A
cura di frà Tommaso Maria di
Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo
- Tel. 0916730658
Non
cattolico. Ed ora vorrei farti
alcune domande e obiezioni su un altro Sacramento:
l'Eucaristia e la Messa. Voi dite che Gesù
è vivo e vero, in corpo, sangue, anima
e divinità nell'Eucaristia, che questo
miracolo è chiamato "transustanziazione",
parola ignorata prima del dodicesimo secolo.
In conseguenza, il sacerdote, nel celebrare
la Messa, afferma di rinnovare, senza spargimento
di sangue, il sacrificio di Cristo e lo offre
al Padre.
Cattolico.
Esattamente noi crediamo tutto questo, secondo
gli insegnamenti abbastanza chiari e precisi
che leggiamo nel N. Testamento.
Non
cattolico. Ma tu sai quando è
sorta la dottrina sulla messa, come è
oggi insegnata?
Cattolico.
Si, già te l'ho detto, è sorta
con la dottrina insegnataci da Nostro Signore
Gesù Cristo, riportataci fedelmente
dai tre sinottici e da S. Paolo e di cui S.
Giovanni l'evangelista nel Capitolo 6 ci offre
meravigliosi annunzi.
Non
cattolico.Sappi che la data
di nascita della dottrina della transustanziazione
risale al IV Concilio del Laterano nel 1215.
Prima di allora si era liberi di crederci
o di respingerla.
Cattolico.
Carissimo fratello, ti prego di ascoltarmi,
perchè le tue idee e convinzioni si
adeguino non alla tua fantasia ma alla storia
che parte da Cristo ed arriva sino a noi.
Infatti, questa verità non fu mai posta
in dubbio o negata dai credenti. Soltanto
nel secolo XI incominciarono reticenze, equivoci,
contestazioni, che, purtroppo, culminarono
nel noto protestantesimo del secolo XVI. I
padri dei protestantesimo variamente respinsero
la verità cattolica. Lutero respinse
la transustanziazione, non la presenza reale;
Calvino e Zuiglio respinsero anche la presenza
reale. Calvino riducendola ad una presenza
spirituale dinamica, Zuiglio ad una presenza
simbolica. E le varie professioni protestantiche
moltiplicarono poi le varie interpretazioni,
tutte concordi nel respingere la verità
cristiana, ossia cattolica, apostolica, romana.
Sappi però che l'istituzione dell'Eucaristia
- questa realtà, la più sublime
e ineffabile, in cui culmina l'amore di Dio
per gli uomini - non è stata il prodotto
di uno slancio passeggero di sentimento del
Divin Salvatore. No. Essa risponde a un grande
disegno di Dio già prestabilito e manifestato
nei secoli precedenti.
La prima figura la troviamo ai primordi del
mondo, e fu l'albero della vita, posto da
Dio nel Paradiso terrestre, il quale aveva
la virtù di far crescere l'uomo sempre
vegeto, robusto, comunicandogli il dono della
incorruttibilità e immortalità...
Altra figura incontriamo nel pane e nel vino,
che offrì al Signore il sacerdote Melchisedech...
Andando avanti nei secoli, altre due figure
furono l'Agnello pasquale e la Manna del deserto:
l'Agnello pasquale, che per gli Ebrei era
tutto insieme, vittima e alimento... e liberò
infine il popolo del Signore dalla schiavitù
di Egitto col suo sangue segnato sulle porte....
La Manna del deserto che conteneva ogni più
delizioso sapore, ecc... Altre figure: l'Arca
dell'Alleanza, i pani della propiziazione,
il capro emissario che cadeva vittima di espiazione
per tutte le iniquità del popolo.
Nel Nuovo Testamento troviamo: la conversione
dell'acqua in vino alle nozze di Cana; la
moltiplicazione dei pani... e, più
di tutto, i discorsi del Salvatore ai discepoli
e alle turbe, dove si trovavano le più
chiare promesse..
Non
cattolico.Mi pare che stai dicendo
molte cose, ma vuoi eludere la mia obiezione.
Cattolico.
Ti prego di ascoltarmi e vedrai che
io sto rispondendo esattamente alle tue obiezioni.
Tu dici che i fedeli prima del 1215, data
del Concilio Lateranense IV, erano liberi
di credere al mistero eucaristico, ed io ti
sto provando che il mistero eucaristico era
stato già predisposto dalla Divina
Sapienza e Misericordia. Se poi passiamo ai
primi tempi del Cristianesimo troviamo che
i fedeli erano certi della fede che professavano
in questo grande mistero. Se leggiamo solo
il capitolo 66 della prima apologia
di S. Giustino, scritta appena 150
anni dopo Cristo, possiamo vedere quale tranquilla
sicurezza del dogma eucaristico possedevano
le antiche comunità cristiane.
S. Giustino descrive l'adunanza e la celebrazione
della S. Messa, e a proposito
dell'Eucaristia scrive che "non
è lecito partecipare ad alcuno, se
non a chi crede essere vero ciò che
è insegnato da noi, e ha ricevuto il
battesimo... e vive così come Cristo
ha insegnato". Egli asserisce che
la verità circa il pane e il vino eucaristici
non si conosce se non per la fede, e che per
ricevere l'Eucaristia occorre essere battezzati
ed essere in grazia di Dio, “poichè
noi non la riceviamo come pane consueto né
consueta bevanda; ma come abbiamo appreso
che, per il Verbo di Dio, il nostro Salvatore
Gesù Cristo fatto uomo ebbe carne e
sangue per nostra salvezza, così abbiamo
appreso che quel cibo consacrato con la prece
delle parole da Lui stesso proferite e dal
quale il nostro sangue e le nostre carni sono
nutrite per assimilazione, è carne
e sangue di quel Gesù che si è
fatto uomo".
Non
cattolico.E io ti dico che la
dottrina della transustanziazione è
stata inventata dal Con. Laterano IV del 1215.
Cattolico.
Caro fratello, spero di chiarire con poche
parole la tua obiezione. Tu parli di dottrina
della transustanziazione come se soltanto
dopo l'approvazione del Concilio Laterano
IV si è incominciato a credere nella
presenza reale di Gesù nell'Eucaristia.
E questo è un grave errore. Già
ti ho detto che S. Giustino insegnava nel
150 il cambiamento del pane e del vino nel
Corpo e Sangue di Gesù dopo la consacrazione.
Non ti ho ancora dimostrato che tali affermazioni
sono contenute con tutta chiarezza nei sinottici
ed in S. Paolo. Ora, voglio farti capire che
nel 1215 non fu inventata una dottrina che
esisteva già da 1215 anni, ma fu approvata
soltanto la parola "transustanziazione"
che etimologicamente e sinteticamente indicava
molto bene quello che si esprimeva, o si esprime,
con molte più parole, ossia il cambiamento
della sostanza del pane e del vino nel Corpo
e nel Sangue di N.S. Gesù Cristo. Mi
sono spiegato?
Non
cattolico. Si, ti sei spiegato ed
ho capito quello che vuoi dire, soltanto che
quello che credi e mi vuoi far credere non
è esatto. Perchè il vero significato
delle parole di Gesù: "Questo
è il mio corpo... questo è il
mio sangue" (Mt 26,26), e le altre: “In
verità, in verità vi dico: se
non mangiate la carne del Figlio dell'uomo,
e non bevete il suo sangue, non avete la vita
in voi” (Gv 6,53), hanno tutt'altro significato.
Infatti è lo stesso Gesù che
le ha immediatamente chiarite dopo averle
pronunciate, dicendo: “Fate questo in memoria
di me". Se avesse voluto indicare il
miracolo della transustanziazione, avrebbe
detto: “Fate questo in sacrificio di me".
Perciò queste parole sono una delle
tante immagini che Gesù adoperava,
come: “Io sono la vera vite, io sono la porta".
Non è che Gesù intendesse trasformarsi
materialmente in porta o in una vite o nel
pane o nel vino.
I Giudei, al contrario avevano interpretato
materialmente le parole di Gesù, e
dicevano: "Come mai può costui
darci a mangiare la sua carne?" (Gv 6,52).
Perciò Gesù cerca di illuminarli:
"E' lo spirito quel che vivifica; la
carne non giova a nulla; le parole che vi
ho dette, sono spirito e vita" (Gv 6,5
3).
Cattolico.
Queste tue obiezioni mi richiamano
alla mente quelle che mi facesti sulla Confessione
quando affermasti che le parole di Gesù
"a chi rimetterete i peccati saranno
rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti”
(Gv 20,23), non significano quello che leggiamo
e che Gesù ci ha voluto dire, ma semplicemente
quello che dicono i protestanti e cioè:
“quando un cristiano annunzia l'Evangelo della
grazia, egli scioglie le anime dai loro peccati...”.
A queste tue obiezioni così strane
risposi. Cosa risponderò alle tue obiezioni
sulla SS. Eucaristia non meno strane e antievangeliche
di quelle fatte sulla Confessione?
Non
cattolico. Si, appunto, cosa mi risponderai?
Cattolico.
Certamente non con mie vedute e interpretazioni
personali o cervellotiche, ma con le parole
stesse di Gesù.
Ecco, noi cattolici "Crediamo presente
nell'Eucaristia - professa il Concilio Tridentino
- quel medesimo Dio, che l'eterno Padre introdusse
nel mondo dicendo “Lo adorino tutti gli Angeli
di Dio”; che i Magi adoravano prostrati; che
la Scrittura attesta essere stato adorato
dagli apostoli in Galilea..." (D.B. 878).
Le parole dette da Gesù sono ripetute
dai tre sinottici e da S. Paolo (cf Mt 26,26-28;
Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1 Cor 11,23-25).
Per chiarire l'argomento e per non dilungarmi
troppo, riporterò solo il testo di
S. Matteo che è quasi identico negli
altri tre su ricordati.
Ecco le parole di S. Matteo
(26,26-28): "Ora, mentre essi mangiavano,
avendo Egli
preso del pane e detta una benedizione, lo
spezzò e, dandolo ai discepoli disse:
'Prendete, mangiate: questo è il mio
corpo. E avendo preso un calice, rese grazie,
lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti,
perchè questo è il mio sangue
della nuova alleanza, che è versato
per molti in remissione dei peccati”.
Le parole di Cristo sono chiare e non lasciano
dubbi. Ma la sofisticheria e la sottigliezza
dell'ingegno umano possono problematizzare
tutto: non ci sono filosofi scettici che mettono
in dubbio e contestano anche le verità
naturali più comuni? più semplici,
più evidenti? Ma chi vuole usare la
propria ragione secondo le norme di una esigente
e onesta critica, non potrà intendere
le parole di Gesù altrimenti che nel
senso in cui gli Apostoli, gli Evangelisti,
i fedeli, la Chiesa le hanno sempre intese.
Lo stesso Lutero scrive in una lettera: "Devo
confessare che se qualcuno mi avesse potuto
persuadere che nel sacramento non c'è
nulla tranne pane e vino, costui mi avrebbe
fatto un gran favore... ho sudato molto intorno
a questo punto, ho cercato tutti i modi per
districarmi... ma vedo che non c'è
nessuna via di uscita; il testo evangelico
è troppo chiaro e lampante". Sarebbe
forse difficile pensare che gli apostoli,
ancora rozzi e scarsamente aperti alle cose
soprannaturali - come rimasero fino al giorno
della Pentecoste - immediatamente comprendessero
e accettassero il mistero che il Cristo loro
annunciava compiuto nel pane e nel vino in
quella cena pasquale, se non supponessimo
che Gesù ve li avesse da lungo tempo
preparati. Quante volte, in maniera progressiva,
Gesù avrà loro parlato del mistero
eucaristico!
Come ne parlasse una volta, S. Giovanni (nel
Capi. 6) ce lo riferisce: è stato un
momento importante della preparazione, forse
il momento decisivo. Prendendo occasione dal
miracolo compiuto col moltiplicare pani e
pesci per dare da mangiare alla folla che
lo aveva seguito, Gesù introduce il
discorso eucaristico passando da pane a pane,
da cibo a cibo. Dice agli ascoltatori che
avevano ripassato il lago, dopo il miracolo,
per cercarlo:
“Voi mi cercate perchè vi ho saziato
con quei pani, ora non bisogna cercare il
cibo che perisce, ma quello che dura sempre;
e perciò bisogna credere in Colui che
Dio ha mandato.
Quale segno - chiesero gli ascoltatori - farai
perchè ti crediamo? I nostri padri
ebbero da Mosè il segno della manna,
il pane venuto dal cielo, di cui mangiarono.
E Gesù: non già Mosè
vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre
mio vi dà il vero pane del cielo. E
aggiunge: “Io sono il pane di vita”. La gente
mormorava perchè Gesù aveva
detto di essere “il pane del cielo";
e si dicevano l’un l'altro: non è questi
il figlio di Giuseppe, che noi bene conosciamo?
e come viene a dirci che è disceso
dal cielo? Ma Gesù li rimprovera: “Non
mormorate tra voi", e procede esponendo
più esplicitamente l'insegnamento eucaristico.
Riporto solo le parole culminanti: “Io sono
il pane della vita... sono il pane vivo disceso
dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà
in eterno; e il pane che lo darò è
la mia carne (sacrificata) per la vita del
mondo".
Allora gli ascoltatori più che mai
a mormorare e discutere: "Ma come può
costui darci da mangiare la sua carne?"
Come si vede, la domanda era esplicita, chiara
e persino ingenua e rozza. Gli ascoltatori
avevano proprio inteso grossolanamente che
avrebbero mangiato la carne di Gesù.
Doveva dunque Gesù subito dissipare
quei grossolano equivoco, quella rozza fantasia;
e gli ascoltatori aspettavano che lo facesse
chiarendo non doversi le sue parole intendere
alla lettera, doversi interpretare in senso
figurato, metaforico. E invece no: invece
proprio il contrario. Gesù fa di tutto
per fissarli in quella loro persuasione. Non
ha parlato in senso figurato e metaforico,
ma in senso proprio, in senso realistico.
E ribadisce con la solenne autorità
della formula quale risuonava soltanto sulle
sue labbra, né mai era risuonata sulle
labbra dei profeti, anche dei più grandi
come Elia o Giovanni: "in verità
vi dico". Risponde dunque Gesù:
“In verità, in verità vi dico.
se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo
e non berrete il suo sangue, non avrete in
voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve
il mio sangue ha la vita eterna... perchè
la mia carne è veramente cibo e il
mio sangue è veramente bevanda.".
Ce n'era abbastanza da stordire e scandalizzare
gli ascoltatori. E difatti molti dei suoi
discepoli esclamarono: "Questo linguaggio
è duro, chi lo può accettare?”
e molti si ritrassero e non andarono più
con lui. ""Allora Gesù disse
ai dodici: volete andarvene anche voi? Simon
Pietro gli rispose: “Signore, da chi andremo?
Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo
creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di
Dio".
Nessuna geniale invenzione avrebbe potuto
meglio che questa storica narrazione metterci
di fronte al problema della realtà
eucaristica. Gesù fa un'affermazione
paradossale: Egli è il pane di cui
bisogna nutrirsi. L'intelligenza umana si
rifiuta di credere: la cosa proposta è
troppo inverosimile. Gesù viene quindi
invitato a temperare le sue affermazioni,
a renderle plausibili. Gesù invece
insiste: è così: Io sarò
il pane da mangiare e chi mi mangerà
avrà la vita eterna. E allora l’intelligenza
si rifiuta, la volontà si inalbera:
non accettano.
Non
cattolico.Ma non ti sembra logico
e umano questo rifiuto?
Cattolico.
Umanamente parlando sembra logico. Infatti
intorno a Gesù incominciano le diserzioni,
si sta facendo il vuoto. Forse che Egli desiste
dalla sua strana affermazione? No, anzi la
riconferma: è disposto ad essere abbandonato
da tutti, anche dai discepoli, anche dai dodici,
ma non ritira una parola di quanto ha detto.
Pone piuttosto proprio su queste parole la
questione di fiducia: “Volete andarvene anche
voi?" Dove l'intelligenza non basta,
soccorre la fede.
Simone, la pietra, la roccia della fede, risponde
per tutto il popolo cristiano: anche per noi,
quindi, che facciamo nostra questa sua professione,
questo suo abbandono fiducioso, questa sua
completa dedizione del pensiero e della volontà
alla sapienza e alla potenza dell'Uomo-Dio.
Credo, crediamo, perchè Tu lo hai detto,
Tu che solo hai parole di verità: la
sola fede basta.
Non
cattolico. Ma Gesù parlava
in senso figurato, come quando ci dice di
essere porta o vite. Qui non significa proprio
mangiare, è tutto un simbolismo.
Cattolico.
Io devo dirti con tutta franchezza che credo
fermamente in Gesù, ed è chiaro
che di fronte a queste parole riferiteci da
S. Giovanni, ogni riserva cade. Si è
voluto sofisticare sulla possibilità
di un senso figurato dell'espressione "mangiare
la carne, bere il sangue". Invano, poichè
il significato figurato di tali espressioni
aramaiche sarebbe quello di calunniare e perseguitare.
Onde Gesù avrebbe detto: “Chi non mi
calunnia e non mi perseguita non avrà
la vita; chi mi calunnia e mi perseguita rimane
in me e io in lui”.
Non
cattolico.Guarda che Gesù
ha ben chiarito il senso delle sue espressioni
quando ha precisato: "E' lo spirito che
vivifica, la carne non giova a nulla; le parole
che io vi dico sono spirito e vita" (Gv
6.,63).
Cattolico.
Anche questa tua obiezione cade, perchè
le parole di Gesù alludono al modo
mistico della reale presenza, da non scambiarsi
per il modo fisico, quasi che la carne per
essere vero cibo dovesse presentarsi sotto
forma fisica della carne e il sangue sotto
forma fisica del sangue, come intendevano
senza dubbio gli ascoltatori. Ma non smentiscono
il senso reale delle parole, le quali appunto
in senso reale furono interpretate sia da
coloro che perciò appunto lo abbandonarono,
sia da coloro che perciò appunto sentirono
di dover superare il senso e la ragione con
l'atto di fede.
Non
cattolico. Anch'io credo in Cristo,
ma non posso pensare che Egli sia davvero
una porta e una vite quando fa tali affermazioni.
Cattolico.
Il simbolo o il significato di porta e di
vite di cui parla Gesù è così
ovvio che mi sembra di fare questioni inutili
ed oziose. Basta leggere testo e contesto
di Gv 10,1-9 e 15,1-8, per capire subito che
Gesù parla in senso figurato. Infatti,
in Gv 10, 1 -9, Egli parla di ovile, di porta,
di pecore, di pastori veri e non di mercenari,
ma il pubblico e i farisei non lo compresero:
"... Questa similitudine disse loro Gesù;
ma essi non capirono che cosa significava
ciò che loro diceva..." (versetto
6).
In Gv 15,1-8, Gesù parla della vera
vite Gesù e del Padre che ne è
il Vignaiolo, e
che toglie ogni tralcio infruttifero, mentre
pota ogni tralcio buono perchè porti
più frutto. Anche qui la similitudine
è chiara: non credo che ci siano persone
che possano equivocare il Padre con un vignaiolo,
o un uomo con un tralcio, o Cristo con una
vite!...
Non
cattolico. Ebbene, come capisci che
qui si tratta di similitudini e non di realtà,
perchè non riesci a capire che nello
stesso modo stava parlando Gesù quando
diceva di essere Egli stesso raffigurato nel
pane e nel vino?
Cattolico.
Io comprendo che stiamo trattando uno degli
argomenti più misteriosi della fede
cristiana, comprendo anche le difficoltà
per la nostra mente umana di accettare parole
così contrarie al nostro senso umano,
ma la realtà del discorso di Gesù,
ti ripeto, è sconcertante: Egli fa
un'affermazione paradossale. E a chi chiede
chiarimenti ribadisce: “la mia carne è
veramente cibo ed il mio sangue è veramente
bevanda”.
Nel contesto, nella condotta e nella dottrina
degli apostoli, nelle istituzioni e nella
catechesi della Chiesa primitiva le parole
del Cristo furono sempre intese nel senso
reale. Diremo che quelli si sono sbagliati,
e che i testimoni hanno fatto testimonianza
falsa, e che i maestri di verità hanno
insegnato l'errore, per il solo fatto che
un uomo o alcuni uomini, venuti dopo oltre
1500 anni, tale significato vogliono respingere?
Costoro, a tanti anni di distanza, meglio
comprenderebbero quello che non avrebbero
compreso i contemporanei, i discepoli, i commensali,
gli amici ai quali Gesù stesso disse:
“Vi ho chiamati amici perchè vi ho
fatto conoscere tutto quello che ho udito
dal Padre mio"? (Gv 15, 15).
Che se poi ci rivolgiamo al primo teologo,
all'apostolo teologo, a S. Paolo avremo riconfermato,
se ce ne fosse bisogno, il senso realistico
delle parole di Gesù. Infatti, Paolo
rimprovera i Corinzi (cf 1 Cor 10,16) per
taluni abusi introdotti nelle loro celebrazioni
eucaristiche e dice queste parole: “Il calice
di benedizione che noi benediciamo, non è
forse comunione al sangue di Cristo? e il
pane che spezziamo non è forse comunione
al corpo di Cristo?". E più avanti,
dopo aver riferito con le parole dell'istituzione
dell'Eucaristia nell'ultima cena, così
redarguisce coloro che la ricevono indegnamente:
“Chiunque avrà mangiato questo pane
o bevuto il calice del Signore indegnamente,
sarà reo del corpo e del sangue del
Signore". E prosegue: "ognuno dunque
esamini se stesso e così mangi di quel
pane e beva di quel calice. Poichè
chi mangia e beve indegnamente, si mangia
e si beve la sua condanna, non distinguendo
il corpo del Signore" (1 Cor 11,27-29).
Non è facile trovare un'altra delle
fondamentali e difficili verità della
fede, che sia, come questa, così abbondantemente
e chiaramente espressa negli scritti del Nuovo
Testamento, e così sicuramente documentata
nella storia della Chiesa primitiva e della
Chiesa antica.
Non
cattolico.Ma tu capisci dove
si va a finire interpretando le parole alla
lettera ?
Cattolico.
Lo capisco benissimo e ti dico pure che se
la S. Scrittura e la tradizione possono bastare
per assicurarci della presenza reale di Cristo
nell'Eucaristia, la nostra ragione è
invitata, dietro la guida lasciataci da Gesù,
il Magistero, a cercar di penetrare qualche
poco nelle modalità di tale presenza.
Non
cattolico. Sono curioso e desideroso
di sapere in qual modo si possa parlare della
presenza reale di Gesù nel pane e nel
vino.
Cattolico.
Ti rispondo con le parole di Paolo VI, traendole
dalla Enciclica Misterium Fidei, con la quale
il papa passa in rassegna i vari modi secondo
i quali Cristo è presente alla sua
Chiesa.
"Cristo è presente alla sua Chiesa
che prega... che esercita le opere di misericordia...
che predica... che regge e governa il popolo
di Dio... è presente alla sua Chiesa
pellegrina anelante al porto della vita eterna...
è presente alla sua Chiesa che in suo
nome celebra il sacrificio della Messa e amministra
i sacramenti...”.
In ciascuno di questi atteggiamenti della
sua Chiesa Cristo è presente in un
determinato modo.
“Ma ben altro è il modo veramente sublime,
con cui il Cristo è presente alla sua
Chiesa nel sacramento dell'Eucaristia... tale
presenza si dice “reale” non per esclusione,
quasi che le altre non siano reali, ma per
antonomasia, perchè è anche
corporale e sostanziale, e in forza di essa
Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente”
(cf M. Fidei, pag. 17-20).
Non
cattolico. A me sembra molto
più logico pensare ad un simbolismo,
anziché ad un fisicismo e materialismo,
giacché la presenza eucaristica di
cui parla la Chiesa cattolica sfugge, per
sua natura, a ogni possibile relazione col
mondo dei corpi.
Cattolico.
Chi pensa e afferma queste cose, praticamente
percorre le vie già battute dai "riformatori"
del secolo XVI, anche se con un vocabolario
e con un apparato scientifico rinnovato.
Per taluni, infatti, la presenza reale del
Cristo non si può dire presenza corporale
perchè la condizione del Corpo glorioso
di Cristo sfugge ad ogni relazione col mondo
fisico.
Si potrebbe dire - secondo questa sentenza
- che il Corpo di Cristo goda di una certa
ubiquità od onnipresenza, senza nessun
rapporto con particolari corpi.
Paolo VI (M. Fidei, 21) risponde: “Malamente
qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza,
immaginando il Corpo di Cristo glorioso di
natura pneumatica (spirituale) onnipresente".
Malamente, poichè in tal caso non si
potrebbe dire “questo è il mio corpo",
e l'eventuale presenza di Cristo nell'anima
sarebbe spirituale e immediata, anche se occasionata
dal pane e dal vino che la significherebbero
efficacemente.
Come è chiaro, siamo sulla via dei
simbolismo: via già denunciata da Pio
XII nell'enciclica Humani generis (16), quando
deplorava che alcuni volessero correggere
la dottrina tradizionale della presenza eucaristica
"in modo da ridurre la presenza reale
di Cristo nell'Eucaristia a un simbolismo
per cui le specie consacrate non sarebbero
altroché segni efficaci della presenza
di Cristo e della sua intima congiunzione
con i fedeli membri del corpo mistico".
Non
cattolico.Ripeto, sono ancora
convinto che bisogna più appoggiarsi
al simbolo - per
capire la presenza di Cristo nell'Eucaristia
- che alla realtà fisica la quale ci
porterebbe fuori della ragione.
Cattolico.
Ti rispondo. Che la SS. Eucaristia abbia significato
simbolico è dottrina molto sviluppata
dai Padri e dai Dottori e sancita dal Tridentino,
quando dice, per es., che Cristo ha lasciato
l'Eucaristia alla Sua Chiesa "come simbolo
dell'unità di quel corpo di cui Egli
è il capo" (D.B. 875); oppure
che l'Eucaristia, come tutti i sacramenti,
"è simbolo di una realtà
sacra; è visibile forma della grazia
invisibile" (D.B. 676). Ma se l'Eucaristia
è simbolo, essa è anche "memoriale
della sua morte, ... pegno della gloria futura...
antidoto contro le quotidiane colpe... e cibo
spirituale dell'anima...". Così
lo stesso Concilio (D.B. 875), il quale finisce
poi per fermarsi di preferenza proprio sul
punto della natura di questo cibo spirituale
asserisce, che è lo stesso corpo e
sangue di Cristo "veramente, realmente,
sostanzialmente" presente sotto le specie,
come affermano i sinottici e San Paolo.
Non
cattolico.Da una parte affermi
il simbolismo e dall'altra lo neghi.
Cattolico.
Non si tratta di negare il simbolismo, che
è uno degli aspetti fondamentali dell'Eucaristia,
ma si tratta di intenderlo esattamente e,
soprattutto, di non ridurre esclusivamente
ad esso la natura ed il significato dell'Eucaristia.
"L'errore - dice la M. Fidei, 4 - sta
nell'insistere sulla ragione di segno sacramentale
come se il simbolismo, che certamente tutti
ammettono nella SS. Eucaristia, esprimesse
esaurientemente il modo della presenza di
Cristo in questo sacramento".
Proprio in ciò sta la peculiarità
che distingue l'Eucaristia da tutti gli altri
Sacramenti nei quali la materia, le cose e
i gesti visibili sono della grazia, che generano,
appunto, soltanto simboli, per quanto efficaci.
Nell'Eucaristia la materia, le cose - pane
e vino - non sono soltanto simboli della grazia
che producono, ma si trasformano nella loro
realtà ontologica diventando la sostanza
stessa - corpo e sangue e anima e divinità
- di Cristo, del datore della grazia, e solo
attraverso questa trasformazione producono
nell'anima quella grazia che simboleggiano.
Orbene, ogni interpretazione puramente simbolica
del mistero eucaristico tende a obliterare
questo momento tipico ed esclusivo dell'Eucaristia
e passa subito dal simbolo alla grazia simboleggiata:
questa sarebbe ciò che si intende col
nome di cibo dell'anima, di carne e sangue
di Cristo, rispetto ai quali il pane e il
vino avrebbero soltanto ragione di rappresentazione,
segno, simbolo.
Non
cattolico.Devo ancora contraddirti
perchè il consenso di alcuni Padri
della Chiesa, come quello del papa Gelasio
I, è nettamente contrario alla dottrina
della cosiddetta transustanziazione.
- S. Agostino (c. anno 400),
parafrasando le parole di Gesù scrive:
"Comprendete in senso spirituale quello
che vi dissi. Non mangerete questo corpo che
vedete, e non berrete questo sangue che sarà
sparso da quelli che mi crocifiggeranno. Vi
ho raccomandato un sacramento che vi darà
la vita, se lo intendete spiritualmente e,
quantunque sia necessario celebrarlo in modo
visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente"
(Enarrationes in salmos, 98,9).
- S. Giovanni Crisostomo
(344-407): “Prima della consacrazione lo chiamiamo
pane, ma poi... perde il nome di pane e diventa
degno che lo si chiami il Corpo del Signore,
sebbene la natura del pane continui tale in
esso" (Epistola a Cesario, ediz. Wake,
p. 137, citato da: U. Janni, La cena del Signore,
Torre Pellice, Ed. "La Luce", 1925,
p. 83).
- Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458):
“I simboli mistici il pane e il vino non abbandonano
la loro natura dopo la consacrazione, ma conservano
la sostanza e la forma in tutto come prima"
(Dialogus, Liber H; citato da U. Janni, op.
cit., p. 84).
- Gervasio I, Papa: “Il sacramento
del corpo e del sangue di Cristo è
veramente una cosa divina; ma il pane e il
vino conservano la loro sostanza nella natura
del pane e del vino, e la celebrazione del
santo mistero non è certo che una immagine
o una similitudine del sacrificio del corpo
e del sangue di Gesù" (De duobus
naturis in Christo [circa anno 496]. Vedi:
Biblioteca Patrum, Lione, t. VIII, cit. da
Jean Augustin Bost in: Dictionaire d'historie
ecclésiastique, Ginevra, 1884).
Cattolico.
Ti prego di ascoltarmi con molta attenzione
perché quanto sto per dirti non è
mia personale invenzione, o semplicemente
un modo qualunque di difendere la verità.
Si tratta di constatazioni fatte da studiosi
e dal Magistero ecclesiastico.
E' scontato che tutti i santi e i Padri antichi
hanno creduto alla SS. Eucaristia così
come è creduto oggi dalla Chiesa cattolica
ed apostolica, però bisogna pur dire,
ad onore della verità che nulla toglie
all'unicità della fede, che nei primi
tempi non c'era ancora un'appropriazione di
termini precisi e teologici, per cui molte
frasi oggi possono sembrare, e sono, poco
esatte per indicare il mistero profondo dell'Eucaristia.
Presso taluni Padri, tanto latini quanto greci,
talora il pane e il vino sono detti rappresentare
il corpo e il sangue di Cristo, sono pure
detti figura e simbolo del corpo e sangue
di Cristo. Ma il significato di tali espressioni
non indica un'interpretazione puramente simbolica
dell'Eucaristia, sia perché tali espressioni
si trovano occasionalmente in trama di pensiero
nettamente ortodossa, in cui il significato
della presenza di Cristo nell'Eucaristia ha
un senso reale e letterale; sia perché
quelle stesse espressioni assumono un significato
ortodosso: il pane e il vino vengono detti
rappresentazione e figura dei Corpo e Sangue
di Cristo, in quanto esprimono o indicano
visibilmente il Corpo e il Sangue invisibilmente
presenti nell'Eucaristia: è il visibile
segno dell'invisibile realtà - Carne
e Sangue di Cristo - presente in esso. Non
possono, dunque, i simbolisti appoggiarsi
a queste espressioni dei Padri, per autorizzarsi
a manomettere il dogma della presenza reale.
Come sia da intendere il simbolismo dell'Eucaristia,
lo dice chiaramente Paolo VI: "Le apparenze
sensibili restano quelle che erano, pane e
vino: ma la loro sostanza, la loro realtà
è intimamente cambiata; quelle restano
solo per significare ciò che le ha
definite la parola onnipotente, perchè
divina, di Gesù: corpo e sangue"
(Giovedì Santo, 26.3.1970).
I personaggi da te citati - nelle loro espressioni
da te ricordate, pur accettando che le parole
siano autentiche - hanno anche delle espressioni
che lasciano chiaramente comprendere la loro
ortodossia. Infatti papa Gelasio sente che
il sacramento dell'Eucaristia è una
cosa veramente divina; S. Agostino intuisce
molto bene il mistero e cerca di far capire
ai fedeli che la manducazione non deve intendersi
nel senso materiale pur dando, nella sua realtà,
la vita... Lo stesso S. Giovanni Crisostomo
non fa altro che annunciare la stessa verità
e realtà pur non usando quelle parole
più proprie, di specie o apparenze,
che la teologia eucaristica ha sempre meglio
esplicitate da un concilio all'altro. S. Tommaso
d'Aquino ci dice che visus, tactus, gustus
in te fallitur, ossia: vedo pane, tocco pane,
gusto pane (e vino), ma non è né
pane e né vino quello che io vedo,
tocco e gusto, ma il Corpo e il Sangue di
Cristo.
Lo stesso dicasi dei Vescovo di Ciro Teodoreto.
Egli dice che il pane ed il vino conservano
la sostanza e la forma, cioè restano
apparentemente quello che erano prima e perciò
li chiama simboli mistici. Tutti i vescovi
suddetti erano ortodossi e credevano fermamente
alla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia.
S. Tommaso, che è di un'altra epoca,
ha saputo usare parole più chiare e
convincenti.
Di Papa Gelasio I sappiamo che oltre ad essere
santo, è stato autore del famoso Sacramentario
gelasiano, il primo Sacramentario romano;
egli fu omelista, liturgista, innologo...
il più famoso scrittore fra i suoi
antecessori; egli appare come il dottore,
il teologo e lo storico del suo tempo. Si
sa dalla storia che i suoi scritti spesso
furono dai gallicani (francesi) un pò
manomessi...
Per le sue ottime qualità di talento
e di scrittore i suoi contemporanei nel loro
entusiasmo lo acclamarono "Vicario di
Cristo e Apostolo Pietro". La successiva
generazione, nella persona di Dionigi il Piccolo,
ne scrisse l'encomio.
Non penso che un personaggio del genere non
credesse alle cosi chiare parole di Cristo,
anche se ha usato delle improprietà
nelle espressioni.
Chi non conosce la grandezza e la dottrina
di S. Agostino e di S. Giovanni Crisostomo?
Sono due apprezzatissimi Santi e Dottori della
Chiesa cattolica ed apostolica.
Nel Sermone 49,8 PL 38,324, S. Agostino parla
già cattolicamente della S. Messa.
In De Civitate Dei 10,20 [PL, 41,288], parlando
della presenza di Gesù nell'Eucaristia
cosi si esprime: “Christus sacerdos est ipse
offerens, ipse et oblatio" (= Cristo
è il sacerdote che offre ed Egli stesso
è l'offerta). Sempre parlando della
S. Messa, S. Agostino riesce a compendiare
in una frase, pregna di contenuto, l'insegnamento
patristico sulla immolazione incruenta, e
scrive: “Nonne semel immolatus est Christus
in seipso? E tamen in Sacramento omni die
populis immolatur” (= Cristo non si è
immolato una volta sola? E tuttavia nel Sacramento
dell'Eucaristia ogni giorno si immola per
tutti (Ep 99,9; PL 33,363).
Tra le altre cose S. Agostino raccomandava
la S. Comunione quotidiana. Il Concilio tridentino,
al n. 60 così lo ricorda: “Non è
del solo Agostino la sentenza: 'pecchi ogni
giorno?... e dunque ricevi il Signore ogni
giorno'; perchè tale è l'opinione
di tutti i Padri che si occuparono di tale
argomento come facilmente riconoscerà
chi li studierà diligentemente".
Il Concilio tridentino del resto si riconnetteva
alla prassi più antica. La Didaché
(sec. I) e S. Giustino (sec. II), attestano,
per es., che l'Eucaristia era distribuita
ai presenti alla Messa e portata agli assenti.
I Padri in generale - come S. Cipriano, S.
Giovanni Crisostomo - raccomandavano la comunione
quotidiana...
Ogni sospetto sul Vescovo d'Ippona cade quando
leggiamo nella sua Epistola contro i Manichei,
5 n. 6: “Non crederei al Vangelo se l'autorità
della Chiesa cattolica non mi persuadesse".
S. Giovanni Crisostomo è ritenuto "un
grande testimone della dottrina e della fede
della Chiesa cattolica al suo tempo, soprattutto
per quanto riguarda l'Eucaristia" (Encicl.
UTET). E' fuori di ogni sospetto per la sua
ortodossia, specialmente quando parla del
primato di Pietro: “In quei giorni, Pietro
si alzò in mezzo ai fratelli e disse...
(v. At 1,15). "... Dato che era il più
zelante e gli era stato affidato da Cristo
il gregge, e dato che era il primo nell'assemblea
per primo prese la parola: “Fratelli, occorre
scegliere uno tra voi..." (At 1,21-22
- Dalle Omelia sugli Atti degli Apostoli di
S. Giovanni Crisostomo, Omelia 3,123; vedi
n. 126).
Teodoreto, vescovo di Ciro, presenta delle
incertezze sulla sua ortodossia. Egli era
amico personale dell'eretico Nestorio; per
questa ragione scrisse contro Cirillo ed il
Concilio di Efeso, per cui fu condannato.
Per questa condanna si appellò al papa
Leone I ed al Concilio di Calcedonia (451).
E suo appello gli procurò l'ammissione
tra i Dottori Ortodossi, dopo di aver fatto,
però, una dichiarazione esplicita contro
Nestorio. Ma il V Conc. Ecumenico (551) condannò
di nuovo i suoi scritti contro Cirillo ed
il Concilio di Efeso ed alcune delle sue lettere
e sermoni.
In conclusione, per Teodoreto valga tutto
ciò che ho detto all'inizio sulla imprecisione
dei termini di alcuni Padri, i quali, però,
intendevano dire quello che, con più
precisione di termini, diciamo oggi, tanto
più che le sue parole possono essere
intese in senso retto ancora oggi, giacchè
effettivamente tutto resta, del pane e dei
vino, apparentemente la forma in tutto come
prima.
Non
cattolico.Noi respingiamo l'affermazione
che nella.Messa viene rinnovato il sacrificio
di Cristo, perchè “noi siamo stati
santificati, mediante l'offerta del Corpo
di Gesù Cristo, fatta una volta per
sempre" (Eb 10, 10).
Non ti sembra un sofisma sostenere che l'unico
sacrificio compiuto da Gesù Cristo,
e che é consistito nella sua morte
sulla croce, possa rinnovarsi in maniera incruenta,
senza morte, nel pane e nel vino transustanziati?
Cattolico.
Tu ti attieni molto alle congetture ed
alle apparenze, io invece credo alla Parola
di Dio ed al Magistero ecclesiastico istituito
da Cristo per darmi chiarezza e sicurezza.
E il Magistero mi dà la definizione
della Messa in questi termini: "Essa
è il sacrificio della Nuova Legge,
nel quale, sotto le specie sacramentali è
offerta la stessa vittima del Calvario, Gesù
Cristo, per riconoscere il supremo dominio
di Dio e per applicare ai fedeli i meriti
acquistati sulla Croce". La natura propria
della Messa è quella di essere un sacrificio.
Non si tratta di un nuovo sacrificio, diverso
da quello della Croce. La Croce è l'unico
sacrificio del Nuovo Testamento: non vi sono
altri sacrifici, quasi che quello fosse incompleto
e manchevole (cf Eb 16,10-12). E' lo stesso
sacrificio della Croce reso presente attraverso
una nuova offerta di esso al Padre, da parte
del sacerdote, della Chiesa, dei fedeli. "Noi
crediamo che la Messa... è il sacrificio
del Calvario reso sacramentalmente presente
sui nostri altari" (Professio fidei di
Paolo VI). Il Vaticano II (Decreto sul sacerdozio,
13) afferma che “nel mistero del sacrificio
eucaristico... viene esercitata ininterrottamente
l’opera della nostra redenzione"; e più
distesamente, nella Costituzione sulla Chiesa,
3: "Ogni volta che il sacrificio della
Croce, col quale Cristo nostro agnello pasquale
è immolato, viene celebrato sull'altare,
si rinnova l'opera della nostra redenzione".
Molte discussioni si sono fatte per precisare
meglio questo rapporto essenziale per cui
la Messa, non potendosi dire un nuovo sacrificio
diverso da quello della Croce, non si può
tuttavia neppure ridurre a una semplice memoria
o commemorazione di esso, ed ha ragion vera
di sacrificio: “l’augusto sacrificio dell'altare
- dice Pio XII nella M.D., 55 - non è
una pura e semplice commemorazione della passione
e morte di Gesù Cristo, ma è
un vero e proprio sacrificio".
Non
cattolico. Io voglio credere
fermamente a Cristo, ma non posso credere
a quel che dice la Chiesa romana.
Cattolico.
Sappi che io sto discutendo sulla
realtà biblica e sulla Parola di Dio.
Comunque, comprendo le gravi difficoltà
che possono sorgere su tale argomento che
la Chiesa definisce "mistero della fede",
quasi a significare che è uno dei più
grandi, se non assolutamente il più
grande dei misteri dei Cristianesimo.
A intendere il rapporto fra la Messa e la
Croce potremmo forse aiutarci con un esempio.
Giovanni XXIII ha pronunciato il discorso
di apertura del Conc. Ecum. Vaticano II, il
giorno 11 ottobre 1962. Quando, mediante il
registratore, io riproduco e riascolto quel
discorso, è chiaro che si tratta proprio
dello stesso discorso: è papa Giovanni
che parla l’11 ott. 1962; è la sua
stessa voce. Quel discorso, che è uno
solo, si realizza di nuovo per me, sebbene
sotto modalità diverse (registratore,
ecc..). L’esempio valga quel che può
valere; ma forse serve a persuaderci che non
è una cosa assurda affermare l'identità
del Sacrificio della Messa con quello della
Croce. La Messa rinnova o, se si vuole, rende
presente nuovamente il Sacrificio compiuto
una volta per sempre sul Calvario. E' questa
mistica identità che costituisce il
pregio infinito della Messa.
Si veda, allora, con quanta ragione Lutero
e i protestanti negassero il carattere sacrificale
della Messa, quasi esso detraesse all'unico
sacrificio, il Sacrificio della Croce! La
Messa, sacrificio incruento, "anzichè
diminuire la dignità del sacrificio
cruento, ne fa risaltare, come afferma il
Concilio di Trento, la grandezza e ne proclama
la necessità. Rinnovato ogni giorno,
ci ammonisce che non c'è salvezza al
di fuori della Croce di Nostro Signore Gesù
Cristo". (Dalla Mediator Dei, 65, di
Pio XII).
Non
cattolico.Cosicchè io
debbo convincermi di questo assurdo: che il
Sacrificio della Croce è lo stesso
della S. Messa! Io non posso convincermi di
una simile assurdità.
Cattolico.
Io ti comprendo, caro fratello, ma bisogna
pur credere a Cristo. Certamente Egli ha detto
delle cose divine, anche misteriose, ma non
ha potuto ingannarci. D'altra parte, la Chiesa
si rende conto di certe difficoltà
e ci tiene a precisare e a chiarire. Infatti
il Conc. di Trento si è preoccupato
di precisare gli aspetti per cui convengono
e gli aspetti per cui differiscono la Messa
e la Croce. "Nel divino Sacrificio che
si compie nella Messa, è contenuto
e viene immolato in modo incruento quello
stesso Cristo che una volta si è immolato
in modo cruento sulla Croce... Una e medesima
è la vittima, il medesimo è
colui che si offre ora attraverso il ministero
dei sacerdoti, e che si offrì allora
sulla Croce; diverso è solo il modo
dell'offerta" (D.B. 940). ... “Sulla
Croce di fatto... l'immolazione della vittima
fu compiuta per mezzo di una morte cruenta
liberamente subita; sull’altare invece, a
causa dello stato glorioso (e perciò
impassibile) della sua umana natura... non
è possibile l'effusione di sangue;
ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile
di rendere manifesto il Sacrificio del nostro
Redentore con segni esterni che sono simboli
di morte... Le specie eucaristiche infatti,
sotto le quali Egli è presente, simboleggiano
la cruenta separazione del corpo e dei sangue"
(Pio XII, Med. Dei, 56-57).
Il Catechismo di Pio X, inoltre, aggiunge
che “sulla Croce Gesù Cristo meritò
ogni grazia per noi; invece sull'altare Egli...
ci applica i meriti del Sacrificio della Croce"
(Risp. 350).
Non
cattolico.Tutte cose complicate
e difficili. Chi le può capire?
Cattolico.
La tua domanda è quasi identica a quella
posta da molti dei suoi discepoli a Gesù:
"Questo linguaggio è duro, chi
può intenderlo?" (cf Gv 6,60).
In sintesi, diciamo che la Messa è
il rinnovamento del Sacrificio della Croce,
l'applicazione della redenzione per quello
operata, il ricordo perennemente richiamato
dell'amore del Cristo. Questi tre aspetti
indissolubilmente uniti, così vengono
sintetizzati dalla Mysterium Fidei, 11 di
Paolo VI, che riprende il decreto del Tridentino:
"Nel mistero eucaristico è “ripresentato”
in modo mirabile il Sacrificio della Croce
una volta per sempre consumato sul Calvario;
vi si richiama perennemente alla memoria e
ne viene applicata la virtù salutifera
in remissione dei peccati che si commettono
quotidianamente".
Così pure il Vaticano II (S.C., 47):
"Gesù Cristo istituì il
Sacrificio eucaristico dei suo Corpo e del
suo sangue, onde perpetuare nei secoli, fino
al suo ritorno, il Sacrificio della Croce,
e per affidare così alla sua diletta
Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte
e della sua risurrezione ..... .
La volontà di Cristo di immolarsi per
noi si è espressa direttamente sul
Calvario, ma, con l’istituzione dell'Eucaristia,
essa si esprime anche nella Messa attraverso
il mistero del Sacerdote che offre. "Cristo
ha sigillato in un rito, rinnovabile dai suoi
discepoli, fatti apostoli e sacerdoti, l'offerta
di se stesso, vittima al Padre per la nostra
salvezza, per nostro amore: è la Messa"
(Paolo VI, 26.3.1970).
Sul Calvario solo Gesù è vittima
e sacerdote; nella Messa, insieme con Lui,
che rinnova l'offerta attraverso il ministero
del sacerdote, si unisce la Chiesa tutta e
si uniscono i fedeli partecipanti... La Messa
è l'offerta sacrificale del Cristo
intero, persona fisica e persona mistica,
di Gesù e della Chiesa, prolungamento
di Cristo nella storia.
Non
cattolico.Ma Gesù parlando
di "memoria" e dicendoci che le
sue parole sono "spirito e verità"
ci vuol lasciare comprendere che tutto va
spiegato spiritualmente e basta.
Cattolico.
In merito alle precise parole di Gesù
vi furono varie interpretazioni ed errori.
Vi fo solo un accenno.
- L'esagerato spiritualismo delle sette medievali
si risolse in una decisa negazione della Messa
come rito sacrificale.
- All'inizio del secolo XIII gli Albigesi
formularono la loro negazione in una concisa
frase, riportata da Durando di Mende: "Né
Cristo né gli Apostoli istituirono
la Messa" .
- Nel secolo XVI, nel non celato desiderio
di abbattere la maggiore difesa del papato,
avanzarono speciosi argomenti biblici per
scuotere la fede nell'origine divina della
Messa.
- Il protestantesimo liberale e il razionalismo,
con tattica nuova, hanno tentato di eliminare
tutto il fenomeno eucaristico.
Dopo questo brevissimo accenno agli errori
sino al protestantesimo, riprendo a chiarire
la dottrina cattolica.
Il Concilio di Trento (Sess. XII, cann. 1-
4), fissò il pensiero della Chiesa
nelle dense e lapidarie formule, con le quali
condannò tutte le sfumature dell'errore
protestante.
Non
cattolico.Tu parli con tanta
sicurezza e albagia ... ma, dimmi, quali sono
le prove bibliche che mi porti su quanto vai
affermando?
Cattolico.
Ti rispondo con piacere perchè
la Chiesa cattolica basa tutta la sua fede
nella Rivelazione. Come già ho accennato
al principio di questo argomento, nell'A.
Testamento i Padri hanno riscontrato figure
e allusioni al Sacrificio eucaristico. Oggi
si considerano vere profezie della S. Messa
due testi, sui quali è concentrata
l'attenzione della Chiesa e dei teologi: Salino
109,4: “Tu sei sacerdote in eterno secondo
l'ordine di Melchisedech". Questo salmo,
che da tutti è ritenuto messianico
afferma tre cose: Cristo è sacerdote
e pertanto offre il sacrificio; Egli compirà
questa funzione sacerdotale per sempre; la
sua offerta sacrificale sarà fatta
secondo il rito di Melchisedech (Gen 14,18).
L'inciso "ed era sacerdote dell'Altissimo"
suggerisce l'idea di una oblazione sacrificale
di pane e vino, fatta da Melchisedech per
la vittoria di Abramo...
Tale profezia si può ritenere pienamente
verificata soltanto nell'ipotesi che la Messa
sia un vero sacrificio; infatti solamente
nella quotidiana offerta del pane e dei vino
consacrati, Cristo appare sacerdote che offre
perpetuamente un sacrificio secondo il rito
di Melchisedech.
Nel secolo V a.C., il profeta Malachia, riprendendo
la tiepidezza dei sacerdoti dell'A. Testamento,
che offrivano roba di scarto (animali ciechi,
zoppi), così si esprime: “Io non sono
contento di voi, dice il Signore degli eserciti,
io non accoglierò più il sacrificio
delle vostre mani, perchè dall'Oriente
all'Occidente il mio nome è grande
fra le genti e in ogni luogo si sacrifica
e si offre al mio nome un'oblazione pura,
poichè grande è il mio nome
fra le genti, dice il Signore degli eserciti”
(Mal 1, 10-11).
In questa profezia si parla di un vero sacrificio,
che sarà offerto nell'età messianica,
caratterizzata dall'abrogazione del levitismo,
dalla universalità e dalla santità.
La visione profetica di Malachia che vede
l'offerta, il sacrificio puro all'unico Dio,
ha il suo compimento perfetto nella Messa,
che da ogni punto della terra e da tutte le
stirpi è offerta come “ostia immacolata"
al Signore.
Il Nuovo Testamento offre indizi certi e apodittiche
testimonianze. Nell'Ultima Cena Gesù
compì un vero sacrificio quando disse
che il suo Corpo era “dato”, ed il suo Sangue
era "versato". Queste due espressioni
nello stile biblico, anche separatamente prese
(vedi Is 53,12; Mt 20,28; Rm 8,12; Gal 1,4;
2,20; Ef 5,25; 1 Tm 2,6; Tit 2,14; Eb 10,10;
per l'effusione del sangue, vedi Rm 3,25;
5,9; Ef 1,7; 1 Cor 14,20; Eb 9,7; 1 Pt 1,
19; 1 Gv 1,7), indicano sempre un'immolazione
sacrificale. Né si può ritenere
che Gesù volesse alludere all'imminente
sacrificio della Croce, poichè è
al presente che Egli parla: "viene dato"
(il suo corpo), “viene effuso" (il suo
sangue). Quindi tutto si riferisce a quanto
avveniva nel momento in cui Gesù parlava.
Proprio in quell'istante Cristo diede l'ordine
di rinnovare quel rito sacrificale: “fate
questo in memoria di me" (Lc 22,19).
La Chiesa pertanto, ripetendo il gesto eucaristico
del suo Fondatore, compie, un vero e proprio
sacrificio, quello stesso che offrì
Gesù. Questa interpretazione sacrificale
dell'Ultima Cena viene efficacemente confermata
da altre espressioni del contesto di Lc 22,19:
“che per voi è dato".
Il Corpo del Signore non viene soltanto offerto
in cibo ai discepoli, ma anche dato per loro:
evidente allusione al carattere sacrificale
del rito.
Lo, stesso dicasi del Sangue che "per
voi viene effuso" (Lc 22,20). Nello stesso
inciso si considera stabilita la Nuova Alleanza
nel Sangue eucaristico, con manifesta allusione
ad Es 28,8. Le due Alleanze sono viste nella
prospettiva sacrificale dell'effusione del
sangue delle vittime. In questo stesso sfondo
l'Eucaristia è considerata come la
nuova Pasqua, la quale, nel Sangue dell'unico
Agnello che toglie il peccato del mondo (Gv
1,29), fa cessare gli innumerevoli sacrifici
della Legge.
S. Paolo (1 Cor 10,20-21) affianca le testimonianze
evangeliche: “…No, ma dico che i sacrifici
dei pagani sono fatti a demoni e non a Dio.
Ora, io non voglio che voi entriate in comunione
con i demoni; non potete bere il calice del
Signore e il calice dei demoni; non potete
partecipare alla mensa del Signore e alla
mensa dei demoni".,
L’Apostolo, stabilendo un'antitesi tra i riti
pagani e quelli cristiani, riconosce presso
entrambi l'esistenza di un sacrificio.
Un'altra trasparente allusione al Sacrificio
della Messa è in Eb 13,10: "Noi
abbiamo un altare dei quale non hanno alcun
diritto di mangiare quelli che sono al servizio
del Tabernacolo". Infatti il realistico,
verbo "mangiare" porta spontaneamente
il pensiero all'altare eucaristico, dove realmente
la vittima è consumata, piuttosto che
all'altare della Croce, la cui vittima può
dirsi mangiata soltanto metaforicamente. Cosi
come giacciono le parole (Eb 13,10), c'è
l'allusione al culto e sacrificio eucaristico
a confronto con quelli levitici dell'A. Testamento
(Tabernacolo).
Non
cattolico.Dici molte cose, però
a me risulta che la dottrina della Messa,
come è oggi insegnata dalla Chiesa,
è sorta col Conc. del Laterano del
1215, come già ti ho fatto notare.
Cattolico.
Ancora una volta ti sbagli. Sappi che la Chiesa,
obbediente al comando del Signore “Fate questo
in memoria di me" Lc 22,19; 1 Cor 11,24),
subito celebrò l'Eucaristia a Gerusalemme
(At 2,42), a Troade (At 20,7-11), a Corinto
(1 Cor 10,11) e in tutti i luoghi delle sue
conquiste. Fin dal principio circondò
il rito della frazione del pane di cerimonie
e di preghiere, nelle quali, in forma semplice,
venne espressa la fede comune che rivive l'indole
sacrificale del culto eucaristico. La Didachè
(14,1-3) affermò che l'Eucaristia è
il sacrificio predetto da Malachia. S. Giustino
ne fornì la prima descrizione liturgica.
Con S. Ippolito ne viene introdotto il ricordo
nel primo Canone romano, e con Serapione nasce
la prima anafora orientale.
I SS. Padri d'accordo con la tradizione liturgica
e con i dati neotestamentari, offrono una
testimonianza particolareggiata sull'indole
sacrificale dell'Eucaristia e sui suoi elementi
costitutivi. Essi ritengono che la S. Messa
è un vero e proprio sacrificio (S.
Ireneo); predetto e prefigurato nel Vecchio
Testamento (Didaché, S. Giustino, S.
Ireneo, S. Cipriano, S. Agostino); istituito
da Gesù Cristo nell'Ultima Cena (S.
Ireneo, San Cipriano, Eusebio di Cesarea);
Cristo realmente presente sotto le specie
dei pane è il sacerdote e la vittima
del sacrificio eucaristico (S. Efrem, S. Agostino);
come sacerdote offre invisibilmente (S. Gregorio
Nisseno).
L’opera misteriosa dell'Offerente divino appare
esternamente attraverso l'oblazione sensibile
dei suoi ministri (S. Cipriano, Ep. 63,14,
PL 4,385; S. Ambrogio, Enarr. in Ps., 38,25,
PL 14,1051-52); come vittima è nuovamente
immolato incruentemente, misticamente, nel
Sacramento, nel mistero (Tertulliano, De Pudicizia,
9 PL 2, 1050; S. Gregorio Nazianzeno, Ep 171,
PG. 37,279; S. Gregorio Nisseno, Pregh. nella
Risurrezione di Cristo, 1 PL 46,61 l; S. Cirillo
di. Gerusalemme, Catech., 23,10 PG 33,1118;
S. Ambrogio, De Officiis, 1,48 PL 16,94, S.
Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, 3,4 PG
48,642).
L’immolazione incruenta e sacramentale rappresenta
la morte cruenta del Calvario e ne rinnova
perennemente la memoria: ci parlano di ciò
S. Cipriano, Serapione di Thmuis, S. Agostino.
Alla fine del secolo VI, S. Gregorio Magno,
adunando tutti gli elementi della Tradizione,
costruì una sintesi particolarmente
felice su tutto l'argomento che sto trattando.
Non
cattolico.Troppe cose stai dicendo
che forse sono incontrollabili e forse anche
inutili dal momento che i teologi della Chiesa
romana non sono tutti d'accordo su questa
dottrina.
Cattolico.
Si, hai ragione, sto dicendo troppe cose.
Ma non sei stato tu a dirmi che la dottrina
della Chiesa cattolica sull'Eucaristia è
nata nel 1215? Ebbene io ti stavo rispondendo
con la storia alla mano per dimostrarti che
quel che dici non risponde alla realtà.
Per quanto riguarda il disaccordo di alcuni
teologi so che esso è esistito e forse
ancora resta qualche dissidente; ma non c'è
da meravigliarsi, dal momento che tutto il
protestantesimo pure si professa cristiano,
ma in pratica non crede alle parole di Gesù.
E' facile capire che, data la profondità
del mistero, di tanto in tanto, c'è
qualche spirito che va in crisi. Infatti certe
correnti teologiche vorrebbero modernizzare
la dottrina cattolica sull'Eucaristia. Sembra
ad esse, che il dogma della presenza reale
come è inteso fino ad oggi, sia inteso
troppo rozzamente, popolarmente. Riprendendo
l'accusa di fisicismo, già rivolta
al dogma della presenza reale, vorrebbero
dame una interpretazione a loro avviso più
elevata, più spirituale: e se essa
si presenta come troppo difficile e astrusa
amano ripetere: "questa verità
non è per le masse".
Già Pio XII nella Enciclica Humani
generis (22.9.1956) aveva avvertito il sorgere
di tali tendenze che volevano giustificarsi
con il motivo che “la dottrina della transustanziazione
è fondata sopra una nozione della sostanza
antiquata e perciò da emendare";
e nel discorso al Congresso di liturgia di
Assisi aveva preso ad esaminare un'interpretazione
che le si voleva sostituire, secondo la quale
la presenza del Cristo nell'Eucaristia. non
sarebbe già per la transustanziazione,
ma per una speciale relazione, reale ed essenziale,
che le specie verrebbero ad acquistare con
il Corpo di Cristo presente nel cielo. Il
pontefice esprime le sue preoccupazioni, constatando
che tale interpretazione ben difficilmente
si accorda con le parole di Cristo "questo
è il mio corpo", e che essa “fa
uscire - per così esprimersi - il Cristo
dalla Eucaristia e finisce per lasciare nel
Tabernacolo null'altro che le specie eucaristiche,
per quanto aventi una relazione - cosiddetta
reale ed essenziale - col Signore che realmente
è nel cielo".
Non
cattolico.Però i concetti
di queste nuove teorie sembrano rispondere
meglio alle vedute umane.
Cattolico.
Può darsi. Ma chi aderisce alla rivelazione,
in corti momenti se non mette da parte le
vedute umane per guardare con occhio soprannaturale
alcuni punti della divina parola, non ci capirà
più niente.
Infatti, certi teologi dicono che il concetto
di sostanza è legato ad una filosofia
superata e perciò, per ragioni pastorali,
occorre procedere agli opportuni emendamenti
in quanto la mentalità moderna è
sempre più critica e personalistica.
E allora, bisogna tentare di sganciare il
dogma da una formula consunta, esprimerlo
in modo migliore per renderlo più accetto
al mondo di oggi.
Questi teologi, in generale, sono mossi da
legittime intenzioni e protestano di accettare
il dogma della presenza reale. Solo vorrebbero
- e pretenderebbero di aver raggiunto lo scopo
- dare di esso un’interpretazione oggettivamente
migliore e soggettivamente più conforme
alle esigenze del pensiero moderno. Vediamo
di che cosa si tratta.
I nuovi teologi muovono dalla tendenza moderna
di accentuare la centralità della persona
in tutta la sfera umana. Essi vorrebbero presentare
il mistero eucaristico in funzione della filosofia
esistenzialistica. Secondo tale filosofia
la presenza di una persona è realizzata
non tanto in grazia dell'in sé e per
sé, ma essenzialmente in grazia del
"per altri". Orbene, i nuovi teologi
pongono alla base della loro spiegazione,
non il significato entitativo che il pane
riceve dalla sua natura di pane (1 "in
sé" del pane), ma il significato
antropologico che esso riceve dal riferimento
all'uomo (il "per altri" del pane).
Questo sarebbe il significato più profondo
e addirittura il significato costituente l'autentica
realtà umana del pane.
La realtà fisico-chimica del pane (e
similmente dei vino) acquista un suo significato,
nel senso di una sua realtà umana,
attraverso la determinazione che ne fa l'uomo.
Ora poi nella trasformazione eucaristica il
pane non subirebbe cambiamento nella sua realtà
fisico-chimica di pane, ma nella sua realtà
umana, ossia nel suo significato rispetto
all'uomo, in quanto, per la volontà
di Cristo attualizzata dal sacerdote, il pane
e il vino, diventano segno del dono che Cristo
fa di sé in nutrimento della vita soprannaturale.
Come i cibi volgari, sulla mensa dell'ospite
cessano di essere cibi volgari e diventano
il segno del suo amore e della sua presenza
amorosa, similmente - in qualche modo - succederebbe
per il pane e il vino eucaristici.
Il pane subirebbe non già una transustanziazione
- cambiamento di sostanza -, ma una transignificazione
- cambiamento del profondo significato -.
Non molto diversa è la transfinalizzazione.
Come ogni cosa, anche pane e vino hanno un
fine naturale, che scaturisce cioè
dalla loro natura voluta da Dio, e li caratterizza
come pane e vino.
Questi fini naturali consistono nell'essere
nutrimento all'uomo. Mutare questo fine profondo
è come mutare il loro essere profondo,
la loro natura. Ciò succederebbe nell'Eucaristia,
dove pane e vino acquisterebbero, per volontà
di Cristo, il nuovo fine di renderlo presente
in atto di offerta e sacrificio a Dio. Anche
qui dunque, non già transustanziazione
(cambiamento di sostanza), ma transfinalizzazione
- ossia cambiamento della finalità
profonda.
Secondo questi teologi transignificazione
e transfinalizzazione avrebbero il vantaggio
di esprimere la presenza del Signore in termini
di persona, mentre la transustanziazione la
esprimerebbe in termini di cosa, e quindi
in una maniera meno appropriata. Queste due
interpretazioni, indicate nelle loro linee
essenziali - ma che variano anche notevolmente
presso i vari teologi - hanno simile la motivazione
e l'argomentazione. Hanno però simile
anche il lato contestabile. Ambedue, infatti,
venendo incontro all'esigenza personalistica
come é espressa nelle filosofie odierne,
condividono di esse la diffidenza ontologica
e le preferenze soggettivistiche. Il significato
ed il fine, che le cose hanno in rapporto
all'uomo e ricevono dalla determinazione dell'uomo,
par tali teologi sono talmente importanti,
da potersi dire che addirittura costituiscono
la realtà più profonda e più
vera delle cose. Come è chiaro, qui
viene minimizzato e addirittura obliterato
l'aspetto oggettivo, entitativo, che le cose
hanno per se stesse, per loro natura. Ma finchè
distinte rimangono la realtà e la sostanza
del pane dal significato che esso può
ricevere e dal fine cui esso può venir
piegato sia dall'intenzione dell'uomo sia
dalla volontà di Dio, transfinalizzazione
e transignificazione non potranno equivalere
a transustanziazione.
Non
cattolico.Non ti nascondo che
queste teorie effettivamente esprimono realtà
più umane ed accettabili. Come mai
la Chiesa cattolica le respinge?
Cattolico.
La ragione è molto semplice: perchè
esse non rispondono alla mente di Cristo e
alle parole lasciateci dagli scrittori sacri.
Se, infatti, transignificazione e transfinalizzazione,
sono quello che abbiamo detto, che senso può
ancora avere la solenne definizione tridentina
che afferma nel mistero eucaristico aver luogo
una “mirabile e singolare conversione di tutta
la sostanza del pane nel corpo e di tutta
la sostanza del vino nel sangue di Cristo"
? Come possono le parole "significato"
e "fine" soggettive, assumersi come
equivalenti delle parole “sostanza" e
"realtà" oggettive? Come
può dirsi che il cambiamento di significato
e di fine equivalga al cambiamento della sostanza,
e che per il fatto che pane e vino significano
il corpo e il sangue o hanno per fine la presenza
di Cristo nell'anima, per questo fatto si
possa dire che in essi è contenuto
"veramente, realmente, sostanzialmente"
Cristo?
Non
cattolico.Nonostante tutto quello
che dici, io ammiro l'audacia e anche la profondità
di questi nuovi teologi.
Cattolico.
Già ti ho detto che le intenzioni di
tali autori, sono rette; ma esse finiscono
con lo svuotare di significato quella presenza
reale che pure volevano rendere intelligibile;
non riescono, quindi a distinguersi dalle
interpretazioni puramente simboliche. "Senza
dubbio - dice la Mysterium Fidei, 24, di Paolo
VI - le specie del pane e del vino, avvenuta
la transustanziazione, acquistano un nuovo
significato e un nuovo fine, non essendo più
l'usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno
di una cosa sacra e il segno di un alimento
spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato,
e nuovo fine, in quanto contengono una nuova
realtà che giustamente nominiamo ontologica"
ed è realtà del Corpo e del
Sangue di Cristo. Come a proposito del simbolismo,
non si nega che l'Eucaristia sia simbolo,
ma si nega che si riduca a simbolo; così
a proposito della transignificazione e della
transfinalizzazione, non si nega che il pane
e il vino consacrati acquistino un nuovo significato
o un nuovo fine, ma si nega che in tal nuovo
significato e in tal nuovo fine la trasformazione
eucaristica si risolva e consista. Anche qui
- come si è visto per il simbolismo
- si passa dal pane e vino significanti, alla
grazia significata, mettendo fra parentesi
la realtà del Cristo che è,
viceversa, la singolarissima caratteristica
esclusiva di questo Sacramento.
Non
cattolico.A me pare che la Chiesa
cattolica sia troppo esigente e cada nel difetto
del formalismo.
Cattolico.
Attenzione, caro fratello. Qui non si tratta
di formalismo ma di sostanza e di essenza.
Il Magistero ammette, in linea di principio
la perfettibilità delle formule dogmatiche,
ma richiama contemporaneamente gli studiosi
ad una grande prudenza, perchè troppo
facilmente il cambiamento delle formule e
delle parole non è senza cambiamento
del contenuto e del senso del dogma definito.
Ciò è da ripetersi, con più
forte ragione, a proposito del mistero eucaristico.
Dice Paolo VI (M. Fidei, 9): "Salva l'integrità
della fede, è necessario serbare anche
un esatto modo di parlare, affinchè
usando parole incontrollate non ci vengano
alla mente ... false opinioni riguardo alla
fede dei più alti misteri". Questo
spiega la tenace insistenza con cui il Magistero
ha sempre difeso l'uso della parola tridentina
"transustanziazione". La ripete
Pio XII nella Humani generis, la ribadisce
nella Medator Dei, la riprende Paolo VI nella
Mysterium Fidei. Lo stesso pontefice (Paolo
VI), parlando in una udienza generale, a proposito
dello zelo della Chiesa nel conservare l'integrità
del messaggio rivelato, ebbe a dire: “Le formule
stesse in cui la dottrina è stata meditatamente
e autorevolmente definita non si possono abbandonare:
a questo riguardo il Magistero della Chiesa,
anche a costo di sopportare le conseguenze
negative dell'impopolare involucro della sua
dottrina, non transige, non può fare
altri menti. Gesù stesso, dei resto,
ha sperimentato la difficoltà del suo
insegnamento" (4.12.968). A costo dell'impopolarità:
la Chiesa non cerca la popolarità,
ma insegna la verità. In conclusione,
non sembra che si debba fare un grande guadagno
sostituendo la parola "transustanziazione"
con "transignificazione" e "transfinalizzazione",
che sono parole, certamente, non meno oscure
e misteriose e non meno strane e incomprensibili
della parola "transustanziazione",
la quale, d'altra parte, tutt'altro che strana
e inconsueta, suona ben familiare alle orecchie
dei fedeli: essi infatti la imparano fin dai
primi momenti della loro educazione catechistica.
Non
cattolico. Dammi una risposta
breve e precisa: per te cos'è la S.
Messa, l'Eucaristia? A me sembra un'assurdità
seguire la dottrina della Chiesa cattolica.
Cattolico.
Carissimo, qui si pone il dilemma: o credere
ai sensi o credere alla parola di Cristo.
Non è dissennatezza, perchè
non è dissennata la fede. Chi potrà
infatti censurare l'assoluta libertà
divina? Chi potrà porre dei limiti
alla divina onnipotenza, che è onnipotenza
creatrice? In nome di che cosa potrebbe la
mente umana insorgere e dire: impossibile?
Essa può stare tranquilla, poichè
non si tratta di un assurdo, ma di un mistero.
Assurdo sarebbe se il pane fosse insieme Corpo,
di Cristo ossia non pane, e il vino fosse
insieme Sangue di Cristo, ossia non vino.
Non è questa la fede cattolica: nell'ostia
c'è Cristo e non il pane; nel calice
c'è Cristo e non il vino. Del pane
e del vino restano solo le apparenze.
Non
cattolico.Ma come è possibile
questo che dici?
Cattolico.
Scusami, qui siamo nel divino e, quindi, nel
mistero. Perchè tu non lo vedi possibile,
potrai forse dirlo impossibile? Seguendo l’insegnamento
dei Padri, dei Dottori, dei Concili e dei
Pontefici, Paolo VI nella Misterium Fidei,
25, ci risponde: "La potenza che opera
questo prodigio è la stessa potenza
di Dio, quell'onnipotenza cioè che
al principio del tempo ha creato dal nulla
l’universo".
Sarà più facile creare che trasformare?
Come dice S. Ambrogio: “La parola di Cristo,
che ha potuto fare dal nulla ciò che
non esisteva, non potrà mutare le cose
che esistono in ciò che non erano?
Non è infatti minor cosa dare a un
essere una propria natura, che cambiargliela”
(cit. in M.F., 27).
La Scienza nel suo progresso non continua
forse a smentire le sue stesse sentenze? Non
ha ormai chiara coscienza che ogni piccolo
segreto che riesce a strappare alla natura,
se risolve alcuni problemi, ne pone molti
altri? Sicché il progresso del sapere
è insieme il progresso nella coscienza
dei non sapere? E in nome di questa piccola
e oscillante luce del nostro sapere, oseremmo
avanzare riserve sull'immensa luce del sapere
divino?
Vale qui il monito di S. Paolo: “E chi sei
tu, o uomo, che pretendi discutere con Dio?
(Rm 9,20).
L’Eucaristia è il mistero della fede
anche nel senso che con l'accettare questo
mistero, la fede rivela, più che in
altri misteri, la sua vertiginosa audacia,
che scommette tutto e solo sulla parola di
Cristo.
Non
cattolico.Più ti ascolto
e più mi vengono dubbi. Com'è
questa presenza di Cristo sotto le specie
del pane? Vuoi dirmelo?
Cattolico.
Certamente non è il modo della nostra
comune esperienza, secondo la quale un corpo
è presente a un altro corpo per l'applicazione
delle sue dimensioni alle dimensioni di questo
altro corpo.
Non
cattolico.E come è? Dimmelo.
Cattolico.
Su questo punto i teologi hanno disputato
e disputano ancora. Però si può
dire che dal concetto di transustanziazione,
usato dal Magistero, ci può venire
anche una generica indicazione circa il modo
di questa presenza di Cristo. Cristo è
presente come è presente la sostanza:
ad modum substantiae, in quel modo con cui
è presente la sostanza, ossia in modo
diverso da come è presente la quantità,
le dimensioni. Così col crescere o
diminuire della quantità di pane, per
es., non cresce o diminuisce la sostanza pane
come tale. E' uguale la sostanza pane in un
piccolo pane e in un grosso pane.
E nel pane la sostanza si trova identicamente
in ciascuna delle sue parti, sicchè
non si moltiplica né si divide la sostanza,
moltiplicandosi o dividendosi la pagnotta.
Così moltiplicando l'ostia non si moltiplica
il Corpo di Cristo, né dividendo l'ostia
si divide il Corpo di Cristo, né muovendosi
l'ostia si muove il Corpo di Cristo. E questo
perchè, come ho detto, Cristo è
presente non secondo il modo della quantità,
ma della sostanza, per cui si moltiplica la
sua presenza sacramentale. La presenza di
Cristo è unica e mirabile; tuttavia
possiamo trovare qualche analogia.
Possiamo, per es., paragonare il modo di essere
presente del Corpo di Cristo nell'Eucaristia
col modo con cui sono presenti nelle cose
materiali le realtà immateriali. Così,
per es., il pensiero di chi scrive è
presente nello scritto, ma non diventa né
grande né piccolo con una scrittura
grande o piccola, né si moltiplica
moltiplicando lo scritto o si divide lacerandolo,
e simili.
Si tratta solo di analogia, perchè
il modo della presenza di Cristo nel Sacramento
è un modo unico e speciale, esclusivo
di questo Sacramento: lo si suole denominare
appunto "presenza sacramentale".
Pensando appunto che il Corpo di Cristo sotto
le due specie vi si trova ad modum substantiae,
si può intravedere la plausibilità
di quanto asserisce il Concilio Tridentino:
e cioè che "nel mirabile Sacramento
dell'Eucaristia Cristo è contenuto
tutto intero sotto ciascuna specie e sotto
ogni singola parte della specie separata dalle
altre" (D.B. 885).
Non
cattolico.In base a quello che
stai dicendo, io ti domando: perchè
è stato soppresso il calice al popolo?
Non possiamo accettare che il popolo venga
privato della partecipazione al calice. Non
sai che Gesù ha esplicitamente invitati
i discepoli a bere tutti dal calice? La Chiesa
cattolica adduce motivi di igiene e di riverenza,
mentre né Gesù né gli
apostoli avevano pensato a tali inconvenienti.
Se il rito fosse completo con il solo pane,
i sacerdoti non dovrebbero neppure loro bere
il vino.
“Chiedo dunque che mi si spieghi - scrive
- va Lutero - perchè ai laici è
lecito dare una parte del sacramento, e solo
ad essi è permesso darlo non completo.
Non ammettono forse, per la loro stessa testimonianza,
che ovvero ai laici si concedono le due specie,
ovvero ad essi non è dato il vero sacramento?
In che modo per i preti una sola specie non
costituisce il sacramento e per i laici si?"
(M. Lutero, De Captivitate Babilonia Ecclesiae,
Praeludium, Weimar, VI, pp. 497-573; cit.
da: G. Alberigo, La Riforma Protestante, Milano,
Garzanti, 1959, p. 83).
Dimmi infine: perchè nella stessa Chiesa
cattolica in Oriente, oggi ancora si celebra
la messa distribuendo ai fedeli il pane e
il vino a differenza delle Chiese latine?
(vedi: P. Gaspari (card.), Catéchisme
catholique, Chabeuil, Ed. Nazareth, 1959,
p. 159).
Cattolico.
Cercherò di rispondere nel miglior
modo a queste tue osservazioni cercando, con
la logica e con la verità di soddisfare
e risolvere le difficoltà da te poste.
E' vero che Gesù disse: "Se non
mangerete la carne... e non berrete il sangue...";
ma è pur vero che in quelle stesse
circostanze disse più volte: "In
verità, in verità vi dico: non
Mosè vi ha dato il pane dal cielo,
ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo,
quello vero; il pane di Dio è colui
che discende dal cielo e dà la vita
al mondo" (Gv 6,22-23); " ... Gesù
rispose: Io sono il pane della vita; chi viene
a me non, avrà più fame e chi
crede in me non avrà più sete"
(Gv 6,35); “Io sono il pane della vita...
questo è il pane che discende dal cielo...
lo sono il pane vivo disceso dal cielo. Se
uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è
la mia carne per la vita del mondo" (Gv
6,48-51); “Come il Padre, che ha la vita,
ha mandato me, e io vivo per il Padre, così
anche colui che mangia di me vivrà
per me. Questo è il pane disceso dal
cielo... Chi mangia questo pane vivrà
in eterno" (Gv 6,57-58). Quindi, senza
fare alcun riferimento al calice contenente
il Suo Sangue.
Poi non è vero che la comunione senza
il calice sia una comunione incompleta; perchè
dopo la consacrazione, sia sotto le specie
del pane, sia sotto le specie dei vino, vi
è Gesù Cristo tutto intero.
Infatti, è impossibile separare il
Sangue di Cristo dal Suo Corpo, dalla Sua
Anima e dalla Sua Divinità. E questo
in forza di quella concomitanza che tiene
indissolubilmente uniti il Corpo, il Sangue,
l'Anima e la Divinità di Gesù
Cristo. Di conseguenza, chi riceve la comunione
sotto una sola specie riceve Gesù Cristo
tutto intero, e deve affermare di mangiare
la Sua Carne e di bere il Suo Sangue.
Infine, storicamente non è vero che
nella Chiesa primitiva l'uso del calice dato
ai laici fosse universale. Dalle testimonianze
dei più antichi Padri risulta che la
comunione era data anche sotto una sola specie.
Così S. Cipriano e Tertulliano ci informano
che i fedeli nei giorni di domenica portavano
a casa l'Eucaristia senza il calice per comunicarsi
negli altri giorni della settimana, e questo
specialmente nei tempi di persecuzione; anche
gli ammalati si comunicavano, generalmente,
sotto la specie del pane. E S. Basilio ci
attesta che i solitari che vivevano lontani
dalle città solevano portare con sé
per vari mesi la SS. Eucaristia, sotto la
sola specie del pane.
I motivi per i quali la Chiesa Romana proibisce
il calice ai laici sono: il pericolo di spargere
il Sangue prezioso, e la ripugnanza dei fedeli
nel bere allo stesso calice. Motivo principale
però fu quello appunto di combattere
l'errore degli eretici, che la comunione sotto
una sola specie sia incompleta e che Gesù
Cristo abbia ordinato di comunicarsi sotto
tutte e due le specie.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n.
1390, p. 361, così si esprime: “In
virtù della presenza sacramentale di
Cristo sotto ciascuna specie, la comunione
con la sola specie del pane permette di ricevere
tutto il frutto di grazia dell'Eucaristia.
Per motivi pastorali questo modo di fare la
Comunione si è legittimamente stabilito
come il più abituale nel rito latino.
Tuttavia la santa Comunione esprime con maggior
pienezza la sua forma di segno, se viene fatta
sotto le due specie. In essa risulta infatti
più evidente il segno del banchetto
eucaristico" (Principi e norme per l'uso
del Messale Romano, 240).
Non
cattolico.Mi pare che tu sia
incerto, o la stessa dottrina cattolica è
incerta. Un pò mi dici che la Comunione
è fatta sotto una specie e un pò
ammetti pure che fatta sotto le due specie
rende più evidente il segno del banchetto
eucaristico. Dunque, perchè la Chiesa
Cattolica proibisce il calice?
Cattolico.
Il Concilio di Trento - per rispondere anche
alle varie obiezioni - definì sotto
l'aspetto dottrinale i seguenti punti: a) non esiste né precetto
divino, né alcuna necessità
per la salvezza eterna che obblighi i laici
e i chierici non concelebranti alla Comunione
sotto le due specie; b)la pratica introdotta dalla
Chiesa latina di dare ai laici la Comunione
sotto una sola specie è fondata sopra
giusti e ragionevoli motivi. (sess. XXI, cann.
1 e 2). Lo stesso Concilio deferì al
Papa la decisione se assecondare le pressanti
domande dell'imperatore Ferdinando I perchè
fosse concesso nei suoi stati il calice ai
laici. Pio IV, nel 1564, autorizzò
alcuni vescovi tedeschi a concederla nella
loro diocesi, però sotto determinate
condizioni; ma la concessione, che parve da
principio assai promettente, non tardò
a generare tali inconvenienti, che la si dovette
ritirare nel 1571 per la Baviera, nel 1584
per l'Austria, nel 1621 per tutti gli altri
stati (Pastor, VII, p. 357 ss.; S. Ehses,
VIII, pp. 529-909).
Non
cattolico.Allora il sacerdote
può consacrare anche una sola specie
e comunicarsi di essa.
Cattolico.
Come ho già detto, la presenza del
Cristo tutto intero, con la Sua Carne e il
Suo Sangue si trova sotto ciascuna delle specie.
Perciò qualsiasi delle due specie si
riceva, si riceve tutto Gesù Cristo
e si adempie al suo precetto. Alla Comunione,
inoltre, Gesù annette, come frutto,
la vita eterna. Ora questo frutto è
promesso anche alla Comunione sotto una sola
specie; infatti Egli disse: “Io sono il pane
di vita;.... questo è il pane disceso
dal cielo, affinchè chi ne mangia,
non muoia" (Gv 6,48-50).
Nell'Ultima Cena Gesù, dopo il pane
consacrato, porse agli Apostoli il calice,
dicendo: "Bevetene tutti" (Mt 26,27);
e, finita la Comunione aggiunse: “Fate questo
in memoria di me” (Lc 22,29). Ma il comando
di bere il calice non era rivolto a tutti
i cristiani bensì al presenti all'Ultima
Cena; e l'aggiunta, “Fate questo in memoria
di me" esprime il potere concesso agli
Apostoli e ai loro successori di riprodurre
quello che Egli aveva fatto, offrendo, come
Lui, il Sacrificio Eucaristico (Conc. Trid.,
sess XXII, cap. 1, can. 2).
Ora questo sacrificio, riferentesi a quello
della Croce, esige di natura sua la consacrazione
distinta del pane e del vino e, come integrazione,
la Comunione dei celebrante sotto le due specie.
Ma la Comunione dei laici e dei chierici non
celebranti non appartiene né all'essenza
né alla integrità dei sacrificio.
La Chiesa cattolica, pur ammettendo che la
Comunione sotto le due specie rende più
evidente il banchetto eucaristico, ha ritenuto
opportuno, per tutte le ragioni di cui ho
fatto cenno, di permettere, consigliare e,
delle volte, anche obbligare, la Comunione
con una sola specie. Già da tempo però
- pur rimanendo sempre valida sotto una sola
specie - si usa fare la Comunione o per intinzione
o anche col calice. Gli inconvenienti, pur
con tutta l'attenzione e il rispetto alle
specie consacrate, non possono essere completamente
eliminati.
La Chiesa cattolica, peraltro, non critica
e non condanna quella Orientale per l'uso
della Comunione sotto entrambe le specie,
essendo essa più rappresentativa del
Sacrificio della Croce. Ma la Chiesa difende
la verità dogmatica, essere il Cristo
interamente sotto l'una e sotto l'altra specie,
sicchè chi riceve una sola specie riceve
lo stesso Cristo intero di chi riceve le due
specie. E se la legge liturgica nel passato
eliminò per i laici l'uso del calice
- per ragioni pratiche facilmente intuibili
- in nulla defraudò i laici quanto
alla natura, alla sostanza, agli effetti del
Sacramento, tutto dipendendo dalla presenza
reale del Cristo, che è la medesima
tanto in una sola specie quanto in ambedue.
Tutti sappiamo che le odierne disposizioni
liturgiche consentono ai laici in non poche
circostanze, la forma di Comunione sotto le
due specie come forma più eccellente
di partecipazione al Sacrificio Eucaristico.
Non
cattolico.Altra cosa che non
va è l'altare su cui viene celebrata
la Messa. L’altare è la tavola su cui
i pagani e i Giudei offrivano dei sacrifici
in espiazione dei loro peccati. Invece nei
nostri luoghi di culto non vi sono altari,
perchè il sacrificio di Cristo é
stato compiuto una volta per sempre e non
ha bisogno di essere ripetuto: "Cristo
non ha bisogno, come gli altri sommi sacerdoti,
di offrire dei sacrifici prima per i propri
peccati e poi per quelli del popolo, perchè
questo Egli ha fatto una volta per sempre,
quando ha offerto se stesso" (Eb 7,27).
Cattolico.
Ti rispondo con le parole del catechismo
della Chiesa cattolica (p. 357) e, quindi,
con una certa brevità: l’altare, attorno
al quale la Chiesa è riunita nella
celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta
i due aspetti di uno stesso mistero: l'altare
del sacrificio e la mensa del Signore, e questo
tanto più in quanto l'altare cristiano
è il simbolo di Cristo stesso, presente
in mezzo all'assemblea dei suoi fedeli sia
come la vittima offerta per la nostra riconciliazione,
sia come alimento ce leste che si dona a noi".
“Che cosa è l'altare di Cristo se non
l'immagine del Corpo di Cristo?" - dice
S. Ambrogio, e altrove: “l’altare è
l'immagine del Corpo [di Cristo], e il Corpo
di Cristo sta sull'altare".
La liturgia esprime in molte preghiere questa
unità del Sacrificio e della Comunione.
La Chiesa di Roma, ad esempio, prega così
nella sua anafora: Ti supplichiamo, Dio onnipotente:
fa che questa offerta, per le mani del tuo
Angelo santo, sia portata sull'altare del
cielo davanti alla tua maestà divina,
perchè su tutti noi che partecipiamo
di questo altare, comunicando al santo mistero
del Corpo e del Sangue del tuo Figlio, scenda
la pienezza di ogni grazia e benedizione del
cielo.
L’Eucaristia, poi, ripresenta il sacrificio
della Croce, perchè ne è il
memoriale e
perchè ne applica il frutto. Si, Cristo,
Dio e Signore nostro, anche se si sarebbe
immolato a Dio Padre una sola volta morendo
sull'altare della croce per compiere una redenzione
eterna, poichè, tuttavia, Egli resta
per sempre, possiede un sacerdozio che non
tramonta ed è sempre vivo per intercedere
per quelli che per mezzo suo si accostano
a Dio (cf Eb 7,24-27), nell'Ultima Cena, la
notte in cui fu tradito (1 Cor 11,23), volle
lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un
sacrificio visibile (come esige l'umana natura),
con cui venisse significato quello cruento
che avrebbe offerto una volta per tutte sulla
Croce, prolungandone la memoria fino alla
fine del mondo (cf 1 Cor 11,23), e applicando
la sua efficacia salvifica alla remissione
dei nostri peccati quotidiani (cf Concilio
di Trento, Denz. - Schonm., 1740, vedi Catechismo
della Chiesa Cattolica, p. 355).
Sant'Agostino ha mirabilmente riassunto questa
dottrina che ci sollecita ad una partecipazione
sempre più piena al sacrificio del
nostro Redentore che celebriamo nell'Eucaristia:
Tutta quanta la città redenta, cioè
l'assemblea e la società dei santi,
offre un sacrificio universale a Dio per opera
di quel Sommo Sacerdote che nella passione
ha offerto anche se stesso per noi, assumendo
la forma di servo, e costituendoci come corpo
di un Capo tanto importante... Questo è
il sacrificio dei Cristiani: “Pur essendo
molti, siano un solo corpo in Cristo"
(Rm 12,5); e la Chiesa lo rinnova continuamente
nel Sacramento dell'altare, noto ai fedeli,
dove si vede che in ciò che offre,
offre anche se stessa (S. Agostino, De Civitate
Dei, 10,6).
Non
cattolico.Sappi che, contrariamente
a quanto dicono e credono i cattolici, i Protestanti
alla Conferenza mondiale di Losanna hanno
fatto le seguenti dichiarazioni: “Noi crediamo
che il nostro Signore è presente nella
Santa Cena. In essa noi comunichiamo con Dio,
nostro Padre, e con Gesù Cristo, Suo
Figlio e nostro Signore glorificato. Egli
è il nostro medesimo Pane, dato per
la vita del mondo, il quale sostiene la vita
di tutti, quelli che gli appartengono, cosicché
noi siamo in comunione con tutti quelli che
sono uniti a Lui. Noi affermiamo concordemente.
che il sacramento della Santa Cena è,
nella Chiesa, l'atto di culto più solenne,
per mezzo del quale noi commemoriamo e annunziamo
la morte espiatrice del Signore. Esso è
anche un sacrificio di lode, di azioni di
grazie e un solenne atto di consacrazione
dell'individuo. Vi sono fra noi delle divergenze
di vedute... ma riconosciamo d'altra parte
che la realtà della presenza divina
in questo sacramento non può essere
pienamente concepita, né espressa adeguatamente
dall'intelletto umano".
Cattolico.
Le dichiarazioni fatte a Losanna dai Protestanti
possono sembrare belle parole, ma praticamente
rinnegano il dogma cattolico dell'Eucaristia.
Intanto sappiamo che Lutero rinnegò
il sacerdozio ministeriale, e questo fatto
basterebbe da solo a farci capire lo spirito
delle dichiarazioni di Losanna. Mancando il
sacerdote consacrante non c'è neppure
la presenza e la realtà sacramentale
di Cristo. Il sacerdote celebra la S. Messa
come incaricato dalla Chiesa; celebra in persona
non solo del Cristo, ma della Chiesa, per
cui ogni celebrazione è un atto di
culto ufficiale, pubblico, quindi azione di
Cristo nella Chiesa; poichè l'essenza
della S. Messa è il sacrificio della
Croce rinnovato, e operato da Cristo in redenzione
di tutti. La Chiesa lo offre infatti a nome
di tutti i fedeli e per le necessità
di tutti i fedeli.
Sappiamo, noi cattolici, che non c'è
stato mai nessun tempo in cui la Chiesa -
secondo le previsioni di Cristo - non fosse
disturbata dalle eresie. Abbiamo trovato dei
cenni di eresie eucaristiche già in
S. Cipriano; la Messa fu il bersaglio degli
Albigesi nel sec. XII e, due secoli dopo,
dei seguaci di Wicleff. Ma il grande assalto
contro la Messa fu opera delle varie sette
protestanti nel sec. XVI. Era logico che,
rinnegato il sacerdozio ministeriale fosse
anche abolito il sacrificio eucaristico. Ho
trovato scritto che "Nessuna eresia può
essere logica fino in fondo e dal principio
alla fine. Questo è un privilegio esclusivo
della vera fede. Ma nessuna eresia può
essere del tutto illogica, se vuoi avere qualche
possibilità di vivere, specialmente
in una età, come era quella del sec.
XVI, quando si dava ancora molta importanza
al pensiero umano logico e ragionato"
(cf Enc. della Dottrina Cattolica, Ed. Paoline,
p. 1010). Così, una volta che i protestanti
ebbero adottato la dottrina della giustificazione
mediante la sola fede e fatto man bassa della
realtà della grazia santificante, come
vita soprannaturale dell'anima, non si poteva
fare a meno di disfarsi della fede nei sacramenti
come mezzi operanti della grazia. Così
se ne dovevano andare la presenza reale e
la transustanziazione, e l'Eucaristia doveva
perdere del tutto il suo carattere sacrificale,
per essere ancora conservata, caso mai, come
un semplice memoriale dell'Ultima Cena, dove
l'anima si sente mossa alla preghiera e messa
in grado di entrare, in qualche modo, in comunione
con Gesù Cristo. Ci furono anche degli
altri motivi, meno rispettabili che non le
esigenze della logica, che mossero i "riformatori"
ad abolire la Messa, ma questi appartengono
alla storia. Resta il fatto che la fede nella
Messa divenne in massima parte la pietra di
paragone dell'ortodossia cattolica e che nei
secoli seguenti di controversia col protestantesimo
essa ha messo alla prova tutta la capacità
e buona volontà dei teologi che hanno
il compito di difenderla. Era naturale che
il Concilio di Trento prendesse questo problema
nella più attenta e minuta considerazione,
richiamando su di esso l'attenzione della
più brillante assemblea che il mondo
abbia mai visto, perchè ogni punto
ne fosse discusso con la più grande
completezza e precisione possibile. I decreti
e le definizioni che vennero a conchiudere
le deliberazioni del Concilio, non solo costituiscono
la regola della fede dei cattolici in questa
materia, ma rappresentano anche la base ed
il punto di partenza della speculazione teologica
che seguirà. Essi sono molto densi
e costituiscono il punto di confronto di tutte
le teorie che umanamente si possono escogitare.
Quanto ho scritto finora credo che sia sufficiente
a farti capire che tutte le tue obiezioni
dimostrano la mancanza di fede nel mistero
eucaristico, ossia nel mistero della fede,
per antonomasia, il più cospicuo e
importante della Chiesa di Cristo.
Non
cattolico.Io rimango fermo nelle
mie idee, le quali, peraltro, si rinsaldano,
quando penso che la Chiesa, in appoggio alla
sua dottrina nella S. Messa, in numerose pubblicazioni,
debitamente autorizzate con imprimatur, cita
una infinità di miracoli, nei quali
la credulità popolare trova il suo
nutrimento spirituale.
Cattolico.
Il motivo di credere non consiste nel fatto
che le verità rivelate appaiano come
vere e intellegibili alla luce della nostra
ragione naturale. Noi crediamo "per l'autorità
di Dio stesso che le rivela, il quale non
può ne ingannarsi né ingannare".
"Nondimeno, perchè l'ossequio
della nostra fede fosse conforme alla ragione,
Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello
Spirito Santo si accompagnassero anche prove
esteriori della sua Rivelazione" (Conc.
Vat. I, Denz.- Schonm, 3009).
Così i miracoli di Cristo e dei santi
(importante leggere Mc 16,20 e Eb 2,4), le
profezie, la diffusione e la santità
della Chiesa, la sua fecondità e la
sua stabilità "sono segni certissimi
della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza",
sono "motivi di credibilità” i
quali mostrano che l'assenso della fede non
è “affatto un cieco moto dello spirito"
(Conc. Vat. I, Denz. - Schonm, 3008-3010).
E poichè molti miracoli eucaristici
sono accertati e provati scientificamente,
ti dirò che "anche se la fede
è sopra la ragione, non vi potrà
mai essere vera divergenza tra fede e ragione;
poichè lo stesso Dio che rivela i misteri
e comunica la fede, ha anche deposto nello
spirito umano il lume della ragione, Egli
non potrebbe negare se stesso, né il
vero contraddire il vero" (Conc. Vat.
I, Deriz.-Sconm, 3017). "Perciò
la ricerca metodica di ogni disciplina, se
procede in maniera veramente scientifica e
secondo le norme morali, non sarà mai
in reale contrasto con la fede, perchè
le realtà profane e le realtà
della fede hanno origine dal medesimo Dio.
Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza
di scandagliare i segreti della realtà,
anche senza che egli se ne avveda, viene come
condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo
in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle
che sono" (Conc. Vat. II, Gaudium et
Spes, 36,2, vedi Cat. della Chiesa Cattolica,
pp. 54-55).
A prescindere dalle considerazioni suddette,
si può affermare, sempre rimanendo
nell'ambito della fede autentica, che i miracoli
sono tra le prove più significative
della verità. Gesù stesso vi
ha largamente ricorso continuamente. Ho sottomano
il Vangelo di Giovanni e mi limito soltanto
ad esso- "... Le parole che io vi dico,
non le dico da me; ma il Padre che è
in me compie le sue opere. Credetemi: Io sono
nel Padre e il Padre è in me; se non
altro credetelo per le opere stesse. In verità,
in verità vi dico: anche chi crede
in me, compirà le opere che io compio
e ne farà di più grandi, perchè
io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete
nel mio nome, la farò, perchè
il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi
chiederete qualche cosa nel mio nome, io la
farò" (Gv 14,10-14).
Non è un portento tutta la vita di
Cristo? E la Vergine-Madre? E tutti i santi?
Può ridicolizzare sui miracoli, e specie
su certi miracoli, soltanto chi dice di credere,
ma poi effettivamente non crede neppure a
Cristo. Perchè chi crede in Cristo,
crederà fermamente anche al suo prolungamento,
che è la Chiesa da Lui fondata (“Come
il Padre ha mandato me, anch'io mando voi"
Gv 20,21) e crederà anche ai suoi legittimi
rappresentanti, ai quali ha assicurato “Chi
ascolta voi ascolta me..." (Lc 10, 16;
vedi anche Mt 28,18-20).
Io, per grazia esclusiva dell'Altissimo, nonostante
tutta la mia miseria e indegnità, a
37 anni circa (ero prigioniero di guerra nel
Kenia alle dipendenze degli inglesi), dopo
lunghi e profondi ragionamenti, sotto l'azione
dello Spirito Santo e non senza Suoi segni
particolari e certi, sono giunto alla Verità,
ma ho sempre detto e continuo a dire sinceramente
che io sono un credente non un credulone.
Quante volte, nel mio ministero sacerdotale,
sono costretto a far buon viso a certi racconti
di alcune persone che credono tante cose...
che dall'Alto verrebbero loro comunicato ...
Spesso, notandomi scettico ai loro racconti,
spariscono dalla circolazione ... e mi lasciano
in pace ....
Non
cattolico.E proprio questo che
io voglio dire quando parlo della credulità
popolare.
Cattolico.
Ho ben capito quello che vuoi dire. Capisco
pure che questi casi possono darsi, ma è
strano che queste osservazioni le faccia un
non cattolico, il quale, generalmente, se
non sempre, ascolta tutto ciò che a
lui viene detto dal gruppo a cui appartiene
dove, anzichè studiare veramente la
S. Scrittura, si studiano, quasi esclusivamente,
tutte le dottrine che vengono presentate dalle
varie tendenze protestantiche, partendo dal
libero arbitrio e dall'esame personale, che
è, poi, quello del gruppo.
Tu hai detto pure che le numerose pubblicazioni
sono debitamente fornite di imprimatur. Non
mi fermo a dirti per filo e per segno cosa
vuol dire la parola imprimatur. Generalmente
tutti i cattolici sanno cosa è l'imprimatur,
e lo sai anche tu. L'imprimatur dell'autorità
ecclesiastica dà al cattolico la serenità
e la sicurezza che quel che legge è
garantito dall'autorità competente.
Noi cattolici ringraziamo Dio di queste disposizioni
perchè sappiamo che Gesù ha
lasciato una Chiesa unica, con un'autorità
Somma (Romano Pontefice), e quella dei Vescovi
uniti a lui.
Non
cattolico.Tu hai parlato anche
di scienza e fede. Cosa c'entra la scienza
con questi cosiddetti miracoli?
Cattolico.
C'entra molto, perchè la Chiesa di
Gesù, essendo la "custode del
deposito della fede" (cf 1 Tm 6,20-21)
ha delle gravi responsabilità di fronte
al mondo intero, e poichè essa non
è credulona, vuole accertarsi dei fatti
naturali e soprannaturali non solo con la
forza della fede, ma vuole che il fatto straordinario
- quando è possibile - sia accertato
anche scientificamente.
Spesso da questi accertamenti scientifici,
i prodigi hanno acquistano maggiore prestigio
e hanno convinto molti increduli.
Io consiglio gli scettici a recarsi sul posto
per constatare che quanto dice la fede è
perentoriamente confermato dalla scienza.
Qui potrei segnalare molti fatti in cui la
scienza ha rafforzato enormemente la fede.
Mi limito a pochi, invitando i lettori a far
ricerche più accurate per conoscere
integralmente i fatti.
“Narrate
tra i popoli la gloria del Signore; a tutte
le nazioni dite i suoi prodigi; grande è
il Signore e degno di ogni lode" (Sal
95,3-4).
So
che molte religioni (cristiane e non), possono
parlare, e con verità, di fatti straordinari,
e di persone così rette e buone da
potersi - in qualche modo - paragonare ai
nostri santi.
Il miracolo nella Chiesa Cattolica - e solo
nella Chiesa Cattolica - molto spesso assume
l'aspetto del "Dito di Dio” che ci indica
la Verità. Anzi, molti miracoli avvengono
proprio a prova della Verità.
A questo punto posso dirti con fraterno affetto,
ma con assoluta certezza ed anche con molta
umiltà, che non tutti sono bene informati.
Leggi e studia senza pregiudizi, e troverai
prove schiaccianti dei grandi e soprannaturali
fatti avvenuti, e che continuamente avvengono
nella Chiesa Cattolica. Su questo argomento
si possono trovare e scrivere molti volumi.
Pensa che a Lourdes su circa 40 grandi miracoli
che in media si verificano ogni anno, la Chiesa
ne approva soltanto uno o due; e questo solo
perchè non tutti i medici, scienziati,
atei e scettici che li constatano sono d'accordo
sulla loro straordinarietà o su qualche
altra presumibile ragione che possa essere
oggetto di contestazione.
A dimostrarti il rigore che usa l'autorità
ecclesiastica nel giudizio dei miracoli, valga
questo esempio.
“Il
cardinale Lambertini (che fu poi Papa col
nome di Benedetto XIV, 1740-1758) ricevette
un giorno la visita di un protestante studioso
e dotto. Dovendo egli assentarsi per un'udienza
grave, disse al protestante di aspettarlo,
e intanto gli presentò l’incarto dei
miracoli proposti per la canonizzazione di
San Francesco Regis. Tornato il cardinale,
il protestante, che aveva letto ed esaminato
per più di un'ora, gli restituì
l'incartamento dichiarando: “E' davvero un
santo; se tutti i miracoli della Chiesa fossero
provati come questi, neppure, noi avremmo
difficoltà ad ammetterli!”. E il cardinale
rispose: “Noi siamo più rigorosi ancora,
perchè non abbiamo ammesso nessuno
di questi miracoli, non ritenendoli sufficientemente
provati: e Francesco Regis, se non opera altri
miracoli più dimostrabili, non sarà
canonizzato...”. Pensate lo stupore del protestante!"
(Dauberton, “Vita di San Francesco Regis").
Forse
è proprio in base a questi fenomeni
che un gruppo di teologi luterani si è
cosi espresso in quello che è chiamato
il "Manifèsto di Dresda"',
pubblicato qualche anno fa nella Germania
Orientale.
"Noi non possiamo passare davanti a questi
fatti senza fermarci per un serio esame. Questo
atteggiamento comporterebbe una grave responsabilità.
Un cristiano evangelico non ha il diritto
di ignorare queste realtà per partito
preso, ossia per la sola ragione che essi
si presentano nella Chiesa Cattolica. Questi
fatti debbono piuttosto indurci a riportare
la Madre di Dio nella Chiesa Evangelica....
Tutti questi fatti (il documento si riferisce
non solo ai miracoli, ma anche alle apparizioni
della Vergine a Lourdes e a Fatima) sono una
prova irrefutabile dei ruolo decisivo che
Maria è chiamata a svolgere oggi, per
la nostra salvezza" (Da “Il Sacro Monte
di Varallo”, n. 1, Anno 58° Feb. 1982).
Quel
gruppo di Luterani sa che:
a)
a Lourdes arrivano ogni anno oltre quattro
milioni di pellegrini, tra cui oltre 60.000
ammalati; b) tra i miracolati molti,
per vane ragioni, non si presentano neppure
all'Ufficio di Constatazioni Mediche; c) tra quelli che si presentano
all'Ufficio Medico, soltanto uno su quattro
viene preso in considerazione; d) l'esame dei fatti ritenuti
straordinari spesso dura per anni; e) i medici sono di tutte
le estrazioni e tutti (credenti, miscredenti,
atei...) sono ammessi a dare il proprio giudizio;
f) c'è una Presidenza
ed una équipe di circa 1.800 medici;
g) dall'istituzione di tale
Ufficio ai giorni nostri, i casi di guarigioni
"certe, definitive, inspiegabili"
raggiungono, la cifra di 5.000; h) l'autorità ecclesiastica,
molto più rigorosa dei medici, ha dichiarato
finora "miracolose” soltanto 64 guarigioni;
i) la funzione fondamentale
di Maria (come ha scritto Giannino Piana "è
quella di umanizzare il Cristianesimo. Creatura
come noi, Ella ha vissuto in pienezza l'esperienza
umana, nella semplicità e nel nascondimento"
(dalla "Domenica", Ed. Paoline,
III Dom. di Pasqua).
Inoltre, per chi senza pregiudizi e animato
da buona volontà volesse accertare
e approfondire la Verità, affidata
da Gesù alla "Sua Chiesa” e che
Dio dimostra al mondo per mezzo della religione
rivelata, è ancora disponibile la possibilità
di constatare centinaia di casi permanenti
esistenti nella nostra Chiesa. Ne cito solo
alcuni accennandoli appena e rimandando il
lettore di buona volontà alle fonti.
1.
Il più grande miracolo eucaristico
della storia.
Permane
evidente e incontestabile da 12 secoli in
Lanciano (Chieti - Italia). Il 4 marzo 1971
i due scienziati, Proff. Lindi e Bertelli,
dopo rigorose ricerche fatte in laboratorio,
hanno così concluso: a) La carne è veramente
carne; il sangue è veramente sangue.
b) L’una e l'altro sono carne
e sangue umani. c) La carne e il sangue hanno,
lo stesso gruppo sanguigno (AB = degli uomini
del Medio Oriente). d) La carne e il sangue sono
di persona vivente. e) Il diagramma di questo
sangue corrisponde a quello di sangue umano
prelevato su un corpo umano nel giorno stesso.
f) La carne è costituita
dal tessuto muscolo del cuore (miocardio).
g) La conservazione di queste
reliquie lasciate allo stato naturale per
lunghi secoli, esposte all'azione di agenti
fisici, atmosferici, ecc., rimane un fatto
straordinario.
La conclusione dei due professori fu comunicata
ai francescani, che conservano la reliquia,
con questo telegramma: Et Verbum caro factum
est (E il Verbo si è fatto Carne).
2. Il Corporale di Bolsena religiosamente
custodito nel Duomo di Orvieto.
Il
fatto miracoloso avvenne nel 1263. Ancora
oggi sono visibili i segni di 83 gocce di
sangue, in 12 delle quali, più dense
e meglio conservate, si vede l'immagine di
Cristo in forma di "Ecce Homo" (Enc.
Catt. T. II Colonna 1819, Roma 1949)
3. Sprizza sangue da un'ostia serrata
in breviario.
Il prodigio avvenne a Siena nel 1330. La reliquia
è conservata a Cascia. In essa appare
chiara e distinta la figura del volto di Cristo
con i capelli un poco arruffati e con la barba
(Adolfo Morini, La reliquia dei corpo di Cristo
di Cascia, pp. 1-3; 53-54, Firenze 1930).
4.
Il miracolo eucaristico di Siena.
In
una delle cappelle della Chiesa di S. Francesco
in Siena, in un ostensorio gotico, sono racchiuse
223 Particole consacrate nella lontanissima
estate dell'anno 1730. La fama e la devozione
si accrebbero per un nuovo prodigio che gli
anni aggiunsero alla singolarità del
rapimento e ritrovamento: capovolgendo tutte
le leggi fisiche e chimiche, che decretano
l'inevitabile corruzione della materia, le
Sacre Particole si mantengono bianche, incorrotte
e freschissime. Anche qui, come in tutti gli
altri casi, i fatti sono scientificamente
accertati. (Dagli Annali della Chiesa di S.
Francesco in Siena e dagli Archivi della Curia).
I miracoli eucaristici sono innumerevoli,
data l'importanza dell'istituzione fatta da
Gesù nell'Ultima Cena. Egli che era
Dio, Bontà e Onnipotenza infinita,
potè realizzare in maniera molto semplice
quanto era desiderio del suo Cuore divino:
rimanere sempre in mezzo a noi per non lasciarci
orfani (cfr Gv 14,18). Superando tutte le
umane aspettative, Gesù poteva darci
la più bella e strabiliante realizzazione
della legge dell'alimentazione. Sappiamo,
infatti, che ogni vita si mantiene, si ripara,
si sviluppa, con un alimento proporzionato
alla vita che deve sostenere.
Cosi la pianta affonda le sue radici nel suolo
e ne trae alimento per la crescita; l'essere
animato, (bestia o uomo che sia) per poter
crescere deve fare, mi si consenta il termine,
la "comunione" con un cibo adatto
alla sua natura. Anche la vita affettiva ed
intellettiva vengono alimentate da un cibo
proporzionato: il cuore dall'affetto (comunione
d'affetti), l'intelligenza dal pensiero (comunione
della parola scritta, pensata, parlata).
Era logico, quindi, che Gesù, avendoci
elevati con l'innesto in Lui, alla vita soprannaturale
(cfr 2 Pt 1,4), ci mettesse nella possibilità
di alimentarla, ripararla, sostenerla, con
un cibo proporzionato alla vita divina. Ed
ecco l'Eucaristia!
Diceva Lutero: “Io vorrei trovare un uomo
abbastanza desto da persuadermi che nell'Eucaristia
c'è solo pane e vino; egli mi renderebbe
un grande servizio. Ho sudato studiando questa
materia, ma mi sento incatenato: il testo
del Vangelo è troppo chiaro".
5.
Il miracolo del sangue di S. Gennaro.
Due
volte all'anno, e per otto giorni di seguito,
nel Duomo di Napoli, si può constatare
il miracolo del sangue (si ravviva e si liquefa)
del vescovo e martire San Gennaro. Scienziati
di tutte le estrazioni hanno scritto molto
tentando di demolire l'evidenza dei fatti.
Tutte le obiezioni sono state ritenute puerili,
infondate, ascientifiche dagli scienziati
seri.
6. Cieca che vede.
A
Ribera (AG), in via Fratelli Cervi n. 5, abita
la signorina Gemma Di Giorgi, (da me personalmente
conosciuta), infermiera all'ospedale di Ribera,
la quale, per la scienza e per i medici, è
clinicamente cieca. Ella però, nata
cieca, dopo diverse volte che la nonna, con
fiduciosa insistenza, l'aveva portata a S.
Giovanni Rotondo (FG) da Padre Pio da Pietrelcina,
si sentì dire: “Vattene e non venire
più perchè la bambina presto
vedrà". E così fu! Questo
miracolo è unico al mondo. Mi è
stato detto che ce n'è un altro simile
di una persona che, cieca, a Lourdes, ha ottenuto
la grazia di vedere, pur rimanendo clinicamente
cieca. Di questo secondo fatto non so dare
particolari perchè non lo conosco personalmente.
N.B.
Tra i miracoli che ho chiamati "permanenti"
se ne potrebbero citare ancora tanti altri
come quello della lingua di S. Antonio che
si conserva incorrotta a Padova nella Basilica
dedicata al Santo; quello del corpo incorrotto
di S. Chiara ad Assisi, ecc. Ai mira coli
ricordati voglio aggiungere due di mia conoscenza
(verificabili da chiunque) dei quali, però,
non esistono documenti strettamente storici.
7.
L'immagine miracolosa della Madonna di Guadalupe
(Messico).
(Dalla Rivista “Informatore di Urio",
n. 53, Nov.-Dic. 1981, Via A. Stradivari,
7, 20131 Milano, p. 30-31).
Sapevo qualche cosa, ma non sapevo nè
bene nè sufficientemente le cose. Questo
secondo caso è veramente unico nel
suo genere ed ha l'avallo rigoroso e particolareggiato
degli scienziati. Esso è davvero sconvolgente.
Se leggendo questi fatti, c'è qualcuno
che riuscirà a smentirli seriamente,
io gliene sarò grato perchè
mi metterebbe in condizione di rivedere meglio
alcune mie posizioni e di essere molto più
cauto nel dare certe notizie.
Anche per questo secondo caso, leggiamo e
meditiamo le meraviglie di Dio.
Le straordinarie scoperte scientifiche recentemente
fatte, e che tuttora si continuano a fare,
intorno all'immagine messicana della Madonna
di Guadalupe hanno letteralmente stupito quanti
ne sono venuti a conoscenza.
Per comprendere l'importanza di tali scoperte
è necessario riassumere brevemente
ciò che un'antica e pia tradizione
dice a proposito della miracolosa effigie,
non dipinta da mano umana, ma prodigiosamente
impressa sulla tunica di un indio chiamato
Juan Diego, nel 1531. Il racconto che narra
l'avvenimento è scritto in nàhualt
(la lingua degli Aztechi) con caratteri latini,
e fu edito in lingua originale e in spagnolo
nel 1649, all'incirca un secolo dopo la sua
primitiva redazione, per iniziativa di un
baccelliere, tal Luis Lasso de la Vega.
La storia racconta che Juan Diego importunò
più volte il primo vescovo dei Messico,
il francescano Fray Juan do Zumàrraga,
per manifestargli il desiderio espresso dalla
Madre di Dio in diverso apparizioni: la costruzione
di un eremo in una località denominata
Cerro de Tepeyac. Per liberarsi del visionario,
il buon vescovo gli chiese di fornire, una
prova convincente della sua asserzione; in
caso contrario, smettesse di importunarlo.
Pochi giorni dopo Juan Diego ritornò
dal vescovo portando come prova alcune "rose
di Castiglia”, la cui fioritura era impossibile
in quella stagione (si era in dicembre); l'indio
affermò che era stata la Vergine a
dargliele perchè le mostrasse al vescovo.
Il giovane portava le rose raccolte nella
tunica (tilma), e quando la dispiegò
facendo cadere a terra i fiori, ecco apparire
la Vergine Maria a tutti i presenti, otto-dieci
persone. Immediatamente la celestiale visione
s'impresso sul rozzo tessuto dell'indumento
che aveva contenuto i fiori. Spaventato e
stupito da ciò che aveva visto, il
vescovo eresse l'eremo sul picco di Tepeyac
e li fu esposta, come immagine da venerare,
la tunica miracolosamente impressa dell'indio
Juan Diego.
Questa la succinta narrazione del racconto,
scritto in lingua nàhualt quando era
ancora in vita Hernàn Cortés,
il conquistatore del Messico.
La devozione che l'effigie suscitò
fin dai primi tempi della pacificazione del
Messico fu così insolita, e i pellegrinaggi
spontanei degli indi che accorrevano da ogni
parte ad onorare la Vergine così numerosi,
che di ciò si occupa perfino Bernal
Diaz del Castillo nella sua celebre cronaca
della conquista della Nuova Spagna.
E giungiamo ai nostri giorni - o meglio, al
nostro secolo - in cui si costituisce una
Commissione di studio per indagare su non
pochi inspiegabili fenomeni della famosa tunica
di Juan Diego. A richiamare l'attenzione dei
periti tessili è innanzitutto la sorprendente
conservazione del rozzo panno. Oggigiorno
è protetto da vetri. Ma per secoli
fu esposto alla mercé di Dio, alle
incurie, al caldo torrido, alla polvere e
all'umidità senza che si sfilacciasse
o che scolorisse la sua non comune policromia.
Il materiale su cui l'immagine rimase impressa
è una trama costituita di fibra tessile
ricavata da un particolare tipo di agave messicana
(agave maguey), una fibra che si disgrega
per marcescenza dopo circa 20 anni come è
stato accertato con numerosi esperimenti fatti
di proposito. La tunica del contemporaneo
di Cortés ha invece 450 anni; non si
è né rotta né disgregata,
e per cause incomprensibili ai suddetti periti
è refrattaria all'umido e alla polvere.
Questa sua peculiarità fu attribuita
al tipo di pittura che ricopre la tela, e
che potrebbe benissimo costituire un eccellente
materiale protettivo. Pertanto. s'inviò
un campione di pittura allo scienziato tedesco
Richard Kuhn, premio Nobel per la chimica,
perchè lo analizzasse. Il verdetto
lasciò attoniti coloro che l'avevano
consultato. I coloranti dell’immagine di Guadalupe
- rispose lo scienziato tedesco - non appartengono
al regno vegetale, né tanto meno a
quello minerale o animale. Si pensò
che forse il tessuto era stato trattato con
un procedimento speciale. Le grandi pitture
dell'antichità sono potute arrivare
fino a noi perchè le pareti (o i muri
per ricevere gli affreschi) sono stati previamente
"preparati” ricoperti con una colla o
uno stucco particolari. Ma a quale straordinaria
tecnica preparatoria si sarebbe fatto ricorso
perchè la pittura potesse aderire e
conservarsi integra su un materiale tessile
così fragile e caduco? Due studiosi
nordamericani - il Dr. Callagan dell'equipe
scientifica della Nasa, e il Prof. Jody B.Smith,
ordinario di Filosofia della Scienza al Pensacolla
College - furono incaricati di sottoporre
l'immagine di Guadalupe all'analisi fotografica
con raggi infrarossi. Le loro conclusioni
sono state le seguenti:
Prima. La tela rada di filo ricavato dall'agave
maguey è immune da qualsiasi preparazione;
il che rende inspiegabile, alla luce delle
conoscenze umane, come i coloranti abbiano
potuto impregnare una fibra così delicata,
e tuttora si conservino.
Seconda. Non vi sono abbozzi preliminari come
quelli scoperti col medesimo procedimento
sui quadri di Velàzquez, Rubens, il
Greco e Tiziano. L’immagine fu "dipinta”
direttamente, così come la si vede,
senza prove né correzioni.
Terza. Non vi sono pennellate. La tecnica
impiegata è sconosciuta nella storia
della pittura: è insolita incomprensibile
e irripetibile.
Parallelamente a questo, un famoso oculista
ispano-francese, Torija Lauvoignet, esaminò
con un oftalmoscopio di alta potenza la pupilla
dell'immagine e osservò con meraviglia
che nell'iride si vedeva riflessa una piccolissima
figura, che sembrava il busto di un uomo.
Ciò fu l'antecedente immediato che
condusse alla ricerca di cui sto per parlare:
la "digitalizzazione" degli occhi
della Vergine di Guadalupe. E' noto che nella
cornea dell'occhio umano si riflette tutto
ciò che si vede in un determinato istante.
Il dottor Aste Torismann fece fotografare
(senza essere presente) gli occhi di una sua
figlia e utilizzando una particolare tecnica
chiamata “processo per digitizzare immagini"
potè verificare puntualmente tutto
quello che sua figlia vedeva al momento di
essere fotografata. Il medesimo scienziato,
che attualmente lavora a captare le immagini
della terra trasmesse dallo spazio attraverso
i satelliti artificiali, "digitalizzò"
lo scorso anno l'immagine di Guadalupe e i
risultati cominciano a essere ora conosciuti.
Il procedimento consiste nel suddividere l'immagine
in microscopici quadretti al punto che su
una superficie di un millimetro quadrato si
contino 27.778 piccolissimi, infimi quadratini.
Dopo questa operazione, ogni mini-quadratino
può ampliarsi, moltiplicandolo per
duemila, consentendo l'osservazione di dettagli
impossibili a essere percepiti con i soli
occhi. E i dettagli che si osservarono nell'iride
dell'immagine di Guadalupe furono: un indio
nell'atto di dispiegare la sua tunica davanti
a un francescano, sul cui viso si vede scendere
una lacrima; un contadino assai giovane, con
una mano sul mento ad esprimere sbigottimento;
un indio con il torso nudo in atteggiamento
quasi di preghiera; una donna dai capelli
crespi, probabilmente una negra della servitù
del vescovo; un uomo adulto, una donna e alcuni
bambini con la testa rapata; infine, altri
religiosi in abito francescano. In altri termini,
quello stesso episodio narrato in lingua nàhualt
da uno scrittore indigeno anonimo nella prima
metà del XVI sec. ed edito in nàhualt
e in spagnolo da Lasso de la Vega nel 1649
al quale ci siamo dianzi riferiti! Si stanno
ora conducendo studi iconografici per confrontare
queste figure con i ritratti conosciuti del
vescovo Zumàrraga e delle persone del
suo tempo e del suo ambiente. Quello che risulta
del tutto impossibile è che in uno
spazio così piccolo come la cornea
di un occhio, situata su una immagine di grandezza
assai prossima al naturale, un miniaturista
abbia potuto dipingere ciò che è
stato necessario ampliare duemila volte perchè
fosse percepito. "Inspiegabile!",
esclamarono i membri della Commissione di
studio quando conobbero il verdetto dello
scienziato tedesco Richard Kuhn, a giudizio
del quale la policromia dell'immagine di Guadalupe
non era dovuta a colori minerali, vegetali
o animali. “Inspiegabile!”, dichiararono per
iscritto i nordamericani Smith e Callagan,
quando per mezzo dei raggi infrarossi si avvidero
che il "dipinto" non denunciava
pennellate, e che la misera tela della tunica
di Juan Diego era immune da qualsiasi preparazione.
Infine il dottor Aste Tonsmann, raccontando
nelle sue numerose conferenze la scoperta
delle figure umane di infinitesimale dimensione
nell'iride della Vergine, non si stanca di
ripetere: "Inspiegabile! Assolutamente
inspiegabile!"
Torcuato Luca de Tow
(da Interpress, n. 164. pp.5-8)
Fratello e sorella che mi avete letto, proviamo
a recitare insieme con fede e riconoscenza
a Dio e alla Vergine Maria la preghiera che
il protestante prof. Roberts nel 1938 scopriva
e pubblicava con altri papiri egiziani.
“Sotto la tua protezione troviamo rifugio,
santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche
di noi che siamo nella prova, e liberaci da
ogni pericolo. o Vergine gloriosa e benedetta".
La preghiera scoperta dal suddetto professore
è del Il sec., ma non è detto
che non la recitassero già da tempo
i nostri antenati cristiani.
8.
Quel che avviene a Camposampiero
Ho
letto in un libro sulla vita di S. Antonio
di Padova che a Camposampiero (Padova), ove
S. Antonio morì, esiste un albero di
noce (veramente oggi sono tre) che verso la
fine di maggio e durante i primi tredici giorni
di giugno, mette fiori e foglie e in poco
tempo si ristabilisce con gli altri noci.
Gli scienziati non sanno spiegare il fatto.
C'è un'ipotesi da essi avanzata: uno
strano incrocio, eseguito nei secoli scorsi,
produrrebbe questo effetto. Ma come si può
credere ad una ipotesi così poco scientifica?
La tradizione invece ci dice che S. Antonio,
ammalato di idropisia, presagendo la sua prossima
fine, volle prepararsi al transito per l'altra
vita, facendosi una specie di celluzza su
di un noce per essere più staccato
dalle cose terrene e unirsi al suo Dio in
più intima e continua preghiera, attendendo
così sorella morte.
Passata la sua benedetta anima al cielo, il
noce seccò, mentre gli altri noci dello
stesso campo continuarono a vivere. Alla fine
di maggio l'albero secco, improvvisamente
mise foglie e fiori e, a suo tempo, portò
anche i frutti. Il fenomeno si è ripetuto
per molti anni invariabilmente.
Oggi restano tre alberi di noci, provenienti
da tre polloni dello stesso albero sul quale
S. Antonio si era costruita la cella, i quali
invariabilmente, ogni anno, ripetono lo stesso
fenomeno: sono secchi durante l'anno, ma alla
fine di maggio fioriscono, mettono le foglie
e al 13 giugno (festa del Santo) sono alla
pari con gli altri della stessa zona e, a
suo tempo, portano anche i frutti.
9.
Il faggio di San Francesco
Molto
viva è nel paese di Rivodutri (Rieti)
la leggenda del faggio di S. Francesco e del
sasso che porta impressa l'orma del piede
del Poverello di Assisi.
Si racconta che il Santo, lasciato Poggio
Bustone e diretto nelle Marche, fosse sorpreso,
nelle vicinanze dei paese, da un violento
temporale. Egli cercò riparo sotto
un faggio e l'albero, tuttora visibile, piegò
i suoi rami che, sono rimasti perennemente
chinati quasi a ricordare il grande onore
ricevuto.
Un signore di Rivodutri - che mi ospitò
in macchina per un tratto di strada - (venivo
da Poggio Bustone ed ero diretto, in autostop,
a Fabriano (AN) - mi diceva che li dov'è
il detto “Faggio di S. Francesco" c'è
una selva di faggi, ma tutti con i rami disposti
normalmente.
Quelli del luogo hanno provato a tagliare
i rami del “Faggio" sperando che ricrescendo
si disponessero in posizione normale, ma tutti
i tentativi sono stati inutili perchè
i rami del “Faggio di S. Francesco” crescono
e si dispongono nella maniera suddetta, cioè
ad ombrello, come per ricordare il servizio
di protezione reso al Santo quando passò
da Rivodutri... (cfr Storia di Rivodutri,
Opuscolo fatto stampare dal Sindaco di Rivodutri;
basta rivolgersi al Municipio per averne copia).
10. La Sacra Sindone
Dopo
le smentite delle prove del C14, dissi tra
me e ad altri: Da oggi inizieranno le
più forti e sicure prove sulla S. Sindone.
E fu così. Consiglio di leggere il
libro di Guido Ricci: “L’uomo della Sindone
è Gesù. Ne diamo le prove"
(Ed. Carroccio, Vigodarzene (PD) - Tel. (094)-700568).
Di questo libro riporto soltanto la conclusione.
Eccola.
Dopo quanto esposto, potremmo dirci soddisfatti
circa la autenticità di questo documento
non manufatto, dichiarato irriproducibile
e di conseguenza autentico. Nonostante le
prove scientifiche già riferite, si
volle tentare la prova del C14 con l'intento
di datare storicamente il Santo Lenzuolo.
Dato il carattere descrittivo di questa monografia,
mi limito a riportare il pensiero di alcuni
scienziati, esperti in materia, che sono intervenuti
nella discussione dopo aver appreso dai mass
media il risultato dei tre laboratori incaricati
dell'esame.
Premetto una notizia, poco pubblicizzata in
questi mesi. P. Marcozzi la riporta nel numero
14 delle dispense di "Emmaus" dei
nostro Centro romano: “L'archeologo W. Meacham
ha 16 anni di esperienza nell'applicazione
dei C14 e ha una buona conoscenza, della Sindone.
Fu chiamato per stabilire il piano di applicazione
del test C14, insieme ad altri studiosi convocati
dal Vaticano per stabilire come applicare
il C14 alla Sindone. Il Meacham era l'unico
archeologo presente, che avanzò obiezioni
in uno scritto fatto circolare durante la
conferenza. Esso ammoniva: la contaminazione
per scambio di isotopi è realmente
una forte possibilità... poichè
la Sindone fu soggetta a riscaldamento molto
rapido, a una temperatura molto alta in contatto
con carbonio, circa 1500 anni dopo il suo
utilizzo. Sé un campione della parte
bruciata della Sindone è preso, il
risultato sarà molto probabilmente
abbassato in qualche parte tra l'età
reale della Sindone e la data del fuoco”.
Il direttore di uno dei tre laboratori scelti
per la datazione rispose per scritto: Io condivido
la vostra opinione riguardo al problema della
contaminazione. C'è il problema della
datazione di un campione minimo. Io fui del
tutto sorpreso all'apprendere nella conferenza
di Torino, che la maggior parte dei miei colleghi,
non era pienamente cosciente dei problema”.
Il dottor Herbert Haas, del Laboratorio del
radiocarbonio della Southern Methodist University
, uno dei più avanzati degli Usa, scriveva:
“Per ciò che concerne le varie possibilità
di contaminazioni, esse sono bene fondate”.
E' possibile eliminare alcune di queste cause,
ma non tutte. “Neppure con trattamenti specializzati”,
osserva Stuckenrat (Atti del convegno di Hong
Kong, marzo 1986). Ciononostante si è
proceduto alla datazione.
Concludendo: i tre laboratori, della cui efficienza
e professionalità non si ha motivo
di dubitare, hanno effettuato un preciso conteggio
numerico del C14 presente nei tre, campioni,
fornendoci il totale di una somma “alla cieca”.
Peccato però, che non abbiano potuto,
e quindi saputo, darci la opportuna e decisiva
sottrazione del C14 dei numerosi scambi isotopici,
essendo questa operazione non quantificabile,
dato il lungo quasi bimillenario e tormentato
pellegrinare di questo Santo Lenzuolo.
Allo stato attuale della ricerca scientifica,
la Sindone risulta una perfetta e irriproducibile,
“carta d identità" che riporta
oltre i dati fisionomici, con insospettata
fedeltà, la circostanziata data di
morte del Personaggio che accolse, avvolgendone
la nuda umanità in una provvisoria,
incompleta e non rituale sepoltura. Tutto
questo risale a epoca molto recente e fu rilevato
dalla scoperta fotografica.
Rimane da colmare la data del documento tessile.
Alcuni scienziati hanno tentato di farlo bombardandone
elettronicamente le intime fibre, al fine
di farlo parlare con il linguaggio aleatorio
del C14. Ma il tentativo ha dato una risposta
a senso unico, offrendo il totale di una somma
di difficili e ambigui addendi, senza ipotizzare
la non facilmente ipotizzabile sottrazione.
Gli strumenti elettronici non hanno la capacità
di scoprire la verità delle cose, ma
possono aiutare l'uomo a scoprirla, quando
la mente che li manovra sia in grado di affidare
loro, in partenza, i dati esatti e quelli
ipotizzabili. I dati esatti erano, nel nostro
caso, non solo quelli elaborati da altre rispettabili
equipes di ricercatori, impegnati in varie
discipline scientifiche intorno allo stesso
documento, non escluse quelle storiche e ambientali,
che già tanti spiragli di luce hanno
recato in questa complessa verità storica
drammatica; ma anche altri dati da elaborare
sperimentalmente, se possibile, almeno ipoteticamente,
rifacendosi alle situazioni ambientali che
poterono condizionare numerosi scambi isotopici,
da mettere sulla bilancia come documentazione
ipotizzabile e da ... obliterare nel conteggio
finale.
Troppe volte i magnifici strumenti elettronici
hanno sballato il loro "tiro a segno"
di secoli anticipati o posticipati quando
gli incaricati, pur essendo all'oscuro di
passaggi qualificanti, hanno avvertito la
inopportunità di riportarne notizia
nelle riviste scientifiche (sembrerebbe il
caso nostro dopo 6 mesi di silenzio). Al più,
per evitare la confusione tra verità
cosiddetta scientifica e menzogna storica,
hanno chiarito i dati deboli della ricerca,
che non li coinvolgeva personalmente nella
loro coscienza di operatori scientifici, salva
sempre restando la loro professionalità.
Questo ancora si attende".
Se
ora diamo uno sguardo a tutte le divisioni
dottrinali e pratiche, che tentano di insidiare
il mistero eucaristico, e lo insidiano di
fatto, nel seno stesso del popolo di Dio,
nel seno stesso della Chiesa cattolica, c'è
da rimanere sconcertati e ci sarebbe da rimanere
sconfortati, se non si avesse la sicura coscienza
che la Chiesa altre simili burrasche ha attraversato
e che il suo divino Fondatore ne regge sempre
le sorti. Sempre la Chiesa è la barca
di Pietro minacciata dai flutti, e sempre
il Cristo, assicura, come allora, “coraggio:
sono io, non abbiate paura" (Mc 6,50).
Ogni fedele deve acquistare coscienza della
situazione attuale della Chiesa e deve sentire
più che mai l'impegno della propria
responsabilità cristiana. Egli sa che
nella Chiesa c'è un Magistero, c'è
un Capo - che è il Vicario di Cristo
-, c'è una Roccia, che garantisce tutto
l'edificio del corpo mistico di Cristo. Su
questa Roccia si è sicuri; bisogna
tenere gli occhi a questo Capo, a questo Magistero.
Gesù lo ha previsto: possono errare
anche i pastori, anch'essi possono avere momenti
di incertezza e smarrimento. Ma c'è
il pastore dei pastori, al quale Cristo ha
garantito la fermezza della fede e per questo
appunto gli ha affidato il supremo compito
di correggere e confermare tutti i fratelli
(Lc 22,32); c'è il pastore dei pastori,
al quale Cristo ha affidato di condurre ai
pascoli sicuri della verità non solo
gli agnelli, ma anche le pecore (Gv 21,17).
Ascolterò piuttosto qualche teologo
opinante singolari e compiacenti dottrine?
Seguirò piuttosto qualche sacerdote
che tratta il SS. Corpo fisico di Cristo e
il suo corpo mistico come campi sperimentali?
Come cose su cui fare esperienze estrose e
reclamistiche? Che rispetto, che amore per
il Cristo e per i fratelli! Che umiltà
di fronte al mistero dei misteri! Che ubbidienza
alla Santa Madre Chiesa! Che trepida delicatezza
verso le cose sante e santissime della nostra
religione! Che senso religioso infine e che
prudenza critica di fronte all'imponente testimonianza
bimillenaria di una dottrina chiaramente dogmatizzata
e di una prassi inequivocabilmente affermata!
In nessun punto, come in questo del mistero
eucaristico, è chiaro che le deviazioni
dottrinali e pratiche si rifanno, più
o meno consapevolmente, agli errori del protestantesimo,
i quali tutti si radicano infine nella contestazione
del dogma della presenza reale e sostanziale
di Cristo nell'Eucaristia. Contestato e negato
questo, la Messa non è più sacrificio,
diventa cena commemorativa; la comunione diventa
simbolo - anche se detto efficace - della
presenza di Cristo in mezzo ai comunicanti.
Dalla Chiesa scompare il tabernacolo; la mensa
del sacrificio diventa la tavola del banchetto;
e poichè il banchetto non esiste se
non ci sono i commensali, sono i commensali,
i comunicanti, che realizzano tutto quello
che è l'Eucaristia; il sacerdote ministeriale
non ha più alcun senso e alcuna funzione
specifica.
E' facile vedere come le innovazioni promosse
da certi sacerdoti nella prassi eucaristica,
e purtroppo tollerate dai minori pastori,
si possano giustificare solamente su tale
base dottrinale, nettamente protestante, ossia
su una base dottrinale in netta contrapposizione
con la fede cattolica. Questo indipendentemente
dalle intenzioni e dalla consapevolezza che
ne possano avere i singoli patrocinatori delle
novità.
Infine, mi permetto di richiamare l'assoluta
centralità dell'Eucaristia nell'ordine
della redenzione: nell'Eucaristia viene riassunta,
simboleggiata, promossa ed efficacemente realizzata
l'applicazione della redenzione agli uomini:
al singoli come membra del Corpo mistico,
all'intero Corpo mistico, agli uomini tutti
ad esso ordinati. “Gesù ci ha amato
- dice Paolo VI - fino a lasciarci il suo
corpo e il suo sangue, la rinnovazione del
suo sacrificio, la sua presenza misteriosa
e reale, il pane della vita eterna, il memoriale
della sua passione, il pegno della risurrezione
finale...» .(Corpus Domini, 5.6.1969).
Concludiamo con l'invocazione con cui lo stesso
pontefice chiude la sua enciclica sul Mysteriurn
Fidei: “Che il benignissimo Redentore -, il
quale già prossimo alla morte pregò
il Padre perchè tutti gli uomini che
avrebbero creduto in Lui diventassero una
cosa sola, come Egli e il Padre sono una cosa
sola, - si degni di esaudire al più
presto questo voto nostro e di tutta la Chiesa:
che cioè tutti con una sola voce e
una sola fede celebriamo il mistero eucaristico
e, fatti partecipi del corpo di Cristo, formiamo
un sol corpo compaginato con quegli stessi
vincoli con i quali Egli lo volle formato"
(§ 39).
Cattolico.
Gesù, Verbo eterno del Padre, ha voluto
lasciare al mondo questa grande meraviglia
soprannaturale, ed ha voluto renderla credibile
alle menti più elevate e più
umili con le prove più schiaccianti
della Sua onnipotenza misericordiosa.
Leggendo libri che parlano dei portenti eucaristici
e la vita di molti santi vi si trovano meraviglie
affascinanti e sconvolgenti.
Se per raccontarvi fatti precisi e interessanti,
vado a consultare dei libri, credo che dovrei
scrivere ancora molto. Ma la mancanza di tempo
e il troppo che ho già scritto in merito
(anche se della Messa e dell'Eucaristia mi
sono limitato a rispondere alle sole domande
poste dal fratello non cattolico) mi fanno
evitare questa tentazione e perciò
mi limiterò a pochi casi, cosi come
li ricordo.
-
S. Lorenzo da Brindisi, Cappuccino,
Sacerdote e Dottore della Chiesa, quando celebrava
privatamente la S. Messa impiegava molte ore
(6-7-8 ore). Una volta raggiunse le 12 ore!
... Durante la celebrazione cadeva in lunghe
estasi che i confratelli potevano tutti constatare.
-
S. Pasquale Baylon, patrono dei Congressi
Eucaristici, era talmente innamorato di Gesù
Eucaristia, che spesso riceveva la grazia
di vederlo anche mentre pascolava il gregge.
Da morto, mentre era nella bara, passava un
sacerdote col SS. Sacramento. Il cadavere
del Santo sollevò il busto e fece l'inchino
a Gesù eucaristico.
-
S. Luigi IX, re di Francia,
viveva così intensamente la presenza
di Gesù eucaristico, che quando la
servitù corse da lui per avvertirlo
e invitarlo a correre in Cappella ove Gesù,
sotto l'aspetto di vezzoso bambino, si mostrava
visibile e sorridente, egli rispose: “Io ho
sempre creduto e credo fermamente che Gesù
è presente nell'Eucaristia, e non è
necessario che io Lo veda per credere".
Ma la servitù insisteva: “Maestà,
presto, correte venite a vedere...".
E il re di nuovo: “Figliuoli, vi ho già
detto che non è necessario che io Lo
veda, perchè credo fermamente che Gesù
è sempre vivo e vero, in anima, corpo,
sangue e divinità, vero Dio e vero
Uomo nella SS. Eucaristia". E non andò
a vederlo.
-
Conosciamo un pò tutti la storia della
Beata Imelda Lambertini,
patrona della Prima Comunione. Mi pare di
ricordare che morì a 12 anni. Era in
un monastero di suore e desiderava ardentemente
ricevere Gesù Eucaristia. Ma la risposta
era sempre negativa, perchè doveva
aspettare altri 2 anni (allora i bambini potevano
comunicarsi non prima dei 14 anni). Il desiderio
di Imelda era troppo ardente. Era in coro
che pregava Gesù di accontentarla.
Le suore erano scese in Chiesa per la S. Comunione.
Finite le S. Comunioni in Chiesa, il celebrante
vide fuggire una particola dalla pisside che
aveva in mano. Tutti meravigliati osservavano
il prodigio. La particola volò in coro
e si pose a poco più di un metro dalla
testa di Imelda. Il sacerdote capì,
prese la particola e fece la Comunione a Imelda.
Finito il ringraziamento le suore, al suono
della campana, andarono via dal Coro. Imelda,
al suono della campana era sempre la prima
ad alzarsi per obbedienza, ma quella mattina
Imelda, le braccia al sen conserte, stringeva
il Tesoro che era sceso nel suo cuore. La
chiamarono, la scossero, ma Imelda non si
muoveva. In un'estasi d'amore la piccola innamorata
di Gesù Eucaristia era passata dall'esilio
alla patria celeste.
Il Signore vi dia pace
Fra Tommaso Maria di Gesù
BIBLIOGRAFIA
Franco
Amerio: "Dottrina della fede",
Ediz. Ares, Milano.
B.
Castegnaro: "Catechismo agli adulti”,
Edit. Giovanni Galla, Vicenza.
Enciclopedia
Cattolica.
D.
Pietro Canova, (CUM) Centro Unitario per la
Cooperazione Missionaria tra le Chiese.
Giulio
Ricci: “L'uomo della Sindone è
Gesù: ne diamo le prove",
Ediz. Carroccio, Vigodarzere (PD).
PREGHIERA PER IL PAPA E PER L’UNITA'
DEI CRISTIANI
"Signore,
tu che hai dato a Pietro le chiavi del Tuo
Regno per sciogliere e legare e ne hai fatto
il fondamento roccioso dell'unità;
Tu che hai pregato per lui, affinchè
egli confermasse i suoi fratelli;
Tu che al suo amore per Te hai affidato i
Tuoi agnelli; concedici, Ti preghiamo, di
saper verificare la nostra fede di singoli
e di comunità su quella di Pietro vivente
in mezzo a noi, e di saper pregare, a imitazione
di Te, per lui, affinchè, vivendo il
suo carisma di servizio e di amore, sia per
tutti il segno visibile e la speranza incarnata
della riconciliazione promessa.
Tu che riunisci i dispersi e li custodisci
nel-l'unità, guarda benigno il Tuo
gregge, perchè coloro che sono stati
consacrati da un solo Battesimo formino una
sola famiglia nel vincolo dell'amore e della
vera fede".