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Gesù Cristo e il Suo Vangelo

La Divinità di Gesù Cristo

Il Vero Messia

Gesù Cristo è il Messia

L'insegnamento di Gesù

La persona di Cristo: la sua incomparabile santità

I miracoli di Gesù

I miracoli

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La resurrezione

Il Cristo sempre vivente

Le origini Cristiane

La dottrina della Chiesa

L'eccellenza e i caratteri della Chiesa

La morale della Chiesa

L'azione della Chiesa

La santità della Chiesa

I miracoli della Chiesa

Eresie d'altri tempi

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L'Anglicanesimo e le chiese non conformiste

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Il fascino delle religioni asiatiche

Lo scandalo dell'Islam

L'incredulità

La testimonianza dei convertiti

Psicologia e metodologia della conversione

La testimonianza della moderna letteratura

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La Bibbia in generale

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La morale cattolica

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Fu un palo o una croce? Il supplizio della crocifissione

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Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

gesu' cristo e il suo vangelo

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

Lo studio precedente ha avviato lo spirito e il cuore al Vangelo; ora, giunti al limite dove ci si apre davanti un panorama magnifico e a perdita d'occhio, fissiamo il nostro itinerario:

1. - Autenticità e valore dei documenti, che per noi sono ad un tempo

fonti e guide.

- Il vero Messia.
- L'insegnamento di Gesù.
- La persona di Gesù. La sua santità incomparabile.
- I miracoli di Gesù.
- La resurrezione di Cristo.
- Cristo sempre vivo.

PRELIMINARI

L'angoscioso problema. - " Non si può pensare quanto importi a uomini d'ogni origine e cultura dimostrare che Gesù Cristo non è mai esistito. Da tutte le parti mi giungono libri da persone che non hanno avuto nessuna specie di preparazione per affrontare un tale soggetto; persone assolutamente ignare dei lavori che bisognerebbe conoscere a fondo, per poterlo trattare con qualche apparenza di buon senso, passano la loro vita a scrivere per dimostrare che la persona di Gesù è soltanto un'illusione, e si mostrano molto stupiti che uomini, come Goguel, il nostro presidente (Th. Reinach) e io stesso non cediamo immediatamente le armi. Del resto nessun negatore è riuscito, finora, ad accontentare gli altri... " (1).

(1) Ch. Guignebert, Jésus et la conscience moderne, p. 8. (a) Ep. CII, § 38.

La nostra apologetica si presenterà come un gesto fraterno verso queste " brave persone " e verso chiunque sente il bisogno di conoscere bene la solidità dell'insegnamento ricevuto. Intanto a costoro devo ricordare quello che Sant'Agostino scriveva a un suo corrispondente : « Chi ha posto tali questioni si faccia cristiano, onde, volendo prima finire le questioni sui Libri Santi, non finisca la vita prima di passare dalla morte alla vita " (2). Sotto l'apparenza d'un paradosso, la riflessione nasconde una saggezza profonda e una tragica realtà. Ciascuno di noi dispone solo di pochi anni sulla terra e, in questo tempo, deve passare dalla morte del peccato alla vita della grazia. Dio offre i mezzi: ognuno senza troppa spesa può giungere all'evidenza della credibilità. Dio gli darà la fede: l'uomo dovrà obbedire a Cristo Salvatore, ricevere il suo battesimo e vivere la vita cristiana. Nella Chiesa e per mezzo della Chiesa troverà un tesoro di dottrina e di vita soprannaturale, che essa gli dispenserà generosamente.

Da solo e con i propri mezzi l'uomo non arriverà mai a comprendere tutto il contenuto della Sacra Scrittura e della Tradizione. Solo la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, è all'altezza di queste realtà, ed essa sola può darne l'interpretazione a autentica ".

L'individuo cristiano, e tanto meno il pagano, con le sole risorse naturali non è in grado di risolvere tutte le questioni relative ai Libri santi, potendo tuttavia accertarsi che non contengono assurdità o immoralità, e che anzi racchiudono insegnamenti ricchissimi di luce e fecondissimi di bellezza morale. Questo deve bastare a incoraggiarlo a " farsi cristiano ", senza perdere un sol giorno.

Il passaggio teorico dall'incredulità alla fede si può schematizzare cosi:

Incredulità perfida e ostinata.
Prima apologetica.
Incredulità per errore volontario.
Seconda apologetica.
Fede vacillante.
Terza apologetica.
Fede solida.

La fede è un dono di Dio e tutti hanno le loro difficoltà particolari nel sottomettersi ad essa. Ma c'è un'apologetica generale, che sorvola su tutte le apologetiche individuali, perché la fede è identica per tutti e perché tutti hanno la stessa natura umana, intelligente e ferita dal peccato originale.

L'arte e la scienza apologetica.

- L'apologetica è l'arte di persuadere scientificamente gli altri riguardo alla verità da noi conosciuta; quindi non è una polemica per far tacere la menzogna e l'impostura, ma un aiuto offerto a chi è nell'errore e sarebbe disposto a liberarsene, se vedesse la via di uscita. Accade spesso d'essere impegnati tre o quattro in una discussione apologetica e, dietro a ogni interlocutore, il dialogo rivela una presenza, com'è ordinariamente nell'apologetica cattolica: Dietro di me c'è Cristo, che parla a come chi ha autorità, e non come gli Scribi "; io quindi devo essere prudente come il serpente, a causa del nemico sornione, e semplice come una colomba, per l'evidente buona fede del mio interlocutore. D'altra parte la parola di Dio porta la verità in se stessa; io però non posso dimostrarla, ma la farò almeno vedere tale e quale si presenta, senza sfigurarla; richiamerò quanto obbliga un essere ragionevole ad accettarla; abbatterò tutte le costruzioni dell'avversario; ne indicherò le imposture, le perfidie, le intenzioni perverse. Ecco perché dico che l'apologetica, come qualsiasi strategia, è una scienza e un'arte.

Metodo adottato.

- " Ortodossia, imparzialità, scienza e carità ", come dice la Prefazione del Dictionnaire apologétique de la Foi catholique; programma doveroso per l'apologista cattolico, che non vuole ingannare né se stesso né gli altri; programma che, dirò, è voluto ancor più rigorosamente dall'incredulo in buona fede, il quale:
1. vuol essere amato;
2. desidera ardentemente che la scienza, il vero campo di discussione, sia rigorosamente rispettata;
3. rimprovererebbe all'apologista, come a se stesso, qualsiasi atteggiamento coscientemen
te parziale;
4. infine vuole soprattutto l'ortodossia e se s'accorgesse che, per fargli piacere, mettiamo da parte l'insegnamento autentico della Chiesa, s'impennerebbe e s'incaricherebbe di richiamare all'ordine il difensore della fede cattolica che abbandona vilmente all'avversario una provincia del suo regno sacro. Capiterà anche che l'incredulo esageri ed estenda il campo dell'ortodossia, invocando la minima frase d'un vescovo nelle sue disposizioni o nella prefazione d'un libro, come se avesse il valore d'una definizione conciliare. In questo caso l'apologista dovrà precisare, con un argomento ad horninem, argomento che un manuale svilupperà solo se l'obbiezione è diffusa nel grande pubblico, onde la risposta possa diventare un argomento ad homines.

La posizione del credente.

- II Figlio eterno di Dio s'è incarnato e degnato di percorrere una carriera terrena per la gloria del Padre suo e per la salvezza eterna di tutti gli uomini, suoi fratelli. Sua Madre si chiama Maria ed Egli ha nome Gesù. Nato a Betlemme di Giuda, distante circa otto chilometri da Gerusalemme, visse l'infanzia e l'adolescenza a Nazareth in Galilea. Predicò la sua dottrina sia nelle sinagoghe, sia nell'atrio del Tempio di Gerusalemme, nelle pianure e sulle montagne; ebbe dei discepoli, tra i quali scelse dodici, cui affidò la missione di continuare la sua opera. I nemici riuscirono a prenderlo e a farlo condannare al supplizio della croce. Fu sepolto onoratamente in una tomba nuova, ma questa il terzo-giorno fu trovata vuota; e s'incominciò a vedere Gesù, vivo ormai d'una vita immortale.

Noi crediamo che Gesù è il Figlio di Dio in senso proprio, perché Egli lo ha detto seriamente, e perché la sua affermazione è confermata da prove irrecusabili. Meno di chiunque saremmo disposti a riconoscere come Figlio di Dio chi non ce ne desse le sufficienti garanzie. Aprioristicamente gli uomini per noi sono tutti quanti semplici creature decadute, e siamo stupiti, contenti, rapiti perché in Gesù non troviamo nessuna traccia di questa decadenza; ma questo non basta a farci piegare il ginocchio davanti a Lui. Noi lo adoriamo, perché è Dio. Per noi questa non è un'opinione, una credenza umana, una convinzione divenuta invincibile a forza di viverla, ma è una certezza infrangibile, fondata sulla testimonianza divina. Siamo davanti a una verità che non s'impone a noi per evidenza immediata, come k due più due fa quattro "; né per evidenza mediata, come " il quadrato dell'ipotenusa è eguale alla somma del quadrato degli altri due lati"; né per la fiducia in testimonianze puramente umane, come l'attuale esistenza di Lima o di Chicago; ma per la fiducia che merita ogni testimonianza divina.

Mi si obbietterà: Dio ti ha detto che Gesù è suo Figlio? Rispondo: SI, me lo ha detto in modo equivalente. Gesù disse d'essere il Figlio unico di Dio, e la sua parola mi è stata trasmessa cosi bene, che io lo sento ancora parlare.

Anche Maometto si è detto il Profeta di Allah, e tu non ci credi.
Perché Dio non ha mai confermato la sua missione. D'altronde, non potendo essere divina la sua dottrina, assurda e immorale, la sua missione è un'illusione o un'impostura.

Ecco, si vede che tu accetti il Vangelo perché il contenuto di quest'insegnamento ti sembra accettabile.
No; in questo il mio criterio rimane soggettivo e negativo. Io lascio a Dio la libertà d'insegnarmi quanto vuole, ma so anticipatamente che la sua dottrina non può avere certi caratteri, che trovo nel Corano; e questo baste
rebbe per farmi rigettare il Corano. Se trovassi nel Vangelo tali caratteri, respingerei il Vangelo, perché non avrebbe la firma di Dio.

Nel Vangelo non trovi nulla che ti urti?
Nulla che urta l'idea di Dio, anzi... Ma anche questo è un criterio negativo. Se io credo al Vangelo, è perché non posso mettere in dubbio la parola di Dio, che non può ingannarsi ed è incapace d'ingannare.
Neppur io esiterei, se Dio mi dicesse: " Il Vangelo è vero; bisogna leggerlo e prenderlo alla lettera "; invece Dio non mi ha detto questo e, d'altronde, non mi ha mai parlato.
T'inganni, perché Dio a questo riguardo ha parlato.
In che modo?
In mille modi diversi, ma specialmente attraverso la sua Chiesa.
Qual è la sua Chiesa?
È la Chiesa cattolica; o meglio, la Chiesa apostolica. C'è una Chiesa (che è cattolica, cioè universale di diritto, perché l'unica stabilita da Dio) ed è quella apostolica, cioè quella che risale agli apostoli, che fu quella degli apostoli.
Quanti intermediarii
È normalissimo. Siamo soggetti al tempo, e il tempo passato non può
autorizzare un mutamento di dottrina, quando si tratta d'una dottrina divina e
che interessa il destino eterno di ogni uomo. L'uomo del secolo XX, come quello
del secolo VIII, ha bisogno del Vangelo del primo secolo; ha quindi bisogno
d'intermediari per sentire la voce del suo Maestro divino.
Ma più ci allontaniamo da una sorgente luminosa e più la sua luce
impallidisce.

— Umanamente è vero; ma Dio può assicurare la trasmissione d'una dottrina: ha promesso di farlo, lo ha fatto, lo fa e lo farà. Del resto è più facile di quanto si pensi accertarsi che l'insegnamento della Chiesa cattolica di oggi è conforme a quello degli apostoli.

E tu credi agli apostoli?
SI, perché essi sono gli inviati dell'Inviato di Dio; perché hanno compiuto la loro missione; insegnarono soprattutto oralmente e anche per scritto.
Quest'insegnamento era regolatore, cioè " canonico ", unico regolatore, unico " canonico ". Così si formò quello che oggi chiamiamo il " Nuovo Testamento " e una volta formato, per la Chiesa restò sempre la biblioteca sacra, letta, riletta, trascritta, tradotta, commentata, meditata, invocata nelle discussioni.
" Questi libri non avevano la loro autorità dall'approvazione della Chiesa, poiché erano indirizzati alle chiese ed esigevano la loro obbediente " (3).
C'è qualcosa d'analogo nei documenti pontina emanati dalla Sede Apostolica, e per questo fatto hanno la loro autorità. Li rigettano tre classi di persone: gli estranei alla Chiesa, che non le riconoscono nessuna autorità; i ribelli, che non vogliono accettare quello che loro dispiace; rari critici, che ne mettono in dubbio l'autenticità. Quest'ultimo atteggiamento non è condannabile in se stesso e sarà facile dimostrare che questo o quel documento pontificio è autentico o apocrifo. Questo non era meno facile nei primi tempi della Chiesa, quando ci si poteva accertare dell'autenticità apostolica di questo o quello scritto.

(3) Lagrange, Histoire anatrine et canon da Nouveau Testament, Gabalda, Para, p. 11.

Però avremmo torto se limitassimo la preoccupazione ortodossa dei primi cristiani a questi scritti, poiché per essi l'insegnamento era soprattutto orale: il fondatore d'una chiesa aveva ricevuto la sua dottrina dagli apostoli o dai loro discepoli e la trasmetteva, e se qualcuno di essi avesse osato modificarla, gli apostoli o i loro discepoli avrebbero protestato con singolare energia. Si veda con che veemenza Paolo conserva l'unità del Vangelo!

Dobbiamo metterci entro queste cristianità nascenti per comprendere la forza divina dell'insegnamento che esse avevano ricevuto. Quei giudei e quei pagani cedevano soltanto davanti ad argomenti irrecusabili, perché come alcuni di noi, non avevano interesse per aderire a una chiesa stabilita; anzi, per essi era un grande sacrificio convenirsi e romperla col giudaismo o il paganesimo.

Noi crediamo in Gesù Cristo perché Egli ci ha dato quanto eravamo in diritto di esigere da Lui, e cioè:

1. L' affermazione, fatta sul serio, della sua divinità;
2. La prova che conferma l'affermazione.

PARTE PRIMA.

- AUTENTICITÀ E VALORE DEI DOCUMENTI CHE PER NOI SONO INSIEME FONTI E GUIDE

Non bisogna esagerare l'importanza di questi problemi; perché, anche supposto che i libri del Nuovo Testamento fossero apocrifi, oppure fossero tutti andati perduti, o non ci fossero affatto, la nostra fede resterebbe la stessa, perché abbiamo la tradizione apostolica, che ci pone in immediato contatto con il messaggio portato da Gesù. Questa tradizione visse circa dall'anno 30 al 50, senz'essere fissata per scritto. Gli apostoli scrissero, ma la Buona Novella avrebbe potuto fare a meno di questo solido argomento.

CAPITOLO I. - LE FONTI NON CRISTIANE

Le fonti non cristiane " sono sufficienti a porre fuori dubbio la realtà della vita umana di Gesù e alcuni fra i principali tratti della sua carriera, quali la data approssimativa, la cornice della sua attività, la morte violenta, l'influsso postumo. Per il resto i documenti giudaici o pagani offrono soprattutto l'utilità indiretta di farci conoscere alcuni particolari dell'ambiente dove nacque il cristianesimo " (1).

Con visibile compiacenza Couchoud ha esagerato la portata del silenzio dei giudei e dei pagani sulle origini del cristianesimo.

(1) L. de Grandmaison, Jésus-Christ, I, 6.

I giudei. - II silenzio dei giudei è calcolato e si spiega con l'odio e la gelosia; d'altronde non è totale, perché odio e gelosia non seppero resistere al maligno piacere di fare cattive allusioni e insinuazioni calunniose. Gli storici, come Giusto di Tiberiade e Flavio Giuseppe, conobbero certamente le grandi linee del cristianesimo primitivo; i passi talmudici che parlano di Gesù Cristo sono l'eco delle favole grossolane, del tutto inverosimili, raccolte poi nel (vi secolo?) nel libello Toledot Jeshu (Vita di Gesù), a esplosione di basso fanatismo, di sarcasmi odiosi e di fantasia grossolana s (Arnold Meyer).

I pagani. - Gli storici romani attestano l'esistenza di Cristo e del cristianesimo. Ecco i loro testi:

1.o Svetonio ci dice che l'imperatore Claudio "espulse i Giudei da Roma, i quali, spinti da Chrestus, erano diventati una causa permanente di disordini" (2) (la pronuncia Chrestus invece di Christus era corrente). I giudei di Roma non cessavano di combattere contro i cristiani, e il grande dibattito riguardava la recente venuta di Cristo. Per avere la pace, nel 51-52 l'imperatore caccia senz'altro da Roma i giudei, cristiani o no. A Corinto dopo il 52 troviamo cristiani d'origine giudaica, giunti da Roma, " perché Claudio aveva imposto a tutti i giudei di partire da Roma " (At, 18, 3). Nella lettera ai Romani, Paolo vuole esortare i cristiani d'origine pagana al rispetto e alla simpatia per i cristiani d'origine giudaica, che ritornavano dall'esilio.

2.o Svetonio ci dice pure che sotto Nerone " vennero inflitti supplizi ai cristiani, gente dedita a una superstizione nuova e malefica " (Vita Neronis, n. 16).

3.o Tacito, parlando della stessa persecuzione del 64 spiega l'origine del nóme dato ai Chrestiani: " Questo nome viene loro da Cristo, che sotto il principato di Tiberio il procuratore Ponzio Pilato aveva condannato al supplizio; repressa sul momento, la detestabile setta si diffuse nuovamente, non solo in Giudea, dove il male era nato, ma anche in Roma, dove affluisce quanto esiste d'orribile e di vergognoso nel mondo e vi trova numerosa clientela a (3).

4.o La lettera di Plinio il Giovane a Traiano, sulla condotta da tenere contro i cristiani di Bitinia, precisa che " essi affermavano di essere soliti riunirsi in un giorno fisso, prima del sorgere del sole, per cantare a Cristo, considerato come Dio, un cantico alternato, e a impegnarsi con giuramento a non commettere alcuni crimini, ad astenersi dal furto, dall'omicidio, dall'adulterio, dall'infedeltà... Dopo ciò si separavano per ritornare a prendere un nutrimento in piena fraternità e innocenza " (4).

CAPITOLO II - LE FONTI CRISTIANE: GLI SCRITTI NEOTESTAMENTARI

§ 1. - La conservazione degli scritti neotestamentari.

Bisogna distinguere la conservazione del tenore del testo dalla conservazione del manoscritto originale e delle copie.

Manoscritto originale e copie.

- In principio c'era il testo scritto dall'Autore, o sotto la sua dettatura, sopra un rotolo di papiro. La lettera ai Romani poteva essere lunga tre metri e mezzo. Il manoscritto veniva letto ai cristiani nella riunione pubblica e conservato con cura; se ne facevano numerose copie che venivano poi trasmesse ad altre comunità e conservate diligentemente.

(2) Judaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantes, Roma expulit, (Svetonio, De vita Càesanm, Divus Claudius, XXV, n).
(3) Amiales, III, lib. XV, 44. (4) Ep., lib. X, 96.

Naturalmente accadeva che i copisti modificassero leggermente il testo; potevano cambiare l'ortografia, il posto d'alcune parole, aggiungere un termine esplicativo e anche sostituire una parola con un'altra, omettere involontariamente qualche frase. Poteva anche avvenire che, trascrivendo da una copia, volessero migliorare la copia stessa per avvicinarsi a quello che credevano l'originale; altri si permettevano di sopprimere le asprezze di stile e di lingua; altri si sforzavano d'armonizzare il testo con altri passi del Nuovo Testamento. L'intenzione poteva essere molto pura, come quella di chi sostituiva qualche anello alla genealogia di Gesù data da San Luca con qualche altro preso da San Matteo, rovesciando semplicemente l'ordine della serie, per adattarsi all'insieme. Però è un caso estremo.

La critica testuale è l'arte di ritrovare la lezione originale, ed ha un compito molto più facile per il Nuovo Testamento che per qualsiasi altro scritto. Le edizioni critiche degli autori classici riposano su ' dati meno fermi delle nostre edizioni critiche del Nuovo Testamento, dove le varianti riguardano solo l'ottava parte dell'insieme, e le varianti sostanziali sono soltanto un millesimo. Chiamo " variante sostanziale " quella che tocca il senso della frase, come Le, 6, 10: "E, girato lo sguardo (una variante aggiunge: "con collera") su tutti loro, disse: Stendi la mano! " L'aggiunta è presa dal testo parallelo di Marco. Ora in qualsiasi tradizione manoscritta (e solo Dio sa quanto ne sia vasto il campo) non c'è una sola variante che tocchi la sostanza del domma o della morale. Cosi se io adotto il Codex Bezae, con tutte le sue fantasie e audacie, ho ancora un testo accettabile dal punto di vista dottrinale, cioè un testo rimasto fedele al contenuto dottrinale dei manoscritti che ha ritoccato. Anche l'esegeta più razionalista sarà d'accordo su questo fatto.

Conservazione del tenore del testo.

- Oggi, con lo sviluppo della stampa e con il rispetto diffuso per i manoscritti antichi, possiamo essere sicuri che il Nuovo Testamento sarà trasmesso integralmente e senza ritocchi alle future generazioni. Evidentemente le traduzioni saranno varie, le edizioni ufficiali potranno venir migliorate, edizioni private e testi citati potranno essere falsificati, ma nell'insieme il Nuovo Testamento sarà conservato integralmente.

Sappiamo che è stato conservato finora. Le stesse varianti ci permettono di determinare il tenore dell'originale. È ragionevole la nostra brama di avere quest'originale? È molto più sentimentale che logica. Tutti quei fortunatissimi che scoprirono un manoscritto originale inedito, hanno provato vivissima gioia, e la notizia della scoperta ha sempre commosso il mondo erudito e più ancora il grande pubblico.

« Nel Times di Londra del 23 gennaio 1935, Idris Bell, custode dei manoscritti del Museo britannico, annunciò la prossima pubblicazione di frammenti papiracei in forma di codice, che sarebbero stati i resti d'un nuovo Vangelo. Secondo i dati paleografici, il manoscritto doveva risalire a una data finora senza pari per un testo specificatamente cristiano, cioè la prima metà del secondo secolo. S'aggiunga che i tre testi trascritti nei fogli mutili, che ci sono rimasti, in parte si collegano alla tradizione nettamente sinottica e in parte, con pari evidenza, a quella del quarto Vangelo, e si comprenderà l'interesse senza precedenti della scoperta" (1).

In realtà il " nuovo Vangelo " non era un manoscritto dei Vangeli canonici (di cui ne abbiamo centinaia), ma è piuttosto un vangelo apocrifo, che utilizza quelli canonici (provando la loro esistenza e il loro prestigio) e li parafrasa o ne fa la glossa più o meno felicemente.

La scoperta ha meno valore di quella di codici o papiri contenenti citazioni testuali della Bibbia. Cosi i papiri Beatty sono molto più preziosi, anche se più recenti. È un fatto notevole che tutte le recenti scoperte di questa natura hanno confermato il valore dei nostri grandi codici Vaticanus e Sinaiticus " (2).

Noi oggi possediamo il testo del Nuovo Testamento con altrettanta sicurezza quasi come se si conservassero i manoscritti originali nella Biblioteca Vaticana.

Questi rotoli di papiro furono conservati abbastanza lungamente, onde permettere di farne copie eccellenti, riprodotte poi attraverso tutte le Chiese d'Oriente e d'Occidente.

Così ad esempio, le lettere paoline già negli ultimi anni del primo secolo formavano un insieme fisso.

Sui problemi di critica testuale del Nuovo Testamento si può leggere utilmente il libro recentemente pubblicato dai PP. Lagrange e Lyonnet, che tuttavia, nelle sue settecento pagine, non fa altro che rafforzare la posizione presa in generale dai critici cattolici.

Entriamo risoluti nella psicologia d'un cristiano del primo secolo, per esempio di Aquila. Egli crede in Gesù, Cristo e Signore; si è quindi convinto che i capi designati da Gesù o i loro delegati hanno un'autorità divina, con la missione di dire quello che bisogna credere o fare per obbedire a Dio; sa che Cristo e i suoi apostoli riconoscevano come divina l'autorità dei libri sacri dei Giudei. Arriva la lettera d'un apostolo, per esempio di Giacomo, a battilo del Signore "; il capo della chiesa locale, al quale viene presentata, la legge in pubblico, nell'assemblea serale della domenica; lo scritto per lui e per i partecipanti è un regolatore di fede e di vita, perché essi sanno che Giacomo ha ricevuto la missione d'insegnare la verità speculativa e pratica nel nome di Gesù. Se occorre, il capo della comunità farà notare a tutti i fedeli che la lettera d'ora in poi avrà autorità divina almeno eguale, se non maggiore, dei libri sacri anteriori a Cristo.

Giunge un esemplare del Vangelo secondo San Luca, del quale si sa che è un discepolo e compagno d'apostolato di San Paolo. I capi della chiesa sanno e dicono che tale scritto rappresenta fedelmente l'insegnamento degli apostoli ed è garantito dall'apostolo Paolo. Il libro viene divorato con avidità ed Aquila riceve la parabola del figliol prodigo con la stessa premura come se la sentisse dalla bocca del Salvatore stesso.

(1) Edagar B. Smothbrs, Recherckes de sàence religieuse, 1935, p. 358.
(2) Sulle recenti scoperte di papiri cfr. E. Florit, Parlano anche i papiri, Roma
1943

Giunge da Roma una lettera di Clemente, capo della chiesa romana e quindi successore legittimo di Pietro; si legge la lettera con rispetto, ma non viene unita alle lettere ricevute dagli apostoli, né ai Vangeli garantiti dagli apostoli; è conservata a Corinto, mentre le lettere di San Paolo sono comunicate a tutte le chiese che la domandano.

Ora studieremo gli scritti del Nuovo Testamento come fonti della storia di Cristo e del cristianesimo nascente, astraendo dal valore soprannaturale che ricevono dall'ispirazione divina.

§ 2. - Gli scritti di San Paolo in generale.

Diamo prima alcuni punti di riferimento per fissare la cronologia della vita apostolica di Paolo:

Crocefissione di Gesù: 7 aprile 30.

Conversione di Paolo: verso il 34.

Paolo ad Antiochia: verso il 42.

Assemblea degli apostoli a Gerusalemme: 49 o 50.

Paolo a Corinto: 50 o 51.

Prima prigionia a Roma: dal 61 al 63.

Seconda prigionia a Roma: 66.

Morte di Paolo: 67.

San Paolo e Cristo. - Paolo annuncia la buona novella della rigenerazione morale del mondo. Con espressioni ardenti e ripetute con frequenza fa vedere quello che Gesù indicava con una parola o un gesto; riproduce nella sua carne la vita e la morte di Cristo, anzi la sua morte e la sua nuova vita, e comprende che ogni battezzato " manifesta " cosi la crocefissione, la resurrezione e l'ascensione di Gesù alla destra del Padre.

Nell'Apostolo delle genti si nota:

l.o La semplicità e la rettitudine nella ricerca della verità;
2.o la facilità nel donarsi a fare il bene e quale bene;
3.o l'intimità d'ogni istante con Gesù.

Attraverso Paolo comprendiamo meglio Cristo.

S'è fatto un gran parlare di pretese "fasi" della dottrina paolina, in seguito ad una critica intemperante che imperversò in Occidente, esportata specialmente dalla Germania. Gli storici tabulatori amano distendere nel tempo quello che la vita presenta loro come troppo condensato e troppo ricco per essere pensato in un'intuizione istantanea.

Ora, per la dottrina di San Paolo c'è una lettera, la La ai Corinti, che ci fa vedere come la sintesi dei suoi temi risale alla " prima fase " del suo apostolato. Infatti questa lettera ci è legata a tutte le altre, anteriori e posteriori a (3).

(3) Allo, Lire Ep. aux Cor., p. LI.

Autenticità degli scritti di San Paolo. - " Soltanto la seconda ai Tessalonicesi e quella agli Efesini sono state oggetto di recenti attacchi, che meritano ascolto, se non considerazione. L'origine paolina delle lettere spirituali del tempo della prima prigionia (Filippesi, Colossesi, Filemone) è attualmente ammessa quasi all'unanimità dai critici liberali. Quelli che negano l'autenticità paolina della lettera agli Efesini e delle Pastorali (1 e 2 Ttmoteo,Tito) riconoscono a questi scritti un'antichità e quindi un valore quasi eguale di vera testimonianza. In quanto alle grandi lettere della maturità (Galati, 1 e 2 Corinti, Romani)... non c'è documento storico più certo, tanto se consideriamo le antiche attestazioni di cui furono oggetto, come pure se ci fermiamo al loro contenuto " (4).

" Per apprezzare esattamente la natura della testimonianza resa dall'Apostolo al Cristo storico, bisogna tener presente il fatto che, come gli altri scritti dell'età apostolica (eccetto i Vangeli), le lettere di Paolo non sono istruzioni didattiche destinate a informare i suoi corrispondenti sulla vita e l'insegnamento di Gesù. Tale conoscenza in loro si suppone fosse già acquisita. Quando Paolo si deve riferire implicitamente o esplicitamente a qualche parte di questa vita e di quest'insegnamento, rientra perfettamente nel terreno evangelico" (5).

Quel terreno gli era familiare, come si vede dalla semplicità nell'affrontare e riassumere il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia e delle apparizioni di Cristo risorto, " Per lui, come dice Holtzmann, l'esistenza trascendente di Cristo e quella storica non sono separate da un abisso; ma sono unite insieme da una linea che le congiunge, abbracciando il cielo e la terra " (6).

"Caratteristica originale e inimitabile nelle diverse lettere di San Paolo è il bisogno e l'arte, assieme a certi processi istintivi, di trasfondere una possente sensibilità nelle parole e di caricarle, per così dire, di passione. Gli stessi lunghi sviluppi, densi più che diffusi, tagliati da mesi, trascinati (e talora a lungo) per una via laterale apertasi d'improvviso, poi ricondotti come se nulla fosse al loro disegno primitivo, che riduce all'unità (per chi guarda un po' dall'alto) nozioni in apparenza accavallate alla ventura; enumerazioni copiose, espressioni sinonime, di cui però ciascuna aggiunge una sfumatura; termini preferiti che sembrano imporsi all'Apostolo a un certo momento della sua vita e che egli colma di sensi analoghi e pur diversi e differenzia lievemente mediante il contesto e l'andatura della frase; forme familiari, dove fermenta e irrompe il suo pensiero, col rischio d'allargare, deformare, far scoppiare; elevazioni, suppliche, apostrofi, ironie, imprecazioni, tutta la retorica della passione, che se la ride delle retoriche convenzionali; grida, appelli, lacrime, entusiasmo o gemiti d'un uomo che ama, che soffre, che compatisce, s'indigna, s'intenerisce, s'esalta, che talvolta è prossimo alla follia; d'un uomo che l'inquietudine rode, l'apparenza d'un'ingratitudine agghiaccia, lo zelo divora. E tutto questo fa uno stile unico; tutti questi metalli sono fusi in una lega omogenea, perché l'amore di Cristo Gesù, di cui la Chiesa è la Sposa e il Corpo mistico, tutto unifica nel cuore di Paolo " (7).

(4) L. de Grandmaison, Jésus-Christ, t. I, pp. ao-ai.
(5) Ivi, t. I, pp. 27-28.
(6) Lehrbuch der neutestam. Theologie, II, 234.
(7) L. de Grandmaison, ivi, 1.1, pp. 25 s.

§ 3. - Le lettere in particolare.

1. Le lettere ai Tessalonicesi. - Sono le prime due lettere scritte da San Paolo, e bisogna leggerle ricordando lo stato d'animo di coloro ai quali erano indirizzate, a Tutto lo scenario è quello della resurrezione generale, che sopraggiunge nelle condizioni normali in cui si trova l'Apostolo " (8). In lui non c'è un'attesa sicura della prossima Parusia del Signore, e nemmeno la speranza, dopo tutto legittima, d'essere ancora in vita al momento del ritorno del Signore. La prossimità della venuta liberatrice restava possibile, verosimile, e Paolo, senza nulla affermare a questo riguardo, poteva utilizzare per sé e per i contemporanei tale verosimiglianza.

Un'altra celebre difficoltà è quella che riguarda la natura dell' "ostcolo" che trattiene l'Anticristo.

Personalmente io preferisco l'esegesi che ci vede un ostacolo collettivo, opposto all'Anticristo collettivo. La dottrina d'un Anticristo personale aveva già avuto una certa voga alla fine del primo secolo (cf. 1 Gv., 2, 18); però non è una dottrina cristiana, bensì un'opinione giudaica, che unì l'idea della lotta finale (presa da Ezechiele) con quella del capo personale (presa da Daniele).

Leggete gli scrittori cristiani, ispirati o no, e troverete l'idea di forze sociali scatenate contro la Chiesa di Cristo; forze evidentemente guidate da individui, che si succederanno, ma esse resteranno sociali.

La credenza in un millennio terrestre (periodo di mille anni in cui il male sarà completamente paralizzato) è d'origine giudaica e la Chiesa non ha mai voluto farla propria. Vi sarà una sola resurrezione generale e definitiva; Cristo verrà a cercare gli eletti e li condurrà con sé non sulla terra, ma là dov'egli è ora, e dov'è salito per prepararci un posto.

Il P. Allo ha un'espressione molto felice per caratterizzare il motivo che determinò Paolo a scrivere ai Tessalonicesi: si tratta di calmare un'agitazione " avventista ". Proprio così, e si vede quanto sia attuale lo studio di queste due lettere.

2. La prima lettera ai Corinti. - È probabile che San Paolo scrivesse la prima lettera ai Corinti poco dopo la primavera del 55, e quindi nel venticinquesimo anniversario della morte e della resurrezione di Gesù. Il P. Allo la definisce " la lettera dell'unione e dell'universalità ". Presenta già, come regola suprema della fede e della morale, la tradizione che risale a Gesù in persona, che è quella di tutte le Chiese. Ora in questa lettera vi sono dottrine nettamente cristiane, che ritroviamo negli scrittori posteriori: Paolo ci mostra Gesù crocifisso, dicendo chi è, perché venne crocifisso e quale risultato ebbe la crocifissione. Gesù è il " Signore "; è quindi il re del nuovo popolo eletto, proprio come Jahvè era il re d'Israele; Egli esisteva prima dell'universo, perché possiede pienamente la divinità; è la sorgente della grazia e della pace e lo si adora come si adora Dio; Egli è Dio.

Gesù è uomo. Paolo certamente ha conosciuto a fondo la vita di Gesù, come noi la conosciamo attraverso i Vangeli scritti, perché essa era il tema delle catechesi primitive. Gesù è il modello della carità e di tutte le virtù. Tutti i battezzati di Corinto (e di altrove) conoscevano il ministero di Cristo, la sua passione e resurrezione. Lo Spirito Santo, essere personale e divino, abita le anime e le fa vivere. Il domma trinitario è già qui, come pure la dottrina della grazia, della predestinazione, della giustificazione e della Legge diventata caduca.

La Chiesa universale incorporata a Cristo, il battesimo cristiano, l'Eucaristia, e altri punti di dottrina sono nettamente indicati in questa prima lettera.

(8) Laoranoe, Rame biblique, 1933, p. ng.

San Paolo si dilunga su due fatti dominatici di primaria grandezza: l'istituzione dell'Eucaristia e la resurrezione di Gesù, onde i suoi corrispondenti fondino la loro vita su queste grandi verità, a Grazie a questi credenti mediocri e superficiali, la Chiesa possiederà ormai due testi storici d'inestimabile valore per l'apologetica e il domma " (9). Eccoli:

1. Sull'istituzione dell'Eucaristia:

" Io infatti ho appreso dal Signore questo, che a mia volta vi ho trasmesso, che il Signore Gesù, la notte in cui fu tradito, prese del pane, e rendendo grazie lo spezzò e disse : "Questo è il mio corpo, che è dato per voi. Fate questo in memoria di me". Similmente, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue: fate questo tutte le volte che lo berrete, in memoria di me" " (I Cor., 11, 23-25).

2. Sulla resurrezione di Gesù:

" Poiché vi ho trasmesso ciò che io stesso ho ricevuto, che il Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è resuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture, e che è apparso a Cefa, e poi ai Dodici; che in seguito è apparso anche oltre a cinquecento fratelli, in una sola volta, i più dei quali sino al giorno d'oggi sono ancora in vita, alcuni però si sono già addormentati. È apparso anche a Giacomo, e poi a lutti gli apostoli. E finalmente, dopo tutti, come a un aborto, è apparso anche a me " (I Cor., 15,3-8).

Il battesimo inaugura l'unione del cristiano a Cristo e alla Chiesa, l'Eucaristia la conserva, la resurrezione attesa la renderà perfetta.

In questa lettera si trova pure l'insegnamento cristiano sulle virtù teologali, i doveri privati e sodali del cristiano, la vita spirituale e mistica, il potere imperativo e coercitivo della Chiesa, l'unità della fede e della disciplina.

Tutto ciò è bello; anzi, sembra fin troppo bello; ma è poi vero? È immaginabile che un quarto di secolo dopo la morte di Gesù un uomo dell'Asia Minore abbia scritto a un gruppo di persone viventi in Grecia queste righe così ricche di dottrina e di morale cristiana? La lettera è autentica?

1.o Quale falsario avrebbe potuto immaginare i fatti entro i quali s'inseriscono le due lettere ai Corinti? Questi fatti concordano con quelli raccontati dagli Atti degli Apostoli, né era possibile desumere il racconto degli Atti dalle lettere.

2.o L'autore di questa lettera è lo stesso che scriverà la seconda ai Corinti, la lettera ai Galati, quella ai Romani, come provano il pensiero, lo stile, la grammatica, il vocabolario e tutto il resto.

3.o Verso il 96 il Papa San Clemente scriverà da Roma una lettera alla Chiesa di Corinto, dove si legge: " Riprendete l'epistola del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse agli inizi della sua predicazione? Sotto l'ispirazione dello Spirito Santo egli vi ha scritto una lettera che parla di Cefa, d'Apollo e di se stesso, proprio perché già allora voi formavate dei partiti ".

4.o Intanto sembra bene assodato che "nel secondo secolo la prima ai Corinti era universalmente conosciuta e universalmente attribuita a Paolo ". Il P. Allo può concludere che " non c'è scritto del Nuovo Testamento la cui autenticità sia meglio attestata dalla critica interna ed esterna ".

(9) Allo, I.ère Epitre aux Carìnthiem, p. XXXII.

 

3. La seconda al Corìnti. - Odiosamente calunniato dai giudeo-cristiani venuti a Corinto, Paolo si vede obbligato a difendere la sua autorità apostolica, e lo fa nell'interesse del Vangelo e della fede dei Corinti.

Eccetto Br. Bauer, Loman, Pierson, Steck, van Manen, nessuno dubita dell'autenticità di questa lettera.

" Effusioni ardenti, turbate spesso nella forma dalla vivacità del sentimento, che unisce l'eloquenza più veemente a infinite delicatezze di persuasione, e tutto questo in mezzo ad allusioni di gravi incidenti per lo spirito della comunità e per il cuore dell'apostolo, però materialmente troppo minuti per essere iscritti nella storia generale e nemmeno negli Atti; tanto che talvolta è molto difficile divinarne la vera portata e rifarne la trama" (10). "Ma lo studio di questa lettera... è... uno dei più istruttivi per la dottrina, e dei più attraenti dal punto di vista psicologico e spirituale " (Id.).

4. La lettera ai Galatì. - 1. " L'autenticità di questa lettera è quasi universalmente riconosciuta " (P. Lagrange) e le risonanze delle sue parole veementi sono molto chiare nei primi scritti cristiani. Inoltre il Paolo della lettera è proprio identico a quello degli Atti degli Apostoli, e ci rivela sempre meglio la sua tenerezza di padre per i figli spirituali, perché da poco ha provato una dolorosa delusione a loro riguardo.

L'integrità del testo è sicura, né è stata fatta alcuna seria obiezione;
le divergenze dei manoscritti sono molto ristrette, le varianti poco numerose e poco importanti.
San Paolo voleva convincere i Galati a non abbracciare la legge giudaica, argomentando soprattutto da questo, che, agire cosi, significava ritornare alla servitù della " carne ", dopo aver goduto della libertà dello et spirito ". Il grande errore dei protestanti consiste nel servirsi di questa lettera come d'una carta d'emancipazione dalla Chiesa romana.
Se al tempo di Lutero San Paolo fosse ritornato sulla terra, avrebbe lanciato una magnifica lettera ad Germanos, contro coloro che tanto snaturavano il suo pensiero! Era ingiurioso al nome di Cristo voler passare attraverso la circoncisione e le altre pratiche mosaiche, per accostarsi a Lui e a Dio; voleva dire sottrarsi all'opera di Cristo per uscire dalle leggi che la sua Chiesa impone a quelli che vogliono restare sotto l'azione santificatrice di Cristo.

Per rimanere dalla parte di Paolo ed essere fedeli allo spirito della lettera ai Galati, il cristiano del secolo xx deve restare o diventare cattolico; evitare il protestantesimo, che spesso non osa imporre nemmeno il domma della divinità di Cristo, che respinge quelli della grazia e della realtà sostanziale della vita di Cristo in noi, non ci parla dell'Eucaristia, mai del Sacro Cuore, che non può dire: "Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me... ".

(10) Allo, ivi, p. VI.

Giudei e Gentili devono staccarsi dalla Legge di Mosè, come da un'economia religiosa e morale incapace di dare loro la grazia interiore, ma non devono allontanarsi dalla Legge di Gesù. Ora il primo articolo della Legge di Gesù è la carità verso Dio e il prossimo, punto essenziale, che era già nella Legge di Mosè. Dunque Gesù ha semplicemente portato alla perfezione la Legge antica, alla quale il cristiano non deve ritornare, perché egli c'è già necessariamente, ha obblighi più delicati, più rigorosi e riceverà un premio più affannante o una punizione più terribile. Cristo si preoccupò di dare, assieme alla sua grazia interiore, anche l'aiuto permanente d'una madre, la santa Chiesa. Leggiamo dunque la lettera ai Galati ricordando le circostanze in cui fu scritta, confrontiamone la dottrina positiva con quella della Chiesa attuale e troveremo l'accordo totale. Il Figlio di Dio s'è incarnato per espiare i peccati dei figli degli uomini e comunicare loro, come filiazione adottiva, le ricchezze della sua divina filiazione. Di .colpo Egli fece cessare il regime previsto da Dio per i suoi " servi "; ormai Dio attira a sé quelli che vivono della vita di Cristo, quelli che sono suoi " figli ", stabiliti nella libertà propria di Cristo e che consiste nell'obbedire in tutto alla volontà del Padre per amore, con amore e gioia profonda, soprannaturale, regolata dagli slanci dello Spirito Santo. La Chiesa da loro ordini in questo spirito e per salvaguardare questo spirito: esattamente come faceva San Paolo dando i suoi ordini ai fedeli.

5. La lettera ai Romani. -

1. Autenticità. - La lettera ai Romani, accolta come autentica da tutta l'antichità, lo è ancora te dalla quasi unanimità dei critici ", perché è veramente troppo viva, troppo paolina, per essere soltanto uno scritto composto di brani non paolini.

2. Integrità. - Tutto è dunque di Paolo, compresa la dossologia (16, 25-27). L'unica questione che si possa fare ragionevolmente è di sapere se l'attuale disposizione dei passi è primitiva, anche se questo non ha importanza dottrinale.

Scritta ventisei o ventisette anni dopo la passione e la resurrezione di Cristo, essa espone la dottrina con una pienezza e fermezza mirabile. Suppone nota la catechesi elementare ed espone soltanto che cosa sia il Vangelo come principio d'azione: esso dona a chi l'abbraccia, la forza necessaria per praticarlo; influisce pure realmente ed efficacemente sull'esistenza dell'uomo dopo la morte; è lo sbocco provvidenziale della legge data ai giudei per preparare la venuta del Figlio di Dio fatto uomo; ormai a la giustizia di Dio " data agli uomini sarà il principio che li farà morire al peccato per vivere a Dio in Cristo.

C'è quindi una prima giustificazione, che è il passaggio istantaneo dalla morte alla vita e che si 'compie in virtù della Passione del Salvatore; poi c'è la vita cristiana, che non è solo la vita dei cristiani (come si dice che c'è una vita musulmana), ma è davvero la vita di Cristo in noi, un trionfo dello spirito sulla carne, e sarà ancora più manifesta dopo la morte e la resurrezione.

La " giustizia " di cui parla Paolo non è dichiarativa, è un dono reale, una santità. Essa vien data in un istante preciso (che chiamiamo infusione della grazia santificante), e questa giustificazione è seguita dalla vita cristiana o esercizio della " giustizia " data precedentemente da Dio; il cristiano non è più schiavo del peccato, è servo di Dio, è anche figlio di Dio e in lui lo Spirito Santo opera effetti meravigliosi.

6. Le lettere della Prigionia. - Furono spedite da Roma tra la primavera del 61 e quella del 63, probabilmente con quest'ordine: Lo Agli Efesiani, 2,o Ai Colossesi col biglietto a Filemone, 3.0 Ai Filippesi.

La prima intende far vedere la perfetta eguaglianza tra gli elementi componenti il Corpo mistico di Cristo; la seconda vuoi mantenere la fede nella sovreminente dignità di Cristo, unico mediatore tra Dio e le creature; la terza vuole specialmente esprimere il grande attaccamento di Paolo alla sua prima Chiesa europea, e solo di passaggio come tra parentesi l'Apostolo evoca la dottrina dell'Incarnazione e delle due nature di Cristo nell'unità della persona, domma che era noto a tutti e che qui viene presentato come esempio d'umiltà e d'obbedienza cristiana.

Autenticità della lettera agli Efesini. - A questo riguardo la tradizione è molto solida: Marcione, Basilide, Valentino, Teodoto, tra gli eretici; Tertulliano, Clemente Alessandrino, Ireneo, Ippolito (nel frammento muratoriano), Giustino, Policarpo di Smirne, Ignazio d'Antiochia conobbero e accolsero la nostra lettera, la cui affinità con la lettera ai Colossesi si spiega dal fatto che ambedue furono scritte nello stesso tempo. Efes.,è più didattica, Col., più polemica; Efes., parla specialmente della Chiesa, Col., mira più alla persona e all'opera di Cristo. Il vocabolario si adatta alla dottrina: si segnalano 36 hapax legomena (81 nella lettera ai Galati) e ci si dice che 48 parole non si trovano altrove in San Paolo (Galati ne ha 39). La dottrina è veramente paolina, perché anche altrove San Paolo ci parla della preesistenza e del primato di Cristo, del suo corpo mistico, dell'universalità della salvezza, della giustificazione, della necessità della grazia, ecc.

Autenticità della lettera ai Colossesi. - Per questa lettera sono validi gli stessi argomenti di critica esterna e interna di quella agli Efesini.

L'autenticità della lettera ai Filippesi è generalmente ammessa.

7. Le lettere pastorali. - Indirizzate da San Paolo a Timoteo e a Tito, trattano del governo e della gerarchia della Chiesa e del culto cristiano. La dottrina relativa alla Chiesa è sempre la stessa, e Paolo s'accontenta di precisare la legislazione di questa Chiesa fondata da Gesù.

La loro autenticità è garantita dai seguenti fatti:

1. L'autore lotta contro i falsi dottori, di razza giudaica, battezzati, imbevuti di racconti più o meno immaginari, che si erano aggiunti alla trama storica della Bibbia, professanti dottrine morali erronee e pericolose. Non erano ancora gli gnostici e tanto meno i marcioniti, ma l'errore fece progressi dopo le lettere della prigionia.

2. La gerarchia è proprio quella