tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Come
cominciare lo studio apologetico del fatto
religioso.
-
II cristiano è persuaso che la verità
ricevuta dalla Rivelazione gli dia modo di
capire lo sviluppo religioso dell'umanità,
che l'esistenza del fatto religioso sia a
suo modo una testimonianza favorevole della
verità della sua religione e che falliscano
tutti gli sforzi per annullare il valore di
questa testimonianza e per spiegare in modo
puramente umano il movimento religioso attraverso
la storia. Ogni tentativo di riduzione si
lascia sempre sfuggire qualcosa che è
l'essenziale, e sembra riuscire solo in quanto
elimina proprio in partenza quello che dovrebbe
spiegare.
Nell'interrogare
la testimonianza del fatto religioso, non
solo bisogna evitare le generalizzazioni frettolose,
partendo da dati immaginari o insufficientemente
dimostrati (volesse il cielo che questo richiamo
fosse inutile!), ma occorre anche evitare
uno scoglio più insidioso e non ingannarsi
sulla natura e l'importanza d'una " prova
" in materia religiosa, perché
alla fine falseremmo gli a argomenti "
che sono eccellenti quando si tenta di trarre
da essi più di quanto possano dare.
Il
nostro intento è apologetico, e questo
significa rispettare scrupolosamente i fatti
e cercare di far vedere che essi, a chi li
considera tali e quali sono, pongono necessariamente
una questione, che trova una risposta adeguata
solo nel cattolicesimo. Occorre dunque fissare
il preciso punto di vista dove vogliamo metterci
e i presupposti indispensabili per condurre
questo studio. La chiarezza che noi vogliamo
fin dalle prime righe ci oppone la difficoltà
di determinare l'oggetto esatto di cui vogliamo
parlare. C'è pericolo che rimanga ambiguo
non solo il termine " religioso ",
come vedremo subito, ma lo stesso termine
a fatto ", perché il te fatto
religioso " non ha lo stesso senso per
chi lo vive e per chi lo considera un'illusione,
anche se degna di rispetto e perfino temporaneamente
utile e benefica. Chi vive il valore della
vita religiosa non lo considera un'affermazione
astratta di verità che si sovrappongono
a un dato grezzo; ma a suo modo è un
fatto, oggetto d'esperienza, che per essere
spirituale, merita il nome di esperienza non
meno di una percezione esteriore o della coscienza
di uno stato psicologico. In una situazione
molto diversa si trova chi considera illusorio
il fatto religioso. Del resto, non è
semplice come si crede il poterlo caratterizzare,
perché in realtà, anche in questo
caso, esso non è identico per tutti.
Si è tentati di dire che il fatto religioso
appare come puramente oggettivo, solo perché
lo si guarda da spettatori, senza impegnarvi
se stessi. Ma dobbiamo guardarci dalle confusioni.
Nel fatto religioso, c'è un aspetto,
come le credenze e i riti, che è giusto
chiamare oggettivo, che però ha senso
solo per un atteggiamento inteeriore chiamato
spesso sentimento religioso (parola che qui
non discutiamo) e che è "soggettivo"
non nel senso di "illusorio", ma
in quanto sorge in un soggetto. Chi nel fatto
religioso vede soltanto l'aspetto oggettivo,
non lo può capire.
Finché
una simpatia spirituale, fino a un certo punto
possibile anche a chi non crede, non ha rivelato
quest'elemento essenziale del fatto religioso,
non si può neppure tentare di farne
comprendere l'importanza spirituale, perché
questa mulilazione del fenomeno religioso
che dobbiamo studiare, gli toglie ogni valore
e ogni senso.
Quali
sono dunque i caratteri del fatto religioso
che pongono una questione inevitabile e che,
come vedremo, orientano lo spirito verso l'unica
soluzione adeguata?
Ambiguità
del fatto religioso.
-
Prima di tutto, dobbiamo rinunciare deliberatamente
a un'argomentazione semplicista, che pure
ha avuto qualche fortuna. Si dice che l'umanità
ha sempre avuto una religione; essa è
dunque religiosa per natura e soffrirà
sempre l'assenza della religione come una
mutilazione.
I
fondamenti di quest'argomentazione sono friabili
e malsicuri. Dicendo che l'umanità
ha sempre avuto una religione, si fa, come
vedremo, una constatazione che ha un senso
esatto, ma che, enunciata cosi sommariamente,
c'è pericolo che nasconda una grave
ambiguità.
Accumulando
i fatti per provare che non conosciamo popoli
senza religione, siamo proprio sicuri di prendere
la parola " religione " sempre nello
stesso senso? La distinzione di Bergson, tra
religioni statiche e religioni dinamiche,
ha precisato, analizzato e denominato felicemente
una differenza già sentita più
o meno confusamente. Ora, la religione di
cui vogliamo dimostrare il valore, è
del tipo cristiano, e costituisce la norma
che deve servire per giudicare i fatti. Non
si potrebbe obiettare che, se è cosi,
l'umanità sembra essere vissuta senza
religione? Se poi giudichiamo dalla quantità,
non sembra forse che gran parte dell'umanità
abbia vissuto senza religione?
Inoltre,
dal fatto che l'umanità ha sempre avuto
una religione, si può concludere che
dovrà sempre averla e che, non avendola,
è mutila? Si risponderà: certamente,
se siamo convinti che l'essenza dell'umanità
debba rivelare la sua attività in ogni
tempo e ad ogni momento. Ma la conclusione
non è più così evidente
per chi ammette la possibilità di una
rivelazione progressiva dell'umanità
attraverso la storia. Pur senza giungere alla
conclusione che il primitivo è destinato
a scomparire, non si potrà tuttavia
continuare ad affermare che quello che fu
dovrà continuare ad essere sempre,
e la religione, per quanto universale la supponiamo
ai suoi inizi, potrebbe benissimo essere soltanto
uno stato dell'infanzia che dev'essere superato,
o anche una deviazione che bisogna correggere.
Qui non discutiamo affatto queste due concezioni
del rapporto tra l'umanità e la sua
storia, che ricordiamo soltanto per far capire
quanto il problema sia complesso e far vedere
che una semplice constatazione di fatto, anche
se ben fondata, è incapace di offrire
una soluzione.
Perciò,
se partiamo dall'esistenza del fatto religioso
e vogliamo giungere a conclusioni valide,
non dobbiamo lasciarti ingannare dall'apparente
semplicità dell'espressione, come se
coprisse direttamente un contenuto uniforme.
In primo luogo, dobbiamo indicare da che punto
di vista d dobbiamo collocare per avere il
diritto di parlare del fatto religioso, anziché
dover ammettere che d sono fatti religiosi
eterogenei. Infatti, non occorre una lunga
familiarità con la storia delle religioni
per doversi chiedere se l'espressione a fatto
religioso " ha un senso definito, oppure
vela un'ambiguità irrimediabile. Basta
esaminare alcuni tentativi di definire la
religione per vedere quanto è acuta
la questione che si espone. La difficoltà
non deriva da una nozione troppo imprecisa
dell'oggetto studiato; anzi il nostro imbarazzo
è proprio dovuto alla conoscenza più
approfondita e particolareggiata delle manifestazioni
della vita religiosa dell'umanità.
È davvero possibile ridurla a un denominatore
comune? Da una parte, pare che ogni definizione
della religione debba riunire fenomeni in
cui è diffidle vedere elementi comuni,
o, d'altra parte, esdudere fatti che quasi
istintivamente qualifichiamo come religiosi.
L'obiezione
fondamentale.
-
Dovremo perdo fin da prindpio schiarirà
nella tanto dibattuta questione della definizione
della religione? Forse d possiamo disperare
dall'entrare in questo delicato problema,
che del resto sarà trattato in un altro
capitolo. Un'apologetica (situazione questa
grave d'inconvenienti, ma talvolta anche vantaggiosa)
ha sempre di mira gli awersari. Per non lasciarsi
rimorchiare riducendosi a dare una serie di
risposte a obiezioni sempre rinascenti, essa
si pone in funzione di una certa posizione
del problema religioso, potremmo dire d'una
problematica religiosa, che quand'anche non
diffusa universalmente (ogni epoca ha i suoi
ritardatari e i suoi precursori, è
almeno dominante. Altra è la struttura
dell'apologetica in un'epoca in cui nessuno
pone in dubbio l'esistenza d'una religione
e la necessità di fondarla su Cristo
e quando tutta la discussione riguarda la
forma religiosa che ha il diritto di richiamarsi
a Lui; altra invece in un momento storico
che mette in questione perfino il valore della
religione. Il nostro compito qui è
di esaminare il fatto religioso nel suo insieme
e in tutta la sua estenzione, e dobbiamo farlo
perché il sentimento fondato dell'esistenza
di una religione, qualunque sia il luogo dov'è
apparsa e il grado di sviluppo raggiunto,
testimonia in favore della religione. Non
è più il caso di discutere i
titoli delle varie religioni, perdiè
ora la discussione dev'essere fatta soprattutto
con quelli che rigettano ogni religione in
nome dell'assoluta autonomia dell'uomo. Il
rifiuto di accettare non solo perché
vana, ma anche nociva, ogni dipendenza dell'essere
supremo, ogni ricerca di un appoggio e di
una forza esterna all'uomo, di ogni attesa
di un compimento nell'aldilà del mondo,
non è che la parte negativa dell'affermazione
dell'autonomia. Dio non è soltanto
un'ipotesi di cui non c'è bisogno,
ma un fantasma che succhia le forze dell'umanità
e se non ancora di fatto, almeno di diritto
il mondo appartiene totalmente all'uomo e
gli basta. Non c'è né mistero
né sacro, perché l'uomo ha dominio
su tutto. Ciò non significa necessariamente
che l'uomo possa usare indifferentemente del
mondo e l'irreligione non esclude necessariamente
ogni morale, ma la libertà non riceve
la sua legge dal rispetto di una realtà
trascendente. L'umanità, per esistere
in senso totale, ha bisogno che Dio sia assente,
e potremmo dire che essa si definisce contro
Dio. Gli attacchi attuali contro la religione
che meritano di essere presi in considerazione
attingono la loro forza e la loro vita da
queste idee fondamentali.
L'atteggiamento
religioso. Religione e sacro. -
Ora,qualsiasi
religione, anzi la <<religione>>
implica un atteggiamento opposto. Uno dei
segni distintivi della religione, per non
dire la sua definizione, che si ritrova nelle
forme anche più umili della religione,
è il riconoscimento che esiste <<il
sacro >>. "Ogni concezione religiosa
del mondo, - scrive Roger Caillois - , implica
la distinzione tra sacro e profano" al
mondo dove il fedele attende liberamente alle
sue occupazioni ed esercita un'attività
senza conseguenze per la sua salute, oppone
un campo in cui ora il timore, ora la speranza
lo paralizzano come sull'orlo di un abisso,
dove la minima deviazione di un gesto impercettibile
lo può perdere irrimediabilmente. Questa
distinzione non è sempre sufficiente
a definire subito e con certezza il fenomeno
religioso, ma da almeno la pietra di paragone
che permette di riconoscerlo con maggior sicurezza;
è cosa degna di nota infatti che qualsiasi
definizione della religione racchiude l'opposizione
tra sacro e profano o coincide senz'altro
con essa. Presto o tardi, il ragionamento
o l'esperienza conducono necessariamente tutti
ad ammettere che uomo religioso è prima
di tutto colui per il quale esistono due zone
complementari: una dove può agire senz'angoscia
o tremore, ma che impegna nell'azione soltanto
la sua personalità superficiale; l'altra
dove il sentimento d'una intima esperienza
ritiene, contiene e dirige ciascuno nei suoi
slanci e dove ciascuno si vede compromesso
senza riserva. I due mondi del sacro e del
profano si escludono e si suppongono; per
definire rigorosamente l'uno, ci si deve servire
dell'altro. La loro opposizione non è
riducibile a nessun'altra e si presenta come
un vero dato immediato della coscienza, che
si può descrivere, scomporre nei suoi
elementi, teorizzare, ma la cui qualità
propria non può essere definita dal
linguaggio astratto proprio come non si può
definire una sensazione. Così, il sacro
appare come una categoria tutta speciale su
cui poggia veramente l'atteggiamento religioso,
che ne riceve il carattere specifico; categoria
che impone al fedele un sentimento di rispetto
particolare, ne premunisce la fede contro
lo spirito di esame, sottraendola alla discussione
e ponendola fuori e oltre la ragione. "È
l'idea-madre della religione, scrive H. Hubert;
i miti e i dommi ne analizzano a loro modo
il contenuto, i riti ne utilizzano la proprietà,
da essa deriva la moralità religiosa;
i sacerdozi la incorporano, i santuari, i
luoghi sacri, i monumenti religiosi la fissano
e radicano al suolo. La religione è
l'amministrazione del sacro". Non sapremmo
notare con più forza fino a qual punto
l'esperienza del sacro vivifica l'insieme
delle diverse manifestazioni della vita religiosa,
che si presenta come il complesso dei rapporti
degli uomini con il sacro, esposti e garantiti
dalle credenze, e che in pratica sono assicurati
dai riti " (1).
Anche
se il loro valore e natura possono variare
assai, in realtà troviamo sempre la
spiegazione di questa nozione del sacro con
i riti e le credenze relative e specialmente
il livello spirituale corrispondente. Errerebbe
certamente chi credesse che le diverse religioni
non facciano che coltivare e analizzare uno
stesso sentimento del sacro, dargli un contenuto
tangibile e un campo d'azione. Però,
tutte le religioni comportano almeno un elemento
fondamentale di sacro.
Ora,
il riconoscimento del sacro con la necessaria
e inseparabile distinzione dal profano, non
implica già che l'uomo non è
primariamente e di diritto padrone dell'universo
e che c'è una parte o aspetto che sfugge
per se stesso e non solo di fatto, ma anche
di diritto al dominio umano? Non voglio dire
(1)
L'hommt et le sacre, pp. 1-2.
che qui sia implicita un'affermazione di dipendenza
che suppone sempre un rapporto personale e
non sempre il sacro viene pensato come concentrato
in uno spirito; ma c'è almeno l'ammissione
di un limite, con il riconoscimento che l'uomo
non è completamente il padrone del
mondo.
Ci
interessa particolarmente notare che, a mano
a mano che si sviluppa, la religione tende
a dare al sacro una realtà personale
come centro e come per esprimere più
chiaramente nelle credenze e nei riti una
dipendenza in senso proprio. Come nota R.
Bastide, e la religione tende verso la pia
adora-razione della divinità... all'offerta,
alla preghiera ", rigettando sempre più
l'azione delle forze mistiche impersonali,
cioè le credenze e le pratiche magiche
che corrompono il sacro nella sua stessa sorgente
(2). Ora, attraverso
la magia, si affaccia una certa rivendicazione
di autonomia: l'uomo conosce le formule che
incatenano il divino, ha potere sulle forze
occulte che impregnano l'universo, se ne appropria
la benevolenza, storna sui nemici la loro
malevolenza e si esercita cosi alla volontà
di potenza. È morta ogni pietà.
Questo è una prova supplementare che
il sacro autentico suppone la confusa intuizione
di una libertà divina e trascendente,
che l'uomo può pregare e invocare,
ma non piegare e forzare. Di qui, una micidiale
contraddizione al cuore stesso della magia,
che si serve del sacro negandone il significato.
Il divino di cui si serve la magia è
superiore e inferiore all'uomo nello stesso
tempo.
A
mano a mano che si approfondisce, la religione
rende esplicito questo carattere di dipendenza
implicito nel sacro e opposto all'ideale di
autonomia assoluta. Nel sentimento del sacro
autentico, c'è almeno l'esca d'un atteggiamento
religioso. Anche se il sacro è pregno
di religione, non significa che l'umanità,
senza l'intervento d'una forza superiore,
possa farne uscire tutte le forme di religione,
o più semplicemente la vera religione,
che mette l'uomo nella vera situazione di
fronte a Dio. Però, siamo almeno nel
diritto di ritenere che ovun-que troviamo
il sacro esiste il fatto religioso e abbiamo
cosi un criterio per riconoscere la presenza
della religione, criterio che mette anche
in rilievo proprio il tratto cui maggiormente
si oppone l'incredulità odierna.
§
1. - Universalità della religione.
Possiamo
ora precisare i caratteri più importanti
del fatto religioso attraverso i problemi
che essi impongono a chi li studia, esaminando
prima la cosi-detta universalità del
fatto religioso.
Studiando
il passato prossimo e remoto, possiamo affermare
che tra tutti i popoli che la storia ci fa
conoscere o ci fa scoprire l'etnologia non
ne troviamo uno solo senza religione. Qualche
etnologo aveva creduto di poter citare alcuni
esempi contrari, che però quando furono
studiate più da vicino le popolazioni
in questione, si rivelarono inesatti, come
nel caso degli Yagan, una tribù di
Fueghini della Terra del Fuoco, che si diceva
essere assolutamente priva di religione. Il
P. Koppers penetrò più a fondo
nella loro intimità e constatò
che anch'essi avevano una religione (8).
(2)
Éléments de sociologie religieuse,
p. 36.
(3)
Cfr. la sua relazione alla 3e Semame d'Etimologie
relìgùmse, 1912, pp. 316-328,
Io, il suo L'uomo primitivo e il suo mondo,
Vita e Pensiero, Milano 1953, pp. 243"29
Per
l'umanità preistorica, non abbiamo
prove così dirette e possiamo solo
interpretare alcuni segni, i più chiari
dei quali sono i riti funerari, che però
non furono trovati ovunque si rinvennero tracce
dell'uomo. " Presso i chelleani e gli
acheuleani, non c'è nessun indice di
questo genere " (4),
ma tali " civiltà ci sono troppo
poco note perché "l'argomento
del silenzio" sia decisivo. Noi ignoriamo
completamente la vita sociale, intellettuale
e morale di questi lontani antenati, i loro
costumi religiosi, i riti funerari, se pur
ne avevano. Sotto molti aspetti, li giudichiamo
soltanto con osservazioni negative, troppo
spesso unicamente imputabili alla nostra ignoranza
a (5). Nell'epoca
mousteriana, ci sono esempi indiscutibili
di sepoltura secondo determinati riti, come
nelle stazioni della Dordogna e della Corrèze,
di Moustier, della Ferrassie, di Chapelle-aux-Saints,
ma non sembrano universali, o almeno non se
ne trovano indizi certi in luoghi molto differenti
(6). Alcuni casi
sono discussi, come quello della Quina, rifiutato
dal Drioux, mentre l'abate Breuil (7)
nota che la frammentazione e la dispersione
delle ossa non sono incompatibili con i riti
funerari, e cita usi analoghi presso alcuni
primitivi dell'Australia. Ad ogni modo, bisogna
essere riservati. La questione viene risolta
affermativamente per il paleolitico superiore:
"Agli occhi di chiunque non sia prevenuto,
la positura degli scheletri, gli ornamenti,
gli oggetti che li accompagnano dimostrano
ampiamente la preoccupazione di provvedere
alla sopravvivenza del defunto " (8).
Da molto tempo è stata abbandonata
la tesi di G. de Mortillet, che negava ogni
sepoltura intenzionale e concludeva che almeno
il paleolitico non aveva nessuna religione.
È
possibile invocare l'arte preistorica per
testimoniare che esisteva una religione? È
arte religiosa? è magica? oppure è
disinteressata? Le interpretazioni non sono
concordi. Luquet sostiene la tesi che prima
era disinteressata e che solo più tardi,
a partire dal solutreano, divenne nettamente
magica (9); Déchelette
non distingue l'aspetto magico da quello religioso
e, nell'esistenza di quest'arte, che collega
al totemismo, vede un argomento contro a l'antica
teoria dei preistorici che rifiutavano all'uomo
quaternario qualsiasi concezione d'ordine
religioso " (10);
oggi poi pare che si inclini a vedervi una
manifestazione di ordine religioso, come ad
esempio opina l'Arambourg nella sua recente
opera sulle origini dell'umanità.
A
questo riguardo, le discussioni si potrebbero
prolungare; ad ogni modo, i dati certi ci
permettono di dire col Bastide che a un primo
problema si pone quando si cercano le origini
della religione: fin dove occorre risalire?
J. Lub-bock, nella sua opera Origines de la
Civilisation afferma che nei popoli primitivi
più arretrati vi fu uno stadio in cui
mancava in modo assoluto ogni religione; ma
gli esempi che adduce furono tutti riconosciuti
privi di valore e non
(4)
G. Drioux, Préhisiorique(Hommè),
in Dictionnaire pratique des connaissances
religieuses, Letouzey, Paris, 1927, t. V,
col. 724.
(5) Déchelette,
Manucl L'Archeologie préhìstorìque,
t. I, p. 62.
(6) Cfr. Drioux,
L.c, col. 725, o Reme des Sciences rei., 1925,
p. 697. Wisnet, Reme
generale des Sciences, 30 aprile 1937, Le
rdle dufeu dans les rites fimércàres:
agli esempi citati aggiunge quello di Spy.
(7) Reme
d'Anthropologìe 1921.
(8) Drioux, L.
c, col. 724.
(9) VArt
et la Rsligion dss Himmes fossile*.
(10) Manuel
d'Archeologie préhistorique, I,
pp. 268-271.
resta assolutamente nulla di quel preteso
ateismo dell'umanità primitiva "
(11); però
la prudenza vuole che non determiniamo la
natura e le forme di questa religione e ci
guardiamo dal concedere troppo credito alle
avventurose ricostruzioni del P. Mainage nella
sua opera Religions de la Préhistoire.
La
religione nell'umanità non è
dunque un fenomeno aberrante o relativamente
recente, ma che possiamo dire generale, anche
se non possiamo dimostrare la sua stretta
universalità, essendo possibile provare
molto bene che non mancò mai; è
proprio dell'umanità, e crediamo non
occorra fermarsi a lungo sull'opinione di
quelli che vollero scoprirlo perfino negli
animali. Ora è chiaro in che senso
bisogna intendere l'universalità che
abbiamo rivendicato per il passato, dovendo
tener conto di un dato attuale, che disgraziatamente
non pare diminuire, cioè della scristianizzazione
che in molti, specialmente oltre la prima
generazione, finisce addirittura nella vera
perdita di ogni religione. L'opuscolo di Don
Godin : La France, pays de Missioni chiarisce
questa situazione di fatto, che è possibile
riscontrare anche fuori della Francia, e rivela
l'esistenza di masse che con termine inesatto
diciamo pagane, perché i pagani avevano
una religione, mentre queste masse ne sono
prive. È vero che non sono senza religione
tutti coloro che hanno abbandonato la pratica
religiosa e nemmeno quelli che, come si dice,
" hanno perduto la fede ". Ma il
numero di quelli da cui è scomparsa
ogni religione è cosi vasto, che non
si può più parlare di casi individuali,
e il fenomeno è talmente esteso, che
interessa la sociologia. I "senza religione"
restano mescolati a una società che
non può essere detta atea. perché
la religione è lungi dall'essere assente,
ma sono una tale massa, che non è più
possibile ripetere senza correttivi le vecchie
formule sull'universalità assoluta
della religione.
Valore
di quest'universalità.
-
Questo fatto, anche se in avvenire si estenderà
ancor di più, non prova che la religione
per l'umanità è solo accidentale.
Per darne un giudizio, occorrerà studiarne
le cause e pesarne le conseguenze, e questo
non infirmerebbe il valore della diffusione
del fatto religioso che abbiamo constatato,
perché non farebbe sì che non
sia stato. Qual'è dunque questo valore?
Non
possiamo garantire che l'umanità avrà
sempre una religione, non avendo nessun elemento
che ci permetta di fare questa trasposizione
dal passato al futuro. Del resto, quanto più
è alto il livello umano, tanto più
si penetra nel campo della libertà,
e quelli che pongono la vita religiosa al
livello più alto dello spirito, non
avranno difficolta ad ammettere die per sé
non è impossibile che l'umanità
se ne allontani (12).
Dopo aver negato l'aspirazione al trascendente,
l'uomo non potrà più conservare
uno slancio equilibrato e si sprofonderà
nel sogno del materialismo o si agiterà
in vani sforzi che alla fine porteranno
fuori strada. Vi saranno sempre disordini
a indicare l'assenza di questa funzione essenziale,
e ne siamo sicuri per una dottrina circa l'essenza
e posto della religione. Invece, la sola generalità
del fatto religioso non è in grado
di farci concludere in modo apodittico sul
valore e la necessità di una religione,
anche senza volerla specificare di più.
(11)
Éléments de Sociologie religieust,
p. 159.
(12) Questo non
sarà senza danno, e la cicatrice di
questa mutuazione potrà sem
pre essere scoperta.
Bastano
la diffusione e la persistenza della religione
nell'umanità per almeno un periodo
importante della sua storia per costituire
un fatto che si impone all'attenzione, specialmente
quando le sue ripercussioni furono più
profonde in tutti i campi dell'attività
e del pensiero. Non possiamo capire nemmeno
una delle civiltà conosciute senza
tener conto della religione, la quale non
è un campo a parte della vita umana,
e perciò se viene soppressa, non può
lasciare intatti gli altri. Dicendo che la
religione s'inserisce nella trama dello sviluppo
umano, non diamo un giudizio di valore a priori,
ma constatiamo un fatto, di cui, se cominciamo
a farne un fenomeno di poca importanza, la
spiegazione che ne daremo sarà certamente
erronea per insufficienza, e il senso della
spiegazione sarà orientato dall'influsso
di concezioni che non appartengono all'ordine
dei fatti. Alcuni, maggiormente colpiti dalle
innegabili deviazioni umane dei credenti privi
di vera religione, che la religione ha sempre
coperto e copre tuttora, la giudicheranno
specialmente dalle sue debolezze, e l'estensione
del fatto religioso farà poco più
che offrire loro l'occasione di scandalo o,
tutt'al più, anche se riescono a evitare
lo scandalo, nella storia delle religioni
vedranno soltanto una fonte di obiezioni contro
la religione. Altri, che, a nostro avviso,
vedono in modo più profondo e più
giusto, sapranno osservare più attentamente
quello che apparenze alle volte sconcertanti
coprono di valido ecogliereciòchesussisted'autenticosottomiseredeformazioni.
I primi seguono generalmente l'idea di un
progresso che elimina il vecchio con il nuovo,
non si spaventano della chinirgia brutale
e non indietreggiano davanti alla prospettiva
di una totale sparizione di una funzione che
finora ha occupato un posto cosi importante
nella vita umana, e nella diffusione del fatto
religioso vedono un argomento senza peso.
I secondi poi non sono certamente ostili al
progresso, ma, avendo più radicato
il senso della continuità attraverso
le trasformazioni e soprattutto essendo più
rispettosi dell'uomo, esiteranno a credere
che una disposizione tanto diffusa possa essere
soltanto un'aberrazione e penseranno che nelle
manifestazioni della religione vi siano molte
cose da biasimare e da correggere, ma in fondo
sono convinti che occorra più guarire
che sopprimere, più purificare una
sorgente che prosciugare una palude. L'estensione
del fatto religioso, per essi, sarà
una considerazione di grande valore, nel senso
die la vera religione deve fermamente indicare
le insufficienze e le deficienze delle altre
religioni; la difesa della vera religione
appare tuttavia solidale con la difesa di
ogni religione. Qui, il desiderio di liberarsi
da compromettenti vicinati condurrà
facilmente a un errore di tattica. Chi nelle
forme della vita religiosa, sia pure in quelle
più rudimentali, vede soltanto superstizione
e corruzione, indebolisce la posizione della
religione superiore davanti all'incredulità.
Le discussioni tra religioni sono sempre un
po' come le questioni di famiglia.
Come
si vede, l'importanza annessa all'estensione
del fatto religioso e le conclusioni che
suggerisce dipendono da presupposti che
impegnano tutta una visione dell'umanità
e non si tratta di un ragionamento interamente
basato su constatazioni empiriche
§
2. - Diversità qualitative del fatto
religioso.
Dobbiamo
ora rilevare un carattere del fatto religioso
complementare del precedente e che fa vedere
la vita religiosa dell'umanità in
una nuova luce.
La
dimostrazione dell'universalità del
fatto religioso conduce a insistere sul suo
aspetto di unità. Ora. si tratta di
vedere la diversità, specialmente qualitativa
del fatto religioso. Esiste veramente una
diversità di religione che appare al
primo sguardo e ci autorizza a parlare di
" religioni " che, per quanto ravvicinate,
per quanto siano numerose le filiazioni e
gl'influssi, hanno innegabili differenze nei
riti, nei sentimenti, nelle credenze, e non
sono queste le uniche differenze. Da altri
punti di vista, è possibile notarne
ancora molte altre, come nell'estensione non
di fatto (che direbbe ancora poco), ma di
diritto; ci sono religioni proprie di una
tribù o di una città, e religioni
universali; religioni che mirano alla coesione
e alla prosperità temporale di gruppi
più o meno estesi e ci sono k economie
di salute ", religioni naturiste e a
religioni dei misteri n, ecc. Si capisce che
tali divisioni comportano suddivisioni. Qui
ci limitiamo a segnalare, riservandoci di
ritornarvi sopra, la distinzione capitale,
introdotta dal Bergson nelle Deux Sources
de la Morale et de la Religion, tra religione
statica e religione dinamica.
È
quindi possibile tentare di fissare una tipologia
delle religioni, e questo servirà certamente
a chiarire e ordinare il fatto religioso,
sebbene col pericolo di cadere nell'artificiale.
Le religioni sono però fatti umani
che si inseriscono nel divenire dell'umanità
e fanno parte della sua storia, con una forma
propria e determinata e almeno nella loro
espressione esteriore compaiono e poi scompaiono;
e come almeno in linea di diritto è
possibile scrivere una storia dell'umanità,
così è pure possibile scrivere,
come si suole fare, una a storia delle religioni
" in una serie di monografie con la descrizione
delle principali forme religiose conosciute,
ma anche una storia della religione nell'umanità,
che avrebbe come soggetto lo studio delle
trasformazioni della religione, delle varie
forme rivestite da questa categoria umana
fondamentale nello spazio e nel tempo.
Ora
è possibile scriverne qualche frammento,
ma restano immense lacune che è e forse
sarà sempre impossibile colmare. Senza
parlare del carattere molto frammentario e
imperfetto della nostra conoscenza della preistoria,
l'etnologia è ancora troppo incerta,
specialmente quando si tratta di datare e
ordinare le varie " civiltà ".
Non vogliamo sminuire l'importanza degli apporti
della scuola storico-culturale, ma ci permettiamo
di dire che la classificazione dei cicli culturali
proposta dal P. Schmidt, il rappresentante
più illustre della scuola, resta congetturale
e, allo stato attuale della scienza, è
ancora un'ipotesi che non è possibile
considerare come un dato acquisito.
Teorie
di Schmidt e di Soderblom. - I frammenti ricostruibili
di questa storia permettono di trarre conclusioni
decisive sull'importanza del fatto religioso?
Sarebbe certamente un risultato pregno di
conseguenze se, come pensa il P. Schmidt,
risalendo nel tempo, fosse possibile dimostrare
che, quanto più si risale la storia
umana, cresce la purezza della religione dell'umanità,
che in origine sarebbe stata un vero monoteismo
morale, e se si potesse seguirne la degradazione
sotto l'influsso dell'infermità e della
perversità umana. È vero che
spiriti diversissimi, come Raoul Allier, Soderblom,
Loisy, Heiler, riconoscono che il P. Schmidt
ha dato un importante contributo all'etnologia
religiosa, rilevando, dopo il Lang, "
Grandi Dèi " presso popoli antichissimi.
Però si conosce poco il posto di questi
popoli nella storia della civiltà e,
ad ogni modo, non si tratta né di un
monoteismo propriamente detto, né d'un
fatto spiegabile soltanto con la degradazione
del monoteismo più antico. Siamo convinti
che l'apologista, cui incombe il dovere di
servirsi soltanto di materiali provati, non
possa prudentemente fondarsi su tali costruzioni,
e l'apologetica che consideri questi fatti
come certi, riserva certamente dolorose delusioni.
Tanto più si deve abbandonare il tentativo
fatto dal P. Schmidt, di giungere, attraverso
lo studio del fatto religioso, a dimostrare,
o almeno a rendere altamente verosimile, l'esistenza
di una rivelazione primitiva. Qui non si tratta
più soltanto delle insufficienze del
fatto, ma si può obiettare che, anche
in linea di diritto, la rivelazione primitiva
e lo stato anteriore alla caduta non sono
realtà accessibili alle ricerche della
nostra storia.
Del
resto, l'idea della decadenza della religione
per colpa degli uomini fino alla rivelazione
mosaica che fa riprendere a una parte dell'umanità
la curva ascendente, non è proprio
indispensabile per riconoscere il valore del
fatto religioso e la trascendenza di almeno
alcune manifestazioni religiose. Un uomo come
Soderblom. per quante riserve si debbano fare
alla sua opera, sebbene non fosse propenso
a sottovalutare il valore e l'originalità
del fatto religioso, scriveva nondimeno:"Malgrado
evidenti degenerazioni e regressi, in questo
complesso estremamente fronzuto di religioni,
a ciascuna delle quali l'evoluzione fece percorrere
strade parallele o molto differenti, noi distinguiamo
una tendenza al progresso. Per fare questa
constatazione, bisogna considerare Je cose
molto dall'alto e tener conto solo delle grandi
tappe ". E precisava: a L'idea dell'evoluzione
non esclude la fede nella rivelazione, come
non mette in dubbio la potenza di certe personalità,
come quella dei fondatori di religioni, dei
riformatori e dei profeti. Per l'uomo religioso,
anche l'evoluzione affonda le sue radici in
Dio. E per il loro valore e per le loro forme
speciali, certe serie di trasformazioni si
possono far derivare più o meno dalla
rivelazione. Nulla più dell'influsso
di personalità creatrici e particolarmente
dotate favorisce l'evoluzione religiosa ".
Il
punto di vista di Soderblom, anche se infetto
di liberalismo, è certamente più
vicino alla realtà di quello opposto.
Anche se si ammettono gli interventi divini,
bisogna tuttavia evitare d'introdurre schemi
troppo semplici di evoluzione. SSderblom nota
giustamente regressi e degenerazioni evidenti,
ma è anche vero che religioni superate
possono sopravvivere molto a lungo e ne sorgono
altre che non sono effetto di un regresso,
che anzi segnano un progresso rispetto a quelle
che sostituiscono, ma che come religioni sono
già superate quando appaiono. Questo
fatto è illustrato da un acuto articolo
dell'abate Monchamin, che da indicazioni molto
suggestive sul k tempo sociologico delle grandi
maree umane ", che comprende anche "
il tempo religioso " ed è "
incommensurabile al tempo sidereo " (13).
Per
capire la religione come fenomeno umano, giova
assai descrivere, per quanto possibile, la
sua complessa evoluzione e il suo movente,
ma giova ancora di più non solo vedere
l'originalità di ogni forma, ma misurare
e giudicare quanto sia profondo il salto che
le separa e il senso della loro comparsa.
In questo modo, si può rimanere immuni
dalla pericolosa tendenza di spiegare a il
superiore " con " l'inferiore ",
che in tutti i campi, e specialmente in quello
del fatto religioso, ha prodotto tanti danni.
Qui, non si tratta di analizzare, neppure
di sfuggita, l'originalità delle grandi
forme della vita religiosa, ma bisogna almeno
indicare il salto più netto, perché
la considerazione di esso avrà capitale
importanza nell'apprezzamento del fatto religioso.
(13)
Islam et christianisme, in Bulletta
des Missions, 1 trimestre 1938.
La
distinzione bergsoniana. - Soderblom, facendo
una classe a parte delle religioni che, con
termine molto in auge tra gli autori protestanti,
chiamava a profetiche ", aveva già
toccato il punto essenziale; Bergson poi,
distinguendo tra religioni statiche e religioni
dinamiche, sottolineò con più
precisione e fortuna la fonte più importante
delle diversità nella vita religiosa,
indicando nello stesso tempo una delle ambiguità
essenziali del <t fatto religioso ".
Qui, non ci interessa sapere se vi siano religioni
puramente statiche e religioni puramente dinamiche,
e da parte nostra pensiamo che, se si accetta
il modo bergsoniano di qualificare le religioni
dinamiche, bisogna superarlo e dire che il
cristianesimo è una religione dinamica
pura. Più di tutto, importa l'esistenza
di due 0 direzioni " assolutamente diverse
e tra di loro irriducibili, nella religione,
che non possono provenire dalla stessa fonte.
La
dottrina bergsoniana è oggi molto nota
e possiamo dire che sta divenendo classica,
e quindi, non occorre ripetere un'esposizione
già fatta molte volte. Notiamo soltanto
che se Bergson ha veduto giustamente nel misticismo
cristiano il principio della religione dinamica,
è stato troppo frettoloso nel supporre
che lo stesso cristianesimo come sistema religioso
obiettivo abbia attinto da altre fonti, non
cogliendo con sufficiente precisione il valore
degli elementi religiosi e il loro legame,
e specialmente non comprendendo esattamente
il senso e l'importanza dei dommi. Però,
la differenziazione delle due forme di religione,
opposte per la loro ispirazione intcriore,
resta valida e contribuisce a impostare chiaramente
il problema della spiegazione del fatto religioso
e fa vedere meglio le condizioni perché
la soluzione sia adeguata al problema da risolvere.
Una
spiegazione che tolga dalla religione ogni
carattere misterioso ridu-ccndola a fonti
umane o che voglia screditarla dimostrandola
malefica, dovrebbe essere applicabile anche
alla religione dinamica e alle forme che la
rappresentano in modo più notevole.
Esaminando il fatto religioso, non abbiamo
il diritto di bandire dal nostro orizzonte
i mistici cristiani. È principio di
buon metodo cercare la spiegazione di un fatto
umano dove esso appare più chiaro e
puro. Ora, il fatto si rivela con certezza
e nella luce più intensa nella religione
dinamica, che, presa come tipo, dimostra la
vanità di molte teorie che, accettate,
diminuiscono e falsano a priori la religione
cristiana. Quindi, per impostare il problema
del valore del fatto religioso, è indispensabile
riconoscere una diversità qualitativa
interna al fatto stesso.
§
3. - Il fatto religioso è specifico.
Tentativi di riduzione.
Trarre
alcune conclusioni più precise da ciò
che abbiamo esposto significa dimostrare come
il fatto religioso resiste a tutti gli sforzi
tentati per spogliarlo di ogni mistero e togliergli
il suo carattere specifico. Non potendo passare
in rassegna tutti questi tentativi e neppure
studiarne qualcuno in particolare, ci limitiamo
a sottolineare le principali insufficienze
dei tentativi che sembrano più importanti.
La
spiegazione mediante le origini. - Non è
difficile rendersi conto della confusione
nascosta nelle spiegazioni di quelli che credono
di rendere conto della religione e di ricondurla
a un fatto naturalmente spiegabile mediante
lo studio di ciò che chiamano la sua
origine. Costoro sembrano convinti che, spiegando
la prima forma di religione — e si tratta
solo della prima forma raggiungibile — sia
spiegato anche l'insieme del fatto religioso.
La
loro pretesa poggia sul postulato che tutta.la
vita religiosa fosse già presente in
questa prima forma e che le trasformazioni
posteriori non siano altro che la ripercussione
di fattori non religiosi, ma sociali, intellettuali,
culturali, morali sulla religione, sempre
immutata in se stessa. Questa fu innegabilmente
l'origine di molti mutamenti, ma a dimostrare
che questa spiegazione non può essere
valida ovunque basta l'originalità
della religione dinamica. Chi, anche senza
condividerla, ha capito la religione dei mistici
cristiani, può concederle che vengano
applicate ad essa le teorie proposte per le
forme elementari della vita religiosa? Non
si tratta soltanto della genesi delle credenze
e dei riti considerati a sé, ma dello
spirito religioso che li anima, del moto religioso
che da ad essi la ragion d'essere e il senso,
li nutre e sorregge. Da questo punto di vista,
trattandosi di religioni primitive, non è
essenziale che il manismo, il ma-gismo, l'animismo
o il totemismo riescano a giustificare le
loro pretese, e soltanto chi non ha spinto
l'occhio oltre l'angolo di cui si occupa può
essere tentato di estenderne il risultato
a tutto il fatto religioso.
Non
siamo nemmeno disposti a concedere che queste
teorie possano riuscire sul terreno al quale
devono limitarsi, perché in pratica
trascurano la sorgente vissuta della coscienza
del sacro, o sembra riescano a scoprirlo soltanto
a costo di sfigurarne la nozione, come fa
ad esempio il Diirkheim che riduce il fatto
religioso all'impressione della società
sull'individuo. Cosi pure è paradossale
voler spiegare una religione, per quanto umile,
trascurando o mal comprendendo proprio l'elemento
che ne fa una religione. Indubbiamente la
comparsa del sacro sotto la forma più
elementare, anche in una religione che lo
piega a scopi volgari, non può essere
spiegata con la storia o la psicologia o la
sociologia. Intanto, conviene cominciare con
lo studio delle forme superiori.
Teoria
di Augusto Comte. - Quello del Comte è
un altro tentativo fallito di ridurre il fatto
religioso. Il Comte pensa che la religione
un tempo fu un fatto legittimo e necessario,
ma ora deve lasciare il posto al progresso
dello spirito umano, conforme all'esigenza
della legge dei tre stati, dove l'avvento
dell'età positiva elimina l'opera dell'età
metafisica. Non ci dobbiamo lasciar illudere
dal suo tentativo di ristabilire la religione
dell'umanità, che riesce solo a segnare
la scomparsa definitiva di quello che noi
intendiamo per religione (e che Comte chiama
teologia), perché l'umanità
dipenderà soltanto da se stessa. Però,
nella religione, Comte vede una pre-scienza.Base
di tutto il resto è il suo aspetto
di conoscenza, anzi di spiegazione; ma da
quando è comparsa la vera scienza,
la forma di pensiero propria dell'età
teologica deve necessariamente scomparire,
trascinando nella sua rovina anche la religione.
Tralasciamo le difficoltà che si oppongono
alla legge dei tre stati, e ci basta dire
che ci troviamo innegabilmente davanti a una
concezione arbitrariamente semplificata del
fatto religioso e a una induzione possibile
soltanto per il drastico trattamento imposto
all'oggetto che si deve spiegare.
La
teoria comtiana trae la sua apparente forza
solo dal fatto che la religione, nel suo stato
primitivo, assorbe o almeno colora tutte le
attività dello spirito, perché
i vari campi sono ancora indistinti e allora
si cercava nella religione ciò che
oggi chiediamo alla filosofia e alla scienza.
Perciò, oggi si citano i casi in cui
la comparsa di una scienza indipendente ha
eliminato affermazioni considerate come religiose.
Innanzitutto, la religione non importa soltanto
le credenze (qui, miti); di essa sono elementi
essenziali anche i riti, che non dipendono
solo e sempre da miti; anzi, questi possono
dipendere da quelli; e soprattutto le preoccupazioni
cui rispondono le credenze non soltanto quelle
che vogliono e possono essere soddisfatte
dalla scienza, che però non ha ereditato
completamente l'oggetto delle credenze religiose
di un tempo, come si può vedere facilmente
nelle odierne religioni superiori. Pertanto,
è meglio dire che il progresso della
filosofia e della scienza ha liberato la religione
purificandola da elementi estranei, come il
progresso della scienza, lungi dal distruggere
la filosofia, l'ha restituita a se stessa.
Diciamo ancora che il domma cristiano, com'è
compreso e vissuto dai mistici, lungi dall'essere
un concorrente squalificato della spiegazione
scientifica, risponde ad appelli ignorati
dalla scienza, apre una finestra sui misteri
di un ordine che non è quello scientifico.
Resta solo la scappatoia di dire che non possiamo
andare oltre le conoscenze " positive
", ed è un modo comodo per squalificare
quello che non possiamo sopprimere, dopo aver
preteso di sostituirlo. Invece, una filosofia
dello spirito è in grado di dimostrare
che l'uomo è capace di dominare il
mondo per farne la scienza, proprio perché
è capace di entrare in rapporto religioso
con Dio.
Teoria
marxista. - 11 marxismo, che qui poco ci importa
risponda o meno al pensiero di Marx, tenta
di ridurre il fatto religioso per un'altra
via, facendo della religione una sovrastruttura,
un riflesso necessario delle condizioni eco-nomiche
e sociali, tendente a conservare le condizioni
trovate alla sua nascita. Perciò, la
religione va incontro a questo singolare infortunio
di essere a irreale ", priva di contenuto
proprio, mentre è malefica.
Lasciamo
le facili e sterili polemiche e facciamo prima
di tutto osservare che servirsi politicamente
d'una religione in favore di una classe privilegiata
crea malintesi molto gravi, ma non giustifica
punto la teoria marxista. Qui, si tratta del
senso originale del fatto religioso e del
senso spirituale del movimento che ne è
l'espressione. L'abuso della religione la
perverte, ma non può servire a farla
conoscere. Quindi, non dobbiamo lasciar spostare
il vero problema. Del resto, riconosciamo
la parte di verità della tesi marxista
e diciamo che l'influsso delle condizioni
economiche e sociali è sensibile anche
nella costituzione del fatto religioso, e
non solo negli abusi occasionali cui da luogo,
e si può constatare che l'influsso
è relativamente considerevole nell'ambito
delle religioni statiche, ma ci possiamo pronunciare
solo in base a un serio studio. Ma con questo
tutto resta spiegato? In realtà, altro
è spiegare le trasformazioni delle
forme religiose sotto influssi esteriori,
e altro render conto dello stesso spirito
religioso, come lo spiegare le trasformazioni
di un organismo non significa rendersi conto
della vita che lo anima. Persino in quelli
che professano la stessa religione cristiana,
anche quando non l'utilizzano coscientemente
per mire egoistiche, è possibile segnalare
l'influsso di alcune loro concezioni sociali
su rappresentazioni religiose largamente diffuse.
Specialmente le nozioni di Dio, della sua
autorità e condotta verso l'uomo più
d'una volta furono contaminate o almeno colorate
dalle dominanti idee sodali sul potere e sui
diritti. Ma se risaliamo alle fonti autentiche
del cristianesimo, le vediamo immuni da questa
tara, che appare come una ricaduta di spiriti
che non seppero custodire perfettamente la
purezza dell'ispirazione cristiana. Misconosce
il senso profondo della religione dinamica
chi la fa consistere unicamente in uno sforzo
per trasformare la società ed eliminare
l'ingiustizia terrena; essa però comporta
questo sforzo come una conseguenza necessaria.
Chi non capisce questo, non ne vede le esigenze
fino in fondo. Come potrebbe allora la religione
essere il semplice riflesso di uno stato che
essa tende ad abolire? L'insufficienza o l'indegnità
di quelli che vi si richiamano, non deve far
dimenticare la vera natura d'una religione,
che del resto non è rimasta astratta,
ma s'incarnò in anime vive e fece sentire
il suo influsso nella storia; anzi, i profeti
ebraici e soprattutto Cristo ci diedero la
testimonianza d'una religione che condanna
i principi della società in cui apparve.
Teoria
di Freud. - Nella religione, la teoria di
Freud vede non un riflesso di uno stato economico
e sociale, ma d'una tendenza psichica, facendo
della religione, anche nella sua forma più
elevata, una sublimazione della libido. Tralasciamo
le divagazioni di Freud sulle religioni primitive
e sulla luce che fa derivare da esse per spiegare
i dommi e le religioni superiori, perché
tale spiegazione è puerile e scientificamente
trascurabile quando tenta di rendere conto
della religione oggettiva; invece, è
speciosa solo nel campo del sentimento religioso.
Freud mira al cuore della religione: che senso
spirituale possono avere i riti e i dommi
se sono soltanto il sostegno della libido
sublimata? Qui, siamo condotti a fare un confronto
tra la descrizione della libido e delle sue
possibilità di sublimazione e le grandi
esperienze cristiane, specialmente dei mistici,
nei quali la Chiesa riconosce se stessa.
Il
tentativo di ridurre il misticismo all'erotismo
non è nuovo, e la sua forma più
grossolana ha poca probabilità di venir
presa sul serio. L'originalità di Freud
sta nell'aver introdotto l'idea della sublimazione,
non però priva di equivoci, permettendo
di affermare che c'è soltanto la libido,
ma cosi mascherata, che resta impercettibile
anche a chi vi è soggetto e tanto raffinata
da elevarlo in un campo superiore. Quest'abilità
è soltanto polvere negli occhi e in
molte " espressioni mistiche " di
qualità inferiore, una diagnosi acuta
scoprirà almeno come componente una
sensualità che ignora se stessa. Ma
se da una parte si tien conto dell'abitudine
all'autocritica dei grandi uomini spirituali
e dall'altra parte dei frutti delle loro esperienze,
e se non si accetta aprioristicamente che
è impossibile sfuggire alla libido,
si deve riconoscere che l'unico mezzo per
giustificare la loro testimonianza è
dì ammettere la rivelazione di un amore
qualitativamente diverso e trascendente nella
sua origine. Ancor più decisivo è
quest'altro fatto: se è vero che, come
cosi spesso ha ripetuto san Giovanni della
Croce interpretando la propria esperienza,
la vita spirituale richiede che si rinunci
non solo alle soddisfazioni dell'appetito
sensibile, ma anche "jlla compiacenza
in tutte le consolazioni per quanto sublimi,
e se la vita spirituale si conserva solo grazie
a questo sforzo costante dì superamento
di se stessi, come può nascere a un
livello che deve trascendere con il suo stesso
moto? Freud propone una spiegazione psicologica
del sentimento religioso; i mistici vi oppongono
la interpretazione della loro esperienza.
Io non credo che un uomo veramente sensibile
alla realtà spirituale, anche se privo
del lume della fede, possa esitare a lungo
in quest'alternativa.
In
quale direzione va cercata la spiegazione
del fatto religioso. ¦ Queste indicazioni
sommarie su alcuni punti più importanti
fanno soltanto vedere la direzione da seguire.
Ogni volta che sarà proposta una spiegazione
che riduce il fatto religioso, crediamo che
basterà impegnarsi seriamente in tale
direzione per cogliere l'insufficienza di
simile spiegazione. È possibile credere
di aver trovato la ragione del fenomeno religioso
restando entro i limiti dell'uomo soltanto
quando lo si osserva di lontano o vien travisato
in nome di un a priori ingiustificato, che
impedisce di vederlo com'è anche quando
lo si scruti da vicino. Questo è già
vero ovunque si trovi una scintilla di vera
religione, ma è certamente più
facile constatarlo nella forma religiosa più
alta e in coloro nei quali la religione si
è espressa con più purezza.
Sopra abbiamo parlato del peso che il fatto
religioso riceve dal suo carattere di universalità;
ora dobbiamo fare un'affermazione che non
è contraria, ma complementare. Se della
religione restasse l'unica testimonianza dell'esperienza
mistica, per esempio di un san Giovanni della
Croce, rimarrebbe integro il problema religioso,
perché un solo fatto indiscutibile
è sufficiente a porre una questione
allo spirito nel cui ordine non è necessariamente
meno rivelatore ciò che è quantitativamente
più raro.
Il
buon metodo vuole che si confrontino le spiegazioni
riduttrici con le forme superiori della religione,
per farne risaltare maggiormente l'insufficienza,
v forse solo cosi sarà possibile vedere
il loro fallimento di fronte alle forme inferiori.
È certo che occorre prima contemplare
la religione nei suoi elementi più
elevati, per comprendere quanto di rispettabile
e di valido nascondono le sue forme inesperte
e perfino certe sue aberrazioni. La perfezione
cristiana, impossibile senza l'intervento
divino, dimostra pienamente che l'uomo non
s'ingannava quando nel mondo riconosceva oscuramente
l'esistenza di qualcosa d'irriducibile al
profano, fino a definirsi per il contrasto
che ha con esso e quando cercava quasi istintivamente
il proprio equilibrio non in sé soltanto,
ma appellandosi, sia pure con rappresentazioni
molto grossolane, a una o più forze
più o meno superiori.
Questo
slancio autentico verso la religione è
troppo spesso come improvvisament