tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Lo
studio precedente ha avviato lo spirito e
il cuore al Vangelo; ora, giunti al limite
dove ci si apre davanti un panorama magnifico
e a perdita d'occhio, fissiamo il nostro itinerario:
1.
- Autenticità e valore dei documenti,
che per noi sono ad un tempo
fonti
e guide.
-
Il vero Messia.
- L'insegnamento di Gesù.
- La persona di Gesù. La sua santità
incomparabile.
- I miracoli di Gesù.
- La resurrezione di Cristo.
- Cristo sempre vivo.
PRELIMINARI
L'angoscioso
problema. - " Non si può pensare
quanto importi a uomini d'ogni origine e cultura
dimostrare che Gesù Cristo non è
mai esistito. Da tutte le parti mi giungono
libri da persone che non hanno avuto nessuna
specie di preparazione per affrontare un tale
soggetto; persone assolutamente ignare dei
lavori che bisognerebbe conoscere a fondo,
per poterlo trattare con qualche apparenza
di buon senso, passano la loro vita a scrivere
per dimostrare che la persona di Gesù
è soltanto un'illusione, e si mostrano
molto stupiti che uomini, come Goguel, il
nostro presidente (Th. Reinach) e io stesso
non cediamo immediatamente le armi. Del resto
nessun negatore è riuscito, finora,
ad accontentare gli altri... " (1).
(1)
Ch. Guignebert, Jésus et la conscience
moderne, p. 8. (a) Ep. CII, § 38.
La
nostra apologetica si presenterà come
un gesto fraterno verso queste " brave
persone " e verso chiunque sente il bisogno
di conoscere bene la solidità dell'insegnamento
ricevuto. Intanto a costoro devo ricordare
quello che Sant'Agostino scriveva a un suo
corrispondente : « Chi ha posto tali
questioni si faccia cristiano, onde, volendo
prima finire le questioni sui Libri Santi,
non finisca la vita prima di passare dalla
morte alla vita " (2).
Sotto l'apparenza d'un paradosso, la riflessione
nasconde una saggezza profonda e una tragica
realtà. Ciascuno di noi dispone solo
di pochi anni sulla terra e, in questo tempo,
deve passare dalla morte del peccato alla
vita della grazia. Dio offre i mezzi: ognuno
senza troppa spesa può giungere all'evidenza
della credibilità. Dio gli darà
la fede:
l'uomo dovrà obbedire a Cristo Salvatore,
ricevere il suo battesimo e vivere la vita
cristiana. Nella Chiesa e per mezzo della
Chiesa troverà un tesoro di dottrina
e di vita soprannaturale, che essa gli dispenserà
generosamente.
Da
solo e con i propri mezzi l'uomo non arriverà
mai a comprendere tutto il contenuto della
Sacra Scrittura e della Tradizione. Solo la
Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, è
all'altezza di queste realtà, ed essa
sola può darne l'interpretazione a
autentica ".
L'individuo
cristiano, e tanto meno il pagano, con le
sole risorse naturali non è in grado
di risolvere tutte le questioni relative ai
Libri santi, potendo tuttavia accertarsi che
non contengono assurdità o immoralità,
e che anzi racchiudono insegnamenti ricchissimi
di luce e fecondissimi di bellezza morale.
Questo deve bastare a incoraggiarlo a "
farsi cristiano ", senza perdere un sol
giorno.
Il
passaggio teorico dall'incredulità
alla fede si può schematizzare cosi:
Incredulità
perfida e ostinata.
Prima apologetica.
Incredulità per errore volontario.
Seconda apologetica.
Fede vacillante.
Terza apologetica.
Fede solida.
La fede è un dono di Dio e tutti hanno
le loro difficoltà particolari nel
sottomettersi ad essa. Ma c'è un'apologetica
generale, che sorvola su tutte le apologetiche
individuali, perché la fede è
identica per tutti e perché tutti hanno
la stessa natura umana, intelligente e ferita
dal peccato originale.
L'arte
e la scienza apologetica.
-
L'apologetica è l'arte di persuadere
scientificamente gli altri riguardo alla verità
da noi conosciuta; quindi non è una
polemica per far tacere la menzogna e l'impostura,
ma un aiuto offerto a chi è nell'errore
e sarebbe disposto a liberarsene, se vedesse
la via di uscita. Accade spesso d'essere impegnati
tre o quattro in una discussione apologetica
e, dietro a ogni interlocutore, il dialogo
rivela una presenza, com'è ordinariamente
nell'apologetica cattolica: Dietro di me c'è
Cristo, che parla a come chi ha autorità,
e non come gli Scribi "; io quindi devo
essere prudente come il serpente, a causa
del nemico sornione, e semplice come una colomba,
per l'evidente buona fede del mio interlocutore.
D'altra parte la parola di Dio porta la verità
in se stessa; io però non posso dimostrarla,
ma la farò almeno vedere tale e quale
si presenta, senza sfigurarla; richiamerò
quanto obbliga un essere ragionevole ad accettarla;
abbatterò tutte le costruzioni dell'avversario;
ne indicherò le imposture, le perfidie,
le intenzioni perverse. Ecco perché
dico che l'apologetica, come qualsiasi strategia,
è una scienza e un'arte.
Metodo
adottato.
-
" Ortodossia, imparzialità, scienza
e carità ", come dice la Prefazione
del Dictionnaire apologétique de
la Foi catholique; programma doveroso
per l'apologista cattolico, che non vuole
ingannare né se stesso né gli
altri; programma che, dirò, è
voluto ancor più rigorosamente dall'incredulo
in buona fede, il quale: 1. vuol essere amato; 2. desidera ardentemente
che la scienza, il vero campo di discussione,
sia rigorosamente rispettata; 3. rimprovererebbe all'apologista,
come a se stesso, qualsiasi atteggiamento
coscientemente
parziale; 4. infine vuole soprattutto
l'ortodossia e se s'accorgesse che, per fargli
piacere, mettiamo da parte l'insegnamento
autentico della Chiesa, s'impennerebbe e s'incaricherebbe
di richiamare all'ordine il difensore della
fede cattolica che abbandona vilmente all'avversario
una provincia del suo regno sacro. Capiterà
anche che l'incredulo esageri ed estenda il
campo dell'ortodossia, invocando la minima
frase d'un vescovo nelle sue disposizioni
o nella prefazione d'un libro, come se avesse
il valore d'una definizione conciliare. In
questo caso l'apologista dovrà precisare,
con un argomento ad horninem, argomento che
un manuale svilupperà solo se l'obbiezione
è diffusa nel grande pubblico, onde
la risposta possa diventare un argomento ad
homines.
La
posizione del credente.
-
II Figlio eterno di Dio s'è incarnato
e degnato di percorrere una carriera terrena
per la gloria del Padre suo e per la salvezza
eterna di tutti gli uomini, suoi fratelli.
Sua Madre si chiama Maria ed Egli ha nome
Gesù. Nato a Betlemme di Giuda, distante
circa otto chilometri da Gerusalemme, visse
l'infanzia e l'adolescenza a Nazareth in Galilea.
Predicò la sua dottrina sia nelle sinagoghe,
sia nell'atrio del Tempio di Gerusalemme,
nelle pianure e sulle montagne; ebbe dei discepoli,
tra i quali scelse dodici, cui affidò
la missione di continuare la sua opera. I
nemici riuscirono a prenderlo e a farlo condannare
al supplizio della croce. Fu sepolto onoratamente
in una tomba nuova, ma questa il terzo-giorno
fu trovata vuota; e s'incominciò a
vedere Gesù, vivo ormai d'una vita
immortale.
Noi
crediamo che Gesù è il Figlio
di Dio in senso proprio, perché Egli
lo ha detto seriamente, e perché la
sua affermazione è confermata da prove
irrecusabili. Meno di chiunque saremmo disposti
a riconoscere come Figlio di Dio chi non ce
ne desse le sufficienti garanzie. Aprioristicamente
gli uomini per noi sono tutti quanti semplici
creature decadute, e siamo stupiti, contenti,
rapiti perché in Gesù non troviamo
nessuna traccia di questa decadenza; ma questo
non basta a farci piegare il ginocchio davanti
a Lui. Noi lo adoriamo, perché è
Dio. Per noi questa non è un'opinione,
una credenza umana, una convinzione divenuta
invincibile a forza di viverla, ma è
una certezza infrangibile, fondata sulla testimonianza
divina. Siamo davanti a una verità
che non s'impone a noi per evidenza immediata,
come k due più due fa quattro ";
né per evidenza mediata, come "
il quadrato dell'ipotenusa è eguale
alla somma del quadrato degli altri due lati";
né per la fiducia in testimonianze
puramente umane, come l'attuale esistenza
di Lima o di Chicago; ma per la fiducia che
merita ogni testimonianza divina.
Mi
si obbietterà: Dio ti ha detto
che Gesù è suo Figlio?
Rispondo: SI, me lo ha detto in modo equivalente.
Gesù disse d'essere il Figlio unico
di Dio, e la sua parola mi è stata
trasmessa cosi bene, che io lo
sento ancora parlare.
Anche
Maometto si è detto il Profeta di Allah,
e tu non ci credi.
Perché Dio non ha mai confermato la
sua missione. D'altronde, non potendo essere
divina la sua dottrina, assurda e immorale,
la sua missione è un'illusione o un'impostura.
Ecco,
si vede che tu accetti il Vangelo perché
il contenuto di quest'insegnamento ti sembra
accettabile.
No; in questo il mio criterio rimane soggettivo
e negativo. Io lascio a Dio la libertà
d'insegnarmi quanto vuole, ma so anticipatamente
che la sua dottrina non può avere certi
caratteri, che trovo nel Corano; e questo
basterebbe
per farmi rigettare il Corano. Se trovassi
nel Vangelo tali caratteri, respingerei il
Vangelo, perché non avrebbe la firma
di Dio.
Nel
Vangelo non trovi nulla che ti urti?
Nulla che urta l'idea di Dio, anzi... Ma anche
questo è un criterio negativo. Se io
credo al Vangelo, è perché non
posso mettere in dubbio la parola di Dio,
che non può ingannarsi ed è
incapace d'ingannare. Neppur io esiterei, se Dio mi dicesse:
" Il Vangelo è vero; bisogna leggerlo
e prenderlo alla lettera "; invece Dio
non mi ha detto questo e, d'altronde, non
mi ha mai parlato.
T'inganni, perché Dio a questo riguardo
ha parlato. In che modo?
In mille modi diversi, ma specialmente attraverso
la sua Chiesa. Qual è la sua Chiesa?
È la Chiesa cattolica; o meglio, la
Chiesa apostolica. C'è una Chiesa (che
è cattolica, cioè universale
di diritto, perché l'unica stabilita
da Dio) ed è quella apostolica, cioè
quella che risale agli apostoli, che fu quella
degli apostoli. Quanti intermediarii
È normalissimo. Siamo soggetti al tempo,
e il tempo passato non può
autorizzare un mutamento di dottrina, quando
si tratta d'una dottrina divina e
che interessa il destino eterno di ogni uomo.
L'uomo del secolo XX, come quello
del secolo VIII, ha bisogno del Vangelo del
primo secolo; ha quindi bisogno
d'intermediari per sentire la voce del suo
Maestro divino.
Ma più ci allontaniamo da una sorgente
luminosa e più la sua luce
impallidisce.
—
Umanamente è vero; ma Dio può
assicurare la trasmissione d'una dottrina:
ha promesso di farlo, lo ha fatto, lo fa e
lo farà. Del resto è più
facile di quanto si pensi accertarsi che l'insegnamento
della Chiesa cattolica di oggi è conforme
a quello degli apostoli.
E
tu credi agli apostoli?
SI, perché essi sono gli inviati dell'Inviato
di Dio; perché hanno compiuto la loro
missione; insegnarono soprattutto oralmente
e anche per scritto.
Quest'insegnamento era regolatore, cioè
" canonico ", unico regolatore,
unico " canonico ". Così
si formò quello che oggi chiamiamo
il " Nuovo Testamento " e una volta
formato, per la Chiesa restò sempre
la biblioteca sacra, letta, riletta, trascritta,
tradotta, commentata, meditata, invocata nelle
discussioni.
" Questi libri non avevano la loro autorità
dall'approvazione della Chiesa, poiché
erano indirizzati alle chiese ed esigevano
la loro obbediente " (3).
C'è qualcosa d'analogo nei documenti
pontina emanati dalla Sede Apostolica, e per
questo fatto hanno la loro autorità.
Li rigettano tre classi di persone: gli estranei
alla Chiesa, che non le riconoscono nessuna
autorità; i ribelli, che non vogliono
accettare quello che loro dispiace; rari critici,
che ne mettono in dubbio l'autenticità.
Quest'ultimo atteggiamento non è condannabile
in se stesso e sarà facile dimostrare
che questo o quel documento pontificio è
autentico o apocrifo. Questo non era meno
facile nei primi tempi della Chiesa, quando
ci si poteva accertare dell'autenticità
apostolica di questo o quello scritto.
(3)
Lagrange, Histoire anatrine et canon da
Nouveau Testament, Gabalda, Para, p.
11.
Però
avremmo torto se limitassimo la preoccupazione
ortodossa dei primi cristiani a questi scritti,
poiché per essi l'insegnamento era
soprattutto orale: il fondatore d'una chiesa
aveva ricevuto la sua dottrina dagli apostoli
o dai loro discepoli e la trasmetteva, e se
qualcuno di essi avesse osato modificarla,
gli apostoli o i loro discepoli avrebbero
protestato con singolare energia. Si veda
con che veemenza Paolo conserva l'unità
del Vangelo!
Dobbiamo
metterci entro queste cristianità nascenti
per comprendere la forza divina dell'insegnamento
che esse avevano ricevuto. Quei giudei e quei
pagani cedevano soltanto davanti ad argomenti
irrecusabili, perché come alcuni di
noi, non avevano interesse per aderire a una
chiesa stabilita; anzi, per essi era un grande
sacrificio convenirsi e romperla col giudaismo
o il paganesimo.
Noi
crediamo in Gesù Cristo perché
Egli ci ha dato quanto eravamo in
diritto di esigere da Lui, e cioè:
1.
L' affermazione, fatta sul serio, della sua
divinità; 2. La prova che conferma
l'affermazione.
PARTE
PRIMA.
-
AUTENTICITÀ E VALORE DEI DOCUMENTI
CHE PER NOI SONO INSIEME FONTI E GUIDE
Non
bisogna esagerare l'importanza di questi problemi;
perché, anche supposto che i libri
del Nuovo Testamento fossero apocrifi, oppure
fossero tutti andati perduti, o non ci fossero
affatto, la nostra fede resterebbe la stessa,
perché abbiamo la tradizione apostolica,
che ci pone in immediato contatto con il messaggio
portato da Gesù. Questa tradizione
visse circa dall'anno 30 al 50, senz'essere
fissata per scritto. Gli apostoli scrissero,
ma la Buona Novella avrebbe potuto fare a
meno di questo solido argomento.
CAPITOLO
I. - LE FONTI NON CRISTIANE
Le
fonti non cristiane " sono sufficienti
a porre fuori dubbio la realtà della
vita umana di Gesù e alcuni fra i principali
tratti della sua carriera, quali la data approssimativa,
la cornice della sua attività, la morte
violenta, l'influsso postumo. Per il resto
i documenti giudaici o pagani offrono soprattutto
l'utilità indiretta di farci conoscere
alcuni particolari dell'ambiente dove nacque
il
cristianesimo " (1).
Con
visibile compiacenza Couchoud ha esagerato
la portata del silenzio dei giudei e dei pagani
sulle origini del cristianesimo.
(1)
L. de Grandmaison, Jésus-Christ, I,
6.
I
giudei. - II silenzio dei giudei
è calcolato e si spiega con l'odio
e la gelosia; d'altronde non è totale,
perché odio e gelosia non seppero resistere
al maligno piacere di fare cattive allusioni
e insinuazioni calunniose. Gli storici, come
Giusto di Tiberiade e Flavio Giuseppe, conobbero
certamente le grandi linee del cristianesimo
primitivo; i passi talmudici che parlano di
Gesù Cristo sono l'eco delle favole
grossolane, del tutto inverosimili, raccolte
poi nel (vi secolo?) nel libello Toledot Jeshu
(Vita di Gesù), a esplosione di basso
fanatismo, di sarcasmi odiosi e di fantasia
grossolana s (Arnold Meyer).
I
pagani. - Gli storici romani attestano
l'esistenza di Cristo e del cristianesimo.
Ecco i loro testi:
1.o
Svetonio ci dice che l'imperatore Claudio
"espulse i Giudei da Roma, i quali, spinti
da Chrestus, erano diventati una causa permanente
di disordini" (2)
(la pronuncia Chrestus invece di
Christus era corrente). I giudei
di Roma non cessavano di combattere contro
i cristiani, e il grande dibattito riguardava
la recente venuta di Cristo. Per avere la
pace, nel 51-52 l'imperatore caccia senz'altro
da Roma i giudei, cristiani o no. A Corinto
dopo il 52 troviamo cristiani d'origine giudaica,
giunti da Roma, " perché Claudio
aveva imposto a tutti i giudei di partire
da Roma " (At, 18, 3). Nella lettera
ai Romani, Paolo vuole esortare i cristiani
d'origine pagana al rispetto e alla simpatia
per i cristiani d'origine giudaica, che ritornavano
dall'esilio.
2.o
Svetonio ci dice pure che sotto Nerone "
vennero inflitti supplizi ai cristiani, gente
dedita a una superstizione nuova e malefica
" (Vita Neronis, n. 16).
3.o
Tacito, parlando della stessa persecuzione
del 64 spiega l'origine del nóme dato
ai Chrestiani: " Questo nome viene loro
da Cristo, che sotto il principato di Tiberio
il procuratore Ponzio Pilato aveva condannato
al supplizio; repressa sul momento, la detestabile
setta si diffuse nuovamente, non solo in Giudea,
dove il male era nato, ma anche in Roma, dove
affluisce quanto esiste d'orribile e di vergognoso
nel mondo e vi trova numerosa clientela a
(3).
4.o
La lettera di Plinio il Giovane a Traiano,
sulla condotta da tenere contro i cristiani
di Bitinia, precisa che " essi affermavano
di essere soliti riunirsi in un giorno fisso,
prima del sorgere del sole, per cantare a
Cristo, considerato come Dio, un cantico alternato,
e a impegnarsi con giuramento a non commettere
alcuni crimini, ad astenersi dal furto, dall'omicidio,
dall'adulterio, dall'infedeltà... Dopo
ciò si separavano per ritornare a prendere
un nutrimento in piena fraternità e
innocenza " (4).
CAPITOLO
II - LE FONTI CRISTIANE: GLI SCRITTI NEOTESTAMENTARI
§
1. - La conservazione degli scritti neotestamentari.
Bisogna
distinguere la conservazione del tenore del
testo dalla conservazione del manoscritto
originale e delle copie.
Manoscritto
originale e copie.
-
In principio c'era il testo scritto dall'Autore,
o sotto la sua dettatura, sopra un rotolo
di papiro. La lettera ai Romani poteva essere
lunga tre metri e mezzo. Il manoscritto veniva
letto ai cristiani nella riunione pubblica
e conservato con cura; se ne facevano numerose
copie che venivano poi trasmesse ad altre
comunità e conservate diligentemente.
(2)
Judaeos, impulsore Chresto, assidue tumultuantes,
Roma expulit, (Svetonio, De vita Càesanm,
Divus Claudius, XXV, n).
(3)
Amiales, III, lib. XV, 44. (4) Ep., lib. X,
96.
Naturalmente
accadeva che i copisti modificassero leggermente
il testo; potevano cambiare l'ortografia,
il posto d'alcune parole, aggiungere un termine
esplicativo e anche sostituire una parola
con un'altra, omettere involontariamente qualche
frase. Poteva anche avvenire che, trascrivendo
da una copia, volessero migliorare la copia
stessa per avvicinarsi a quello che credevano
l'originale; altri si permettevano di sopprimere
le asprezze di stile e di lingua; altri si
sforzavano d'armonizzare il testo con altri
passi del Nuovo Testamento. L'intenzione poteva
essere molto pura, come quella di chi sostituiva
qualche anello alla genealogia di Gesù
data da San Luca con qualche altro preso da
San Matteo, rovesciando semplicemente l'ordine
della serie, per adattarsi all'insieme. Però
è un caso estremo.
La
critica testuale è l'arte di ritrovare
la lezione originale, ed ha un compito molto
più facile per il Nuovo Testamento
che per qualsiasi altro scritto. Le edizioni
critiche degli autori classici riposano su
' dati meno fermi delle nostre edizioni critiche
del Nuovo Testamento, dove le varianti riguardano
solo l'ottava parte dell'insieme, e le varianti
sostanziali sono soltanto un millesimo. Chiamo
" variante sostanziale " quella
che tocca il senso della frase, come Le, 6,
10: "E, girato lo sguardo (una variante
aggiunge: "con collera") su tutti
loro, disse: Stendi la mano! " L'aggiunta
è presa dal testo parallelo di Marco.
Ora in qualsiasi tradizione manoscritta (e
solo Dio sa quanto ne sia vasto il campo)
non c'è una sola variante che tocchi
la sostanza del domma o della morale. Cosi
se io adotto il Codex Bezae, con tutte le
sue fantasie e audacie, ho ancora un testo
accettabile dal punto di vista dottrinale,
cioè un testo rimasto fedele al contenuto
dottrinale dei manoscritti che ha ritoccato.
Anche l'esegeta più razionalista sarà
d'accordo su questo fatto.
Conservazione
del tenore del testo.
-
Oggi, con lo sviluppo della stampa e con il
rispetto diffuso per i manoscritti antichi,
possiamo essere sicuri che il Nuovo Testamento
sarà trasmesso integralmente e senza
ritocchi alle future generazioni. Evidentemente
le traduzioni saranno varie, le edizioni ufficiali
potranno venir migliorate, edizioni private
e testi citati potranno essere falsificati,
ma nell'insieme il Nuovo Testamento sarà
conservato integralmente.
Sappiamo
che è stato conservato finora. Le stesse
varianti ci permettono di determinare il tenore
dell'originale. È ragionevole la nostra
brama di avere quest'originale? È molto
più sentimentale che logica. Tutti
quei fortunatissimi che scoprirono un manoscritto
originale inedito, hanno provato vivissima
gioia, e la notizia della scoperta ha sempre
commosso il mondo erudito e più ancora
il grande pubblico.
«
Nel Times di Londra del 23 gennaio
1935, Idris Bell, custode dei manoscritti
del Museo britannico, annunciò la prossima
pubblicazione di frammenti papiracei in forma
di codice, che sarebbero stati i resti d'un
nuovo Vangelo. Secondo i dati paleografici,
il manoscritto doveva risalire a una data
finora senza pari per un testo specificatamente
cristiano, cioè la prima metà
del secondo secolo. S'aggiunga che i tre testi
trascritti nei fogli mutili, che ci sono
rimasti, in parte si collegano alla tradizione
nettamente sinottica e in parte, con pari
evidenza, a quella del quarto Vangelo, e si
comprenderà l'interesse senza precedenti
della scoperta" (1).
In
realtà il " nuovo Vangelo "
non era un manoscritto dei Vangeli canonici
(di cui ne abbiamo centinaia), ma è
piuttosto un vangelo apocrifo, che utilizza
quelli canonici (provando la loro esistenza
e il loro prestigio) e li parafrasa o ne fa
la glossa più o meno felicemente.
La
scoperta ha meno valore di quella di codici
o papiri contenenti citazioni testuali della
Bibbia. Cosi i papiri Beatty sono molto più
preziosi, anche se più recenti. È
un fatto notevole che tutte le recenti scoperte
di questa natura hanno confermato il valore
dei nostri grandi codici Vaticanus e Sinaiticus
" (2).
Noi
oggi possediamo il testo del Nuovo Testamento
con altrettanta sicurezza quasi come se si
conservassero i manoscritti originali nella
Biblioteca Vaticana.
Questi
rotoli di papiro furono conservati abbastanza
lungamente, onde permettere di farne copie
eccellenti, riprodotte poi attraverso tutte
le Chiese d'Oriente e d'Occidente.
Così
ad esempio, le lettere paoline già
negli ultimi anni del primo secolo formavano
un insieme fisso.
Sui
problemi di critica testuale del Nuovo Testamento
si può leggere utilmente il libro recentemente
pubblicato dai PP. Lagrange e Lyonnet, che
tuttavia, nelle sue settecento pagine, non
fa altro che rafforzare la posizione presa
in generale dai critici cattolici.
Entriamo
risoluti nella psicologia d'un cristiano del
primo secolo, per esempio di Aquila. Egli
crede in Gesù, Cristo e Signore; si
è quindi convinto che i capi designati
da Gesù o i loro delegati hanno un'autorità
divina, con la missione di dire quello che
bisogna credere o fare per obbedire a Dio;
sa che Cristo e i suoi apostoli riconoscevano
come divina l'autorità dei libri sacri
dei Giudei. Arriva la lettera d'un apostolo,
per esempio di Giacomo, a battilo del Signore
"; il capo della chiesa locale, al quale
viene presentata, la legge in pubblico, nell'assemblea
serale della domenica; lo scritto per lui
e per i partecipanti è un regolatore
di fede e di vita, perché essi sanno
che Giacomo ha ricevuto la missione d'insegnare
la verità speculativa e pratica nel
nome di Gesù. Se occorre, il capo della
comunità farà notare a tutti
i fedeli che la lettera d'ora in poi avrà
autorità divina almeno eguale, se non
maggiore, dei libri sacri anteriori a Cristo.
Giunge
un esemplare del Vangelo secondo San Luca,
del quale si sa che è un discepolo
e compagno d'apostolato di San Paolo. I capi
della chiesa sanno e dicono che tale scritto
rappresenta fedelmente l'insegnamento degli
apostoli ed è garantito dall'apostolo
Paolo. Il libro viene divorato con avidità
ed Aquila riceve la parabola del figliol prodigo
con la stessa premura come se la sentisse
dalla bocca del Salvatore stesso.
(1)
Edagar B. Smothbrs, Recherckes de sàence
religieuse, 1935, p. 358.
(2) Sulle recenti
scoperte di papiri cfr. E. Florit, Parlano
anche i papiri, Roma
1943
Giunge
da Roma una lettera di Clemente, capo della
chiesa romana e quindi successore legittimo
di Pietro; si legge la lettera con rispetto,
ma non viene
unita alle lettere ricevute dagli apostoli,
né ai Vangeli garantiti dagli apostoli;
è conservata a Corinto, mentre le lettere
di San Paolo sono comunicate a tutte le chiese
che la domandano.
Ora
studieremo gli scritti del Nuovo Testamento
come fonti della storia di Cristo e del cristianesimo
nascente, astraendo dal valore soprannaturale
che ricevono dall'ispirazione divina.
§
2. - Gli scritti di San Paolo in generale.
Diamo
prima alcuni punti di riferimento per fissare
la cronologia della vita apostolica di Paolo:
Crocefissione
di Gesù: 7 aprile 30.
Conversione
di Paolo: verso il 34.
Paolo
ad Antiochia: verso il 42.
Assemblea
degli apostoli a Gerusalemme: 49 o 50.
Paolo
a Corinto: 50 o 51.
Prima
prigionia a Roma: dal 61 al 63.
Seconda
prigionia a Roma: 66.
Morte
di Paolo: 67.
San
Paolo e Cristo. - Paolo annuncia
la buona novella della rigenerazione morale
del mondo. Con espressioni ardenti e ripetute
con frequenza fa vedere quello che Gesù
indicava con una parola o un gesto; riproduce
nella sua carne la vita e la morte di Cristo,
anzi la sua morte e la sua nuova vita, e comprende
che ogni battezzato " manifesta "
cosi la crocefissione, la resurrezione e l'ascensione
di Gesù alla destra del Padre.
Nell'Apostolo
delle genti si nota:
l.o
La semplicità e la rettitudine nella
ricerca della verità; 2.o la facilità nel
donarsi a fare il bene e quale bene; 3.o l'intimità d'ogni
istante con Gesù.
Attraverso
Paolo comprendiamo meglio Cristo.
S'è
fatto un gran parlare di pretese "fasi"
della dottrina paolina, in seguito ad una
critica intemperante che imperversò
in Occidente, esportata specialmente dalla
Germania. Gli storici tabulatori amano distendere
nel tempo quello che la vita presenta loro
come troppo condensato e troppo ricco per
essere pensato in un'intuizione istantanea.
Ora,
per la dottrina di San Paolo c'è una
lettera, la La ai Corinti, che ci fa vedere
come la sintesi dei suoi temi risale alla
" prima fase " del suo apostolato.
Infatti questa lettera ci è legata
a tutte le altre, anteriori e posteriori a
(3).
(3)
Allo, Lire Ep. aux Cor., p. LI.
Autenticità
degli scritti di San Paolo. - "
Soltanto la seconda ai Tessalonicesi e quella
agli Efesini sono state oggetto di recenti
attacchi, che meritano ascolto, se non considerazione.
L'origine paolina delle lettere spirituali
del tempo della prima prigionia (Filippesi,
Colossesi, Filemone) è attualmente
ammessa quasi all'unanimità dai critici
liberali. Quelli che negano l'autenticità
paolina della lettera agli Efesini e delle
Pastorali (1 e 2 Ttmoteo,Tito)
riconoscono a questi scritti un'antichità
e quindi un valore quasi eguale di vera testimonianza.
In quanto alle grandi lettere della maturità
(Galati, 1 e 2 Corinti, Romani)... non c'è
documento storico più certo, tanto
se consideriamo le antiche attestazioni di
cui furono oggetto, come pure se ci fermiamo
al loro contenuto " (4).
"
Per apprezzare esattamente la natura della
testimonianza resa dall'Apostolo al Cristo
storico, bisogna tener presente il fatto che,
come gli altri scritti dell'età apostolica
(eccetto i Vangeli), le lettere di Paolo non
sono istruzioni didattiche destinate a informare
i suoi corrispondenti sulla vita e l'insegnamento
di Gesù. Tale conoscenza in loro si
suppone fosse già acquisita. Quando
Paolo si deve riferire implicitamente o esplicitamente
a qualche parte di questa vita e di quest'insegnamento,
rientra perfettamente nel terreno evangelico"
(5).
Quel
terreno gli era familiare, come si vede dalla
semplicità nell'affrontare e riassumere
il racconto dell'istituzione dell'Eucaristia
e delle apparizioni di Cristo risorto, "
Per lui, come dice Holtzmann, l'esistenza
trascendente di Cristo e quella storica non
sono separate da un abisso; ma sono unite
insieme da una linea che le congiunge, abbracciando
il cielo e la terra " (6).
"Caratteristica
originale e inimitabile nelle diverse lettere
di San Paolo è il bisogno e l'arte,
assieme a certi processi istintivi, di trasfondere
una possente sensibilità nelle parole
e di caricarle, per così dire, di passione.
Gli stessi lunghi sviluppi, densi più
che diffusi, tagliati da mesi, trascinati
(e talora a lungo) per una via laterale apertasi
d'improvviso, poi ricondotti come se nulla
fosse al loro disegno primitivo, che riduce
all'unità (per chi guarda un po' dall'alto)
nozioni in apparenza accavallate alla ventura;
enumerazioni copiose, espressioni sinonime,
di cui però ciascuna aggiunge una sfumatura;
termini preferiti che sembrano imporsi all'Apostolo
a un certo momento della sua vita e che egli
colma di sensi analoghi e pur diversi e differenzia
lievemente mediante il contesto e l'andatura
della frase; forme familiari, dove fermenta
e irrompe il suo pensiero, col rischio d'allargare,
deformare, far scoppiare; elevazioni, suppliche,
apostrofi, ironie, imprecazioni, tutta la
retorica della passione, che se la ride delle
retoriche convenzionali; grida, appelli, lacrime,
entusiasmo o gemiti d'un uomo che ama, che
soffre, che compatisce, s'indigna, s'intenerisce,
s'esalta, che talvolta è prossimo alla
follia; d'un uomo che l'inquietudine rode,
l'apparenza d'un'ingratitudine agghiaccia,
lo zelo divora. E tutto questo fa uno stile
unico; tutti questi metalli sono fusi in una
lega omogenea, perché l'amore di Cristo
Gesù, di cui la Chiesa è la
Sposa e il Corpo mistico, tutto unifica nel
cuore di Paolo " (7).
(4)
L. de Grandmaison, Jésus-Christ, t.
I, pp. ao-ai.
(5) Ivi, t. I,
pp. 27-28.
(6) Lehrbuch
der neutestam. Theologie, II, 234.
(7) L. de Grandmaison,
ivi, 1.1, pp. 25 s.
§
3. - Le lettere in particolare.
1.
Le lettere ai Tessalonicesi. - Sono
le prime due lettere scritte da San Paolo,
e bisogna leggerle ricordando lo stato d'animo
di coloro ai quali erano indirizzate, a Tutto
lo scenario è quello della resurrezione
generale, che sopraggiunge
nelle condizioni normali in cui si trova l'Apostolo
" (8). In
lui non c'è un'attesa sicura della
prossima Parusia del Signore, e nemmeno la
speranza, dopo tutto legittima, d'essere ancora
in vita al momento del ritorno del Signore.
La prossimità della venuta liberatrice
restava possibile, verosimile, e Paolo, senza
nulla affermare a questo riguardo, poteva
utilizzare per sé e per i contemporanei
tale verosimiglianza.
Un'altra
celebre difficoltà è quella
che riguarda la natura dell' "ostcolo"
che trattiene l'Anticristo.
Personalmente
io preferisco l'esegesi che ci vede un ostacolo
collettivo, opposto all'Anticristo collettivo.
La dottrina d'un Anticristo personale aveva
già avuto una certa voga alla fine
del primo secolo (cf. 1 Gv., 2, 18); però
non è una dottrina cristiana, bensì
un'opinione giudaica, che unì l'idea
della lotta finale (presa da Ezechiele) con
quella del capo personale (presa da Daniele).
Leggete
gli scrittori cristiani, ispirati o no, e
troverete l'idea di forze sociali scatenate
contro la Chiesa di Cristo; forze evidentemente
guidate da individui, che si succederanno,
ma esse resteranno sociali.
La
credenza in un millennio terrestre (periodo
di mille anni in cui il male sarà completamente
paralizzato) è d'origine giudaica e
la Chiesa non ha mai voluto farla propria.
Vi sarà una sola resurrezione generale
e definitiva; Cristo verrà a cercare
gli eletti e li condurrà con sé
non sulla terra, ma là dov'egli è
ora, e dov'è salito per prepararci
un posto.
Il
P. Allo ha un'espressione molto felice per
caratterizzare il motivo che determinò
Paolo a scrivere ai Tessalonicesi: si tratta
di calmare un'agitazione " avventista
". Proprio così, e si vede quanto
sia attuale lo studio di queste due lettere.
2.
La prima lettera ai Corinti. - È
probabile che San Paolo scrivesse la prima
lettera ai Corinti poco dopo la primavera
del 55, e quindi nel venticinquesimo anniversario
della morte e della resurrezione di Gesù.
Il P. Allo la definisce " la lettera
dell'unione e dell'universalità ".
Presenta già, come regola suprema della
fede e della morale, la tradizione che risale
a Gesù in persona, che è quella
di tutte le Chiese. Ora in questa lettera
vi sono dottrine nettamente cristiane, che
ritroviamo negli scrittori posteriori: Paolo
ci mostra Gesù crocifisso, dicendo
chi è, perché venne crocifisso
e quale risultato ebbe la crocifissione. Gesù
è il " Signore "; è
quindi il re del nuovo popolo eletto, proprio
come Jahvè era il re d'Israele; Egli
esisteva prima dell'universo, perché
possiede pienamente la divinità; è
la sorgente della grazia e della pace e lo
si adora come si adora Dio; Egli è
Dio.
Gesù
è uomo. Paolo certamente ha conosciuto
a fondo la vita di Gesù, come noi la
conosciamo attraverso i Vangeli scritti, perché
essa era il tema delle catechesi primitive.
Gesù è il modello della carità
e di tutte le virtù. Tutti i battezzati
di Corinto (e di altrove) conoscevano il ministero
di Cristo, la sua passione e resurrezione.
Lo Spirito Santo, essere personale e divino,
abita le anime e le fa vivere. Il domma trinitario
è già qui, come pure la dottrina
della grazia, della predestinazione, della
giustificazione e della Legge diventata caduca.
La
Chiesa universale incorporata a Cristo, il
battesimo cristiano, l'Eucaristia, e altri
punti di dottrina sono nettamente indicati
in questa prima lettera.
(8)
Laoranoe, Rame biblique, 1933, p. ng.
San
Paolo si dilunga su due fatti dominatici di
primaria grandezza: l'istituzione dell'Eucaristia
e la resurrezione di Gesù, onde i suoi
corrispondenti fondino la loro vita su queste
grandi verità, a Grazie a questi credenti
mediocri e superficiali, la Chiesa possiederà
ormai due testi storici d'inestimabile valore
per l'apologetica e il domma " (9).
Eccoli:
1.
Sull'istituzione dell'Eucaristia:
"
Io infatti ho appreso dal Signore questo,
che a mia volta vi ho trasmesso, che il Signore
Gesù, la notte in cui fu tradito, prese
del pane, e rendendo grazie lo spezzò
e disse : "Questo è il mio corpo,
che è dato per voi. Fate questo in
memoria di me". Similmente, dopo aver
cenato, prese il calice dicendo: "Questo
calice è la nuova alleanza nel mio
sangue: fate questo tutte le volte che lo
berrete, in memoria di me" " (I
Cor., 11, 23-25).
2.
Sulla resurrezione di Gesù:
"
Poiché vi ho trasmesso ciò che
io stesso ho ricevuto, che il Cristo è
morto per i nostri peccati, secondo le Scritture,
e che fu sepolto e che è resuscitato
il terzo giorno, secondo le Scritture, e che
è apparso a Cefa, e poi ai Dodici;
che in seguito è apparso anche oltre
a cinquecento fratelli, in una sola volta,
i più dei quali sino al giorno d'oggi
sono ancora in vita, alcuni però si
sono già addormentati. È apparso
anche a Giacomo, e poi a lutti gli apostoli.
E finalmente, dopo tutti, come a un aborto,
è apparso anche a me " (I Cor.,
15,3-8).
Il
battesimo inaugura l'unione del cristiano
a Cristo e alla Chiesa, l'Eucaristia la conserva,
la resurrezione attesa la renderà perfetta.
In
questa lettera si trova pure l'insegnamento
cristiano sulle virtù teologali, i
doveri privati e sodali del cristiano, la
vita spirituale e mistica, il potere imperativo
e coercitivo della Chiesa, l'unità
della fede e della disciplina.
Tutto
ciò è bello; anzi, sembra fin
troppo bello; ma è poi vero? È
immaginabile che un quarto di secolo dopo
la morte di Gesù un uomo dell'Asia
Minore abbia scritto a un gruppo di persone
viventi in Grecia queste righe così
ricche di dottrina e di morale cristiana?
La lettera è autentica?
1.o
Quale falsario avrebbe potuto immaginare i
fatti entro i quali s'inseriscono le due lettere
ai Corinti? Questi fatti concordano con quelli
raccontati dagli Atti degli Apostoli, né
era possibile desumere il racconto degli Atti
dalle lettere.
2.o
L'autore di questa lettera è lo stesso
che scriverà la seconda ai Corinti,
la lettera ai Galati, quella ai Romani, come
provano il pensiero, lo stile, la grammatica,
il vocabolario e tutto il resto.
3.o
Verso il 96 il Papa San Clemente scriverà
da Roma una lettera alla Chiesa di Corinto,
dove si legge: " Riprendete l'epistola
del beato Paolo apostolo. Che cosa vi scrisse
agli inizi della sua predicazione? Sotto l'ispirazione
dello Spirito Santo egli vi ha scritto una
lettera che parla di Cefa, d'Apollo e di se
stesso, proprio perché già allora
voi formavate dei partiti ".
4.o
Intanto sembra bene assodato che "nel
secondo secolo la prima ai Corinti era universalmente
conosciuta e universalmente attribuita a Paolo
". Il P. Allo può concludere che
" non c'è scritto del Nuovo Testamento
la cui autenticità sia meglio attestata
dalla critica interna ed esterna ".
(9)
Allo, I.ère Epitre aux Carìnthiem,
p. XXXII.
3.
La seconda al Corìnti. - Odiosamente
calunniato dai giudeo-cristiani venuti a Corinto,
Paolo si vede obbligato a difendere la sua
autorità apostolica, e lo fa nell'interesse
del Vangelo e della fede dei Corinti.
Eccetto
Br. Bauer, Loman, Pierson, Steck, van Manen,
nessuno dubita dell'autenticità di
questa lettera.
"
Effusioni ardenti, turbate spesso nella forma
dalla vivacità del sentimento, che
unisce l'eloquenza più veemente a infinite
delicatezze di persuasione, e tutto questo
in mezzo ad allusioni di gravi incidenti per
lo spirito della comunità e per il
cuore dell'apostolo, però materialmente
troppo minuti per essere iscritti nella storia
generale e nemmeno negli Atti; tanto che talvolta
è molto difficile divinarne la vera
portata e rifarne la trama" (10).
"Ma lo studio di questa lettera... è...
uno dei più istruttivi per la dottrina,
e dei più attraenti dal punto di vista
psicologico e spirituale " (Id.).
4.
La lettera ai Galatì. - 1.
" L'autenticità di questa lettera
è quasi universalmente riconosciuta
" (P. Lagrange) e le risonanze delle
sue parole veementi sono molto chiare nei
primi scritti cristiani. Inoltre il Paolo
della lettera è proprio identico a
quello degli Atti degli Apostoli, e ci rivela
sempre meglio la sua tenerezza di padre per
i figli spirituali, perché da poco
ha provato una dolorosa delusione a loro riguardo.
L'integrità
del testo è sicura, né è
stata fatta alcuna seria obiezione;
le divergenze dei manoscritti sono molto ristrette,
le varianti poco numerose e poco importanti.
San Paolo voleva convincere i Galati a non
abbracciare la legge giudaica, argomentando
soprattutto da questo, che, agire cosi, significava
ritornare alla servitù della "
carne ", dopo aver goduto della libertà
dello et spirito ". Il grande errore
dei protestanti consiste nel servirsi di questa
lettera come d'una carta d'emancipazione dalla
Chiesa romana.
Se al tempo di Lutero San Paolo fosse ritornato
sulla terra, avrebbe lanciato una magnifica
lettera ad Germanos, contro coloro che tanto
snaturavano il suo pensiero! Era ingiurioso
al nome di Cristo voler passare attraverso
la circoncisione e le altre pratiche mosaiche,
per accostarsi a Lui e a Dio; voleva dire
sottrarsi all'opera di Cristo per uscire dalle
leggi che la sua Chiesa impone a quelli che
vogliono restare sotto l'azione santificatrice
di Cristo.
Per
rimanere dalla parte di Paolo ed essere fedeli
allo spirito della lettera ai Galati, il cristiano
del secolo xx deve restare o diventare cattolico;
evitare il protestantesimo, che spesso non
osa imporre nemmeno il domma della divinità
di Cristo, che respinge quelli della grazia
e della realtà sostanziale della vita
di Cristo in noi, non ci parla dell'Eucaristia,
mai del Sacro Cuore, che non può dire:
"Non sono più io che vivo, è
il Cristo che vive in me... ".
(10)
Allo, ivi, p. VI.
Giudei
e Gentili devono staccarsi dalla Legge di
Mosè, come da un'economia religiosa
e morale incapace di dare loro la grazia interiore,
ma non devono allontanarsi dalla Legge di
Gesù. Ora il primo articolo della Legge
di Gesù è la carità verso
Dio e il prossimo, punto essenziale, che era
già nella Legge di Mosè. Dunque
Gesù ha semplicemente portato alla
perfezione la Legge antica, alla quale il
cristiano non deve ritornare, perché
egli c'è già necessariamente,
ha obblighi più delicati, più
rigorosi e riceverà un premio più
affannante o una punizione più terribile.
Cristo si preoccupò di dare, assieme
alla sua grazia interiore, anche l'aiuto permanente
d'una madre, la santa Chiesa. Leggiamo dunque
la lettera ai Galati ricordando le circostanze
in cui fu scritta, confrontiamone la dottrina
positiva con quella della Chiesa attuale e
troveremo l'accordo totale. Il Figlio di Dio
s'è incarnato per espiare i peccati
dei figli degli uomini e comunicare loro,
come filiazione adottiva, le ricchezze della
sua divina filiazione. Di .colpo Egli fece
cessare il regime previsto da Dio per i suoi
" servi "; ormai Dio attira a sé
quelli che vivono della vita di Cristo, quelli
che sono suoi " figli ", stabiliti
nella libertà propria di Cristo e che
consiste nell'obbedire in tutto alla volontà
del Padre per amore, con amore e gioia profonda,
soprannaturale, regolata dagli slanci dello
Spirito Santo. La Chiesa da loro ordini in
questo spirito e per salvaguardare questo
spirito: esattamente come faceva San Paolo
dando i suoi ordini ai fedeli.
5.
La lettera ai Romani. -
1.
Autenticità. - La lettera
ai Romani, accolta come autentica da tutta
l'antichità, lo è ancora te
dalla quasi unanimità dei critici ",
perché è veramente troppo viva,
troppo paolina, per essere soltanto uno scritto
composto di brani non paolini.
2.
Integrità. - Tutto è
dunque di Paolo, compresa la dossologia (16,
25-27). L'unica questione che si possa fare
ragionevolmente è di sapere se l'attuale
disposizione dei passi è primitiva,
anche se questo non ha importanza dottrinale.
Scritta
ventisei o ventisette anni dopo la passione
e la resurrezione di Cristo, essa espone la
dottrina con una pienezza e fermezza mirabile.
Suppone nota la catechesi elementare ed espone
soltanto che cosa sia il Vangelo come principio
d'azione: esso dona a chi l'abbraccia, la
forza necessaria per praticarlo; influisce
pure realmente ed efficacemente sull'esistenza
dell'uomo dopo la morte; è lo sbocco
provvidenziale della legge data ai giudei
per preparare la venuta del Figlio di Dio
fatto uomo; ormai a la giustizia di Dio "
data agli uomini sarà il principio
che li farà morire al peccato per vivere
a Dio in Cristo.
C'è
quindi una prima giustificazione, che è
il passaggio istantaneo dalla morte alla vita
e che si 'compie in virtù della Passione
del Salvatore; poi c'è la vita cristiana,
che non è solo la vita dei cristiani
(come si dice che c'è una vita musulmana),
ma è davvero la vita di Cristo in noi,
un trionfo dello spirito sulla carne, e sarà
ancora più manifesta dopo la morte
e la resurrezione.
La
" giustizia " di cui parla Paolo
non è dichiarativa, è un dono
reale, una santità. Essa vien data
in un istante preciso (che chiamiamo infusione
della grazia santificante), e questa giustificazione
è seguita dalla vita cristiana o esercizio
della " giustizia " data precedentemente
da Dio; il cristiano non è più
schiavo del peccato, è servo di Dio,
è anche figlio di Dio e in lui lo Spirito
Santo opera effetti meravigliosi.
6.
Le lettere della Prigionia. - Furono
spedite da Roma tra la primavera del 61 e
quella del 63, probabilmente con quest'ordine:
Lo Agli Efesiani, 2,o Ai Colossesi col biglietto
a Filemone, 3.0 Ai Filippesi.
La
prima intende far vedere la perfetta eguaglianza
tra gli elementi componenti il Corpo mistico
di Cristo; la seconda vuoi mantenere la fede
nella sovreminente dignità di Cristo,
unico mediatore tra Dio e le creature; la
terza vuole specialmente esprimere il grande
attaccamento di Paolo alla sua prima Chiesa
europea, e solo di passaggio come tra parentesi
l'Apostolo evoca la dottrina dell'Incarnazione
e delle due nature di Cristo nell'unità
della persona, domma
che era noto a tutti e che qui viene presentato
come esempio d'umiltà e d'obbedienza
cristiana.
Autenticità
della lettera agli Efesini. - A questo
riguardo la tradizione è molto solida:
Marcione, Basilide, Valentino, Teodoto, tra
gli eretici; Tertulliano, Clemente Alessandrino,
Ireneo, Ippolito (nel frammento muratoriano),
Giustino, Policarpo di Smirne, Ignazio d'Antiochia
conobbero e accolsero la nostra lettera, la
cui affinità con la lettera ai Colossesi
si spiega dal fatto che ambedue furono scritte
nello stesso tempo. Efes.,è più
didattica, Col., più polemica; Efes.,
parla specialmente della Chiesa, Col., mira
più alla persona e all'opera di Cristo.
Il vocabolario si adatta alla dottrina: si
segnalano 36 hapax legomena (81 nella lettera
ai Galati) e ci si dice che 48 parole non
si trovano altrove in San Paolo (Galati ne
ha 39). La dottrina è veramente paolina,
perché anche altrove San Paolo ci parla
della preesistenza e del primato di Cristo,
del suo corpo mistico, dell'universalità
della salvezza, della giustificazione, della
necessità della grazia, ecc.
Autenticità
della lettera ai Colossesi. - Per
questa lettera sono validi gli stessi argomenti
di critica esterna e interna di quella agli
Efesini.
L'autenticità
della lettera ai Filippesi è generalmente
ammessa.
7.
Le lettere pastorali. - Indirizzate
da San Paolo a Timoteo e a Tito, trattano
del governo e della gerarchia della Chiesa
e del culto cristiano. La dottrina relativa
alla Chiesa è sempre la stessa, e Paolo
s'accontenta di precisare la legislazione
di questa Chiesa fondata da Gesù.
La
loro autenticità è garantita
dai seguenti fatti:
1.
L'autore lotta contro i falsi dottori,
di razza giudaica, battezzati, imbevuti di
racconti più o meno immaginari, che
si erano aggiunti alla trama storica della
Bibbia, professanti dottrine morali erronee
e pericolose. Non erano ancora gli gnostici
e tanto meno i marcioniti, ma l'errore fece
progressi dopo le lettere della prigionia.
2.
La gerarchia è proprio quella
che ci si attende per quell'epoca (dal 62
al 67); non ci sono forme fisse, come al tempo
di San Clemente di Roma e di Sant'Ignazio
d'Antiochia, ma siamo innanzi a un vero episcopato
monarchico con residenza fissa. In questo
San Paolo non fa che riprodurre quello che
era stato fatto a Gerusalemme, quando Giacomo
fu incaricato di reggere la comunità.
I diaconi, il collegio presbiterale sotto
la sorveglianza degli apostoli, poi dei vescovi:
ecco l'ordine voluto da Cristo e sempre osservato.
Non c'è da stupire che in principio
la terminologia fosse fluttuante; l'essenziale
è che il potere d'ordine sia sempre
stato conferito con l'imposizione delle mani
da coloro che detenevano l'autorità.
D'altronde lo studio della gerarchia nella
Chiesa primitiva esorbita quello delle lettere
pastorali.
3.
La lingua e lo stile differiscono
notevolmente da quello delle lettere anteriori.
Ciò era noto ai primi cristiani, eppure
non impedì loro di attribuire le tre
lettere all'Apostolo. Del resto la distanza
dalle lettere della prigionia non è
poi tanto grande. L'esperienza, la nuova preoccupazione,
l'età dello scrittore, il tema affrontato,
il campo pratico, ecc, sono tutte spiegazioni
accettabili. Non dimentichiamo poi le immagini
nettamente paoline e le formule ben note,
che ritornano come tante firme dell'autore.
4. La dottrina? Eccellente. Non è
la prima volta che Paolo parla della "
fede " come d'un corpo di dottrina; non
è la prima volta che predica una fede
vivificata dalla carità e che porta
frutti. Parlare della Chiesa significa ancora
parlare di Cristo; e la vera fede è
unicamente il Vangelo intangibile.
5.
Infine, anche se non fosse possibile porre
questa corrispondenza nella cornice degli
Atti degli Apostoli, non dimentichiamo che
gli stessi Atti ci fanno intravedere che San
Paolo venne messo in libertà, e le
lettere della prigionia ci rivelano la sua
intenzione di continuare a visitare le sue
Chiese fino alla morte.
Note
sulle pastorali: esistenza d'una gerarchia
nella Chiesa primitiva.
-
È possibile non condividere l'entusiasmo
dei primi cristiani per Gesù, che essi
adoravano come l'eguale del Padre e dello
Spirito Santo, e riconoscevano come Colui
che è " il Signore a, vale a dire
che è realmente Dio così come
il Padre suo; però si deve riconoscere
la loro assoluta sommissione agli apostoli
di Gesù. Questa coesione e organizzazione
non si presentavano come semplici condizioni
vitali necessarie ad ogni società umana,
ma vi si vedeva l'espressione d'una volontà
chiarissima del Salvatore. La conclusione
evidente della parabola dei cattivi vignaioli
era che il padrone della vigna faceva perire
di mala morte i perfidi vignaioli, e che un
giorno avrebbe affidato la vigna ad altri,
i quali gli avrebbero dato i frutti per il
tempo stabilito. La Chiesa di Gerusalemme
e di Palestina non riconosceva più
l'autorità del sommo Sacerdote, né
l'autorità del sacerdozio giudaico
o dei leviti, ed era diretta soltanto dagli
apostoli e dai diaconi designati da questi.
La
stesso numero degli apostoli esprimeva il
loro dominio su tutte le tribù del
nuovo Israele. In tale " palingenesi
" (rigenerazione) il Figlio dell'uomo
era evidentemente assiso sul suo trono di
gloria e governava tutto il popolo dei rigenerati,
ma anche gli apostoli lo assistevano nel nuovo
governo; e siccome Giuda s'era sottratto alla
sua missione, il suo " trono " fu
assegnato a Mattia; e non essendo più
presente visibilmente Gesù per assicurare
la sostituzione, Pietro ne prese l'iniziativa.
Nel suo pensiero egli doveva riuscire a conoscere
colui che Gesù (" il Signore ",
al quale è rivolta la preghiera) aveva
scelto per prendere il posto nel ministero
apostolico prima affidato a Giuda.
La
gerarchia era visibile agli occhi di tutti,
come dimostrano i fatti seguenti: gli apostoli,
compreso Mattia, predicano il giorno di Pentecoste;
gli apostoli ricevono i nuovi convertiti e
li battezzano; gli apostoli amministrano i
beni destinati alla comunità; gli apostoli
istituiscono i primi diaconi e delegano loro
dei poteri; gli apostoli compaiono davanti
alla giustizia e sono i rappresentanti del
gruppo dei fedeli.
Agli
apostoli spetta inoltre l'alta direzione dell'apostolato
esercitato dagli altri ministri del Vangelo.
Filippo riuscì ad evangelizzare la
Samaria, e gli apostoli decidono di mandarvi
Pietro e Giovanni per imporre le mani ai nuovi
battezzati e comunicare lo Spirito Santo;
Pietro rifiuta a Simone il potere di comunicare
lo Spirito Santo con l'imposizione delle mani.
Più tardi vediamo il neoconvertito
Paolo venire a Gerusalemme, condotto da Barnaba
" agli apostoli a (in realtà solo
a Pietro e Giacomo il Minore) e restare quindici
giorni vicino a Pietro, perché è
il capo degli apostoli. Avendo ricevuto direttamente
la sua investitura e la sua missione, Paolo
non ha alcun bisogno di venire approvato dall'intero
corpo dei Dodici prima di cominciare la fondazione
delle chiese di Cilicia e in Siria, ma Pietro
resta il capo supremo dell’apostolato. Quando
conviene al bene generale, Pietro dispone
anche d'un potere coercitivo.
Durante
il primo loro viaggio apostolico vediamo Paolo
e Barnaba istituire, con l'imposizione delle
mani, dei " presbiteri " con l'evidente
incarico del governo spirituale delle recenti
chiese: essi assicuravano l'unità del
gruppo e presiedevano al culto, e siccome
questo era strettamente eucaristico, i a presbiteri
" avevano il potere dei nostri attuali
" sacerdoti ", presiedevano e facevano
le ammonizioni, avevano il diritto ad essere
onorati e aiutati materialmente dai fedeli
(cfr. I Tess., 5, 12-13). Conosciamo il nome
di due presbiteri della Chiesa di Colossi:
Epafra e Archippo. I " presbiteri "
della Chiesa di Efeso sono convocati a Mileto
da Paolo, che li indica anche col termine
di " episcopoi ", cioè sorveglianti
del a gregge " loro affidato (At., 20,
17-28). A Filippi di Macedonia troviamo gli
stessi " episcopoi " assistiti dai
diaconi; Giacomo (Gc, 5, 14s) e Pietro (1
Ptr., 5, ls) ci parlano anche degli "episcopi"
cristiani.
Ora
Paolo nelle tre lettere pastorali ricorda
questi " episcopi ", questi "
presbiteri " che formano un collegio
chiamato a presbyterium "; parla anche
dei a diaconi " e delle " diaconesse
", che pare fossero le mogli dei diaconi.
In quel tempo (tra la prima e la seconda prigionia,
cioè verso il 63-66) i termini "
episcopi " e " presbiteri "
pare indichino le stesse persone. Fino allora
Paolo conservava l'alto comando delle chiese
da lui fondate e gli altri apostoli probabilmente
agivano allo stesso modo, lasciando a Pietro
il potere supremo, che aveva ricevuto dal
Maestro divino.
A
Gerusalemme era stabilita la gerarchia a tre
gradi; in questa Chiesa Giacomo, " fratello
del Signore ", è certamente il
primo vescovo in ordine di tempo. Come il
patriarca attuale, era aiutato da preti. San
Paolo risolse di stabilire quest'episcopato
monarchico nell'isola di Creta e ad Efeso.
Tito governa la clresa di Creta e si circonda
di sacerdoti e di diaconi, che deve scegliere
con la massima prudenza; Timoteo agisce allo
stesso modo per l'Asia proconsolare.
Nella
sua lettera ai Corinti (verso il 96) San Clemente
parlerà del et Grande Sacerdote "
(il vescovo) dei " preti " (altre
volte indicati con i termini " presbiteri
" o " episcopi ") e dei "
leviti " (i diaconi). Al principio del
secondo secolo si fissa la terminologia attuale,
che troviamo nelle lettere di Sant'Ignazio
d'Antiochia.
Le
chiese primitive (Gerusalemme, Antiochia,
Efeso, Tessalonica, Corinto, ecc.) non erano
autocefale come le attuali chiese scismatiche
orientali, preoccupate prima di tutto di conservare
la loro autonomia, il loro rito e nazionalità
(Greci, Siri, Copti, ecc). I cristiani di
tutto il mondo si sapevano uniti e parte di
un solò tempio, di cui Cristo era la
pietra angolare, gli apostoli e i profeti
il fondamento, ed essi altrettante pietre
vive. Cosi riconoscevano l'autorità
di tutti gli apostoli e specialmente di Pietro.
Il decreto di Gerusalemme è imposto
ai cristiani di Siria e Cilicia; i Galati,
cristiani evangelizzati da Paolo, riconoscono
l'autorità di Pietro e degli apostoli
che sono a Gerusalemme; anche per i Corinti
Paolo è apostolo come lo sono i Dodici,
che hanno vissuto col Cristo, e quindi riconoscono
l'autorità di tutti gli apostoli.
Gli
apostoli non esitano a inviare messaggi a
Chiese che non hanno fondato, e peifino a
tutte le Chiese, cioè a tutta la Chiesa.
Giuda Taddeo si rivolge alle Chiese della
Siria e della Fenicia; Paolo scrive ai Romani
una lettera dottrinale; Giacomo si rivolge
alle " dodici tribù " del
nuovo Israele; Giovanni alle " sette
Chiese " dell'Asia e, in esse e per esse,
a tutta la Chiesa universale, simbolizzata
nel numero sette; Pietro manda la sua prima
lettera alle
Chiese
del Ponto, della Galazia, della Cappadocia,
dell'Asia e della Bitinta. Nulla di tutto
ciò può far meraviglia, poiché
i cristiani ben sapevano che i loro capi immediati
avevano ricevuto dagli apostoli una comunicazione
d'autorità e che perciò questi
capi locali restavano soggetti agli stessi
apostoli e, per essi, a Cristo, che li aveva
scelti, e a Dio stesso.
Prendiamo
un cristiano della fine del primo secolo.
Egli vuoi essere unito a Cristo, perché
Cristo viva in lui; perciò si preoccupa
di restare unito al corpo di Cristo, cioè
alla Chiesa; sta attento per non sbandarsi
dal gregge a conservare la tradizione degli
apostoli; quando viaggia s'informa del successore
legittimo degli apostoli, che governa la chiesa
locale. Uno tra i criteri più semplici
consiste nell'informarsi sul nome del capo
che è in comunione con la Chiesa di
Roma. Più passano gli anni e più
diviene facile distinguere quest'amata gerarchia.
Sempre vi furono intriganti, pseudoapostoli
senza mandato; San Paolo li smascherò
con veemenza, e più tardi le Chiese
potevano facilmente condannarli. Costoro avranno
dei discepoli; e il grande argomento che verrà
loro opposto sarà il carattere gerarchico
e apostolico della vera Chiesa.
Quale
dottrina bisogna scegliere? quale morale praticare?
Il cristiano primitivo lo sa come il cattolico
di oggi, non fidandosi delle sue ispirazioni
individuali, ma consultando " il glorioso
e venerabile canone della nostra Tradizione
", come diceva Clemente romano, aggiungendo
che questa Tradizione era custodita dalla
Gerarchia ecclesiastica.
Anche
qui per i nostri liberi pensatori è
indifferente che la dottrina primitiva si
sia corrotta nel corso dei tempi, ma devono
almeno ammettere che nella Chiesa primitiva
nessuno condivideva la loro indifferenza.
Perfino l'eretico, perfino l'eresiarca era
un fervente, un ardente, spesso un convinto.
8.
La lettera agli Ebrei. - La questione
dell'origine paolina di questa lettera è
troppo delicata per poterla esporre e tentare
di risolverla nel breve spazio a nostra disposizione.
La soluzione ci sembra vicina alla seguente
posizione: Paolo, ancora prigioniero a Roma,
incaricò un suo discepolo di redigere
la lettera che indirizzava alle chiese di
Palestina. Chiunque sia il discepolo, Clemente,
Luca, Barnaba, Apollo, Aristione o altri,
resta il fatto che la garanzia apostolica
fece accogliere la lettera come regolatrice
della fede e riconoscere fin dall'origine
come facente autorità. Solo più
tardi in Occidente subì una eclissi,
un momentaneo discredito, che si spiega con
ciò che essa dice sull'impossibilità
di rinnovarsi con la penitenza (6, 4-6): la
vera esegesi del passo dimostra che essa non
nega la possibilità d'una conversione
dopo l'apostasia, né la legittimità
del sacramento della penitenza; però
l'autore, con lo stile franco e assoluto abituale
ai semiti, dice semplicemente che i ministri
del Vangelo, con i mezzi ordinari di conversione,
non possono ricondurre gli apostati volontari.
È quanto costatiamo purtroppo ogni
giorno: l'empietà di questi infelici
vorrebbe annientare quel Dio che essi hanno
abbandonato. Ma quando ritornano, la Chiesa
li assolve e, se fanno penitenza, toglie loro
la scomunica.
§
4. - I Vangeli.
I
Vangeli in generale. - Del Vangelo,
abbiamo più di 2.300 manoscritti
greci, oltre quaranta dei quali hanno più
di mille anni; inoltre vi sono oltre 1500
lezionari, che contengono la maggior
parte del testo dei Vangeli distribuiti in
lezioni per l'anno; ci sono 15 versioni
in lingue antiche, che te stimoniano per il
testo greco letto dai traduttori. S'aggiungano
innumerevoli citazioni dei Padri antichi,
che in realtà sono frammenti di altri
antichi manoscritti andati perduti. La massa
dei materiali è schiacciante "
(11). "I
7/8 dei tenore verbale del Nuovo Testamento
sono fuori discussione; 1 ultimo ottavo in
gran parte consiste in modificazioni nell'ordine
delle parole e in varianti insignificanti.
Infatti le varianti che toccano la sostanza
del testo sono pochissime e si possono valutare
a meno di 1/1000 del testo" (Hort). E
postumo dire che il testo critico pubblicato
dal Nestle o dal P. Lagrange nella sua Synopsis
evangelica ci da quasi il perfetto testo redatto
dagli evangelisti sui loro rotoli di papiro.
Le scoperte della scienza in questi ultimi
tempi hanno ulteriormente confermato il valore
del nostro testo critico.
Perciò
noi abbiamo il Vangelo in greco tale e quale
fu scritto. Ma da chi venne scritto? .
Il
Vangelo venne scritto da quattro autori distinti,
e su questo punto la tradizione è unanime,
e lo conferma irresistibilmente lo studio
diretto dei quattro
librétti.
Il
primo è composto con grande forza e
non senza un interessante sottigliezza da
un semita, che si rivolge a semiti
II
secondo ad ogni pagina tradisce la mano d'un
autore assolutamente inimitabile. .
Il
terzo ha un carattere letterario più
visibile, lascia facilmente scoprire
le sue intenzioni, segue un metodo che s'avvicina
chiaramente a quello degli
scrittori ellenistici. ...
Il
quarto ha risonanze profonde, che suscitano
emozioni intense e riproduce solo a metà
il pensiero troppo ricco. L'autore ha profuso
sul suo papiro tutta l'animazione della vita
reale e sublime di Gesù; i suoi sottintesi
sono rivelatori quanto il testo. Egli è
un teste oculare della prima ora.
Ogni
evangelista cammina senz'arresti verso uno
scopo preciso, seguendo un piano d'insieme.
Luca inoltre possiede l'arte delle preparazioni,
che piace tanto a un lettore attento.
L'ordine,
la scelta dei materiali in un disegno determinato
" tradiscono giustamente un'opera personale.
La potenza creatrice d'una collettività
non è sempre negabile, ma non si deve
invocare senza molta precauzione. Spesso viene
introdotta come un attore compiacente e le
si assegnano tutte le parti, ma uno studio
attento la riconduce alle attribuzioni che
le sono proprie. Essa agisce certamente e
potentemente in un movimento religioso come
il cristianesimo primitivo, ma come un'atmosfera
calda, eccitante, propizia all'esplosione
di forti sentimenti e d'espressioni entusiastiche,
ma non supplisce mai gli agenti personali
nella creazione di grandezze definite e nella
formulazione di determinati pensieri. La ricchezza
della vita collettiva favorisce, ma non crea
le opere intellettuali" (12).
(11)
Strebter, The Foia Gospels, London 1924, p.
33-
(12) L. de Grandmaison,
0. e, t. I, p. 49.
Gli
autori del Vangelo non cercano affatto di
attirarsi l'attenzione, sono costantemente
soggetti al loro oggetto, sanno che dopo il
passaggio di Gesù sulla terra "
basta raccontare o riprodurre esattamente
per ottenere l'effetto voluto,
perché le parole e gli atti del Signore
valgono per se stessi e si manifestano come
irreformabili. I Vangeli quindi, più
che apologie, sono epifanie, che mirano a
nutrire la fede, a comunicarla con il contagio
vitale, a sviluppare il geme preesistente
in coloro che ne sono capaci e degni Non sono
un'arringa, ma un'esposizione, un riassunto
tradizionale e incompleto della Buona Novella
" (13).
Conformità
dei Vangeli con il Vangelo degli apostoli.
- Lo stile ordinario del primo e del secondo
Vangelo è evidentemente quello della
catechesi. Bisogna aggiungere che è
uno stile da catechesi apostolica, e soprattutto
questo li distingue dai vangeli apocrifi,
eccetto il Vangelo di Pietro, che s'ispira
costantemente ai nostri Vangeli canonici e
ne riproduce fatalmente la maniera. I racconti
di Matteo e di Marco hanno una caratteristica
sobrietà di forma, unita alla pienezza
del contenuto, che rivela completa sicurezza
e perfetta modestia da parte dello scrittore.
Questi è certo tanto della verità
che racconta come dell'accoglienza fiduciosa
che gli farà il lettore. La duplice
certezza si basa evidentemente sull'eccezionale
valore di testimonianza, la quale può
solo essere quella degli apostoli, di coloro
che hanno seguito Gesù e sono diventati
" ministri della parola ".
Matteo
si è tracciato un piano ordinato in
vista di fini precisi; Marco invece no, e
possiamo dire che fu per lo stesso motivo,
cioè per ^trasmettere fedelmente la
catechesi apostolica e renderla facilmente
trasmissibile ai neofiti. Marco era soltanto
discepolo, ma discepolo del capo degli apostoli,
ed è attento a rendere fedelmente ciò
che il suo maestro era solito dire; la sua
descrizione è viva e vivente, alle
volte ridondante, per il timore di non evocare
abbastanza. Matteo da solo possedeva la maggior
parte della catechesi, e la dispose in vista
dell'effetto d'insieme che si riprometteva
di produrre sullo spirito dei giudei o dei
cristiani venuti dal giudaismo. Snaturare
i fatti significava esporti ai violenti contrattacchi
dei farisei e del popolo, che resta loro attaccato.
Abbiamo
due conferme di questa fedeltà all'insegnamento
apostolico:
1.o l'accoglienza unanime fatta dalla Chiesa
a questi Vangeli;
2.o la somiglianzà esistente tra essi
e i discorsi di Pietro, riportati da Luca
negli Atti.
Anche
il terzo Vangelo è l'eco fedele dell'insegnamento
degli apostoli. Qui l'autore si sente obbligato
a giustificare la sua opera, perché
si scusa di prendere la penna, pur non essendo
né apostolo, né compagno abituale
dei Dodici. Luca nella Chiesa è conosciuto
e amato come l'aiutante e il medico di Paolo,
e si sa che Paolo stesso ha " ricevuto
" quello che ha insegnato riguardo ai
fatti e ai gesti del Salvatore, come dice
e ripete specialmente nella prima lettera
ai Corinti. Così Luca si è dato
premura d'interrogare i a testi oculari ",
che in alcuni casi scelse nel seguito degli
apostoli, e di cui nessuno pensa di mettere
in dubbio la parola. Pare ad esempio che Luca
abbia conosciuto la psicologia d'Erode Antipa
da Susanna, la moglie di Cuza, intendente
del tetrarca. Possiamo credere che Marta o
Maria abbia raccontato l'episodio che localizza
in un " certo borgo ", quasi non
volesse scrivere Befania, per non tradire
le confidenti del Maestro divino.
(13)
L. db Grandmaison, ivi, p. 53.
Il
quarto Vangelo poi è fatto unicamente
dei ricordi d'un apostolo; ricordi
lontani nel tempo, ma così spesso evocati
nel cuore e nello spirito dello scrittore,
che uniscono la precisione di certi particolari
all'imprecisione dell'insieme, avvolto nell'alone
delle ricordanze. La cornice è un po'
sconnessa, la tela qua e là è
screpolata, ma il volto di Gesù ha
conservato la sua maestosa serenità.
In
sostanza i nostri quattro Vangeli scritti
sono proprio conformi al Vangelo degli apostoli,
a ciò che essi raccontavano e a quello
che ordinariamente non raccontavano ai catecumeni,
ma meditavano lungamente dopo la dipartita
del loro Maestro divino:
I
sinottici. - II Vangelo secondo
San Matteo. - Cerchiamo di penetrare
nell'anima dell'apostolo San Matteo quando
cominciò a scrivere il libro aramaico,
del quale abbiamo una traduzione greca anteriore
all'anno 70.
Personalmente
sono propenso a riportare molto indietro (tra
il 30 e il 44) la composizione di Matteo,
che si mostra prepaolino e pregiudeocristiano.
Ha unicamente lo scopo di " sostenere
i discepoli di Cristo nella loro fede, sia
difendendola contro gli attacchi dei giudei,
sia mettendo in luce l'insegnamento di Gesù;
in lui i fatti sono condotti solo per servire
alla manifestazione d'una dottrina ";
conosce molto a fondo la catechesi orale,
che ha praticato vari anni sotto la direzione
di San Pietro. Forse ne ha già fissato
qualche elemento
per iscritto.
Ora
si è tracciato un vasto piano d'insieme,
bene studiato, ben ragionato; prevede cinque
grandi discorsi del Maestro, dei quali ha
il ricordo generale e nei quali inserirà
altre parole di Gesù riguardanti gli
stessi punti di dottrina, per esempio la preghiera;
raggrupperà dieci miracoli, che serviranno
ad
autenticare la dottrina, ecc.
Come
genere letterario adotterà quello dei
detti: una frase di Gesù verrà
messa nella sua cornice esplicativa, poi si
passerà a un altro insegnamento, avendo
sempre cura di sottolineare il valore dimostrativo
dei fatti, poiché si tratta di aiutare
i catechisti di lingua aramaica.
Matthaios
è la forma grecizzata dell'ebraico
Mattai o Mattnai, abbreviazione di Mattanyah,
che significa dono di Ya, come Teodoro significa
dono di Dio. San Matteo era un pubblicano
(un agente delle dogane o del dazio) nell'importante
città di Cafarnao; fu chiamato da Gesù
mentr'era occupato nel suo lavoro. Dopo la
resurrezione di Cristo evangelizzò
i giudei di Palestina e redasse in lingua
aramaica il riassunto della catechesi degli
apostoli. Non si può determinare se
egli si sia recato in Etiopia o in Persia,
e ignoriamo la data
della sua morte.
Papia,
vescovo di Gerapoli nell'Asia Minore, verso
il 125 scriveva: "E l'Anziano (si tratta
di Giovanni, l'Anziano, discepolo di Giovanni
l'Evangelista) diceva anche questo: Marco,
diventato l'interprete di Pietro, scrisse
diligentemente quanto ricordava, senza un
piano prestabilito (scriveva puramente e semplicemente),
ciò che Cristo aveva detto o fatto.
Egli infatti non aveva sentito, né
accompagnato il Signore, ma più tardi
come già dissi, seguì Pietro,
il quale faceva le sue didascalie secondo
il bisogno del momento, senza la preoccupazione
di mettere in ordine le parole del Signore.
Quindi Marco non sbagliava scrivendo le singole
cose come le ricordava, preoccupato com'era
di non tralasciare nulla di ciò che
aveva sentito (raccontare da Pietro) e di
non introdurre alcun errore... Quanto a Matteo,
egli in lingua ebraica coordinò
i detti (logia) del Signore e ciascuno li
interpretò com'era capace di fare "
(in Eusebio, Hist. eccl., HI, 39).
Fino
al principio del secolo xrx si disse unanimemente
che Matteo aveva scritto il nostro primo Vangelo,
o meglio, il libro aramaico, di cui il primo
Vangelo canonico è la traduzione greca.
Per
primo Schleiermacher emise l'ipotesi che l'apostolo
avesse soltanto composto una raccolta delle
parole di Gesù. Ma l'ipotesi è
inammissibile perché:
1.o ìreneo ed Eusebio, che possedevano
l'opera di Papia, non fecero mai nessuna distinzione
tra i a logia a del Signore e il nostro Vangelo
integrale;
2.o Clemente Alessandrino, Origene, Tertulliano,
che rappresentano una tradizione indipendente
da quella di Papia, attribuiscono tutto il
Vangelo a Matteo;
3.o non c'è traccia di sorta dell'esistenza
d'una raccolta delle sole parole del Salvatore;
4.o Sant'Ireneo indica il Vangelo con l'espressione
" i logia del Signore "; Papia parla
allo stesso modo, e per lui l'opera di Matteo
è simile a quella di Marco. L'unica
differenza sensibile è quella di ordinare
dò che Marco si accontentava di riportare
secondo che ricordava; però il contenuto
è lo stesso e i " logia "
del Signore indicano quello che il Signore
" disse o fece " quand'era sulla
terra.
Tutto
ciò non infirma l'ipotesi che esistesse
una scelta di testi fatta in greco dopo il
primo Vangelo aramaico, conosciuta da San
Luca e da colui che, più tardi, fece
la traduzione completa dell'opera di San Matteo.
Questo gradino permette di spiegare certe
somiglianze verbali tra il terzo e il primo
Vangelo, e per questo esso ha autorità,
anche se non interessò quelli che ci
hanno assicurato dell'identità sostanziale
del Matteo greco con l'originale che egli
aveva nelle mani.
Più
si legge il primo Vangelo e più ci
colpisce lo stato d'animo di chi lo ha composto
e redatto, poiché la composizione è
un capolavoro e la redazione è perfettamente
conforme allo scopo dell'autore.
Sono
convinto che sia possibile dimostrare che
l'autore fu testimonio oculare della maggior
parte dei fatti che narra, il che rende sempre
più degna di nota la sua cura d'essere
oggettivo, meglio ancora, la sua attenzione
concentrata sul valore argomentativo dei fatti.
Si direbbe che egli rinuncia all'incanto della
scena descritta e sacrifichi la maggior parte
delle circostanze che non aiutano a sottolineare
la portata dell'avvenimento. Scrivendo non
conserva nei suoi ricordi la cornice pittoresca
dell'episodio, ma ascolta il Cristo, ascolta
San Pietro, che narra l'episodio centinaia
di volte e da alla catechesi la sua forma
quasi ufficiale.
Un
tale atteggiamento è più psicologico
di quanto si creda. Riguardo ai Luoghi Santi
la Scuola Biblica a Gerusalemme aveva quello
che potremmo chiamare una dottrina, che veniva
trasmessa istintivamente, seguendo una forma
stereotipata; maestri e allievi tenevano ai
visitatori un linguaggio quasi identico. Certe
formule s'imponevano e chi le usava s'assicurava
una maggior fedeltà a ciò che
era creduto verità storica. Non importava
che vi fossero prima di tutto scoperte individuali,
poiché chi per primo aveva letto, ad
esempio, un'iscrizione, non si fermava alle
circostanze della scoperta, ma ne dava la
traduzione ricevuta e ne segnalava la relativa
importanza. Allo stesso modo il Collegio apostolico
si sentiva in possesso d'un tesoro dottrinale
comune, destinato ad arricchire tutti gli
uomini di buona volontà; il catechista
poneva tutto se stesso al servizio della catechesi;
e tale docilità spiega la concordanza
tanto
frequente delle formule di Marco con quelle
di Matteo, poiché entrambi si fanno
eco di Pietro.
Marco
tuttavia scrisse con maggior semplicità
e si è lasciato cattivare dall'incanto
dei racconti; si rappresentò il divino
Maestro, ne ritenne i gesti e gli atteggiamenti,
nonché le espressioni dei sentimenti;
invece Matteo vuole stabilire con i fatti
che Gesù ha adempiuto bene il suo compito
di Cristo atteso e che i giudei ebbero il
grande torto di non riconoscerlo.
Il
Vangelo secondo San Marco. - È
un libretto che, nell'edizione del Nuovo Testamento
del Nestle, occupa una cinquantina di pagine
e si può facilmente leggere in una
sola mattinata. Chi è l'autore?
"
La tradizione della Chiesa primitiva è
unanime nell'attribuire il secondo Vangelo
a San Marco, e i critici moderni, compresi
i più radicali, non contestano l'attribuzione.
La tradizione attesta anche lo stretto vincolo
che univa a San Pietro San Marco, il quale
nel suo Vangelo ci ha trasmesso la catechesi
del capo degli apostoli " (P. Huby).
"
San Luca scrisse dopo San Marco, che conobbe
a Roma. D'altronde vi sono motivi, se non
decisivi, almeno molto probabili per pensare
che gli Atti degli Apostoli, composti dopo
il terzo Vangelo, furono terminati verso il
63, e questo riporta a una data un po' anteriore
la redazione del secondo Vangelo " (id.),
cioè a una trentina d'anni dopo i fatti.
In
questi racconti, " presi dal vivo "
(Renan), troviamo a la manifestazione di Gesù
Messia e Figlio di Dio, quale si è
rivelato con le parole e più ancora
con la condotta " (P. Huby).
Questo
Vangelo è come il diamante, che non
si può intaccare né dividere,
e per conservarne una parte bisogna prenderlo
tutto intero, e per rigettarne una riga è
necessario rigettarlo tutto quanto. Tale unità
gli è connaturale e gli viene dal suo
stesso essere. Il secondo Vangelo è
uno, come Marco che lo scrisse, come Pietro
che l'aveva narrato, come Gesù che
lo aveva vissuto.
In
apologetica è un punto strategico di
valore primario; è il centro di resistenza
che permette di riorganizzare tutto il fronte
e di riprendere la controffensiva vittoriosa.
Malgrado questo, il nemico dirà di
non essere mai stato vinto; ma l'essenziale
è che sia stato vinto.
Il
Vangelo secondo San Luca. - Composto
e pubblicato prima degli Atti degli Apostoli,
quindi avanti la primavera del 63, il terzo
Vangelo è il più " storico
" o, se si vuole, il più storiografico
di tutti; e questo sia detto come argomento
ad hominem per quegl'increduli che sospettano
della dialettica di Matteo, del naturale di
Marco, della profondità di Giovanni.
Luca
promette di scrivere con ordine, e l'ha cercato
prima di scrivere: ordine dei fatti non solo
nella successione cronologica, ma specialmente
nella loro connessione, nel mutuo rapporto.
Così il racconto dell'infanzia riposa
" tutto quanto sulla concezione verginale
e l'origine divina di Gesù " (14);
e questo punto dell'insegnamento, ricevuto
da tutti i catecumeni, meritava d'essere presentato
" con ordine " e non disordinato
come le informazioni raccolte dallo storico.
Luca, aiutato in ciò da Maria, studiò
attentamente, confrontandoli tra loro, tutti
i fatti dell'infanzia del Salvatore. Com'è
evidente, conobbe il Vangelo di Marco e lo
accolse in quanto proveniva da Pietro; raccolse
altre informazioni
sulla missione in Giudea del secondo anno
del ministero di Gesù.
(14)
Lagrange, Rame biblique, 1895, p. 171 ss.
"
In questo modo Luca ha tutta una parte propria,
un tesoro inestimabile, ma meno circostanziato
di quello che accadde sulle sponde del lago
" (15).
Per un momento avevo pensato che Luca avesse
trovato questo nel Vangelo di Marco, oggi
incompleto, ma ora vedo troppo bene che manca
al lungo passo a quella visione dei luoghi,
quella precisione sulle circostanze e gli
attori del dramma, che erano il dono di San
Pietro " (16).
Valore
storico dei Vangeli sinottici. - Nel suo libro
L'Essenza del Cristianesimo, A. von Harnack
scriveva: " I Vangeli non sono "scritti
partigiani"... Per l'essenza del contenuto
appartengono ancora al periodo primitivo od
ebraico del cristianesimo, a quel breve periodo
che potremmo quasi dire paleontologico. È
gran ventura che la storia ci abbia conservato
notizia di quei tempi... Il carattere originale
degli evangeli è oggi concordemente
riconosciuto dalla critica... È indubitabile
che in quanto è sostanziale non abbiamo
qui una tradizione di prima mano ".
La
quale tradizione primitiva lasciava unite
le parole e le azioni di Cristo e dei suoi
contemporanei. Solo più tardi si penserà
d'isolare gl'insegnamenti del Salvatore per
farne oggetto d'uno studio particolare, che
obbligherà a richiamare il fatto che
servì di contesto o di pretesto all'insegnamento.
E i verbo, Verbi sono intelligibili solo come
parziale manifestazione della grande rivelazione,
che era l'Incarnazione stessa del Verbo eterno
di Dio.
Le
parole, specialmente quelle d'una persona
amata, ordinariamente si riportano con più
esattezza e con fedeltà più
minuziosa delle azioni.
"
Insegnamenti come quelli di Cristo, per il
loro rilievo, la novità, l'adamantina
limpidezza, portano in se stessi la prova
della loro origine " (17).
"
Aggiungiamo che la natura delle controversie,
la posizione delle questioni, le allusioni
offrono legami sottili con tutto ciò
che sappiamo dello stato degli spiriti, dei
partiti e dei costumi d'una data epoca"
(18).
I
fatti vengono presentati con tanta buona fede,
che è impossibile immaginare una trasformazione
volontaria della loro sostanza. Malgrado lo
stile molto uniforme, conservano una grande
varietà, un forte sapore d'imprevisto,
dovuto alla loro individualità concreta.
Si trova la libertà umana e si scopre
quella divina, che s'inserisce nella trama
dei costumi locali e delle abitudini del tempo.
" Gesù vivo tratta con uomini
vivi; attorno a lui vediamo agitarsi un mondo
reale; i personaggi disegnati hanno il rilievo
della loro esistenza e del loro carattere
individuale; ovunque ivi è la vita
e con essa la verità della rappresentazione
storica" (19).
Come
scriveva il P. Huby, " gli evangelisti
non avevano pensato di scrivere una biografia
come la concepiscono i moderni, con la cura
scrupolosa delle precisazioni cronologiche
e topografiche; essi erano soprattutto preoccupati
di mettere in luce il valore religioso della
vita di Gesù, scegliendo scene che
avevano in se stesse il loro insegnamento
" (20).
Ciò non impedisce che questa vita sia
trascorsa tutta quanta sul suolo palestinese,
sotto il governo di Ponzio Pilato
(15)
Id., VEvangile de Jésus-Christ, p.
5.
(17) L. de Grandmaison, 0. e, t. I,
p. 119.
(19) A. Loisy, Le quatrième
évangele, Parigi, 1903.
II
ministero di Gesù seguì immediatamente
quello di Giovanni e possiamo stabilirne i
principali momenti e approssimativamente anche
la tragica fine.
Alcune
teorìe recenti sull'origine dei Vangeli.
-
1. Il modernismo, che dal P. de Grandmaison
venne definito come una " transizione
tra un razionalismo assoluto, ma non dichiarato,
ed elementi di tradizione cristiana autentici,
ma abbandonati all'arbitrio incontrollato
della critica soggettiva", vuoi vedere
una distinzione tra il Gesù della storia
e il Cristo della fede che spesso giunge all'opposizione.
La pretesa antinomia è un'invenzione
di spiriti che sentono un invincibile malessere
nel constatare gli splendidi interventi di
Dio nel succedersi dei fatti. Dicendo "
splendidi " non indico soltanto i grandi
miracoli, gli eventi capaci di commuovere
i popoli, ma gli atti divini segnati da un'inconcepibile
condiscendenza, i fatti e i gesti del Verbo
incarnato, che si mescola alla folla dei peccatori
e riceve gl'insulti dei farisei, che sperimenta
la fatica e la fame, agonizza nel Getsemani
e riceve una corona di spine. La bellezza
e il valore morale di tali meraviglie non
sfuggivano ai modernisti, ma preferivano vedervi
qualcosa di diverso dalle realtà accadute
sul suolo palestinese, cioè simboli
inventati dalle generazioni cristiane per
esteriorizzare la loro fede.
Rispondiamo
che solo il Cristo della fede è quello
della storia; e per provarlo non crediamo
affatto che sia necessario leggere i documenti
con gli occhi della fede del carbonaio. Leggiamoli
pure salvando i diritti della critica; teniamo
conto di tutti i dati storici e, se quest'affermazione
dei documenti e quell'evocazione dei monumenti
è più povera o più ricca
di quanto immaginavamo, inchiniamoci.
2
I mitologi...,
non senza ragione, fanno osservare come la
genesi della fede cristiana, in cosi breve
lasso di tempo, sarebbe inverosimile se, come
suppongono i liberali e gli escatologisti,
Gesù fosse stato soltanto un semplice
mortale, innalzato alla dignità divina
da alcuni discepoli illusi " (P. Braun).
Essi conservano il Dio, ma dimenticano l'uomo;
noi conserviamo l'Uomo-Dio e la manifestazione
dell'Uomo-Dio. Questo è il Vangelo
stesso, l'impareggiabile Buona Novella che
spiega la genesi della fede cristiana in un
tempo tanto
breve. L'esistenza storica di Gesù
al tempo di Tiberio, la sua morte violenta,
la resurrezione gloriosa furono osservate
più attentamente dell'apparizione d'una
nova nella volta celeste. Ma come gli astronomi
sono quasi gli unici a continuare ad osservare
la nova, cosi le anime di buona volontà
hanno potuto appassionarsi " per ascoltare,
considerare, esaminare, toccare " quanto
circondava il Verbo della vita (cf. 1 Gv.,
1, 1), senza che i politici, gli storiografi,
i prudenti, gli abili si degnassero di prestarvi
attenzione.
Le altre teorie sull'origine dei Vangeli.
- È domma ormai vecchio della critica
" indipendente " che Matteo e Luca
dipendano da Marco e da una fonte sconosciuta,
che viene chiamata " la Fonte ";
venne anche creato un Proto-Marco o Marco
originale, riprodotto da Matteo e da Luca.
Ma ormai si riconosce che il Proto-Marco è
una chimera.
La tradizione primitiva e lo studio diretto
del problema sinottico (problema delle concordanze
e delle differenze che tutti possono constatare
fra i tre Vangeli sinottici) ci allontanano
da questa pretesa " Fonte " dei
moderni. La soluzione più semplice
si può riassumere in questo schema:
Gesù
Gli
apostoli (presieduti da Pietro)
Ma.
Me R. Le Mt.
L'unica parte ipotetica è il nostro
R. o Raccolta desunta dall'originale ara-maico
di San Matteo (Ma.) e utilizzata da San Luca
e dal traduttore greco di San Matteo. L'esistenza
dell'originale aramaico del primo Vangelo
è troppo bene attestata perché
se ne possa dubitare.
Marco
è un'opera perfettamente unitaria,
che si fonda sulla catechesi romana di Pietro,
la quale non poteva differire molto dalla
catechesi palestinese organizzata dallo stesso
Pietro prima di venire a Roma.
Nel
1911 Harnack si decise apertamente per l'unità
di composizione degli Atti degli Apostoli,
il cui autore è Luca, che è
anche l'autore del terzo Vangelo. E siccome
Luca dipende da Marco, vediamo l'antichità
dei Vangeli riprendere diritto di cittadinanza
nel campo della critica. Torrey riporta Marco
al 40.
Il
" metodo della storia delle forme ".
- È un metodo che consiste nel "
legare alcuni caratteri degli scritti del
Nuovo Testamento a forme più o meno
letterarie o popolari adottate nel giudaismo
e nell'ellenismo ". Se lo sforzo di chi
lo applica si fermasse qui, sarebbe solo degno
di lode, poiché ci sono a forme, sorte
dallo spirito umano " identiche dappertutto:
si distinguono le massime o pensieri, gli
" apoftegmi " o motti di spirito,
ordinariamente riportati con le circostanze
in cui furono lanciati, e i " detti "
o racconti ordinariamente allacciati al genere
delle " memorie ", che non erano
autobiografiche, ma relazioni delle azioni
e delle massime di qualche personaggio illustre.
Quest'unione di fatti e di parole conveniva
in modo ammirabile all'uditorio degli apostoli.
Si stava attenti a ripetere esattamente le
parole di Gesù, si evitava di variare
troppo il modo di raccontare i fatti. Sarà
sempre utile leggere il Vangelo rappresentandoci
il catechista mentre parla ai neofiti, facendo
loro conoscere le scene principali della vita
del Salvatore.
I
partigiani di questo metodo ebbero il grave
torto d'aver posto a al punto di partenza
delle ricerche storiche l'affermazione che
la tradizione fu creata
dalla comunità " (21).
Il
che alla fin fine sopprime il sole e attribuisce
tutta la chiarità del giorno alle nuvole,
che non creano la luce, ma la ricevono e la
rimandano e, anziché accrescerla, la
filtrano col pericolo d'offuscarla. Una comunità
di uomini ordinariamente esiste soltanto attraverso
raggruppamenti progressivi intorno a una personalità
e, se diviene missionaria, è perché
si sente attaccata alla dottrina del maestro;
se pubblica manifesti, cerca d'esprimere il
pensiero del capo e queste pubblicazioni il
più delle volte sono ufficiali. L'autorità
le compone, le sorveglia, le corregge, le
ritratta e le condanna; in ogni caso reagisce
tutto il gruppo, che freme quando vede tradito
il pensiero dell'amato maestro. È evidente
che talvolta l'immaginazione concorre ad abbellire
il dato primitivo, a supplire le lacune dell'informazione;
dal seno stesso della comunità sorgerà
una fioritura di scritti apocrifi che saranno
letti, talvolta anche appassionatamente, me
se ne conosce bene l'origine e il carattere.
Il titolo dell'opera non farà nessuna
impressione: Vangelo di Pietro suonerà
falsamente all'orecchio dei primi cristiani
e dei loro pastori.
L'errore
del " metodo della storia delle forme":
- La giovane scuola studia la formazione della
tradizione evangelica letteraria, ma la studia
male.
(21)
O. Cullmann, Les recente* ibtdes sur lajormation
de la traditimi évangélique,
studio apparso nella Renne d'histoire et de
philosophie religieuse di Strastmrgo.
A. Essa non vuole che un
Vangelo (p. es. quello di Marco) sia stato
scritto da capo a fondo da un solo autore
(San Marco), perché, dicono, prima
c'erano piccoli brani di racconti popolari
senza cornice; il redattore (p. es. Marco)
creò la cornice, che non ha niente
di storico.
Risposta:
Ognuno dei nostri Vangeli ha la propria unità
e uno studio minuzioso permette di rilevare
i procedimenti, lo scopo, il piano, il metodo
dell'autore. Ma la composizione non è
paragonabile a quella d'un tragico greco o
di un favolista latino, poiché l'evangelista
utilizza dati orali o scritti che sa garantiti
dai " servi della parola " e, senza
limitarsi all'ordine cronologico, intende
rispettare la cornice di ciascun fatto o di
ciascun gruppo di fatti; osserva e non scrive
nulla prima di aver ritrovato Gesù
stesso nella sua vita terrena. In questo modo
non è possibile notare qualche inesattezza
topografica o altro. Le parole del Maestro
sono coerenti tra loro, le azioni sono coerenti
tra loro, le une e le altre s'accordano. Marco
ebbe anche l'insigne fortuna di assistere
alle catechesi di Pietro a Roma, che assomigliavano
a quelle che lo stesso Pietro aveva organizzato
e controllato a Gerusalemme.
B.
La Scuola ci dice che la comunità cristiana
creò la tradizione orale cristallizzata
nei nostri Vangeli. Così, per legittimare
il battesimo cristiano, fu inventato il racconto
del battesimo di Gesù.
Risposta:
Pura ipotesi. Non c'è nessuna specie
di traccia che permetta di applicare questa
genesi a una sola riga del Vangelo. L'ipotesi
è anche assurda e non offre affatto
interesse di sorta per guidare lo studio storico
delle origini cristiane. Non nego l'accordo
tra le idee della comunità cristiana
e quelle del Vangelo: il racconto degli Atti
degli Apostoli, anche se poco esteso, permette
di affermare che le comunità primitive
nell'insieme erano vere comunità evangeliche;
non erano perfette; talora ascoltavano predicatori
diversi dagli apostoli, ma erano innegabilmente
docili e il Vangelo orale, predicato opportune
et importune, riusciva a modellarle. Non furono
esse a modellare il Vangelo orale: se avessero
osato fare questo, attorno al Mediterraneo
sarebbe sorta una bella selva di dottrine!
All'origine
d'ogni moto religioso c'è sempre una
o due forti personalità. Il cristianesimo
ne ebbe una sola in Cristo. Gli apostoli poi,
e perfino Paolo, si erano troppo legati, anima
e corpo, a Cristo, per osare porre un fondamento
diverso da quello che avevano trovato. È
facile riscontrare ad ogni pagina evangelica
il segno impresso dalla mano di Cristo sulla
sua opera; lo si vede, lo si sente, o meglio
si vede e si riconosce il suono della sua
voce.
E
come si può pretendere che in così
pochi anni le comunità cristiane abbiano
potuto sognare i nostri Vangeli? È
inammissibile che le dottrine, die troviamo
nelle lettere di San Paolo e nei Vangeli,
siano sorte in vent'anni dalle comunità
e si siano imposte a tutti. Non c'era ancora
la radio, e anche se ci fosse stata, gli speakers
non avrebbero trovato chi ci credesse.
Il
più semplice buon senso invita a cercare
il fatto soprannaturale prima della fede,
la crocefissione del Figlio di Dio prima della
fede in quest'atto d'amore e tutto il contenuto
del Vangelo prima delle fede in questo stesso
contenuto tanto diverso dalle immaginazioni
popolari, tanto semplice e ricco, umile e
bello, calmo e profondo. Qui c'è il
dito di Dio.
C.
I racconti evangelici sono il riflesso delle
funzioni della comunità cristiana.
Risposta:
Pura e assurda ipotesi. Simili tentativi di
spiegazione non hanno concluso e non possono
concludere nulla. "I partigiani della
a storia delle forme " per quanto credano
di risalire indietro, all'alba delle origini
cristiane, ci fanno vedere una credenza immobile
e fissa nella resurrezione del Salvatore "
(P. Braun). Anche noi risaliamo a quest'altezza,
ma la nostra fede incoraggia la nostra scienza
storica a continuare, poiché spieghiamo
questa credenza con l'invincibile testimonianza
degli apostoli e dei discepoli. Solo perché
Gesù era Dio, solo perché era
risorto ed era riuscito a farlo credere ai
suoi discepoli immediati, questi poterono
suscitare una credenza così ferma e
così fissa a verità tanto trascendenti.
Il fiume studiato dalla Scuola della storta
delle forme scaturisce et dal trono di Dio
e dell'Agnello ", e ciò spiega
perché sulle sue sponde ci siano boschi
vivi, che danno frutti tanto belli fin dal
primo mese dell'anno, cioè dal principio
del cristianesimo.
Il
quarto Vangelo.
-
La tradizione antica afferma l'origine apostolica
del quarto Vangelo, e anche se non avessimo
nessuna testimonianza del secondo secolo,
il solo fatto che questo libro fu accolto
da tutte le Chiese, come i Vangeli sinottici,
proverebbe che si presentò ad esse
con le stesse garanzie d'apostolicità.
A
più riprese l'autore indica se stesso
come " il discepolo che Gesù amava
"; e questo significa l'apostolo preferito
da Gesù tra i Dodici, l'amico intimo,
che ebbe l'onore d'essere accolto da Cristo
assieme all'apostolo Andrea, fratello dell'apostolo
Pietro; fu testimone del colpo di lancia dato
al cuore di Gesù sulla croce. Quest'apostolo
non può essere altri che Giovanni,
figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo il
Maggiore.
Un
indice che corrobora tale soluzione del problema
è la cura dell'autore a non fare mai
il nome di Giovanni, di Giacomo, di Zebedeo,
di Salomé, che probabilmente è
" la madre dei figli di Zebedeo "
indicata dai sinottici come presente sul Calvario
la sera del venerdì santo e la mattina
di Pasqua. Si sarebbe potuto pensare che Giacomo
fosse l'autore del quarto Vangelo, ma tutta
la Chiesa sapeva che egli era stato martirizzato
fin dal 44; e solo Giovanni poteva assumersi
la responsabilità d'aggiungere un quarto
volume al Vangelo di Gesù Cristo.
A
chi fosse impressionato dal mito del martirio
di Giovanni assieme al fratello, si dia la
risposta del P. Lagrange nella sua introduzione
l'Evangile selon saint-Jean (p. XXXIX-XLII)
e del P. de Grandmaison nel suo Jésus-Christ
(t. I, pp. 146-154).
A
parte la pagina dell'episodio della donna
adultera (Gv., 7, 58-8, 11), si deve certamente
ammettere l'unità letteraria del libro,
che ha uno stile unitario e unico nel suo
genere. L'ispirazione è perfettamente
inimitabile.
Quale
lo scopo? Giovanni vuoi condurre i lettori,
già iniziati alla dottrina evangelica,
alla perfezione della fede; vuole completarne
l'istruzione, renderne ferma la dedizione
totale a Gesù Messia e Figlio di Dio.
Egli " si presenta come teste di ciò
che racconta, e vuole si creda che questo
è accaduto e che si creda sulla sua
parola " (22).
(22)
L. de Grandmaison, Jésus-Christ, t.
I, pp. 172-173.
Ora
" l'esattezza geografica e storica "
(P. W. Schmiedel) di questo libro diventa
ogni giorno sempre più evidente, conforme
alle scoperte archeologi-che in Palestina.
Anche
le dispute sono conformi alla maniera rabbinica;
" i dottori Gù-demann, Biicher,
Schechter, Chwolson, Marmorstein hanno tutti
dimostrato che il Talmud rende credibili
particolari che molti esegeti cristiani erano
propensi a mettere in dubbio. Il fatto più
notevole a questo riguardo è la forza
cumulativa degli argomenti addotti dagli scrittori
giudaici in favore dell'autenticità
dei discorsi del quarto Vangelo, specialmente
se ricollocati nelle circostanze in cui Giovanni
dice che furono tenuti " (23).
Gli allievi arabi del Seminario greco di Sant'Anna
di Gerusalemme talvolta sorridono alle nostre
obiezioni di occidentali; né c'è
da stupire se leggiamo un greco tanto corretto
dovuto alla penna di un pescatore del lago
di Tiberiade. « Un uomo comune, come
Aqiba, doveva innalzarsi fino al magistero
e fare scuola; un contadino, un pescatore,
con la sola istruzione ricevuta in casa, poi
nella scuola elementare che era presso ogni
sinagoga, non solo sapeva leggere, scrivere
e far di conto, ma, per mezzo dell'ebraico
che gli veniva insegnato per comprendere la
lettera della Scrittura, ne traeva un beneficio
equivalente a quello che lo studio del latino
liturgico può dare a un fanciullo cristiano.
Concentrata attorno alla Bibbia, tale istruzione
sviluppava potentemente il senso religioso:
i salmi, molti dei quali venivano imparati
a memoria, la recita ritmata e danzata dei
più bei passi della Legge e dei profeti,
il servizio delle sinagoghe, completavano
l'opera dei meglio dotati " (24).
"
La Provvidenza ci ha dato la prova incontestabile
che, nei termini in cui lo possediamo, il
Vangelo di Giovanni esisteva al principio
del secondo secolo, allo stesso titolo dei
sinottici", come dice la conclusione
d'un articolo (3 maggio 1935) del P. Lagrange
sul nuovo papiro evangelico trovato nell'estate
del 1934. La conclusione viene corroborata
dalla scoperta d'un papiro sul quale era scritto
un brano del Vangelo di San Giovanni circa
venticinque anni dopo la sua composizione.
§
5. - Altri scritti del Nuovo Testamento.
Gli Atti degli apostoli.
-
Il libro che porta questo
titolo ha per autore l'evangelista Luca, come
attesta la tradizione della Chiesa universale,
che rimonta ai primi scrittori ecclesiastici,
e come risulta dal carattere interno del libro
considerato in se stesso o in relazione con
il terzo Vangelo. L'affinità e la connessione
dei due prologhi (Le, I, 1-4; At., 1, 1-2)
rivelano nettamente questo fatto.
Luca
è anche l'unico autore degli Atti,
come si può dimostrare con argomenti
critici desunti dallo studio della lingua,
dello stile e della forma del racconto e come
confermano l'unità di scopo e di dottrina.
Lungi
dall'infìrmare la nostra tesi, i "
Frammenti-noi ", come vengono chiamati
i passi dove San Luca adopera la prima persona
plurale, la confermano. Ora, se ci poniamo
dal punto di vista storico o anche solo sul
terreno della filologia, con questi frammenti
si constata l'unità di composizione
e l'autenticità di tutto quanto il
libro.
(23)
Abraham, Rabbinic Aids io Exegesis, p. 181.
(24) L. de Grandmaison,
ivi, t I, pp. 184-185.
San
Luca terminò la sua opera sulla fine
della prima prigionia dell'Apostolo San Paolo
a Roma, quindi probabilmente avanti la primavera
del 63 o 62. Sul punto di mandare il suo libro
a Teofilo, Luca si da premura d'indicare discretamente
il proscioglimento di San Paolo o meglio ancora
una specie di non-luogo, senza le formalità
d'una comparsa davanti al tribunale. Nulla
lascia capire che San Luca abbia scritto un
terzo volume, e neppure che ne abbia mai avuto
l'intenzione; come pure nulla ci fa sapere
che la composizione del suo Vangelo e degli
Atti degli Apostoli debba essere ritardata
a un tempo di molto posteriore alla prigionia
di Paolo, quasi che l'autore attendesse nuovi
particolari sull'attività di Pietro
e di Paolo.
Uno
storico degno di questo nome può e
deve utilizzare il libro degli Atti, perché
è un documento storico di prim'ordine.
L'autore ebbe sottomano fonti assolutamente
degne di fede; le utilizzò con diligenza,
probità e fedeltà, aiutato nel
delicato lavoro dai ricordi personali. Noi
gli accordiamo tutta la nostra fiducia:
1.o per le frequenti e facili relazioni avute
con i primi e principali fondatori della Chiesa
di Palestina, con San Paolo, l'apostolo dei
gentili, del quale fu il collaboratore nella
predicazione evangelica e compagno nei viaggi;
2.o per l'abituale sagacia e cura minuziosa
nella ricerca dei testi oculari o nella personale
osservazione;
3.o infine per l'ammirabile accordo che spesso
constatiamo tra questo libro, le lettere di
San Paolo, i documenti e i monumenti più
solidi della storia generale.
L'autorità
storica del libro non può venir messa
in dubbio e nemmeno sminuita da questa o quella
difficoltà sollevata or qua e or là
dalla critica. È vero che vi si raccontano
miracoli, ma che diritto abbiamo di rifiutare
alla Chiesa nascente il potere di lasciarsi
aiutare da Dio? Il Vangelo secondo San Marco
termina con queste parole: I discepoli di
Gesù a se ne andarono a predicare dappertutto,
con la cooperazione del Signore, che confermava
la loro parola con miracoli che accompagnavano
" la Parola evangelizzatrice. E se il
Signore Gesù aveva fatto miracoli postumi,
era legittimo raccontarli, dopo averne accertata
l'autenticità. Ci sono discorsi riportati
in riassunto, e si pretende che siano un'invenzione
di San Luca, o almeno un suo adattamento alle
circostanze. Però l'adattamento sarebbe
veramente riuscito troppo bene. E quand'anche
l'autore si fosse permesso di scrivere ciò
che, secondo lui, poteva aver detto un oratore,
perché allora si riconosce a Tito Livio
e a Tucidide un'autorità storica e
si rifiuta poi di credere che San Paolo abbia
parlato ad Agrippa o a Felice? Del resto lo
studio minuzioso dei discorsi degli Atti rivela
lo scrupolo di San Luca per scrivere soltanto
ciò che sapeva essere vero. Si cercarono
pure echi di disaccordi con la storia profana,
con la storia biblica, e perfino con la storia
di Luca in altri passi; però tali ricerche
riuscirono solo a illuminare il valore storico
dei libri di San Luca.
La
lettera di San Giacomo. - "
Sembra assolutamente certo che Clemente romano
abbia conosciuto Giacomo e lo abbia tenuto
nella massima stima, per regolare su di lui
la sua dottrina sull'unione della fede e delle
opere " (25).
La lettera di San Giacomo è tutta morale
e non servì molto alle controversie
teologiche, " ma non decadde mai seriamente
dal suo posto ".
(25)
Lagrange, Hist. arte, ài Canon et JV.
T., p. 37.
Venne
redatta tra il 50 e il 62 ed è l'opera
di Giacomo, il primo vescovo di
Gerusalemme, " fratèllo del Signore
", cioè parente assai prossimo
di Gesù. Si tratta di Giacomo il Minore,
fratello di Giuseppe e figlio d'Alfeo e di
quell' " altra Maria ", che troviamo
sul Calvario assieme a Maria di Magdala. Giacomo
non fu mai giudaizzante, perché per
lui, come per San Paolo e tutti gli apostoli,
Gesù era l'unico principio di salvezza.
Venne martirizzato nel 61-62, come risulta
dal testo di Giuseppe (Ant. Jud., XX, IX,
1).
Le
lettere di San Pietro. - Si è
d'accordo nel datare la prima lettera di San
Pietro sulla fine del 63 o al principio del
64, e la sua autenticità è garantita
da Ireneo, Clemente Alessandrino, Origene,
Tertulliano, Eusebio e dall'antica versione
siriaca. Papia e Policarpo se ne servirono
e la leggeva il Pastore di Erma. L'autore
chiama se stesso " Pietro apostolo ",
" testimone delle prove di Cristo ";
parla di Marco, che sappiamo discepolo di
Pietro, e spesso allude alle parole e alle
azioni del Salvatore.
La
seconda di Pietro era nota a Policarpo e ai
suoi corrispondenti, e solo più tardi
sorsero dubbi a suo riguardo- Nel quarto secolo
l'accettano quasi tutti gli autori, e già
prima Origene parlava delle due "lettere
di Pietro " e concedeva che la seconda
era realmente opera di Pietro; Clemente Alessandrino
l'aveva commentata. L'autore chiama se stesso
" Simone, servo e apostolo di Gesù
Cristo ", si dice testimone della trasfigurazione
sul monte; la sua narrazione non è
una copia del Vangelo scritto; si richiama
alla sua prima lettera, parla di Paolo come
d'un " fratello amatissimo ". Il
fondo e la forma delle due lettere sono analoghi.
Si pensi ora che la Chiesa respinse gli apocrifi,
che si valevano del nome di Pietro, come il
Vangelo e l'Apocalisse di Pietro; essa aveva
quindi buoni criteri per distinguere gli pseudo-scritti
e quelli autentici del capo degli apostoli.
Le
lettere di San Giovanni. - L'autenticità
della prima Joannis è troppo evidente
per intrattenerci su di essa. Se il Comma
Joanneum (5, 7-8: " in cielo il Padre,
il Logos, lo Spirito Santo e questi tre sono
uno solo, e sono tre quelli che rendono testimonianza
sulla terra ") non è autentico,
bisogna vederci una glossa marginale, che
mirava a dare l'esegesi allegorica del versetto
8. La dottrina trinitaria non ci perde nulla,
perché i testi autentici che la esprimono
abbondano in tutto il Nuovo Testamento.
È
meno facile assicurare l'autenticità
e la canonicità delle altre due lettere.
" Si riconosce uno stesso autore per
tutte e tre dalla stessa dottrina e dallo
stesso modo "; le testimonianze formali
sono più antiche dei dubbi, e quelli
che dubitano ammettono, loro malgrado, l'autorità
anteriore almeno di una seconda lettera, poiché
dicono che la prima è incontestata
e incontestabile.
La
lettera di San Giuda. - II titolo
della lettera, il frammento muratoriano, Clemente
Alessandrino, Origene, Tertulliano ci dicono
che questa breve lettera è dell'apostolo
Giuda Taddeo, fratello di Giacomo.
Scritta
tra il 62 e il 70 o, più esattamente,
tra la morte di Giacomo e il principio della
guerra giudaica, quindi tra il 62 e il 66,
pare sìa stata utilizzata da San Pietro
quando scriveva la sua seconda lettera.
Si
rimprovera a San Giuda d'aver citato un libro
apocrifo. Ma che ne sappiamo noi? Giuda potè
avere dalla tradizione orale quello che troviamo
scritto nel libro di Henoc; in ogni modo Sant'Agostino
non si scandalizza di
vedere un apostolo citare questo apocrifo,
che forse per lui era un semplice argomento
ad hominem.
L'autenticità
dell'Apocalisse. - I dati del libro
stesso e le testimonianze della tradizione
militano in favore dell'autenticità
giovannea dell'Apocalisse.
L'autore
fa il proprio nome quattro volte (1, 1.4.9;
22,8) e si presenta come cristiano perseguitato
ed esiliato nell'isola di Patmos, dove Tertulliano
(De praescript., 36) e Origene (In Mt., 16,6)
dicono essere stato relegato l'apostolo Giovanni;
egli attesta come testimone e profeta (1,
2-3 e 22, 18-19) rivolgendosi a sette Chiese,
e pare mirare a tutte le cristianità
d'una provincia e anche a tutta la Chiesa
universale; parla come chi ha un'autorità
incontestata, ordinando di leggere in pubblico
la sua circolare, e non riconosce ad alcuno
il diritto d'aggiungervi o sopprimervi qualcosa.
Simile autorità rivela un apostolo
o un delegato d'un apostolo. Cosi San Paolo
scriveva alle a Chiese di Galazia " o
diceva ai Colossesi: a Quando avrete letto
questa lettera, fate che si legga anche nell'assemblea
dei Laodicesi e anche voi leggete quella che
vi giungerà dai Laodicesi " (Col.,
4, 16). a Quando Paolo era ancora in vita,
per suo ordine circolavano le lettere nelle
altre chiese " (P. Prat, La thèologie
de saint Paul, 93). L'opera d'un falsario
non avrebbe mai avuto il successo che la Chiesa
primitiva accordò a quest'Apocalisse,
successo che fu rifiutato alle apocrife Apocalissi
di Pietro e di Paolo.
Ora
l'apostolo Giovanni scrisse il quarto Vangelo,
come il libro insinua e la tradizione afferma,
" ...La testimonianza del quarto Vangelo
basta da sola a indicare che l'autore è
proprio Giovanni, figlio di Zebedeo. Questo
egli volle dire e proprio a questo titolo
la sua opera venne composta e fu ricevuta
nella Chiesa " (P. Lagrange, L'Evangile
selon saint-Jean, p. 15). Abbiamo pure tre
lettere dello stesso apostolo e basta confrontarle
dal punto di vista della mentalità
e dell'arte giovannea per concludere che l'autore
è unico.
Tanto
il Vangelo quanto l'Apocalisse hanno un carattere
drammatico; il conflitto tra la Luce e le
Tenebre si manifesta attraverso numerosi conflitti
tra gruppi umani; frequente è l'uso
delle antitesi e delle particelle negative
e avversative; la gioia è il frutto
d'una vittoria disputata a caro prezzo. Notiamo
il posto capitale che vi occupa lo Spirito
e come i fatti materiali servono soltanto
a introdurre il lettore nel mondo del soprasensibile.
Vi ritroviamo alcuni simboli: II Verbo, l'Agnello,
l'Acqua viva, il Pastore, la Luce, ecc; certe
parole e formule caratteristiche sono usate
in un senso particolare : " veridico
", " mostrare ", a testimoniare
", " vincere " (moralmente),
a osservare " (un precetto), eoe. Una
stessa parola riveste successivamente vari
sensi: a vita " ora significa la vita
fisica, ora quella spirituale; la parola "credere
" serve a notare tutti i gradi della
fede, dalla semplice intuizione fiduciosa
al riconoscimento della divina filiazione
di Cristo. Notiamo pure il gusto di San Giovanni
per certe allusioni misteriose (cf. Ape. 10,
3-4 con Gv., 1, 48) e i settenari latenti
e manifesti. Nel Vangelo San Giovanni sceglie
sette miracoli; nell'Apocalisse si appella
a sette testimonianze. Si notano ancora altri
settenari.
Dal
punta di vista dell'arte, negli scritti attribuiti
a San Giovanni si constata un modo di comporre
e di dipingere che gli è proprio; possiamo
parlare della " maniera di Giovanni "
come si parla di quella di Raffaello. Chi
sa di chi è la Scuola d'Atene, sa anche
chi ha dipinto San Michele che atterra il
demonio.
Lo
stile giovanneo è solenne; il Vangelo
è un fiume maestoso, l'Apocalisse un
torrente impetuoso; i risucchi dell'uno e
i balzi dell'altro obbediscono a un regime
assai uniforme. L'agilità del pensiero
è tale che la cura delle sfumature
conduce a un curioso intreccio dei tempi dei
verbi (cf; Gv., 3, 16-21 con Ape, 7, 9-17,
o 11, 1-13). San Giovanni, prima di analizzarle,
sintetizza le idee; si serve continuamente
del parallelismo, insiste sulla preparazione
e indica solo brevemente il termine, come
si vede, ad esempio, opponendo il compito
del precursore al battesimo di Cristo, o il
lungo discorso sull'Eucaristia alla semplice
allusione all'istituzione del sacramento.
S'aggiunga anche la più lontana preparazione
alle affermazioni più nette, l'espressione
d'idee molto vaste e ricche con mezzi ristretti,
il processo delle amplificazioni successive
o delle " ondulazioni" utilizzate
nell'Apocalisse, specialmente da 12,6 a 21,4
(Cf. Gv. 1, 1-8, ripreso da 9-15 e da 16-34).
Le
differenze segnalate e per troppo tempo esagerate
tra l'Apocalisse e le altre opere di San Giovanni
proverebbero semplicemente la et finezza e
l'esattezza del suo spirito " nell'adattarsi,
poiché una profezia non si scrive come
un libro di storia. La profonda diversità
delle materie trattate e dei generi letterari
rende intelligibili le differenze e molto
aggiunge a ciò che di sorprendente
hanno le somiglianze in se stesse (P. Lemonnyer,
Apocalypse, in D. A. F. C, I, col. 153).
Il
P. Allo è del parere che San Giovanni
nel comporre la sua opera si sia servito d'un
segretario; però si può supporre
anche l'opposto: condannato al lavoro delle
miniere, l'Apostolo sarebbe ricorso a un cristiano
di Patmos. che conosceva il vocabolario e
lo stile apocalittico, ma poco abile nel maneggiare
il greco. <t Paolo non scriveva lui stesso
le sue lettere. L'abitudine di dettare era
allora cosi comune, che "dettare,, significa
correntemente "comporre,,... Ma mentre
gli stilisti rivedevano accuratamente il primo
loro getto, per eliminare le imprecisioni
e cancellare le asperità, Paolo spediva
tali e quali le sue lettere, o con aggiunte
e nuove digressioni " (P. Prat, La théologie
de saint Paul, t. i, p. 94). Anche l'Apocalisse
è una lettera.
La
tradizione conferma queste conclusioni.
Convertito a Efeso una quarantina d'anni dopo
la comparsa dell'Apocalisse, San Giustino
scrive: a Tra noi un uomo chiamato Giovanni,
uno degli apostoli del Cristo, in un'apocalisse
fattagli, profetizza, ecc. " (Dial. cum
Tryph., lxxxi, 4). Nel 177-178 le chiese di
Lione e di Vienna qualificano già l'Apocalisse
come "Scritturaa (sacra); per Sant'Ireneo,
che verso il 150 aveva visto San Policarpo,
il quale a sua volta aveva veduto San Giovanni,
l'Apocalisse è l'opera del " discepolo
del Signore s (Adv. haer., xv, 21, 11; v,
26, 1), il quale altri non è che l'Apostolo
{ivi, n, 22, 5). La stessa tradizione troviamo
in Tertulliano e Clemente Alessandrino.
Avendo
i montanisti abusato degli scritti di San
Giovanni, il prete romano Caio, in un'opera
composta tra il 198 e il 217 contro il montanista
Prodo, pensò di attribuire l'Apocalisse
e il quarto Vangelo a Cerinto, eretico d'Efeso
e contemporaneo dell'Apostolo. A questo s'oppone
il canone murato-riano, che restituisce a
Giovanni l'apostolo (Johannes ex discipulh)
i suoi due scritti. Dionigi, vescovo d'Alessandria
dal 248 al 264, pur ammettendo che l'Apocalisse
è l'opera d'un certo " Giovanni
", santo e a ispirato da Dio ",
per fronteggiare il" rinascente millenarismo
et congettura " che si tratti d'un personaggio
sepolto, come l'Apostolo, a Efeso, ci poiché
si dice pure che ad Efeso ci sono due tombe
e che entrambe si dicono di Giovanni "
(Eusebio, Hist. Eccl.,7,25).
Tal opinione non ha alcun appoggio nella tradizione
tranne quello di Eusebio, il quale, in principio
del quarto secolo, avendo appreso da un testo
di Papia (125) l'esistenza d'Aristione e di
Giovanni l'Anziano, pensa che forse l'autore
dell'Apocalisse sia questo Giovanni. Pura
ipotesi, costruita sopra un testo confuso.
Da
quanto precede abbiamo quindi il diritto di
concludere con certezza che l'apostolo Giovanni
è l'autore della nostra Apocalisse.