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il rogo di giordano bruno
tratto
da False accuse alla Chiesa, Piemme,
Casale Monferrato 1997, pp. 145-165. di
don Luigi Negri Intendo
fare come premessa un'osservazione metodologica
che serve sia retrospettivamente per il problema
delle crociate, sia per il problema molto
più complesso e spinoso di Giordano
Bruno e che servirà anche per tutti
i punti scottanti della storia della Chiesa. Il
problema della conoscenza storica è
un problema di conoscenza globalrnente morale.
Non si tratta di conoscenza scientifica dell'avvenimento
storico. L'avvenimento storico, infatti, in
quanto è un atto di persone e di gruppi
di persone che hanno intenzioni e subiscono
condizionamenti non può essere studiato
come un qualsiasi fenomeno scientifico. La
verità ultima di tutti gli avvenimenti
storici sfugge allo storico, che la può
conoscere solo per approssimazione. In questa
approssimazione c'è certamente un aspetto
di considerazioni morali, ma non soltanto
morali, infatti l'aspetto interessante sta
nel vedere come attorno al giudizio morale
si raccolgono fatti, valori positivi, condizionamenti
che ci mostrano la struttura sottostante,
per cui la conoscenza di un fenomeno storico
è ultimamente la conoscenza della sua
struttura. Ora, nella struttura di questo
periodo, mi sembra che il movente non unico,
ma determinante, che convive con moltissime
cadute o incoerenze, sia un movente che trova
la sua origine nella fede e nell'impegno della
testimonianza cristiana nel mondo. L'osservazione
che nel fenomeno delle crociate ci sono stati
dei fatti immorali sarebbe inutile a farsi.
io non ho avuto l'intenzione di dire che non
ci sono stati fenomeni di violenza, ho semplicemente
cercato di scardinare l'idea laicista della
crociata, cioè che nella crociata la
religione mostra il suo fondamentalismo utilizzando
la violenza per un'operazione di carattere
ideologico-politico: questo è quello
che io ho messo in discussione. Ciò
che ci preme dire circa il cedimento morale
è che non si tratta di un problema
delle crociate, ma di quell'epoca: durante
tutto quel periodo il contatto era rozzo e
si avevano le mani piuttosto pesanti, non
solo fra cristiani e musulmani, ma fra cristiani
e cristiani, fra musulmani e musulmani, ecc É
chiaro che ovunque si ammazza un uomo si compie
un delitto. Il problema è vedere il
gioco di questo giudizio morale all'interno
di un fenomeno che è complesso e sfaccettato,
denso delle più diverse implicazioni. Per
quanto riguarda Giordano Bruno, la complessità
si rivela nel fatto che la sua vicenda va
situata nel suo nucleo teologico-filosofico-ecclesiale,
nell'ottica di quella particolarissima situazione
della Chiesa e della società civile
che caratterizzava ancora il Seicento. La
soppressione di una vita (che dal punto di
vista morale è sempre un grave errore,
sia esso compiuto nel 1600 al Campo dei Fiori
oppure nei campi di concentramento, oppure
sparando all'amante della moglie) assume connotazioni,
valori anche morali diversi a seconda che
si cerchi di individuare il contesto in cui
è operata e le motivazioni profonde
che l'hanno determinata. Quindi vi è
certamente una valenza morale, ma non si può
ridurre la conoscenza storica alla valutazione
morale, poiché la conoscenza storica
è conoscenza di un complesso di istanze
che si intrecciano in ogni gesto umano. In
ogni gesto umano esiste l'aspetto dell'intenzione,
dei valori, del condizionamento, dell'incoerenza.
L'interesse di uno studio storico è
allora mettere in evidenza che cosa è
Stato determinante come intenzione, che cosa
è stato determinato come esperienza
e quali sono stati eventualmente i valori
che l'hanno resa più o meno coerente
e che, quindi, rendono più o meno comprensibile
il gesto. Veniamo
ora alla questione di Giordano Bruno. Intendo
immedesimarmi nella domanda che è stata
posta a titolo di questa parte: "L'inquisizione
ha spento la creatività dell'uomo moderno?".
Cercherò di rispondere tentando di
delineare almeno gli aspetti fondamentali
dell'episodio di Giordano Bruno. 1.
Giordano Bruno è un fenomeno assolutamente
eccezionale nella storia della cultura del
Rinascimento italiano. E l'espressione di
quel particolare momento, la pienezza del
Rinascimento italiano, in cui l'uomo è
la misura di tutte le cose, si concepisce
veramente come l'origine di tutte le energie
intellettuali e morali. Rileggendo
il fenomeno di Bruno, Schelling diceva: "È
una personalità ebbra di Dio".
Bruno è una personalità di ricchissima
cultura, normalmente acquisita in modo autodidattico,
pur avendo fatto studi regolari che, seguendo
l'itinerario dell'ordine domenicano cui apparteneva,
avevano una impostazione sostanzialmente non
ancora tomistica, ma che comprendeva una forte
componente agostiniana. Infatti il pensiero
di san Tommaso si fa strada faticosamente
anche all'interno dell'ordine, arricchendosi
di influssi e correnti diverse. La
sua stessa vita, se ripercorsa, ci mostra
una capacità straordinaria di produzione
culturale e di rapporti. Quest'uomo, che nasce
tutto sommato in una piccola città
di provincia (Nola) e che nel giro dei pochi
anni giovanili ha già rotto con l'ordine,
si è secolarizzato e arriva nel 1581
a Parigi. Qui entra a contatto con le cerchie
più interessanti della cultura e della
politica ed i suoi rapporti con Enrico III,
re di Navarra, sono qualcosa che deve essere
ben studiato perché io mettono anche
in una posizione di particolare rilievo a
livello politico nel confronto Francia, Inghilterra,
Spagna che domina in quel momento la storia
politica. Passa in Inghilterra nel 1583; a
Oxford scrive le opere fondamentali in italiano:
La cena delle Ceneri; Della causa principio
et uno; Dell'infinito universo et lo mundi;
Lo spaccio della bestia trionfante; Gli eroici
furori. Si
scontra con la cultura di Oxford; commentando
questo episodio, è sempre stato detto
che è l'uomo del Rinascimento a mettere
in crisi la struttura medievale che sopravvive
a Oxford. Non è assolutamente vero:
la Oxford che egli incontra è protestante,
ha rotto con la tradizione filosofica del
Medioevo, quindi con la grande scolastica,
e si è ridotta ad essere sostanzialmente
un luogo di filologi, un luogo di letterati. Quindi,
la lotta, il confronto è fatto da Giordano
Bruno nel tentativo di recuperare i termini
della grande cultura oxoniense ed è
all'inizio di un movimento di recupero della
cultura tradizionale che passa attraverso
l'università, su impulso anche suo
e di altri grandi personaggi del mondo elisabettiano,
attraverso dei cenacoli liberi. Egli si trasferisce
in seguito a Praga, dove viene a contatto
con una tradizione di carattere ermetico-magico.
Torna finalmente a Parigi nel 1586, dove la
morte improvvisa di Enrico III di Navarra
che apre l'ascesa al trono di Francia ad Enrico
IV, lo convince a tornare in Italia nel 1591. Appena
tornato a Venezia, in una situazione di fondamentale
libertà nei confronti della struttura
ecclesiastica, viene denunziato dal patrizio
che l'aveva chiamato, Giovanni Mocenigo. Incomincia
qui quel lungo processo di cui parlerò
come terzo argomento del nostro lavoro: iniziato
nel 1591 si conclude, per quanto riguarda
la fese veneta, nel 1593 con un sostanziale
"non luogo a procedere" di fatto
se non di diritto. A seguito di ciò
abbiamo l'estradizione a Roma nel 1593, una
seconda fase del processo che si conclude
con il rifiuto alla ritrattazione e con l'esecuzione
capitale nel febbraio del 1600 in Campo dei
Fiori. E
certamente un personaggio straordinario, frate
di un convento di una piccola provincia italiana,
che gestisce una responsabilità di
carattere culturale e in qualche modo politico
che assume connotazioni di carattere sociale
e politico di rilievo internazionale. Ma non
è l'unico. Nello stesso periodo, più
o meno coevo, Tommaso Campanella ha una situazione
di carattere culturale, storico e politico
analoga. Bruno
è un uomo che non ha retroterra culturali
determinati, che riesce a valorizzare san
Tommaso e la cultura del Rinascimento italiano;
riesce anche a valorizzare la filosofia neoplatonica
nella versione fondamentalmente ortodossa
di Marsilio Ficino. Ma, attraverso Agricola,
viene a contatto con il pensiero ermetico
e magico o con quella che vien chiamata la
filosofia e la religione egiziana. Dopo aver
mostrato l'eccezionalità di questa
figura, che dimostra realmente come il Rinascimento
italiano ha determinato un'immagine d'uomo
e di cultura assolutamente nuova e creativa,
dobbiamo ora cercare di entrare nel vivo del
pensiero di Giordano Bruno. 2.
A questo scopo noi possiamo utilizzare oggi
le opere di una studiosa, la Yates, che ha
dedicato a Giordano Bruno tutta la sua ricerca
filosofica ultraquarantennale favorendone
un'interpretazione in qualche modo nuova e
più adeguata. Bruno
non vuole essere un filosofo cristiano, ma
un mago rinascimentale propagatore dell'antica
religione egiziana, poiché attraverso
Agricola valorizza e si fa promotore di tutta
la corrente mnemotecnica e magica. Si tratta
della corrente della teoria della memoria,
che nasce come letteratura (come studi di
struttura letteraria, diremmo noi oggi), ma
che ha un valore molto più ampio della
struttura letteraria, perché viene
accostata alla capacità magica. In
questa accezione, Giordano Bruno è
innanzitutto un mago rinascimentale, che crede
dì poter realizzare una visione universale
di carattere precristiano e fondamentalmente
anticristiano perché il cristianesimo
è, secondo lui, responsabile della
distruzione di questa antica religione egiziana
che permette il massimo nell'intervento e
nella trasformazione della realtà materiale
e sociale attraverso la magia in senso stretto. La
sua preoccupazione fondamentale, lo vedremo
nel processo, è quella di attutire
il più possibile i punti di contrasto
con la tradizione cattolica e addirittura
con la disciplina ecclesiastica. Egli vuole
dimostrare una capacità di formulazione
culturale assolutamente nuova, che non ha
e non vuole avere legami immediati con la
tradizione cristiana, anche se non la rifiuta.
Ecco perché a Oxford è il difensore
di san Tommaso, ovvero il difensore dal punto
di vista culturale di un'altissima tradizione
filosofica che le vicende del protestantesimo,
con una sorta di distruzione dell'immediato
passato cattolico, avevano cancellato. A Oxford
c'erano stati dei veri e propri roghi di centinaia
di migliaia di manoscritti dell'antica tradizione
filosofica; Giordano Bruno e un uomo di cultura,
che non può accettare che un momento
fondamentale della storia, della cultura precedente
venga distrutto per fanatismo. Si
tratta dunque di un uomo che, nella sua straordinaria
libertà di approccio con il passato,
non ha come preoccupazione quella del dialogo
con la tradizione cattolica, ma quella di
formulare un'immagine assolutamente nuova
dell'uomo e del suo rapporto con la realtà.
Nello Spaccio della bestia trionfante si afferma:
"Non sai come l'Egitto sia l'immagine
del cielo? La nostra terra è tempio
del mondo, ma tempo verrà che apparirà
l'Egitto. Invano esso è stato religioso
cultore della divinità. O Egitto, delle
religioni tue solamente rimarranno le favole,
la morte sarà giudicata più
utile della vita, nessuno alzerà gli
occhi al cielo. Il religioso sarà stimato
insano, l'empio sarà giudicato prudente,
il furioso forte, il pessimo buono; ma non
dubitare Asclepio, perché dopo che
saranno accadute queste cose, allora il Signore,
Padre e Dio governatore del mondo, senza dubbio
darà fine a tal macchia richiamando
il mondo all'antico volto". Dunque,
c'è una posizione del tutto originale,
che è quella della religione egiziana
e della magia a essa conseguente, fenomeno
che si lega al progetto globale di una riformulazione
radicale e definitiva della cultura proprio
del Rinascimento. Anche Campanella, infatti,
parlerà di una instauratio magna della
filosofia e delle scienze; anche Telesio ha
parlato di una instaurazione da capo del sapere,
proprio perché l'uomo che fa cultura
non ha più nessuna vincolo, ed in questo
senso è realmente l'uomo moderno, che
si sente e vive svincolato da qualsiasi condizionamento. Su
questo progetto si innesta una preoccupazione
di tipo strettamente politico: Giordano Bruno
è filofrancese. Quando soggiorna a
Oxford abita a casa dell'ambasciatore di Francia,
presso la corte di S. Giacomo. Infatti, la
Cena delle Ceneri, che è l'opera programmatica,
è la descrizione di una cena, svoltasi
nell'ambasciata francese, in cui egli dialettizza
con i rappresentanti della cultura ufficiale
di Oxford. Sostanzialmente
la sua preoccupazione religioso-politica è
quella di operare una mediazione che isoli
gli estremismi. Quali
sono per lui gli estremismi? Il regno di Spagna
e la sua politica ultrapapale, ultracattolica
e il fanatismo luterano. Stando così
le cose, lo scontro e inevitabile e la possibilità
di ricostruire in Europa una situazione sociale
e politica non turbata dagli scontri religiosi
si annulla. Ecco
perché intorno ad Enrico III c'è,
certamente appoggiato all'azione culturale
di Giordano Bruno, il tentativo di tessere
le trame di un'alternativa moderata alla controriforma
da un lato e al radicalismo luterano, calvinista,
protestante e anglicano. La morte di Enrico
III e la salita al trono di Enrico IV che
si converte perché "Parigi val
bene una messa", mette fine a questo
progetto. É
fuori discussione che uno potesse pensare
di essere mago rinascimentale, cioè
di creare un tipo di struttura intellettuale
e tecnologica (perché, in fondo, la
scienza è un aspetto della tecnologia
o, almeno, ha delle applicazioni tecnologiche)
per modificare la vita e il comportamento
degli uomini e, al di là di esso, i
comportamenti sociali e, quindi, la struttura
della società ma è chiaro che
tale posizione non possa più essere
considerata cattolica. Dunque,
la Chiesa con Giordano Bruno si trova di fronte
a un fenomeno che ha più volti e che
pretende giocare anche un peso di sostanziale
rilievo all'interno della politica. Occorre
tener presente che sono gli anni in cui il
cattolicesimo era ridotto a Italia e Spagna;
sono infatti gli anni della massima avanzata
del luteranesimo in Europa e, con Elisabetta,
della sistemazione dell'anglicanesimo in Inghilterra
e Bruno è certamente il ponte fra i
settori moderati che sono attorno ad Elisabetta
regno di Francia per creare un'intesa moderata. Che
questa sia la sostanza del pensiero di Bruno,
credo che si possa più mettere in discussione:
mi che sia un dato acquisito dalle ricerche
più rea compreso il contributo della
Yates, come riconoscimento unanime di tutti
gli studiosi, primo fra tutti il Garin, che
si erano occupati del problema della filosofia
rinascimentale in Italia. É
un fenomeno, dal punto di vista culturale,
di assoluta eccezionalità, nuovo e
che pretende di essere nuovo, che nelle sue
radici travalica, a monte, il cattolicesimo
portando a galla una tradizione gnostica,
sofistica, magica che ha permeato tutta la
tradizione, anche tutta la cultura medievale,
senza mai essere completamente eliminata. Quindi,
in Giordano Bruno viene a galla il volto anticattolico
della modernità, il massimo della creatività;
ma questa creatività, evidentemente,
non può che essere "diversa":
si tratta di una creatività nuova che
prende atto di vivere in un contesto determinato
dalla tradizione. La tradizione, però,
è sostanzialmente da rinnegare perché
il cattolicesimo, come struttura ecclesiale
ed ecclesiastica, è per Bruno responsabile
della eliminazione della religione naturale
universale. La
religione egiziana come religione naturale:
è una tematica che tutto il Seicento
affronterà, dove viene messo a tema
il rapporto fra le religioni naturali e le
religioni storiche e se le religioni storiche,
e in particolare il cattolicesimo, siano una
corruzione o un inveramento delle religioni
naturali. Si
tratta perciò di una problematica che
vede un mutamento antropologico: questa gente
non aveva nessun pregiudizio né rispetto
per niente, perché voleva costruire
una visione originale dell'uomo e della realtà
e portarla, il più rapidamente possibile,
dall'aspetto teorico all'aspetto pratico.
Quindi, viene recuperata anche quella istanza
fondamentale della modernità che si
sarebbe espressa compiutamente dopo l'illuminismo,
cioè l'ideologicità, ovvero
il passaggio dalla teoria alla prassi e la
modificazione della prassi, soprattutto della
prassi sociale, a partire dalla teoria. Questo
è Giordano Bruno. Egli non è
soltanto un frate ribelle; è una personalità
che si pone sul piano teorico, pratico, ecclesiale
e politico dei problemi che sono assolutamente
obiettivi. Dopo
aver chiarito l'immagine, ricordiamo che già
nella sua biografia gli studiosi si sono chiesti
chi ha finanziato la sua enorme capacità
di viaggio, non potendo evidentemente essere
pagata da lui stesso. Qualche anno fa un certo
filone di studi storici ha individuato la
possibilità che egli fosse una spia
in Inghilterra a servizio della Francia. Anche
queste ipotesi tendono a indagare livelli
di eccezionale complessità nella vicenda
bruniana, la quale, nella sua realtà
ultima, appare in tutta la sua perspiquità. 3.
Arriviamo al processo. Su di esso dobbiamo
certamente soffermarci in quanto è
questo il punto dello "scandalo"
per la storiografia e la cultura laicista. Qualche
mese fa, quasi provvidenzialmente, è
uscito in Italia Il processo a Giordano Bruno
a cura di Luigi Firpo. Luigi
Firpo è stato un grande filosofo del
diritto e della morale, un grande storico
della filosofia di formazione laicista, uno
dei migliori allievi di Saitta e Gentile,
che ha studiato per quasi quarant'anni le
carte del processo di Giordano Bruno. Con
questi documenti è stato possibile
ricostruire con assoluto rigore tutte le vicende
giudiziarie di Bruno, ad esempio le varianti
delle accuse nelle denunce scritte e nelle
accuse orali. Il
processo di Giordano Bruno è il tipico
processo inquisitoriale; noi diremmo, provocatoriamente,
un processo altamente garantista. Il processo
si muove a partire da alcune accuse, orali
o scritte, che vengono registrate e di cui
viene data immediata notizia a colui che è
inquisito perché possa difendersi;
sono decine, e son tutti in archivio i memoriali
che Bruno stende per rispondere alle singole
accuse. Le accuse non hanno valore probatorio
se non sono confermate da almeno tre testimoni;
per cui, un'accusa di un solo testimone, per
esempio il Mocenigo, quello che lo denunziò,
viene ritenuta invalida fino agli ultimissimi
giorni del processo. Dopo
la conclusione del processo a Venezia, che
resta una cosa a parte, inizia la prima fase
del processo romano nel 1593. Egli è
detenuto a Roma nelle prigioni del S. Uffizio,
che sono prigioni che prevedevano che il carcerato
avesse una sua cella a disposizione, potesse
scrivere, leggere, entrare a contatto periodicamente
con quelli che potevano essere coinvolti nella
sua difesa. Ogni tre mesi, infatti, gli inquisitori
(non soltanto i funzionari, ma i cardinali
inquisitori) incontravano i prigionieri, i
quali esprimevano le loro istanze, le loro
richieste: ci sono documenti in cui Giordano
Bruno chiede vestiti pesanti perché
fa freddo, chiede una modificazione del vitto
perché è sempre quello, chiede
di poter leggere e scrivere, chiede penne,
inchiostro, breviari, chiede la possibilità
di consultare la Summa Theologiae. Quindi,
anche dal punto di vista del rapporto con
gli accusatori pubblici, il processo è
fatto perché l'imputazione possa essere
contestata. C'è,
dunque, una prima fase che è quella
della individuazione delle accuse, della interrogazione
dei testi, della loro verbalizzazione e contestazione,
motivo per cui l'udienza si chiama "constituto";
ci sono ventun "constituti" in cui
Bruno è presente, in cui vengono contestate
le accuse e gli vien dato, normalmente, uno
spazio adeguato di tempo per la risposta. Quando
si è in fase di conclusione del processo
romano (siamo nel 1595), c'è un intervento
diretto del Papa il quale, siccome le accuse
hanno messo in evidenza le opere, chiede a
una commissione di teologi di valutare se,
nella lettura dei testi stampati e anche di
quelli non ancora stampati, ma manoscritti,
ci siano conferme alle accuse già fatte
o nuove accuse. Questa censura (come si dice)
dei libri dura due anni: dal 1596 al 1597. Nel
1597 si rifà integralmente il processo,
perché l'Inquisizione richiede che,
discussa una prima volta la causa, escussi
i testi, archiviate le accuse e risposto l'inquisito
alle accuse, non sia sufficiente: è
necessaria una ripetizione, che può
essere fisica o documentale, cioè il
testimone può tornare per riproporre
le accuse oppure può affermare, per
iscritto, che le accuse precedentemente presentate
sono confermate. Dal
punto di vista del rigore giuridico, non si
può fare nessuna accusa al processo
inquisitoriale perché questo è
esattamente lo schema di tali procedimenti. Alla
fine di questo lungo processo (leggendo Firpo
ci si rende conto del passaggio) alcune accuse
vengono fatte cadere e alcune sono confermate.
Le quattordici proposizioni che vengono sottoposte
negli ultimi due "costituti" a Giordano
Bruno e sui quali gli viene chiesta la ritrattazione,
non sono tutte le accuse del primo processo
del 1591; non sono neppure quelle del secondo
processo del 1594, ma sono ciò che
è rimasto di tutta l'azione giurisdizionale
di carattere inquisitoriale e che rappresentano
qualche cosa nei confronti della quale la
Chiesa non può ammettere che un cristiano
le affermi impunemente. Esse sono: negare
la Transustanziazione, che riprende la quarta
accusa della prima denuncia; mettere in dubbio
la Verginità di Maria; aver soggiornato
in Paesi eretici, vivendo alla loro guisa;
aver scritto contro il Papa lo Spaccio della
bestia trionfante; sostenere l'esistenza di
mondi innumerevoli ed eterni, in una concezione
totalmente panteistica, per cui l'universo
è Dio e Dio è l'universo, e
il rapporto tra l'uno Dio e il mondo è
un processo emanativo, quindi sostanzialmente
necessitato, e quindi non è più
affermato il principio della creazione del
mondo da parte di Dio; asserire la metempsicosi
e la possibilità che un'anima informi
più corpi, ritenere la magia buona
e lecita; identificare lo Spirito Santo con
l'anima del mondo, quindi dare una versione
non cristiana di un dogma fondamentale della
fede; affermare che Mosè simulò
i miracoli e inventò la Legge; dichiarare
che la Sacra Scrittura non è che un
sogno; ritenere che perfino i demoni si salveranno;
asserire che Cristo non è Dio, ma ingannatore
e mago, e che a buon diritto è stato
ucciso; asserire che anche i Profeti e gli
Apostoli furono maghi e quasi tutti vennero
a mala fine. Ciò
che è accaduto negli ultimissimi mesi
rimane, anche nello studio delle carte processuali
un fatto enigmatico. Giordano Bruno, non soltanto
nella fase veneta (1591-1593), ma anche lungo
tutto il corso della fase romana si era detto
disponibile alla ritrattazione e aveva sostanzialmente
ritrattato tutti i punti di più grave
frizione con il dogma cattolico e con la disciplina
ecclesiastica, ribadendo, nei casi del dogma,
che si trattava il più delle volte
di discussioni di carattere puramente teorico
fatte con gente che non ci credeva; dal punto
di vista della disciplina, aveva ribadito
che, essendo vissuto come errabondo per tutta
l'Europa in Paesi non cattolici, poteva avere
certamente assunto un modo di fare e di dire
non propriamente ecclesiastico. Quindi,
se si seguono le carte del processo, per quanto
riguarda il patrimonio dogmatico-cattolico
e la ecclesialità Giordano Bruno è
morbidissimo. La
ritrattazione nel processo inquisitoriale
comporla sola comminazione di pene canoniche,
non di pene civili. Il reo che ha ritrattato,
che ha riconosciuto avere sbagliato, al massimo
ha una serie di pene cache, nel caso di frati,
consistevano nel confinamento in qualche convento
e nell'esercizio di una serie di pratiche
di pietà da realizzare evitando, quindi,
di essere consegnato al braccio secolare,
come invece chi non ritrattava. Al contrario,
chi non ritrattava assumeva esplicitamente
e pubblicamente una posizione alternativa
alla Chiesa; e siccome la Chiesa informava
la società, consegnava il reo al braccio
secolare perché la vicenda da religiosa
e canonica assumeva un rilevo di carattere
civile. Ora,
è indubbio che il processo stia andando
verso la ritrattazione quando accade un evento
gravissimo: un anno prima della conclusione
un frate che era stato imprigionato a Padova
e a Venezia con Giordano Bruno, tal frà
Celestino da Verona, che vive in un convento
delle Marche e sta ponendo fine ad una condanna
di carattere canonico che aveva ricevuto dall'Inquisizione,
si presenta spontaneamente a Roma con un accusa
circostanziata a Giordano Bruno. Era
un'accusa tremenda, così grave, dice
il Firpo che ha studiato le carte, che viene
segretata direttamente da Clemente VIII per
cui non se ne trova traccia. Essa è
comunque un'accusa gravissima, di cui Celestino
si dice anch'egli responsabile, tant'è
vero che viene giustiziato sei mesi prima
di Giordano Bruno. C'è
dunque questo fenomeno aberrante, incomprensibile
di uno che sostanzialmente accusa Giordano
Bruno di una tale eterodossia e probabilmente
di una doppiezza invincibile nei confronti
della Chiesa che non solo il suo caso ha una
conseguenza tragica, ma che il processo a
Giordano Bruno, con una testimonianza così
giurata e spontanea, si trova di fronte a
una svolta veramente drammatica. Giordano
Bruno sembra sostanzialmente dire: "Sono
disposto a ritrattare tutto, meno i principi
della mia filosofia". Questa
è la questione. Sostanzialmente il
rifiuto di Giordano Bruno è di mettere
in discussione, con una istanza culturale
e morale come la (Chiesa, il contenuto della
sua creatività. I suoi errori dogmatici
e la sua disobbedienza erano per lui in fondo
degli avvenimenti secondari. Il cuore della
sua vicenda umana e culturale era la sua filosofia,
questa nuova o antica visione della realtà
recuperata e portata in vigore, su cui si
poteva in qualche modo creare un momento nuovo
della storia dell'umanità. Su tutto
avrebbe potuto ritrattare, su questo no. Ma
le proposizioni su cui la Chiesa ha chiesto
la ritrattazione sono ugualmente di carattere
dogmatico, di carattere disciplinare ed ecclesiastico
e di carattere filosofico. Credo che il dramma
(e Firpo dice dramma tra la libertà
di coscienza e l'autorità) è
davvero nel senso che la visione cattolica
dell'uomo ritiene che la creatività
non sia l'assoluto; la creatività è
una capacità soggettiva ed individuale
che deve misurarsi con una Presenza che ritiene
di essere la rivelazione definitiva dell'Essere,
di Dio e che, quindi, in qualche modo si pone
come normativa della creatività. Allora,
è indubbio che il processo ha la sua
conseguenza inevitabile: il rifiuto della
ritrattazione dà alla questione un
carattere prevalentemente civile. La
ritrattazione rifiutata comporta l'itinerario
solito, cioè la consegna al braccio
secolare e l'esecuzione; ma affinché
avvenga la ritrattazione dei dieci, quindi
dalla comminazione della sentenza all'esecuzione,
vi è stato (come ricordano le carte
dei processo) un susseguirsi continuo di tentativi
di aiutarlo a trattare attraverso i migliori
rappresentanti degli Ordini Predicatori di
Roma (agostiniani, francescani, gesuiti).
Ma Giordano Bruno è irremovibile e,
essendo irremovibile, la questione ha la sua
conseguenza di carattere civile. Infatti la
legge non prevedeva eccezioni: l'itinerario
fu seguito fino al suo esito ultimo, fino
all'esecuzione capitale. Vorrei
ora fare due osservazioni conclusive, sperando
di avervi dato il senso della drammaticità
della questione: -
Prima osservazione. Indubbiamente la creatività
intesa nel senso moderno della parola è
una creatività che, dove la Chiesa
ha avuto un suo influsso determinante, si
è in qualche modo ridotta, questo è
fuori discussione. La controriforma ha rappresentato,
dal punto di vista della espressione, della
espansione della creatività individuale,
un reale ed obiettivo condizionamento. Ma
questa creatività di tipo assoluto,
in cui l'uomo si concepisce come il creatore
della cultura in quanto in qualche modo si
concepisce come il creatore della realtà,
non può essere pensata puntualmente
riferita a Giordano Bruno, il quale non può
non essere collegato, al di là della
sua vicenda, alla secolarizzazione dell'Occidente
e alla nascita di una cultura alternativa
a quella cattolica, a quella che dall'Illuminismo
in poi si è trasformata sostanzialmente
nelle ideologie e nei grandi sistemi totalitari
da esse derivati. Non
si può, quindi, idealizzare la creatività
nella storia: la creatività non cattolica
nella storia dell'Occidente significa la creazione
di una società in cui il riferimento
religioso viene contestato, dove c'è
una presunta centralità dell'uomo cui
segue la distruzione ideologica dell'uomo
stesso, la sua obiettiva "manipolazione"
da parte del potere ideologico. Noi
non facciamo la storia di Giordano Bruno cento
anni fa; noi rileggiamo la storia di Giordano
Bruno alla fine della parabola moderno-contemporanea,
ed è fuori discussione che, al di là
di tutta l'enfasi sull'assolutezza della persona,
la persona umana alla fine di questa parabola
risulta molto più manipolata e negata
di quanto non fosse all'inizio. Quindi,
indubbiamente, la creatività riceve
un "freno"; ma stiamo attenti a
valutare i termini oggettivi e storici di
questa creatività. -
Seconda osservazione. Per capire questa vicenda,
che è drammatica, si devono rilevare
due aspetti ben distinti. Anzitutto,
che il rifiuto del dogma e dell'ethos cattolico
implicava sostanzialmente il rifiuto dei fondamenti
su cui poggiava la società; se volete
un paragone con cui si possono capire certe
cose è l'equivalente del terrorismo
degli anni '70. Dal punto di vista culturale
e sociale è un fenomeno che attacca
i fondamenti stessi della società;
allora la società e la Chiesa, in quanto
forma della società, autorizza la difesa
fino all'estrema ratio della soppressione
della vita, che non viene giustificata, ma
utilizzata come forma estrema di difesa. É
per questo che, senza malignità e senza
doppiezza ritengo che l'apparato ecclesiale
ed ecclesiastico-sociale non si sentisse personalmente
responsabile del delitto, ma si sentisse necessitato
ad un intervento particolarmente duro perché
era in questione la possibilità stessa
dell'esistenza della società, la quale
prima di arrivare a questa estrema ratio aveva
battuto tutte le strade del convincimento:
primo, aveva dato l'esempio di un processo
singolarmente oggettivo, senza pregiudizi
a priori sulla colpevolezza; secondo, con
una preoccupazione che l'accusato potesse
prendere conoscenza delle accuse e rispondervi;
terzo, l'accertamento che le cose erano obbiettive,
cioè l'esistenza di testimonianze e
confermavano o addirittura ammissioni proprie
'imputato (Bruno in più di un'occasione
ammette: "Sì, ho pensato così,
ed ho sbagliato"; ma per quanto riguarda
la sua filosofia, in tutte le risposte di
Bruno c’è una difesa ad oltranza della
originalità del suo pensiero, di cui
non si preoccupa e della cui obiezione al
contenuto dogmatico fondamentale cattolico
non si interessa. Allora,
concludendo, credo che il dramma di Giordano
Bruno sia il dramma certamente della libertà
di coscienza e della libertà di ricerca
che trova sulla sua strada un punto di obiezione
radicale, ma motivato in quanto c'è
una dissonanza totale dalla dottrina della
Chiesa e c'è la volontà a oltranza
di rifiutare di rientrare nell'ambito della
Chiesa; e, poiché si vive in una società
che è influita dalla presenza della
Chiesa, questa si difende. È
così oggettiva la preoccupazione che,
secondo me, in questo caso l'aspetto morale
non passa in secondo piano, ma non è
quello rilevante, perché per la giurisdizione
del tempo non è rilevante nel senso
che quello è un modo in cui la società
si difende. Uno
o due secoli dopo si potrà dire: "E
una difesa eccessiva, è una difesa
colposa" oppure si può obiettare
che c'è una evoluzione della coscienza
morale personale e sociale che dà alla
società strumenti di difesa che non
sono di questo tipo; ma tutto questo, secondo
me, è secondario nella comprensione
della vicenda di Giordano Bruno. Riassumendo: 1)
Si tratta di un fenomeno culturale assolutamente
nuovo, che dice la maturità del Rinascimento
italiano come capacità di creazione
di un'antropologia originale e che vive una
volontà di creazione totale di cui
la frase "ebbro di Dio" è
certamente un'immagine significativa. La vita
testimonia questa creatività nell"impegno
su più fronti: teorico, filosofico,
religioso, politico, ecclesiastico-politico;
quindi, fa diventare il fenomeno di enorme
importanza. 2)
L'aspetto del pensiero lo configura come non
più cristiano e che non ha nessuna
preoccupazione di affermare il suo non-cristianesimo
di affermare una concezione sostanzialmente
monistica-panteistica. Lo stesso eliocentrismo
di carattere copernicano, ad esempio, viene
assunto non in termini scientifici, ma magici;
quindi, la visione dell'infinità dei
modi, dell'Uno che si esprime nell'infinità
dei mondi determina quella che potrebbe essere
chiamata una polarizzazione dialettica nell'Essere,
per cui l'Essere è insieme uno e molteplice. Tutto
ciò dice certamente il vigore e la
genialità filosofica di questo personaggio,
ma dice anche la rottura radicale con un passato,
che viene valorizzato dove è necessario,
perché è un uomo di cultura
(ad esempio, quando la posizione che Bruno
ha di fronte non è culturale, non rifiuta
di difendere il tomismo, perché il
tomismo ha più cultura di quello che
domina ad Oxford quando vi parla). Quindi,
il fenomeno culturale è di una grande
imponenza e di una grande e significativa
articolazione. 3)
Il processo. Sul processo non c'è niente
da dire, trattandosi di un processo oggettivo,
di cui il Firpo dice: "La condanna è
stata oggettiva. Dal punto di vista giuridico
del tempo non esisteva alternativa. Dal punto
di vista del procedimento è un procedimento
esemplare"; e in questo Firpo dà
ragione ad un altro grande storico dei processi
inquisitoriali che è il francese Leo
Moulin. E un processo altamente garantista,
di cui si è in qualche modo tentato
di mettere in evidenza l'aspetto delle varietà
delle componenti, nessuna delle quali poteva
essere ignorata dalla Chiesa: non poteva essere
ignorata la visione globale della realtà
al di là degli indizi per cui si è
anche pensato ad un Improvviso impazzimento,
ma sono tutte ipotesi sulle quali sta il fatto
grave della testimonianza di frà Celestino
da Verona, ma sta soprattutto la non volontà
di Bruno di identificare l'aspetto dogmatico
con quello filosofico e la difesa a oltranza
della propria posizione filosofica contro
tutto e contro tutti. Certamente
la creatività ne risulta ridotta, ma
non dobbiamo dire come Gentile e come dice
la cultura laicista che l'Italia e la Spagna
non conoscono la libertà di cultura
e di ricerca, mentre la conoscono solo i Paese
protestanti. È
indubbio che Giordano Bruno rappresenta un
punto di scontro drammatico; però questa
creatività va letta storicamente. Essa,
infatti, è all'inizio di una parabola
in cui la creatività alla fine è
servita a distruggere l'uomo. Non diciamo
che Giordano Bruno voleva distruggere l'uomo;
ma se vogliamo fare un'osservazione storica,
dobbiamo legare il 1600 al 1900, che è
l'espressione storica coerente di questa creatività
assoluta dell'uomo per cui egli diventa padrone
della realtà. Ma diventandone padrone,
diventa padrone anche dei suoi simili, cioè
realizza sui suoi simili un progetto ideologico
per il quale non risponde a niente e a nessuno,
perché essendo l'ideologo il rivoluzionario
può fare dei suoi simili tutto quello
che vuole. Allora,
chi ha in qualche modo frenato questa creatività
ha certamente ridotto la libertà di
ricerca in un punto, ma forse ha anche messo
le condizioni perché la parabola non
fosse così rovinosa. Questa è
almeno un ipotesi da verificare, e io ritengo
che la presenza della Chiesa cattolica, che
ha duramente contestato una certa antropologia
e una certa vita politico-sociale, non ha
fatto solamente la difesa dei propri interessi,
o la difesa del passato (come dice la storiografia
laicista), ma anche creato quello che Giovanni
Paolo Il chiama "un grande movimento
per la liberazione della persona umana". Queste
sono tutte le osservazioni che, in questa
ricerca spassionata e appassionante, io ho
fatto ed ho messo a vostra disposizione perché,
almeno quando si tratta di una questione così
drammatica che coinvolge anche la libertà
e la vita della persona, siano evitate le
approssimazioni, gli equivoci o le esasperazioni
particolari che non servono mai alla comprensione
del dramma della storia, ma, semplificando
eccessivamente la storia, danno l'illusione
di conoscere. Al contrario, al di là
di questa illusione di conoscenza, c'è
tanta ignoranza; e l'ignoranza è anche
sempre fonte di violenza.
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