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Gesù Cristo e il Suo Vangelo

La Divinità di Gesù Cristo

Il Vero Messia

Gesù Cristo è il Messia

L'insegnamento di Gesù

La persona di Cristo: la sua incomparabile santità

I miracoli di Gesù

I miracoli

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La resurrezione

Il Cristo sempre vivente

Le origini Cristiane

La dottrina della Chiesa

L'eccellenza e i caratteri della Chiesa

La morale della Chiesa

L'azione della Chiesa

La santità della Chiesa

I miracoli della Chiesa

Eresie d'altri tempi

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L'Anglicanesimo e le chiese non conformiste

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Il fascino delle religioni asiatiche

Lo scandalo dell'Islam

L'incredulità

La testimonianza dei convertiti

Psicologia e metodologia della conversione

La testimonianza della moderna letteratura

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La Bibbia in generale

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La morale cattolica

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Fu un palo o una croce? Il supplizio della crocifissione

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Ipotesi demonologiche sull'ideologia marxista

 

 

 

gesu' cristo e il suo vangelo

tratto dall'Enciclopedia di Apologetica - quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE Nos raisons de croire - Réponses aux objection

 

Lo studio precedente ha avviato lo spirito e il cuore al Vangelo; ora, giunti al limite dove ci si apre davanti un panorama magnifico e a perdita d'occhio, fissiamo il nostro itinerario:

1. - Autenticità e valore dei documenti, che per noi sono ad un tempo

fonti e guide.

- Il vero Messia.
- L'insegnamento di Gesù.
- La persona di Gesù. La sua santità incomparabile.
- I miracoli di Gesù.
- La resurrezione di Cristo.
- Cristo sempre vivo.

PRELIMINARI

L'angoscioso problema. - " Non si può pensare quanto importi a uomini d'ogni origine e cultura dimostrare che Gesù Cristo non è mai esistito. Da tutte le parti mi giungono libri da persone che non hanno avuto nessuna specie di preparazione per affrontare un tale soggetto; persone assolutamente ignare dei lavori che bisognerebbe conoscere a fondo, per poterlo trattare con qualche apparenza di buon senso, passano la loro vita a scrivere per dimostrare che la persona di Gesù è soltanto un'illusione, e si mostrano molto stupiti che uomini, come Goguel, il nostro presidente (Th. Reinach) e io stesso non cediamo immediatamente le armi. Del resto nessun negatore è riuscito, finora, ad accontentare gli altri... " (1).

(1) Ch. Guignebert, Jésus et la conscience moderne, p. 8. (a) Ep. CII, § 38.

La nostra apologetica si presenterà come un gesto fraterno verso queste " brave persone " e verso chiunque sente il bisogno di conoscere bene la solidità dell'insegnamento ricevuto. Intanto a costoro devo ricordare quello che Sant'Agostino scriveva a un suo corrispondente : « Chi ha posto tali questioni si faccia cristiano, onde, volendo prima finire le questioni sui Libri Santi, non finisca la vita prima di passare dalla morte alla vita " (2). Sotto l'apparenza d'un paradosso, la riflessione nasconde una saggezza profonda e una tragica realtà. Ciascuno di noi dispone solo di pochi anni sulla terra e, in questo tempo, deve passare dalla morte del peccato alla vita della grazia. Dio offre i mezzi: ognuno senza troppa spesa può giungere all'evidenza della credibilità. Dio gli darà la fede: l'uomo dovrà obbedire a Cristo Salvatore, ricevere il suo battesimo e vivere la vita cristiana. Nella Chiesa e per mezzo della Chiesa troverà un tesoro di dottrina e di vita soprannaturale, che essa gli dispenserà generosamente.

Da solo e con i propri mezzi l'uomo non arriverà mai a comprendere tutto il contenuto della Sacra Scrittura e della Tradizione. Solo la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, è all'altezza di queste realtà, ed essa sola può darne l'interpretazione a autentica ".

L'individuo cristiano, e tanto meno il pagano, con le sole risorse naturali non è in grado di risolvere tutte le questioni relative ai Libri santi, potendo tuttavia accertarsi che non contengono assurdità o immoralità, e che anzi racchiudono insegnamenti ricchissimi di luce e fecondissimi di bellezza morale. Questo deve bastare a incoraggiarlo a " farsi cristiano ", senza perdere un sol giorno.

Il passaggio teorico dall'incredulità alla fede si può schematizzare cosi:

Incredulità perfida e ostinata.
Prima apologetica.
Incredulità per errore volontario.
Seconda apologetica.
Fede vacillante.
Terza apologetica.
Fede solida.

La fede è un dono di Dio e tutti hanno le loro difficoltà particolari nel sottomettersi ad essa. Ma c'è un'apologetica generale, che sorvola su tutte le apologetiche individuali, perché la fede è identica per tutti e perché tutti hanno la stessa natura umana, intelligente e ferita dal peccato originale.

L'arte e la scienza apologetica.

- L'apologetica è l'arte di persuadere scientificamente gli altri riguardo alla verità da noi conosciuta; quindi non è una polemica per far tacere la menzogna e l'impostura, ma un aiuto offerto a chi è nell'errore e sarebbe disposto a liberarsene, se vedesse la via di uscita. Accade spesso d'essere impegnati tre o quattro in una discussione apologetica e, dietro a ogni interlocutore, il dialogo rivela una presenza, com'è ordinariamente nell'apologetica cattolica: Dietro di me c'è Cristo, che parla a come chi ha autorità, e non come gli Scribi "; io quindi devo essere prudente come il serpente, a causa del nemico sornione, e semplice come una colomba, per l'evidente buona fede del mio interlocutore. D'altra parte la parola di Dio porta la verità in se stessa; io però non posso dimostrarla, ma la farò almeno vedere tale e quale si presenta, senza sfigurarla; richiamerò quanto obbliga un essere ragionevole ad accettarla; abbatterò tutte le costruzioni dell'avversario; ne indicherò le imposture, le perfidie, le intenzioni perverse. Ecco perché dico che l'apologetica, come qualsiasi strategia, è una scienza e un'arte.

Metodo adottato.

- " Ortodossia, imparzialità, scienza e carità ", come dice la Prefazione del Dictionnaire apologétique de la Foi catholique; programma doveroso per l'apologista cattolico, che non vuole ingannare né se stesso né gli altri; programma che, dirò, è voluto ancor più rigorosamente dall'incredulo in buona fede, il quale:
1. vuol essere amato;
2. desidera ardentemente che la scienza, il vero campo di discussione, sia rigorosamente rispettata;
3. rimprovererebbe all'apologista, come a se stesso, qualsiasi atteggiamento coscientemen
te parziale;
4. infine vuole soprattutto l'ortodossia e se s'accorgesse che, per fargli piacere, mettiamo da parte l'insegnamento autentico della Chiesa, s'impennerebbe e s'incaricherebbe di richiamare all'ordine il difensore della fede cattolica che abbandona vilmente all'avversario una provincia del suo regno sacro. Capiterà anche che l'incredulo esageri ed estenda il campo dell'ortodossia, invocando la minima frase d'un vescovo nelle sue disposizioni o nella prefazione d'un libro, come se avesse il valore d'una definizione conciliare. In questo caso l'apologista dovrà precisare, con un argomento ad horninem, argomento che un manuale svilupperà solo se l'obbiezione è diffusa nel grande pubblico, onde la risposta possa diventare un argomento ad homines.

La posizione del credente.

- II Figlio eterno di Dio s'è incarnato e degnato di percorrere una carriera terrena per la gloria del Padre suo e per la salvezza eterna di tutti gli uomini, suoi fratelli. Sua Madre si chiama Maria ed Egli ha nome Gesù. Nato a Betlemme di Giuda, distante circa otto chilometri da Gerusalemme, visse l'infanzia e l'adolescenza a Nazareth in Galilea. Predicò la sua dottrina sia nelle sinagoghe, sia nell'atrio del Tempio di Gerusalemme, nelle pianure e sulle montagne; ebbe dei discepoli, tra i quali scelse dodici, cui affidò la missione di continuare la sua opera. I nemici riuscirono a prenderlo e a farlo condannare al supplizio della croce. Fu sepolto onoratamente in una tomba nuova, ma questa il terzo-giorno fu trovata vuota; e s'incominciò a vedere Gesù, vivo ormai d'una vita immortale.

Noi crediamo che Gesù è il Figlio di Dio in senso proprio, perché Egli lo ha detto seriamente, e perché la sua affermazione è confermata da prove irrecusabili. Meno di chiunque saremmo disposti a riconoscere come Figlio di Dio chi non ce ne desse le sufficienti garanzie. Aprioristicamente gli uomini per noi sono tutti quanti semplici creature decadute, e siamo stupiti, contenti, rapiti perché in Gesù non troviamo nessuna traccia di questa decadenza; ma questo non basta a farci piegare il ginocchio davanti a Lui. Noi lo adoriamo, perché è Dio. Per noi questa non è un'opinione, una credenza umana, una convinzione divenuta invincibile a forza di viverla, ma è una certezza infrangibile, fondata sulla testimonianza divina. Siamo davanti a una verità che non s'impone a noi per evidenza immediata, come k due più due fa quattro "; né per evidenza mediata, come " il quadrato dell'ipotenusa è eguale alla somma del quadrato degli altri due lati"; né per la fiducia in testimonianze puramente umane, come l'attuale esistenza di Lima o di Chicago; ma per la fiducia che merita ogni testimonianza divina.

Mi si obbietterà: Dio ti ha detto che Gesù è suo Figlio? Rispondo: SI, me lo ha detto in modo equivalente. Gesù disse d'essere il Figlio unico di Dio, e la sua parola mi è stata trasmessa cosi bene, che io lo sento ancora parlare.

Anche Maometto si è detto il Profeta di Allah, e tu non ci credi.
Perché Dio non ha mai confermato la sua missione. D'altronde, non potendo essere divina la sua dottrina, assurda e immorale, la sua missione è un'illusione o un'impostura.

Ecco, si vede che tu accetti il Vangelo perché il contenuto di quest'insegnamento ti sembra accettabile.
No; in questo il mio criterio rimane soggettivo e negativo. Io lascio a Dio la libertà d'insegnarmi quanto vuole, ma so anticipatamente che la sua dottrina non può avere certi caratteri, che trovo nel Corano; e questo baste
rebbe per farmi rigettare il Corano. Se trovassi nel Vangelo tali caratteri, respingerei il Vangelo, perché non avrebbe la firma di Dio.

Nel Vangelo non trovi nulla che ti urti?
Nulla che urta l'idea di Dio, anzi... Ma anche questo è un criterio negativo. Se io credo al Vangelo, è perché non posso mettere in dubbio la parola di Dio, che non può ingannarsi ed è incapace d'ingannare.
Neppur io esiterei, se Dio mi dicesse: " Il Vangelo è vero; bisogna leggerlo e prenderlo alla lettera "; invece Dio non mi ha detto questo e, d'altronde, non mi ha mai parlato.
T'inganni, perché Dio a questo riguardo ha parlato.
In che modo?
In mille modi diversi, ma specialmente attraverso la sua Chiesa.
Qual è la sua Chiesa?
È la Chiesa cattolica; o meglio, la Chiesa apostolica. C'è una Chiesa (che è cattolica, cioè universale di diritto, perché l'unica stabilita da Dio) ed è quella apostolica, cioè quella che risale agli apostoli, che fu quella degli apostoli.
Quanti intermediarii
È normalissimo. Siamo soggetti al tempo, e il tempo passato non può
autorizzare un mutamento di dottrina, quando si tratta d'una dottrina divina e
che interessa il destino eterno di ogni uomo. L'uomo del secolo XX, come quello
del secolo VIII, ha bisogno del Vangelo del primo secolo; ha quindi bisogno
d'intermediari per sentire la voce del suo Maestro divino.
Ma più ci allontaniamo da una sorgente luminosa e più la sua luce
impallidisce.

— Umanamente è vero; ma Dio può assicurare la trasmissione d'una dottrina: ha promesso di farlo, lo ha fatto, lo fa e lo farà. Del resto è più facile di quanto si pensi accertarsi che l'insegnamento della Chiesa cattolica di oggi è conforme a quello degli apostoli.

E tu credi agli apostoli?
SI, perché essi sono gli inviati dell'Inviato di Dio; perché hanno compiuto la loro missione; insegnarono soprattutto oralmente e anche per scritto.
Quest'insegnamento era regolatore, cioè " canonico ", unico regolatore, unico " canonico ". Così si formò quello che oggi chiamiamo il " Nuovo Testamento " e una volta formato, per la Chiesa restò sempre la biblioteca sacra, letta, riletta, trascritta, tradotta, commentata, meditata, invocata nelle discussioni.
" Questi libri non avevano la loro autorità dall'approvazione della Chiesa, poiché erano indirizzati alle chiese ed esigevano la loro obbediente " (3).
C'è qualcosa d'analogo nei documenti pontina emanati dalla Sede Apostolica, e per questo fatto hanno la loro autorità. Li rigettano tre classi di persone: gli estranei alla Chiesa, che non le riconoscono nessuna autorità; i ribelli, che non vogliono accettare quello che loro dispiace; rari critici, che ne mettono in dubbio l'autenticità. Quest'ultimo atteggiamento non è condannabile in se stesso e sarà facile dimostrare che questo o quel documento pontificio è autentico o apocrifo. Questo non era meno facile nei primi tempi della Chiesa, quando ci si poteva accertare dell'autenticità apostolica di questo o quello scritto.

(3) Lagrange, Histoire anatrine et canon da Nouveau Testament, Gabalda, Para, p. 11.

Però avremmo torto se limitassimo la preoccupazione ortodossa dei primi cristiani a questi scritti, poiché per essi l'insegnamento era soprattutto orale: il fondatore d'una chiesa aveva ricevuto la sua dottrina dagli apostoli o dai loro discepoli e la trasmetteva, e se qualcuno di essi avesse osato modificarla, gli apostoli o i loro discepoli avrebbero protestato con singolare energia. Si veda con che veemenza Paolo conserva l'unità del Vangelo!

Dobbiamo metterci entro queste cristianità nascenti per comprendere la forza divina dell'insegnamento che esse avevano ricevuto. Quei giudei e quei pagani cedevano soltanto davanti ad argomenti irrecusabili, perché come alcuni di noi, non avevano interesse per aderire a una chiesa stabilita; anzi, per essi era un grande sacrificio convenirsi e romperla col giudaismo o il paganesimo.

Noi crediamo in Gesù Cristo perché Egli ci ha dato quanto eravamo in diritto di esigere da Lui, e cioè:

1. L' affermazione, fatta sul serio, della sua divinità;
2. La prova che conferma l'affermazione.

PARTE PRIMA.

- AUTENTICITÀ E VALORE DEI DOCUMENTI CHE PER NOI SONO INSIEME FONTI E GUIDE

Non bisogna esagerare l'importanza di questi problemi; perché, anche supposto che i libri del Nuovo Testamento fossero apocrifi, oppure fossero tutti andati perduti, o non ci fossero affatto, la nostra fede resterebbe la stessa, perché abbiamo la tradizione apostolica, che ci pone in immediato contatto con il messaggio portato da Gesù. Questa tradizione visse circa dall'anno 30 al 50, senz'essere fissata per scritto. Gli apostoli scrissero, ma la Buona Novella avrebbe potuto fare a meno di questo solido argomento.

CAPITOLO I. - LE FONTI NON CRISTIANE

Le fonti non cristiane " sono sufficienti a porre fuori dubbio la realtà della vita umana di Gesù e alcuni fra i principali tratti della sua carriera, quali la data approssimativa, la cornice della sua attività, la morte violenta, l'influsso postumo. Per il resto i documenti giudaici o pagani offrono soprattutto l'utilità indiretta di farci conoscere alcuni particolari dell'ambiente dove nacque il cristianesimo " (1).

Con visibile compiacenza Couchoud ha esagerato la portata del silenzio dei giudei e dei pagani sulle origini del cristianesimo.

(1) L. de Grandmaison, Jésus-Christ, I, 6.

I giudei. - II silenzio dei giudei è calcolato e si spiega con l'odio e la gelosia; d'altronde non è totale, perché odio e gelosia non seppero resistere al maligno piacere di fare cattive allusioni e insinuazioni calunniose. Gli storici, come Giusto di Tiberiade e Flavio Giuseppe, conobbero certamente le grandi linee del cristianesimo primitivo; i passi talmudici che parlano di Gesù Cristo sono l'eco delle favole grossolane, del tutto inverosimili, raccolte poi nel (vi secolo?) nel libello Toledot Jeshu (Vita di Gesù), a esplosione di basso fanatismo, di sarcasmi odiosi e di fantasia grossolana s (Arnold Meyer).

I pagani. - Gli storici romani attestano l'esistenza di Cristo e del cristianesimo. Ecco i loro testi:

1.o Svetonio ci dice che l'imperatore Claudio "espulse i Giudei da Roma, i quali, spinti da Chrestus, erano diventati una causa permanente di disordini" (2) (la pronuncia Chrestus invece di Christus era corrente). I giudei di Roma non cessavano di combattere contro i cristiani, e il grande dibattito riguardava la recente venuta di Cristo. Per avere la pace, nel 51-52 l'imperatore caccia senz'altro da Roma i giudei, cristiani o no. A Corinto dopo il 52 troviamo cristiani d'origine giudaica, giunti da Roma, " perché Claudio aveva imposto a tutti i giudei di partire da Roma " (At, 18, 3). Nella lettera ai Romani, Paolo vuole esortare i cristiani d'origine pagana al rispetto e alla simpatia per i cristiani d'origine giudaica, che ritornavano dall'esilio.

2.o Svetonio ci dice pure che sotto Nerone " vennero inflitti supplizi ai cristiani, gente dedita a una superstizione nuova e malefica " (Vita Neronis, n. 16).

3.o Tacito, parlando della stessa persecuzione del 64 spiega l'origine del nóme dato ai Chrestiani: " Questo nome viene loro da Cristo, che sotto il principato di Tiberio il procuratore Ponzio Pilato aveva condannato al supplizio; repressa sul momento, la detestabile setta si diffuse nuovamente, non solo in Giudea, dove il male era nato, ma anche in Roma, dove affluisce quanto esiste d'orribile e di vergognoso nel mondo e vi trova numerosa clientela a (3).

4.o La lettera di Plinio il Giovane a Traiano, sulla condotta da tenere contro i cristiani di Bitinia, precisa che " essi affermavano di essere soliti riunirsi in un giorno fisso, prima del sorgere del sole, per cantare a Cristo, considerato come Dio, un cantico alternato, e a impegnarsi con giuramento a non commettere alcuni crimini, ad astenersi dal furto, dall'omicidio, dall'adulterio, dall'infedeltà... Dopo ciò si separavano per ritornare a prendere un nutrimento in piena fraternità e innocenza " (4).

CAPITOLO II - LE FONTI CRISTIANE: GLI SCRITTI NEOTESTAMENTARI

§ 1. - La conservazione degli scritti neotestamentari.

Bisogna distinguere la conservazione del tenore del testo dalla conservazione del manoscritto originale e delle copie.

Manoscritto originale e copie.

- In principio c'era il testo scritto dall'Autore, o sotto la sua dettatura, sopra un rotolo di papiro. La lettera ai Romani poteva essere lunga tre metri e mezzo. Il manoscritto veniva letto ai cristiani nella riunione pubblica e conservato con cura; se ne facevano numerose copie che venivano poi trasmesse ad altre comunità e conservate diligentemente.

(2) Judaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantes, Roma expulit, (Svetonio, De vita Càesanm, Divus Claudius, XXV, n).
(3) Amiales, III, lib. XV, 44. (4) Ep., lib. X, 96.

Naturalmente accadeva che i copisti modificassero leggermente il testo; potevano cambiare l'ortografia, il posto d'alcune parole, aggiungere un termine esplicativo e anche sostituire una parola con un'altra, omettere involontariamente qualche frase. Poteva anche avvenire che, trascrivendo da una copia, volessero migliorare la copia stessa per avvicinarsi a quello che credevano l'originale; altri si permettevano di sopprimere le asprezze di stile e di lingua; altri si sforzavano d'armonizzare il testo con altri passi del Nuovo Testamento. L'intenzione poteva essere molto pura, come quella di chi sostituiva qualche anello alla genealogia di Gesù data da San Luca con qualche altro preso da San Matteo, rovesciando semplicemente l'ordine della serie, per adattarsi all'insieme. Però è un caso estremo.

La critica testuale è l'arte di ritrovare la lezione originale, ed ha un compito molto più facile per il Nuovo Testamento che per qualsiasi altro scritto. Le edizioni critiche degli autori classici riposano su ' dati meno fermi delle nostre edizioni critiche del Nuovo Testamento, dove le varianti riguardano solo l'ottava parte dell'insieme, e le varianti sostanziali sono soltanto un millesimo. Chiamo " variante sostanziale " quella che tocca il senso della frase, come Le, 6, 10: "E, girato lo sguardo (una variante aggiunge: "con collera") su tutti loro, disse: Stendi la mano! " L'aggiunta è presa dal testo parallelo di Marco. Ora in qualsiasi tradizione manoscritta (e solo Dio sa quanto ne sia vasto il campo) non c'è una sola variante che tocchi la sostanza del domma o della morale. Cosi se io adotto il Codex Bezae, con tutte le sue fantasie e audacie, ho ancora un testo accettabile dal punto di vista dottrinale, cioè un testo rimasto fedele al contenuto dottrinale dei manoscritti che ha ritoccato. Anche l'esegeta più razionalista sarà d'accordo su questo fatto.

Conservazione del tenore del testo.

- Oggi, con lo sviluppo della stampa e con il rispetto diffuso per i manoscritti antichi, possiamo essere sicuri che il Nuovo Testamento sarà trasmesso integralmente e senza ritocchi alle future generazioni. Evidentemente le traduzioni saranno varie, le edizioni ufficiali potranno venir migliorate, edizioni private e testi citati potranno essere falsificati, ma nell'insieme il Nuovo Testamento sarà conservato integralmente.

Sappiamo che è stato conservato finora. Le stesse varianti ci permettono di determinare il tenore dell'originale. È ragionevole la nostra brama di avere quest'originale? È molto più sentimentale che logica. Tutti quei fortunatissimi che scoprirono un manoscritto originale inedito, hanno provato vivissima gioia, e la notizia della scoperta ha sempre commosso il mondo erudito e più ancora il grande pubblico.

« Nel Times di Londra del 23 gennaio 1935, Idris Bell, custode dei manoscritti del Museo britannico, annunciò la prossima pubblicazione di frammenti papiracei in forma di codice, che sarebbero stati i resti d'un nuovo Vangelo. Secondo i dati paleografici, il manoscritto doveva risalire a una data finora senza pari per un testo specificatamente cristiano, cioè la prima metà del secondo secolo. S'aggiunga che i tre testi trascritti nei fogli mutili, che ci sono rimasti, in parte si collegano alla tradizione nettamente sinottica e in parte, con pari evidenza, a quella del quarto Vangelo, e si comprenderà l'interesse senza precedenti della scoperta" (1).

In realtà il " nuovo Vangelo " non era un manoscritto dei Vangeli canonici (di cui ne abbiamo centinaia), ma è piuttosto un vangelo apocrifo, che utilizza quelli canonici (provando la loro esistenza e il loro prestigio) e li parafrasa o ne fa la glossa più o meno felicemente.

La scoperta ha meno valore di quella di codici o papiri contenenti citazioni testuali della Bibbia. Cosi i papiri Beatty sono molto più preziosi, anche se più recenti. È un fatto notevole che tutte le recenti scoperte di questa natura hanno confermato il valore dei nostri grandi codici Vaticanus e Sinaiticus " (2).

Noi oggi possediamo il testo del Nuovo Testamento con altrettanta sicurezza quasi come se si conservassero i manoscritti originali nella Biblioteca Vaticana.

Questi rotoli di papiro furono conservati abbastanza lungamente, onde permettere di farne copie eccellenti, riprodotte poi attraverso tutte le Chiese d'Oriente e d'Occidente.

Così ad esempio, le lettere paoline già negli ultimi anni del primo secolo formavano un insieme fisso.

Sui problemi di critica testuale del Nuovo Testamento si può leggere utilmente il libro recentemente pubblicato dai PP. Lagrange e Lyonnet, che tuttavia, nelle sue settecento pagine, non fa altro che rafforzare la posizione presa in generale dai critici cattolici.

Entriamo risoluti nella psicologia d'un cristiano del primo secolo, per esempio di Aquila. Egli crede in Gesù, Cristo e Signore; si è quindi convinto che i capi designati da Gesù o i loro delegati hanno un'autorità divina, con la missione di dire quello che bisogna credere o fare per obbedire a Dio; sa che Cristo e i suoi apostoli riconoscevano come divina l'autorità dei libri sacri dei Giudei. Arriva la lettera d'un apostolo, per esempio di Giacomo, a battilo del Signore "; il capo della chiesa locale, al quale viene presentata, la legge in pubblico, nell'assemblea serale della domenica; lo scritto per lui e per i partecipanti è un regolatore di fede e di vita, perché essi sanno che Giacomo ha ricevuto la missione d'insegnare la verità speculativa e pratica nel nome di Gesù. Se occorre, il capo della comunità farà notare a tutti i fedeli che la lettera d'ora in poi avrà autorità divina almeno eguale, se non maggiore, dei libri sacri anteriori a Cristo.

Giunge un esemplare del Vangelo secondo San Luca, del quale si sa che è un discepolo e compagno d'apostolato di San Paolo. I capi della chiesa sanno e dicono che tale scritto rappresenta fedelmente l'insegnamento degli apostoli ed è garantito dall'apostolo Paolo. Il libro viene divorato con avidità ed Aquila riceve la parabola del figliol prodigo con la stessa premura come se la sentisse dalla bocca del Salvatore stesso.

(1) Edagar B. Smothbrs, Recherckes de sàence religieuse, 1935, p. 358.
(2) Sulle recenti scoperte di papiri cfr. E. Florit, Parlano anche i papiri, Roma
1943

Giunge da Roma una lettera di Clemente, capo della chiesa romana e quindi successore legittimo di Pietro; si legge la lettera con rispetto, ma non viene unita alle lettere ricevute dagli apostoli, né ai Vangeli garantiti dagli apostoli; è conservata a Corinto, mentre le lettere di San Paolo sono comunicate a tutte le chiese che la domandano.

Ora studieremo gli scritti del Nuovo Testamento come fonti della storia di Cristo e del cristianesimo nascente, astraendo dal valore soprannaturale che ricevono dall'ispirazione divina.

§ 2. - Gli scritti di San Paolo in generale.

Diamo prima alcuni punti di riferimento per fissare la cronologia della vita apostolica di Paolo:

Crocefissione di Gesù: 7 aprile 30.

Conversione di Paolo: verso il 34.

Paolo ad Antiochia: verso il 42.

Assemblea degli apostoli a Gerusalemme: 49 o 50.

Paolo a Corinto: 50 o 51.

Prima prigionia a Roma: dal 61 al 63.

Seconda prigionia a Roma: 66.

Morte di Paolo: 67.

San Paolo e Cristo. - Paolo annuncia la buona novella della rigenerazione morale del mondo. Con espressioni ardenti e ripetute con frequenza fa vedere quello che Gesù indicava con una parola o un gesto; riproduce nella sua carne la vita e la morte di Cristo, anzi la sua morte e la sua nuova vita, e comprende che ogni battezzato " manifesta " cosi la crocefissione, la resurrezione e l'ascensione di Gesù alla destra del Padre.

Nell'Apostolo delle genti si nota:

l.o La semplicità e la rettitudine nella ricerca della verità;
2.o la facilità nel donarsi a fare il bene e quale bene;
3.o l'intimità d'ogni istante con Gesù.

Attraverso Paolo comprendiamo meglio Cristo.

S'è fatto un gran parlare di pretese "fasi" della dottrina paolina, in seguito ad una critica intemperante che imperversò in Occidente, esportata specialmente dalla Germania. Gli storici tabulatori amano distendere nel tempo quello che la vita presenta loro come troppo condensato e troppo ricco per essere pensato in un'intuizione istantanea.

Ora, per la dottrina di San Paolo c'è una lettera, la La ai Corinti, che ci fa vedere come la sintesi dei suoi temi risale alla " prima fase " del suo apostolato. Infatti questa lettera ci è legata a tutte le altre, anteriori e posteriori a (3).

(3) Allo, Lire Ep. aux Cor., p. LI.

Autenticità degli scritti di San Paolo. - " Soltanto la seconda ai Tessalonicesi e quella agli Efesini sono state oggetto di recenti attacchi, che meritano ascolto, se non considerazione. L'origine paolina delle lettere spirituali del tempo della prima prigionia (Filippesi, Colossesi, Filemone) è attualmente ammessa quasi all'unanimità dai critici liberali. Quelli che negano l'autenticità paolina della lettera agli Efesini e delle Pastorali (1 e 2 Ttmoteo,Tito) riconoscono a questi scritti un'antichità e quindi un valore quasi eguale di vera testimonianza. In quanto alle grandi lettere della maturità (Galati, 1 e 2 Corinti, Romani)... non c'è documento storico più certo, tanto se consideriamo le antiche attestazioni di cui furono oggetto, come pure se ci fermiamo al loro contenuto " (4).

" Per apprezzare esattamente la natura della testimonianza resa dall'Apostolo al Cristo storico, bisogna tener presente il fatto che, come gli altri scritti dell'età apostolica (eccetto i Vangeli), le lettere di Paolo non sono istruzioni didattiche destinate a informare i suoi corrispondenti sulla vita e l'insegnamento di Gesù. Tale conoscenza in loro si suppone fosse già acquisita. Quando Paolo si deve riferire implicitamente o esplicitamente a qualche parte di questa vita e di quest'insegnamento, rientra perfettamente nel terreno evangelico" (5).

Quel terreno gli era familiare, come si vede dalla semplicità nell'affrontare e riassumere il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia e delle apparizioni di Cristo risorto, " Per lui, come dice Holtzmann, l'esistenza trascendente di Cristo e quella storica non sono separate da un abisso; ma sono unite insieme da una linea che le congiunge, abbracciando il cielo e la terra " (6).

"Caratteristica originale e inimitabile nelle diverse lettere di San Paolo è il bisogno e l'arte, assieme a certi processi istintivi, di trasfondere una possente sensibilità nelle parole e di caricarle, per così dire, di passione. Gli stessi lunghi sviluppi, densi più che diffusi, tagliati da mesi, trascinati (e talora a lungo) per una via laterale apertasi d'improvviso, poi ricondotti come se nulla fosse al loro disegno primitivo, che riduce all'unità (per chi guarda un po' dall'alto) nozioni in apparenza accavallate alla ventura; enumerazioni copiose, espressioni sinonime, di cui però ciascuna aggiunge una sfumatura; termini preferiti che sembrano imporsi all'Apostolo a un certo momento della sua vita e che egli colma di sensi analoghi e pur diversi e differenzia lievemente mediante il contesto e l'andatura della frase; forme familiari, dove fermenta e irrompe il suo pensiero, col rischio d'allargare, deformare, far scoppiare; elevazioni, suppliche, apostrofi, ironie, imprecazioni, tutta la retorica della passione, che se la ride delle retoriche convenzionali; grida, appelli, lacrime, entusiasmo o gemiti d'un uomo che ama, che soffre, che compatisce, s'indigna, s'intenerisce, s'esalta, che talvolta è prossimo alla follia; d'un uomo che l'inquietudine rode, l'apparenza d'un'ingratitudine agghiaccia, lo zelo divora. E tutto questo fa uno stile unico; tutti questi metalli sono fusi in una lega omogenea, perché l'amore di Cristo Gesù, di cui la Chiesa è la Sposa e il Corpo mistico, tutto unifica nel cuore di Paolo " (7).

(4) L. de Grandmaison, Jésus-Christ, t. I, pp. ao-ai.
(5) Ivi, t. I, pp. 27-28.
(6) Lehrbuch der neutestam. Theologie, II, 234.
(7) L. de Grandmaison, ivi, 1.1, pp. 25 s.

§ 3. - Le lettere in particolare.

1. Le lettere ai Tessalonicesi. - Sono le prime due lettere scritte da San Paolo, e bisogna leggerle ricordando lo stato d'animo di coloro ai quali erano indirizzate, a Tutto lo scenario è quello della resurrezione generale, che sopraggiunge nelle condizioni normali in cui si trova l'Apostolo " (8). In lui non c'è un'attesa sicura della prossima Parusia del Signore, e nemmeno la speranza, dopo tutto legittima, d'essere ancora in vita al momento del ritorno del Signore. La prossimità della venuta liberatrice restava possibile, verosimile, e Paolo, senza nulla affermare a questo riguardo, poteva utilizzare per sé e per i contemporanei tale verosimiglianza.

Un'altra celebre difficoltà è quella che riguarda la natura dell' "ostcolo" che trattiene l'Anticristo.

Personalmente io preferisco l'esegesi che ci vede un ostacolo collettivo, opposto all'Anticristo collettivo. La dottrina d'un Anticristo personale aveva già avuto una certa voga alla fine del primo secolo (cf. 1 Gv., 2, 18); però non è una dottrina cristiana, bensì un'opinione giudaica, che unì l'idea della lotta finale (presa da Ezechiele) con quella del capo personale (presa da Daniele).

Leggete gli scrittori cristiani, ispirati o no, e troverete l'idea di forze sociali scatenate contro la Chiesa di Cristo; forze evidentemente guidate da individui, che si succederanno, ma esse resteranno sociali.

La credenza in un millennio terrestre (periodo di mille anni in cui il male sarà completamente paralizzato) è d'origine giudaica e la Chiesa non ha mai voluto farla propria. Vi sarà una sola resurrezione generale e definitiva; Cristo verrà a cercare gli eletti e li condurrà con sé non sulla terra, ma là dov'egli è ora, e dov'è salito per prepararci un posto.

Il P. Allo ha un'espressione molto felice per caratterizzare il motivo che determinò Paolo a scrivere ai Tessalonicesi: si tratta di calmare un'agitazione " avventista ". Proprio così, e si vede quanto sia attuale lo studio di queste due lettere.

2. La prima lettera ai Corinti. - È probabile che San Paolo scrivesse la prima lettera ai Corinti poco dopo la primavera del 55, e quindi nel venticinquesimo anniversario della morte e della resurrezione di Gesù. Il P. Allo la definisce " la lettera dell'unione e dell'universalità ". Presenta già, come regola suprema della fede e della morale, la tradizione che risale a Gesù in persona, che è quella di tutte le Chiese. Ora in questa lettera vi sono dottrine nettamente cristiane, che ritroviamo negli scrittori posteriori: Paolo ci mostra Gesù crocifisso, dicendo chi è, perché venne crocifisso e quale risultato ebbe la crocifissione. Gesù è il " Signore "; è quindi il re del nuovo popolo eletto, proprio come Jahvè era il re d'Israele; Egli esisteva prima dell'universo, perché possiede pienamente la divinità; è la sorgente della grazia e della pace e lo si adora come si adora Dio; Egli è Dio.

Gesù è uomo. Paolo certamente ha conosciuto a fondo la vita di Gesù, come noi la conosciamo attraverso i Vangeli scritti, perché essa era il tema delle catechesi primitive. Gesù è il modello della carità e di tutte le virtù. Tutti i battezzati di Corinto (e di altrove) conoscevano il ministero di Cristo, la sua passione e resurrezione. Lo Spirito Santo, essere personale e divino, abita le anime e le fa vivere. Il domma trinitario è già qui, come pure la dottrina della grazia, della predestinazione, della giustificazione e della Legge diventata caduca.

La Chiesa universale incorporata a Cristo, il battesimo cristiano, l'Eucaristia, e altri punti di dottrina sono nettamente indicati in questa prima lettera.

(8) Laoranoe, Rame biblique, 1933, p. ng.

San Paolo si dilunga su due fatti dominatici di primaria grandezza: l'istituzione dell'Eucaristia e la resurrezione di Gesù, onde i suoi corrispondenti fondino la loro vita su queste grandi verità, a Grazie a questi credenti mediocri e superficiali, la Chiesa possiederà ormai due testi storici d'inestimabile valore per l'apologetica e il domma " (9). Eccoli:

1. Sull'istituzione dell'Eucaristia:

" Io infatti ho appreso dal Signore questo, che a mia volta vi ho trasmesso, che il Signore Gesù, la notte in cui fu tradito, prese del pane, e rendendo grazie lo spezzò e disse : "Questo è il mio corpo, che è dato per voi. Fate questo in memoria di me". Similmente, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue: fate questo tutte le volte che lo berrete, in memoria di me" " (I Cor., 11, 23-25).

2. Sulla resurrezione di Gesù:

" Poiché vi ho trasmesso ciò che io stesso ho ricevuto, che il Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture, e che fu sepolto e che è resuscitato il terzo giorno, secondo le Scritture, e che è apparso a Cefa, e poi ai Dodici; che in seguito è apparso anche oltre a cinquecento fratelli, in una sola volta, i più dei quali sino al giorno d'oggi sono ancora in vita, alcuni però si sono già addormentati. È apparso anche a Giacomo, e poi a lutti gli apostoli. E finalmente, dopo tutti, come a un aborto, è apparso anche a me " (I Cor., 15,3-8).

Il battesimo inaugura l'unione del cristiano a Cristo e alla Chiesa, l'Eucaristia la conserva, la resurrezione attesa la renderà perfetta.

In questa lettera si trova pure l'insegnamento cristiano sulle virtù teologali, i doveri privati e sodali del cristiano, la vita spirituale e mistica, il potere imperativo e coercitivo della Chiesa, l'unità della fede e della disciplina.

Tutto ciò è bello; anzi, sembra fin troppo bello; ma è poi vero? È immaginabile che un quarto di secolo dopo la morte di Gesù un uomo dell'Asia Minore abbia scritto a un gruppo di persone viventi in Grecia queste righe così ricche di dottrina e di morale cristiana? La lettera è autentica?

1.o Quale falsario avrebbe potuto immaginare i fatti entro i quali s'inseriscono le due lettere ai Corinti? Questi fatti concordano con quelli raccontati dagli Atti degli Apostoli, né era possibile desumere il racconto degli Atti dalle lettere.

2.o L'autore di questa lettera è lo stesso che scriverà la seconda ai Corinti, la lettera ai Galati, quella ai Romani, come provano il pensiero, lo stile, la grammatica, il vocabolario e tutto il resto.

3.o Verso il 96 il Papa San Clemente scriverà da Roma una lettera alla Chiesa di Corinto, dove si legge: " Riprendete l'epistola del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse agli inizi della sua predicazione? Sotto l'ispirazione dello Spirito Santo egli vi ha scritto una lettera che parla di Cefa, d'Apollo e di se stesso, proprio perché già allora voi formavate dei partiti ".

4.o Intanto sembra bene assodato che "nel secondo secolo la prima ai Corinti era universalmente conosciuta e universalmente attribuita a Paolo ". Il P. Allo può concludere che " non c'è scritto del Nuovo Testamento la cui autenticità sia meglio attestata dalla critica interna ed esterna ".

(9) Allo, I.ère Epitre aux Carìnthiem, p. XXXII.

 

3. La seconda al Corìnti. - Odiosamente calunniato dai giudeo-cristiani venuti a Corinto, Paolo si vede obbligato a difendere la sua autorità apostolica, e lo fa nell'interesse del Vangelo e della fede dei Corinti.

Eccetto Br. Bauer, Loman, Pierson, Steck, van Manen, nessuno dubita dell'autenticità di questa lettera.

" Effusioni ardenti, turbate spesso nella forma dalla vivacità del sentimento, che unisce l'eloquenza più veemente a infinite delicatezze di persuasione, e tutto questo in mezzo ad allusioni di gravi incidenti per lo spirito della comunità e per il cuore dell'apostolo, però materialmente troppo minuti per essere iscritti nella storia generale e nemmeno negli Atti; tanto che talvolta è molto difficile divinarne la vera portata e rifarne la trama" (10). "Ma lo studio di questa lettera... è... uno dei più istruttivi per la dottrina, e dei più attraenti dal punto di vista psicologico e spirituale " (Id.).

4. La lettera ai Galatì. - 1. " L'autenticità di questa lettera è quasi universalmente riconosciuta " (P. Lagrange) e le risonanze delle sue parole veementi sono molto chiare nei primi scritti cristiani. Inoltre il Paolo della lettera è proprio identico a quello degli Atti degli Apostoli, e ci rivela sempre meglio la sua tenerezza di padre per i figli spirituali, perché da poco ha provato una dolorosa delusione a loro riguardo.

L'integrità del testo è sicura, né è stata fatta alcuna seria obiezione;
le divergenze dei manoscritti sono molto ristrette, le varianti poco numerose e poco importanti.
San Paolo voleva convincere i Galati a non abbracciare la legge giudaica, argomentando soprattutto da questo, che, agire cosi, significava ritornare alla servitù della " carne ", dopo aver goduto della libertà dello et spirito ". Il grande errore dei protestanti consiste nel servirsi di questa lettera come d'una carta d'emancipazione dalla Chiesa romana.
Se al tempo di Lutero San Paolo fosse ritornato sulla terra, avrebbe lanciato una magnifica lettera ad Germanos, contro coloro che tanto snaturavano il suo pensiero! Era ingiurioso al nome di Cristo voler passare attraverso la circoncisione e le altre pratiche mosaiche, per accostarsi a Lui e a Dio; voleva dire sottrarsi all'opera di Cristo per uscire dalle leggi che la sua Chiesa impone a quelli che vogliono restare sotto l'azione santificatrice di Cristo.

Per rimanere dalla parte di Paolo ed essere fedeli allo spirito della lettera ai Galati, il cristiano del secolo xx deve restare o diventare cattolico; evitare il protestantesimo, che spesso non osa imporre nemmeno il domma della divinità di Cristo, che respinge quelli della grazia e della realtà sostanziale della vita di Cristo in noi, non ci parla dell'Eucaristia, mai del Sacro Cuore, che non può dire: "Non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me... ".

(10) Allo, ivi, p. VI.

Giudei e Gentili devono staccarsi dalla Legge di Mosè, come da un'economia religiosa e morale incapace di dare loro la grazia interiore, ma non devono allontanarsi dalla Legge di Gesù. Ora il primo articolo della Legge di Gesù è la carità verso Dio e il prossimo, punto essenziale, che era già nella Legge di Mosè. Dunque Gesù ha semplicemente portato alla perfezione la Legge antica, alla quale il cristiano non deve ritornare, perché egli c'è già necessariamente, ha obblighi più delicati, più rigorosi e riceverà un premio più affannante o una punizione più terribile. Cristo si preoccupò di dare, assieme alla sua grazia interiore, anche l'aiuto permanente d'una madre, la santa Chiesa. Leggiamo dunque la lettera ai Galati ricordando le circostanze in cui fu scritta, confrontiamone la dottrina positiva con quella della Chiesa attuale e troveremo l'accordo totale. Il Figlio di Dio s'è incarnato per espiare i peccati dei figli degli uomini e comunicare loro, come filiazione adottiva, le ricchezze della sua divina filiazione. Di .colpo Egli fece cessare il regime previsto da Dio per i suoi " servi "; ormai Dio attira a sé quelli che vivono della vita di Cristo, quelli che sono suoi " figli ", stabiliti nella libertà propria di Cristo e che consiste nell'obbedire in tutto alla volontà del Padre per amore, con amore e gioia profonda, soprannaturale, regolata dagli slanci dello Spirito Santo. La Chiesa da loro ordini in questo spirito e per salvaguardare questo spirito: esattamente come faceva San Paolo dando i suoi ordini ai fedeli.

5. La lettera ai Romani. -

1. Autenticità. - La lettera ai Romani, accolta come autentica da tutta l'antichità, lo è ancora te dalla quasi unanimità dei critici ", perché è veramente troppo viva, troppo paolina, per essere soltanto uno scritto composto di brani non paolini.

2. Integrità. - Tutto è dunque di Paolo, compresa la dossologia (16, 25-27). L'unica questione che si possa fare ragionevolmente è di sapere se l'attuale disposizione dei passi è primitiva, anche se questo non ha importanza dottrinale.

Scritta ventisei o ventisette anni dopo la passione e la resurrezione di Cristo, essa espone la dottrina con una pienezza e fermezza mirabile. Suppone nota la catechesi elementare ed espone soltanto che cosa sia il Vangelo come principio d'azione: esso dona a chi l'abbraccia, la forza necessaria per praticarlo; influisce pure realmente ed efficacemente sull'esistenza dell'uomo dopo la morte; è lo sbocco provvidenziale della legge data ai giudei per preparare la venuta del Figlio di Dio fatto uomo; ormai a la giustizia di Dio " data agli uomini sarà il principio che li farà morire al peccato per vivere a Dio in Cristo.

C'è quindi una prima giustificazione, che è il passaggio istantaneo dalla morte alla vita e che si 'compie in virtù della Passione del Salvatore; poi c'è la vita cristiana, che non è solo la vita dei cristiani (come si dice che c'è una vita musulmana), ma è davvero la vita di Cristo in noi, un trionfo dello spirito sulla carne, e sarà ancora più manifesta dopo la morte e la resurrezione.

La " giustizia " di cui parla Paolo non è dichiarativa, è un dono reale, una santità. Essa vien data in un istante preciso (che chiamiamo infusione della grazia santificante), e questa giustificazione è seguita dalla vita cristiana o esercizio della " giustizia " data precedentemente da Dio; il cristiano non è più schiavo del peccato, è servo di Dio, è anche figlio di Dio e in lui lo Spirito Santo opera effetti meravigliosi.

6. Le lettere della Prigionia. - Furono spedite da Roma tra la primavera del 61 e quella del 63, probabilmente con quest'ordine: Lo Agli Efesiani, 2,o Ai Colossesi col biglietto a Filemone, 3.0 Ai Filippesi.

La prima intende far vedere la perfetta eguaglianza tra gli elementi componenti il Corpo mistico di Cristo; la seconda vuoi mantenere la fede nella sovreminente dignità di Cristo, unico mediatore tra Dio e le creature; la terza vuole specialmente esprimere il grande attaccamento di Paolo alla sua prima Chiesa europea, e solo di passaggio come tra parentesi l'Apostolo evoca la dottrina dell'Incarnazione e delle due nature di Cristo nell'unità della persona, domma che era noto a tutti e che qui viene presentato come esempio d'umiltà e d'obbedienza cristiana.

Autenticità della lettera agli Efesini. - A questo riguardo la tradizione è molto solida: Marcione, Basilide, Valentino, Teodoto, tra gli eretici; Tertulliano, Clemente Alessandrino, Ireneo, Ippolito (nel frammento muratoriano), Giustino, Policarpo di Smirne, Ignazio d'Antiochia conobbero e accolsero la nostra lettera, la cui affinità con la lettera ai Colossesi si spiega dal fatto che ambedue furono scritte nello stesso tempo. Efes.,è più didattica, Col., più polemica; Efes., parla specialmente della Chiesa, Col., mira più alla persona e all'opera di Cristo. Il vocabolario si adatta alla dottrina: si segnalano 36 hapax legomena (81 nella lettera ai Galati) e ci si dice che 48 parole non si trovano altrove in San Paolo (Galati ne ha 39). La dottrina è veramente paolina, perché anche altrove San Paolo ci parla della preesistenza e del primato di Cristo, del suo corpo mistico, dell'universalità della salvezza, della giustificazione, della necessità della grazia, ecc.

Autenticità della lettera ai Colossesi. - Per questa lettera sono validi gli stessi argomenti di critica esterna e interna di quella agli Efesini.

L'autenticità della lettera ai Filippesi è generalmente ammessa.

7. Le lettere pastorali. - Indirizzate da San Paolo a Timoteo e a Tito, trattano del governo e della gerarchia della Chiesa e del culto cristiano. La dottrina relativa alla Chiesa è sempre la stessa, e Paolo s'accontenta di precisare la legislazione di questa Chiesa fondata da Gesù.

La loro autenticità è garantita dai seguenti fatti:

1. L'autore lotta contro i falsi dottori, di razza giudaica, battezzati, imbevuti di racconti più o meno immaginari, che si erano aggiunti alla trama storica della Bibbia, professanti dottrine morali erronee e pericolose. Non erano ancora gli gnostici e tanto meno i marcioniti, ma l'errore fece progressi dopo le lettere della prigionia.

2. La gerarchia è proprio quella che ci si attende per quell'epoca (dal 62 al 67); non ci sono forme fisse, come al tempo di San Clemente di Roma e di Sant'Ignazio d'Antiochia, ma siamo innanzi a un vero episcopato monarchico con residenza fissa. In questo San Paolo non fa che riprodurre quello che era stato fatto a Gerusalemme, quando Giacomo fu incaricato di reggere la comunità. I diaconi, il collegio presbiterale sotto la sorveglianza degli apostoli, poi dei vescovi: ecco l'ordine voluto da Cristo e sempre osservato. Non c'è da stupire che in principio la terminologia fosse fluttuante; l'essenziale è che il potere d'ordine sia sempre stato conferito con l'imposizione delle mani da coloro che detenevano l'autorità. D'altronde lo studio della gerarchia nella Chiesa primitiva esorbita quello delle lettere pastorali. 

3. La lingua e lo stile differiscono notevolmente da quello delle lettere anteriori. Ciò era noto ai primi cristiani, eppure non impedì loro di attribuire le tre lettere all'Apostolo. Del resto la distanza dalle lettere della prigionia non è poi tanto grande. L'esperienza, la nuova preoccupazione, l'età dello scrittore, il tema affrontato, il campo pratico, ecc, sono tutte spiegazioni accettabili. Non dimentichiamo poi le immagini nettamente paoline e le formule ben note, che ritornano come tante firme dell'autore.

4. La dottrina? Eccellente. Non è la prima volta che Paolo parla della " fede " come d'un corpo di dottrina; non è la prima volta che predica una
fede vivificata dalla carità e che porta frutti. Parlare della Chiesa significa ancora parlare di Cristo; e la vera fede è unicamente il Vangelo intangibile.

5. Infine, anche se non fosse possibile porre questa corrispondenza nella cornice degli Atti degli Apostoli, non dimentichiamo che gli stessi Atti ci fanno intravedere che San Paolo venne messo in libertà, e le lettere della prigionia ci rivelano la sua intenzione di continuare a visitare le sue Chiese fino alla morte.

Note sulle pastorali: esistenza d'una gerarchia nella Chiesa primitiva.

- È possibile non condividere l'entusiasmo dei primi cristiani per Gesù, che essi adoravano come l'eguale del Padre e dello Spirito Santo, e riconoscevano come Colui che è " il Signore a, vale a dire che è realmente Dio così come il Padre suo; però si deve riconoscere la loro assoluta sommissione agli apostoli di Gesù. Questa coesione e organizzazione non si presentavano come semplici condizioni vitali necessarie ad ogni società umana, ma vi si vedeva l'espressione d'una volontà chiarissima del Salvatore. La conclusione evidente della parabola dei cattivi vignaioli era che il padrone della vigna faceva perire di mala morte i perfidi vignaioli, e che un giorno avrebbe affidato la vigna ad altri, i quali gli avrebbero dato i frutti per il tempo stabilito. La Chiesa di Gerusalemme e di Palestina non riconosceva più l'autorità del sommo Sacerdote, né l'autorità del sacerdozio giudaico o dei leviti, ed era diretta soltanto dagli apostoli e dai diaconi designati da questi.

La stesso numero degli apostoli esprimeva il loro dominio su tutte le tribù del nuovo Israele. In tale " palingenesi " (rigenerazione) il Figlio dell'uomo era evidentemente assiso sul suo trono di gloria e governava tutto il popolo dei rigenerati, ma anche gli apostoli lo assistevano nel nuovo governo; e siccome Giuda s'era sottratto alla sua missione, il suo " trono " fu assegnato a Mattia; e non essendo più presente visibilmente Gesù per assicurare la sostituzione, Pietro ne prese l'iniziativa. Nel suo pensiero egli doveva riuscire a conoscere colui che Gesù (" il Signore ", al quale è rivolta la preghiera) aveva scelto per prendere il posto nel ministero apostolico prima affidato a Giuda.

La gerarchia era visibile agli occhi di tutti, come dimostrano i fatti seguenti: gli apostoli, compreso Mattia, predicano il giorno di Pentecoste; gli apostoli ricevono i nuovi convertiti e li battezzano; gli apostoli amministrano i beni destinati alla comunità; gli apostoli istituiscono i primi diaconi e delegano loro dei poteri; gli apostoli compaiono davanti alla giustizia e sono i rappresentanti del gruppo dei fedeli.

Agli apostoli spetta inoltre l'alta direzione dell'apostolato esercitato dagli altri ministri del Vangelo. Filippo riuscì ad evangelizzare la Samaria, e gli apostoli decidono di mandarvi Pietro e Giovanni per imporre le mani ai nuovi battezzati e comunicare lo Spirito Santo; Pietro rifiuta a Simone il potere di comunicare lo Spirito Santo con l'imposizione delle mani. Più tardi vediamo il neoconvertito Paolo venire a Gerusalemme, condotto da Barnaba " agli apostoli a (in realtà solo a Pietro e Giacomo il Minore) e restare quindici giorni vicino a Pietro, perché è il capo degli apostoli. Avendo ricevuto direttamente la sua investitura e la sua missione, Paolo non ha alcun bisogno di venire approvato dall'intero corpo dei Dodici prima di cominciare la fondazione delle chiese di Cilicia e in Siria, ma Pietro resta il capo supremo dell’apostolato. Quando conviene al bene generale, Pietro dispone anche d'un potere coercitivo.

Durante il primo loro viaggio apostolico vediamo Paolo e Barnaba istituire, con l'imposizione delle mani, dei " presbiteri " con l'evidente incarico del governo spirituale delle recenti chiese: essi assicuravano l'unità del gruppo e presiedevano al culto, e siccome questo era strettamente eucaristico, i a presbiteri " avevano il potere dei nostri attuali " sacerdoti ", presiedevano e facevano le ammonizioni, avevano il diritto ad essere onorati e aiutati materialmente dai fedeli (cfr. I Tess., 5, 12-13). Conosciamo il nome di due presbiteri della Chiesa di Colossi: Epafra e Archippo. I " presbiteri " della Chiesa di Efeso sono convocati a Mileto da Paolo, che li indica anche col termine di " episcopoi ", cioè sorveglianti del a gregge " loro affidato (At., 20, 17-28). A Filippi di Macedonia troviamo gli stessi " episcopoi " assistiti dai diaconi; Giacomo (Gc, 5, 14s) e Pietro (1 Ptr., 5, ls) ci parlano anche degli "episcopi" cristiani.

Ora Paolo nelle tre lettere pastorali ricorda questi " episcopi ", questi " presbiteri " che formano un collegio chiamato a presbyterium "; parla anche dei a diaconi " e delle " diaconesse ", che pare fossero le mogli dei diaconi. In quel tempo (tra la prima e la seconda prigionia, cioè verso il 63-66) i termini " episcopi " e " presbiteri " pare indichino le stesse persone. Fino allora Paolo conservava l'alto comando delle chiese da lui fondate e gli altri apostoli probabilmente agivano allo stesso modo, lasciando a Pietro il potere supremo, che aveva ricevuto dal Maestro divino.

A Gerusalemme era stabilita la gerarchia a tre gradi; in questa Chiesa Giacomo, " fratello del Signore ", è certamente il primo vescovo in ordine di tempo. Come il patriarca attuale, era aiutato da preti. San Paolo risolse di stabilire quest'episcopato monarchico nell'isola di Creta e ad Efeso. Tito governa la clresa di Creta e si circonda di sacerdoti e di diaconi, che deve scegliere con la massima prudenza; Timoteo agisce allo stesso modo per l'Asia proconsolare.

Nella sua lettera ai Corinti (verso il 96) San Clemente parlerà del et Grande Sacerdote " (il vescovo) dei " preti " (altre volte indicati con i termini " presbiteri " o " episcopi ") e dei " leviti " (i diaconi). Al principio del secondo secolo si fissa la terminologia attuale, che troviamo nelle lettere di Sant'Ignazio d'Antiochia.

Le chiese primitive (Gerusalemme, Antiochia, Efeso, Tessalonica, Corinto, ecc.) non erano autocefale come le attuali chiese scismatiche orientali, preoccupate prima di tutto di conservare la loro autonomia, il loro rito e nazionalità (Greci, Siri, Copti, ecc). I cristiani di tutto il mondo si sapevano uniti e parte di un solò tempio, di cui Cristo era la pietra angolare, gli apostoli e i profeti il fondamento, ed essi altrettante pietre vive. Cosi riconoscevano l'autorità di tutti gli apostoli e specialmente di Pietro. Il decreto di Gerusalemme è imposto ai cristiani di Siria e Cilicia; i Galati, cristiani evangelizzati da Paolo, riconoscono l'autorità di Pietro e degli apostoli che sono a Gerusalemme; anche per i Corinti Paolo è apostolo come lo sono i Dodici, che hanno vissuto col Cristo, e quindi riconoscono l'autorità di tutti gli apostoli.

Gli apostoli non esitano a inviare messaggi a Chiese che non hanno fondato, e peifino a tutte le Chiese, cioè a tutta la Chiesa. Giuda Taddeo si rivolge alle Chiese della Siria e della Fenicia; Paolo scrive ai Romani una lettera dottrinale; Giacomo si rivolge alle " dodici tribù " del nuovo Israele; Giovanni alle " sette Chiese " dell'Asia e, in esse e per esse, a tutta la Chiesa universale, simbolizzata nel numero sette; Pietro manda la sua prima lettera alle

Chiese del Ponto, della Galazia, della Cappadocia, dell'Asia e della Bitinta. Nulla di tutto ciò può far meraviglia, poiché i cristiani ben sapevano che i loro capi immediati avevano ricevuto dagli apostoli una comunicazione d'autorità e che perciò questi capi locali restavano soggetti agli stessi apostoli e, per essi, a Cristo, che li aveva scelti, e a Dio stesso.

Prendiamo un cristiano della fine del primo secolo. Egli vuoi essere unito a Cristo, perché Cristo viva in lui; perciò si preoccupa di restare unito al corpo di Cristo, cioè alla Chiesa; sta attento per non sbandarsi dal gregge a conservare la tradizione degli apostoli; quando viaggia s'informa del successore legittimo degli apostoli, che governa la chiesa locale. Uno tra i criteri più semplici consiste nell'informarsi sul nome del capo che è in comunione con la Chiesa di Roma. Più passano gli anni e più diviene facile distinguere quest'amata gerarchia. Sempre vi furono intriganti, pseudoapostoli senza mandato; San Paolo li smascherò con veemenza, e più tardi le Chiese potevano facilmente condannarli. Costoro avranno dei discepoli; e il grande argomento che verrà loro opposto sarà il carattere gerarchico e apostolico della vera Chiesa.

Quale dottrina bisogna scegliere? quale morale praticare? Il cristiano primitivo lo sa come il cattolico di oggi, non fidandosi delle sue ispirazioni individuali, ma consultando " il glorioso e venerabile canone della nostra Tradizione ", come diceva Clemente romano, aggiungendo che questa Tradizione era custodita dalla Gerarchia ecclesiastica.

Anche qui per i nostri liberi pensatori è indifferente che la dottrina primitiva si sia corrotta nel corso dei tempi, ma devono almeno ammettere che nella Chiesa primitiva nessuno condivideva la loro indifferenza. Perfino l'eretico, perfino l'eresiarca era un fervente, un ardente, spesso un convinto.

8. La lettera agli Ebrei. - La questione dell'origine paolina di questa lettera è troppo delicata per poterla esporre e tentare di risolverla nel breve spazio a nostra disposizione. La soluzione ci sembra vicina alla seguente posizione: Paolo, ancora prigioniero a Roma, incaricò un suo discepolo di redigere la lettera che indirizzava alle chiese di Palestina. Chiunque sia il discepolo, Clemente, Luca, Barnaba, Apollo, Aristione o altri, resta il fatto che la garanzia apostolica fece accogliere la lettera come regolatrice della fede e riconoscere fin dall'origine come facente autorità. Solo più tardi in Occidente subì una eclissi, un momentaneo discredito, che si spiega con ciò che essa dice sull'impossibilità di rinnovarsi con la penitenza (6, 4-6): la vera esegesi del passo dimostra che essa non nega la possibilità d'una conversione dopo l'apostasia, né la legittimità del sacramento della penitenza; però l'autore, con lo stile franco e assoluto abituale ai semiti, dice semplicemente che i ministri del Vangelo, con i mezzi ordinari di conversione, non possono ricondurre gli apostati volontari. È quanto costatiamo purtroppo ogni giorno: l'empietà di questi infelici vorrebbe annientare quel Dio che essi hanno abbandonato. Ma quando ritornano, la Chiesa li assolve e, se fanno penitenza, toglie loro la scomunica.

§ 4. - I Vangeli.

I Vangeli in generale. - Del Vangelo, abbiamo più di 2.300 manoscritti greci, oltre quaranta dei quali hanno più di mille anni; inoltre vi sono oltre 1500 lezionari, che contengono la maggior parte del testo dei Vangeli distribuiti in lezioni per l'anno; ci sono 15 versioni in lingue antiche, che te stimoniano per il testo greco letto dai traduttori. S'aggiungano innumerevoli citazioni dei Padri antichi, che in realtà sono frammenti di altri antichi manoscritti andati perduti. La massa dei materiali è schiacciante " (11). "I 7/8 dei tenore verbale del Nuovo Testamento sono fuori discussione; 1 ultimo ottavo in gran parte consiste in modificazioni nell'ordine delle parole e in varianti insignificanti. Infatti le varianti che toccano la sostanza del testo sono pochissime e si possono valutare a meno di 1/1000 del testo" (Hort). E postumo dire che il testo critico pubblicato dal Nestle o dal P. Lagrange nella sua Synopsis evangelica ci da quasi il perfetto testo redatto dagli evangelisti sui loro rotoli di papiro. Le scoperte della scienza in questi ultimi tempi hanno ulteriormente confermato il valore del nostro testo critico.

Perciò noi abbiamo il Vangelo in greco tale e quale fu scritto. Ma da chi venne scritto? .

Il Vangelo venne scritto da quattro autori distinti, e su questo punto la tradizione è unanime, e lo conferma irresistibilmente lo studio diretto dei quattro librétti.

Il primo è composto con grande forza e non senza un interessante sottigliezza da un semita, che si rivolge a semiti

II secondo ad ogni pagina tradisce la mano d'un autore assolutamente inimitabile. .

Il terzo ha un carattere letterario più visibile, lascia facilmente scoprire
le sue intenzioni, segue un metodo che s'avvicina chiaramente a quello degli
scrittori ellenistici. ...

Il quarto ha risonanze profonde, che suscitano emozioni intense e riproduce solo a metà il pensiero troppo ricco. L'autore ha profuso sul suo papiro tutta l'animazione della vita reale e sublime di Gesù; i suoi sottintesi sono rivelatori quanto il testo. Egli è un teste oculare della prima ora.

Ogni evangelista cammina senz'arresti verso uno scopo preciso, seguendo un piano d'insieme. Luca inoltre possiede l'arte delle preparazioni, che piace tanto a un lettore attento.

L'ordine, la scelta dei materiali in un disegno determinato " tradiscono giustamente un'opera personale. La potenza creatrice d'una collettività non è sempre negabile, ma non si deve invocare senza molta precauzione. Spesso viene introdotta come un attore compiacente e le si assegnano tutte le parti, ma uno studio attento la riconduce alle attribuzioni che le sono proprie. Essa agisce certamente e potentemente in un movimento religioso come il cristianesimo primitivo, ma come un'atmosfera calda, eccitante, propizia all'esplosione di forti sentimenti e d'espressioni entusiastiche, ma non supplisce mai gli agenti personali nella creazione di grandezze definite e nella formulazione di determinati pensieri. La ricchezza della vita collettiva favorisce, ma non crea le opere intellettuali" (12).

(11) Strebter, The Foia Gospels, London 1924, p. 33-
(12) L. de Grandmaison, 0. e, t. I, p. 49.

Gli autori del Vangelo non cercano affatto di attirarsi l'attenzione, sono costantemente soggetti al loro oggetto, sanno che dopo il passaggio di Gesù sulla terra " basta raccontare o riprodurre esattamente per ottenere l'effetto voluto, perché le parole e gli atti del Signore valgono per se stessi e si manifestano come irreformabili. I Vangeli quindi, più che apologie, sono epifanie, che mirano a nutrire la fede, a comunicarla con il contagio vitale, a sviluppare il geme preesistente in coloro che ne sono capaci e degni Non sono un'arringa, ma un'esposizione, un riassunto tradizionale e incompleto della Buona Novella " (13).

Conformità dei Vangeli con il Vangelo degli apostoli. - Lo stile ordinario del primo e del secondo Vangelo è evidentemente quello della catechesi. Bisogna aggiungere che è uno stile da catechesi apostolica, e soprattutto questo li distingue dai vangeli apocrifi, eccetto il Vangelo di Pietro, che s'ispira costantemente ai nostri Vangeli canonici e ne riproduce fatalmente la maniera. I racconti di Matteo e di Marco hanno una caratteristica sobrietà di forma, unita alla pienezza del contenuto, che rivela completa sicurezza e perfetta modestia da parte dello scrittore. Questi è certo tanto della verità che racconta come dell'accoglienza fiduciosa che gli farà il lettore. La duplice certezza si basa evidentemente sull'eccezionale valore di testimonianza, la quale può solo essere quella degli apostoli, di coloro che hanno seguito Gesù e sono diventati " ministri della parola ".

Matteo si è tracciato un piano ordinato in vista di fini precisi; Marco invece no, e possiamo dire che fu per lo stesso motivo, cioè per ^trasmettere fedelmente la catechesi apostolica e renderla facilmente trasmissibile ai neofiti. Marco era soltanto discepolo, ma discepolo del capo degli apostoli, ed è attento a rendere fedelmente ciò che il suo maestro era solito dire; la sua descrizione è viva e vivente, alle volte ridondante, per il timore di non evocare abbastanza. Matteo da solo possedeva la maggior parte della catechesi, e la dispose in vista dell'effetto d'insieme che si riprometteva di produrre sullo spirito dei giudei o dei cristiani venuti dal giudaismo. Snaturare i fatti significava esporti ai violenti contrattacchi dei farisei e del popolo, che resta loro attaccato.

Abbiamo due conferme di questa fedeltà all'insegnamento apostolico:
1.o l'accoglienza unanime fatta dalla Chiesa a questi Vangeli;
2.o la somiglianzà esistente tra essi e i discorsi di Pietro, riportati da Luca negli Atti.

Anche il terzo Vangelo è l'eco fedele dell'insegnamento degli apostoli. Qui l'autore si sente obbligato a giustificare la sua opera, perché si scusa di prendere la penna, pur non essendo né apostolo, né compagno abituale dei Dodici. Luca nella Chiesa è conosciuto e amato come l'aiutante e il medico di Paolo, e si sa che Paolo stesso ha " ricevuto " quello che ha insegnato riguardo ai fatti e ai gesti del Salvatore, come dice e ripete specialmente nella prima lettera ai Corinti. Così Luca si è dato premura d'interrogare i a testi oculari ", che in alcuni casi scelse nel seguito degli apostoli, e di cui nessuno pensa di mettere in dubbio la parola. Pare ad esempio che Luca abbia conosciuto la psicologia d'Erode Antipa da Susanna, la moglie di Cuza, intendente del tetrarca. Possiamo credere che Marta o Maria abbia raccontato l'episodio che localizza in un " certo borgo ", quasi non volesse scrivere Befania, per non tradire le confidenti del Maestro divino.

(13) L. db Grandmaison, ivi, p. 53.

Il quarto Vangelo poi è fatto unicamente dei ricordi d'un apostolo; ricordi lontani nel tempo, ma così spesso evocati nel cuore e nello spirito dello scrittore, che uniscono la precisione di certi particolari all'imprecisione dell'insieme, avvolto nell'alone delle ricordanze. La cornice è un po' sconnessa, la tela qua e là è screpolata, ma il volto di Gesù ha conservato la sua maestosa serenità.

In sostanza i nostri quattro Vangeli scritti sono proprio conformi al Vangelo degli apostoli, a ciò che essi raccontavano e a quello che ordinariamente non raccontavano ai catecumeni, ma meditavano lungamente dopo la dipartita del loro Maestro divino:

I sinottici. - II Vangelo secondo San Matteo. - Cerchiamo di penetrare nell'anima dell'apostolo San Matteo quando cominciò a scrivere il libro aramaico, del quale abbiamo una traduzione greca anteriore all'anno 70.

Personalmente sono propenso a riportare molto indietro (tra il 30 e il 44) la composizione di Matteo, che si mostra prepaolino e pregiudeocristiano. Ha unicamente lo scopo di " sostenere i discepoli di Cristo nella loro fede, sia difendendola contro gli attacchi dei giudei, sia mettendo in luce l'insegnamento di Gesù; in lui i fatti sono condotti solo per servire alla manifestazione d'una dottrina "; conosce molto a fondo la catechesi orale, che ha praticato vari anni sotto la direzione di San Pietro. Forse ne ha già fissato qualche elemento per iscritto.

Ora si è tracciato un vasto piano d'insieme, bene studiato, ben ragionato; prevede cinque grandi discorsi del Maestro, dei quali ha il ricordo generale e nei quali inserirà altre parole di Gesù riguardanti gli stessi punti di dottrina, per esempio la preghiera; raggrupperà dieci miracoli, che serviranno ad autenticare la dottrina, ecc.

Come genere letterario adotterà quello dei detti: una frase di Gesù verrà messa nella sua cornice esplicativa, poi si passerà a un altro insegnamento, avendo sempre cura di sottolineare il valore dimostrativo dei fatti, poiché si tratta di aiutare i catechisti di lingua aramaica.

Matthaios è la forma grecizzata dell'ebraico Mattai o Mattnai, abbreviazione di Mattanyah, che significa dono di Ya, come Teodoro significa dono di Dio. San Matteo era un pubblicano (un agente delle dogane o del dazio) nell'importante città di Cafarnao; fu chiamato da Gesù mentr'era occupato nel suo lavoro. Dopo la resurrezione di Cristo evangelizzò i giudei di Palestina e redasse in lingua aramaica il riassunto della catechesi degli apostoli. Non si può determinare se egli si sia recato in Etiopia o in Persia, e ignoriamo la data della sua morte.

Papia, vescovo di Gerapoli nell'Asia Minore, verso il 125 scriveva: "E l'Anziano (si tratta di Giovanni, l'Anziano, discepolo di Giovanni l'Evangelista) diceva anche questo: Marco, diventato l'interprete di Pietro, scrisse diligentemente quanto ricordava, senza un piano prestabilito (scriveva puramente e semplicemente), ciò che Cristo aveva detto o fatto. Egli infatti non aveva sentito, né accompagnato il Signore, ma più tardi come già dissi, seguì Pietro, il quale faceva le sue didascalie secondo il bisogno del momento, senza la preoccupazione di mettere in ordine le parole del Signore. Quindi Marco non sbagliava scrivendo le singole cose come le ricordava, preoccupato com'era di non tralasciare nulla di ciò che aveva sentito (raccontare da Pietro) e di non introdurre alcun errore... Quanto a Matteo, egli in lingua ebraica coordinò i detti (logia) del Signore e ciascuno li interpretò com'era capace di fare " (in Eusebio, Hist. eccl., HI, 39).

Fino al principio del secolo xrx si disse unanimemente che Matteo aveva scritto il nostro primo Vangelo, o meglio, il libro aramaico, di cui il primo Vangelo canonico è la traduzione greca.

Per primo Schleiermacher emise l'ipotesi che l'apostolo avesse soltanto composto una raccolta delle parole di Gesù. Ma l'ipotesi è inammissibile perché:
1.o ìreneo ed Eusebio, che possedevano l'opera di Papia, non fecero mai nessuna distinzione tra i a logia a del Signore e il nostro Vangelo integrale;
2.o Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano, che rappresentano una tradizione indipendente da quella di Papia, attribuiscono tutto il Vangelo a Matteo;
3.o non c'è traccia di sorta dell'esistenza d'una raccolta delle sole parole del Salvatore; 4.o Sant'Ireneo indica il Vangelo con l'espressione " i logia del Signore "; Papia parla allo stesso modo, e per lui l'opera di Matteo è simile a quella di Marco. L'unica differenza sensibile è quella di ordinare dò che Marco si accontentava di riportare secondo che ricordava; però il contenuto è lo stesso e i " logia " del Signore indicano quello che il Signore " disse o fece " quand'era sulla terra.

Tutto ciò non infirma l'ipotesi che esistesse una scelta di testi fatta in greco dopo il primo Vangelo aramaico, conosciuta da San Luca e da colui che, più tardi, fece la traduzione completa dell'opera di San Matteo. Questo gradino permette di spiegare certe somiglianze verbali tra il terzo e il primo Vangelo, e per questo esso ha autorità, anche se non interessò quelli che ci hanno assicurato dell'identità sostanziale del Matteo greco con l'originale che egli aveva nelle mani.

Più si legge il primo Vangelo e più ci colpisce lo stato d'animo di chi lo ha composto e redatto, poiché la composizione è un capolavoro e la redazione è perfettamente conforme allo scopo dell'autore.

Sono convinto che sia possibile dimostrare che l'autore fu testimonio oculare della maggior parte dei fatti che narra, il che rende sempre più degna di nota la sua cura d'essere oggettivo, meglio ancora, la sua attenzione concentrata sul valore argomentativo dei fatti. Si direbbe che egli rinuncia all'incanto della scena descritta e sacrifichi la maggior parte delle circostanze che non aiutano a sottolineare la portata dell'avvenimento. Scrivendo non conserva nei suoi ricordi la cornice pittoresca dell'episodio, ma ascolta il Cristo, ascolta San Pietro, che narra l'episodio centinaia di volte e da alla catechesi la sua forma quasi ufficiale.

Un tale atteggiamento è più psicologico di quanto si creda. Riguardo ai Luoghi Santi la Scuola Biblica a Gerusalemme aveva quello che potremmo chiamare una dottrina, che veniva trasmessa istintivamente, seguendo una forma stereotipata; maestri e allievi tenevano ai visitatori un linguaggio quasi identico. Certe formule s'imponevano e chi le usava s'assicurava una maggior fedeltà a ciò che era creduto verità storica. Non importava che vi fossero prima di tutto scoperte individuali, poiché chi per primo aveva letto, ad esempio, un'iscrizione, non si fermava alle circostanze della scoperta, ma ne dava la traduzione ricevuta e ne segnalava la relativa importanza. Allo stesso modo il Collegio apostolico si sentiva in possesso d'un tesoro dottrinale comune, destinato ad arricchire tutti gli uomini di buona volontà; il catechista poneva tutto se stesso al servizio della catechesi; e tale docilità spiega la concordanza tanto frequente delle formule di Marco con quelle di Matteo, poiché entrambi si fanno eco di Pietro.

Marco tuttavia scrisse con maggior semplicità e si è lasciato cattivare dall'incanto dei racconti; si rappresentò il divino Maestro, ne ritenne i gesti e gli atteggiamenti, nonché le espressioni dei sentimenti; invece Matteo vuole stabilire con i fatti che Gesù ha adempiuto bene il suo compito di Cristo atteso e che i giudei ebbero il grande torto di non riconoscerlo.

Il Vangelo secondo San Marco. - È un libretto che, nell'edizione del Nuovo Testamento del Nestle, occupa una cinquantina di pagine e si può facilmente leggere in una sola mattinata. Chi è l'autore?

" La tradizione della Chiesa primitiva è unanime nell'attribuire il secondo Vangelo a San Marco, e i critici moderni, compresi i più radicali, non contestano l'attribuzione. La tradizione attesta anche lo stretto vincolo che univa a San Pietro San Marco, il quale nel suo Vangelo ci ha trasmesso la catechesi del capo degli apostoli " (P. Huby).

" San Luca scrisse dopo San Marco, che conobbe a Roma. D'altronde vi sono motivi, se non decisivi, almeno molto probabili per pensare che gli Atti degli Apostoli, composti dopo il terzo Vangelo, furono terminati verso il 63, e questo riporta a una data un po' anteriore la redazione del secondo Vangelo " (id.), cioè a una trentina d'anni dopo i fatti.

In questi racconti, " presi dal vivo " (Renan), troviamo a la manifestazione di Gesù Messia e Figlio di Dio, quale si è rivelato con le parole e più ancora con la condotta " (P. Huby).

Questo Vangelo è come il diamante, che non si può intaccare né dividere, e per conservarne una parte bisogna prenderlo tutto intero, e per rigettarne una riga è necessario rigettarlo tutto quanto. Tale unità gli è connaturale e gli viene dal suo stesso essere. Il secondo Vangelo è uno, come Marco che lo scrisse, come Pietro che l'aveva narrato, come Gesù che lo aveva vissuto.

In apologetica è un punto strategico di valore primario; è il centro di resistenza che permette di riorganizzare tutto il fronte e di riprendere la controffensiva vittoriosa. Malgrado questo, il nemico dirà di non essere mai stato vinto; ma l'essenziale è che sia stato vinto.

Il Vangelo secondo San Luca. - Composto e pubblicato prima degli Atti degli Apostoli, quindi avanti la primavera del 63, il terzo Vangelo è il più " storico " o, se si vuole, il più storiografico di tutti; e questo sia detto come argomento ad hominem per quegl'increduli che sospettano della dialettica di Matteo, del naturale di Marco, della profondità di Giovanni.

Luca promette di scrivere con ordine, e l'ha cercato prima di scrivere: ordine dei fatti non solo nella successione cronologica, ma specialmente nella loro connessione, nel mutuo rapporto. Così il racconto dell'infanzia riposa " tutto quanto sulla concezione verginale e l'origine divina di Gesù " (14); e questo punto dell'insegnamento, ricevuto da tutti i catecumeni, meritava d'essere presentato " con ordine " e non disordinato come le informazioni raccolte dallo storico. Luca, aiutato in ciò da Maria, studiò attentamente, confrontandoli tra loro, tutti i fatti dell'infanzia del Salvatore. Com'è evidente, conobbe il Vangelo di Marco e lo accolse in quanto proveniva da Pietro; raccolse altre informazioni sulla missione in Giudea del secondo anno del ministero di Gesù.

(14) Lagrange, Rame biblique, 1895, p. 171 ss.

" In questo modo Luca ha tutta una parte propria, un tesoro inestimabile, ma meno circostanziato di quello che accadde sulle sponde del lago " (15). Per un momento avevo pensato che Luca avesse trovato questo nel Vangelo di Marco, oggi incompleto, ma ora vedo troppo bene che manca al lungo passo a quella visione dei luoghi, quella precisione sulle circostanze e gli attori del dramma, che erano il dono di San Pietro " (16).

Valore storico dei Vangeli sinottici. - Nel suo libro L'Essenza del Cristianesimo, A. von Harnack scriveva: " I Vangeli non sono "scritti partigiani"... Per l'essenza del contenuto appartengono ancora al periodo primitivo od ebraico del cristianesimo, a quel breve periodo che potremmo quasi dire paleontologico. È gran ventura che la storia ci abbia conservato notizia di quei tempi... Il carattere originale degli evangeli è oggi concordemente riconosciuto dalla critica... È indubitabile che in quanto è sostanziale non abbiamo qui una tradizione di prima mano ".

La quale tradizione primitiva lasciava unite le parole e le azioni di Cristo e dei suoi contemporanei. Solo più tardi si penserà d'isolare gl'insegnamenti del Salvatore per farne oggetto d'uno studio particolare, che obbligherà a richiamare il fatto che servì di contesto o di pretesto all'insegnamento. E i verbo, Verbi sono intelligibili solo come parziale manifestazione della grande rivelazione, che era l'Incarnazione stessa del Verbo eterno di Dio.

Le parole, specialmente quelle d'una persona amata, ordinariamente si riportano con più esattezza e con fedeltà più minuziosa delle azioni.

" Insegnamenti come quelli di Cristo, per il loro rilievo, la novità, l'adamantina limpidezza, portano in se stessi la prova della loro origine " (17).

" Aggiungiamo che la natura delle controversie, la posizione delle questioni, le allusioni offrono legami sottili con tutto ciò che sappiamo dello stato degli spiriti, dei partiti e dei costumi d'una data epoca" (18).

I fatti vengono presentati con tanta buona fede, che è impossibile immaginare una trasformazione volontaria della loro sostanza. Malgrado lo stile molto uniforme, conservano una grande varietà, un forte sapore d'imprevisto, dovuto alla loro individualità concreta. Si trova la libertà umana e si scopre quella divina, che s'inserisce nella trama dei costumi locali e delle abitudini del tempo. " Gesù vivo tratta con uomini vivi; attorno a lui vediamo agitarsi un mondo reale; i personaggi disegnati hanno il rilievo della loro esistenza e del loro carattere individuale; ovunque ivi è la vita e con essa la verità della rappresentazione storica" (19).

Come scriveva il P. Huby, " gli evangelisti non avevano pensato di scrivere una biografia come la concepiscono i moderni, con la cura scrupolosa delle precisazioni cronologiche e topografiche; essi erano soprattutto preoccupati di mettere in luce il valore religioso della vita di Gesù, scegliendo scene che avevano in se stesse il loro insegnamento " (20). Ciò non impedisce che questa vita sia trascorsa tutta quanta sul suolo palestinese, sotto il governo di Ponzio Pilato

(15) Id., VEvangile de Jésus-Christ, p. 5.
(17)
L. de Grandmaison, 0. e, t. I, p. 119.
(19)
A. Loisy, Le quatrième évangele, Parigi, 1903.

II ministero di Gesù seguì immediatamente quello di Giovanni e possiamo stabilirne i principali momenti e approssimativamente anche la tragica fine.

Alcune teorìe recenti sull'origine dei Vangeli.

- 1. Il modernismo, che dal P. de Grandmaison venne definito come una " transizione tra un razionalismo assoluto, ma non dichiarato, ed elementi di tradizione cristiana autentici, ma abbandonati all'arbitrio incontrollato della critica soggettiva", vuoi vedere una distinzione tra il Gesù della storia e il Cristo della fede che spesso giunge all'opposizione. La pretesa antinomia è un'invenzione di spiriti che sentono un invincibile malessere nel constatare gli splendidi interventi di Dio nel succedersi dei fatti. Dicendo " splendidi " non indico soltanto i grandi miracoli, gli eventi capaci di commuovere i popoli, ma gli atti divini segnati da un'inconcepibile condiscendenza, i fatti e i gesti del Verbo incarnato, che si mescola alla folla dei peccatori e riceve gl'insulti dei farisei, che sperimenta la fatica e la fame, agonizza nel Getsemani e riceve una corona di spine. La bellezza e il valore morale di tali meraviglie non sfuggivano ai modernisti, ma preferivano vedervi qualcosa di diverso dalle realtà accadute sul suolo palestinese, cioè simboli inventati dalle generazioni cristiane per esteriorizzare la loro fede.

Rispondiamo che solo il Cristo della fede è quello della storia; e per provarlo non crediamo affatto che sia necessario leggere i documenti con gli occhi della fede del carbonaio. Leggiamoli pure salvando i diritti della critica; teniamo conto di tutti i dati storici e, se quest'affermazione dei documenti e quell'evocazione dei monumenti è più povera o più ricca di quanto immaginavamo, inchiniamoci.

2 I mitologi..., non senza ragione, fanno osservare come la genesi della fede cristiana, in cosi breve lasso di tempo, sarebbe inverosimile se, come suppongono i liberali e gli escatologisti, Gesù fosse stato soltanto un semplice mortale, innalzato alla dignità divina da alcuni discepoli illusi " (P. Braun). Essi conservano il Dio, ma dimenticano l'uomo; noi conserviamo l'Uomo-Dio e la manifestazione dell'Uomo-Dio. Questo è il Vangelo stesso, l'impareggiabile Buona Novella che spiega la genesi della fede cristiana in un tempo tanto
breve. L'esistenza storica di Gesù al tempo di Tiberio, la sua morte violenta, la resurrezione gloriosa furono osservate più attentamente dell'apparizione d'una nova nella volta celeste. Ma come gli astronomi sono quasi gli unici a continuare ad osservare la nova, cosi le anime di buona volontà hanno potuto appassionarsi " per ascoltare, considerare, esaminare, toccare " quanto circondava il Verbo della vita (cf. 1 Gv., 1, 1), senza che i politici, gli storiografi, i prudenti, gli abili si degnassero di prestarvi attenzione.


Le altre teorie sull'origine dei Vangeli. - È domma ormai vecchio della critica " indipendente " che Matteo e Luca dipendano da Marco e da una fonte sconosciuta, che viene chiamata " la Fonte "; venne anche creato un Proto-Marco o Marco originale, riprodotto da Matteo e da Luca. Ma ormai si riconosce che il Proto-Marco è una chimera.
La tradizione primitiva e lo studio diretto del problema sinottico (problema delle concordanze e delle differenze che tutti possono constatare fra i tre Vangeli sinottici) ci allontanano da questa pretesa " Fonte " dei moderni. La soluzione più semplice si può riassumere in questo schema:

Gesù

Gli apostoli (presieduti da Pietro)

Ma. Me R. Le Mt.


L'unica parte ipotetica è il nostro R. o Raccolta desunta dall'originale ara-maico di San Matteo (Ma.) e utilizzata da San Luca e dal traduttore greco di San Matteo. L'esistenza dell'originale aramaico del primo Vangelo è troppo bene attestata perché se ne possa dubitare.

Marco è un'opera perfettamente unitaria, che si fonda sulla catechesi romana di Pietro, la quale non poteva differire molto dalla catechesi palestinese organizzata dallo stesso Pietro prima di venire a Roma.

Nel 1911 Harnack si decise apertamente per l'unità di composizione degli Atti degli Apostoli, il cui autore è Luca, che è anche l'autore del terzo Vangelo. E siccome Luca dipende da Marco, vediamo l'antichità dei Vangeli riprendere diritto di cittadinanza nel campo della critica. Torrey riporta Marco al 40.

Il " metodo della storia delle forme ". - È un metodo che consiste nel " legare alcuni caratteri degli scritti del Nuovo Testamento a forme più o meno letterarie o popolari adottate nel giudaismo e nell'ellenismo ". Se lo sforzo di chi lo applica si fermasse qui, sarebbe solo degno di lode, poiché ci sono a forme, sorte dallo spirito umano " identiche dappertutto: si distinguono le massime o pensieri, gli " apoftegmi " o motti di spirito, ordinariamente riportati con le circostanze in cui furono lanciati, e i " detti " o racconti ordinariamente allacciati al genere delle " memorie ", che non erano autobiografiche, ma relazioni delle azioni e delle massime di qualche personaggio illustre. Quest'unione di fatti e di parole conveniva in modo ammirabile all'uditorio degli apostoli. Si stava attenti a ripetere esattamente le parole di Gesù, si evitava di variare troppo il modo di raccontare i fatti. Sarà sempre utile leggere il Vangelo rappresentandoci il catechista mentre parla ai neofiti, facendo loro conoscere le scene principali della vita del Salvatore.

I partigiani di questo metodo ebbero il grave torto d'aver posto a al punto di partenza delle ricerche storiche l'affermazione che la tradizione fu creata
dalla comunità " (21).

Il che alla fin fine sopprime il sole e attribuisce tutta la chiarità del giorno alle nuvole, che non creano la luce, ma la ricevono e la rimandano e, anziché accrescerla, la filtrano col pericolo d'offuscarla. Una comunità di uomini ordinariamente esiste soltanto attraverso raggruppamenti progressivi intorno a una personalità e, se diviene missionaria, è perché si sente attaccata alla dottrina del maestro; se pubblica manifesti, cerca d'esprimere il pensiero del capo e queste pubblicazioni il più delle volte sono ufficiali. L'autorità le compone, le sorveglia, le corregge, le ritratta e le condanna; in ogni caso reagisce tutto il gruppo, che freme quando vede tradito il pensiero dell'amato maestro. È evidente che talvolta l'immaginazione concorre ad abbellire il dato primitivo, a supplire le lacune dell'informazione; dal seno stesso della comunità sorgerà una fioritura di scritti apocrifi che saranno letti, talvolta anche appassionatamente, me se ne conosce bene l'origine e il carattere. Il titolo dell'opera non farà nessuna impressione: Vangelo di Pietro suonerà falsamente all'orecchio dei primi cristiani e dei loro pastori.

L'errore del " metodo della storia delle forme": - La giovane scuola studia la formazione della tradizione evangelica letteraria, ma la studia male.

(21) O. Cullmann, Les recente* ibtdes sur lajormation de la traditimi évangélique, studio apparso nella Renne d'histoire et de philosophie religieuse di Strastmrgo.


A. Essa non vuole che un Vangelo (p. es. quello di Marco) sia stato scritto da capo a fondo da un solo autore (San Marco), perché, dicono, prima c'erano piccoli brani di racconti popolari senza cornice; il redattore (p. es. Marco) creò la cornice, che non ha niente di storico.

Risposta: Ognuno dei nostri Vangeli ha la propria unità e uno studio minuzioso permette di rilevare i procedimenti, lo scopo, il piano, il metodo dell'autore. Ma la composizione non è paragonabile a quella d'un tragico greco o di un favolista latino, poiché l'evangelista utilizza dati orali o scritti che sa garantiti dai " servi della parola " e, senza limitarsi all'ordine cronologico, intende rispettare la cornice di ciascun fatto o di ciascun gruppo di fatti; osserva e non scrive nulla prima di aver ritrovato Gesù stesso nella sua vita terrena. In questo modo non è possibile notare qualche inesattezza topografica o altro. Le parole del Maestro sono coerenti tra loro, le azioni sono coerenti tra loro, le une e le altre s'accordano. Marco ebbe anche l'insigne fortuna di assistere alle catechesi di Pietro a Roma, che assomigliavano a quelle che lo stesso Pietro aveva organizzato e controllato a Gerusalemme.

B. La Scuola ci dice che la comunità cristiana creò la tradizione orale cristallizzata nei nostri Vangeli. Così, per legittimare il battesimo cristiano, fu inventato il racconto del battesimo di Gesù.

Risposta: Pura ipotesi. Non c'è nessuna specie di traccia che permetta di applicare questa genesi a una sola riga del Vangelo. L'ipotesi è anche assurda e non offre affatto interesse di sorta per guidare lo studio storico delle origini cristiane. Non nego l'accordo tra le idee della comunità cristiana e quelle del Vangelo: il racconto degli Atti degli Apostoli, anche se poco esteso, permette di affermare che le comunità primitive nell'insieme erano vere comunità evangeliche; non erano perfette; talora ascoltavano predicatori diversi dagli apostoli, ma erano innegabilmente docili e il Vangelo orale, predicato opportune et importune, riusciva a modellarle. Non furono esse a modellare il Vangelo orale: se avessero osato fare questo, attorno al Mediterraneo sarebbe sorta una bella selva di dottrine!

All'origine d'ogni moto religioso c'è sempre una o due forti personalità. Il cristianesimo ne ebbe una sola in Cristo. Gli apostoli poi, e perfino Paolo, si erano troppo legati, anima e corpo, a Cristo, per osare porre un fondamento diverso da quello che avevano trovato. È facile riscontrare ad ogni pagina evangelica il segno impresso dalla mano di Cristo sulla sua opera; lo si vede, lo si sente, o meglio si vede e si riconosce il suono della sua voce.

E come si può pretendere che in così pochi anni le comunità cristiane abbiano potuto sognare i nostri Vangeli? È inammissibile che le dottrine, die troviamo nelle lettere di San Paolo e nei Vangeli, siano sorte in vent'anni dalle comunità e si siano imposte a tutti. Non c'era ancora la radio, e anche se ci fosse stata, gli speakers non avrebbero trovato chi ci credesse.

Il più semplice buon senso invita a cercare il fatto soprannaturale prima della fede, la crocefissione del Figlio di Dio prima della fede in quest'atto d'amore e tutto il contenuto del Vangelo prima delle fede in questo stesso contenuto tanto diverso dalle immaginazioni popolari, tanto semplice e ricco, umile e bello, calmo e profondo. Qui c'è il dito di Dio.

C. I racconti evangelici sono il riflesso delle funzioni della comunità cristiana.

Risposta: Pura e assurda ipotesi. Simili tentativi di spiegazione non hanno concluso e non possono concludere nulla. "I partigiani della a storia delle forme " per quanto credano di risalire indietro, all'alba delle origini cristiane, ci fanno vedere una credenza immobile e fissa nella resurrezione del Salvatore " (P. Braun). Anche noi risaliamo a quest'altezza, ma la nostra fede incoraggia la nostra scienza storica a continuare, poiché spieghiamo questa credenza con l'invincibile testimonianza degli apostoli e dei discepoli. Solo perché Gesù era Dio, solo perché era risorto ed era riuscito a farlo credere ai suoi discepoli immediati, questi poterono suscitare una credenza così ferma e così fissa a verità tanto trascendenti. Il fiume studiato dalla Scuola della storta delle forme scaturisce et dal trono di Dio e dell'Agnello ", e ciò spiega perché sulle sue sponde ci siano boschi vivi, che danno frutti tanto belli fin dal primo mese dell'anno, cioè dal principio del cristianesimo.

Il quarto Vangelo.

- La tradizione antica afferma l'origine apostolica del quarto Vangelo, e anche se non avessimo nessuna testimonianza del secondo secolo, il solo fatto che questo libro fu accolto da tutte le Chiese, come i Vangeli sinottici, proverebbe che si presentò ad esse con le stesse garanzie d'apostolicità.

A più riprese l'autore indica se stesso come " il discepolo che Gesù amava "; e questo significa l'apostolo preferito da Gesù tra i Dodici, l'amico intimo, che ebbe l'onore d'essere accolto da Cristo assieme all'apostolo Andrea, fratello dell'apostolo Pietro; fu testimone del colpo di lancia dato al cuore di Gesù sulla croce. Quest'apostolo non può essere altri che Giovanni, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il Maggiore.

Un indice che corrobora tale soluzione del problema è la cura dell'autore a non fare mai il nome di Giovanni, di Giacomo, di Zebedeo, di Salomé, che probabilmente è " la madre dei figli di Zebedeo " indicata dai sinottici come presente sul Calvario la sera del venerdì santo e la mattina di Pasqua. Si sarebbe potuto pensare che Giacomo fosse l'autore del quarto Vangelo, ma tutta la Chiesa sapeva che egli era stato martirizzato fin dal 44; e solo Giovanni poteva assumersi la responsabilità d'aggiungere un quarto volume al Vangelo di Gesù Cristo.

A chi fosse impressionato dal mito del martirio di Giovanni assieme al fratello, si dia la risposta del P. Lagrange nella sua introduzione l'Evangile selon saint-Jean (p. XXXIX-XLII) e del P. de Grandmaison nel suo Jésus-Christ (t. I, pp. 146-154).

A parte la pagina dell'episodio della donna adultera (Gv., 7, 58-8, 11), si deve certamente ammettere l'unità letteraria del libro, che ha uno stile unitario e unico nel suo genere. L'ispirazione è perfettamente inimitabile.

Quale lo scopo? Giovanni vuoi condurre i lettori, già iniziati alla dottrina evangelica, alla perfezione della fede; vuole completarne l'istruzione, renderne ferma la dedizione totale a Gesù Messia e Figlio di Dio. Egli " si presenta come teste di ciò che racconta, e vuole si creda che questo è accaduto e che si creda sulla sua parola " (22).

(22) L. de Grandmaison, Jésus-Christ, t. I, pp. 172-173.

Ora " l'esattezza geografica e storica " (P. W. Schmiedel) di questo libro diventa ogni giorno sempre più evidente, conforme alle scoperte archeologi-che in Palestina.

Anche le dispute sono conformi alla maniera rabbinica; " i dottori Gù-demann, Biicher, Schechter, Chwolson, Marmorstein hanno tutti dimostrato che il Talmud rende credibili particolari che molti esegeti cristiani erano propensi a mettere in dubbio. Il fatto più notevole a questo riguardo è la forza cumulativa degli argomenti addotti dagli scrittori giudaici in favore dell'autenticità dei discorsi del quarto Vangelo, specialmente se ricollocati nelle circostanze in cui Giovanni dice che furono tenuti " (23). Gli allievi arabi del Seminario greco di Sant'Anna di Gerusalemme talvolta sorridono alle nostre obiezioni di occidentali; né c'è da stupire se leggiamo un greco tanto corretto dovuto alla penna di un pescatore del lago di Tiberiade. « Un uomo comune, come Aqiba, doveva innalzarsi fino al magistero e fare scuola; un contadino, un pescatore, con la sola istruzione ricevuta in casa, poi nella scuola elementare che era presso ogni sinagoga, non solo sapeva leggere, scrivere e far di conto, ma, per mezzo dell'ebraico che gli veniva insegnato per comprendere la lettera della Scrittura, ne traeva un beneficio equivalente a quello che lo studio del latino liturgico può dare a un fanciullo cristiano. Concentrata attorno alla Bibbia, tale istruzione sviluppava potentemente il senso religioso: i salmi, molti dei quali venivano imparati a memoria, la recita ritmata e danzata dei più bei passi della Legge e dei profeti, il servizio delle sinagoghe, completavano l'opera dei meglio dotati " (24).

" La Provvidenza ci ha dato la prova incontestabile che, nei termini in cui lo possediamo, il Vangelo di Giovanni esisteva al principio del secondo secolo, allo stesso titolo dei sinottici", come dice la conclusione d'un articolo (3 maggio 1935) del P. Lagrange sul nuovo papiro evangelico trovato nell'estate del 1934. La conclusione viene corroborata dalla scoperta d'un papiro sul quale era scritto un brano del Vangelo di San Giovanni circa venticinque anni dopo la sua composizione.

§ 5. - Altri scritti del Nuovo Testamento.

Gli Atti degli apostoli.

- Il libro che porta questo titolo ha per autore l'evangelista Luca, come attesta la tradizione della Chiesa universale, che rimonta ai primi scrittori ecclesiastici, e come risulta dal carattere interno del libro considerato in se stesso o in relazione con il terzo Vangelo. L'affinità e la connessione dei due prologhi (Le, I, 1-4; At., 1, 1-2) rivelano nettamente questo fatto.

Luca è anche l'unico autore degli Atti, come si può dimostrare con argomenti critici desunti dallo studio della lingua, dello stile e della forma del racconto e come confermano l'unità di scopo e di dottrina.

Lungi dall'infìrmare la nostra tesi, i " Frammenti-noi ", come vengono chiamati i passi dove San Luca adopera la prima persona plurale, la confermano. Ora, se ci poniamo dal punto di vista storico o anche solo sul terreno della filologia, con questi frammenti si constata l'unità di composizione e l'autenticità di tutto quanto il libro.

(23) Abraham, Rabbinic Aids io Exegesis, p. 181.
(24) L. de Grandmaison, ivi, t I, pp. 184-185.

San Luca terminò la sua opera sulla fine della prima prigionia dell'Apostolo San Paolo a Roma, quindi probabilmente avanti la primavera del 63 o 62. Sul punto di mandare il suo libro a Teofilo, Luca si da premura d'indicare discretamente il proscioglimento di San Paolo o meglio ancora una specie di non-luogo, senza le formalità d'una comparsa davanti al tribunale. Nulla lascia capire che San Luca abbia scritto un terzo volume, e neppure che ne abbia mai avuto l'intenzione; come pure nulla ci fa sapere che la composizione del suo Vangelo e degli Atti degli Apostoli debba essere ritardata a un tempo di molto posteriore alla prigionia di Paolo, quasi che l'autore attendesse nuovi particolari sull'attività di Pietro e di Paolo.

Uno storico degno di questo nome può e deve utilizzare il libro degli Atti, perché è un documento storico di prim'ordine. L'autore ebbe sottomano fonti assolutamente degne di fede; le utilizzò con diligenza, probità e fedeltà, aiutato nel delicato lavoro dai ricordi personali. Noi gli accordiamo tutta la nostra fiducia:
1.o per le frequenti e facili relazioni avute con i primi e principali fondatori della Chiesa di Palestina, con San Paolo, l'apostolo dei gentili, del quale fu il collaboratore nella predicazione evangelica e compagno nei viaggi;
2.o per l'abituale sagacia e cura minuziosa nella ricerca dei testi oculari o nella personale osservazione;
3.o infine per l'ammirabile accordo che spesso constatiamo tra questo libro, le lettere di San Paolo, i documenti e i monumenti più solidi della storia generale.

L'autorità storica del libro non può venir messa in dubbio e nemmeno sminuita da questa o quella difficoltà sollevata or qua e or là dalla critica. È vero che vi si raccontano miracoli, ma che diritto abbiamo di rifiutare alla Chiesa nascente il potere di lasciarsi aiutare da Dio? Il Vangelo secondo San Marco termina con queste parole: I discepoli di Gesù a se ne andarono a predicare dappertutto, con la cooperazione del Signore, che confermava la loro parola con miracoli che accompagnavano " la Parola evangelizzatrice. E se il Signore Gesù aveva fatto miracoli postumi, era legittimo raccontarli, dopo averne accertata l'autenticità. Ci sono discorsi riportati in riassunto, e si pretende che siano un'invenzione di San Luca, o almeno un suo adattamento alle circostanze. Però l'adattamento sarebbe veramente riuscito troppo bene. E quand'anche l'autore si fosse permesso di scrivere ciò che, secondo lui, poteva aver detto un oratore, perché allora si riconosce a Tito Livio e a Tucidide un'autorità storica e si rifiuta poi di credere che San Paolo abbia parlato ad Agrippa o a Felice? Del resto lo studio minuzioso dei discorsi degli Atti rivela lo scrupolo di San Luca per scrivere soltanto ciò che sapeva essere vero. Si cercarono pure echi di disaccordi con la storia profana, con la storia biblica, e perfino con la storia di Luca in altri passi; però tali ricerche riuscirono solo a illuminare il valore storico dei libri di San Luca.

La lettera di San Giacomo. - " Sembra assolutamente certo che Clemente romano abbia conosciuto Giacomo e lo abbia tenuto nella massima stima, per regolare su di lui la sua dottrina sull'unione della fede e delle opere " (25). La lettera di San Giacomo è tutta morale e non servì molto alle controversie teologiche, " ma non decadde mai seriamente dal suo posto ".

(25) Lagrange, Hist. arte, ài Canon et JV. T., p. 37.

Venne redatta tra il 50 e il 62 ed è l'opera di Giacomo, il primo vescovo di Gerusalemme, " fratèllo del Signore ", cioè parente assai prossimo di Gesù. Si tratta di Giacomo il Minore, fratello di Giuseppe e figlio d'Alfeo e di quell' " altra Maria ", che troviamo sul Calvario assieme a Maria di Magdala. Giacomo non fu mai giudaizzante, perché per lui, come per San Paolo e tutti gli apostoli, Gesù era l'unico principio di salvezza. Venne martirizzato nel 61-62, come risulta dal testo di Giuseppe (Ant. Jud., XX, IX, 1).

Le lettere di San Pietro. - Si è d'accordo nel datare la prima lettera di San Pietro sulla fine del 63 o al principio del 64, e la sua autenticità è garantita da Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano, Eusebio e dall'antica versione siriaca. Papia e Policarpo se ne servirono e la leggeva il Pastore di Erma. L'autore chiama se stesso " Pietro apostolo ", " testimone delle prove di Cristo "; parla di Marco, che sappiamo discepolo di Pietro, e spesso allude alle parole e alle azioni del Salvatore.

La seconda di Pietro era nota a Policarpo e ai suoi corrispondenti, e solo più tardi sorsero dubbi a suo riguardo- Nel quarto secolo l'accettano quasi tutti gli autori, e già prima Origene parlava delle due "lettere di Pietro " e concedeva che la seconda era realmente opera di Pietro; Clemente Alessandrino l'aveva commentata. L'autore chiama se stesso " Simone, servo e apostolo di Gesù Cristo ", si dice testimone della trasfigurazione sul monte; la sua narrazione non è una copia del Vangelo scritto; si richiama alla sua prima lettera, parla di Paolo come d'un " fratello amatissimo ". Il fondo e la forma delle due lettere sono analoghi. Si pensi ora che la Chiesa respinse gli apocrifi, che si valevano del nome di Pietro, come il Vangelo e l'Apocalisse di Pietro; essa aveva quindi buoni criteri per distinguere gli pseudo-scritti e quelli autentici del capo degli apostoli.

Le lettere di San Giovanni. - L'autenticità della prima Joannis è troppo evidente per intrattenerci su di essa. Se il Comma Joanneum (5, 7-8: " in cielo il Padre, il Logos, lo Spirito Santo e questi tre sono uno solo, e sono tre quelli che rendono testimonianza sulla terra ") non è autentico, bisogna vederci una glossa marginale, che mirava a dare l'esegesi allegorica del versetto 8. La dottrina trinitaria non ci perde nulla, perché i testi autentici che la esprimono abbondano in tutto il Nuovo Testamento.

È meno facile assicurare l'autenticità e la canonicità delle altre due lettere. " Si riconosce uno stesso autore per tutte e tre dalla stessa dottrina e dallo stesso modo "; le testimonianze formali sono più antiche dei dubbi, e quelli che dubitano ammettono, loro malgrado, l'autorità anteriore almeno di una seconda lettera, poiché dicono che la prima è incontestata e incontestabile.

La lettera di San Giuda. - II titolo della lettera, il frammento muratoriano, Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano ci dicono che questa breve lettera è dell'apostolo Giuda Taddeo, fratello di Giacomo.

Scritta tra il 62 e il 70 o, più esattamente, tra la morte di Giacomo e il principio della guerra giudaica, quindi tra il 62 e il 66, pare sìa stata utilizzata da San Pietro quando scriveva la sua seconda lettera.

Si rimprovera a San Giuda d'aver citato un libro apocrifo. Ma che ne sappiamo noi? Giuda potè avere dalla tradizione orale quello che troviamo scritto nel libro di Henoc; in ogni modo Sant'Agostino non si scandalizza di


vedere un apostolo citare questo apocrifo, che forse per lui era un semplice argomento ad hominem.

L'autenticità dell'Apocalisse. - I dati del libro stesso e le testimonianze della tradizione militano in favore dell'autenticità giovannea dell'Apocalisse.

L'autore fa il proprio nome quattro volte (1, 1.4.9; 22,8) e si presenta come cristiano perseguitato ed esiliato nell'isola di Patmos, dove Tertulliano (De praescript., 36) e Origene (In Mt., 16,6) dicono essere stato relegato l'apostolo Giovanni; egli attesta come testimone e profeta (1, 2-3 e 22, 18-19) rivolgendosi a sette Chiese, e pare mirare a tutte le cristianità d'una provincia e anche a tutta la Chiesa universale; parla come chi ha un'autorità incontestata, ordinando di leggere in pubblico la sua circolare, e non riconosce ad alcuno il diritto d'aggiungervi o sopprimervi qualcosa. Simile autorità rivela un apostolo o un delegato d'un apostolo. Cosi San Paolo scriveva alle a Chiese di Galazia " o diceva ai Colossesi: a Quando avrete letto questa lettera, fate che si legga anche nell'assemblea dei Laodicesi e anche voi leggete quella che vi giungerà dai Laodicesi " (Col., 4, 16). a Quando Paolo era ancora in vita, per suo ordine circolavano le lettere nelle altre chiese " (P. Prat, La thèologie de saint Paul, 93). L'opera d'un falsario non avrebbe mai avuto il successo che la Chiesa primitiva accordò a quest'Apocalisse, successo che fu rifiutato alle apocrife Apocalissi di Pietro e di Paolo.

Ora l'apostolo Giovanni scrisse il quarto Vangelo, come il libro insinua e la tradizione afferma, " ...La testimonianza del quarto Vangelo basta da sola a indicare che l'autore è proprio Giovanni, figlio di Zebedeo. Questo egli volle dire e proprio a questo titolo la sua opera venne composta e fu ricevuta nella Chiesa " (P. Lagrange, L'Evangile selon saint-Jean, p. 15). Abbiamo pure tre lettere dello stesso apostolo e basta confrontarle dal punto di vista della mentalità e dell'arte giovannea per concludere che l'autore è unico.

Tanto il Vangelo quanto l'Apocalisse hanno un carattere drammatico; il conflitto tra la Luce e le Tenebre si manifesta attraverso numerosi conflitti tra gruppi umani; frequente è l'uso delle antitesi e delle particelle negative e avversative; la gioia è il frutto d'una vittoria disputata a caro prezzo. Notiamo il posto capitale che vi occupa lo Spirito e come i fatti materiali servono soltanto a introdurre il lettore nel mondo del soprasensibile. Vi ritroviamo alcuni simboli: II Verbo, l'Agnello, l'Acqua viva, il Pastore, la Luce, ecc; certe parole e formule caratteristiche sono usate in un senso particolare : " veridico ", " mostrare ", a testimoniare ", " vincere " (moralmente), a osservare " (un precetto), eoe. Una stessa parola riveste successivamente vari sensi: a vita " ora significa la vita fisica, ora quella spirituale; la parola "credere " serve a notare tutti i gradi della fede, dalla semplice intuizione fiduciosa al riconoscimento della divina filiazione di Cristo. Notiamo pure il gusto di San Giovanni per certe allusioni misteriose (cf. Ape. 10, 3-4 con Gv., 1, 48) e i settenari latenti e manifesti. Nel Vangelo San Giovanni sceglie sette miracoli; nell'Apocalisse si appella a sette testimonianze. Si notano ancora altri settenari.

Dal punta di vista dell'arte, negli scritti attribuiti a San Giovanni si constata un modo di comporre e di dipingere che gli è proprio; possiamo parlare della " maniera di Giovanni " come si parla di quella di Raffaello. Chi sa di chi è la Scuola d'Atene, sa anche chi ha dipinto San Michele che atterra il demonio.

Lo stile giovanneo è solenne; il Vangelo è un fiume maestoso, l'Apocalisse un torrente impetuoso; i risucchi dell'uno e i balzi dell'altro obbediscono a un regime assai uniforme. L'agilità del pensiero è tale che la cura delle sfumature conduce a un curioso intreccio dei tempi dei verbi (cf; Gv., 3, 16-21 con Ape, 7, 9-17, o 11, 1-13). San Giovanni, prima di analizzarle, sintetizza le idee; si serve continuamente del parallelismo, insiste sulla preparazione e indica solo brevemente il termine, come si vede, ad esempio, opponendo il compito del precursore al battesimo di Cristo, o il lungo discorso sull'Eucaristia alla semplice allusione all'istituzione del sacramento. S'aggiunga anche la più lontana preparazione alle affermazioni più nette, l'espressione d'idee molto vaste e ricche con mezzi ristretti, il processo delle amplificazioni successive o delle " ondulazioni" utilizzate nell'Apocalisse, specialmente da 12,6 a 21,4 (Cf. Gv. 1, 1-8, ripreso da 9-15 e da 16-34).

Le differenze segnalate e per troppo tempo esagerate tra l'Apocalisse e le altre opere di San Giovanni proverebbero semplicemente la et finezza e l'esattezza del suo spirito " nell'adattarsi, poiché una profezia non si scrive come un libro di storia. La profonda diversità delle materie trattate e dei generi letterari rende intelligibili le differenze e molto aggiunge a ciò che di sorprendente hanno le somiglianze in se stesse (P. Lemonnyer, Apocalypse, in D. A. F. C, I, col. 153).

Il P. Allo è del parere che San Giovanni nel comporre la sua opera si sia servito d'un segretario; però si può supporre anche l'opposto: condannato al lavoro delle miniere, l'Apostolo sarebbe ricorso a un cristiano di Patmos. che conosceva il vocabolario e lo stile apocalittico, ma poco abile nel maneggiare il greco. <t Paolo non scriveva lui stesso le sue lettere. L'abitudine di dettare era allora cosi comune, che "dettare,, significa correntemente "comporre,,... Ma mentre gli stilisti rivedevano accuratamente il primo loro getto, per eliminare le imprecisioni e cancellare le asperità, Paolo spediva tali e quali le sue lettere, o con aggiunte e nuove digressioni " (P. Prat, La théologie de saint Paul, t. i, p. 94). Anche l'Apocalisse è una lettera.

La tradizione conferma queste conclusioni. Convertito a Efeso una quarantina d'anni dopo la comparsa dell'Apocalisse, San Giustino scrive: a Tra noi un uomo chiamato Giovanni, uno degli apostoli del Cristo, in un'apocalisse fattagli, profetizza, ecc. " (Dial. cum Tryph., lxxxi, 4). Nel 177-178 le chiese di Lione e di Vienna qualificano già l'Apocalisse come "Scritturaa (sacra); per Sant'Ireneo, che verso il 150 aveva visto San Policarpo, il quale a sua volta aveva veduto San Giovanni, l'Apocalisse è l'opera del " discepolo del Signore s (Adv. haer., xv, 21, 11; v, 26, 1), il quale altri non è che l'Apostolo {ivi, n, 22, 5). La stessa tradizione troviamo in Tertulliano e Clemente Alessandrino.

Avendo i montanisti abusato degli scritti di San Giovanni, il prete romano Caio, in un'opera composta tra il 198 e il 217 contro il montanista Prodo, pensò di attribuire l'Apocalisse e il quarto Vangelo a Cerinto, eretico d'Efeso e contemporaneo dell'Apostolo. A questo s'oppone il canone murato-riano, che restituisce a Giovanni l'apostolo (Johannes ex discipulh) i suoi due scritti. Dionigi, vescovo d'Alessandria dal 248 al 264, pur ammettendo che l'Apocalisse è l'opera d'un certo " Giovanni ", santo e a ispirato da Dio ", per fronteggiare il" rinascente millenarismo et congettura " che si tratti d'un personaggio sepolto, come l'Apostolo, a Efeso, ci poiché si dice pure che ad Efeso ci sono due tombe e che entrambe si dicono di Giovanni " (Eusebio, Hist. Eccl.,7,25). Tal opinione non ha alcun appoggio nella tradizione tranne quello di Eusebio, il quale, in principio del quarto secolo, avendo appreso da un testo di Papia (125) l'esistenza d'Aristione e di Giovanni l'Anziano, pensa che forse l'autore dell'Apocalisse sia questo Giovanni. Pura ipotesi, costruita sopra un testo confuso.

Da quanto precede abbiamo quindi il diritto di concludere con certezza che l'apostolo Giovanni è l'autore della nostra Apocalisse.