tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
CAPITOLO
I. - ALCUNE DEFINIZIONI. LO SCANDALO DELL'INCREDULITÀ'.
L'INCREDULITÀ' NEL VANGELO
Chiamo
incredulo colui che, avendo conosciuto il
messaggio cristiano, ha rifiutato implicitamente
o esplicitamente di conformarvi il pensiero
e la vita. Non è incredulo né
il pagano, perché non ha nemmeno l'idea
della fede; né il giudeo, perché
ha tutta la religione dell'Antico Testamento,
ma in immagini è in simboli: egli crede
alla manna senza credere all'Eucarestia; né
l'eretico, avendo egli la passione esclusiva
d'una metà della verità cristiana:
la grazia, ad esempio, gli nasconde la libertà.
Non c'è incredulità senza una
conoscenza, sia pur vaga e confusa, della
fede cristiana e senza un rifiuto di credere
o un'impossibilità a credere questa
verità totale. Il rifiuto e l'impossibilità
possono assumere le forme più varie
e inattese, dall'incredulità aggressiva
all'indifferenza distratta o all'inquietudine
sofferente.
L'incredulo
è il greco che all'Areopago, dopo il
discorso di Paolo, se ne va scrollando il
capo, urtato nella sua ragione dal domma dell'Incarnazione
o dalla promessa della resurrezione dei corpi.
Ecco dunque il grande scandalo dell'incredulità:
ogni predicazione fa dei credenti, ma anche
degli increduli. Cristo e i suoi apostoli
da questo punto di vista sono una stessa tradizione
con i profeti biblici, le cui parole infuocate
rendevano i fedeli più ardenti e gl'increduli
più colpevoli: "Se non fossi venuto
e non avessi loro parlato, dice Cristo, non
avrebbero colpa, ma ora non hanno scusa per
il loro peccato " (Gv. 15, 22). Se non
fosse stata resa testimonianza alla verità,
l'ignoranza tranquilla non sarebbe divenuta
colpevole negazione.
Lo
scandalo del rifiuto della verità,
da parte d'un essere fatto per la verità,
da alla fede l'apparenza d'una credenza particolare
e limitata a una società chiusa, mentre
il Dio, cui essa aderisce, è il Dio
universale, il Dio di tutti gli uomini e di
tutti i mondi. L'incredulità appare
come un fallimento di Dio, e quindi come un
motivo di dubbio. L'incredulità richiama
l'incredulità indefinitamente.
Il
Vangelo ci mostra due tipi d'incredulità,
entrambi eterni; c'è l'incredulo clic
non capisce, che non giunge a a realizzare
" l'ampiezza del messaggio e la grandezza
dell'appello; cosi quando Cristo promette
la vita eterna a chi mangerà la sua
carne e berrà il suo sangue, si leva
un mormorio : " È duro un tal
parlare, e chi lo può sentire? "
(Gv. 6, 61). E c'è anche l'incredulo
che, oserei dire, capisce troppo; che desidera
rispondere e indietreggia davanti a un'esigenza
che si rappresenta con troppe lucidità:
cosi il giovane ricco che se ne va triste,
perché ha molti beni (Ml 19, 22). E
finché sarà predicato il Vangelo
a ogni creatura, ci sarà sempre fede
e incredulità: ma se l'incredulità
durerà quanto il mondo peccatore, non
conserverà sempre le stesse forme,
poiché nelle sue ragioni e cause, essa
riflette la mobilità dei tempi; e forse
essa dipende dalle vicissitudini storiche
assai più della fede, radicata nell'eterno.
Il nostro tema si divide quindi naturalmente
in due parti: l'incredulità d'ogni
tempo e l'incredulità di oggi. Cercheremo
le ragioni dell'una e dell'altra, e concluderemo
studiando alcuni tipi d'increduli.
CAPITOLO
IL - L'INCREDULITÀ D'OGNI TEMPO. LE
SUE RAGIONI IMMUTABILI
§
1. - La potenza della libertà umana
e l’inevidenza della verità religiosa.
Quando
l'intelligenza umana crede un mistero soprannaturale,
non è costretta all'assenso da un'evidenza
matematica; essa crede, inclinata dalla volontà
la quale con la generosità del suo
slancio, supplisce così all'oscurità
dell'oggetto, e questo significa che ogni
fede è libera e potrebbe non essere.
Eccoci alla ragione più profonda dell'incredulità:
nel più segreto di ciascuno di noi
c'è questo potere d'accettare e di
rifiutare, cioè la libertà,
ed essendo un atto libero, la fede può
essere una virtù; la possibilità
del no da valore al sì.
L'uomo
è libero, ma è libero anche
Dio e la libertà divina trionfa proprio
nel non forzare la libertà umana: Dio
non appare in una maestà incontestabile,
non moltiplica i miracoli sotto gli occhi
degli increduli. Ora quest'inimmaginabile
discrezione significa che Dio non si impone
con la forza alla volontà che non vuole
saperne di lui. L'inferno nell'eternità
e l'incredulità nel tempo esprimono
questo rispetto misterioso, incomprensibile
alle nostre indelicatezze, dell'onnipotenza
divina per la fragile libertà umana.
Il Figlio dell'uomo ci ha fatto il terribile
onore di attendere che tutti i destini umani
siano fissati per comparire nella sua gloria
sulle nubi.
L'oscurità
della verità religiosa, che rende meritoria
la fede e spiega l'incredulità, dipende
dalla natura stessa di questa verità.
I teologi giansenisti dell'incredulità,
a torto hanno fatto di quest'oscurità
un'umiliazione imposta dalla divina giustizia
alla superbia dell'intelligenza umana: Dio
nel paradiso terrestre era percepito per trasparenza
attraverso ogni cosa creata; ma quando l'uomo
s'allontana da Dio, Dio si allontana dall'uomo;
e allora la natura diviene opaca, l'anima
silenziosa ed ecco possibile l'incredulità.
Errore pessimista. Effettivamente l'oscurità
della verità religiosa deriva dalla
sua realtà soprannaturale: l'intimità
di Dio, che la fede ci scopre misteriosamente,
né può essere commisurata dalla
nostra intelligenza, né cade sotto
la presa della nostra volontà. La verità
religiosa è una libera confidenza con
cui Dio ci rivela con parole umane i segreti
della sua vita divina, e li può dire
solo a bassa voce, avvolgendoli d'oscurità,
perché il nostro cuore non venga meno.
Pare che Dio si manifesti nascondendosi, e
si nasconda manifestandosi; e questo appunto
è la legge dell'Incarnazione, in cui
l'umanità di Cristo nasconde la sua
divinità rivelandola. Questa prodigiosa
umiltà, quest'infinito raccoglimento
è il grande mistero divino: Dio si
abbassa per mettersi alla nostra portata e
nello stesso tempo non vuoi prendere a viva
forza la nostra amicizia, che però
desidera con un desiderio onnipotente. Perciò
la fede non può essere unanime e l'incredulità
diventa un fatto che quasi si direbbe necessario.
§
2. - La verità religiosa è una
verità esigente che scoraggia la debolezza
umana.
La
verità religiosa non è una verità
da contemplarsi come morta immagine in uno
specchio; ma è una verità che
vuole salvare e trasformare tutto l'uomo,
estinguendone l'egoismo e mutandolo da carnale
in spirituale. Il dom-ma è difficile
a credersi, la morale difficile a praticarsi,
ma non sono una mortificazione imposta alla
natura umana da un Dio crudele; quest'ascesi
è la condizione di una rinascita, perché
occorre divinizzare l'uomo per prepararlo
a conoscere Dio. Di qui è facile comprendere
come contro la fede si ergono esigenze troppo
umane come l'orgoglio dello spirito e l'avarizia
della carne.
L'orgoglio
dello spirito. - Con l'atto di fede
l'uomo deve riconoscere che sopra di lui,
in una trascendenza che non si può
immaginare, esiste una realtà e una
santità infinita; che tutto ciò
che egli ha è ricevuto e che il suo
stesso essere è un dono; che egli non
può darsi la felicità o la saggezza,
ma deve attenderle da una divina liberalità.
Lo spirito umano sopporta a stento questa
condizione di totale dipendenza, e quindi,
per dirla con la vigorosa espressione proposta
in quest'opera dal Padre de Montcheuil, trattando
del bisogno religioso, vede ergersi davanti
a sé la tentazione dell'autonomia assoluta.
L'uomo mancherebbe alla sua condizione se
non conoscesse questa vertigine d'indipendenza,
però mancherebbe al suo destino se
vi soccombesse.
La
tentazione dell'autonomia può prendere
mille forme ora sottilmente intellettuali,
ora decisamente volontarie: la verità
religiosa è una verità dommatica,
cioè una verità che scopriamo
o che si scopre, ma che nessuna ingegnosità
umana avrebbe potuto inventare. E l'uomo è
tentato di vedere la verità soltanto
nelle costruzioni che sono opera esclusiva
del genio della nostra specie. La divina semplicità
del Vangelo svia la nostra curiosità
d'inedito, il nostro gusto di divertimento:
è una luce bianca mentre noi vorremmo
una luce dai molti colori ora sgargianti ora
sfumati.
Così
la fede solleva contro se stessa la cupidigia
che condanna, e la passione del possesso sovente
è solo una forma volgare dell'orgoglio
dello spirito. La verità religiosa
è una verità che si deve servire,
e non una verità che serve agli agi
e alle comodità della vita, come molte
verità delle scienze umane. Attraverso
la fede non possediamo, ma siamo posseduti
da uno più possente e migliore di noi.
Chi vuoi possedere se stesso, essere padrone
assoluto di sé, opporrà un cuore
ostile alla fede cristiana.
Quando
un poeta come Gabriele d'Annunzio scrive che,
invitato da un amico morente a ritornare alla
fede, <t serrò i denti " e
rispose che ciò non sarebbe mai stato
perché, una delle due, o viveva in
lui Gabriele d'Annunzio o viveva Cristo, egli,
senza accorgersene, scriveva una parola terribile
e verissima. In realtà la questione
è proprio questa: se ciascuno vuoi
essere a se stesso il proprio Dio, non potrà
mai riconoscerne e adorarne un altro.
Così
l'orgoglio dello spirito s'impennerà
contro la legge della mortificazione e, per
paura della morte, resterà al di fuori
della vita.
L'avarizia
della carne. - La carne non è
il corpo; l'uomo carnale è quell'essere
fatto di avarizia e di ingratitudine che è
in ciascuno di noi e ci spinge a cercare le
posizioni sicure, comode e facili.
La
fede obbliga il credente ad affermare l'esistenza
di tutto un universo invisibile e reale; ora
ogni uomo è sempre più o meno
figlio della terra, materialone e sensuale,
lento a credere che l'invisibile sia più
solido che il visibile e il tangibile.
Inoltre
il carattere apparentemente paradossale, e
perfino contraddittorio, delle esigenze cristiane
fa indietreggiare più d'un'anima amante
del quieto vivere. Il cristianesimo impone
all'uomo di trovare una sovrabbondanza di
vita nella rinuncia, di perdere la propria
anima per salvarla, di andare alla gioia attraverso
la sofferenza; gli domanda d'aver cura della
propria anima come dell'unico tesoro, ma anche
di quella di tutti i suoi fratelli nella carità
universale; gli chiede di raccogliersi e di
darsi, d'essere nello stesso tempo attaccato
e distaccato. Un istinto di pacifismo e di
comodità interiore fa temere all'uomo
la tensione e lo strappo tra esigenze opposte.
L'immagine
dell'uomo che il cristianesimo ci presenta
ha qualcosa d'ancor più sconcertante;
siamo cosi abituati a noi stessi, che non
badiamo più alle nostre contraddizioni
intime; e quando il cristianesimo ci parla
della nostra condizione, noi non ci conosciamo
più in questo specchio troppo fedele,
che abbiamo coperto con i fumi delle illusioni,
e quindi ci rifiutiamo d'essere cosi grandi
e insieme cosi miserabili. Io sono a un tempo
niente e tutto, polvere che avrebbe potuto
non essere; e tuttavia sono chiamato a condividere
la beatitudine di Dio, pur restando capace
di far fallire in me l'opera della Redenzione;
strana impotenza, più strano e più
meraviglioso poterei Grande è la tentazione
di dire: io non sono quest'uomo troppo miserabile
e troppo grande, perché l'orgoglio
vorrebbe rifiutarsi di ammettere il nulla
e la timidità di ammettere la chiamata
alla divinizzazione. L'incredulità
andrà a cercare altrove, ma non nella
fede, un'immagine più facile e rassicurante
dell'uomo.
§
3. - L'insufficienza della testimonianza resa
a Cristo dal mondo cristiano.
La
Chiesa è santa, ma ha dei membri peccatori;
la legge dell'incarnazione affida a mani umane
le cose divine; Dio non vuole più apparire
agli uomini che attraverso testimoni, di cui
solo alcuni raggiungono l'eroismo della santità
mentre l'immensa maggioranza rimane immersa
in una mediocrità sconfortante. Cristo
vuoi essere presente al mondo nei cristiani;
ma se questi saranno cattivi cristiani, Cristo
sarà mal conosciuto o misconosciuto;
se essi sfigurano o impiccioliscono Cristo
accomodandolo' ai pregiudizi del mondo o agl'interessi
dei padroni di questo mondo, questo Cristo
sfigurato, accorciato, con le braccia strette,
talvolta perfino complice del male, della
violenza e dell'ingiustizia, impedirà
alla fede di nascere in molte anime rette.
Qui le responsabilità dei cristiani
sono immense, poiché possono essere
anch'essi causa d'incredulità; e spiriti
travagliati dalla loro generosità naturale
e dalla grazia, nella sincerità della
loro disillusione, vanno dicendo: "Fateci
più bello il vostro Dio, se volete
che lo si adori ".
Cosi
Cristo si trova negato più dal tradimento
di troppi credenti che dall'inquietudine di
molti increduli.
§
4. - Il mistero dell'incredulità.
Queste
ragioni, che dureranno quanto l'uomo, non
pretendono di spiegare il mistero e di fare
scomparire lo scandalo dell'incredulità.
Mistero che sconcerta
l'intelligenza: l'uomo fatto per la verità
e la gioia come può rifiutare la verità
e la gioia? Scandalo che sconcerta la carità:
come può l'amor di Dio soffrire d'essere
misconosciuto?
Ci
siamo guardati dallo spiegare l'incredulità
col solo mistero del peccato originale, come
s'è fatto troppo spesso, ponendo nell'uomo
un oscuro fondo di cupidigia che sarebbe incomodato
dalla fede. Il mistero dell'incredulità
dev'essere situato più profondamente
e bisogna vederlo nella duplice luce del mistero
della libertà umana e del mistero dell'Incarnazione:
significa che la soprannaturale esigenza divina
è alle prese con una miseria ribelle;
significa che l'immensità della promessa
divina per compiersi ha bisogno della libera
amicizia dell'uomo; significa l'umiltà
d'un Dio di verità che, discendendo
nel tempo e nella storia, accetta d'essere
un problema abbandonato alle discussioni degli
uomini, l'abbassamento d'un Dio d'unità,
che accetta d'essere un Dio diviso. In questi
orizzonti un Bossuet scriverebbe un'elevazione
sul mistero dell'incredulità e direbbe
che se l'incredulità d'una moltitudine
è un grande scandalo, la fede di molti
è un miracolo più grande ancora.
E l'oscura chiarezza del mistero dell'incredulità
per la fede che ha compreso diverrebbe un
nuovo motivo per credere.
CAPITOLO
III. - L'INCREDULITÀ' ODIERNA
§
I. - Le forme intellettuali dell'incredulità
moderna.
L'incredulità,
anche quand'è un fatto sociale e quindi
avente alcuni suoi motivi nella struttura
stessa di una civiltà, cosa questa
che vedremo in seguito, non può fare
a meno di una formulazione intellettuale.
Non c'è tipo d incredulità che
non abbia la sua filosofia, ricca o povera,
complessa o schematica. Noi cercheremo d'enumerarne
alcune.
Lo
scientismo contro la fede. - La seguente
posizione può definire esattamente
Io scientismo: la scienza può bensì
adattarsi ad una concezione pantelstica della
natura e della storia, ma non mai all'idea
d'una potenza libera trascendente al mondo.
La scienza non può essere che determinista:
essa a rivela una realtà governata
da leggi immutabili. Quando la volontà
umana tenta di agire sopra quest'universo
è necessariamente obbligata a farsi
ingegnosità tecnica, cioè appoggiarsi
necessariamente sulla necessità universale.
La grazia nella coscienza, il miracolo nella
natura o nella storia sarebbero pertanto strappi
inintelligibili in quest'unico rigido tessuto
di cause e di effetti. L'uomo non è
separato dalla natura, non costituisce un
regno a parte, quello della libertà;
anch'egli è soggetto a leggi e la storia
dell'umanità ha la sua dialettica necessaria,
quella stessa che in Comte, Hegel o Marx fa
necessariamente passare dalle immaginazioni
religiose al sapere razionale. Vi sono leggi
anche per l'avvento della legge nella coscienza
umana; e la legge, cioè il determinismo
universale, mentre ci permette il possesso
del mondo, fa di Dio un'ipotesi inutile. L'universo
si spiega in se stesso e per se stesso.
Cosi
Alain, pur sostenendo vigorosamente contro
lo scientismo la tesi idealista che lo spirito,
soggetto d'ogni conoscenza, non può
essere oggettivamente conosciuto, ha volgarizzato
in mille modi il tema d'un universo meccanico,
senza volto, senz'intenzione benevola od ostile,
cosa rigorosamente determinata, di fronte
alla quale l'uomo può attendere aiuti
solo più da se stesso e dalle sue macchine.
Molti films sovietici si compiacciono a contrapporre
il vecchio contadino ignorante, docile al
pope, che dalla preghiera sperava un raccolto
sempre incerto, al contadino moderno, il quale
perché crede ai trattori e non agli
angeli, scopre le meraviglie dello sfruttamento
collettivo e scientifico del suolo. E il marxismo
che presenta il materialismo determinista
come il postulato d'ogni scienza positiva,
è oggi un neo-scientismo con formule
poco meno sommarie e brutali di quelle dello
scientismo classico.
Questa
situazione ha provocato controffensive apologetiche
spesso sfortunate. Si volle cercare nella
fisica contemporanea una specie di sconfessione
propriamente scientifica del determinismo
e quindi dello scientismo. Oggi la microfisica
dissolve la materia in una polvere infinitesimale,
ove parrebbe perdersi l'individualità,
ove pare allentarsi, se non spezzarsi, la
causalità. Posta una determinata causa,
sono possibili molti effetti, inegualmente
probabili, e non uno solo rigorosamente determinato,
come pensava la fisica classica. La localizzazione
d'un corpuscolo nello spazio e nel tempo,
la sua velocità ed energia sono suscettibili
soltanto di quelle precise imprecisioni, che
si chiamano probabilità o leggi statistiche.
La contingenza, la spontaneità, insomma
la libertà ; potrebbero quindi costituire
l'intima essenza della materia. Un agglomerato
: d'incoerenze o anarchie elementari produrrebbe
un'apparenza d'ordine e di determinismo rigoroso,
alla scala dei nostri sensi, in virtù
della legge dei grandi numeri.
Ma
non è precipitazione o pigrizia domandare
alla scienza di decidere tra lo spiritualismo
e il materialismo, la libertà e il
determinismo universale? In realtà
i grandi fisici, quando parlano del "
principio d'indeterminazione ", del "
moto indeterminato ", vogliono dire solamente
questo, che noi non possiamo avere una conoscenza
precisa della posizione e del moto dei corpuscoli
in maniera da prevederne le direzioni con
certezza, come avviene nella fisica classica;
e ciò per mancanza di adeguati mezzi
di misura del mondo atomico. Ora, da una limitazione
dei nostri mezzi di conoscenza, non abbiamo
il diritto di concludere a un in determinismo
della materia. La spontaneità dell'atomo
potrebbe essere un'illusione filosofica, cioè
proprio l'opposto d'un fatto scientifico,
e se ne trarrebbe solo l'apologetica inconsistente
del volgarizzatore frettoloso, che s'ostina
a cercare una specie di concordismo tra lo
spiritualismo cristiano e i risultati della
scienza positiva. D'altronde le dottrine della
spontaneità atomica nel passato sono
state legate molto spesso a una metafisica
materialista, come si vede dall'esempio d'Epicuro
e di Lucrezio; quest'incontro non è
una pura coincidenza storica, perché
quanto è attribuito al caso è
sottratto a Dio, a meno che la parola caso
non sia menzognera.
È
pure facile vedere il partito che un materialismo
dialettico saprebbe trarre da una spontaneità
atomica in favore della sua tesi d'un autodinamismo
della materia. Invece solo uno spiritualismo
di ispirazione cristiana può dimostrare
che il determinismo meccanico, mentre costituisce
la legge della materia, non riesce a spiegare
il mondo della vita e del pensiero. Tale spiritualismo
sarebbe cosi fedele alla lezione di Pascal,
che c'invita a pensare materialmente le cose
materiali e spiritualmente quelle spirituali,
mentre gl'inventori della libertà atomica
pensano spiritualmente le cose 'corporee.
Qui non ci proponiamo di confutare lo scientismo,
ma di dimostrare come le inettitudini apologetiche
possono offrire giustificazioni inattese all'incredulità.
L'evoluzionismo
contro la fede. - Nelle scienze della
vita, come in quelle della materia, l'incredulità
ha cercato ragioni per rifiutare la fede.
Roger Martin du Gard nel suo romanzo Jean
Barois rappresenta il tipo dell'incredulo,
che ha perduto la fede studiando le scienze
biologiche. A Jean Barois sembra impossibile
eludere il dilemma: la scienza impone il trasformismo;
la Chiesa condanna il trasformismo; bisogna
quindi scegliere lealmente.
Se
l'evoluzionismo equivale ad affermare che
la materia è la causa unica dalla quale
escono la vita e il pensiero, non ha nulla
di scientifico. Una simile generalizzazione
è, come insegna Bergson nell'Evoluzione
creatrice, un vero tradimento dell'evoluzione,
la quale è propriamente vitale e non
può essere spiegata con la materia:
la storia della vita rivela una causalità
originale irriducibile alle identità
matematiche e alle equivalenze fisiche, una
spontaneità nel cui seno il superiore
chiama e orienta l'inferiore e, lungi dallo
spiegare l'uomo attraverso l'animale, fa dell'umanità
la ragion d'essere dell'animalità...
Apologisti
poco illuminati, incapaci di percepire tutte
le implicanze spiri-tualiste dell'evoluzione
biologica, con le loro condanne brutali hanno
contribuito a moltiplicare illusori casi di
coscienza. Ora però la situazione pare
più chiara; molti comprendono che l'organismo
vivente dell'uomo può essere il risultato
d'un'evoluzione senza che sia risolto il duplice
problema dell'origine della vita e della trascendenza
del pensiero. Lo stesso Magistero ecclesiastico
lascia liberi nella questione dell'origine
del corpo dell'uomo dall'animale. Forse nella
stessa idea moderna dell'evoluzione c'è
una più grandiosa visione del mondo,
un tal senso dell'unità e della grandezza
della vita, che fanno meglio intravedere la
personalità dell'autore del mondo e
della vita.
Un'immagine
doppiamente infinita del mondo utilizzata
contro la fede. -
Nella
visuale dell'evoluzione il passato dell'uomo
e della vita indietreggia in una indefinita
lontananza. Di questa nuova visione o immagine
del mondo si servirà in modo particolare
l'incredulità contemporanea. Già
in altri tempi, come oggi, lo stupore degli
uomini di fronte all'immagine d'un mondo infinito
non ha mancato di provocare crisi della fede:
la scoperta dell'infinità dello spazio
nel secolo xvn spiega sia la costruzione panteistica
d'uno Spinoza e sia l'angoscia cristianamente
feconda d'un Pascal: "II silenzio eterno
di questi spazi infiniti mi atterrisce ".
Il mondo era diventato troppo grande e non
si capiva più come Cristo potesse restarne
il centro, poiché in molti spiriti
la fede era legata psicologicamente all'immaginazione
senz'audacia d'un mondo ristretto, che rendeva
la dignità umana solidale con un privilegio
materiale della terra e con la ristrettezza
dei deli. La scoperta d'uno spazio indefinito,
popolato da innumerevoli presenze, fece vacillare
in molti una fede troppo sensibile. Se la
scienza del secolo XVII non sospettò
il tempo indefinito, la scienza dei secoli
xix e xx ha scoperto quest'altra indefinita
che ingrandisce il mondo in una nuova dimensione,
provocando cosi una nuova crisi della fede.
Biologia e paleontologia rivelano che l'uomo
è smisuratamente antico, poiché
porta sulle spalle il peso d'un passato da
venticinque a trentamila anni e forse anche
più; che la storia della vita è
molto e molto più antica, contando
un numero di anni ancor più vertiginoso
di quello dei soli e delle galassie. La creazione
pare indietreggiare in modo indefinito e sprofondare
in un'inaccessibile lontananza e l'uomo pare
essere un'onda effimera di quest'immenso oceano
perduta tra le animalità di ieri e
le sovraumanità di domani. Una fede
che fosse solidale con l'ingenuo cantico:
" Da più di quattro mila anni...
" sarebbe minacciata quanto una fede
solidale con l'immagine del mondo che ha la
terra al centro e le stelle piantate come
chiodi d'oro nella volta del cielo. Come si
potrà assimilare il mondo a un qualsiasi
oggetto fabbricato, che postula un artigiano
come il ridicolo orologio di Voltaire? Insomma
il mondo smisuratamente ingrandito schiaccia
l'uomo e nasconde Dio.
Questa
specie di panteismo, che ha forte influenza
sul pensiero contemporaneo, dimentica che
tempo e spazio sono grandezze sensibili e
che la scoperta delle loro impreviste magnificenze
non toglie nulla alla miseria della loro contingenza:
per indefiniti che siano potrebbero anche
non essere; tale scoperta fa anche spiccare
meglio la grandezza del pensiero, come disse
in modo definitivo Pascal: se con lo spazio
questo mondo mi contiene fino a inghiottirmi,
con il pensiero Io contengo io. È però
vero che la filosofia cristiana e la spiritualità
comune non erano pronte a comprendere e assimilare
questo nuovo brivido dell'uomo moderno davanti
al mondo e, ancora una volta, la carenza dei
cristiani ha portato acqua al mulino dell'incredulità,
mentre un approfondimento dell'idea di Corpo
mistico, nell'esatta tradizione di San Paolo,
avrebbe permesso d'evitare molti disastri.
Occorreva cercare in che senso Cristo resta
il centro di questa storia indefinita, come
in lui tutto prende il suo senso, come senza
di lui la creazione disvelata e misteriosa
a se stessa resta gemente e grida per avere
il suo compimento e la sua unità.
La
critica storica contro la fede e la crisi
del senso crìtico. - Malgrado le apparenze
non c'è obiezione propriamente storica
contro la fede. Una difficoltà particolare
sui " fratelli di Gesù "
o la data della composizione del quarto Vangelo
non è mai insormontabile; la storicità
dei testi sacri è ognora più
indiscutibile e un tentativo come quello di
Couchoud, anche se ha avuto una voga momentanea,
non supera il livello d'una costruzione ingegnosa
e arbitraria. In fondo l'" obiezione
storica a è sempre di ordine filosofico.
Ad esempio, la resurrezione del Salvatore,
centro del credo cristiano, è un fatto
storico situato nel tempo e che può
essere colto solo attraverso la testimonianza.
Ma non è questo un modo di conoscenza
troppo meschino per un fatto d'importanza
cosi decisiva? La conoscenza per sentito dire
non è forse l'infima? " Ogni stupidaggine
entra per le orecchie ", diceva Alain.
Ciò impaccia i fanatici della ragione.
Un fatto storico che non partecipi al carattere
effimero e relativo della storia, che abbraccia
insieme il tempo e l'eternità, ecco
la diffidenza aprioristica d'ogni esegesi
razionalista, la quale crede più al
razionalismo che non all'esegesi. Tutte le
difficoltà d'un Renan nascevano dal
fatto che egli negava a priori qualunque miracolo,
o più esattamente ogni punto d'inserzione
concreta del divino nell'umano. Ma cosi non
siam più nel campo della storia, bensì
in quello della filosofia.
Infine
(d'obiezione storica" può prendere
la forma d'una difficoltà di metodo
e diviene a l'obiezione critica ". Il
domma pone in modo definitivo e prima d'ogni
ricerca una certa verità della storia
di Gesù. Non sarà quindi il
dubbio l'unico atteggiamento veramente scientifico?
E specialmente in storia chi può assicurare
che un'inchiesta è definitivamente
chiusa e non verrà più alcun
fatto nuovo a rimettere tutto in questione?
Così si discute l'idea stessa di domma,
e ancor qui l'obiezione supera l'ordine puramente
storico. L'obiezione deriva dal pregiudizio
moderno, che ogni conclusione definitiva arresti
la ricerca e segni la morte del pensiero.
Ed è vero che se nel campo della storia
vogliamo una certezza matematica, sarà
impossibile provare che la triplice convergenza
delle profezie dell'Antico Testamento, della
testimonianza degli apostoli e dell'insegnamento
vivo della Chiesa non sono coincidenze causali:
per chi ragiona more geometrico le accumulazioni
delle probabilità possono equivalere
alla certezza? Lo spirito critico potrà
sempre trovare materia per negare o interrogare.
Il
senso critico, o piuttosto l'ipercritica,
come alcuni amano dire per designare lo spirito
di diffidenza sistematica, è ora in
evidente regresso. Un tale regresso però
è felice solo a metà; il bisogno
umano di "edere s'è gettato, in
questo nostro secolo, su dommatismi così
grossolanamente semplicisti come il mito della
razza e del sangue, il messianismo della classe
eletta o del capo predestinato, che le prove
di Gesù Cristo in confronto sembrano
fondare la verità più solida
e più studiata di tutte. Nella nostra
età prammatista l'esigenza in fatto
di prove sembra paura d'agire e rifiuto d'impegnarsi.
L'azione ha bisogno di miti ed è facile
vedere che di fronte al dilemma sempre più
inevitabile: mito moderno o domma cristiano,
la libertà di spirito e lo spirito
della libertà sono dalla parte del
domma cristiano.
L'incredulità
filosofica. - Oggi filosofia non
è più sinonimo di incredulità
militante; anzi parrebbe il contrario. Basterà
ricordare Maurizio Blondel, Giacomo Maritain,
Stefano Gilson, Gabriele Marcel per la Francia;
la scuola della Neoscolastica di Milano e
i fautori dello spiritualismo cristiano, quali
Armando Carlini, Augusto Guzzo, Michele Federico
Sciacca, per l'Italia. Di fronte a questo
fiorire della filosofia aperta alla fede,
permane una tenace incredulità filosofica
di cui presentiamo tre tipiche manifestazioni:
quella di Brun-schvicg a sfondo idealistico-scientista,
quella di Croce a sfondo idealistico-storicista;
quella di Sartre a sfondo esistenzialista.
Leone
Brunschvicg. - Per Brunschvicg la
filosofia è un giudizio sulla religione;
è la religione compresa e superata;
essa dissipa le fonti dell'illusione religiosa.
La prima fonte è il linguaggio antropomorfico,
creatore di miti. Per esprimere la vita dello
spirito l'uomo si serve di immagini, di simboli;
la religione consisterebbe nel prenderli alla
lettera, materialmente, invece di interpretarli
" spiritualmente ", come fa la filosofia.
Brunschvicg rimprovera al cristianesimo di
aver preso sul serio e trasformati in dommi
i miti raccontati dal platonismo con faceta
ironia per esprimere poeticamente il potere
e il valore dello spirito (la caverna da cui
bisogna evadere o il viaggio di mille anni
tra
Seconda
fonte è il pensiero sociale: il mondo
sociale nasconde allo spirito umano il mondo
com'è in sé, e il pensiero che
si risveglia è inevitabilmente tentato
di fare dell'universo intero una vasta società:
il regno celeste e l'inferno non sono forse
una specie di proiezione della società
in un cielo mitico? Al mondo immaginato come
una città occorre un capo e un giudice,
come alle tribù d'Israele; e questo
onnipotente la cui parola, come quella dei
re di quaggiù, è immediatamente
efficace, ha la sua corte di angeli cantanti,
ma anche la sua galera, da cui non si esce
più. Ecco infine questa società
in ordine, perché i buoni e i cattivi
sono definitivamente separati.
Terza
fonte: l'uomo per vivere è artigiano,
fabbricatore, e anche qui un materialismo
incosciente gli fa applicare alla totalità
del mondo ciò che é vero rispetto
all'opera d'arte umana: all'opera occorre
un artefice, un creatore, dal quale essa dipende
totalmente, come il vaso dipende dal vasaio.
Ultima
e più sottile fonte dell'illusione
religiosa sarebbe la confusione del pensiero
e della vita: un essere vivente ha un'origine
e un fine; è un appetito egoista di
vivere ognora più. Il cristianesimo
nell'uomo vede soltanto un vivente, coltivando
in lui l'angoscia della sua origine, l'inquietudine
della sua fine, prolungandone la volontà
di vivere con visuali d'oltretomba che accarezzano
e ingannano il più egoista degli istinti.
La
filosofia è superióre alla religione:
essa è indifferente ai destini individuali,
assicura una comunione intellettuale disinteressata,
rende l'uomo indifferente alle sue origini
animali e alla morte; essa è il Dio
in spirito e verità, il Dio che salva
l'uomo da questo materialismo dell'uomo, ora
verbale, ora sociale, ora tecnico, ora biologico,
in cui restano impantanate le religioni dommatiche.
D'altronde l'esperienza storica non ha ampiamente
dimostrato che il cristianesimo è impotente
a creare nel mondo la comunione intellettuale
e la giustizia universale? Lo scacco della
sua volontà d'unità, come della
sua volontà d'unione, è una
prova che depone contro di esso.
Contro
l'idealismo di Brunschvicg che con lucida
disperazione getta le idee d'esistenza, d'origine,
e di fine fuori della filosofia, e riduce
l'inquietudine metafisica a un'angoscia vitale
trascurabile, il pensiero di Bergson ha riportato
il problema del destino al centro della filosofia;
e non pochi gli son debitori del loro ritorno
alla fede cattolica. Tuttavia c'è nel
bergsonismo un senso esclusivo del divenire,
un'impotenza a pensare l'eterno, che per molti
è un ostacolo alla fede. L'immutabile,
lo stabile, è l'inerzia e la morte.
Il tempo, ossia il divenire, è la vita
d'ogni vita. Ci possiamo chiedere se questa
tanto decantata " durée "
(durata, divenire) non sia sostanza insieme
divina e contingente di questo mondo e se
Dio non divenga con il tempo. Indubbiamente
l'eroismo e la creazione sono cose divine,
ma come sappiamo se il tempo avvenire non
ci riserberà l'apparizione di forme
d'eroismo inattese quanto aveva potuto esserlo
la santità cristiana nei confronti
delle sapienze antiche? Nella logica del bergsonismo
troviamo una bella e vana speranza, madre
di molte incredulità simpatizzanti
col cristianesimo: certamente, si dice, il
cristianesimo è la più eccelsa
grandezza umana; ma domani potremo vedere
schiudersi una grandezza ancora più
sublime. Una filosofia del divenire col suo
rifiuto dell'eterno, condanna l'umanità
a un eterno messianismo. Ogni domma diviene
il residuo d'uno slancio vitale che, più
tardi, fedele alla sua legge d'evoluzione
creatrice, produrrà altri domini ancora
sconosciuti. Grande è la parte del
bergsonismo in questo spirito d'avventura
intellettuale che fa temere ogni atteggiamento
dommatico come una restrizione della vita,
ma la paura sarebbe meno disastrosa, se troppi
credenti, facendo della loro fede una sicurezza
confortevole, non avessero perduto l'inquietudine.
Benedetto
Croce. - Come per Brunschvicg così
anche per Croce la filosofia è un superamento,
o meglio, una sostituzione della religione.
Questa non è che " imperfetto
conato a filosofare " e quindi mitologismo,
ossia filosofia "diventata raccontino,
novelletta, favola" (Croce, Logica, ed.
6, Bari 1942). Un Dio personale distinto dal
mondo e creatore e provvidente, l'immortalità
dell'anima di ogni singolo uomo, la rivelazione
soprannaturale, l'Incarnazione del Verbo e
la Redenzione per la morte di Cristo, la grazia,
ecc. sono favolette o miti, sono pensiero
immaturo, infantile. Compito della filosofia
è di interpretare razionalmente tale
mitologismo e cosi superarlo inverandolo.
" La filosofia toglie ogni ragion d'essere
alla religione perché le si sostituisce...
Perciò può egualmente sostenersi,
e che la religione venga distrutta dal progresso
della conoscenza umana, e che essa persista
sempre in questa... È impossibile conservare
una conoscenza imperfetta, quale è
la religiosa, accanto a ciò che l'ha
già superata e inverata " (Croce,
Filosofia della pratica, p. 281). Per tal
modo il mito di Dio personale e reggitore
del mondo vien ridotto alla verità
dello a Spirito universale, immanente in noi
tutti, continuità e razionalità
dell'universo "; quello della immortalità
individuale alla verità dell'immortalità
che trascende i nostri singoli atti e col
trascenderli li eterna " (Logica, p.
320); quello della creazione alla verità
" di uno spirito immanente, di cui astri
e cielo, terra e mare, piante e animali rappresentano
le contingenti manifestazioni " (ivi,
283); e quanto alla rivelazione, " la
filosofia non ne ammette altra se non quella
che lo spirito fa a se medesimo come pensiero
" (ivi, 285). E si potrebbe continuare
mostrando come tutte le verità cristiane
vengano razionalizzate in base al più
radicale immanentismo che si riduce a questa
posizione fondamentale: la realtà è
spirito eternamente diveniente e nulla esiste
fuori di esso: storicismo assoluto.
Partendo
da tali princìpi si potrà anche
accettare il cristianesimo; basterà
immanentizzarlo, storicizzarlo o, in altre
parole, demitologizzarlo. È appunto
quanto fa Croce nell'opuscolo: Perché
non possiamo non dirci "cristiani ".
" II cristianesimo è stata la
più grande rivoluzione che l'umanità
abbia mai compiuta" (p. 5) e la "ragione
è che tale rivoluzione operò
nel centro dell'anima " (p. 6), creando
una nuova coscienza morale il cui a affetto
fu di amore, amore verso tutti gli uomini,
senza distinzione di genti e di classi, di
liberi e di schiavi, verso tutte le creature,
verso il mondo che è opera di Dio e
di Dio che è Dio d'amore, e non sta
distaccato dall'uomo, e verso l'uomo discende,
e nel quale tutti siamo, viviamo e ci moviamo.
Da siffatta esperienza, che era in un sol
atto sentimento, azione e pensiero, una nuova
visione e una nuova interpretazione sorgeva
della realtà, non più cercata
nell'oggetto, avulso dal soggetto e posto
al luogo del soggetto, ma in questo che è
l'eterno creatore delle cose e l'unico principio
di spiegazione; e si instaurava il concetto
dello spirito, e Dio stesso non fu più
concepito come indifferenziata unità
astratta, e in quanto tale immobile e inerte,
ma uno e distinto insieme, perché vivente
e fonte di ogni vita, uno e trino " (pp.
9-10).
L'essenza
del cristianesimo consisterebbe dunque per
Croce in questa nuova visione e nuova interpretazione
della realtà come soggetto (vale a
dire uomo), eterno creatore e unico principio
di spiegazione; in altre parole nell'immanentismo
storicista. Questa essenza fu ravvolta in
miti (Dio personale e creatore, peccato originale,
Incarnazione, Redenzione, grazia, vita eterna
ecc) ossia nei cosiddetti dommi della Chiesa,
finché, nell'epoca moderna, grandi
uomini come Kant, Fichte, Hegel la riscopersero
liberandola dalla mitologia. Pertanto conclude
Croce: " noi nella vita morale e nel
pensiero ci sentiamo direttamente figli del
cristianesimo " (p. 23). " E il
Dio cristiano è ancora il nostro, e
le nostre affinate filosofie lo chiamano lo
Spirito, che sempre ci supera e sempre è
noi stessi " (p. 24).
È
evidente che confluisce qui tutto lo sforzo
che da alcuni secoli fa l'incredulità
di sostituirsi alla vera religione con l'instaurare
la religione dell'umanità, in cui l'uomo
è a un tempo adorato e adoratore, religione
variamente nominata: o del progresso o della
civiltà o della giustizia o della libertà
o di altra cosa che sia. Ma l'insidia più
grave sta nel far credere che tutto questo
sia il vero cristianesimo e che non siano
necessari la Chiesa e i suoi insegnamenti
per essere cristiani; che anzi la Chiesa non
rappresenti più se non un cristianesimo
archeologico e morto, buono per i nostalgici
o per gli ignoranti, mentre il cristianesimo
vero è quello che attraverso l'evoluzione
dei secoli è sfociato nella concezione
rigidamente storicistica e immanentistica
della vita.
Gian
Paolo Sartre. - L'esistenzialismo
contemporaneo sotto la sua forma atea che
assunse particolarmente con Gian Paolo Sartre,
insorge contemporaneamente contro un idealismo
di tipo brunschvicghiano o crociano e un vitalismo
di tipo bergsoniano. Al primo rimprovera d'escludere
dalla condizione umana le situazioni insormontabili
della solitudine, della colpabilità,
della morte e di cercare d'ingannare l'angoscia
di essere uomo col culto di un idolo, sia
questo la ragione universale e impersonale
ovvero la storia. Del secondo rigetta l'ottimismo
biologico che farebbe lo spirito zimbello
degli scherzi della vita. La dialettica di
questa forma d'esistenzialismo consisterà
nell'utilizzare la psicologia o meglio l'antropologia
di Pascal e di Kierkegaard, ma per rivolgerla
contro la religione di Pascal e di Kierkegaard.
In questo romanticismo invertito la noia,
l'abbandono, la nausea sono esperienze metafisiche,
le quali svelano l'assurdità universale
e rendono l'ateismo sensibile al cuore. Di
questa filosofia oseremmo dire che una specie
di scoperta del peccato originale le nasconde
paradossalmente l'esistenza di Dio.
Indubbiamente
contro l'affermazione di Dio Sartre riprende
alcuni argomenti in se stessi privi d'originalità,
come quello che, dell'assoluto della libertà
umana, vuoi fare un'obiezione invincibile
alla creazione e alla grazia. Ma l'autore
di L'Ette et le Néant non è
un metafisico isolato; egli è capo
d'una scuola filosofica e animatore d'un movimento
letterario, e attraverso il saggio, il romanzo
e il teatro tutto un clima d'ateismo s'insinua
in vaste zone d'un pubblico colto. In tutta
quella letteratura si ritrova il tema che
la fede religiosa è soltanto il camuffamento
delle contraddizioni insormontabili della
nostra condizione: cosi i personaggi di Jean
Anouilh scelgono o di morire per conservare
la loro purezza incontaminata o di imputridire
rassegnandosi a vivere tra gli uomini.
Il
problema si pone molto diversamente per Sartre,
che dall' " altra sponda della disperazione
" tenta di proporre una morale dell'
" autenticità " e della lucidità.
Ma il dilemma d'Anouilh è un bell'esempio
del restringimento esistenzialista delle possibilità
umane fino a un'alternativa angosciante che
lascia intatta la libertà di decidere,
ma esclude radicalmente il terzo termine,
che sarebbe una fede religiosa.
D'altra
parte, tornando a Sartre, ogni fede è
in mala fede. La coscienza è un potere
di " annientamento " di tutte le
cose e prima di tutto delle sue certezze.
Pensare la propria credenza significa inevitabilmente
distaccarsene, essere separato da essa dall'infinito
d'un nulla, dall'assoluto d'un vuoto. Sartre
ha perfettamente capito questa lezione d'Alain,
che o pensare è dire di no ".
Un essere che sfugge continuamente a se stesso
in un " progetto " o un'n estasi
" (per dirla col linguaggio della scuola)
è in un'impossibilità invincibile
di credere sinceramente.
La
credenza in Dio sarà facilmente eliminata
da una nuova specie di psicanalisi: Dio è
lo sguardo eterno che trapasserebbe l'uomo
da parte a parte, lo esporrebbe come un oggetto
a una perpetua inquisizione. Qui non ci sarebbe
altro che il bisogno morbido e propriamente
masochista d'essere vinti dallo sguardo altrui.
E Dio è, per così dire, l'Altro
assoluto. Ora quando si sa (trasposizione
psicologica del tema hegeliano della lotta
a morte delle coscienze) che per Sartre c'è
un'ostilità naturale tra gli uomini,
die o l'Inferno è l'esistenza degli
altri " e che (altro esempio di dilemma
insormontabile) bisogna essere vincitori o
vinti, riguardanti o riguardati, Dio è
questo altro che sarà sempre mio vincitore
e che mi appare come il supremo odiabile.
E
tuttavia l'idea di Dio è insita nella
coscienza umana: più profondo di tutti
i nostri desideri d'avventura o delle nostre
aspirazioni di saggezza, c'è in ogni
uomo a un progetto fondamentale d'essere Dio
". Poiché con Dio si avrebbe la
riconciliazione dello spirito e della natura,
cioè, per dirla tecnicamente, dell'"
in-sè " e del a per sé
"; ma è volere l'impossibile,
perché Dio, se esistesse, avrebbe insieme
l'eternità muta, la perfezione immobile
della cosa e l'inquietudine sempre mobile
della coscienza. Sintesi assurda: adunare
la pienezza inerte, che appartiene all'oggetto,
e il vuoto vivente, che è proprio del
soggetto, produrrebbe una specie di mostro.
L'idea di Dio pertanto non può essere
che il simbolo di questa aspirazione contraddittoria
per cui l'uomo desidera nello stesso tempo
il riposo beatificante del sonno e l'amara
lucidità della veglia. Ora non vi è
che coscienza infelice, e una coscienza divina
o divinizzata, posta oltre l'infelicità,
non sarebbe affatto più una coscienza.
Noi siamo esuli che tentano di nascondere
a se stessi il proprio esilio sognando una
patria divina. Ma il nostro esilio è
assoluto; per noi non c'è né
soccorso né ricorso, e l'uomo è
" una passione inutile ".
La
critica corrosiva di Sartre rappresenta un
progresso certo del pensiero filosofia), con
cui vien provata l'inconsistenza dei fantasmi
del vero Dio, e cioè il genio della
natura, il genio della specie, e il genio
della storia. Nessun panteismo di tipo naturalista
potrebbe certamente resistere a questa riscoperta
della solitudine dello spirito nei confronti
del mondo; tutto il marxismo scientista e
determinista che trasforma l'uomo in un prodotto,
e il pensiero in un risultato, è trattato
assai male in quanto filosofia di cattiva
lega, volontariamente cieca di fronte all'assoluto
della libertà.
Non
c'è perversione di sentimento religioso
o vertigine malsana d'umiliazione, di cui
la nuova psicanalisi esistenzialista non sveli
utilmente la genesi. Infine non s'era mai
vista svilupparsi con tanto rigore la fenomenologia
d'una coscienza che vuoi essere risolutamente
e integralmente atea, provando cosi il dilemma
davanti al quale si trova qualsiasi pensiero
esigente: o un Dio che sia insieme infinito
d'esistenza e perfezione di valore, oppure
l'assurdità integrale d'un universo
privo di valore, e dove l'esistenza è
priva di significato. Con Sartre la logica
dell'incredulità è spinta a
una lucidità estrema che solo un Dostoevskij
pare aver presentito quando diceva: "Se
Dio non esiste, tutto è permesso ".
§
2. - L'incredulità divenuta fatto storico;
l'irreligione delle masse.
Oggi
l'incredulità non è più
soltanto la protesta di qualche coscienza
isolata contro la disciplina del domma o la
disciplina della morale, ma diventa un fatto
sociale. Dapprima lo Stato si afferma indifferente
a qualsiasi credenza religiosa, indi scivola
nell'ostilità. Di qui (ed è
un fatto di conseguenze incalcolabili) la
Chiesa, che nel passato ebbe a sua disposizione
gli apparati dello Stato, li vede spesso eretti
contro di sé, per fare degli indifferenti
o degli atei. Nello stesso tempo (effetto
o forse causa di queste, apostasie dello Stato)
le masse popolari divengono anch'esse indifferenti
od ostili.
Dalla
filosofia della rivoluzione francese al laicismo.
- Le cause dell'incredulità contemporanea
sono soprattutto storielle. A molti la Chiesa
sembrava ostacolare l'attuazione di certe
aspirazioni politiche, e la grande maggioranza
degl'increduli giunse all'incredulità
attraverso l'anticlericalismo. Qui bisogna
risalire alla rivoluzione francese e forse
oltre, poiché il laicismo odierno ha
la sua origine in una tradizione che risale
al laicismo dei legisti della monarchia, L'Ancien
Regime, pur proteggendo la Chiesa, non s'ispirava
più ai principi cristiani, onde avvenne
(ecco l'origine di tanti nostri mali) che
un movimento politico, per sé legittimo
e nato dall'esperienza d'una lunga ingiustizia,
non potè maturare se non utilizzando
una filosofia umanista e anticristiana. Nacque
cosi un controvangelo die sostituisce il popolo
a Cristo e ne fa un Cristo che sarebbe contemporaneamente
salvatore e salvato. La rivoluzione si confonde
con la causa del popolo e non pochi cattolici,
condannandola, non sanno distinguere la filosofia
inaccettabile dalla necessaria e legittima
volontà d'emancipazione.
Cosi,
in Francia, malgrado alcuni tentativi eroici,
dal 1830 al 1848 i cattolici rimpiangono l'Ancien
Regime e cercano compromettenti sostegni nei
regimi d'autorità che il popolo, con
istinto sicuro e tenace, considera regimi
nemici. Victor Hugo fu un'eco vibrata di quest'istinto
popolare. La sua sensibilità era naturalmente
cristiana e pochi poeti ebbero come lui il
sentimento del tremendo infinito divino, il
sacro timore del Signore. Se egli divenne
cosi violentemente anticlericale e se fu per
molti un maestro d'incredulità, fu
perché molti vescovi del secondo impero
cantarono troppi Te Deum in onore di Napoleone
ni. Se la politica repubblicana da Ferry a
Combes, fu si anticlericale e si dominata
dalla massoneria fu perché seppe utilizzare
un potente risentimento popolare contro la
Chiesa, accusata come la nemica dell'opera
di liberazione intrapresa dalla rivoluzione.
Il
laicismo dell'insegnamento, frutto di questa
politica è comunemente presentato come
una causa permanente d'incredulità.
È sufficiente che Dio sia ignorato,
Cristo sconosciuto o, talvolta, opposto alla
Chiesa; che la storia faccia vedere nel passato
il monaco sempre grasso e fannullone, il vescovo
sempre guerriero e oppressore; che la vita
morale venga presentata come puramente umana
e senz'alcun fondamento trascendente per creare
un'atmosfera propizia all'incredulità.
L'insegnamento delle scuole normali che formano
i maestri pare orientato in un senso ostile
alla fede, anzi sviluppa una fede laica e
diffidente di quella cristiana. Dal 1920 la
sociologia vi occupa, per dirla con Thibaudet,
il posto d'un tomismo per seminari laici.
Le idee di Durkheim non sono presentate come
opinioni in concorrenza con altre opinioni,
non sono soggette al diritto comune della
discussione, ma vengono considerate come la
scienza definitiva dell'uomo. Quanto nell'uomo
supera il livello dell'istinto e della vita
sensibile, è spiegato con l'azione
e la presenza della società; l'uomo
civilizzato dalla vita in comune, innalzato
sopra se stesso dalle energie collettive,
s'inganna grossolanamente spiegando con l'azione
degli dèi i fervori e le esigenze meravigliosamente
racchiuse in lui; egli crede al divino solo
perché ignora la potenza del sociale,
e la sociologia fa svanire la fede spiegandola.
I maestri, nutriti di questa filosofia, come
potranno non essere propagatori d'incredulità
tra i fanciulli che devono istruire ed educare?
In
Italia il laicismo trovò una favorevole
occasione nel fatto della questione romana;
e la sua epoca d'oro è stata appunto
quella delle più vivaci proteste dei
Pontefici contro lo Stato italiano, e del
pieno vigore del non expe-dit, con la conseguente
assenza dei cattolici dalla vita pubblica
italiana; ma tale condizione, già superata
di fatto all'indomani della prima guerra mondiale,
è stata anche formalmente eliminata
con la Conciliazione. Esso quindi non ha più
il mordente di una volta quando, avendo nelle
mani il potere pubblico, aiutato dalla massoneria
e trionfante il positivismo, era entrato dominatore
nelle Università e cercava di invadere
anche la scuola media e fin quella elementare.
Ora è ridotto, almeno in quanto militante,
a pochi e sparuti gruppi di intellettuali
che fan capo a riviste come Il Ponte, Belfagor,
Civiltà moderna. L'atmosfera di oggi,
paragonata a quella di 50-60-70 anni fa è
assai mutata.
Ma
anche quando si parla di atmosfera mutata
nei riguardi della religione, occorre distinguere
nettamente tra aspetti negativi e positivi.
Dal punto di vista negativo, cioè quanto
a movimento di pensiero dichiaratamente e
violentemente ostile alla religione, la situazione
è indubbiamente migliorata. Soprattutto
è venuto meno quel senso di sprezzante
superiorità che per decenni è
stato caratteristico del mondo culturale italiano
nei riguardi della religione. Senza contare
che movimenti di pensiero che si erano presentati
come superamenti definitivi di ogni istanza
religiosa, come il positivismo e l'idealismo,
o sono esauriti o hanno perduto molto del
loro mordente. Ma se da una considerazione
puramente negativa si passa ad esaminare il
movimento positivo della filosofia e della
cultura contemporanea verso la religione,