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A cura di frà Tommaso Maria di Gesù dei frati minori rinnovati
Via alla Falconara n° 83 - 90100 Palermo - Tel. 0916730658

Non cattolico. Ed ora vorrei farti alcune domande e obiezioni su un altro Sacramento: l'Eucaristia e la Messa. Voi dite che Gesù è vivo e vero, in corpo, sangue, anima e divinità nell'Eucaristia, che questo miracolo è chiamato "transustanziazione", parola ignorata prima del dodicesimo secolo. In conseguenza, il sacerdote, nel celebrare la Messa, afferma di rinnovare, senza spargimento di sangue, il sacrificio di Cristo e lo offre al Padre.

Cattolico. Esattamente noi crediamo tutto questo, secondo gli insegnamenti abbastanza chiari e precisi che leggiamo nel N. Testamento.

Non cattolico. Ma tu sai quando è sorta la dottrina sulla messa, come è oggi insegnata?

Cattolico. Si, già te l'ho detto, è sorta con la dottrina insegnataci da Nostro Signore Gesù Cristo, riportataci fedelmente dai tre sinottici e da S. Paolo e di cui S. Giovanni l'evangelista nel Capitolo 6 ci offre meravigliosi annunzi.

Non cattolico. Sappi che la data di nascita della dottrina della transustanziazione risale al IV Concilio del Laterano nel 1215. Prima di allora si era liberi di crederci o di respingerla.

Cattolico. Carissimo fratello, ti prego di ascoltarmi, perchè le tue idee e convinzioni si adeguino non alla tua fantasia ma alla storia che parte da Cristo ed arriva sino a noi.
Infatti, questa verità non fu mai posta in dubbio o negata dai credenti. Soltanto nel secolo XI incominciarono reticenze, equivoci, contestazioni, che, purtroppo, culminarono nel noto protestantesimo del secolo XVI. I padri dei protestantesimo variamente respinsero la verità cattolica. Lutero respinse la transustanziazione, non la presenza reale; Calvino e Zuiglio respinsero anche la presenza reale. Calvino riducendola ad una presenza spirituale dinamica, Zuiglio ad una presenza simbolica. E le varie professioni protestantiche moltiplicarono poi le varie interpretazioni, tutte concordi nel respingere la verità cristiana, ossia cattolica, apostolica, romana. Sappi però che l'istituzione dell'Eucaristia - questa realtà, la più sublime e ineffabile, in cui culmina l'amore di Dio per gli uomini - non è stata il prodotto di uno slancio passeggero di sentimento del Divin Salvatore. No. Essa risponde a un grande disegno di Dio già prestabilito e manifestato nei secoli precedenti.
La prima figura la troviamo ai primordi del mondo, e fu l'albero della vita, posto da Dio nel Paradiso terrestre, il quale aveva la virtù di far crescere l'uomo sempre vegeto, robusto, comunicandogli il dono della incorruttibilità e immortalità... Altra figura incontriamo nel pane e nel vino, che offrì al Signore il sacerdote Melchisedech... Andando avanti nei secoli, altre due figure furono l'Agnello pasquale e la Manna del deserto: l'Agnello pasquale, che per gli Ebrei era tutto insieme, vittima e alimento... e liberò infine il popolo del Signore dalla schiavitù di Egitto col suo sangue segnato sulle porte.... La Manna del deserto che conteneva ogni più delizioso sapore, ecc... Altre figure: l'Arca dell'Alleanza, i pani della propiziazione, il capro emissario che cadeva vittima di espiazione per tutte le iniquità del popolo.
Nel Nuovo Testamento troviamo: la conversione dell'acqua in vino alle nozze di Cana; la moltiplicazione dei pani... e, più di tutto, i discorsi del Salvatore ai discepoli e alle turbe, dove si trovavano le più chiare promesse..

Non cattolico. Mi pare che stai dicendo molte cose, ma vuoi eludere la mia obiezione.

Cattolico. Ti prego di ascoltarmi e vedrai che io sto rispondendo esattamente alle tue obiezioni. Tu dici che i fedeli prima del 1215, data del Concilio Lateranense IV, erano liberi di credere al mistero eucaristico, ed io ti sto provando che il mistero eucaristico era stato già predisposto dalla Divina Sapienza e Misericordia. Se poi passiamo ai primi tempi del Cristianesimo troviamo che i fedeli erano certi della fede che professavano in questo grande mistero. Se leggiamo solo il capitolo 66 della prima apologia di S. Giustino, scritta appena 150 anni dopo Cristo, possiamo vedere quale tranquilla sicurezza del dogma eucaristico possedevano le antiche comunità cristiane. S. Giustino descrive l'adunanza e la celebrazione della S. Messa, e a proposito dell'Eucaristia scrive che "non è lecito partecipare ad alcuno, se non a chi crede essere vero ciò che è insegnato da noi, e ha ricevuto il battesimo... e vive così come Cristo ha insegnato". Egli asserisce che la verità circa il pane e il vino eucaristici non si conosce se non per la fede, e che per ricevere l'Eucaristia occorre essere battezzati ed essere in grazia di Dio, “poichè noi non la riceviamo come pane consueto né consueta bevanda; ma come abbiamo appreso che, per il Verbo di Dio, il nostro Salvatore Gesù Cristo fatto uomo ebbe carne e sangue per nostra salvezza, così abbiamo appreso che quel cibo consacrato con la prece delle parole da Lui stesso proferite e dal quale il nostro sangue e le nostre carni sono nutrite per assimilazione, è carne e sangue di quel Gesù che si è fatto uomo".

Non cattolico. E io ti dico che la dottrina della transustanziazione è stata inventata dal Con. Laterano IV del 1215.

Cattolico. Caro fratello, spero di chiarire con poche parole la tua obiezione. Tu parli di dottrina della transustanziazione come se soltanto dopo l'approvazione del Concilio Laterano IV si è incominciato a credere nella presenza reale di Gesù nell'Eucaristia. E questo è un grave errore. Già ti ho detto che S. Giustino insegnava nel 150 il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù dopo la consacrazione. Non ti ho ancora dimostrato che tali affermazioni sono contenute con tutta chiarezza nei sinottici ed in S. Paolo. Ora, voglio farti capire che nel 1215 non fu inventata una dottrina che esisteva già da 1215 anni, ma fu approvata soltanto la parola "transustanziazione" che etimologicamente e sinteticamente indicava molto bene quello che si esprimeva, o si esprime, con molte più parole, ossia il cambiamento della sostanza del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di N.S. Gesù Cristo. Mi sono spiegato?

Non cattolico. Si, ti sei spiegato ed ho capito quello che vuoi dire, soltanto che quello che credi e mi vuoi far credere non è esatto. Perchè il vero significato delle parole di Gesù: "Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue" (Mt 26,26), e le altre: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo, e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi” (Gv 6,53), hanno tutt'altro significato. Infatti è lo stesso Gesù che le ha immediatamente chiarite dopo averle pronunciate, dicendo: “Fate questo in memoria di me". Se avesse voluto indicare il miracolo della transustanziazione, avrebbe detto: “Fate questo in sacrificio di me". Perciò queste parole sono una delle tante immagini che Gesù adoperava, come: “Io sono la vera vite, io sono la porta". Non è che Gesù intendesse trasformarsi materialmente in porta o in una vite o nel pane o nel vino.
I Giudei, al contrario avevano interpretato materialmente le parole di Gesù, e dicevano: "Come mai può costui darci a mangiare la sua carne?" (Gv 6,52). Perciò Gesù cerca di illuminarli: "E' lo spirito quel che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette, sono spirito e vita" (Gv 6,5 3).

Cattolico. Queste tue obiezioni mi richiamano alla mente quelle che mi facesti sulla Confessione quando affermasti che le parole di Gesù "a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti” (Gv 20,23), non significano quello che leggiamo e che Gesù ci ha voluto dire, ma semplicemente quello che dicono i protestanti e cioè: “quando un cristiano annunzia l'Evangelo della grazia, egli scioglie le anime dai loro peccati...”. A queste tue obiezioni così strane risposi. Cosa risponderò alle tue obiezioni sulla SS. Eucaristia non meno strane e antievangeliche di quelle fatte sulla Confessione?

Non cattolico. Si, appunto, cosa mi risponderai?

Cattolico. Certamente non con mie vedute e interpretazioni personali o cervellotiche, ma con le parole stesse di Gesù.
Ecco, noi cattolici "Crediamo presente nell'Eucaristia - professa il Concilio Tridentino - quel medesimo Dio, che l'eterno Padre introdusse nel mondo dicendo “Lo adorino tutti gli Angeli di Dio”; che i Magi adoravano prostrati; che la Scrittura attesta essere stato adorato dagli apostoli in Galilea..." (D.B. 878).
Le parole dette da Gesù sono ripetute dai tre sinottici e da S. Paolo (cf Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; 1 Cor 11,23-25). Per chiarire l'argomento e per non dilungarmi troppo, riporterò solo il testo di S. Matteo che è quasi identico negli altri tre su ricordati.
Ecco le parole di S. Matteo (26,26-28): "Ora, mentre essi mangiavano, avendo Egli
preso del pane e detta una benedizione, lo spezzò e, dandolo ai discepoli disse: 'Prendete, mangiate: questo è il mio corpo. E avendo preso un calice, rese grazie, lo diede loro dicendo: "Bevetene tutti, perchè questo è il mio sangue della nuova alleanza, che è versato per molti in remissione dei peccati”.
Le parole di Cristo sono chiare e non lasciano dubbi. Ma la sofisticheria e la sottigliezza dell'ingegno umano possono problematizzare tutto: non ci sono filosofi scettici che mettono in dubbio e contestano anche le verità naturali più comuni? più semplici, più evidenti? Ma chi vuole usare la propria ragione secondo le norme di una esigente e onesta critica, non potrà intendere le parole di Gesù altrimenti che nel senso in cui gli Apostoli, gli Evangelisti, i fedeli, la Chiesa le hanno sempre intese. Lo stesso Lutero scrive in una lettera: "Devo confessare che se qualcuno mi avesse potuto persuadere che nel sacramento non c'è nulla tranne pane e vino, costui mi avrebbe fatto un gran favore... ho sudato molto intorno a questo punto, ho cercato tutti i modi per districarmi... ma vedo che non c'è nessuna via di uscita; il testo evangelico è troppo chiaro e lampante". Sarebbe forse difficile pensare che gli apostoli, ancora rozzi e scarsamente aperti alle cose soprannaturali - come rimasero fino al giorno della Pentecoste - immediatamente comprendessero e accettassero il mistero che il Cristo loro annunciava compiuto nel pane e nel vino in quella cena pasquale, se non supponessimo che Gesù ve li avesse da lungo tempo preparati. Quante volte, in maniera progressiva, Gesù avrà loro parlato del mistero eucaristico!
Come ne parlasse una volta, S. Giovanni (nel Capi. 6) ce lo riferisce: è stato un momento importante della preparazione, forse il momento decisivo. Prendendo occasione dal miracolo compiuto col moltiplicare pani e pesci per dare da mangiare alla folla che lo aveva seguito, Gesù introduce il discorso eucaristico passando da pane a pane, da cibo a cibo. Dice agli ascoltatori che avevano ripassato il lago, dopo il miracolo, per cercarlo:
“Voi mi cercate perchè vi ho saziato con quei pani, ora non bisogna cercare il cibo che perisce, ma quello che dura sempre; e perciò bisogna credere in Colui che Dio ha mandato.
Quale segno - chiesero gli ascoltatori - farai perchè ti crediamo? I nostri padri ebbero da Mosè il segno della manna, il pane venuto dal cielo, di cui mangiarono. E Gesù: non già Mosè vi ha dato il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane del cielo. E aggiunge: “Io sono il pane di vita”. La gente mormorava perchè Gesù aveva detto di essere “il pane del cielo"; e si dicevano l’un l'altro: non è questi il figlio di Giuseppe, che noi bene conosciamo? e come viene a dirci che è disceso dal cielo? Ma Gesù li rimprovera: “Non mormorate tra voi", e procede esponendo più esplicitamente l'insegnamento eucaristico. Riporto solo le parole culminanti: “Io sono il pane della vita... sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che lo darò è la mia carne (sacrificata) per la vita del mondo".
Allora gli ascoltatori più che mai a mormorare e discutere: "Ma come può costui darci da mangiare la sua carne?" Come si vede, la domanda era esplicita, chiara e persino ingenua e rozza. Gli ascoltatori avevano proprio inteso grossolanamente che avrebbero mangiato la carne di Gesù. Doveva dunque Gesù subito dissipare quei grossolano equivoco, quella rozza fantasia; e gli ascoltatori aspettavano che lo facesse chiarendo non doversi le sue parole intendere alla lettera, doversi interpretare in senso figurato, metaforico. E invece no: invece proprio il contrario. Gesù fa di tutto per fissarli in quella loro persuasione. Non ha parlato in senso figurato e metaforico, ma in senso proprio, in senso realistico. E ribadisce con la solenne autorità della formula quale risuonava soltanto sulle sue labbra, né mai era risuonata sulle labbra dei profeti, anche dei più grandi come Elia o Giovanni: "in verità vi dico". Risponde dunque Gesù: “In verità, in verità vi dico. se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna... perchè la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda.".
Ce n'era abbastanza da stordire e scandalizzare gli ascoltatori. E difatti molti dei suoi discepoli esclamarono: "Questo linguaggio è duro, chi lo può accettare?” e molti si ritrassero e non andarono più con lui. ""Allora Gesù disse ai dodici: volete andarvene anche voi? Simon Pietro gli rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che Tu sei il Santo di Dio".
Nessuna geniale invenzione avrebbe potuto meglio che questa storica narrazione metterci di fronte al problema della realtà eucaristica. Gesù fa un'affermazione paradossale: Egli è il pane di cui bisogna nutrirsi. L'intelligenza umana si rifiuta di credere: la cosa proposta è troppo inverosimile. Gesù viene quindi invitato a temperare le sue affermazioni, a renderle plausibili. Gesù invece insiste: è così: Io sarò il pane da mangiare e chi mi mangerà avrà la vita eterna. E allora l’intelligenza si rifiuta, la volontà si inalbera: non accettano.

Non cattolico. Ma non ti sembra logico e umano questo rifiuto?

Cattolico. Umanamente parlando sembra logico. Infatti intorno a Gesù incominciano le diserzioni, si sta facendo il vuoto. Forse che Egli desiste dalla sua strana affermazione? No, anzi la riconferma: è disposto ad essere abbandonato da tutti, anche dai discepoli, anche dai dodici, ma non ritira una parola di quanto ha detto. Pone piuttosto proprio su queste parole la questione di fiducia: “Volete andarvene anche voi?" Dove l'intelligenza non basta, soccorre la fede.
Simone, la pietra, la roccia della fede, risponde per tutto il popolo cristiano: anche per noi, quindi, che facciamo nostra questa sua professione, questo suo abbandono fiducioso, questa sua completa dedizione del pensiero e della volontà alla sapienza e alla potenza dell'Uomo-Dio. Credo, crediamo, perchè Tu lo hai detto, Tu che solo hai parole di verità: la sola fede basta.

Non cattolico. Ma Gesù parlava in senso figurato, come quando ci dice di essere porta o vite. Qui non significa proprio mangiare, è tutto un simbolismo.

Cattolico. Io devo dirti con tutta franchezza che credo fermamente in Gesù, ed è chiaro che di fronte a queste parole riferiteci da S. Giovanni, ogni riserva cade. Si è voluto sofisticare sulla possibilità di un senso figurato dell'espressione "mangiare la carne, bere il sangue". Invano, poichè il significato figurato di tali espressioni aramaiche sarebbe quello di calunniare e perseguitare. Onde Gesù avrebbe detto: “Chi non mi calunnia e non mi perseguita non avrà la vita; chi mi calunnia e mi perseguita rimane in me e io in lui”.

Non cattolico. Guarda che Gesù ha ben chiarito il senso delle sue espressioni quando ha precisato: "E' lo spirito che vivifica, la carne non giova a nulla; le parole che io vi dico sono spirito e vita" (Gv 6.,63).

Cattolico. Anche questa tua obiezione cade, perchè le parole di Gesù alludono al modo mistico della reale presenza, da non scambiarsi per il modo fisico, quasi che la carne per essere vero cibo dovesse presentarsi sotto forma fisica della carne e il sangue sotto forma fisica del sangue, come intendevano senza dubbio gli ascoltatori. Ma non smentiscono il senso reale delle parole, le quali appunto in senso reale furono interpretate sia da coloro che perciò appunto lo abbandonarono, sia da coloro che perciò appunto sentirono di dover superare il senso e la ragione con l'atto di fede.

Non cattolico. Anch'io credo in Cristo, ma non posso pensare che Egli sia davvero una porta e una vite quando fa tali affermazioni.

Cattolico. Il simbolo o il significato di porta e di vite di cui parla Gesù è così ovvio che mi sembra di fare questioni inutili ed oziose. Basta leggere testo e contesto di Gv 10,1-9 e 15,1-8, per capire subito che Gesù parla in senso figurato. Infatti, in Gv 10, 1 -9, Egli parla di ovile, di porta, di pecore, di pastori veri e non di mercenari, ma il pubblico e i farisei non lo compresero: "... Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che loro diceva..." (versetto 6).
In Gv 15,1-8, Gesù parla della vera vite Gesù e del Padre che ne è il Vignaiolo, e
che toglie ogni tralcio infruttifero, mentre pota ogni tralcio buono perchè porti più frutto. Anche qui la similitudine è chiara: non credo che ci siano persone che possano equivocare il Padre con un vignaiolo, o un uomo con un tralcio, o Cristo con una vite!...

Non cattolico. Ebbene, come capisci che qui si tratta di similitudini e non di realtà, perchè non riesci a capire che nello stesso modo stava parlando Gesù quando diceva di essere Egli stesso raffigurato nel pane e nel vino?

Cattolico. Io comprendo che stiamo trattando uno degli argomenti più misteriosi della fede cristiana, comprendo anche le difficoltà per la nostra mente umana di accettare parole così contrarie al nostro senso umano, ma la realtà del discorso di Gesù, ti ripeto, è sconcertante: Egli fa un'affermazione paradossale. E a chi chiede chiarimenti ribadisce: “la mia carne è veramente cibo ed il mio sangue è veramente bevanda”.
Nel contesto, nella condotta e nella dottrina degli apostoli, nelle istituzioni e nella catechesi della Chiesa primitiva le parole del Cristo furono sempre intese nel senso reale. Diremo che quelli si sono sbagliati, e che i testimoni hanno fatto testimonianza falsa, e che i maestri di verità hanno insegnato l'errore, per il solo fatto che un uomo o alcuni uomini, venuti dopo oltre 1500 anni, tale significato vogliono respingere?
Costoro, a tanti anni di distanza, meglio comprenderebbero quello che non avrebbero compreso i contemporanei, i discepoli, i commensali, gli amici ai quali Gesù stesso disse: “Vi ho chiamati amici perchè vi ho fatto conoscere tutto quello che ho udito dal Padre mio"? (Gv 15, 15).
Che se poi ci rivolgiamo al primo teologo, all'apostolo teologo, a S. Paolo avremo riconfermato, se ce ne fosse bisogno, il senso realistico delle parole di Gesù. Infatti, Paolo rimprovera i Corinzi (cf 1 Cor 10,16) per taluni abusi introdotti nelle loro celebrazioni eucaristiche e dice queste parole: “Il calice di benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione al sangue di Cristo? e il pane che spezziamo non è forse comunione al corpo di Cristo?". E più avanti, dopo aver riferito con le parole dell'istituzione dell'Eucaristia nell'ultima cena, così redarguisce coloro che la ricevono indegnamente: “Chiunque avrà mangiato questo pane o bevuto il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore". E prosegue: "ognuno dunque esamini se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice. Poichè chi mangia e beve indegnamente, si mangia e si beve la sua condanna, non distinguendo il corpo del Signore" (1 Cor 11,27-29).
Non è facile trovare un'altra delle fondamentali e difficili verità della fede, che sia, come questa, così abbondantemente e chiaramente espressa negli scritti del Nuovo Testamento, e così sicuramente documentata nella storia della Chiesa primitiva e della Chiesa antica.

Non cattolico. Ma tu capisci dove si va a finire interpretando le parole alla lettera ?

Cattolico. Lo capisco benissimo e ti dico pure che se la S. Scrittura e la tradizione possono bastare per assicurarci della presenza reale di Cristo nell'Eucaristia, la nostra ragione è invitata, dietro la guida lasciataci da Gesù, il Magistero, a cercar di penetrare qualche poco nelle modalità di tale presenza.

Non cattolico. Sono curioso e desideroso di sapere in qual modo si possa parlare della presenza reale di Gesù nel pane e nel vino.

Cattolico. Ti rispondo con le parole di Paolo VI, traendole dalla Enciclica Misterium Fidei, con la quale il papa passa in rassegna i vari modi secondo i quali Cristo è presente alla sua Chiesa.
"Cristo è presente alla sua Chiesa che prega... che esercita le opere di misericordia... che predica... che regge e governa il popolo di Dio... è presente alla sua Chiesa pellegrina anelante al porto della vita eterna... è presente alla sua Chiesa che in suo nome celebra il sacrificio della Messa e amministra i sacramenti...”.
In ciascuno di questi atteggiamenti della sua Chiesa Cristo è presente in un determinato modo.
“Ma ben altro è il modo veramente sublime, con cui il Cristo è presente alla sua Chiesa nel sacramento dell'Eucaristia... tale presenza si dice “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano reali, ma per antonomasia, perchè è anche corporale e sostanziale, e in forza di essa Cristo, Uomo-Dio, tutto intero si fa presente” (cf M. Fidei, pag. 17-20).

Non cattolico. A me sembra molto più logico pensare ad un simbolismo, anziché ad un fisicismo e materialismo, giacché la presenza eucaristica di cui parla la Chiesa cattolica sfugge, per sua natura, a ogni possibile relazione col mondo dei corpi.

Cattolico. Chi pensa e afferma queste cose, praticamente percorre le vie già battute dai "riformatori" del secolo XVI, anche se con un vocabolario e con un apparato scientifico rinnovato.
Per taluni, infatti, la presenza reale del Cristo non si può dire presenza corporale perchè la condizione del Corpo glorioso di Cristo sfugge ad ogni relazione col mondo fisico.
Si potrebbe dire - secondo questa sentenza - che il Corpo di Cristo goda di una certa ubiquità od onnipresenza, senza nessun rapporto con particolari corpi.
Paolo VI (M. Fidei, 21) risponde: “Malamente qualcuno spiegherebbe questa forma di presenza, immaginando il Corpo di Cristo glorioso di natura pneumatica (spirituale) onnipresente". Malamente, poichè in tal caso non si potrebbe dire “questo è il mio corpo", e l'eventuale presenza di Cristo nell'anima sarebbe spirituale e immediata, anche se occasionata dal pane e dal vino che la significherebbero efficacemente.
Come è chiaro, siamo sulla via dei simbolismo: via già denunciata da Pio XII nell'enciclica Humani generis (16), quando deplorava che alcuni volessero correggere la dottrina tradizionale della presenza eucaristica "in modo da ridurre la presenza reale di Cristo nell'Eucaristia a un simbolismo per cui le specie consacrate non sarebbero altroché segni efficaci della presenza di Cristo e della sua intima congiunzione con i fedeli membri del corpo mistico".

Non cattolico. Ripeto, sono ancora convinto che bisogna più appoggiarsi al simbolo - per
capire la presenza di Cristo nell'Eucaristia - che alla realtà fisica la quale ci porterebbe fuori della ragione.

Cattolico. Ti rispondo. Che la SS. Eucaristia abbia significato simbolico è dottrina molto sviluppata dai Padri e dai Dottori e sancita dal Tridentino, quando dice, per es., che Cristo ha lasciato l'Eucaristia alla Sua Chiesa "come simbolo dell'unità di quel corpo di cui Egli è il capo" (D.B. 875); oppure che l'Eucaristia, come tutti i sacramenti, "è simbolo di una realtà sacra; è visibile forma della grazia invisibile" (D.B. 676). Ma se l'Eucaristia è simbolo, essa è anche "memoriale della sua morte, ... pegno della gloria futura... antidoto contro le quotidiane colpe... e cibo spirituale dell'anima...". Così lo stesso Concilio (D.B. 875), il quale finisce poi per fermarsi di preferenza proprio sul punto della natura di questo cibo spirituale asserisce, che è lo stesso corpo e sangue di Cristo "veramente, realmente, sostanzialmente" presente sotto le specie, come affermano i sinottici e San Paolo.

Non cattolico. Da una parte affermi il simbolismo e dall'altra lo neghi.

Cattolico. Non si tratta di negare il simbolismo, che è uno degli aspetti fondamentali dell'Eucaristia, ma si tratta di intenderlo esattamente e, soprattutto, di non ridurre esclusivamente ad esso la natura ed il significato dell'Eucaristia.
"L'errore - dice la M. Fidei, 4 - sta nell'insistere sulla ragione di segno sacramentale come se il simbolismo, che certamente tutti ammettono nella SS. Eucaristia, esprimesse esaurientemente il modo della presenza di Cristo in questo sacramento".
Proprio in ciò sta la peculiarità che distingue l'Eucaristia da tutti gli altri Sacramenti nei quali la materia, le cose e i gesti visibili sono della grazia, che generano, appunto, soltanto simboli, per quanto efficaci. Nell'Eucaristia la materia, le cose - pane e vino - non sono soltanto simboli della grazia che producono, ma si trasformano nella loro realtà ontologica diventando la sostanza stessa - corpo e sangue e anima e divinità - di Cristo, del datore della grazia, e solo attraverso questa trasformazione producono nell'anima quella grazia che simboleggiano. Orbene, ogni interpretazione puramente simbolica del mistero eucaristico tende a obliterare questo momento tipico ed esclusivo dell'Eucaristia e passa subito dal simbolo alla grazia simboleggiata: questa sarebbe ciò che si intende col nome di cibo dell'anima, di carne e sangue di Cristo, rispetto ai quali il pane e il vino avrebbero soltanto ragione di rappresentazione, segno, simbolo.

Non cattolico. Devo ancora contraddirti perchè il consenso di alcuni Padri della Chiesa, come quello del papa Gelasio I, è nettamente contrario alla dottrina della cosiddetta transustanziazione.
- S. Agostino (c. anno 400), parafrasando le parole di Gesù scrive: "Comprendete in senso spirituale quello che vi dissi. Non mangerete questo corpo che vedete, e non berrete questo sangue che sarà sparso da quelli che mi crocifiggeranno. Vi ho raccomandato un sacramento che vi darà la vita, se lo intendete spiritualmente e, quantunque sia necessario celebrarlo in modo visibile, bisogna tuttavia intenderlo spiritualmente" (Enarrationes in salmos, 98,9).
- S. Giovanni Crisostomo (344-407): “Prima della consacrazione lo chiamiamo pane, ma poi... perde il nome di pane e diventa degno che lo si chiami il Corpo del Signore, sebbene la natura del pane continui tale in esso" (Epistola a Cesario, ediz. Wake, p. 137, citato da: U. Janni, La cena del Signore, Torre Pellice, Ed. "La Luce", 1925, p. 83).
- Teodoreto, vescovo di Ciro (393-458): “I simboli mistici il pane e il vino non abbandonano la loro natura dopo la consacrazione, ma conservano la sostanza e la forma in tutto come prima" (Dialogus, Liber H; citato da U. Janni, op. cit., p. 84).
- Gervasio I, Papa: “Il sacramento del corpo e del sangue di Cristo è veramente una cosa divina; ma il pane e il vino conservano la loro sostanza nella natura del pane e del vino, e la celebrazione del santo mistero non è certo che una immagine o una similitudine del sacrificio del corpo e del sangue di Gesù" (De duobus naturis in Christo [circa anno 496]. Vedi: Biblioteca Patrum, Lione, t. VIII, cit. da Jean Augustin Bost in: Dictionaire d'historie ecclésiastique, Ginevra, 1884).

Cattolico. Ti prego di ascoltarmi con molta attenzione perché quanto sto per dirti non è mia personale invenzione, o semplicemente un modo qualunque di difendere la verità. Si tratta di constatazioni fatte da studiosi e dal Magistero ecclesiastico.
E' scontato che tutti i santi e i Padri antichi hanno creduto alla SS. Eucaristia così come è creduto oggi dalla Chiesa cattolica ed apostolica, però bisogna pur dire, ad onore della verità che nulla toglie all'unicità della fede, che nei primi tempi non c'era ancora un'appropriazione di termini precisi e teologici, per cui molte frasi oggi possono sembrare, e sono, poco esatte per indicare il mistero profondo dell'Eucaristia.
Presso taluni Padri, tanto latini quanto greci, talora il pane e il vino sono detti rappresentare il corpo e il sangue di Cristo, sono pure detti figura e simbolo del corpo e sangue di Cristo. Ma il significato di tali espressioni non indica un'interpretazione puramente simbolica dell'Eucaristia, sia perché tali espressioni si trovano occasionalmente in trama di pensiero nettamente ortodossa, in cui il significato della presenza di Cristo nell'Eucaristia ha un senso reale e letterale; sia perché quelle stesse espressioni assumono un significato ortodosso: il pane e il vino vengono detti rappresentazione e figura dei Corpo e Sangue di Cristo, in quanto esprimono o indicano visibilmente il Corpo e il Sangue invisibilmente presenti nell'Eucaristia: è il visibile segno dell'invisibile realtà - Carne e Sangue di Cristo - presente in esso. Non possono, dunque, i simbolisti appoggiarsi a queste espressioni dei Padri, per autorizzarsi a manomettere il dogma della presenza reale.
Come sia da intendere il simbolismo dell'Eucaristia, lo dice chiaramente Paolo VI: "Le apparenze sensibili restano quelle che erano, pane e vino: ma la loro sostanza, la loro realtà è intimamente cambiata; quelle restano solo per significare ciò che le ha definite la parola onnipotente, perchè divina, di Gesù: corpo e sangue" (Giovedì Santo, 26.3.1970).
I personaggi da te citati - nelle loro espressioni da te ricordate, pur accettando che le parole siano autentiche - hanno anche delle espressioni che lasciano chiaramente comprendere la loro ortodossia. Infatti papa Gelasio sente che il sacramento dell'Eucaristia è una cosa veramente divina; S. Agostino intuisce molto bene il mistero e cerca di far capire ai fedeli che la manducazione non deve intendersi nel senso materiale pur dando, nella sua realtà, la vita... Lo stesso S. Giovanni Crisostomo non fa altro che annunciare la stessa verità e realtà pur non usando quelle parole più proprie, di specie o apparenze, che la teologia eucaristica ha sempre meglio esplicitate da un concilio all'altro. S. Tommaso d'Aquino ci dice che visus, tactus, gustus in te fallitur, ossia: vedo pane, tocco pane, gusto pane (e vino), ma non è né pane e né vino quello che io vedo, tocco e gusto, ma il Corpo e il Sangue di Cristo.
Lo stesso dicasi dei Vescovo di Ciro Teodoreto. Egli dice che il pane ed il vino conservano la sostanza e la forma, cioè restano apparentemente quello che erano prima e perciò li chiama simboli mistici. Tutti i vescovi suddetti erano ortodossi e credevano fermamente alla presenza reale di Gesù nell'Eucaristia. S. Tommaso, che è di un'altra epoca, ha saputo usare parole più chiare e convincenti.
Di Papa Gelasio I sappiamo che oltre ad essere santo, è stato autore del famoso Sacramentario gelasiano, il primo Sacramentario romano; egli fu omelista, liturgista, innologo... il più famoso scrittore fra i suoi antecessori; egli appare come il dottore, il teologo e lo storico del suo tempo. Si sa dalla storia che i suoi scritti spesso furono dai gallicani (francesi) un pò manomessi...
Per le sue ottime qualità di talento e di scrittore i suoi contemporanei nel loro entusiasmo lo acclamarono "Vicario di Cristo e Apostolo Pietro". La successiva generazione, nella persona di Dionigi il Piccolo, ne scrisse l'encomio.
Non penso che un personaggio del genere non credesse alle cosi chiare parole di Cristo, anche se ha usato delle improprietà nelle espressioni.
Chi non conosce la grandezza e la dottrina di S. Agostino e di S. Giovanni Crisostomo? Sono due apprezzatissimi Santi e Dottori della Chiesa cattolica ed apostolica.
Nel Sermone 49,8 PL 38,324, S. Agostino parla già cattolicamente della S. Messa. In De Civitate Dei 10,20 [PL, 41,288], parlando della presenza di Gesù nell'Eucaristia cosi si esprime: “Christus sacerdos est ipse offerens, ipse et oblatio" (= Cristo è il sacerdote che offre ed Egli stesso è l'offerta). Sempre parlando della S. Messa, S. Agostino riesce a compendiare in una frase, pregna di contenuto, l'insegnamento patristico sulla immolazione incruenta, e scrive: “Nonne semel immolatus est Christus in seipso? E tamen in Sacramento omni die populis immolatur” (= Cristo non si è immolato una volta sola? E tuttavia nel Sacramento dell'Eucaristia ogni giorno si immola per tutti (Ep 99,9; PL 33,363).
Tra le altre cose S. Agostino raccomandava la S. Comunione quotidiana. Il Concilio tridentino, al n. 60 così lo ricorda: “Non è del solo Agostino la sentenza: 'pecchi ogni giorno?... e dunque ricevi il Signore ogni giorno'; perchè tale è l'opinione di tutti i Padri che si occuparono di tale argomento come facilmente riconoscerà chi li studierà diligentemente".
Il Concilio tridentino del resto si riconnetteva alla prassi più antica. La Didaché (sec. I) e S. Giustino (sec. II), attestano, per es., che l'Eucaristia era distribuita ai presenti alla Messa e portata agli assenti. I Padri in generale - come S. Cipriano, S. Giovanni Crisostomo - raccomandavano la comunione quotidiana...
Ogni sospetto sul Vescovo d'Ippona cade quando leggiamo nella sua Epistola contro i Manichei, 5 n. 6: “Non crederei al Vangelo se l'autorità della Chiesa cattolica non mi persuadesse".
S. Giovanni Crisostomo è ritenuto "un grande testimone della dottrina e della fede della Chiesa cattolica al suo tempo, soprattutto per quanto riguarda l'Eucaristia" (Encicl. UTET). E' fuori di ogni sospetto per la sua ortodossia, specialmente quando parla del primato di Pietro: “In quei giorni, Pietro si alzò in mezzo ai fratelli e disse... (v. At 1,15). "... Dato che era il più zelante e gli era stato affidato da Cristo il gregge, e dato che era il primo nell'assemblea per primo prese la parola: “Fratelli, occorre scegliere uno tra voi..." (At 1,21-22 - Dalle Omelia sugli Atti degli Apostoli di S. Giovanni Crisostomo, Omelia 3,123; vedi n. 126).
Teodoreto, vescovo di Ciro, presenta delle incertezze sulla sua ortodossia. Egli era amico personale dell'eretico Nestorio; per questa ragione scrisse contro Cirillo ed il Concilio di Efeso, per cui fu condannato. Per questa condanna si appellò al papa Leone I ed al Concilio di Calcedonia (451). E suo appello gli procurò l'ammissione tra i Dottori Ortodossi, dopo di aver fatto, però, una dichiarazione esplicita contro Nestorio. Ma il V Conc. Ecumenico (551) condannò di nuovo i suoi scritti contro Cirillo ed il Concilio di Efeso ed alcune delle sue lettere e sermoni.
In conclusione, per Teodoreto valga tutto ciò che ho detto all'inizio sulla imprecisione dei termini di alcuni Padri, i quali, però, intendevano dire quello che, con più precisione di termini, diciamo oggi, tanto più che le sue parole possono essere intese in senso retto ancora oggi, giacchè effettivamente tutto resta, del pane e dei vino, apparentemente la forma in tutto come prima.

Non cattolico. Noi respingiamo l'affermazione che nella.Messa viene rinnovato il sacrificio di Cristo, perchè “noi siamo stati santificati, mediante l'offerta del Corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre" (Eb 10, 10).
Non ti sembra un sofisma sostenere che l'unico sacrificio compiuto da Gesù Cristo, e che é consistito nella sua morte sulla croce, possa rinnovarsi in maniera incruenta, senza morte, nel pane e nel vino transustanziati?

Cattolico. Tu ti attieni molto alle congetture ed alle apparenze, io invece credo alla Parola di Dio ed al Magistero ecclesiastico istituito da Cristo per darmi chiarezza e sicurezza. E il Magistero mi dà la definizione della Messa in questi termini: "Essa è il sacrificio della Nuova Legge, nel quale, sotto le specie sacramentali è offerta la stessa vittima del Calvario, Gesù Cristo, per riconoscere il supremo dominio di Dio e per applicare ai fedeli i meriti acquistati sulla Croce". La natura propria della Messa è quella di essere un sacrificio. Non si tratta di un nuovo sacrificio, diverso da quello della Croce. La Croce è l'unico sacrificio del Nuovo Testamento: non vi sono altri sacrifici, quasi che quello fosse incompleto e manchevole (cf Eb 16,10-12). E' lo stesso sacrificio della Croce reso presente attraverso una nuova offerta di esso al Padre, da parte del sacerdote, della Chiesa, dei fedeli. "Noi crediamo che la Messa... è il sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari" (Professio fidei di Paolo VI). Il Vaticano II (Decreto sul sacerdozio, 13) afferma che “nel mistero del sacrificio eucaristico... viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione"; e più distesamente, nella Costituzione sulla Chiesa, 3: "Ogni volta che il sacrificio della Croce, col quale Cristo nostro agnello pasquale è immolato, viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione".
Molte discussioni si sono fatte per precisare meglio questo rapporto essenziale per cui la Messa, non potendosi dire un nuovo sacrificio diverso da quello della Croce, non si può tuttavia neppure ridurre a una semplice memoria o commemorazione di esso, ed ha ragion vera di sacrificio: “l’augusto sacrificio dell'altare - dice Pio XII nella M.D., 55 - non è una pura e semplice commemorazione della passione e morte di Gesù Cristo, ma è un vero e proprio sacrificio".

Non cattolico. Io voglio credere fermamente a Cristo, ma non posso credere a quel che dice la Chiesa romana.

Cattolico. Sappi che io sto discutendo sulla realtà biblica e sulla Parola di Dio. Comunque, comprendo le gravi difficoltà che possono sorgere su tale argomento che la Chiesa definisce "mistero della fede", quasi a significare che è uno dei più grandi, se non assolutamente il più grande dei misteri dei Cristianesimo.
A intendere il rapporto fra la Messa e la Croce potremmo forse aiutarci con un esempio. Giovanni XXIII ha pronunciato il discorso di apertura del Conc. Ecum. Vaticano II, il giorno 11 ottobre 1962. Quando, mediante il registratore, io riproduco e riascolto quel discorso, è chiaro che si tratta proprio dello stesso discorso: è papa Giovanni che parla l’11 ott. 1962; è la sua stessa voce. Quel discorso, che è uno solo, si realizza di nuovo per me, sebbene sotto modalità diverse (registratore, ecc..). L’esempio valga quel che può valere; ma forse serve a persuaderci che non è una cosa assurda affermare l'identità del Sacrificio della Messa con quello della Croce. La Messa rinnova o, se si vuole, rende presente nuovamente il Sacrificio compiuto una volta per sempre sul Calvario. E' questa mistica identità che costituisce il pregio infinito della Messa.
Si veda, allora, con quanta ragione Lutero e i protestanti negassero il carattere sacrificale della Messa, quasi esso detraesse all'unico sacrificio, il Sacrificio della Croce! La Messa, sacrificio incruento, "anzichè diminuire la dignità del sacrificio cruento, ne fa risaltare, come afferma il Concilio di Trento, la grandezza e ne proclama la necessità. Rinnovato ogni giorno, ci ammonisce che non c'è salvezza al di fuori della Croce di Nostro Signore Gesù Cristo". (Dalla Mediator Dei, 65, di Pio XII).

Non cattolico. Cosicchè io debbo convincermi di questo assurdo: che il Sacrificio della Croce è lo stesso della S. Messa! Io non posso convincermi di una simile assurdità.

Cattolico. Io ti comprendo, caro fratello, ma bisogna pur credere a Cristo. Certamente Egli ha detto delle cose divine, anche misteriose, ma non ha potuto ingannarci. D'altra parte, la Chiesa si rende conto di certe difficoltà e ci tiene a precisare e a chiarire. Infatti il Conc. di Trento si è preoccupato di precisare gli aspetti per cui convengono e gli aspetti per cui differiscono la Messa e la Croce. "Nel divino Sacrificio che si compie nella Messa, è contenuto e viene immolato in modo incruento quello stesso Cristo che una volta si è immolato in modo cruento sulla Croce... Una e medesima è la vittima, il medesimo è colui che si offre ora attraverso il ministero dei sacerdoti, e che si offrì allora sulla Croce; diverso è solo il modo dell'offerta" (D.B. 940). ... “Sulla Croce di fatto... l'immolazione della vittima fu compiuta per mezzo di una morte cruenta liberamente subita; sull’altare invece, a causa dello stato glorioso (e perciò impassibile) della sua umana natura... non è possibile l'effusione di sangue; ma la divina sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il Sacrificio del nostro Redentore con segni esterni che sono simboli di morte... Le specie eucaristiche infatti, sotto le quali Egli è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e dei sangue" (Pio XII, Med. Dei, 56-57).
Il Catechismo di Pio X, inoltre, aggiunge che “sulla Croce Gesù Cristo meritò ogni grazia per noi; invece sull'altare Egli... ci applica i meriti del Sacrificio della Croce" (Risp. 350).

Non cattolico. Tutte cose complicate e difficili. Chi le può capire?

Cattolico. La tua domanda è quasi identica a quella posta da molti dei suoi discepoli a Gesù: "Questo linguaggio è duro, chi può intenderlo?" (cf Gv 6,60).
In sintesi, diciamo che la Messa è il rinnovamento del Sacrificio della Croce, l'applicazione della redenzione per quello operata, il ricordo perennemente richiamato dell'amore del Cristo. Questi tre aspetti indissolubilmente uniti, così vengono sintetizzati dalla Mysterium Fidei, 11 di Paolo VI, che riprende il decreto del Tridentino: "Nel mistero eucaristico è “ripresentato” in modo mirabile il Sacrificio della Croce una volta per sempre consumato sul Calvario; vi si richiama perennemente alla memoria e ne viene applicata la virtù salutifera in remissione dei peccati che si commettono quotidianamente".
Così pure il Vaticano II (S.C., 47): "Gesù Cristo istituì il Sacrificio eucaristico dei suo Corpo e del suo sangue, onde perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il Sacrificio della Croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e della sua risurrezione ..... .
La volontà di Cristo di immolarsi per noi si è espressa direttamente sul Calvario, ma, con l’istituzione dell'Eucaristia, essa si esprime anche nella Messa attraverso il mistero del Sacerdote che offre. "Cristo ha sigillato in un rito, rinnovabile dai suoi discepoli, fatti apostoli e sacerdoti, l'offerta di se stesso, vittima al Padre per la nostra salvezza, per nostro amore: è la Messa" (Paolo VI, 26.3.1970).
Sul Calvario solo Gesù è vittima e sacerdote; nella Messa, insieme con Lui, che rinnova l'offerta attraverso il ministero del sacerdote, si unisce la Chiesa tutta e si uniscono i fedeli partecipanti... La Messa è l'offerta sacrificale del Cristo intero, persona fisica e persona mistica, di Gesù e della Chiesa, prolungamento di Cristo nella storia.

Non cattolico. Ma Gesù parlando di "memoria" e dicendoci che le sue parole sono "spirito e verità" ci vuol lasciare comprendere che tutto va spiegato spiritualmente e basta.

Cattolico. In merito alle precise parole di Gesù vi furono varie interpretazioni ed errori. Vi fo solo un accenno.
- L'esagerato spiritualismo delle sette medievali si risolse in una decisa negazione della Messa come rito sacrificale.
- All'inizio del secolo XIII gli Albigesi formularono la loro negazione in una concisa frase, riportata da Durando di Mende: "Né Cristo né gli Apostoli istituirono la Messa" .
- Nel secolo XVI, nel non celato desiderio di abbattere la maggiore difesa del papato, avanzarono speciosi argomenti biblici per scuotere la fede nell'origine divina della Messa.
- Il protestantesimo liberale e il razionalismo, con tattica nuova, hanno tentato di eliminare tutto il fenomeno eucaristico.
Dopo questo brevissimo accenno agli errori sino al protestantesimo, riprendo a chiarire la dottrina cattolica.
Il Concilio di Trento (Sess. XII, cann. 1- 4), fissò il pensiero della Chiesa nelle dense e lapidarie formule, con le quali condannò tutte le sfumature dell'errore protestante.

Non cattolico. Tu parli con tanta sicurezza e albagia ... ma, dimmi, quali sono le prove bibliche che mi porti su quanto vai affermando?

Cattolico. Ti rispondo con piacere perchè la Chiesa cattolica basa tutta la sua fede nella Rivelazione. Come già ho accennato al principio di questo argomento, nell'A. Testamento i Padri hanno riscontrato figure e allusioni al Sacrificio eucaristico. Oggi si considerano vere profezie della S. Messa due testi, sui quali è concentrata l'attenzione della Chiesa e dei teologi: Salino 109,4: “Tu sei sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedech". Questo salmo, che da tutti è ritenuto messianico afferma tre cose: Cristo è sacerdote e pertanto offre il sacrificio; Egli compirà questa funzione sacerdotale per sempre; la sua offerta sacrificale sarà fatta secondo il rito di Melchisedech (Gen 14,18). L'inciso "ed era sacerdote dell'Altissimo" suggerisce l'idea di una oblazione sacrificale di pane e vino, fatta da Melchisedech per la vittoria di Abramo...
Tale profezia si può ritenere pienamente verificata soltanto nell'ipotesi che la Messa sia un vero sacrificio; infatti solamente nella quotidiana offerta del pane e dei vino consacrati, Cristo appare sacerdote che offre perpetuamente un sacrificio secondo il rito di Melchisedech.
Nel secolo V a.C., il profeta Malachia, riprendendo la tiepidezza dei sacerdoti dell'A. Testamento, che offrivano roba di scarto (animali ciechi, zoppi), così si esprime: “Io non sono contento di voi, dice il Signore degli eserciti, io non accoglierò più il sacrificio delle vostre mani, perchè dall'Oriente all'Occidente il mio nome è grande fra le genti e in ogni luogo si sacrifica e si offre al mio nome un'oblazione pura, poichè grande è il mio nome fra le genti, dice il Signore degli eserciti” (Mal 1, 10-11).
In questa profezia si parla di un vero sacrificio, che sarà offerto nell'età messianica, caratterizzata dall'abrogazione del levitismo, dalla universalità e dalla santità. La visione profetica di Malachia che vede l'offerta, il sacrificio puro all'unico Dio, ha il suo compimento perfetto nella Messa, che da ogni punto della terra e da tutte le stirpi è offerta come “ostia immacolata" al Signore.
Il Nuovo Testamento offre indizi certi e apodittiche testimonianze. Nell'Ultima Cena Gesù compì un vero sacrificio quando disse che il suo Corpo era “dato”, ed il suo Sangue era "versato". Queste due espressioni nello stile biblico, anche separatamente prese (vedi Is 53,12; Mt 20,28; Rm 8,12; Gal 1,4; 2,20; Ef 5,25; 1 Tm 2,6; Tit 2,14; Eb 10,10; per l'effusione del sangue, vedi Rm 3,25; 5,9; Ef 1,7; 1 Cor 14,20; Eb 9,7; 1 Pt 1, 19; 1 Gv 1,7), indicano sempre un'immolazione sacrificale. Né si può ritenere che Gesù volesse alludere all'imminente sacrificio della Croce, poichè è al presente che Egli parla: "viene dato" (il suo corpo), “viene effuso" (il suo sangue). Quindi tutto si riferisce a quanto avveniva nel momento in cui Gesù parlava. Proprio in quell'istante Cristo diede l'ordine di rinnovare quel rito sacrificale: “fate questo in memoria di me" (Lc 22,19).
La Chiesa pertanto, ripetendo il gesto eucaristico del suo Fondatore, compie, un vero e proprio sacrificio, quello stesso che offrì Gesù. Questa interpretazione sacrificale dell'Ultima Cena viene efficacemente confermata da altre espressioni del contesto di Lc 22,19: “che per voi è dato".
Il Corpo del Signore non viene soltanto offerto in cibo ai discepoli, ma anche dato per loro: evidente allusione al carattere sacrificale del rito.
Lo, stesso dicasi del Sangue che "per voi viene effuso" (Lc 22,20). Nello stesso inciso si considera stabilita la Nuova Alleanza nel Sangue eucaristico, con manifesta allusione ad Es 28,8. Le due Alleanze sono viste nella prospettiva sacrificale dell'effusione del sangue delle vittime. In questo stesso sfondo l'Eucaristia è considerata come la nuova Pasqua, la quale, nel Sangue dell'unico Agnello che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29), fa cessare gli innumerevoli sacrifici della Legge.
S. Paolo (1 Cor 10,20-21) affianca le testimonianze evangeliche: “…No, ma dico che i sacrifici dei pagani sono fatti a demoni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demoni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demoni".,
L’Apostolo, stabilendo un'antitesi tra i riti pagani e quelli cristiani, riconosce presso entrambi l'esistenza di un sacrificio.
Un'altra trasparente allusione al Sacrificio della Messa è in Eb 13,10: "Noi abbiamo un altare dei quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo". Infatti il realistico, verbo "mangiare" porta spontaneamente il pensiero all'altare eucaristico, dove realmente la vittima è consumata, piuttosto che all'altare della Croce, la cui vittima può dirsi mangiata soltanto metaforicamente. Cosi come giacciono le parole (Eb 13,10), c'è l'allusione al culto e sacrificio eucaristico a confronto con quelli levitici dell'A. Testamento (Tabernacolo).

Non cattolico. Dici molte cose, però a me risulta che la dottrina della Messa, come è oggi insegnata dalla Chiesa, è sorta col Conc. del Laterano del 1215, come già ti ho fatto notare.

Cattolico. Ancora una volta ti sbagli. Sappi che la Chiesa, obbediente al comando del Signore “Fate questo in memoria di me" Lc 22,19; 1 Cor 11,24), subito celebrò l'Eucaristia a Gerusalemme (At 2,42), a Troade (At 20,7-11), a Corinto (1 Cor 10,11) e in tutti i luoghi delle sue conquiste. Fin dal principio circondò il rito della frazione del pane di cerimonie e di preghiere, nelle quali, in forma semplice, venne espressa la fede comune che rivive l'indole sacrificale del culto eucaristico. La Didachè (14,1-3) affermò che l'Eucaristia è il sacrificio predetto da Malachia. S. Giustino ne fornì la prima descrizione liturgica. Con S. Ippolito ne viene introdotto il ricordo nel primo Canone romano, e con Serapione nasce la prima anafora orientale.
I SS. Padri d'accordo con la tradizione liturgica e con i dati neotestamentari, offrono una testimonianza particolareggiata sull'indole sacrificale dell'Eucaristia e sui suoi elementi costitutivi. Essi ritengono che la S. Messa è un vero e proprio sacrificio (S. Ireneo); predetto e prefigurato nel Vecchio Testamento (Didaché, S. Giustino, S. Ireneo, S. Cipriano, S. Agostino); istituito da Gesù Cristo nell'Ultima Cena (S. Ireneo, San Cipriano, Eusebio di Cesarea); Cristo realmente presente sotto le specie dei pane è il sacerdote e la vittima del sacrificio eucaristico (S. Efrem, S. Agostino); come sacerdote offre invisibilmente (S. Gregorio Nisseno).
L’opera misteriosa dell'Offerente divino appare esternamente attraverso l'oblazione sensibile dei suoi ministri (S. Cipriano, Ep. 63,14, PL 4,385; S. Ambrogio, Enarr. in Ps., 38,25, PL 14,1051-52); come vittima è nuovamente immolato incruentemente, misticamente, nel Sacramento, nel mistero (Tertulliano, De Pudicizia, 9 PL 2, 1050; S. Gregorio Nazianzeno, Ep 171, PG. 37,279; S. Gregorio Nisseno, Pregh. nella Risurrezione di Cristo, 1 PL 46,61 l; S. Cirillo di. Gerusalemme, Catech., 23,10 PG 33,1118; S. Ambrogio, De Officiis, 1,48 PL 16,94, S. Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, 3,4 PG 48,642).
L’immolazione incruenta e sacramentale rappresenta la morte cruenta del Calvario e ne rinnova perennemente la memoria: ci parlano di ciò S. Cipriano, Serapione di Thmuis, S. Agostino.
Alla fine del secolo VI, S. Gregorio Magno, adunando tutti gli elementi della Tradizione, costruì una sintesi particolarmente felice su tutto l'argomento che sto trattando.

Non cattolico. Troppe cose stai dicendo che forse sono incontrollabili e forse anche inutili dal momento che i teologi della Chiesa romana non sono tutti d'accordo su questa dottrina.

Cattolico. Si, hai ragione, sto dicendo troppe cose. Ma non sei stato tu a dirmi che la dottrina della Chiesa cattolica sull'Eucaristia è nata nel 1215? Ebbene io ti stavo rispondendo con la storia alla mano per dimostrarti che quel che dici non risponde alla realtà. Per quanto riguarda il disaccordo di alcuni teologi so che esso è esistito e forse ancora resta qualche dissidente; ma non c'è da meravigliarsi, dal momento che tutto il protestantesimo pure si professa cristiano, ma in pratica non crede alle parole di Gesù.
E' facile capire che, data la profondità del mistero, di tanto in tanto, c'è qualche spirito che va in crisi. Infatti certe correnti teologiche vorrebbero modernizzare la dottrina cattolica sull'Eucaristia. Sembra ad esse, che il dogma della presenza reale come è inteso fino ad oggi, sia inteso troppo rozzamente, popolarmente. Riprendendo l'accusa di fisicismo, già rivolta al dogma della presenza reale, vorrebbero dame una interpretazione a loro avviso più elevata, più spirituale: e se essa si presenta come troppo difficile e astrusa amano ripetere: "questa verità non è per le masse".
Già Pio XII nella Enciclica Humani generis (22.9.1956) aveva avvertito il sorgere di tali tendenze che volevano giustificarsi con il motivo che “la dottrina della transustanziazione è fondata sopra una nozione della sostanza antiquata e perciò da emendare"; e nel discorso al Congresso di liturgia di Assisi aveva preso ad esaminare un'interpretazione che le si voleva sostituire, secondo la quale la presenza del Cristo nell'Eucaristia. non sarebbe già per la transustanziazione, ma per una speciale relazione, reale ed essenziale, che le specie verrebbero ad acquistare con il Corpo di Cristo presente nel cielo. Il pontefice esprime le sue preoccupazioni, constatando che tale interpretazione ben difficilmente si accorda con le parole di Cristo "questo è il mio corpo", e che essa “fa uscire - per così esprimersi - il Cristo dalla Eucaristia e finisce per lasciare nel Tabernacolo null'altro che le specie eucaristiche, per quanto aventi una relazione - cosiddetta reale ed essenziale - col Signore che realmente è nel cielo".

Non cattolico. Però i concetti di queste nuove teorie sembrano rispondere meglio alle vedute umane.

Cattolico. Può darsi. Ma chi aderisce alla rivelazione, in corti momenti se non mette da parte le vedute umane per guardare con occhio soprannaturale alcuni punti della divina parola, non ci capirà più niente.
Infatti, certi teologi dicono che il concetto di sostanza è legato ad una filosofia superata e perciò, per ragioni pastorali, occorre procedere agli opportuni emendamenti in quanto la mentalità moderna è sempre più critica e personalistica. E allora, bisogna tentare di sganciare il dogma da una formula consunta, esprimerlo in modo migliore per renderlo più accetto al mondo di oggi.
Questi teologi, in generale, sono mossi da legittime intenzioni e protestano di accettare il dogma della presenza reale. Solo vorrebbero - e pretenderebbero di aver raggiunto lo scopo - dare di esso un’interpretazione oggettivamente migliore e soggettivamente più conforme alle esigenze del pensiero moderno. Vediamo di che cosa si tratta.
I nuovi teologi muovono dalla tendenza moderna di accentuare la centralità della persona in tutta la sfera umana. Essi vorrebbero presentare il mistero eucaristico in funzione della filosofia esistenzialistica. Secondo tale filosofia la presenza di una persona è realizzata non tanto in grazia dell'in sé e per sé, ma essenzialmente in grazia del "per altri". Orbene, i nuovi teologi pongono alla base della loro spiegazione, non il significato entitativo che il pane riceve dalla sua natura di pane (1 "in sé" del pane), ma il significato antropologico che esso riceve dal riferimento all'uomo (il "per altri" del pane). Questo sarebbe il significato più profondo e addirittura il significato costituente l'autentica realtà umana del pane.
La realtà fisico-chimica del pane (e similmente dei vino) acquista un suo significato, nel senso di una sua realtà umana, attraverso la determinazione che ne fa l'uomo.
Ora poi nella trasformazione eucaristica il pane non subirebbe cambiamento nella sua realtà fisico-chimica di pane, ma nella sua realtà umana, ossia nel suo significato rispetto all'uomo, in quanto, per la volontà di Cristo attualizzata dal sacerdote, il pane e il vino, diventano segno del dono che Cristo fa di sé in nutrimento della vita soprannaturale. Come i cibi volgari, sulla mensa dell'ospite cessano di essere cibi volgari e diventano il segno del suo amore e della sua presenza amorosa, similmente - in qualche modo - succederebbe per il pane e il vino eucaristici.
Il pane subirebbe non già una transustanziazione - cambiamento di sostanza -, ma una transignificazione - cambiamento del profondo significato -.
Non molto diversa è la transfinalizzazione. Come ogni cosa, anche pane e vino hanno un fine naturale, che scaturisce cioè dalla loro natura voluta da Dio, e li caratterizza come pane e vino.
Questi fini naturali consistono nell'essere nutrimento all'uomo. Mutare questo fine profondo è come mutare il loro essere profondo, la loro natura. Ciò succederebbe nell'Eucaristia, dove pane e vino acquisterebbero, per volontà di Cristo, il nuovo fine di renderlo presente in atto di offerta e sacrificio a Dio. Anche qui dunque, non già transustanziazione (cambiamento di sostanza), ma transfinalizzazione - ossia cambiamento della finalità profonda.
Secondo questi teologi transignificazione e transfinalizzazione avrebbero il vantaggio di esprimere la presenza del Signore in termini di persona, mentre la transustanziazione la esprimerebbe in termini di cosa, e quindi in una maniera meno appropriata. Queste due interpretazioni, indicate nelle loro linee essenziali - ma che variano anche notevolmente presso i vari teologi - hanno simile la motivazione e l'argomentazione. Hanno però simile anche il lato contestabile. Ambedue, infatti, venendo incontro all'esigenza personalistica come é espressa nelle filosofie odierne, condividono di esse la diffidenza ontologica e le preferenze soggettivistiche. Il significato ed il fine, che le cose hanno in rapporto all'uomo e ricevono dalla determinazione dell'uomo, par tali teologi sono talmente importanti, da potersi dire che addirittura costituiscono la realtà più profonda e più vera delle cose. Come è chiaro, qui viene minimizzato e addirittura obliterato l'aspetto oggettivo, entitativo, che le cose hanno per se stesse, per loro natura. Ma finchè distinte rimangono la realtà e la sostanza del pane dal significato che esso può ricevere e dal fine cui esso può venir piegato sia dall'intenzione dell'uomo sia dalla volontà di Dio, transfinalizzazione e transignificazione non potranno equivalere a transustanziazione.

Non cattolico. Non ti nascondo che queste teorie effettivamente esprimono realtà più umane ed accettabili. Come mai la Chiesa cattolica le respinge?

Cattolico. La ragione è molto semplice: perchè esse non rispondono alla mente di Cristo e alle parole lasciateci dagli scrittori sacri. Se, infatti, transignificazione e transfinalizzazione, sono quello che abbiamo detto, che senso può ancora avere la solenne definizione tridentina che afferma nel mistero eucaristico aver luogo una “mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Cristo" ? Come possono le parole "significato" e "fine" soggettive, assumersi come equivalenti delle parole “sostanza" e "realtà" oggettive? Come può dirsi che il cambiamento di significato e di fine equivalga al cambiamento della sostanza, e che per il fatto che pane e vino significano il corpo e il sangue o hanno per fine la presenza di Cristo nell'anima, per questo fatto si possa dire che in essi è contenuto "veramente, realmente, sostanzialmente" Cristo?

Non cattolico. Nonostante tutto quello che dici, io ammiro l'audacia e anche la profondità di questi nuovi teologi.

Cattolico. Già ti ho detto che le intenzioni di tali autori, sono rette; ma esse finiscono con lo svuotare di significato quella presenza reale che pure volevano rendere intelligibile; non riescono, quindi a distinguersi dalle interpretazioni puramente simboliche. "Senza dubbio - dice la Mysterium Fidei, 24, di Paolo VI - le specie del pane e del vino, avvenuta la transustanziazione, acquistano un nuovo significato e un nuovo fine, non essendo più l'usuale pane e l’usuale bevanda, ma il segno di una cosa sacra e il segno di un alimento spirituale; ma intanto acquistano nuovo significato, e nuovo fine, in quanto contengono una nuova realtà che giustamente nominiamo ontologica" ed è realtà del Corpo e del Sangue di Cristo. Come a proposito del simbolismo, non si nega che l'Eucaristia sia simbolo, ma si nega che si riduca a simbolo; così a proposito della transignificazione e della transfinalizzazione, non si nega che il pane e il vino consacrati acquistino un nuovo significato o un nuovo fine, ma si nega che in tal nuovo significato e in tal nuovo fine la trasformazione eucaristica si risolva e consista. Anche qui - come si è visto per il simbolismo - si passa dal pane e vino significanti, alla grazia significata, mettendo fra parentesi la realtà del Cristo che è, viceversa, la singolarissima caratteristica esclusiva di questo Sacramento.

Non cattolico. A me pare che la Chiesa cattolica sia troppo esigente e cada nel difetto del formalismo.

Cattolico. Attenzione, caro fratello. Qui non si tratta di formalismo ma di sostanza e di essenza. Il Magistero ammette, in linea di principio la perfettibilità delle formule dogmatiche, ma richiama contemporaneamente gli studiosi ad una grande prudenza, perchè troppo facilmente il cambiamento delle formule e delle parole non è senza cambiamento del contenuto e del senso del dogma definito. Ciò è da ripetersi, con più forte ragione, a proposito del mistero eucaristico. Dice Paolo VI (M. Fidei, 9): "Salva l'integrità della fede, è necessario serbare anche un esatto modo di parlare, affinchè usando parole incontrollate non ci vengano alla mente ... false opinioni riguardo alla fede dei più alti misteri". Questo spiega la tenace insistenza con cui il Magistero ha sempre difeso l'uso della parola tridentina "transustanziazione". La ripete Pio XII nella Humani generis, la ribadisce nella Medator Dei, la riprende Paolo VI nella Mysterium Fidei. Lo stesso pontefice (Paolo VI), parlando in una udienza generale, a proposito dello zelo della Chiesa nel conservare l'integrità del messaggio rivelato, ebbe a dire: “Le formule stesse in cui la dottrina è stata meditatamente e autorevolmente definita non si possono abbandonare: a questo riguardo il Magistero della Chiesa, anche a costo di sopportare le conseguenze negative dell'impopolare involucro della sua dottrina, non transige, non può fare altri menti. Gesù stesso, dei resto, ha sperimentato la difficoltà del suo insegnamento" (4.12.968). A costo dell'impopolarità: la Chiesa non cerca la popolarità, ma insegna la verità. In conclusione, non sembra che si debba fare un grande guadagno sostituendo la parola "transustanziazione" con "transignificazione" e "transfinalizzazione", che sono parole, certamente, non meno oscure e misteriose e non meno strane e incomprensibili della parola "transustanziazione", la quale, d'altra parte, tutt'altro che strana e inconsueta, suona ben familiare alle orecchie dei fedeli: essi infatti la imparano fin dai primi momenti della loro educazione catechistica.

Non cattolico. Dammi una risposta breve e precisa: per te cos'è la S. Messa, l'Eucaristia? A me sembra un'assurdità seguire la dottrina della Chiesa cattolica.

Cattolico. Carissimo, qui si pone il dilemma: o credere ai sensi o credere alla parola di Cristo. Non è dissennatezza, perchè non è dissennata la fede. Chi potrà infatti censurare l'assoluta libertà divina? Chi potrà porre dei limiti alla divina onnipotenza, che è onnipotenza creatrice? In nome di che cosa potrebbe la mente umana insorgere e dire: impossibile? Essa può stare tranquilla, poichè non si tratta di un assurdo, ma di un mistero. Assurdo sarebbe se il pane fosse insieme Corpo, di Cristo ossia non pane, e il vino fosse insieme Sangue di Cristo, ossia non vino. Non è questa la fede cattolica: nell'ostia c'è Cristo e non il pane; nel calice c'è Cristo e non il vino. Del pane e del vino restano solo le apparenze.

Non cattolico. Ma come è possibile questo che dici?

Cattolico. Scusami, qui siamo nel divino e, quindi, nel mistero. Perchè tu non lo vedi possibile, potrai forse dirlo impossibile? Seguendo l’insegnamento dei Padri, dei Dottori, dei Concili e dei Pontefici, Paolo VI nella Misterium Fidei, 25, ci risponde: "La potenza che opera questo prodigio è la stessa potenza di Dio, quell'onnipotenza cioè che al principio del tempo ha creato dal nulla l’universo".
Sarà più facile creare che trasformare? Come dice S. Ambrogio: “La parola di Cristo, che ha potuto fare dal nulla ciò che non esisteva, non potrà mutare le cose che esistono in ciò che non erano? Non è infatti minor cosa dare a un essere una propria natura, che cambiargliela” (cit. in M.F., 27).
La Scienza nel suo progresso non continua forse a smentire le sue stesse sentenze? Non ha ormai chiara coscienza che ogni piccolo segreto che riesce a strappare alla natura, se risolve alcuni problemi, ne pone molti altri? Sicché il progresso del sapere è insieme il progresso nella coscienza dei non sapere? E in nome di questa piccola e oscillante luce del nostro sapere, oseremmo avanzare riserve sull'immensa luce del sapere divino?
Vale qui il monito di S. Paolo: “E chi sei tu, o uomo, che pretendi discutere con Dio? (Rm 9,20).
L’Eucaristia è il mistero della fede anche nel senso che con l'accettare questo mistero, la fede rivela, più che in altri misteri, la sua vertiginosa audacia, che scommette tutto e solo sulla parola di Cristo.

Non cattolico. Più ti ascolto e più mi vengono dubbi. Com'è questa presenza di Cristo sotto le specie del pane? Vuoi dirmelo?

Cattolico. Certamente non è il modo della nostra comune esperienza, secondo la quale un corpo è presente a un altro corpo per l'applicazione delle sue dimensioni alle dimensioni di questo altro corpo.

Non cattolico. E come è? Dimmelo.

Cattolico. Su questo punto i teologi hanno disputato e disputano ancora. Però si può dire che dal concetto di transustanziazione, usato dal Magistero, ci può venire anche una generica indicazione circa il modo di questa presenza di Cristo. Cristo è presente come è presente la sostanza: ad modum substantiae, in quel modo con cui è presente la sostanza, ossia in modo diverso da come è presente la quantità, le dimensioni. Così col crescere o diminuire della quantità di pane, per es., non cresce o diminuisce la sostanza pane come tale. E' uguale la sostanza pane in un piccolo pane e in un grosso pane.
E nel pane la sostanza si trova identicamente in ciascuna delle sue parti, sicchè non si moltiplica né si divide la sostanza, moltiplicandosi o dividendosi la pagnotta. Così moltiplicando l'ostia non si moltiplica il Corpo di Cristo, né dividendo l'ostia si divide il Corpo di Cristo, né muovendosi l'ostia si muove il Corpo di Cristo. E questo perchè, come ho detto, Cristo è presente non secondo il modo della quantità, ma della sostanza, per cui si moltiplica la sua presenza sacramentale. La presenza di Cristo è unica e mirabile; tuttavia possiamo trovare qualche analogia.
Possiamo, per es., paragonare il modo di essere presente del Corpo di Cristo nell'Eucaristia col modo con cui sono presenti nelle cose materiali le realtà immateriali. Così, per es., il pensiero di chi scrive è presente nello scritto, ma non diventa né grande né piccolo con una scrittura grande o piccola, né si moltiplica moltiplicando lo scritto o si divide lacerandolo, e simili.
Si tratta solo di analogia, perchè il modo della presenza di Cristo nel Sacramento è un modo unico e speciale, esclusivo di questo Sacramento: lo si suole denominare appunto "presenza sacramentale".
Pensando appunto che il Corpo di Cristo sotto le due specie vi si trova ad modum substantiae, si può intravedere la plausibilità di quanto asserisce il Concilio Tridentino: e cioè che "nel mirabile Sacramento dell'Eucaristia Cristo è contenuto tutto intero sotto ciascuna specie e sotto ogni singola parte della specie separata dalle altre" (D.B. 885).

Non cattolico. In base a quello che stai dicendo, io ti domando: perchè è stato soppresso il calice al popolo? Non possiamo accettare che il popolo venga privato della partecipazione al calice. Non sai che Gesù ha esplicitamente invitati i discepoli a bere tutti dal calice? La Chiesa cattolica adduce motivi di igiene e di riverenza, mentre né Gesù né gli apostoli avevano pensato a tali inconvenienti. Se il rito fosse completo con il solo pane, i sacerdoti non dovrebbero neppure loro bere il vino.
“Chiedo dunque che mi si spieghi - scrive - va Lutero - perchè ai laici è lecito dare una parte del sacramento, e solo ad essi è permesso darlo non completo. Non ammettono forse, per la loro stessa testimonianza, che ovvero ai laici si concedono le due specie, ovvero ad essi non è dato il vero sacramento? In che modo per i preti una sola specie non costituisce il sacramento e per i laici si?" (M. Lutero, De Captivitate Babilonia Ecclesiae, Praeludium, Weimar, VI, pp. 497-573; cit. da: G. Alberigo, La Riforma Protestante, Milano, Garzanti, 1959, p. 83).
Dimmi infine: perchè nella stessa Chiesa cattolica in Oriente, oggi ancora si celebra la messa distribuendo ai fedeli il pane e il vino a differenza delle Chiese latine? (vedi: P. Gaspari (card.), Catéchisme catholique, Chabeuil, Ed. Nazareth, 1959, p. 159).

Cattolico. Cercherò di rispondere nel miglior modo a queste tue osservazioni cercando, con la logica e con la verità di soddisfare e risolvere le difficoltà da te poste.
E' vero che Gesù disse: "Se non mangerete la carne... e non berrete il sangue..."; ma è pur vero che in quelle stesse circostanze disse più volte: "In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo" (Gv 6,22-23); " ... Gesù rispose: Io sono il pane della vita; chi viene a me non, avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete" (Gv 6,35); “Io sono il pane della vita... questo è il pane che discende dal cielo... lo sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo" (Gv 6,48-51); “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me, e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo... Chi mangia questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,57-58). Quindi, senza fare alcun riferimento al calice contenente il Suo Sangue.
Poi non è vero che la comunione senza il calice sia una comunione incompleta; perchè dopo la consacrazione, sia sotto le specie del pane, sia sotto le specie dei vino, vi è Gesù Cristo tutto intero. Infatti, è impossibile separare il Sangue di Cristo dal Suo Corpo, dalla Sua Anima e dalla Sua Divinità. E questo in forza di quella concomitanza che tiene indissolubilmente uniti il Corpo, il Sangue, l'Anima e la Divinità di Gesù Cristo. Di conseguenza, chi riceve la comunione sotto una sola specie riceve Gesù Cristo tutto intero, e deve affermare di mangiare la Sua Carne e di bere il Suo Sangue.
Infine, storicamente non è vero che nella Chiesa primitiva l'uso del calice dato ai laici fosse universale. Dalle testimonianze dei più antichi Padri risulta che la comunione era data anche sotto una sola specie. Così S. Cipriano e Tertulliano ci informano che i fedeli nei giorni di domenica portavano a casa l'Eucaristia senza il calice per comunicarsi negli altri giorni della settimana, e questo specialmente nei tempi di persecuzione; anche gli ammalati si comunicavano, generalmente, sotto la specie del pane. E S. Basilio ci attesta che i solitari che vivevano lontani dalle città solevano portare con sé per vari mesi la SS. Eucaristia, sotto la sola specie del pane.
I motivi per i quali la Chiesa Romana proibisce il calice ai laici sono: il pericolo di spargere il Sangue prezioso, e la ripugnanza dei fedeli nel bere allo stesso calice. Motivo principale però fu quello appunto di combattere l'errore degli eretici, che la comunione sotto una sola specie sia incompleta e che Gesù Cristo abbia ordinato di comunicarsi sotto tutte e due le specie.
Il Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 1390, p. 361, così si esprime: “In virtù della presenza sacramentale di Cristo sotto ciascuna specie, la comunione con la sola specie del pane permette di ricevere tutto il frutto di grazia dell'Eucaristia. Per motivi pastorali questo modo di fare la Comunione si è legittimamente stabilito come il più abituale nel rito latino. Tuttavia la santa Comunione esprime con maggior pienezza la sua forma di segno, se viene fatta sotto le due specie. In essa risulta infatti più evidente il segno del banchetto eucaristico" (Principi e norme per l'uso del Messale Romano, 240).

Non cattolico. Mi pare che tu sia incerto, o la stessa dottrina cattolica è incerta. Un pò mi dici che la Comunione è fatta sotto una specie e un pò ammetti pure che fatta sotto le due specie rende più evidente il segno del banchetto eucaristico. Dunque, perchè la Chiesa Cattolica proibisce il calice?

Cattolico. Il Concilio di Trento - per rispondere anche alle varie obiezioni - definì sotto
l'aspetto dottrinale i seguenti punti:
a) non esiste né precetto divino, né alcuna necessità per la salvezza eterna che obblighi i laici e i chierici non concelebranti alla Comunione sotto le due specie;
b)la pratica introdotta dalla Chiesa latina di dare ai laici la Comunione sotto una sola specie è fondata sopra giusti e ragionevoli motivi. (sess. XXI, cann. 1 e 2). Lo stesso Concilio deferì al Papa la decisione se assecondare le pressanti domande dell'imperatore Ferdinando I perchè fosse concesso nei suoi stati il calice ai laici. Pio IV, nel 1564, autorizzò alcuni vescovi tedeschi a concederla nella loro diocesi, però sotto determinate condizioni; ma la concessione, che parve da principio assai promettente, non tardò a generare tali inconvenienti, che la si dovette ritirare nel 1571 per la Baviera, nel 1584 per l'Austria, nel 1621 per tutti gli altri stati (Pastor, VII, p. 357 ss.; S. Ehses, VIII, pp. 529-909).

Non cattolico. Allora il sacerdote può consacrare anche una sola specie e comunicarsi di essa.

Cattolico. Come ho già detto, la presenza del Cristo tutto intero, con la Sua Carne e il Suo Sangue si trova sotto ciascuna delle specie. Perciò qualsiasi delle due specie si riceva, si riceve tutto Gesù Cristo e si adempie al suo precetto. Alla Comunione, inoltre, Gesù annette, come frutto, la vita eterna. Ora questo frutto è promesso anche alla Comunione sotto una sola specie; infatti Egli disse: “Io sono il pane di vita;.... questo è il pane disceso dal cielo, affinchè chi ne mangia, non muoia" (Gv 6,48-50).
Nell'Ultima Cena Gesù, dopo il pane consacrato, porse agli Apostoli il calice, dicendo: "Bevetene tutti" (Mt 26,27); e, finita la Comunione aggiunse: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,29). Ma il comando di bere il calice non era rivolto a tutti i cristiani bensì al presenti all'Ultima Cena; e l'aggiunta, “Fate questo in memoria di me" esprime il potere concesso agli Apostoli e ai loro successori di riprodurre quello che Egli aveva fatto, offrendo, come Lui, il Sacrificio Eucaristico (Conc. Trid., sess XXII, cap. 1, can. 2).
Ora questo sacrificio, riferentesi a quello della Croce, esige di natura sua la consacrazione distinta del pane e del vino e, come integrazione, la Comunione dei celebrante sotto le due specie.
Ma la Comunione dei laici e dei chierici non celebranti non appartiene né all'essenza né alla integrità dei sacrificio.
La Chiesa cattolica, pur ammettendo che la Comunione sotto le due specie rende più evidente il banchetto eucaristico, ha ritenuto opportuno, per tutte le ragioni di cui ho fatto cenno, di permettere, consigliare e, delle volte, anche obbligare, la Comunione con una sola specie. Già da tempo però - pur rimanendo sempre valida sotto una sola specie - si usa fare la Comunione o per intinzione o anche col calice. Gli inconvenienti, pur con tutta l'attenzione e il rispetto alle specie consacrate, non possono essere completamente eliminati.
La Chiesa cattolica, peraltro, non critica e non condanna quella Orientale per l'uso della Comunione sotto entrambe le specie, essendo essa più rappresentativa del Sacrificio della Croce. Ma la Chiesa difende la verità dogmatica, essere il Cristo interamente sotto l'una e sotto l'altra specie, sicchè chi riceve una sola specie riceve lo stesso Cristo intero di chi riceve le due specie. E se la legge liturgica nel passato eliminò per i laici l'uso del calice - per ragioni pratiche facilmente intuibili - in nulla defraudò i laici quanto alla natura, alla sostanza, agli effetti del Sacramento, tutto dipendendo dalla presenza reale del Cristo, che è la medesima tanto in una sola specie quanto in ambedue.
Tutti sappiamo che le odierne disposizioni liturgiche consentono ai laici in non poche circostanze, la forma di Comunione sotto le due specie come forma più eccellente di partecipazione al Sacrificio Eucaristico.

Non cattolico. Altra cosa che non va è l'altare su cui viene celebrata la Messa. L’altare è la tavola su cui i pagani e i Giudei offrivano dei sacrifici in espiazione dei loro peccati. Invece nei nostri luoghi di culto non vi sono altari, perchè il sacrificio di Cristo é stato compiuto una volta per sempre e non ha bisogno di essere ripetuto: "Cristo non ha bisogno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire dei sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, perchè questo Egli ha fatto una volta per sempre, quando ha offerto se stesso" (Eb 7,27).

Cattolico. Ti rispondo con le parole del catechismo della Chiesa cattolica (p. 357) e, quindi, con una certa brevità: l’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l'altare del sacrificio e la mensa del Signore, e questo tanto più in quanto l'altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente in mezzo all'assemblea dei suoi fedeli sia come la vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento ce leste che si dona a noi". “Che cosa è l'altare di Cristo se non l'immagine del Corpo di Cristo?" - dice S. Ambrogio, e altrove: “l’altare è l'immagine del Corpo [di Cristo], e il Corpo di Cristo sta sull'altare".
La liturgia esprime in molte preghiere questa unità del Sacrificio e della Comunione. La Chiesa di Roma, ad esempio, prega così nella sua anafora: Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa che questa offerta, per le mani del tuo Angelo santo, sia portata sull'altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perchè su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del Corpo e del Sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.
L’Eucaristia, poi, ripresenta il sacrificio della Croce, perchè ne è il memoriale e
perchè ne applica il frutto. Si, Cristo, Dio e Signore nostro, anche se si sarebbe immolato a Dio Padre una sola volta morendo sull'altare della croce per compiere una redenzione eterna, poichè, tuttavia, Egli resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta ed è sempre vivo per intercedere per quelli che per mezzo suo si accostano a Dio (cf Eb 7,24-27), nell'Ultima Cena, la notte in cui fu tradito (1 Cor 11,23), volle lasciare alla Chiesa, sua amata Sposa, un sacrificio visibile (come esige l'umana natura), con cui venisse significato quello cruento che avrebbe offerto una volta per tutte sulla Croce, prolungandone la memoria fino alla fine del mondo (cf 1 Cor 11,23), e applicando la sua efficacia salvifica alla remissione dei nostri peccati quotidiani (cf Concilio di Trento, Denz. - Schonm., 1740, vedi Catechismo della Chiesa Cattolica, p. 355).
Sant'Agostino ha mirabilmente riassunto questa dottrina che ci sollecita ad una partecipazione sempre più piena al sacrificio del nostro Redentore che celebriamo nell'Eucaristia: Tutta quanta la città redenta, cioè l'assemblea e la società dei santi, offre un sacrificio universale a Dio per opera di quel Sommo Sacerdote che nella passione ha offerto anche se stesso per noi, assumendo la forma di servo, e costituendoci come corpo di un Capo tanto importante... Questo è il sacrificio dei Cristiani: “Pur essendo molti, siano un solo corpo in Cristo" (Rm 12,5); e la Chiesa lo rinnova continuamente nel Sacramento dell'altare, noto ai fedeli, dove si vede che in ciò che offre, offre anche se stessa (S. Agostino, De Civitate Dei, 10,6).

Non cattolico. Sappi che, contrariamente a quanto dicono e credono i cattolici, i Protestanti alla Conferenza mondiale di Losanna hanno fatto le seguenti dichiarazioni: “Noi crediamo che il nostro Signore è presente nella Santa Cena. In essa noi comunichiamo con Dio, nostro Padre, e con Gesù Cristo, Suo Figlio e nostro Signore glorificato. Egli è il nostro medesimo Pane, dato per la vita del mondo, il quale sostiene la vita di tutti, quelli che gli appartengono, cosicché noi siamo in comunione con tutti quelli che sono uniti a Lui. Noi affermiamo concordemente. che il sacramento della Santa Cena è, nella Chiesa, l'atto di culto più solenne, per mezzo del quale noi commemoriamo e annunziamo la morte espiatrice del Signore. Esso è anche un sacrificio di lode, di azioni di grazie e un solenne atto di consacrazione dell'individuo. Vi sono fra noi delle divergenze di vedute... ma riconosciamo d'altra parte che la realtà della presenza divina in questo sacramento non può essere pienamente concepita, né espressa adeguatamente dall'intelletto umano".

Cattolico. Le dichiarazioni fatte a Losanna dai Protestanti possono sembrare belle parole, ma praticamente rinnegano il dogma cattolico dell'Eucaristia.
Intanto sappiamo che Lutero rinnegò il sacerdozio ministeriale, e questo fatto basterebbe da solo a farci capire lo spirito delle dichiarazioni di Losanna. Mancando il sacerdote consacrante non c'è neppure la presenza e la realtà sacramentale di Cristo. Il sacerdote celebra la S. Messa come incaricato dalla Chiesa; celebra in persona non solo del Cristo, ma della Chiesa, per cui ogni celebrazione è un atto di culto ufficiale, pubblico, quindi azione di Cristo nella Chiesa; poichè l'essenza della S. Messa è il sacrificio della Croce rinnovato, e operato da Cristo in redenzione di tutti. La Chiesa lo offre infatti a nome di tutti i fedeli e per le necessità di tutti i fedeli.
Sappiamo, noi cattolici, che non c'è stato mai nessun tempo in cui la Chiesa - secondo le previsioni di Cristo - non fosse disturbata dalle eresie. Abbiamo trovato dei cenni di eresie eucaristiche già in S. Cipriano; la Messa fu il bersaglio degli Albigesi nel sec. XII e, due secoli dopo, dei seguaci di Wicleff. Ma il grande assalto contro la Messa fu opera delle varie sette protestanti nel sec. XVI. Era logico che, rinnegato il sacerdozio ministeriale fosse anche abolito il sacrificio eucaristico. Ho trovato scritto che "Nessuna eresia può essere logica fino in fondo e dal principio alla fine. Questo è un privilegio esclusivo della vera fede. Ma nessuna eresia può essere del tutto illogica, se vuoi avere qualche possibilità di vivere, specialmente in una età, come era quella del sec. XVI, quando si dava ancora molta importanza al pensiero umano logico e ragionato" (cf Enc. della Dottrina Cattolica, Ed. Paoline, p. 1010). Così, una volta che i protestanti ebbero adottato la dottrina della giustificazione mediante la sola fede e fatto man bassa della realtà della grazia santificante, come vita soprannaturale dell'anima, non si poteva fare a meno di disfarsi della fede nei sacramenti come mezzi operanti della grazia. Così se ne dovevano andare la presenza reale e la transustanziazione, e l'Eucaristia doveva perdere del tutto il suo carattere sacrificale, per essere ancora conservata, caso mai, come un semplice memoriale dell'Ultima Cena, dove l'anima si sente mossa alla preghiera e messa in grado di entrare, in qualche modo, in comunione con Gesù Cristo. Ci furono anche degli altri motivi, meno rispettabili che non le esigenze della logica, che mossero i "riformatori" ad abolire la Messa, ma questi appartengono alla storia. Resta il fatto che la fede nella Messa divenne in massima parte la pietra di paragone dell'ortodossia cattolica e che nei secoli seguenti di controversia col protestantesimo essa ha messo alla prova tutta la capacità e buona volontà dei teologi che hanno il compito di difenderla. Era naturale che il Concilio di Trento prendesse questo problema nella più attenta e minuta considerazione, richiamando su di esso l'attenzione della più brillante assemblea che il mondo abbia mai visto, perchè ogni punto ne fosse discusso con la più grande completezza e precisione possibile. I decreti e le definizioni che vennero a conchiudere le deliberazioni del Concilio, non solo costituiscono la regola della fede dei cattolici in questa materia, ma rappresentano anche la base ed il punto di partenza della speculazione teologica che seguirà. Essi sono molto densi e costituiscono il punto di confronto di tutte le teorie che umanamente si possono escogitare.
Quanto ho scritto finora credo che sia sufficiente a farti capire che tutte le tue obiezioni dimostrano la mancanza di fede nel mistero eucaristico, ossia nel mistero della fede, per antonomasia, il più cospicuo e importante della Chiesa di Cristo.

Non cattolico. Io rimango fermo nelle mie idee, le quali, peraltro, si rinsaldano, quando penso che la Chiesa, in appoggio alla sua dottrina nella S. Messa, in numerose pubblicazioni, debitamente autorizzate con imprimatur, cita una infinità di miracoli, nei quali la credulità popolare trova il suo nutrimento spirituale.

Cattolico. Il motivo di credere non consiste nel fatto che le verità rivelate appaiano come vere e intellegibili alla luce della nostra ragione naturale. Noi crediamo "per l'autorità di Dio stesso che le rivela, il quale non può ne ingannarsi né ingannare". "Nondimeno, perchè l'ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua Rivelazione" (Conc. Vat. I, Denz.- Schonm, 3009).
Così i miracoli di Cristo e dei santi (importante leggere Mc 16,20 e Eb 2,4), le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità "sono segni certissimi della divina Rivelazione, adatti ad ogni intelligenza", sono "motivi di credibilità” i quali mostrano che l'assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito" (Conc. Vat. I, Denz. - Schonm, 3008-3010). E poichè molti miracoli eucaristici sono accertati e provati scientificamente, ti dirò che "anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione; poichè lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, Egli non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero" (Conc. Vat. I, Deriz.-Sconm, 3017). "Perciò la ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perchè le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza che egli se ne avveda, viene come condotto dalla mano di Dio, il quale, mantenendo in esistenza tutte le cose, fa che siano quelle che sono" (Conc. Vat. II, Gaudium et Spes, 36,2, vedi Cat. della Chiesa Cattolica, pp. 54-55).
A prescindere dalle considerazioni suddette, si può affermare, sempre rimanendo nell'ambito della fede autentica, che i miracoli sono tra le prove più significative della verità. Gesù stesso vi ha largamente ricorso continuamente. Ho sottomano il Vangelo di Giovanni e mi limito soltanto ad esso- "... Le parole che io vi dico, non le dico da me; ma il Padre che è in me compie le sue opere. Credetemi: Io sono nel Padre e il Padre è in me; se non altro credetelo per le opere stesse. In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perchè io vado al Padre. Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perchè il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò" (Gv 14,10-14).
Non è un portento tutta la vita di Cristo? E la Vergine-Madre? E tutti i santi?
Può ridicolizzare sui miracoli, e specie su certi miracoli, soltanto chi dice di credere, ma poi effettivamente non crede neppure a Cristo. Perchè chi crede in Cristo, crederà fermamente anche al suo prolungamento, che è la Chiesa da Lui fondata (“Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi" Gv 20,21) e crederà anche ai suoi legittimi rappresentanti, ai quali ha assicurato “Chi ascolta voi ascolta me..." (Lc 10, 16; vedi anche Mt 28,18-20).
Io, per grazia esclusiva dell'Altissimo, nonostante tutta la mia miseria e indegnità, a 37 anni circa (ero prigioniero di guerra nel Kenia alle dipendenze degli inglesi), dopo lunghi e profondi ragionamenti, sotto l'azione dello Spirito Santo e non senza Suoi segni particolari e certi, sono giunto alla Verità, ma ho sempre detto e continuo a dire sinceramente che io sono un credente non un credulone. Quante volte, nel mio ministero sacerdotale, sono costretto a far buon viso a certi racconti di alcune persone che credono tante cose... che dall'Alto verrebbero loro comunicato ... Spesso, notandomi scettico ai loro racconti, spariscono dalla circolazione ... e mi lasciano in pace ....

Non cattolico. E proprio questo che io voglio dire quando parlo della credulità popolare.

Cattolico. Ho ben capito quello che vuoi dire. Capisco pure che questi casi possono darsi, ma è strano che queste osservazioni le faccia un non cattolico, il quale, generalmente, se non sempre, ascolta tutto ciò che a lui viene detto dal gruppo a cui appartiene dove, anzichè studiare veramente la S. Scrittura, si studiano, quasi esclusivamente, tutte le dottrine che vengono presentate dalle varie tendenze protestantiche, partendo dal libero arbitrio e dall'esame personale, che è, poi, quello del gruppo.
Tu hai detto pure che le numerose pubblicazioni sono debitamente fornite di imprimatur. Non mi fermo a dirti per filo e per segno cosa vuol dire la parola imprimatur. Generalmente tutti i cattolici sanno cosa è l'imprimatur, e lo sai anche tu. L'imprimatur dell'autorità ecclesiastica dà al cattolico la serenità e la sicurezza che quel che legge è garantito dall'autorità competente. Noi cattolici ringraziamo Dio di queste disposizioni perchè sappiamo che Gesù ha lasciato una Chiesa unica, con un'autorità Somma (Romano Pontefice), e quella dei Vescovi uniti a lui.

Non cattolico. Tu hai parlato anche di scienza e fede. Cosa c'entra la scienza con questi cosiddetti miracoli?

Cattolico. C'entra molto, perchè la Chiesa di Gesù, essendo la "custode del deposito della fede" (cf 1 Tm 6,20-21) ha delle gravi responsabilità di fronte al mondo intero, e poichè essa non è credulona, vuole accertarsi dei fatti naturali e soprannaturali non solo con la forza della fede, ma vuole che il fatto straordinario - quando è possibile - sia accertato anche scientificamente.
Spesso da questi accertamenti scientifici, i prodigi hanno acquistano maggiore prestigio e hanno convinto molti increduli.
Io consiglio gli scettici a recarsi sul posto per constatare che quanto dice la fede è perentoriamente confermato dalla scienza. Qui potrei segnalare molti fatti in cui la scienza ha rafforzato enormemente la fede. Mi limito a pochi, invitando i lettori a far ricerche più accurate per conoscere integralmente i fatti.

“Narrate tra i popoli la gloria del Signore; a tutte le nazioni dite i suoi prodigi; grande è il Signore e degno di ogni lode" (Sal 95,3-4).

So che molte religioni (cristiane e non), possono parlare, e con verità, di fatti straordinari, e di persone così rette e buone da potersi - in qualche modo - paragonare ai nostri santi.
Il miracolo nella Chiesa Cattolica - e solo nella Chiesa Cattolica - molto spesso assume l'aspetto del "Dito di Dio” che ci indica la Verità. Anzi, molti miracoli avvengono proprio a prova della Verità.
A questo punto posso dirti con fraterno affetto, ma con assoluta certezza ed anche con molta umiltà, che non tutti sono bene informati. Leggi e studia senza pregiudizi, e troverai prove schiaccianti dei grandi e soprannaturali fatti avvenuti, e che continuamente avvengono nella Chiesa Cattolica. Su questo argomento si possono trovare e scrivere molti volumi.
Pensa che a Lourdes su circa 40 grandi miracoli che in media si verificano ogni anno, la Chiesa ne approva soltanto uno o due; e questo solo perchè non tutti i medici, scienziati, atei e scettici che li constatano sono d'accordo sulla loro straordinarietà o su qualche altra presumibile ragione che possa essere oggetto di contestazione.
A dimostrarti il rigore che usa l'autorità ecclesiastica nel giudizio dei miracoli, valga questo esempio.

“Il cardinale Lambertini (che fu poi Papa col nome di Benedetto XIV, 1740-1758) ricevette un giorno la visita di un protestante studioso e dotto. Dovendo egli assentarsi per un'udienza grave, disse al protestante di aspettarlo, e intanto gli presentò l’incarto dei miracoli proposti per la canonizzazione di San Francesco Regis. Tornato il cardinale, il protestante, che aveva letto ed esaminato per più di un'ora, gli restituì l'incartamento dichiarando: “E' davvero un santo; se tutti i miracoli della Chiesa fossero provati come questi, neppure, noi avremmo difficoltà ad ammetterli!”. E il cardinale rispose: “Noi siamo più rigorosi ancora, perchè non abbiamo ammesso nessuno di questi miracoli, non ritenendoli sufficientemente provati: e Francesco Regis, se non opera altri miracoli più dimostrabili, non sarà canonizzato...”. Pensate lo stupore del protestante!" (Dauberton, “Vita di San Francesco Regis").

Forse è proprio in base a questi fenomeni che un gruppo di teologi luterani si è cosi espresso in quello che è chiamato il "Manifèsto di Dresda"', pubblicato qualche anno fa nella Germania Orientale.
"Noi non possiamo passare davanti a questi fatti senza fermarci per un serio esame. Questo atteggiamento comporterebbe una grave responsabilità. Un cristiano evangelico non ha il diritto di ignorare queste realtà per partito preso, ossia per la sola ragione che essi si presentano nella Chiesa Cattolica. Questi fatti debbono piuttosto indurci a riportare la Madre di Dio nella Chiesa Evangelica....
Tutti questi fatti (il documento si riferisce non solo ai miracoli, ma anche alle apparizioni della Vergine a Lourdes e a Fatima) sono una prova irrefutabile dei ruolo decisivo che Maria è chiamata a svolgere oggi, per la nostra salvezza" (Da “Il Sacro Monte di Varallo”, n. 1, Anno 58° Feb. 1982).

Quel gruppo di Luterani sa che:

a) a Lourdes arrivano ogni anno oltre quattro milioni di pellegrini, tra cui oltre 60.000 ammalati;
b) tra i miracolati molti, per vane ragioni, non si presentano neppure all'Ufficio di Constatazioni Mediche;
c) tra quelli che si presentano all'Ufficio Medico, soltanto uno su quattro viene preso in considerazione;
d) l'esame dei fatti ritenuti straordinari spesso dura per anni;
e) i medici sono di tutte le estrazioni e tutti (credenti, miscredenti, atei...) sono ammessi a dare il proprio giudizio;
f) c'è una Presidenza ed una équipe di circa 1.800 medici;
g) dall'istituzione di tale Ufficio ai giorni nostri, i casi di guarigioni "certe, definitive, inspiegabili" raggiungono, la cifra di 5.000;
h) l'autorità ecclesiastica, molto più rigorosa dei medici, ha dichiarato finora "miracolose” soltanto 64 guarigioni;
i) la funzione fondamentale di Maria (come ha scritto Giannino Piana "è quella di umanizzare il Cristianesimo. Creatura come noi, Ella ha vissuto in pienezza l'esperienza umana, nella semplicità e nel nascondimento" (dalla "Domenica", Ed. Paoline, III Dom. di Pasqua).
Inoltre, per chi senza pregiudizi e animato da buona volontà volesse accertare e approfondire la Verità, affidata da Gesù alla "Sua Chiesa” e che Dio dimostra al mondo per mezzo della religione rivelata, è ancora disponibile la possibilità di constatare centinaia di casi permanenti esistenti nella nostra Chiesa. Ne cito solo alcuni accennandoli appena e rimandando il lettore di buona volontà alle fonti.

1. Il più grande miracolo eucaristico della storia.

Permane evidente e incontestabile da 12 secoli in Lanciano (Chieti - Italia). Il 4 marzo 1971 i due scienziati, Proff. Lindi e Bertelli, dopo rigorose ricerche fatte in laboratorio, hanno così concluso:
a) La carne è veramente carne; il sangue è veramente sangue.
b) L’una e l'altro sono carne e sangue umani.
c) La carne e il sangue hanno, lo stesso gruppo sanguigno (AB = degli uomini del Medio Oriente).
d) La carne e il sangue sono di persona vivente.
e) Il diagramma di questo sangue corrisponde a quello di sangue umano prelevato su un corpo umano nel giorno stesso.
f) La carne è costituita dal tessuto muscolo del cuore (miocardio).
g) La conservazione di queste reliquie lasciate allo stato naturale per lunghi secoli, esposte all'azione di agenti fisici, atmosferici, ecc., rimane un fatto straordinario.
La conclusione dei due professori fu comunicata ai francescani, che conservano la reliquia, con questo telegramma: Et Verbum caro factum est (E il Verbo si è fatto Carne).


2. Il Corporale di Bolsena religiosamente custodito nel Duomo di Orvieto.

Il fatto miracoloso avvenne nel 1263. Ancora oggi sono visibili i segni di 83 gocce di
sangue, in 12 delle quali, più dense e meglio conservate, si vede l'immagine di Cristo in forma di "Ecce Homo" (Enc. Catt. T. II Colonna 1819, Roma 1949)


3. Sprizza sangue da un'ostia serrata in breviario.
Il prodigio avvenne a Siena nel 1330. La reliquia è conservata a Cascia. In essa appare chiara e distinta la figura del volto di Cristo con i capelli un poco arruffati e con la barba (Adolfo Morini, La reliquia dei corpo di Cristo di Cascia, pp. 1-3; 53-54, Firenze 1930).

4. Il miracolo eucaristico di Siena.

In una delle cappelle della Chiesa di S. Francesco in Siena, in un ostensorio gotico, sono racchiuse 223 Particole consacrate nella lontanissima estate dell'anno 1730. La fama e la devozione si accrebbero per un nuovo prodigio che gli anni aggiunsero alla singolarità del rapimento e ritrovamento: capovolgendo tutte le leggi fisiche e chimiche, che decretano l'inevitabile corruzione della materia, le Sacre Particole si mantengono bianche, incorrotte e freschissime. Anche qui, come in tutti gli altri casi, i fatti sono scientificamente accertati. (Dagli Annali della Chiesa di S. Francesco in Siena e dagli Archivi della Curia).
I miracoli eucaristici sono innumerevoli, data l'importanza dell'istituzione fatta da Gesù nell'Ultima Cena. Egli che era Dio, Bontà e Onnipotenza infinita, potè realizzare in maniera molto semplice quanto era desiderio del suo Cuore divino: rimanere sempre in mezzo a noi per non lasciarci orfani (cfr Gv 14,18). Superando tutte le umane aspettative, Gesù poteva darci la più bella e strabiliante realizzazione della legge dell'alimentazione. Sappiamo, infatti, che ogni vita si mantiene, si ripara, si sviluppa, con un alimento proporzionato alla vita che deve sostenere.
Cosi la pianta affonda le sue radici nel suolo e ne trae alimento per la crescita; l'essere animato, (bestia o uomo che sia) per poter crescere deve fare, mi si consenta il termine, la "comunione" con un cibo adatto alla sua natura. Anche la vita affettiva ed intellettiva vengono alimentate da un cibo proporzionato: il cuore dall'affetto (comunione d'affetti), l'intelligenza dal pensiero (comunione della parola scritta, pensata, parlata).
Era logico, quindi, che Gesù, avendoci elevati con l'innesto in Lui, alla vita soprannaturale (cfr 2 Pt 1,4), ci mettesse nella possibilità di alimentarla, ripararla, sostenerla, con un cibo proporzionato alla vita divina. Ed ecco l'Eucaristia!
Diceva Lutero: “Io vorrei trovare un uomo abbastanza desto da persuadermi che nell'Eucaristia c'è solo pane e vino; egli mi renderebbe un grande servizio. Ho sudato studiando questa materia, ma mi sento incatenato: il testo del Vangelo è troppo chiaro".

5. Il miracolo del sangue di S. Gennaro.

Due volte all'anno, e per otto giorni di seguito, nel Duomo di Napoli, si può constatare il miracolo del sangue (si ravviva e si liquefa) del vescovo e martire San Gennaro. Scienziati di tutte le estrazioni hanno scritto molto tentando di demolire l'evidenza dei fatti. Tutte le obiezioni sono state ritenute puerili, infondate, ascientifiche dagli scienziati seri.


6. Cieca che vede.

A Ribera (AG), in via Fratelli Cervi n. 5, abita la signorina Gemma Di Giorgi, (da me personalmente conosciuta), infermiera all'ospedale di Ribera, la quale, per la scienza e per i medici, è clinicamente cieca. Ella però, nata cieca, dopo diverse volte che la nonna, con fiduciosa insistenza, l'aveva portata a S. Giovanni Rotondo (FG) da Padre Pio da Pietrelcina, si sentì dire: “Vattene e non venire più perchè la bambina presto vedrà". E così fu! Questo miracolo è unico al mondo. Mi è stato detto che ce n'è un altro simile di una persona che, cieca, a Lourdes, ha ottenuto la grazia di vedere, pur rimanendo clinicamente cieca. Di questo secondo fatto non so dare particolari perchè non lo conosco personalmente.

N.B. Tra i miracoli che ho chiamati "permanenti" se ne potrebbero citare ancora tanti altri come quello della lingua di S. Antonio che si conserva incorrotta a Padova nella Basilica dedicata al Santo; quello del corpo incorrotto di S. Chiara ad Assisi, ecc. Ai mira coli ricordati voglio aggiungere due di mia conoscenza (verificabili da chiunque) dei quali, però, non esistono documenti strettamente storici.

7. L'immagine miracolosa della Madonna di Guadalupe (Messico).
(Dalla Rivista “Informatore di Urio", n. 53, Nov.-Dic. 1981, Via A. Stradivari, 7, 20131 Milano, p. 30-31).
Sapevo qualche cosa, ma non sapevo nè bene nè sufficientemente le cose. Questo secondo caso è veramente unico nel suo genere ed ha l'avallo rigoroso e particolareggiato degli scienziati. Esso è davvero sconvolgente. Se leggendo questi fatti, c'è qualcuno che riuscirà a smentirli seriamente, io gliene sarò grato perchè mi metterebbe in condizione di rivedere meglio alcune mie posizioni e di essere molto più cauto nel dare certe notizie.
Anche per questo secondo caso, leggiamo e meditiamo le meraviglie di Dio.
Le straordinarie scoperte scientifiche recentemente fatte, e che tuttora si continuano a fare, intorno all'immagine messicana della Madonna di Guadalupe hanno letteralmente stupito quanti ne sono venuti a conoscenza.
Per comprendere l'importanza di tali scoperte è necessario riassumere brevemente ciò che un'antica e pia tradizione dice a proposito della miracolosa effigie, non dipinta da mano umana, ma prodigiosamente impressa sulla tunica di un indio chiamato Juan Diego, nel 1531. Il racconto che narra l'avvenimento è scritto in nàhualt (la lingua degli Aztechi) con caratteri latini, e fu edito in lingua originale e in spagnolo nel 1649, all'incirca un secolo dopo la sua primitiva redazione, per iniziativa di un baccelliere, tal Luis Lasso de la Vega.
La storia racconta che Juan Diego importunò più volte il primo vescovo dei Messico, il francescano Fray Juan do Zumàrraga, per manifestargli il desiderio espresso dalla Madre di Dio in diverso apparizioni: la costruzione di un eremo in una località denominata Cerro de Tepeyac. Per liberarsi del visionario, il buon vescovo gli chiese di fornire, una prova convincente della sua asserzione; in caso contrario, smettesse di importunarlo. Pochi giorni dopo Juan Diego ritornò dal vescovo portando come prova alcune "rose di Castiglia”, la cui fioritura era impossibile in quella stagione (si era in dicembre); l'indio affermò che era stata la Vergine a dargliele perchè le mostrasse al vescovo. Il giovane portava le rose raccolte nella tunica (tilma), e quando la dispiegò facendo cadere a terra i fiori, ecco apparire la Vergine Maria a tutti i presenti, otto-dieci persone. Immediatamente la celestiale visione s'impresso sul rozzo tessuto dell'indumento che aveva contenuto i fiori. Spaventato e stupito da ciò che aveva visto, il vescovo eresse l'eremo sul picco di Tepeyac e li fu esposta, come immagine da venerare, la tunica miracolosamente impressa dell'indio Juan Diego.
Questa la succinta narrazione del racconto, scritto in lingua nàhualt quando era ancora in vita Hernàn Cortés, il conquistatore del Messico.
La devozione che l'effigie suscitò fin dai primi tempi della pacificazione del Messico fu così insolita, e i pellegrinaggi spontanei degli indi che accorrevano da ogni parte ad onorare la Vergine così numerosi, che di ciò si occupa perfino Bernal Diaz del Castillo nella sua celebre cronaca della conquista della Nuova Spagna.
E giungiamo ai nostri giorni - o meglio, al nostro secolo - in cui si costituisce una Commissione di studio per indagare su non pochi inspiegabili fenomeni della famosa tunica di Juan Diego. A richiamare l'attenzione dei periti tessili è innanzitutto la sorprendente conservazione del rozzo panno. Oggigiorno è protetto da vetri. Ma per secoli fu esposto alla mercé di Dio, alle incurie, al caldo torrido, alla polvere e all'umidità senza che si sfilacciasse o che scolorisse la sua non comune policromia.
Il materiale su cui l'immagine rimase impressa è una trama costituita di fibra tessile ricavata da un particolare tipo di agave messicana (agave maguey), una fibra che si disgrega per marcescenza dopo circa 20 anni come è stato accertato con numerosi esperimenti fatti di proposito. La tunica del contemporaneo di Cortés ha invece 450 anni; non si è né rotta né disgregata, e per cause incomprensibili ai suddetti periti è refrattaria all'umido e alla polvere. Questa sua peculiarità fu attribuita al tipo di pittura che ricopre la tela, e che potrebbe benissimo costituire un eccellente materiale protettivo. Pertanto. s'inviò un campione di pittura allo scienziato tedesco Richard Kuhn, premio Nobel per la chimica, perchè lo analizzasse. Il verdetto lasciò attoniti coloro che l'avevano consultato. I coloranti dell’immagine di Guadalupe - rispose lo scienziato tedesco - non appartengono al regno vegetale, né tanto meno a quello minerale o animale. Si pensò che forse il tessuto era stato trattato con un procedimento speciale. Le grandi pitture dell'antichità sono potute arrivare fino a noi perchè le pareti (o i muri per ricevere gli affreschi) sono stati previamente "preparati” ricoperti con una colla o uno stucco particolari. Ma a quale straordinaria tecnica preparatoria si sarebbe fatto ricorso perchè la pittura potesse aderire e conservarsi integra su un materiale tessile così fragile e caduco? Due studiosi nordamericani - il Dr. Callagan dell'equipe scientifica della Nasa, e il Prof. Jody B.Smith, ordinario di Filosofia della Scienza al Pensacolla College - furono incaricati di sottoporre l'immagine di Guadalupe all'analisi fotografica con raggi infrarossi. Le loro conclusioni sono state le seguenti:
Prima. La tela rada di filo ricavato dall'agave maguey è immune da qualsiasi preparazione; il che rende inspiegabile, alla luce delle conoscenze umane, come i coloranti abbiano potuto impregnare una fibra così delicata, e tuttora si conservino.
Seconda. Non vi sono abbozzi preliminari come quelli scoperti col medesimo procedimento sui quadri di Velàzquez, Rubens, il Greco e Tiziano. L’immagine fu "dipinta” direttamente, così come la si vede, senza prove né correzioni.
Terza. Non vi sono pennellate. La tecnica impiegata è sconosciuta nella storia della pittura: è insolita incomprensibile e irripetibile.
Parallelamente a questo, un famoso oculista ispano-francese, Torija Lauvoignet, esaminò con un oftalmoscopio di alta potenza la pupilla dell'immagine e osservò con meraviglia che nell'iride si vedeva riflessa una piccolissima figura, che sembrava il busto di un uomo. Ciò fu l'antecedente immediato che condusse alla ricerca di cui sto per parlare: la "digitalizzazione" degli occhi della Vergine di Guadalupe. E' noto che nella cornea dell'occhio umano si riflette tutto ciò che si vede in un determinato istante. Il dottor Aste Torismann fece fotografare (senza essere presente) gli occhi di una sua figlia e utilizzando una particolare tecnica chiamata “processo per digitizzare immagini" potè verificare puntualmente tutto quello che sua figlia vedeva al momento di essere fotografata. Il medesimo scienziato, che attualmente lavora a captare le immagini della terra trasmesse dallo spazio attraverso i satelliti artificiali, "digitalizzò" lo scorso anno l'immagine di Guadalupe e i risultati cominciano a essere ora conosciuti. Il procedimento consiste nel suddividere l'immagine in microscopici quadretti al punto che su una superficie di un millimetro quadrato si contino 27.778 piccolissimi, infimi quadratini. Dopo questa operazione, ogni mini-quadratino può ampliarsi, moltiplicandolo per duemila, consentendo l'osservazione di dettagli impossibili a essere percepiti con i soli occhi. E i dettagli che si osservarono nell'iride dell'immagine di Guadalupe furono: un indio nell'atto di dispiegare la sua tunica davanti a un francescano, sul cui viso si vede scendere una lacrima; un contadino assai giovane, con una mano sul mento ad esprimere sbigottimento; un indio con il torso nudo in atteggiamento quasi di preghiera; una donna dai capelli crespi, probabilmente una negra della servitù del vescovo; un uomo adulto, una donna e alcuni bambini con la testa rapata; infine, altri religiosi in abito francescano. In altri termini, quello stesso episodio narrato in lingua nàhualt da uno scrittore indigeno anonimo nella prima metà del XVI sec. ed edito in nàhualt e in spagnolo da Lasso de la Vega nel 1649 al quale ci siamo dianzi riferiti! Si stanno ora conducendo studi iconografici per confrontare queste figure con i ritratti conosciuti del vescovo Zumàrraga e delle persone del suo tempo e del suo ambiente. Quello che risulta del tutto impossibile è che in uno spazio così piccolo come la cornea di un occhio, situata su una immagine di grandezza assai prossima al naturale, un miniaturista abbia potuto dipingere ciò che è stato necessario ampliare duemila volte perchè fosse percepito. "Inspiegabile!", esclamarono i membri della Commissione di studio quando conobbero il verdetto dello scienziato tedesco Richard Kuhn, a giudizio del quale la policromia dell'immagine di Guadalupe non era dovuta a colori minerali, vegetali o animali. “Inspiegabile!”, dichiararono per iscritto i nordamericani Smith e Callagan, quando per mezzo dei raggi infrarossi si avvidero che il "dipinto" non denunciava pennellate, e che la misera tela della tunica di Juan Diego era immune da qualsiasi preparazione. Infine il dottor Aste Tonsmann, raccontando nelle sue numerose conferenze la scoperta delle figure umane di infinitesimale dimensione nell'iride della Vergine, non si stanca di ripetere: "Inspiegabile! Assolutamente inspiegabile!"
Torcuato Luca de Tow
(da Interpress, n. 164. pp.5-8)
Fratello e sorella che mi avete letto, proviamo a recitare insieme con fede e riconoscenza a Dio e alla Vergine Maria la preghiera che il protestante prof. Roberts nel 1938 scopriva e pubblicava con altri papiri egiziani.
“Sotto la tua protezione troviamo rifugio, santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo. o Vergine gloriosa e benedetta". La preghiera scoperta dal suddetto professore è del Il sec., ma non è detto che non la recitassero già da tempo i nostri antenati cristiani.

8. Quel che avviene a Camposampiero

Ho letto in un libro sulla vita di S. Antonio di Padova che a Camposampiero (Padova), ove S. Antonio morì, esiste un albero di noce (veramente oggi sono tre) che verso la fine di maggio e durante i primi tredici giorni di giugno, mette fiori e foglie e in poco tempo si ristabilisce con gli altri noci.
Gli scienziati non sanno spiegare il fatto. C'è un'ipotesi da essi avanzata: uno strano incrocio, eseguito nei secoli scorsi, produrrebbe questo effetto. Ma come si può credere ad una ipotesi così poco scientifica?
La tradizione invece ci dice che S. Antonio, ammalato di idropisia, presagendo la sua prossima fine, volle prepararsi al transito per l'altra vita, facendosi una specie di celluzza su di un noce per essere più staccato dalle cose terrene e unirsi al suo Dio in più intima e continua preghiera, attendendo così sorella morte.
Passata la sua benedetta anima al cielo, il noce seccò, mentre gli altri noci dello stesso campo continuarono a vivere. Alla fine di maggio l'albero secco, improvvisamente mise foglie e fiori e, a suo tempo, portò anche i frutti. Il fenomeno si è ripetuto per molti anni invariabilmente.
Oggi restano tre alberi di noci, provenienti da tre polloni dello stesso albero sul quale S. Antonio si era costruita la cella, i quali invariabilmente, ogni anno, ripetono lo stesso fenomeno: sono secchi durante l'anno, ma alla fine di maggio fioriscono, mettono le foglie e al 13 giugno (festa del Santo) sono alla pari con gli altri della stessa zona e, a suo tempo, portano anche i frutti.

9. Il faggio di San Francesco

Molto viva è nel paese di Rivodutri (Rieti) la leggenda del faggio di S. Francesco e del sasso che porta impressa l'orma del piede del Poverello di Assisi.
Si racconta che il Santo, lasciato Poggio Bustone e diretto nelle Marche, fosse sorpreso, nelle vicinanze dei paese, da un violento temporale. Egli cercò riparo sotto un faggio e l'albero, tuttora visibile, piegò i suoi rami che, sono rimasti perennemente chinati quasi a ricordare il grande onore ricevuto.
Un signore di Rivodutri - che mi ospitò in macchina per un tratto di strada - (venivo da Poggio Bustone ed ero diretto, in autostop, a Fabriano (AN) - mi diceva che li dov'è il detto “Faggio di S. Francesco" c'è una selva di faggi, ma tutti con i rami disposti normalmente.
Quelli del luogo hanno provato a tagliare i rami del “Faggio" sperando che ricrescendo si disponessero in posizione normale, ma tutti i tentativi sono stati inutili perchè i rami del “Faggio di S. Francesco” crescono e si dispongono nella maniera suddetta, cioè ad ombrello, come per ricordare il servizio di protezione reso al Santo quando passò da Rivodutri... (cfr Storia di Rivodutri, Opuscolo fatto stampare dal Sindaco di Rivodutri; basta rivolgersi al Municipio per averne copia).


10. La Sacra Sindone

Dopo le smentite delle prove del C14, dissi tra me e ad altri: Da oggi inizieranno le
più forti e sicure prove sulla S. Sindone. E fu così. Consiglio di leggere il libro di Guido Ricci: “L’uomo della Sindone è Gesù. Ne diamo le prove" (Ed. Carroccio, Vigodarzene (PD) - Tel. (094)-700568). Di questo libro riporto soltanto la conclusione. Eccola.
Dopo quanto esposto, potremmo dirci soddisfatti circa la autenticità di questo documento non manufatto, dichiarato irriproducibile e di conseguenza autentico. Nonostante le prove scientifiche già riferite, si volle tentare la prova del C14 con l'intento di datare storicamente il Santo Lenzuolo.
Dato il carattere descrittivo di questa monografia, mi limito a riportare il pensiero di alcuni scienziati, esperti in materia, che sono intervenuti nella discussione dopo aver appreso dai mass media il risultato dei tre laboratori incaricati dell'esame.
Premetto una notizia, poco pubblicizzata in questi mesi. P. Marcozzi la riporta nel numero 14 delle dispense di "Emmaus" dei nostro Centro romano: “L'archeologo W. Meacham ha 16 anni di esperienza nell'applicazione dei C14 e ha una buona conoscenza, della Sindone. Fu chiamato per stabilire il piano di applicazione del test C14, insieme ad altri studiosi convocati dal Vaticano per stabilire come applicare il C14 alla Sindone. Il Meacham era l'unico archeologo presente, che avanzò obiezioni in uno scritto fatto circolare durante la conferenza. Esso ammoniva: la contaminazione per scambio di isotopi è realmente una forte possibilità... poichè la Sindone fu soggetta a riscaldamento molto rapido, a una temperatura molto alta in contatto con carbonio, circa 1500 anni dopo il suo utilizzo. Sé un campione della parte bruciata della Sindone è preso, il risultato sarà molto probabilmente abbassato in qualche parte tra l'età reale della Sindone e la data del fuoco”.
Il direttore di uno dei tre laboratori scelti per la datazione rispose per scritto: Io condivido la vostra opinione riguardo al problema della contaminazione. C'è il problema della datazione di un campione minimo. Io fui del tutto sorpreso all'apprendere nella conferenza di Torino, che la maggior parte dei miei colleghi, non era pienamente cosciente dei problema”.
Il dottor Herbert Haas, del Laboratorio del radiocarbonio della Southern Methodist University , uno dei più avanzati degli Usa, scriveva: “Per ciò che concerne le varie possibilità di contaminazioni, esse sono bene fondate”. E' possibile eliminare alcune di queste cause, ma non tutte. “Neppure con trattamenti specializzati”, osserva Stuckenrat (Atti del convegno di Hong Kong, marzo 1986). Ciononostante si è proceduto alla datazione.
Concludendo: i tre laboratori, della cui efficienza e professionalità non si ha motivo di dubitare, hanno effettuato un preciso conteggio numerico del C14 presente nei tre, campioni, fornendoci il totale di una somma “alla cieca”. Peccato però, che non abbiano potuto, e quindi saputo, darci la opportuna e decisiva sottrazione del C14 dei numerosi scambi isotopici, essendo questa operazione non quantificabile, dato il lungo quasi bimillenario e tormentato pellegrinare di questo Santo Lenzuolo.
Allo stato attuale della ricerca scientifica, la Sindone risulta una perfetta e irriproducibile, “carta d identità" che riporta oltre i dati fisionomici, con insospettata fedeltà, la circostanziata data di morte del Personaggio che accolse, avvolgendone la nuda umanità in una provvisoria, incompleta e non rituale sepoltura. Tutto questo risale a epoca molto recente e fu rilevato dalla scoperta fotografica.
Rimane da colmare la data del documento tessile. Alcuni scienziati hanno tentato di farlo bombardandone elettronicamente le intime fibre, al fine di farlo parlare con il linguaggio aleatorio del C14. Ma il tentativo ha dato una risposta a senso unico, offrendo il totale di una somma di difficili e ambigui addendi, senza ipotizzare la non facilmente ipotizzabile sottrazione.
Gli strumenti elettronici non hanno la capacità di scoprire la verità delle cose, ma possono aiutare l'uomo a scoprirla, quando la mente che li manovra sia in grado di affidare loro, in partenza, i dati esatti e quelli ipotizzabili. I dati esatti erano, nel nostro caso, non solo quelli elaborati da altre rispettabili equipes di ricercatori, impegnati in varie discipline scientifiche intorno allo stesso documento, non escluse quelle storiche e ambientali, che già tanti spiragli di luce hanno recato in questa complessa verità storica drammatica; ma anche altri dati da elaborare sperimentalmente, se possibile, almeno ipoteticamente, rifacendosi alle situazioni ambientali che poterono condizionare numerosi scambi isotopici, da mettere sulla bilancia come documentazione ipotizzabile e da ... obliterare nel conteggio finale.
Troppe volte i magnifici strumenti elettronici hanno sballato il loro "tiro a segno" di secoli anticipati o posticipati quando gli incaricati, pur essendo all'oscuro di passaggi qualificanti, hanno avvertito la inopportunità di riportarne notizia nelle riviste scientifiche (sembrerebbe il caso nostro dopo 6 mesi di silenzio). Al più, per evitare la confusione tra verità cosiddetta scientifica e menzogna storica, hanno chiarito i dati deboli della ricerca, che non li coinvolgeva personalmente nella loro coscienza di operatori scientifici, salva sempre restando la loro professionalità.
Questo ancora si attende".

Se ora diamo uno sguardo a tutte le divisioni dottrinali e pratiche, che tentano di insidiare il mistero eucaristico, e lo insidiano di fatto, nel seno stesso del popolo di Dio, nel seno stesso della Chiesa cattolica, c'è da rimanere sconcertati e ci sarebbe da rimanere sconfortati, se non si avesse la sicura coscienza che la Chiesa altre simili burrasche ha attraversato e che il suo divino Fondatore ne regge sempre le sorti. Sempre la Chiesa è la barca di Pietro minacciata dai flutti, e sempre il Cristo, assicura, come allora, “coraggio: sono io, non abbiate paura" (Mc 6,50).
Ogni fedele deve acquistare coscienza della situazione attuale della Chiesa e deve sentire più che mai l'impegno della propria responsabilità cristiana. Egli sa che nella Chiesa c'è un Magistero, c'è un Capo - che è il Vicario di Cristo -, c'è una Roccia, che garantisce tutto l'edificio del corpo mistico di Cristo. Su questa Roccia si è sicuri; bisogna tenere gli occhi a questo Capo, a questo Magistero. Gesù lo ha previsto: possono errare anche i pastori, anch'essi possono avere momenti di incertezza e smarrimento. Ma c'è il pastore dei pastori, al quale Cristo ha garantito la fermezza della fede e per questo appunto gli ha affidato il supremo compito di correggere e confermare tutti i fratelli (Lc 22,32); c'è il pastore dei pastori, al quale Cristo ha affidato di condurre ai pascoli sicuri della verità non solo gli agnelli, ma anche le pecore (Gv 21,17).
Ascolterò piuttosto qualche teologo opinante singolari e compiacenti dottrine? Seguirò piuttosto qualche sacerdote che tratta il SS. Corpo fisico di Cristo e il suo corpo mistico come campi sperimentali? Come cose su cui fare esperienze estrose e reclamistiche? Che rispetto, che amore per il Cristo e per i fratelli! Che umiltà di fronte al mistero dei misteri! Che ubbidienza alla Santa Madre Chiesa! Che trepida delicatezza verso le cose sante e santissime della nostra religione! Che senso religioso infine e che prudenza critica di fronte all'imponente testimonianza bimillenaria di una dottrina chiaramente dogmatizzata e di una prassi inequivocabilmente affermata!
In nessun punto, come in questo del mistero eucaristico, è chiaro che le deviazioni dottrinali e pratiche si rifanno, più o meno consapevolmente, agli errori del protestantesimo, i quali tutti si radicano infine nella contestazione del dogma della presenza reale e sostanziale di Cristo nell'Eucaristia. Contestato e negato questo, la Messa non è più sacrificio, diventa cena commemorativa; la comunione diventa simbolo - anche se detto efficace - della presenza di Cristo in mezzo ai comunicanti. Dalla Chiesa scompare il tabernacolo; la mensa del sacrificio diventa la tavola del banchetto; e poichè il banchetto non esiste se non ci sono i commensali, sono i commensali, i comunicanti, che realizzano tutto quello che è l'Eucaristia; il sacerdote ministeriale non ha più alcun senso e alcuna funzione specifica.
E' facile vedere come le innovazioni promosse da certi sacerdoti nella prassi eucaristica, e purtroppo tollerate dai minori pastori, si possano giustificare solamente su tale base dottrinale, nettamente protestante, ossia su una base dottrinale in netta contrapposizione con la fede cattolica. Questo indipendentemente dalle intenzioni e dalla consapevolezza che ne possano avere i singoli patrocinatori delle novità.
Infine, mi permetto di richiamare l'assoluta centralità dell'Eucaristia nell'ordine della redenzione: nell'Eucaristia viene riassunta, simboleggiata, promossa ed efficacemente realizzata l'applicazione della redenzione agli uomini: al singoli come membra del Corpo mistico, all'intero Corpo mistico, agli uomini tutti ad esso ordinati. “Gesù ci ha amato - dice Paolo VI - fino a lasciarci il suo corpo e il suo sangue, la rinnovazione del suo sacrificio, la sua presenza misteriosa e reale, il pane della vita eterna, il memoriale della sua passione, il pegno della risurrezione finale...» .(Corpus Domini, 5.6.1969).
Concludiamo con l'invocazione con cui lo stesso pontefice chiude la sua enciclica sul Mysteriurn Fidei: “Che il benignissimo Redentore -, il quale già prossimo alla morte pregò il Padre perchè tutti gli uomini che avrebbero creduto in Lui diventassero una cosa sola, come Egli e il Padre sono una cosa sola, - si degni di esaudire al più presto questo voto nostro e di tutta la Chiesa: che cioè tutti con una sola voce e una sola fede celebriamo il mistero eucaristico e, fatti partecipi del corpo di Cristo, formiamo un sol corpo compaginato con quegli stessi vincoli con i quali Egli lo volle formato" (§ 39).

Cattolico.
Gesù, Verbo eterno del Padre, ha voluto lasciare al mondo questa grande meraviglia soprannaturale, ed ha voluto renderla credibile alle menti più elevate e più umili con le prove più schiaccianti della Sua onnipotenza misericordiosa.
Leggendo libri che parlano dei portenti eucaristici e la vita di molti santi vi si trovano meraviglie affascinanti e sconvolgenti.
Se per raccontarvi fatti precisi e interessanti, vado a consultare dei libri, credo che dovrei scrivere ancora molto. Ma la mancanza di tempo e il troppo che ho già scritto in merito (anche se della Messa e dell'Eucaristia mi sono limitato a rispondere alle sole domande poste dal fratello non cattolico) mi fanno evitare questa tentazione e perciò mi limiterò a pochi casi, cosi come li ricordo.

- S. Lorenzo da Brindisi, Cappuccino, Sacerdote e Dottore della Chiesa, quando celebrava privatamente la S. Messa impiegava molte ore (6-7-8 ore). Una volta raggiunse le 12 ore! ... Durante la celebrazione cadeva in lunghe estasi che i confratelli potevano tutti constatare.

- S. Pasquale Baylon, patrono dei Congressi Eucaristici, era talmente innamorato di Gesù Eucaristia, che spesso riceveva la grazia di vederlo anche mentre pascolava il gregge. Da morto, mentre era nella bara, passava un sacerdote col SS. Sacramento. Il cadavere del Santo sollevò il busto e fece l'inchino a Gesù eucaristico.

- S. Luigi IX, re di Francia, viveva così intensamente la presenza di Gesù eucaristico, che quando la servitù corse da lui per avvertirlo e invitarlo a correre in Cappella ove Gesù, sotto l'aspetto di vezzoso bambino, si mostrava visibile e sorridente, egli rispose: “Io ho sempre creduto e credo fermamente che Gesù è presente nell'Eucaristia, e non è necessario che io Lo veda per credere". Ma la servitù insisteva: “Maestà, presto, correte venite a vedere...". E il re di nuovo: “Figliuoli, vi ho già detto che non è necessario che io Lo veda, perchè credo fermamente che Gesù è sempre vivo e vero, in anima, corpo, sangue e divinità, vero Dio e vero Uomo nella SS. Eucaristia". E non andò a vederlo.

- Conosciamo un pò tutti la storia della Beata Imelda Lambertini, patrona della Prima Comunione. Mi pare di ricordare che morì a 12 anni. Era in un monastero di suore e desiderava ardentemente ricevere Gesù Eucaristia. Ma la risposta era sempre negativa, perchè doveva aspettare altri 2 anni (allora i bambini potevano comunicarsi non prima dei 14 anni). Il desiderio di Imelda era troppo ardente. Era in coro che pregava Gesù di accontentarla. Le suore erano scese in Chiesa per la S. Comunione. Finite le S. Comunioni in Chiesa, il celebrante vide fuggire una particola dalla pisside che aveva in mano. Tutti meravigliati osservavano il prodigio. La particola volò in coro e si pose a poco più di un metro dalla testa di Imelda. Il sacerdote capì, prese la particola e fece la Comunione a Imelda. Finito il ringraziamento le suore, al suono della campana, andarono via dal Coro. Imelda, al suono della campana era sempre la prima ad alzarsi per obbedienza, ma quella mattina Imelda, le braccia al sen conserte, stringeva il Tesoro che era sceso nel suo cuore. La chiamarono, la scossero, ma Imelda non si muoveva. In un'estasi d'amore la piccola innamorata di Gesù Eucaristia era passata dall'esilio alla patria celeste.


Il Signore vi dia pace
Fra Tommaso Maria di Gesù

BIBLIOGRAFIA

Franco Amerio: "Dottrina della fede", Ediz. Ares, Milano.

B. Castegnaro: "Catechismo agli adulti”, Edit. Giovanni Galla, Vicenza.

Enciclopedia Cattolica.

D. Pietro Canova, (CUM) Centro Unitario per la Cooperazione Missionaria tra le Chiese.

Giulio Ricci: “L'uomo della Sindone è Gesù: ne diamo le prove", Ediz. Carroccio, Vigodarzere (PD).


PREGHIERA PER IL PAPA E PER L’UNITA' DEI CRISTIANI

"Signore, tu che hai dato a Pietro le chiavi del Tuo Regno per sciogliere e legare e ne hai fatto il fondamento roccioso dell'unità;
Tu che hai pregato per lui, affinchè egli confermasse i suoi fratelli;
Tu che al suo amore per Te hai affidato i Tuoi agnelli; concedici, Ti preghiamo, di saper verificare la nostra fede di singoli e di comunità su quella di Pietro vivente in mezzo a noi, e di saper pregare, a imitazione di Te, per lui, affinchè, vivendo il suo carisma di servizio e di amore, sia per tutti il segno visibile e la speranza incarnata della riconciliazione promessa.
Tu che riunisci i dispersi e li custodisci nel-l'unità, guarda benigno il Tuo gregge, perchè coloro che sono stati consacrati da un solo Battesimo formino una sola famiglia nel vincolo dell'amore e della vera fede
".

Amen. Alleluia! Gloria ...