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le filosofie chiuse
tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection Prima
di studiare la relazione concreta, quale si
presenta storicamente nell'ordine attuale
voluto o permesso da Dio, dobbiamo rispondere
a una duplice questione, esaminando la relazione
astratta tra natura e soprannaturale, cioè
quale fu di fatto l'atteggiamento delle filosofie
vicine a noi e quale debba essere, di diritto,
l'atteggiamento del metafisico di fronte al
contenuto, o almeno alle modalità della
rivelazione. §
1. - Gli antecedenti del razionalismo moderno. Il
Rinascimento. -
Il Medioevo nel suo insieme suppone tacitamente
possibile l'accordo della ragione e della
fede (1). La
tendenza prima a separarle, poi a opporle,
si manifesta soprattutto dopo il Rinascimento,
epoca in cui spiriti arditi non indietreggiano
davanti all'impegno di razionalizzare radicalmente
o a laicizzare " il pensiero umano. È
facile intuire che cosa divenga il soprannaturale
in dottrine come quella di Bruno e di Campanella,
ricordando il naturalismo fondamentale e l'orientamento
panteista delle loro rispettive sintesi. Cartesio
e la sua scuola. -
Cartesio, con più metodo e, almeno
apparentemente, con più moderazione,
segnerà una separazione assoluta tra
il dato razionale e quello rivelato, tra la
metafisica e la teologia, il naturale e il
soprannaturale. Il suo razionalismo non ha
dubbi e in ogni modo non si da pensiero dell'esistenza
di un problema filosofico del soprannaturale,
unicamente preoccupato di fondare le verità
metafisiche basilari su fondamenti strettamente
razionali, lasciando il resto alle dispute
dei teologi.. È
molto interessante vedere l'autentico cartesiano
Malebranche prendere una direzione nettamente
contraria e tendere istintivamente, con una
curiosa confusione di competenze, a far entrare
l'elemento soprannaturale nel campo filosofico
e integrare la metafisica nella teologia. Non
ci soffermeremo ad analizzare la posizione
spinoziana, veramente troppo lontana dalla
filosofia tradizionale, rimasta troppo estranea
al pensiero cristiano, ancorché ne
abbia forzatamente subito l'influsso, sia
pure solo con la mediazione di Cartesio. Qui
invece, conviene fermarsi su due forme di
razionalismo che riguardano da vicino le concezioni
attuali, che devono preoccupare l'apologetica
e che hanno certamente preparato, potremmo
dire, non la dottrina, ma almeno ciò
che si può chiamare la tendenza modernista.
Si tratta di Leibniz e soprattutto di Kant,
due filosofi forse egualmente chiusi, contrariamente
alle apparenze, al soprannaturale autentico. (1)
È chiaro che occorre ammettere alcune
notevoli eccezioni, specialmente quella del
nominalismo. §
2. - II razionalismo di Leibniz. Le
intenzioni cristiane di Leibniz.
-
Al primo contatto, il pensiero leibni-ziano
appare rispettoso del dato cristiano e simpatizzante
verso la dottrina evangelica; né si
può negare il fatto che Leibniz ammira
sinceramente e ama lealmente tutto un aspetto
del cristianesimo, ma si tratta di non ingannarsi
su un punto tanto importante, perché
qui l'equivoco non è affatto desiderabile. In
realtà, a che cosa aderisce Leibniz
nella sintesi cristiana? È chiuso al
soprannaturale propriamente detto, oppure
soltanto al suo contenuto razionale? La filosofia
leibniziana è almeno capace di assimilare
il soprannaturale? Se in questo dibattito
occorre prendere partito, noi non esitiamo
a rispondere negativamente alla seconda domanda
che riguarda il diritto. E in quanto alla
prima domanda, relativa al fatto, un semplice
richiamo di tesi leibniziane incontestabili
ci fa ammettere che Leibniz s'interessò
non dell'aspetto propriamente soprannaturale
del cristianesimo, ma del suo apporto semplicemente
razionale di verità umana. In
tutta la sua vita, Leibniz si occupò
molto sinceramente della rigorosa dimostrazione
razionale delle due verità essenziali,
cioè dell'immortalità dell'anima
e dell'esistenza di un Dio personale, tanto
da potersi dire che questo duplice problema
accompagnò la stia vita intellettuale,
facendo vedere cosi di appartenere proprio
al suo secolo, e quindi, manifestava innegabilmente
le sue origini cristiane serie e profonde.
A un filosofo dell'antichità pagana
la questione non si sarebbe certamente mai
presentata sotto quest'aspetto. Sentendo Leibniz
prima nel famoso finale del Discorso di Metafisica
e poi della Monadologia rendere un commosso
omaggio alla bellezza morale del Vangelo,
non possiamo affatto dubitare della sua lealtà
religiosa. Bisogna semplicemente esaminare
la portata precisa di quest'adesione, evitando
ogni equivoco e senza essere ingiusti. Nel
sistema di Leibniz non c'è posto per
il soprannaturale. -
Noi crediamo che si debba constatare come
il soprannaturale sia fuori dell'orizzonte
leibniziano, nonostante le apparenze contrarie
e il linguaggio che parla certamente del regno
della grazia opposto a quello della natura
e della Città divina, che è
una società di spiriti immediatamente
unita a Dio. Riportiamo queste espressioni
nel loro contesto, e ci renderemo facilmente
conto che se restano cristiane le parole,
la realtà è interamente modificata
in un senso puramente razionale e laico. In
Leibniz, ci sono soltanto due ordini, e non
tre, e niente più del punto di vista
leibniziano è diverso da quello di
Pascal, poiché regno della grazia significa
solo regno delle cause finali, e la Città
di Dio è posta sopra un piano puramente
spirituale e s'integra in un ordine semplicemente
naturale. E
non basta. Dobbiamo spingere più oltre
l'esame della filosofia di Leibniz su questo
punto, e forse non troveremo motivo di rimproverargli
di aver omesso il soprannaturale nella sua
sintesi metafisica. Del resto, non accusiamo
noi forse Malebrancbe di aver operato un'intrusione
dommatica facendo intervenire nella sua spiegazione
razionale del mondo il mistero dell'Incarnazione?
Quindi, niente di più naturale che
questa verità soprannaturale non trovi
posto dal punto di vista di Leibniz. Si tratta
invece di sapere se questo punto di vista
non riservi eventualmente un posto in cui
si possa inserire U soprannaturale, sia che
Io consideriamo in modo implicito
e negativo, come si può fare sul terreno
metafisico, sia che, come teologi, esaminiamo
il valore filosofia" del soprannaturale
rivelato nel suo contenuto esplicito e positivo
onde notare i rapporti delle due realtà. Ora,
è giocoforza constatare che la nozione
della monade leibniziana non si presta assolutamente
all'ipotesi d'inserirvi una realtà
trascendente propriamente gratuita, frutto
d'una libera iniziativa di Dio. La monade,
che ha una legge immanente ed è una
fedele e ridotta riproduzione della legge
universale, racchiude anticipatamente tutta
la trama del suo sviluppo con un determinismo
concatenato che nulla può spezzare. In
quest'orizzonte, dove trova posto un principio
autenticamente soprannaturale, che verrebbe
inserito fuori di ogni calcolo razionale e
dipenderebbe dalla pura volontà di
Dio? Dov'è il posto del miracolo che,
per definizione, sfugge alle semplici e intransigenti
leggi naturali? Dov'è il posto del
mistero, cioè di una verità
che, per definizione, sfugge alla dimostrazione
razionale? Chi
ha meditato il razionalismo leibniziano, riconosce
facilmente che il pensiero del filosofo tedesco
resta chiuso ed estraneo a tutti questi elementi;
e questo pensiero in germe contiene già
l'immanentismo, escludendo anticipatamente
ogni soprannaturale propriamente detto e ogni
rivelazione.
3. - II razionalismo
di Kant.
Nel
pensiero dì Kant, vi sono sopravvivenze
cristiane? -
Leibniz ritiene almeno una " metafisica
cristiana", mentre nella Critica di Kant
siamo di fronte a uno sforzo cogliente di
organizzare la metafisica indipendentemente
da ogni influsso religioso, in modo fondamentalmente
laico, dove la ragione e la vita morale. L'autonomia
della ragione non era mai stata rivendicata
con tanto rigore logico e con tanta intransigenza.
Non già che Kant stesso, su questo
punto, come già Cartesio, non si sia
fatta qualche illusione, poiché è
certo che la sua morale ha ricevuto una profonda
impronta cristiana e potremmo dire puritana
e che l'ispirazione stoica, che vi si trova,
si rivela profondamente trasformata. La
filosofia, speculativa di Kant esclude la
possibilità del soprannaturale. - Considerando
le linee metafisiche essenziali della Critica
della Ragion pura, ti apieghiamo quale atteggiamento
reale intellettuale l'autore doveva_logicamente
assumere e di fatto assunse dì fronte
al soprannaturale cristiano.
Dobbiamo cosi constatare che sono scomparsi
ì fondamenti criteriologici necessari
a sostenerlo o semplicemente a pensarlo. La
ragione si vede rifiutata ogni possibilità
di penetrare nel campo della vera realtà;
essa può
solo sistemare i fenomeni, organizzarli per
comprenderti, costruire oggetti di scienza;
qui è la sua competenza, la sua capacità
di certezza, ritrovando se stessa nell'oggetto
che le rimanda un'immagine di quello che essa
è non però una rappresentazione
di ciò che esso è. La
ragione si vede interdetta ogni vera dimostrazione
dell'esistenza di Dio, della natura dell'anima,
delle regioni ultraterrere, degli stessi principidella
semplice cosmologia. Ogni realtà trascendente
cioè metafisica, è pura illusione,
costruzione sulle nuvole, mancando un terreno
solido sul quale sia religiosa, che si identifica
semplicemente con la realtà sociale,
restando così f priva della trascendenza,
che le è essenziale. Anche qui il divino
è immanente ' all'uomo, ma in un senso
molto diverso, in quanto cioè la società
ci penetra e ci modella, dal momento che psicologicamente,
moralmente e religiosamente l'individuo è
una a creazione " della società
e la coscienza individuale di quella collettiva,
annullando tutta la realtà dell'anima
con i suoi istinti specifici e la realtà
di Dio con i suoi attributi essenziali. Tutta
questa metafisica religiosa è produzione
puramente naturale; non è più
la proiezione di aspirazioni individuali su
un piano ideale, ma espressione d'una necessità
sociale. La sociologia spiegherà rrazionalmente
questi fenomeni facendo vedere l'identità
del divino e del sociale. Notiamcome questa
dottrina conservi ancora la trascendenza del
divino identificandola però con la
trascendenza sodale stessa. Basta quindi capire
ìl senso delle parole per vedere che
non resta proprio nulla della trascendenza
reale, non essendoci ne potendo esserci nulla
della realtà profonda sotto i fenomeni
e non potendo esistere, dietro la mobilità
delle contingenze, un Essere assoluto che
con la sua necessità sostenga tutte
queste insufficienze. Da
un tale putito di vista, come si può
logicamente mantenere un determinismo scientifico,
che suppone proprio delle relazioni necessarie
e costanti, e come sfuggire a un mobilismo
distruttore? Il sociologismo dovrebbe risolvere
quest'antinomia che gli è insita. Data
la sua tendenza materializzante, è
evidentisaimo che le parole di soprannaturale
e di rivelazione sono vuote dì senso,
essendo il soprannaturale e il divino identici,
spogliate del loro senso essenziale le parole
" Dio ", "anima",
"morale", non è possibile
spingere più avanti lo sforzo di laicizzare
tutto il pensiero, e diventa certamente inutile
insistere sull'evidente incompatibilità
tra la dottrina sociologica e la nozione del
soprannaturale rivelato.
3.
I meriti e le insufficienze del bergsonismo.
-
Bergson ebbe il grande merito di rappresentare
soprattutto una reazione in un senso che voleva
essere autenticamente spiritualista contro
il positivismo materializzante. Occorrerebbe
chiedersi e vedere se sia riuscito nel suo
intento, ma qui dobbiamo limitare l'esame
a vedere qual'è in teoria e in pratica
l'atteggiamento della sua metafisica di fronte
al soprannaturale, dato che a nessuno sfugge
l'importanza apologetica della risposta, né
ci si può dispensare dal pronunciarsi,
dato l'influsso troppo considerevole ed esteso
della filosofia bergsoniana anche negli ambienti
cattolici. Proprio
mentre il sociologismo voleva essere una cosciente
reazione a ogni tendenza spiritualistica cristiana,
e mentre In posizione kantiana compiva uno
sforzo per laicizzare il pensiero, Bergson
non temeva di riportarsi espressamente alla
realtà cristiana e manifestare una
dichiarata simpatia per essa. Riassunto
delle " Deux Sources ". - Sono note
le idee principali delle a Deux Sources ":
per Bergson, la fonte autentica della morale
aperta, della religione dinamica è
il fermento mistico della carità, propria
ed esclusiva del cristianesimo, al quale riconosce
un valore assolutamente particolare e gli
riserva un posto veramente unico. Nell'esperienza
cristiana, egli intende cercare ciò
che la ragione ragionante da sola non può
dare, convinto di poter scoprire in un principio
" soprannaturale " il necessario
complemento della realtà naturale deficiente.
Di fronte a tale aspetto della filosofia bergsoniana,
sembrerebbe
che non ce ne possa essere un'altra aperta
in modo più largo e vero al soprannaturale
autentico. Questa
era certamente l'intenzione dell'autore, intenzione
indubbiamente migliore della sua metafisica.
Per giudicare l'esito, occorre riportare le
" Deux Sources " nel contesto di
tutta una criteriologia e filosofia generale.
Precisata così la questione, possiamo
chiederci se il soprannaturale bergsoniano
è autentico, e quindi, se logicamente
può esserlo. Dobbiamo purtroppo rispondere
di no. Il
soprannaturale autentico è quello trascendente
e gratuito, che suppone i tre ordini pascaliani.
In Bergson, come pure in Leibniz, si crede
di trovarne almeno due, ma forse tanto nell'uno
che nell'altro ce n'è uno solo, poiché
il fondo dei loro due sistemi racchiude una
specie di monismo, che però nell'uno
è molto diverso dall'altro. Ad ogni
modo, in Bergson, non meno che in Leibniz,
non si può parlare di un terzo ordine
trascendente e specificamente divino. È
vero che c'è la famosa opposizione
tra morale chiusa e morale aperta; ma tutte
e due, in definitiva, derivano da un'unica
fonte, cioè dallo slancio vitale, che
nella morale chiusa è cristallizzato,
mentre in quella aperta conserva la sua virtù
dinamica. Che cosa sono la materia e lo spirito
per Bergson? chi potrà presumere di
rispondere? Ma soprattutto, che cos'è
questo soprannaturale die ha un'origine divina,
ma che, in continuità con tutto il
reale, viene a disperdersi e a estinguersi
nei vari gradi di perfezione? Troppo risalto
ha la continuità, troppo oltre è
spinta l'immanenza perché possa ancor
sussistere un autentico punto di vista trascendente,
senza il quale non c'è più vero
soprannaturale. Il
soprannaturale è estraneo al pensiero
di Bergson, come a quello di Leibniz e di
Kant. -
Cerchiamo di approfondire le ragioni di questa
deficienza.
Che cos’è il Dio di Bergson?
È il Dio cristiano, personale e trascendente?
Vorremmo crederlo, ma pare troppo identificarsi
con lo slancio vitale, e tutta la logica del
sistema obbliga una tale interpretazione.
L’intelligenza non può giungere per
via discorsiva a Dio, che è pensabile
non come un'attualità pura, ma nella
forma di una realtà in moto evolutivo.
Qui si riduce tutta la criteriologia antiintellettualistica
di Bergson, ed è un fatto grave. Ma
Dio è amore, ci si dice, e questo è
linguaggio cristiano. Ma tutto sta a vedere
se le parole hanno ancora lo stesso senso.
L'altro termine del rapporto di soprannaturalizzazione
e la natura spirituale, con la sua indefinita
capacità di attuarsi; ma chi osa garantire
che essa, nel contesto bergsoniano, abbia
un carattere personale o semplicemente spirituale
in senso rigoroso? Per
poter pensare lo spirito autentico, occorre
poter prima pensare l'essere sostanziale,
ma lo stesso Bergson ammette che questo è
impossibile. L'idea di sorgente non è
quella di sostanza, e nessuno ha il diritto
di sostituire la poesia alla metafisica, le
metafore ai concetti. Mettendosi dal suo punto
di vista, si può rimproverare a Bergson
di fare questo? Però, questo punto
di vista può anche non essere condiviso
e non deve esserlo da un cristiano che cerca
di evitare l'equivoco. Il soprannaturale bergsoniano
non solo non esiste, ma è impossibile
proprio per la criteriologia di Bergson. Che
dire poi della nozione di rivelazione, che
implica una concezione tutta intellettualistica
e completamente estranea a lui? Chi è
che parla? a chi parla? in che linguaggio?
E soprattutto, come possiamo garantire che
il messaggio è di carattere trascendente? È
curioso constatare che, a proposito di Bergson,
sia doveroso formulare conclusioni
molto simili a quelle già formulate
a proposito di Leibniz e per ragioni completamente
opposte. L'uno e l'altro hanno la dottrina
dell'immanenza, che però in Bergson
è più accentuata in senso panteistico,
ma in entrambi è egualmente refrattaria
alla nozione di soprannaturale e di rivelazione.
Tanto il monadismo quanto lo slancio vitale,
nonostante le differenze, non lasciano posto
a un beneficio gratuito di Dio che trascende
la realtà naturale. Prima in Leibniz,
poi in Kant, infine nel sociologismo avevamo
un punto di vista strettamente razionalistico,
che andava esasperandosi e meccanicizzandosi;
in Bergson, abbiamo un punto di vista antiintellettualistico. L'agnosticismo
kantiano e sociologico diverge più
in apparenza che in realtà da ciò
che potremmo chiamare l'agnosticismo bergsoniano.
Anche se non è ancora agnostico, Leibniz
pretende però di chiudere tutto il
reale in una legge della ragione, deformando
necessariamente il reale. Il soprarazionalismo
di Bergson si sforza di trovare attraverso
l'esperienza la spiegazione della realtà
in uno slancio vitale che è evoluzione
e moto; ma Bergson, pur mettendosi da un punto
di vista tutto opposto, compromette, proprio
come Leibniz, le condizioni essenziali di
un soprannaturale autentico e di una vera
rivelazione: in Leibniz, la realtà
monadica che sussiste di fronte a un Dio personale
è inesorabilmente chiusa in se stessa;
in Bergson, viene colpita la realtà
sostanziale e spirituale dell'anima e di Dio
rendendo impossibile il rapporto soprannaturale.
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