tratto
dall'Enciclopedia di Apologetica
- quinta edizione - traduzione del testo APOLOGÉTIQUE
Nos raisons de croire - Réponses aux
objection
Un
certo numero di cristiani d'Occidente oggi
sono sedotti da religioni straniere, come
il buddismo e l'islamismo. Per lo più
sono cristiani solo di nome, che non hanno
né conosciuto bene né veramente
praticato le ricchezze del cristianesimo.
Il nostro tempo è cosi sconvolto che
parlare d'inizio di una nuova epoca storica
è forse troppo poco; si dovrebbe pensare
ad una nuova era cosmica. Scienza, industria,
politica, morale, metafisica, tutto quello
che era stato ammesso come assioma è
stato o sta per essere negato. Se l'attrazione
universale e la legge dell'offerta e della
domanda hanno i loro apostati, che cosa bisogna
dire dei dommi cristiani? Certuni si limitano
ad essere atei; altri hanno bisogno di fede,
e non potrebbero respirare in un'atmosfera
d'incredulità. E così cercano
un succedaneo del Credo rinnegato, e tra tutte
le religioni rivali sono attirati soprattutto
da quelle dell'Asia, più antiche, più
ricche e accettate da popoli più numerosi.
In Europa si contano a centinaia di migliaia
gli adepti virtuali. Quest'infiltrazione asiatica
è per il cristianesimo un pericolo
che non si deve misconoscere. Oggetto di queste
pagine sarà dare un contributo per
parare questo pericolo.
Descriveremo
le principali religioni dell'Asia in ciò
che hanno di essenziale, per quanto lo può
cogliere un estraneo. Pur rendendo ad esse
l'omaggio che spesso meritano, cercheremo
di far vedere le loro deficienze principali,
sia intellettuali sia morali. Però
questa dialettica può essere convincente
solo per quelli che sono già convinti.
La completeremo con due tentativi. Nella nostra
descrizione faremo prima vedere la corrispondenza
tra lo stato religioso e lo stato sociale:
se questa corrispondenza è molteplice
e rigorosa, bisognerà concludere che
una tale religione è troppo ben adattata
a un ambiente per essere integralmente esportabile.
Cercheremo poi di scoprire i legami più
naturali tra certi caratteri d'una religione
esotica e certe deficienze dei suoi ammiratori:
questo metodo, che non è senz'analogia
con la psicanalisi, crediamo non sarà
privo di valore apologetico.
Applicheremo
successivamente questi tre procedimenti alle
religioni iraniche, all'induismo, al buddismo,
alle religioni autoctone della Cina, il taoismo
e il confucianesimo, e incidentalmente al
shintoismo giapponese.
PARTE
PRIMA. - LE RELIGIONI IRANICHE
Le
origini. - Delle religioni persiane
faremo solo un breve cenno, perché
non sussistono più che in alcuni piccoli
gruppi d'asiatici, e gli europei che se ne
interessano si contano sulle dita. Le citiamo
però prima delle altre perché
furono professate dai primi elementi della
razza ariana, contemporaneamente all'induismo,
che continuò a svilupparsi anche dopo
il loro ristagno.
Questi
antichi Ari (ària, i leali, i fidi)
erano i fratelli di quelli dell'India. Provenienti
tutti da una culla comune, si divisero: quest'ultimi
si diressero verso il bacino dell'Indo, poi
verso quello del Gange, mentre quelli si stabilirono
sull'altopiano iranico.
La
riforma di Zarathustra. - La religione
che esaminiamo (in realtà si tratta
piuttosto di un gruppo complesso e fluido
di religioni) venne successivamente praticata
dai Medi, dai Persiani di Ciro e dai suoi
successori fino ad Alessandro, e più
tardi dai Persiani dell'impero sassanide,
finché questo non fu rovinato dai Musulmani.
Verso il principio dell'impero sassanide,
si pone, nell'est dell'Iran, la riforma di
Zarathustra, che i greci chiamarono Zoroastro,
e la cui esistenza, assai poco conosciuta,
si collocherebbe (con data molto incerta)
tra il settimo e il quinto secolo avanti la
nostra era. Si ha così il mazdeismo
che può venir caratterizzato da alcuni
lineamenti generali.
In
principio era un politeismo ridotto da Zarathustra
al monoteismo, quello di Ahura-Mazda, nome
che significa il Signore saggio; più
tardi s'introdurrà un demone, Ahriman,
avversario d'Ahura-Mazda e potente quasi quanto
lui; forse si può avvicinare questo
dualismo al carattere bellicoso dei Persiani;
i guerrieri farebbero volentieri la lotta
anche nel loro cielo.
Il
culto del fuoco, che non viene ricordato nelle
epoche primitive quando "i viveva specialmente
dei propri greggi, è naturale agli
agricoltori. I pastori offrono in sacrifici
buoi o latte: sgozzata o sparsa, la vittima
viene distrutta; ma non si distrugge il grano
né bruciandolo, né spargendolo:
macinato diventa farina, sparso germoglia;
perciò occorre bruciarlo. Di qui l'importanza
pratica del fuoco nel culto. Ora il sacrificio
ha il compito di metterci in relazione con
la divinità. Ma il fuoco, tratto d'unione,
è cosi fatto che partecipa della stessa
natura divina: non è soltanto strumento
di culto, diviene oggetto di culto.
La
morale mazdea è sana e rude: tra le
buone azioni preconizzate si notano la sincerità,
il lavoro, il compimento dei doveri di famiglia,
ogni gesto che renderà prospera l'occupazione
del suolo; però (qui soffia lo spirito
guerriero) non viene ordinata nessuna pietà
per i nemici esterni e per i cattivi. Come
sanzione morale, dopo la morte si comparirà
davanti a Dio per ricevere il premio o il
castigo.
Queste
alte credenze e queste regole rigorose contribuirono
a fare la grandezza dell'impero achemenide
e di quello sassanide. Molto tardi e solo
prima d'Alessandro, vennero elaborate e raccolte
in un libro sacro: l'Avesta. La tradizione
afferma che Ahura-Mazda dettò il libro
a Zarathustra; in realtà, nonostante
alcuni elementi più antichi, esso è
posteriore, eteroclito, e la maggior parte
fu perduta; quello che resta è composto
d'inni destinati ad accompagnare il sacrificio
e di lodi rivolte a divinità popolari.
II
dualismo ulteriore. - Col passare
del tempo, si precisa il dualismo negli spiriti
e nelle scritture, com'è provato dalle
testimonianze esterne, come quella d'Erodoto
e di Plutarco, e di certe iscrizioni sulle
tombe reali. Ahriman (più esattamente
Angra-Mainyu) ha la potenza creatrice: egli
ha creato un inferno popolandolo di demoni,
sulla terra poi fece gli animali nocivi, come
il ragno; il suo esercito lotta incessantemente
contro quello di Ahura-Mazda, e per il trionfo
di questi occorrerà attendere la fine
dei tempi. Gli uomini poi sono disputati tra
il principio del bene e quello del male: mentre
Ahura-Mazda manda loro la sua grazia, Angra-Mainyu
manda loro il peccato, le malattie e anche
la morte. Per resistere a tutti i mali servono
meno i meriti che l'osservanza dei riti, numerosi
e minuziosi: particolarmente si eviteranno
i contatti impuri, come quello dei cadaveri
che non dovranno neppure contaminare la terra
che è sacra: per questo saranno abbandonati
al dente delle bestie. Tutte queste prescrizioni
sono sotto la custodia dei " mobed ",
che formano una specie di clero gerarchizzato.
Valore
religioso del Mazdeismo. - Benché
il più alto tra tutti i paganesimi
orientali, il mazdeismo non raggiunge la perfezione
degli scritti di Piatone o della rivelazione
mosaica. Alcuni pretesero che avesse influito
sul giudaismo e anche sul cristianesimo, ma
questa tesi è abbandonata: quando gli
ebrei poterono conoscere la Persia, le idee
di Zarathustra erano talmente degradate che
essi non avrebbero potuto trame nessuna ispirazione.
Inoltre
certe somiglianze avvicinano il mazdeismo
alle religioni dell'India; il fondo ariano
si trova tanto in India come nell'Iran. Ma
le religioni iraniche sono solo più
un ricordo: l'Islam le ha soppiantate ed è
molto se sussistono ancora centomila Parsi
che risiedono nei pressi di Bombay. Il mazdeismo
non esercita nessun influsso sugli Europei
attuali. Non cosi l'induismo, al quale consacreremo
un maggior numero di pagine.
PARTE
SECONDA. - L'INDUISMO
CAPITOLO
I. - CHE COS'È
L'induismo,
se possiamo indicare il complesso religioso
dell'India con quest'unico nome, è
formato di numerosi apporti successivi.
Tralasciando
i fondi antichi, come quello dravidico, ci
limiteremo all'apporto dei primi conquistatori
ariani quale ci risulta dai Veda. Due elementi
ci colpiscono: la descrizione del panteon
e la descrizione dei sacrifici.
§
1. - Gli dèi e il culto.
Il panteon indù. -
Nel panteon distinguiamo Diaus Pftar ("
cielo padre "), l'antico dio del cielo,
un po' eclissato da due dei, anch'essi celesti,
Varuna, più. giustiziere, Mitra, più
clemente; poi India, la violenta divinità
dell'uragano; Rudra, divinità delle
altre violenze della natura; Agni, il fuoco
mezzo materiale e mezzo spirituale, e molti
altri, senza dimenticare gli eroi.
I
morti per lo più vanno in una specie
di Ades o Sceol, dove la loro sopravvivenza
assomiglia a quella d'un'ombra, a meno che
già sulla terra abbiano preso la via
degli dèi fino a un paradiso dove le
gioie sono tutte carnali. Prendere la via
degli dèi non è, come si potrebbe
credere, abbondare di virtù, ma aver
offerto numerosi sacrifici.
Il
sacrificio elemento essenziale del colto.
- Infatti in India elemento essenziale del
culto è il sacrificio. Sacrifici quotidiani
nella famiglia, periodici secondo le stagioni,
senza contare i grandi sacrifici occasionali.
Tutti hanno alcuni -caratteri comuni, come
l'uso del fuoco, la tendenza alla magia e
l'influsso d'una certa organizzazione sociale.
II
sacrificio indù è quello dei
popoli agricoltori; è il sacrificio
col fuoco, poiché presso i Persiani
il fuoco, Agni, potente e benefico, merita
d'essere messo nel novero degli dèi.
Inoltre,
pur essendo religioso, il sacrificio per un
certo aspetto, è magico; in esso non
si pregano soltanto gli dèi, ma vengono
costretti; non la nostra intenzione muove
gli dèi, ma la nostra esattezza nel
compiere i gesti prescritti basta a scongiurare
il male. Quindi gli dèi non intervengono.
Ora è caratteristica essenziale della
magia agire sulle cose per se stessa. La magia
scomparirà tra i popoli, come gli Europei,
dov'è sviluppata la vita individuale:
nell'ordine temporale col suo sapere l'uomo
domina la natura; nell'ordine spirituale l'intensità
della sua orazione lo apre a Dio e decide
Dio ad abitare in lui. Non cosi nell'India
e per ragioni che sono meno ariane che indiane.
Infatti il popolo indù, meno di molti
altri, ha una di quelle personalità
che sono capaci di produrre contemporaneamente
l'industria efficace e la pietà virile.
Condizioni
sociali dell'India. Il regime delle caste.
- L'indù soffre prima di tutto le condizioni
proprie del paese: clima caldo, soggetto al
monsone, alle carestie, alle epidemie, tutte
cose che debilitano il corpo e rendono fatalista
la volontà, portano cioè all'inazione.
Ma in questo l'India non si differenzia dalla
maggior parte dei paesi intertropicali.
Né
si distingue di più per la costituzione
della famiglia, che è comunitaria come
quella dei negri agricoltori equatoriali,
o dei pastori semiti sotto il tropico; comunità
familiare, che si amplia nella comunità
del villaggio resa necessaria dai bisogni
di un'irrigazione che bisognava regolare,
com'era il caso della valle dell'Indo, la
terra d'ingresso degli Ari nella penisola.
Ciò che produsse l'originalità
sociale e quindi psicologica dell'India fu
il regime delle caste.
La
casta, è un gruppo con tre lineamenti
essenziali: è un gruppo specializzato
(casta dei guerrieri, dei mercanti, dei pescatori,
ecc) onde il figlio deve praticare il mestiere
del padre; è un gruppo gerarchizzato
poiché il guerriero è superiore
al mercante, il pescatore al cacciatore, ecc;
infine è un gruppo chiuso in quanto
vi è l'interdizione rigorosa di contatti
(specialmente connubio e mensa) con individui
di altre caste. Certamente in tutti i paesi
(eccetto nel moderno occidente) alcuni gruppi,
come la nostra nobiltà déll'ancien
regime, hanno presentato uno o due dei tre
caratteri; ma conosciamo soltanto l'India
che offra il regime delle caste allo stato
completo.
Sull'origine
delle caste si fanno soltanto ipotesi, la
più falsa delle quali l'attribuisce
a una specializzazione di mestieri. Il regime
non è puramente economico, perché
è possibile esercitare diversi mestieri
all'interno d'una stessa casta. La casta superiore
è quella dei bramini, che senz'essere
veri e propri sacerdoti, anticamente custodivano
il segreto del sacrificio, ed essendo il sacrificio
il centro del culto, culto e casta hanno un'origine
comune.
Ancora
oggi culto e caste si sostengono.
Questo regime alimenta il torpore indiano,
poiché per la loro repulsione reciproca,
le caste non permisero mai all'India di costituirsi
in unità politica, ed è noto
che l'India non è mai stata capace
d'opporre una seria resistenza ai molti che
ne hanno tentato la conquista. Inoltre un
regime, in cui il potere, tutto spirituale,
appartiene solo ai bramini, deve mantenere
il sacrificio al centro del culto; ma questo
sacrificio però per gente priva di
qualsiasi iniziativa non è altro che
una serie di gesti sempre più automatici
e la pratica indù degenera nel ritualismo.
§
2. - Elementi intellettuali e spirituali dell'induismo.
Abbiamo
presentato l'induismo (anche se sommariamente
e non senza ipotesi) in quanto riguarda maggiormente
la massa del popolo, cioè nella pratica.
Per gli uomini più istruiti l'induismo
contiene un elemento intellettuale, che dovremmo
conoscere meglio essendo espresso in numerosi
libri. Dobbiamo farne la critica e anche interpretarli,
ma questo non è sempre facile, poiché
parole identiche, dèi, spiriti, sopravvivenza,
sono lungi dall'avere lo stesso senso che
hanno tra di noi.
I
libri sacri dell'India.
1.
I Veda. - i libri sacri dell’india
sono i Veda che contengono la rivelazione
primitiva, e che ogni indù deve accettare,
se vuoi restare ortodosso. Egli li crede gli
scritti più antichi del mondo, ma in
realtà non sono un corpo unico di dottrina,
essendo raccolte di canti e di ricette relative
ai sacrifici. Sembra che non superino il primo
millennio avanti la nostra era; ma altre parti
si dovettero aggiungere in seguito dato che
non fu possibile fissarne il testo prima dell'invasione
di Dario (518), poiché solo dopo di
essa i Persiani introdussero la scrittura
nell'Indostan. Il più importante di
questi libri è il Rig Veda, anch'esso
una raccolta d'inni sacrificali, che ci fa
conoscere i nomi, ricordati sopra, degli dèi
dell'antico panteon.
Il
canone indù ai Veda aggiunse altri
libri a mano a mano che la società
vedica progrediva verso l'Est, nella valle
del Gange, assimilando poco per volta le razze
autoctone e incorporandole nelle caste inferiori
Ne risultò, nel sistema delle caste,
che in antico era semplice, una duplice complicazione:
caste più numerose e moltiplicazioni
delle prescrizioni a cui venivano assoggettate.
Contemporaneamente il pensiero religioso elaborò
nuove concezioni facendo nascere nuovi libri,
che furono di due ordini, secondo che provenivano
dai bramini oppure dagli asceti.
2.
I Brahmana. -I primi si chiamano
Brahmana. Sono una specie di com-mentari dei
Veda, e perciò pieni di speculazioni
sul sacrificio. Ma tentano pure la delineazione
di una metafisica che, a poco a poco, sostituisce
la grossolana teologia dei primi libri santi.
Vi si legge che i sacrifici sono tanto potenti
per che in essi c'è una virtù,
il brahman, emanante direttamente dai riti
e dalle preghiere, a cui non possono resistere
nemmeno gli dèi, che perciò
diventano personaggi secondari, la vera divinità
risiedendo nel brahman. Ciò segnava
la fine del politeismo, ma a vantaggio d'un
teismo impersonale che si può chiamare
semi-ateismo. Alla metafisica' corrisponde
anche una morale, che mira a "evitare,
se non l'inevitabile morte corporale, almeno
quella nell'aldilà. Infatti compare
per la prima volta la credenza nella trasmigrazione
delle anime, il samsara, di cui non c'è
la traccia nei Veda ed è certamente
una dottrina che gli Ari presero dagli autoctoni.
Secondo tale credenza, nell'altro mondo ci
reincarneremo in ogni specie di corpi, umani
o animali; ma noi vogliamo evitare di cadere
in organismi spregevoli; però non ci
riusciremo solo con i nostri meriti. Solamente
la potenza del brahman ci può salvare.
Quindi la morale si confonde con la fedeltà
al ritualismo e a stento la si può
considerare come morale.
3.
Le Upanishad. - Una reazione contro
questa sclerosi spirituale era inevitabile,
che reazioni di questo genere seguirono sempre
a ogni fariseismo. Ma mentre altrove sono
eccezionali, qui occupano un posto paragonabile
a quello del comportamento primitivo. Degli
asceti cominciarono a fuggire dalla società
per meditare nella solitudine e, sotto certi
aspetti, la loro religione era opposta a quella
ufficiale, poiché alla lettera sostituiva
lo spirito; era anche una rottura -con le
strutture sociali, perché molti solitari
non appartenevano alla casta braminica e lottavano
contro le prescrizioni che separavano le caste
tra loro. Però erano sempre indù
per l'atteggiamento generale di fronte alla
vita, mostrandosi incapaci e sdegnosi d'azione,
con questa sola differenza, che mentre gli
altri s'erano rifugiati nell'automatismo dei
riti, essi si rifugiavano nella meditazione,
che nei più mediocri rischiava di degenerare
in un puro fantasticare o in una specie di
catalessi.
Naturalmente
da costoro sorse una nuova letteratura, quella
delle Upanishad, che i bramini credettero
opportuno dichiarare degne di venerazione,
sullo stesso piano dei Brahmana, in quanto
continuavano i Veda.
Però
la filosofia delle Upanishad è molto
diversa da quella dei Brahmana. Il suo principio
è che con la preghiera personale si
può ottenere quanto si può ottenere
coi riti, poiché tale preghiera, invece
del brahman sacrificale desta una forza che
gli equivale e che risiede in ciascuno di
noi, l'atman. Siccome il brahman è
capace di mutare l'ordine del mondo, l'atman
ha la stessa onnipotenza, e poiché
i bramini avevano accettato i libri dei solitari,
possiamo identificare l'atman al brahman,
e parlare di brahman-atman. In quanto atman,
ci mostra che l'assoluto non dev'essere cercato
nel cielo, ma in noi stessi, affermando cosi
una specie di panteismo. Inoltre se l'assoluto
si trova nella vita interiore, il mondo esteriore
è costituito soltanto da un flusso
passeggero d'apparenze, e interessarsene significa
farsi zimbello di una sterile e tormentosa
agitazione.
La
morale ha come scopo la conquista dell'assoluto
attraverso la fuga dalle vanità e la
pratica della contemplazione. E’ certo un
progresso spirituale, ma qui non dobbiamo
prendere il termine spirituale nel senso che
siamo soliti usare; questo spirituale è
malamente distinto dal materiale, poiché
il pensiero indù come non distingue
bene l'uomo da Dio, cosi non sa distinguere
nettamente lo spirito dal corpo. Inoltre simile
etica non contrasta con quella dei Brahmana,
poiché se le due categorie di libri
furono poste sullo stesso piano bisogna ammettere
che per realizzare il destino dell'uomo ci
sono due
vie,
quella del ritualismo e quella dell'ascetismo.
Ambedue riescono a destare la forza del brahman-atman,
ma né l'una né l'altra è
completamente immune da una certa magia.
Le
due addizioni dei Brahmana e delle Upanishad
ai Veda primitivi dovettero compiersi tra
il secolo VIII e il V prima della nostra era.
I
nuovi dèi. - D'altronde esse
non abolirono i culti popolari degli dèi
nelle basse caste, specialmente tra i non
arii, anzi l'antico panteon si popola di novelli
dèi. Dapprima si promossero al primo
posto alcuni piccoli dèi, qaali Vishnu,
che prima era al seguito di Indra, e l'antico
Rudra, divenuto Shiva; poi, forse sull'esempio
dei buddisti, molti dei quali avevano pressoché
divinizzato il loro fondatore, la pietà
indù divinizzò gli eroi leggendari,
come Krishna o Rama e la loro apoteosi fu
facilmente ammessa, poiché furono fatti
credere manifestazioni, se non addirittura
incarnazioni di Vishnu.
I
bramini, fedeli al metodo con cui avevano
dovuto canonizzare le Upanishad, si rassegnarono
a far propria questa complessa mitologia.
Il brahman, coscienza universale, diviene
come l'anima delle due divinità principali,
Vishnu, il conservatore del mondo, e Shiva,
il distruttore di tutte le impurità,
che devono essere tolte dal mondo, per assicurare
il rinnovamento del resto. Il panteimo e il
diteismo sono certamente inconciliabili, ma
il pensiero indù non segue la nostra
logica e, non riuscendo a fare la sintesi,
giustappone le contraddizioni che la coscienza
del popolo o dei saggi ha generato in luoghi
e tempi diversi.
Complessità
della mitologia indù. - Questi
tentativi compaiono nelle grandi epopee vishnuiste
(dove Vishnu compare specialmente nelle sue
trasformazioni in Krishna o Rama) come il
Mahabharata e il Ramayana, la cui composizione
cominciò alcuni secoli prima di Gesù
Cristo e la cui redazione ha continuato fino
ai nostri giorni. Nel Mahabharata si trova
incorporato il Bhagavadghita o a canto del
beato ", in cui Vishnu, nella forma di
Krishna, da consigli concernenti la salvezza
a un re guerriero: pratica d'una morale attiva
e disinteressata, che si deve seguire unicamente
per amore di Dio, e che talvolta ha un suono
cristiano. In realtà la pietà
cristiana, essendo più ricca, non è
senza analogia con la bhakti, termine che,
per usare una sola parola, traduciamo con
k devozione a, presa nel suo senso etimologico,
cioè come il dono totale di sé
a Dio.
II
culto di Vishnu, e anche quello di Shiva,
s'accentua nell'alto medioevo stimolato dalla
corrente buddista, e origina un'abbondante-
letteratura, che descrive le trasformazioni
del grande dio: abbiamo cosi i Puràna,
raccolte popolari, certamente inferiori all'ammirabile
Bhagavadghita, ma dove talvolta si trovano
pure accenti che ricordano il Vangelo.
Il
ponto d'unità dell'induismo.
- In questo insieme intricato che si chiama
induismo, non c'è nessun legame che
unisca credenze è pratiche, come nel
cattolicesimo. Solo due tratti sono comuni
e definiscono ciò che osiamo appena
chiamare l'ortodossia: anzitutto la credenza
alla rivelazione vedica; poi, la credenza
non vedica, ma sbozzata nei Brahmana e sviluppata
nelle Upanishad, al samsàra (trasmigrazione):
le anime trasmigrano attraverso diversi esseri
fino al riposo o nirvana.
Alla
nozione di samsàra è legata
quella di karma (azione), cioè la legge
degli esseri, per cui ogni nostra azione è
pregna d'una conseguenza in questo o nell'altro
mondo: legge che non sempre è morale,
perché gli atti involontari ricevono
la loro sanzione come quelli volontari; legge
che non esprime nemmeno un determinismo rigoroso,
perché mentre subiamo gli effetti dei
nostri atti anteriori, poniamo dei nuovi atti,
che modificano il nostro destino. Tuttavia
il carattere degli Indù li spinge d'ordinario
ad accettare passivamente la sorte, cioè
ad essere fatalisti. Se questo fatalismo intorpidisse
soltanto la loro attività, le conseguenze
sarebbero limitate alla loro persona; ma esso
influisce pure sulla loro bhakti, di cui riduce
l'irradiazione sociale: se vi sono individui
che soffrono quaggiù è perché
espiano le mancanze d'un'esistenza anteriore;
e quindi non meritano pietà. Cosi ritualisti
e asceti si allontanano dalla miseria di chi
soffre.
La
credenza al samsàra e la repulsione
delle caste s'aiutano a vicenda per scartare
dalla vita indù, almeno nella generalità
delle anime, la nozione di carità,
quale il cristianesimo ha introdotta tra noi.
I
grandi pensatori indiani del passato.
- Qualsiasi pensatore che aderisca ai due
dommi fondamentali può fondare indisturbato
una scuola, che nello stesso tempo è
una setta. Dall'inizio della nostra era ad
oggi tali fondazioni sono state pressoché
innumerevoli e con tale varietà che
stupisce e scandalizza l'europeo.
La
più celebre di tali scuole è
il Vedanta, che trae il suo nome dal fatto
che vuole completare i Veda. Tutti i suoi
adepti sono concordi nel proclamare l'identica
essenza di tutti gli esseri, materia, spirito,
divinità; però ciascuno concepisce
quest'identità a suo modo. Nel secolo
vili Shankara, dicendo di basarsi sulle Upanishad,
afferma che esiste solo Dio e che tutto il
resto è maya, cioè illusione;
perché se fosse reale, sarebbe stato
fatto da Dio; ma Dio è perfetto e quindi
non ha bisogno di agire, e se agisse subirebbe
un mutamento e un dolore, egli che per essenza
è tutto immutabilità e gioia.
Nel secolo xi Ra-majuna nega la maya shankariana
e si sforza di conciliare la trascendenza
di Dio e la realtà delle anime. Egli
è forse il più grande pensatore
dell'India, e soprattutto il più religioso,
ancorché, ammettendo la trasmigrazione,
non condannando il regime delle caste, essendo
tollerante verso la maggior parte dei miti
tradizionali, riesca a stento a trarre dalle
sue dottrine un vero amore.
A
questi due grandi pensatori bisognerebbe aggiungere
i nomi di Nim-barka, Madhwa, Vallabha, senza
aver la pretesa di essere completi.
I
maestri moderni della vita spirituale.
- In India non mancarono mai i maestri della
vita spirituale, il cui pensiero non è
inferiore a quello europeo e non si è
sterilizzato col tempo. Tutti conosciamo,
tra i moderni, il Mahatma Gandhi e Rabindranath
Tagore, il primo celebre per il suo ruolo
politico, l'altro per il suo talento di scrittore.
Degni d'essere letti sono pure gli autori
puramente religiosi, come Shri Auribindo,
Swami Ramdas, Ramana Maharshi; ma i profeti
più potenti dei tempi moderni sono
certamente Shri Ramakrishna (f 1866), il cui
insegnamento è stato raccolto dai discepoli,
e il suo principale discepolo Swami Vivekananda
(f 1902). Egli scrisse molte opere tra le
quali bisogna ricordare i suoi trattati di
vita interiore, Jnana-Yoga, Karma-Yoga, Bha-kti-Yoga,
Raja-Yoga, ossia yoga della scienza, dell'azione,
della pietà, e yoga regale
o sintesi. Notiamo che l'India non ignora
più l'Europa e che Vivekananda è,
in certo grado, penetrato di cristianesimo.
Però il suolo indiano è pieno
di guru (maestri spirituali) ossia di discepoli
degli antichi e capi d'una piccola scuola,
su cui hanno un ascendente che talvolta ci
sconcerta. Non meno numerosi sono gli yogin
solitari, che cercano la liberazione con un'ascesi
minuziosa e crudele, e alle volte hanno, o
si crede che abbiano, poteri quasi miracolosi
su se stessi e sugli altri. Infine molti viaggiatori
hanno descritto tutte le manifestazioni delle
folle indiane nei templi e sulle sponde del
Gange, tra i fakiri, le baiadere e gli animali
sacri, con i loro gesti di fede ardente e
di stupido paganesimo, in dò che hanno,
per noi, di nuovo, di splendido, di brutale,
di lercio e d'allucinante.
CAPITOLO
II. - L'ATTRATTIVA DELL'INDUISMO SU ALCUNI
CRISTIANI
§
1. - Ciò che separa l'induismo dal
cristianesimo.
Tutto
questo complesso molto antico e, insieme,
tutto moderno, attualmente attira numerosi
europei. C'è chi parla di " incantesimo
dell'induismo ", mentre altri vorrebbero
fare, almeno col pensiero <t il pellegrinaggio
alle fonti ". Il miraggio, più
bello della realtà, basta per far errare
fuori della Chiesa. Come mettere in guardia
queste pecore erranti?
Non
è difficile confutare le dottrine e
criticare le pratiche dell'induismo, impresa
questa che fu spesso tentata con buon esito.
Ne esporremo i temi principali, ma brevemente,
riservandoci di dire poi perché non
attribuiamo molta efficacia a tale procedimento.
L'induismo
è molto lontano dal cristianesimo.
L'induismo
non ha la stessa nozione di Dio.
- Nel popolo è un politeismo; in quelli
che pensano è un panteismo o almeno
un immanentismo. Queste parole sono inadeguate,
ma bastano a far notare la differenza. Tuttavia
c'è un'analogia: le " avatàra
" o discese di Vishnu possono passare
come incarnazioni della Divinità, ma
nei personaggi di Krishna o di Rama, Vishnu
più che la natura, ha assunto le apparenze
dell'uomo e i suoi atti, sotto questa maschera,
non sono sempre esemplari e soprattutto, concesso
che si sia incarnato, in lui non troviamo
nessun disegno redentore: le avatàra
(discese) di Vishnu hanno aiutato a superare
certe crisi della storia indiana, ma non ne
hanno cambiato radicalmente il senso.
Nozioni
differenti dello spirito e del suo destino.
- L'induismo non ha la stessa nozione dello
spirito e del suo destino. In India spirito
e materia sono separati meno nettamente che
in Grecia. Soprattutto i Greci hanno ammesso
un'anima immortale e i cristiani dichiarano
che si vive e si muore una volta sola. Oggi
al pensiero europeo ripugna la trasmigrazione
delle anime. La legge del karma (i nostri
atti ci seguono) ci sembra contraria alla
legge del perdono (misericordia per ogni peccato).
Bisogna aggiungere che i moderni, che non
sono fatalmente cristiani, credono a una certa
evoluzione che renderà migliore l'umanità,
e sorridono davanti a questi cambiamenti con
ritmo millenario, per cui solo gl'individui
sono capaci di migliorare e salire più
in alto. Non concepiamo allo stesso modo nemmeno
la materia che per molti indù è
solo illusione, che bisogna imparare a disprezzare,
mentre i più spirituali tra noi la
rispettano in quanto è il supposto
d'ogni vita sociale, anch'essa indispensabile
a ogni manifestazione caritativa.
Morale
cristiana e morale induista. - La
morale induista non ci colpisce meno: restano
le barriere delle caste, che lungo i secoli
si sono sempre più allargate e irrigidite;
esiste ancora il matrimonio di fanciulli impuberi;
la prostituzione fa parte di certi riti e
a stento si arriva ad abolire i sacrifici
di sangue. Non bisogna stupirsi di queste
deviazioni, perché la purezza è
più esteriore che inferiore: il buon
Samaritano, che si prendesse cura d'un paria
ferito, diverrebbe impuro. La stessa nozione
di peccato è indecisa: il Karma è
una regola cieca, che punisce o ricompensa
gli atti, non le intenzioni. È vero
che i migliori cercano la bhakti, che però
non è affatto la nostra carità.
È certo il dono di sé a Dio,
ma questo Dio, diffuso in tutto l'universo,
non si mostra analogo a una persona e non
giustifica facilmente l'amore d'un cuore umano,
e in tutta la letteratura del paese delle
caste stentiamo a trovare l'insistenza del
motto evangelico: amare il prossimo per amore
di Dio è il secondo comandamento, grande
quanto il primo.
I
due universalismi. - Infine, anche
se tanto l'induismo che il cristianesimo pretendono
essere religioni universali, non intendono
allo stesso modo l'universalismo. L'induismo
è tollerante in quanto è indifferente
a una eterogeneità, che può
andare fino alla contraddizione e non insorge
quasi contro nessun culto; e come dalla fine
dei tempi vedici si diportò verso le
sette nate dai libri sacri, cosi oggi si diporta
verso le grandi religioni del globo, non chiedendo
che di poter incorporare Cristo e Maometto.
Invece il cristianesimo, pur volendo essere
cattolico, rimane intransigente nelle sue
dottrine fondamentali; certo, è la
via, la verità e la vita, ma la via
non conduce alla vita a spese della verità.
Dal comando : " Andate, ammaestrate tutte
le nazioni ", la Chiesa ha tratto quel
misto d'autorità e di carità
che costituisce l'apostolato, con dosatura
che dev'essere si armoniosa onde un fedele
difficilmente può realizzarla, e più
difficilmente ancora un estraneo, specialmente
se Indù, comprenderla.
§
2. - Inefficacia delle confutazioni.
Queste
le principali obiezioni che un cristiano ortodosso
può muovere all'induismo. Ma se invece
di scriverle per farne un libro, le rivolge
a un cristiano preso da quell'incantesimo
per ricondurlo sulla retta via, è chiaro
che esse sono del tutto inefficaci.
L'Europeo
ammiratore dell'India risponde prima di tutto
che queste critiche valgono specialmente per
l'induismo dei semplici. Il politeismo è
diffuso solo nel basso popolo, mentre la gente
colta s'è affrancata dalla piccineria
del sacrificio. D'altra parte per l'europeo
non si tratta di inserirsi in una casta; egli
si rivolgerà all'India con i suoi modi
di pensare, di sentire e di agire, che lo
guideranno a scegliere "quanto si sente
capace d'assimilare.
Inoltre
una confutazione, scritta ed orale, indirizzandosi
alla sola intelligenza, non può convincere
coloro che nella religione cercano proprio
quello che l'intelligenza non da. Questo rilievo
si applica singolarmente all'induismo, perché
la logica induista non è la nostra,
e perché colà la dialettica
è tenuta in sospetto, se non proprio
disprezzata, specialmente dai yogin, l'elite
spirituale.
Infine
confutare significa paragonare un altro pensiero
al proprio; e questo è possibile solo
col postulato implicito che il nostro pensiero
sia la norma. Noi, ad esempio, deploriamo
che i lettori dei Veda distinguano male lo
spirito dalla materia; ma che cosa può
impedire loro d'accusare i Cartesiani di distinguerli
troppo? Noi rimproveriamo loro troppa tolleranza
religiosa; essi risponderanno che noi usiamo
troppi anatemi.
D'altronde
siamo sicuri di averli ben capiti? Ci sembra
che ammettano più dèi e cosi
smentiscano l'unità del Brahman, sostanza
universale: ma gli Indù quelli colti,
almeno, in questi dèi vedono non delle
persone distinte, ma personificazioni degli
attributi del Dio unico tanto che potrebbero
renderci la pariglia e, giudicandoci con eguale
incomprensione, credere che noi, incolti,
divinizziamo grossolanamente innumerevoli
santi più potenti di Dio stesso per
trovare gli oggetti perduti o per far guarire
bestie ammalate; o che noi, intellettuali,
divinizziamo astrazioni, come la scienza,
la libertà, il denaro, rinnovando sia
pure senza statue e senza templi, il culto
del vitello d'oro. Oppure (questo sarebbe
ancora più grave) quando insinuiamo
che la loro bhakti è inferiore alla
nostra carità, potrebbero dichiarare
che noi ci contraddiciamo, non essendo caritatevoli
verso di loro. Sicché l'apologià
della propria fede quando, anche solo incidentalmente,
è intellettualistica, superficiale
e orgogliosa, alla fine spesso diventa una
contro-apologià.
§
3. - Ciò che alcuni cristiani chiedono
all'induismo.
Per
questo preferiamo limitarci ad un esame psicologico
dei nostri correligionari tentati dall'induismo,
per sapere di che cosa hanno fame e in che
cosa l'induismo può soddisfare o deludere
questo appetito.
Questi
cristiani sono di quattro specie.
1.I
cristiani di nome.
- Alcuni sono cristiani di nome, cioè
battezzati che hanno fatto la loro comunione
(non oso dire la loro prima comunione), che
forse osservano l'astinenza al venerdì
per non contrariare la moglie, che talvolta
accompagnano i loro bambini a messa, per dare
l'esempio, ma che, non avendo né pensato
né vissuto il cristianesimo, in esso
vedono soltanto un complesso di pratiche meschine
e infeconde. Se un caso fortuito fa loro conoscere
un libro di spiritualità induistica,
eccoli iniziati alla vita intcriore, che certamente
il cristianesimo avrebbe loro offerto, se
si fossero presa la briga di cercarcela. Ma
siccome sono molto ignoranti della loro religione,
come di quelle degli altri, immaginano che
fuori delle pagine cadute loro in mano ci
siano soltanto chiacchiere o finzioni, e rinnegano
la fede della loro infanzia per la novità
che hanno scoperto.
2.I
cristiani cerebrali. - Altri cristiani
sono stati buoni fanciulli; ma, come accade
spesso in alcuni ambienti, erano più
intelligenti che pii e ci tenevano più
a dimostrare Dio che a viverlo: si sarebbero
potuto chiamare cristiani della testa. I loro
studi, portandoli a conoscere le scienze,
la fisica, la biologia o la preistoria, non
tardarono a far vedere contraddizioni tra
le scoperte o ipotesi scientifiche e le posizioni
religiose apprese da certi manuali non sempre
aggiornati. Sulla linea di confine della chimica
e della biologia si crede d'avere la prima
trasformazione della molecola inerte nella
molecola vivente; anche in biologia si ritiene
quasi per certo che l'uomo, come i suoi cugini,
le grandi scimmie, discenda da un lemuride
scomparso; la preistoria assegna all'uomo
propriamente detto (homo sapiens) un'antichità
incomparabilmente più lunga dei quattro
mila anni biblici, e una nascita meno gloriosa
che quella dell'Adamo della Genesi; una filosofia,
come quella d'Aristotele, che codifica le
esperienze del senso comune, non può
più servire a inquadrare le scoperte
di ieri. La Chiesa, come maestra di pensiero,
non è più moderna; e si sentono
forzati ad abbandonarla. Tuttavia diventando
uomini, hanno acquistato bisogni più
ricchi del bisogno intellettuale della loro
adolescenza; hanno riconosciuto che la scienza,
come si è orientata nell'ultimo secolo,
sfocia meno alla verità che al dominio
della natura: anch'essa è in un vicolo
cieco. Sinceri come sono, non possono ammettere
che nel dilemma scienza-fede, l'ultima parola
non resti alla fede. Avrebbero quindi bisogno
di scoprire una nuova fede, o meglio, siccome
non basterebbe più il fideismo, un
' altro modo di conoscenza, tutto diverso
da quello dei nostri laboratori, ma anche
pienamente obbiettivo; il che viene fornito
loro dagli esercizi di certi yogin d'oltremare.
3.
Quelli che sono stati allontanati dal Vangelo
dalle diffidenze verso la civiltà.
- C'è una terza categoria d'Europei,
che hanno conosciuto meglio e meglio praticato
il cristianesimo e gli sarebbero rimasti fedeli,
se gli ultimi decenni non fossero stati cosi
sconvolti. Due guerre e molte rivoluzioni
hanno dimostrato loro la debolezza morale
e materiale delle istituzioni in cui sono
vissuti, come il liberalismo e il capitalismo.
Ora la civiltà, di cui tali istituzioni
sono elementi, pretende d'essere cristiana.
Di fatti il cristianesimo è più
o meno penetrato in esse, il che era necessario
poiché altrimenti sarebbe stato infedele
alla sua missione di fermento sociale. Per
non restare un ideale inaccessibile al secolo,
cominciò ad agire sul liberalismo,
imponendogli il dovere della concorrenza leale
e sul capitalismo, forzandolo al dovere della
elevazione dei lavoratori. Però una
trasformazione morale esige molto più
tempo che l'avvento o la caduta d'un regime
legato direttamente alla tecnica.
Il
capitalismo e il liberalismo, nelle loro attuali
forme e dimensioni non contano più
d'un secolo o due di vita, e la Chiesa non
ha ancora avuto il tempo per cristianizzarli;
altri regimi economici intanto sono sorti
a fare loro concorrenza, ma sembrano immorali
e insieme caduchi. Ora siccome il cristianesimo
è stato legato all'Occidente, gli spiriti
che non vanno al fondo delle cose, specialmente
della storia, vedendo che l'Occidente è
scosso credono che il cristianesimo sia pure
destinato a crollare.
Questi
Europei vanno quindi a cercare il loro ideale
fuori del Vangelo. Alcuni, tipo ingegneri,
si volgono alla Russia, da cui sperano trarre
esempi di giustizia vedendo nello stesso tempo
onorata la loro professione; altri, più
poeti, o che almeno non apprezzano nella stessa
misura il confort procurato dall’industria,
e che sono più insofferenti dell'agitazione
che ne è inseparabile, preferiscono
rivolgersi ai contemplativi e pensano di trovarne
tra i pastori dei deserti e più ancora
tra i solitari della penisola dei monsoni.
4.
Le anime in cerca d'una spiritualità
ringiovanita. - Infine ci sono attorno
a noi anime fondamentalmente cristiane e risolute
di restare tali, che aspirando a una vita
interiore più intensa di quella che
hanno praticato finora, nella comune letteratura
di pietà non trovano quel tono e quell'afflato
che le trasporti. Gli stessi mistici parlano
loro un linguaggio dissueto: le Rivelazioni
di Santa Geltrude sembrano loro prolisse e
banali, il Dialogo di Santa Caterina da Siena
privo di coerenza; trovano le metafore di
Santa Teresa senza contenuto; il metodo di
Sant'Ignazio ha procedimenti militari alquanto
irritanti, anche se sono presentati da Gesuiti
moderni; Gesuiti e Domenicani esprimono oggi
la loro spiritualità con un linguaggio
scolastico, che a costoro sembra poco più
accessibile dell'ebraico. Perciò questi
cristiani per meditare si nutrono ora del
breviario, ora del Vangelo, ora di Ramakrishna
o di Vivekananda.
§
4. - Che cosa bisogna rispondere a queste
quattro specie di anime?
1.
Coscienza collettiva dei " cristiani
di nome ".
-I primi (battezzati senz'istruzione né
pietà) non hanno nessuna personalità
religiosa e in genere non hanno personalità
di sorta; in tutti i campi sono e saranno
sempre soggetti alla coscienza collettiva.
Perciò, liberati dal blocco delle credenze
cristiane, accetteranno quelle induistiche
in blocco. Per quanto sembri paradossale,
la loro mancanza di fede profonda sarà
unita alla mancanza di spirito critico e le
bizzarrie di certi libri eserciteranno su
di essi maggior attrattiva. Un Dio sparso
nelle nebulose e negli atomi sarà un
mistero più sconcertante, e perciò
più insinuante della Trinità;
la trasmigrazione delle anime da le vertigini
e nello stesso tempo è la spiegazione
più semplicistica del problema del
male, o meglio dell'infelicità. Titoli
come I cinque rivestimenti della coscienza
individuale, oppure Le dieci correnti della
forza vitale risuonano spesso come iniziazioni
inestimabili.
Si
sa fino a che punto la coscienza collettiva
può fare a meno di ragionamenti corretti
o ridersi di esperienze cruciali, e, se stesse
per affievolirsi, per rianimarla si troveranno
numerosi circoli teosofici che prosperano
fra noi e si comportano ed agiscono come Chiese.
Ora non si combatte contro la coscienza collettiva
che sostituendovi un'altra coscienza collettiva,
oppure una coscienza personale. Il primo modo
equivarrebbe ad immergere l'uomo in un ambiente
cristiano, il che dipende da circostanze che
non sono in nostro potere; il secondo, cioè
creare una personalità, è sempre
un lavoro lungo e talvolta doloroso, in quanto
è necessario che uno venga istruito
nel cristianesimo e lo pratichi, conformandosi
ad esso nelle proprie azioni quotidiane: per
tal fine, allo sviato occorrerebbe dare come
maestro un apostolo del tipo guru: l'azione
cattolica, chiamata a formare apostoli di
tal genere, ne offre già alcuni e di
reale valore.
2.
Il compito dei nuovi maestri di pensiero contro
la disillusione dei "cristiani cerebrali".
-La seconda categoria essendo costituita
da un'elite vasta e complessa merita più
attenzione.
Alcuni
hanno conosciuto e meditato il recente infrangersi
di numerose inquadrature del nostro pensiero.
Nella nuova fisica tanto microscopica quanto
macroscopica, pare che per esprimere certi
fenomeni si sia condotti a servirsi di geometrie
non euclidee, come pure di spazi a quattro
dimensioni; e non si ammette più che
il fondo delle cose sia il determinismo, il
quale nella teoria dei gas è soltanto
un determinismo statico, che nasconde un movimento
anarchico delle molecole. In psicologia è
ormai dimenticato quanto sa di associazionismo
: Bergson ci ha insegnato a sostituire la
vecchia introspezione, che suppone un frazionamento
degli stati di coscienza, con un nuovo metodo,
che assegna il primo posto a quello che egli
chiama intuizione; altri hanno mostrato il
ruolo, anche nella nostra vita superiore,
dell'inconscio, del quale si può cogliere
il gioco con vari processi usati soprattutto
dagli psicanalisti. Sono tutti duri colpi
inferti a ogni filosofia astratta e ci fanno
sentire che ben presto sarà necessario
costituire una nuova metafisica (cosmologica)
che sia capace di interpretare i nuovi dati
delle scienze.
Pensatori
di minor classe, adulti o adolescenti, abbastanza
informati per sapere che il problema si pone,
ma privi di genio per risolverlo, davanti
al vuoto del loro spirito s'abbandonano al
dubbio universale. Ed è proprio questo
dubbio che recentemente ha dato origine a
certe filosofie dell'assurdo. Nel secolo VIII
da un dubbio analogo eran sorte le vedute
di Shankara, per il quale il mondo sensibile
è soltanto una maya. La stessa disillusione
avviene dopo un intervallo d'oltre mille anni
ai due antipodi e per ragioni diverse. E c'è
la stessa attrattiva, poiché una parte
dei nostri studiosi è presa dalle negazioni
esistenzialiste, e gli altri varino a cercare
l'illusionismo nei Vedanta. Gli uni e gli
altri sono esseri incapaci di risalire le
correnti. La dottrina di cui hanno bisogno
non è già quella che sostiene
che la natura umana è identica a quella
dei cani morti. Al contrario occorre tonificare
la loro intelligenza. Concediamo pure che
siamo immersi nell'assurdo e nell'illusione,
ma ammettiamo, almeno come un'ipotesi di lavoro,
che quelli sono soltanto fenomeni prowisori,
e, nella decomposizione del pensiero contemporaneo,
raccogliamo i materiali delle prossime scoperte.
Il vero salvatore sarà un nuovo San
Tommaso die ci apporterà la sintesi
di cui ha bisogno il nostro secolo. Intanto
ogni cattolico che pensa dovrà presentare
delle sintesi parziali a coloro che avranno
scelto lui come guida.
Fallimento
del basso yoga. -Ma accanto a questi
intellettuali conservatori, che non potevano
finire se non nella disperazione, ci sono
spiriti più duttili, che tentano di
raggiungere la verità con la mistica.
Proprio questi vengono attirati dallo yoga.
Oggi tutti gli scrittori indù sono
degli yogin le cui opere appartengono alla
categoria generale dei metodi d'orazione e
godono talvolta d'una pubblicità che
è negata alla spiritualità cristiana.
Perciò hanno un pubblico vario, dove
tuttavia distingueremo due classi estreme:
quelli che nello yoga cercano un'igiene, e
quelli che ne attendono estasi.
Infatti
lo yoga pretende di cominciare con un'igiene
fisica e mentale, che vi da la padronanza
di voi stessi. Isolatevi in un angolo silenzioso
e spoglio; prendete una posa comoda (gl'Indiani
si accoccolano col torso eretto); praticate
una serie di esercizi respiratori, facendo
regolarmente per esempio: inspirazione, quattro
secondi; menzione, sei secondi; espirazione,
otto secondi; imparate a concentrarvi prima
sopra un oggetto visto, una boccia o un bastone,
poi sopra un oggetto immaginato, come un rosaio,
del quale ripasserete mentalmente tutta l'esistenza,
dalla germinazione fino alla fioritura; infine
imparate a meditare, sia sopra una qualità
di cui siete privi, o che vorreste sviluppare,
sia sullo yoga perfetto, che immaginerete
meno nella sua figura corporea che nella sua
irradiazione spirituale, e che. rappresenterete
continuamente presente al vostro fianco.
Alcuni
si fermano qui e con questi esercizi hanno
acquistato due capacità: di non cedere
a un istante di collera, e isolarsi dal trantran
della vita giornaliera, per riflettere a una
campagna di pubblicità o a un colpo
di borsa. Però restano affaristi e
a questo yoga preparatorio chiedono soltanto
la capacità d'estorcere più
denaro ai loro clienti. Per avere questo risultato,
senz'andare fino agli Esercizi di Sant'Ignazio,
bastava che praticassero certi esercizi d'autosuggestione,
come quelli proposti dalla scuola di Couè,
o che facessero alcuni compiti dell'Istituto
Pelman, per sviluppare l'attenzione, la memoria,
la volontà. Tutti questi tentativi
sono utili, ma sono ben poca cosa, e noi li
abbiamo citati solo perché bisogna
passare attraverso ad essi o passare per metodi
equivalenti. Però chi se ne accontenta
ignora completamente l'induismo.
Altri
vogliono penetrarne più profondamente
lo spirito; ma, più bramosi dei risultati
che rassegnati ai mezzi, pensano soltanto
agli atti straordinari compiuti, come han
sentito narrare, da certi yogin.
Alcuni
di questi si sentono uniti all'Atman-Brahman
in un'estasi che si manifesta agli spettatori
attraverso le tracce impresse sul volto; essi
però non vedono né sentono la
folla e sono rapiti fuori di questo mondo.
Gli altri compiono cose inaudite, camminano
su carboni ardenti, sono sollevati in aria,
risvegliano i morti. Misteri dell'unione o
miracoli fisici son cose che valgono assai
più della pena che richiedono per essere
raggiunte.
Mezzo
fallimento dello yoga superiore.
- L'induismo promette queste cose in favore
dei più grandi yogin. Resta da sapere
se il nostro uomo sarà tra i grandi.
Possiamo, senza tema di errare, rispondere
negativamente, poiché questi beni sfuggono
non appena si corre loro dietro. Essi non
sono che un soprappiù; e non si cerca
il regno di Dio, che è la cosa necessaria,
quando una tale ricerca ha come movimenti:
la sensualità, certamente spirituale,
ma sempre sensualità; l'avarizia, spirituale
anch'essa, ma tanto più sordida; l'orgoglio
volendo fare servire la venuta di Dio alla
propria elevazione: singolari aspetti delle
tre concupiscenze.
Certo,
la colpa è dell'aspirante, ma anche
dell'induismo, il quale (in parecchi almeno)
non è esente dall'egoismo. Lo scopo
che si propone è liberazione dalle
molteplici morti successive, cui siamo esposti
nel futuro; l'unione a Brahman è solo
un mezzo per riuscirvi. È vero che
i profeti più pii reclamano la bhakti
o amore di Dio, ma sappiamo che questo divino
diffuso difficilmente suscita l'amore.
La
mistica cristiana non l'avrebbe deviato così,
perché fin da principio mette in guardia
contro le meraviglie. I santi parlano pochissimo
dei loro miracoli: le guarigioni, per cui
non hanno fatto che qualche preghiera, restano
un segreto tra Dio e il malato; San Paolo
si gloriava delle sue infermità; San
Francesco nascondeva le sue stimmate, dono
che comparirà soltanto nei processi
di beatificazione. Inoltre i nostri mistici,
come Santa Caterina da Siena e San Giovanni
della Croce, scrivono che le visioni e le
audizioni straordinarie con tutti i loro incanti
accadono quasi esclusivamente ai principianti,
e sono un'esca per deciderli alle durezze
della vita spirituale, essendo la mistica
cristiana cristologica, promettendo cioè
l'unione a Cristo a cominciar dalla sua passione.
Quando l'anima si è rafforzata, Dio
la priva di queste dolcezze; la nostra unione
con lui, è unione delle nostre due
volontà, unione di cui sentiamo per
intuizione il valore e la solidità,
e questo basta a colmarci d'una gioia che
quaggiù non ha eguale.
Perciò
l'attrattiva per lo yoga indù potrebbe
essere vantaggiosamente sostituita da quella
per la mistica cristiana, altrettanto ricca
e più generosa. Sarebbe poi utile,
e forse necessario, alle edizioni critiche
che disgustano i letterati, aggiungere edizioni
volgari, ma in stile più brillante,
come quello usato da Erhesto Hello per tradurre
la Beata Angela da Foligno. Infine il novizio
verrebbe iniziato personalmente dal direttore
di spirito che nel caso potrebbe venir chiamato
col nome di guru, meno repellente perché
meno ecclesiastico.
3.
Che cosa il cristianesimo può fare
della civiltà. - La terza
categoria d'infedeli è quella degli
europeofobi. Quanto c'è tra noi, macchine,
banche, sindacato, gusto d'apparire, bisogno
d'agitazione, suggestionalità, scaltrezza,
violenze, urta la loro intelligenza, la loro
sensibilità, la loro onestà.
Non sono meno nauseati per quanto di mondano
vedono dentro la Chiesa: il prezzo delle sedie,
i funerali di varie classi, l'assolutismo
dei preti, i discorsi che non fanno una guerra
continua contro l'avarizia dei ricchi, l'obolo
per il culto, e gli affreschi del Vaticano.
Sono misantropi simpatici, cui si possono
rimproverare solo due mancanze: una contro
la logica, l'altra contro la morale.
Il
loro disprezzo del secolo nasconde l'illogismo.
Nessuno nega che l'attuale evoluzione della
nostra vita economica e politica sia dolorosa
e ci conduca in un vicolo cieco; essa però
attraversa una fase cui non è ancor
pervenuto il popolo indiano e non abbiamo
il diritto di confrontare due civiltà
prese in due momenti lontani della loro storia.
Il macchinismo è un fatto almeno necessario;
ciò che è contingente è
il fatto che abbia costituito l'oppressione
d'una classe e la minaccia per altri popoli,
mentre avrebbe potuto procurare l'abbondanza
a tutte le classi e a tutti i popoli. L'India
comincia appena a entrare nella fase meccanica:
dalla disgregazione di tutte le caste anteriori
deriverà l'avvento d'una casta privilegiata?
Un ragionamento che voglia essere logico dovrebbe
confrontare quest'India futura alla vecchia
Europa.
Più
grave ancora è il pregiudizio che addebita
al cristianesimo i vizi della nostra civiltà.
Certo, il cristianesimo vi è mescolato,
se n'è macchiato; anche il chirurgo
ha spesso le mani sporche, mentre il bramino
ha sempre le mani nette. Ma qui l'accusa costituisce
un vanto, una gloria. Il cristianesimo è
un fermante mescolato a una pasta. Esso ha
fortemente agito nella pasta barbarica dopo
Clodoveo; in particolare, ebbe un ruolo di
prim'ordine nel costituire la famiglia monogamica,
stabile, con l'eguaglianza morale degli sposi,
che l'India ignora. Installatisi il capitalismo
e il liberalismo circa due secoli fa, il cristianesimo
impedì le loro conseguenze peggiori
e se non li ha trasformati la colpa è
del tempo, come pure è colpa del tempo
se il cristianesimo non ha ancora informato
un mondo economico e politico che è
in via di elaborazione. Invece l'induismo
ideale, che gli viene opposto, non s'è
mescolato alla vita dell'India laica, né
al regime delle caste che conserva, né
alla nascita dell'industria che ignora: esso
è puro, ma in senso indiano, cioè
senza contatto, e in senso chimico, cioè
sterile. Quelli che lo paragonano al cristianesimo,
dovrebbero scegliere un cristianesimo altrettanto
puro, cioè ritirato dal mondo e fiorente
in un chiostro o in una grotta: un monastero
benedettino o i Padri del Deserto sarebbero
i veri punti di riferimento. E allora si continuerà
a portare l'induismo alle stelle?
Tuttavia
è necessaria più l'azione che
l'apologià. La nostra società
necessita tanto di riforme profonde quanto
di rivoluzioni; e il cristianesimo ha tutti
i titoli per prendervi parte, ma non in quanto
ellenizzato, latinizzato, liberalizzato, capitalizzato,
democraticizzato. A una pasta vergine occorre
un cristianesimo che sia lievito puro, cioè
liberato della crosta delle paste che faceva
lievitare un tempo. Dobbiamo dunque risalire
alle fonti evangeliche e di là ridiscendere
per fecondare il campo attuale. Una riforma
della Chiesa precederà anche quella
della società mediante la Chiesa e
di questo s'è convinta prima la gerarchla
che i fedeli: l'azione cattolica e il clero
indigeno ne sono le prime realizzazioni. Prendere
parte a quest'opera di riforma è quanto
di più appropriato si può consigliare
al cristiano spaventato della sclerosi della
Chiesa e pronto a cercare sulle sponde del
Gange quanto può trovare sulle rive
del Giordano, prima di riacclimatarlo sotto
la nostra latitudine.
4.
Per la quarta categoria di insoddisfatti:
utilità e pericoli degli autori indù.
- Ecco infine la quarta categoria d'insoddisfatti,
che tra i loro autori preferiti annoverano
filosofi indù, dei quali non pretendiamo
di proibire la lettura che anzi potremmo anche
incoraggiare, ma a certe condizioni.
La
prima condizione è che si alternino
queste letture con quella degli autori autenticamente
cristiani. Se tolleriamo questi accostamenti
è perché parecchi Indiani moderni
sono tinti di cristianesimo. Vivekananda è
un letterato e un viaggiatore che nei lunghi
soggiorni ha parlato più d'una volta
a uditori, vasti o ristretti, d'Inglesi e
d'Americani, adattando i suoi ai loro pensieri
d'occidentali cristianizzati. Anche Shiri
Aurobindo fece tutti i suoi studi in Inghilterra
e solo più tardi conobbe le lingue
e la cultura dell'India. Costoro, e alcuni
altri, parlano un linguaggio che ci è
accessibile, non foss'altro perché
mescolano citazioni del Vangelo e di molti
nostri scrittori spirituali a citazioni dei
Veda e dei loro commentatori. Qui c'è
contemporaneamente il beneficio e il pericolo.
La
seconda condizione è che ci si serva
di essi solo come di antidoti contro particolari
difetti della mentalità europea che,
in genere, è materiale e positivistica;
come di un richiamo alla interiorità,
ad una visione superiore a quella dei sensi,
al distacco dal mondo. Ciò significa
che agli autori induisti altro non si chiede
se non quello che, prima di una meditazione,
si può chiedere ad un brano di Bach
o alle volute d'incenso, ossia la creazione
d'un'atmosfera che faccia da schermo tra noi
e l'atmosfera della strada. Solo entro questi
limiti possono essere utili, altrimenti sono
un pericolo.
§
5. - Dalla bhakti induista alla carità
cristiana.
L'induismo
si dice universale, ma solo il cristianesimo
è apostolico. -
Infine
ecco una conclusione su cui potremmo insistere
a lungo. Tra cristianesimo e induismo c'è
una differenza radicale, che deve distornare
il cristiano da tutto ciò che deriva
dal Veda, in quanto né il vedismo,
né alcuno dei suoi complementi sono
apostolici. Ciò che viene chiamato
universalismo religioso dell'Indù è
un atteggiamento accogliente tutti i culti,
in modo che si parlerà di Gesù
come d'una nuova discesa di Vishnu, e non
si cercherà d'imporre Vishnu ai discepoli
di Maometto o di Confucio: è un relativismo
indolente e non privo d'orgoglio. Nello stesso
tempo la meditazione braminica è fine
a se stessa, poiché vi si cerca l'assoluto
per amore dell'assoluto, senza desiderio d'un
eguale amore per la conversione dei propri
fratelli. Invece per il cristiano l'universalismo
è un intransigente duttilità
con cui cerca d'incorporare a sé gl'infedeli,
invece di giustapporre i loro dèi al
proprio. Questo significa che il cristiano
è apostolico e ricorda che l'ultima
parola di Cristo prima di salire al cielo
fu: "Andate, ammaestrate tutte le genti".
Servire Dio è nello stesso tempo unirsi
a lui con l'orazione e condurre a lui il maggior
numero possibile d'anime, con la predicazione.
Un
segreto del cristianesimo: contemplazione
e azione. - Troveremo certamente
qualche difficoltà a conservare l'amore
di Dio e del prossimo armoniosamente uniti.
Alle volte, in un malinteso servizio di Dio,
saremo intolleranti; altre volte, per una
preoccupazione aberrante della salvezza, degli
uomini, li serviremo con la febbre trascurando
il tempo necessario alla meditazione. Noi
opponiamo volentieri Marta, l'attiva, a Maria,
la contemplativa. Mentre il vero cristianesimo
esige di fondere in una le due anime. Un san
Bernardo, una santa Caterina da Siena, una
santa Teresa d'Avila, un san Francesco Saverio
furono insieme lavoratori e oranti ed erano
così violentemente l'una e l'altra
cosa che passando dall'orazione alla lotta
e dal campo di battaglia all'oratorio provavano
uno strappo sempre diverso, sempre doloroso
e non meno delizioso. Tutto il segreto del
cristianesimo sta nel saper essere tanto Maria
che Marta, in modo che la preghiera sia alimentata
dai progetti d'apostolato e che l'apostolato
non sia che una preghiera continuata in pubblico.
La storia della Chiesa ne offre numerosi esempi;
la sua letteratura ne spiega le ragioni, mentre
ne descrive il metodo per giungervi. C'illumina
e ci spinge una tradizione ininterrotta, in
cui occorre inserirsi senza guardare indietro
o accanto, per essere contemporaneamente fedeli
discepoli di Cristo e riformatori della società
europea. Abbiamo due posti, che s'alternano
quasi ad ogni momento: le rive del lago di
Tiberiade e le periferie delle nostre città.
I libri sacri dell'India, per quanto rispettabili,
per quanto ammirabili, non sono in grado di
assicurarci quest'ubiquità.
Avviluppare
il Vangelo d'induismo... - Però
il cristiano europeo non deve soltanto riformare
l'Europa. " La Francia, paese di missione
" (si potrebbero aggiungere l'Inghilterra,
la Germania, l'Italia) è una formula
la quale significa che s'applicheranno a questi
paesi i metodi missionari. Ora il missionario
è l'uomo che, essendo fedele a San
Paolo, si fa negro con i negri, giallo con
i gialli, indiano con gli indiani. Non significa
che adatti il Vangelo, se adattare significa
scendere a compromessi; diciamo piuttosto
che avviluppa il Vangelo d'induismo, come
fu il metodo del P. Nobili, scandaloso per
certi integralisti del suo tempo, unanimamente
benedetto dagli ultimi pontificati. Simile
apostolato ci viene imposto dalle grandi Encicliche
missionarie, come Rerum Ecclesiae di Pio XI
ed Evangelio Praecones di Pio XII.
Quindi
non basta permettere ai cristiani di leggere
le opere dei pensatori dell'India; dobbiamo
studiarle a fondo per riuscire a pensare il
cristianesimo in Indù e non è
possibile una conoscenza cosi approfondita
senza una sufficiente simpatia. Però
letture e studi dovranno essere fatti in funzione
del Vangelo; quelle opere saranno il vaso
e il Vangelo il liquore, e quello e questo
saranno inseparabili, ma come uno strumento
e un alimento. Convinti ed esercitati,assoderemo
in noi stessi i due atteggiamenti contradditori
della tolleranza e dell'intransigenza, miracolosamente
uniti in questa bhakti cristiana che si chiama
carità.
PARTE
TERZA. - IL BUDDISMO
CAPITOLO
I. - CHE COSA FU NELL'INDIA
II
buddismo che, come l'induismo, è un
grande albero con molti rami, in Asia ha più
fedeli di quello ed in Europa gode di eguale
prestigio. Meriterebbe quindi una trattazione
altrettanto lunga. Senonchè il buddismo
deriva dall'induismo un po' come il protestantesimo
deriva dal cattolicesimo onde molti caratteri
della prima religione appartengono alla seconda
e ciò che s'è detto nella parte
precedente spesso si dovrebbe ripetere in
questa. Preghiamo pertanto il lettore di riferirsi
a quanto dicemmo sopra, dove troverà
i caratteri comuni. Qui indicheremo soltanto
le differenze.
§
1. - II buddismo primitivo. Chi è Budda?
Budda,
il fondatore, è un personaggio storico,
ma ne conosciamo la storia soltanto attraverso
leggende ingombranti. Visse nel vi o nel v
secolo avanti Cristo. Prima si chiamò
Siddharta, poi Gotama, ma più spesso
viene chiamato Shakya-muni cioè il
solitario della famiglia dei Shakya. Nato
nel nord-est dell'India, non lontano dall'Himalaya,
da una famiglia principesca, che non si è
sicuri se fosse di razza aria, rinunciò
presto al mondo per vivere una vita d'asceta
solitario; dopo alcuni anni ricevette l'illuminazione
definitiva e, da allora fino alla fine della
sua vita, che fu molto lunga, trascorse le
stagioni secche predicando qua e là
e durante le soste, nelle stagioni delle pioggie,
fissò le grandi linee dell'organizzazione
cenobitica che raccolse un certo numero di
suoi discepoli.
Dopo
la morte di Shakya-muni, il buddismo si irradiò
con notevole rapidità ma dividendosi
in molte sette. Alcuni re, come Asoka, contribuirono
alla sua espansione nell'India; altri, come
Kanishka, invasore indo-scita, l'introdussero
nel Turkestan. La Cina fu raggiunta nel prima
secolo della nostra era. Poi il bramanesimo,
almeno nella penisola, riprese il sopravvento.
Infine dopo il secolo ix gl'invasori musulmani
riuscirono a espellerlo dall'India, dove oggi
resta solo più nel Nepal e a Ceylon.
In compenso s'era introdotto, e rimane tuttora,
nel Tibet, nell'Indocina, in Cina, in Giappone,
non senza adattarsi ai caratteri dei rispettivi
popoli, e non senza assorbire diversi elementi
delle loro religioni primitive. Come l'induismo,
conta adepti convinti anche in Europa e in
America.
La
pratica di Budda. - È difficile
farsi un'idea quasi esatta del pensiero e
della pratica di Shakya-muni attraverso i
libri che pretendono riprodurlo, come il Tipitaka
conservato dai monaci di Ceylon, che fu redatto
per scritto solo verso il principio della
nostra era, o alcuni testi, anch'essi molto
posteriori, conservati assieme a ogni specie
di commentari, nelle immense biblioteche dei
monasteri del nord. Comunque, quanto segue
sembra accertato.
Il
Budda reagì contro l'induismo del suo
tempo, non con la fuga, come gli yogin d'allora,
ma con una predicazione che voleva larga il
più possibile. Egli (questa è
la sua caratteristica essenziale) non predicava
una dottrina, ma una pratica. Occorre dire
che questo principe convertito se la rise
delle caste? Ma questo è solo un dettaglio,
e di ordine sociale. Più importante
è il suo atteggiamento spirituale.
Egli
ammette che la salvezza non si trova nei sacrifici,
ed è convinto che le discussioni sul
Brahman e l'Atman sono un perditempo. Si chiede:
Che cosa deve cercare l'uomo? e risponde:
La felicità. Ma il grande ostacolo
alla felicila è il desiderio, poiché
noi desideriamo solo cose impermanenti o transitorie,
donde un duplice dolore, quaggiù la
delusione, nell'altro mondo le trasmigrazioni,
in cui bisogna vedere una punizione, più
che una fatalità. Quindi scopo dell'uomo
dev'essere l'estinzione del desiderio, fino
a ottenere la completa liberazione. Alcuni
vi riusciranno solo dopo molte esistenze;
ma ai più santi non è impossibile
arrivarci già in questa vita: gli uni
e gli altri avranno allora raggiunto il Nirvana,
che un tempo molti in Europa traducevano con
annientamento, ma che significa soltanto l'annientamento
del desiderio, cioè una pace che per
l'uomo è la gioia suprema.
Vi
si giunge con la meditazione e la benevolenza:
meditazione alla quale si prelude con un'ascesi,
molto più moderata di quella d'alcuni
yogin; benevolenza motivata dal fatto (questo
pensiero dovette esistere in Shakya-muni,
benché sia stato sviluppato soprattutto
più tardi) che c'è una solidarietà
di tutti gli esseri negli effetti delle trasmigrazioni,
potendo i meriti degli uni reagire sul destino
degli altri.
La
dottrina di Budda è stata diversamente
qualificata. Alcuni l'hanno considerata
come atea, ma ciò è inesatto,
perché Budda non negava gli dèi
né il Brahman, ma considerava tale
credenza semplicemente superflua, come del
resto qualsiasi speculazione pura. S'è
anche detto, più giustamente, che egli
fu un prammatista; la parola per noi ha un
senso troppo preciso, ed è meglio dire
che il buddismo è più una morale
che una metafisica.
Prime
scissioni. - Così si crede
fosse il buddismo puro del fondatore, ma appunto
perché Shakya-muni rifiutava, più
ancora che il bramanesimo, di prescrivere
un'ortodossia, dopo la sua morte dovevano
fatalmente nascere molte sette. Per evitare
le deviazioni, i discepoli si sarebbero riuniti
in <t concili ", e il fatto che già
nel primo concilio sarebbe stato messo da
parte Ananda, il discepolo prediletto del
maestro, prova che non riuscirono a perseverare
nella linea primitiva.
Una
prima scissione separò i cenobiti dalla
massa.
I
cenobiti, i cui gruppi si affermarono sempre
più, cedettero alla duplice tentazione
di dedicare i loro ozi alla speculazione e
di considerare se stessi come gli unici perfetti,
ritenendo che possano pretendere il nirvana
solo quelli che, sufficientemente purificati
mediante le loro esistenze anteriori, fossero
finiti nello stato monastico. Shakya-muni
aveva combattuto le caste, ma i discepoli
ricaddero nell'esclusivismo dei Bramini.
La
massa (o le masse) poi, attaccata ai vecchi
concetti e usi, aderendo alla o morale "
buddistica non poteva fare a meno di sovrimporla
alle sue credenze e
ai suoi riti: più o meno pagana, conservò
i suoi dèi e ne continuò il
culto, e poiché in quel tempo si cominciava
ad ammettere le discese di Vishnu, non pochi
tra i buddisti furono tentati di considerare
Shakya-muni come una di queste discese.
§
2. - II grande scisma.
Però
il grande scisma avvenne solo più tardi,
poiché nel terzo secolo avanti Cristo
non se ne hanno tracce nelle iscrizioni pie
dell'imperatore Ashoka.
Al
principio della nostra era la riforma è
decisamente scissa in due gruppi, quello del
Piccolo Veicolo, riservato all'orgoglio monastico,
e quello del Grande Veicolo, più aperto
alle folle, entrambi con la pretesa di conservare
o sviluppare la rivelazione iniziale. Di comune
conservano soltanto i princìpi fondamentali
che riguardano l'impermanenza (transitorietà
di tutte le forme dell'essere), il dolore
e la liberazione, distinguendosi radicalmente
per questo segno: nel Piccolo Veicolo il Budda,
per quanto sia stato straordinario, non era
che un uomo; invece nel Grande Veicolo è
divenuto un dio. Inoltre nei due Veicoli compariva
una tendenza esoterica e un'altra essoterica,
senza parlare d'altre varietà nate
dai tempi, dai luoghi, soprattutto dalle fantasie
di certi adepti e dagli influssi religiosi
venuti dai paesi limitrofi.
Le
due nuove scuole. - Lasciando da
parte queste sfumature, diremo brevemente
di ciascuna delle grandi scuole, non osando
dire delle due grandi religioni.
1.
L'Himayana. - Gli intellettuali in
generale accentuano l'impermanenza: traducendo
per quanto possibile il loro pensiero in concetti
occidentali, non c'è che un flusso
di fenomeni cangianti che s'uniscono in aggregati
che hanno come centro una coscienza; quando
l'aggregato si dissolve, questa coscienza,
trascinando con sé il proprio karma,
s'aggrega nuovi elementi; la persona non è
nulla; vi è soltanto una serie di io,
i quali, esaurito il loro karma, si perdono
nel nirvana, che non è ben definito:
si sa soltanto che si è felici, perché
non si desidera più nulla. Anche Budda
era un aggregato, ormai disciolto, ma quanto
egli ha stabilito ad uso dei seguaci, agisce
come se egli fosse presente. Se dovessimo
dare un nome a questa metafisica, non sbaglieremmo
chiamandola fenomenismo.
È
chiaro che i semplici fedeli non capiscono
nulla di questo esoterismo, ma tendono a collocare
Budda nel rango degli dèi, circondandolo
di numerose divinità che onorano con
culti talvolta sontuosi e commoventi.
L'Hinayana,
più vicino al buddismo primitivo, è
diffuso a Ceylon, in Birmania, nel Siam e
nella Cambogia.
2.
Il Mahayana. - In esso vi sono numerosi
pensatori, nonostante il desiderio di Shakya-muni
di disdegnare il pensiero. Veramente egli
non lo interdisse, sapendo che nessun pensiero
può dar fastidio alla sua morale. La
metafisica mahayaniana oscilla tra quella
di Nagarjuna (sec II d. C.) a quella di Vasu-bandhu
(sec. iv d. C), per non citare che due estremisti
tra i massimi. Il primo potrebbe passare per
un nihilista, perché dichiara che non
solo ogni persona, ma anche ogni fenomeno,
è irreale; nega la realtà degli
oggetti, dei nostri sensi, della nostra intelligenza;
però ammette altri metodi i quali ci
forniscono un'intuizione che è l'unica
vera conoscenza. Potremmo dire, tanto per
intenderci, che è un mistico. Invece
Vasubandhu cerca di riabilitare l'idea. Però
l'uno e l'altro e tutti i loro discepoli,
come ogni fondatore di scuola, ammettono un
nirvana, di cui non definiscono la nozione,
ma per il quale preconizzano un metodo. Cosi
per l'elite il buddismo s'allontana dal messaggio
di Budda, per avvicinarsi alle speculazioni
dell'induismo ortodosso.
Parallelamente
all'evoluzione del pensiero puro, che del
resto è senza influenza sulla massa,
in tutte le classi della società si
sviluppano la morale e la religione buddistica.
Evoluzione
della morale buddistica. - Nella
morale la nozione di karma, da individuale
com'era prima, diviene collettiva; poiché
presto si constatò (Sha-kya-muni dovette
essere tra i primi) che il karma, com'era
concepito prima di lui, implicava delle ingiustizie,
essendo spesso i nostri atti, e quindi il
nostro destino, l'effetto del caso. Credenza
da disperati, alla quale non ci si poteva
fermare. Quindi si ammise che le ci linee
di coscienza ", rappresentanti i nostri
destini, non sono isolate e tra di loro possono
avvenire scambi; i karma individuali sono
quasi messi in comune è l'eccesso dei
meriti d'una serie si riversa su altri. Questa
teoria, esplicitandosi ognor più nella
letteratura buddistica, doveva sempre meglio
giustificare la benevolenza predicata dal
fondatore. La nostra liberazione non può
essere individuale ma collettiva; supponendo
che noi cercassimo soltanto la liberazione,
avremmo interesse a procurare quella degli
altri, poiché gli altri, agendo come
noi, per ciò stesso servirebbero a
noi. Un'ampia solidarietà lega le anime:
per ottenere il nirvana non basta praticare
per proprio conto ciò che è
comandato dai Veda, o dai libri del Primo
Veicolo; ci si assicura la propria liberazione
solo facendo la salvezza degli altri e proprio
perché la si fa.
Evoluzione
religiosa. - Quest'evoluzione morale
si completa naturalmente con un'evoluzione
religiosa. Shakya-muni, dopo essere stato
un essere soprannaturale, poi uno degli dèi,
è diventato il Dio supremo perché,
avendo nella sua vita raggiunto l'assoluto,
in lui c'è la natura dell'assoluto.
Cosi in altri mondi e in altri periodi di
questo mondo, ci possono essere altri Budda:
essi non sono Shakya-muni nella sua individualità
fenomenica, ma per la loro essenza comune
sono lo stesso Dio.
Inoltre
alcune creature, chiamate, come tutti noi,
a perdersi in Dio e avendo compiuto la maggior
parte del loro cammino, rinunciano ad entrare
al nirvana ed errano nel mondo per aiutare
le anime meno progredite. Sono esseri analoghi
ai nostri santi e formano un panteon o panagion
attorno ai veri Budda. Si chiamano Codhisattva.
Tra di essi, specialmente in Giappone si cita
Amitabha, che, per suo voto, entrerà
nel proprio riposo solo dopo aver assicurato
la salvezza di tutti quelli che lo invocheranno.
La
solidarietà non è soltanto tra
gli uomini, ma ci lega anche ai nostri protettori
celesti. Questa " benevolenza "
buddistica dai traduttori ha ricevuto un nome
(solidarietà) che ne riduce esageratamente
la grandezza; in teoria e in pratica essa
è molto più della bhakti, avvicinandosi
maggiormente alla carità cristiana;
e, attraverso il Grande Veicolo, è
il principale apporto del buddismo al pensiero
e alla vita induista.
CAPITOLO
II. - IL BUDDISMO FUORI DELL'INDIA
Abbiamo
detto che il buddismo non esiste più
nell'India, tolte alcune regioni estreme,
come Ceylon, che hanno conservato lo Hinayana.
Il Mahayana ha invaso il Tibet, l'Indocina,
la Cina e il Giappone, e in tutti questi paesi
per la sua tolleranza, potè coesistere
con le religioni anteriori, pur imponendo
o subendo modificazioni di dettaglio.
Nel
Tibet. - Nel Tibet il buddismo suscitò
conventi forse più numerosi che altrove,
aiutato dalle condizioni economiche del luogo.
In questo paese di grande altitudine la cultura
cede alla pastorizia che non ha grosso bestiame,
ma capre e yack; quand'è possibile
bisogna anche completare le risorse col commercio
carovaniero. Per questo i giovani hanno difficoltà
a fondare un focolare. Alcuni restano sotto
il tetto del loro fratello maggiore e lo aiutano
ad allevare i figli della sua donna; di qui
una supposta o reale poliandria. Gli altri
entrano nei lamasteri creando cosi una prevalenza
della forma cenobitica del buddismo. Questi
lamasteri vivono e talvolta s'arricchiscono
col commercio.' Siccome paesi tanto poveri
non permettono che si formi un'aristocrazia
laica, la direzione, anche quella temporale,
del Tibet, è nelle mani dei lama. Questi
per accrescere la loro potenza, hanno dovuto
gerarchizzarsi, e la direzione suprema appartiene
al Dalai-Lama. I dignitari di questo buddismo
sono tutti budda o Bodhisattva sia che siano
incarnati prima della loro intronizzazione,
sia che abbiano ricevuto questa natura dall'esercizio
della loro funzione. Inoltre essendo le popolazioni
tibetane semplici, il loro buddismo è
sempre corrotto: una setta, il tantrismo,
talvolta subì deviazioni poco gloriose.
In
Cina. - Introdottosi al principio
della nostra era, il buddismo in Cina s'è
egualmente modificato. In realtà trovò
due religioni anteriori, il taoismo e il confucianesimo,
senza parlare del culto familiare degli antenati.
I
Cinesi da molto tempo sono un popolo patriarcale
e, tra i patriarcali, sono quelli che hanno
le famiglie ricche delle più lontane
cuginanze. Ora il regime patriarcale il più
delle volte s'accompagna alla religione degli
antenati, che rafforza l'autorità del
patriarca, facendolo ministro del culto durante
la sua vita, e oggetto di culto dopo morte:
a questo servono ancor oggi le tavolette che
portano scritti i nomi degli antenati e che
sono oggetto di una certa venerazione, anche
dopo le riforme recenti, che hanno razionalizzato
il pensiero di molti letterati.
Il
taoismo. - Anche il taoismo è
molto antico. I Cinesi sono agricoltori; le
profonde terre gialle, i delta irrigati del
Sud, che producono grano e riso, imposero
fino ad oggi un'esistenza strettamente agricola,
che è tuttora della maggioranza. Il
mondo, di cui i campi di cereali sono soltanto
un esempio, è retto da due principi:
lo yin, principio dell'inverno, delle attività
domestiche e dei lavori femminili, e lo yang,
principio dell'estate, delle attività
esteriori e dei lavori maschili. I due principi
s'alternano, e l'alternanza risulta da un
principio superiore, il tao.
Il
tao penetra talmente gli spiriti, che non
si esita ad attribuire, negli avvenimenti
della nostra vita, una certa azione agli eventi
futuri. Per questo la Cina se la ride dell'evoluzione,
e ci tiene a rimanere stagnante. La dottrina,
affermando l'armonia delle cose, comporta
una morale la cui norma suprema è che
dobbiamo armonizzarci con l'universo. Questa
almeno è la morale popolare; per i
santi ci sono i taoismi mistici di Lao tze
e di Chuang tze.
Il
confucianesimo. - La riforma di Confucio
risale al quinto secolo prima della nostra
era. Il grande saggio accetta la nozione del
tao, ma si sforza di tradurre l'armonia cosmica
in armonia civica. Ogni uomo dovrà
contribuire all'ordine dello Stato, e ne sarà
aiutato perché lo Stato gli si presenta
come una grande famiglia ed ha l'abitudine
dell'aiuto interfamiliare. Confucio potè
stabilire le sue regole in forma di numerosi
e complicati riti, che un popolo paziente
accetterà e che, simulando l'ordine
sociale, contribuirono a provocarlo. Ritualista,
il confucianesimo non ha cambiato nulla alla
dottrina ed è soltanto una morale e
per di più solo esteriore. Per quest'assenza
d'intellettualismo e d'interiorità
potè sovrapporsi al taoismo.
Il
buddismo. - Essendo anch'esso solo
un'etica, il buddismo non incontrò
maggior difficoltà del confucianesimo
per farsi accettare. Naturalmente i Cinesi
non ne accentuano tutti i suoi elementi. A
loro piacque soprattutto il suo culto dei
morti, perché era un arricchimento
del loro antico culto degli antenati. I prosaici
Cinesi invece non sentirono attrattiva per
le alte speculazioni, a cui ci si abbandonava
spontaneamente nell'India. Tuttavia il buddismo,
con la sua fioritura di divinità popolari
e quindi con l'esigenza di ornarne i templi,
ebbe un grande influsso sull'arte cinese.
In contraccambio il suo pessimismo e la sua
dolcezza sono forse tra le cause determinanti
del carattere passivo dei Cinesi moderni.
In
Giappone. - II Giappone accolse il
buddismo introdottovi da tre monaci inviati
dalla Corea nel 552 d. C. Socialmente è
una regione dove le famiglie sono meno patriarcali
che in Cina, la donna è quasi eguale
all'uomo, e il paese, diviso in isole e ogni
isola in vallate, subì sempre le lotte
tra piccoli principati, donde lo spirito guerriero
del samurai. La religione primitiva, chiamata
shintoismo, era una mescolanza del culto degli
antenati familiari e del culto degli antenati
principeschi, poi imperiali. Il buddismo quindi
poteva fraternizzare con lo shintoismo, come
in Cina con il confucianesimo. Una delle sue
sette, d'altronde la più diffusa, chiamata
il Shin, è posta sotto la protezione
di Amitabha, la grande anima rimasta alle
soglie del nirvana per salvare i suoi fedeli;
professa un credo in cui la salvezza personale
s'acquista solo attraverso la salvezza degli
altri. Un'altra setta, lo Zen, cui un tempo
appartennero numerosi guerrieri, amalgama
la benevolenza buddistica con il codice dell'onore
giapponese.
CAPITOLO
III. - L'ATTRATTIVA DEL BUDDISMO PER CERTI
CRISTIANI
Mentre
alcuni cristiani si rivolgono volentieri all'induismo,
altri si sentono attratti dal buddismo. Si
potrà confutarli in modo da convicerli?
Le
confutazioni sono vane e inefficaci.
- Non si tratta che di critiche rivolte a
un buddismo puro, poiché non è
il caso di sottopporre a processo religioni
miste, dove il buddismo si aggiunge o si mescola
a religioni, come il taoismo o lo shintoismo,
che non possono aspirare alla sua " universalità
". Nessuno di noi è attirato dai
mulini da preghiera, dalle tavolette degli
antenati, e nemmeno dalla saggezza confuciana.
Fermarsi a confutare tali cose è sfondare
porte aperte.
Con
le riserve già fatte, la confutazione
dell'induismo che abbiamo fatto poco fa, è
più seria, ed essa in gran parte vale
anche per il buddismo, che è un induismo
" riformato ". Il pensiero d'un
Nagarjuna è parente di quello di un
Shankara. La riforma però è
consistita soprattutto nello sviluppare la
morale a spese del domma e anche nel dichiarare
che i dommi sono pressoché indifferenti.
Ora, soprattutto per tanti europei che non
possono vivere senza pensare, una morale talmente
priva di basi metafisiche è impraticabile.
E
supposto pure che fosse praticabile, ci sembrerebbe
insufficiente come quella dell'induismo, ma
per difetti differenti. Nell'induismo ci dispiace
la bhakti, amore di Dio alle volte molto vivo,
ma che trascura il prossimo, oppure se ce
lo fa amare è solo perché quest'amore
è indispensabile alla nostra salvezza.
Invece nel buddismo troviamo la metta, una
grande benevolenza verso gli altri, ma che
non si fonda sull'amore d'un Dio, che è
inconoscibile, risultando invece dalla miseria
della loro condizione, minacciata da reincarnazioni
troppo numerose. Bhakti e metta si completerebbero,
mentre bramanesimo e buddismo s'escludono.
La bhakti e la metta si trovano invece unite
e inseparabili nella carità cristiana.
Ricordando
come sono vane e inefficaci tali confutazioni,
esaminiamo l'atteggiamento degli europei incantati
dal buddismo.
Ciò
che alcuni Europei chiedono al buddismo.
- Costoro in generale sono parenti di quegli
Europei che sono affascinati dall'induismo.
Si tratta o di cristiani soltanto di nome,
o di cristiani abbastanza intelligenti per
non dubitare delle scienze e per cercare la
verità fuori della mistica, o di cristiani
che giudicano il cristianesimo da quello che
essi dicono i suoi frutti, cioè dalla
decadenza morale d'una Europa di cui gli imputano
l'egoismo, o di cristiani ancora pii, ma che
la nostra pietà scoraggia, e che, sfidando
i pericoli, vanno a cercare in Asia libri
d'una pietà migliore.
Gli
uni e gli altri optano sia per l'induismo,
sia per il buddismo cosi a caso per aver letto
questa pagina o per aver incontrato quell'amico.
I loro moventi sono gli stessi. Per esempio,
i meno cristiani di tutti cercano nello yoga
soltanto un'utile igiene; molti superano appena
l'igiene respiratoria; ogni setta offre loro
il suo metodo; al ritmo 4, 16, 8 preferiscono
il ritmo 8, 4, 8 oppure un altro. Ma questi
sono dettagli infimi. Tra le due religioni
ci sono però delle differenze più
importanti.
Prima
di tutto il buddismo è più ateo
e più morale; conviene di più
ad anime che hanno perduto la fede senza perdere
la virtù. Sono i più disillusi
e talvolta lo sono a tal punto che la speranza
cristiana li irrita più di quanto li
consoli.
E
se si studiasse Cristo con Io stesso fervore
con cui si studiano i budda? - Alcuni,
volendo a qualunque costo legarsi a una credenza,
trovano molto naturale l'esistenza dei budda
e dei bodhisattva nostri modelli e custodi;
f quando si chiedono se i pianeti, satelliti
delle stelle, non siano abitati e non siano
stati istruiti da qualche budda diverso da
Shakya-muni, ma d'essenza divina, credono
che quest'ampliamento del pensiero valga le
più vaste speculazioni di molti teologi.
Ma allora perché rifiutarsi allo sforzo
di scoprire almeno qualcosa della natura di
questo Dio, di cui si ammette implicitamente
l'esistenza e perfino se ne afferma l'incarnazione
in certi uomini privilegiati? e perché
rifiutarsi di studiare Cristo di cui molti
nostri dottori riconoscono il compito cosmico?
Costoro,
veramente, non sono buddisti puri; altrimenti
avrebbero respinto qualsiasi immaginazione
per limitarsi solo alla pratica e avrebbero
cercato di spogliarsi di tutti i desideri,
tendendo al nirvana, che gli occidentali non
del tutto a torto paragonano al nulla. Di
fatto per raggiungere simile abnegazione senza
Dio, occorre un eroismo inumano e certo pochissimi
hanno raggiunto lo stato di bodhisattva. I
nostri mistici e anche i nostri martiri sono
indubbiamente più numerosi e questo
perché costoro hanno una fede concreta
in Cristo e per Lui nel Padre; e se combattono
i loro desideri fino a farsi niente, a svuotarsi
di se stessi, il loro vuoto è pieno
di una presenza divina più palpabile.
Questa
fede è anche più efficace.
Il buddismo è a benevolo ", ma
solo a causa della, nostra miseria; la sua
benevolenza va poco oltre la pietà
e, in .certi momenti, ha qualcosa di puerile:
cosi non dobbiamo uccidere un insetto perché
forse è un uomo incarnato. Di fronte
a uomini nella condizione di uomini, avremmo
sempre più lacrime che azione e la
nostra dedizione sarà limitata dal
nostro pessimismo. Invece il cristianesimo
in ciascuno dei nostri simili vede un'immagine
di Dio; immagine spesso macchiata e confusa,
cui per vocazione, dobbiamo restituire la
sua purezza primitiva: il nostro amore del
prossimo è vivo perché è
il secondo volto del nostro amor di Dio.
Che
cosa il buddismo possa offrire, in sostanza,
ai cristiani. . Il buddismo, come
il bramanesimo, sia dunque per noi un eccitante
che scuota il nostro torpore di meccanicisti;
e lo sarà per molti e con più
successo. Per molti perché la maggioranza
degli Europei ha perduto la fede, e il bramanesimo
non ammette affatto agnostici; con più
successo, perché parte da una preoccupazione
morale e finisce in un altruismo. Per questi
due motivi non sarebbe né saggio né
cristiano escluderlo completamente dal nostro
orizzonte. Però è cosa saggia
e cristiana il farne soltanto una prefazione.
I suoi amatori ritornino alla letteratura
della Chiesa, per studiarla seriamente quanto
l'altra, e saranno molto più affascinati.
Altri
cristiani devono leggere le opere buddistiche
ancora più scrupolosamente, e sono
coloro che, preti o laici, cercano d'esercitare
qualche apostolato in Estremo Oriente. Presso
popoli per i quali la civiltà in generale
è un blocco scientifico, politico e
religioso insieme, il cristianesimo, per quanto
si presenti cattolico, cioè indifferente
ai dommi della scienza e alle forme dello
Stato, è sempre visto come elemento
del blocco europeo. Talvolta noi cooperiamo
a questo malinteso in quanto incapaci di liberarci
dal nostro latinismo o dal nostro anglosassonismo.
A parte minime eccezioni, come il Padre Ricci,
i nostri primi successi d'Indocina, della
Cina o del Giappone, sono finiti con espulsioni
o massacri di religiosi.
Tuttavia
i Gialli sono stati cristiani eccellenti;
l'Indocina ad esempio è stata la terra
che nei tempi modèrni ha dato il maggior
numero di martiri. Il tempo
è favorevole a una nuova evangelizzazione;
ma occorre intraprenderla con la conoscenza
della religione di coloro cui predicheremo,
quindi studiando molto da vicino il buddismo,
che è la credenza dell'elite; e non
è possibile capire una fede se oltre
la tolleranza non si ha per essa un po' di
simpatia. Questa simpatia non potrà
far apostatare coloro che hanno la fede tanto
solida da rischiare tutto per diffonderla.
Forse la prima esigenza missionaria è
proprio quella di diffondere la fede nel mondo
giallo che conta più di cinquecento
milioni di anime, circa un quarto della popolazione
del globo, e con la sua antica civiltà
e la facilità ad accettare le nuove
tecniche, è predestinato ad avere,
in un prossimo futuro, uno dei primi posti,
se non il primo, nel mondo. L'Europa rinnega
il cristianesimo; l'Africa, che lo accetta,
è un continente debole; l'Asia può
essere il supremo rifugio d'una Chiesa contro
cui le porte del'inferno non prevarranno mai.
G.
W.
BIBLIOGRAFIA.
-1.In
generale. A. Ballini, Le Religioni
dell'India, in Tacchi-Venturi Storia delle
Religioni, a ed., U. T. E. T., Torino 1944,
voi. I, pp. 327-510. La migliore monografia
italiana in materia con bibliografia essenziale.
Fu riassunta dallo stesso autore nei capitoli
VI e VII (pp. iei-170) de Le Religioni del
mondo a cura di N. Turchi, Goletti, Roma 19,51.
A. Roussel-L. De La Vallee Poussin,Religions
de l'Inde, in D. A. F. C, II,645-702. A. Wath,
Hisloire de l'Indeet de sa culture, trad.
dal tedesco, Payot, Parigi, 1937. M. Modaelu,
L'India, P. I. M. E., Milano 1937. Due parti:
II volto e l'anima dell'India; II Cristianesimo
in India.
2.
In particolare. Segnaliamo alcune
opere tra le moltissime. R. Petazzoni, La
religione di Zarathustra, Zanichelli, Bologna
1920. G. Messina, La religione persiana, in
Tacchi- Venturi, op. di., I, pp. 725-767;
riassunto in Le Religioni del mondo, ed. cit.,
pp. 171-197.
F.
Belloni, Brahamanesimo e induismo, Ist. Ed.
Galileo, Milano 1951. G. Formichi, Il pensiero
religioso dell'India prima del Buidha, Zanichelli,
Bologna 1925. V. Papesso, Inni delRig-Veda,
2 voli.; Inni deli'Athana-Veda, Zanichelli,
Bologna 1929-33. Traduzione, introd.,note.
F. Belloni Filippi, Buddha, Buddhìsmo,
in E. I. T., VII, 31-42. Id., La dottrina
di Gotama Buddha, Carabba, Lanciano 1927.
H. Oldenberg, Le Bouddha, sa vie, sa doctrine,
saeommunauté, trad. fr. sulla g ed.
ted., Alcan, Parigi 1937; trad. hai. presso
Ed. Corbaccio, Milano 1953. Opera classica
e fondamentale; L. Suali, Gotama Buddha, Zanichelli,
Bologna 1935. H. De Lubag, La rencontredu
Bouddhisme et de l'Óccident, Aubier,
Parigi 1952. Dei
discorsi di Budda esiste un'ediz. it. in tre
volumi pubblicati presso Laterza, Bari.
3.
Rapporti delle religioni orientali col cristianesimo,
a) Punto di vista cattolico.
Alcune opere insistono particolarmente sulla
distanza delle religioni indiane dal cattolicesimo:
A. Wath, Im Kampje mit der JZauberwelt des
Induismus, Berlin-Bonn 1928; M. Barbera, L'incantesimo
dell'Induismo, Morcelliana, Brescia 1939;
P. Paul, L'énigtne religieusedes Indes,
3 ed. Mercure de France, Parigi 1944; B. Allo,
Plaies d'Europe et Baumes du Gange,Ed. du
Cerf, Iuvisy 1931. Altri studi invece cercano
fiduciosi i possibili punti di contatto: G.
Dandoy, L'ontologie du Védanda, Desclée,
Parigi 1932; P. Johanns, Vers le Christ par
le Védanda, 2 voli., Desclée,
Parigi 1933. H. De Lubac, Aspects du Bouddhisme,
Ed. du Seuil,Parigi 1952. A uguale distanza
dagli estremi: Taymans D'Eypernon, Les Paradoxes
du Bouddhisme, Desclée, Parigi 1947.
b) Punto di vista protestante: H. W. Schomerus,
Indien und das Christentum, 3 voli., Halle
1931 ; A. J. Edmunds, Buddhist and Christian
Gospels, Filadelfia 1908; soprattutto l'articolo
di G. Herino, Le Ckristianisme et les grandes
religions, in Problèmi du Christianisme,
P. U. F., Parigi 1945, pp. 87-136. e) Punto
di vista orientale: T. Oh", Il cristianesimo
occidentale cisto dagli asiatici, Morcelliana,
Brescia 1953.