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giordano bruno "martire"
della scienza?
Intervista
a cura di Cosimo Baldaro
e Cosimo Galasso tratto
da Cristianità
n. 299 (2000)
Il
16 febbraio 2000, presso il Liceo Classico
Antonio Calamo di Ostuni, in provincia di
Brindisi, in collaborazione con il preside,
professor Francesco Masciopinto, Alleanza
Cattolica ha organizzato una conferenza —
con annuncio e con eco sui mass media
locali — sul tema Giordano Bruno e la scienza
medioevale: continuità o frattura?,
relatore il professor Stanley L. Jaki O.S.B.,
cosmologo e storico della scienza, insignito
nel 1970 del premio Lecomte du Nouy e nel
1987 del premio Templeton per la Religione. Nato
a Gyâr, in Ungheria, il 17 agosto del
1924, all’età di diciotto anni entra
nell’ordine benedettino e nel giorno anniversario
della prima apparizione della Madonna a Fatima,
il 13 maggio 1944, fa la professione religiosa.
Il 29 giugno 1948 viene ordinato sacerdote.
Nel 1950 ottiene il dottorato in Teologia
presso il Pontificio Istituto Sant’Anselmo
di Roma. Trasferitosi negli Stati Uniti d’America
— ne acquisterà la cittadinanza —,
consegue la laurea in Scienze e nel 1957 il
dottorato in Fisica con una tesi realizzata
sotto la direzione del fisico austriaco professor
Victor Franz Hess (1883-1964), lo scopritore
dei raggi cosmici, premio Nobel per la Fisica
nel 1936. Nel 1956 la prestigiosa casa editrice
Herder pubblica un’ampia versione della sua
tesi di laurea in Teologia, Les tendences
nouvelles de l’ecclésiologie,
ristampata nel 1963 grazie al rinnovato
interesse per l’argomento dovuto al Concilio
Ecumenico Vaticano II (1962-1965) allora in
pieno svolgimento. Fra i suoi numerosi titoli
accademici sono da menzionare lauree honoris
causa in Filosofia, in Matematica e in
Lettere. Attualmente
è professore emerito della Seton Hall
University, nello Stato del South Orange,
negli Stati Uniti d’America, membro onorario
della Pontificia Accademia delle Scienze e
di un’altra decina fra accademie e fondazioni
culturali: fra esse la Olbers Gesellschaft
di Brema, in Germania, e la società
ellenica per gli studi umanistici di Atene.
Ha pubblicato quarantasei volumi e centinaia
di articoli su temi riguardanti prevalentemente
la storia e la filosofia della scienza. Sono
leggibili in traduzione italiana Le strade
della scienza e le vie verso Dio (Jaca
Book, Milano 1988), Dio e i cosmologi (Libreria
Editrice Vaticana, Città del Vaticano
1991; su cui cfr. Luciano Benassi, Fede,
scienza e falsi miti nella cosmologia contemporanea,
in Cristianità, anno XXI, n.
224, dicembre 1993, pp. 17-25), Il Salvatore
della scienza (Libreria Editrice Vaticana,
Città del Vaticano 1992), e Lo scopo
di tutto. Scienza, filosofia & teologia
si interrogano sulla finalità (Ares,
Milano 1994). Nella
sua consistente bibliografia si trova anche
un buon numero di pubblicazioni teologiche,
fra le quali meritano una speciale menzione
uno scritto sul primato di Pietro, And
on this rock: the Witness of One Land and
Two Covenants, in terza edizione riveduta
(Christendom Press, Front Royal [Virginia]
1997); un commento ai salmi, Praying the
salms. A Commentary (Wm. B. Eerdmans,
Grand Rapids [Michigan] 2000); e un’opera,
in seconda edizione riveduta e ampliata, sulle
implicazioni scientifiche, teologiche e storiche
del primo capitolo della Genesi, Genesis
1 trough the ages (Thomas More Press,
Londra 1992). In
occasione della sua presenza in Italia, come
già precedentemente — cfr. Fede
e ragione fra scienza e scientismo, intervista
a cura di L. Benassi e Maurizio Brunetti,
in Cristianità, anno XXIII,
n. 239, marzo 1995, pp. 15-20 —, abbiamo intervistato
lo studioso benedettino su alcuni argomenti
collegati alla conferenza. D.
Padre Jaki, quest’anno ricorre il quarto
centenario del rogo di Giordano Bruno, il
filosofo e frate domenicano nato nel 1548
a Nola, nel Napoletano, e morto eretico impenitente
a Roma, in Campo dei Fiori, il 17 febbraio
1600. Com’era prevedibile, i mass media
hanno fatto un gran clamore, accusando la
Chiesa di oscurantismo ed esaltando la figura
del pensatore nolano, definito di volta in
volta "martire della scienza", "apostolo
della modernità", "precursore
dell’illuminismo" e così via. Lei
che, trent’anni fa, ha tradotto in inglese
di questo autore La cena de le Ceneri.
Descritta in cinque dialogi, per quattro interlocutori,
con tre considerazioni, circa doi suggetti
(The Ash Wednesday Supper, Mouton,
L’Aia 1975), il primo scritto sull’opera del
canonico e matematico polacco Mikolas Kopernik,
italianizzato in Nicolò Copernico (1473-1543),
può dirci qualcosa sul pensiero di
Bruno? R.
Per prima cosa voglio dire che Bruno non
ha nulla a che vedere con la scienza. Trent’anni
fa, quando decisi di tradurre il suo saggio
La cena de le Ceneri, del 1584, dall’italiano-napoletano
in inglese, avevo un’opinione diversa. A quel
tempo pensavo che, siccome si trattava della
prima opera pubblicata su Copernico, dovesse
necessariamente contenere concezioni interessanti,
sia su Copernico che sulla scienza copernicana.
Fui completamente deluso, non solo perché
in tale saggio non vi era alcuna traccia di
scienza, ma addirittura il suo contenuto rappresentava
un insulto a Copernico e alle sue concezioni.
Purtroppo, perfino gente con un elevato grado
di cultura crede ancora che Bruno abbia serie
credenziali scientifiche. Altrimenti, per
esempio, perché organizzare, presso
l’università La Sapienza di Roma, un
convegno internazionale dal titolo Giordano
Bruno e la nuova scienza, al quale, il
giorno 18 febbraio 2000, sono stato invitato
come relatore?
D.
Nell’opera Giordano Bruno: A Martyr of
science? (Real View Books, Royal Oak [Michigan]
2000) Lei scrive che "Bruno usò
Copernico per promuovere fini non copernicani".
Sembra un paradosso. Può precisare
la sua argomentazione? R.
Per Bruno, Copernico è solo un ariete,
sicché un edificio ordinato come la
visione del mondo aristotelico-tolemaica è
distrutta in modo tale che la confusione,
producendo rovine, diviene la regola suprema.
Bruno non vuole sostituire queste rovine con
la precisione dell’universo copernicano e
del suo strumento, la geometria. Bruno distrugge,
affinché la confusione e l’imprecisione
possano regnare.
D.
Dunque, da parte di Bruno non si tratta di
adesione alle teorie scientifiche di Copernico,
ma semplicemente di un procedimento tattico? R.
Sì, una tale tattica è chiaramente
quella di un megalomane che, come tutti i
megalomani, si mette una benda davanti agli
occhi. Questo non gli permette di vedere i
contorni definiti delle cose e lo induce a
credere che anche tutti gli altri uomini possano
chiudere i loro occhi davanti alla chiara
evidenza. Perciò dovrebbe essere palese
che, nell’usare Copernico, a Bruno sfugge
il fatto che la sua tattica si rivelava immediatamente
come qualcosa di chiaramente irrazionale.
È sempre irrazionale usare la ragione
contro la ragione. Una cosa era celebrare
Copernico come il grande distruttore del mondo
chiuso di Aristotele (384-322 a. C.), un’altra
era affermare che, una volta distrutti i confini
limitati di quel mondo, rimaneva solo un’enorme
entità, un "animale" — secondo
un’espressione dello stesso Bruno — comprendente
tutto quanto non poteva essere descritto con
gli strumenti della geometria nel suo futuro
corso d’azione. Una tale entità non
ha confini, nessun ordine specifico e nessuna
coerenza razionale.
D.
Uno dei luoghi comuni della cultura contemporanea
vuole che Bruno sia andato al rogo per le
sue idee sulla scienza. Bruno può essere
considerato un "martire della scienza e/o
del libero pensiero"? R.
Bruno non è certamente un martire
della scienza e neppure del libero pensiero,
a meno che per "libero pensiero" non s’intenda
"pensiero a ruota libera". Infatti, La
cena de le Ceneri è una denuncia
diretta e indiretta delle caratteristiche
fondamentali della geometria: la precisione
e la chiarezza.
Lo
scopo di Bruno consisteva nel promuovere una
visione del mondo impregnata di misticismo
occultista e magico. Invece, dall’inizio alla
fine l’opera di Copernico De revolutionibus
orbium caelestium libri VI, del 1543, è
caratterizzata da un cospicuo uso della geometria
e da una fervente ammirazione per la sua efficacia.
Bruno rifiutava quell’esattezza che la geometria
rappresentava. Non si cura neppure di studiare
la complessità della geometria. Gli
studiosi dell’università di Oxford,
proprio durante il primo dibattito sul sistema
copernicano, nel 1584, si rendono perfettamente
conto che, a questo riguardo, Bruno non aveva
compreso i punti nodali del sistema copernicano.
Alle loro argomentazioni egli non replica
con controargomenti, ma con aspre ingiurie.
Gli studiosi di Oxford affermavano semplicemente
che Bruno non conosceva realmente Copernico.
Il suo interesse per la teoria copernicana
aveva soltanto lo scopo di promuovere la visione
di un nuovo ordine del mondo basato sull’occultismo.
D.
Come fondare questa affermazione? R.
L’asserzione di Teofilo — il personaggio che
ne La cena de le Ceneri espone il pensiero
di Bruno — secondo cui, fra tutti gli uomini,
solo lui può interpretare Copernico,
dovrebbe suonare molto strana sulle labbra
di uno che molto probabilmente non ha mai
letto tutte le pagine del De revolutionibus
orbium caelestium, ma solo una parte esigua
di esse. D’altronde Bruno non ama la geometria,
che ovunque conferma gli argomenti di Copernico,
e con ogni evidenza non ha nessuna preparazione
relativa al tipo di geometria necessaria per
capire e per assimilare i ragionamenti copernicani.
Perfino nelle traduzioni moderne il De
revolutionibus orbium caelestium rimane
un testo ostico da seguire per chiunque non
sia preparato in quella che più tardi
verrà conosciuta come geometria differenziale.
D.
Vi sono altre ragioni che rendono discutibile
la qualifica di Bruno quale "martire della
scienza"? R.
Bruno non può essere considerato
un martire della scienza anche perché,
esaminando gli elenchi dei suoi errori compilati
dai tribunali dell’inquisizione di Venezia
e di Roma, si può notare come, fra
le accuse, l’eliocentrismo costituisca solo
una piccola parte. In realtà, Bruno
è un eretico a tutto tondo: non vi
è dogma della fede cristiana che egli
non abbia negato, almeno implicitamente. Certamente
è deprecabile che sia stato messo al
rogo, ma rimane il fatto che il distacco di
Bruno dall’ortodossia cristiana era così
ampio e profondo, che lo stesso destino gli
sarebbe stato riservato sia nella "repubblica
teocratica" costruita nell’elvetica Ginevra
da Jean Cauvin — italianizzato in Giovanni
Calvino (1509-1564) — che nell’Inghilterra
di Elisabetta I Tudor (1533-1603), se fosse
rimasto in entrambe per lo stesso lasso di
tempo. A Ginevra viene scomunicato dal Concistoro
calvinista, e sarebbe stato immediatamente
arrestato, se non fosse sfuggito alla presa
della teocrazia calvinista il più velocemente
possibile.
D.
Normalmente Bruno è considerato il
filosofo dell’infinito. Già il canonico
e filologo inglese Richard Bentley (1662-1742),
scrivendo al matematico e fisico, pure inglese,
Isaac Newton (1642-1727), intravede, fra l’altro,
che l’idea di un universo omogeneo e infinito
avrebbe potuto servire da copertura per l’ateismo.
Alla luce della teoria della relatività
Bruno, con il suo infinito, precorre la scienza
moderna? R.
Nell’opera De l’infinito universo et
mondi, del 1584, Bruno scrive: "Ci
sono soli innumerevoli e un numero infinito
di terre orbita attorno a quei soli, così
come i sette che noi possiamo osservare orbitanti
attorno al sole che è vicino a noi".
Tali e simili affermazioni sono state invariabilmente
addotte dagli ammiratori di Bruno, che lo
considerano un profeta della moderna visione
scientifica del mondo.
Quella
dell’infinità era una pretesa curiosa
già nel contesto dei suoi tempi, ed
è un’assurdità dal punto di
vista della scienza moderna. Infatti l’universo
di Copernico è rigorosamente finito.
L’astronomo e matematico tedesco Johannes
Kepler, italianizzato in Giovanni Keplero
(1571-1630), sostiene con forza che le stelle
sono contenute in un ristretto guscio sferico
di 2000 leghe tedesche, un’antica unità
di misura, variabile a seconda delle nazioni
fra i 4 e i 5,5 chilometri, in Germania pari
a circa 10 mila chilometri. In verità,
egli fa questa affermazione avendo presente,
per oppositionem, la convinzione di
Bruno che le stelle siano omogeneamente distribuite
in un universo infinito. Inoltre, il fisico
e matematico italiano Galileo Galilei (1564-1642)
sostiene la finitezza dell’universo, senza
tuttavia specificare l’ampiezza del guscio
nel quale le stelle sono collocate. Newton
non sostiene mai l’idea di un universo infinito
e mai rigetta un suo saggio giovanile nel
quale esplicitamente sosteneva la finitezza
dell’universo.
L’idea
di un universo newtoniano infinito, che appare
sporadicamente durante il secolo XVIII, diviene
largamente diffusa soltanto nel secolo XIX,
sebbene non tanto fra gli scienziati, quanto
fra alcuni filosofi e scrittori di scienza.
Gli scienziati sapevano bene che un universo
infinito, nel quale le stelle siano omogeneamente
distribuite, sarebbe colpito da due paradossi:
quello ottico e quello gravitazionale. Com’è
ben noto, la soluzione del medico e astronomo
tedesco Whilelm Olbers (1758-1842) al paradosso
ottico era sbagliata: infatti si basava sull’asserto
che una parte della luce delle stelle fosse
assorbita dall’etere interstellare e conseguentemente
il cielo apparisse scuro di notte; ma la soluzione
sarebbe stata valida solo se l’etere, o qualsiasi
altro mezzo interstellare, non si fosse a
sua volta surriscaldato assorbendo luce e
riemettendola all’esterno, come di fatto avviene
per effetto delle leggi della termodinamica.
Durante gli ultimi decenni del secolo XIX,
e per la maggior parte dei primi tre decenni
del secolo XX, gli astronomi credevano che
l’universo visibile o investigabile fosse
rigorosamente finito, e che la parte infinita
fosse situata al di là di quella finita,
e pertanto non avesse alcuna influenza fisica,
sia gravitazionale che ottica, su quest’ultima.
Nello stesso periodo l’astrofisico tedesco
Johann Carl Friedrich Zöllner (1834-1882)
e altri asserivano che, per evitare il paradosso
gravitazionale, bisognava postulare che la
massa totale dell’universo fosse finita e
che tale massa doveva essere contenuta entro
una sfera quadridimensionale non euclidea.
Comunque, dopo la pubblicazione, nel 1917,
della quinta memoria del fisico tedesco, naturalizzato
svizzero, Albert Einstein (1879-1955) sulla
relatività generale, che tratta delle
sue conseguenze cosmologiche, la finitezza
della massa totale dell’universo è
divenuta una pietra angolare delle maggiori
cosmologie scientifiche. Alla luce delle implicazioni
cosmologiche della teoria generale della relatività
anche il filosofo e fisico tedesco Moritz
Schlick (1882-1936), fondatore del positivismo
logico, ammette che "l’infinità
spaziale del cosmo deve essere rifiutata".
D.
Se le asserzioni di Bruno devono essere considerate
anti-scientifiche nei confronti della scienza
moderna, che cosa dire di esse in relazione
alla scienza medieovale? R.
Bruno rifiutava qualsiasi sistema definito,
sosteneva una visione del mondo per la quale
ogni cosa si trasformava perpetuamente in
ogni altra: agli occhi di Bruno nulla ha un
carattere permanente, ogni oggetto può
divenire qualsiasi altro. Nella sua visione
delle cose non vi è differenza alcuna
fra le stelle e i pianeti: è come se
la nostra Terra si trasformasse in una stella
simile al sole e viceversa. Diversamente,
durante il Medioevo, uno dei versetti biblici
citati più spesso era quello tratto
dal Libro della Sapienza (11, 20):
"Dio ha disposto ogni cosa secondo misura,
calcolo e peso". Questa
citazione sapienziale esprime chiaramente
il clima intellettuale che si è venuto
a creare in epoca medioevale per la grande
considerazione in cui era tenuta la geometria.
In tutte le civiltà antiche il mito
dell’eterno ritorno è causa di morte
prematura della scienza: nell’antico Egitto,
in Cina, in India e nella Grecia classica.
Solo nel Medioevo cristiano la scienza sfugge
alla sindrome della sua inevitabile morte.
Allora l’ipotesi dell’eternità dell’universo,
presente nella cosmologia greca, viene abbandonata
in considerazione del dogma cristiano della
creazione ex nihilo et in tempore.
Questo mutamento comporta, in particolare,
una sostituzione delle leggi aristoteliche
del moto con la legge del moto inerziale formulata
dai filosofi e teologi scolastici francesi
Jean Buridan, italianizzato in Giovanni Buridano
(1300 ca.-1360 ca.), e Nicole d’Oresme (1323-1382),
fatto di grande aiuto per Copernico e per
i suoi primi seguaci. Un altro grande contributo
dei medioevali alla scienza newtoniana è
l’invenzione dell’ars latitudinis,
ovvero dell’uso delle dimensioni geometriche
per rappresentare le grandezze fisiche. Essa
è basilare per lo sviluppo successivo
della geometria analitica da parte del filosofo
e matematico francese René Descartes,
italianizzato in Renato Cartesio, (1596-1650)
e aiuta Galileo nel calcolare che le distanze
coperte dai corpi in caduta libera sono proporzionali
al quadrato del tempo. Pertanto, se il mondo
moderno ha una scienza, lo deve alla cultura
della Cristianità medioevale.
D.
Ritiene che questa sua affermazione possa
essere pacificamente accettata dalla cultura
dominante e diffusa nell’Occidentale contemporaneo? R.
Precisamente al contrario, questa verità
ai nostri tempi viene misconosciuta in modo
sistematico. La società moderna non
potrebbe vivere un solo secondo senza l’aiuto
della scienza: Internet, computer
superveloci, fibre ottiche... Vi
sarà sempre più sviluppo scientifico
nella nostra vita. Tuttavia, questa cultura
moderna vuole la totale confusione, il totale
soggettivismo a livello filosofico. Il liberalismo
moderno vuole distruggere tutti i princìpi,
tutte le norme accettate e non vuole sostituirle
con altre regole specifiche. I princìpi
fondamentali del liberalismo moderno possono
essere condensati in un unico concetto: l’assoluto
permissivismo. In questo modo le politiche
e le legislazioni moderne, profondamente ancorate
a una sempre maggiore permissività,
stanno portando la società occidentale
al decadimento. Da questo punto di vista,
Bruno deve essere considerato solamente come
il perfetto precursore di quei filosofi e
sociologi moderni che vogliono abbattere ogni
regola e specificità. Siate assolutamente
orgogliosi dell’eredità trasmessa dalla
cultura cristiana. a
cura di
Cosimo Baldaro
e Cosimo Galasso
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