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L'Inferno visto dai santi

 

L'INFERNO VISTO DA SR. MARIA GIUSEPPA MENENDEZ

 

Suor M. Giuseppa Menendez, Religiosa del Sacro Cuore, nacque a Madrid il 4 febbraio 1890 e morì il 29 dicembre 1923.

Sr. M. Giuseppa Menendez fece varie visite all'inferno. Ecco quanto vede e narra in una di queste: "In un istante mi trovai nell'inferno, ma senza esservi trascinata come le altre volte, e proprio come vi devono cadere i dan­nati. L'anima vi si precipita da se stessa, vi si getta come se desiderasse sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. L'anima mia si lasciò cadere in un abisso, in cui non si poteva vedere il fondo, perché immenso ... Ho visto l'inferno come sempre: antri e fuoco.

Benché non si veggono forme corporali, i tormenti straziano i dannati come se i corpi fossero presenti e le anime si riconoscono. Fui spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s'infigessero nel mio corpo. Ho sentito come se si volesse, senza riuscirvi, strapparmi la lingua, cosa che mi riduceva agli estremi, con un atroce dolore.

Gli occhi mi sembrava che uscissero dall'orbita, credo a causa del fuoco che li bruciava orrendamente. Non si può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tutto questo l'ho provato come le altre volte e, sebbene questi tormenti siano terribili, sarebbero un nulla se l'anima non soffrisse. Ma essa soffre in un modo indicibile.

Ho visto alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno dover sostenere, specialmente alle mani. Penso che abbiano ruba­to, poiché dicevano: Dov'è ora quello che hai preso?... Maledette mani!... Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo!... E sei tu, o corpo, che l'hai voluto!... Per un istante di piacere un'eternità di dolore! Mi pare che nell'inferno le anime si accusino special­mente di peccati d'impurità.

Mentre ero in quell'abisso, ho visto precipitare dei mondani e non si può dire né comprendere le grida che emettevano ed i ruggiti spaventosi che mandavano: Maledizione eterna! ... Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sono qui per sempre... per sempre... e non c'è più rimedio!... Maledizione a me! Una fanciulla urlava disperatamente, imprecando contro le cattive sod­disfazioni concesse al corpo e maledicendo i genitori, che le avevano data troppa libertà a seguire la moda ed i divertimenti mondani. Da tre mesi era dannata. Tutto questo che ho scritto, conclude la Menendez, non è che un'om­bra in paragone a ciò che si soffre nell'inferno".

Quanto visto dalla Menendez si può così riassumere:

a ) L'inferno è un abisso di cui non si può vedere il fondo, perché immenso, con antri dappertutto e fuoco.

b ) I dannati cadono nell'inferno non sospinti da una forza esterna, ma da una forza misteriosa interna. Vi si precipitano, quindi, da se stessi, gettandovici come se desiderassero sparire dalla vista di Dio, per poterlo odiare e maledire. Questo sottrarsi da Dio equivale, in fondo, alla pena del danno con­sistente, appunto, nella privazione della vista di Dio: la pena più atroce anche se difficile a descriversi.

c ) Assieme alla privazione della vista di Dio, si aggiungono tormenti a non finire, che i dannati patiscono nell'anima e anche nel corpo come se lo avessero: è la pena del senso.

e ) Detta pena del senso è espressa in toni sconcertanti: la Menendez è spinta in una nicchia di fuoco e schiacciata come tra piastre scottanti e come se dei ferri e delle punte aguzze arroventate s'infigessero nel suo corpo. Sente come se le si volesse, senza riuscirvi, strapparle la lingua, cosa che la riduce agli estremi, con un atroce dolore.. Le sembra che gli occhi le escano dall'or­bita, a causa forse del fuoco che li bruciava orrendamente. Ella non può né muovere un dito per cercare sollievo, né cambiare posizione; il corpo è come compresso. Le orecchie sono stordite dalle grida confuse, che non cessano un solo istante. Un odore nauseabondo e ripugnante asfissia ed invade tutti, come se si bruciasse carne in putrefazione con pece e zolfo. Tormenti terribi­li che sarebbero, però, un nulla se l'anima non soffrisse.

f ) Ma l'anima soffre in un modo indicibile. La veggente ha visto alcune di queste anime dannate ruggire per l'eterno supplizio che sanno di dover sostenere.

g ) Per ogni peccato ci sono pene speciali. I dannati per ladrocinio soffrono specialmente alle mani, poiché dicevano: Dov'è ora quello che hai preso?... Maledette mani!... Altre anime accusavano la propria lingua, gli occhi... ciascuna ciò che è stato causa del suo peccato: "Ben pagate sono adesso le delizie che ti concedevi, o mio corpo!... E sei tu, o corpo, che l'hai volu­to!... Per un istante di piacere un'eternità di dolore!".

Pare però che nell'inferno le anime si accusino specialmente di peccati d'impurità: i mondani, precipitano nell'inferno emettendo grida e ruggiti spaventosi da non potersi comprendere. Una ragazza urla disperata: "Maledizione eterna!... Mi sono ingannata!... Mi sono perduta!... Sono qui per sempre... per sempre... e non c'è più rimedio! ... Maledizione a me!". Impreca contro le cattive soddisfazioni concesse al corpo e maledice i genitori, che le ave­vano data troppa libertà a seguire la moda ed i divertimenti mondani.

h ) Per quanto si voglia, è quasi impossibile esprimersi sulla realtà dell'inferno. Quanto scritto - dice la Santa - "non è che un'ombra in paragone a ciò che si soffre nell'inferno ".