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il caso
tratto
da Radio Maria - Trasmissione
n.32 13 marzo 2004 di
Giampaolo Barra La
conversazione di questa sera può essere considerata,
in qualche modo, una prosecuzione,
diciamo meglio: un approfondimento
dell’argomento che abbiamo affrontato l’ultima
volta. Come
ricorderete, abbiamo parlato di alcune forme
di ateismo e abbiamo anche esaminato
alcune delle cause che possono condurre un
essere umano ad optare per l’ateismo, cioè
a scegliere per la negazione dell’esistenza
di Dio. Se
ricordate bene, abbiamo anche presentato
alcune risposte all’ateismo, cercando di esaminare
come si possa fare fronte alle varie obiezioni
– alcune molto serie - che vengono avanzate
nei confronti dell’esistenza di Dio. Il
titolo della conversazione di questa sera
può essere risolto in un termine: ”il caso”.
Il
“caso” è la risposta che danno alcuni quando,
non volendo ammettere – talvolta per principio,
per partito preso, per pregiudizio – che possa
esistere un Essere intelligente, creatore
e Signore dell’universo, debbono rifugiarsi
appunto in questo fantomatico “caso”. Ponendosi
qualche interrogativo sulla causa della bellezza,
della complessità, dell’ordine
presente nell’universo intero, alcuni, piuttosto
che dedurre l’esistenza di un Essere intelligente
che chiamiamo Dio, preferiscono rifugiarsi
nel caso.
Questa
sera vogliamo da un lato vedere in sintesi
come si giunge a parlare del “caso” e poi
anche come si potrebbe rispondere a questa
forma di ateismo.
Il
fatto
Cominciamo
dai fatti. Noi
sappiamo che la constatazione di un certo
ordine nelle cose che ci circondano può condurre
la ragione dell’uomo ad affermare l’esistenza
di Dio.
Come
si arriva a questa conclusione?
Il
percorso compiuto dalla nostra ragione parte
da una evidenza, cioè da una realtà che chiunque,
anche chi non crede in Dio, può fare
propria. Eccola: intorno a noi ci sono delle
cose che non sono intelligenti.
Vogliamo
fare qualche esempio, chiedendo quali sono
queste cose prive di intelligenza? La risposta
è facile: sono i corpi della natura: un fiore,
un albero, una cellula, ma anche
le stelle del cielo, i pianeti,
non sono intelligenti. E
anche dentro di noi esseri umani ci sono delle
cose non intelligenti: il fegato, lo
stomaco, l'intestino non sono
intelligenti. Ma si potrebbero fare tanti
altri esempi. Spieghiamo
subito la differenza tra “intelligente” e
“non intelligente”. Intelligente
è colui che “sa”, che “conosce”, e che “sa
anche di sapere”. I minerali e i vegetali
non sanno. Gli animali, almeno alcuni,
sanno ma non sanno di sapere.
L’uomo è l’unico animale che sa e che sa di
sapere. Ecco perché è l’unico essere intelligente.
Facciamo
subito un secondo passo: dopo questa
prima constatazione, si può condividere con
chi non crede in Dio un secondo dato di fatto,
innegabile: queste cose non intelligenti si
comportano intelligentemente per raggiungere
uno scopo, per raggiungere un fine.
Sono
cose prive di intelligenza, sono prive di
conoscenza intellettiva, ma si comportano
come se fossero intelligenti per
raggiungere uno scopo, un traguardo.
Facciamo
un esempio, prendendo un organo del corpo
umano che non è intelligente: l'occhio.
Noi sappiamo che l’occhio umano è un organo
straordinariamente complicato, dinanzi al
quale anche il più sofisticato dei computer
inventato dall’uomo sembra un giocattolo.
Il
fisiologo statunitense George Wald, premio
Nobel nel 1967 per la medicina, scrive: "Che sul fondo di ciascun nostro occhio vi siano oltre 100 milioni di antennine
riceventi, lascia tutti noi sorpresi e sgomenti.
E' un prodigio della Natura che supera ogni
più ardita fantasia" (tratto da DOMENICO
E. RAVALICO, La
Creazione non è una favola, Paoline, VI
ed., Milano 1987, p. 133).
L’occhio
dell’uomo è così complesso che persino
la scienza moderna, che può servirsi di una
tecnologia avanzatissima, non è ancora
capace di riprodurlo, di ricostruirlo, non
è ancora in grado di risolvere definitivamente
il problema della cecità, costruendo occhi
nuovi ed efficienti per sostituirli a quelli
che non funzionano. Proviamo
a riflettere un istante: tutte le parti
che compongono un occhio (il cristallino,
la retina, la pupilla, il bulbo oculare, etc)
non sono intelligenti, non sanno nemmeno di
esistere e dunque non sanno certamente che
cosa stanno facendo. Eppure,
queste parti si coordinano tra di loro,
si organizzano tra di loro, direi quasi
“si mettono d’accordo tra di loro”
per raggiungere uno scopo: vedere. Tutti sanno
che queste parti non sono intelligenti, ma
adempiono un compito - il vedere, appunto
– complicatissimo, direi intelligentissimo.
E
non solo: il nostro stupore aumenta quando
constatiamo (un'altra constatazione, un altro
dato di fatto) che anche fuori dall'occhio
ci sono delle cose non intelligenti che esistono
con lo scopo di collaborare con l'occhio,
di permettergli di vedere (la luce) o di essere
visti (gli oggetti colorati). Queste cose
non intelligenti, la luce e gli oggetti colorati,
permettono all'occhio di svolgere la sua funzione,
di raggiungere il suo obiettivo.
Qui
si ferma il dato di fatto, qui si ferma il
dato che la scienza, questa branca della scienza
che è l’oculistica, ci offre.
E
a questo punto, sorge una domanda che non
è di competenza dell’oculistica, ma è competenza
di ogni uomo, che sia o non sia scienziato:
“Come è possibile che cose non intelligenti
(l'occhio, la luce e gli oggetti colorati)
collaborino tra di loro in modo estremamente
intelligente per consentire il raggiungimento
di uno scopo, di un fine, il vedere appunto?”.
E' una domanda che possono avanzare tanto
credenti quanto non credenti.
E
sappiamo che le risposte alla fine si riducono
a due: o c’è Dio che ha intelligentemente
progettato l’occhio umano, la luce e i colori,
oppure tutto avviene per “caso”. E su quest’ultima
risposta rifletteremo stasera, più avanti
nella nostra conversazione.
Facciamo
un secondo esempio. Pensiamo ad un'altra
realtà non intelligente: una cellula, una
semplice (si fa per dire) cellula. La cellula
è l'elemento base della vita, ci dice la scienza.
Tutti
sanno che una cellula non è intelligente
tanto nel suo insieme quanto negli
elementi che la compongono: la membrana
plasmatica o cellulare, il citoplasma, il
nucleo con il suo nucleolo, la membrana nucleare,
il reticolo endoplasmatico, il mitocondrio,
l'apparato di Golgi, i centrioli, il lisosoma,
il vacuolo e i ribosomi.
Sappiamo,
cari amici, che una cellula è piccolissima,
così piccola che non è possibile vederla ad
occhio umano. Eppure, se contiamo e misuriamo
quello che si trova dentro una cellula, rimaniamo
semplicemente allibiti: si calcola,
con grandissima approssimazione, che in ogni
nostra cellula siano contenuti 53 miliardi
di molecole proteiche, 166 miliardi di molecole
lipoidiche, 2.900 miliardi di “piccole molecole”
e 250.000 miliardi di molecole di acqua e
in più gli acidi nucleici.
Il
Prof. Bucci, del Campus Biomedico di Roma,
parlando ad un congresso internazionale, svelava
un fatto: in una sola cellula del corpo umano
esiste un contenuto di informazioni equivalente
a 5000 volte l’intera Divina Commedia del
sommo poeta Dante Alighieri. Attenti bene,
amici radioascoltatori: in una sola cellula.
E
qualcuno ha contato le cellule presenti nel
corpo umano. Si arriva a dire che abbiamo
circa 66.000 miliardi di cellule. E’ un calcolo
approssimativo, ovviamente, ma ci offre almeno
una pallida idea di quanto sia complessa una
cellula e quanto sia complesso il sistema
di cellule di un organismo umano.
Ora,
che cosa possiamo constatare con immenso
stupore? Tutti questi elementi non intelligenti,
posti uno accanto all'altro, invece di fare
confusione come logica vorrebbe, interagiscono
con mirabile organizzazione e distribuzione
di compiti. In
un certo senso possiamo dire che si accordano
tra loro, quindi compiono una operazione intelligentissima,
per raggiungere un fine, uno scopo: dare vita
ad una struttura complessa, la cellula, capace
di conservarsi, di moltiplicarsi,
di riprodursi e di ripararsi
quando si registrano danni.
E non solo. Le cellule, che singolarmente considerate
sono tutte realtà non intelligenti, invece
di fare confusione, si accordano mirabilmente
all'interno del corpo di un essere vivente
per raggiungere uno scopo: dare vita ad organi
complessi, così complessi da svolgere funzioni
che nemmeno i più sofisticati computer
inventati dall'uomo sono in grado di imitare.
Qui,
si ferma la scienza, che ci descrive come
stanno le cose. Ma noi possiamo aggiungere
una domanda: perché miliardi di cellule
si organizzano per raggiungere lo scopo di
dare vita ad organismi complessi?
E
come abbiamo fatto prima, anche ricordiamo
che le risposte, alla fine, si riduco a due:
o c’è Dio, Essere
infinitamente intelligente che ha progettato
quanto abbiamo sopra descritto, oppure tutto
avviene per caso.
Facciamo
un terzo, ed ultimo esempio. In ciascun
uomo esistono organi non intelligenti, che
tuttavia si comportano in modo straordinariamente
intelligente: l'occhio opera per vedere, lo
stomaco agisce per digerire, il cuore si contrae
per pulsare il sangue, le vene e le arterie
canalizzano il sangue e lo trasportano, etc.
Che
cosa ci offre una semplice osservazione degli
organi che compongono il nostro corpo? Ci
fa vedere che tutti questi organi messi insieme
in un corpo umano, invece di fare confusione,
si coordinano (dunque fanno una cosa
intelligente) per raggiungere uno scopo
generale. Scopo generale che in noi uomini,
e in tutti gli esseri viventi, è la conservazione
in salute della loro vita.
Dunque,
una via che conduce la ragione dell’uomo a
dire che Dio esiste parte da un dato fornito
dalla scienza: in natura vi sono cose non
intelligenti, che operano intelligentemente
per raggiungere un fine. Tutto questo viene
chiamato da un certo pensiero filosofico "finalismo
della natura non intelligente".
Prima
di domandarci chi sta all'origine di questo
finalismo, è bene interpellare anche la scienza,
che studia i fenomeni della natura. essa conferma
che la natura non intelligente è finalizzata.
Jacques
Monod (1910-1976), biologo francese, pioniere
della genetica molecolare, Premio Nobel per
la fisiologia e la medicina, dichiaratamente
ateo, scrive in un'opera divenuta celebre:
"Una
delle proprietà fondamentali di tutti i
viventi, nessuno escluso, [è] quella
di essere oggetti dotati di un progetto,
rappresentato nelle loro strutture e, al tempo
stesso, realizzato mediante le loro prestazioni
[...]. E'
indispensabile riconoscere questa nozione
come essenziale alla definizione stessa
degli esseri viventi [...]. A
questa nozione daremo il nome di teleonomia"
(JACQUES MONOD, Il
caso e la necessità, Mondadori, Milano
1970, p. 21). Teleonomia, dal greco "telos"
= fine. Teleonomia è la legge finalistica.
Sentiamo
ancora Monod, a pag. 38 del suo libro più
famoso: "L'oggettività
ci obbliga a riconoscere il carattere teleonomico
degli esseri viventi, ad ammettere che nelle
loro strutture e nelle loro operazioni realizzano
e perseguono un progetto".
Monod
ritiene che tutti gli esseri viventi, e non
solo le cose non intelligenti, sono dotate
di un progetto, sono progettate, ed operano
per raggiungere uno scopo.
In
ogni caso, ciò che per ora conta è che il
dato della nostra esperienza è confermato
dalla scienza. La natura non intelligente
opera per raggiungere un fine, uno scopo:
è finalizzata. Da questo dato, accessibile
a tutti gli uomini, credenti in Dio o meno,
parte la nostra riflessione.
Proprio
a partire da questo dato di esperienza, che
nessuno, credente o non credente, può negare
senza cadere nel ridicolo e nell'assurdo,
noi impostiamo un ragionamento.
Ci
aiuta san Tommaso d'Aquino. Egli afferma che
le cose non intelligenti, i corpi della natura
non intelligente che tuttavia si comportano
intelligentemente per raggiungere un fine,
non possono essersi dato questo fine da
soli. San
Tommaso aveva perfettamente ragione. Perché
non possono essersi dato un fine da soli?
Per un semplice motivo, che anche chi non
crede in Dio può facilmente condividere: perché
per raggiungere un fine sono necessarie tre
operazioni che possono essere compiute solo
da realtà intelligenti: la
prima: conoscere il fine che
si vuole raggiungere, ma che ancora non c'é.
E' dunque necessario, in un certo senso, "anticipare"
il fine, "pre-vedere" il
fine; la
seconda: predisporre i mezzi
per raggiungere il fine. In altri termini:
ordinare i mezzi, metterli in ordine, metterli
in quell’ordine che consente di raggiungere
lo scopo. la
terza: operare concretamente
mettendo in atto i mezzi conosciuti idonei
al conseguimento del fine.
Queste
tre operazioni richiedono intelligenza. Facciamo
un esempio che prendo da un bel “Quaderno
del Timone” intitolato “L’esistenza di Dio”,
scritto da Giacomo Samek Lodovici: se io voglio
raggiungere lo scopo di andare a Roma, devo
(1) conoscere il fine e proporlo,
cioè sapere che esiste Roma e volerci arrivare;
(2) devo conoscere i mezzi che mi permetteranno
di arrivare a Roma e conoscere la strada
da fare; (3) devo mettere in pratica le mie
conoscenza: prendere il treno, l’aereo, etc
che hanno per destinazione proprio Roma e
non un’altra città. Ora,
solo un essere intelligente può conoscere
e pre-vedere (vedere prima) il suo fine.
Solo un essere intelligente può conoscere
uno scopo da raggiungere prima che
sia stato raggiunto, dunque uno scopo che
esiste solo nella mente. E solo un essere
intelligente è dotato di una mente, di una
intelligenza e grazie ad essa può predisporre
(ordinare, disporre prima di utilizzarli)
i mezzi necessari per
raggiungere un obiettivo.
Un
occhio, una cellula, ma anche
un fiore e tutti i vegetali,
gli animali, gli organi di un
corpo vivente, proprio perché non sono
intelligenti, non conoscono il loro fine,
nulla sanno dei loro compiti, non
sono in grado di decidere da soli e di predisporsi
alla collaborazione con altre realtà non intelligenti
con le quali operare per raggiungere uno scopo.
Ma, ciononostante, questo è quello che accade
costantemente in natura. Come è possibile?
Se
le cose della natura non intelligente si comportano
intelligentemente, e si comportano intelligentemente
- lo abbiamo visto - perché raggiungono un
fine, e se non possono essersi date da sole
questo fine proprio perché non sono intelligenti,
domandiamoci: "Da dove viene questo finalismo?
da dove viene questo progetto della natura
non i intelligente?" In altre parole:
"Chi ha finalizzato la natura non intelligente?
Chi l'ha dotata di un progetto?".
Questa
è la domanda che può condurre la ragione dell’uomo
alla certezza intellettuale che Dio esiste.
Una
obiezione
Stasera
affrontiamo una obiezione che normalmente
viene fatta quando – costi quel che costi
– non si vuole riconoscere l’opera di un Essere
intelligente (di Dio) che ha ordinato l’universo
e finalizzato la natura non intelligente.
Questa
obiezione sta racchiusa in una sola parola,
una specie di parola magica. Il caso.
Voi
domandate a chi si rifiuta ostinatamente di
ammettere l’esistenza di Dio quale sia la
causa dell’ordine meraviglioso che noi vediamo
nel creato, che la scienza ci fa conoscere
in modo mirabile e con ricchezza di particolari,
e spesso sentirete rispondere tirando in ballo
questa magica parolina: tutto potrebbe essere
stato ordinato dal caso, per caso.
Questa
risposta – va detto subito e a scanso di equivoci
– è di una miseria culturale assoluta.
E
tuttavia, soprattutto per ragioni ideologiche
e per pregiudizi quasi invincibili, spesso,
soprattutto a scuola, qualche professore ricorre
al caso se un suo alunno gli domanda qualcosa
sulla causa dell’ordine della natura non intelligente.
Quanto
sia irragionevole rifugiarsi nel “caso” per
spiegare l’universo noi lo lasciamo dire proprio
ad illustri uomini di scienza, a scienziati,
i quali, esperti di varie discipline, tutti
studiano il microcosmo e macro cosmo.
Nel
fare questo, non mi preoccuperò di selezionare,
di citare scienziati in base alla loro fede
religiosa. Vedremo che tanto coloro che credono
in Dio quanto quelli che si dichiarano non
credenti, o agnostici, hanno opinioni interessanti
sul tema che ci riguarda e che stiamo affrontando.
Noi
vedremo che sono proprio questi uomini di
scienza i primi ad escludere che il caso possa
essere all’origine della bellezza, della complessità,
dell’armonia del microcosmo e del macrocosmo.
Le
affermazioni che ora sentiremo, gli esempi
di cui verremo a conoscenza,
andrebbero imparati a memoria e utilizzati
quando è necessario per estirpare questa convinzione
che il caso possa aver dato vita all’ordine
dell’universo.
Cominciamo
ad ascoltare uno scienziato che noi italiano
conosciamo bene, perché è un nostro connazionale,
è un fisico molto famoso, vincitore di un
Premio Nobel e che si chiama Carlo Rubbia.
Ecco le sue parole: “Parlare
di origine del mondo porta inevitabilmente
a pensare alla creazione e, guardando la natura,
si scopre che esiste un ordine troppo preciso
che non può essere il risultato di un ‘caso’,
di scontri tra ‘forze’ come noi fisici continuiamo
a sostenere. Ma credo che sia più evidente
in noi che in altri l’esistenza di un ordine
prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio
percorrendo al strada della ragione, altri
seguono la strada dell’irrazionale”. Vorrei
soffermarmi un momento e invitarVi a porre
attenzione a ciò che abbiamo appena ascoltato.
Carlo Rubbia sta parlando da osservatore,
da scienziato che sta “guardando la natura”.
Non sta facendo un discorso di Fede, non sta
enunciando verità filosofiche. Sta semplicemente
osservando l’ordine esistente nella natura
e dice che questo ordine è così complesso
che non può essere il frutto di un caso.
Se
questo ordine non può essere frutto di un
caso, deve necessariamente essere frutto
di una intelligenza: qualcuno l’ha voluto,
l’ha progettato, l’ha realizzato.
Questo qualcuno può essere soltanto Dio.
Ascoltiamo
un altri scienziato, di fama mondiale, un
inglese, un astrofisico che si chiama Stephen
Hawking. Ecco le sue parole: “Le
leggi della scienza, quali le conosciamo oggi,
contengono molti numeri fondamentali….. Il
fatto degno di nota è che i valori di questi
numeri sembrano essere stati esattamente coordinati
per rendere possibile lo sviluppo della vita”.
Attenti
bene. Hawking constata, da scienziato, che
le leggi della scienza sembrano essere state
esattamente coordinate.
Da
chi, domandiamo noi?
Non certamente dal caso, perché il
caso non coordina alcunché. Il caso non
mette in ordine elementi disparati come
quelli che troviamo nel creato. Evidentemente
esiste un coordinatore e questo Coordinatore
è Dio.
Sentiamo
un altro scienziato, Grichka Bogdanov. E’
un esperto di fisica teorica. Con sui fratello,
Igor, che è un astrofisico, e il filosofo
francese Jean Guitton, è autore di un volume
intitolato: “Dio
e la scienza”.
Parlando
proprio del caso, Bogdanov dice: “Affinché
la formazione dei nucleotidi porti “per caso”
alla elaborazione di una molecola di RNA (acido
ribonucleico) utilizzabile, sarebbe stato
necessario che la natura moltiplicasse i tentativi
a casaccio nello spazio di almeno 1015
anni
(vale a dire 1 seguito da 15 zeri,
cioè un milione di miliardi di anni), il che
è un tempo centomila volte più esteso dell’età
di tutto il nostro universo)”.
Ma,
proviamo a prestare un poco di attenzione.
Gli scienziati calcolano, servendosi di sofisticatissimi
programmi di computer, che per elaborare a
caso una sola molecola di RNA di vuole un
arco di tempo superiore di centomila volte
l’intera età dell’universo.
Viene
da chiedersi come sia possibile ritenere ragionevole
il caso. Se per una sola molecola ci sarebbe
voluto tutto questo tempo, quanto altro tempo,
quale quantità infinita, indeterminabile,
non quantificabile di tempo ci sarebbe voluta
per dare vita al nostro universo?
Ascoltiamo
un altro esempio, facile da ricordare.
Ce lo fornisce un italiano, il prof. Bucci,
del Campus Biomedico di Roma.
A
un convegno internazionale che aveva come
tema “La probabilità nelle scienze”, Bucci
diceva: “Supponiamo
che io vada in una grotta preistorica e vi
trovi incisa, su una parete, una scritta,
per esempio: “Nel mezzo del cammin di nostra
vita mi ritrovai per una selva oscura che
la dritta via era smarrita”, e che io dica
ai miei colleghi: in questa grotta, a causa
dell’erosione dell’acqua, della solidificazione
dei carbonati e dell’azione del vento, si
è prodotta, per caso, la prima frase della
Divina Commedia. Non mi prenderebbero per
matto? Eppure non avrebbero nulla da ridire
se dicessi loro che si è formata per caso
la prima cellula vivente, che ha un contenuto
di informazioni equivalente a 5.000 volte
l'intera Divina Commedia”.
Bisogna
riflettere – è un invito che faccio a tutti
- quando attribuiamo, o sentiamo attribuire,
al caso l’origine e l’ordine dell’universo.
Dobbiamo riflettere per non cadere nel ridicolo.
Se
è irragionevole attribuire al semplice caso
la prima frase della Divina Commedia, come
possiamo attribuire al caso – dice il
professor Bucci – l’origine della prima cellula
vivente. Che ha – ce lo ha detto lui – un
contenuto di informazioni equivalente a 5.000
volte l’intera Divina Commedia.
Abbiamo
già detto che cosa trovano gli scienziati
dentro una sola cellula vivente 53 miliardi
di molecole proteiche, 166 miliardi di molecole
lipoidiche, 2.900 miliardi di “piccole molecole”
e 250.000 miliardi di molecole di acqua e
in più gli acidi nucleici.
Tutto
questo in una sola cellula. E tutta questa
immensa, complessa, inimmaginabile struttura
cellulare sarebbe sorta per caso? Ma chi può
credere come seria, come scientifica, come
ragionevole una ipotesi del genere?
Voglio
fare un altro esempio che riguarda l’irragionevolezza
del caso. Lo traggo da uno scienziato di fama
mondiale, recentemente scomparso: John Eccles,
premio Nobel per la fisiologia e la medicina.
Sentiamo
le sue parole: “Supponiamo
l’esistenza di un magazzino immenso di pezzi
aeronautici, tutti nelle loro casse o sugli
scaffali. Un edificio enorme, mettiamo di
mille chilometri per lato (Milano-Reggio-Milano-Reggio).
Arriva
un ciclone che, per centomila anni, fa roteare
e scontrare tra loro quei pezzi. Quando finalmente
si placa, dove c’era il magazzino c’è una
serie di quadrimotori, già con le eliche che
girano….Ecco: stando proprio alla scienza,
le probabilità che il caso abbia creato la
vita sono più o meno quelle di questo esempio.
Con, per giunta, un’aggravante: da dove vengono
i materiali del magazzino?”
Ho
tratto questo esempio da un bellissimo libro
di Vittorio Messori, intitolato Inchiesta
sul Cristianesimo. Messori ricorda queste
parole nel capitolo dedicato all’intervista
di Margherita Hack, una scienziata italiana,
una delle ultime, che sostiene ancora il caso
e che appare in televisione ogni volta che
qualche scienziato parla di Dio per ricordare
ai telespettatori che esistono anche scienziati
non credenti.
Sempre
in quel libro trovo questo esempio. Lo fornisce
un astronomo e matematico, Fred Hoyle, nato
nel 1915. Dice Hoyle: “Ma
è possibile che il caso abbia
prodotto anche soltanto gli oltre duemila
enzimi necessari al funzionamento del corpo
umano? Basta una piccola serie di calcoli
al computer per rendersi conto che la probabilità
che questo sia avvenuto casualmente è pari
alla probabilità di ottenere sempre 12, per
50.000 volte di fila, gettando due dadi sul
tavolo (due dadi non truccati, ovviamente).
Più o meno la stessa probabilità del vecchio
esempio della scimmia che, battendo su una
macchina da scrivere, finirebbe con lo sfornare
tutta intera la Divina Commedia, con capoversi
e punteggiatura al punto giusto. E questo,
ripeto, solo per gli enzimi, perché l’improbabilità
raggiunge livelli ben più pazzeschi se ci
si allarga a tutte le innumerevoli condizioni
necessarie alla vita: tutti ‘numeri’ usciti
da cilindro del caso? Se si risponde sì, si
esce dalla ragione”.
Quanto
è significativo sentire dire da uno scienziato,
che di ragione se ne intende, che fare ricorso
al caso per spiegare la complessità dell’universo
vuol dire uscire dalla ragione.
Ma
allora, non è più chi scopre l’esistenza di
Dio ad essere irragionevole, superstizioso,
dogmatico, senza cultura; al contrario, stando
a molti scienziati, è chi si rifà al caso
ad essere dogmatico e non scientifico.
Andiamo
avanti. Nel 1966, il premio Nobel per la fisica
veniva consegnato ad uno scienziato austriaco,
Alfred Kastler, dichiaratamente ateo, non
credente. Una volta, un giornalista francese
lo interrogò a proposito del caso e Kastler
rispose con un esempio molto bello e facile
da ricordare: “Supponiamo che nel corso di uno dei prossimi voli lunari venga esplorata
la faccia sconosciuta della luna, cioè quella
che ci è opposta e che non vediamo mai, ma
che gli astronauti possono raggiungere. Fino
ad oggi, essi sono sempre atterrati sulla
parte visibile dalla terra perché le comunicazioni
via radio rimangono possibili mentre non lo
sono più quando ci si trova sull’altra faccia.
Supponiamo
che essi abbiano la sorpresa di scoprire una
fabbrica automatica che produce alluminio:
esistono attualmente sulla terra fabbriche
completamente automatiche. Essi vedrebbero
da un lato delle pale che scavano il suolo
e raccolgono l’allumina; dall’altro le barre
di alluminio che ne escono. Essi vi troverebbero
apparecchiature tipiche della fisica, processi
di elettrolisi, poiché l’alluminio viene prodotto
mediante elettrolisi di una soluzione di allumina
nella criolite. In altre parole, dopo aver
esaminato questa fabbrica, essi constaterebbero
solo il verificarsi di normali fenomeni fisici
perfettamente spiegabili…. con le leggi della
causalità.
Si
domanda Kastler: Essi ne dovrebbero forse
concludere che il caso ha creato tale fabbrica,
oppure che degli esseri intelligenti sono
discesi sulla luna prima di loro e l’hanno
costruita?
Ambedue
queste possibilità di spiegazione sono reali.
Ma pongo la domanda: sarebbe logico ritenete
che il caso ha unito le molecole in modo tale
da creare siffatta fabbrica automatica? Nessuno
accetterebbe questa interpretazione.
Ebbene,
in un essere vivente troviamo un sistema infinitamente
più complesso di una fabbrica automatica.
Voler ammettere che il caso ha creato tale
essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma,
non posso ammettere programma senza programmatore”.
Conclusione
Credo
sia giunto il momento di approssimarci alla
conclusione di questa nostra conversazione.
Gli
scienziati studiano, con sempre maggiore stupore,
la grandezza, la bellezza, la complessità
e le leggi che regolano l’universo e la natura,
il macro e il microcosmo.
Questi
stessi scienziati, anche se non credenti in
Dio, sono portati ad escludere che il caso
sia all’origine di quello che loro stessi
studiano.
Noi,
sulla scorta delle loro affermazioni, sulla
base dei dati e delle conoscenze che ci trasmettono,
noi crediamo – come diceva l’ateo Alfred Kastler
– che sia del tutto ragionevole ipotizzare,
di fronte ad un programma, l’esistenza di
un programmatore.
Questo
programmatore dell’universo, questo architetto
dell’universo creato è Dio. Non è il caso!
La
nostra ragione si ferma qui. E’ molto poco
– lo dobbiamo dire – rispetto a quello che
Dio stesso ci ha fatto conoscere di Lui attraverso
Gesù, il Vangelo e la Chiesa.
Ma
anche se è molto poco è comunque qualcosa.
E’ un inizio: l’inizio di un cammino che la
ragione dell’uomo può fare e che dovrebbe
spingere lo stesso uomo ad aprirsi a quella
Verità che lui – uomo – non può trovare da
solo, con le sue forzze, con la sua intelligenza,
ma che Dio ci ha fatto conoscere in Gesù Cristo.
E
la Verità è questa: Dio ci ama, ci
salva, in Lui ogni uomo realizza se
stesso pienamente.
In
Dio trova riposo la nostra ragione, in Dio
troviamo il senso della nostra vita, la risposta
alle nostre domande e, soprattutto, in Dio
noi vinciamo la morte che tutti ci attende
per iniziare quella vita eterna del Paradiso
che è la gioia e la felicità piena senza mai
fine.
IL CASO? ( di don Tullio Rotondo)
I darwinisti e tutti coloro che affermano che il mondo è dovuto al caso stranamente parlano senza gettare parole a caso .
Ci pensate ….jfjhrdhtrdjdhffdfhfjhjfvfghvhgvjgvnvmvnghgfcsgslgi …..avete capito? Ecco cosa è scrivere a caso ….e nei testi dei casualisti non troviamo lettere a caso.
Quando dormono - neppure allora - agiscono a caso: capita infatti che non si gettino là dove li coglie il sonno .
Quando mangiano non mangiano a caso, non ingeriscono quello che capita, a caso, altrimenti sarebbero morti da molto tempo.
Quando bevono non bevono a caso, e se stanno male certamente non agiscono a caso : vanno dal dottore, per una operazione non vogliono un chirurgo che operi a caso, che scelga a caso lo strumento per incidere, escludono con cura che il “caso” permetta siano operati con una sega a motore o circolare, o con una sciabola da samurai, dopo l'operazione certamente non vogliono essere abbandonati al caso per quanto attiene alle cure necessarie, ( etcetera, etcetera, etcetera)
Neppure vogliono che i loro figli siano educati a caso ;
ugualmente non vivono a caso ma in una casa, ammobiliata, e potendo, non a caso ma addirittura con il frigo, la stufa (etc, etc, etc )
E se voi esaminate ogni strumento di questi scoprirete che non sono scelti a caso, e neppure le loro case sono fatte a caso, hanno finestre, porte, bagni...ma di più :
se questi casualisti sono scienziati essi non studiano a caso, neppure scrivono a caso, ma cercano leggi, regole e non caso ( incredibile), e il loro notebook non è realizzato mischiando cose a caso,
...e quando lavorano non lavorano a caso, altrimenti i loro datori li mandano a casa .
Vi immaginate cosa succederebbe se un operaio o un industriale operasse a caso …..??????
E quando guidano, stanno ben attenti a non agire a caso, altrimenti certamente e non per caso farebbero incidente.
E quando devono essere pagati, questi casualisti, non accettano che il loro creditore operi a caso Stranamente vogliono una somma di denaro fissata precisamente, intangibilmente .
- Non ammettiamo il caso per il denaro, decisamente no
E neppure ammettono che altri mettano “casualmente” le mani nelle loro tasche,
per tirare fuori ciò che casualmente, si dice denaro .
Sbagliamo a dire quello che abbiamo detto ? Certamente no, sbagliano loro ? Certamente si e non per caso, ma perché si ostinano a non far funzionare rettamente il cervello, offendendendo la Verità con affermazioni false ed eretiche.
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