20).

A tutta la terra e a tutti gli uomini. - " Colui che getta il buon seme è il Figlio dell'uomo; il campo è il mondo" (Mt., 13, 37-38). " Andate per tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e si fa battezzare, si salverà; chi non crede sarà condannato " (Me, 16, 15). " Andate dunque e ammaestrate tutte le genti a (Mt., 28, 19).

L'insegnamento contenuto negli atti di Gesù. - Gesù predicò verbo et opere. Nulla è più eloquente della sua morte sopra una croce. Ora nella sua vita tutto è volontario. Trascorre liberamente nell'oscurità e nel lavoro manuale trentun anno, su trentatrè della sua vita; a dodici anni afferma la sua completa indipendenza e manifesta la sua infinita sapienza, ma per rientrare subito nella sommissione e nel silenzio. Se durante il ministero rimane povero al punto di non avere nemmeno una pietra dove posare il capo, se si è affaticato fino all'estremo delle forze, se durante la tempesta s'addormenta, se permette che una peccatrice gli bagni i piedi con le lacrime, se appare a Maria di Magdala prima che a qualsiasi altro, se piange su Lazzaro o su Gerusalemme, se accetta le acclamazioni dei fanciulli, è sempre per illuminare le anime.

Anche solo il modo di fare i miracoli meriterebbe uno studio profondo, che ci rivelerebbe abissi di grandezza e d'umiltà, tesori di forza e di condiscendenza.

In quanto al suo modo di parlare, senz'entrare per ora nel campo della sua dottrina, si può osservarne dall'esterno la linea, e questa divina pedagogia comporta per se stessa un insegnamento. Gesù prima di parlare del re, parla del regno di Dio; a tempo debito si serve della sua conoscenza soprannaturale dei segreti del cuore e di quelli dell'avvenire. Chiunque sia in buona fede deve arrendersi.

Ma passiamo alle sue parole di vita.

§ 2. - L'insegnamento di Gesù.

Il discorso della Montagna. - Ecco il giudizio di un protestante liberale su questo discorso di Gesù. " Esso contiene un incomparabile tesoro di sapienza e di morale religiosa, e in tutti i tempi fu sempre giustamente considerato come la perla di tutti i discorsi consegnati nei nostri Vangeli. Non c'è una riga, non una parola che non porti il sigillo dell'originalità, dell'assoluta verità, della concezione più sublime, del sentimento più ammirabile. Se mai la tradizione, che ci ha conservato i ricordi del passaggio di Gesù sulla terra, ha in sé la certezza e la prova della sua fedeltà, è proprio qui; e si può dire che qui non c'è una sola sentenza che non sia diventata una massima proverbiale per tutti i secoli, senz'aver perduto nulla della sua potenza e del suo valore " (1).

E, come diceva San Giovanni Crisostomo, se tutti i cristiani attuassero l'ideale descritto da Gesù in questo discorso, " nel mondo vi sarebbe tanta luce che non esisterebbero più pagani ".

Questo programma di vita è l'unica fonte di felicità individuale, familiare, sociale, internazionale; e le dottrine che l'hanno cercata altrove contribuiscono tutte quante a diminuire questa felicità e a compromettere quella eterna. Il Figlio di Dio crocifisso è e sarà sempre l'unico Maestro, il solo Dottore, "perché, egli diceva, avete un solo dottore: il Cristo" (Mt., 23, 10). Qui c'è uno che è da più di Giona, ascoltato dai Niniviti; qui c'è uno più saggio del saggio Salomone, che la regina Saba venne a sentire dagli estremi confini della terra (cfr. Mt, 12, 89-42).

(1) Reuss, Histoire évaiigélique, Paria 1876, p. 191.

 

Gesù ci rivela lo scopo della nostra vita e la via per. cui vi si giunge.

Dio. - Solo Dio è buono. Egli è unico. È vivente: il Padre ha un Figlio che ha glorificato prima di costituire il mondo; quanto ha il Padre lo ha anche il Figlio, e questo spiega come lo Spirito di verità, che il Padre manderà, prenderà dal Figlio tutto quello che da. Queste distinzioni tra il Padre, il Figlio e " l'altro a Consolatorc, non nuocciono affatto all'unità divina: il Padre e il Figlio a non sono che una sola cosa " (Gv., 10, 30); il Padre è nel Figlio e reciprocamente; il Figlio compie le opere del Padre suo e reciprocamente; quest'unità è il modello di quella cui devono giungere i discepoli di Gesù (Gv., 17, 22).

La morale. - Siamo in realtà quello che siamo agli occhi del Padre, che vede nel segreto. Il regno di Dio resta chiuso alla pseudo-santità farisaica.

I farisei cercano di farsi credere giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce il loro cuore: la magnifica facciata, che riempie il popolo di meraviglia, agli occhi del Padre è un orrore; il sepolcro imbiancato non inganna Dio, che vede il putridume che vi è nascosto; la coppa viene purificata, ma la bevanda resta inquinata.

Invece la minima elemosina, la più piccola preghiera, il minimo sacrificio è veduto dal Padre, e riceverà da Lui una ricompensa eterna.

I comandamenti e i consigli. - L'amore a Dio e al prossimo sono l'alfa e l'omega della morale; d'ora in poi quest'amore nel cuore dei discepoli sarà regolato dai battiti del Cuore di Gesù; quando io amo il mio Dio e il mio fratello, è Gesù che ama in me, e io in loro amo Gesù.

Io so che Dio mi ama, che Gesù mi ama, che tutti i discepoli di Gesù mi amano; questo mi dilata l'anima all'infinito. D'altra parte io attingo nel Cuore di Gesù un amore senza limiti, che con un solo slancio mi porta verso tutti, verso Gesù e verso Dio.

Questo slancio è un'obbedienza gioiosa agli ordini che Gesù mi da; è normale, perché Gesù non ha amato diversamente. Egli ha eseguito tutti gli ordini del Padre suo e in particolare l'ordine di dare la sua vita sopra una croce per noi; e noi tenderemo fino a questa meta, ogni giorno.

L'abnegazione cristiana è sommamente deliziosa a chi la pratica come la praticò Gesù. Non cercando in nulla noi stessi, viviamo la vita più felice possibile, perché ci ritroviamo in tutto, essendo tutto un'occasione di donarsi agli uomini, a Cristo Re, a Dio infinitamente amabile.

II giogo diventa estremamente soave, il fardello quasi non pesa più sulle spalle, in queste nuove condizioni che Gesù s'è degnato di stabilire sulla terra per glorificare il Padre suo e Padre nostro, il Dio suo e Dio nostro.

E se ci è dato questo, noi aspireremo a un'assoluta povertà, a una verginità perpetua, a un'obbedienza totale, fino alla morte. Semplici consigli, che furono sempre intesi e seguiti, perché Cristo, che li ha dati, ha saputo trovare la via dei poveri cuori che palpitano nei nostri petti.

La Chiesa di Gesù. - Gesù non volle discepoli individuali, che non appartenessero a una fraternità: vuole che tutti formino un solo gregge, di cui egli è l'unico pastore. La metà del suo gregge (Israele) apparteneva già alla vera religione e attendeva il Cristo, che è Gesù; l'altra metà (i gentili) dovrà fondersi con la prima, perché Gesù sopprime qualsiasi distinzione. Durante l'assenza di Lui, Pietro dovrà pascere tutte le pecorelle e tutti gli agnelli di Cristo, e sarà assistito da Giacomo, Giovanni e dagli altri. Tutta quanta la Chiesa riposerà su Pietro, come sopra una roccia infrangibile, e Pietro sarà infallibile nella sua fede e cosi potrà confermare la fede di tutti i suoi fratelli.

La Chiesa di Gesù è santa, molto santa, divinamente santa. Per farne parte bisogna nascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito (ricevere un battesimo col quale lo Spirito di Dio purifica internamente l'anima). La remissione dei peccati è dovuta all'effusione del sangue di Gesù offertosi in sacrificio. La Chiesa, ed essa sola, ha il diritto di scomunicare quei suoi membri che rifiutano d'ascoltarla. Per preservarsi dal male, bisogna essere pronti a strapparsi l'occhio o a tagliarsi la mano; bisogna evitare di dare scandalo al discepolo debole, e chi commette tale mancanza s'attira la collera divina. La vita cristiana si nutre alle fonti più pure e attinge l'acqua viva dal cuore stesso di Gesù, mangia la sacra carne del Salvatore e beve il suo sangue redentore. La santità di Cristo viene come trasfusa in noi attraverso i sacramenti.

La Chiesa, fondata da Gesù Cristo, è necessariamente cattolica, perché composta " dei figli del Regno ", che devono " venire dall'Oriente e dall'Occidente, dal Nord e dal Mezzogiorno " (cioè da ogni parte) per a prendere posto alla mensa del Regno di Dio " (Le, 13, 29). D'altronde l'unità della Chiesa non sopporta frontiere o regioni chiuse; e Satana, il principe di questo mondo, viene gettalo fuori, e perciò il mondo passa sotto lo scettro di Gesù.

Infine la Chiesa deve sempre restare apostolica, come nel suo primo giorno di vita, perché Gesù si scelse dodici apostoli e affidò loro il governo delle dodici tribù, cioè di tutto Israele; e siccome il giudaismo ha tradito, " il Regno di Dio " sarà tolto ai cattivi vignaioli e sarà dato " a una nazione che ne farà i frutti" (Mt., 21, 43). Gesù non dice: "alle nazioni", ma a "una nazione" differente non necessariamente per sangue, ma certamente per lo spirito; quindi: a un nuovo popolo di Dio, ai veri figli d'Abramo, al vero Israele, " all'Israele di Dio ", come dirà San Paolo.

Il regno celeste e terrestre di Dio. - II regno di Dio è il cielo, dove i giusti troveranno Dio dopo la loro morte e più ancora dopo la loro gloriosa resurrezione. Questo punto di dottrina non è nuovo.

Gesù aggiunge una rivelazione: Cristo è venuto sulla terra a instaurare il regno di Dio, il vero regno di Dio sulla terra. Per renderlo visibile Gesù gli da " la fisionomia d'un regno del Figlio, distinto dal regno eterno, che è quello del Padre ". Questo regno del Figlio è la Chiesa militante.

In questo regno la zizzania rimane mescolata al buon grano; si devono ambire i posti dei servi e degli umili. I farisei sono colpevoli perché non entrano nel regno e sbarrano la via agli altri; però, nonostante tutto, la generazione contemporanea a Gesù non scomparirà senza che si sia acquistata la certezza che il Figlio dell'uomo è venuto nel suo regno: fatto che avrà del miracoloso, poiché un uomo crocefisso non può diventare cosi presto e cosi manifestamente un re infinitamente amato e letteralmente adorato. Gesù predisse questo e i fatti gli hanno dato ragione.

Il regno postumo di Cristo durerà fino alla consumazione dei secoli, dopo di che i giusti saranno definitivamente separati dai cattivi (parabole del loglio e della rete).

Quanto tempo durerà questo regno sulla terra? Gesù non ha la missione di dircelo, ma ci sarà il tempo per radunare discepoli in tutte le nazioni; il chicco di senapa deve aver il tempo per crescere e diventare un arbusto coperto di foglie; il lievito eserciterà tutta la sua azione progressiva sulla pasta, nonostante molti ostacoli e continue persecuzioni. Perciò si possono prevedere lunghi secoli.

Ma il regno terrestre cesserà il giorno in cui il Salvatore " ritornerà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui; allora siederà sul suo trono glorioso e tutte le genti saranno radunate davanti a lui, e separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri " (Mt., 25, 31-32). Egli che, fino allora, avrà fatto tutto per salvare, non esiterà a " condannare " a una pena eterna quelli che avranno lasciato il Cristo nella fame, nella sete, senz'alloggio, né vesti, malato e carcerato.

Il cielo. - Gesù mantenne la fede nella resurrezione della carne e promise di far sentire la sua voce a tutti quelli che saranno nel sepolcro. A Marta, che gli diceva la sua certezza nella resurrezione del fratello " nell'ultimo giorno ", Gesù rispose: "Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, ancorché muoia, vivrà, e chiunque vive e crede in me non morrà mai in eterno " (Gv., 11, 25-26).

Annunciando l'Eucaristia dice: " Chi mangia di questo pane vivrà in eterno... Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo resusciterò nell'ultimo giorno " (Gv., 6, 59 e 55). La vera manna ci conserva in vita fino al nostro ingresso nella vera terra promessa, " I giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro " (Mt, 13, 43).

L'inferno. - " Serpenti! razza di vipere! come potrete voi scampare dalla condanna all'inferno? " (Mt., 23, 33), poiché chiunque avrà detto a suo fratello " raca " (stupido), sarà passibile del fuoco della geenna (Mt., 5, 22). Questo è " il fuoco eterno, che è stato preparato per il diavolo e per i suoi angeli a (Mt., 25, 41). " Come si raccoglie la zizzania e si abbrucia nel fuoco, cosi avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli ed essi toglieranno via dal suo regno tutti gli scandalosi e gli operatori d'iniquità, e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti! " (Mt., 13, 40 e 42).

Siccome questo è divinamente vero, il grande Cuore di Gesù non poteva nascondercelo.

Altri punti di dottrina. - Non abbiamo lo spazio disponibile per poter affrontare gli altri punti dell'insegnamento di Gesù, come sulla preghiera, il matrimonio, la società civile, i sacramenti, le virtù, la gioia, la pace, eco

Gesù parla da maestro, e tuttavia non ha inventato nulla; ha ascoltato il Padre ed ha ripetuto fedelmente a noi quello che ha sentito; Egli ha le parole della vita eterna; se lo abbandoniamo da chi andremo dunque? Presto o tardi bisognerà tornare a Lui, come il figliol prodigo e rovinato, il cui fratello maggiore si senti dure : a Figlio mio, tu stai sempre con me e tutto il mio è pure tuo " (Le, 15, 31).